Il Giro della propaganda

Christian Peverieri

 

 

 

Sul finire del secolo scorso correvo in bicicletta nella categoria “under 23” e ricordo che una delle corse che sentivo di più era la famosa Popolarissima di Treviso. Il mio sogno era vincerla, non tanto per la vittoria in sé quanto per poter salire sul podio, guardare in faccia lo sceriffo Gentilini e potergli dire: “Io ai razzisti non stringo la mano!” Sarebbe stato più bello della vittoria stessa.

 

Purtroppo le mie scarse doti di velocista mi hanno impedito di realizzare questo sogno ma se si fosse avverato, ne sono certo, sarei stato visto malissimo dall’ambiente tutto perché, sembra quasi una regola non scritta, chi fa sport non deve far politica.
O meglio, chi fa sport, se proprio proprio non riesce a star zitto è pregato cortesemente di seguire la politica “ufficiale”, fare l’uomo immagine va benissimo ad esempio, ma guai a mettere in dubbio le decisioni o le direttive che provengono dall’alto e soprattutto esprimere opinioni e critiche su personalità importanti o temi ritenuti inopportuni. Un ciclista, come qualsiasi altro uomo di sport, deve fare sport, non pensare.

 

Dall’alto invece, decisioni politiche e schieramenti vengono presi eccome. Il mio passato biciclettaro ogni tanto spinge la mia curiosità a guardare che succede nel mondo delle due ruote, così pochi giorni fa mi è saltata all’occhio la notizia della prossima partenza del Giro d’Italia 2018: Gerusalemme. Ho avuto un sobbalzo. Il primo pensiero è stato: che orrore. Il secondo: diamogli il beneficio del dubbio, andiamo a vedere che dicono. Il terzo pensiero ha riconfermato il primo.
In queste righe non mi interessa affrontare l’aspetto sportivo della decisione ma quello politico ed economico. Indagando tra tweet e media alternativi è venuta subito fuori la “sponsorizzazione” dello stato di Israele per questa tre giorni di “sport, cultura, integrazione tra due popoli”: 12 milioni di euro, niente male davvero. Le Olimpiadi del 1936 a Berlino, la Coppa Davis del 1976 in Cile e i Mondiali di calcio del 1978 in Argentina sono i primi esempi che mi vengono in mente per raccontare di come lo sport sia sempre stato usato come veicolo di propaganda: per la grandezza di una razza (ma che smacco quel Jesse Owens) o per sdoganare dei regimi sanguinari come quello di Pinochet (fortuna che Panatta e Bertolucci gliele hanno suonate in campo a quei cileni) e di Videla (con il capitano di allora, El Lobo Jorge Carrascosa, che si ritirò dal calcio giocato pur di non essere complice della dittatura). Lo sport è l’oppio dei popoli, è capace di alterare gli eventi sociali e politici, di guidare l’opinione pubblica. E questa partenza del Giro è solamente un’azione politico-economica, volta a mostrare l’aspetto democratico di uno stato feroce in cambio di una valanga di soldi.
Qui i valori sociali ed educativi dello sport spariscono e lasciano spazio agli interessi politici ed economici di uno stato che non si comporta molto sportivamente con i palestinesi. Sentire il direttore del Giro, il signor Vegni, definire Israele “una nazione molto aperta” fa rizzare i capelli e bollire il sangue nelle vene. I muri, i check point, gli insediamenti abusivi e violenti dei coloni israeliani, l’inferno di Gaza, la prigione a cielo aperto più grande del mondo che rinchiude quasi due milioni di persone, e ancora, i soprusi e le vessazioni quotidiane, l’arroganza dei militari israeliani che senza pietà colpisce anche i bambini palestinesi, la costante repressione dei palestinesi non fanno di Israele una nazione molto aperta ma uno stato che fa del terrore e della violenza le armi principali per sottomettere un intero popolo.

 

Ridicola è anche la scusa usata per difendere questa scelta: in onore di Gino Bartali, insignito nel 2013 del titolo di “Giusto fra le Nazioni” per aver salvato dalla deportazione centinaia di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. Di fatto questa scelta premia uno stato che vìola costantemente i diritti umani e lo fa con la sponda del governo italiano. Il ministro Lotti infatti ha celebrato l’evento con queste parole su Facebook: “Gerusalemme è un luogo affascinante, immerso in una storia e in uno scenario irripetibili, simbolo della ricerca instancabile dell’armonia tra popoli”. E ancora, ” Lo sport è veicolo formidabile di riconciliazione e concordia tra differenze – sociali, identitarie, religiose, politiche”.

 

 

 

Armonia tra popoli, riconciliazione, concordia. Verrebbe da ridergli in faccia, se dietro non ci fossero migliaia di morti.

 

Dello sport vero, dei valori etici di cui tutti si sciacquano la bocca è rimasto ben poco. Tra marketing politico, business, corse truccate, problema doping, il ciclismo ha perso ormai gran parte del suo fascino finendo inglobato nel calderone del capitalismo che devitalizza qualsiasi cosa o essere vivente e lo trasforma in una macchina per far soldi. E allora, dato che lì in alto hanno deciso di strumentalizzare un evento sportivo un tempo di rara bellezza ed emozione, tanto vale non dargliela vinta senza lottare e aderire alla campagna del BDS (il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele) #relocatetherace di boicottare la corsa rosa e cercare di costringere gli organizzatori ad attuare il piano b, ovvero la rinuncia a partire da Israele con conseguente partenza dall’Italia.
Lo dobbiamo allo sport, al ciclismo ma soprattutto ad un popolo ferito che da settant’anni subisce l’aggressione di Israele.

 

Link:

 

https://bdsmovement.net/giro?utm_content=buffere5f88&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer

 

https://t.co/lZmw0cTfGD?amp=1

 

thanks to: Sportallarovescia

Advertisements

Il giro d’Italia in Israele

Dal Corsera ho appreso che le tappe nello Stato sionista sono tre, il circuito di 10 km a Gerusalemme, Haifa – Tel Aviv e Be’er Sheva- Eilat e che il ministro degli esteri, la signora Regev, ammette: «Mai stanziato un budget così alto per un evento sportivo». Le preoccupazioni sono sulla sicurezza, ma si dice «Mi sentirei meno tranquillo a partire dall’Europa». Per il ministro italiano Lotti: «… una sfida sportiva, ma anche culturale; un ponte ideale tra Italia e Israele». Rincara Vegni: «… Non oltrepassiamo i limiti riconosciuti dello Stato d’Israele» (provate a dirlo a Netanyahu…). Riconfermo quindi quanto già scritto ieri su Facebook: «Credevo (e mi sbagliavo) che la partenza del Giro d’Italia del 2018 da Gerusalemme, fosse una barzelletta… e invece, purtroppo, è tutto vero!

Tra i promotori del Museo del Ciclismo della Madonna del Ghisallo, con Fiorenzo Magni, prima amministratore e poi sindaco di Magreglio (al momento della posa della prima pietra del Museo e dell’inaugurazione, dove è, tra l’altro, esposta la copia della pergamena di fondazione con la mia firma), non condivido assolutamente questa scelta che va contro lo spirito di pace dello sport. Diverso sarebbe stato se si fosse trattato di una tappa Tel Aviv – Gerusalemme – Ramallah, oppure Gaza – Tel Aviv – Gerusalemme – Ramallah, ma, in questo modo, in tanti avrebbero potuto vedere qual è la situazione della Palestina, separata da Israele dal muro della vergogna».

Propongo di consegnare ufficialmente la bandierina della partenza a Gerusalemme a John Crossman, alias Mordechai Vanunu, tecnico nucleare a Dimona che aveva denunciato nel 1986 il piano segreto di armamento nucleare dello Stato sionista. Fu sequestrato illegalmente a Roma da agenti del Mossad e processato, altrettanto illegalmente, dai sionisti, uscendo dal carcere solo nel 2004. Lo spettacolo a ogni tappa lo farei gestire da Moni Ovadia, ebreo non sionista.

Il voler giustificare la partenza da Gerusalemme con quanto fatto da Bartali durante la seconda guerra mondiale è solo un espediente. Ho conosciuto Gino Bartali e ritengo sicuramente da condividere quanto il campione ha fatto per salvare degli ebrei e trasmettere documenti nascosti nella canna della sua bicicletta, ma tutto questo non può essere strumentalizzato per  giustificare la partenza del Giro da Gerusalemme, che di fatto offende i palestinesi e quanti (anche ebrei) si battono per una soluzione equa in “Terra Santa”.

I morti di Der Yassin, Sabra e Shatila e Gaza attenderanno a ogni chilometro i girini, spero solo che qualcuno di loro abbia il coraggio di salutarli. [Paolo Ceruti per ecoinformazioni]

Sorgente: Il giro d’Italia in Israele visto da Magreglio

Report Indicates UAE Used ‘Stealth Falcon’ Malware to Snoop on Journalists

The government of the United Arab Emirates used software from Italian firm, Hacking Team, and other new tools to target journalists and dissidents, a new report by Citizenlab has revealed.

The research group found out that UAE authorities used malware dubbed “Stealth Falcon” to attack almost 30 targets, including Rori Donaghy, a British journalist working for the Middle East Eye and a founder of the Emirates Center for Human Rights. Donaghy had previously been critical of UAE’s human rights record.

Sorgente: Report Indicates UAE Used ‘Stealth Falcon’ Malware to Snoop on Journalists

Glyphosate, the hidden poison. Test-Salvagente, Italian consumer magazine found it in food and water

How much glyphosate ends up on our tables? Test-Magazine has conducted the first ever analysis on products sold in italian stores to check the level of contamination of the products. We tested pasta, flour, breakfast cereales and tap water to find out that yes there is glyphosate in food in random products.

Sorgente: Glyphosate, the hidden poison. Test-Salvagente, Italian consumer magazine found it in food and water | Il Test

La ricolonizzazione della Libia

Omar el-Mukhtar

Omar el-Mukhtar

Nella commedia degli equivoci per il teatrino della politica, il primo attore Renzi ha detto che in Libia «l’Italia farà la sua parte», quindi – appena il Pentagono ha annunciato che l’Italia assumerà il «ruolo guida» – ha dichiarato: «Non è all’ordine del giorno la missione militare italiana in Libia», mentre in realtà è già iniziata con le forze speciali che il parlamento ha messo agli ordini del premier. Questi, per dare il via ufficiale, aspetta che in Libia si formi «un governo strasolido che non ci faccia rifare gli errori del passato». In attesa che nel deserto libico facciano apparire il miraggio di un «governo strasolido», diamo uno sguardo al passato.

 

Nel 1911 l’Italia occupò la Libia con un corpo di spedizione di 100mila uomini, Poco dopo lo sbarco, l’esercito italiano fucilò e impiccò 5mila libici e ne deportò migliaia. Nel 1930, per ordine di Mussolini, metà della popolazione cirenaica, circa 100mila persone, fu deportata in una quindicina di campi di concentramento, mentre l’aviazione, per schiacciare la resistenza, bombardava i villaggi con armi chimiche e la regione veniva recintata con 270 km di filo spinato. Il capo della resistenza, Omar al-Mukhtar, venne catturato e impiccato nel 1931. Fu iniziata la colonizzazione demografica della Libia, sequestrando le terre più fertili e relegando le popolazioni in terre aride. Nei primi anni Quaranta, all’Italia sconfitta subentrarono in Libia Gran Bretagna e Stati uniti. L’emiro Idris al-Senussi, messo sul trono dagli inglesi nel 1951, concesse a queste potenze l’uso di basi aeree, navali e terrestri. Wheelus Field, alle porte di Tripoli, divenne la principale base aerea e nucleare Usa nel Mediterraneo.

 

Con l’Italia re Idris concluse nel 1956 un accordo, che la scagionava dai danni arrecati alla Libia e permetteva alla comunità italiana di mantenere il suo patrimonio. I giacimenti petroliferi libici, scoperti negli anni ‘50, finirono nelle mani della britannica British Petroleum, della statunitense Esso e dell’italiana Eni. La ribellione dei nazionalisti, duramente repressa, sfociò in un colpo di stato incruento attuato nel 1969, sul modello nasseriano, dagli «ufficiali liberi» capeggiati da Muammar Gheddafi.

 

Abolita la monarchia, la Repubblica araba libica costrinse Usa e Gran Bretagna a evacuare le basi militari e nazionalizzò le proprietà straniere. Nei decenni successivi, la Libia raggiunse, secondo la Banca mondiale, «alti indicatori di sviluppo umano», con una crescita del pil del 7,5% annuo, un reddito pro capite medio-alto, l’accesso universale all’istruzione primaria e secondaria e del 46% alla terziaria. Vi trovavano lavoro oltre 2 milioni di immigrati africani. Questo Stato, che costituiva un fattore di stabilità e sviluppo in Nordafrica, aveva favorito con i suoi investimenti la nascita di organismi che avrebbero creato l’autonomia finanziaria e una moneta indipendente dell’Unione africana.

 

Usa e Francia – provano le mail di Hillary Clinton – decisero di bloccare «il piano di Gheddafi di creare una moneta africana», in alternativa al dollaro e al franco Cfa. Per questo e per impadronirsi del petrolio e del territorio libici, la Nato sotto comando Usa lanciava la campagna contro Gheddafi, a cui in Italia partecipava in prima fila l’«opposizione di sinistra». Demoliva quindi con la guerra lo Stato libico, attaccandolo anche dall’interno con forze speciali e gruppi terroristi. Il conseguente disastro sociale, che ha fatto più vittime della guerra stessa soprattutto tra i migranti, ha aperto la strada alla riconquista e spartizione della Libia. Dove rimette piede quell’Italia che, calpestando la Costituzione, ritorna al passato coloniale.

Fonte
Il Manifesto (Italia)

thanks to: Voltairenet

“Vi spiego cosa accade a Sigonella e cosa sono i droni killer”

Se vuoi capire cosa sta succedendo a Sigonella e quanto l’Italia sia implicata nei nuovi scenari di guerra devi telefonare a Messina, ad Antonio Mazzeo, tra i massimi esperti di geopolitica mediterranea, autore di saggi fondamentali sul rapporto tra gli Usa e il nostro paese, uno che le denunce sugli armamenti americani (e sui droni) presenti sul suolo italiano le fa da anni.

 

Antonio, cosa succede a Sigonella e perché improvvisamente se ne torna a parlare?

 

Succede che il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo in cui riferisce di un accordo tra Usa e Italia per dislocare, nella base di Sigonella, i cosiddetti droni killer: sono dei velivoli senza pilota dotati di sistemi missilistici e bombe a guida laser. Non sono strumenti difensivi ma hanno una funzione di attacco. E questo viola almeno un paio di articoli della Costituzione.

 

Ti riferisci al famoso articolo 11 che recita “L’Italia ripudia la guerra…?”

 

E non solo. Mi riferisco, per esempio, anche all’articolo 80. Ma vorrei aggiungere un’altra cosa a proposito del famoso accordo Italia-Usa.

 

Prego…

 

Già nel 2011, durante la guerra in Libia, i droni americani, senza alcun accordo formale, rientravano in Italia dopo le missioni. Poi, nel 2013, questi accordi sono stati formalizzati ma soltanto per un utilizzo temporaneo. Oggi, addirittura, Sigonella diventa una base operativa. E tutto questo senza alcun passaggio parlamentare e senza che l’opinione pubblica ne sia stata informata. Solo ieri, la ministra Pinotti è stata costretta a riferire in sede parlamentare sulla presenza dei droni sostenendo che si tratta di sistemi di difesa. Ma non è vero.

 

Torniamo ai droni. Cosa sono e come funzionano?

 

Ne esistono di due tipi: i Global Hawk, ospitati a Sigonella dal 2008, che hanno funzioni di intelligence, sono dotati di telerilevamento e monitorano aree enormi, individuando obiettivi e regolando missioni di attacco. Poi ci sono i cosiddetti droni killer, come i Predator o i Reaper: questi imbarcano bombe e sono teleguidati dalle basi statunitensi. L’America li ha usati in più di 500 blitz, in Afghanistan, Pakistan, Iraq, Siria, Libia, Africa sub-sahariana e Yemen facendo migliaia di vittime.  E non solo tra i combattenti o i sospetti terroristi ma anche tra i civili, nelle scuole, negli ospedali. E questo pone grossi problemi di diritto umanitario. E poi, colpire un obiettivo solo perché sospettato di essere un terrorista equivale ad una condanna a morte senza processo.

 

Quali sono le basi da cui vengono teleguidati?

 

Fino ad oggi la base di Ramstein in Germania ma è partito un bando per realizzare un altro centro a Sigonella.

 

Insomma, siamo in guerra…

 

Sì, c’è un’accelerazione dell’escalation bellica verso la Libia. E in questa accelerazione rientra la presenza di unità navali italiane a largo della Libia e l’utilizzo dei droni italiani (sono dei Predator non armati) che partono dalla base di Amendola (Foggia), penetrano nello spazio aereo libico e si spingono fino al Ciad.

 

E in questo scenario Sigonella che ruolo ha? 

 

Sigonella si appresta a diventare una centrale di controllo mondiale dei droni già nel 2017.  Ma già oggi Sigonella e Trapani Birgi sono utilizzate per le operazioni dei droni militari acquistati dlal’Aeronautica Militare e con base di controllo ad Amendola (anche per attività di controllo anti-migrazioni). La novità è che è arrivata l’autorizzazione del congresso americano e presto potranno essere armati e avere il loro battesimo di fuoco in Libia.

 

Intervista a cura di Massimo Malerba, pubblicata il 6 febbraio 2016 in Il Post Viola,

http://violapost.it/2016/02/26/vi-spiego-cosa-accade-a-sigonella-e-cosa-sono-i-droni-killer/#sthash.vnZcR7uX.dpuf

Sorgente: Antonio Mazzeo Blog: “Vi spiego cosa accade a Sigonella e cosa sono i droni killer”

Da Pantelleria e Catania i voli top secret degli Stati Uniti in Libia

Intelligence. L’uso dei due scali siciliani per le attività delle forze armate Usa in Nord Africa era stato denunciato un anno fa circa da alcuni blogger tunisini. Allora però si trattava di missioni che interessavano esclusivamente la Tunisia nelle aree di Monte Chaambi, Djebal Salloum e Foussena, al confine con l’Algeria (dove erano in corso violenti combattimenti tra le forze armate e i gruppi ribelli) e, successivamente, Sousse (la località turistica dove si è consumata l’efferata strage dei turisti in spiaggia), Hammamet e Bargou (governatorato di Siliana). Ora che Washington e la Nato minacciano di sferrare un attacco aeronavale in Libia, le operazioni d’intelligence sono state estese anche a buona parte del territorio settentrionale libico.

Dalla Sicilia non solo droni per le operazioni di guerra in Libia. US Africom, il comando statunitense per gli interventi nel continente africano, sta utilizzando un aereo spia che decolla quotidianamente dall’isola di Pantelleria o dall’aeroporto “civile” di Catania Fontanarossa per monitorare una vasta area tra la Libia e la Tunisia. Il velivolo, un bimotore Super King Air 300 numero di matricola N351DY, è di proprietà dell’Aircraft Logistics Group LLC, società contractor del Dipartimento della difesa con sede a Oklahoma City, il cui vicepresidente è l’ex generale Peter J. Hennessey, già responsabile delle attività logistiche dell’US Air Force durante l’operazione Enduring Freedom in Afghanistan.

 

I tracciati radar più recenti documentano che l’aereo dotato di sofisticate apparecchiature d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento ha eseguito due missioni lo scorso 1 marzo. Decollato alle ore 5.34 da Fontanarossa, il Super King si è diretto sino a Misurata; dopo aver sorvolato per circa un’ora le coste ad ovest della città libica, l’aereo si è diretto a Pantelleria da dove è ripartito ancora verso la Libia alle 16.35 per atterrare infine in serata a Fontanarossa. Il giorno precedente, l’aereo-spia aveva percorso una rotta molto più contorta nel Mediterraneo volando ancora da Pantelleria sino a Misurata. Differenti le destinazioni invece il 26, 27 e 28 febbraio, quando da Catania e Pantelleria il Super King di US Africom aveva raggiunto la Tunisia per sorvolare Sousse, Sfax, Monastir e le città più interne di al-Qaraiwan e Ouled Chamekh.

 

L’uso dei due scali siciliani per le attività delle forze armate Usa in Nord Africa era stato denunciato un anno fa circa da alcuni blogger tunisini. Allora però si trattava di missioni che interessavano esclusivamente la Tunisia nelle aree di Monte Chaambi, Djebal Salloum e Foussena, al confine con l’Algeria (dove erano in corso violenti combattimenti tra le forze armate e i gruppi ribelli) e, successivamente, Sousse (la località turistica dove si è consumata l’efferata strage dei turisti in spiaggia), Hammamet e Bargou (governatorato di Siliana). Ora che Washington e la Nato minacciano di sferrare un attacco aeronavale in Libia, le operazioni d’intelligence sono state  estese anche a buona parte del territorio settentrionale libico.

 

Rispondendo nel giugno 2015 ad alcune interrogazioni del M5S, il ministero della difesa aveva ammesso di aver autorizzato US Africom a “rischierare sino al 31 maggio 2015 sulla base aerea di Pantelleria un assetto civile non armato e gestito da una compagnia privata, al fine di consentire l’esecuzione di missioni di riconoscimento e sorveglianza nel Nordafrica (a fronte delle quali non si è al corrente di specifici accordi fra la Tunisia e gli Stati Uniti)”. Il ministero aggiungeva che in base di un “apposito accordo tecnico di contingenza”, il distaccamento dell’Aeronautica italiana forniva ai contractor Usa un “limitato supporto tecnico-logistico” e che l’Ambasciata degli Stati Uniti aveva comunque avanzato una richiesta di proroga sino alla fine del 2015 “attualmente in fase di valutazione da parte dello Stato maggiore”. Evidentemente la proroga (con tanto di estensione delle operazioni sino ad oggi e l’uso in aggiunta dello scalo di Catania) è stata accordata senza che il Parlamento venisse poi informato.

 

Secondo quanto rilevato da alcuni organi di stampa statunitensi, Pantelleria è stata utilizzata in questi ultimi mesi anche per gli scali tecnici di velivoli in dotazione alle forze speciali Usa impegnate in missioni top secret in Libia. Lo scorso 14 dicembre, ad esempio, sarebbe atterrato nell’isola un aereo C-146A “Wolfhound” del 524th Special Operations Squadron dell’US Air Force, proveniente dalla base aerea di al-Watiyah a sud ovest di Tripoli.

 

Che Pantelleria sia destinata a  fare da vera e propria “portaerei naturale” per i prossimi raid multinazionali in Libia è provato dal vertice tenutosi il 5 febbraio presso il locale distaccamento dell’Aeronautica tra il responsabile del 3° Reparto dello Stato Maggiore, gen. Gianni Candotti e il gen. David M. Rodriguez, comandante in capo di US Africom. “La visita è proseguita con un tour presso le strutture di Pantelleria, tra cui lo storico ed imponente hangar, scavato all’interno di una piccola montagna”, riporta una nota emessa dal Comando aereo. “Originariamente su due livelli, esso permetteva il ricovero di almeno 80 aerei da combattimento oppure di un intero stormo da combattimento o caccia. Il ricovero realizzato negli anni ’30, è tuttora utilizzato anche per attività non tipicamente militari. Il monumentale hangar è ormai strutturato su un solo livello e la parte superiore è stata riadattata per esigenze logistiche, con sale briefing, meteo ed alloggi”. Sarà in questo bunker superprotetto che saranno rischierati i velivoli Nato destinati a sganciare missili e bombe su Tripoli e la Cirenaica.

Articolo pubblicato in Il manifesto, 5 febbraio 2016.

Sorgente: Antonio Mazzeo Blog: Da Pantelleria e Catania i voli top secret degli Stati Uniti in Libia

Just In Case: Inside the Pentagon’s Explosive Plan B for Libya

Recognizing its own failure in Libya, the Pentagon has a new plan to address the spread of terrorist groups in the North African nation: more bombs.

Since the fall of Muammar Gaddafi in 2011, Libya has been in chaos. NATO airstrikes destabilized a government that was unpopular with the West, but otherwise secure, allowing terrorist groups like Daesh, also known as IS/Islamic State, to flourish.

Now the Pentagon has a new plan to “cripple” the terrorist group’s growing influence in Libya, and it’s not much different from the strategy that led to their rise. Presented to the White House last month, the strategy calls for “as many as 30 to 40” airstrikes across the country, which, it is promised, will allow “Western-backed” militias to overwhelm Daesh militants.

According to US officials, the plan is not being “actively” considered at this time, as the Obama administration is currently trying to install a unity government in Libya, and that effort could be hindered by renewed violence.

Earlier this week, a number of Libyan experts noted that the Pentagon’s strategies are based on faulty intelligence.

“The estimates of the number of jihadists is grossly exaggerated,” said Karim Mezran of the Atlantic Council, according to AntiWar.com.

While the Pentagon has claimed that between 5,000 and 6,500 Daesh militants are operating in Libya, the need for only 30 to 40 airstrikes suggests that even Washington suspects that the terrorist fighters number in the hundreds, not the thousands.

As the US considers a new military operation in Libya, recently uncovered secret documents show that Italy has invasion plans of its own. Published by Italian newspaper Corriere della Sera, the documents show that Italian troops are preparing to join US, French, and British special forces that have been operating inside Libya for several weeks.

Varying estimates suggest that between 3,000 and 7,000 international troops will be deployed, with nearly a third sent by Rome.

Critics have questioned Italy’s need to become embroiled in a foreign military ground war.

“And the principal question – what is that national interest Italy wants to protect?” reads an op-ed from La Repubblica. “There is danger that Italy could once again be dragged into war with only one purpose – to please its allies.”

Whichever stabilization strategy the West ultimately decides upon, the US and its allies may increasingly regret ousting Gaddafi in the first place.

thanks to: Sputniknews

Italy to Send 8 Helicopters to Iraq for Anti-Daesh Campaign

Italy will send eight helicopters to Iraq to provide combat and logistical assistance in the fight against terrorism, the Italian defense minister said.

Last month, the Italian Defense Ministry announced that it would send 130 military personnel to Iraq where they will be stationed in Erbil.

“The Italian government will send four Mongoose (A-129) helicopters and four other NH90 planes to Iraq in the coming days… The aircraft will be deployed in northern Erbil for combat, search and rescue purposes,” Roberta Pinotti said in a statement published by the portal Iraqi News on Thursday.

The US-led international coalition of over 60 countries has been fighting against Daesh, both in Syria and Iraq, since 2014.

Sorgente: Italy to Send 8 Helicopters to Iraq for Anti-Daesh Campaign

Academic boycott of Israel takes off in Italy

An image from a January 2014 jobs fair at Israel’s Technion, which featured numerous arms companies to which the university has close ties. Hundreds of Italian academics are urging a boycott of Israeli institutions, in particular Technion. (Source: Facebook)

An image from a January 2014 jobs fair at Israel’s Technion, which featured numerous arms companies to which the university has close ties. Hundreds of Italian academics are urging a boycott of Israeli institutions, in particular Technion. (Source: Facebook)

There have been major breakthroughs in Italy for the campaign to boycott Israeli academic institutions.

More than 200 academics from 50 Italian universities have signed a call for the boycott of Israeli academic institutions until Israel complies with international law.

This is the first time a significant number of Italian academics have taken a public stand in support of the Palestinian-led campaign of boycott, divestment and sanctions (BDS).

The move comes just months after Italian Prime Minister Matteo Renzi lashed out at the BDS movement as “stupid and futile” in a speech to the Israeli parliament.

The Italian scholars join more than 1,500 of their colleagues in the United Kingdom, Belgium, South Africa, Ireland and Brazil who have endorsed similar pledges in recent months.

The scholars endorsing the Italian call, which echoes the pledge signed by UK academics last October, are committing to refuse invitations from Israeli academic institutions and not to act as referees or participate in conferences funded, organized or sponsored by Israeli institutions.

Consistent with the guidelines set out by the Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel (PACBI), which targets institutions not individuals, the academics clarify that they will “continue to work and cooperate with [their] Israeli colleagues individually.”

They also reiterate the anti-racist nature of the boycott campaign.

“History teaches us”

“I signed because I consider BDS to be of utmost importance. It has demonstrated its ability to have an impact and obtain results,” Patrizia Manduchi, associate professor at the University of Cagliari, told The Electronic Intifada.

“This will be an essential tool in raising awareness among the academic community, who often simply do not know what is happening.”

A professor of history, Manduchi also stressed the importance of “studying the historical record, the origins and evolution of the conflict, which are often forgotten.” She added that “history teaches us.”

Andrea Domenici, an assistant professor in computer engineering, told The Electronic Intifada, “I believe that those who have the privilege of a university education and of working as a researcher have responsibilities toward human society, and among them is a duty not to collaborate with institutions participating in systems of oppression.”

Military ties

The call is also focused on ending ties between Italian universities and Technion, the Haifa-based Israeli technical university.

According to research done by the European Coordination of Committees and Associations for Palestine, Technion is slated to receive more than $18 million in European funding under the EU Horizon 2020 research program.

While all Israeli academic institutions play an integral role in developing and perpetuating Israeli policies that deny Palestinians their fundamental rights, Technion was chosen as a focus due to its involvement “more than any other university in the Israeli military-industrial complex.”

Technion boasts “exceptionally close ties” with the Israeli defense ministry and military as well as the country’s top weapons producers, including Israel Aerospace Industries, Rafael Advanced Defense Systems and Elbit Systems.

The boycott call notes that Elbit Systems “manufactures the drones used by the Israeli army to fire on civilians in Lebanon in 2006 and in Gaza in 2008–2009 and in 2014.”

According to a report by Defense for Children International-Palestine, Israeli forces “directly targeted children” in Gaza, where 164 children were killed by drone-fired missiles in the summer 2014 attacks.

Elbit Systems is destined to become Israel’s largest weapons producer as the only bidder in the running for the purchase of Israel Military Industries as part of a privatization plan. The acquisition would add advanced rockets, airborne bombs and precision multi-purpose tank shells to Elbit’s already deadly product range.

Groomed

Examples of Technion students being groomed for and hired by Israel’s weapons industry and military abound.

These include campus job fairs, joint academic programs, scholarships, projects and research centers and even family and recruitment days sponsored by the military and weapons companies.

Last year, Technion developed a program tailored for professionals interested in developing Israel’s defense exports industry, where, according to one of the lecturers, “the sky is the limit.”

The Italian scholars urge their colleagues to suspend “all forms of academic and cultural cooperation, collaboration or joint projects with Technion.”

Eight Italian universities currently have cooperation agreements with Technion, including in Turin, Milan, Florence, Perugia, Rome and Cagliari.

A 2005 military cooperation agreement between Italy and Israel provides for research and development of weapons systems and commits each country to “encourage their industries to search for projects and equipment with mutual interest for both Parties.”

Protesting

The academics’ pledge also urges student associations to join the campaign to suspend agreements between Technion and Italian universities.

Students have been doing just that.

Last October, students and workers at the University of Turin and Turin’s Polytechnic, which both have agreements with Technion, organized protests during a two-day event featuring Technion aimed at “exploring new areas of collaboration to strengthen the cooperation” between the universities.

On the Italian island of Sardinia, a number of student groups and associations launched a petition calling for the suspension of “all cooperation agreements” between the University of Cagliari and Israeli academic institutions, in particular Technion.

Roberto Vacca, an organizer with the student union UniCa 2.0, told The Electronic Intifada, “Today we’re relaunching our efforts for an immediate end to these cooperation agreements so that our city and our university are not complicit in the horrors perpetrated on the Palestinian people by the Israeli government and institutions.”

Progetto Palestina, a Turin student group, told The Electronic Intifada, “We’re convinced that organizing academic boycott campaigns is crucial because Israeli universities are far from independent apolitical subjects but rather are perfectly integrated and involved in the state policies that oppress Palestinians on a daily basis.”

Reversing a trend

In yet another Italian first, the Italian Society for Middle Eastern Studies will host a panel discussion in mid-March on the BDS movement and academic boycott campaigns.

Panel coordinator and independent researcher Enrico Bartolomei told The Electronic Intifada he sees this Sicily-based event, along with the academics’ pledge, as reversing a trend.

“Despite increasing support on campuses and among professional organizations worldwide for endorsement of the boycott of Israeli academic institutions, academics in Italy have remained largely silent or set up even wider collaboration with Israeli institutions closely linked to Israel’s military-industrial complex and complicit in violations of international law and Palestinian rights,” Bartolomei said.

Bartolomei notes this “marks the first time an Italian academic association will openly discuss the BDS and PACBI campaigns.”

The academics’ pledge states that Israel’s vast military-industrial complex “largely depends on the willingness of governments, companies and research centers around the world to collaborate with universities and research centers in Israel.”

Italian scholars and students are working to raise awareness – and to turn that willingness into a liability in order to convince institutions to sever their ties.

Stephanie Westbrook is a US citizen based in Rome, Italy. Her articles have been published by Common Dreams, Counterpunch, The Electronic Intifada, In These Times and Z Magazine. Twitter: @stephinrome

 

thanks to: The Electronic Intifada

168 accademici italiani chiedono il boicottaggio delle università israeliane

Un’iniziativa senza precedenti l’appello di 168 professori e ricercatori che chiedono la cessazione delle collaborazioni tra atenei italiani e quelli israeliani, a partire dal Technion di Haifa 

Il Technion di Haifa

Il Technion di Haifa

della redazione

Roma, 30 gennaio 2016, Nena News – Un’iniziativa senza precedenti in Italia, nel mondo accademico e culturale del nostro paese. Sono 168 gli accademici e le accademiche di oltre 50 università e istituti di ricerca italiani ad aver firmato l’appello che chiede il boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane.

Una campagna strettamente collegata alla chiamata della società civile palestinese del 2005 alla comunità internazionale, il Bds (Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni), e che esprime solidarietà ai colleghi palestinesi colpiti da violazioni strutturali della libertà accademica da parte delle autorità israeliane.

In particolare l’appello fa riferimento agli accordi di cooperazione siglati da numerosi atenei italiani (tra cui le università di Cagliari, Firenze, Perugia, Roma e Torino e i Politecnici di Torino e Milano) con il Technion di Haifa, accusato di “supportare e riprodurre le politiche israeliane di espropriazione e di violenza militare ai danni della popolazione palestinese”.

Il testo dell’appello:

Noi, docenti e ricercatori/trici delle Università italiane siamo profondamente turbati dalla collaborazione tra l’Istituto israeliano di tecnologia “Technion” e alcune università italiane, tra cui il Politecnico di Milano, il Politecnico di Torino, l’Università di Cagliari (medicina), l’Università di Firenze (medicina), l’Università di Perugia, l’Università di Roma “Tor Vergata” e “Roma3”, l’Università Torino.

Le università israeliane collaborano alla ricerca militare e allo sviluppo delle armi usate dall’esercito israeliano contro la popolazione palestinese, fornendo un indiscutibile sostegno all’occupazione militare e alla colonizzazione della Palestina. [1] Il Technion è coinvolto più di ogni altra università nel complesso militare-industriale israeliano. [2] L’istituto svolge una vasta gamma di ricerche in tecnologie e armi utilizzate per opprimere e attaccare i palestinesi. Ad esempio, uno dei progetti più noti ha portato allo sviluppo di funzioni di controllo remoto sul bulldozer Caterpillar “D9” usato dall’esercito israeliano per demolire le case dei palestinesi e all’implementazione di un metodo per individuare i tunnel sotterranei, sviluppato appositamente per facilitare l’assedio alla Striscia di Gaza. [3]

Il Technion sviluppa programmi congiunti di ricerca e collabora con l’esercito israeliano e con le principali aziende produttrici di armi in Israele, tra cui Elbit Systems. Tra i più grandi produttori privati di armi, Elbit Systems fabbrica i droni utilizzati dall’esercito per colpire deliberatamente i civili in Libano nel 2006, a Gaza nel 2008-2009 [4] e nel 2014 e fornisce le apparecchiature di sorveglianza per il Muro dell’apartheid. [5] Inoltre, il Technion forma i suoi studenti di ingegneria affinché lavorino con aziende che si occupano direttamente dello sviluppo di armi complesse. Per esempio, Elbit Systems ha assegnato dei fondi di circa mezzo milione di dollari in borse di studio come premio per gli studenti del Technion che portano avanti ricerche di questo tipo. [6]

Il Technion intrattiene stretti rapporti anche con la Rafael Advanced Defense Systems, uno dei maggiori produttori di armi sostenuti dal governo, che ha elaborato un sistema avanzato di protezione dei carri armati israeliani Merkava. L’istituto ha promosso anche un master in gestione aziendale mirato specificatamente ai dirigenti di Rafael, rafforzando ulteriormente il rapporto tra il mondo accademico e il complesso militare-industriale d’Israele. [7] Come altre università israeliane, il Technion premia i suoi studenti che svolgono il servizio militare obbligatorio. Solo per citare un esempio, ai militari riservisti che hanno partecipato all’operazione Piombo Fuso a Gaza nel 2008-2009 sono stati anche concessi benefici sul piano accademico in aggiunta alle agevolazioni normalmente previste per i riservisti. [8]

Il funzionamento del vasto complesso militare-industriale israeliano dipende in notevole misura anche dalla volontà dei governi, delle aziende e dei centri di ricerca di tutto il mondo di collaborare con le università e i centri di ricerca israeliani. Il rapporto attivo e durevole del Technion con l’esercito e l’industria militare israeliana lo rende direttamente complice delle violazioni del diritto internazionale che essi commettono. Di conseguenza, collaborare con il Technion significa rendersi attivamente partecipi del regime di occupazione, colonialismo e apartheid d’Israele e in questo modo essere complici del sistema di oppressione che nega ai palestinesi i loro diritti umani più fondamentali.

Chiediamo pertanto ai nostri colleghi docenti e ricercatori/trici di porre fine a ogni forma di complicità con il complesso militare-industriale israeliano e chiediamo l’interruzione di ogni forma di cooperazione accademica e culturale, di collaborazione o di progetti congiunti con il Technion.

Inoltre, rispondendo all’appello della società civile palestinese che nel 2005 ha chiesto il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) contro Israele [9] fino a che non cesseranno le sistematiche violazioni contro il popolo palestinese, dichiariamo che non accetteremo inviti a visitare istituzioni accademiche israeliane; non agiremo come arbitri in nessuno dei loro processi; non parteciperemo a conferenze finanziate, organizzate o sponsorizzate da loro, o comunque non collaboreremo con loro. Tuttavia, nel pieno rispetto delle linee guida della Campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale d’Israele (PACBI) [10], continueremo a lavorare e collaborare con i nostri colleghi israeliani singolarmente.

Considerato che intellettuali critici, spiriti liberi e donne e uomini di coscienza si sono storicamente presi la responsabilità morale di combattere l’ingiustizia, come esemplificato dalla lotta per l’abolizione dell’apartheid in Sud Africa;

considerato inoltre che un numero crescente di università [11], associazioni di o singoli accademici [12] e gruppi studenteschi [13] in tutto il mondo si sono mobilitati contro la collaborazione con università e centri di ricerca israeliani complici in violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani, e in piena continuità con le campagne internazionali per la revoca degli accordi con il Technion [14]

invitiamo tutte le persone solidali con la lotta di liberazione palestinese ad unirsi alla campagna BDS fino a quando Israele non riconoscerà il diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione e non si conformerà al diritto internazionale: 1. Ponendo termine all’occupazione e alla colonizzazione di tutte le terre arabe e smantellando il Muro; 2. Riconoscendo i diritti fondamentali dei cittadini arabo-palestinesi di Israele alla piena uguaglianza; 3. Rispettando, proteggendo e promovendo i diritti dei profughi palestinesi al ritorno nelle loro case e nelle loro proprietà come stabilito nella risoluzione 194 dell’ONU.

Nel rispetto dei principi del movimento BDS rifiutiamo ogni forma di discriminazione razziale, politica, religiosa e di genere, inclusi l’antisemitismo, l’islamofobia e ogni ideologia fondata su presunte supremazie etniche o razziali.

Ci appelliamo infine a tutte le associazioni studentesche, ai movimenti di solidarietà e a tutte le persone che credono nella giustizia affinché proseguano gli sforzi di mobilitazione sia facendo pressioni sugli organi competenti per la revoca degli accordi tra il Technion e le università e i centri di ricerca italiani, sia attraverso proteste, dibattiti e azioni volte sensibilizzare le comunità accademiche sulle implicazioni della collaborazione con il Technion e in generale con le università e gli enti di ricerca israeliani.

[1]Pianificare l’oppressione. Le complicità dell’accademia israeliana (Torino: Seb27, 2010)

[2] Industry Guide to Technion

[3] Uri Yacobi Keller, The Economy of the Occupation: A Socioeconomic Bulletin (Jerusalem: Alternative Information Center, 2009), 9.

[4] Ibid., 10.

[5]Who Profits, ElbitSystems

[6] Keller, 10-11.

[7] Structures of Oppression: Why McGill and Concordia Universities Must Sever their Links with the Technion-Israel Institute of Technology

[8] Keller, 12-13

[9] L’appello palestinese per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, 9 luglio 2015

[10] PACBI Guidelines for the International Academic Boycott of Israel

[11] University of Johannesburg ends Israeli links, March 23, 2011; La SOAS dell’Università di Londra sostiene il boicottaggio di Israele con un voto schiacciante, 28 Febbraio 2015 .

[12] Si veda: 250 accademici chiedono di escludere aziende israeliane dai programmi di ricerca europei, BDS Italia, 10.07.2012; American Studies Association, Resolution to Support the Boycott of Israeli Academic Institutions,  April 20, 2013 ; A Commitment by UK Scholars to Human Rights in Palestine, October 27, 2015; Academics and Israel, The Irish Times, Nov 4, 2015 ; More than 200 South African scholars pledge support for Israel boycott, The Jerusalem Post, 16 Dec 2015 . Recentemente, l’Associazione Antropologica Americana è diventata la più grande istituzione accademica degli Stati Uniti ad approvare il boicottaggio accademico di Israele. Per un elenco dei dipartimenti e delle associazioni accademiche che sostengono il BDS si veda: http://www.usacbi.org/academic-associations-endorsing-boycott/

Contatti:

Email: campagnastoptechnion@gmail.com

Sito Web: https://stoptechnionitalia.wordpress.com

Lista dei primi firmatari:
1. Matilde Adduci, Università di Torino
2. Vittorio Agnoletto, Università di Milano
3. Alessandra Agostino, Università di Torino
4. Stefania Arcara, Università di Catania
5. Andrea Balduzzi, Università di Genova
6.Angelo Baracca, Università di Firenze
7. Giorgio Barberis, Università del Piemonte Orientale
8. Paolo Barrucci, Università di Firenze
9. Laura Bartolini, European University Institute
10. Enrico Bartolomei, Università di Macerata
11. Riccardo Bellofiore, Università di Bergamo
12. Roberto Beneduce, Università di Torino
13. Elisabetta Benigni, Università di Torino
14. Luca Bernardini, Università di Milano
15. Chiara Bertone Università del Piemonte Orientale
16. Piero Bevilacqua, Già Università di Roma 1
17. Francesca Biancani, Università di Bologna
18. Alessandro Bianchi,Università di Bari
19. Nadia Bizzarrini, Università di Napoli “Federico II”
20. Chiara Bodini, Università di Bologna
21. Stefano Boni, Università Modena e Reggio
22. Caterina Bori, Università di Bologna
23. Simona Borioni, ENEA
24. Anna Maria Brancato, Università di Cagliari
25. Giuseppe Burgio, Università di Palermo
26. Sandro Busso, Università di Torino
27. Ilaria Camplone, Csi – Università di Bologna
28. Giovanni Capellini, Roma Tre
29. Pinuccia Caracchi, Università di Torino
30. Federico Carbognani, Università di Roma “La Sapienza”
31. Vincenzo Carbone, Università Roma Tre
32. Marta Cariello, Seconda Università di Napoli
33. Diana Carminati, già Università di Torino
34. Silvana Carotenuto, Università “Orientale” di Napoli
35. Estella Carpi, New York University (Abu Dhabi), già Università di Milano
36. Giulio Castelli, Universita’ di Firenze
37. Elisa Castelli, Università di Roma “La Sapienza”
38. Bruno Catalanotti, Università Federico II di Napoli
39. Luigi Cazzato, Università di Bari
40. Iain Michael Chambers, Università di Napoli, ‘L’Orientale”
41. Daniela Chironi, European University Institute
42. Alberto Clarizia, Università Federico II – Napoli
43. Chiara Colombero, Università di Torino
44. Carmine Conelli, Università di Napoli “L’Orientale”
45. Maria Micaela Coppola ,Università di Trento
46. Laura Corradi, Università della Calabria
47. Adriano Cozzolino, Università di Napoli “L’Orientale”
48. Mauro Cristaldi, Università di Roma “La Sapienza”
49. Mariateresa Crosta, INAF
50. Lidia Curti, Università di Napoli L’Orientale
51. Armando Cutolo, Università di Siena
52. Simone D’Alessandro, Università di Pisa
53. Maria d’Erme, Università di Roma “La Sapienza”
54. Angelo d’Orsi, Università di Torino
55. Joselle Dagnes ,Università di Torino
56. Wasim Dahmash, Università di Cagliari
57. Luigi Daniele, Università di Napoli “Federico II”
58. Giulia Daniele, Instituto Universitário de Lisboa, già Scuola Superiore Sant’Anna
59. Antonietta De Falco, Seconda università di Napoli
60. Emanuele De Franco , Università di Napoli “Federico II”
61. Fabio de Nardis, Università del Salento
62. Sara de Simone, Università degli Studi di Napoli L’Orientale
63. Roberto De Vogli, Università di Padova
64. Francesco Della Puppa, Università Ca’ Foscari di Venezia
65. Federico Della Valle, Università di Trieste
66. Mariangiola Dezani , Università di Torino
67. Laura Di Michele, Università dell’Aquila
68. Rosita Di Peri, Università di Torino
69. Andrea Domenici, Università di Pisa
70. Fiorenzo Fantaccini, Università di Firenze
71. Cristina Fasolato ,Università di Padova
72. Nina Ferrante, Università L’Orientale
73. Beatrice Ferrara, Università di Napoli “L’Orientale”
74. Alessandro Ferretti, Università di Torino
75. Antonio Fiori, Università di Bologna
76. Francesca Forti, Università di Milano
77. Giorgio Forti, Università di Milano
78. Lia Forti, Università dell’Insubria
79. Giorgio Gallo, Università di Pisa
80. Stefano Ghignone, Università di Torino
81. John Gilbert, Università di Firenze
82. Elisa Ada Giunchi, Università di Milano
83. Javier Gonzalez Diez, Università di Torino
84. Gustavo Gozzi, Università di Bologna
85. Alessandra Gribaldo, Università di Modena e Reggio Emilia
86. Caterina Francesca Guidi, European University Institute
87. Luca Guzzetti, Università di Genova
88. Joseph Halevi, Universita’ di Sydney (già Università di Roma)
89. Yashima Hisao, Università di Torino
90. Antonio Iannello, Università di Firenze
91. Celeste Ianniciello, Università “L’Orientale” di Napoli
92. Albino Imperial, Università della Valle d’Aosta
93. Teresa Isenburg, Università di Milano
94. Robert Jennings, Università di Milano
95. Paolo La Spisa, Università di Genova
96. Vincenzo Lavenia, Università di Macerata
97. Domenico Losurdo, Università di Urbino
98. Patrizia Manduchi, Università di Cagliari
99. Annalisa Marchi, Università di Cagliari
100. Loredana Mariniello, Università di Napoli “Federico II”
101. Gianluigi Mauriello, Università di Napoli Federico II
102. Nicola Melis, Università di Cagliari
103. Chantal Meloni, Università di Milano
104. Sandro Mezzadra, Università di Bologna
105. Gianna Milano, Sissa – Trieste
106. Mariagrazia Monaci, Università della Valle d’Aosta
107. Giuseppe Montalbano, LUISS Guido Carli
108. Tiziana Morosetti, University of Oxford, già Università di Bologna
109. Stefano Morosetti, Università di Roma La Sapienza
110. Pierluigi Musaro, Università di Bologna
111. Cinzia Nachira, Università del Salento
112. Mara Nerbano, Accademia di Belle Arti di Firenze
113. Elana Ochse, Università di Torino
114. Matteo Ogliari, Università di Bologna
115. Giuseppe Orlandini, Università di Napoli “L’Orientale”
116. Lia Pacelli, Università di Torino
117. Silvana Palma, Università “L’Orientale”
118. Silvia Pasqua, Università di Torino
119. Nicola Perugini, Università di Brown, già Università di Siena
120. Fulvio Pezzarossa, Università di Bologna
121. Vincenzo Pezzino, Università di Catania
122. Luigi Piccioni, Università della Calabria
123. Annalisa Piccirillo, Università di Napoli “L’Orientale”
124. Daniela Pioppi, Università di Napoli L’Orientale
125. Rossana Platone, già Università di Milano
126. Ida Porfido, Università di Bari Aldo Moro
127. Raffaele Porta, Università di Napoli “Federico II”
128. Gabriele Proglio , European University Institute
129. Michaela Quadraro, Università di Napoli “L’Orientale”
130. Gianfranco Ragona, Università di Torino
131. Paolo Ramazzotti, Università di Macerata
132. Giulia Rapa, Università di Torino
133. Carlo Alberto Redi, Università di Pavia
134. Valentina Ripa, Università di Bari Aldo Moro
135. Paola Rivetti, Dublin City University, già Università di Torino
136. Maria Letizia Ruello, Università Politecnica delle Marche
137. Roberta Russo, Università L’Orientale
138. Paola Sacchi, Università di Torino
139. Donatello Santarone, Università di Roma Tre, Dipartimento di Scienze della Formazione
140. Viola Sarnelli, Università di Aberdeen, già Università L’Orientale
141. Luca Scacchi, Università della Valle d’Aosta
142. Simone Sibilio , Università “Ca Foscari” di Venezia
143. Olga Solombrino, Università “L’Orientale” di Napoli
144. Giulio Soravia, Università di Bologna
145. Lucia Sorbera, The University of Sydney, già Università di Venezia “Ca’ Foscari”
146. Barbara Sorgoni, Università di Torino
147. Angelo Stefanini, Universita’ di Bologna
148. Simona Taliani, Università di Torino
149. Tiziana Terranova, Università di Napoli “L’Orientale”
150. Marco Tiberti, Univeristà di Firenze
151. Angela Toffanin, Università di Padova
152. Massimiliano Tomba, University of Padova
153. Vincenzo Tradardi, Università di Parma
154. Raffaele Urselli, Università di Napoli “L’Orientale”
155. Gabriele Usberti, Università di Siena
156. Francesco Vacchiano, Università di Lisbona, già Università di Torino
157. Mauro Van Aken, University of Milan-Bicocca
158. Giovanna Vertova, Università di Bergamo
159. Pier Paolo Viazzo, Università di Torino
160. Rossella Viola, Università La Sapienza di Roma
161. Marina Vitale, Università di Napoli “L’Orientale”
162. Paola Zaccaria, Università di Bari
163. Virginia Zambrano, Università di Salerno
164. Federico Zanettin, Università di Perugia
165. Marco Zannetti, Università di Salerno
166. Francesco Zanotelli, Università di Messina
167. Federico Zappino, Università di Sassari
168. Monica Zoppè, CNR IFC

 

thanks to: Nena News

Armi Tricolore: l’export fuori controllo

ControllArmi – Analisi da Valori di Ottobre 2015

Emanuele Isonio
Fonte: Valori – Unimondo – 15 novembre 2015

MK82, MK83, MK84. Si nasconde un mondo dietro queste tre sigle. Forse positivo per il Pil italiano e il fatturato di qualche azienda. Certamente preoccupante per la sicurezza nazionale e non annoverabile tra il made in Italy di cui andare fieri. Quelle tre sigle indicano altrettanti modelli di bombe aeree a caduta libera che dagli stabilimenti sardi della RWM Italia (azienda bresciana, appartenente al gruppo tedesco Rheinmetall) sono arrivate fino all’Arabia Saudita. E da lì sono state poi utilizzate in Yemen in una campagna mai autorizzata dall’Onu e anzi condannata dalla comunità internazionale contro l’avanzata del movimento sciita houthi. Di quelle bombe (poco più di 5mila esemplari per un totale di oltre 70 milioni di euro) è stato possibile rintracciare nei rapporti ufficiali quantità esportate e Paese destinatario (si veda il .pdf di OPAL) .

Ma accanto ad esse, esistono molte altre forniture e autorizzazioni rilasciate dal governo italiano di cui scovare notizie è diventato sempre più complesso. Anzi, impossibile. Ancora una volta un paradosso nazionale: perché l’Italia ha una legge molto avanzata in tema di trasparenza – la Legge n.185 del 1990 – che proprio quest’anno festeggia il 25esimo anniversario. Ma la prassi dei vari governi l’ha nel tempo ridotta, celando informazioni cruciali. A tutto vantaggio della lobby armiera.

UN FILO DIRETTO CON I REGIMI

Proprio in base a quella legge, presa tra l’altro come modello anche per la normativa europea, le esportazioni sono vincolate a precise regole e gli invii verso Paesi in conflitto armato o responsabili di violazioni dei diritti umani sarebbero vietati. Ma, la realtà, rivelata grazie al fondamentale contributo delle associazioni della Rete Disarmo, è di tutt’altro colore: in un quarto di secolo, l’Italia ha autorizzato esportazioni per 54 miliardi di euro e consegnato armamenti per oltre 36 miliardi. «Oltre la metà di esse – spiega Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio OPAL di Brescia, tra i massimi esperti del tema – ha riguardato Stati non appartenenti né alla Ue né alla Nato, esterni quindi alle alleanze politico-militari del nostro paese. Un dato preoccupante se si considera che la legge 185/90 impone che le esportazioni di armamenti siano conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia».

Se poi ci si concentra sull’ultimo quinquennio, lo scenario (si veda l’infografica di OPAL in .pdf) ha tinte ancor più fosche: le autorizzazioni all’export extra-Ue e Nato salgono al 62% (9 miliardi contro 5,4) e tra i primi 20 Paesi destinatari, solo sette sono “democrazie complete” secondo i criteri del Democracy Index dell’Economist: cinque sono regimi autoritari e due ibridi, destinatari rispettivamente di 4,5 e 1,03 miliardi di euro di autorizzazioni mentre i Paesi democratici si fermano a 3,5. La classifica è guidata dai regimi di Algeria e Arabia Saudita. Se non fosse per la presenza Usa, anche gli Emirati Arabi Uniti sarebbero sul podio. Non a caso, le esportazioni in Medio Oriente e Nord Africa hanno subito una crescita del 33% tra 2009 e 2014. Un flusso che non aiuta a ridurre il numero di quanti, da quei Paesi, chiedono asilo all’Europa.

LETTA VS LETTA

«La relazione che la Presidenza del Consiglio deve inviare ogni anno al Parlamento – spiega Maurizio Simoncelli, vicepresidente di Archivio Disarmo – è diventata man mano più lacunosa e di difficile lettura da almeno 15 anni. Non appare più il tipo di armi e sistemi militari venduti, né il nome delle aziende per singola vendita e sono scomparse le operazioni bancarie autorizzate».Risultato: scoprire quali tipi di aerei, elicotteri, mezzi terrestri e bombe sono state effettivamente esportate e quali siano i destinatari finali è un lavoro sempre più complesso. «Questo – spiega Beretta – costringe i parlamentari a fare decine di interrogazioni che spesso non trovano risposta».

Il punto di svolta, nel 2008, quando come sottosegretario alla Presidenza, Enrico Letta (governo Prodi II) lascia il posto allo zio Gianni (governo Berlusconi IV): con il nipote vi erano stati segnali di trasparenza, confronto periodico con le associazioni pacifiste e una relazione aggiuntiva sul commercio delle armi. Con lo zio le tabelle diventano omissive e si cancella l’elenco delle singole operazioni bancarie. «Oggi – aggiunge Beretta – è quindi praticamente impossibile conoscere dalla relazione governativa gli armamenti esportati dall’Italia».

ANDREOTTI MEGLIO DI RENZI

E in questa situazione, fa effetto sentire le associazioni pacifiste rimpiangere la trasparenza di Andreotti, quando la relazione governativa «riportava in chiara successione tutte le informazioni necessarie per esercitare effettivamente il controllo parlamentare». Di quella trasparenza non c’è traccia nella prima relazione del governo Renzi, nonostante due tomi da 1281 pagine. Il 22 settembre, i rappresentanti di Rete Disarmo hanno quindi incontrato il sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, per avanzare alcune semplici richieste. Due le principali: reintrodurre il Paese destinatario nell’elenco delle singole autorizzazioni rilasciate dalla Farnesina e, soprattutto, far ripristinare dal ministero dell’Economia l’elenco di dettaglio delle operazioni svolte dalle banche.Certo, se anche il Parlamento tornasse ad esaminare la relazione governativa non sarebbe una cattiva notizia: dopo otto anni, nel 2015 finalmente qualcosa si è mosso. Ma le commissioni competenti vi hanno dedicato però una sola seduta durata meno di un’ora.

UNA LEGGE CHE HA FATTO EPOCA

Dagli anni Settanta al 1990: ci sono voluti quasi vent’anni di pressioni della società civile perché si arrivasse a una legge sul controllo delle esportazioni di armamenti. Prima di allora, in Italia, il tema era regolato ancora, salvo poche modifiche, da un Regio decreto del luglio 1941 (firmatari Mussolini, Ciano e Grandi), che imponeva il segreto di Stato e, in epoca repubblicana, impediva ogni forma di controllo parlamentare. Momento cruciale per il cambio di passo fu, nel 1988, l’avvio della campagna “Contro i mercanti di morte” da parte di associazioni e movimenti cattolici (Acli, Mani Tese, Mlal, Missione Oggi e Pax Christi). Il 9 luglio 1990 l’approvazione definitiva della legge 185.

Una novità assoluta, nel panorama mondiale, perché affidava alle due Camere un ruolo centrale e fissava precisi vincoli al governo sulle esportazioni: stabilì che dovevano essere “conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia” e che andavano regolamentate “secondo i principi della Costituzione che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Vietato quindi l’export verso Paesi in confitto armato o sottoposti a embargo, verso governi responsabili di violazioni dei diritti umani, quando esiste un contrasto “con i fondamentali interessi della sicurezza dello Stato, della lotta contro il terrorismo” e, più in generale, “quando mancano adeguate garanzie sulla definitiva destinazioni dei materiali”. Paletti che forse scontentavano l’industria bellica ma che subordinavano le vendite all’interesse nazionale. Per questo, la 185 impone al governo specifiche procedure di rilascio delle autorizzazioni alla vendita delle armi. Al tempo stesso, l’esecutivo ogni anno deve inviare al Parlamento una dettagliata relazione con i documenti inviati dai ministeri competenti.

LE ONG: STOP ALLE ARMI ITALIANE ALLA COALIZIONE SAUDITA

Un appello al governo Renzi di rispettare la legge 185/90 interrompendo la vendita di armi italiane ai Paesi della coalizione saudita che da cinque mesi bombarda lo Yemen. «Questa nuova pagina che destabilizza il Medio Oriente è fuori da ogni legalità internazionale, e va fermata». La richiesta di Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Disarmo, fa seguito a un comunicato pubblicato a settembre da Amnesty International, Rete Italiana Disarmo e l’Osservatorio sulle Armi Leggere e le Politiche di Difesa e Sicurezza (Opal).

L’intervento militare della coalizione guidata dall’Arabia Saudita contro lo Yemen ha già prodotto danni irreparabili: più di 4mila morti e 20mila feriti (la metà civili), oltre un milione di sfollati. La popolazione yemenita – 21 milioni di persone – necessita di aiuti urgenti, vista la grave scarsità di acqua e di cibo causata dai bombardamenti indiscriminati. E la Croce Rossa Internazionale parla già esplicitamente di “catastrofe umanitaria”. Alla richiesta di 23 associazioni internazionali, si è aggiunta nei giorni scorsi anche quella dell’Alto Commissario Onu per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, che ha rinnovato l’appello per un’inchiesta indipendente e imparziale sui possibili crimini di guerra commessi dalle vari parti in conflitto.

«La vicenda in Yemen ci riguarda», spiega Vignarca. «Da anni, armi italiane raggiungono, con tutti i crismi delle autorizzazioni, aree del mondo che sarebbero vietate per legge. I Paesi della penisola araba – Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in testa – sono regimi dove il rispetto dei diritti umani è nullo. I governi sono coinvolti nella destabilizzazione dell’area mediorientale, e secondo molti analisti hanno foraggiato l’Isis, almeno fino a poco tempo fa».

QUELL’ALLEANZA IPOCRITA TRA AERONAUTICA E UNICEF ITALIA

Otto bambini uccisi ogni giorno dall’inizio del conflitto, 605 quelli feriti, quasi 400 reclutati nelle file dei combattenti, 537mila a rischio di grave malnutrizione e 10 milioni che necessitano di assistenza umanitaria: sono atroci i numeri sull’impatto del conflitto nello Yemen diffusi dall’Unicef Internazionale nel suo rapporto “Yemen: Childhood Under Threat”. Ma, nel frattempo, la sezione italiana dell’Unicef, non sembra accorgersene. E annuncia in pompa magna una “partnership per i bambini” con l’Aeronautica militare, suggellata dalla nomina come “Goodwill Ambassador” dell’astronauta Samantha Cristoforetti, in occasione del 55° anniversario della Pattuglia acrobatica nazionale, cui hanno preso parte, tra gli altri, anche i velivoli della Royal Saudi Air Force, quella che appunto sta bombardando lo Yemen. L’incongruenza con quanto le regole Onu stabiliscono per le loro agenzie (che sono tenute ad agire in maniera indipendente e imparziale) non è sfuggita alle organizzazioni pacifiste. «Come si possono denunciare gli attacchi contro bambini inermi nello Yemen e poi collaborare con le Forze armate di uno Stato, tanto più durante un evento con le pattuglie di un Paese aggressore?» domanda Piergiulio Biatta, presidente di Opal.

Sorgente: Armi Tricolore: l’export fuori controllo

Progetto per i neonati di Gaza

Cari amici, molti dei quali nel passato avevano già sostenuto il lavoro dell’Appello per i bambini di Gaza, torniamo a scrivervi per chiedere il vostro sostegno.

Quello che ci serve adesso è raccogliere almeno 8.500 euro (ad oggi già raccolti 3000) ) per coprire le spese di viaggio e permanenza di un giovane nefrologo e di un infermiere che lavorano in team presso gli Ospedali pediatrici Nasser e Rantissi nel dipartimento di dialisi infantile.
Hanno la possibilità di recarsi presso il dottor Pecoraro dell’Ospedale Santobono di Napoli per tre mesi di esperienza di lavoro, ad imparare tecniche e procedure che non hanno a Gaza e che favorirebbero assai l’assistenza dei bambini. La loro sede ospedaliera ha già accordato loro il permesso di fare questo periodo di specializzazione all’estero e conserverà il loro posto in modo che al rientro possano mettere in opera quanto appreso.

La storia: il dr Momen M.S. Zeineddin e l’infermiere Jomaa W.J. Younis attendono sin dal gennaio 2014 l’occasione per superare il confine di Gaza, ma sia per il valico di Rafah (verso l’Egitto) che per quello di Erez (verso Israele) è stato loro rifiutato il permesso di uscire fino al giugno 2014, quando hanno fatto l’ultimo tentativo. Gli attacchi su Gaza dell’estate 2014 e le loro conseguenze sono stati seguiti dal blocco completo dei passaggi. Ci segnalano che forse adesso potrebbero ottenere un visto di passaggio per Erez e che forse li lascerebbero uscire per il loro training. Naturalmente vorrebbero provarci.

Nella impotenza di questo lungo anno e mezzo in cui Gaza è stata distrutta e i valichi bloccati per professionisti in entrata ed uscita, noi dell’Appello per i bambini di Gaza, che avevamo “in mora” i fondi per il loro periodo di specializzazione, abbiamo deciso di spenderli per sostenere uno studio sugli effetti degli attacchi del 2014 sulla salute alla nascita dei bimbi di Gaza, che si poneva come una emergenza, la cui elaborazione è in corso e le cui conclusioni vi saranno rese note a tempo debito, e cosi adesso siamo all’opera per cercare altri fondi per coprire questo training.

Cercheremo infatti, a tutti i costi, di fare arrivare questi giovani professionisti, come già avevamo fatto per altri due giovani dottori pediatri prima che la situazione degenerasse.

Vi chiediamo un aiuto concreto, piccolo o meglio grande, ma soprattutto rapidamente, in modo da poter iniziare le lunghe pratiche per avere i permessi prima possibile.

******************************
I promotori dell’iniziativa sono docenti dell’Università di Genova:
Andrea Balduzzi (DISTAV), Mario Rocca (DIFI), Marina Rui (DCCI), un’ex docente della stessa, Paola Manduca, e Franco Camandona dell’ Ospedale Galliera -Pax Christi.
Dall’inizio l‘Associazione Onlus Maniverso… ci ha affiancato idealmente ed operativamente e ci permette di ricevere e amministrare le donazioni in modo legale e trasparente.

Nel sito di Maniverso… (http://www.maniverso.org/pages.php?Id=32), o richiedendolo ad Andrea Balduzzi (balduzzi@dipteris.unige.it) è disponibile la documentazione degli interventi fatti e delle spese sostenute.
All’indirizzohttps://dl.dropboxusercontent.com/u/28304277/call%20Gaza%20ottobre%202015.pdf potrete scaricare quest’appello
All’indirizzohttps://dl.dropboxusercontent.com/u/28304277/Progetto%20neonati%20Gaza%20dic%202014.pdf trovate una sintesi delle attività svolte finora

*********************************
Le donazioni, detraibili, sono da fare all’associazione Maniverso…,

indicando in causale “Donazione progetto neonati Gaza”,

con le seguenti modalità:

• Versamento sul conto corrente postale n° 68817899 intestato a: Associazione Maniverso… Onlus;

• Con bonifico bancario sul conto corrente:

  • Banca Credito Cooperativo di Marcon – Venezia, IBAN IT74V0868902002005010024621;
  • Banca Prossima IBAN IT29 D033 5901 6001 0000 0069 894 BIC BCITITMX intestato a: Organizzazione Umanitaria Maniverso… Onlus.

• Con assegno non trasferibile intestato a Associazione Maniverso… Onlus, da inviare in busta chiusa a: Associazione Maniverso… Onlus, via Perlan, 1 30174 Mestre, allegando i vostri dati per potervi inviare una ricevuta per la donazione effettuata.

 

Ricordiamo che l’Associazione Maniverso… è una ONLUS (Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale) ai sensi del D. Lgs. 4.12.1997 n. 460, regolamente iscritta all’Anagrafe Unica delle ONLUS; di conseguenza le vostre donazioni sono fiscalmente deducibili (D.L. n° 35/2005) nel limite del 10% del reddito dichiarato e comunque nella misura massima di euro 70.000 annui.
Per beneficiare di questa possibilità le erogazioni liberali in denaro devono essere effettuate tramite banca, ufficio postale, carte di credito e prepagate, assegni bancari e circolari; ricordatevi di conservare la ricevuta, tanto postale quanto bancaria, della vostra donazione.
Per le donazioni tramite bonifico bancario o assegno, l’estratto conto ha valore di ricevuta; In caso di versamenti con assegno, vi consigliamo di conservare anche una fotocopia dello stesso.

Gazzella Onlus a Gaza – 22 agosto 2014

I bombardamenti israeliani su Gaza, iniziati l’8 luglio, ai quali Europa e USA stanno dando il loro sostegno, si basano sul presupposto che sia ragionevole e legittimo attaccare Hamas, per reazione al lancio di razzi nel ‘territorio’ israeliano. Hamas è così considerato responsabile delle morti dell’una e dell’altra parte.

Ban Ki-moon, sollecita Israele a fare quanto possibile per fermare le morti dei civili e John Kerry chiede agli israeliani di essere “precisi” negli attacchi militari.

L’informazione menziona i morti, le dichiarazioni dei politici, ma ignora le ragioni per le quali da oltre 60 anni i palestinesi resistono, con ogni mezzo all’occupazione, agli insediamenti, all’assedio che attanaglia la popolazione civile di Gaza dal 2007. Una punizione collettiva per aver votato democraticamente e scelto Hamas per governare.

La comunità internazionale oltre a ignorare la condizione in cui versa la popolazione civile palestinese vorrebbe anche che subisse in silenzio. E da qui la condanna per il lancio di razzi verso Israele. L’esercito israeliano al contrario può contare su un efficiente armamento e sofisticati sistemi computerizzati che possono colpire l’obiettivo senza fatica e con estrema precisione.

L’operazione israeliana “margine di protezione” trova giustificazione nella volontà di porre fine alle capacità militari di Hamas di lanciare razzi. L’operazione militare israeliana ha già causato la morte di 2.050 civili, di cui 552 bambini e più di 10.100 feriti di cui 3.082 bambini, ha raso al suolo oltre 10.000 edifici, distrutto più di 30.000 abitazioni, oltre a insfrastutture, scuole, ospedali, attività commerciali. Azioni criminali che meritano di essere portate davanti alla Corte Internazionale anche in ragione del diritto a resistere all’occupazione.

Una Commissione d’inchiesta incaricata dalle Nazioni Unite di indagare sui crimini israeliani compiuti a Gaza nel corso dell’operazione ” margine di protezione” è stata già nominata. Tuttavia vale la pena ricordare come ha lavorato in passato la “commissione d’inchiesta Goldstone” nominata per indagare sui crimini commessi durante l’operazione “piombo fuso”. Una commissione che andò oltre il mandato ricevuto. In quella occasione l’impostazione dei lavori della commissione, si è sviluppata per far credere l’esistenza di una guerra in atto.

È necessario fin da subito vigilare affinché non si riproponga la lettura degli eventi all’interno di un “ conflitto israelo-palestinese “ dove lo stesso termine “conflitto” allude ad uno scontro militare fra forze egualmente organizzate che si contendono la vittoria sul piano bellico e dove le violazioni delle norme internazionali di tutela delle popolazioni civili vanno valutate, pesate e condannate con i medesimi criteri. Questo occulterebbe ancora una volta il dato fondamentale della vicenda, l’aggressione alla popolazione civile palestinese, la negazione del suo diritto alla autodeterminazione, per rappresentare semplicemente una fase dell’aggressione di Israele contro il popolo palestinese, omettendo di riconoscere che anche l’operazione “margine di protezione” è una tappa della più lunga e violenta vicenda coloniale dell’epoca moderna.

Da martedì scorso, prima ancora che scadesse la tregua, ad oggi i martiri degli attacchi israeliani sono più di 30 e oltre 130 i feriti. Ieri allo Shifa Hospital è arrivato il corpicino di Sara, 3 anni e mezzo ritrovata sotto le macerie del bombardamento di 2 giorni fa a Gaza nel quartiere di Sheikh Radwan dove persero la vita 3 persone. Issam di 26 anni e Mohammad di 43 hanno trovato la morte mentre erano in macchina nelle vie di Gaza; altri 4 martiri sono caduti al cimitero di Sheikh Radwan mentre seppellivano altri martiri; tutti assassinate nel corso di raid aerei. A Rafah, i raid israeliani hanno ucciso alcun membri delle Brigate Al Qassam e con loro altri 3 civili e causato numerosi feriti.

La tensione su tutta la striscia di Gaza è alta: le strade sono vuote e pochissimi i negozi aperti. I timori di restare vittime dei raid aerei contro abitazioni, uffici del governo locale, moschee, scuole, ospedali o macchine in movimento è concreto.

Oltre al “bollettino” giornaliero dei morti e feriti, andrebbero menzionate le condizioni psicologiche di bambini, donne e uomini; monitorate le reazioni, l’aggressività che condizioni di trauma e stress continuo determinano. Già da queste valutazioni comprenderemmo come i civili di Gaza faranno fatica a risollevarsi, a riprendersi la fiducia e la speranza.

Lo stato di salute mentaledegli abitanti della striscia di Gaza è fatto della paura di trovare la morte nel sonno o per strada. Uno stato d’ansia perenne per 1800.000 palestinesi assediati in una striscia di terra di circa 380 kmq sulla quale non c’è alcun rifugio sicuro dagli attacchi aerei, dai droni e dai bombardamenti via mare.

Cammini per strada, dormi nel tuo letto, sei seduto nella tua casa con la morte a fianco! Questa condizione ti rende più fragile e meno fiducioso.

Aggressioni psicologiche, attacchi armati anche con armi non convenzionali, situazioni che devono essere denunciate e condannate.

Ancora l’informazione ignora l’impatto complessivo delle azioni militari sui civili.

Da Gaza g.b.

22.8.2014

Warplane delivery makes Italy complicit in Israeli crimes

Italy has offered more concrete support for Israel’s latest attack on Gaza than perhaps any other European Union country. Italy is the current holder of the EU’s rotating presidency. Its flagrant disregard for the EU’s law against weapons sales to human rights abusers is, therefore, a most serious matter.

Il jet M346 Alenia Aermacchi

by Stephanie Westbrook – Electronic Intifada
Italy has offered more concrete support for Israel’s latest attack on Gaza than perhaps any other European Union country. As the massacres began earlier this month, two Italian-made M-346 jet trainer aircraft were delivered to Hatzerim, an Israeli Air Force base in the Naqab (Negev). These warplanes — the most “advanced” of their type, according to their manufacturers — will be used to train pilots for similar operations to the one now being carried out against Gaza’s 1.8 million people.

The Rome authorities cannot seriously claim that the timing of the 9 July delivery — two days after the assault on Gaza began — is a pure coincidence. Israel has undertaken offensives against Gaza and Lebanon, and committed countless human rights violations over the past decade. And yet Italy has deepened its military cooperation with Israel.

The two aircraft are the first in a batch of thirty M-346 trainers that Israel bought in 2012 from Alenia Aermacchi, a firm in the Finmeccanica Group, Italy’s top weapons manufacturer. They are part of a $1 billion “reciprocal” procurement package that largely favored Israel.The remaining 28 aircraft are to be delivered by 2016.

Dishonest

Roberta Pinotti, defense minister in the Rome government, stated last week, that “Italy does not provide Israel with weapons of an offensive nature.” She also said that Italy complies with the EU’s code of conduct on arms exports, which has been legally-binding since 2008. Both claims were dishonest. As the M-346 are military aircraft and their end-user — Israel — is occupying the land of another people, they are offensive by definition.

The EU’s code of conduct, meanwhile, forbids weapons sales if the weapons in question are likely to facilitate the abuse of human rights or international law. There is ample evidence that Israel uses weapons to violate the rights of Palestinians and international law.

Filippo Bianchetti, a spokesperson for the No M-346 to Israel Committee, explained that the planes are weaponized in the Alenia Aermacchi plant near Turin before being delivered to Israel. The aircraft are “ready for use in offensive actions,” he said. Because they are smaller than other planes in Israel’s arsenal, they are deemed easier to handle by military strategists and more “suitable” for offensives such as the one against Gaza, he added.

The Italian elite has been courting Israel for some time. In 2005, a government headed by Silvio Berlusconi signed an agreement with Israel, committing the two sides to cooperate on developing new arms, exchanging weapons-related technology and on military training. Lately, there have been some calls for the agreement to be revoked and an arms embargo slapped on Israel. Giulio Marcon, a member of the Italian parliament, has asked, for example, if the purpose of this cooperation is “to massacre civilians and occupy the Gaza Strip.”

Shameful relations

To its shame, Italy appears determined to maintain close relations with the Israeli military. Last week, the United Nations stated that one Palestinian child had been killed by Israel every hour over the previous two days. On the same day that heartrending statistic was published (23 July), it was announced that Sardinia intends to host a multinational military exercise this coming September. The Israeli Air Force — now bombing women and children in Gaza — is scheduled to participate.

Known to tourists for its beautiful beaches, Sardinia is also home to over 60 percent of Italian military ranges, including three of Europe’s largest. When drills take place, no-go zones on land and at sea cover an area larger than the island itself.

What goes on in the firing ranges is classified, though one thing is certain. Years of bombing and the use of experimental weapons have led to grave environmental and health problems. The soil, air, water and food chain are contaminated with heavy metals; a 2010 study conducted found that 65 percent of sheep farmers within a 2.7 kilometer radius of one site for weapons testing were suffering from leukemia or lymphoma.

There have also been birth defects in children and deformities in animals, including the birth of two-headed lambs. The prevalence of such problems is so acute that it has become known locally as the “Quirra syndrome” after the name of one of the military bases.

Focus on boycott

Roughly 40 percent of the activity at the firing ranges is undertaken by private arms-makers who rent the facilities from the Italian defense ministry in order to test experimental weapons and showcase weapons systems to potential buyers.

The Israeli military has no compunction about testing weapons on civilians. Doctors working in Gaza’s hospitals have reported unusual injuries that they believe are caused by the firing of DIME (dense inert metal explosives) and other experimental weapons.

Rosalba Meloni of the Cagliari Social Forum, a group opposing the military bases in Sardinia, said that “two Hollywood-style towns for war games, one European and the other Middle Eastern” are being built on the island as part of the expansion of the Teulada firing range. That is a clear indication of where future wars are being planned.

A national campaign is being organized against Israel’s participation in the Sardinian exercises. “We will also be focusing on boycott campaigns against Israel,” said Meloni.

Italy is the current holder of the EU’s rotating presidency. Its flagrant disregard for the EU’s law against weapons sales to human rights abusers is, therefore, a most serious matter. Sadly, though, there seems to be little prospect of fellow EU governments holding Italy to account. The EU has effectively supported Israel’s attack on Gaza by claiming — without evidence — that it is in retaliation for Hamas’ rocket fire.

It is encouraging that anti-war campaigners here are supporting the Palestinian-led call for boycott, divestment and sanctions against Israel. With EU governments and institutions so happy to repeat Israeli propaganda, it is essential that the ordinary people of Italy and other parts of Europe take action.

Stephanie Westbrook is a US citizen based in Rome, Italy. Her articles have been published by Common Dreams, Counterpunch, The Electronic Intifada, In These Times and Z Magazine. Follow her on Twitter: @stephinrome.

Westbrook: “La consegna degli aerei da guerra rende l’Italia complice dei crimini di Israele”

 

Dall’Italia già inviati in Israele due dei trenta jet M-346 della Alenia Aermacchi. L’Italia è l’attuale titolare della presidenza di turno dell’UE. La sua flagrante violazione del diritto dell’Unione europea contro la vendita di armi a chi viola i diritti umani è, dunque, un problema più grave.

M-346-2

di Stephanie Westbrook – Electronic Intifada 

L’Italia ha offerto un sostegno più concreto per l’ultimo attacco di Israele a Gaza che forse qualsiasi altra nazione dell’Unione Europea . Mentre i massacri sono cominciati all’inizio di questo mese, due jet aerei d’addestramento M-346 fabbricati in Italia sono stati consegnati a Hatzerim, una base dell’Air Force israeliana nella Naqab (Negev) .

Questi aerei da guerra – i più “avanzati” del loro tipo, secondo i loro produttori – saranno utilizzati per addestrare i piloti per le operazioni simili a quella ora in corso contro gli 1,8 milioni di persone di Gaza.

Le autorità di Roma non possono seriamente sostenere che i tempi di consegna del 9 luglio – due giorni dopo che l’assalto a Gaza è iniziato – è una pura coincidenza. Israele ha intrapreso offensive contro Gaza e il Libano , e commesso innumerevoli violazioni dei diritti umani negli ultimi dieci anni. Eppure l’Italia ha approfondito la sua cooperazione militare con Israele.

I due velivoli sono i primi di una serie di trenta formatori M-346 che Israele ha acquistato nel 2012 da Alenia Aermacchi, una società del Gruppo Finmeccanica , primo produttore di armi in Italia. Fanno parte di un appalto da 1 miliardo di dollari di un “reciproco” pacchetto che in gran parte ha favorito Israele. I rimanenti 28 velivoli devono essere consegnati entro il 2016.

Disoneste

Roberta Pinotti, ministro della Difesa nel governo di Roma, ha dichiarato la settimana scorsa, che “l’Italia non fornisce Israele con le armi di natura offensiva.” Ha anche detto che l’Italia è conforme al codice di condotta della UE sulle esportazioni di armi, che è stato reso legge dal 2008. Entrambe le affermazioni erano disoneste. Perché gli M-346 sono aerei militari e il loro utente finale – Israele – sta occupando la terra di un altro popolo, che è offensivo per definizione.

Il codice di condotta dell’Unione europea, nel frattempo, vieta le vendite di armi se le armi in questione sono in grado di agevolare l’abuso dei diritti umani o del diritto internazionale. Ci sono ampie prove che Israele usa armi per violare i diritti dei palestinesi e il diritto internazionale.

Filippo Bianchetti, un portavoce del No M-346 al Comitato di Israele, ha spiegato che gli aerei sono dotati di armi nello stabilimento di Alenia Aermacchi nei pressi di Torino, prima di essere consegnati a Israele. I velivoli sono “pronti per l’uso nelle azioni offensive”, ha detto. Perché sono più piccoli rispetto agli altri aerei in arsenale di Israele, essi sono considerati più facili da gestire dagli strateghi militari e più “adatti” a offensive come quella contro Gaza, ha aggiunto.

L’elite italiana ha corteggiato Israele per un certo tempo. Nel 2005, un governo guidato da Silvio Berlusconi ha firmato un accordo con Israele, legando le due parti a cooperare sullo sviluppo di nuove armi, lo scambio di tecnologia correlata alle armi e sulla formazione militare.

Ultimamente, ci sono state alcune chiamate per l’accordo che deve essere revocato e un embargo sulle armi schiaffeggiato su Israele. Giulio Marcon, un membro del parlamento italiano, ha chiesto , per esempio, se lo scopo di questa collaborazione è quello di “massacrare i civili e occupare la Striscia di Gaza”.

Relazioni vergognose

Per sua vergogna, l’Italia sembra determinata a mantenere stretti rapporti con l’esercito israeliano. La scorsa settimana, le Nazioni Unite hanno dichiarato che un bambino palestinese è stato ucciso da Israele ogni ora nel corso dei due giorni precedenti. Lo stesso giorno in cui la statistica straziante è stata pubblicata (23 luglio), è stato annunciato che la Sardegna intende ospitare una esercitazione militare multinazionale il prossimo settembre. L’aviazione israeliana – che ora sta bombardando donne e bambini a Gaza – parteciperà.

Nota ai turisti per le sue belle spiagge, la Sardegna è anche la patria di oltre il 60 per cento dei poligoni militari italiani, tra cui tre dei più grandi d’Europa. Quando le esercitazioni si svolgono, no-go zone a terra e in mare, coprono un’area più grande della stessa isola.

Quello che succede nei poligoni di tiro è classificato, però una cosa è certa. Anni di bombardamenti e l’uso delle armi sperimentali hanno portato a gravi problemi ambientali e sanitari. Il suolo, l’aria, l’acqua e la catena alimentare sono contaminati da metalli pesanti; uno studio condotto nel 2010 ha rilevato che il 65 per cento degli allevatori di pecore in un raggio di 2,7 km di un sito per i test di armi erano affetti da leucemia o linfoma.

Ci sono stati anche difetti di nascita nei bambini e deformità negli animali, tra cui la nascita di agnelli a due teste. La prevalenza di tali problemi è così acuta che è diventata nota come la ” sindrome di Quirra ” dal nome di una delle basi militari.

Focus sul boicottaggio

Circa il 40 per cento delle attività presso i poligoni di tiro viene effettuato da armaioli privati che affittano le strutture del ministero della Difesa italiano, al fine di testare armi sperimentali e fare vetrina dei sistemi di armi a potenziali acquirenti. L’esercito israeliano non esita a testare le armi sui civili. I medici che lavorano negli ospedali di Gaza hanno riportato lesioni insolite che credono siano causate dal lancio di DIME (esplosivi densi di metallo inerte), e altre armi sperimentali.

Rosalba Meloni del Social Forum di Cagliari, un gruppo che si oppone alle basi militari in Sardegna, ha detto che “due città in stile hollywoodiano per i giochi di guerra, una europea e l’altra mediorientale” sono in costruzione sull’isola come parte dell’espansione del poligono di tiro di Teulada. Questa è una chiara indicazione di dove sono in programma le guerre future.

Una campagna nazionale è stata organizzata contro la partecipazione di Israele negli esercizi sardi. “Ci concentreremo anche sulle campagne di boicottaggio contro Israele”, ha detto Meloni.

L’Italia è l’attuale titolare della presidenza di turno dell’UE. La sua flagrante violazione del diritto dell’Unione europea contro la vendita di armi a chi viola i diritti umani è, dunque, un problema più grave. Purtroppo, però, sembra che sia poco probabile che gli altri governi UE chiamino l’ Italia a rendere conto. L’UE ha efficacemente sostenuto l’attacco di Israele su Gaza sostenendo – senza prove – che è in rappresaglia per il lancio di razzi di Hamas.

E ‘incoraggiante che gli attivisti contro la guerra qui stanno sostenendo l’appello palestinese per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele. Con i governi dell’UE e delle istituzioni così felici di ripetere la propaganda israeliana, è essenziale che la gente comune d’Italia e altre parti d’Europa agisca.

(Traduzione a cura di “Il Popolo che non esiste”)

thanks to: Stephanie Westbrook

Electronic Intifada

Nena News

GR 05/12/2013 (December 5, 2013)

Giornale Radio del 5 dicembre 2013
Sommario

1) La disoccupazione giovanile sale al 43%.
2) L’occupazione emana un mandato d’arresto contro un bambino di 4 anni.
3) Leader islamista bandito da Al-Quds.
4) Cresce l’opposizione ai cosiddetti colloqui di pace.
5) Escalation di arresti lo scorso novembre.
6) Il 2013 è l’anno delle colonie.
7) In 17 provano a suicidarsi per protesta contro il governo.
8) Centinaia di europei nell’esercito sionista.
9) Giornata della rabbia contro il Piano Prawer.
10) Giovane obiettore rischia il carcere.
11) SIRIA – Morto attivista sotto tortura. Salgono a 1718 le vittime palestinesi.
12) EGITTO – Molestie e torture per le profughe palestinesi.
13) USA – Fondo pensionistico disinveste da Veolia.
14) FRANCIA – Per i giudici la campagna BDS non istiga alla discriminazione.
15) ITALIA – Se gli attivisti chiedono, Erri De Luca non risponde.
16) ITALIA – Netanyahu scappa da Torino ma si ritrova contestato a Roma.
17) 6 dicembre a Roma: Antisemitismo/Antisionismo, quando un termine stravolge una lotta.

(05/12/2013)

durata 35:20

Radio Default

clicca qui per ascoltare la puntata

thanks to: castelliperlapalestina

2 giugno:100 associazioni a Napolitano, basta parate militari

Una lettera al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per segnalare che la Festa della Repubblica deve essere patrimonio di tutti gli italiani e di tutte le categorie di cittadini, non solo simboleggiata con la parata militare: é l’iniziativa, la prima di una serie di altre azioni, che le principali reti che lavorano sul tema del servizio civile, della pace e disarmo hanno deciso di intraprendere in questi giorni.

Una lettera per sottolineare al capo dello Stato, e con lui a tutta l’opinione pubblica, un forte e profondo desiderio delle associazioni: che si riportino al centro del 2 giugno i valori fondanti della Repubblica e della nostra Costituzione, cioè le forze del lavoro, i sindacati, i gruppi delle arti di mestieri, gli studenti, gli educatori, gli immigrati, i bambini con le madri e i padri, i ragazzi e le ragazze del Servizio Civile Nazionale. La lettera é stata sottoscritta dalla Rete Italiana per il Disarmo, dalla Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile, dal Forum Nazionale per il Servizio Civile, dal Tavolo Interventi Civili di Pace e dalla Campagna Sbilanciamoci, insieme ad altri 100 organismi.

Il 2 giugno molte sedi delle organizzazioni promotrici rimarranno aperte e in alcune di esse saranno presenti anche giovani in Servizio Civile, in particolar modo nei Comuni colpiti dal terremoto emiliano del maggio 2012.

Fonte: ANSA – 17 maggio 2013

thanks to:

Aquiloni invece dei caccia, in piazza contro la vendita di armi verso Israele

Aquiloni e girandole fabbricate da bambini contro aerei e cannoni costruiti per uccidere: è una delle iniziative che oggi a Venegono (in provincia di Varese) accompagnerà una manifestazione nazionale contro un accordo promosso dal governo italiano che prevede l’esportazione in Israele del nuovo velivolo addestratore M346 di Alenia AerMacchi.

La manifestazione, promossa da diverse espressioni della società civile italiana, tra cui la Commissione Giustizia e pace dei missionari comboniani, parte da una considerazione di base così sintetizzata dai promotori: benché definiti come “addestratori tecnologicamente avanzati” i 30 M346 destinati a Israele sono “in realtà già strutturati per essere armati con missili o bombe”. Il timore è dunque che queste armi possano essere utilizzate in contesti di conflitto in particolare contro i palestinesi dei Territori occupati.

A Venegono, dove si trovano gli stabilimenti dell’Alenia AerMacchi, è previsto un intervento di padre Alex Zanotelli. “Il nostro paese – dice alla MISNA Elio Pagani, dell’associazione DisArmiAmoLaPace di Varese – non avrebbe dovuto sottoscrivere l’accordo di cooperazione con Israele perché esso viola la legge 185/90 che pone limiti all’export di armi verso paesi belligeranti; averlo fatto costituisce una grave violazione di quella legge”.

More informations about italian weapons export to Israel and to others

thanks to:

Giorgio Beretta