US military grounds all F-35 fighter jets after last month’s crash

 

F-35 Lightning II Joint Strike Fighter (JSF)

F-35 Lightning II Joint Strike Fighter (JSF)

The US military has grounded its entire fleet of F-35 joint strike fighters after the aircraft’ fuel tubes were suspected to be the cause of a crash last month in which the jet was completely destroyed.

The Defense Department made the announcement in a statement issued on Thursday.

“The US Services and international partners have temporarily suspended F-35 flight operations while the enterprise conducts a fleet-wide inspection of a fuel tube within the engine on all F-35 aircraft,” the F-35 Joint Program Office said.

“If suspect fuel tubes are installed, the part will be removed and replaced. If known good fuel tubes are already installed, then those aircraft will be returned to flight status,” it added.

The program office noted that inspections could be completed within the next two days, adding that the inspections were prompted by “initial data from the ongoing investigation of the F-35B that crashed” close to Marine Corps Air Station Beaufort in Beaufort, South Carolina, on September 28.

The expensive aircraft was completely destroyed in the crash during training. According to one official, “It’s a total loss.”

Images posted on social media show a plume of black smoke rising above what users described as the crash site.

It was an F-35 “B” variant, which is used by the Marine Corps, and it is capable of taking off from a short runway and landing vertically.

No serious injury was reported after the incident and according to the Beaufort County Sheriff’s Office, the pilot safely ejected and was being evaluated for injuries.

 “The aircraft mishap board is continuing its work and the US Marine Corps will provide additional information when it becomes available,” the F-35 Joint Program Office said in the Thursday statement.

The US military has had a series of aircraft crashes in the past year, including an emergency landing with a Marine Corps F-35B in April, at Cherry Point, North Carolina.

The program office insisted that it will “take every measure to ensure safe operations while we deliver, sustain and modernize the F-35 for the warfighter and our defense partners.”

The F-35 aircraft will become the main fighter aircraft for the Marine Corps, Air Force and Navy, according to a military official.

Although unit costs vary, the price tag of F-35s is estimated at $100 million each. Future production lots of F-35s are predicted to decrease slightly in price.

The F-35 program, which was first launched in the early 1990s, is regarded as the most expensive weapons system in US history, with its costs estimated to be around $400 billion and a goal to produce 2,500 aircraft in the coming years.

Overall program costs are expected to rise to $1.5 trillion if servicing and maintenance costs are factored in over the aircraft’s lifespan through 2070.

The plane’s state-of-the-art features – radar-dodging stealth technology, supersonic speeds, close air support capabilities, airborne agility and a massive array of sensors – enable pilots to have unparalleled access to information.

However, the program has experienced numerous delays, cost overruns and setbacks, including a mysterious engine fire in 2014 that prompted commanders to temporarily ground the planes.

thanks to: PressTV

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La guerra in Libia da maggio 2017 a settembre 2018

Alessandro Lattanzio

Nel sud dell’Egitto, nella provincia di Minya, il 26 maggio i terroristi del SIIL uccidevano 28 pellegrini cristiani in viaggio su un autobus. Il Presidente Abdalfatah al-Sisi dichiarava che avrebbe colpito il terrorismo sponsorizzato dall’estero, colpendo le basi dei terroristi, all’interno o all’estero. “L’attentato di oggi non sarà ignorato. Puntiamo ai campi in cui vengono addestrati i terroristi. L’Egitto non esiterà a colpire tutti i campi che ospitano o addestrano terroristi, sia all’interno dell’Egitto che all’estero”. Gli attacchi aerei avvenivano in Libia alcune ore dopo l’attentato. Le forze di sicurezza egiziane avevano distrutto circa 300 autoveicoli dei terroristi in due mesi. L’Egitto aveva effettuato 6 attacchi aerei presso Derna in Libia orientale, “dopo averne confermato il coinvolgimento nella pianificazione e nell’attacco terroristico nel governatorato di Minya”. Il 26 maggio scoppiavano scontri a sud di Tripoli, ad Abu Salim, dove 17 miliziani del GNA furono giustiziati presso la prigione al-Hadhaba dalle milizie islamiste rivali del Fajr al-Lybia di Qalifa Ghwayl e Salah Badi. Negli scontri si avevano 52 morti e più di 100.
L’avvocato di Sayf al-Islam Muammar Gaddafi, Qalid al-Zaydi, dichiarava che il figlio del defunto leader libico è un uomo libero, in conformità con l’amnistia approvata dal “Parlamento libico”, e che Sayf al-Islam aveva lasciato Zintan. Qalid al-Zaydi affermava che Sayf al-Islam ha rispetto e gratitudine per tutti i Paesi arabi, tra cui l’Arabia Saudita, secondo cui la fine del leader Muammar Gaddafi nel 2011 suscitò una grave minaccia per il regno, che verrebbe diviso da agenti influenzati dal Qatar. Secondo il Consiglio supremo delle tribù libiche di Mahmudi al-Baghdadi, Sayf al-Islam si sarebbe recato nella parte orientale del Paese, dato che gli anziani del Consiglio di Bayda avevano detto ai capi di Zintan che, in caso di rilascio, l’avrebbero accolto come “un secondo figlio”.
Il 28 giugno, aerei da guerra egiziani distruggevano un convoglio di 12 autoveicoli carichi di armi, munizioni e esplosivi provenienti dalla Libia.
Il feldmaresciallo Qalifa Haftar, leader dell’Esercito nazionale libico (LNA), il 6 luglio dichiarava la liberazione completa di Bengasi. “Le nostre forze armate dichiarano la liberazione di Bengasi dal terrorismo, piena liberazione e vittoria della dignità sul terrorismo. L’LNA si congratula con il popolo libico e ringrazia tutte le forze di sostegno e i vicini che ci hanno sostenuti. Bengasi entrerà in una nuova era di sicurezza, stabilità, prosperità e pace. Gli sfollati ritorneranno a casa”. L’LNA aveva liberato il Suq al-Hut e Sabri, nella città vecchia di Bengasi.
Il 16 luglio, l’Aeronautica egiziana distruggeva 15 autoveicoli dei terroristi entrati nel confine occidentale dell’Egitto dalla Libia. Inoltre, la 3.za Armata egiziana e l’Aeronautica egiziana sventavano un attacco terroristico nel Sinai, distruggendo un’auto carica di esplosivi, eliminando i 6 terroristi a bordo, in una zona montuosa del Sinai centrale.
Il 22 luglio, l’Esercito nazionale libico si scontrava con gruppi islamisti a Bengasi, mentre le forze LNA effettuato attacchi aerei presso Derna. Le forze speciali effettuavano un attacco alle ultime sacche del Majlis Shura Thuwar, nella zona di Quraybish, eliminando 6 terroristi.
Il 25 luglio, il presidente francese Emmanual Macron ospitava a Parigi Qalifa Haftar e Fayaz al-Saraj, per un accordo che impegnasse un cessate il fuoco in Libia e a tenere le elezioni nazionali nella primavera 2018. “Macron vuole essere molto più coinvolto in Libia, va bene, ma ci ha spazzato via, non siamo stati consultati. C’è molta rabbia su questo”, affermava un diplomatico nel ministero degli Esteri italiano. Il 29 luglio 1 MiG-21 del LNA si schiantava a Zuhr al-Haram, a sud ovest di Darna. I due piloti si eiettarono, ma il colonnello Adil Jihani veniva ucciso.
Il 14 agosto, Il leader dell’Esercito Nazionale Libico Nazionale Qalifa Haftar si recava a Mosca per colloqui con il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov. Haftar dichiarava: “Confermiamo il nostro desiderio di continuare a costruire la nostra amicizia con la Russia e la cooperazione con il vostro Paese in tutte i campi. I nostri Paesi hanno una storia di forti relazioni e ci aspettiamo di continuare a costruire la partnership. La Russia può svolgere un ruolo nella riconciliazione della crisi libica e saremo lieti se le azioni della Russia saranno utili… Non abbiamo concordato un particolare ruolo della Russia, ma vorremmo accogliere qualunque ruolo che Mosca giocherà nel processo”.
Il 15 agosto, il Generale Qalifa Haftar visitava Mosca incontrando i Ministri degli Esteri Lavrov e della Difesa Shojgu della Federazione Russa. Era la terza visita in Russia. Haftar sottolineava il ruolo dell’esercito nazionale libico nella lotta al terrorismo, affermando che “circa il 90 per cento del Paese è stato liberato”, nonostante l’embargo sulle armi e “un supporto finanziario e militare illimitato dei terroristi”. Lavrov osservava che “Purtroppo, la situazione in Libia rimane complicata, la minaccia dell’estremismo nella vostra patria non è ancora superata. Tuttavia, siamo consapevoli dei passi intrapresi e sosteniamo attivamente il processo… per la riconciliazione politica, il pieno ripristino della stato nel vostro Paese di tutte le forze politiche, tribù e regioni principali. È stato anche confermato che la Russia è pronta a fornire ulteriori assistenza per promuovere il processo politico, contattando tutti i partiti libici”. Haftar dichiarava che “L’esito dei colloqui è molto positivo. Abbiamo informato Lavrov sui nostri problemi, descrivendo il quadro completo. Naturalmente, i russi pensano a come partecipare nelle decisioni necessarie. Saremmo lieti se la Russia continui a parteciparvi. Sì, abbiamo discusso dell’aiuto militare. Sono certo che la Russia rimane un nostro buon amico e non rifiuterà di aiutarci”. Dopo l’incontro con Lavrov, Haftar incontrava il Ministro della Difesa Sergej Shojgu, dove l’attenzione si concentrava sugli sviluppi in Nord Africa, con particolare attenzione alla situazione in Libia.
Il 18 agosto, per la prima volta in sette anni, un aereo siriano atterrava sull’aeroporto Benina di Bengasi, inaugurando i voli regolari tra Damasco e Bengasi. Questo era anche il primo aereo estero ad atterrare a Bengasi dal 2014.
Il 4 settembre, il Generale Qalifa Haftar vietava ai funzionari del Governo dell’Assemblea Nazionale (GNA) e del Consiglio Presidenziale guidati da Fayaz al-Saraj l’ingresso nell’est della Libia, ciò poche ore dopo che al-Saraj aveva nominato il comandante delle Forze Speciali Faraj Iqaym, segretario del ministro degli Interni del GNA. I membri del Consiglio presidenziale di Saran, Fathi al-Mijibri, Ali al-Gutrani e Umar al-Asuad sostenevano la decisione di Haftar, e invitavano la missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia, a condannare al-Saraj per attentato all’unità della Libia, e riconoscere solo la Camera dei Rappresentanti in Tobruq e le Forze Armate guidate da Haftar.
I leader dell’Esercito nazionale libico si recavano a Cairo per incontrare il Capo di Stato Maggiore egiziano Mahmud Hijazi, poiché “i capi dell’Esercito nazionale libico hanno scelto l’Egitto come punto di partenza per la riorganizzazione dell’esercito libico, nel quadro degli sforzi egiziani per porre fine allo stato di divisione e unificare l’esercito libico. La delegazione militare libica ha discusso con lo Stato Maggiore egiziano tutte le fasi della crisi affrontata dall’istituzione militare in Libia negli ultimi sette anni”. La delegazione dell’Esercito nazionale libico ha dichiarato d’impegnarsi “a creare uno Stato moderno, democratico e civile basato sui principi del trasferimento pacifico del potere, del consenso e dell’accettazione dell’altro, nonché del rifiuto di ogni forme di emarginazione e di esclusione di qualsiasi parte libica”. Egitto e Libia “formano comitati tecnici congiunti per discutere i meccanismi di unificazione dell’istituzione militare in Libia e studiare tutte le questioni che potrebbero sostenerla. Oltre a lavorare sull’unità della istituzione militare libica e sulla responsabilità dell’esercito libico su sicurezza e sovranità dello Stato, nonché combattere estremismo e terrorismo e respingere le interferenze estere negli affari libici”.
Il 28 settembre l’Aeronautica egiziana distruggevano almeno 10 autoveicoli dei terroristi carichi di armi provenienti dalla Libia, mentre il 25 settembre l’esercito egiziano eliminava 6 terroristi e 6 autobombe a sud di Zuayd, nel nord del Sinai.
Il 29 settembre, a Sabratha si avevano scontri tra l’Esercito nazionale libico (LNA) e le forze del governo dell’accordo nazionale di al-Faraj. Lo sceicco a capo della Fratellanza musulmana, e agente di Roma, il Gran Muftì Sadiq al-Ghariani, incitava le milizie della Fratellanza musulmana a combattere l’LNA, come “prosecuzione della battaglia per Bengasi” e invitava i cosiddetti “rivoluzionari libici” (la Fratellanza musulmana) a supportare il governo di al-Faraj e a unirsi contro l’LNA, che “combatte contro la rivoluzione”.
Il 23 ottobre, 8 autoveicoli islamisti venivano distrutti da attacchi aerei egiziani sul confine libico-egiziano.
Il 1° novembre 2017, l’aeronautica egiziana eliminava in una zona montuosa ad ovest di Fayum, a sud di Cairo, una base dei terroristi, assieme a 3 autoveicoli che trasportavano armi, munizioni ed esplosivo. Combattimenti scoppiavano nel Warshafana, Libia occidentale, tra gruppi armati locali e le forze militari del Maggior-Generale Usama Juayli, nominato da Fayaz Mustafa al-Saraj, presidente del Consiglio presidenziale della Libia e Primo Ministro del Governo di Accordo Nazionale (GNA). La Brigata dei rivoluzionari di Tripoli (TRB) prendeva parte all’operazione, assieme alle brigata Zintan di Haytham Tajuri, del consiglio militare di Zintan, contro Jafra e Aziziya, nel Warshafana. In realtà tali forze si scontravano con la 4.ta Brigata del LNA. Il 7 novembre, la 4.ta Brigata veniva dispersa e il LNA perse le posizioni nella regione. Si consolidava così l’alleanza tra le suddette forze islamiste e le milizie Janzur e Zawiya, dietro si delinea la regia dell’Italia.
Il 18 dicembre, il comandante dell’Esercito nazionale libico Feldmaresciallo Qalifa Haftar denunciava la fine degli accordi di Shqirat del 17 dicembre 2015, firmati in Marocco, nonostante l’opposizione dell’ONU alla mossa di Haftar, che aveva dichiarato: “la legalità di tale cosiddetto accordo politico è scaduto insieme a tutte le strutture create con esso. Le forze armate non seguiranno gli ordini di alcun partito che non abbia ricevuto legittimità dal popolo libico”, sottolineando che il Comando supremo delle Forze Armate libiche colloquia direttamente con la comunità internazionale per la risoluzione della crisi libica. Due giorni prima, a Bengasi si ebbe la prima dimostrazione che chiedeva ad Haftar di prendere il potere, ed altre piccole manifestazioni si svolgevano a Shahat e Marj, ad est, mentre il sindaco islamista e filo-turco di Misurata, Muhamad Shatui, un fratello mussulmano collegato all’Italia, veniva liquidato a poche centinaia di metri dall’aeroporto della città base operativa delle unità dell’esercito italiano schierate in Libia. In tale contesto, i ministri degli Esteri di Algeria, Tunisia ed Egitto s’incontravano a Tunisi il 17 dicembre per chiedere ai partiti libici di “assumersi le proprie responsabilità per porre fine rapidamente alla fase di transizione, creando un clima politico e di sicurezza che permetta l’organizzazione di elezioni presidenziali e legislative”, e inoltre sottolineavano l’importanza di unificare tutte le istituzioni libiche, compreso l’Esercito nazionale libico. Haftar quindi dichiarava illegale il governo-fantoccio di F. al-Saraj, posto al potere in Libia dai governi Renzi e Gentiloni. Ciò significava che l’Esercito nazionale libico era pronto al conflitto armato contro il governo al-Saraj, burattino dell’UE, in particolare di Francia e Italia. In questa situazione, Sayf al-Islam Gheddafi annunciava l’intenzione di partecipare alle elezioni presidenziali in Libia del 2018. Subito dopo, il ministro degli Esteri france Le Drian incontrava a Tripoli Saraj, e a Bengasi Haftar, “per discutere del processo politico in Libia e della guerra al terrorismo guidata dall’esercito libico”. Le Drian chiedeva ad Haftar e all’ENL di rispettare l’Accordo politico libico (LPA) di Shqirat. “Le Drian, le Nazioni Unite e le potenze occidentali ancora non capiscono che l’LPA è respinto dal popolo libico come totalmente illegittimo ed irrilevante per il processo di pace”. Haftar non cedeva, sottolineando l’importanza del riconoscimento da parte delle Nazioni Unite e della comunità internazionale dell’azione dell’LNA contro il terrorismo, e concludeva, “Togliere l’embargo sulle armi all’esercito, se deciso dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sarà molto apprezzato”. Haftar riteneva che tale embargo serviva a dare una leva alla fazione di Saraj e agli islamisti in Libia, di cui Saraj è un agente.
Il 14 gennaio 2018, si avevano combattimenti presso l’aeroporto di Tripoli tra la “forza di deterrenza” del governo, che controllava l’aeroporto e il carcere, e la milizia di Tajura, con la morte di almeno 20 miliziani e un aereo di linea A319 e altri quattro velivoli danneggiati. L’attacco alla prigione presso l’aeroporto Mitiga, aveva come obiettivo la liberazione dei terroristi di al-Qaida e SIIL detenuti nella prigione gestita dalla forza RADA di Abdarauf Qara. Le milizie che avevano attaccato la prigione era forze fedeli al governo nominato dall’ONU di Fayaz Seraj ed alleate anche all’ex-primo ministro islamista Qalifa al-Gual e del Gran Mufti dei Fratelli musulmani al-Ghariani. Inizialmente la RADA aveva contrastato l’attacco con l’aiuto di almeno 10 milizie filo-governative guidate da Haitam Tajuri e di un aereo da ricognizione statunitense decollato da Sigonella, che aveva sorvolato Tripoli all’inizio dei combattimenti. A metà dicembre a Mosca il Viceministro degli Esteri Mikhail Bogdanov incontrava Bashir Salah, ex-Capo di Stato Maggiore del Colonnello Muammar Gheddafi, per discutere come sviluppare i contatti nella regione del Fizan, dove Salah è alleato con le tribù locali. Il presidente del gruppo di contatto russo-libico è Lev Dengov, consigliere del presidente ceceno Ramzan Kadyrov, che ha contatti regolari con fazioni di Tripoli e Misurata.
Il 19 gennaio, il Comitato per la difesa della Camera dei rappresentanti di Tobruq deplorava il voto del Parlamento italiano per aumentare le forze italiane presenti a Misurata, considerandola una violazione della sovranità della Libia. Il comitato dichiarava che l’aumento di forze italiane un Libia è il riconoscimento del Parlamento italiano della presenza di truppe italiane, fatto che l’Italia aveva finora negato.
Il 21 gennaio l’esercito nazionale libico (LNA) compiva attacchi aerei nel sud-est della Libia, presso Rabiana, distruggendo un convoglio di 15 autoveicoli dell’opposizione sudanese e ciadiana, tre giorni dopo che il Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza sudanese aveva ucciso 6 soldati dell’LNA nell’oasi di Jaqabub.
Il 22 gennaio 2 autobombe esplodevano a Bengasi, facendo 50 morti e 100 feriti nel quartiere Salmani, frequentato dai combattenti della 210.ma brigata, composta da salafiti. Tra i morti vi era Ahmad al-Fituri, capo della brigata salafita al-Tuhid, alleata dell’Esercito Nazionale Libico. Ahmad al-Fituri era stato anche membro della Brigata di Difesa di Bengasi (BDB) contraria ad Haftar. La BDB massacrò oltre 140 uomini, donne e bambini il 18 maggio 2017, a Braq al-Shati.
Il 3 maggio si verificavano potenti esplosioni presso la sede della Commissione elettorale nazionale di Tripoli, uccidendo oltre 15 persone, in coincidenza del ritorno di Qalifa Haftar da Parigi, in Libia. dopo due settimane di degenza. Inoltre, Aqila Salah, presidente del parlamento di Tobruq, la Camera dei rappresentanti (HoR), chiese le elezioni presidenziali tra settembre e dicembre 2018, ottenendo il sostegno do Francia ed Egitto.
L’8 maggio, il comandante dell’Esercito nazionale libico (LNA), Maresciallo Qalifa Haftar, avviava le operazioni per liberare Darna, occupata dai terroristi di al-Qaida dal 2011. Derna era considerata l’ultima roccaforte dei terroristi nell’est del Paese. Infatti, quando il Feldmaresciallo Qalifa Haftar tornò da Parigi, dichiarò “l’ora zero per liberare Darna” dal controllo della “Mujahideen Shura Council” (DMSC), una coalizione di fazioni islamiste.
Il 7 maggio veniva avviata l’offensiva del LNA su Darna, liberando aree rurali e montagnose nei pressi della città, e i quartieri periferici di Fatayah, Bab Tobruq e Tamasaqat. All’operazione dell’LNA partecipavano i battaglioni 101.mo, 102.mo, 106.mo e 309.mo, le brigate Tariq bin Ziyad e Tobruq Muqatila (coi battaglioni 104.mo, 159.mo, 409.mo e 501.mo, la Brigata delle forze speciali al-Sayqa, in totale oltre 1000 uomini. I velivoli impiegati comprendevano 1 Beechcraft B350 da ricognizione, che decollava dalla base aerea Qadim, 6 turboelica antiguerriglia AT-802, 2 UAV GJ-1 Wing Long dell’aeronautica degli EAU. Non mancava la componente navale costituita dal pattugliatore d’altura al-Qarama e dal pattugliatore costiero Damen Stan 1605, che avrebbero affondato 3 motoscafi che fuggivano da Darna con a bordo i capi del Consiglio e della liwa Shahin Abu Salim. Gli scontri avvenivano contro i gruppi islamisti di al-Qaida e Fratellanza Musulmana e fazioni a sostegno di Saraj, come i mujahidin del Consiglio della Shura di Darna (MCSD) e delle Forze di Protezione di Darna (FPD), nei quartieri Shiha e Sahal al-Sharqi. LNA impiegava cannoni D-30, M-1938, lanciarazzi BM-21 e mortai M-37, per distruggere depositi di armi e postazioni islamiste, a coprire l’avanzata dei carri T-54 e T-62 del 106.mo Battaglione che, supportato da velivoli MiG-21MF e MiG-23 avanzava su Shiha, Sahal, Qadija e Lamis, liberando il 70% della città, mentre gli islamisti tenevano al-Balad e Jabala. Il 15 giugno, l’Esercito nazionale libico (LNA) liberava a Darna i quartieri al-Qala, al-Muahshah, Shabiat Ghazi, la scuola al-Umar, Jabal al-Aqdar, Daman al-Ijitmai e Qab al-Ali. I droni statunitensi avevano lanciato in Libia, nei primi sei mesi del 2018, 243 missili anticarro Hellfire, oltre il 20% del totale di tutti i missili Hellfire lanciati in 14 anni.
Il 21 giugno, l’Esercito nazionale libico liberava la cosiddetta “mezzaluna petrolifera”, le aree petrolifere delle coste libiche da Tobruq a Sidra. L’Esercito nazionale libico al comando di Qalifa Haftar prendeva il controllo completo della “mezzaluna petrolifera” libica, dopo aver liberato i porti petroliferi di Ras Lanuf e al-Sidra, costringendo i gruppi terroristici filo-NATO, guidati da Ibrahim al-Jadran, a ritirarsi verso Misurata. Il capo della compagnia petrolifera libica NOC Mustafa Sanala dichiarava al vertice OPEC di Vienna, che le attività dei porti sarebbero riprese entro due giorni.
Il 29 giugno, il comandante Qalifa Haftar annunciava la liberazione della città di Darna dai terroristi di al-Qaida. “Annunciamo con orgoglio la liberazione di Darna, città cara a tutti i libici”. Darna, una città costiera di 150000 abitanti, segnava un importante passo del LNA per consolidare il controllo sulla regione.
Il 1° settembre, mentre avanzava verso Tripoli la 7.ma Brigata ‘Qanyat‘ di Tarhuna (guidata dai fratelli Qani), un razzo Grad colpiva l’ex-campo IDP di Tawargha a Tripoli, e ignoti liberavano dalla prigione di Ruaymi centinaia di prigionieri (probabilmente ex-ufficiali e funzionari della Jamahiryia Libica). Le milizie islamiste accusavano le forze di Tarhuna di essere forze combattenti leali a Gheddafi, mentre le forze dall’ex-capo di Fajir al-Libya, Salah Badi, avanzavano verso la periferia di Tripoli. L’avanzata delle forze di Tarhuna si scontrava coll’alleanza delle milizie islamiste di Misurata e Zintani, collegate alle intelligence italiana, saudita, qatariota e turca. Le forze di Tarhuna si scontravano quindi con gli islamisti delle brigate rivoluzionarie di Tripoli (TRB) di Haytham Tajuri, appena tornato dal pellegrinaggio in Arabia Saudita, a cui sottraevano la caserma Yarmuq, della forza di deterrenza centrale di Qanua Qiqli e della brigata Halbus 301 presso l’aeroporto, Qalat al-Furjan e Salahudin. Ciononostante, le forze di Tarhuna raggiungevano i quartieri Furnaj, Ayn Zara e Siahiya, dalla popolazione amazigh, mobilitandone quindi la Forza Mobile, altra milizia collegata all’intelligence italiana. Le forze islamiste di Zintani, guidate da Imad Trabalsi, occupavano una caserma presso l’Islamic Call Society, ad al-Jib, Tripoli. La forza di Trabalsi prende ordini dal Consiglio di Presidenza di Fayaz Saraj, che li aveva invitati a Tripoli per combattere come “forza neutrale” le forze di Tarhuna.
Muhamad al-Hadad, comandante della zona militare centrale, che era stato rapito nella città di Misurata, era stato appena nominato da Saraj comandante supremo dell’esercito di Tripoli, insieme a Usama Juayli, comandante della zona militare occidentale. I combattimenti avevano ignorato un simulacro di cessate il fuoco concordato il 31 agosto a Tripoli. Risultato ultimo dell’inefficienza del Consiglio della Presidenza e del Governo di Accordo Nazionale di Fayaz Saraj. Intanto Tripoli veniva bombardata nei quartieri Dahra, Bin Ashur e Qut Shal. Le forze di Tarhuna accusavano Saraj di aver tentato di “comprarle” durante i colloqui di mediazione, affermando di avergli offerto 250 dollari USA per ritirarsi da Tripoli; risposero rifiutando la “bustarella” e chiedendo lo scioglimento delle milizie per creare un esercito nazionale e una polizia unificata.
Il Supremo Consiglio delle tribù e città libiche nella regione occidentale dichiarava che “ciò che accade nella capitale Tripoli negli ultimi 8 anni non è altro che ingerenza delle milizie e del loro controllo sulle articolazioni dello Stato, con l’aiuto dei terroristi e guidati da capi stranieri”. Il Consiglio dichiarava che tali milizie usavano l’immigrazione clandestina come fonte di reddito, assieme a contrabbando di droga e carburante, furto di fondi bancari, e che ricorrevano all’intervento straniero, culminato nella violazione della sovranità nazionale della Libia. La dichiarazione condannava l’attacco aereo straniero sulla città di Tarhuna, uccidendo civili e soldati dell’esercito popolare. Il Consiglio esprimeva stupore per la Missione delle Nazioni Unite in Libia che aveva lasciato i prigionieri politici della Jamahiriya ed ufficiali dell’Esercito popolare nelle mani delle milizie, mentre si preoccupava dei migranti illegali e del loro desiderio di allontanarli dalle aree degli scontri, mostrando così la doppia morale della Missione ONU. Il consiglio dichiarava infine che le tribù marceranno libereranno i loro figli dalle prigioni delle milizie nel caso la missione delle Nazioni Unite non si assumesse le proprie responsabilità nei loro confronti, confermando di sostenere i fratelli di Tarhuna e che qualsiasi aggressione su Tarhuna sarà considerata come diretta contro le tribù e le città dell’ovest libico.

Thanks to: Alessandro Lattanzio

Giuseppe Conte asked to form Italian government

Law professor must now come up with names for his team as Italy prepares for a populist government.

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ROME — Italian President Sergio Mattarella on Wednesday asked Giuseppe Conte to oversee the creation of a new government made up of two populist parties.

Conte, 53, said he wants to be “the defense lawyer of the Italian people” at home and abroad and is “fully aware of the challenges we face” as he prepares to become prime minister at the head of a governing coalition of the anti-establishment 5Star Movement and the far-right League.

In a brief acceptance speech that seemed aimed at reassuring nervous investors and the EU, Conte said he is “aware of the need of confirming Italy’s European and international standing.”

The little-known law professor will have a lot more reassuring to do, as Brussels gets ready for a nightmare scenario — a Euroskeptic government in one of the EU’s largest countries.

A 5Star-League government would be the biggest challenge to Brussels since Brexit. The two parties’ coalition agreement contains proposals to renegotiate Italy’s massive public debt, throw off the yoke of austerity and reopen the EU’s treaties to reduce the bloc’s powers. It also states that Russia is “not a military threat.”

Conte was keen to strike a more conciliatory tone on Wednesday evening, citing ongoing negotiations on the EU budget, rules on asylum and the completion of the banking union as the most urgent matters to deal with for Europe.

“Outside of here there is a country that is awaiting the birth of a new government and is expecting answers,” Conte said after his first meeting with the president at the Quirinal Palace, which lasted two hours. “The government that will be formed will be a government for change.”

The next step for Conte is to draw up a list of Cabinet ministers and submit the names to the president, who must give his approval before the team takes office, likely by the end of next week.

The president’s backing for Conte came despite questions over his lack of political experience and allegations that he lied about his resume.

The New York Times raised questions about at least one entry on his CV: While Conte said he had “perfected and updated his studies” at New York University, a spokesperson for the university said that “a person by this name does not show up in any of our records as either a student or faculty member.”

In a statement, the 5Stars rejected the report, saying that Conte “improved and updated his studies” in New York.

An arduous process

It took the best part of three months to come up with a coalition deal after the March 4 election, with the 5Stars and League overcoming their differences only after the president threatened to form a “neutral” government led by technocrats in order to break the impasse.

Mattarella, who had raised doubts about having a professor with limited political experience at the head of a populist Cabinet, could still push back against the choices for ministerial positions. The most controversial potential appointment is that of a new finance minister. The League has been pushing for that role to go to Paolo Savona, a former minister who is a fierce critic of the euro.

Savona’s appointment would be a sign that Mattarella has given in on even the most controversial requests from the two parties, raising doubts about his ability to steer the entire process, an Italian official said. Italian news agencies reported Wednesday that an investment fund that Savona chaired has announced his resignation because of “important public commitments in Italy,” an indication of his impending appointment as a minister.

The two parties’ leaders could also get plum jobs in the Cabinet, according to Italian media. Matteo Salvini, head of the League, wants the interior ministry, which would allow him to implement the tough security and immigration measures he campaigned on — including detaining irregular migrants and sending around half a million back to their countries of origin.

The leader of the 5Stars, Luigi Di Maio, could be given control of the powerful labor ministry, according to political analysts.

The new government “contract” struck by the parties is an ambitious manifesto based on ideas and electoral promises that they have been championing for years. It includes cutting taxes, amending a costly 2011 pension reform and introducing a “universal basic income,” a kind of insurance for job-seekers. However, analysts reckon the new government’s plans will be complicated by institutional and financial constraints and the bureaucratic inertia that has often stopped Italian governments in their tracks.

Even though the two parties have toned down their rougher edges of late, a 5Star-League government will likely maintain a strong Euroskeptic line and seek confrontation with Brussels on key themes, such as eurozone economic governance, the EU budget, Russia sanctions and migration.

Before Wednesday evening’s announcement, the 5Stars called for action if Conte was not given a mandate. One of the 5Star leaders, Alessandro Di Battista, went on Facebook to “invite all citizens to make their voice heard.”

Officials in Rome said that Mattarella’s powers would be further eroded if the 5Stars called for supporters to storm the presidential palace every time he has a delicate decision to make.

Jacopo Barigazzi contributed to this article.

Sorgente: Giuseppe Conte asked to form Italian government

Il Documento programmatico pluriennale per la Difesa per il triennio 2017-2019

Quattro esempi per tre sezioni: Niger, Schengen militare e missione nucleare dell’F-35, Italia potenza militare
esercitazione bersaglieri
Il motivo principale per cui l’Italia ha scelto il caccia F-35: la capacità di eseguire una missione nucleare
28 gennaio 2018 – Rossana De Simone

Il Documento programmatico pluriennale (DPP) per la Difesa per il triennio 2017-2019, presentato alle Commissioni difesa di Camera e Senato nell’agosto 2017, costruisce l’evoluzione del quadro strategico nella dimensione militare sulla base dell’analisi geopolitica internazionale delineata nel Libro Bianco 2015 e si presenta suddiviso in tre parti: impegni nazionali della Difesa, sviluppo dello strumento nazionale e bilancio della difesa. https://www.difesa.it/Content/Documents/DPP/DPP_2017_2019_Approvato_light.pdf

Impegni nazionali della Difesa: Niger

Come sottolineato nel Libro Bianco della difesa, tra le priorità geo-strategiche del Paese vi sono la sicurezza della regione euro-atlantica, l’area euro-mediterranea e quella mediorientale. L’area euro-mediterranea è la regione “su cui si incentra il focus strategico nazionale” in quanto è uno spazio geopolitico estremamente interconnesso che negli ultimi anni ha visto aumentare drammaticamente l’instabilità, la conflittualità e l’insicurezza al suo interno. L’affermazione di gruppi terroristici hanno alimentato i flussi migratori e messo a rischio la libertà dei traffici commerciali e la sicurezza energetica. Tale minaccia, secondo la politica estera e di difesa italiana, permette di legittimare il superamento dei tradizionali concetti di “sicurezza” e “difesa”. In definitiva l’Italia deve divenire un attore della sicurezza globale capace di esercitare un ruolo di responsabilità a livello internazionale, operare non solo per la salvaguardia degli interessi nazionali, ma anche per la protezione e la tutela delle popolazioni nelle aree di crisi, e sviluppare la promozione di livelli crescenti di sicurezza e stabilità globale. Insomma economia, energia, migrazioni e sicurezza riguardano l’interesse nazionale e la politica di difesa, e avvallano l’uso dello strumento militare.

In questa cornice si inserisce l’approvazione della missione in Niger “Cresce impegno nell’area mediterranea, si dimezza presenza in Iraq. I militari italiani in Africa sono fondamentali per l’interesse nazionale” https://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/cresce-impegno-area-mediterranea-dimezza-presenza-in-iraq.aspx Questa affermazione del ministro Pinotti deve essere letta sotto vari aspetti:

1 – Il Niger è un paese ricco di risorse minerarie: carbone, ferro, fosfati, oro, petrolio e soprattutto uranio (quinto paese al mondo per estrazione dell’uranio al opera della multinazionale francese Areva). L’Africa è molto importante per l’ENI (presente in Tunisia, Algeria, Angola, Costa d’Avorio, Ghana, Libia) che assume il ruolo di “motore degli interessi strategici dell’Italia nel mondo (Gentiloni)”.

2 – Collocazione internazionale dell’Italia: necessità di inserirsi nello storico asse Francia-Germania nel campo della difesa europea (Pesco). La Germania contribuisce insieme alla Francia alla “stabilizzazione” (o meglio colonizzazione) della zona sahariana con forze sul terreno, a cui si sono aggiunte quelle statunitensi.

3 – Integrazione fra lotta al terrorismo, stabilità delle frontiere, contrasto all’emigrazione clandestina.

In questa prima parte del documento sono riportate tabelle che indicano il livello di pace globale, la rotta dei migranti nel Mediterraneo centrale, l’evoluzione degli impegni operativi internazionali e nazionali compresa l’emergenza sismica. Alla base dell’analisi sulla complessità del contesto globale vi è la tendenza a teorizzare un mondo estremamente instabile e conflittuale in cui i cambiamenti climatici, il disagio sociale, la competizione per l’approvvigionamento delle risorse naturali, i mutamenti climatici, la pervasività delle nuove tecnologie e il rischio di conflitti tradizionali/ibridi giocano un ruolo fondamentale. L’interconnessione fra gli attori e fattori che si affacciano a livello mondiale ha determinato due movimenti apparentemente contraddittori: globalizzazione (anche finanziaria) e frammentazione tenuti insieme dalla centralità delle reti informatiche che ha esteso la conflittualità nello spazio cibernetico.

Sviluppo dello strumento nazionale: Schengen militare e missione nucleare dell’F-35

Prima di entrare nel merito della seconda parte è necessaria una premessa per capire come la politica estera e militare dell’Unione europea sia subordinata alla strategia statunitense.
La National defense strategy https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2017/12/NSS-Final-12-18-2017-0905-2.pdf , rilasciata dal Pentagono nel mese di dicembre 2017, si basa su quattro pilastri e tre sfide: proteggere la patria, promuovere la prosperità, la pace attraverso la forza (anche quella nucleare per mantenere il potere in ogni dominio) e far progredire l’influenza americana. Parallelamente i competitor sono i poteri revisionisti (che intendono rivedere gli equilibri mondiali in funzione anti americana) della Cina e Russia (che possono essere sia alleati sia concorrenti), i regimi canaglia come la Corea el Nord e gli attori transazionali come ISIS. Elbridge A. Colby, assistente del segretario alla Difesa James Mattis, ha dichiarato che quella presentata non è una strategia di scontro ma che conosce la realtà della competizione. Una strategia dunque che ha bisogno di costruire una forza letale, rafforzare le alleanze e riformare la struttura della difesa. Nuove capacità e alleanze più forti servono per essere più agili e letali e per convincere gli alleati a spendere di più per la difesa. L’Italia è un paese accusato di spendere poco per la difesa anche dalla NATO: “Non ci aspettiamo, afferma Stoltenberg, che tutti gli alleati rispettino l’obiettivo del 2% immediatamente, ma ci aspettiamo che tutti gli alleati fermino i tagli al settore e inizino ad aumentare la spesa per la difesa. Ed è questo il caso anche dell’Italia”.

A difesa dell’Italia è intervenuta Elizabeth Braw, professore associato presso il Consiglio Atlantico, in un articolo in cui afferma che in America l’esercito italiano viene rappresentato come la “polizia d’Europa” perché impegnata a salvare migranti e in moltissimi fronti: dall’Afghanistan ai Balcani. http://www.corriere.it/cronache/17_agosto_23/elogio-stampa-usa-militari-italiani-poliziotti-d-europa-4cfaf648-87f9-11e7-a960-ee4515521d95.shtml

Elisabeth Braw aveva scritto nel 2016 un articolo per Foreign Affairs, rivista del Council on Foreign Relations, dal titolo “A Schengen Zone for NATO” in cui sosteneva la necessità di creare una “Schengen militare” affinché le truppe nei paesi della Nato, per rispondere all’aggressione russa, potessero muoversi senza alcun ritardo: “Gli stati membri della Nato sono desiderosi di difendersi l’uno con l’altro, e hanno truppe e equipaggi per farlo…. ma una cosa che frustra i comandanti è evidente: le difficoltà burocratiche da adempiere per far passare le truppe da un confine all’altro…Al prossimo summit di Varsavia i membri della Nato discuteranno di risposte unitarie contro l’aggressione russa e probabilmente decideranno di stazionare quattro battaglioni – circa 4 mila truppe – negli stati baltici e Polonia. Ma con la Russia che sta formando due nuove divisioni nelle regioni occidentali, al confine con gli Stati Baltici, 4 mila truppe in più potrebbero non essere sufficienti a fronteggiare un potenziale attacco”.

Nell’articolo “Eucom chiede una zona militare di Schengen in Europa” si riprende quanto già affermato nel documento sulla strategia USA: “L’obiettivo è consentire alla forza militare di muoversi liberamente nel teatro europeo…la velocità di reazione resta fondamentale… Più di ogni altra cosa abbiamo bisogno di una zona militare di Schengen che permetterebbe ad un convoglio militare di muoversi liberamente in tutta Europa. Adesso non è così”. http://www.ilgiornale.it/news/eucom-chiede-zona-militare-schengen-europa-1426522.htmlhttps://www.eda.europa.eu/webzine/issue12/cover-story/europe-needs-a-military-schengen . L’intervista più interessante è però quella dell’eurodeputato Urmas Paet, ex ministro degli Esteri estone e relatore del rapporto “Unione europea di difesa”, in relazione al ruolo dell’EDA (Agenzia europea per la difesa): “Lei afferma che al di là della ricerca sulla difesa, l’UE potrebbe anche finanziare il supporto logistico alla difesa. A che tipo di supporto logistico ti stai riferendo? Oggi abbiamo il problema che manca ancora una “Schengen militare”. È piuttosto complicato e dispendioso in termini di tempo spostare truppe e attrezzature da uno Stato membro dell’UE a un altro. Questo a volte può richiedere giorni se non settimane. Tuttavia, quando si profila una crisi e vogliamo essere proattivi, dobbiamo essere molto più efficaci e più veloci in questo campo. Pertanto, le norme e le procedure applicabili alle truppe mobili e alle attrezzature militari all’interno dell’UE dovrebbero essere riformate. Alcuni finanziamenti dell’UE dai fondi strutturali potrebbero andare a progetti che sostengono le nostre forze armate come strade, ponti, caserme, ecc. In questi settori, l’UE può essere molto più favorevole alla difesa europea” https://www.eda.europa.eu/webzine/issue12/cover-story/europe-needs-a-military-schengen

L’Unione Europea aveva già deciso nel 2015 che “Per gli Stati Ue che partecipano ai programmi dell’Agenzia europea per la Difesa è prevista l’esenzione Iva per le spese di procurement militare. Secondo il direttore esecutivo dell’agenzia la misura è “una grande opportunità di business e risparmio per gli stati”. http://www.eunews.it/2015/11/05/niente-piu-iva-sulle-spese-militari-per-la-difesa-ue/44523

Nel Documento programmatico si fa riferimento alla “capacità di muovere rapidamente uomini, mezzi e materiali nelle aree d’interesse [in quanto] rimarrà un fattore essenziale per contenere potenziali crisi prima che le stesse possano svilupparsi”, e inserisce fra i programmi operanti la voce Infrastrutture NATO: il programma attiene alla realizzazione, con fondi del NATO Security Investment Program, di infrastrutture operative per soddisfare le esigenze dell’Alleanza. Oneri definiti annualmente in ragione della percentuale di partecipazione dell’Italia al NSIP e degli impegni assunti in ambito NATO. La spesa annua prevista è di 66,6 milioni per il 2017/18/19 e di 199,7 milioni dal 2020 al 2022. Tuttavia non ci sono solo le infrastrutture cosiddette “materiali” ad essere considerate, ma anche quelle “immateriali” che riguardano le reti di telecomunicazione. Due esempi diversi sono l’ottimizzazione delle reti Intranet delle Forze armate per collegamento alla rete unificata della Difesa e il porto di Livorno. Nel primo caso l’Italia si è dotata del sistema satellitare SICRAL (Sistema Italiano per Comunicazioni Riservate ed Allarme) per le telecomunicazioni “Il sistema è in grado di garantire l’interoperabilità tra le reti della Difesa, della sicurezza pubblica, dell’emergenza civile e della gestione e controllo delle infrastrutture strategiche. Con SICRAL le Forze Armate Italiane dispongono di capacità satellitare proprietaria nelle comunicazioni satellitari per i collegamenti strategici e tattici sul territorio nazionale e nelle operazioni fuori area, con piattaforme terrestri, navali ed aeree”, associato al sistema Cosmo SKYMED per l’acquisizione di immagini e sorveglianza per mantenere la capacità di monitoraggio delle aree di interesse strategico.

Per quanto riguarda il porto di Livorno si stanno potenziando gli scali fluviali e ferroviari della base americana fra Pisa e Livorno. “Ponte mobile e nuova ferrovia: la base Usa sarà potenziata. Maxi progetto con la realizzazione di opere strategiche militari e per la sicurezza nazionale” http://iltirreno.gelocal.it/livorno/cronaca/2017/05/26/news/ponte-mobile-e-nuova-ferrovia-la-base-usa-sara-potenziata-1.15397995

Un caso particolare è simboleggiato dalla Sicilia in quanto rappresenta un hub dell’intelligence americana. Non solo per il Muos di Niscemi, sistema di telecomunicazioni satellitare della marina militare statunitense, per la base Nato di Sigonella, il complesso portuale di Augusta, le stazioni aeree di Birgi e le stazioni radar, ma per Sicily Hub, snodo importante per la struttura della rete Internet che veicola il traffico dati attraverso cavi sottomarini già attenzionata dalla NATO. “Il Mediterraneo è un bacino strategico in cui si sono già verificati sabotaggi ai cavi sottomarini: La Russia si sta chiaramente interessando alle infrastrutture sottomarine delle nazioni Nato”. L’apparente attenzione dei russi sui cavi che forniscono connessioni Internet e altre comunicazioni verso il Nord America e l’Europa, potrebbe dare al Cremlino il potere di tagliare o attingere a linee dati vitali”. https://www.washingtonpost.com/world/europe/russian-submarines-are-prowling-around-vital-undersea-cables-its-making-nato-nervous/2017/12/22/d4c1f3da-e5d0-11e7-927a-e72eac1e73b6_story.html?hpid=hp_hp-top-table-main_russiasubs712pm%3Ahomepage%2Fstory&utm_term=.6f8b9205f535

Sicily Hub di Palermo è un nuovo data center, snodo fondamentale per lo scambio di traffico internet generato in Africa, Mediterraneo e Medio Oriente, realizzato da Sparkle (Telecom) e De-Cix, gestore di una internet exchange neutrale tra le più importanti nel mondo (altri sono quelli di Francoforte, Marsiglia, Londra e Amsterdam). Un altro punto nodale è quello operato da Fastweb e Med Opern Hub. “La Sicilia al centro del traffico dati: le reti sottomarine” http://palermo.repubblica.it/cronaca/2017/04/27/news/palermo_si_accende_l_hub_neutrale_di_carini_la_sicilia_al_centro_del_business_tlc-164047993/
Sostanzialmente nella povera Sicilia, drammaticamente insufficiente nelle infrastrutture principali, trasporto ferroviario, strade, ponti e rete idrica, si gioca una battaglia per il controllo dell’informazione:“Il grande orecchio americano in ascolto dai cavi di Palermo” http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-10-25/grande-orecchio-americano-ascolto-063713.shtml?uuid=AbnNrRxI&

“Una volta si diceva che l’Italia è una portaerei nel Mediterraneo, adesso è diventata una porta per tutte le comunicazioni del Mediterraneo: lo snodo strategico per il traffico internazionale di telefonate, mail, Web” http://espresso.repubblica.it/internazionale/2013/10/24/news/cosi-ci-spiano-stati-uniti-e-gran-bretagna-1.138890
Mappa dei cavi sottomarini dove passa il 90% delle informazioni mondiali https://www.submarinecablemap.com/

La costruzione di un apposito Comando interforze per le operazioni cibernetiche (CIOC) deve dirigere e coordinare operazioni militari nello spazio cibernetico in collaborazione con NATO e UE. Attraverso l’elaborazione Piano nazionale per la sicurezza https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/wp-content/uploads/2017/05/piano-nazionale-cyber-2017.pdf , deve individuare gli obiettivi funzionali necessari a garantire la protezione cibernetica e la sicurezza informatica nazionale. http://documenti.camera.it/leg17/resoconti/commissioni/stenografici/html/04/indag/c04_cibernetico/2017/01/25/indice_stenografico.0009.html

In questa seconda parte del DPP sono indicati gli indirizzi strategici, l’analisi delle esigenze operative e le linee di sviluppo dello strumento militare e i principali programmi d’investimento della difesa in esecuzione e di quelli che si ritiene necessario avviare.
Oltre al potenziamento degli strumenti di difesa cibernetica e nell’ambito dell’intelligence, le altre componenti che esprimono “la piena operatività dello Strumento militare” sono quella navale, aerospaziale e terrestre.

Programma Interforze: sistema NGIFF (Leonardo) per rendere gli assetti nazionali in teatri operativi pienamente interoperabili con le forze dei paesi NATO. Velivolo Joint Airborne Multisensor Multimission System per lo sviluppo della capacità di intelligence, sorveglianza e ricognizione in sostituzione di Alenia G222VS (accordo stipulato tra Italia e Israele nel 2012). Dispositivo crittografico per ammodernamento delle capacità crypto della NATO. Sistemi satellitari: Sicral e Cosmo Skymed. Pantera: sistema di analisi delle informazioni. Velivolo NH-90 (Airworthiness).

Programma Esercito: Carro armato Ariete (ammodernamento). Disturbatori di frequenza portabili contro gli RC-IED. Per le Forze speciali è previsto l’acquisizione di materiali d’armamento, equipaggiamenti, dispositivi optoelettronici per la visione notturna/sorveglianza e veicoli speciali. Costituzione di un Centro Security Force Assistance per la formazione.

Programma Marina: Forse speciali G.O.I – Gruppo operativo Incursori. Capacità di aviolancio con battelli gonfiabili chiglia rigida RHIB. Giubbotti anti proiettili per nuclei ispettivi Brigata Marina San Marco rispondenti alle operazioni di traffici illeciti di migranti e salvaguardia degli interessi nazionali. Nuovo siluro pesante U-212A.

Programma Aeronautica: Sistema d’arma EC-27J variante da guerra elettronica del velivolo C-27J. Forze speciali A.M. Potenziamento delle capacità operative degli Incursori. Aeromobili a pilotaggio remoto (capacità di contrasto classe mini/micro. Aggiornamento stazioni di pianificazione del sistema d’arma “Storm Shadow”. Aggiornamento della piattaforma Predator. Capacità aerea non convenzionale della piattaforma avionica del velivolo Tornado (decontaminazione equipaggi) per il mantenimento delle capacità di Force Protection in ambiente degradato.
I programmi in attesa di finanziamenti riguardano la Preparazione alle forze, Proiezione delle forze, Protezione delle forze e capacità d’ingaggio, Sostegno delle forze, Comando e controllo e Superiorità conoscitiva.
Fra i programmi operanti nella voce “Spese non riconducibili a capacità” è inserita la Ricerca scientifica e tecnologica (48,1 milioni annuali per tre anni). I programmi riguardano il settore sistemi/armamenti terrestri, sistemi/armamenti navali, sistemi/armamenti aerei, informatica, sanitaria e sistemi di gestione della difesa.

I programmi più costosi fra quelli operanti, che superano i 100 milioni annui, troviamo il programma NH-90 (elicotteri di trasporto tattico)avviato in cooperazione con Francia, Germania ed Olanda. Costo complessivo per 116 elicotteri 4.068,53 milioni. Nel triennio la spesa è di 600 euro finanziati dal MISE.
Unità navale LHD. Fabbisogno complessivo 1.171,3 milioni. Nel triennio 589,8 milioni finanziati dal MISE.
Programma per fregate FREMM avviato con la Francia. Fabbisogno complessivo 5.992,3 milioni. Nel triennio 477,1 milioni finanziati dal MISE.
Programma per pattugliatori d’altura PPA. Fabbisogno complessivo di 3.853,6 milioni. Nel triennio 1.285,1 milioni finanziati dal MISE.
Programma velivoli F-2000 (EFA) in cooperazione con Germania, Regno Unito e Spagna. Fabbisogno complessivo 21.100 milioni. Nel triennio 1.729 finanziati dal MISE.
Programma elicotteri HH-101 CSAR. Fabbisogno di 1.050 milioni. Nel triennio 361 milioni finanziati dal MISE.

Ultimo programma, perché più importante e costoso, è il caccia Joint Strike Fighter F-35. Programma in cooperazione con USA, Regno Unito, Canada, Danimarca, Norvegia, Olanda, Australia e Turchia. Fabbisogno complessivo per la FASE 1 di 7.093 milioni di euro. Nel triennio la previsione di spesa è di 2.198 milioni finanziati dal Ministero della Difesa. La FASE 2 sarà avviata dal 2021 e comporterà il finanziamento di talune componenti a lunga lavorazione dei velivoli ad essa associati già a partire dal 2019, con contribuzioni al momento non ancora definite. Nella tabella viene prevista una spesa dal 2020 al 2022 di 2.217 milioni.
Ma perché il caccia F-35 è il programma più importante della Difesa? Questo programma iniziato nel 1996 avrebbe dovuto completarsi nel 2012, ma una serie infinita di problemi ne ha rinviato la data a metà del 2030. Secondo l’ultima previsione effettuata dal governo degli Stati Uniti i costi del programma sono balzati dai 147 miliardi di euro previsti nel 2001 ai 240 miliardi di euro di quest’anno. Come accade in Italia, anche il Ministero della Difesa britannico è stato incolpato di non fornire una stima dei costi di acquisto, manutenzione e gestione, limitandosi a indicare una cifra complessiva fino al 2026. Il The Times ha pubblicato una serie di articoli in cui si riportano affermazioni gravi “è troppo costoso, inaffidabile, pieno di problemi tecnici e potenzialmente pericoloso. https://publications.parliament.uk/pa/cm201719/cmselect/cmdfence/326/32608.htmhttps://www.parliament.uk/business/committees/committees-a-z/commons-select/defence-committee/news-parliament-2017/f35-procurement-report-published-17-19/

Negli USA è il Pentagono ad affermare che gli sforzi per migliorare l’affidabilità sono “stagnanti”: Why the Pentagon Isn’t Happy With the F-35 https://www.bloomberg.com/news/articles/2018-01-24/lockheed-f-35-s-reliability-progress-has-stalled-pentagon-told Tuttavia all’interno del Pentagono vi sono voci discordanti. Ad esempio sul fatto che l’F-35 abbia ancora notevoli problemi tecnici (la versione A non ha ancora raggiunto la Full Operational Capability FOC e sulla certificazione IOC, Initial Operational Capability, il Joint Program Office ha enumerato seri problemi che la rendono “fumo negli occhi”). Come fa un velivolo progettato con l’obbligo di trasportare il carico utile nucleare portare avanti tale missione se i collaudi hanno evidenziato l’impossibilità di usare un cannone o l’uso di armamento stand off (bombe guidate di precisione) perché non ha la capacità di illuminare i bersagli per le missioni CAS (missione svolta da aerei da attacco al suolo ai quali è richiesto di attaccare le forze di terra nemiche)? Eppure per il tenente gen. Chris Bogdan, armare l’F-35 con la bomba nucleare richiederà solo un po’ di addestramento extra per i piloti, nulla di straordinario. http://docs.house.gov/meetings/AS/AS25/20160323/104712/HHRG-114-AS25-Wstate-BogdanUSAFC-20160323.pdf

L’Air Force nel 2015 ha ricevuto 15,6 milioni per lavorare sulla doppia capacità e altri 4,9 milioni nel 2016. Stati Uniti e NATO sembrerebbero pronti ad aiutare gli Stati che non riuscissero a rispettare l’impegno.
In Italia sono stati I gruppi pacifisti e antimilitaristi a denunciare il doppio uso dell’F-35A. Forse perché è questo il motivo principale per cui l’Italia ha scelto questo caccia: la capacità di eseguire una missione nucleare. La versione A prevede hardware e software avanzati per trasportare e rilasciare le nuove bombe nucleari B61-12. Nella scheda emessa dalla Camera “Il programma Joint Strike Fighter- F35” http://documenti.camera.it/Leg17/Dossier/Pdf/DI0289.pdf la missione nucleare non viene menzionata ma neanche i suoi sostenitori ne hanno mai fatto cenno. L’adesione ufficiale al programma è avvenuta durante il governo D’Alema: il 23.12.1998 che ha firmato il Memorandum of Agreement per la fase concettuale-dimostrativa con un investimento di 10 milioni di dollari.
Nell’articolo “l dibattito sulle armi nucleari tattiche in Italia: tra impegni di disarmo e solidarietà atlantiche” http://www.iai.it/sites/default/files/iai1104.pdf si legge che “Nonostante l’esplicito impegno a “creare le condizioni per un mondo senza armi nucleari”, il nuovo Concetto strategico della Nato adottato a Lisbona il 19 novembre 2010 ribadisce che “fintanto che ci sono armi nucleari nel mondo, la Nato rimarrà un’Alleanza nucleare”. Cinque paesi dell’Alleanza atlantica, Belgio, Germania, Italia, Olanda e Turchia continuano ad ospitare armi nucleari tattiche (Ant) statunitensi all’interno dei propri confini”. In Italia è ancora dominante l’idea, colta da Lawrence Freedman, che la Nato non sia una “semplice alleanza militare”, ma un elemento fondamentale per il mantenimento di una comunità transatlantica; “i fattore critico nella garanzia nucleare degli Usa verso l’Europa non è la credibilità della strategia, ma l’autenticità della ‘comunità atlantica’”.

Dunque l’Italia non si pone il problema che la condivisione nucleare, utilizzando velivoli a doppio uso (fino a ora il Tornado), violi l’articolo I del Trattato di non proliferazione nucleare (NPT). L’Italia non è una nazione nucleare secondo i termini del TNP, ma rimane parte degli accordi di condivisione nucleare della NATO: “Assessing an F-35-based nuclear deterrent” http://www.basicint.org/sites/default/files/Assessing%20an%20F-35-based%20nuclear%20deterrent.%20%20Kevan%20Jones%20MP..pdf

Nell’articolo “Il disarmo nucleare è a rischio”, il direttore della Stampa scrive che Washington e Mosca hanno iniziato ad accusarsi di violare il Trattato sulle armi nucleari a medio raggio (Inf), ponendo le premesse per una corsa al riarmo nucleare e innescando un domino di imprevedibili rischi per la sicurezza dell’Europa. http://www.lastampa.it/2017/10/29/cultura/opinioni/editoriali/il-disarmo-nucleare-a-rischio-NscDFBMLwV2Q3ipam4gVAI/pagina.html
Perchè Trump vuole testate nucleari a basso rendimento? “Lo scopo finale delle armi nucleari è il medesimo elaborato alla fine degli anni ’40: scoraggiare un attacco armato contro gli Stati Uniti e proteggere i suoi alleati. Per definizione, “gli asset nucleri sono uno strumento per impedire l’aggressione di qualsiasi tipo contro gli interessi nazionali e vitali dell’America”. E’ il concetto della garanzia politica. E’ il medesimo che si applica, ad esempio, per la bomba nucleare tattica guidata B-61 in Europa. Le B-61 dovrebbero rappresentare un deterrente strategico ritenuto in grado di dissuadere anche gli stessi alleati dallo sviluppare armi nucleari fatte in casa. Vanno quindi intese come una garanzia politica degli Stati Uniti, che ne detengono la proprietà e la discrezionalità, a protezione dell’Europa. La responsabilità condivisa per le armi nucleari si basa sulla solidarietà degli alleati della Nato e l’unità di intenti a protezione dell’integrità territoriale. Ma è ancora valido il concetto di arma nucleare tattica o arma nucleare non strategica? No. Non esiste alcuna arma nucleare tattica” http://www.ilgiornale.it/news/mondo/perch-trump-vuole-testate-nucleari-basso-rendimento-1483778.html

Secondo gli scienziati del Bulletin of the Atomic Scientists le lancette del Doomsday Clock, l’orologio dell’Apocalisse che simboleggia l’avvicinamento dell’umanità al punto di non ritorno, ora mancano due minuti alla mezzanotte, soglia oltre la quale l’impatto dell’uomo sul pianeta sarà irreversibile. Oggi, secondo gli esperti, il rischio di un simile scenario non è mai stato così alto, soprattutto a causa di due minacce gemelle: le armi nucleari e i cambiamenti climatici. “Si tratta naturalmente di una valutazione, che gli esperti multidisciplinari del Bulletin fanno valutando tutti i fattori geopolitici che aggravano e avvicinano il rischio della guerra nucleare” scrive Angelo Baracca sul sito del Forum contro guerra. Il Forum aveva organizzato il 20 gennaio davanti alla base di Ghedi (che ospita le B61 e che riceverà quelle aggiornate B61-12) una manifestazione per dire no alle guerre e si al disarmo nucleare. Al termine della manifestazione si è annunciato un rilancio della mobilitazione antinucleare attorno a tutti i luoghi nevralgici del Potere nucleare in Italia, dalle aerobasi ai porti, dai siti di stoccaggio ai luoghi di produzione dei vettori (in Italia gli F35), in tutti quei luoghi cioè dove non si ha la certezza assoluta che queste armi non ci siano. Una iniziativa alla Base di Aviano il 18 marzo 2018 è il prossimo appuntamento. http://www.forumcontrolaguerra.org/2018/01/26/guerra-nucleare-piu-vicina/

Il bilancio della difesa: Italia potenza militare

Secondo diversi studi che analizzano fattori diversi, l’Italia è ottava o undicesima potenza militare nel mondo. Credit Suisse, società di servizi finanziari con sede in Svizzera, nel suo report sulla ricerca e sviluppo, dopo aver preso in considerazione il budget stanziato per la spesa militare, numero di personale impegnato e livello di addestramento, avanzamento tecnologico delle armi, numero di aeromobili/aircraft, carri armati, sottomarini da guerra, disponibilità di eventuali armi nucleari (armate e totali) e sistemi di alleanze, ha inserito l’Italia all’ottavo posto. http://publications.credit-suisse.com/tasks/render/file/index.cfm?fileid=EE7A6A5D-D9D5-6204-E9E6BB426B47D054
GlobalFirepower, altra società che fornisce dati riguardanti oltre 130 moderne potenze militari, ha analizzato la potenziale capacità di guerra (convenzionale) di ogni nazione attraverso terra, mare e aria, valori relativi a risorse, finanze e geografia e altri 50 fattori diversi per determinare la classifica annuale. L’Italia viene posta all’undicesimo posto nel mondo e quarta in Europa. https://www.globalfirepower.com/countries-listing-europe.asphttps://www.globalfirepower.com/countries-listing.asp

La terza parte del DPP che illustra il bilancio della difesa mostra dei grafici riepilogativi dei bilanci destinati dal 2008 al 2017. Da questi si possono ricavare almeno due considerazioni: le spese totali possono essere calcolate prendendo in considerazione gli stanziamenti a bilancio ordinario, quelli delle missioni internazionali (997,2 milioni), i contributi del MISE per i programmi tecnologicamente avanzati (2.550 milioni di cui 25 nel triennio vigente) e i costi dell’Arma dei Carabinieri, oppure considerando solo il bilancio ordinario. Il grafico che illustra le risorse destinate alla difesa vede un picco nel 2011 con la cifra di 24.174,3 mentre nel 2017 lo stanziamento è pari a 23.478,3. Se si fa riferimento al solo bilancio ordinario della difesa il picco si trova nel 2008 con 21.132,4 e nel 2013 con 20.702,3 milioni. Nel 2017 lo stanziamento è pari a 20.269,1.

Se si guardano invece i grafici sul rapporto spese per la difesa/pil 2008-2017 emerge che se si considerano le risorse della difesa il pil è pari a 1,37%, mentre con il solo bilancio ordinario si scende all’ 1,19% e a 0,80 se si esclude la funzione difesa del territorio.
Gli stanziamenti per le missioni internazionali hanno visto un picco nel 2011 con 1.497 milioni. Nel 2017 è pari a 997,2 milioni.
L’incremento dei finanziamenti del MISE è pari al 78% passando da 1.515,2 del 2008 a 2.704 milioni del 2017.
La funzione difesa del 2017 vede una spesa di 9.799 milioni per il personale, 1.272 milioni per l’esercizio e 2.141 milioni per l’investimento.
Il personale militare è diminuito di 1501 unità. La voce esercizio considera la formazione e l’addestramento, manutenzione e supporto logistico, funzionamento Enti, comandi e Unità ed esigenze interforze. Vi è stata una riduzione delle risorse dai 2,7 miliardi ai 1,3 attuali.

Il settore investimento riguarda quella parte di spesa che serve a dotare un esercito di mezzi, materiali ed equipaggiamenti tecnologicamente avanzati. Ed è esplicitamente la parte di spesa che interessa l’industria bellica (che non manca mai di lamentarsi della scarsità di fondi statali). Le risorse previste per l’anno 2017, 2018 e 2019 sono rispettivamente di 2.141,1 milioni, 2.122,8 e 2.164,1 a cui bisogna aggiungere però i finanziamenti MISE. Con entrambi i finanziamenti sono stati e sono sostenuti i programmi dei velivoli EFA, le fregate FREMM, i veicoli blindati VBM 8×8, l’elicottero NH-90, il programma navale, l’elicottero AW-101 Combat SAR, la digitalizzazione della componente terrestre FORZA NEC, i velivoli M-346 e T-345 e il sistema di controllo del territorio per l’Arma dei carabinieri SI.CO.TE.

Con la legge n. 208 del 2015 https://www.difesa.it/Amministrazionetrasparente/Pagine/Programma-Biennale-degli-acquisti-di-beni-e-servizi-e-relativi-aggiornamenti-annuali.aspx sono stati avviati i programmi di ammodernamento dei sistemi missilistici antiaereo a medio raggio FSAF e PAAMS (consorzio EUROSAM), del futuro elicottero di esplorazione e scorta (FEES) e Blindo Pesante Centauro 11.
Nella voce Funzione sicurezza del territorio viene compresa la sfera militare (che riguarda la difesa della Patria, partecipazione alle operazioni militari anche all’estero e altro) e la sfera di ordine e sicurezza pubblica (controllo del territorio, contrasto alla criminalità organizzata e comune, tutela dell’ordine pubblico).
Se si comprendono anche le funzioni del Corpo forestale dello stato, 492 milioni, lo stanziamento è pari a circa 6.519,8 milioni. La funzione sicurezza del territorio è così suddivisa: personale 6.145,7 milioni, esercizio 345,8 milioni e investimento 28,3 milioni.
Vi sono poi le spese per funzioni esterne: rifornimento idrico delle isole minori, contributi a vari enti e associazioni, indennizzi per servitù militari, esercizio del satellite meteorologico METEOSAT e EUMETSAT (satelliti europei), ammortamento mutui alloggi. Per il 2017 sono previsti 141 milioni, 135,6 e 135,3 per il 2018 e 2019. Per le pensioni provvisorie del personale in ausiliaria sono previsti 396,5 milioni nel 2017, 399,5 e 400,5 milioni nel 2018 e 2019.
Infine il DDP fa riferimento al bilancio della difesa in chiave NATO. Il budget in chiave NATO si discosta da quello della Difesa perché detrae o aggiunge voci in maniera diversa.

thanks to: PeaceLink

Il Giro della propaganda

Christian Peverieri

 

 

 

Sul finire del secolo scorso correvo in bicicletta nella categoria “under 23” e ricordo che una delle corse che sentivo di più era la famosa Popolarissima di Treviso. Il mio sogno era vincerla, non tanto per la vittoria in sé quanto per poter salire sul podio, guardare in faccia lo sceriffo Gentilini e potergli dire: “Io ai razzisti non stringo la mano!” Sarebbe stato più bello della vittoria stessa.

 

Purtroppo le mie scarse doti di velocista mi hanno impedito di realizzare questo sogno ma se si fosse avverato, ne sono certo, sarei stato visto malissimo dall’ambiente tutto perché, sembra quasi una regola non scritta, chi fa sport non deve far politica.
O meglio, chi fa sport, se proprio proprio non riesce a star zitto è pregato cortesemente di seguire la politica “ufficiale”, fare l’uomo immagine va benissimo ad esempio, ma guai a mettere in dubbio le decisioni o le direttive che provengono dall’alto e soprattutto esprimere opinioni e critiche su personalità importanti o temi ritenuti inopportuni. Un ciclista, come qualsiasi altro uomo di sport, deve fare sport, non pensare.

 

Dall’alto invece, decisioni politiche e schieramenti vengono presi eccome. Il mio passato biciclettaro ogni tanto spinge la mia curiosità a guardare che succede nel mondo delle due ruote, così pochi giorni fa mi è saltata all’occhio la notizia della prossima partenza del Giro d’Italia 2018: Gerusalemme. Ho avuto un sobbalzo. Il primo pensiero è stato: che orrore. Il secondo: diamogli il beneficio del dubbio, andiamo a vedere che dicono. Il terzo pensiero ha riconfermato il primo.
In queste righe non mi interessa affrontare l’aspetto sportivo della decisione ma quello politico ed economico. Indagando tra tweet e media alternativi è venuta subito fuori la “sponsorizzazione” dello stato di Israele per questa tre giorni di “sport, cultura, integrazione tra due popoli”: 12 milioni di euro, niente male davvero. Le Olimpiadi del 1936 a Berlino, la Coppa Davis del 1976 in Cile e i Mondiali di calcio del 1978 in Argentina sono i primi esempi che mi vengono in mente per raccontare di come lo sport sia sempre stato usato come veicolo di propaganda: per la grandezza di una razza (ma che smacco quel Jesse Owens) o per sdoganare dei regimi sanguinari come quello di Pinochet (fortuna che Panatta e Bertolucci gliele hanno suonate in campo a quei cileni) e di Videla (con il capitano di allora, El Lobo Jorge Carrascosa, che si ritirò dal calcio giocato pur di non essere complice della dittatura). Lo sport è l’oppio dei popoli, è capace di alterare gli eventi sociali e politici, di guidare l’opinione pubblica. E questa partenza del Giro è solamente un’azione politico-economica, volta a mostrare l’aspetto democratico di uno stato feroce in cambio di una valanga di soldi.
Qui i valori sociali ed educativi dello sport spariscono e lasciano spazio agli interessi politici ed economici di uno stato che non si comporta molto sportivamente con i palestinesi. Sentire il direttore del Giro, il signor Vegni, definire Israele “una nazione molto aperta” fa rizzare i capelli e bollire il sangue nelle vene. I muri, i check point, gli insediamenti abusivi e violenti dei coloni israeliani, l’inferno di Gaza, la prigione a cielo aperto più grande del mondo che rinchiude quasi due milioni di persone, e ancora, i soprusi e le vessazioni quotidiane, l’arroganza dei militari israeliani che senza pietà colpisce anche i bambini palestinesi, la costante repressione dei palestinesi non fanno di Israele una nazione molto aperta ma uno stato che fa del terrore e della violenza le armi principali per sottomettere un intero popolo.

 

Ridicola è anche la scusa usata per difendere questa scelta: in onore di Gino Bartali, insignito nel 2013 del titolo di “Giusto fra le Nazioni” per aver salvato dalla deportazione centinaia di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. Di fatto questa scelta premia uno stato che vìola costantemente i diritti umani e lo fa con la sponda del governo italiano. Il ministro Lotti infatti ha celebrato l’evento con queste parole su Facebook: “Gerusalemme è un luogo affascinante, immerso in una storia e in uno scenario irripetibili, simbolo della ricerca instancabile dell’armonia tra popoli”. E ancora, ” Lo sport è veicolo formidabile di riconciliazione e concordia tra differenze – sociali, identitarie, religiose, politiche”.

 

 

 

Armonia tra popoli, riconciliazione, concordia. Verrebbe da ridergli in faccia, se dietro non ci fossero migliaia di morti.

 

Dello sport vero, dei valori etici di cui tutti si sciacquano la bocca è rimasto ben poco. Tra marketing politico, business, corse truccate, problema doping, il ciclismo ha perso ormai gran parte del suo fascino finendo inglobato nel calderone del capitalismo che devitalizza qualsiasi cosa o essere vivente e lo trasforma in una macchina per far soldi. E allora, dato che lì in alto hanno deciso di strumentalizzare un evento sportivo un tempo di rara bellezza ed emozione, tanto vale non dargliela vinta senza lottare e aderire alla campagna del BDS (il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele) #relocatetherace di boicottare la corsa rosa e cercare di costringere gli organizzatori ad attuare il piano b, ovvero la rinuncia a partire da Israele con conseguente partenza dall’Italia.
Lo dobbiamo allo sport, al ciclismo ma soprattutto ad un popolo ferito che da settant’anni subisce l’aggressione di Israele.

 

Link:

 

https://bdsmovement.net/giro?utm_content=buffere5f88&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer

 

https://t.co/lZmw0cTfGD?amp=1

 

thanks to: Sportallarovescia

Il giro d’Italia in Israele

Dal Corsera ho appreso che le tappe nello Stato sionista sono tre, il circuito di 10 km a Gerusalemme, Haifa – Tel Aviv e Be’er Sheva- Eilat e che il ministro degli esteri, la signora Regev, ammette: «Mai stanziato un budget così alto per un evento sportivo». Le preoccupazioni sono sulla sicurezza, ma si dice «Mi sentirei meno tranquillo a partire dall’Europa». Per il ministro italiano Lotti: «… una sfida sportiva, ma anche culturale; un ponte ideale tra Italia e Israele». Rincara Vegni: «… Non oltrepassiamo i limiti riconosciuti dello Stato d’Israele» (provate a dirlo a Netanyahu…). Riconfermo quindi quanto già scritto ieri su Facebook: «Credevo (e mi sbagliavo) che la partenza del Giro d’Italia del 2018 da Gerusalemme, fosse una barzelletta… e invece, purtroppo, è tutto vero!

Tra i promotori del Museo del Ciclismo della Madonna del Ghisallo, con Fiorenzo Magni, prima amministratore e poi sindaco di Magreglio (al momento della posa della prima pietra del Museo e dell’inaugurazione, dove è, tra l’altro, esposta la copia della pergamena di fondazione con la mia firma), non condivido assolutamente questa scelta che va contro lo spirito di pace dello sport. Diverso sarebbe stato se si fosse trattato di una tappa Tel Aviv – Gerusalemme – Ramallah, oppure Gaza – Tel Aviv – Gerusalemme – Ramallah, ma, in questo modo, in tanti avrebbero potuto vedere qual è la situazione della Palestina, separata da Israele dal muro della vergogna».

Propongo di consegnare ufficialmente la bandierina della partenza a Gerusalemme a John Crossman, alias Mordechai Vanunu, tecnico nucleare a Dimona che aveva denunciato nel 1986 il piano segreto di armamento nucleare dello Stato sionista. Fu sequestrato illegalmente a Roma da agenti del Mossad e processato, altrettanto illegalmente, dai sionisti, uscendo dal carcere solo nel 2004. Lo spettacolo a ogni tappa lo farei gestire da Moni Ovadia, ebreo non sionista.

Il voler giustificare la partenza da Gerusalemme con quanto fatto da Bartali durante la seconda guerra mondiale è solo un espediente. Ho conosciuto Gino Bartali e ritengo sicuramente da condividere quanto il campione ha fatto per salvare degli ebrei e trasmettere documenti nascosti nella canna della sua bicicletta, ma tutto questo non può essere strumentalizzato per  giustificare la partenza del Giro da Gerusalemme, che di fatto offende i palestinesi e quanti (anche ebrei) si battono per una soluzione equa in “Terra Santa”.

I morti di Der Yassin, Sabra e Shatila e Gaza attenderanno a ogni chilometro i girini, spero solo che qualcuno di loro abbia il coraggio di salutarli. [Paolo Ceruti per ecoinformazioni]

Sorgente: Il giro d’Italia in Israele visto da Magreglio

Report Indicates UAE Used ‘Stealth Falcon’ Malware to Snoop on Journalists

The government of the United Arab Emirates used software from Italian firm, Hacking Team, and other new tools to target journalists and dissidents, a new report by Citizenlab has revealed.

The research group found out that UAE authorities used malware dubbed “Stealth Falcon” to attack almost 30 targets, including Rori Donaghy, a British journalist working for the Middle East Eye and a founder of the Emirates Center for Human Rights. Donaghy had previously been critical of UAE’s human rights record.

Sorgente: Report Indicates UAE Used ‘Stealth Falcon’ Malware to Snoop on Journalists

Glyphosate, the hidden poison. Test-Salvagente, Italian consumer magazine found it in food and water

How much glyphosate ends up on our tables? Test-Magazine has conducted the first ever analysis on products sold in italian stores to check the level of contamination of the products. We tested pasta, flour, breakfast cereales and tap water to find out that yes there is glyphosate in food in random products.

Sorgente: Glyphosate, the hidden poison. Test-Salvagente, Italian consumer magazine found it in food and water | Il Test

La ricolonizzazione della Libia

Omar el-Mukhtar

Omar el-Mukhtar

Nella commedia degli equivoci per il teatrino della politica, il primo attore Renzi ha detto che in Libia «l’Italia farà la sua parte», quindi – appena il Pentagono ha annunciato che l’Italia assumerà il «ruolo guida» – ha dichiarato: «Non è all’ordine del giorno la missione militare italiana in Libia», mentre in realtà è già iniziata con le forze speciali che il parlamento ha messo agli ordini del premier. Questi, per dare il via ufficiale, aspetta che in Libia si formi «un governo strasolido che non ci faccia rifare gli errori del passato». In attesa che nel deserto libico facciano apparire il miraggio di un «governo strasolido», diamo uno sguardo al passato.

 

Nel 1911 l’Italia occupò la Libia con un corpo di spedizione di 100mila uomini, Poco dopo lo sbarco, l’esercito italiano fucilò e impiccò 5mila libici e ne deportò migliaia. Nel 1930, per ordine di Mussolini, metà della popolazione cirenaica, circa 100mila persone, fu deportata in una quindicina di campi di concentramento, mentre l’aviazione, per schiacciare la resistenza, bombardava i villaggi con armi chimiche e la regione veniva recintata con 270 km di filo spinato. Il capo della resistenza, Omar al-Mukhtar, venne catturato e impiccato nel 1931. Fu iniziata la colonizzazione demografica della Libia, sequestrando le terre più fertili e relegando le popolazioni in terre aride. Nei primi anni Quaranta, all’Italia sconfitta subentrarono in Libia Gran Bretagna e Stati uniti. L’emiro Idris al-Senussi, messo sul trono dagli inglesi nel 1951, concesse a queste potenze l’uso di basi aeree, navali e terrestri. Wheelus Field, alle porte di Tripoli, divenne la principale base aerea e nucleare Usa nel Mediterraneo.

 

Con l’Italia re Idris concluse nel 1956 un accordo, che la scagionava dai danni arrecati alla Libia e permetteva alla comunità italiana di mantenere il suo patrimonio. I giacimenti petroliferi libici, scoperti negli anni ‘50, finirono nelle mani della britannica British Petroleum, della statunitense Esso e dell’italiana Eni. La ribellione dei nazionalisti, duramente repressa, sfociò in un colpo di stato incruento attuato nel 1969, sul modello nasseriano, dagli «ufficiali liberi» capeggiati da Muammar Gheddafi.

 

Abolita la monarchia, la Repubblica araba libica costrinse Usa e Gran Bretagna a evacuare le basi militari e nazionalizzò le proprietà straniere. Nei decenni successivi, la Libia raggiunse, secondo la Banca mondiale, «alti indicatori di sviluppo umano», con una crescita del pil del 7,5% annuo, un reddito pro capite medio-alto, l’accesso universale all’istruzione primaria e secondaria e del 46% alla terziaria. Vi trovavano lavoro oltre 2 milioni di immigrati africani. Questo Stato, che costituiva un fattore di stabilità e sviluppo in Nordafrica, aveva favorito con i suoi investimenti la nascita di organismi che avrebbero creato l’autonomia finanziaria e una moneta indipendente dell’Unione africana.

 

Usa e Francia – provano le mail di Hillary Clinton – decisero di bloccare «il piano di Gheddafi di creare una moneta africana», in alternativa al dollaro e al franco Cfa. Per questo e per impadronirsi del petrolio e del territorio libici, la Nato sotto comando Usa lanciava la campagna contro Gheddafi, a cui in Italia partecipava in prima fila l’«opposizione di sinistra». Demoliva quindi con la guerra lo Stato libico, attaccandolo anche dall’interno con forze speciali e gruppi terroristi. Il conseguente disastro sociale, che ha fatto più vittime della guerra stessa soprattutto tra i migranti, ha aperto la strada alla riconquista e spartizione della Libia. Dove rimette piede quell’Italia che, calpestando la Costituzione, ritorna al passato coloniale.

Fonte
Il Manifesto (Italia)

thanks to: Voltairenet