Longing for Palestine: Art of Resistance. Palestinians fight back with graffiti, and rap

Water shortages, movement restrictions, and the constant presence of the Israeli military – this is what life looks like for millions of Palestinians living in the West Bank and the Gaza Strip. With no end in sight to the decades-long conflict, protests and clashes continue. RTD travels to the occupied territories to meet people of the Palestinian resistance, from members of the Tamimi family to activists expressing their anger and pain through art.

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#DecretoSalvini contro l’immigrazione selvaggia

E’ fondamentale regolare l’immigrazione. In Palestina gli ebrei sono arrivati come richiedenti asilo, perchè scappavano dai pogrom dell’est Europa. Una volta sul territorio palestinese hanno cominciato ad organizzarsi, ad armarsi, hanno attaccato i Palestinesi e li hanno cacciati dal loro paese. In Italia ci sono quasi 7 milioni di immigrati. Sono troppi. E’ già un numero pericoloso. Bisogna fermarli finchè siamo in tempo altrimenti faremo la fine dei Palestinesi.

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A cura di Parallelo Palestina.

Da “La pulizia etnica della Palestina” , di Ilan Pappe, pag. 106-111.

La Consulta aveva esaminato la bozza del Piano Dalet nella seconda metà di febbraio del 1948. Secondo il diario di Ben Gurion, era domenica 29 febbraio anche se uno storico militare israeliano riporta la data del 14 febbraio81. Il Piano Dalet fu completato agli inizi di marzo. In base ai ricordi di molti generali dell’esercito di quel periodo, la storiografia israeliana in genere afferma che il marzo del 1948 fu il più difficile nella storia della guerra. Ma questa valutazione si basa solo su un aspetto del conflitto imminente: gli attacchi dell’ALA ai convogli ebraici verso i loro insediamenti isolati che agli inizi di marzo sortirono un certo effetto. Inoltre, alcuni ufficiali dell’ALA cercarono a quel tempo di resistere alle offensive ebraiche nei villaggi misti oppure facendo delle rappresaglie e terrorizzando le zone ebraiche con una serie di miniraid. Due di questi attacchi diedero al pubblico la (falsa) impressione che dopo tutto l’ALA avrebbe potuto organizzare una certa resistenza in vista di un attacco ebraico.

Infatti, nel marzo del 1948, iniziò l’ultimo tentativo militare palestinese di breve durata per proteggere la propria comunità.

Le forze ebraiche non erano ancora sufficientemente ben organizzate per poter reagire immediatamente e con successo a ogni contrattacco, e questo spiega il senso di sconforto in alcune parti della comunità ebraica. Tuttavia, la Consulta aveva sempre la situazione sotto controllo. Quando si riunirono di nuovo agli inizi di marzo, non presero nemmeno in esame il contrattacco dell’ALA né pensarono che la situazione in generale fosse particolarmente preoccupante. Invece, sotto la guida di Ben Gurion, stavano preparando un master plan finale.

Alcuni membri della Consulta proposero di continuare con la pulizia etnica come mezzo più efficace per difendere le strade che portavano agli insediamenti isolati. La più pericolosa era la strada Tel Aviv-Gerusalemme, ma Ben Gurion stava già pensando a qualcosa di più ampio. La conclusione che egli aveva tratto dal periodo tra la fine di novembre del 1947 e gli inizi di marzo del 1948 era che, malgrado tutti i tentativi giunti dall’alto, mancasse ancora un comando capace sul terreno. A suo avviso, i tre piani precedenti preparati dall’Haganà per l’occupazione della Palestina mandataria – uno del 1937, gli altri due del 1946 – dovevano essere aggiornati. Quindi ordinò una revisione dei piani, e i due più recenti assunsero il nome in codice di Piano B e Piano C.

Non sappiamo quello che disse Ben Gurion a proposito della pulizia etnica alla Consulta nel regolare incontro del mercoledì pomeriggio, il 10 marzo 1948, ma abbiamo il piano che essi misero a punto, che fu approvato dall’Alto Comando dell’Haganà e successivamente inviato come ordine militare alle truppe in Campo.

Il nome ufficiale del Piano Dalet era piano Yehoshua. Yehoshua Globerman era nato nel 1905 in Bielorussia e imprigionato negli anni Venti per attività anticomunista; fu rilasciato dopo aver trascorso tre anni in una prigione sovietica quando Massimo Gorki, amico dei suoi genitori, intervenne in suo favore.

Globerman fu comandante dell’Haganà in varie zone della Palestina e fu ucciso da sconosciuti che gli spararono in macchina nel dicembre del 1947. Era destinato a diventare uno dei comandanti in Capo dell’esercito israeliano, ma la sua morte prematura significò che il suo nome sarebbe stato associato non alle sue capacità militari ma al master plan sionista per la pulizia etnica della Palestina. Era talmente stimato dai colleghi che gli fu conferito alla memoria il grado di generale dopo la creazione dello Stato ebraico.

Pochi giorni dopo l’uccisione di Globerman, l’unità dei servizi segreti dell’Haganà preparo le bozze di un piano per i mesi seguenti. Col nome in codice di Piano D, esso conteneva sia i parametri geografici di un futuro Stato ebraico (quel 68 per cento a cui mirava Ben Gurion), ma anche il destino di un milione di palestinesi che vivevano in quella zona:

Queste operazioni potranno essere svolte in uno dei seguenti modi: o distruggendo i villaggi (incendiandoli o facendoli saltare in aria e poi mettendo delle mine nei detriti), soprattutto i centri abitati che sono difficili da controllare in modo permanente; oppure con operazioni di setacciamento e controllo con le seguenti modalità: si accerchia il villaggio e si fanno perquisizioni. Se c’è resistenza, le milizie armate dovranno essere eliminate e la popolazione espulsa al di fuori dei confini dello Stato.82 I villaggi dovevano essere completamente evacuati o perché si trovavano in luoghi strategici oppure perché poteva verificarsi una qualche forma di resistenza. Questi ordini furono dati quando fu chiaro che l’occupazione avrebbe sempre provocato una certa resistenza e che quindi nessun villaggio sarebbe stato risparmiato, o a causa della sua posizione o a causa del rifiuto all’occupazione. Questo fu il master plan per l’espulsione di tutti i villaggi nella Palestina rurale. Istruzioni simili furono date, in termini quasi identici, per le azioni che avevano come obiettivo i centri urbani palestinesi.

Gli ordini che arrivavano alle unità sul campo erano più specifici. Il paese era diviso in zone secondo il numero di brigate; per cui le quattro brigate originali dell’Haganà divennero dodici in modo da facilitare la realizzazione del piano. Ogni comandante di brigata ricevette un elenco dei villaggi o quartieri da occupare, distruggere e da cui espellere gli abitanti, con date precise.

Alcuni comandanti mostrarono un eccesso di zelo nell’eseguire gli ordini e presero di mira anche altre località. Alcuni ordini, d’altra parte, si rivelarono troppo ambiziosi e non fu possibile eseguirli nei tempi prestabiliti. Questo significò che alcuni villaggi lungo la costa che avrebbero dovuto essere occupati in maggio non furono distrutti fino a luglio. E i villaggi nella zona Wadi Ara -la vallata che collegava Hadera a Marj Ibn Amir (Emeq Izrael) e Afula (oggi Route 65) – riuscirono a sopravvivere ai ripetuti attacchi ebraici durante tutta la guerra. Ma erano l’eccezione: infatti 531 villaggi, 11 quartieri urbani e città furono distrutti e gli abitanti espulsi per ordine preciso della Consulta, emanato nel marzo del 1948. Allora erano gia stati eliminati 30 villaggi.

Pochi giorni dopo la messa a punto del Piano D, esso fu distribuito ai comandanti delle dodici brigate ora incorporate nell’Haganà.L’elenco che ogni comandante ricevette comprendeva una descrizione dettagliata dei villaggi di sua competenza e la loro sorte: occupazione, distruzione ed espulsione. I documenti israeliani rilasciati dagli archivi IDF alla fine degli anni Novanta indicano chiaramente che, contrariamente a quanto hanno affermato storici come Morris, il Piano Dalet fu inviato ai Comandanti delle brigate non come generiche linee guida da eseguire, ma come precisi ordini operativi83,

A differenza delle bozze generali inviate ai leader politici, gli elenchi dei villaggi che i comandanti militari ricevettero non davano indicazioni dettagliate riguardo l’esecuzione della distruzione o dell’espulsione. Non veniva specificato come i villaggi avrebbero potuto salvarsi, ad esempio con una resa incondizionata, che era invece contemplata nel documento generale. Appare anche un’altra differenza tra la bozza inviata ai politici e quella ricevuta dai comandanti militari: la bozza ufficiale indicava che il piano sarebbe stato attivato solo dopo la fine del Mandato; gli ufficiali in campo ricevettero l’ordine di iniziare le operazioni pochi giorni dopo la sua adozione. Questa dicotomia è tipica del rapporto che esiste in Israele tra l’esercito e i politici ancora oggi. Spesso l’esercito non dà ai politici le giuste informazioni relative alle proprie intenzioni: e quanto fecero Moshe Dayan nel 1956, Ariel Sharon nel 1982 e Shaul Mofaz nel 2000.

Ma la versione politica del Piano Dalet e le direttive militari avevano in comune l’obiettivo generale del piano. In altre parole, anche prima che gli ordini arrivassero alle truppe dispiegate, esse sapevano gia cosa avrebbero dovuto fare. Quella coraggiosa e stimata sostenitrice israeliana dei diritti civili, Shulamit Aloni, a quel tempo ufficiale dell’esercito, ricorda che ufficiali politici speciali andavano di persona a incitare le truppe demonizzando i palestinesi e invocando l’Olocausto come punto di riferimento per le operazioni future, spesso proprio il giorno successivo alla seduta di indottrinamento84.

Dopo l’approvazione della Consulta del Piano Dalet, il capo di Stato maggiore, Yigael Yadin, convocò gli ufficiali dell’intelligence dell’Haganà nella sede del servizio sanitario pubblico, Kupat Holim, in via Zamenhof a Tel Aviv (ancora oggi sede del servizio, di fronte a un noto ristorante indiano). Centinaia di ufficiali affollarono una Sala che normalmente è quella di ricevimento per i pazienti.

Yadin non li informò del Piano Dalet: gli ordini erano stati impartiti quella settimana ai Comandanti delle brigate, ma egli comunicò loro un’idea generale che non doveva lasciare dubbio alcuno sulla capacità delle loro truppe di eseguire il Piano. Gli ufficiali dell’intelligence erano anchein un certo senso politruk (“Commissari politici”), e Yadin si rese conto che doveva spiegare la discrepanza tra le dichiarazioni pubbliche della leadership sull’imminente “secondo Olocausto” e la realtà che le forze ebraiche non avrebbero incontrato resistenza nell’evacuazione pianificata di un territorio che sarebbe stato trasformato nel loro Stato ebraico. Yadin, teatrale come sempre, cercò di colpire i suoi ascoltatori: poiché a loro sarebbero stati impartiti ordini di occupare, conquistare ed espellere una popolazione, meritavano di ricevere una spiegazione sul da farsi, visto poi che si leggeva sui giornali e si sentiva dire dai politici che essi stessi erano “in pericolo di annientamento”. Yadin, alto e snello, che sarebbe diventato una figura ben conosciuta a tutti gli israeliani, informò con orgoglio il pubblico: “Oggi abbiamo tutte le armi che ci servono; sono già state imbarcate e gli inglesi se ne stanno andando via, e appena avremo queste armi la situazione sulle frontiere cambierà del tutto85.

In altre parole, mentre Yigael Yadin descrive le ultime settimane di marzo del 1948 come il periodo più duro della guerra, potremmo invece pensare che la comunità ebraica in Palestina non correva in realtà il pericolo di annientamento: stava solo affrontando alcuni ostacoli sul percorso del piano di pulizia etnica. Queste difficoltà erano la relativa mancanza di armi e l’isolamento di insediamenti ebraici all’interno dello Stato arabo. Particolarmente vulnerabili risultavano alcuni insediamenti nella Cisgiordania e quelli nelle zone nord-occidentali del Negev (Negba, Yad Mordechai, Nizanim e Gat). Questi quattro insediamenti sarebbero rimasti isolati anche dopo l’entrata dell’esercito egiziano in Palestina che li occupò per breve tempo.

Anche alcuni insediamenti nell’alta Galilea non poterono essere raggiunti o difesi facilmente poiché erano circondati da molti villaggi palestinesi che ebbero la fortuna di essere protetti da diverse centinaia di volontari dell’ALA. Lnfine, la Strada per Gerusalemme fu sottoposta a un pesante fuoco di cecchini palestine si, tanto da far si che in quel mese si diffondesse un senso di assedio nelle zone ebraiche della città.

Il mese di aprile del 1948, secondo la storiografia ufficiale israeliana, fu un momento di svolta. Secondo questa Versione, la comunità ebraica isolata e minacciata in Palestina si spostava dalla difesa all’attacco, dopo essere scampata alla sconfitta. La realtà della situazione non avrebbe potuto essere più diversa: lo squilibrio militare, politico ed economico delle due comunità era tale che non solo la maggioranza degli ebrei non correva alcun pericolo, anzi, tra gli inizi del dicembre del 1947 e la fine di marzo del 1948, il loro esercito aveva portato a termine la prima fase della pulizia etnica in Palestina, ancora prima che il master plan fosse messo in pratica. La svolta in aprile fu lo spostamento da attacchi e contrattacchi sporadici contro la popolazione civile palestinese verso la sistematica megaoperazione di pulizia etnica che sarebbe seguita.

thanks to: Infopal

Chi ci guadagna dal mantenere Gaza sul baratro di una catastrofe umanitaria?

Mantenere Gaza sull’orlo del collasso fa sì che l’aiuto umanitario internazionale continui a fluire esattamente dove fa comodo agli interessi israeliani

La striscia di Gaza è sull’orlo di una crisi umanitaria. Vi suona familiare? Abbiamo sentito parlare di continuo dell’imminente collasso del sistema dell’acqua potabile, delle fogne, della salute e dell’elettricità di Gaza almeno dallo scoppio della Seconda Intifada, 18 anni fa.

Nel loro libro The One State Condition Ariella Azoulay e Adi Ophin cercano di dare una risposta alla domanda: che interesse ha Israele a mantenere Gaza sull’orlo del collasso? La loro risposta rimane valida pure 15 anni dopo: mantenere i palestinesi perpetuamente sull’orlo del baratro è una prova della vittoria finale di Israele. I palestinesi non possono prendere in mano le proprie vite, poiché Israele può sottrargliele in ogni momento. Questa è la base della chiara relazione di dominio sui palestinesi.

Ma anche se la risposta è vera, non è sufficiente. C’è anche una risposta economica. Finché Gaza rimane sull’orlo del collasso, i donatori internazionali mantengono il flusso di denaro dell’aiuto umanitario. Se la crisi finisse e l’assedio fosse tolto, si può assumere che i donatori internazionali cambierebbero il tipo di aiuto offerto e invece dell’aiuto umanitario tornerebbero a focalizzarsi sull’aiuto allo sviluppo dell’economia di Gaza (come fecero dal 1994 al 2000, fino allo scoppio della seconda intifada). Questo tipo di aiuto competerebbe con certi settori delle imprese israeliane e pertanto minaccerebbe l’economia israeliana. Mantenere Gaza sull’orlo del collasso fa si che il flusso monetario di aiuto umanitario internazionale scorra esattamente dove beneficia gli interessi israeliani.

Alla luce del crescente rafforzamento della destra populista che raffigura i palestinesi come nemici totali dello stato di Israele, dobbiamo chiederci perché il governo israeliano abbia rifiutato la sua seconda opportunità di fuoriuscire “dall’orlo del baratro” – cioè determinare una crisi umanitaria peggiore e causare morti in massa a Gaza e in generale nei territori occupati. Nonostante l’odio che si acutizza sempre più contro i palestinesi, il governo israeliano ha chiaramente agito per evitare questo tipo di scenario, permettendo la consegna di medicine e di macchine di desalinizzazione (finanziate da aiuti internazionali) al fine di evitare morìe di massa a Gaza. Ma perché?

Nonostante numerose proteste dal lato palestinese, gli Accordi di Parigi siglati nel 1994 continuano a costituire il quadro delle principali regolamentazioni economiche tra Israele e l’Autorità palestinese, includendo la Striscia di Gaza. Israele controlla il regime doganale, e perciò non ci sono dazi su beni importati da Israele ai territori occupati, mentre ce ne sono sui beni importati dall’estero.

Alle organizzazioni umanitarie internazionali viene richiesto di dare aiuto nel modo più efficiente possibile. Devono comprare il cibo più economico disponibile per aiutare il più alto numero possibile di persone con il loro budget. Anche se il cibo è più economico in Giordania ed Egitto, il cibo importato da Giordania e Egitto nei territori occupati palestinesi è tassato. Le tasse, in linea principio, vanno nelle casse della Autorità palestinese, ma questa non può essere una considerazione da tenere in conto per le organizzazioni umanitarie. Al contrario a queste viene richiesto di acquistare la maggior parte dei beni che distribuiscono da imprese israeliane, a meno che importarle da un altro paese, inclusi i dazi doganali, sia ancora più economico del prezzo in Israele.

In aggiunta, le regole di sicurezza israeliane richiedono alle organizzazioni umanitarie di usare imprese di trasporto e veicoli israeliani, poiché alle imprese palestinesi non è concesso entrare in Israele a prendere i beni dagli aeroporti o dai porti. Ancora più significativo è il fatto che i palestinesi non hanno una propria moneta né una banca centrale: il supporto finanziario deve essere dato in Shekel israeliani. La moneta straniera rimane nella Banca di Israele e le banche commerciali israeliane ne approfittano con numerosi ricarichi nel corso delle transazioni.

Nei fatti questo significa che Israele esporta l’occupazione: fino a che la comunità internazionale é disponibile a contribuire finanziariamente per evitare una crisi umanitaria a Gaza, le imprese israeliane continueranno a fornire beni e servizi e ricevere in cambio pagamenti in moneta straniera.

In uno studio che ho condotto per l’organizzazione palestinese Aid Watch nel 2015, ho osservato la correlazione tra l’aiuto internazionale, da un lato, e il deficit in commercio di beni e servizi tra le economie israeliana e palestinese dall’altro. I dati per lo studio vanno dal 2000 al 2013. Ho trovato che il 78 per cento dell’aiuto ai palestinesi trova la sua strada verso l’economia israeliana. Questa è una cifra approssimativa, di sicuro. Dobbiamo ricordare che non è semplicemente un profitto pulito per le imprese israeliane ma una entrata. Le imprese israeliane hanno bisogno di offrire beni e servizi per i soldi e si fanno carico dei costi di produzione.

Alla luce di queste statistiche, è facile capire il gap tra le dichiarazioni populiste del governo contro i palestinesi e i passi che vengono fatti in modo consistente per aumentare l’aiuto internazionale ai palestinesi.

Durante un incontro di emergenza dei paesi donatori a gennaio, il ministro della cooperazione regionale Tzahi Hanegbi ha presentato un piano da milioni di dollari per ricostruire la striscia di Gaza- finanziato dall’estero, ovviamente. Il piano del ministro dei trasporti Yisrael Katz’s di costruire un isola artificiale a largo della costa di Gaza parimenti ha suggerito che i finanziatori stranieri si assumano parte del costo dell’occupazione, portando cash straniero nelle casse israeliane, e, al tempo stesso, evitando che la situazione a Gaza si deteriori fino a un punto di non ritorno.

Il quadro qui presentato non è nuovo. È chiaro agli stati contribuenti, alle organizzazioni internazionali di aiuto umanitario, all’esercito israeliano e al governo israeliano. Ovviamente è chiaro pure ai palestinesi, che hanno bisogno di aiuti ma che capiscono che questo rende il lavoro dell’occupazione più facile per le autorità israeliane.

Comunque c’è anche un serio problema in questo quadro. Presuppone l’esistenza di uno stato chiamato “l’orlo del baratro” della crisi umanitaria e genera infinite discussioni sul fatto che lo stato attuale costituisca una crisi o no. Ma quando esattamente la situazione economica a Gaza costituirà una crisi umanitaria? Quante persone devono morire prima che l’assedio sia levato per evitare di raggiungere quel punto, oltre il quale masse di persone affamate, malattie e disintegrazione del tessuto sociale non si potranno fermare?

La più importante iniziativa recente di aiuto per superare questa situazione è quella della flottilla. Le flottilla hanno portato aiuto ai palestinesi in coordinamento con le richieste specifiche degli abitanti di Gaza, per beni ai quali non è concesso di passare la frontiera di Kerem Shalom. Senza usare la moneta israeliana e senza pagare tasse al tesoro israeliano, le navi hanno cercato di portare aiuto direttamente, senza mediazioni. Non ci sorprende che la risposta israeliana è stata violenta – l’esercito ha ucciso 9 attivisti sulla nave Mavi Marmara nel maggio 2010.

Ma cosa farebbe il governo israeliano se le maggiori agenzia di aiuto adottassero una simile modalità di azione per dare ai palestinesi aiuti diretti, senza usare imprese israeliane e senza pagare tasse alle autorità israeliane? La strategia dimostrerebbe l’interesse economico che Israele ha nel mantenere Gaza “sull’orlo baratro” e forzerebbe il governo israeliano a scegliere: prendere direttamente il controllo delle vite dei palestinesi e pagare il costo correlato, o permettere alle agenzie internazionali di offrire aiuto nelle condizioni che possono scegliere i palestinesi: aiutandoli a venire fuori dalla crisi. Questo non cancellerebbe la responsabilità Israeliana per i palestinesi – come è definita dal diritto internazionale – ma eliminerebbe l’incentivo finanziario a mantenere l’occupazione e l’assedio di Gaza.

 

Shir Hever è un economista e giornalista israeliano, Tra i suoi libri ricordiamo The Political Economy of Israeli occupation,  2010, e The Privatization of Israeli Security, 2017.  Purtroppo i suoi libri non sono mai stati tradotti in italiano.

L’articolo è stato pubblicato per +972mag.com

Traduzione a cura di DINAMOpress

Sorgente: Chi ci guadagna dal mantenere Gaza sul baratro di una catastrofe umanitaria? – DINAMOpress

Hebron città fantasma

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In occasione dell’imminente campagna Open Shuhada Street 2018, AssopacePalestina ha elaborato la versione italiana di un opuscolo originariamente prodotto da Youth Against Settlements in collaborazione con il gruppo tedesco KURVE Wustrow.

Dal momento che l’opuscolo contiene una notevole quantità di informazioni aggiornate su Hebron, e più in generale sull’occupazione in Cisgiordania, se ne raccomanda vivamente l’uso e la diffusione.

L’opuscolo si può leggere e scaricare a questo link:   HEBRON citta fantasma_web

thanks to: AssopacePalestina

Arab League: Israel is playing with fire in Jerusalem

CAIRO, July 23, 2017 (WAFA) – Secretary-General of the League of Arab States Ahmed Aboul Gheit Sunday said that the Israeli government is playing with fire and starting a major crisis with the Arab and Muslim worlds.

Aboul Gheit said all the recent Israeli measures in al-Aqsa Mosque compound indicate that Israel is attempting to enforce new facts and change the status quo in the Old City, something that is unacceptable and is a red line that Israel should not bypass.

“Israel is pushing the region into a very dangerous curve by adopting policies and measures that are not only targeting the Palestinians, but provoking the feelings of every Arab and Muslim,” said his spokesman Mahmoud Afifi.  

Aboul Gheit said that the past days proved that security considerations are not the real motive behind the recent Israeli actions in Jerusalem’s Old City and al-Aqsa. Everyone is aware of the gravity of Israel’s plans to change the city’s Arab and Islamic identity.”

He called on the international community, primarily the United States, to intervene to compel the Israeli government to maintain the status quo at the holy compound.

Aboul Gheit also called on the international community, primarily the United States, to shoulder their responsibilities and compel the Israeli government to maintain the status quo of Jerusalem.

Israeli police closed the mosque nine days ago for Muslims following an attack that left three Palestinians and two Israeli policemen dead.

The mosque was reopened on Sunday after metal detectors were installed; a move Palestinians said they will not accept because it changes the status quo at the mosque.

Since then, Palestinian Muslims have been holding the daily prayers outside the gates, insisting they will not enter it for worship until the metal detectors are removed.

Israeli soldiers and Israeli settlers have killed a number of Palestinians, injured and arrested hundreds in East Jerusalem and the West Bank since the installation of metal detectors.

A.D/M.N/M.H

Sorgente: Arab League: Israel is playing with fire in Jerusalem

Gli ebrei odiano Israele

2017-06-24-01-29-44

Nel cuore di Gerusalemme esistono ebrei che non riconoscono lo stato di Israele, che si rifiutano di servire nell’esercito e che considerano il sionismo una ideologia perversa, supportano attivamente la causa palestinese e si rifiutano di pregare al Muro del Pianto. Sono i Neturei Karta, letteralmente “I Difensori della Città”. Raramente capita di vederli al di fuori della loro roccaforte: il quartiere ebraico ultra-ortodosso di Mea Shearim. Ufficialmente a nessuno è impedito l’ingresso, ma più mi addentro nel quartiere più i volti si fanno sospettosi, gli sguardi sempre più ostili, qualcuno mi urla qualcosa in Yiddish (gli ebrei anti-sionisti si rifiutano di parlare in Ebraico, lingua che utlizzano soltanto per pregare). I Neturei Karta rappresentano soltanto una piccola percentuale all’interno della galassia ultra-ortodossa presente in Israele, ma senz’altro sono tra quelli che negli ultimi anni hanno ottenuto maggiore visibilità. Molti di loro collaborano e hanno contatti diretti con esponenti di Hamas e Hezbollah oltre che aver supportato alcune delle teorie negazioniste dell’ex-presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. A Mea Shearim i soldati dell’esercito israeliano sono il nemico numero uno. Sono palestinesi infatti le uniche bandiere che sventolano appese ai balconi, sulle porte delle case fatiscenti la scritta in inglese “Jews are not Zionists”. All’interno della variegata società israeliana la comunità ultra-ortodossa inizia a rappresentare un serio problema per lo stato. Essi infatti non svolgono nessuna attività lavorativa e occupano le loro giornate studiando testi religiosi ma ricevono comunque sussidi da uno stato che non riconoscono. Oltre a questo evidente paradosso, che ha scatento contro di loro le ire degli strati più laici della popolazione, il numero degli haredi sta aumentando esponenzialmente. Secondo un recente studio, condotto dal centro israeliano di statistica, la media di figli per donna all’interno della comunità ultra-ortodossa ha raggiunto quota 7.5. IMG_20170624_092855_673 A Mea Shearim gli Haredi non possiedono computer né televisioni, non conoscono nulla di ciò che accade nel mondo. Quello che sanno lo apprendono tramite i pashkevilim, i grandi manifesti informativi che tappezzano i muri del quartiere. Alcuni di questi, firmati proprio dal movimento Neturei Karta invitano i giovani Haredi a “colpire” (senza specificare come) le donne soldato. Rav Meir Hirsch, il loro leader ci accoglie in casa con un sorriso nascosto dalla folta barba bianca. Porta un lungo abito nero, un cappello nero e una spilla con la bandiera palestinese appuntata sul petto. Rabbino Hirsch, chi sono i Neturei Karta? Il Movimento Neturei Karta è nato ufficialmente nel 1935 ma in realtà l’ideologia antisionista è iniziata già nel 1917 quanto fu siglata la dichiarazione di Balfour. Gli ebrei ortodossi di Gerusalemme si opposero strenuamente alla dichiarazione di Balfour perchè la creazione di uno stato ebraico avrebbe messo in pericolo l’ebraismo ortodosso (e la venuta del messia ndr). Nel 1935, mio nonno Aharon Katzenellenbogen fondò il movimento Neturei Karta. Neturei Karta è una parola in aramaico, significa “difensori della città”. Difendere la città dal sionismo dilagante. Per fare questo non usiamo armi. La nostra è una difesa ideologica. Con quali modalità portate avanti questa lotta? Lo facciamo tramite eventi pubblici, conferenze, manifestazioni, e incontri insieme a diversi leader politici nel mondo. Vogliamo che a tutti risulti chiaro ed evidente che il sionismo e l’ebraismo sono due idee opposte e contrarie. Qual’è la differenza fondamentale tra voi e gli altri ebrei haredi? In generale tutti gli Haredi sono contrari al sionismo, ma i Neturei Karta pensano che sia indispensabile agire attivamente contro questo male. Questa è la vera grande differenza. Alcuni Haredim però hanno creato un partito (lo SHAS ndr.) per dare una rappresentanza politica a queste idee. Cosa pensa di questa iniziativa? Siccome Israele ormai esiste, alcuni Haredim pensano che sia giusto combatterlo dall’interno. Noi siamo totalmente contro ogni forma di collaborazione politica col governo sionista. Non prendiamo soldi e non partecipiamo alle elezioni del parlamento. Non parliamo nella loro lingua, non serviamo sotto il loro esercito. Da parte nostra non facciamo nulla che possa legittimare l’esistenza di uno stato sionista. Quindi voi non prendete soldi dal governo come invece fanno altri haredi? Assolutamente no! non prendiamo nulla. E allora come fate a sopravvivere? Se non lavorate, con quali attività riuscite a mantenervi? Mandiamo persone a raccogliere fondi nei paesi stranieri. Esistono diverse personalità molto ricche all’estero che ci appoggiano. In questo modo riusciamo a sopravvivere. 2017-06-24-01-28-00 Quali sono i fondamenti teologici del vostro pensiero? È scritto nel Talmud in Ketubot nel foglio 111: Dio fece giurare al popolo ebraico che durante la diaspora non avrebbero sovvertito l’ordine delle nazioni del mondo. In alcun modo avrebbero creato un nuovo stato. La vera Israele verrà ricostituita soltanto quando arriverà il Messia. Non si può in nessun modo accelerare la sua venuta. Per questo noi siamo contrari al sionismo, è la Torah stessa ad essere contraria. Il sionismo non viene per unire, ma per strappare il popolo ebraico dalle sue radici profonde e trasformarlo in un nuovo popolo diverso da quello originale. Un nuovo popolo che non ha nulla a che fare con le sue radici religiose. Voi siete acerrimi nemici dell’esercito e contrastate in maniera molto forte la leva obbligatoria. Il governo però ha varato nuove leggi che agevolano l’ingresso degli ultra-ortodossi nelle forze armate. Molti giovani haredi iniziano ad arruolarsi… Per quanto riguarda l’arruolamento recente di alcuni haredi posso dirti che per noi chiunque si arruola diventa automaticamente un laico. Ti posso assicurare che non vi è alcun Haredi nell’esercito. Non sono Haredi, nemmeno se pregano e digiunano. Anche se porta i Peyot e gli TziTzit (i boccoli laterali e l’abito con le frange, tipici degli ebrei più ortodossi, ndr.), questo non fa di lui un ebreo credente. Quali sono i vostri rapporti con i movimenti palestinesi? Oggi sembra che tra Fatah e Hamas si sia ormai arrivati allo scontro aperto, voi da che parte vi schierate? Noi non siamo un ente politico ma un’entità ideologica. Per questo siamo in contatto sia con Hamas che con Fatah, non giudichiamo le loro questioni interne, ci interessa la lotta comune che portiamo avanti contro Israele seppur con diverse modalità. Noi supportiamo attivamente la battaglia dei palestinesi per la liberazione di questa terra. Noi stessi ci sentiamo a tutti gli effetti palestinesi. Riteniamo che il sionismo non abbia alcun diritto di governare su questa terra. L’idea di due stati per noi non ha nessun senso. Deve esserci una sola Palestina per entrambi i popoli. Voi ritenete che la Shoah sia stata architettata dai sionisti? Oggi se provate ad andare allo Yad Vashem vi raccontano che sionisti hanno salvato il popolo ebraico. Mentre invece hanno collaborato per sterminare parte del loro stesso popolo. Il leader dei sionisti ungheresi quando iniziò l’Olocausto disse: “Solo con il sangue potremo avere un nostro stato. Quanti più ebrei verranno uccisi nella Shoah, tanto più sarà facile ottenere uno stato”. E poi aggiunse “una vacca sul suolo israeliano per noi vale più di 1000 ebrei in Ungheria”. Queste sono accuse molto forti. Molto simili a quelle espresse dall’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Che cosa risponde a chi vi accusa di negazionismo? Bisogna innanzitutto dire una cosa: gli iraniani non hanno mai negato che la Shoah sia avvenuta. Noi anni fa organizzammo una conferenza insieme con le autorità iraniane per analizzare l’Olocausto in maniera critica. Sono stati i sionisti a dire che la conferenza aveva il solo scopo di negare l’Olocausto. Questa è l’unica vera arma che i sionisti possono usare contro gli iraniani per metterli in cattiva luce agli occhi del mondo: accusarli di negazionismo. La cosa che fa sorridere è che in Iran oggi abitano più di 30.000 ebrei che hanno un uguaglianza completa nei diritti. Anche più dei musulmani! Ha subito qualche pressione o minaccia da parte dello stato a causa di queste sue idee estreme? Sempre! Sono anni che vengo sorvegliato e minacciato. Dopotutto, io e gli altri Neturei Karta siamo in guerra contro lo stato Sionista. Passando all’attualità. Qual’è l’idea che vi siete fatti della situazione oggi in medio oriente anche rispetto alla Guerra in Siria e al terrorismo? Sono stati i sionisti a creare il problema dell’odio anti-ebraico nel mondo musulmano. La verità è sono loro il primo gruppo terrorista del medio oriente. Chi conosce un po’ di storia sa che coloro che per primi hanno sviluppato l’idea del terrore sono stati proprio i sionisti. Durante il mandato britannico hanno messo delle bombe al King David Hotel e compiuto numerosi attentati. E poi parlano degli arabi come fossero terroristi! Loro sono stati i maestri del terrorismo! Hanno insegnato al mondo come si fa il terrorismo! Come quando nel 1948 hanno preso i bambini palestinesi di Deir Yassin e li hanno trucidati nei modi più orrendi. Ma la situazione oggi è ben diversa dall’epoca del mandato… Assolutamente no! Oggi la cosa si è solo istituzionalizzata anche grazie al supporto degli Stati Uniti che forniscono ai sionisti le armi più sviluppate e micidiali per continuare a fare terrorismo in tutto il mondo ma in modo diplomatico. Allora sono tutti terroristi, sia i sionisti che i palestinesi che accoltellano civili e militari qui a Gerusalemme… Noi condanniamo sempre gli atti di violenza, ma riteniamo che i palestinesi non siano “terroristi”, per noi sono combattenti per la libertà. 2017-06-24-01-45-16 Cosa pensa invece della situazione dei cristiani perseguitati in medio oriente? Crede che anche dietro questo odio ci sia una macchinazione sionista? Non ho nessun dubbio che si tratti di una invenzione sionista e americana. Per raggiungere i loro obiettivi gli israeliani vogliono mettere gli uni contro gli altri. Vogliono creare una Guerra di religione che non esiste. Ma nel Corano esistono passaggi in cui è evidente l’odio verso I cristiani e verso gli ebrei… Questo non è vero! Ho letto il Corano e non esiste nessun versetto in cui si dice questo. Non c’è scritto nulla contro ebrei e cristiani. È previsto che paghino una tassa in quanto “popoli del Libro” ma non c’è scritto da nessuna parte che tutti devono convertirsi all’Islam. Riesce a prevedere una fine al conflitto tra Israele e Palestina? Secondo lei in quale modo avverrà questo? Io l’ho anche scritto al segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon. Per prima cosa l’ONU deve inviare qui un contingente internazionale che protegga I diritti del popolo palestinese contro l’occupazione sionista. Ma se si vuole essere razionali non bisogna coprirsi gli occhi e dire che va tuto bene. Bisogna a tutti I costi eliminare il governo sionista e riconsegnare la terra ai suoi legittimi proprietari cioè I palestinesi. Questa è la vera soluzione. In che modo pensa che si debba eliminare il governo sionista? Non avete detto di essere contro la violenza? Non serve la violenza! L’ONU deve cancellare la risoluzione con cui ha permesso la creazione dello stato di Israele. È come quando si fa un contratto…se posso fare una firma posso anche cancellarla. Gli ebrei che vivono qui potranno tranquillamente vivere insieme ai palestinesi come prima della creazione dello stato ebraico. Come può pensare che questo sia possibile? Certo che è possibile, il problema è che il mondo non guarda o non vuole vedere quello che avviene in Palestina. Il mondo parla, parla e non agisce. Nessuno fa nulla di concreto per risolvere questo problema. Ultima domanda. Lei non ha mai visto il muro del tempio pur abitando a poche centinaia di metri questo. Quanto desidera andare a pregare nel luogo simbolo del giudaismo? Moltissimo! Ma per via dell’occupazione non posso farlo. Quando qualcuno prega al muro del Tempio dovrebbe provare gratitudine. Io non posso provare questo sentimento, non posso dire grazie a chi ha occupato il mio paese.

thanks to: GLI OCCHI DELLA GUERRA

Comunicato di Marwan Barghouthi dopo la fine dello sciopero della fame dei prigionieri politici palestinesi

Marwan Barghouthi, leader palestinese imprigionato e membro del Comitato centrale di Fateh ha rilasciato una nuova dichiarazione pubblica, la sua prima dalla sospensione dello Sciopero per la Libertà e la Dignità. Questa la traduzione in inglese:

Prima dichiarazione del leader Marwan Barghouthi dopo il successo dello sciopero per la libertà e la dignità

In nome di Dio, misericordioso
Al nostro grande popolo, il popolo della lotta e del sacrificio
Al nostro popolo della rivoluzione e dell’Intifada
Ai figli delle nazioni arabe e musulmane
Ai popoli liberi della terra

Amici e amanti della pace e della giustizia ovunque. I prigionieri palestinesi nelle carceri e nelle celle sotterranee del nemico sionista hanno sostenuto uno sciopero della fame senza limiti dal 17 aprile alla sera del 28 maggio. In questo sciopero nazionale i prigionieri hanno portato avanti il più prolungato sciopero collettivo, un momento epico nella storia del movimento dei prigionieri nel corso di 50 anni.
Nonostante l’amministrazione carceraria abbia usato una repressione brutale e il terrore indiscriminato contro lo sciopero, in stile Gestapo, col trasferimento di tutti coloro che erano in sciopero dalle loro prigioni secondo modalità inedite e centinaia siano stati posti in isolamento, speciali unità repressive ( Matsada, Dror, e Yamaz) conducevano raid ed ispezioni durante tutti i 42 giorni di sciopero.
I carcerieri hanno proceduto al trasferimento dei prigionieri in sciopero in condizioni durissime e brutali nel tentativo di indebolire e fiaccare la loro determinazione, confiscando ogni loro bene personale, inclusa la biancheria. I prigionieri sono stati privati di tutto il materiale ad uso sanitario ed igienico, la loro vita è stata resa durissima e sono state diffuse vergognose falsità e bugie. Ciononostante la determinazione dei prigionieri è stata senza precedenti rispetto ad altre azioni condotte dal movimento dei prigionieri palestinesi e la repressione israeliana non è riuscito a spezzare la loro volontà. Di questo momento storico ed eroico, sono stato testimone, ed è con grande orgoglio, che saluto la grande fermezza di coloro che sono stati in sciopero della fame. E saluto con grande reverenza i martiri, le loro famiglie, e tutti coloro che si sono sollevati, sono stati feriti e incarcerati nel corso di questa battaglia per la libertà e dignità della Palestina.

Vorrei anche rendere omaggio al grande popolo della nostra pura Palestina, dal fiume al mare, e a coloro che sono in esilio e nella diaspora. Li ringrazio per il loro grande sostegno e per gli enormi sforzi che hanno sostenuto per la causa dei prigionieri e del loro sciopero, che ha riportato la causa palestinese alla ribalta del panorama politico internazionale. Allo stesso tempo, saluto i popoli arabi, islamici e amici del mondo per il livello di solidarietà e partecipazione con cui ci hanno sostenuto.

E saluto tutti coloro che hanno partecipato a campagne sui media locali e internazionali, nonché gli avvocati, il sindacato dei medici, il Ministero dell’istruzione, la società dei prigionieri palestinesi e la Commissione per gli affari dei prigionieri ed ex prigionieri, sottolineando che la battaglia per la libertà e la dignità della Palestina è parte integrante della lotta per la libertà, l’indipendenza, il ritorno, il rovesciamento del regime di apartheid in Palestina e la fine dell’occupazione.

Nonostante il governo del terrore che regge il regime di apartheid di Israele abbia attaccato lo sciopero della fame in un fallito e disperato tentativo di nascondere i suoi crimini, questo non ha intimidito e non ha rotto la loro volontà di ferro. Non sono riusciti a dissuaderci dal combattere questa battaglia con determinazione e convinzione, portando così avanti una saga epica ed eroica. I prigionieri sono stati in grado di raggiungere un certo numero di risultati sul piano umanitario, il primo dei quali è il ripristino della seconda visita mensile dei familiari, che era stata sospesa quasi un anno fa, così come sono riusciti ad affrontare problemi annosi riguardanti le condizioni della vita quotidiana, tra cui le condizioni delle donne detenute, dei bambini prigionieri, dei malati, il problema del “bosta” e dei trasferimenti, il problema della “mensa”, la possibilità di introdurre abbigliamento, nonché la formazione di un comitato di alti funzionari del servizio carcerario per proseguire il dialogo con i rappresentanti dei prigionieri nei prossimi giorni, per continuare a discutere tutte le questioni, nessuna esclusa.

Alla luce di questo e con l’avvento del mese sacro del Ramadan, abbiamo deciso di sospendere lo sciopero e di continuare in queste discussioni con il servizio carcerario, dopo avere però sottolineato che siamo pronti a riprendere lo sciopero se il servizio carcerario non rispetterà gli impegni presi coi prigionieri.

In questa occasione, porgo le mie più vive congratulazioni ai prigionieri eroici per la loro fermezza e per avere conseguito risultati di umanità e di giustizia, con un omaggio speciale ai detenuti del carcere di Nafha, che ha avuto un ruolo da protagonista per il successo di questo sciopero e il raggiungimento di questa grande vittoria. Rendo omaggio anche ai prigionieri che hanno scioperato nelle carceri del Negev, Ofer, nella infermeria della prigione di Ramla, di Ashkelon, Gilboa, Megiddo, Ramon e alle donne e bambini detenuti, infine ai prigionieri del carcere di Hadarim e a tutti coloro che hanno partecipato negli altri centri di detenzione e nelle altre carceri: io tengo le loro mani nelle mie e bacio la loro alta fronte.

Ancora, con la nuova unità e partecipazione che si sono espresse in questo sciopero nazionale, il più lungo e feroce nella storia del movimento dei prigionieri palestinesi, si è determinato un punto di svolta nel rapporto tra i prigionieri e i meccanismi dell’amministrazione penitenziaria. D’ora in poi e dopo oggi, non permetteremo qualsiasi infrazione ai risultati raggiunti e ai nostri diritti. Di più, questa battaglia ci da la forza per ricostruire e unificare il movimento dei prigionieri nelle sue varie componenti, come preludio alla formazione di una leadership nazionale unificata nel prossimi mesi. E in preparazione della battaglia per ottenere il riconoscimento dei prigionieri rinchiusi nei sotterranei dell’occupazione israeliana come prigionieri di guerra e prigionieri della libertà, e per la piena applicazione della terza e della quarta convenzione di Ginevra.

Per il nostro grande popolo, mentre rinnovo il mio omaggio ai martiri della battaglia per la libertà e la dignità, invito il presidente palestinese Abu Mazen, la leadership dell’OLP e le varie fazioni islamiche e nazionali a compiere il loro dovere nazionale di lavorare per liberare e far guadagnare la libertà ai prigionieri. Ancora una volta, metto in guardia contro qualsiasi ripresa dei negoziati prima di richiedere la liberazione completa di tutti i prigionieri e detenuti. Esprimo il mio speciale ringraziamento a tutte le istituzioni e organi che lavorano per i prigionieri, soprattutto alla Commissione per i prigionieri, presieduta dal fratello di lotta Issa Qaraqe, alla Società dei prigionieri palestinesi e al fratello di lotta Qaddoura Fares, alla Alta Commissione per gli affari dei prigionieri, alla Campagna internazionale e popolare per la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi, condotta dall’avvocata e militante, la signora Fadwa Barghouthi.

Gloria ai nostri martiri virtuosi
Libertà ai prigionieri per la libertà
Viva la battaglia palestinese per la libertà e la dignità

Il vostro fratello, Marwan Barghouthi (Abu al-Qassam)
Prigione di Hadarim
Cella n. 28

 

thanks to: Samidoun

Forumpalestina

 

Dichiarazione di Ahmad Sa’adat sulla vittoria dello Sciopero dei prigionieri politici palestinesi

I prigionieri hanno fatto un nuovo epico passo grazie alla loro volontà e determinazione, e hanno dimostrato che i diritti loro spettanti devono essere conquistati e non supplicati.

Al popolo palestinese, alla nazione araba ed alle forze libere del mondo,

I prigionieri in sciopero hanno accresciuto la loro fermezza, volontà e determinazione, per ostacolare e resistere a tutti i tentativi di sconfiggere e reprimere lo Sciopero. Non è stata risparmiata alcuna oppressione nei confronti degli scioperanti cosa che ha contribuito al deterioramento della salute dei prigionieri, attraverso politiche e misure repressive, in particolare attraverso i trasferimenti di carcere arbitrari praticati sino all’ultimo, così come i tentativi dell’occupante di diffondere menzogne e disinformazione. Gli eroici prigionieri hanno affrontato tutto ciò per 41 giorni con una volontà d’acciaio, facendo un nuovo epico passo contro l’occupante e scrivendo un nuovo, storico capitolo nella lotta del movimento di liberazione nazionale del nostro popolo.

Al nostro popolo palestinese,

Questa vittoria è il frutto degli sforzi collettivi del popolo palestinese che si è stretto intorno allo Sciopero, inclusi singoli ed istituzioni, movimenti nazionali, organizzazioni umanitarie e popolari, attraverso i sacrifici dei martiri, dei feriti e dei prigionieri. La vittoria è venuta attraverso il sostegno delle forze popolari di tutto il mondo arabo e con il sostegno di tutte le forze libere del mondo, compresi i movimenti e le organizzazioni popolari, i comitati di solidarietà, i parlamentari, i movimenti per la giustizia sociale che combattono l’imperialismo e la globalizzazione, oltre al movimento del BDS internazionale, per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni. A tutti coloro che hanno partecipato alle iniziative di solidarietà con il nostro Sciopero aiutando a condurlo alla sua nobile conclusione, inviamo tutta la nostra stima e ringraziamento, in particolare nei confronti delle famiglie dei martiri, dei feriti e dei prigionieri.

Alle masse palestinesi,

Anche se è troppo presto per stabilire una valutazione finale dei risultati dello Sciopero, in attesa della dichiarazione ufficiale della dirigenza, possiamo chiaramente affermare che l’incapacità dell’occupante di sconfiggere o limitare lo Sciopero è una vittoria per i detenuti e per la loro volontà e determinazione nel continuare la lotta. Questa vittoria ha importanti significati: in primo luogo, riafferma il fatto che i diritti possono essere conquistati senza mai elemosinarli e che la Resistenza è la leva principale per l’ottenimento di tutte le future conquiste del popolo palestinese nelle successive fasi della Rivoluzione. In secondo luogo, che le diverse fazioni del movimento dei prigionieri ed il clima di divisione non hanno impedito di giungere all’unità d’azione fra tutte le componenti nazionali ed islamiche, fintanto che la bussola della lotta resta puntata contro le principali contraddizioni dell’occupante. Il terzo, significativo punto sta nel fatto che la lotta non termina con lo Sciopero: al contrario, essa deve proseguire per rafforzarne, ampliarne e strutturarne le conquiste. Ciò è fondamentale per ricostruire ed unificare il movimento dei prigionieri palestinesi, espandendone il ruolo al fine di superare la frammentazione e la divisione, presentando al nostro popolo un corpo unico che persegua sinceri sforzi atti a far progredire la causa palestinese superando l’attuale crisi ed il suo quadro di divisione.

Alle masse palestinesi,

Ciò che le nostre forze politiche e fazioni palestinesi devono perseguire al fine di sostenere i prigionieri e rafforzare la loro determinazione è ristabilire l’unità nazionale, attraverso un cammino di avanzamento che si lasci alle spalle questa fase in cui ci si gira intorno all’infinito.

Ancora una volta, tutti i nostri ringraziamenti alle forze popolari palestinesi, arabe ed internazionali che hanno contribuito a rafforzare la determinazione dei prigionieri, sospingendo in avanti la loro lotta sino alla vittoria.

Gloria ai martiri, la vittoria è certa!

Ahmad Sa’adat
Segretario Generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
Carcere di Ramon, 28 maggio 2017

 

thanks to: PalestinaRossa

Israele stato terrorista

Ho sempre sostenuto il popolo ebraico; un popolo che ha sofferto l’Olocausto, la diaspora, le persecuzioni, la tortura e la morte, ma aveva dignità, resistette all’oppressione e combatté per i propri valori culturali, religiosi e unità del popolo.


Adolfo Perez Esquivel, Altercom – Luglio 2006
Ho sottolineato più volte, e ho aggiunto la mia voce a quella di molti altri in tutto il mondo, che  il popolo d’Israele ha il diritto di esistere; ma  gli stessi diritti oggi li ha il popolo palestinese oppresso e massacrato da parte dello Stato di Israele .
E’ doloroso dover sottolineare il comportamento aberrante che lo Stato di Israele sta tenendo contro il popolo palestinese – attaccare, distruggere, opprimere e massacrare la popolazione – le donne, i bambini, i giovani sono vittime di queste atrocità che non possiamo tacere e dobbiamo denunciare e rivendicare BASTA!

Il muro di Berlino è stato abbattuto, ma altri muri si innalzano come quello che Israele ha costruito per dividere il popolo palestinese. Credono che dia loro maggiore  sicurezza, al contrario crea  maggiore conflitto, dolore  la divisione.

Ma i muri più difficili da abbattere sono quelli che esistono nella mente e nel cuore, i muri dell’intolleranza e dell’odio. Attacchi, distruzione e morte a Gaza e in Libano e le persistenti minacce ad altri popoli hanno spinto lo Stato di Israele a diventare uno stato terrorista, che usa la tortura, attacchi contro la popolazione civile in cui le vittime sono donne e bambini. Per quanto tempo continuerà questa politica del terrore?

Sappiamo che non tutto il popolo d’Israele concorda con la politica di distruzione e di morte perseguita dal governo israeliano, sostenuto dagli Stati Uniti e col silenzio dei governi europei, complici dell’orrore scatenato in Medio Oriente. Ci sono coloro, sia all’interno di Israele che in Palestina, che vogliono il dialogo, la fine del conflitto e il rispetto per l’esistenza dei due popoli.

Questo è possibile se esiste  la volontà politica e dei popoli a farlo, con il sostegno della comunità internazionale.

Purtroppo le Nazioni Unite sono assenti, hanno perso il coraggio e la volontà di contribuire alla soluzione del confronto tra i due popoli, una situazione che mette seriamente in pericolo la pace nel mondo. L’ONU è stato asservito alle grandi potenze e usato per  rispondere ai loro interessi,  non ai bisogni dell’umanità. Una riforma profonda è necessaria per democratizzare le sue strutture e renderle più operative ed efficaci nell’interesse dei popoli.

Certamente ci sono attacchi e atti di violenza scatenata da settori del popolo palestinese per rivendicare i propri diritti. Non è con la violenza, che genera più violenza tra le parti, che si risolverà il conflitto. Mahatma Gandhi ha detto che applicando la regola  “occhio per occhio, finiremo tutti ciechi”.

I governanti di Israele stanno diventando ciechi e trascinando la gente nel baratro.

E’ necessario che la comunità internazionale reagisca per fermare la follia dei governi prima che sia troppo tardi. Però è più necessario che  israeliani e palestinesi reagiscano e capiscano che non possono continuare a uccidersi a vicenda.

I responsabili della barbarie devono fermare la follia in cui si trovano senza via d’uscita. Dovrebbero farlo per il bene delle persone e dell’umanità.

Messaggio di solidarietà con i prigionieri palestinesi lanciato dal Premio Nobel per la Pace e ex prigioniero politico.
trad. Invictapalestina.org

Fonte: http://www.voltairenet.org/article141960.html

Sorgente: Israele stato terrorista – Invictapalestina

La “democrazia” che odia i giornalisti.

Roma 8 maggio 2017 – Zeinab

Si sente spesso parlare della libertà di stampa limitata in paesi come, ad esempio, la Turchia e l’Egitto. Per questo molti giornalisti sono rinchiusi nelle carceri con un solo capo di accusa: svolgere il loro lavoro.

 

Le truppe israeliane arrestano un giornalista palestinese durante una protesta nei pressi di Adei Ad in the West Bank. (Photo: Oren Ziv, Activestills.org, file)

Eppure, all’indignazione mondiale si accompagna una indifferenza totale nei confronti di quei giornalisti rinchiusi nelle carceri dell’”unica democrazia in Medio Oriente”, quindi non turchi e ne egiziani. Secondo i dati del Ministero dell’Informazione Palestinese, i giornalisti palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliani – a volte anche grazie alla complicità della polizia palestinese dell’ANP – sono 28.

Come gli altri prigionieri palestinesi, i giornalisti ricevono trattamenti al limite della disumanità, e per questo sono violati i più elementari diritti umani come da Convenzione ONU. Durante i reportage, quindi mentre documentano l’occupazione in Palestina, si vedono più volte spaccare la videocamera, essere strattonati, presi a calci e pugni e portati in prigione.

Fayha Shalash, moglie di Muhammad al-Qiq, mostra un poster con suo marito durante una manifestazione a Hebron, 20 February  2017 –  Photo by Wisam Hashlamoun

Mohammad al-Qiq  sa bene cosa vuol dire essere un giornalista detenuto nelle carceri israeliane: simbolo per i suoi colleghi, al-Qiq è in sciopero della fame dal 6 febbraio ed è stato nuovamente condannato dall’autorità militare israeliana a 3 anni di prigione senza capo di accusa.

Magdalena Mughrabi, direttrice e deputata di Amnesty International in Medio Oriente e Nord Africa, ha affermato che “le detenzioni amministrative usate per incarcerare i Palestinesi senza capi di accusa o processi sono abusive e arbitrarie”.

Ad unirsi alla voce di Mughrabi è il Parlamento Europeo con la risoluzione del 27 agosto 2008 sulla situazione dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane punti 9-a-b-c. Si dovrebbe auspicare che l’”unica democrazia in Medio Oriente” si comporti da tale.

Si dovrebbe auspicare che i giornalisti, in qualsiasi parte del mondo, possano svolgere il loro lavoro senza essere imprigionati, soprattutto se documentano le sofferenze di un intero popolo, perché, citando Fabrizio Moro, “la libertà è sacra come il pane”.

 

 

Foto di copertina: Messico 2011 https://www.middleeastmonitor.com/20150707-almost-100-violations-against-palestinian-journalists-rights-so-far-in-2015/

Sorgente: La “democrazia” che odia i giornalisti. – Invictapalestina