Quel dilettante di Goebbels… il servizio del TG5 sull’annullamento dell’amichevole Argentina-Israele

Delle dichiarazioni dei campioni del Calcio argentino e dei tifosi argentini di solidarietà ai Palestinesi e quindi, sulla inopportunità di giocare a Gerusalemme la partita “amichevole”prevista per sabato 9 giugno, lo sapete già. Del conseguente annullamento della partita anche.

Ma quello che, forse, non sapete ancora è che – per far rientrare la notizia  nel frame “Palestinesi terroristi” – l’annullamento della partita  è oggi giustificata dai media mainstream per “motivi di sicurezza,” in quanto “i giocatori erano stati minacciati dai palestinesi.

Non credete questa infamia? Guardate questo servizio del TG5

F.S.

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Sorgente: Quel dilettante di Goebbels… il servizio del TG5 sull’annullamento dell’amichevole Argentina-Israele

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La sospensione dell’amichevole con l’Argentina è un “cartellino rosso” per Israele

La Federcalcio palestinese ha celebrato l’annullamento dell’incontro, che si sarebbe svolto il prossimo 9 giugno a Gerusalemme.

Dalla Palestina hanno celebrato la cancellazione della partita tra Israele e Argentina. La partita amichevole doveva essere giocata il prossimo 9 giugno a Gerusalemme.”Valori, morale e sport hanno assicurato una vittoria oggi, e un cartellino rosso è stato mostrato ad Israele annullando la partita”, ha dichiarato in una nota Jibril Rajoub, presidente della Federcalcio palestinese (APF) e riportata dalla Reuters.

L’organismo calcistico palestinese si è congratulato con i calciatori argentini “per aver rifiutato di essere usati come ponte per raggiungere scopi non sportivi”, secondo l’agenzia di stampa AFP.

La partita era l’ultima amichevole di preparazione dell’albiceleste in vista del Mondiale Russia 2018 e doveva svolgersi allo stadio Teddy Kollek, costruito sulle rovine di un villaggio palestinese dopo la guerra arabo-israeliana del 1948.

Fonte: AFP – Reuters
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Sorgente: Palestina: La sospensione dell’amichevole con l’Argentina è un “cartellino rosso” per Israele

Shakira non si esibirà a Tel Aviv. Vittoria BDS ignorata dai grandi media e censurata da Facebook

Shakira non si esibirà a Tel Aviv. Vittoria BDS ignorata dai grandi media e censurata da Facebook

Dopo mesi di campagna degli attivisti del BDS (sistema di boicotaggio e disinvestimento) contro il regime di Israele e la sua occupazione illegale contro il popolo palestinese, la star colombiana Shakira non si esibirà nella data prevista di luglio a Tel Aviv. Lo ha annunciato martedì l’azienda Live Nation.

 

“Esibirsi in uno stato di apartheid, che sia il Sud Africa del passato o Israele di oggi, sfidando apertamente le voci degli oppressi mina sempre la battaglia popolare degli oppressi contro gli oppressori”, hanno scritto dozzine di associazioni e organizzazioni culturali palestinesi in una lettera inviata alla cantante colombiana con l’intento di convincerla a non esibirsi a Tel Aviv.

“Nel suo tentativo di sopprimere le grandi dimostrazioni di massa e pacifiche di decine di migliaia di Palestinesi a Gaza, in lotta per la libertà e per i loro diritti sanciti dalle Nazioni Unite, Israele ha attuato una feroce repressione.

Come risultato, oltre 100 palestinesi civili sono stati uccisi dal 30 marzo e altri 10 mila sono stati i feriti. Ti chiediamo di non “la la la” al sistema di ingiustizia che nega ai palestinesi i diritti umani più elementari”, conclude la lettera indirizzata a Shakira.

Il risultato è stato raggiunto. La vittoria è stata enorme. Avrà avuto il riscontro mediatico che meritava? Pochi pochissimi a dare notizia dell’annuncio che Shakira non si esibirà a Tel Aviv nel “libero” occidente. Nella “libera stampa italiana” ancora nessuno al momento. E per chi lo ha fatto nel mondo come TeleSur ci pensa l’incredibile censura di Facebook cui ci siamo imbattuti oggi.

Qui per vedere il video che Facebook considera da censurare. Il livello dell’informazione è questo. Lasciamo a voi trarre tutte le conclusioni del caso.

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Sorgente: Shakira non si esibirà a Tel Aviv. Vittoria BDS ignorata dai grandi media e censurata da Facebook

#CambiaGiro : la mobilitazione finale a Roma domenica 27 maggio

#CambiaGiro : la mobilitazione finale a Roma domenica 27 maggio

Riceviamo dai promotori della campagna #CambiaGiro e pubblichiamo:La campagna #CambiaGiro lanciata a settembre 2017 contro la partenza del Giro d’Italia da Gerusalemme e Israele ha visto in questi mesi una grande mobilitazione internazionale a partire dalla Palestina.

In Italia, fin dalla Sicilia la risposta dei territori e degli attiviste e attivisti che da anni sostengono la lotta per la Palestina libera ha segnato quasi tutte le tappe già svolte. #CiVediamoInGiro attraverserà il Nord Est e la Val Susa, fino ad arrivare alla tappa finale a Roma il 27 maggio 2018. La Questura ha dichiarata una “zona verde” interdetta alle manifestazioni in tutto il centro di Roma. Noi invece la coloreremo di verde, rosso, bianco e nero, i colori della Palestina.

Invitiamo tutti a:

– Invadere i propri territori di scritte, striscioni, volantini, cartelli a sostegno della campagna #CiVediamoInGiro e #CambiaGiro.

– Partecipare alla Critical Mass per un uso giusto della bici, che partirà alle 18.30 da piazza Vittorio venerdì 25 maggio.

– Scendere in piazza al Circo Massimo domenica 27 maggio alle 15.55, dove, al momento giusto la Palestina che resiste si paleserà con i suoi colori e i suoi simboli. Le proteste si svolgono in un contesto in cui il governo statunitense sposta la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, rafforzando il controllo illegale di Israele sulla citta. È chiaro che l’evento sportivo viene usato da Israele come strumento di propaganda.

Che lo Sport sia sempre stato sfruttato come canale mediatico per fornire un’immagine ripulita ed equilibratamente competitiva di uno Stato che nemmeno può nascondere le violenze sistematiche praticate dentro e fuori i propri confini, è Storia: pensiamo alle Olimpiadi del 1936 a Berlino, come ai Mondiali del 1978 in Argentina. Una delle motivazioni ufficiali sbandierata dagli organizzatori RCS è quella di celebrare la figura di Gino Bartali, campione ciclistico.

Ma è evidente l’intento di oscurare le continue violazioni dei diritti umani perpetrate a danno del popolo palestinese.

Tutto con l’avvallo del Governo italiano. Il Ministro Lotti ha infatti dichiarato sui social, durante le celebrazioni della partenza del 4 maggio che “lo Sport è veicolo formidabile di riconciliazione e concordia tra differenze – sociali, identitarie, religiose, politiche”. Invece si fa un uso strumentale dello sport, sfruttando il Giro per nascondere e festeggiare 70 anni di colonizzazione e oppressione del popolo palestinese da parte dello stato di Israele. In cambio RCS ha incassato milioni di euro. Da settimane i palestinesi di Gaza manifestano per i loro diritti, dando vita alla #GreatReturnMarch, la Marcia per il Ritorno, a ridosso dell’anniversario della Nakba.

Israele ha risposto con un’escalation della violenza repressiva.

Dal 30 marzo – Giornata della Terra e inizio della Grande Marcia del Ritorno – i cecchini israeliani hanno ucciso oltre 100 palestinesi, compresi 12 bambini, e ne hanno feriti o piu di 12.000. Il numero di feriti è più alto di quello totale registrato nei due mesi di offensiva militare israeliana Margine Protettivo del luglio-agosto 2014. Il ruolo che Israele gioca in Medio Oriente è ulteriore espressione di interessi economici e militari. A tutto ciò ci opponiamo, promuovendo alternative che non si misurano su potenza e profitto. Sosteniamo la lotta di popoli che resistono e si autodeterminano.

Aderiamo all’appello palestinese per il boicottaggio disinvestimento e sanzioni nei confronti di Israele. Lo Sport non può essere elemento spendibile per scrivere una versione alternativa alla realtà. Per questo lanciamo, in visto dell’arrivo del Giro, un appello a manifestare la propria indignazione contro la violenza e la repressione di Israele. Dalla parte dei popoli in lotta, non per odio ma per dignità. #ShameOnGiro

Sorgente: #CambiaGiro : la mobilitazione finale a Roma domenica 27 maggio

Università israeliane puniscono gli studenti e i docenti che hanno protestato contro la guerra a Gaza

I tentativi da parte delle università israeliane di punire gli studenti e docenti che hanno protestato contro la guerra di Gaza sono stati una sfida profonda a chi, come me, si era opposto al boicottaggio accademico di Israele.

La persistente guerra di Gaza e ora (forse) le sue conseguenze hanno portato ancora una volta alla ribalta la questione di un boicottaggio internazionale di Israele. Prima di rispondere se un tale boicottaggio sia giustificato date le mutate circostanze, e se derivi o no dall’effettivo riconoscimento della brutalità inaccettabile del comportamento di Israele e non da puro antisemitismo, dobbiamo prima chiarire di cosa stiamo parlando.

Il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) fa appello a persone e istituzioni di tutto il mondo perché si astengano dal cooperare con Israele in qualsiasi campo – dal commercio, al turismo, alla ricerca scientifica. Questi appelli sono forti e pubblici, ma spesso i loro effetti non vengono dichiarati dai canali ufficiali, passando in silenzio ma non inosservati. Quando, per esempio, le vendite di manghi israeliani in Scandinavia scendono di oltre il 50 per cento in un solo mese (come è successo di recente) non è solo a causa della riluttanza delle catene di alimentari nordiche a commercializzare la frutta israeliana, ma anche perché i loro consumatori lasciano sugli scaffali i prodotti “Made in Israel”. 

Accanto al boicottaggio ideologico, esiste anche un ‘evitamento’ non-ideologico di Israele e dei suoi prodotti. Se un gran numero di turisti cancellano i loro piani di vacanza in Terra Santa (come molti hanno fatto di recente), non è necessariamente perché questi turisti sono contro l’occupazione. Molto probabilmente, semplicemente preferiscono prendere il sole su una tranquilla isola greca che cercare riparo dai missili sulla spiaggia di Ashkelon. Questo tipo di evitamento è inevitabile fintanto che Israele continua ad essere un luogo pericoloso con un’immagine decisamente offuscata da immagini di guerra e di terrore. L’evitamento non ideologico opera anche in ambito scientifico:  solo la scorsa settimana ho ricevuto una nota da una collega polacca che doveva venire in Israele per esaminare i piani per un progetto di ricerca congiunto, che mi chiedeva di incontrarla invece a Varsavia, spiegandomi che per nessun progetto di ricerca vale la pena rischiare la vita.

Eppure, nel mondo accademico – più che in altri campi – quella del boicottaggio politico è una questione molto controversa. Nel corso degli ultimi anni, e in particolare dopo che il centro accademico di Ariel, un insediamento in Cisgiordania, è stato convertito in un’università dedicata alla ricerca, ci sono state numerose campagne per il boicottaggio delle università israeliane – e in particolare di quella di Ariel, a causa di il suo contributo attivo all’occupazione della nazione palestinese. L’atteggiamento tipico della maggior parte degli accademici in Israele e all’estero, compresi quelli di sinistra, è stato che un boicottaggio politico sarebbe ingiustificato, sia perché basato su motivi ‘non-accademici (e pertanto ‘irrilevanti’ o estranei), sia perché comprometterebbe la libertà accademica di chi fa ricerca negli istituti boicottati.

Una volta condividevo questa posizione. Purtroppo, di recente ho dovuto cambiare idea. Continuo a pensare che un boicottaggio accademico in base a ragioni non accademiche sia ingiustificato, ma qualcosa di profondo è successo nel mondo accademico israeliano durante la guerra di Gaza, qualcosa di abbastanza grave da farmi credere che il boicottaggio non è più fuori questione, in alcuni casi.

Sto parlando dei tentativi innegabili dal management accademico di impedire a studenti e docenti di esprimersi, e di punire coloro che protestano contro la guerra. Allo Israel Institute of Technology uno studente di medicina di origine araba è in procinto di affrontare un processo per aver scritto sulla sua pagina Facebook una battuta sui tre ragazzi rapiti e assassinati nei pressi di Hebron.

L’Hadassah College di Gerusalemme e il College della Galilea Occidentale di Acre hanno sospeso la borsa di studio agli studenti che hanno scritto che le attività di Israele nella Striscia di Gaza sono crimini di guerra. Oltre a questo il College di Hadassah ha aggiunto una multa di 6.000 sheqel [circa 1.300 euro]. I presidenti dell’Università di Tel Aviv e della Ben-Gurion University hanno invitato i loro studenti e i loro docenti a esprimersi con moderazione.

L’Università di Ariel – come ci si potrebbe aspettare da un istituto conosciuto pubblicamente come avamposto accademico di destra – ha avvertito gli studenti e i docenti che ogni affermazione contraria ai principi sionisti viola il codice disciplinare dell’università e sarà trattata di conseguenza. 

Ovviamente, i tempi di guerra non sono il periodo migliore per cambiare delle opinioni radicali, ma sono anche il momento in cui si fa più urgente impegnarsi per la libertà di parola e la libertà accademica. Un College che vieta agli studenti di partecipare a manifestazioni di protesta politica non è un istituto accademico. Un’università che pone il veto al diritto dei suoi docenti di pubblicare ricerche non-sioniste (per non paralare di quelle anti-sioniste) non è un’università. In questi casi un boicottaggio accademico potrebbe essere una risposta accettabile – non perché gli istituti sono collocati in terreni politicamente controversi, ma dal momento che mostrano una mancanza di rispetto per i principi di base della scienza e della democrazia. In altre parole, non è la posizione, ma il comportamento, e dovrebbe essere ovvio a tutti che in questo non c’è nessun accenno di antisemitismo.

Amir Hetsroni *

Fonte: Haaretz
Traduzione di Federico Zanettin / BDS Bologna


*professore di comunicazione presso l’Università di Ariel, un’università israeliana si trova in Cisgiordania. L’articolo esprime la sua opinione e non rappresenta il punto di vista dell’università.

[N.d.T.: Poche ore dopo la pubblicazione di questo articolo il prof. Amir Hetsroni ha ricevuto una lettera di licenziamento dall’Università di Ariel in Cisgiordania]

 

thanks to: palestinarossa

8 modi per sostenere la Palestina attraverso il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele

Lanciata dalla stragrande maggioranza delle organizzazioni della società civile palestinese nel 2005 e ispirata dal movimento contro l’apartheid in Sudafrica, la campagna per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) è ormai un diffuso movimento internazionale.

La campagna BDS si sta dimostrando capace di ottenere un sostegno di massa e di convincere aziende, istituzioni culturali, artisti e governi ad aderire o osservare il boicottaggio di Israele. Unisciti alla campagna per contribuire a costruire il movimento internazionale BDS contro il regime israeliano di occupazione, colonialismo e apartheid.

1. Prodotti delle società israeliane o aziende internazionali complici dell’occupazione

Cercare di boicottare ogni singola azienda complice dell’apartheid israeliana è un compito arduo che ha poche possibilità di avere un impatto concreto. Ha più senso concentrarsi su società o prodotti oggetti di campagne nazionali o internazionali. Di seguito alcuni prodotti che si trovano in Italia:

– Sodastream: Ditta israeliana che si spaccia per “ambientalista”, mentre la sua principale fabbrica di produzione è sita in una delle centinaia di colonie costruite illegalmente nei Territori palestinesi occupati. In Italia, Sodastream vende gasatori per l’acqua frizzante dal rubinetto. Inoltre, nel 2011 ha acquistato la ditta romagnola CEM Industries, ora Sodastream Professional, che fa macchine industriali per bar e ristoranti e tecnologia per le case dell’acqua comunali.

» Firma per inviare una mail alla RAI: NO alla pubbicità di Sodastream!
» Consegna la lettera agli esercenti ai bar e ristoranti
nella tua città. Proponi di esporre gli adesivi della campagna.
» Assicurati che le case dell’acqua del tuo comune non contengono tecnologia Sodastream
» Firma la petizione e consegna la lettera ai negozianti e ai rivenditori.
» Fai conoscere la campagna: Volantini, loghi, grafici e video.

Prodotti agricoli: Le imprese israeliane che esportano prodotti agricoli sono tra i principali beneficiari della distruzione dell’agricoltura palestinese; operano nelle colonie israeliane all’interno dei territori occupati ed esportano i loro prodotti fuori da esse sfruttando terre e risorse idriche palestinesi rubate, beneficiando inoltre dell’assedio di Gaza. Alcuni dei prodotti e marche che si trovano in Italia, che variano in base alla stagione, sono: agrumi, pompelmi, (Mehadrin, Jaffa), datteri medjool (Mehadrin, Haidaklaim, King Solomon, Jordan River), frutta esotica, avocado, mango, melograni (Mehadrin, Kedem, Frutital, Sigeti, McGarlet), frutta secca.

» Coinvolgi i tuoi amici e la tua famiglia nel boicottaggio
» Parla col tuo fruttivendolo, con il tuo GAS o con la direzione del supermercato.
» Fai conoscere la campagna: Volantino prodotti agricoli, Volantino datteri.

– Hewlett Packard: Multinazionali che fornisce sistemi informatici al Ministero della Difesa israeliano e tecnologie per il controllo del movimento ai checkpoint a Gaza e in Cisgiordania. L’attrezzatura HP è usata dal sistema carcerario e dall’esercito israeliano, e l’azienda ha anche investito nello sviluppo tecnologico degli insediamenti illegali, prendendo parte al progetto Smart City ad Ariel. È inoltre diffusissima anche in Italia in luoghi ed aziende pubbliche e private.

» Firma la petizione all’amministratore delegato della HP
» Invia una lettera alle direzioni aziendali che conosci

– Ahava: Ditta israeliana di cosmetici con fanghi del Mar Morto. La sua fabbrica principale, col suo lussuoso centro per i visitatori, si trova a Mitzpe Shalem, una colonia nella Cisgiordania occupata. In Italia si vende in alcune farmacie, erboristerie, profumerie e grandi magazzini come la Rinascente.

» Chiedi ai rivenditori di non commercializzare i prodotti Ahava
» Segui la campagna sul sito Stolen Beauty

– Teva: Industria farmaceutica israeliana che sta monopolizzando il mercato degli equivalenti.

» Con la ricetta del tuo medico, che non è vincolante, chiedi farmaci generici di altre ditte.
» Rifiuta anche quelli Dorom e Ratiopharm, marchi acquisiti dalla Teva.
» Spiega a chi vende la Teva perché non la si compra.

NB: Vedi la nota sul codice a barre e il boicottaggio di Israele

2. Embargo militare

Con l’ultimo massacro di civili a Gaza, aumentano gli appelli per un embargo militare ad Israele. In Italia abbiamo il dovere di impegnarci strenuamente in questo ambito, dato che il nostro paese è il primo fornitore europeo di armi ad Israele.

» Firma la petizione internazionale per un embargo militare su Israele. Le firme verranno consegnate a settembre all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani
» Promuovi una mozione che chiede l’embargo militare e la revoca dell’accordo del 2005 di Cooperazione Militare Italia-Israele presso il tuo consiglio comunale
» Chiudi il tuo conto presso Unicredit che finanza la vendita degli M-346 caccia addestratori dell’Alenia Aermacchi ad Israele.
» Impegnati nella campagna Nessun M-346 ad Israele
» Segui la campagna boicottaggio armamenti per gli aggiornamenti, in particolare sulle iniziative contro le esercitazioni militari in Sardegna con la partecipazione di Israele a settembre. 

3. Accordo Acea-Mekorot

Il 2 dicembre 2013, durante il vertice Italia-Israele, l’Acea, principale operatore italiano nel settore idrico, e la Mekorot, società idrica nazionale di Israele, hanno sottoscritto un Memorandum d’intesa. La Mekorot, oggetto di una campagna internazionale di boicottaggio, non solo sottrae illegalmente l’acqua alle falde palestinesi ma fornisce l’acqua rubata alle colonie israeliane in Cisgiordania e a Gerusalemme est occupate.

» Firma la petizione che chiede all’Acea e al Comune di Roma di annullare l’accordo con la Mekorot
» Chiede agli enti locali il cui servizio idrico è affidato a società partecipate da Acea che si attivino affinché venga ritirato l’accordo. Vedi l’esempio di Pomarance
» Fai conoscere la campagna: Volantini, video, loghi e grafici

4. Expo 2015

Expo 2015 non solo rappresenta uno scempio a 360 gradi, in termini di devastazione e speculazione, così come nell’appropriazione ipocrita di termini come “sviluppo sostenibile”, ma funzionerà anche come vetrina per le “eccellenze” israeliane in agricoltura e gestione delle risorse idriche, mentre ruba acqua e terra ai palestinesi.

» Partecipa all’assemblea nazionale il 19 ottobre a Milano
» Segui la campagna No Expo No Israele, anche sul sito noexpo.org 

5. Stop That Train

La Pizzarotti SpA di Parma sta costruendo una TAV israeliana che attraversa la Cisgiordania occupata, ed ha causato la confisca, lungo il suo percorso, di altre e ulteriori terre palestinesi.

» Fai approvare una delibera dal tuo comune per sanzionare la Pizzarotti ed escluderla dalle gare per gli appalti pubblici. Sono già 6 i consigli che lo hanno fatto, compreso uno in Val Susa
» Fai conoscere la campagna: Volantino Stop That Train

6. Boicottaggio Accademico e Culturale

Le istituzioni accademiche e culturali israeliane (la maggior parte controllate dallo Stato) hanno contribuito direttamente a mantenere, difendere o giustificare le forme di oppressione contro il popolo palestinese, oppure si sono rese complici con il loro silenzio.

» Scrivi una lettera agli artisti italiani che si esibiscono in Israele. Vedi alcuni esempi
» Organizza una campagna contro eventi culturali sponsorizzati dall’ambasciata israeliana nella tua città
» Organizza una campagna per interrompere i legami tra la tua università e Israele.
» Promuovi una risoluzione in sostegno al boicottaggio accademico presso la tua università o associazione accademica.

7. Boicottaggio sportivo

» Firma la petizione internazionale per escludere Israele dalla FIFA
» Coinvolgi calciatori, squadre o organizzazioni sportive nella campagna
» Fai conoscere la campagna: Dossier, canzoni e grafici

8. Altre azioni

» Chiedi alle reti, organizzazioni ed ai gruppi ai quali appartieni di aderire all’appello palestinese per il BDS.  Compila il modulo al link “Clicca per aderire”
» Chiedi dichiarazioni o risoluzioni a sostegno al BDS ad associazioni, sindacati o consigli comunali.
» Fai conoscere la campagna: Disegni di Carlos Latuff
» Segui BDS Italia via Facebook e Twitter

A cura di BDS Italia

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Israeli Apartheid Week 2014 – Settimana contro l’Apartheid israeliana

La settimana dell’Apartheid israeliana (IAW) cerca di diffondere informazioni sulle politiche di apartheid di Israele nei confronti dei palestinesi e di allargare il supporto alla campagna Boicottaggio, Disinvestimenti, Sanzioni (BDS). Mobilitando a livello globale tutte le realtà di base che si oppongono all’aggressione politica e militare israeliana, l’IAW si è svolta in oltre 200 luoghi nel 2012 e oltre 150 città nel 2013.

Decima Israeli Apartheid Week – #apartheidweek

Italia: 10-16 marzo

Eventi in programma a Bologna, Cagliari, Firenze, Milano, Roma, Trieste, Venezia e altre città italiane.

 

GB e USA: 24 febbraio-2 marzo
Europa: 1-8 marzo
Sud Africa: 10-16 marzo
Brasile: 24-28 marzo
Palestina, mondo arabo e Asia: da confermare

L’IAW è una serie di iniziative, quali manifestazioni, conferenze, performances culturali, proiezioni video, e azioni di boicottaggio di Israele, che si svolgono in città e università di tutto il mondo. Se desideri organizzare e prendere parte all’Israeli Apartheid Week nella tua università o nella tua città per favore contattaci a iawinfo@apartheidweek.org. Ci puoi trovare anche su Facebook e Twitter.

Per l’Italia, fate sapere anche a BDS Italia in modo da elencare tutti gli eventi: bdsitalia@gmail.com

Prendere parte all’IAW è semplice, di seguito cinque cose che puoi fare:

1. Organizza una proiezione
Per maggiori informazioni o per suggerimenti contattaci: iawinfo@apartheidweek.org

2. Organizza una conferenza, un workshop o una manifestazione
Possiamo suggerirti moltissimi oratori che potresti contattare (studiosi, attivisti,…).
Scrivici e ti metteremo in contatto con loro.

3. Organizza un’azione BDS
Organizza un’azione di boicottaggio di Israele o fai pressione affinché la tua associazione di studenti, sindacato, o comune aderisca al boicottaggio. Se sei già attivo nella campagna BDS, l’Israeli Apartheid week può rappresentare una buona opportunità per allargare la campagna.

4. Unisciti a noi online – #apartheidweek
Aiutaci a diffondere l’IAW sul web.

5. Sii creativo!
Usa la tua fantasia! Metti in piedi un checkpoint israeliano o un muro dell’apartheid finti nella tua città, organizza una flash mob o altri tipi di proteste creative, un concerto o un reading di poesie.

Per maggiori informazioni: http://apartheidweek.org/

iaw2014-650

thanks to: Rete italiana ISM

Il boicottaggio funziona, e anche Usa e Ue premono su Israele

di Marco Santopadre

 

In Italia il tema del boicottaggio, del disinvestimento e delle sanzioni nei confronti di Israele e dei suoi interessi è quasi un tabù, nonostante che da anni le organizzazioni di solidarietà con il martoriato popolo palestinese stiano portando avanti campagne in questo senso ed ottenendo a volte importanti risultati.

Nel resto del pianeta, anche in quei paesi i cui governi sono fieri alleati e sostenitori dello ‘stato ebraico’, le campagne di boicottaggio vanno a gonfie vele e cominciano a colpire seriamente l’economia coloniale israeliana. La decisione da parte dell’attrice di Hollywood Scarlet Johansson di abbandonare l’ong internazionale Oxfam che gli rimproverava il suo contratto pubblicitario con l’azienda israeliana Sodastream, basata in una colonia illegale nella Cisgiordania occupata, è servita a riportare la questione sulla grande stampa. Negli ultimi mesi le campagne internazionali Bds hanno ottenuto ottimi risultati: ad esempio il grande gruppo bancario olandese Pggm ha deciso di disinvestire per motivi etici dalle cinque banche israeliane con cui collaborava perché queste hanno aperto succursali nelle colonie ebraiche in Palestina; il Ministero delle Finanze della Norvegia ha escluso dai suoi fondi pensione due aziende israeliane, la Danya Cebus e la Israel Investments, per lo stesso motivo. A dicembre l’Associazione degli Studi Americani, un’organizzazione statunitense che raggruppa 5000 soci, ha deciso di unirsi al boicottaggio accademico nei confronti di Tel Aviv in considerazione dell’impatto che il sistema di apartheid israeliano nei confronti dei palestinesi produce in termini di violazione dei diritti di questi ultimi all’istruzione. Già nel maggio del 2013 lo scienziato di fama internazionale Stephen Hawking aveva cancellato un viaggio in Israele esplicitando la propria adesione al boicottaggio.
Israele da sempre minimizza gli effetti delle campagne di Bds, ma dal 2007 queste sono riuscite a bloccare nuovi contratti o a ottenerne la rescissione per un valore complessivo di vari miliardi di euro. La pressione internazionale ormai si fa così forte che il tema della reazione alle campagne Bds da almeno tre anni è al centro delle attività dell’esecutivo di Tel Aviv – promotore nel 2011 di una legge che punisce chi partecipa al boicottaggio – diviso tra coloro che spingono per una controffensiva e coloro che invece ciò farebbe il gioco dei promotori del Bds.

Secondo alcune organizzazioni che promuovono il Bds, negli ultimi mesi in Europa si è riusciti a bloccare l’apertura di nuovi negozi della catena israeliana di cosmetici Ahava e si sono cancellati alcuni contratti con l’impresa di sicurezza privata G4S. Certamente gli investimenti di aziende europee in Israele ed anche negli insediamenti coloniali, dove vivono quasi 600 mila persone, sono consistenti: solo la francese Veolia è firmataria di contratti per ben 5400 milioni di euro l’anno.
Finora l’Unione Europea ha tuonato contro la colonizzazione della Cisgiordania ma non è andata molto oltre le vuote dichiarazioni; però ora Bruxelles ha approvato una direttiva che impedisce qualsiasi collaborazione con privati e istituzioni legate alle colonie ebraiche in Cisgiordania, il che blocca 700 milioni di euro di investimenti in progetti di ricerca. Anche le pressioni da parte dell’UE affinché i prodotti realizzati da aziende israeliane nelle colonie ebraiche vengano etichettati in maniera distinta e identificabile stanno causando molti mal di pancia alla già traballante economia di Tel Aviv.
Che il boicottaggio internazionale economico, culturale e artistico nei confronti di Israele stia funzionando diventa sempre più evidente nelle reazioni isteriche dei suoi leader.
L’ultimo esempio viene dalle dure e scomposte accuse rivolte dal vice primo ministro e titolare della difesa di Tel Aviv contro uno dei principali alleati e sostenitori di Israele, il ministro degli Esteri degli Stati Uniti. Tre settimane fa Moshe Yaalon ha attaccato fontalmente John Kerry accusandolo di avere “una ossessione fuori luogo” contro Israele e di essere pervaso da un “fervore messianico”. Il capo della diplomazia Usa si era limitato a consigliare a Israele di essere più accomodante nei confronti delle necessità di realizzare una vasta alleanza dei paesi arabi sotto l’egida di Washington che l’intransigenza di Tel Aviv mette continuamente a rischio. Kerry aveva sottolineato che la sicurezza e la prosperità di Israele continueranno ad essere assai relative finché non si porrà fine all’occupazione della Cisgiordania e non si raggiungerà un accordo definitivo con l’Anp sbloccando un processo di pace ostaggio dei falchi di Tel Aviv.
Per rafforzare il suo ragionamento, Johan Kerry non ha mancato di mettere il dito nella piaga, affermando la possibilità che le campagne di boicottaggio crescano di fronte alla chiusura a riccio di Israele. “Esiste una crescente campagna di delegittimazione di Israele, una campagna in pieno sviluppo. La gente è molto recettiva nei confronti di queste iniziative. Si parla di boicottaggio e di altre cose”.
Una sottolineatura – definita dalla ministra della Giustizia Tzipi Livni come un “consiglio amichevole di un amico di Israele – bollata invece come “immorale e ingiusta” da parte del premier israeliano Netanyahu. “Non esiste pressione che mi possa obbligare a cedere sugli interessi vitali dello Stato di Israele, specialmente sulla sicurezza dei suoi cittadini” ha tuonato il primo ministro in riferimento al piano sul Medio Oriente sponsorizzato da Kerry.
E’ evidente che la pressione di Bruxelles e di Washington nei confronti del governo israeliano aumenta, e che la storica carta bianca concessa a Tel Aviv da parte dei due principali protettori a livello internazionale comincia ad essere condizionata al rispetto degli interessi nell’area di Stati Uniti e Unione Europea. Da fondamentale pedina occidentale in Medio Oriente lo “stato ebraico” si sta progressivamente trasformando in una spina nel fianco rispetto ai piani di normalizzazione dell’area, necessaria in un contesto in cui aumenta il peso economico, militare e politico delle petromonarchie del Golfo.
Dalla loro i due blocchi hanno un’arma assai importante di condizionamento nei confronti di Tel Aviv. L’enorme sostegno economico fin qui accordato.
Ogni anno Washington concede a Israele 2300 milioni di euro di aiuti militari, un accordo che però scadrà nel 2017. Nel 2012 e nel 2013 il Pentagono ha investito 600 milioni di dollari in un sofisticato scudo missilistico realizzato in Israele, e secondo gli ultimi dati resi noti dalla Casa Bianca gli States esportano in Israele ogni anno beni per un valore complessivo di 15 miliardi di dollari, mentre ne importa da Tel Aviv per 25. Se Israele continuasse a perseguire una strategia troppo distante dagli interessi statunitensi in Medio Oriente i rubinetti potrebbero chiudersi, e anche una riduzione parziale degli aiuti risulterebbe fatale per Tel Aviv.
Inoltre, il ministro delle Finanze israeliano, l’imprenditore Yair Lapid, ha avvertito la settimana scorsa che l’Unione Europea potrebbe rescindere molti dei suoi accordi di collaborazione economica con ‘lo stato ebraico’ in considerazione del fatto che Israele viene sempre più bollato come il principale responsabile del fallimento degli accordi di pace con i palestinesi. In questo caso, ha detto allarmato Lapid, “l’economia entrerebbe in recessione, l’inflazione schizzerebbe in alto, i bilanci di sanità, istruzione, welfare e sicurezza dovrebbero essere tagliati e molti mercati internazionali si chiuderebbero”.

thanks to: contropiano

Il sostegno al movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni non è antisemitismo

di Antony Loewenstein

Il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), una crescente iniziativa palestinese che va ad attaccare le relazioni istituzionali con le colonie illegali israeliane, ha guadagnato molta popolarità. In Australia, il movimento è cresciuto lentamente, dato che Israele continua a sottrarsi alla legislazione internazionale, ed ora sta affrontando una delle sue più grandi sfide agli occhi dell’opinione pubblica.

Shurat HaDin – Centro Legale di Israele (ILC) è un’organizzazione israeliana che si proclama essere un’associazione civile per “combattere a favore dei diritti delle centinaia di persone vittime del terrorismo”. In questi giorni ha portato Jake Lynch [in foto], direttore del Centro per la Pace e per gli Studi dei Conflitti (CPACS), davanti la Corte Federale australiana. Secondo ILC, Lynch avrebbe infranto il decreto contro la discriminazione razziale del 1975 rifiutandosi di sponsorizzare la candidatura del suo collega israeliano Dan Avnon. Lynch e il CPACS aderiscono al movimento BDS, e poichè Avnon lavora alla Hebrew University of Jerusalem – un centro culturale chiave preso di mira dal BDS [1] per via della sua cosiddetta complicità con le colonie illegali – Lynch aveva declinato di essere nominato come suo referente.

La storia è stata largamente ignorata. Fairfax Media non l’ha toccata, il telegiornale delle 7.30 della ABC TV l’ha brevemente accennata la scorsa settimana. Al contrario, il giornale The Australian di Rupert Murdoch ha guidato il dibattito della questione, pubblicando infinite storie che fondono deliberatamente l’antisemitismo con il supporto al movimento BDS.

Giusto la scorsa settimana, dopo l’orrendo pestaggio di un uomo di religione ebraica, il giornale ha dato risalto sulla sua prima pagina ad un sopravvissuto dell’Olocausto che condannava l’episodio. All’interno dell’articolo era presente lo stratagemma retorico di inserire commenti riguardanti il BDS, come se ad aggredire le persone ebree fosse stato lo spettro di un pacifico e non violento tentativo di forzare Israele a rispettare il diritto internazionale. In maniera molto bizzarra, un editoriale pubblicato sul The Telegraph, proprietà di Newscorp, diceva anche come la miglior risposta a questa aggressione fosse sostenere Max Brenner, la catena di cioccolaterie il cui proprietario, lo Strauss Group, è stato preso di mira dagli attivisti BDS per il suo supporto alle Forza di Difesa Israeliane.

Da allora, sul The Australian sono state pubblicate infinite lettere atte a rinforzare la correlazione tra antisemitismo e il boicottaggio – seguendo questa logica, Lynch e i suoi sostenitori sono una minaccia all’ordine pubblico. Questo ignora anche le quasi 2.000 firme di una petizione pubblica [2] a sostegno di Lynch (sottoscritta anche da un buon numero di accademici, incluso Peter Slezak, co-fondatore de Independent Australian Jewish Voices).

La scorsa settimana, il The Australian ha pubblicato un editoriale che lasciava sottointendere che Lynch si fosse rifiutato di prestarsi come referente semplicemente perchè Avnon era israeliano. Un’altra storia pubblicata sulla prima pagina del giornale la scorsa settimana diceva che la Hebrew University fosse un bastione di coesistenza tra arabi ed ebrei, ignorando la litania degli esempi degli abusi dei diritti dei palestinesi da parte dell’istituzione accademica.

Lynch ha detto che Shurat HaDin ha deliberatamente travisato le sue posizione sul BDS. Lynch nega di aver ammesso di aver boicottato Avnon perché era israeliano, nonostante quanto affermato dall’avvocato australiano del gruppo israeliano Andrew Hamilton la scorsa settimana ad ABC Tv:

Ho reso abbondantemente chiaro fin dall’inizio che la linea politica è mirata ai collegamenti istituzionali. Se la Hebrew University fosse un qualcosa di simile alla University of Sidney, allora assumerebbe accademici di varie estrazioni culturali, in termini di religione e paese di provenienza. Per la linea politica mia o del CPACS non credo farebbe alcuna differenza se il candidato fosse originario del Belgio, del Botswana o della Bolivia – Penso che la University of Sidney debba revocare il suo ruolo nei sistemi di borse di studio con Sir Zelman Cowen e Technion, e io mi riservo il mio diritto di non collaborare con loro. Andrew Hamilton non ha chiaramente fatto attenzione alla nostra linea politica, o a cosa io abbia realmente fatto in passato per seguirla. 

Vale la pena notare che Avnon, elogiato senza sosta dai media australiani come un umanista che crede nella collaborazione tra israeliani e palestinesi, si appoggia al gruppo israeliano Metzilah’s General Assembly. Questo gruppo fece pervenire un report in cui si rigettava esplicitamente il diritto al ritrno dei palestinesi alle proprie terre rubate da Israele, e in cui si affermava che uno stato ebraico che discriminava i diritti dei palestinesi non era una questione problematica. E vale la pena notare anche che il diritto al ritorno dei palestinesi è una richiesta della legge internazionale.

Ciò di cui le feroci coperture stampa dei media non hanno dato la benchè minima informazione è la vera agenda di Shurat HaDin. L’organizzazione, secondo i documenti di Wikileaks, ha forti legami con l’intelligence israeliana e con il Mossad [3]. Lo studio legale provò a fare causa a Twitter per aver osato hostare i tweet di Hezbollah, all’ex presidente statunitense Jimmy Carter per aver criticato Israele e a Stephen Hawking per aver condannato l’occupazione militare israeliana. Perfino il consiglio esecutivo della comunità ebraica australiana, lobby sionista di prim’ordine, ha rifiutato di appoggiare il caso legale di Shurat HaDin contro Lynch, sottolineando che i tentativi di sopprimere la campagna di boicottaggio attraverso azioni legali sono inappropriati.

Assente anch’esso dal dibattito è il motivo per cui il BDS esiste. Il movimento sta crescendo a causa della completa mancanza di fiducia dei colloqui di pace sponsorizzati dagli USA. Il giornalista americano Max Blumenthal ha recentemente pubblicato un libro, Goliath: Life and Loathing in Greater Israel, che mostra con dettagli forensi la realtà dell’attuale opinione pubblica israeliana che abbraccia un evidente razzismo nei confronti di arabi e africani. Questo non è quello che Shurat HaDin e i turisti che vanno in Israele vogliono che il mondo veda. Infatti, la lobby australiana filo israeliana AIJAC ha risposto al caso di Lynch riguardante il BDS ignorando completamente gli insediamenti illegali. Questa settimana, Dean Sherr, un giovane lobbista, ha scritto un’intera colonna sul The Australian sul BDS senza menzionare la sua esistenza.

La paura per il BDS si riflette nella grande massa di soldi e risorse che Israele impiega per opporvisi. Invece che muovere passi in avanti verso una vera democrazia per tutti i suoi cittadini, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu continua a demolire le abitazioni palestinesi e a costruire colonie illegali su terra palestinese.

L’avvocato australiano di Shurat HaDin, Andrew Hamilton, la scorsa settimana ha affermato ad Haaretz che il BDS “non fa niente per aiutare i palestinesi, e anzi li danneggia. E’ una semplice scusa per la più vile campagna di antisemitismo che il mondo occidentale ha visto a partire dall’Olocausto.” Con questa affermazione, che essenzialmente compara Jake Lynch ad un nazista, non ci si può meravigliare che i sostenitori del sionismo stiano perdendo la battaglia globale delle pubbliche relazioni.

Per alcuni di noi generalmente di sinistra, l’uso del decreto contro la discriminazione razziale come strumento per zittire le critiche considerate sgradite è profondamente preoccupante – E questo lo scrive uno che si oppose al caso legale contro Andrew Bolt, giornalista del News Limited, nel 2011. Una vera democrazia è un posto dove qualsiasi individuo ha il diritto di opporsi, anche violentemente alla collusione con un’istituzione universitaria d’oltreoceano che nega uguali diritti ad arabi ed ebrei.

Si spera che i principali sostenitori australiani del diritto di libertà di parola come Bolt, Miranda Devine e l’Istituto degli Affari Pubblici, si attivino per sostenere Lynch. Ho la sensazione che dovrò aspettare un po’ prima che questi coraggiosi difensori trovino il modo per far sentire la propria voce.

[1] http://www.bdsitalia.org/index.php/iniziative-bac/899-lettera-boicottaggio-posizione-dipartimento-media-universit-ebraica-gerusalemme

[2] http://www.bdsitalia.org/index.php/ultime-notizie-bac/838-professori-lynch-rees-australia

[3] http://www.bdsitalia.org/index.php/ultime-notizie-sulbds/926-ilc-collegamento-governo-intelligence-israeliani

 

 

thanks to: theguardian.com

BDS Italia

 

Pecunia non olet

Qualche volta faremmo bene ad ascoltare i motti degli antichi…

E se la soluzione stesse nel denaro?

Negli ultimi tempi l’economia israeliana sta vivendo giorni lieti, con una crescita del Pil nel 2011 del 4,8% rispetto all’anno precedente¹ e con una stima per il 2012 del 2,8%² dovuta soprattutto agli investimenti stranieri, 13.372 milioni di US$ nel 2011¹,  e alle esportazioni, aumentate del 17% nel 1° semestre 2011 rispetto allo stesso periodo del 2010³, con la disoccupazione scesa dal 6,6% del 2010 al 5,6% del 2011¹ e un aumento del Pil pro capite del 2,9%¹.

Israele ha avuto un eccezionale aumento del Pil negli ultimi anni, ma negli anni in cui ci sono state delle guerre in territorio palestinese ci sono stati degli scarsi aumenti o addirittura dei decrementi (2° Intifada e operazione Piombo Fuso).
Nel 2009 (anno di crisi) c’è stata una riduzione sia delle esportazioni che delle importazioni come in quasi tutti i paesi del mondo, ma anche le spese militari che ci saremmo aspettate non modificate in periodo di guerra sono calate¹. Lo stesso si è verificato dopo la guerra in Libano del 2006¹. Come dire che la guerra in casa non fa bene all’economia, neanche a quella israeliana.
Nonostante le varie guerre e le violazioni sistematiche dei diritti umani* lo “Stato” che gode di una “particolare” libertà nell’utilizzo delle risorse interne ed estere* ⁴ ⁵ è entrato a far parte dell’OCSE nel 2010 e Standard & Poor’s ha elevato recentemente il suo rating ad “A+”* stimolando ancora di più i mercati internazionali ad investire nel paese, invogliati anche dall’aumento delle importazioni, 29,8% nel 1° semestre 2011 rispetto allo stesso periodo del 2010³ e da quello dei consumi⁶.

E la Palestina? L’ economia palestinese ha grossi problemi (e sappiamo tutti perchè). Nel primo semestre del 2011 c’è stata una contrazione del sostegno finanziario dei paesi donatori e un rallentamento della crescita economica. Considerati congiuntamente, questi due fattori hanno determinato una grave crisi fiscale nei Territori palestinesi. L’ANP e’ stata quindi costretta a contrarre debiti con le banche locali per continuare a corrispondere sia i pagamenti dovuti ai creditori sia gli stipendi pubblici. Nel tentativo di affrancarsi dalla dipendenza dagli aiuti finanziari internazionali l’ANP ha anche tagliato le spese correnti non legate al pagamento dei salari pubblici. Tali misure non hanno peraltro potuto scongiurare la crisi economica che invece si è acuita anche a causa dell’abbassamento delle aspettative di crescita sostenibile da parte dei palestinesi. A ulteriore aggravio della situazione fiscale, anche le entrate tributarie derivanti dai proventi doganali che il Governo di Tel Aviv raccoglie e poi trasferisce all’ANP (tali trasferimenti rappresentano i due terzi del totale delle entrate fiscali dell’ANP) hanno subito una contrazione pari all’8% rispetto alle stime per il primo semestre del 2011. In particolare, a fronte di stime su maggiori entrate doganali pari al 14%, le entrate effettive si sono fermate all’8%. Ciò è da attribuire anche alla decisione israeliana di abbassare le accise per il petrolio ed alla decisione delle autorità di fatto nella Striscia di Gaza di interrompere i propri rifornimenti di petrolio da Israele. L’ANP ha pertanto dichiarato che intende limitare nella misura possibile tutti gli esborsi non direttamente legati al pagamento dei salari del settore pubblico per evitare, come già avvenuto, di dovere sospendere i pagamenti dei salari pubblici, per compensare, almeno parzialmente, la diminuzione delle entrate fiscali.
In aggiunta, non essendo state adottate da parte israeliana ulteriori  misure volte a ridurre le restrizioni al movimento di beni e persone soprattutto in Cisgiordania, il settore privato nella Westbank ne ha fortemente risentito, al contrario di quanto accaduto nella Striscia di Gaza, dove invece ha cominciato a dare segnali di rinnovata vitalità⁷.

Il Pil dei Territori Palestinesi durante i primi 3 trimestri del 2011 è aumentato del 10,5% rispetto allo stesso periodo del 2010 con +5,8% in Cisgiordania e +25,7% nella Striscia di Gaza⁸.

Il Pil Pro capite nei Territori Palestinesi durante i primi 3 trimestri del 2011 è aumentato del 7,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente⁸; in particolare nel 3° trimestre del 2011 è aumentato dell’8,5% rispetto allo stesso periodo del 2010 con +5,5% in Cisgiordania e +18% nella Striscia di Gaza⁹. La disoccupazione che nel 2010 era del 23,7% di cui 26,8% per le donne¹⁰, è passata al 20,9% nei primi 3 trimestri del 2011, con un aumento in Cisgiordania da 17,3% a 17,5% ma una diminuzione nella Striscia di Gaza da 37,9% a 28,1%⁸.                       C’è stato anche un aumento del 18% degli investimenti esteri che sono passati da 1,4 miliardi di US$ nel 2008 a 1,58 miliardi di US$ nel 2009⁷. Le esportazioni durante i primi 3 trimestri del 2011 rispetto allo stesso periodo del 2010 sono cresciute del 16% e le importazioni del 10%⁸. Nel corso dell’anno, tra il 1° e il 3° trimestre, le esportazioni si sono ridotte del 3% e le importazioni del 16%, con rispettivamente -4,6% e -16,4% in Cisgiordania e rispettivamente +14% e +2% nella Striscia di Gaza⁹ confermando comunque il trand di crescita, soprattutto per le importazioni, registrato durante il periodo 2002-2009.

Nella Striscia di Gaza, nonostante la crescita del settore edilizio del 220% tra l’ultimo semestre del 2010 e il primo semestre del 2011⁷ la ricostruzione delle unità abitative distrutte durante l’operazione militare israeliana Piombo Fuso è ancora in alto mare*.
Altri settori che hanno registrato un andamento positivo sono quello dei servizi, della pubblica amministrazione e del manufatturiero, cresciuti nella misura del 12-16%⁷.

Sempre con riferimento alla crescita a Gaza, uno studio condotto congiuntamente dall’Ufficio del Rappresentante del Quartetto, Tony Blair, e Paltrade*, l’ente per la promozione del commercio palestinese, ha evidenziato i benefici derivanti dal parziale allentamento dell’embargo israeliano sulla Striscia e ha confermato che le restrizioni al movimento e all’accesso imposti da Israele sui Territori costituiscono il principale ostacolo alla crescita economica palestinese. Tutti i parametri presi in considerazione, volume di vendite al dettaglio, livello di occupazione, utilizzo delle risorse disponibili nonchè flussi di esportazione, hanno registrato un miglioramento nel periodo temporale analizzato, ovvero il secondo trimestre del 2011. In particolare, la crescita media registrata dalle vendite al dettaglio è stata pari al 31%, seguita dal settore dell’abbigliamento e dalla vendita di metalli che hanno registrato il picco maggiore, pari al 104%. Anche il settore degli alimentari ha registrato un rilevante  aumento, pari al 45%. Con riferimento al numero di lavoratori occupati, esso è aumentato, passando da una media di 16  ad una media di 18 lavoratori per impresa, comunque pari al solo 63% del numero medio di lavoratori impiegato nel 2005. A riflesso di tale maggiore domanda di lavoro, anche l’innalzamento della capacità di utilizzazione delle strutture produttive operative a Gaza ha registrato una tendenza positiva, tale parametro è passato dal 34% al 42%. Nonostante il notevole incremento, questo dato percentuale corrisponde al solo 52% di quanto rilevato nel 2005. Di pari passo si è evoluta anche la capacita’ di esportare sui mercati esteri con il 60% delle imprese attive che ha dichiarato che potrebbe essere in grado di riattivare i flussi commerciali verso l’esterno entro un mese dalla eventuale data di autorizzazione all’esportazione. Sulla base di tale presupposto, le proiezioni dell’impatto sulle seguenti variabili economiche ipotizzate sono pari al 63% per il volume di vendite, al 51% per l’occupazione e, infine, al 39% sul valore degli investimenti¹¹.

Anche in Cisgiordania c’è stato un aumento importante dell’attività edilizia con +23,2% nel 2010 rispetto al 2009¹⁰, con una spesa totale per il 2010 di 488.063,5 milioni di US$¹⁰. Gran parte del boom edilizio e’ stato registrato a Ramallah con l’iniziativa “Rawabi” ovvero la costruzione di una citta’ interamente araba, da sviluppare utilizzando parametri di urbanizzazione non ancora adottati nei Territori palestinesi, che vuole offrire un’alternativa ai molti palestinesi che non possono piu’ tenere il passo con il livello dei prezzi immobiliari dei centri urbani piu’ sviluppati. Lanciata dall’Esecutivo del Primo Ministro Fayyad, pur essendo stata concepita come una misura di breve periodo per dare sollievo alla domanda di abitazioni in Cisgiordania, potrebbe rappresentare una misura a vasto raggio atta non solo a soddisfare la domanda di edilizia civile ma, in prospettiva, a sostenere l’occupazione nei Territori costituendo una valida alternativa per quella parte della manodopera palestinese impiegata prevalentemente nel settore edile delle colonie israeliane. Tale progetto potrebbe altresì dare un contributo concreto per rendere più effettiva la nuova normativa, varata di recente dall’ANP, che mira a scoraggiare il lavoro palestinese negli insediamenti israeliani in Cisgiordania⁷.

Un altro comparto che ha registrato dinamiche positive è quello del turismo. Le ultime statistiche pubblicate, relative al 2010, dimostrano che la tendenza alla crescita prosegue. Il numero totale di turisti e visitatori è stato pari a 4,9 milioni con un rilevante incremento rispetto ai 2,7 milioni di visitatori del 2009. Sul totale registrato, 22 milioni erano turisti e 2,7 milioni visitatori locali. Il Governatorato di Betlemme ha accolto 1,1 milioni di turisti, secondi in classifica i Governatorati di Jericho e Al-Aghwar i quali hanno entrambi accolto 0,8 milioni di visitatori. Per quanto concerne i dati relativi al solo primo semestre del 2011, gli alberghi hanno ospitato 264 mila turisti dei quali il 12% era costituito da palestinesi e il 34% da turisti europei. Rispetto all’analogo semestre dell’anno precedente, è stato registrato un leggero calo del numero di turisti pari all 0,2%⁷.

Nel primo semestre del 2011 è stato eseguito il primo censimento agricolo dalla nascita dell’ANP relativo all’anno agricolo 2009-2010. La terra coltivabile nei Territori ha una estensione totale pari a 957,2 Km² ovvero corrispondente al 15,9% del totale del territorio palestinese. L’area messa a coltivazione più estesa si trova nel Governatorato di Jenin pari a 185,4 km² ed equivalente al 19,3% del totale della terra coltivabile dei Territori e al 31,8% del totale del territorio del Governatorato . I Governatorati con le aree coltivabili meno estese sono Gaza settentrionale con il 1,3%, e Gaza con l’1,1%, in ognuna di queste aree le superfici coltivabili corrispondono allo 0,2% del totale dei Territori palestinesi. Il numero totale di aziende del comparto agricolo nei Territori palestinesi è pari a 111.310 unità di cui 90.908 ubicate in Cisgiordania. Il Governatorato di Hebron ha il numero più elevato di aziende, pari al 17,7% sul totale, mentre i Governatorati di Jericho e Al-Aghwar quello più basso, l’1,4% sul totale delle aziende. Il numero di aziende che mettono a coltura il territorio è pari a 79.175 unità, equivalente al 71,1% del totale. Le aziende dedite all’allevamento di animali sono 14.241, pari al 12,8% sul totale. Le aziende miste rilevate sono 17.894, pari al 16% sul totale delle aziende censite per l’anno agricolo. I bovini allevati nei Territori palestinesi sono pari a 34.097 unità, di cui 24.462 in Cisgiordania e 9.635 nella Striscia di Gaza. Il numero maggiore di bovini si trova nel Governatorato di Hebron con 8.446 unità, pari al 24,7% dei bovini nei Territori. Il Governatorato di Gerusalemme ha il numero più esiguo con soli 379 capi, pari allo 1,1% sul numero complessivo di bovini. Gli allevamenti ovini contano 568.287 unità di cui 506.884 in Cisgiordania e 61.403 nella Striscia di Gaza. Il Governatorato con il numero più elevato di allevamenti ovini è Hebron con 146.422 unità, pari al 25,7% sul numero totale degli ovini. Il Governatorato di Salfit ha il numero minore con 8.438 unità presenti sul proprio territorio,  pari all’1,4% sul totale. Gli allevamenti caprini contano 220.085 unità di cui 207.935 in Cisgiordania e 12.150 nella Striscia di Gaza. Nel Governatorato di Hebron c’è il numero maggiore di essi, 49.522, pari al 22,5% del totale dei caprini, in quello di Tulkarm quello minore, 3.071, pari all’1,4%¹⁰. La quantità di olive macinate nel 2010 è di 102.162 tonnellate per una quantità di olio prodotto di 23.754 tonnellate¹⁰.


Lo sviluppo della Valle del Giordano, compresa tra i Governatorati di Jericho e di Al-Aghwar, viene considerato, sia sotto il profilo della creazione di lavoro che di sviluppo del tessuto produttivo del settore agricolo, come strategico dall’ANP. Stime condotte da enti palestinesi hanno evidenziato che eventuali investimenti effettuati in alcuni comparti chiave, quali il turismo, l’agricoltura, il mercato immobiliare e l’estrazione mineraria, potrebbero creare all’incirca 50 mila nuovi posti di lavoro nell’area. Il Palestine Investment Fund (PIF) ha condotto degli studi relativi a progetti per un valore di circa 2 miliardi di US$ da realizzarsi nell’arco del prossimo decennio. Tra i progetti messi a punto il più rilevante è costituito dalla costruzione di una nuova città “Moonlight City”, la quale dovrebbe estendersi lungo le coste del Mar Morto per diventare un polo di attrazione turistica. Tuttavia le restrizioni israeliane impediscono lo spiegamento di questo potenziale. Su un totale di circa 82 mila imprese operanti in Cisgiordania solamente 1,4 mila sono attive in quest’area di grandi potenzialità economiche. Allo stato, Israele mantiene il controllo su circa il 59% della Cisgiordania (Area “C”)⁷.

La questione dell’accesso alle risorse idriche, nonchè dell’equa distribuzione delle fonti di approvvigionamento tra Israele e la Palestina, indispensabili oltre che per il consumo privato anche per l’industria, l’edilizia e l’agricoltura, costituisce una delle principali criticità per lo sviluppo dei Territori palestinesi. La distribuzione dell’acqua che sgorga dalle fonti acquifere sotterranee di montagna, come è il caso delle fonti idriche alla linea di demarcazione del 1967 tra la Cisgiordania e Israele, è disciplinata dal diritto internazionale e l’ANP ne richiede l’applicazione nelle sue rivendicazioni nei confronti di Israele. Difatti, le statistiche relative al consumo di acqua evidenziano una netta disparità tra il consumo idrico palestinese e quello israeliano. Da quanto dichiarato dalla Palestinian Water Authority, l’ente pubblico deputato alla gestione delle risorse idriche nei Territori, il consumo israeliano assorbe il 90% delle risorse provenienti dalle fonti comuni. Il consumo pro capite medio di acqua nei Territori è pari a 60 litri, ben al di sotto della soglia minima di 100 litri pro capite indicata dalla Banca Mondiale, quest’ultima ha anche sottolineato che il consumo medio pro capite di acqua in Israele è 4 volte maggiore di quello palestinese per il solo uso domestico⁷. Nel 2010, la quantita’ totale di acqua pompata nei Territori palestinesi è stata pari a 244 milioni di metri cubi, destinati sia al consumo domestico che agricolo, di cui 71,6 milioni in Cisgiordania e 172,4 milioni nella Striscia di Gaza (per Gaza si considera anche l’acqua non potabile e quella pompata dai pozzi dell’UNRWA)¹⁰.

Non bisogna però dimenticare che una parte del Territorio Palestinese della Cisgiordania è occupato illegalmente dalle colonie israeliane e da siti militari o semi militari per un’estensione complessiva nel 2010 di 235,2 Km² e un totale di 518.974 coloni¹⁰. Tale territorio è praticamente di esclusivo uso dei coloni israeliani e quei palestinesi che vivono nelle zone controllate dalle forze armate israeliane o quelli che vivono nelle vicinanze delle colonie sono sistematicamente vittime di aggressioni, assalti, demolizioni e sfratti*. La presenza pervasiva di tali colonie è uno dei principali fattori che ostacola la crescita economica palestinese¹¹ oltre ad essere una violazione del diritto internazionale e una grave ingiustizia.

La PIEFZA (Palestinian Industrial Estates and Free Zones Authority) è l’Autorità palestinese deputata a sovrintendere, tra gli altri, alla realizzazione e gestione dei parchi industriali che sono in via di progettazione in più aree della Cisgiordania. La creazione di tali aree produttive a fiscalità privilegiata, una volta a regime, consentirà una crescita sostenibile dell’economia palestinese in particolare nelle aree ancora a basso tasso di industrializzazione.
L’industria è una delle principali voci produttive palestinesi con 15.617 imprenditori, 65.538 impiegati e una produzione di 2.700,3 milioni di US$ nel corso del 2010¹⁰. di cui 2.254,2 milioni provenienti dall’ambito manifatturiero¹⁰.

La “borsa palestinese“, la Palestine Securities Exchange (PEX), fondata nel 1995, vantava alla fine del 2010 ben 40 società quotate nei seguenti 5 macrosettori: servizi bancari e e finanziari, assicurazioni, investimenti e infine industria e servizi con una capitalizzazione di mercato prossima ai US$ 2,5 miliardi. Malgrado il rilevante declino nel volume e nel valore delle transazioni borsistiche effettuate dalle principali piazze dei Paesi arabi della regione, la PEX non ha registrato analoghe contrazioni nei propri valori. Nel 2010 la PEX ha tenuto 249 sessioni di borsa nel corso delle quali sono stati scambiati 230.516.370 titoli azionari per un valore pari a US$ 451.208.528. Sulle 40 società quotate, 23 hanno visto incrementare il valore delle proprie azioni. A conclusione del 2010 il valore di mercato delle azioni delle società quotate era pari a US$ 2.449.901.545, equivalente ad un incremento del 3,14% rispetto all’anno precedente. Di contro, il valore delle transazioni borsistiche è diminuito del 9,83% rispetto all’anno precedente, pari ad una contrazione di US$ 451.208.528. I diversi settori dell’economia palestinese hanno registrato valori contrastanti negli ultimi anni, il mercato mobiliare rientra nel novero dei settori che hanno segnato uno sviluppo di segno tendenzialmente positivo. Il rilievo della PEX per l’economia palestinese è stato confermato nel corso della quarta edizione dell’ “Annual Palestinian Capital Market Forum” svoltosi a Ramallah nel novembre del 2010. Come ha rimarcato in tale occasione il Primo ministro palestinese, Salaam Fayyad, la borsa palestinese sta svolgendo un ruolo chiave a sostegno del settore privato, il cui sviluppo rappresenta uno dei principali obiettivi strategici di Governo⁷.

Di grande rilevanza per lo sviluppo economico palestinese è la scolarizzazione degli abitanti, soprattutto di quelli più giovani, 99,4% per quelli tra i 15 e i 19 anni, 99,1% tra i 20 e i 24 anni, 99,1% tra i 25 e i 34 anni, 98,1% tra i 35 e i 44 anni nel 2010 con indici leggermente superiori in Cisgiordania e tra le donne.¹⁰ Il numero di impiegati in Ricerca e Sviluppo nel 2010 è di 3.790 persone a fronte dei 2.951 nel 2009 e dei 1.542 del 2008 (i dati del 2009 e del 2008 sono relati alla sola Cisgiordania)¹⁰. A tal proposito si evidenzia lo sviluppo recente nel campo delle nuove tecnologie sia in Cisgiordania che a Gaza**.

Una delle caratteristiche principali che traspaiono dai dati dello “Statistical Yearbook of Palestine 2011″¹⁰ è la massiccia presenza della povertà, definita come lo standard minimo di reddito o di risorse che incontrano le necessità di base; si definisce povertà profonda la quota economica sufficiente all’approvvigionamento di cibo, vestiti e alloggio; si definisce povertà di seconda linea quella in cui si aggiungono anche le spese per salute, educazione, trasporto, cura della persona, spese per la casa.
Nei Territori Palestinesi nonostante ci sia stata una riduzione della povertà totale dal 26,2% del 2009 al 25,7% del 2010 c’è stato un aumento della povertà profonda dal 13,7% del 2009 al 14,1% del 2010 dovuta soprattutto all’aumento dal 21,9% del 2009 al 23% del 2010 nella Srtiscia di Gaza¹⁰.

Il Microcredito può essere di aiuto dato che nei Territori Palestinesi ci sono diverse associazioni che se ne occupano* con ottimi risultati, ma il problema della povertà va risolto anche e soprattutto abbattendo le barriere fisiche ed economiche in particolare nella Striscia di Gaza, dove erano localizzate le principali industrie manifatturiere, la gran parte degli uffici del Ministero dell’Economia e una rilevante quota della produzione agricola palestinese.
Soprattutto il protrarsi del blocco delle esportazioni da Gaza, il cui mercato è tradizionalmente fortemente dipendente dal commercio internazionale rende la ripresa economica più ardua. Da quanto reso noto dalla Palestinian Federation of Industries (PIF), circa il 60% della produzione industriale di Gaza era destinato ai mercati esteri. In particolare, il 90% della produzione tessile, il 25% dell’arredo e il 70% dei beni alimentari industriali. I dati elaborati dall’ufficio delle Nazioni Unite “OCHA” (Office for co-ordination of Humanitarian Affairs) evidenziano che sul totale della capacità produttiva agricola della Striscia di Gaza, pari a 280 mila – 300 mila tonnellate annue, circa un terzo veniva esportato. Sempre secondo la PIF, le restrizioni israeliane che impongono il blocco all’entrata di beni primari essenziali per i processi manifatturieri costituiscono il principale ostacolo alla produzione attestata ora sotto il 50% del suo potenziale. La ripresa dei flussi di esportazione è quindi cruciale per la più generalizzata ripresa economica nonchè per l’occupazione. Si stima difatti, che il pieno dispiegamento del potenziale del settore delle esportazioni potrebbe condurre alla creazione di circa 30 mila – 40 mila nuovi posti di lavoro. L’economia della Striscia potrebbe beneficiare non solo dalla ripresa dei flussi commerciali con i mercati esteri, ma anche del ripristino degli scambi economici e commerciali con il più florido mercato della Cisgiordania. Sopratutto le piccole e medie imprese, le quali costituiscono tradizionalmente la spina dorsale del settore produttivo di Gaza potrebbero beneficiarne⁷.

E L’Italia in che rapporti è con questi paesi?

L’Italia ha ottimi rapporti con Israele con un interscambio commerciale di quasi 3 miliardi di € nei primi tre trimestri del 2011 di cui 1,91 miliardi di esportazioni verso Israele con una crescita del 16,9% rispetto al 2010 e 0,89 miliardi di importazioni verso l’Italia con una crescita del 3% rispetto al 2010. I primi prodotti esportati per valore commerciale durante i primi tre trimestri del 2011 sono: Prodotti della raffinazione del petrolio (CD19201) per un valore di € 190.474.419, Tubi e condotti senza saldatura (CH24201) per un valore di € 107.756.190 e Altri prodotti chimici di base organici (CE20140) per un valore di € 90.679.910.
Tra i prodotti importati nello stesso periodo troviamo: Materie plastiche in forme primarie (CE20160) per un valore di € 117.060.201, Prodotti della raffinazione del petrolio (CD19201) per un valore di € 107.196.439 e Altri prodotti chimici di base organici (CE20140) per un valore € 80.503.890¹².

Da rilevare tra il 2009 e i primi tre trimestri del 2011 la riduzione delle importazioni agricole di ortaggi verso l’Italia, frutta di origine tropicale e subtropicale, agrumi, uva, semi oleosi, pomacee e frutta a nocciolo, altri alberi da frutta, frutti di bosco e frutta in guscio¹² (il boicottaggio contro Agrexco ha funzionato).

Per quanto riguardano gli investimenti diretti italiani in Israele, la presenza più significativa si riscontra nel settore assicurativo. Generali nel 1997 ha acquisito il 59% della maggiore società assicurativa locale, la Migdal, aumentando successivamente la propria quota al 64%.
A partire dal 1999, Generali è entrata tramite Migdal nel capitale della seconda principale banca israeliana, “Bank Leumi”, con una quota iniziale del 3%, salita successivamente al 7,6%.
Telecom Italia è attiva nella posa e nella gestione di cavi sottomarini a fibre ottiche. Con partner israeliani, ha costituito nel 1999 la società “Med 1” per la posa e la gestione di un primo cavo a fibre ottiche tra Mazara del Vallo e Tel Aviv, che costituisce oggi la principale arteria per le comunicazioni via cavo tra Israele e l’Europa.
Nel 2000 Telecom Italia ha varato il progetto Nautilus. Il progetto si articola in tre tronconi, per un totale di circa 7000 km di cavo: un cavo tra Catania e Haifa via Creta; il cavo Catania-Tel Aviv, con potenziale estensione ad Alessandria d’Egitto; l’estensione del cavo da Creta verso Atene ed Istanbul. La posa in opera è stata completata e si e` dato avvio allo sfruttamento commerciale. Nel 2005 la Telecom Italia è divenuta unico proprietario del Consorzio, dopo aver acquistato le restanti quote dai partner israeliani.
Nel 2001 ha iniziato la produzione a Yerucham, nel deserto del Negev, una joint venture italo-israeliana “Cunial Antonio Israel” nel campo delle tegole in cotto, il cui 49 % appartiene alle Industrie Cotto Possagno. Lo stabilimento, a tecnologia interamente italiana, può produrre fino a 20 milioni di tegole l’anno.
ST Microelectronics, il gigante italo-francese dei semiconduttori, ha acquisito nel 2000 la società “Waferscale” nel campo della “flash technology”, per un investimento pari a circa 70 milioni di US$.
Il gruppo italo-israeliano Telit Communications di Trieste, specializzato in soluzioni wireless nel settore machine-to-machine, ha acquisito a gennaio 2011 la Motorola m2m. La società fondata a Tel-Aviv da Motorola nel 2000, sviluppa e produce soluzioni m2m per tecnologie wireless come Gsm, Gprs, Cdma e Wcdma. L’acquisizione, consentirà alla Telit di ampliare la propria presenza nel mercato m2m, migliorare le capacità di R&S, sfruttando le opportunità di cross-selling e sviluppando sinergie di costo.
L’Italiana Enerpoint SpA ha acquisito lo scorso febbraio per un valore stimato di 6 milioni di US$, la società israeliana Friendly Energy Ltd., divenuta dopo l’acquisto Enerpoint Israel Ltd. L’attività di questa società si concentrerà nella realizzazione di impianti fotovoltaici di medie-grandi dimensioni.
In campo spaziale, Alenia e IAI (Israel Aircraft Industries) hanno siglato un MOU per realizzare e commercializzare satelliti civili.
Il Gruppo Pompea, una delle imprese leader in Europa nell’abbigliamento intimo, calze e collant, ha inaugurato nel mese di gennaio 2006 una partnership industriale con Nilit, società israeliana che opera da trent’anni a livello internazionale, nel settore tessile, con la produzione del filato. La nuova società, frutto di questa J.V, si chiama PNF (Pompea Nilit Filament): attraverso questa nuova società, l’azienda di Medole potrà acquistare le materie prime per la propria produzione.
Nel settore dei beni di consumo e servizi, quasi tutte le imprese italiane fanno riferimento a distributori locali per la vendita dei propri prodotti. Fanno eccezione Luxottica e Benetton, presenti con propri punti vendita.

Gli investimenti israeliani in Italia si sono concentrati principalmente nel settore ambientale, farmaceutico, telecomunicazioni e immobiliare.
L’israeliana Teva Pharmaceutical Ltd., ha firmato nel 2004 un accordo con la Pfizer mondiale per l’acquisto dell’italiana Dorom Srl., specializzata nella commercializzazione di farmaci generici e considerata uno dei principali distributori di farmaci generici in Italia.
La Retalix Ltd, specializzata nelle soluzioni software e hardware per supermercati e stazioni di rifornimento, ha completato a gennaio 2005, l’acquisto dell’intera quota dell’italiana Unit Spa, appartenente al gruppo Getronics.
L’israeliana Aladdin Knowledge Systems Ltd. ha acquisito a giugno 2008 la società bergamasca Eutronsec SpA, leader nel settore della protezione software e dell’autenticazione.
La società Ex-Libris di Gerusalemme, specializzata nelle soluzioni per l’automazione delle biblioteche, ha aperto lo scorso luglio una sussidiaria in Italia. L’apertura di un ramo nel nostro paese ha fatto seguito all’acquisizione della società Atlantis Srl., distributrice in esclusiva di Ex-Libris nel territorio italiano e sloveno sin dal 1989.
La società Aspen Building & Development Ltd., ha firmato, invece, a febbraio 2009 un accordo per la costruzione di 5 impianti fotovoltaici con una capacità di produzione di 1 MW cad. Il progetto, sarà realizzato nella regione di Puglia. Sempre nel settore fotovoltaico, è utile menzionare come la società israeliana Gilatz Investments Ltd. abbia continuato ad investire in parchi solari in Italia nel 2010. La società ha firmato, infatti un MOU con un partner italiano per l’acquisto di altri 5 parchi solari, in fase di costruzione per un investimento totale di circa 22 milioni di dollari. Per quanto riguarda gli investimenti israeliani in Italia nel settore delle energie rinnovabili, si è potuto verificare che trattasi di un trend in sicura crescita.
Nell’ultimo decennio, poi, molti imprenditori israeliani hanno compiuto investimenti in beni immobiliari sui mercati esteri. Ultimamente, gli imprenditori israeliani hanno scoperto le opportunità offerte dal mercato immobiliare italiano, soprattutto in Toscana, dove si sono registrati diversi investimenti nel settore turistico ed in progetti abitativi. Sempre nel settore immobiliare, è utile menzionare che la societa’ israeliana Aloni-Hetz, ha acquisito nel 2007 il 3.7 % delle azioni dell’italiana Pirelli Real-Estate, una delle principali società europee nel campo immobiliare, per un valore di circa 95 milioni di US$.
Anche nei beni di consumo è stata monitorata una presenza israeliana in Italia, tramite la catena di occhialeria Xray, che ha aperto nel corso del 2010, 20 punti vendita in Italia³.

Ci sono diversi piani di sviluppo congiunti e collaborazioni di vario genere, a tal proposito vale la pena rilevare che Italia ed Israele sono legate da un accordo intergovernativo di cooperazione industriale scientifica e tecnologica, entrato in vigore nel 2002. Nel 2009 è stato deciso di triplicare i fondi a disposizione dell’Accordo che conta su un finanziamento di quasi € 3 milioni l’anno.
Le collaborazioni interuniversitarie passate e presenti arrivano a 85¹³. Inoltre in occasione del Primo Vertice Bilaterale Italia-Israele dei primi di febbraio 2010 sono stati inaugurati 3 Laboratori congiunti, con una durata di 5 anni, a cui se ne è aggiunto un altro successivamente³.

E con la Palestina in che rapporti siamo?

Non tanto buoni se guardiamo al volume degli scambi, 5,5 milioni di Euro nei primi tre trimestri del 2011 di cui 4,7 milioni sono le esportazioni verso i Territori Palestinesi con un aumento dello 0,4% rispetto al 2010 e 0,8 milioni sono le importazioni verso l’Italia con un aumento del 34,8% rispetto al 2010¹⁴ che rappresentano un millesimo del volume di affari che l’Italia ha con Israele, ma i Palestinesi non sono un millesimo degli Israeliani (4,17 milioni vs 7,80 milioni) nè il Territorio Palestinese è un millesimo di quello israeliano.

I primi prodotti esportati per valore commerciale durante i primi tre trimestri del 2011 sono: Autoveicoli (CL29100) per un valore di € 1.212.467, Riso (CA10613) per un valore di € 722.933 e Paste alimentari, di cuscus e di prodotti farinacei (CA10730) per un valore di € 158.581.
Tra i prodotti importati nello stesso periodo troviamo: Altri alberi da frutta, frutti di bosco e frutta in guscio (AA01250) per un valore di € 479.309 (tra i quali le fragole di Gaza), Calzature (CB15201) per un valore di € 90.803 e Pietre ornamentali e da costruzione, calcare, pietra da gesso, creta e ardesia (BB08110) per un valore € 60.506¹⁴.

Società italiane sono presenti soprattutto nel settore dei macchinari agricoli, rilevantissima è la loro quota di mercato nel comparto agricolo.

La società italiana Pieralisi è leader di mercato per quanto riguarda i macchinari per la produzione di olio d’oliva.

Elenco delle principali imprese palestinesi che intrattengono rapporti commerciali con l’Italia e relativi settori di attività


Ci sono anche progetti di collaborazione e sviluppo di Fiat, Piaggio, Poste Italiane, si annoverano tentativi di collaborazione per favorire l’industria del marmo, l’agroindustria ma…

RIFLESSIONI

Possibile che noi Italiani, popolo di santi, poeti, navigatori…, un pò più furbi degli altri, non cogliamo la grande occasione che abbiamo davanti? Quella di contribuire alla pace e alla normalizzazione dei rapporti tra israeliani e palestinesi e allo stesso tempo favorire lo sviluppo economico? Perchè la Palestina è un vero tesoro per gli investimenti, si può sviluppare di tutto perchè manca tutto o quasi. E se ci fosse la pace allora diventerebbe proprio un Eldorado, si potrebbero costruire infrastrutture comuni, piani congiunti, interscambi, collaborazioni e tanti altri termini come questi.
Sì, è vero, gli Israeliani non vogliono la pace, almeno non la vogliono i loro politici, i loro militari, molti imprenditori, qualche religioso, e i Palestinesi hanno diritto a vivere felici sul loro Territorio, hanno diritto al ritorno nei luoghi da dove sono stati cacciati e da dove ancora oggi vengono cacciati, hanno diritto anche ad essere risarciti per i crimini che hanno subito e a vedere puniti coloro che li hanno commessi e qualora questi non fossero più in vita hanno diritto ad essere riconosciuti come vittime almeno dal punto di vista storico. Ed hanno diritto a poter piangere i loro morti e ad essere compatiti dal mondo intero anche e soprattutto da quello ebraico autentico che già è a loro vicino.
Ma una volta fatte tutte queste cose hanno diritto anche a poter ricominciare e a ricostruire la loro vita.
E se ricominciassimo subito? E se ricostruissimo subito?
E se proprio questo nuovo inizio fosse la chiave per trovare una soluzione a tutti quei problemi che hanno oggi? Fosse il seme che genera l’albero che genera il tronco che genera il ramo che genera la foglia che genera il fiore che genera il frutto che genera nuovamente il seme?
Riempiamoli di soldi!
Israele riceve tanti soldi ogni anno con gli investimenti esteri, e non se la passa tanto male… Perchè non facciamo lo stesso con la Palestina?
Io so che con i soldi i muri si scavalcano e i blocchi si aggirano.
Chi di voi non ha in tasca un paio di milioni di euro così a portata di mano da poter investire?! Chiunque! Ma anche chi non ha i milioni o le migliaia può sempre prendere qualche Euro e investire in un progetto comune, insieme ad altre persone.
Si può partire da qualunque cosa, dall’agricoltura, dall’olio d’oliva, dal manifatturiero, dall’hi-tech, dal turismo, dalla cultura, magari contattare qualche amico palestinese o qualche buon israeliano e cominciare.
I soldi non puzzano se sono puliti.

References

  1. http://www.scribd.com/doc/81050808/08
  2. http://www.scribd.com/doc/81050578/2-8
  3. http://www.scribd.com/doc/81051085/Rapporto-congiunto-Italia-Israele-1-Sem-2011
  4. http://www.scribd.com/doc/81097171/European-Commission-Slammed-for-Links-to-West-Bank-Lab
  5. http://www.scribd.com/doc/81098081/Ahava-Dead-Sea-Laboratories-Horizon-2020-Europe-Answer
  6. http://www.scribd.com/doc/81054307/grf6
  7. http://www.scribd.com/doc/81051257/Rapporto-congiunto-Italia-Palestina-1-Sem-2011
  8. http://www.scribd.com/doc/81092188/EcoEstimate2012
  9. http://www.scribd.com/doc/81051337/Q32011
  10. http://www.scribd.com/doc/81053571/Book-1814
  11. http://www.scribd.com/doc/81058422/4
  12. http://www.scribd.com/doc/81054073/Commercio-Italia-Israele-2011-Ateco-2007
  13. http://www.scribd.com/doc/81058976/universita-italiane-israel
  14. http://www.scribd.com/doc/81054138/Commercio-Italia-Palestina-2011-Ateco-2007

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