Gli Israeliani vogliono avere una vita normale. L’unico popolo che può garantirgli questo sono i Palestinesi.

 

al panel “Memorie e Identità”del CONVEGNO L’eredità di Edward Said in Palestina,

TORINO 1-2 MARZO 2018

Aula Magna Campus Luigi Einaudi*

Sono un professore di storia e vedendo qui studenti, non studenti e professori nei banchi, credo che farò una lezione molto storica… è nel mio DNA! Metto da parte le questioni più concettuali e teoriche, e avrò un approccio più storico.

Ho appena firmato un contratto per un libro, che non ho ancora scritto (un errore!), l’unica cosa che so è il titolo che avrà: “Qual è il senso della storia?”. Ho scelto questo titolo perché negli ultimi 30-40 anni c’è stato un grande dibattito tra gli storici e gli accademici, non su cosa sia il senso della storia, ma su cosa sia la storia. Abbiamo distrutto cinque belle foreste in Brasile per farne dei libri su cui scrivere centinaia di pagine, per dire che cosa è la storia, e oggi non ne sappiamo molto di più. Abbiamo avuto delle scuole di pensiero nel 1900, e sono ancora le stesse. Ancora non sappiamo esattamente che cosa è la storia. I relativisti e gli empiristi stanno ancora dibattendo se si può o non si può conoscere esattamente ciò che è accaduto nel passato. Vico soleva dire “Ciò che sapete del passato è in realtà ciò che sapete del presente, non di più.” La maggior parte di noi si colloca nel mezzo tra un punto di vista relativista ed il suo opposto. È tempo di affrontare un altro problema: quale è il significato della storia.

Il motivo è che la questione palestinese è diventata un nodo che riporta ad un problema molto più ampio: che cosa è stata la Palestina negli ultimi 30-40 anni; è diventata un simbolo, o un oggetto di ricerca, di questioni che vanno molto al di là della Palestina stessa, come la giustizia sociale, o la decolonizzazione. Inoltre la Palestina è diventata importante per la discussione di che cosa sia il senso della storia. Noi viviamo in una società e in un ambiente neoliberale e anche l’università è vittima di questo tipo di percezione ideologica ed economica: da un punto di vista neoliberale l’insegnamento della storia è inutile e non molto importante. L’insegnamento della letteratura, la cultura, in generale l’umanesimo non sono considerati molto importanti. In Gran Bretagna, dove insegno, c’è una nuova idea di rendere la laurea in materie umanistiche e in scienze sociali molto più economica di quella in materie scientifiche, perché sono considerate meno importanti, per cui si paga meno per una laurea in sociologia o storia e molto di più per laurearsi in legge o in medicina. Non me lo sto inventando, è ciò che avverrà in Gran Bretagna nei prossimi anni.

Credo sia importante lottare per l’importanza della storia, non solo per il passato, ma per tutti noi. Sappiamo tutti che se c’è un vuoto nella storia, se l’università e gli storici non vengono considerati come una parte essenziale della nostra società, sappiamo da chi verrà colmato questo grande gap nella società: lo si è visto in Italia, dove stanno tornando i nuovi fascisti, quando la storia non viene raccontata correttamente e quando non viene considerata come questione morale: allora ci sono persone che propongono una loro narrazione e creano la base per politiche razziste ed immorali, in questo paese come anche altrove. Perciò credo che dobbiamo lottare per il diritto di parlare dell’importanza della storia e non vi è un altro caso che richieda un così serio approccio quanto il caso della Palestina. Voglio perciò fornirvi un approccio storico alla lotta contro la cancellazione della memoria della Palestina.

Il punto di partenza, che è già stato citato dai due amici che mi hanno preceduto, è che cerchiamo di guardare al sionismo di Israele oggi come ad un progetto di colonialismo di insediamento. Sono sicuro che tutti voi avete già sentito questo termine, colonialismo di insediamento, ma per essere certo che siamo sulla stessa lunghezza d’onda, chiariamo la differenza tra colonialismo e colonialismo di insediamento. Quest’ultimo non è il classico colonialismo. Il colonialismo di insediamento è stato creato dai rifugiati, da quelli che hanno dovuto fuggire dall’Europa con l’aiuto di un altro potere colonialista ed in realtà non volevano tornare in Europa, non cercavano solo una nuova casa, ma una nuova patria. E tra le sfide in cui potevano imbattersi dovunque andassero, in America, Australia, Africa o Palestina, la maggiore era che vi fossero persone che già vivevano là, in un territorio che gli apparteneva, che per loro era invece il territorio dove costruire una propria nuova identità. In molti casi questi incontri con popoli indigeni andarono a finire con il genocidio dei nativi. Nel caso del Sudafrica e della Palestina vi furono la pulizia etnica, l’apartheid, ed altre atrocità che dopo la seconda guerra mondiale sono state considerate crimini di guerra contro l’umanità.

Fin dall’inizio la storia è molto importante per il colonialismo di insediamento. Questo intende dire ai popoli indigeni “inferiori, voi non avete una storia”. Gli indigeni sono stati rimossi dai libri di storia dei coloni, prima ancora di essere espulsi fisicamente dalla loro terra. Per esempio, se considerate i pittori sionisti nelle prime fasi del progetto sionista, alla fine del diciannovesimo secolo – inizio del ventesimo, se leggete le loro poesie o i loro racconti, ma penso che soprattutto la pittura sia significativa, potete vedere che i pittori sionisti guardavano la collina dove noi sappiamo che c’era un villaggio palestinese, ma nel dipinto o nel disegno il villaggio non c’è. Il villaggio è stato fisicamente distrutto nel 1948, ma non c’era già più nel 1910. Si tratta dello stesso approccio, attraverso il disegno, di rimuovere i nativi prima di eliminarli fisicamente che si trova… per chi di voi ha visto il muro israeliano intorno a Gerusalemme, là ci sono dei graffiti israeliani (no, non di Bansky…) di ciò che si può vedere al di là del muro, perché gli israeliani di Gerusalemme si lamentavano di dover passare da una parte all’altra della città attraverso un muro molto brutto, quindi qualcuno ha detto “bene, dipingiamolo e ci disegneremo un paesaggio che sta oltre il muro”, per cui si possono vedere le colline, ma non ci sono villaggi né città palestinesi. In realtà ci sono ancora e noi che abbiamo coscienza sappiamo che è un brutto segno che nei graffiti israeliani sul muro i villaggi che ancora esistono, nel disegno non ci sono, il che significa che loro hanno un piano diverso.

Prendiamo in considerazione il colonialismo di insediamento, non solo quello sionista, ma dovunque. Prima che abbiano il potere di espellere la popolazione indigena, la rimuovono dalla narrazione; ma fanno anche altro, lo sappiamo riguardo agli Stati Uniti. Si appropriano della storia degli indigeni come fosse la propria. Prendono la storia dei palestinesi, dei nativi d’America, degli aborigeni e sostengono che in realtà quella è la loro storia. Questo è parte di un progetto che costringe i nativi, la popolazione locale, a lottare per qualcosa che ai loro occhi è evidente, quindi ci vuole molto tempo prima che i palestinesi si rendano conto che devono difendere qualcosa che a loro appare un concetto naturale. Perché dovevano spiegare alle Nazioni Unite nel 1947 che appartenevano alla Palestina? Perché la popolazione di Torino dovrebbe spiegare all’Unione Europea che fa parte di Torino? È un esercizio inutile. Eppure ai palestinesi venne chiesto dalle Nazioni Unite nel 1947: ‘Diteci, siete voi il popolo della Palestina?’ Risposero ‘Sì, noi siamo palestinesi, siamo il popolo della Palestina.’

‘Sì, ma voi non lo avete articolato bene, perché ci sono i sionisti che hanno detto di essere loro il popolo della Palestina.’ Con un’assenza di 2000 anni, è vero, ma …

Questa sorta di de-indigenizzazione, o di negazione dell’identità indigena dei nativi, la pretesa che la loro storia sia la vostra, è una potente azione di cancellazione e ridefinizione della memoria e dobbiamo capire che la difesa della memoria inizia dal primo momento in cui un colono ebreo venne in Palestina alla fine dell’800.

I coloni ebrei, soprattutto quelli arrivati con la seconda ondata, tra il 1905 e il 1920, divennero il gruppo dal quale più tardi nacque la leadership israeliana fino al 1990, forse fino ad oggi. Molti di loro sono morti, ma la maggioranza di coloro che hanno impostato il sistema politico ed economico israeliano erano arrivati in quell’ondata, ciò che chiamiamo in ebraico la seconda Aliyah, la seconda ondata. Non era un grande gruppo, ma era molto qualificato. Quelle persone hanno scritto riguardo a qualunque cosa, ci hanno lasciato montagne di diari e di giornali ed hanno continuato a scrivere dal momento in cui sono arrivati, non è sfuggito nulla alla loro attenzione, ogni puntura di zanzara, ogni goccia d’acqua, se gli piacesse o no, ci hanno riferito tutto di quel periodo. Ciò che è stupefacente riguardo a questi coloni è che non erano mai stati prima in Palestina e solitamente hanno passato la prima notte nella città di Jaffa, dove tra l’altro i palestinesi li hanno ospitati, perché erano molto poveri; non sapevano dove stare a Jaffa per cui i palestinesi gli hanno permesso di rimanere gratis almeno per i primi due giorni prima di tentare di raggiungere le più vecchie colonie nel nord o nel centro della Palestina. Di notte, probabilmente usando lampade a petrolio (non c’era elettricità) scrivevano del loro primo arrivo nei diari o nelle lettere a casa. Erano davvero stupefatti perché in Polonia o in Russia, da dove provenivano, gli avevano detto che quando fossero arrivati avrebbero trovato una terra vuota, ma poi hanno scoperto che non era vuota, quindi vi è già una narrazione della storia che gli israeliani avrebbero poi portato avanti fino ad oggi, nel 2018. E la narrazione è: noi siamo ospitati da alieni, siamo ospitati da stranieri della nostra patria, che hanno preso la terra dei nostri antenati, e noi siamo venuti a riscattarla, quindi la generosità dei palestinesi, la loro umanità, vengono totalmente ignorate. Ciò che importa è che qui c’è una sfida, c’è una contraddizione tra l’idea che la terra che era deserta da 2000 anni doveva essere vuota, ma se ci sono esseri umani non possono far parte della patria, perciò sono stranieri. Questa idea che i palestinesi siano stranieri non è mai cambiata nella concezione degli israeliani, nemmeno di quelli di sinistra oggi: quando ragionano di compromesso coi palestinesi o quando parlano della cosiddetta pace con loro, li pensano sostanzialmente come stranieri in Palestina; anche se da un punto di vista liberale o socialista intendono arrivare ad un compromesso o a tollerarli in una piccola parte della Palestina, non li riconosceranno mai come indigeni. E questo fa parte del sistema educativo israeliano ancora oggi: noi siamo gli indigeni e chiunque altro è un immigrato, magari ebreo, che si accoglie, oppure è uno straniero. Anche l’ebraismo ha un ben noto modo di dire, che bisogna trattare bene lo straniero, quindi c’è un’idea religiosa che dice che si possono integrare gli stranieri, ma il profondo concetto dei palestinesi come stranieri esiste fin dall’inizio e i palestinesi hanno dovuto combatterlo fin dal primo momento.

Negli anni Trenta per la prima volta la comunità internazionale si è resa conto che la storia ha svolto un ruolo nel destino palestinese. Come saprete, negli anni Trenta gli inglesi che occupavano la Palestina dal 1918 cominciarono a pensare che c’era un problema in Palestina fra le promesse fatte agli ebrei con la Dichiarazione Balfour, che si sarebbe creata una casa per loro in Palestina, e il fatto che sul terreno c’era quella che si può definire una popolazione locale, un popolo che costituiva la schiacciante maggioranza della popolazione [96%], che aveva aspirazioni diverse rispetto alla terra, all’identità collettiva e che esistevano già movimenti di liberazione, gruppi di resistenza all’occupazione. Insomma gli inglesi capirono di dover trovare un modo per conciliare questi contrasti e non sapevano bene come rapportarsi alla Storia in merito. Se avessero utilizzato criteri universali nel 1936, e cioè quante persone, democraticamente, vogliono che la Palestina sia la Palestina, quante vogliono che la Palestina sia uno stato arabo, insomma usando i criteri che le nazioni legalmente usano per stabilire i diritti delle persone all’autodeterminazione, era molto chiaro che al massimo i coloni ebrei avrebbero potuto avere una qualche autonomia culturale nelle loro colonie e che l’aspirazione ebrea di avere una patria a spese dei palestinesi già nel 1936 non andava d’accordo con il diritto internazionale all’indipendenza e all’autodeterminazione. È molto chiaro, come ha detto anche Jamil Khader, che a causa del sionismo cristiano e di altri elementi in gioco, chi perseguiva quel disegno ha visto l’occasione di mettere in dubbio il diritto dei palestinesi alla Palestina attraverso la narrazione di un ritorno in patria dopo 2000 anni di esilio, che di base quella è la patria degli ebrei e i palestinesi sono stranieri. Ma non funzionò tanto bene, ci furono delle pressioni sul movimento sionista affinché provasse non solo che la Palestina fosse disabitata ma anche una continua presenza degli ebrei dall’epoca Romana. Gli inglesi dissero loro che se avessero potuto dimostrare una continuità questo avrebbe rafforzato la loro richiesta della Palestina. Ci fu un famoso incontro, fra David Ben Gurion, capo della comunità ebrea durante il periodo del mandato inglese, e lo storico più importante della comunità ebraica Ben-Zion Dinaburg, più tardi Ben-Zion Dinur, il secondo Ministro all’Istruzione dello Stato israeliano. Ben Gurion chiamò questo eminente storico sionista e gli disse “Voglio che tu faccia un grande progetto di ricerca: dimostra, indaga se c’è stata una presenza continua degli ebrei in Palestina dall’epoca Romana ai nostri giorni.” – cioè gli anni Trenta. Ben-Zion era un serio storico professionista e disse “È un grande progetto e mi piace! Mi darai i fondi?” – ciò che qualsiasi accademico avrebbe chiesto – e Ben Gurion disse “Certo! Tutto ciò di cui hai bisogno!” e poi gli chiese “Quanto tempo pensi di metterci per darci i risultati?” e Ben Zion disse “È un grande progetto, penso una decina d’anni… epoche differenti, lingue diverse, devo raccogliere un gruppo di ricerca ecc.” e Ben Gurion disse: “Non capisci. Una commissione d’inchiesta inglese, la Commissione Peel, arriverà tra un paio di settimane e dunque hai due settimane per trovare le prove che gli ebrei hanno sempre vissuto in Palestina; poi avrai altri dieci anni per sostanziare il tuo lavoro.” E in effetti se leggete il documento ebreo, sionista, consegnato alla Commissione Peel, c’è questa incredibile falsificazione di una continua presenza degli ebrei in Palestina, poiché questo avrebbe fornito la giustificazione morale al diritto degli ebrei di costruire una loro nazione in Palestina. I palestinesi all’epoca non capirono affatto la spaventosa sfida che dovevano affrontare: lo vediamo quando gli inglesi ne ebbero abbastanza della Palestina e demandarono il problema all’ONU e l’ONU creò una speciale commissione di inchiesta, l’UNSCOP, e anche UNSCOP era interessato alla Storia. Voleva capire i racconti, le narrazioni storiche di entrambe le parti. I palestinesi dissero – ed è probabilmente comprensibile – “Non vogliamo fornirvi la narrazione storica, non abbiamo intenzione di fornire le giustificazioni morali” – come penso sappiate, i palestinesi boicottarono la commissione speciale d’inchiesta dell’ONU, pensando “Noi siamo palestinesi in Palestina, perché dovremmo aver bisogno di andare all’ONU a dimostrare che è così!?” Ma quando sei un colonizzatore con il progetto di insediarti, sei bravissimo in storia, e la ricostruzione storica che il movimento sionista consegnò all’UNSCOP è un documento impressionante, di invenzione e falsificazione, ma comunque un documento impressionante: più note a pié pagina di quanto in Italia un dottorando metterebbe nella sua tesi, un mucchio di note, incredibile, è così sostenuto e comprovato e con tanti e tali riferimenti incrociati che prenderebbe 100 su 100 come lavoro storico se sottoposto ad una giuria accademica – quanto alla validità delle affermazioni… lasciamo stare. Era chiaro già nel 1946 allo stesso movimento sionista come alla comunità internazionale che fosse essenziale una narrazione storica, quand’anche falsa e inventata, per giustificare l’immorale idea di dare la Palestina al popolo ebreo come ricompensa in generale per l’antisemitismo e in particolare per l’Olocausto. Non si può procedere direttamente dall’argomento morale: non basta che gli ebrei meritino una patria a causa dell’antisemitismo, bisogna motivare perché in Palestina e a spese dei palestinesi e ottimi storici erano presenti sia nel movimento sionista che alle Nazioni Unite nel 1946… e dunque qual è il senso della storia? di fornire giustificazione morale ad azioni di disumanizzazione [riduzione demografica], pulizia etnica, colonizzazione, che hanno fatto davvero tante vittime umane. Allora “Storia” non è soltanto il nome di una pratica accademica, è anche la narrazione che giustifica l’umanità [nel suo agire]. Dopo il 1948, per la prima volta vediamo i palestinesi rivolgersi di nuovo alla storia, specialmente alla storia recente. I palestinesi, malgrado il trauma dei fatti del 1948, cercarono di spiegare al mondo, con libri storici, cosa era accaduto in quel 1948 – fra questi uno famoso è quello di Walid Khalid [All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948]. Ma nel 1949 e nemmeno negli anni cinquanta il mondo era minimamente interessato a sentire la versione storica di un palestinese, che fosse di uno storico professionista o di livello amatoriale. È molto interessante: Walid l’ha studiata per tutta la vita, è considerato oggi uno storico palestinese dei più importanti e voleva fare un PhD a Oxford, nel 1949-’50, usando la sua memoria ancora molto fresca dei fatti accaduti in Palestina e anche ricostruendo una narrazione e spiegando chiaramente quali fossero i risultati della risoluzione dell’ONU e dell’atteggiamento internazionale rispetto alla Palestina. Fu però convinto dal suo professore della prestigiosa università inglese a non trattare di quei fatti perché erano troppo politici, troppo emotivi, troppo vicini nel tempo, e lui fece un PhD su un altro argomento. Anni dopo avrebbe contribuito alla nostra conoscenza storica della Palestina, ma nei tardi anni quaranta e cinquanta, nella memoria degli studi universitari la versione degli israeliani era considerata professionale, valida, accademica, mentre gli storici palestinesi… chi erano? erano considerati degli emotivi, orientali, che lavoravano su visioni di fantasia piuttosto che sui fatti. Ma è incredibile che gli israeliani scrissero un numero incredibile di libri, specialmente i generali che avevano partecipato alle pulizie etniche del 1948 scrissero le proprie memorie, erano chiamati “i libri della Brigata” in Israele, una letteratura enormemente vasta che uscì in ebraico nel 1950 e ’51, in base a cui infatti qualcuno di noi – ma nessuno di noi lo fece – insomma se qualcuno fra gli ebrei vivo e abbastanza cosciente nel 1951 avesse voluto, avrebbe potuto scrivere quella che fu in seguito chiamata la “nuova storia” del 1948, avrebbe potuto farlo nel 1950 senza un solo documento degli Archivi israeliani. Sapete, il mito che dovessimo aspettare la desecretazione degli archivi nel 1978 per sapere cosa fosse accaduto in Palestina nel 1948, è un’assurdità: nel 1950 i generali, i militari, le truppe che avevano preso parte alla pulizia etnica della Palestina scrissero molto onestamente di ciò che avevano fatto, ma quando non hai le giuste lenti ideologiche, morali, non leggi correttamente quella produzione di conoscenza, non capisci che la parola “nemico” vuol dire “donne e bambini”, non capisci che la parola “base nemica” vuol dire “un villaggio o un quartiere”, non capisci che l’espressione “eliminare il nemico” vuol dire “distruggere un’intera comunità”; è solo dopo, quando il dizionario ideologico cambia e si inizia a rileggere queste fonti – disponibili, non desecretate – capisci che non era necessario aspettare il 1978, che già nel 1950 era possibile scrivere la vera storia del 1948. Ma di certo Israele allora era protetto da quella nuova idea degli storici che un documento in un archivio scritto da un politico, un militare – il genere di persone più inattendibili che ci sia al mondo – insomma che questo scritto, già coperto dalla polvere di 30 anni, non debba essere altro che la verità e nient’altro che la verità e questa era una cosa su cui anche i palestinesi sfortunatamente cominciarono a riflettere più tardi, quando la nuova storia di Israele cominciò ad apparire. Cominciarono a tenere in considerazione i documenti dell’esercito israeliano sui fatti del 1948, pensando che contenessero la sola versione possibile degli eventi rispetto alle testimonianze orali o ad altri mezzi che si usano per ricostruire cosa accadde nel passato. Per questo la nostra battaglia contro il memoriale è anche la nostra battaglia contro la gerarchia, che considera dei documenti politici e militari desecretati possedere una sorta di validità che ogni altra fonte che usiamo per ricordare e rammentare non possiede. Penso a questo proposito al lavoro di Jacques Derrida e di Michel Foucault sugli archivi, che aiutano molto a invalidare gli Archivi Nazionali in quanto deposito di fatti manipolati e aggiustati dallo Stato, e non una via diretta alla verità del passato.

Procedo verso il prossimo punto, con cui concluderò. Una cosa importante da ricordare riguardo ad Edward Said è che scrisse un libro, The Question of Palestine, pubblicato negli anni Settanta e dunque prima che si avesse accesso agli archivi israeliani, o agli archivi britannici o americani. E questo perché lui aveva idea che ciò che è importante dei fatti sia il loro significato piuttosto che la loro autenticità; lui fu in grado per la prima volta di articolare in modo molto chiaro una narrativa palestinese, che naturalmente compare più tardi nell’atto costitutivo dell’OLP e nella Dichiarazione di Indipendenza nel 1988; per la prima volta i lettori inglesi ebbero a disposizione una narrazione concisa, che conteneva ciò che è importante in una narrazione e cioé non i dettagli, ma lo scheletro della storia, una storia di colonizzazione, spossessamento – non una storia complicata, infatti è il primo a dire che ciò che fa Israele erige anche uno schermo di complessità. Penso che ognuno di voi che abbia discusso in veste ufficiale o con un portavoce informale di Israele sa che il maggiore genere di rivendicazione di Israele è che la cosa è troppo complessa, voi non riuscirete mai a capire, solo Israele la capirebbe. E questa complessità della storia è costruita, perché purtroppo la storia non è affatto complessa, di gente che arriva e caccia via altra gente, è già accaduto e purtroppo accadrà ancora, e la domanda è se si possa fermare piuttosto che se si possa comprendere. Come sapete negli anni ottanta capitarono due cose, e con questo concludo. Apparve il grande articolo di Edward Said che hanno menzionato i miei colleghi, Permission to Narrate, un articolo molto importante che vi raccomando di leggere se non l’avete già fatto, che Said scrisse immediatamente dopo l’invasione israeliana del Libano, nel 1982. Dopo l’invasione del Libano del 1982, che in Israele è chiamata la Prima Guerra del Libano, l’ONU nominò una commissione d’inchiesta con a capo una persona di nome Sean McCright, un irlandese che era famoso nel mondo come l’avvocato più autorevole per i Diritti Umani, e fu nominato dall’ONU anche perché aveva effettivamente a livello internazionale la reputazione di persona integra e questo avvocato produsse un report molto incriminatorio della guerra in Libano, specialmente [delle azioni] contro i campi profughi palestinesi, report che fu completamente ignorato dalle Nazioni Unite, dai media internazionali e questo irritò molto Said. E fu così che iniziò a scrivere il suo articolo.

E la seconda cosa che successe, che lo irritò, fu che il buon amico Noam Chomsky scrisse un libro intitolato Il triangolo palestinese e concludeva il libro dicendo che, riguardo alla questione palestinese, se si guardavano realmente le cose in faccia, i palestinesi non avrebbero avuto proprio alcuna possibilità di cambiare la realtà. Non so che cosa l’abbia irritato di più, se il report di McCright o le conclusioni di Chomsky, ma scrisse l’articolo con molta rabbia, questo è evidente. E nell’articolo dice, e questo è molto importante, che non solo i palestinesi hanno il permesso di avere la loro narrazione, e che anche se l’equilibrio di potere è contro di te, non hai il potere militare, non hai il potere economico, non hai il potere diplomatico, nessuno può toglierti il potere di raccontare la tua storia.

Ma questo non è il punto principale, il punto principale è che Said ha detto a Chomsky: se i fatti sono così deprimenti devi raccontarli in modo che si possa scegliere di venirne fuori. Il ruolo della Storia non è quello di dire le cose così come sono state, la Storia racconta le storie del passato con una visione di cambiamento della realtà nel futuro. Certo, così dicendo Said entrava in conflitto con la percezione professionale accademica del lavoro della Storia in quanto imparziale, oggettiva, priva di agenda politica, e diceva: la gente non ha un’agenda politica, una posizione morale e se si ricostruisce la storia della Palestina senza alcun impegno, si finisce certo con il rappresentare dei fatti che perpetuano la realtà. Mentre le persone che scrivono assumendosi un impegno, possono anche contribuire scrivendo a produrre un cambiamento nella realtà.

Lui credeva che la penna possa a volte essere più potente dei pensieri; la maggior parte di voi è molto giovane e magari non sa che cos’è una penna, allora diciamo che una tastiera può essere più potente dei pensieri…..Ma Said da più punti di vista non era certo naïf su questo, semplicemente pensava che questa fosse una parte importante della lotta. Permettetemi di finire dicendo che oggi in Palestina, in Israele, nei Territori Occupati e all’interno della comunità palestinese Said lancia un appello al permesso di narrare, e cioè “io ho il diritto di raccontare la mia storia anche se sono occupato, anche se sono colonizzato e anche se sono rifugiato”, e ho il diritto come storico professionista di essere un attivista. Queste sono le due raccomandazioni di Said per il futuro per noi storici professionisti. Lui viene preso molto sul serio dalla società civile, ma ancora non abbastanza sul serio dalla comunità accademica, purtroppo. Quindi molte delle cose che Said avrebbe voluto veder accadere in ambito accademico – cioè che avremmo fatto lezioni sul 1948 come pulizia etnica, che avremmo fatto lezioni sulla Palestina nei nostri corsi sul colonialismo, che avremmo fatto lezioni su Gaza nei nostri corsi sul genocidio, negli studi sul genocidio – non è successo. Questo non è successo, né in Italia, né in Inghilterra, in nessun posto, quindi non sentitevi esclusi. In nessuna parte del mondo è facile cambiare il piano di studi in modo che rappresenti il tema Palestina come una conquista nella produzione accademica di conoscenza.

Ma nella società civile, che è meno inibita dalla nuova scuola di pensiero liberale, lo stanno facendo, e in Palestina potete vedere progetti di storia orale, progetti di ricostruzione di modelli dei villaggi distrutti, il racconto di storie attraverso interviste individuali o spettacoli o folclore. Il permesso di narrare è ciò che Gramsci probabilmente chiamava resistenza culturale, come prova concessa alla resistenza politica. Come sapete Gramsci diceva che se non si può fare resistenza politica, si fa una resistenza culturale nel senso che questa è il banco di prova concesso alla resistenza politica. E da più punti di vista gli Israeliani stanno iniziando a capire il progetto culturale di memoria che i giovani palestinesi hanno intrapreso non solo in Israele, ma anche in altri paesi, in Palestina e fuori dalla Palestina, e improvvisamente stanno capendo, senza comprendere appieno il perché, che si sentono spaventati da questo molto più che dai missili che Hamas lancia contro di loro da Gaza o dai missili di Hezbollah ed è per questo che hanno approvato delle leggi, di cui la più famosa è la legge sulla Nakba, hanno approvato una legge che dice che i palestinesi non hanno il permesso di fare riferimento agli eventi del 1948 come Nakba. Credo che persino George Orwell non avrebbe potuto inventare una legge di questo tipo, voglio dire che è incredibile il modo in cui lo fanno, ma lo fanno perchè percepiscono che in qualche modo la società civile palestinese, non quella accademica, ricorda il 1948 come un evento contemporaneo. Come ha detto Jamil Khader a questo proposito, è la “Al-Nabka al-Mustamirra” [“La Nakba ininterrotta”, ndt], voglio dire che non sono riusciti nonostante i fatti, nonostante abbiamo cancellato i villaggi e le foreste ora coltivate con alberi europei, nonostante il fatto che abbiano costruito le colonie, eliminando quartieri e villaggi, nonostante tutto lo smantellamento che hanno fatto e continuano a fare, non possono controllare un progetto di questo tipo, che riporta e ripete la storia di Israele in modo da dimostrargli che il loro progetto di spopolare la Palestina dei palestinesi non è riuscito.

E questo richiede un grosso sforzo ed ottimismo, lo so, ed i tempi non ci offrono una buona ragione per essere ottimisti, ma ritengo che Said, il permesso di narrare di Said, ci dimostri che qualsiasi sia l’equilibrio di potere – e nessuno può pensare uno squilibrio di potere peggiore tra i palestinesi e gli Israeliani, non me ne viene in mente uno, almeno non nella storia contemporanea –, qualunque sia lo squilibrio, un fatto resta innegabile: gli Israeliani vogliono avere una vita normale, essere accettati come una normale parte organica della Palestina – cosa che potrebbe anche diminuire la possibilità di una prevedibile terza ondata di coloni – ed essere parte del Medio Oriente, gli Israeliani vogliono questo tipo di normalità. L’unico popolo che può garantirgli questo, sfortunatamente per loro, sono i palestinesi, non gli americani, non i cinesi, non gli indiani, non gli europei. È in qualche modo assurdo, perchè i palestinesi sono le vittime principali, sono stati oppressi, colonizzati, è stata fatta una pulizia etnica nei loro confronti, ma sono l’unico popolo che può dar loro legittimità; ora certo gli Israeliani hanno sufficiente potere per fare a meno della legittimità, ma lo potete vedere nella reazione alla campagna del BDS: la delegittimazione è qualcosa con cui gran parte degli Israeliani non sarebbe in grado di coesistere per lungo tempo. E questo è qualcosa che noi dovremmo comprendere, è qualcosa che noi dovremmo utilizzare e non perdere la speranza, nonostante la discordia, lo squilibrio di potere, una comunità internazionale indifferente, nonostante tutto questo, perché ciò che è successo in quell’area del mondo non si dovrebbe mai permettere che accada, pensando positivamente alla Palestina, nonostante tutto questo o il colonialismo dei coloni è trionfante, come in caso di genocidio, o alla fine è destinato a perdere, come è successo in Algeria o in Sud Africa.

Quella è la speranza, che la Palestina nel 2055 sia insegnata in questa università come caso della possibilità di sconfitta del progetto colonialista.

Grazie!

(traduzione di Cristiana Cavagna, Luciana Galliano e Paola Merlo)

vers. orig. https://www.youtube.com/watch?v=e2Y7ZH27Tt4,video a cura di Invicta Palestina

*Il seminario “L’eredità di Edward Said in Palestina” è stato organizzato dagli studenti del Progetto Palestina e si è svolto nei giorni del 1 e 2 marzo con quattro panel con tre relatori ciascuno.

thanks to: Zeitun

Advertisements

Noam Chomsky spiega quello che si nasconde dietro la chiamata alle armi con “l’intervento umanitario”

Telesur

“Quasi ogni atto aggressivo di una grande potenza è giustificata per motivi umanitari”, afferma l’intellettuale statunitense Noam Chomsky in un’intervista esclusiva .

In un’intervista esclusiva con teleSUR, il noto attivista intellettuale e politico Noam Chomsky affronta il concetto di “intervento umanitario”, che, sostiene , viene utilizzato come pretesto per un violento attacco militare guidato dalle potenze globali, in particolare gli Stati Uniti.

“Dal punto di vista dell’aggressore è un intervento umanitario, ma non è lo stesso dal punto di vista delle vittime. Probabilmente, se avessimo i documenti di Attila l’Unno, troveremmo le stesse giustificazioni”, ha detto Chomsky.

La prima volta che il termine “intervento umanitario” è stato ampiamente discusso sia nel diritto internazionale sia nelle organizzazioni globali è stato sulla scia dell’intervento della NATO in Serbia.

Nel 1996, i gruppi secessionisti in Kosovo, sostenuti dall’esercito albanese, hanno compiuto attacchi terroristici sul territorio jugoslavo, che a loro volta hanno innescato attacchi reciproci da parte della Jugoslavia. Gli Stati Uniti e i paesi della NATO hanno usato questo come scusa per invadere e bombardare la Serbia.

Wesley Clark, il generale responsabile delle forze statunitensi e della NATO durante la guerra in Kosovo, avvertì Washington che un attacco degli Stati Uniti alla Jugoslavia avrebbe solo comportato un’escalation delle atrocità: incapace di attaccare gli Stati Uniti, la Jugoslavia sarebbe stata costretta a rivalersi sul terreno.

La NATO ha quindi lanciato l’Operazione Allied Force, il nome in codice per l’attentato alla Jugoslavia, apparentemente per prevenire ulteriori atrocità. Questo ha intensificato la risposta jugoslava e causato ancora più sofferenze, portando alla fine al processo Slobodan Milosevic in un tribunale criminale internazionale delle Nazioni Unite.

“Se si torna indietro con la mente a quella discussione … era stato un intervento umanitario perché si dovevano fermare le atrocità serbe, e questo è il modo in cui viene presentato in Occidente, al contrario si deve tacere sul fatto che quelle atrocità erano la conseguenza prevista come pretesto per l’invasione “, ha detto Chomsky.

Gli avvocati e gli analisti internazionali hanno in seguito deciso che l’invasione era “illegale ma legittima”, ha detto Chomsky: “illegale a causa di un’evidente violazione del diritto internazionale, ma legittima perché necessaria per fermare le orribili atrocità che hanno seguito l’invasione, quindi hanno semplicemente invertito il cronologia, che è ciò che viene fatto di solito … (Gli Stati Uniti) invasero per prevenire atrocità causate dall’invasione “.

La discussione su cosa sia l'”intervento umanitario” e su come quel concetto possa coesistere con la sovranità è iniziata dopo il genocidio in Ruanda e il massacro di Srebrenica, ma gli eventi in Serbia hanno portato alla conclusione di accordi internazionali.

L’Assemblea Generale U.N. ha quindi emesso una risoluzione sulla “responsabilità di proteggere”, affermando che l’azione militare non può essere intrapresa se non autorizzata dal Consiglio di sicurezza. Questo, in effetti, dà la priorità all’applicazione delle pressioni diplomatiche al fine di garantire che i governi non violino i diritti della propria gente.

Un’altra definizione legale proviene dalla Commissione internazionale per l’intervento e la sovranità statale (ICISS), guidata da Gareth Evans e Mohamed Sahnoun, e include rappresentanti di Canada, Stati Uniti, Canada, Russia, Germania, Sudafrica, Filippine, Svizzera, Guatemala e India .

La commissione ha perfezionato ulteriormente la “responsabilità di proteggere”, aggiungendo una clausola che consente ai gruppi regionali di intervenire “nel caso in cui il Consiglio di sicurezza non accetti di autorizzare l’intervento”, ma “soggetta alla successiva approvazione da parte del Consiglio di sicurezza”.

Quale gruppo regionale può intervenire? Come dice Chomsky: “Ce n’è uno: si chiama NATO, e ciò che sta dicendo è che, anche se il Consiglio di Sicurezza degli Stati Uniti non lo autorizza, la NATO è giustificata nell’intervenire”.

In altre parole, ogni volta che gli Stati Uniti o la NATO affermano che l’intervento militare è legale ai sensi del diritto internazionale con l’approvazione del Consiglio di sicurezza, ciò che in realtà significa è che è legale ai sensi del rapporto ICISS e non dell’accordo U.N. dell’Assemblea generale.

“È un bell’esempio di come la propaganda funziona in un sistema potente e ben funzionante”, afferma Chomsky.

Seguendo questo ragionamento, il bombardamento della Libia potrebbe essere considerato un “intervento umanitario” secondo il concetto di “responsabilità di proteggere”: il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha approvato una no-fly zone per la Libia e il governo di Gheddafi ha accettato una tregua, ma quando il suo esercito ha continuato verso Bengazi, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia hanno lanciato una campagna di bombardamenti.

Gli attacchi hanno distrutto la maggior parte delle infrastrutture della Libia e ucciso circa 10.000 persone, lasciando la Libia indifesa “come è oggi, nelle mani di milizie preoccupanti”.

Chomsky sostiene che tutto questo abbia permesso alle ultime milizie islamiche di emergere e oggi la Libia rappresenta l’approdo per il flusso di armi e jihadisti nel Levante e nell’Africa occidentale, “che è diventata la principale fonte di terrorismo radicale nel mondo – in gran parte una conseguenza del già ricordato intervento umanitario in Libia.”

“Guardate caso per caso e raramente potrete trovare un esempio che forse potete sostenere possa essere un intervento umanitario”, e tuttavia gli autentici casi umanitari restano “aspramente contrapposti” dagli Stati Uniti.

Iraq e Afghanistan

Chomsky sostiene che le intenzioni degli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan, tuttavia, fossero molto diverse: “Nel caso dell’Afghanistan, sospetto che fosse solo una vendetta, probabilmente come Abdul Haqq ha detto: volevano” mostrare i loro muscoli “. ‘qualcuno ci ha attaccato, mostreremo al mondo che possiamo attaccare qualcuno ancora più duramente.’ “

Questa mentalità riecheggia nel commento nucleare di Trump alla Corea del Nord di avere “un bottone più grande di te”. Come sottolinea Chomsky, non c’era “alcuno scopo strategico o strategia recondita.

L’Iraq, dice, è una storia diversa: “L’Iraq è un paese che (gli Stati Uniti) hanno voluto invadere”, a causa delle sue risorse e della sua posizione strategica nel mezzo della più grande regione petrolifera del mondo.

“Che puoi capire sui tradizionali motivi imperiali, ma sospetto che l’Afghanistan sia davvero più o meno ciò che Abdul Haqq ha detto.”

Sorgente: Noam Chomsky spiega quello che si nasconde dietro la chiamata alle armi con “l’intervento umanitario”

Noam Chomsky on the Breakdown of American Society and a World in Transition

Noam Chomsky addresses contemporary developments in both the United States and around the world and challenges prevailing views about class warfare, neoliberalism and the outcome of economic laws.

The US is facing uncertain times. While it remains the only global superpower, it is no longer able to influence events and outcomes to its liking, at least not for the most part. Frustration and worry about the risk of upcoming disasters seem to far outweigh US voters’ hopes for a more rational and just world order. Meanwhile, Noam Chomsky argues, the rise and popularity of Donald Trump is occurring due to the fact that US society is breaking down.

In this exclusive interview with Truthout, Noam Chomsky addresses contemporary developments in both the United States and around the world and challenges prevailing views about class warfare, neoliberalism as the outcome of economic laws, the role of the US as a global power, the status of emerging economies and the power of the Israel Lobby.

CJ Polychroniou: Noam, you have said that the rise of Donald Trump is largely due to the breakdown of American society. What exactly do you mean by this?

Noam Chomsky: The state-corporate programs of the past 35 or so years have had devastating effects on the majority of the population, with stagnation, decline and sharply enhanced inequality being the most direct outcomes. This has created fear and has left people feeling isolated, helpless, victims of powerful forces they can neither understand or influence. The breakdown is not caused by economic laws. They are policies, a kind of class war initiated by the rich and powerful against the working population and the poor. This is what defines the neoliberalism period, not only in the US but in Europe and elsewhere. Trump is appealing to those who sense and experience the breakdown of American society — to deep feelings of anger, fear, frustration, hopelessness, probably among sectors of the population that are seeing an increase in mortality, something unheard of apart from war.

Class warfare remains as vicious and one-sided as ever. Neoliberal governance over the last thirty years, regardless if there was a Republican or a Democratic administration in place, has intensified immensely the processes of exploitation and induced ever-larger gaps between haves and have-nots in American society. Moreover, I don’t see neoliberal class politics being on retreat in spite of the opportunities that opened up because of the last financial crisis and by having a centrist Democrat in the White House.

The business classes, which largely run the country, are highly class conscious. It is not a distortion to describe them as vulgar Marxists, with values and commitments reversed. It was not until 30 years ago that the head of the most powerful union recognized and criticized the “one-sided class war” that is relentlessly waged by the business world. It has succeeded in achieving the results you describe. However, neoliberal policies are in shambles. They have come to harm the most powerful and privileged (who only partially accepted them for themselves in the first place), so they cannot be sustained.

Neoliberal policies are in shambles. They have come to harm the most powerful and privileged, so they cannot be sustained.

It is rather striking to observe that the policies that the rich and powerful adopt for themselves are the precise opposite of those they dictate to the weak and poor. Thus, when Indonesia has a deep financial crisis, the instructions from the US Treasury Department (via the IMF) are to pay off the debt (to the West), to raise interest rates and thus slow the economy, to privatize (so that Western corporations can buy up their assets), and the rest of the neoliberal dogma. For ourselves, the policies are to forget about debt, to reduce interest rates to zero, to nationalize (but not to use the word) and to pour public funds into the pockets of the financial institutions, and so on. It is also striking that the dramatic contrast passes unnoticed, along with the fact that this conforms to the record of the economic history of the past several centuries, a primary reason for the separation of the first and third worlds.

Class politics is so far only marginally under attack. The Obama administration has avoided even minimal steps to end and reverse the attack on unions. Obama has even indirectly indicated his support for this attack, in interesting ways. It is worth recalling that his first trip to show his solidarity with working people (called “the middle class,” in US rhetoric) was to the Caterpillar plant in Illinois. He went there in defiance of pleas by church and human rights organizations because of Caterpillar’s grotesque role in the Israeli occupied territories, where it is a prime instrument in devastating the land and villages of “the wrong people.” But it seems not even to have been noticed that, adopting Reagan’s anti-labor policies, Caterpillar became the first industrial corporation in generations to break a powerful union by employing strike-breakers, in radical violation of international labor conventions. That left the US alone in the industrial world, along with apartheid South Africa, in tolerating such means of undermining workers’ rights and democracy — and now I presume the US is alone. It is hard to believe that the choice was accidental.

There is a widespread belief at least among some well-known political strategists that issues do not define American elections — even if the rhetoric is that candidates need to understand public opinion in order to woo voters — and we do know of course that media provide a wealth of false information on critical issues (take the mass media’s role before and during the launching of the Iraq war) or fail to provide any information at all (on labor issues, for example). Yet, there is strong evidence indicating that the American public cares about the great social, economic and foreign policy issues facing the country. For example, according to a research study released some years ago by the University of Minnesota, Americans ranked health care among the most important problems facing the country. We also know that the overwhelming majority of Americans are in support of unions. Or that they judged the war against terror to be a total failure. In the light of all of this, what’s the best way to understand the relation between media, politics and the public in contemporary American society?

It is well-established that electoral campaigns are designed so as to marginalize issues and focus on personalities, rhetorical style, body language, etc. And there are good reasons. Party managers read polls, and are well aware that on a host of major issues, both parties are well to the right of the population — not surprisingly; they are, after all, business parties. Polls show that a large majority of voters object, but those are the only choices offered to them in the business-managed electoral system, in which the most heavily funded candidate almost always wins.

Similarly, consumers might prefer decent mass transportation to a choice between two automobiles, but that option is not provided by advertisers — indeed, by markets. Ads on TV do not provide information about products; rather, they provide illusion and imagery. The same Public Relations firms that seek to undermine markets by ensuring that uninformed consumers will make irrational choices (contrary to abstract economic theories) seek to undermine democracy in the same way. And the managers are well aware of all of this. Leading figures in the industry have exulted in the business press that they have been marketing candidates like commodities ever since Reagan, and this is their greatest success yet, which they predict will provide a model for corporate executives and the marketing industry in the future.

The Obama administration has avoided even minimal steps to end and reverse the attack on unions.

You mentioned the Minnesota poll on health care. It is typical. For decades, polls have shown that health care is at or near the top of public concerns — not surprisingly, given the disastrous failure of the health care system, with per capita costs twice as high as comparable societies and some of the worst outcomes. Polls also consistently show that large majorities want a nationalized system, called “single payer,” rather like the existing Medicare system for the elderly, which is far more efficient than the privatized systems or the one introduced by Obama. When any of this is mentioned, which is rare, it is called “politically impossible” or “lacking political support” — meaning that the insurance and pharmaceutical industries, and others who benefit from the current system, object. We gained an interesting insight into the workings of American democracy from the fact that in 2008, unlike 2004, the Democratic candidates — first Edwards, then Clinton and Obama — came forward with proposals that at least begun to approach what the public has wanted for decades. Why? Not because of a shift in public attitudes, which have remained steady. Rather, [the] manufacturing industry has been suffering from the costly and inefficient privatized health care system, and the enormous privileges granted, by law, to the pharmaceutical industries. When a large sector of concentrated capital favors some program, it becomes “politically possible” and has “political support.” Just as revealing as the facts themselves is that they are not noticed.

Much the same is true on many other issues, domestic and international.

The US economy is facing myriad problems, although profits for the rich and corporations returned long ago to the levels they were prior to the eruption of the 2008 financial crisis. But the one single problem which most of academic and financial analysts seem to focus on as being of most critical nature is that of government debt. According to mainstream analysts, US debt is already out of control, which is why they have been arguing consistently against big economic stimulus packages to boost growth, contending that such measures will only push the US deeper into debt. What is the likely impact that a ballooning debt will have on the American economy and on international investor’s confidence in the event of a new financial crisis?

No one really knows. Debt has been far higher in the past, particularly after World War II. But that was overcome thanks to the remarkable economic growth under the wartime semi-command economy. So we know that if government stimulus spurs sustained economic growth, the debt can be controlled. And there are other devices, such as inflation. But the rest is very much guesswork. The main funders — primarily China, Japan, oil producers — might decide to shift their funds elsewhere for higher profits. But there are few signs of such developments, and they are not too likely. The funders have a stake in sustaining the US considerable economy for their own exports. There is no way to make confident predictions, but it seems clear that the entire world is in a tenuous situation, to say the least.

You seem to believe, in contrast to so many others, that the US remains a global economic, political and of course military superpower even after the latest crisis — and I do have the same impression, as well, as the rest of the world economies are not only not in any shape to challenge America’s hegemony but are looking toward the US as a savior of the global economy. What do you see as the competitive advantages that US capitalism has over the EU economy and the newly emerging economies in Asia?

The 2007-08 financial crisis in large measure originated in the US, but its major competitors — Europe and Japan — ended up suffering more severely, and the US remained the choice location for investors who are looking for security in a time of crisis. The advantages of the US are substantial. It has extensive internal resources. It is unified, an important fact. Until the civil war in the 1860s, the phrase “United States” was plural (as it still is in European languages). But since then the phrase has been singular, in standard English. Policies designed in Washington by state power and concentrated capital apply to the whole country. That is far harder in Europe. A couple of years after the eruption of the latest global financial crisis, the European Commission task force issued a report saying that “Europe needs new bodies to monitor systemic risk and co-ordinate oversight of financial institutions across the region’s patchwork of supervision,” though the task force, headed then by a former French central banker, “stopped well short of suggesting a single European watchdog” — which the US can have any time it wants. For Europe, it would be “an almost impossible mission,” the task force leader said. [Several] analysts, including the Financial Times, have described such a goal as politically impossible, “a step too far for many member states reluctant to cede authority in this area.” There are many other advantages to unity. Some of the harmful effects of European inability to coordinate reactions to the crisis have been widely discussed by European economists.

When a large sector of concentrated capital favors some program, it becomes “politically possible” and has “political support.”

The historical roots of these differences between Europe and the US are familiar. Centuries of … conflict imposed a nation-state system in Europe, and the experience of World War II convinced Europeans that they must abandon their traditional sport of slaughtering one another, because the next try would be the last. So we have what political scientists like to call “a democratic peace,” though it is far from clear that democracy has much to do with it. In contrast, the US is a settler-colonial state, which [murdered] the indigenous population and consigned the remnants to “reservations,” while conquering half of Mexico, then expanding beyond. Far more than in Europe, the rich internal diversity was destroyed. The civil war cemented central authority, and uniformity in other domains as well: national language, cultural patterns, huge state-corporate social engineering projects such as the suburbanization of the society, massive central subsidy of advanced industry by research and development, procurement and other devices, and much else.

The new emerging economies in Asia have incredible internal problems, unknown in the West. We know more about India than China, because it is a more open society. There are reasons why it ranks 130th in the Human Development Index (about where it was before the partial neoliberal reforms); China ranks 90th, and the rank could be worse if more were known about it. That only scratches the surface. In the 18th century, China and India were the commercial and industrial centers of the world, with sophisticated market systems, advanced health levels by comparative standards, and so on. But imperial conquest and economic policies (state intervention for the rich, free markets rammed down the throats of the poor) left them in miserable conditions. It is notable that the one country of the [global] South that developed was Japan, the one country that was not colonized. The correlation is not accidental.

Is the US still dictating IMF policies?

It’s opaque, but my understanding is that IMF’s economists are supposed to be, maybe are, somewhat independent of the political people. In the case of Greece, and austerity generally, the economists have come out with some strongly critical papers in the Brussels programs, but the political people seem to be ignoring them.

On the foreign policy front, the “war on terror” seems to be a never ending enterprise and, as with the Hydra monster, a new head pops when one is cut off. Can massive interventions of force wipe out terrorist organizations like ISIS?

Upon taking office, Obama expanded intervention forces and stepped up the wars in Afghanistan and Pakistan, just as he had promised he would do. There were peaceful options, some recommended right in the mainstream: in Foreign Affairs, for example. But these did not fall under consideration. Afghan president Hamid Karzai’s first message to Obama, which went unanswered, was a request to stop bombing civilians. Karzai also informed a UN delegation that he wanted a timetable for withdrawal of foreign (meaning US) troops. Immediately he fell out of favor in Washington, and accordingly shifted from a media favorite to “unreliable,” “corrupt,” etc. — which was no more true than when he was feted as our “our man” in Kabul. Obama sent many more troops and stepped up bombing on both sides of the Afghan-Pakistan border — the Durand line, an artificial border established by the British, which cuts the Pashtun areas in two and which the people have never accepted. Afghanistan in the past often pressed for obliterating it.

The entire world is in a tenuous situation, to say the least.

That is the central component of the “war on terror.” It was certain to stimulate terror, just as the invasion of Iraq did, and as resort to force does quite generally. Force can succeed. The existence of the US is one illustration. The Russians in Chechnya is another. But it has to be overwhelming, and there are probably too many tentacles to wipe out the terrorist monster that was largely created by Reagan and his associates, since nurtured by others. ISIS is the latest one, and a far more brutal organization than al-Qaeda. It is also different in the sense that it has territorial claims. It can be wiped out through massive employment of troops on the ground, but that won’t end the emergence of similar-minded organizations. Violence begets violence.

US relations with China have gone through different phases over the past few decades, and it is hard to get a handle on where things stand today. Do you anticipate future US-Sino relations to improve or deteriorate?

The US has a love-hate relation with China. China’s abysmal wages, working conditions, and lack of environmental constraints are a great boon to US and other Western manufacturers who transfer operations there, and to the huge retail industry, which can obtain cheap goods. And the US now relies on China, Japan and others to sustain its own economy. But China poses problems as well. It does not intimidate easily… When the US shakes its fist at Europe and tells Europeans to stop doing business with Iran, they mostly comply. China doesn’t pay much attention. That’s frightening. There is a long history of conjuring up imaginary Chinese threats. It continues.

Do you see China being in a position any time soon to pose a threat to US global interests?

Among the great powers, China has been the most reserved in use of force, even military preparations. So much so that leading US strategic analysts (John Steinbrunner and Nancy Gallagher, writing in the journal of the ultra-respectable American Academy of Arts and Sciences) called on China some years ago to lead a coalition of peace-loving nations to confront the US aggressive militarism that they think is leading to “ultimate doom.” There is little indication of any significant change in that respect. But China does not follow orders, and is taking steps to gain access to energy and other resources around the world. That constitutes a threat.

Indian-Pakistani relations pose clearly a major challenge in US foreign policy. Is this a situation the US can actually have under control?

To a limited extent. And the situation is highly volatile. There is constant ongoing violence in Kashmir — state terror by India, Pakistan-based terrorists. And much more, as the recent Mumbai bombings revealed. There are also possible ways to reduce tensions. One is a planned pipeline to India through Pakistan from Iran, the natural source of energy for India. Presumably, Washington’s decision to undermine the Nonproliferation treaty by granting India access to nuclear technology was in part motivated by the hope of undercutting this option, and bringing India to join in Washington’s campaign against Iran. It also may be a related issue in Afghanistan, where there has long been discussion of a pipeline (TAPI) from Turkmenistan through Afghanistan to Pakistan and then India. It is probably not a very live issue, but quite possibly is in the background. The “great game” of the 19th century is alive and well.

In many circles, there is a widespread impression that the Israel lobby calls the shots in US foreign policy in the Middle East. Is the power of the Israel lobby so strong that it can have sway over a superpower?

My friend Gilbert Achcar, a noted specialist on the Middle East and international affairs generally, describes that idea as “phantasmagoric.” Rightly. It is not the lobby that intimidates US high tech industry to expand its investments in Israel, or that twists the arm of the US government so that it will pre-position supplies there for later US military operations and intensify close military and intelligence relations.

When the lobby’s goals conform to perceived US strategic and economic interests, it generally gets its way: crushing of Palestinians, for example, a matter of little concern to US state-corporate power. When goals diverge, as often happens, the Lobby quickly disappears, knowing better than to confront authentic power.

I agree totally with your analysis, but I think you would also agree that the Israel lobby is influential enough, and beyond whatever economic and political leverage it carries, that criticisms of Israel still cause hysterical reactions in the US — and you certainly have been a target of right-wing Zionists for many years. To what do we attribute this intangible influence on the part of the Israel lobby over American public opinion?

That is all true, though much less so than in recent years. It is not really power over public opinion. In numbers, by far the largest support for Israeli actions is independent of the lobby: Christian religious fundamentalist. British and American Zionism preceded the Zionist movement, based on providentialist interpretations of Biblical prophecies. The population at large supports the two-state settlement, doubtless unaware that the US has been unilaterally blocking it. Among educated sectors, including Jewish intellectuals, there was little interest in Israel before its great military victory in 1967, which really established the US-Israeli alliance. That led to a major love affair with Israel on the part of the educated classes. Israel’s military prowess and the US-Israel alliance provided an irresistible temptation to combine support for Washington with worship of power and humanitarian pretexts… But to put it in perspective, reactions to criticism of US crimes are at least as severe, often more so. If I count up the death threats I have received over the years, or the diatribes in journals of opinion, Israel is far from the leading factor. The phenomenon is by no means restricted to the US. Despite much self-delusion, Western Europe is not very different — though, of course, it is more open to criticism of US actions. The crimes of others usually tend to be welcome, offering opportunities to posture about one’s profound moral commitments.

Under Erdogan, Turkey has been in a process of unfolding a new-Ottoman strategy towards the Middle East and Central Asia. Is the unfolding of this grand strategy taking place with the collaboration or the opposition of the United States?

Turkey of course has been a very significant US ally, so much so that under Clinton it became the leading recipient of US arms (after Israel and Egypt, in a separate category). Clinton poured arms into Turkey to help it carry out a vast campaign of murder, destruction, and terror against its Kurdish minority. Turkey has also been a major ally of Israel since 1958, part of a general alliance of non-Arab states, under the US aegis, with the task of ensuring control over the world’s major energy sources by protecting the ruling dictators against what is called “radical nationalism” — a euphemism for the populations. US-Turkish relations have sometimes been strained. That was particularly true in the build-up to the US invasion of Iraq, when the Turkish government, bowing to the will of 95% of the population, refused to join. That caused fury in the US. Paul Wolfowitz was dispatched to order the disobedient government to mend its evil ways, to apologize to the US and to recognize that its duty is to help the US. These well-publicized events in no way undermined Wolfowitz’s reputation in the liberal media as the “idealist-in-chief” of the Bush administration, utterly dedicated to promoting democracy. Relations are somewhat tense today too, though the alliance is in place. Turkey has quite natural potential relations with Iran and Central Asia and might be inclined to pursue them, perhaps raising tensions with Washington again. But it does not look too likely right now.

On the western front, are plans for the eastward expansion of NATO, which go back to the era of Bill Clinton, still in place?

One of Clinton’s major crimes in my opinion — and there were many — was to expand NATO to the East, in violation of a firm pledge to Gorbachev by his predecessors after Gorbachev made the astonishing concession to allow a united German to join a hostile military alliance. These very serious provocations were carried forward by Bush, along with a posture of aggressive militarism which, as predicted, elicited strong reactions from Russia. But American redlines are already placed on Russia’s borders.

What are your views about the EU? It is still largely a trailblazer for neoliberalism and hardly a bulwark for US aggression. But do you see any signs that it can emerge at some point as a constructive, influential actor on the world stage?

It could. That is a decision for Europeans to make. Some have favored taking an independent stance, notably De Gaulle. But by and large European elites have preferred passivity, following pretty much in Washington’s footsteps.

Copyright, Truthout. May not be reprinted without permission.

C.J. Polychroniou

C.J. Polychroniou is a political economist/political scientist who has taught and worked in universities and research centers in Europe and the United States. His main research interests are in European economic integration, globalization, the political economy of the United States and the deconstruction of neoliberalism’s politico-economic project. He is a regular contributor to Truthout as well as a member of Truthout’s Public Intellectual Project. He has published several books and his articles have appeared in a variety of journals, magazines, newspapers and popular news websites. Many of his publications have been translated into several foreign languages, including Croatian, French, Greek, Italian, Portuguese, Spanish and Turkish.

Sorgente: Noam Chomsky on the Breakdown of American Society and a World in Transition

The Legacy of the Obama Administration: An Interview With Noam Chomsky

President Barack Obama delivers remarks at Concord Community High School in Elkhart, Indiana, June 1, 2016. (Zach Gibson / The New York Times)President Obama delivers remarks at Concord Community High School in Elkhart, Indiana, June 1, 2016. (Zach Gibson / The New York Times)

 

Anyone looking attentively at contemporary developments in the United States will surely notice that the country is undergoing a profound crisis of purpose and institutional legitimacy under a neoliberal regime in overdrive. And this is occurring less than eight years after the election of Barack Obama, whose political campaign raised hopes for a shift away from the neoconservative fallacies and imperial crimes that characterized the administration of George W. Bush.

Welcome to the future of the past. The United States is a nation in disarray whose economic and political elite are still trying to recapture and reproduce the Gilded Age at a time when the overwhelming majority of citizens are experiencing a sharp decline in their standard of living and an increase in large-scale economic insecurity, coupled with sharply diminishing social services, a collapsing infrastructure and loss of hope in the future. Hence the explanation for the rise of political charlatans like Donald Trump, a man who aspires to become president without even pretending to have what may be loosely described as a coherent ideology (which is why the popular version among certain segments of the US progressive movement that Donald Trump is a “fascist” is a crude joke). Hence, also, the appearance on the national political stage of Bernie Sanders, whose message about the need for a more democratic United States resonates extremely well with young people, many of whom fear that, given the current conditions, their future will involve massive unemployment and economic insecurity.

Be that as it may, it seems beyond reasonable doubt at this point that the November election will be between a Republican candidate who believes that the rich deserve to get richer off the brutal exploitation of the working class and a Democrat who has fully embraced neoconservatism on foreign policy issues and is in bed with the Wall Street wolves. In this respect, Hillary Clinton hardly offers a meaningful alternative to Donald Trump, whose incoherent mumblings have scared even the Republican establishment to the point that his opponent can count on measurable support, both in terms of money and votes, from traditional conservatives and many neoconservatives.

With the November election still several months away, it would be instructive to reflect on the state of the country and the world under the Obama administration as the past always shapes and conditions the present. Noam Chomsky, one of the US’ premier dissidents, social critics and intellectuals for more than half a century, was among a handful of souls who never “bought” the promotion of Barack Obama as a real reformer, let alone a sincere progressive. In this exclusive interview with Truthout, Chomsky lays bare the reasons why Obama’s election did not lead to any significant changes in the realms of foreign and economic policy making, although it did represent some kind of progress after eight grim years of neoconservative rule under a messianic administration.

CJ Polychroniou: Barack Obama was elected in 2008 as president of the United States in a wave of optimism, but at a time when the country was in the full grip of the financial crisis brought about, according to Obama himself, by “the reckless behavior of a lot of financial institutions around the world” and “the folks on Wall Street.” Obama’s rise to power has been well documented, including the funding of his Illinois political career by the well-known Chicago real estate developer and power peddler Tony Rezko, but the legacy of his presidency has yet to be written. First, in your view, did Obama rescue the US economy from a meltdown, and, second, did he initiate policies to ensure that “reckless financial behavior” would be kept at bay?

Noam Chomsky: On the first question, the matter is debated. Some economists argue that the bank rescues were not necessary to avoid a serious depression, and that the system would have recovered, probably with some of the big banks broken up. Dean Baker for one. I don’t trust my own judgment enough to take a strong position.

On the second question, Dodd-Frank takes some steps forward — making the system more transparent, greater reserve requirements, etc. — but congressional intervention has cut back some of the regulation, for example, of derivative transactions, leading to strong protests [of] Frank. Some commentators, Matt Taibbi for one, have argued that [the] Wall Street-Congress conniving undermined much of the force of the reform from the start.

What do you think were the real factors behind the 2008 financial crisis?

The immediate cause of the crisis was the housing bubble, based substantially on very risky subprime mortgage loans along with exotic financial instruments devised to distribute risk, reaching such complexity that few understand who owes what to whom. The more fundamental reasons have to do with basic market inefficiencies. If you and I agree on some transaction (say, you sell me a car), we may make a good bargain for ourselves, but we do not take into account the effect on others (pollution, traffic congestion, increase in price of gas, etc.). These “externalities,” so called, can be very large. In the case of financial institutions, the effect is to underprice risk by ignoring “systemic risk.” Thus if Goldman Sachs lends money, it will, if well-managed, take into account the potential risk to itself if the borrower cannot pay, but not the risk to the financial system as a whole. The result is that risk is underpriced. There is too much risk for a sound economy. That can, in principle, be controlled by sound regulation, but financialization of the economy has been accompanied by deregulation mania, based on theological notions of “efficient markets” and “rational choice.” Interestingly enough, several of the people who had primary responsibility for these destructive policies were chosen as Obama’s leading economic policy advisers (Robert Rubin, Larry Summers, Tim Geithner and others) during his first term in the White House. Alan Greenspan, the great hero of a few years ago, eventually conceded quietly that he did not understand how markets work — which is quite remarkable.

There are also other devices that lead to underpricing risk. Government rules on corporate governance provide perverse incentives: CEOs are highly rewarded for taking short-term risks, and can leave the ruins to someone else, floating away on their “golden parachutes,” when collapse comes. And there is much more.

Didn’t the 2008 financial crisis reveal once again that capitalism is a parasitic system?

It is worth bearing in mind that “really existing capitalism” is remote from capitalism — at least in the rich and powerful countries. Thus in the US, the advanced economy relies crucially on the dynamic state sector to socialize cost and risk while privatizing eventual profit — and “eventual” can be a long time: In the case of the core of the modern high-tech economy, computers and the internet, it was decades. There is much more mythology that has to be dismantled if the questions are to be seriously posed.

Existing state-capitalist economies are indeed “parasitic” on the public, in the manner indicated, and others: bailouts (which are very common, in the industrial system as well), highly protectionist “trade” measures that guarantee monopoly pricing rights to state-subsidized corporations, and many other devices.

During his first term as president, you admitted that Obama faced an exceptionally hostile crowd in Capitol Hill, which of course remained hostile throughout his two terms. Be that as it may, was Obama ever a real reformer or was he more of a public manipulator who used popular political rhetoric to sideline the progressive mood of the country in an era of great inequality and mass discontent over the future of the USA?

Obama had congressional support for his first two years in office, the time when most presidential initiatives are introduced. I never saw any indication that he intended substantive progressive steps. I wrote about him before the 2008 primaries, relying on the webpage in which he presented himself as a candidate. I was singularly unimpressed, to put it very mildly. Actually, I was shocked, for the reasons I discussed.

Consider what Obama and his supporters regard as his signature achievement, the Affordable Care Act. At first, a public option (effectively, national health care) was dangled. It had almost two-thirds popular support. It was dropped without apparent consideration. The outlandish legislation barring the government from negotiating drug prices was opposed by some 85 percent of the population, but was kept with little discussion. The Act is an improvement on the existing international scandal, but not by much, and with fundamental flaws.

Consider nuclear weapons. Obama had some nice things to say — nice enough to win the Nobel Peace Prize. There has been some progress, but it has been slight and current moves are in the wrong direction.

In general: much smooth rhetoric, some positive steps, some regression, overall not a very impressive record. That seems to me a fair assessment, even putting aside the quite extraordinary stance of the Republican party, which made it clear right after Obama’s election that they were, substantially, a one-issue party: prevent the president from doing anything, no matter what happens to the country and the world. It is difficult to find analogues among industrial democracies. Small wonder that the most respected conservative political analysts (such as Thomas Mann or Norman Ornstein of the conservative American Enterprise Institute) refer to the party as a “radical insurgency” that has abandoned normal parliamentary politics.

In the foreign policy realm, Obama claimed to strive for a new era in the US, away from the militarism of his predecessor and towards respect for international law and active diplomacy. How would you judge US foreign and military strategy under the Obama administration?

He has been more reluctant to engage troops on the ground than some of his predecessors and advisers, and instead has rapidly escalated special operations and his global assassination (drone) campaign, a moral disaster and arguably illegal as well [on the latter matter, see Mary Ellen O’Connell, American Journal of International Law volume 109, 2015, 889f]. On other fronts, it is a mixed story. Obama has continued to bar a nuclear weapons-free (technically, WMD-free) zone in the Middle East, evidently motivated by the need to protect Israeli nuclear weapons from scrutiny. By so doing, he is endangering the Nonproliferation Treaty, the most important disarmament treaty, which is contingent on establishing such a zone. He is dangerously escalating tensions along the Russian border, extending earlier policies. His trillion-dollar program for modernizing the nuclear weapons system is the opposite of what should be done. The investor-rights agreements (called “free trade agreements”) are likely to be generally harmful to populations, [and] beneficial to the corporate sector. Sensibly, he bowed to strong hemispheric pressures and took steps towards normalization of relations with Cuba. These and other moves amount to a mixed story, ranging from criminal to moderate improvement.

Looking at the state of the US economy, one can easily argue that the effects of the financial crisis of 2007-08 are not only still around, but that we have in place a set of policies which continue to suppress the standard of living for the working population and produce immense economic insecurity. Is this because of neoliberalism and the peculiarities of the nature of the US economy, or are there global and systemic forces at play such as the free movement of capital, automation and the end of industrialization?

The neoliberal assault on the population remains intact, though less so in the US than in Europe. Automation is not a major factor, and industrialization isn’t ending, just being off-shored. Financialization has of course exploded during the neoliberal period, and the general policies, pretty much global in character, are designed to enhance private and corporate power. That sets off a vicious cycle in which concentration of wealth leads to concentration of political power, which in turn yields legislation and administrative practices that carry the process forward. There are countervailing forces, and they might become more powerful. The potential is there, as we can see from the Sanders campaign and even the Trump campaign, if the white working class to which Trump appeals can become organized to focus on their real interests instead of being in thrall to their class enemy.

To the extent that Trump’s programs are coherent, they fall into the same general category of those of Paul Ryan, who has granted us the kindness of spelling them out: increase spending on the military (already more than half of discretionary spending and almost as much as the rest of the world combined), and cut back taxes, mainly on the rich, with no new revenue sources. In brief, nothing much is left for any government program that might be of benefit to the general population and the world. Trump produces so many arbitrary and often self-contradictory pronouncements that it isn’t easy to attribute to him a program, but he regularly keeps within this range — which, incidentally, means that his claims about supporting Social Security and Medicare are worthless.

Since the white working class cannot be mobilized to support the class enemy on the basis of their actual programs, the “radical insurgency” called “the Republican Party” appeals to its constituency on what are called “social-cultural issues”: religion, fear, racism, nationalism. The appeals are facilitated by the abandonment of the white working class by the Democratic Party, which offers them very little but “more of the same”…. It is then facile for the liberal professional classes to accuse the white working class of racism and other such sins, though a closer look often reveals that the manifestations of [this] deep-rooted sickness of the society are simply taking different forms among various sectors.

Obama’s charisma and undoubtedly unique rhetorical skills were critical elements in his struggle to rise to power, while Donald Trump is an extrovert who seeks to project the image of a powerful personality who knows how to get things done even if he relies on the use of banalities to create the image he was to create about himself as a future leader of a country. Do personalities really matter in politics, especially in our own era?

I am very much down on charismatic leaders, and as for strong ones, [it] depends on what they are working for. The best, in our own kind of societies, I think, are the FDR types, who react to, are sympathetic to and encourage popular movements for significant reform. Sometimes, at least.

And politicians to be elected to a national office have to be pretty good actors, right?

Electoral campaigns, especially in the US, are being run by the advertising industry. The 2008 political campaign of Barack Obama was voted by the advertising industry as the best marketing campaign of the year.

Obama’s last State of the Union address had all the rhetoric of someone running for president, not someone who has been in office for more than seven years. What do you make of this — Obama’s vision of how the country should be and function eight to 10 years from now?

He spoke as if he had not been elected eight years ago. Obama had plenty of opportunities to change the course of the country. Even his “signature” achievement, the reform of the health care system, is a watered-down version, as I pointed out earlier. Despite the huge propaganda assault denouncing government involvement in health care, and the extremely limited articulate response, a majority of the population (and a huge majority of Democrats) still favor national health care, Obama didn’t even try, even when he had congressional support.

You have argued that nuclear weapons and climate change represent the two biggest threats facing humankind. In your view, is climate change a direct effect of capitalism, the view taken by someone like Naomi Klein, or related to humanity and progress in general, a view embraced by the British philosopher John Gray?

Geologists divide planetary history into eras. The Pleistocene lasted millions of years, followed by the Holocene, which began at about the time of the agricultural revolution 10,000 years ago and recently the Anthropocene, corresponding to the era of industrialization. What we call “capitalism,” in practice various varieties of state-capitalism, tends in part to keep to market principles that ignore non-market factors in transactions: so-called externalities, the cost to Tom if Bill and Harry make a transaction. That is always a serious problem, like systemic risk in the financial system, in which case the taxpayer is called upon to patch up the “market failures.” Another externality is destruction of the environment — but in this case the taxpayer cannot step in to restore the system. It’s not a matter of “humanity and progress,” but rather of a particular form of social and economic development, which need not be specifically capitalist; the authoritarian Russian statist (not socialist) system was even worse. There are important steps that can be taken within existing systems (carbon tax, alternative energy, conservation, etc.), and they should be pursued as much as possible, along with efforts to reconstruct society and culture to serve human needs rather than power and profit.

What do you think of certain geoengineering undertakings to clean up the environment, such as the use of carbon negative technologies to suck carbon from the air?

These undertakings have to be evaluated with great care, paying attention to issues ranging from narrowly technical ones to large-scale societal and environmental impacts that could be quite complex and poorly understood. Sucking carbon from the air is done all the time — planting forests — and can presumably be carried considerably further to good effect, but I don’t have the special knowledge required to provide definite answers. Other more exotic proposals have to be considered on their own merits — and with due caution.

Some major oil-producing countries, such as Saudi Arabia, are in the process of diversifying their economies, apparently fully aware of the fact that the fossil fuel era will soon be over. In the light of this development, wouldn’t US foreign policy toward the Middle East take a radically new turn once oil has ceased being the previous commodity that it has been up to now?

Saudi Arabian leaders are talking about this much too late. These plans should have been undertaken seriously decades ago. Saudi Arabia and the Gulf states may become uninhabitable in the not-very-distant future if current tendencies persist. In the bitterest of ironies, they have been surviving on the poison they produce that will destroy them — a comment that holds for all of us, even if less directly. How serious the plans are is not very clear. There are many skeptics. One Twitter comment is that they split the electricity ministry and the water ministries for fear of electrocution. That captures much of the general sentiment. It would be good to be surprised.


thanks to: C.J. Polychroniou

truthout

Chomsky: così i gruppi mediatici insediano al potere chi vogliono. Il caso Argentina

Chomsky: così i gruppi mediatici insediano al potere chi vogliono. Il caso Argentina

La strategia della distrazione

L’elemento primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione, consiste nel distogliere l’attenzione  del pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti determinati dalle élites politiche ed economiche, mediante la tecnica del diluvio o inondazione continua di distrazioni o informazioni insignificanti. La strategia della distrazione è indispensabile per impedire al pubblico di interessarsi alle conoscenze essenziali, nel campo della scienza, dell’economia, della psicologia, la neurobiologia e la cibernetica. «Mantenere l’attenzione del pubblico distante, lontana dai veri problemi sociali e rapita da questioni senza reale importanza. Mantenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza tempo per pensare.  (citazione dal testo ‘Armi silenziose per guerre tranquille’)».

Creare problemi e dopo offrire soluzioni

Questo metodo è anche chiamato ‘problema-reazione-soluzione’. Si crea un problema, una ‘situazione’ programmata per causare una reazione nel pubblico, in modo che corrisponda alla principale delle misure che si desidera far accettare. Per esempio: lasciare che la violenza urbana si intensifichi, oppure organizzare attentati sanguinosi, in modo che le persone richiedano leggi e politiche securitarie a scapito della libertà. Altro esempio: creare una crisi economica per fare accettare come un male necessario la cancellazione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.

Strategia di attuazione graduale

Per rendere accettabile una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, poco a poco, per anni consecutivi. In questo modo sono state imposte, durante le decadi 80′ e 90′, misure socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo). Stato ridotto ai minimi termini, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantiscono un reddito dignitoso. Così tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati attuati tutti insieme.

La strategia di differire

Un altro modo di far accettare una decisione impopolare è presentarla come ‘dolorosa e necessaria’, ottenendo l’accettazione pubblica, in quel momento, in vista della futura applicazione. É più facile accettare un sacrificio futuro che uno immediato. In primo luogo perché lo sforzo non è fatto al momento. Poi, perché la massa, ha sempre la tendenza a sperare in forma ingenua che «tutto andrà meglio domani» e che il sacrificio potrà essere evitato. Questo dà più tempo al pubblico per abituarsi all’idea del cambiamento e accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento.

Rivolgersi al pubblico in forma infantile

La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico utilizza discorsi, argomenti, personaggi e intonazioni particolarmente infantili, come se lo spettatore fosse un bambino o un disabile mentale.

Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, più si tenderà ad adottare un tono infantile. Perché? «Se ci si rivolge a una persona come se avesse 12 anni o meno, in ragione della suggestionabilità, questa persona tenderà, con una certa probabilità, a una risposta o reazione priva di senso critico come se fosse una persona di 12 o meno». (vedi ‘Armi silenziose per guerre tranquille’).

Utilizzare l’aspetto emozionale piuttosto che la riflessione

Sfruttate l’aspetto emozionale è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un’analisi razionale, ed infine al senso critico degli individui. Inoltre, l’uso del registro emozionale permette di aprire la porta d’accesso all’inconscio per l’impianto o l’innesto di idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o indurre comportamenti…

Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità

Rendere il pubblico incapace di comprendere le tecnologie e i metodi utilizzati per il suo controllo e riduzione in schiavitù. «La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e quelle superiori sia impossibile da colmare per le classi inferiori». (vedi ‘Armi silenziose per guerre tranquille’).

Stimolare il pubblico a essere indulgente con la mediocrità

Incoraggiare il pubblico a credere che sia di moda il fatto di essere stupidi, volgari e ignoranti…

Rafforzare il senso di colpa

Far credere all’individuo che è solamente lui il colpevole della propria disgrazia, causata da insufficiente intelligenza, capacità o sforzi. Così, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si svaluta e si incolpa, circostanza che genera uno stato depressivo, di cui un effetto è quello di inibire la sua azione. E, senza azione, non c’è rivoluzione!

Conoscere gli individui alla perfezione

Negli ultimi 50 anni, i progressi della scienza hanno generato un divario crescente tra le conoscenze del pubblico e quelle competenze possedute e utilizzate dalle élites dominanti. Grazie alla biologia, la neurobiologia e la psicologia applicata, il ‘sistema’ ha goduto di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia fisicamente che psicologicamente. Il è riuscito a conoscere gli individui meglio di essi stessi. Questo significa che, nella maggioranza dei casi, il sistema esercita un grande controllo e maggior potere sugli individui, maggiore di quello degli individui su essi stessi.

(Traduzione dallo spagnolo per l’AntiDiplomatico di Fabrizio Verde)

Fonte: paginapopular.net

Noam Chomsky: If Trump Wins, 5 Reasons Why the ‘Human Species Is in Very Deep Trouble’

Chomsky warns of the sytematic threat Trump would pose, from human rights to the environment.

The first question we have to ask ourselves regarding a Trump presidency is if Trump means what he’s saying. “Trump says all sorts of things,” Noam Chomsky reminded us. “Some of them make sense; Some of them are crazy. But the U.S. is an extremely powerful state [and] if Trump means what he’s saying, the human species is in very deep trouble.”

Here are his top five reasons why.

1. Global warming would continue to affect vulnerable areas.

Global warming is a hugely significant phenomenon; the effects of global warming are extremely severe. The Republican Party, Trump in particular, will block measures to stop production from coal plants. Trump simply says, ‘It’s not happening.’ That’s quite apart from other policies he’s advocating,” Chomsky explained.

2. Torture would increase. 

“Trump said, ‘Fine, let’s torture people,'” Chomsky said. “In fact, the kind of torture that’s outlawed by international law and became international scandal—waterboarding—he said ‘that’s the least of it, let’s do more.'”

3. Refugees would be disregarded as an external problem. 

Trump had a radical response to the Paris attacks last year. “‘Let’s keep all Muslims out of the country’ [Trump said], Let’s build a wall, or rather let’s get Mexico to build a wall to prevent people from fleeing into the United States,” Chomsky reminded us. “Now, where are they fleeing from?  Mostly from Central America where they’re fleeing from the results of our policies.”

4. Race relations would plummet. 

“The people flocking to Trump’s banner are the people for whom the death rate is actually increasing,” Chomsky notes. “They have seen themselves as having their lives taken away from them, their dignity taken away, the possibilities for the future taken away. That has happened before in the past and the outcomes were not pretty.”

5. World war would be ever looming. “American-run polls show that the U.S is the greatest threat to world peace by a large margin. Right now the spectacle of the Republican primary is frightening people around  the world, justifiably.”

It’s hard to know what to expect under a Trump presidency, but as Chomsky said, “to have somebody who’s kind of a wild man with his finger on the button that could destroy the world or make decisions with enormous influence is an extremely frightening prospect.”

 

 

Sorgente: Noam Chomsky: If Trump Wins, 5 Reasons Why the ‘Human Species Is in Very Deep Trouble’ | Alternet

Noam Chomsky: We Owe the Rise of Trump to Fear and the ‘Breakdown of Society’

Leading GOP candidate is taking advantage of America’s fears.

Noam Chomsky, 87, is without a doubt the most significant academic figure to cast a highly critical eye on U.S. foreign policies. The 2016 U.S. presidential primaries are in motion and with democratic socialist Bernie Sanders challenging Hillary Clinton for the Democratic presidential nomination, it may be prudent for valued thinkers like Chomsky to turn that eye in on American soil and the inner gears of its political machine.

Aaron Williams: Many people now get their daily news via the news feed on their social media accounts. Unfortunately, these articles are sometimes posted by publications with a particular political leaning and use misleading or misinforming titles that paint their side more favorably. Fortunately, there are many who see past the headline and leave critical feedback.

Noam Chomsky: Furthermore, social media tend to be quite superficial. And they appear to encourage what some young people call “skim reading.”

Williams: How important do you think social media has become these days for making an informed public and how much of an impact do you think it can have on grassroots movements?

Chomsky: They are useful for organizing, but as information sources they do not begin to compare with print media, in my opinion. Nor do TV or radio.

Williams: Bernie Sanders has been quite outspoken about breaking up banks that are “too big to fail.” Rolling Stone recently published an article that speculated on the idea ultimately doing more harm than voters may realize, with corporate bank spinoffs making much more money than they would before a breakup, with some people being driven out of banking to form much less regulated hedge funds. What is your opinion on this? Do you think banks that are “too big” should be broken up?

Chomsky: The consequences should be carefully explored. I haven’t done so.

Williams: What are your opinions on the surprising progress of Donald Trump? Could it be explained by a climate of fear?

Chomsky: Fear, along with the breakdown of society during the neoliberal period. People feel isolated, helpless, victim of powerful forces that they do not understand and cannot influence. It’s interesting to compare the situation in the ‘30s, which I’m old enough to remember. Objectively, poverty and suffering were far greater. But even among poor working people and the unemployed, there was a sense of hope that is lacking now, in large part because of the growth of a militant labor movement and also the existence of political organizations outside the mainstream.

Williams: With like outspoken socialists Bernie Sanders and UK Labour Party leader Jeremy Corbyn’s current successes, is this a new political age and is this a direct result of austerity?

Chomsky: Sanders, in my opinion, is an honest and decent New Deal Democrat. Corbyn expresses stands of traditional Labour. The fact that they are regarded as “extreme” is a comment on the shift to the right of the whole political spectrum during the neoliberal period.

Williams:Who do you see becoming the next U.S. president?

Chomsky: I can express hopes and fears, but not predictions.

 

 

Sorgente: Noam Chomsky: We Owe the Rise of Trump to Fear and the ‘Breakdown of Society’ | Alternet

Chomsky on Refugee Crisis: Europe Refuses to Address ‘Western Crimes’

Noam Chomsky accuses American Sniper of being propaganda.

The refugee crisis in Europe has led to a resurgence of the far right. Speaking to Truthout, Noam Chomsky explains the underlying causes of the crisis and the future of European multiculturalism.

In looking at what caused millions of people to flee Africa and the Middle East over the past several years, the world-renowned linguist points to Western intervention in Iraq and the overthrow of Muammar Gadhafi in Libya.

“Apart from the slaughter and destruction, the brutal occupation ignited a sectarian conflict that is now tearing the country and the entire region apart,” Chomsky says. “The invasion displaced millions of people, many of whom fled and were absorbed in the neighboring countries, poor countries that are left to deal somehow with the detritus of our crimes.”

This desperate diaspora has led to the birth of terrorist groups like Daesh, also known as IS/Islamic State, as well as the ongoing Syrian civil war. Yet despite the West’s role in displacing tens of millions of people, European nations are unwilling to accept their responsibility and the consequences.

“EU governance works very efficiently to impose harsh austerity measures that devastate poorer countries and benefit Northern banks,” Chomsky says. “But it has broken down almost completely when addressing a human catastrophe that is in substantial part the result of Western crimes.”

While Germany and Sweden have up until now accepted high numbers of migrants, those nations are beginning to tighten their borders. Claiming that Europe is unable to absorb a large number of migrants, the EU is using Turkey as a buffer state.

“The primary European efforts, as noted, have been to pressure Turkey to keep the misery and suffering far from us, much like the United States and Mexico. Their fate, once we are safe from the contagion, is of much lesser concern.”

Chomsky notes Turkish President Recep Tayyip Erdogan’s treatment of Kurdish communities, and the arrest of academic critics. A number of intellectuals around the world – including Chomsky – signed a letter of protest against Ankara’s crackdown.

“Turkish academics who signed the petition were detained and threatened; others were physically attacked. Meanwhile state repression continues to escalate,” he says.

“…Turkish academics and others have demonstrated remarkable courage and integrity in vigorously opposing crimes of state, in a manner rarely to be found elsewhere, risking and sometimes enduring severe punishment for their honorable stance.”

All signs indicate that Turkey’s troubles are far from over.

“For several years, Erdogan has been taking steps to consolidate his power, reversing the encouraging steps towards democracy and freedom in Turkey in earlier years.

“He shows every sign of seeking to become an extreme authoritarian ruler, approaching dictatorship, and a harsh and repressive one.”

On the Greek financial crisis, Chomsky accuses European lenders of imposing unrealistic economic and social reforms on the Greek people.

“The conditions imposed on Greece in the interests of creditors have devastated the country,” he says. “The target of the sadism is not the Greek people, specifically, but [in reality] anyone who dares to imagine that people might have rights that begin to compare with those of financial institutions and investors.

“Quite generally, the measures of austerity during recession made no economic sense, as recognized even by the economists of the IMF,” Chomsky adds. “It is difficult to regard them as anything other than class war, seeking to undo the social democratic gains that have been one of Europe’s major contributions to modern civilization.”

Attacks on social democracy are not just limited to Europe’s treatment of Greece, however. Flawed economic policies have created the ever-widening wealth gap, in which the richest 1% of the world’s population will soon hold over half of all global wealth.

“Social democracy, not just its European variant but others as well, has been under severe attack through the neoliberal period of the past generation, which has been harmful to the general population almost everywhere while benefiting tiny elites.”

thanks to: Sputnik

Palestina e Israele: che fare?

Frutto di un fitto scambio tra Noam Chomsky e Ilan Pappé, il libro prosegue la riflesssione sulla questione israelo-palestinese proponendo  un “nuovo lessico” per definirla

Noam Chomsky (destra) e Ilan Pappé (sinistra)

 

di Andrea Colasuonno – Odysseo

Roma, 18 luglio 2015, Nena NewsÈ uscito il nuovo libro di Noam Chomsky e Ilan Pappé “Palestina e Israele: che fare?. A quasi un anno esatto dall’ultima sanguinosissima operazione israeliana su Gaza, “Margine protettivo”, i due autori hanno voluto proseguire il lavoro di riflessione iniziato con “Ultima fermata Gaza”, testo edito 5 anni fa, di grande successo e vasta diffusione.

Anche questo nuovo lavoro, come quello precedente, nasce fondamentalmente da un fitto scambio di vedute fra i due celebri studiosi ebrei. Così, spiega il curatore Frank Barat nell’introduzione, si era pensato di dividere il lungo dialogo in tre parti: una che trattasse del passato della questione palestinese, una del presente, l’altra del futuro. Le bozze del libro erano pronte quando nel luglio 2014 Israele e Gaza precipitarono nell’ennesimo conflitto. Pappé come Chomsky decisero che fosse doveroso a quel punto integrare il loro libro-intervista con lavori originali che ne chiarissero meglio alcuni contenuti.

Seguendo questa logica il testo si è arricchito di capitoli quali “I tormenti di Gaza, i crimini di Israele, le nostre colpe”, “Breve storia del genocidio progressivo di Israele”, il “Discorso alle Nazioni Unite” di Noam Chomsky. Ma soprattutto “Le vecchie e le nuove conversazioni”, saggio “eccellente, di straordinaria attualità, provocatorio e originale”, posizionato non a caso in apertura al testo, nel quale Pappé prova a riscrivere il vocabolario del conflitto israelo-palestinese.

Da dove nasce questa esigenza? Nasce dalla presa d’atto che le grandi conquiste raggiunte fuori dalla Palestina, ad esempio il cambio avvenuto nell’opinione pubblica mondiale circa il conflitto in questione, non si sia tradotto in miglioramenti concreti sul territorio. Ciò, secondo Pappé, non è avvenuto anche perché fra diplomatici, studiosi, politici, ma anche attivisti filo palestinesi occidentali, vige ancora un’egemonia retorica di ciò che chiama il “vocabolario dell’ortodossia pacifista”. Un vocabolario scaturito da una fiducia “quasi religiosa” nella soluzione a due Stati, messo a punto negli ambienti delle scienze politiche americane e “utile a conformarsi alle posizioni degli Stati Uniti”.  

che-fareEcco che, secondo lo storico israeliano, un “nuovo lessico può servire agli attivisti per rafforzare il proprio impegno nella lotta contro l’ideologia sottesa agli abusi e alle violazioni israeliane dei diritti umani e civili […]”. E allora questi alcuni dei termini in questione.

Colonialismo al posto di “sionismo”. Una sostituzione del genere, spiega Pappé, è fondamentale perché chiarisce la natura delle politiche israeliane di giudaizzazione sia all’interno di Israele che in Cisgiordania. Del resto il movimento sionista già nel 1882 usava il termine “le-hityashev”, letteralmente “colonizzare”. Inoltre non tutti capiscono “sionismo” mentre più o meno tutti comprendono “colonialismo”. Ciò permette di spezzare la favola della “complessità” del conflitto israele-palestina, che solo serve ai sionisti a prendere tempo e confondere le idee. In realtà “la fisionomia e l’obiettivo di questo progetto non sono per nulla straordinari”, si tratta di un popolo che ruba la terra a un altro popolo, vedi Sudafrica.

Stato segregazionista al posto di “Stato Ebraico”. Diversi studi hanno dimostrato come le politiche israeliane siano diventate negli anni via via più omogenee sia per i palestinesi della Cisgiordania che per gli arabi-israeliani. Oggi, secondo Pappé, Israele è indubbiamente uno stato che segrega e discrimina in base all’etnia, alla religione e alla nazionalità.

Apartheid al posto di “conflitto”. L’uso sempre più frequente di tale espressione, soprattutto negli ambienti che contano, ha favorito e favorirà sempre di più iniziative atte a sensibilizzare sulla condotta israeliana. Un esempio su tutti sono le “Israeli Apartheid Week”.

Decolonizzazione al posto di “processo di pace”. È chiaro a tutti, afferma Pappé, che il processo di pace è uno strumento per permettere a Israele di prendere tempo e aumentare le colonie. Introducendo il termine “decolonizzazione” si spera allora di fermare l’industria della “coesistenza” finanziata principalmente da americani e Unione Europea.

Pulizia etnica al posto di “catastrofe” (Nakba). Parlare di pulizia etnica permette di individuare una vittima e un aggressore, base per cercare una riconciliazione. La comunità internazionale ha stabilito da tempo precise direttive che indicano come trattare le vittime di atti del genere. Ecco che ad esempio, seguendo il “principio di riparazione”, non sarebbe scandaloso riprendere a parlare di “diritto al ritorno” (dei profughi del ’48), punto completamente rimosso dalla vecchia ortodossia pacifista.

Cambio di regime al posto di “negoziati”. Non deve più essere considerato inconcepibile un cambiamento radicale dello Stato israeliano: da stato colonialista a patria per tutti. Diversi esempi di storia recente (Egitto, Tunisia) dimostrano come una cosa del genere sia possibile anche per mezzo di soluzioni non violente o quasi non violente.

Soluzione a uno stato al posto di “soluzione a due stati”. Secondo lo storico dovrebbe essere una diretta conseguenza del “cambio di regime” di cui abbiamo accennato appena più su. La questione, tuttavia, è di portata capitale e sarebbe inutile provare a sintetizzarla nel giro di qualche riga. È il punto sul quale Chomky e Pappé divergono più platealmente. Il libro prova a spiegare i perché dell’uno e i perché dell’altro lasciando poi, come tutti i libri, la parola alla storia.

thanks to: Nena News