Arab League: Israel is playing with fire in Jerusalem

CAIRO, July 23, 2017 (WAFA) – Secretary-General of the League of Arab States Ahmed Aboul Gheit Sunday said that the Israeli government is playing with fire and starting a major crisis with the Arab and Muslim worlds.

Aboul Gheit said all the recent Israeli measures in al-Aqsa Mosque compound indicate that Israel is attempting to enforce new facts and change the status quo in the Old City, something that is unacceptable and is a red line that Israel should not bypass.

“Israel is pushing the region into a very dangerous curve by adopting policies and measures that are not only targeting the Palestinians, but provoking the feelings of every Arab and Muslim,” said his spokesman Mahmoud Afifi.  

Aboul Gheit said that the past days proved that security considerations are not the real motive behind the recent Israeli actions in Jerusalem’s Old City and al-Aqsa. Everyone is aware of the gravity of Israel’s plans to change the city’s Arab and Islamic identity.”

He called on the international community, primarily the United States, to intervene to compel the Israeli government to maintain the status quo at the holy compound.

Aboul Gheit also called on the international community, primarily the United States, to shoulder their responsibilities and compel the Israeli government to maintain the status quo of Jerusalem.

Israeli police closed the mosque nine days ago for Muslims following an attack that left three Palestinians and two Israeli policemen dead.

The mosque was reopened on Sunday after metal detectors were installed; a move Palestinians said they will not accept because it changes the status quo at the mosque.

Since then, Palestinian Muslims have been holding the daily prayers outside the gates, insisting they will not enter it for worship until the metal detectors are removed.

Israeli soldiers and Israeli settlers have killed a number of Palestinians, injured and arrested hundreds in East Jerusalem and the West Bank since the installation of metal detectors.

A.D/M.N/M.H

Sorgente: Arab League: Israel is playing with fire in Jerusalem

Advertisements

Gli ebrei odiano Israele

2017-06-24-01-29-44

Nel cuore di Gerusalemme esistono ebrei che non riconoscono lo stato di Israele, che si rifiutano di servire nell’esercito e che considerano il sionismo una ideologia perversa, supportano attivamente la causa palestinese e si rifiutano di pregare al Muro del Pianto. Sono i Neturei Karta, letteralmente “I Difensori della Città”. Raramente capita di vederli al di fuori della loro roccaforte: il quartiere ebraico ultra-ortodosso di Mea Shearim. Ufficialmente a nessuno è impedito l’ingresso, ma più mi addentro nel quartiere più i volti si fanno sospettosi, gli sguardi sempre più ostili, qualcuno mi urla qualcosa in Yiddish (gli ebrei anti-sionisti si rifiutano di parlare in Ebraico, lingua che utlizzano soltanto per pregare). I Neturei Karta rappresentano soltanto una piccola percentuale all’interno della galassia ultra-ortodossa presente in Israele, ma senz’altro sono tra quelli che negli ultimi anni hanno ottenuto maggiore visibilità. Molti di loro collaborano e hanno contatti diretti con esponenti di Hamas e Hezbollah oltre che aver supportato alcune delle teorie negazioniste dell’ex-presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. A Mea Shearim i soldati dell’esercito israeliano sono il nemico numero uno. Sono palestinesi infatti le uniche bandiere che sventolano appese ai balconi, sulle porte delle case fatiscenti la scritta in inglese “Jews are not Zionists”. All’interno della variegata società israeliana la comunità ultra-ortodossa inizia a rappresentare un serio problema per lo stato. Essi infatti non svolgono nessuna attività lavorativa e occupano le loro giornate studiando testi religiosi ma ricevono comunque sussidi da uno stato che non riconoscono. Oltre a questo evidente paradosso, che ha scatento contro di loro le ire degli strati più laici della popolazione, il numero degli haredi sta aumentando esponenzialmente. Secondo un recente studio, condotto dal centro israeliano di statistica, la media di figli per donna all’interno della comunità ultra-ortodossa ha raggiunto quota 7.5. IMG_20170624_092855_673 A Mea Shearim gli Haredi non possiedono computer né televisioni, non conoscono nulla di ciò che accade nel mondo. Quello che sanno lo apprendono tramite i pashkevilim, i grandi manifesti informativi che tappezzano i muri del quartiere. Alcuni di questi, firmati proprio dal movimento Neturei Karta invitano i giovani Haredi a “colpire” (senza specificare come) le donne soldato. Rav Meir Hirsch, il loro leader ci accoglie in casa con un sorriso nascosto dalla folta barba bianca. Porta un lungo abito nero, un cappello nero e una spilla con la bandiera palestinese appuntata sul petto. Rabbino Hirsch, chi sono i Neturei Karta? Il Movimento Neturei Karta è nato ufficialmente nel 1935 ma in realtà l’ideologia antisionista è iniziata già nel 1917 quanto fu siglata la dichiarazione di Balfour. Gli ebrei ortodossi di Gerusalemme si opposero strenuamente alla dichiarazione di Balfour perchè la creazione di uno stato ebraico avrebbe messo in pericolo l’ebraismo ortodosso (e la venuta del messia ndr). Nel 1935, mio nonno Aharon Katzenellenbogen fondò il movimento Neturei Karta. Neturei Karta è una parola in aramaico, significa “difensori della città”. Difendere la città dal sionismo dilagante. Per fare questo non usiamo armi. La nostra è una difesa ideologica. Con quali modalità portate avanti questa lotta? Lo facciamo tramite eventi pubblici, conferenze, manifestazioni, e incontri insieme a diversi leader politici nel mondo. Vogliamo che a tutti risulti chiaro ed evidente che il sionismo e l’ebraismo sono due idee opposte e contrarie. Qual’è la differenza fondamentale tra voi e gli altri ebrei haredi? In generale tutti gli Haredi sono contrari al sionismo, ma i Neturei Karta pensano che sia indispensabile agire attivamente contro questo male. Questa è la vera grande differenza. Alcuni Haredim però hanno creato un partito (lo SHAS ndr.) per dare una rappresentanza politica a queste idee. Cosa pensa di questa iniziativa? Siccome Israele ormai esiste, alcuni Haredim pensano che sia giusto combatterlo dall’interno. Noi siamo totalmente contro ogni forma di collaborazione politica col governo sionista. Non prendiamo soldi e non partecipiamo alle elezioni del parlamento. Non parliamo nella loro lingua, non serviamo sotto il loro esercito. Da parte nostra non facciamo nulla che possa legittimare l’esistenza di uno stato sionista. Quindi voi non prendete soldi dal governo come invece fanno altri haredi? Assolutamente no! non prendiamo nulla. E allora come fate a sopravvivere? Se non lavorate, con quali attività riuscite a mantenervi? Mandiamo persone a raccogliere fondi nei paesi stranieri. Esistono diverse personalità molto ricche all’estero che ci appoggiano. In questo modo riusciamo a sopravvivere. 2017-06-24-01-28-00 Quali sono i fondamenti teologici del vostro pensiero? È scritto nel Talmud in Ketubot nel foglio 111: Dio fece giurare al popolo ebraico che durante la diaspora non avrebbero sovvertito l’ordine delle nazioni del mondo. In alcun modo avrebbero creato un nuovo stato. La vera Israele verrà ricostituita soltanto quando arriverà il Messia. Non si può in nessun modo accelerare la sua venuta. Per questo noi siamo contrari al sionismo, è la Torah stessa ad essere contraria. Il sionismo non viene per unire, ma per strappare il popolo ebraico dalle sue radici profonde e trasformarlo in un nuovo popolo diverso da quello originale. Un nuovo popolo che non ha nulla a che fare con le sue radici religiose. Voi siete acerrimi nemici dell’esercito e contrastate in maniera molto forte la leva obbligatoria. Il governo però ha varato nuove leggi che agevolano l’ingresso degli ultra-ortodossi nelle forze armate. Molti giovani haredi iniziano ad arruolarsi… Per quanto riguarda l’arruolamento recente di alcuni haredi posso dirti che per noi chiunque si arruola diventa automaticamente un laico. Ti posso assicurare che non vi è alcun Haredi nell’esercito. Non sono Haredi, nemmeno se pregano e digiunano. Anche se porta i Peyot e gli TziTzit (i boccoli laterali e l’abito con le frange, tipici degli ebrei più ortodossi, ndr.), questo non fa di lui un ebreo credente. Quali sono i vostri rapporti con i movimenti palestinesi? Oggi sembra che tra Fatah e Hamas si sia ormai arrivati allo scontro aperto, voi da che parte vi schierate? Noi non siamo un ente politico ma un’entità ideologica. Per questo siamo in contatto sia con Hamas che con Fatah, non giudichiamo le loro questioni interne, ci interessa la lotta comune che portiamo avanti contro Israele seppur con diverse modalità. Noi supportiamo attivamente la battaglia dei palestinesi per la liberazione di questa terra. Noi stessi ci sentiamo a tutti gli effetti palestinesi. Riteniamo che il sionismo non abbia alcun diritto di governare su questa terra. L’idea di due stati per noi non ha nessun senso. Deve esserci una sola Palestina per entrambi i popoli. Voi ritenete che la Shoah sia stata architettata dai sionisti? Oggi se provate ad andare allo Yad Vashem vi raccontano che sionisti hanno salvato il popolo ebraico. Mentre invece hanno collaborato per sterminare parte del loro stesso popolo. Il leader dei sionisti ungheresi quando iniziò l’Olocausto disse: “Solo con il sangue potremo avere un nostro stato. Quanti più ebrei verranno uccisi nella Shoah, tanto più sarà facile ottenere uno stato”. E poi aggiunse “una vacca sul suolo israeliano per noi vale più di 1000 ebrei in Ungheria”. Queste sono accuse molto forti. Molto simili a quelle espresse dall’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Che cosa risponde a chi vi accusa di negazionismo? Bisogna innanzitutto dire una cosa: gli iraniani non hanno mai negato che la Shoah sia avvenuta. Noi anni fa organizzammo una conferenza insieme con le autorità iraniane per analizzare l’Olocausto in maniera critica. Sono stati i sionisti a dire che la conferenza aveva il solo scopo di negare l’Olocausto. Questa è l’unica vera arma che i sionisti possono usare contro gli iraniani per metterli in cattiva luce agli occhi del mondo: accusarli di negazionismo. La cosa che fa sorridere è che in Iran oggi abitano più di 30.000 ebrei che hanno un uguaglianza completa nei diritti. Anche più dei musulmani! Ha subito qualche pressione o minaccia da parte dello stato a causa di queste sue idee estreme? Sempre! Sono anni che vengo sorvegliato e minacciato. Dopotutto, io e gli altri Neturei Karta siamo in guerra contro lo stato Sionista. Passando all’attualità. Qual’è l’idea che vi siete fatti della situazione oggi in medio oriente anche rispetto alla Guerra in Siria e al terrorismo? Sono stati i sionisti a creare il problema dell’odio anti-ebraico nel mondo musulmano. La verità è sono loro il primo gruppo terrorista del medio oriente. Chi conosce un po’ di storia sa che coloro che per primi hanno sviluppato l’idea del terrore sono stati proprio i sionisti. Durante il mandato britannico hanno messo delle bombe al King David Hotel e compiuto numerosi attentati. E poi parlano degli arabi come fossero terroristi! Loro sono stati i maestri del terrorismo! Hanno insegnato al mondo come si fa il terrorismo! Come quando nel 1948 hanno preso i bambini palestinesi di Deir Yassin e li hanno trucidati nei modi più orrendi. Ma la situazione oggi è ben diversa dall’epoca del mandato… Assolutamente no! Oggi la cosa si è solo istituzionalizzata anche grazie al supporto degli Stati Uniti che forniscono ai sionisti le armi più sviluppate e micidiali per continuare a fare terrorismo in tutto il mondo ma in modo diplomatico. Allora sono tutti terroristi, sia i sionisti che i palestinesi che accoltellano civili e militari qui a Gerusalemme… Noi condanniamo sempre gli atti di violenza, ma riteniamo che i palestinesi non siano “terroristi”, per noi sono combattenti per la libertà. 2017-06-24-01-45-16 Cosa pensa invece della situazione dei cristiani perseguitati in medio oriente? Crede che anche dietro questo odio ci sia una macchinazione sionista? Non ho nessun dubbio che si tratti di una invenzione sionista e americana. Per raggiungere i loro obiettivi gli israeliani vogliono mettere gli uni contro gli altri. Vogliono creare una Guerra di religione che non esiste. Ma nel Corano esistono passaggi in cui è evidente l’odio verso I cristiani e verso gli ebrei… Questo non è vero! Ho letto il Corano e non esiste nessun versetto in cui si dice questo. Non c’è scritto nulla contro ebrei e cristiani. È previsto che paghino una tassa in quanto “popoli del Libro” ma non c’è scritto da nessuna parte che tutti devono convertirsi all’Islam. Riesce a prevedere una fine al conflitto tra Israele e Palestina? Secondo lei in quale modo avverrà questo? Io l’ho anche scritto al segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon. Per prima cosa l’ONU deve inviare qui un contingente internazionale che protegga I diritti del popolo palestinese contro l’occupazione sionista. Ma se si vuole essere razionali non bisogna coprirsi gli occhi e dire che va tuto bene. Bisogna a tutti I costi eliminare il governo sionista e riconsegnare la terra ai suoi legittimi proprietari cioè I palestinesi. Questa è la vera soluzione. In che modo pensa che si debba eliminare il governo sionista? Non avete detto di essere contro la violenza? Non serve la violenza! L’ONU deve cancellare la risoluzione con cui ha permesso la creazione dello stato di Israele. È come quando si fa un contratto…se posso fare una firma posso anche cancellarla. Gli ebrei che vivono qui potranno tranquillamente vivere insieme ai palestinesi come prima della creazione dello stato ebraico. Come può pensare che questo sia possibile? Certo che è possibile, il problema è che il mondo non guarda o non vuole vedere quello che avviene in Palestina. Il mondo parla, parla e non agisce. Nessuno fa nulla di concreto per risolvere questo problema. Ultima domanda. Lei non ha mai visto il muro del tempio pur abitando a poche centinaia di metri questo. Quanto desidera andare a pregare nel luogo simbolo del giudaismo? Moltissimo! Ma per via dell’occupazione non posso farlo. Quando qualcuno prega al muro del Tempio dovrebbe provare gratitudine. Io non posso provare questo sentimento, non posso dire grazie a chi ha occupato il mio paese.

thanks to: GLI OCCHI DELLA GUERRA

Comunicato di Marwan Barghouthi dopo la fine dello sciopero della fame dei prigionieri politici palestinesi

Marwan Barghouthi, leader palestinese imprigionato e membro del Comitato centrale di Fateh ha rilasciato una nuova dichiarazione pubblica, la sua prima dalla sospensione dello Sciopero per la Libertà e la Dignità. Questa la traduzione in inglese:

Prima dichiarazione del leader Marwan Barghouthi dopo il successo dello sciopero per la libertà e la dignità

In nome di Dio, misericordioso
Al nostro grande popolo, il popolo della lotta e del sacrificio
Al nostro popolo della rivoluzione e dell’Intifada
Ai figli delle nazioni arabe e musulmane
Ai popoli liberi della terra

Amici e amanti della pace e della giustizia ovunque. I prigionieri palestinesi nelle carceri e nelle celle sotterranee del nemico sionista hanno sostenuto uno sciopero della fame senza limiti dal 17 aprile alla sera del 28 maggio. In questo sciopero nazionale i prigionieri hanno portato avanti il più prolungato sciopero collettivo, un momento epico nella storia del movimento dei prigionieri nel corso di 50 anni.
Nonostante l’amministrazione carceraria abbia usato una repressione brutale e il terrore indiscriminato contro lo sciopero, in stile Gestapo, col trasferimento di tutti coloro che erano in sciopero dalle loro prigioni secondo modalità inedite e centinaia siano stati posti in isolamento, speciali unità repressive ( Matsada, Dror, e Yamaz) conducevano raid ed ispezioni durante tutti i 42 giorni di sciopero.
I carcerieri hanno proceduto al trasferimento dei prigionieri in sciopero in condizioni durissime e brutali nel tentativo di indebolire e fiaccare la loro determinazione, confiscando ogni loro bene personale, inclusa la biancheria. I prigionieri sono stati privati di tutto il materiale ad uso sanitario ed igienico, la loro vita è stata resa durissima e sono state diffuse vergognose falsità e bugie. Ciononostante la determinazione dei prigionieri è stata senza precedenti rispetto ad altre azioni condotte dal movimento dei prigionieri palestinesi e la repressione israeliana non è riuscito a spezzare la loro volontà. Di questo momento storico ed eroico, sono stato testimone, ed è con grande orgoglio, che saluto la grande fermezza di coloro che sono stati in sciopero della fame. E saluto con grande reverenza i martiri, le loro famiglie, e tutti coloro che si sono sollevati, sono stati feriti e incarcerati nel corso di questa battaglia per la libertà e dignità della Palestina.

Vorrei anche rendere omaggio al grande popolo della nostra pura Palestina, dal fiume al mare, e a coloro che sono in esilio e nella diaspora. Li ringrazio per il loro grande sostegno e per gli enormi sforzi che hanno sostenuto per la causa dei prigionieri e del loro sciopero, che ha riportato la causa palestinese alla ribalta del panorama politico internazionale. Allo stesso tempo, saluto i popoli arabi, islamici e amici del mondo per il livello di solidarietà e partecipazione con cui ci hanno sostenuto.

E saluto tutti coloro che hanno partecipato a campagne sui media locali e internazionali, nonché gli avvocati, il sindacato dei medici, il Ministero dell’istruzione, la società dei prigionieri palestinesi e la Commissione per gli affari dei prigionieri ed ex prigionieri, sottolineando che la battaglia per la libertà e la dignità della Palestina è parte integrante della lotta per la libertà, l’indipendenza, il ritorno, il rovesciamento del regime di apartheid in Palestina e la fine dell’occupazione.

Nonostante il governo del terrore che regge il regime di apartheid di Israele abbia attaccato lo sciopero della fame in un fallito e disperato tentativo di nascondere i suoi crimini, questo non ha intimidito e non ha rotto la loro volontà di ferro. Non sono riusciti a dissuaderci dal combattere questa battaglia con determinazione e convinzione, portando così avanti una saga epica ed eroica. I prigionieri sono stati in grado di raggiungere un certo numero di risultati sul piano umanitario, il primo dei quali è il ripristino della seconda visita mensile dei familiari, che era stata sospesa quasi un anno fa, così come sono riusciti ad affrontare problemi annosi riguardanti le condizioni della vita quotidiana, tra cui le condizioni delle donne detenute, dei bambini prigionieri, dei malati, il problema del “bosta” e dei trasferimenti, il problema della “mensa”, la possibilità di introdurre abbigliamento, nonché la formazione di un comitato di alti funzionari del servizio carcerario per proseguire il dialogo con i rappresentanti dei prigionieri nei prossimi giorni, per continuare a discutere tutte le questioni, nessuna esclusa.

Alla luce di questo e con l’avvento del mese sacro del Ramadan, abbiamo deciso di sospendere lo sciopero e di continuare in queste discussioni con il servizio carcerario, dopo avere però sottolineato che siamo pronti a riprendere lo sciopero se il servizio carcerario non rispetterà gli impegni presi coi prigionieri.

In questa occasione, porgo le mie più vive congratulazioni ai prigionieri eroici per la loro fermezza e per avere conseguito risultati di umanità e di giustizia, con un omaggio speciale ai detenuti del carcere di Nafha, che ha avuto un ruolo da protagonista per il successo di questo sciopero e il raggiungimento di questa grande vittoria. Rendo omaggio anche ai prigionieri che hanno scioperato nelle carceri del Negev, Ofer, nella infermeria della prigione di Ramla, di Ashkelon, Gilboa, Megiddo, Ramon e alle donne e bambini detenuti, infine ai prigionieri del carcere di Hadarim e a tutti coloro che hanno partecipato negli altri centri di detenzione e nelle altre carceri: io tengo le loro mani nelle mie e bacio la loro alta fronte.

Ancora, con la nuova unità e partecipazione che si sono espresse in questo sciopero nazionale, il più lungo e feroce nella storia del movimento dei prigionieri palestinesi, si è determinato un punto di svolta nel rapporto tra i prigionieri e i meccanismi dell’amministrazione penitenziaria. D’ora in poi e dopo oggi, non permetteremo qualsiasi infrazione ai risultati raggiunti e ai nostri diritti. Di più, questa battaglia ci da la forza per ricostruire e unificare il movimento dei prigionieri nelle sue varie componenti, come preludio alla formazione di una leadership nazionale unificata nel prossimi mesi. E in preparazione della battaglia per ottenere il riconoscimento dei prigionieri rinchiusi nei sotterranei dell’occupazione israeliana come prigionieri di guerra e prigionieri della libertà, e per la piena applicazione della terza e della quarta convenzione di Ginevra.

Per il nostro grande popolo, mentre rinnovo il mio omaggio ai martiri della battaglia per la libertà e la dignità, invito il presidente palestinese Abu Mazen, la leadership dell’OLP e le varie fazioni islamiche e nazionali a compiere il loro dovere nazionale di lavorare per liberare e far guadagnare la libertà ai prigionieri. Ancora una volta, metto in guardia contro qualsiasi ripresa dei negoziati prima di richiedere la liberazione completa di tutti i prigionieri e detenuti. Esprimo il mio speciale ringraziamento a tutte le istituzioni e organi che lavorano per i prigionieri, soprattutto alla Commissione per i prigionieri, presieduta dal fratello di lotta Issa Qaraqe, alla Società dei prigionieri palestinesi e al fratello di lotta Qaddoura Fares, alla Alta Commissione per gli affari dei prigionieri, alla Campagna internazionale e popolare per la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi, condotta dall’avvocata e militante, la signora Fadwa Barghouthi.

Gloria ai nostri martiri virtuosi
Libertà ai prigionieri per la libertà
Viva la battaglia palestinese per la libertà e la dignità

Il vostro fratello, Marwan Barghouthi (Abu al-Qassam)
Prigione di Hadarim
Cella n. 28

 

thanks to: Samidoun

Forumpalestina

 

Dichiarazione di Ahmad Sa’adat sulla vittoria dello Sciopero dei prigionieri politici palestinesi

I prigionieri hanno fatto un nuovo epico passo grazie alla loro volontà e determinazione, e hanno dimostrato che i diritti loro spettanti devono essere conquistati e non supplicati.

Al popolo palestinese, alla nazione araba ed alle forze libere del mondo,

I prigionieri in sciopero hanno accresciuto la loro fermezza, volontà e determinazione, per ostacolare e resistere a tutti i tentativi di sconfiggere e reprimere lo Sciopero. Non è stata risparmiata alcuna oppressione nei confronti degli scioperanti cosa che ha contribuito al deterioramento della salute dei prigionieri, attraverso politiche e misure repressive, in particolare attraverso i trasferimenti di carcere arbitrari praticati sino all’ultimo, così come i tentativi dell’occupante di diffondere menzogne e disinformazione. Gli eroici prigionieri hanno affrontato tutto ciò per 41 giorni con una volontà d’acciaio, facendo un nuovo epico passo contro l’occupante e scrivendo un nuovo, storico capitolo nella lotta del movimento di liberazione nazionale del nostro popolo.

Al nostro popolo palestinese,

Questa vittoria è il frutto degli sforzi collettivi del popolo palestinese che si è stretto intorno allo Sciopero, inclusi singoli ed istituzioni, movimenti nazionali, organizzazioni umanitarie e popolari, attraverso i sacrifici dei martiri, dei feriti e dei prigionieri. La vittoria è venuta attraverso il sostegno delle forze popolari di tutto il mondo arabo e con il sostegno di tutte le forze libere del mondo, compresi i movimenti e le organizzazioni popolari, i comitati di solidarietà, i parlamentari, i movimenti per la giustizia sociale che combattono l’imperialismo e la globalizzazione, oltre al movimento del BDS internazionale, per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni. A tutti coloro che hanno partecipato alle iniziative di solidarietà con il nostro Sciopero aiutando a condurlo alla sua nobile conclusione, inviamo tutta la nostra stima e ringraziamento, in particolare nei confronti delle famiglie dei martiri, dei feriti e dei prigionieri.

Alle masse palestinesi,

Anche se è troppo presto per stabilire una valutazione finale dei risultati dello Sciopero, in attesa della dichiarazione ufficiale della dirigenza, possiamo chiaramente affermare che l’incapacità dell’occupante di sconfiggere o limitare lo Sciopero è una vittoria per i detenuti e per la loro volontà e determinazione nel continuare la lotta. Questa vittoria ha importanti significati: in primo luogo, riafferma il fatto che i diritti possono essere conquistati senza mai elemosinarli e che la Resistenza è la leva principale per l’ottenimento di tutte le future conquiste del popolo palestinese nelle successive fasi della Rivoluzione. In secondo luogo, che le diverse fazioni del movimento dei prigionieri ed il clima di divisione non hanno impedito di giungere all’unità d’azione fra tutte le componenti nazionali ed islamiche, fintanto che la bussola della lotta resta puntata contro le principali contraddizioni dell’occupante. Il terzo, significativo punto sta nel fatto che la lotta non termina con lo Sciopero: al contrario, essa deve proseguire per rafforzarne, ampliarne e strutturarne le conquiste. Ciò è fondamentale per ricostruire ed unificare il movimento dei prigionieri palestinesi, espandendone il ruolo al fine di superare la frammentazione e la divisione, presentando al nostro popolo un corpo unico che persegua sinceri sforzi atti a far progredire la causa palestinese superando l’attuale crisi ed il suo quadro di divisione.

Alle masse palestinesi,

Ciò che le nostre forze politiche e fazioni palestinesi devono perseguire al fine di sostenere i prigionieri e rafforzare la loro determinazione è ristabilire l’unità nazionale, attraverso un cammino di avanzamento che si lasci alle spalle questa fase in cui ci si gira intorno all’infinito.

Ancora una volta, tutti i nostri ringraziamenti alle forze popolari palestinesi, arabe ed internazionali che hanno contribuito a rafforzare la determinazione dei prigionieri, sospingendo in avanti la loro lotta sino alla vittoria.

Gloria ai martiri, la vittoria è certa!

Ahmad Sa’adat
Segretario Generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
Carcere di Ramon, 28 maggio 2017

 

thanks to: PalestinaRossa

Israele stato terrorista

Ho sempre sostenuto il popolo ebraico; un popolo che ha sofferto l’Olocausto, la diaspora, le persecuzioni, la tortura e la morte, ma aveva dignità, resistette all’oppressione e combatté per i propri valori culturali, religiosi e unità del popolo.


Adolfo Perez Esquivel, Altercom – Luglio 2006
Ho sottolineato più volte, e ho aggiunto la mia voce a quella di molti altri in tutto il mondo, che  il popolo d’Israele ha il diritto di esistere; ma  gli stessi diritti oggi li ha il popolo palestinese oppresso e massacrato da parte dello Stato di Israele .
E’ doloroso dover sottolineare il comportamento aberrante che lo Stato di Israele sta tenendo contro il popolo palestinese – attaccare, distruggere, opprimere e massacrare la popolazione – le donne, i bambini, i giovani sono vittime di queste atrocità che non possiamo tacere e dobbiamo denunciare e rivendicare BASTA!

Il muro di Berlino è stato abbattuto, ma altri muri si innalzano come quello che Israele ha costruito per dividere il popolo palestinese. Credono che dia loro maggiore  sicurezza, al contrario crea  maggiore conflitto, dolore  la divisione.

Ma i muri più difficili da abbattere sono quelli che esistono nella mente e nel cuore, i muri dell’intolleranza e dell’odio. Attacchi, distruzione e morte a Gaza e in Libano e le persistenti minacce ad altri popoli hanno spinto lo Stato di Israele a diventare uno stato terrorista, che usa la tortura, attacchi contro la popolazione civile in cui le vittime sono donne e bambini. Per quanto tempo continuerà questa politica del terrore?

Sappiamo che non tutto il popolo d’Israele concorda con la politica di distruzione e di morte perseguita dal governo israeliano, sostenuto dagli Stati Uniti e col silenzio dei governi europei, complici dell’orrore scatenato in Medio Oriente. Ci sono coloro, sia all’interno di Israele che in Palestina, che vogliono il dialogo, la fine del conflitto e il rispetto per l’esistenza dei due popoli.

Questo è possibile se esiste  la volontà politica e dei popoli a farlo, con il sostegno della comunità internazionale.

Purtroppo le Nazioni Unite sono assenti, hanno perso il coraggio e la volontà di contribuire alla soluzione del confronto tra i due popoli, una situazione che mette seriamente in pericolo la pace nel mondo. L’ONU è stato asservito alle grandi potenze e usato per  rispondere ai loro interessi,  non ai bisogni dell’umanità. Una riforma profonda è necessaria per democratizzare le sue strutture e renderle più operative ed efficaci nell’interesse dei popoli.

Certamente ci sono attacchi e atti di violenza scatenata da settori del popolo palestinese per rivendicare i propri diritti. Non è con la violenza, che genera più violenza tra le parti, che si risolverà il conflitto. Mahatma Gandhi ha detto che applicando la regola  “occhio per occhio, finiremo tutti ciechi”.

I governanti di Israele stanno diventando ciechi e trascinando la gente nel baratro.

E’ necessario che la comunità internazionale reagisca per fermare la follia dei governi prima che sia troppo tardi. Però è più necessario che  israeliani e palestinesi reagiscano e capiscano che non possono continuare a uccidersi a vicenda.

I responsabili della barbarie devono fermare la follia in cui si trovano senza via d’uscita. Dovrebbero farlo per il bene delle persone e dell’umanità.

Messaggio di solidarietà con i prigionieri palestinesi lanciato dal Premio Nobel per la Pace e ex prigioniero politico.
trad. Invictapalestina.org

Fonte: http://www.voltairenet.org/article141960.html

Sorgente: Israele stato terrorista – Invictapalestina

La “democrazia” che odia i giornalisti.

Roma 8 maggio 2017 – Zeinab

Si sente spesso parlare della libertà di stampa limitata in paesi come, ad esempio, la Turchia e l’Egitto. Per questo molti giornalisti sono rinchiusi nelle carceri con un solo capo di accusa: svolgere il loro lavoro.

 

Le truppe israeliane arrestano un giornalista palestinese durante una protesta nei pressi di Adei Ad in the West Bank. (Photo: Oren Ziv, Activestills.org, file)

Eppure, all’indignazione mondiale si accompagna una indifferenza totale nei confronti di quei giornalisti rinchiusi nelle carceri dell’”unica democrazia in Medio Oriente”, quindi non turchi e ne egiziani. Secondo i dati del Ministero dell’Informazione Palestinese, i giornalisti palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliani – a volte anche grazie alla complicità della polizia palestinese dell’ANP – sono 28.

Come gli altri prigionieri palestinesi, i giornalisti ricevono trattamenti al limite della disumanità, e per questo sono violati i più elementari diritti umani come da Convenzione ONU. Durante i reportage, quindi mentre documentano l’occupazione in Palestina, si vedono più volte spaccare la videocamera, essere strattonati, presi a calci e pugni e portati in prigione.

Fayha Shalash, moglie di Muhammad al-Qiq, mostra un poster con suo marito durante una manifestazione a Hebron, 20 February  2017 –  Photo by Wisam Hashlamoun

Mohammad al-Qiq  sa bene cosa vuol dire essere un giornalista detenuto nelle carceri israeliane: simbolo per i suoi colleghi, al-Qiq è in sciopero della fame dal 6 febbraio ed è stato nuovamente condannato dall’autorità militare israeliana a 3 anni di prigione senza capo di accusa.

Magdalena Mughrabi, direttrice e deputata di Amnesty International in Medio Oriente e Nord Africa, ha affermato che “le detenzioni amministrative usate per incarcerare i Palestinesi senza capi di accusa o processi sono abusive e arbitrarie”.

Ad unirsi alla voce di Mughrabi è il Parlamento Europeo con la risoluzione del 27 agosto 2008 sulla situazione dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane punti 9-a-b-c. Si dovrebbe auspicare che l’”unica democrazia in Medio Oriente” si comporti da tale.

Si dovrebbe auspicare che i giornalisti, in qualsiasi parte del mondo, possano svolgere il loro lavoro senza essere imprigionati, soprattutto se documentano le sofferenze di un intero popolo, perché, citando Fabrizio Moro, “la libertà è sacra come il pane”.

 

 

Foto di copertina: Messico 2011 https://www.middleeastmonitor.com/20150707-almost-100-violations-against-palestinian-journalists-rights-so-far-in-2015/

Sorgente: La “democrazia” che odia i giornalisti. – Invictapalestina

Cinquanta anni dopo la “Guerra dei Sei Giorni”. L’occupazione militare della Palestina

di Michele Giorgio

Dal 1 giugno nelle librerie di tutta Italia è arrivato “Cinquant’anni dopo. 1967-2017. I territori palestinesi occupati e il fallimento della soluzione dei Due Stati” (Editrice Alegre), il libro che ho scritto assieme alla collega e amica Chiara Cruciati, giornalista di talento alla quale auguro le migliori fortune professionali. Intrecciando giornalismo e ricerca storica, raccontiamo la genesi dell’occupazione militare israeliana di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est e descriviamo le sue manifestazioni attuali sul terreno, 50 anni dopo quella che è passata alla storia come la Guerra dei sei giorni.
Più di tutto cerchiamo di portare all’attenzione un punto centrale: lo status quo sta aggravando separazione e discriminazione tra israeliani e palestinesi e il silenzio e l’indifferenza della comunità internazionale e del mondo arabo alimentano un conflitto che si trascina da decenni. Il popolo palestinese non ha ancora raggiunto la piena autodeterminazione e resta sotto occupazione.
Abbiamo dedicato questo libro alla memoria di Stefano Chiarini, Vittorio Arrigoni e Maurizio Musolino. Un grazie speciale al collega Roberto Prinzi, l’analista che ha scritto la prefazione del libro, e al grande fotografo Tano D’amico che ci ha donato due bellissime foto.

Sorgente: 4-6-17_50Anni-Dopo

I malati di Gaza pagano il prezzo del blocco di Gaza

A Palestinian pharmacist stands next shelves which empty from medicines  in hospital in Rafah southern Gaza Strip on April, 15, 2012 as Gaza Strip faces a lack of medicines. Photo by Eyad  Al Baba

A Palestinian pharmacist stands next shelves which empty from medicines in hospital in Rafah southern Gaza Strip on April, 15, 2012 as Gaza Strip faces a lack of medicines. Photo by Eyad Al Baba

EI. Huda Jalal è ancora in lutto per la morte di suo figlio, lo scorso maggio.

La 32enne ha partorito prematuramente, prima che i polmoni del bambino fossero sufficientemente formati. L’ospedale ha messo il piccolo Sami in un’incubatrice per essere pronto alla somministrazione di betametasone. Il farmaco è usato per stimolare la crescita dei polmoni nei neonati prematuri. Ma il betametasone, che non è un farmaco particolarmente costoso, come sostiene da Mahmoud Deeb Daher, capo del dipartimento di Gaza della World Health Organization, non era disponibile. Sami è spirato dopo appena un giorno nell’incubatrice.

“Capisco che non sia facile dare alla luce neonati all’ottavo mese, ma esistono farmaci e trattamenti sanitari che possono aiutare a salvare queste vite”, ha detto la donna, madre di altri due bimbi, a The Electronic Intifada.

Hamsa Abu Ajeen, medico all’ospedale di Al-Aqsa a Deir al-Balah, Striscia di Gaza, dove Jalal ha perso suo figlio, ha parlato della carenza di medicine come risultato del blocco imposto su Gaza, ormai quasi dieci anni fa. Il ministero della salute a Gaza lotta costantemente contro la mancanza di medicine e attrezzature mediche vitali. La mancanza di fondi è una diretta conseguenza dell’assedio che penalizza l’economia.

Inoltre Israele proibisce l’accesso a Gaza a tutta una serie di prodotti e materiali da costruzione per “ragioni di sicurezza” e per la possibilità di un loro uso doppio, sia civile che militare.

Ma la lista dei prodotti vietati è in molti casi vaga e generale, includendo cose come “attrezzature di comunicazione” e, mentre medicine e prodotti sanitari non sono inclusi, macchinari a raggi x e altre attrezzature radiografiche vengono importate a mala pena e spesso trattenute in Israele.

Bambini a rischio

Osservatori internazionali come l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le Nazioni Unite e personalità politiche, hanno riferito in numerose occasioni che il blocco su Gaza influenza negativamente la somministrazione di cure mediche e porta a una carenza di farmaci potenzialmente salva-vita.

Abu Ajeen ha affermato che iniezioni di betametasone dovrebbero essere somministrate a donne in condizioni di gravidanza difficoltosa e con rischio di parto prematuro, e preferibilmente prima e non dopo la nascita. Se somministrato in tempo, il betametasone può salvare molti di questi bambini; può essere iniettato anche dopo la nascita, come nel caso di Sami se la medicina fosse stata disponibile.

“Nel nostro reparto la mancanza di tali medicine e di attrezzature mediche ha eroso la nostra abilità nell’offrire cure mediche avanzate ai nostri pazienti”, ha raccontato Abu Ajeen.

Non ci sono sufficienti iniezioni per stimolare le contrazioni uterine per accelerare il parto, ha proseguito il dottore, mentre c’è un numero limitato di macchine per elettrocardiogramma funzionanti, per controllare il cuore dei neonati. Nel reparto scarseggiano anche le incubatrici e i letti, rispetto a quelle che sono le esigenze locali.

“In molti casi dobbiamo dimettere donne che hanno appena partorito per liberare i letti, persino se queste necessitano ancora di attenzioni”, ha proseguito Abu Ajeen.

In aggiunta si devono considerare le frequenti interruzioni di corrente, le autorità di Gaza non sono in grado di importare l’attrezzatura necessaria per riparare l’unica centrale elettrica della Striscia, e la scarsità di combustibile per i generatori significa che i dottori sono perennemente preoccupati che le attrezzature salva-vita e le incubatrici possano smettere di funzionare.

Carenze critiche

Secondo Munir al-Bursh, a capo del dipartimento di farmacia del ministero della Salute di Gaza, ospedali, farmacie e cliniche sono a corto di 149 farmaci, e dotati solo del 69 per cento di quanto realmente serva.

I farmaci che scarseggiano nelle farmacie ne comprendono alcuni usati per il trattamento di malattie croniche come l’emofilia, la talassemia, il cancro e le malattie del sangue, ha riferito al-Bursh. Inoltre una grave carenza di vaccini e antibiotici ha ulteriormente ostacolato la capacità dei dottori di curare i loro pazienti. In risposta un sempre maggior numero di pazienti tenta di curarsi all’estero, ma viene ostacolata dall’embargo su Gaza e dalla continua chiusura del valico di Rafah, al confine con l’Egitto, l’unico passaggio disponibile per quasi 1,9 milioni di residenti.

Ma non è solo l’embargo su Gaza che causa la carenza di farmaci. I contrasti politici tra Hamas, che amministra gli affari interni nella Striscia, e Fatah, che guida l’ANP con il supporto di Stati Uniti e Europa, giocano un ruolo importante.

Il dottor Ashraf al-Qedra, portavoce del ministero della Salute a Gaza, ha detto che non ricevono l’assegnazione di medicine concordata dal ministero della Sanità dell’ANP in Cisgiordania. Secondo il dottor al-Qedra, Gaza riceverebbe solo il 16 per cento di quello che invece dovrebbe ottenere in medicine e attrezzature mediche.

“Gaza dovrebbe avere il 40 per cento del suo fabbisogno medico sanitario soddisfatto dalla Cisgiordania. Abbiamo meno del 20 per cento. Questo significa che siamo prossimi ad una crisi sanitaria che potrebbe mettere le vite dei pazienti a rischio”, ha continuato.

La mancanza di fondi e l’esaurimento di risorse umane e materiali hanno spinto il ministro a porre fine ad alcuni dei servizi medici essenziali, ha riferito al-Qedra.

Wael Alyan ha denunciato la questione; il 43enne soffre di insufficienza renale da cinque anni e necessita di trattamenti di dialisi quattro volte a settimana. “E’ difficile adattarsi a questa nuova vita, ogni volta devo assicurarmi di arrivare in ospedale per tempo per sottopormi al trattamento”. L’uomo spera di poter ricevere delle cure fuori Gaza, ma per adesso non se ne può permettere i costi. Ha sentito le storie di pazienti abbastanza fortunati da aver ricevuto un trapianto di rene, e oggi spera che anche il suo calvario possa finire presto. “Spero di riuscire un giorno a risparmiare i soldi necessari all’operazione, per poter condurre di nuovo una vita normale”.

Cercando una soluzione

La difficoltà nel reperire farmaci ha portato alla costituzione di un team di farmacisti che oggi studiano soluzioni alternative per prolungare il ciclo vitale di alcune medicine fondamentali.

Il team ha lavorato per quattro anni e alla fine è riuscito a convalidare – si parla di farmaci da utilizzare dopo la data di scadenza indicata – 23 medicinali usati per il trattamento del cancro e della disfunzionalità renale, e per i quali gli ospedali, se dovessero trovarsi a corto, non hanno alternative.

Nahed Shaat, a capo della squadra, ha dichiarato che il gruppo ha ottenuto informazioni importanti dalla passata esperienza militare americana.

“La terribile realtà di Gaza ci ha spinto a cercare soluzioni alternative, e i tentativi effettuati dal Dipartimento della Difesa nel 1986 per convalidare 122 farmaci sono stati una guida utile nel nostro progetto”.

Naima Siam, membro del team, ha affermato che il percorso non è semplice, perché si devono seguire le rigide linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

“Ogni farmaco deve essere convalidato nei termini e nelle modalità corrette. Finora siamo stati in grado di estendere il ciclo di vita fino a tre mesi”.

La dottoressa ha stimato che con il loro lavoro hanno risparmiato al ministero della Salute circa 200 mila dollari, dando contemporaneamente accesso ai pazienti a farmaci salva-vita.

“Il benessere dei nostri pazienti è la priorità”, ha affermato la dottoressa Siam, che ha dato voce alla sua rabbia sia contro Israele che contro l’ANP in Cisgiordania, le cui politiche tengono le medicine lontano da Gaza.

“Il diritto di accesso a cure e medicine dovrebbe essere rispettato per ogni abitante di Gaza, e non essere ostaggio di questo gioco politico”.

thanks to: Traduzione di Marta Bettenzoli

Agenzia stampa Infopal

Sono andata a vedere il dramma delle colonie inaridite. Ho trovato una piscina

di Amira Hass

 

Mentre Israele ha ridotto le forniture idriche ai palestinesi, ho visitato due colonie in cui gli abitanti si presume stiano anche loro soffrendo.

 

 

Dunque venerdì il deputato della Knesset Bezalel Smotrich (del partito “Casa Ebraica” [della destra ultranazionalista, rappresentante dei coloni fondamentalisti nazional-religiosi. Ndtr.]) ha twittato: “Non si scherza: siamo tornati indietro di 100 anni!” Ha riferito di cinque cisterne d’acqua potabile che erano state piazzate quella mattina nella colonia di Kedumim [prima colonia costruita nella Cisgiordania centro-settentrionale. Ndtr.].

 

Quel giorno il settimanale sionista-religioso Makor Rishon ha pubblicato un articolo intitolato “La crisi dell’acqua in Giudea e Samaria [la Cisgiordania nella denominazione dei nazionalisti israeliani. Ndtr.]: nella colonia di Eli grandi contenitori di acqua potabile sono stati distribuiti ai residenti.”

 

Così sono andata in due insediamenti per testimoniare questa sofferenza. Sono partita prima di vedere il tweet di un tal Avraham Benyamin in risposta a quello di Smotrich: “Stiamo aspettando una serie di articoli solidali su Haartez. Continueremo ad aspettare.”

 

In effetti la scorsa settimana ho iniziato a scrivere la mia serie annuale di articoli sul sistematico furto d’acqua a danno dei palestinesi. Sono rimasta sorpresa di non aver trovato nessun servizio giornalistico sui problemi idrici delle colonie. Non ce n’era nessuno sulla radio dell’esercito né su Radio Israele – che notoriamente sostengono clandestinamente il movimento BDS. Ma non ho trovato nessun riferimento nemmeno sui siti web legati alla lobby dei coloni.

 

Dopo tutto, fin dall’inizio di giugno, quando Mekorot, l’impresa nazionale dell’acqua, ha iniziato a ridurre le forniture idriche del 30% fino al 50% ai palestinesi nelle zone di Salfit e Nablus, i portavoce israeliani hanno sostenuto che era in atto una riduzione anche nelle colonie (o, con le parole per niente asettiche di un impiegato palestinese dell’amministrazione civile [denominazione ufficiale del governo militare israeliano nei territori occupati. Ndtr.]: “Stanno tagliando agli arabi in modo che ci sia acqua per i coloni”).

 

Il giornalista di Makor Rishon Hodaya Karish Hazony ha scritto: “Nelle comunità di Migdalim, Yitzhar, Elon Moreh, Tapuah, Givat Haroeh, Alonei Shiloh ed altre ci sono state interruzioni nell’erogazione dell’acqua. ‘A questo proposito siamo tra la follia e la disperazione,’ ha detto un residente.”

 

Così sono andata a verificare la scarsità d’acqua che sta portando la gente tra la follia e la disperazione ad Eli. Ho cercato persone in fila per l’acqua. Non le ho trovate. Allora ho viaggiato dal centro del lussureggiante insediamento all’isolata “Collina n° 9”, il luogo del sobborgo di Hayovel citato nell’articolo.

 

Lì ho trovato due grandi contenitoti blu pieni dell’Autorità delle Acque, con dei rubinetti attaccati. Una scritta chiedeva di “mantenere l’ordine” nell’attesa e ricordava che “sarebbe stata data priorità agli anziani, ai malati ed ai bambini.”

 

Alle 15 circa non ho visto nessun anziano, malato o bambino in attesa vicino ai rubinetti. Neppure un adulto qualunque. Qualche goccia scendeva dai rubinetti e bagnava l’asfalto. Gente saliva e scendeva dalle auto. Erba artificiale adornava le zone nei pressi delle case prefabbricate del quartiere.

 

Vicino al posto di guardia dei soldati, a circa 50 metri da un contenitore d’acqua, c’era un’area di erba naturale che era assolutamente verde. Lì vicino c’erano alcuni alberelli, e il terreno attorno a loro era bagnato, con parecchie pozzanghere. Un soldato ha detto che durante la settimana ci sono state varie interruzioni del servizio idrico, e pensava che i contenitori fossero stati portati giovedì. L’articolo parlava di mercoledì.

 

In un piccolo edificio pubblico lì vicino, il gabinetto era aperto e perfettamente pulito. Lo sciacquone scorreva abbondantemente, e acqua rinfrescante usciva dal rubinetto del lavandino. Una donna che è uscita dalla sua auto vicino al contenitore pieno d’acqua ha detto, timidamente: “L’ho usata qualche volta.” E perché non più spesso? “E’ sgradevole; l’acqua è tiepida.”

 

Più avanti, nel centro di Eli, ho incrociato ragazze che portavano borse con asciugamani e costumi da bagno. “La piscina è aperta? Dov’è?”, ho chiesto.

 

Seguendo le loro indicazioni sono arrivata alla piscina di Eli. Da dietro la recinzione si potevano sentire il rumore dell’acqua e le grida allegre dei bagnanti. L’erba attorno alla piscina era naturale e verde. Mi sono chiesta: “Dov’è la solidarietà? Perché non prendono l’acqua dal centro di Eli e la portano al quartiere che sta soffrendo a causa dell’altezza [della collina, per la mancanza di pressione nelle tubature. Ndtr.]?

 

Makor Rishon ha citato Meir Shilo, responsabile delle infrastrutture del consiglio regionale di Mateh Binyamin: “Il problema è l’eccessivo consumo dovuto all’aumento della popolazione (dei coloni) e soprattutto, pare, per il consumo dell’acqua per l’agricoltura.”

 

Dror Etkes, un ricercatore indipendente della politica di colonizzazione israeliana, ha detto ad Haaretz che nei blocchi di insediamenti che circondano Shiloh “i coloni stanno coltivando 2.746 dunams (circa 274 ettari, la maggior parte attorno a Shiloh: 260 ettari]. Di questi, 213 ettari sono terre private dei palestinesi.”

 

Il che significa: negli ultimi anni i coloni hanno scoperto che la pirateria (contrapposta al furto di Stato) per fini agricoli facilita l’appropriazione di ancor più terreni palestinesi di quanto facciano la costruzione di ville o di case prefabbricate.

 

L’esercito, impedendo ai legittimi proprietari palestinesi di raggiungere la loro terra, ha reso possibile questa forma di pirateria. E questa agricoltura privata illegale determina anche l’aumento nel consumo di acqua a spese dei palestinesi, della loro agricoltura ed acqua potabile.

 

Da Eli ho viaggiato verso ovest fino alla colonia di Kedumim, dove mi hanno accolta le strade lussureggianti. Ho cercato le cisterne d’acqua di cui aveva parlato Smotrich nel suo tweet.

 

Dal parabrezza della mia auto ho visto un cartello: “La piscina di Kedumin è aperta. Iscriviti adesso.” Forse si sono dimenticati di toglierlo dallo scorso anno.

 

Nel quartiere di Rashi sono arrivata fino ad una cisterna per la distribuzione dell’acqua, sotto la tettoia della sala di studi religiosi di Rashi. Dalla parte opposta c’era un camion con una grande cisterna di acqua. Qualcuno tornava da lì con un secchio e si è diretto alle case prefabbricate in cima alla collina.

 

“Sì, ci sono interruzioni nell’erogazione dell’ acqua,” ha confermato. “Un’opportunità di sperimentare l’assedio di Gerusalemme [durante il quale venne rigidamente razionata anche l’acqua. Ndtr.], ” ha aggiunto, riferendosi agli avvenimenti del 1948.

 

E perché non andare giù per rifornirsi d’acqua nei quartieri bassi di Kedumim? “E’ più comodo in questo modo, vicino a casa,” ha risposto.

 

Al rubinetto c’erano bambini che stavano riempiendo vari contenitori. La ragazza vicino al sacco rosso ha detto all’uomo che la stava fotografando: “Assicurati che nella foto si veda la bottiglia.”

 

( Fonte:zeitun.info/ )

Sorgente: 12-7-16_Trovato-una-piscina

Palestine’s ‘Prayer for Rain’: How Israel Uses Water as a Weapon of War

By Ramzy Baroud

Entire communities in the West Bank either have no access to water or have had their water supply reduced almost by half.

This alarming development has been taking place for weeks, since Israel’s national water company, “Mekorot”, decided to cut off – or significantly reduce – its water supply to Jenin, Salfit and many villages around Nablus, among other regions.

Israel has been ‘waging a water war’ against Palestinians, according to Palestinian Authority Prime Minister, Rami Hamdallah. The irony is that the water provided by “Mekorot” is actually Palestinian water, usurped from West Bank aquifers. While Israelis, including illegal West Bank settlements, use the vast majority of it, Palestinians are sold their own water back at high prices.

By shutting down the water supply at a time that Israeli officials are planning to export essentially Palestinian water, Israel is once more utilizing water as a form of collective punishment.

This is hardly new. I still remember the trepidation in my parents’ voices whenever they feared that the water supply was reaching a dangerously low level. It was almost a daily discussion at home.

Whenever clashes erupted between stone-throwing children and Israeli occupation forces on the outskirts of the refugee camp, we always, instinctively, rushed to fill up the few water buckets and bottles we had scattered around the house.

This was the case during the First Palestinian Intifada, or uprising, which erupted in 1987 throughout the Occupied Palestinian Territories.

Whenever clashes erupted, one of the initial actions carried out by the Israeli Civil Administration – a less ominous title for the offices of the Israeli occupation army – was to collectively punish the whole population of whichever refugee camp rose up in rebellion.

The steps the Israeli army took became redundant, although grew more vengeful with time: a strict military curfew (meaning the shutting down of the entire area and the confinement of all residents to their homes under the threat of death); cutting off electricity and shutting off the water supply.

Of course, these steps were taken only in the first stage of the collective punishment, which lasted for days or weeks, sometimes even months, pushing some refugee camps to the point of starvation.

Since there was little the refugees could do to challenge the authority of a well-equipped army, they invested whatever meager resources or time that they had to plot their survival.

Thus, the obsession over water, because once the water supply ran out, there was nothing to be done; except, of course, that of Salat Al-Istisqa or the ‘Prayer for Rain’ that devout Muslims invoke during times of drought. The elders in the camp insist that it actually works, and reference miraculous stories from the past where this special prayer even yielded results during summer time, when rain was least expected.

In fact, more Palestinians have been conducting their prayer for rain since 1967 than at any other time. In that year, almost exactly 49 years ago, Israel occupied the two remaining regions of historic Palestine: the West Bank, including East Jerusalem, and the Gaza Strip. And throughout those years, Israel has resorted to a protracted policy of collective punishment: limiting all kinds of freedom, and using the denial of water as a weapon.

Indeed, water was used as a weapon to subdue rebelling Palestinians during many stages of their struggle. In fact, this history goes back to the war of 1948, when Zionist militias cut off the water supply to scores of Palestinian villages around Jerusalem to facilitate the ethnic cleansing of that region.

During the Nakba (or Catastrophe) of 1948, whenever a village or a town was conquered, the militias would immediately demolish its wells to prevent the inhabitants from returning. Illegal Jewish settlers still utilize this tactic to this day.

The Israeli military, too, continued to use this strategy, most notably in the first and second uprisings. In the Second Intifada, Israeli airplanes shelled the water supply of whichever village or refugee camp they planned to invade and subdue. During the Jenin Refugee Camp invasion and massacre of April 2002, the water supply for the camp was blown up before the soldiers moved into the camp from all directions, killing and wounding hundreds.

Gaza remains the most extreme example of water-related collective punishment, to date. Not only the water supply is targeted during war but electric generators, which are used to purify the water, are often blown up from the sky. And until the decade-long siege is over, there is little hope to permanently repair either of these.

It is now common knowledge that the Oslo Accord was a political disaster for Palestinians; less known, however, is how Oslo facilitated the ongoing inequality under way in the West Bank.

The so-called Oslo II, or the Israel-Palestinian Interim Agreement of 1995, made Gaza a separate water sector from the West Bank, thus leaving the Strip to develop its own water sources located within its boundaries. With the siege and recurring wars, Gaza’s aquifers produce anywhere between 5-10 percent of ‘drinking-quality water.’ According to ANERA, 90 percent of Gaza water (is) unfit for human consumption.’

Therefore, most Gazans subsist on sewage-polluted or untreated water. But the West Bank should – at least theoretically – enjoy greater access to water than Gaza. Yet, this is hardly the case.

The West Bank’s largest water source is the Mountain Aquifer, which includes several basins: Northern, Western and Eastern. West Bankers’ access to these basins is restricted by Israel, which also denies them access to water from the Jordan River and to the Coastal Aquifer. Oslo II, which was meant to be a temporary arrangement until a final status negotiations are concluded, enshrined the existing inequality by giving Palestinians less than a fifth of the amount of water enjoyed by Israel.

But even that prejudicial agreement has not been respected, partly because a joint committee to resolve water issues gives Israel veto power over Palestinian demands. Practically, this translates to 100 percent of all Israeli water projects receiving the go-ahead, including those in the illegal settlements, while nearly half of Palestinian needs are rejected.

Presently, according to Oxfam, Israel controls 80 percent of Palestinian water resources. “The 520,000 Israeli settlers use approximately six times the amount of water more than that used by the 2.6 million Palestinians in the West Bank.”

The reasoning behind this is quite straightforward, according to Stephanie Westbrook, writing in Israel’s +972 Magazine. “The company pumping the water out is ‘Mekorot’, Israel’s national water company. ‘Mekorot’ not only operates more than 40 wells in the West Bank, appropriating Palestinian water resources, Israel also effectively controls the valves, deciding who gets water and who does not.”

“It should be no surprise that priority is given to Israeli settlements while service to Palestinian towns is routinely reduced or cut off,” as is the case at the moment.

The unfairness of it all is inescapable. Yet, for nearly five decades, Israel has been employing the same policies against Palestinians without much censure or meaningful action from the international community.

With current summer temperature in the West Bank reaching 38 degrees Celsius, entire families are reportedly living on as little as 2-3 liters per capita, per day. The problem is reaching catastrophic proportions. This time, the tragedy cannot be brushed aside, for the lives and well-being of entire communities are at stake.

– Dr Ramzy Baroud has been writing about the Middle East for over 20 years. He is an internationally-syndicated columnist, a media consultant, an author of several books and the founder of PalestineChronicle.com. His books include “Searching Jenin”, “The Second Palestinian Intifada” and his latest “My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story”. His website iswww.ramzybaroud.net.

Sorgente: Palestine’s ‘Prayer for Rain’: How Israel Uses Water as a Weapon of War – Politics for the People | Politics for the People

How Israel helps settler groups grab Palestinian land

Last November, Muhammad Abu Ta’ah arrived at his property in Sheikh Jarrah in occupied East Jerusalem only to find it had been fenced off by contractors.

On the three-dunum plot of land, construction had begun on a four-story, 70-office building that would make up the new headquarters for the private settler group Amana.

The property had once been part of an expansive 4,000 dunums (nearly 1,000 acres) of land which Israel expropriated in 1968, one year after its military occupied East Jerusalem. On that land, the state built the French Hill and Ramat Eshkol settlements, in addition to a government compound.

Much of this land had been owned by the Abu Ta’ah family. Until now, they had retained this last slice of property, located between a Palestinian hospital and a main thoroughfare, rented part of it to a car business and turned the rest into a large parking lot.

But now it belongs to Amana, the development arm of the Gush Emunim settlement movement, which has been integral to Israeli colonization of many parts of the occupied West Bank.

Amana also owns Al-Watan, a company based in the West Bank that buys Palestinian land for Jewish settlement and which has been involved in forging Palestinian signatures in dubious land purchases.

A new investigation by the settlement watchdog group Peace Now reveals how several Israeli ministries, led by the Israel Land Administration (ILA), went to extraordinary lengths to steal the Abu Ta’ah family’s last piece of land in order to give it to Amana.

The investigation shows that at every step of the way, the ILA helped Amana circumvent bureaucratic roadblocks to ensure the land became theirs.

“First they exempted Amana from the duty to hold a tender,” Hagit Ofran of Peace Now told the Tel Aviv newspaper Haaretz.

“Then they approved its building plan without it having any real rights to the land. Later the finance minister signed an expropriation in order to retrospectively whitewash the transfer of the land to Amana, and finally, today too, the state continues to fiercely guard this illegal behavior in court, instead of righting the wrongs and returning the land to its owners.”

The series of measures taken to expropriate the land are considered illegitimate by even some of the occupation’s biggest defenders.

The Abu Ta’ah family’s attorney Steven Berman served for 16 years as a legal advisor to the Jerusalem municipality, often defending the city against Palestinian lawsuits against illegal land expropriations.

“I have nothing against expropriating lands, which is a necessary process,” he told Haaretz.

“But in this case they deviated from all rules. What happened here is that ILA officials inappropriately used their power to help a close political body.”

The theft

The misdeeds go back to 1992, at the very beginning of then Prime Minister Yitzhak Rabin’s government, when the ILA agreed to give the land to Amana without a tender. But as Peace Now documents, the ILA was not the owner of the land.

The plan was put on hold, Peace Now speculates, because the Rabin government had published a study scrutinizing the ILA’s misdealings with settler organizations in East Jerusalem. The Klugman report found that the ILA had transferred 68 plots of land to rightwing settler organizations Elad and Ateret Cohanim.

But the agreement was revived in 1997, when Benjamin Netanyahu was first installed as prime minister.

That year, Amana submitted its construction scheme to the Planning Administration claiming that the ILA was the owner of the land, but leaving off their signature as they knew they weren’t the legitimate owners.

Several months later, the Planning Administration noticed the missing signature and twice requested it from Amana before receiving a copy purportedly signed by the ILA’s Amalia Abramovich.

Peace Now intimates that Abramovich’s signature may have been forged, as that was proven to have happened in another case.

Amana also sent the Planning Administration a letter from the ILA’s Avraham Nawi, claiming the land was expropriated.

The deal met another obstacle in 2005, when the Land Registrar refused to register the plot because there was no record that the plot was ever expropriated.

Nevertheless, in 2009, finance minister Yuval Steinitz signed the expropriation of an invented parcel of land including the Abu Ta’ah property that the ILA submitted for expropriation, therefore finalizing the theft of the land.

In court

The government is now defending the expropriation as the family takes it to court.

A Jerusalem court rejected the family’s petition in March. Despite agreeing that there were “flaws” in the approving plan, judge Arnon Darel found that invalidating the agreement would cause too much damage.

Now the Abu Ta’ah family is appealing the expropriation to the Israeli high court.

Jews have settled on Palestinian property ever since Israel’s expropriation of approximately 24,000 dunums (6,000 acres) of privately owned land in the aftermath of its 1967 de facto annexation of East Jerusalem.

Though just a sliver of the original 4,000 dunums expropriated in 1968, the back door deal between the government and a private settler group demonstrates the active hand the Israeli state has played in the continued dispossession of Palestinian land in East Jerusalem.

The Israeli rights group Ir Amim states that “the settlement enterprises in the middle of Palestinian neighborhoods over the last 30 years were seemingly carried out by private bodies, but were in fact rooted in government policy and enabled by it.”

The group has said the land grab in Jerusalem “create[s] a contiguous swathe of right-wing Jewish housing cutting through Sheikh Jarrah and sever[s] areas beyond it from the Old City and historic basin.”

Meanwhile, on Monday, dozens of Israeli settlers occupied a large residential building near the Old City and then performed prayers in its courtyard that overlooks al-Aqsa mosque.

Sorgente: How Israel helps settler groups grab Palestinian land | The Electronic Intifada

La maestra più brava del mondo in visita a Roma

Di Hanan Al-Hroub e di come abbia vinto il Global Teacher Prize 2016, meglio conosciuto come il Nobel dei docenti, abbiamo già scritto. Era il 13 marzo di quest’anno quando Papa Francesco annunciò il suo nome spiegando che la maestra palestinese aveva meritato il premio “per l’importanza che ha saputo dare al ‘gioco’ come parte fondamentale dell’educazione dei bambini”. Bambini costretti a subire i traumi e le violenze che porta con sé l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi. Quegli stessi bambini per cui la maestra più brava del mondo ha detto: “Non posso controllare l’ambiente in cui vivono o proteggerli fuori da scuola. Quindi cerco almeno di garantire loro un ambiente felice e sicuro dentro la scuola”.

Sorgente: Pressenza – La maestra più brava del mondo in visita a Roma

Marking Al-Nakba 68: Events Around the World for Palestinian Return

 

nakba-posters

Events and actions are being organized around the world to mark the 68th anniversary of the Nakba, the expulsion of the Palestinian people from their homes and lands in order to create a Zionist settler-colonial state on the land of Palestine. These events both remember over 68 years of Palestinian struggle, steadfastness, and resistance, but also support the ongoing struggle for Palestinian refugees’ return and the liberation of Palestine.

The imprisonment of Palestinians has always been a tool of the colonial project in Palestine, meant to maintain occupation, apartheid and oppression and criminalize the existence and resistance of Palestinians. From the martial law imposed in 1948 on the Palestinians who remained in the 78% of historic Palestine occupied at that time, to the imprisonment of 7,000 Palestinian political leaders, journalists, and freedom fighters today, the imprisonment of Palestinians and their leaders has always been part and parcel of the Nakba.

Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network is directly involved in Nakba events in several cities internationally and supports mobilizations around the world on this critical day. Numerous events will be taking place throughout occupied Palestine and in the refugee camps of Lebanon, Jordan and Syria.

This list focuses on international events organized by Palestinian communities in exile and diaspora and solidarity movements. In order to add your city’s event to the list below, please email samidoun@samidoun.net or message us on Facebook. This page will be updated regularly!

AUSTRALIA

nakba-sydneySydney

Saturday, 14 May – Palestine Will Be Free Panel, Facebook: https://www.facebook.com/events/1558629097769523/
12 pm, part of the Socialism for the 21st Century Conference, University of Sydney.

Sunday, 15 May – Commemorating the Nakba Demonstration: 68 Years On, Facebook: https://www.facebook.com/events/1402030143429918/
1 pm, Town Hall, Sydney. Organized by Palestine Action Group Sydney

Brisbane

Friday, 13 May – Al Nakba 2016 Vigil. Facebook: https://www.facebook.com/events/1528327857474082/
nakba-southafrica6 pm, King George Square, Brisbane. Organized by Justice for Palestine Brisbane.

SOUTH AFRICA

Johannesburg

Sunday, 15 May – Nakba 1948: Palestinian Catastrophe and Israeli Ethnic Cleansing
1 pm, Zoo Lake, Jan Smuts Avenue, Johannesburg. Organized by Women’s Boat to Gaza, BDS South Africa, Media Review Network, Palestine Solidarity Alliance, South African Jews for a Free Palestine, Food for the Soul

SPAIN

nakba-madridMadrid

Saturday, 14 May – Performance at School of Decolonization. Facebook: https://www.facebook.com/events/1557093397918178/
5:00 pm, Puerta del Sol, Madrid.

Saturday, 14 May – Demonstration followed by performances, dance and Palestinian, African and Latin American food. Facebook: https://www.facebook.com/events/1557093397918178/
6:00 pm, Glorieta de Marques de Vadillo – General Ricardos – Luisa Munoz, followed by La Kupula sala.

Sunday, 15 May – Nakba demonstration for Boycott, Divestment and Sanctions. Facebook: https://www.facebook.com/events/1557093397918178/
1:30 pm, Puerta del Sol, Madrid.

Sunday 15 May – Anniversary of the Palestinian Nakba
5:30 pm, Recinto Ferial, Alcobendas, Madrid, Spain.
Includes collaborative mural, debate with Majed Dibsi, Palestinian journalist and political analyst, theatrical action, photo exhibition. Organied by Madrid Para Todos, the Global Campaign to Return to Palestine, CJA and Alco Sanse en Lucha

nakba-barcelonaBarcelona

11 May – 15 May – Series of events organized by the Coalició Prou Complicitat amb Israel (CPCI). Facebook:
https://www.facebook.com/events/1613965512264082/

Wednesday, 11 May – Seminar: Why is it important to break ties with Israel? Ways toward a just peace. 7 pm, Aula Magna, Faculty of Geography and History, University of Barcelona. With Raji Sourani, Riya Hassan, and Blanca Campos. Moderated by David Bondia and joined by Catalan municipalities who have adopted BDS.

Thursday, 12 May – Raji Sourani at Catalonia Parliament. 4 pm, Parliament of Catalonia.

Friday, 13 May – Hope Award to recognize individuals and groups defending Palestine. 7 pm, Palau Robert, Passeig de Gracia 107, Barcelona. Organized by the Palestinian Community of Catalonia, and hosted by actress Rosa Boladeras.

Saturday, 14 May – Film Screening, “The Land Speaks Arabic.” 6 pm, La Sedeta, Carrer de Sicilia 321, Barcelona, with the participation of Riya Hassan, BNC. Organized by Sodepau and Association Helia.

Sunday, 15 May – Demonstration for Palestine – Long live Palestine! 6 pm, Plaza Catalonia.

nakba-berlinGERMANY

Berlin

Sunday, 15 May – Nakba Day Demonstration, Facebook: https://www.facebook.com/events/226921581019252/
3:00 pm, Karl-Marx-Platz, Berlin. Organized by the Nakba-Tag-Bundnis

Stuttgart

Saturday, 7 May – Palestine Nakba Day
1 pm – 6 pm, Schlossplatz, Stuttgart. With speakers George Rashmawi, Shir Hever, Attia Rajab, Reiner Weigand, Annette Groth, and performers Aeham Ahmed, Muhammad Tamim, Yalla Dabke. Organized by Palestine Solidarity Committee Stuttgart and the Palestinian Community of Stuttgart.

NETHERLANDS

nakba-netherlandsRotterdam

Saturday, 14 May – Demonstration in Commemoration of the Nakba. Facebook: https://www.facebook.com/events/701962599944259/
2 pm – 4 pm, between Markthal and Hoogstraat, organized by Palestijnse Gemeenschap Nederland, Aidoun-Group Nederland, al Awda, Palestijnse Vrouwenunie, het Samenwerkingsverband Rotterdam voor Gaza and Nederlands Palestina Komitee

Groningen

Saturday, 14 May – Demonstration in Commemoration of the Nakba
1 pm – 3 pm, on the Grand Market by the town hall, organized by Palestijnse Gemeenschap Nederland, Aidoun-Group Nederland, al Awda, Palestijnse Vrouwenunie, het Samenwerkingsverband Rotterdam voor Gaza and Nederlands Palestina Komitee

Den Haag

Event TBA, http://www.palestina-komitee.nl/agenda/1226

nakba-amsterdamNijmegen

Event TBA, http://www.palestina-komitee.nl/agenda/1226

Amsterdam

Saturday, 14 May – Demonstration in Commemoration of the Nakba
1 pm – 4 pm, on the Dam and the Spui, organized by Palestijnse Gemeenschap Nederland, Aidoun-Group Nederland, al Awda, Palestijnse Vrouwenunie, het Samenwerkingsverband Rotterdam voor Gaza and Nederlands Palestina Komitee

Sunday, 15 May – Forum on the Nakba, 1948-2016. Facebook: https://www.facebook.com/events/1107523392631820/
3 pm, International Institute for Research and Education, Lombokstraat 40, Amsterdam. With speakers Mohammed Matter, Hatem Bazian, Amin Abou Rashed, Mohammad Altamary, Sami Shabib and Saleh Salayma, Sarah, and Khouloud Ajarma. Organized by Back to Palestine

SWITZERLAND

Zurich

Sunday, 15 May – Organizing for Palestine to Break the Silence. Facebook: https://www.facebook.com/events/271803619829403/
2:30 pm, Autonomous School Zurich, Sihlquai 125, Zurich, Switzerland. Organized by Wir sind mit Ihnen

DENMARK

nakba-copenhagenCopenhagen

Series of events from May 9-May 15
Organized by the Nakba Initiative (Democratic Palestine Committees in Denmark, Boykot Israel, FN Forbundet, Human Rights March, Palaestina Orientering) Facebook: https://www.facebook.com/events/1701774023414034/, https://www.facebook.com/events/231959850498870/

Monday, 9 May  – Palestinian film screenings, 5 pm – 9 pm,  Verdenskulturcentret, Norre Alle 7, 2200 Norrebro

Tuesday, 10 May – History of Al-Nakba – presentation by Professor Nur Masalha of the University of London,  7 pm – 9:30 pm, Verdenskulturcentret, Norre Alle 7, 2200 Norrebro

Wednesday, 11 May – Palestinian culture and music, with dabkeh dance and traditional music performed by Nassim al-Dogom, 6 pm – 9 pm, Verdenskulturcentret, Norre Alle 7, 2200 Norrebro

Friday, 13 May – Demonstration for justice for Palestine, remembering the Nakba of 1948.  Facebook: https://www.facebook.com/events/231959850498870/ , 3 pm – 5 pm,  Radhusplads, Copenhagen. With speakers: Trine Petrou Mach, Bilal al-Issa, Gerd Berlev, and music with Nassim al-Dogom,

nakba-brusselsBELGIUM

Brussels

Saturday, May 14 – Rally to Commemorate the Palestinian Nakba, Facebook: https://www.facebook.com/events/1062648220458440/
1 pm – 4 pm, Place de la Monnaie, Brussels, Belgium. Organized by the Palestinian Community of Belgium.

Maasmechelen

Sunday, 15 May – Movie Screening for Al-Nakba: 5 Broken Cameras. Facebook: https://www.facebook.com/events/629274427223623/
6:30 pm, Valkeniersplein 19B, Maasmechelen. Organized by the Palestine Committee Maasmechelen.

Antwerp

Sunday, 15 May – Silent Wake to Commemorate Al-Nakba, Facebook: https://www.facebook.com/events/1720577544889621/
7:00 pm, Koning Albertpark, Kiosk, Antwerp, Belgium. Organized by Antwerp for Palestine.

FRANCE

nakba-marseilleMarseille

Saturday, 14 May – What Road for Palestine? Marking the Palestinian Nakba, discussion with Khaled Barakat. Facebook: https://www.facebook.com/events/1735832763364560/
6:30 pm, Manifesten, 59 Rue Thiers, 13001 Marseille. Organized by the General Union of Palestinian Students (GUPS) Aix-Marseille and Generation Palestine Marseille

Lyon

Saturday, 14 May – Demonstration to Support the Palestinian People, Facebook: https://www.facebook.com/events/1564176307216565/
2:30 pm, Place Bellecour, 69002, Lyon

Paris

Saturday, 14 May – Nakba: Mass rally in Paris, Facebook: https://www.facebook.com/events/1044453862291686/
3 pm – Place de la Republique. Exhibition on the Nakba, street theater, speeches and more. Organized by CAPJPO-EuroPalestine

Sunday, 15 May – Palestine at Place de la Republique. Facebook: https://www.facebook.com/events/1040660489359802/
2 pm – 10 pm, Place de la Republique, Paris. Films, discussions and presentations commemorating the Nakba. Organized by Cineluttes, Artists for Palestine, Festival Cine-Palestine, Campagne BDS and #PalestineToujoursDebout, Union of Palestinian Associations and Institutions of France (Aljaliya), GUPS Paris, PALMED France, Palestinian Youth Movement France and more.

SWEDEN

Stockholm

Friday, 13 May – Palestinian Family Dinner and Evening Facebook: https://www.facebook.com/events/1689505781301901/ 7 pm – 10 pm, Byblos Restaurant, Storgatan 75, Huvudsta Centrum. Organized by the Palestinian Association in Stockholm.

Saturday, 14 May – Palestinian Cultural Festival 2016, Facebook: https://www.facebook.com/events/490506727788987/
11:30 am – 6 pm, Hallunda Folkets Hus, Borgvagen 1, 145 69 Norsborf (Stockholm)

Malmo

Sunday, 15 May – Demonstration in memory of the Nakba, Facebook: https://www.facebook.com/events/890420817746611/
12:30 pm, Gustav Adolfs Torg, Malmo. Organized by Malmo Palestine Network

Sunday, 15 May – Public Meeting on Palestinian Right of Return
3 pm, Studieframjandet, Ystadgatan 53 (following demonstration). Organized by Group 194

15mayITALY

Milan

Friday, 6 May – Nakba – The Catastrophe after 68 Years. Facebook: https://www.facebook.com/events/1062237983822251/
7:30 pm, CSOA Lambretta, Milan. Featuring a speech by Rajeh Zayed and concert by Al-Raseef. Organized by UDAP (Arab Palestinian Democratic Union.)

Saturday, 14 May – Al Nakba: The day of memory. Facebook: https://www.facebook.com/events/1122523901163241/
8:30 pm, Milano Via Mercanti, Milan. Film Screening of “Al Nakba” documentary. Organized by BDS Milano

Sunday, 15 May – Commemoration of the Palestinian Nakba. Facebook: https://www.facebook.com/events/777360559031857/
3 pm, Piazza Gabrio Rosa, Milan. With Militant Rap performances by Beppe Rebel, Zasta NCF, Liam Vik, Hafiz X and Romio X, Palestinian Poetry, speeches and more. Organized by Fronte Palestina, Palestina Rossa, Global Campaign to Return to Palestine

Redona

Monday, 16 May – Nakba 1948-2016, the Catastrophe Continues  Facebook: https://www.facebook.com/events/1720129394926553/
8:30 pm, Qoelet di Redona. Presentation by Nandino Capovilla, Pax Christi. Presented by Gruppo Iabbok.

Trieste

Monday, 16 May – Nakba anniversary film screening and meeting. Facebook: https://www.facebook.com/events/820710224729453/
8 pm – Sala Bar/Libreria Knulp, via Madonna del Mare 7/a, Trieste, Italy. Screening of “Nakba” documentary by Monica Maurer. Speaker Bassima Awad of the Al-Quds Italian/Palestinian Cultural Institute and the Palestinian Community of Veneto.

TURKEY

Istanbul

Sunday, 15 May – We will not forget the Nakba! Facebook: https://www.facebook.com/events/1742029749372347/
4 pm, Galatasaray Lisisi, Istanbul, Turkey. Organized by BDS Turkiye.

GREECE

nakba-athensAthens

Saturday, 14 May – Crossroads: Castastrophe, Resistance, Freedom. Facebook: https://www.facebook.com/events/1774925339409272/
7:30 pm, Dora Stratou Dance Theatre, Arakynthou 33, Athens, Greece. Cultural event, Organized by the General Union of Palestinian Students – Greece

PORTUGAL

nakba-lisbonLisbon

Tuesday, 17 May – 68 Years of Nakba, Solidarity with Palestine. Facebook: https://www.facebook.com/events/1678654302395719/
6:30 pm – 8 pm, Espaco Bento Martins, J.F. Camide, Largo das Pimenteiras, 6A (Junto ao Colegio Militar). Speeches by Hikmat Ajjuri, Pezarat Correia, Jorge Cadima.

AUSTRIA

nakba-viennaVienna

Saturday, 14 May – Groovy Palestine, Alternative Music from Palestine on Nakba Day, Facebook: https://www.facebook.com/events/605375089624773/
7 pm, OKAZ, Gusshausstrasse 14/3, 1040 Vienna. Includes discussion and performance by Jowan Safadi, Palestinian musician, followed by DJ sets by Kolonel Blip, El Captagon and Neva-i Solomon. Organized by OKAZ, Österreichisch Arabisches Kulturzentrum

IRELAND

Belfast

Thursday, 12 May – BADIL Speaking Tour on Palestinian Refugees
Time and Location TBA. More info: http://www.ipsc.ie/press-releases/nakba-week-badil-speaking-tour-on-palestinian-refugees. Organized by Ireland Palestine Solidarity Campaign.

Sunday, 15 May – Tesco, Stop Trading With Israel Nakba Vigil 2016. Facebook: https://www.facebook.com/events/1738915249676703/
2 pm, Tesco, 2 Royal Ave, Belfast. Call on Tesco to boycott Israeli goods.

nakba-limerickCork

Monday, 9 May – BADIL Irish Speaking Tour on Palestinian Refugees. Facebook: https://www.facebook.com/events/124262787978021/
7 pm, Quay Co-Op, 24 Sullivan’s Quay, Cork. With speakers Lubnah Shomali and Nidal al-Azzah from BADIL. Organized by Ireland Palestine Solidarity Campaign. Tour info: http://www.ipsc.ie/press-releases/nakba-week-badil-speaking-tour-on-palestinian-refugees

Limerick

Tuesday, 10 May – BADIL Irish Speaking Tour on Palestinian Refugees. Facebook: https://www.facebook.com/events/1603383736655913/
7 pm, Perys Hotel Limerick, Glentworth Street, Limerick. With speakers Lubnah Shomali and Nidal al-Azzah from BADIL. Organized by Ireland Palestine Solidarity Campaign. Tour info: http://www.ipsc.ie/press-releases/nakba-week-badil-speaking-tour-on-palestinian-refugees

Dublin

nakba-dublinWednesday, 11 May – BADIL Speaking Tour on Palestinian Refugees. Facebook: https://www.facebook.com/events/1804239273138237/
6:15 pm, Academy Plaza Hotel, 10-14 Findlater Place, Dublin. With speakers Lubnah Shomali and Nidal al-Azzah from BADIL. Organized by Ireland Palestine Solidarity Campaign. Tour info: http://www.ipsc.ie/press-releases/nakba-week-badil-speaking-tour-on-palestinian-refugees

Saturday, 14 May – March and “Moving Gallery” for Palestinian Refugees. Facebook: https://www.facebook.com/events/1157920480940081/
2 pm – 3 pm, St. Stephen’s Green (Grafton St Entrance), Dublin 2. March down Grafton St to the Spire. Organized by the Ireland Palestine Solidarity Campaign.

Derry

Friday, 13 May – BADIL Speaking Tour on Palestinian Refugees.
7 pm, UNISON Building, Clarendon St, Derry. With speaker Lubnah Shomali from BADIL. Organized by Ireland Palestine Solidarity Campaign.

nakba-valdiviaCHILE

Valdivia
Wednesday, 11 May- Al-Nakba, 68 Years of Exile. Facebook: https://www.facebook.com/events/1403070739992193/
6 pm, Sala Auditorium, Austral University of Chile, Valdivia, Chile. With speaker Karmach Elias, Nakba survivor born in Palestine in 1948. Organized by Arab Youth for Palestine Valdivia.

BRAZIL

Sao Paulo

Wednesday, 11 May – Mothers of May, Palestinian Mothers, Mothers Without Borders. Facebook: https://www.facebook.com/events/1712800118984523/
7 pm, Al Janiah, Alvaro Carvalho Street 190, Sao Paulo. Cultural event connecting struggles of Brazilian and Palestinian mothers. Organized by MOP@T (Movimento Palestina Para Tod@s) and the May Mothers Movement.

TUNISIA

Tunis

Saturday, 14 May – Intifada as a bridge of return. Facebook: https://www.facebook.com/events/1013240552106904/
6:30 pm, Avenue Habib Bourguiba, Tunis, Tunisia. Organized by a coalition of parties and groups.

CANADA

Montreal, Quebec

nakba-montrealSaturday, 14 May – Nocturnal Demonstration to Commemorate the Nakba; Facebook: https://www.facebook.com/events/1522138648094029/
7 pm – midnight, Station Metro Mont-Royale, Montreal. Organized by Palestinian and Jewish Unity (PAJU), Solidarity for Palestinian Human Rights – UQAM (SPHR-UQAM) and Tadamon

Sunday, 15 May – Palestinian commemoration festival, Facebook: https://www.facebook.com/events/927354794008542/
11 am – 5 pm, Concordia University, 1455 boulevard de Maisonneuve W., Montreal. With Palestinian cultural show, dance, music and children’s activities.

Toronto

Tuesday, 10 May – Personal stories of Palestinian Nakba Survivors. Facebook: https://www.facebook.com/events/1539654333004677/
7 pm, Beit Zatoun, 612 Markham St, Toronto. Part of the North America Nakba Tour, organized by Free Palestine Movement and Al-Awda Coaliation and co-presented in Canada by the Palestinian Canadian Congress and Canada Friends of Sabeel.

nakba-torontoSunday, 15 May – Commemoration of the Palestinian Nakba, Facebook: https://www.facebook.com/events/214844732229034/
2 pm – 5 pm, Celebration Square, Mississauga. Organized by the National Committee to Commemorate the Nakba 68 – Toronto

Sunday, 15 May – Toronto Palestinian Film Festival Nakba Commemoration, Facebook: https://www.facebook.com/events/997858870282775/
2 pm, Beit Zatoun, 612 Markham St, Toronto. Film Screening of Encounter with a Lost Land with director Maryse Gargour over Skype. Organized by TPFF, Palestinian Canadian Congress, Students for Justice in Palestine – Ryerson.

Winnipeg

Sunday, 15 May – Commemoration of Al-Nakba 1948-2016, Facebook: https://www.facebook.com/events/487890394740895/
1 pm – 4 pm, Memorial Park, Winnipeg, Manitoba. Including commemoration, community voices, Palestine dance, flag making and film screening. Organized by Winnipeg Coalition Against Israeli Apartheid, Canadian Palestinian Association, Canada Palestine Support Network, Independent Jewish Voices, Peace Alliance Winnipeg

nakba-winnipegOttawa

Sunday, 8 May – Personal Stories of Palestinian Nakba Survivors. Facebook: https://www.facebook.com/events/966654723404454/
7 pm, Ben Franklin Place, Chamber Hall, 101 Centrepoint Dr, Ottawa. Part of the North America Nakba Tour, organized by Free Palestine Movement and Al-Awda Coaliation and co-presented in Canada by the Palestinian Canadian Congress and Canada Friends of Sabeel.

Kitchener

Wednesday, 11 May – The Exiled Palestinians. Facebook: https://www.facebook.com/events/1708770512722607/
6:45 pm, Forest Hill United, 121 Westmount St. E., Kitchener, Ontario. Part of the North America Nakba Tour, organized by Free Palestine Movement and Al-Awda Coaliation and co-presented in Canada by the Palestinian Canadian Congress and Canada Friends of Sabeel.

London, ON

Thursday, 12 May – Personal Stories of Palestinian Nakba Survivors. Facebook: https://www.facebook.com/events/1609037986088608/
7 pm, MAC Youth Centre, 366 Oxford St E, London. Part of the North America Nakba Tour, organized by Free Palestine Movement and Al-Awda Coaliation and co-presented in Canada by the Palestinian Canadian Congress and Canada Friends of Sabeel.

UNITED STATES

nakba-ny
New York

Thursday, 12 May – Nakba Remembrance Day Protest. Facebook: https://www.facebook.com/events/1250461684981640/
1:30 pm, Washington Square Park. Organized by NYU Students for Justice in Palestine.

Sunday, 15 May – Nakba Day March for Resistance and Return, Facebook: https://www.facebook.com/events/1720235081568888/
1:30 pm, Rally at City Hall Park before march over Brooklyn Bridge to Cadman Plaza for activities. Organized by NY4Palestine coalition.

Chicago

Sunday, May 8 – Nakba commemoration, with speakers, and entertainment and a children’s program, Facebook: https://www.facebook.com/events/510727702462408/
1:30 pm – 6:30 pm, speakers including Dr. Ahmad Tibi, Debkeh performances, Palestinian food and fashion show; Prayer Center of Orland Park, 16530 104th Ave, Orland Park, Illinois. Hosted by American Muslims for Palestine – Chicago.

Wednesday, 11 May – Nakba: Not Something to Celebrate Vigil, Facebook: https://www.facebook.com/events/1713140805622497/
5:30 – 6:30 pm, 3751 N. Broadway, Chicago. Organized by Jewish Voice for Peace – Chicago.

Thursday, 26 May – USPCN Chicago Nakba Day Commemoration, Facebook: https://www.facebook.com/events/521190604733100/
6:30 pm, Jerusalem Restaurant, 8310 S. Harlem Ave, Chicago. Live testimony from a Nakba survivor, Palestinian folkloric music from Hamze Allaham and Ronnie Malley, USPCN updates. Organized by US Palestinian Community Network Chicago.

nakba-minneapolisMinneapolis

Friday, 13 May – AMP Minnesota Annual Nakba Commemoration
7 pm – Doubletree Hotel, 2200 Freeway Boulevard, Brooklyn Center, MN. Speakers Abdallah Maarouf and Hatem Bazian. Organized by American Muslims for Palestine – Minnesota

Sunday, 15 May – Al-Nakba Protest. Facebook: https://www.facebook.com/events/260517614279372/
1 pm, Loring Park, Minneapolis. Initiated by Anti-War Committee with many endorsers.

Oakland/Bay Area

Sunday, 15 May – George Jackson in the Sun of Palestine. Facebook: https://www.facebook.com/events/551591961667213/
nakba-oakland4 pm, Uptown Auto Body and Fender, 401 26th Street, Oakland. Remember the Nakba, Black Panthers and Indigenous Resistance. Art exhibition and performance highlighting a multimedia exhibition, curated by Greg Thomas. Organized by Art Forces and AROC.

San Francisco

Saturday, 14 May: Stompin Up: Youth Resist through Story and Dance
6 pm, Mission High School, 3750 18th St, San Francisco, CA. Featuring Silk Road Dabke Troupe, Aljuthoor, and more. Organized by Palestinian Youth Movement and Silk Road Dabke Troupe.

Baltimore

nakba-sanfran
Sunday, 15 May – Nakba Day 2016 – Performances by Ryan Harvey and Kareem Samara
. Facebook: https://www.facebook.com/events/232554823767805/
6 pm, Location TBA. Check Facebook, organized by Baltimore – Palestine Solidarity.

Tampa

Saturday, 14 May – Still Walking: Nakba 68, Facebook: https://www.facebook.com/events/1717651068510404/
5 pm – 8 pm, Joe Chillura Courthouse Square. 600 E Kennedy Boulevard, Tampa, FL. Street theatre and reenactment of the Nakba of 1948. March from Joe Chillura Courthouse Park past Jose Marti Park, to the Immigration Statue in Centennial Park.

Knoxville

Sunday, 15 May – Nakba Day Poetry Reading. Facebook: https://www.facebook.com/events/1695026577430712/
12 pm, Market Square, Knoxville, Tennessee. Palestinian poetry read by friends, poets and community members.

nakba-sandiegoSan Diego

Saturday, 14 May – Commemorating 68 Years of Al-Nakba. Facebook: https://www.facebook.com/events/1585392255108855/
5 pm, Balboa Park, 1549 El Prado, San Diego. Includes Palestinian dinner, talk by Dr. Jamal Nassar, music by Naima Shalhoub, testimonies of Nakba survivors. Organized by Nakba Committee (includes Jewish Voice for Peace, KARAMA, BDS San Diego, PAWA SD and CAIR)

Austin

nakba-austinSunday, 15 May – Nakba Film Screening: The Land Speaks Arabic. Facebook: https://www.facebook.com/events/523942177805713/
7 pm, Friends Meeting of Austin, 3701 E Martin Luther King Jr Blvd, Austin, TX. Organized by the Interfaith Community for Palestinian Rights

Cincinnati

Saturday, 14 May, Nakba Tour: The Exiled Palestinians. Facebook: https://www.facebook.com/events/1697292343892426/
5:00 pm, Islamic Association of Cincinnati. Speakers: Nakba survivor Mariam Fathalla, 86, and Amena Ashkar, granddaughter and great-granddaughter of Nakba survivors. Organized by Cincinnati Palestine Solidarity Coalition

Albuquerque

Saturday, 7 May – Commemorating Al-Nakba with Nadia Ben-Youssef. Facebook: https://www.facebook.com/events/488400578020681/
11 am – 1:30 pm, Albuquerque Center for Peace and Justice, 202 Harvard Drive SE, Albuquerque. With speaker Nadia Ben-Youssef of Adalah.

UK

List of activities below via Palestine Solidarity Campaign Nakba Week Schedule. Additional events below.

nakba-weekTue 3 – Dr. Christos Giannou, A Surgeon in the Siege of Shatila, Guilford

Tue 3Prof. Manuel S. Hassassian, Palestinian Ambassador to the UK, Milton Keynes

Wed 4Mahmoud Zawahra, Nottingham

Fri 6Film screening: The Lab (dir. Yotam Feldman), Wolverhampton

Fri 6Mahmoud Zawahra, Cardiff

Sat 7Prof. Karma Nabulsi, Palestine, Freedom of speech and Prevent, Luton

Sat 7Nakba presentation, Bradford upon Avon

Sat 7Tower Hamlets-Jenin Friendship Association Stall for Nakba, London E3

nakba-london1Sat 7Nakba commemorative vigil, Hereford

Sat 7Sabrina Tucci, Ecumenical Accompaniment Programme, Birmingham

Sat 7Nakba stall, Bradford

Sun 8Sponsored Walk for Palestine, Bristol 

Sun 8Olive & PSC present- Palestine: A Journey Through The Culture, London NW10

Sun 8Nakba Week stall, Peterborough

Mon 9 – Live music, poetry & film screening, Tatreez Cafe, London N16

Mon 9Tim Sanders and Mahmoud Zawahra, Tower Hamlets, London E2

Mon 9Film Screening: Nakba, Bristol

Mon 9 Eat for Palestine, Fundraiser, Norwich

Tue 10Nakba, Round Table Discussion with Prof. Karma Nabulsi, Parliament

Tue 10Film screening: Jaffa, the Orange’s Clockwork (dir. Eyal Sivan), London W4

Tue 10Screening of Miko Peled, The General’s Son, London SW9

Awad-Abdul-fattah-11th-May-1Tue 10Mahmoud Zawahra, Oxford Town Hall

Wed 11Film screening: Five Broken Cameras, Wellingborough

Wed 11Awad Abdelfattah (National Democratic Assembly / Balad), London N15

Wed 11Kate Cargin, Living Under Military Occupation, Norwich

Wed 11Dr Khader Abu-Hayyeh, Nakba survivor, Hastings

Thu 12Haya al Farra (Palestinian Mission), Darlington

Wed 11Film screening: Five Broken Cameras, Wellingborough

Wed 11Awad Abdelfattah (National Democratic Assembly / Balad), London N15

Wed 11Kate Cargin, Living Under Military Occupation, Norwich

Wed 11Dr Khader Abu-Hayyeh, Nakba survivor, Hastings

Thu 12Haya al Farra (Palestinian Mission), Darlington

Thu 12Jafar Ramini, The Catastrophe that is Palestine, Salisbury

Thu 12Film screening: Life in Occupied Palestine (by Anna Baltzer, JVP), Exeter

Fri 13Film screening: The Time That Remains (dir. Elia Suleiman), SOAS, London WC1

Fri 13 – The Israel lobby and the European Union, Report Launch, London NW1

Fri 13Film screening: When I Saw You (dir. Annemarie Jacir), Shrewsbury

Fri 13Film screening: Palestine Blues (dir. Nida Sinnokrot), Hereford

Sat 14 – Day-School Conference: Prof Nur Masala, Awad Abdelfattah & more, London WC1

Sat 14Palestinian Forum in Britain, Nakba anniversary protest, London W8

Sat 14Nakba Stall, Edinburgh

Sat 14Remember the Nakba in quiet contemplation, Lancaster

Sat 14Nakba Stall, Barnstaple

Sat 14Paveen Yaqub, Palestinian activism and its relevance to the Nakba, Leeds

Sat 14Nakba Stall, Glasgow

Sat 14 Nakba commemoration, Sheffield Town Hall

Sat 14 – Mahmoud Zawahra, Portsmouth

Sat 14Friends of Al Aqsa: Palestine Exhibition and Fun Day, Edinburgh

Sat 14The Nakba: Palestine Exodus, Video Conference with survivors, Bristol 

Sat 14Nakba stall, Kettering

Sun 15The Tragedy of Palestine, Huddersfield

Sun 15Nakba stall, Northampton

Sun 15Interpal: Nakba Tube Trail, London E17

Sun 15Nakba Day, Lest We Forget, Kingston upon Thames

Sun 15Rafeef Ziadah, We Teach Life Sir album launch, Birmingham

Sun 15Nakba Day Vigil, Manchester

Sun 15 – Nakba Day, ‘Registered Alive’, with Maxine Peake, Ahmed Masoud & more, London N1

Islington

nakba-islingtonFriday, 13 May – Evening for Palestine. Facebook: https://www.facebook.com/events/942198729227447/
7 pm, Hargrave Hall, Hargrave Road, Islington. Palestinian music, food, short film and talks by Palestinian youth. Organized by CADFA.

Manchester

Saturday, 14 May – Nakba Day Commemoration. Facebook: https://www.facebook.com/events/1140770009308235/
12 pm – 9 pm, Piccadilly Gardens, Live Feed from Gaza, talks, music, drama and poetry. 9 pm, Film screening and music.

London

Monday, 16 May – Book Launch and Seminar, “Mapping My Return, A Palestinian Memoir,” by Salman Abu Sitta. Facebook: https://www.facebook.com/events/210407026005655/
6:30 pm, Khalili Lecture Theatre, SOAS, London. Organized by Palestinian Return Centre and Palestine Solidarity Campaign.

Saturday, 21 May – Nakba Narratives 2016 Annual Dinner. Facebook: https://www.facebook.com/events/1595195460797894/
6 pm, Royal Nawaab London. Annual dinner for Interpal with speakers Majdi Aqil, Ang Swee Chai, Yvonne Ridley, Ibrahim Hewitt.

Cambridge

Monday, 16 May – Nakba Talk – One Democratic State with Awad Abdelfattah and Karl Sabbagh. Facebook: https://www.facebook.com/events/580838385418582/
7:30 pm, Friends Meeting House, Jesus Lane, Cambridge. Event chaired by Dr Ruba Salih (Reader at SOAS) and supported by One Democratic State (ODS) and Cambridge Palestine Solidarity Campaign.

 thanks to: Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network

Michael Chabon, scrittore ebreo: l’occupazione israeliana è peggio dell’apartheid

Michael Chabon, scrittore ebreo: l'occupazione israeliana è peggio dell'apartheid

Il noto scrittore statunitense di origini ebraiche, Michael Chabon, ha dichiarato che l’oppressione israeliana contro il popolo palestinese è peggiore del sistema dell’apartheid in Sud Africa.

In un’intervista all’agenzia di stampa francese AFP, Chabon ha dichiarato, ieri, che ha scoperto “la vera natura” dell’occupazione israeliana dopo il viaggio fatto lo scorso aprile, accompagnato da altri autori nordamericani, nei territori palestinesi occupati.

“Parte di ciò che lo rende particolarmente orribile per me e diverso dall’Apartheid è che gli ebrei lo stanno facendo e io sono un Ebreo”, ha precisato durante l’intervista telefonica ad AFP.

Inoltre, in un’altra intervista rilasciata alla pubblicazione ebraica statunitense “The Forward”, Chabon ha dichiarato che l’occupazione dei territori palestinesi da parte del  regime di Tel Aviv è “una grave ingiustizia”, che non ha mai visto.

“Che la gente che ha sofferto una persecuzione orribile e prolungata ha una tale svolta e, inoltre, opprimere un altro popolo ad un livello burocratico tale, è in qualche modo per me molto più duro dell’Apartheid, per quanto orribile è stato l'apartheid e con questo non cerco di minimizzarlo”, ha sottolineato.

Va notato che le dichiarazioni dello scrittore ebreo-statunitense, 52 anni, hanno scatenato reazioni su Internet e le critiche da parte dei media della destra israeliana.

Secondo le fonti, Chabon non ha cominciato ad occuparsi dell’occupazione israeliana fino al suo matrimonio con Ayelet Waldman ebrea, che ha viaggiato nei territori palestinesi, due anni fa. Questo viaggio ha “aperto gli occhi” a lei, ed anche allo scrittore, ha spiegato Chabon.

Lui e sua moglie hanno pubblicato un libro scritto da 25 autori di spicco nordamericani che si concentra su diversi aspetti della vita quotidiana dei palestinesi sotto occupazione israeliana.

Lo scorso aprile, Chabon, insieme ad altri scrittori, tra cui Dave Eggers e Geraldine Brooks, quest’ultima insignita del premio Pulitzer, ha visitato le città palestinesi di Al-Quds (Gerusalemme) e Al-Khalil (Hebron), ed i villaggi vicino alla città di Ramallah, nel nord della Cisgiordania.

Più di mezzo milione di israeliani vivono in più di 120 insediamenti illegali costruiti dopo l’occupazione dei territori palestinesi della Cisgiordania e Al-Quds nel 1967.

Fonte: Hispantv

VIDEO. “They took your house”: viaggio a Sheikh Jarrah

Gerusalemme, 30 marzo 2016, Nena News – “Spesso tornano a casa la notte tardi, completamente ubriachi, urlano e mettono la musica altissima, per disturbarci e non farci dormire. A volte si mettono completamente nudi davanti la finestra di fronte la nostra, e ci insultano, soprattutto a noi ragazze. Sono disgustosi e mia sorella piccola si spaventa”. Mona ha un timbro di voce potente, profondo e leggermente roco, che colpisce di fronte ai suoi soli 17 anni.

“A volte girano col viso coperto da un passamontagna nero, che poi altre volte camuffano come se fosse un normale cappello di lana. E sono pure armati, sempre con una pistola in tasca: è il governo che gliene dà il diritto e che li incoraggia pure. Una mattina uno di loro l’ha puntata contro un mio vicino, un bambino di 4 anni che giocava qui fuori: li aveva svegliati coi suoi giochi!”.

“They Took Your House” è il breve racconto di una convivenza forzata all’interno di pochi metri quadrati: due abitazioni adiacenti, l’una la spalla dell’altra, il cancello e il vialetto d’ingresso in comune, un piccolo giardino, un alberello d’ulivo e una casa illegittimamente presa, occupata con la forza e la barbarie tipica dei coloni.

“They Took Your House” è il breve racconto di una famiglia, ma è la storia di tutto il quartiere, Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est, a pochi passi dalla città vecchia. Ed è la storia di un’intera città, che dopo la prima divisione nel 1948, è stata poi “riunificata” in seguito all’occupazione israeliana anche della parte orientale di Gerusalemme, con la guerra del ‘67. “Riunificata” da una legge israeliana (del 1980) non riconosciuta da alcuno Stato, eccetto Israele, e considerata illegittima da tutta la comunità internazionale, compresi gli Stati Uniti e l’Unione Europea.

“Riunificata” sotto quello stesso potere oppressivo che quotidianamente discrimina, impedisce di muoversi, di andare a scuola o a lavorare, che sequestra e demolisce case, ferisce e spesso uccide, sulla base principalmente dell’appartenenza etnica. Riunificata per tutti i palestinesi di Gerusalemme nello sfortunato e sofferto destino della colonizzazione, eppure allo stesso tempo frantumata ogni giorno di più dalle leggi e dalle autorità sioniste.

Da ormai quasi cinquant’anni, infatti, Israele porta avanti politiche e piani di colonizzazione, miranti a disintegrare l’unità territoriale e soprattutto demografica della parte orientale di Gerusalemme. Ciò avviene attraverso la costruzione di sempre maggiori insediamenti ebraici nel cuore di quartieri storici palestinesi, con l’esproprio insistente e la demolizione forzata di appartamenti, case ed interi quartieri. Avviene attraverso il ritiro dei permessi di residenza e dunque la deportazione al di fuori del muro militare che circonda la città ed il divieto (spesso totale) di accedervi. Avviene attraverso la lenta e costante pulizia etnica attuata dal governo sionista contro la popolazione palestinese.

“Era il primo dicembre del 2009, quando hanno preso la nostra casa. Un gruppo di giovani e aggressivi coloni sionisti, sostenuti da tribunale ed esercito israeliano, sono arrivati la mattina con gli zaini grossi e le valige, buttando fuori tutte le nostre cose, distruggendone molte. Per la mia figlia più piccola è stato un trauma vedere il suo armadietto, il suo cuscino e molti dei suoi giochi rotti e ammucchiati nella terra di fronte casa”. Nonostante gli anni numerosi che gli si leggono sul viso, lo sguardo acuto del padre di Mona,Nabil, trasmette una gran forza e determinazione.

Nel 1956 suo padre, rifugiato palestinese scappato da Haifa dopo l’occupazione israeliana del 1948, ottenne dall’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite dedicata all’assistenza dei rifugiati palestinesi) una piccola casa nel quartiere di Sheikh Jarrah di Gerusalemme Est. È la casa dove Nabil è nato e dove ancora vive sua madre, la nonna di Mona, che ha poi nuovamente accolto il figlio e tutta la sua famiglia quando i coloni gli hanno preso la casa nel 2009.

Quando si sposò, Nabil decise di costruire un nuovo piccolo edificio per la sua nuova famiglia, accanto alla dimora paterna. Tuttavia, con le loro politiche d’apartheid, le autorità israeliane raramente concedono ai palestinesi di Gerusalemme i permessi edilizi, costringendoli dunque a trasferirsi fuori dalla città o a costruire senza permesso. Di conseguenza, sono attualmente oltre 23 mila le case a Gerusalemme Est che hanno ricevuto un ordine di demolizione per la mancanza del permesso edilizio.

In molti altri casi, invece, come in quello della famiglia di Mona e suo padre Nabil, le case non vengono demolite, ma sequestrate e poi assegnate, tramite associazioni sioniste, a coloni israeliani. Il sequestro, invece che la demolizione, è molto frequente soprattutto nella città vecchia di Gerusalemme e nei quartieri che la circondano (come Sheikh Jarrah, Wadi al-Joz, al-Tur e Silwan), in cui Israele sta attuando una pressante politica di colonizzazione e di pulizia etnica.

documentario e testo di Chiara Rodano

thanks to: Nena News

“La pulizia etnica della Palestina”

https://i1.wp.com/www.infopal.it/wp-content/uploads/2012/10/nakba.jpg

A cura di Parallelo Palestina.

Da “La pulizia etnica della Palestina” , di Ilan Pappe, pag. 106-111.

La Consulta aveva esaminato la bozza del Piano Dalet nella seconda metà di febbraio del 1948. Secondo il diario di Ben Gurion, era domenica 29 febbraio anche se uno storico militare israeliano riporta la data del 14 febbraio81. Il Piano Dalet fu completato agli inizi di marzo. In base ai ricordi di molti generali dell’esercito di quel periodo, la storiografia israeliana in genere afferma che il marzo del 1948 fu il più difficile nella storia della guerra. Ma questa valutazione si basa solo su un aspetto del conflitto imminente: gli attacchi dell’ALA ai convogli ebraici verso i loro insediamenti isolati che agli inizi di marzo sortirono un certo effetto. Inoltre, alcuni ufficiali dell’ALA cercarono a quel tempo di resistere alle offensive ebraiche nei villaggi misti oppure facendo delle rappresaglie e terrorizzando le zone ebraiche con una serie di miniraid. Due di questi attacchi diedero al pubblico la (falsa) impressione che dopo tutto l’ALA avrebbe potuto organizzare una certa resistenza in vista di un attacco ebraico.

Infatti, nel marzo del 1948, iniziò l’ultimo tentativo militare palestinese di breve durata per proteggere la propria comunità.

Le forze ebraiche non erano ancora sufficientemente ben organizzate per poter reagire immediatamente e con successo a ogni contrattacco, e questo spiega il senso di sconforto in alcune parti della comunità ebraica. Tuttavia, la Consulta aveva sempre la situazione sotto controllo. Quando si riunirono di nuovo agli inizi di marzo, non presero nemmeno in esame il contrattacco dell’ALA né pensarono che la situazione in generale fosse particolarmente preoccupante. Invece, sotto la guida di Ben Gurion, stavano preparando un master plan finale.

Alcuni membri della Consulta proposero di continuare con la pulizia etnica come mezzo più efficace per difendere le strade che portavano agli insediamenti isolati. La più pericolosa era la strada Tel Aviv-Gerusalemme, ma Ben Gurion stava già pensando a qualcosa di più ampio. La conclusione che egli aveva tratto dal periodo tra la fine di novembre del 1947 e gli inizi di marzo del 1948 era che, malgrado tutti i tentativi giunti dall’alto, mancasse ancora un comando capace sul terreno. A suo avviso, i tre piani precedenti preparati dall’Haganà per l’occupazione della Palestina mandataria – uno del 1937, gli altri due del 1946 – dovevano essere aggiornati. Quindi ordinò una revisione dei piani, e i due più recenti assunsero il nome in codice di Piano B e Piano C.

Non sappiamo quello che disse Ben Gurion a proposito della pulizia etnica alla Consulta nel regolare incontro del mercoledì pomeriggio, il 10 marzo 1948, ma abbiamo il piano che essi misero a punto, che fu approvato dall’Alto Comando dell’Haganà e successivamente inviato come ordine militare alle truppe in Campo.

Il nome ufficiale del Piano Dalet era piano Yehoshua. Yehoshua Globerman era nato nel 1905 in Bielorussia e imprigionato negli anni Venti per attività anticomunista; fu rilasciato dopo aver trascorso tre anni in una prigione sovietica quando Massimo Gorki, amico dei suoi genitori, intervenne in suo favore.

Globerman fu comandante dell’Haganà in varie zone della Palestina e fu ucciso da sconosciuti che gli spararono in macchina nel dicembre del 1947. Era destinato a diventare uno dei comandanti in Capo dell’esercito israeliano, ma la sua morte prematura significò che il suo nome sarebbe stato associato non alle sue capacità militari ma al master plan sionista per la pulizia etnica della Palestina. Era talmente stimato dai colleghi che gli fu conferito alla memoria il grado di generale dopo la creazione dello Stato ebraico.

Pochi giorni dopo l’uccisione di Globerman, l’unità dei servizi segreti dell’Haganà preparo le bozze di un piano per i mesi seguenti. Col nome in codice di Piano D, esso conteneva sia i parametri geografici di un futuro Stato ebraico (quel 68 per cento a cui mirava Ben Gurion), ma anche il destino di un milione di palestinesi che vivevano in quella zona:

Queste operazioni potranno essere svolte in uno dei seguenti modi: o distruggendo i villaggi (incendiandoli o facendoli saltare in aria e poi mettendo delle mine nei detriti), soprattutto i centri abitati che sono difficili da controllare in modo permanente; oppure con operazioni di setacciamento e controllo con le seguenti modalità: si accerchia il villaggio e si fanno perquisizioni. Se c’è resistenza, le milizie armate dovranno essere eliminate e la popolazione espulsa al di fuori dei confini dello Stato.82 I villaggi dovevano essere completamente evacuati o perché si trovavano in luoghi strategici oppure perché poteva verificarsi una qualche forma di resistenza. Questi ordini furono dati quando fu chiaro che l’occupazione avrebbe sempre provocato una certa resistenza e che quindi nessun villaggio sarebbe stato risparmiato, o a causa della sua posizione o a causa del rifiuto all’occupazione. Questo fu il master plan per l’espulsione di tutti i villaggi nella Palestina rurale. Istruzioni simili furono date, in termini quasi identici, per le azioni che avevano come obiettivo i centri urbani palestinesi.

Gli ordini che arrivavano alle unità sul campo erano più specifici. Il paese era diviso in zone secondo il numero di brigate; per cui le quattro brigate originali dell’Haganà divennero dodici in modo da facilitare la realizzazione del piano. Ogni comandante di brigata ricevette un elenco dei villaggi o quartieri da occupare, distruggere e da cui espellere gli abitanti, con date precise.

Alcuni comandanti mostrarono un eccesso di zelo nell’eseguire gli ordini e presero di mira anche altre località. Alcuni ordini, d’altra parte, si rivelarono troppo ambiziosi e non fu possibile eseguirli nei tempi prestabiliti. Questo significò che alcuni villaggi lungo la costa che avrebbero dovuto essere occupati in maggio non furono distrutti fino a luglio. E i villaggi nella zona Wadi Ara -la vallata che collegava Hadera a Marj Ibn Amir (Emeq Izrael) e Afula (oggi Route 65) – riuscirono a sopravvivere ai ripetuti attacchi ebraici durante tutta la guerra. Ma erano l’eccezione: infatti 531 villaggi, 11 quartieri urbani e città furono distrutti e gli abitanti espulsi per ordine preciso della Consulta, emanato nel marzo del 1948. Allora erano gia stati eliminati 30 villaggi.

Pochi giorni dopo la messa a punto del Piano D, esso fu distribuito ai comandanti delle dodici brigate ora incorporate nell’Haganà.L’elenco che ogni comandante ricevette comprendeva una descrizione dettagliata dei villaggi di sua competenza e la loro sorte: occupazione, distruzione ed espulsione. I documenti israeliani rilasciati dagli archivi IDF alla fine degli anni Novanta indicano chiaramente che, contrariamente a quanto hanno affermato storici come Morris, il Piano Dalet fu inviato ai Comandanti delle brigate non come generiche linee guida da eseguire, ma come precisi ordini operativi83,

A differenza delle bozze generali inviate ai leader politici, gli elenchi dei villaggi che i comandanti militari ricevettero non davano indicazioni dettagliate riguardo l’esecuzione della distruzione o dell’espulsione. Non veniva specificato come i villaggi avrebbero potuto salvarsi, ad esempio con una resa incondizionata, che era invece contemplata nel documento generale. Appare anche un’altra differenza tra la bozza inviata ai politici e quella ricevuta dai comandanti militari: la bozza ufficiale indicava che il piano sarebbe stato attivato solo dopo la fine del Mandato; gli ufficiali in campo ricevettero l’ordine di iniziare le operazioni pochi giorni dopo la sua adozione. Questa dicotomia è tipica del rapporto che esiste in Israele tra l’esercito e i politici ancora oggi. Spesso l’esercito non dà ai politici le giuste informazioni relative alle proprie intenzioni: e quanto fecero Moshe Dayan nel 1956, Ariel Sharon nel 1982 e Shaul Mofaz nel 2000.

Ma la versione politica del Piano Dalet e le direttive militari avevano in comune l’obiettivo generale del piano. In altre parole, anche prima che gli ordini arrivassero alle truppe dispiegate, esse sapevano gia cosa avrebbero dovuto fare. Quella coraggiosa e stimata sostenitrice israeliana dei diritti civili, Shulamit Aloni, a quel tempo ufficiale dell’esercito, ricorda che ufficiali politici speciali andavano di persona a incitare le truppe demonizzando i palestinesi e invocando l’Olocausto come punto di riferimento per le operazioni future, spesso proprio il giorno successivo alla seduta di indottrinamento84.

Dopo l’approvazione della Consulta del Piano Dalet, il capo di Stato maggiore, Yigael Yadin, convocò gli ufficiali dell’intelligence dell’Haganà nella sede del servizio sanitario pubblico, Kupat Holim, in via Zamenhof a Tel Aviv (ancora oggi sede del servizio, di fronte a un noto ristorante indiano). Centinaia di ufficiali affollarono una Sala che normalmente è quella di ricevimento per i pazienti.

Yadin non li informò del Piano Dalet: gli ordini erano stati impartiti quella settimana ai Comandanti delle brigate, ma egli comunicò loro un’idea generale che non doveva lasciare dubbio alcuno sulla capacità delle loro truppe di eseguire il Piano. Gli ufficiali dell’intelligence erano anchein un certo senso politruk (“Commissari politici”), e Yadin si rese conto che doveva spiegare la discrepanza tra le dichiarazioni pubbliche della leadership sull’imminente “secondo Olocausto” e la realtà che le forze ebraiche non avrebbero incontrato resistenza nell’evacuazione pianificata di un territorio che sarebbe stato trasformato nel loro Stato ebraico. Yadin, teatrale come sempre, cercò di colpire i suoi ascoltatori: poiché a loro sarebbero stati impartiti ordini di occupare, conquistare ed espellere una popolazione, meritavano di ricevere una spiegazione sul da farsi, visto poi che si leggeva sui giornali e si sentiva dire dai politici che essi stessi erano “in pericolo di annientamento”. Yadin, alto e snello, che sarebbe diventato una figura ben conosciuta a tutti gli israeliani, informò con orgoglio il pubblico: “Oggi abbiamo tutte le armi che ci servono; sono già state imbarcate e gli inglesi se ne stanno andando via, e appena avremo queste armi la situazione sulle frontiere cambierà del tutto85.

In altre parole, mentre Yigael Yadin descrive le ultime settimane di marzo del 1948 come il periodo più duro della guerra, potremmo invece pensare che la comunità ebraica in Palestina non correva in realtà il pericolo di annientamento: stava solo affrontando alcuni ostacoli sul percorso del piano di pulizia etnica. Queste difficoltà erano la relativa mancanza di armi e l’isolamento di insediamenti ebraici all’interno dello Stato arabo. Particolarmente vulnerabili risultavano alcuni insediamenti nella Cisgiordania e quelli nelle zone nord-occidentali del Negev (Negba, Yad Mordechai, Nizanim e Gat). Questi quattro insediamenti sarebbero rimasti isolati anche dopo l’entrata dell’esercito egiziano in Palestina che li occupò per breve tempo.

Anche alcuni insediamenti nell’alta Galilea non poterono essere raggiunti o difesi facilmente poiché erano circondati da molti villaggi palestinesi che ebbero la fortuna di essere protetti da diverse centinaia di volontari dell’ALA. Lnfine, la Strada per Gerusalemme fu sottoposta a un pesante fuoco di cecchini palestine si, tanto da far si che in quel mese si diffondesse un senso di assedio nelle zone ebraiche della città.

Il mese di aprile del 1948, secondo la storiografia ufficiale israeliana, fu un momento di svolta. Secondo questa Versione, la comunità ebraica isolata e minacciata in Palestina si spostava dalla difesa all’attacco, dopo essere scampata alla sconfitta. La realtà della situazione non avrebbe potuto essere più diversa: lo squilibrio militare, politico ed economico delle due comunità era tale che non solo la maggioranza degli ebrei non correva alcun pericolo, anzi, tra gli inizi del dicembre del 1947 e la fine di marzo del 1948, il loro esercito aveva portato a termine la prima fase della pulizia etnica in Palestina, ancora prima che il master plan fosse messo in pratica. La svolta in aprile fu lo spostamento da attacchi e contrattacchi sporadici contro la popolazione civile palestinese verso la sistematica megaoperazione di pulizia etnica che sarebbe seguita.

thanks to: Infopal

Mapping the occupation in Hebron: an interactive exploration of urban space

Collage by Your Middle East, the interactive web platform is seen on the right

A young Italian architect carefully mapped resistance and occupation in Hebron’s Old City. The web platform she created provides a unique means to understand how Jewish settlements and Israeli military presence are contributing to the city’s slow death.

Zakyeh Mahmood Qasrawi belongs to that tiny minority of Palestinian people who decided to remain in Hebron’s Old City. Back in 2005, during a curfew, Israeli soldiers blocked her house’s main entrance on al-Shuhada street, forcing her family to find an alternative passage through the neighbouring courtyards. Since then, to exit and come back home, 80-year-old Zakyeh is obliged to use her neighbour’s main entrance, cross the rooftop and pass by a door of fortune opened from there. Her full story, along those of other Palestinian families residing in Hebron’s historical centre, are reported by Mapping the Apartheid: a unique and innovative lens to understand how Israeli occupation impacts Hebron’s urban life.

“Zakyeh offers an eloquent example of the situation on al-Shuhada street,” explains Marianna Castellari, heart and mind behind the project. “Due to Israeli settlers and soldiers, families living there had indeed to socially and spatially reinvent their lives; and Mapping the Apartheid simply wants to portray their daily struggle”. Marianna, a former Italian student in Architecture from the Polytechnic School of Milan, has been living and working in Ramallah for a year. Before coming back to Italy in late February, she spent two months in Hebron for fieldwork, and in collaboration with Youth Against Settlement, a local NGO of Hebronite Palestinians, and the Polytechnic School of Hebron, her project eventually took shape.

“Although I was working on my own, their commitment was of great help and motivation to me. The majority of the stories we gathered and reported actually came from the NGO’s members; and Suhaib, a web developer from Hebron’s university who worked on the website, participated with such enthusiasm that I really had never expected. Today, in seeing the platform published, I think I really owed it to all of them.”

hebroninteractive.jpg

Captivating in graphics and solidly underpinned by in-depth research, Mapping the Apartheid features an interactive web-platform where anyone – from area studies’ experts to people simply interested in gathering information – can ascertain the situation on the ground. Thematic maps, powerful images, stories from local families and careful graphic reconstructions of key urban sites merge into a comprehensive canvas, which for clarity and precision of representation leaves very little room for revisions. “It’s actually very difficult to give a sense of what’s happening in Hebron after decades of occupation,” Marianna says, “if one really wants to gather information, there are either official reports or news articles, yet both are very technical and specific”. She continues: “With this in mind, we spent a long time discussing an effective way to report about the city and we (concluded) that words weren’t enough. We needed some graphic and visual materials in order for people to get into the topic and mapping patterns of resistance and occupation at the urban scale featured as a more accessible, yet profoundly objective, means of denunciation.”

Hebron is the second largest Palestinian city and the only one with Israeli settlements within its urban centre. While a Jewish minority has historically featured in the city’s demography until 1931 – when the arrival of Zionism contributed to ignite communal strife between Jews and Arabs – the first Israeli settlements started in the 1967 war’s aftermath.

At that time, a growing number of Israeli Jews – informed by a Zionist ideology mixed with religious fundamentalism and mainly coming from the US and Israel – increasingly settled in Hebron’s Old City. Without going through the whole story of the occupation (which you can find on a detailed timeline on the project’s website) today’s Hebron is divided into two separate zones, H1 and H2, under Palestinian and Israeli military control respectively. Zone H2 also embraces Hebron’s Old City, where 4,000 Israeli soldiers watchdog a difficult coexistence between 35,000 Palestinians and 500 Jewish settlers.

streethebron2.jpg

Within this context, the relationship between settlers, the Israeli government and its soldiers on the ground could be defined by a coordination of state and non-state actors, geared to produce socio-spatial fragmentation in the Palestinian front. In other words, settlers move into Hebron’s Old City – often motivated by a nationalist and fundamentalist bias – and the Israeli state provides them with financial support and the army eventually guarantees their security; a security concern which is also instrumental in perpetuating their military presence.

“Since the city is a sacred site for all three Abrahamic confessions, the conflict for Hebron has often been described as a matter of religion. Yet, the struggle is primarily about space, territory and land control,” Marianna concludes, adding that “as al-Shuhada Street shows, Hebronite Palestinians have been deprived of the road space, impeded to drive forward their businesses and forced to change their relationship to public and private spaces.”

At the time of writing, four different settlements stand in Hebron’s Old City, while an intricate network of security checkpoints, street closures and barricades criss-cross the urban fabric. Palestinians’ daily existence is spatially hindered by an expanse of physical barriers and socially frayed by a hopeless war of attrition, preventing their life to unfold normally. It is precisely this widening rift between social and urban fabrics that condemn Hebron’s historical centre to a slow death.

thanks to: Your Middle East

GAZA. Sanità in ginocchio, vittima del blocco e dei conflitti politici

Intervista ad Angelo Stefanini, Coordinatore dei programmi sanitari della Cooperazione Italiana nei Territori Palestinesi Occupati dal 2008 al 2011 e rappresentante a Gerusalemme dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2002

Unrwa

Intervista di Federica Iezzi

Gaza, 10 marzo 2016, Nena News – A seguire l’intervista realizzata da Federica Iezzi ad Angelo Stefanini, Coordinatore dei programmi sanitari della Cooperazione Italiana nei Territori Palestinesi Occupati dal 2008 al 2011 e rappresentante a Gerusalemme dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2002.

Com’è la situazione sanitaria a Gaza oggi?

La situazione sanitaria palestinese è frutto di tutta la sua storia. La caratteristica principale è quella della sua frammentazione. Frammentazione tra il Ministero della Sanità, l’UNRWA e le varie Organizzazioni Non Governative palestinesi e internazionali. Ognuna delle ONG ha la propria storia, loyalty, ambiti e compiti specifici. Nessuna inoltre sembra essere esente da posizioni politiche, anche se tutte si dichiarano apolitiche. Uno dei fattori principali che impattano e che sono responsabili di come si sta sviluppando o desviluppando il sistema sanitario sia in Cisgiordania sia a Gaza, risulta essere proprio la Comunità Internazionale con i suoi aiuti. L’enormità di aiuti che riceve un palestinese pro-capite è mal distribuita e consegnata con poca coerenza. E questo riflette il senso di colpa che ha la stessa Comunità Internazionale per non riuscire a risolvere la situazione politica. Anche se gli aiuti si pensa abbiano solo un impatto di tipo tecnico, in una situazione di conflitto come nei Territori Palestinesi, hanno indubbiamente un impatto sull’andamento di quello che una volta chiamavano ‘processo di pace’. Perché? Perché l’aiuto avrà un suo destinatario preciso che può essere una famiglia, un ospedale, un settore all’interno del sistema sanitario, una ONG locale, il Ministero della Sanità, l’UNRWA. Il fatto stesso che si aiuti uno e non evidentemente l’altro crea già i presupposti per un conflitto interno. Se con uno specifico aiuto viene rinforzata una sezione, viene indebolita in qualche modo l’altra, quindi inevitabilmente gli aiuti hanno un effetto divisivo nelle dinamiche interne.

L’effetto divisivo è visibile anche sulla popolazione?

Purtroppo anche sui civili. In queste ore un’enorme quantità di aiuti sta arrivando dagli Stati Uniti, per essere indirizzati esclusivamente al settore privato sanitario palestinese. Questo vuol dire che si va a rafforzare uno degli attori del sistema sanitario, a scapito dell’altro. E quindi a privilegiare uno degli attori che non dovrebbe essere il principale. Il sistema sanitario di un Paese democratico in genere dovrebbe essere gestito e governato dalla struttura politica. Le politiche sanitarie sono parte dell’entità governativa. In questo caso si rafforza un attore in un modo che decide il mondo esterno. Quindi anche il processo dell’identificazione delle priorità che, per definizione, è un percorso politico viene ad essere completamente scavalcato.

E’ una mossa politica da parte degli Stati Uniti?

Non forse esplicitamente ma in modo piuttosto ovvio, il Ministero della Sanità di Ramallah non ha mai avuto nessuna intenzione di rafforzare la sanità di Gaza, perchè il successo di questa sulla Striscia, sarebbe stato equivalente a un successo di Hamas. Le aspettative e le politiche di Fatah sono uno dei fattori principali che deframmentano il sistema sanitario gazawi.

Come l’occupazione ha modellato gli attuali sistemi sanitari a Gaza?

La situazione di Gaza è asimmetrica per la prevalenza di rifugiati. Ne consegue un autorevole potere dell’UNRWA, con i suoi interventi di alta qualità che operano solo in parallelo con il Ministero della Sanità gazawi. Un esempio è proprio la gestione ‘privata’ delle loro cliniche per la Primary Health Care. Uno dei progetti portati avanti dalla Ong Palestine Children’s Relief Fund Italia, al momento sostenuto dalla Regione Toscana, “Cooperazione sanitaria pediatrica per l’emergenza a Gaza”, prevede proprio l’organizzazione di un workshop per permettere prima di tutto la comunicazione tra le parti. Il fine ultimo è la collaborazione tra UNRWA, con i suoi centri sanitari che coprono il 70% del fabbisogno a Gaza, Ministero della Sanità, con i suoi servizi, i suoi ospedali e le sue strutture sanitarie, e altre ONG indipendenti. Le conseguenze dell’erogazione dei servizi in maniera frammentaria sono: le destinazioni difformi e la ripetizione degli stessi esami per la stessa persona in seno ai tre attori sanitari principali. L’impatto degli aiuti paradossalmente ha un effetto divisivo, rallenta il processo di pace e acuisce il conflitto, aumentando le divisioni e le discrepanze.

Quali sono le colpe dell’occupazione?

Alle morti legate alle offensive militari israeliane su Gaza, è da aggiungere una violenza strutturale, dovuta a una quotidiana perdita di salute per la situazione di povertà, di stress, di condizioni psicosociali degradanti. In Cisgiordania la violenza è indiretta, più subdola, fatta dalla frustrazione quotidiana di chi non riesce a muoversi, dalla demolizione delle case, dalle incursioni militari notturne, dalla paura per la tortura nelle carceri. Questo ha un impatto devastante nella stessa salute della popolazione. L’accesso ai materiali sanitari a Gaza è ridotto in modo considerevole. Per esempio, tutti i farmaci che vengono destinati alla Striscia devono attraversare il Central Store di Ramallah e spesso non ricevono il nulla-osta al passaggio.

L’ostruzionismo non è evidente, non è eclatante ma si percepisce chiaramente. Ancora, la qualità delle prestazioni mediche e dei servizi nei Territori Palestinesi continua a inclinarsi perchè se un medico palestinese non ha la libertà di partecipare a meeting o conferenze internazionali, non ha la possibilità di confrontarsi con altri medici, non può aggiornarsi per mezzo della lettura di articoli scientifici, non avrà mai uno stimolo a migliorare e ad aumentare il suo standard qualitativo. Possibile che non si possa fare in modo che i donatori si assumano le proprie responsabilità dal punto di vista di accountability? Se con un aiuto si crea un problema è responsabilità del donatore la risoluzione del problema.

La Comunità Internazionale fa di tutto per aiutare i palestinesi, però non riesce a smuovere di un millimetro la posizione di Israele da un punto di vista politico, dal punto di vista dell’occupazione. Mantenere lo status-quo vuol dire normalizzare una situazione che è inaccettabile secondo le norme del Diritto Internazionale Umanitario. E in questo modo la Comunità Internazionale si ritrova paradossalmente a sovvenzionare Israele. Secondo la quarta Convenzione di Ginevra, il Paese occupante ha la responsabilità del benessere del Paese occupato, e invece a Gaza la garanzia è data dalla Comunità Internazionale a proprie spese. E i fondi che Israele non spende per il benessere del Paese occupato, magari li spende per armamenti militari.

Come si può migliorare la salute della popolazione di Gaza?

Devono prima di tutto migliorare le condizioni di vita e i determinanti sociali, quali, il livello di occupazione, l’istruzione, la qualità della quotidianità. Ma finché si ha un Paese che viene mantenuto a livello minimo anche di alimentazione, tanti discorsi hanno poco senso. Il sistema può essere migliorato capillarizzando e uniformando i servizi sanitari di base, secondo i bisogni reali della popolazione. Sempre con l’idea del ‘primum non nocere’, quindi senza creare più divisioni di quelle che già sono presenti, a causa della non corretta distribuzione degli aiuti.

Il territorio di Gaza è ben coperto dai Primary Health Care che però non hanno tutti lo stesso livello di qualificazione. I centri dell’UNRWA sono molto più efficaci, molto meglio organizzati, molto meglio forniti rispetto a quelli del Ministero della Sanità. Perché gli investimenti sono maggiori, perché hanno un personale selezionato in base a qualità e non in base all’appartenenza politica. Nei Centri si inizia a portare avanti il programma della ‘Family Health Team’, in cui il personale sanitario lavora in maniera multidisciplinare avendo come target la famiglia nella sua interezza. Questo significa mirare l’intervento sanitario al benessere globale della famiglia.

thanks to: Nena News

Israel’s collective punishment

12696353_10207462299190010_627410963_o

PNN/Jenin

Since Wednesday night, February 3, the Israeli occupation forces (IOF) has imposed a closed military zone on the village Qabatiya, reportedly preventing all entrances and exits to and from the Jenin-district town, which counts 25,000 inhabitants.

This follows the Wednesday’s combined shooting and stabbing attack carried out by three Palestinian youths, killing 19-year old Israeli occupation policewoman Hadar Cohen at the Damascus Gate in occupied East Jerusalem’s Old City.

According to locals, the IOF closed the Khirbat al-Wahid road on Friday with bulldozers, cutting off the last opening for movement in and out of the town, apart from humanitarian concerns. The seven entrances have all been blocked off with large mounds of dirt dug from the village’s land according to Middle East Eye (MME). Agricultural roads that locals had been using as detours to cross out of the town were also closed.

House demolition, road closures, intensive security checks, and complete blockades of villages or districts have become commonplace in the occupied territories, despite criticism from the international community and human rights groups that the measures operate as collective punishment.

Since Wednesday, at least 13 residents of Qabatiya have been injured by live fire and tear gas during clashes with IOF. A 15-year-old boy was also critically injured after being run over by a military jeep.

Palestinian Prime Minister Rami Hamdallah on Saturday decried according to Maan News the “collective punishment” imposed by Israel on residents of Qabatiya.

“Ongoing Israeli policies of collective punishment, field executions, and blockading Palestinian cities, villages, and refugee camps will worsen the security situation in the area,” Hamdallah said. “By confining our people and suffocating them with military checkpoints, Israel is violating all international laws and conventions,” he added.

The Prime Minister held Israel responsible for the ongoing deterioration of the situation in Qabatiya, because the inhabitants have seen ongoing clashes between the local youths and military forces.

The village’s mayor, Mahmoud Kameel, who shares his last name almost half its residents, said in an interview with MEE, he believed Israel’s actions were unconscionable and amounted to collective punishment.

“Punishing 25,000 people because of the actions of three teenage boys – in what country is that okay?” Kameel said. “These people didn’t do anything, but they are here stuck in their homes, not able to work, not able to live because Israel has chosen to punish tens of thousands for the actions of three boys.” he added.

Ahmad Mohammed Kameel, the father of one of the three teenagers in the Jerusalem attack, told MEE that he agreed with the mayor’s sentiment. His son was not political, he said, but the pressure of the current upheaval could have been a breaking point and the trigger to “fighting the occupation”.

Ahmad did not condemn his son’s actions, saying that any Palestinian would be honored to have a “martyr” in their family, much like other countries supporting their fallen soldiers. But there are feelings of loss.

“I am just thankful for the support of my village,” Ahmad said.

While Ahmad is sure his home will be destroyed, the youths of the village have vowed not to allow the demolition to happen without a fight.

Sari Bashi, a spokeswoman for Human Rights Watch, told MEE that it was not necessarily unlawful to close the entrance to a village for a short time, for example to arrest a suspect.

However, “if the closure were to continue it would risk being disproportionate, or even a measure imposed for reasons for collective punishment”.

thanks to: PNN

L’occupazione israeliana finirà improvvisamente

La forza delle organizzazioni che lavorano per la fine dell’occupazione e dei loro sostenitori è più grande di quello che pensiamo.

di Michael Sfard.  

Haaretz, 23 gennaio 2016 

Polizia di confine israeliana controlla i documenti di una donna palestinese vicino ai blocchi di cemento appena piazzati in un quartiere di Gerusalemme Est. 15 ottobre 2015. AP.

Polizia di confine israeliana controlla i documenti di una donna palestinese vicino ai blocchi di cemento appena piazzati in un quartiere di Gerusalemme Est. 15 ottobre 2015. AP.

Un giorno l’occupazione finirà. Probabilmente finirà in un sol colpo. E quando questo succederà, ci si accorgerà all’improvviso che tutti erano contro l’occupazione. Che i politici si erano dati da fare per mettervi fine, che i giornalisti si erano instancabilmente adoperati a denunciare le sue ingiustizie, che le istituzioni culturali l’avevano condannata coraggiosamente e che il mondo accademico era un centro di ostinata resistenza da cui la battaglia traeva supporto ideologico e morale. Insomma, tutti facevano parte della Resistenza.

Un giorno l’occupazione finirà perché regimi di questo tipo non sono sostenibili. Sono destinati a cadere perché i regimi di oppressione, quasi per definizione, sono precari.

È vero che è difficile immaginarselo ora, perché razionalmente ci aspetteremmo di vedere in anticipo dei segnali che presagiscano un cambiamento di questa portata, e in realtà attualmente non vediamo simili premonizioni. Ma i processi storici non seguono necessariamente un cammino lineare.

Le basi su cui posa l’occupazione possono sembrare stabili. Ma è certamente possibile che al di sotto, vicino alla crosta, si stiano formando delle fessure. Nascono crepe sempre più ampie. Chi ci sta sopra non le vede. Pensano che il terreno sia più solido che mai. E poi, senza preavviso, le crepe si allargano e il suolo crolla come in una pozza del Mar Morto. Un giorno l’occupazione finirà, così come è stato sgominato l’apartheid in Sud Africa, così come è caduto il muro di Berlino, senza che nessuno si aspettasse questi eventi nemmeno poco prima che accadessero.

E allora, quando l’occupazione sarà finita, scopriremo che gli Israeliani che facevano dimostrazioni nel villaggio cisgiordano di Bil’in non erano qualche centinaio, ma decine di migliaia. E che tutti sostenevano l’organizzazione per il diritti B’Tselem. Succede così quando la memoria è corta. Nel migliore dei casi viene rimossa, nel peggiore viene sostituita con una memoria immaginaria.

Un soldato israeliano a un checkpoint della Cisgiordania. AP.

Un soldato israeliano a un checkpoint della Cisgiordania. AP.

E allora, quando l’occupazione sarà finita, è poco probabile che noi istituiremo comitati per la verità e la riconciliazione, perché non abbiamo una tradizione di pubbliche contrizioni. Dopo tutto, veniamo da una cultura in cui si chiede scusa e ci si pente solo un giorno all’anno [lo Yom Kippur, ndt], e anche allora è una cosa che rimane tra noi il Signore. Eppure, quando l’occupazione sarà finita e dovremo riabilitare la società israeliana, non lo potremo fare senza ammettere le colpe del passato, senza trarne un insegnamento. Gli avvenimenti degli ultimi giorni mostrano quanto dovrà essere grande il lavoro di riabilitazione, quante ferite dovranno essere curate profondamente. E allora, quando formuleremo un nuovo patto sociale per Israele, dovremo esaminare attentamente quello che abbiamo fatto agli altri e a noi stessi, e capire cosa, presi come società, siamo capaci di fare.

Se non interiorizziamo il crimine che abbiamo commesso su milioni di persone per un’intera generazione, se non ci rendiamo conto del razzismo, del fascismo e del maccartismo che è cresciuto in mezzo a noi, non saremo capaci di formulare le linee guida che ci permettano di evitare tutto ciò nel futuro.

Questi sono tempi difficili. La destra vuole seppellire ad ogni costo qualunque critica alla politica del governo, per far sì che l’occupazione coloniale diventi un fatto compiuto irreversibile. Per questo ci troviamo ora di fronte a un attacco sistematico e coordinato, che si avvale di spie, di provocazioni aggressive, di leggi ‘alla Putin’ dirette contro le ultime sacche di resistenza all’occupazione, cioè contro le organizzazioni della società civile. Tutte le altre sono state già sconfitte e ridotte al silenzio, o hanno abbandonato.

Ci si accorge all’improvviso che il rinoceronte non solo non è in via di estinzione, ma che è stato prolifico, si è moltiplicato e ha invaso il territorio. Rimangono solo gli ostinati bastioni di Breaking the Silence, B’Tselem, Yesh Din, Peace Now e loro simili. Non si può non vedere il sangue che cola dalle labbra di quelli che assaltano questi bastioni. Non si può non scorgere il metodo di combattimento con cui le forze di assalto distruggono nel loro percorso l’intero patrimonio morale di questo paese. Non si può non essere preoccupati.

Ma a questo punto dobbiamo ammettere che questa brutale offensiva dimostra che la destra apparentemente sa qualcosa che noi non sappiamo. Sanno di avere buoni motivi per preoccuparsi di noi. Dobbiamo metterci in testa una cosa: che la forza delle organizzazioni che lavorano per la fine dell’occupazione e dei loro sostenitori è più grande di quello che pensiamo. L’ironia disfattista che sentiamo spesso tra coloro che si battono contro l’occupazione è ingiustificata. La forza tremenda, minacciosa e violenta che si è scatenata contro di noi, dice qualcosa di buono per noi. Dato che nel frattempo la destra estrema, il centro-destra e i loro alleati del misero centro non crollano nei sondaggi, qual è allora il motivo di questa paura e, allo stesso tempo, il segreto della nostra forza?

La risposta è semplice. Il mondo è governato da forze diverse. Noi vediamo e avvertiamo chiaramente ogni giorno le forze politiche, economiche e militari. Ma ci sono anche altre forze meno visibili, che operano in modo meno scoperto. Una di queste è proprio un’idea: che tutti gli esseri umani sono uguali ed hanno tutti uguali diritti perché sono esseri umani. Questa idea è alla base delle più grandi e più importanti rivoluzioni della storia. È un’idea che funziona come la materia oscura dell’universo: in silenzio. E quest’idea, insieme a coloro che combattono l’occupazione, ci spinge verso la fine dell’occupazione e all’avvento di un sostanziale cambiamento nel modo in cui funziona la società israeliana. Conferisce a queste che sembrano piccole e deboli organizzazioni una potenza incredibile. E porterà alla fine dell’occupazione. Non dico che l’occupazione finirà domani, non so quando succederà. È purtroppo possibile che ancora molto sangue debba essere versato lungo il cammino. So solo che la lotta non è finita. Non è finita né la lotta per porre fine all’occupazione, né la lotta per cambiare la società israeliana.

Michael Sfard è consulente legale per alcune delle organizzazioni ricordate in questo articolo.

Michael Sfard

Collaboratore di Haaretz

http://www.haaretz.com/opinion/.premium-1.698821

(traduz. di Donato Cioli)

thanks to: Assopace Palestina

I Bambini del Campo

Sheren Khalel and Abed Al Qaisi and Sheren Khalel and Abed Al Qaisi on January 22, 2016

 

Giovedì 21 Gennaio,

i bambini dai campi profughi di Aida e Beit Jibrin a Betlemme hanno parlato a Mondoweiss sulla loro vita nei campi. Volevamo capire esattamente quanto i bambini avessero capito dell’occupazione militare attorno a loro, e quanto normale ritenessero le proprie vite. Con il permesso dei loro genitori, abbiamo chiesto a cinque bambini per strada ciò che pensavano dei due campi. Tutte le risposte sono state spontanee ed improvvisate e, come si è scoperto, i ragazzi hanno capito e hanno vissuto sulla propria pelle, molte cose.

Molti tra i bambini hanno parlato di gas lacrimogeni, soldati, e di aver paura ad uscire. Tutti i bambini hanno visto familiari uccisi, arrestati, feriti e arrestati dalle forze israeliane – questa è la vita in molti campi profughi della Cisgiordania occupata. Eppure, i bambini hanno grandi speranze, raccontando a Mondoweiss che vogliono diventare medici, avvocati e ingegneri una volta cresciuti.

Fonte: http://mondoweiss.net/2016/01/video-children-of-the-camp

Traduzione: Federico Ard.

thanks to: Invicta Palestina

Ban ki-Moon: le violente risposte palestinesi all’occupazione israeliana fanno parte della “natura umana”

Martedì, il Segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon, ha prestato la sua voce alle critiche internazionali sulle politiche-chiave israeliane e ha affermato che fa parte della “natura umana” il fatto che i Palestinesi reagiscano violentemente a quasi 50 anni di occupazione militare israeliana.

Parlando a un dibattito del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sul Medio Oriente, Ban ha affermato che il nuovo anno è iniziato e il 2015 è terminato “con livelli inaccettabili di violenza e una polarizzazione del discorso pubblico su Israele e i Territori palestinesi occupati”. Ha condannato la serie di violenti attaccati perpetrati dai Palestinesi negli ultimi mesi, ma ha aggiunto che le misure di sicurezza israeliane “hanno fallito nell’indirizzare il profondo senso di alienazione e disperazione di alcuni Palestinesi – soprattutto giovani. La frustrazione palestinese cresce sotto il peso di quasi mezzo secolo di occupazione e di paralisi del processo di pace. Alcuni mi hanno spinto a puntualizzare questa indiscutibile verità. Come i popoli oppressi hanno dimostrato nel corso dei tempi, fa parte della natura umana reagire all’occupazione che spesso serve come potente incubatrice di odio e estremismo”.
Il Segretario generale dell’Onu ha sollecitato un drastico cambiamento nelle politiche-chiave israeliane verso i Territori occupati: “I cosiddetti ‘fatti sul terreno’ nella Cisgiordania occupata hanno intaccato la fattibilità di uno stato palestinese e la capacità del popolo palestinese di vivere con dignità. Le continue attività coloniali sono un affronto al popolo palestinese e alla comunità internazionale. Essi sollevano fondamentali domande sull’impegno israeliano per la soluzione a due stati”.
Ha aggiunto che ai Palestinesi deve essere permesso sviluppare l’Area C, dove Israele ha totale autorità civile e militare e che comprendono oltre il 60 percento della Cisgiordania.
E ha portato l’attenzione sui report di martedì relativi all’approvazione di ulteriori 150 abitazioni coloniali in Cisgiordania da parte dell’Amministrazione Civili israeliana, e di altre sottrazioni di terre palestinesi.
Per Ban ki-Moon si tratta di “atti provocatori diretti a incrementare la crescita della popolazione di coloni, inasprire le tensioni e minare qualunque prospettiva di un cammino politico”. Ha criticato le demolizione israeliane di abitazioni palestinesi e ha evidenziato la situazione attuale dei beduini palestinesi che stanno affrontando trasferimenti forzati nell’area di Gerusalemme.
Ha anche parlato della “pericolosa” situazione umanitaria nella Striscia di Gaza, ha criticato il continuo lancio di razzi da parte di gruppi militanti e chiesto ai Palestinesi di riconoscere un governo palestinese singolo e unito.

( Fonte: NenaNews )

Sorgente: 28-1-16_natura-umana

Gaza resistance movements reiterate their resistance to the Israeli occupation and determination to liberate Palestine

Julie Webb-Pullman

Both Hamas and the Popular Front for the Liberation of Palestine (PFLP) held well-attended events in the Gaza Strip in the past week, celebrating the anniversaries of their founding and reiterating their resistance to the Israeli occupation and determination to liberate Palestine.

December 12 marked the 48th anniversary of the PFLP, while December 16 was the 28th birthday of Hamas.

Hamas supporters rally in Gaza City

Hamas supporters rally in Gaza City

Referring to the 2006 elections, “a crucial transition in the history of Hamas and Palestine,” Hamas noted they “clearly were not the horse Israel or the western powers bet on, and in a barbaric and uncivilized way, the world backed Israel to impose a siege and wage three wars on Gaza to end Hamas rule and put an end to the free and democratic choice of the Palestinian people.”

“28 years ago, a handful of Hamas members were a crucial part of the first Palestinian intifada, throwing stones, barricading the roads so that the Israeli military jeeps could not pass, and fighting the occupiers’ brutality with Molotov, knives, and later on pistols. Today, 28 years later, Hamas has strategically improved and developed and grown militarily, socially, politically, and institutionally. Hamas now is capable of defending the Palestinian people against Israeli aggression without kneeling, without giving up Palestinian rights and demands. Hamas is here to acheive an independent, free Palestine. Hamas is here to stay,” they said.

The Islamic Movement released a Press Statement to mark the occasion:

A statement on the 28th anniversary of Hamas foundation

On the 28th anniversary of Hamas foundation, which coincides with Jerusalem intifada that defends Al-Aqsa Mosque and the sanctities in Jerusalem, Hamas is proud of its contribution to the resistance project, mainly armed resistance, after the PA abandoned it and adopted fruitless negotiations and security coordination.

Despite assassination of Hamas’s prominent Leaders and cadres, Hamas did not give up Palestinian rights and constants, and has recorded unprecedented heroic acts in defending the land and people of Palestine.

Hamas won the municipal and legislative elections, liberated Gaza from Israeli occupation and freed hundreds of Palestinian prisoners, both men and women.

Hamas and al-Qassam Brigades have defended the Palestinian people against three Israeli offensives, achieving a balance of terror and deterrence with Israeli occupation, and proving that the Palestinian people are able to defeat the Israeli siege and strangulation.

Over the years, Hamas has proved uncontainable, unbreakable despite the enemy’s plots and conspiracies. Hamas is still embraced by the Palestinian people and the noble peoples of the Arab and Muslim nations. It also remains a source of inspiration to the free peoples all over the world.

On our 28th anniversary, we in Hamas vow to continue our resistance and steadfastness until almighty Allah grants us triumph.

Hamas takes the opportunity of its 28th anniversary to emphasize the following:

1. Hamas will never recognize the Israeli occupation, and confirms that Palestine from the Jordan River to the Mediterranean is an Arab, Islamic country.

2. The right of return is a sacred, non-negotiable individual and collective right.

3. Jerusalem is the core of our struggle with the Israeli occupation, its holiness inspired from our faith and the blood of the martyrs, men, women and children. Therefore, we will never compromise even one inch or a grain of its soil or holy sites.

4. We vow to free our heroic Palestinian prisoners in an honorable prisoners swap deal similar to Wfaa Alahrar’s.

5. Palestine is the trust of the nation, and it is a must for all free honest people in our nation to contribute to the liberation of Palestine. Hamas vows to remain faithful to the liberation of Palestine and to keep its weapons directed at the Israeli occupation only.

6. We confirm that the Jerusalem intifada is an opportunity for unity. We support its continuation, we call on the PA to end security coordination with the Israeli occupation, and leave the illusions of peace with it, for Israel does not recognize our right to our land and holy places.

7. We salute our people in the Occupied Territories of 1948 for their heroic struggle against Judaization schemes, particularly Sheikh Raed Salah, the families of martyrs and wounded and worshipers at Al Aqsa Mosque.

8. We salute the Palestinian people in the Occupied West Bank who broke barriers of fear and terror of the Israeli occupation, and carried out heroic resistance operations against Israeli soldiers and settlers.

9. We salute the Palestinian people in Gaza, who have endured three brutal Israeli offensives and a nine-year-long siege, and who still struggle against all threats and conspiracies.

10. We also salute the Palestinian refugees in the diaspora, who are suffering displacement and internal conflicts, and we urge Arab countries to honor and relieve them until they return to their land.

The Islamic Resistance Movement

14 December 2015

PFLP supporters march through the streets of Gaza

PFLP supporters march through the streets of Gaza

On 12 December the PFLP held a march from Soraya to the UN Headquarters in Gaza City, where Jamil Mizher, member of the Political Bureau and leader of the PFLP branch in Gaza, delivered the keynote speech. He saluted those who have died in the struggle to liberate Palestine, and made special mention of Sami Madi, who was killed in Bureij by Israeli occupation forces the previous day while participating in demonstrations on the Gaza border to mark the Front’s anniversary.

Palestinian prisoners in Israeli jails were also singled out for attention. PFLP General Secretary Ahmad Sa’adat and his fellow leaders Khalida Jarrar and Ahed Abu Ghoulmeh, as well as the diverse Palestinian leaders held behind bars such as Marwan Barghouti, Jamal Abu al-Hija and Hassan Salameh were all honoured for their sacrifices and struggles.

Mizher stressed that the role of the people in the current uprising is superseding all narrow interests and internal divisions, noting that US imperialism and the so-called “Quartet” in Palestine would be unable to stop the intifada without forcing their strategic partner, the Israeli occupier, to recognize the rights of the Palestinian people.

“Our people will no longer accept the path of negotiations and Oslo,” he said, while strongly criticising the Palestinian leadership in the occupied west Bank for continuing to “impede the implementation of decisions by the PLO’s Central Council” through its ongoing security coordination with Israel.

thanks to: Gaza.Scoop.ps

Mishaal: The Palestinians and the occupation cannot coexist

https://i0.wp.com/gaza.scoop.ps/wp-content/uploads/2015/08/Meshaal-400-x-304.jpgDOHA, (PIC)– Head of Hamas’s political bureau Khaled Mishaal has said that the Palestinian people have proven with their blood that they can never coexist with the occupation and settlement.

In a special interview conducted last night by al-Jazeera satellite channel, the Palestinian leader called on the world to anticipate more initiatives and surprises from an occupied people aspiring for freedom.

“We need the intifada (uprising) to curb the settlers, stop the attacks on Jerusalem and the Aqsa Mosque, and restore the Palestinian cause’s prestige,” Mishaal said.

He stressed the need for reaching an understanding on a common strategy for the intifada and how to run it on the ground, describing it as “a historic moment and a merit that should be agreed upon nationally.”

The Hamas official underlined that the current intifada frustrated the Israeli government’s plan to divide the Aqsa Mosque after the failure of all political initiatives, warning that abandoning the option of intifada and resistance would end the entire national project.

He added that the intifada brought the Palestinian cause back to the regional and international arenas and unified the Palestinian people inside and outside occupied Palestine.

He also emphasized the importance of providing the intifada with an official support from the Palestinian political leadership, which he said should take a decision allowing its security apparatuses and institutions to take part in it.

“I am telling the [Palestinian Authority] leadership. This is a historic moment. This is a merit. The intifada is backed by the people, but it also needs protection, backup and a decision from it,” he said.

He also called on Fatah faction to actively participate in the intifada, asserting that it is against the occupation and not the Palestinian Authority.

Mishaal affirmed that his Movement would go on with the intifada until the end. “We have engaged in the intifada and we will be there till the end. We also invite everyone to take part.”

Commenting on recent threats by Benjamin Netanyahu about his government’s ability to demolish the Aqsa Mosque, the Hamas official said that anyone who dares destroy the Mosque would only accelerate Israel’s demise.

He finally urged the Arab and Muslim leaders and governments to assume their responsibilities and protect the Aqsa Mosque, affirming that the Palestinian people defend themselves on their own land, and their resistance is completely different from terrorism.

thanks to: PIC

Informazioni essenziali sulla Palestina

Stato di Palestina

Organizzazione per la Liberazione della Palestina

Dipartimento per i Negoziati

5 novembre 2015

 

Informazioni fondamentali da tenere in considerazione quando si parla di Palestina occupata.

  1. Israele occupa lo Stato di Palestina

Non si tratta di un conflitto tra pari ma di un’occupazione militare belligerante, nella quale Israele è la potenza occupante e la Palestina una nazione sotto occupazione straniera. Israele nega sistematicamente i diritti inalienabili del popolo palestinese, compreso il diritto alla libertà e all’autodeterminazione. Israele impone una politica di espulsione forzata della popolazione palestinese autoctona per insediare al loro posto coloni stranieri.

  1. La questione principale è l’occupazione israeliana.

Il governo israeliano tenta di sviare l’attenzione dalle attività di colonizzazione e occupazione illegali che sono la causa principale delle continue rivolte del popolo palestinese, che da decenni subisce un regime di apartheid. I portavoce di Israele sostengono che le questioni principali sono il complesso di Al-Aqsa e “l’istigazione palestinese”, ma la verità è che Israele continua sistematicamente a negare i diritti palestinesi. I leader israeliani continuano a incitare contro i palestinesi, così come il cosiddetto “accordo su Al-Aqsa” non affronta il nodo centrale della questione.

  1. Al riconoscimento di Israele da parte palestinese Israele ha risposto intensificando la colonizzazione.

Nel 1988 l’OLP accettò uno storico compromesso, quello di riconoscere Israele sul 78% della Palestina storica (i confini del 1967), e dichiarò uno stato palestinese sul restante 22% del territorio. Sono passati 28 anni da allora e Israele non ha ancora riconosciuto l’esistenza o il diritto di uno stato palestinese indipendente. Al contrario, Israele ha scelto di rafforzare la sua occupazione aggressiva, continuando ad attuare politiche di colonizzazione e imponendo un regime di apartheid sul popolo palestinese. È un dato di fatto che, da quando la Palestina ha riconosciuto Israele, il numero dei coloni è triplicato (da 190.000 a più di 600.000 circa).

  1. Per Israele le politiche ufficiali sono l’espulsione forzata e la colonizzazione e non la soluzione a due stati.

Alla vigilia delle elezioni israeliane, nel marzo 2015, Netanyahu ha promesso agli elettori: “Se sarò eletto non ci sarà nessuno stato palestinese”. Questa affermazione è stata ribadita dal suo governo quando Ayelet Shaked ha dichiarato: “Non ci sarà mai uno stato palestinese”. Tzipi Hotovely, una diplomatica di punta di Israele, ha chiarito ulteriormente le intenzioni del governo Netanyahu: “Tutta la terra ci appartiene”. Israele continua a rifiutare la soluzione a due stati mentre le sue politiche di espansione delle colonie e di espulsione forzata continuano a ferire il desiderio di pace e sicurezza del popolo palestinese.

  1. Gerusalemme Est è parte integrante dello Stato Occupato di Palestina.

Gerusalemme Est è stata occupata da Israele nel 1967 e, successivamente, annessa in violazione del diritto internazionale. Nonostante le affermazioni e i tentativi israeliani di cambiare la narrazione storica della città occupata, 360.000 Palestinesi risiedono a Gerusalemme Est, vale a dire il 40% della popolazione della città. Gerusalemme Est è giuridicamente un territorio occupato e come tale deve continuare ad essere considerata.

  1. Gli insediamenti israeliani a Gerusalemme Est occupata sono illegali al pari degli insediamenti nei territori occupati dello Stato di Palestina.

Israele definisce “quartieri” gli insediamenti illegali a Gerusalemme Est occupata, nel tentativo di normalizzare l’annessione della capitale palestinese. In realtà, questi insediamenti hanno lo stesso status giuridico del resto degli insediamenti nella Palestina occupata e coloro che vi risiedono sono pertanto coloni illegali. Pisgat Ze’ev, Gilo, French Hill, Neve Ya’akoub, Har Homa, Ramat Shlomo, Giva’at Hamatos, East Talpiyot (Armon HaNetziv) e Ramot, tra gli altri, sono tutti insediamenti israeliani illegali e dovrebbero essere considerati come tali.

  1. Il complesso della Moschea di Al-Aqsa è sotto occupazione israeliana come il resto di Gerusalemme Est.

Alcuni mezzi di informazione focalizzano il dibattito sulla domanda se il complesso di Al-Aqsa sia un luogo di culto per i musulmani o per gli ebrei, omettendo il fatto che questo luogo sacro musulmano è sotto occupazione israeliana, come il resto della città vecchia di Gerusalemme Est occupata. Il diritto internazionale vieta tassativamente alla potenza occupante di interferire con le istituzioni dello stato occupato. Israele ha di fatto interferito e modificato lo status quo dei luoghi di culto cristiani e musulmani e delle istituzioni di Gerusalemme Est occupata.

  1. Israele ha di fatto modificato lo status quo del complesso di Al-Aqsa.

Il complesso della moschea di Al-Aqsa è un luogo di culto che si estende su 14,4 ettari di terra, ed include due moschee (la Cupola della Roccia e Al-Qibli) oltre ad aree all’aperto destinate alla preghiera. Lo Status Quo dei Luoghi Santi che sancisce il diritto di preghiera, il diritto di accesso e le disposizioni relative a scavi e manutenzione, risale al periodo ottomano. Tuttavia, dal 1967 Israele, la potenza occupante, ha di fatto modificato lo status quo del complesso di Al-Aqsa attuando diverse politiche tra le quali attentati terroristici, la distruzione del vecchio Minbar (pulpito) di Salah ad-Deen al Ayyubi (1969), raid militari e incursioni al complesso (tra i quali quello guidato dall’ex primo ministro Ariel Sharon nel 2000), scavi illegali e non autorizzati, la distruzione di 20 tombe islamiche per fare spazio al “Giardino Biblico Ebraico” (2014), nonché chiusure sistematiche del luogo sacro. In base allo Status Quo il custode della Waqf (pia fondazione islamica) è amministratore e gestore del sito. Tuttavia, le forze occupanti israeliane limitano l’accesso ai fedeli palestinesi, accedono sistematicamente senza autorizzazione e limitano la libertà di culto dei musulmani. Nel 2012, in tre diverse occasioni sono stati imposti limiti di età ai fedeli musulmani per l’accesso al complesso. Nel 2014 le forze occupanti israeliane hanno imposto limiti di età in 41 occasioni. Inoltre, il 30 ottobre 2014 Israele ha chiuso per una giornata il complesso ai visitatori e a tutti i fedeli musulmani, la prima chiusura totale in 14 anni. L’installazione di telecamere collegate ai circuiti delle forze occupanti israeliane è un’ulteriore violazione dello Status Quo.

  1. La protezione internazionale è un diritto del popolo palestinese.

Dopo mezzo secolo di occupazione militare aggressiva, le politiche israeliane di espulsione forzata e di punizioni collettive hanno pesantemente influenzato la vita dei civili palestinesi. Tutto ciò è stato reso possibile da una cultura dell’impunità senza precedenti, concessa agli Israeliani da diversi attori internazionali, compreso il Consiglio di Sicurezza. Gli attacchi su vasta scala a Gaza, gli attacchi terroristici compiuti dai coloni o dalle forze occupanti israeliane sulla popolazione civile e le espulsioni non sono un’eccezione, ma la realtà che i Palestinesi subiscono quotidianamente sotto l’occupazione israeliana. La protezione internazionale è un diritto universalmente riconosciuto per il nostro popolo ed è responsabilità della comunità internazionale garantirlo.

  1. Il diritto internazionale, le risoluzioni delle Nazioni Unite e gli accordi sono stati sottoscritti per essere implementati e non per essere “negoziati”.

Di fronte alla situazione attuale, diversi partner internazionali hanno chiesto la ripresa dei negoziati con Israele. Sebbene la Palestina sia a favore di una soluzione a due stati negoziata, sono necessari certi requisiti di base affinché i negoziati siano realmente significativi e non un mero esercizio di pubbliche relazioni teso a rafforzare l’impunità di Israele. Per avviare negoziati credibili, gli obblighi già sottoscritti da Israele in accordi precedenti, come, ad esempio, la totale sospensione delle attività di insediamento, il rilascio dei prigionieri palestinesi e la riapertura delle istituzioni palestinesi a Gerusalemme Est, devono essere pienamente applicati. Occorre un mandato ben definito e basato sul diritto internazionale, compreso un calendario di attuazione dettagliato e la fine dell’occupazione iniziata nel 1967. Qualsiasi processo politico dovrebbe portare all’attuazione del diritto internazionale e delle risoluzioni dell’ONU e non al rafforzamento delle politiche di occupazione, colonizzazione e apartheid di Israele e della sua cultura dell’impunità.

Sito web: www.nad-plo.org                Twitter: @nadplo

 A cura di Assopace Palestina

(traduzione di Manuela Pezzano)

thanks to: Assopace Palestina

Video: La Parola censurata dai media

È l’occupazione!

“È da tempo che dico che la migliore speranza per i palestinesi non sta a livello governativo o attraverso le Nazioni Unite, ma piuttosto nella campagna per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele”. — Richard Falk, Ex-relatore speciale dell’ONU per i diritti umani nei territori Palestinesi occupati

thanks to: Invicta Palestina

Gerusalemme, la distruzione della moschea di al-Aqsa è il fine ultimo dei gruppi israeliani

whharamAli Abunimah. The Electronic Intifada. Negli ultimi tre giorni, i palestinesi sono stati attaccati ferocemente mentre cercavano, a mani nude, con bastoni e pietre, di scoraggiare e prevenire i ripetuti assalti violenti da parte delle forze di occupazione israeliane nella Spianata della moschea di al-Aqsa a Gerusalemme.

La violenza è rappresentata da gruppi supportati da israele, che determinati a sostituire la Moschea con un tempio ebraico, stanno affermando la loro presenza sempre più aggressiva.

Ma’an News Agency ha riferito che decine di palestinesi sono stati feriti dalle forze israeliane che hanno sparato granate assordanti, gas lacrimogeni e proiettili di gomma sui fedeli.

L’attivista Khadija Khuwais ha riferito all’agenzia di stampa locale Q Press che lunedì le forze israeliane hanno espulso con violenza i palestinesi dall’ingresso Bab al-Silsila della Spianata, a Gerusalemme Est occupata.

Il video  prodotto da Q Press, mostra i violenti attacchi da parte delle forze israeliane contro i giornalisti e gli altri civili, nonché il lancio di granate stordenti all’interno degli spazi della Moschea.

Mercoledì, gli scontri tra giovani palestinesi e le forze israeliane si sono diffusi in altre zone di Gerusalemme occupata.

I palestinesi hanno pubblicato molte immagini e video delle violenze sui social media.

I Piani del tempio ebraico
Le incursioni israeliane sempre più violente in uno dei luoghi santi più venerati per i musulmani, hanno accompagnato l’aumento negli ultimi anni dei gruppi del cosiddetto “attivismo del Tempio”.

Si tratta di organizzazioni il cui obiettivo finale chiaramente è la costruzione di un “Terzo Tempio” ebraico in sostituzione delle strutture attualmente esistenti e che costituiscono al-Aqsa.

Un rapporto 2013 dall’istituto di ricerca israeliana Ir Amin ha osservato che “la Municipalità di Gerusalemme e di altri ministeri finanziano e sostengono diverse organizzazioni di attivisti guidati dalla missione di ricostruire il tempio”.

L’Istituto del Tempio, l’organizzazione estremista leader del suo genere, ha già formulato progetti dettagliati per il nuovo tempio ebraico.

Una figura di spicco del “Movimento del Tempio” è Yehuda Glick, un colono americano che è stato colpito e ferito da un uomo armato non identificato dopo che lo scorso ottobre aveva partecipato alla conferenza “Il ritorno del popolo ebraico al Monte del Tempio.” Dopo la sparatoria, le forze israeliane, senza nessuna prova, hanno arrestato Mutaz Hijazi, un palestinese di 32 anni.

L’ultima violenza è stata provocata Domenica dall’ingresso di estremisti ebrei nella spianata, tra i quali il ministro dell’agricoltura israeliano Uri Ariel.

Ariel è una figura di spicco tra i coloni israeliani, nel 2013 ha lanciato un appello per la costruzione di un tempio ebraico nella spianata di al-Aqsa, nota agli ebrei come “Monte del Tempio”.

“Abbiamo costruito molti piccoli, tempietti”, ha detto Ariel, “ma abbiamo bisogno di costruire un vero e proprio tempio sul Monte del Tempio”.

Molti palestinesi temono che le incursioni siano finalizzate, in via preliminare, a cambiare lo status quo permanente della moschea. Già in passato, le forze di occupazione israeliane hanno precluso l’ingresso  alla moschea ai fedeli musulmani durante le festività ebraiche – Israele sta caratterizzando l’inizio del nuovo anno ebraico.

Gli ultimi assalti sono in atto mentre musulmani di tutto il mondo si preparano per il pellegrinaggio annuale alla Mecca.

Una tattica che Israele ha utilizzato frequentemente per agevolare le incursioni è quella di emettere ordini di allontanamento contro volontari palestinesi, conosciuti come murabitoun, il cui obiettivo è quello di mantenere una presenza costante nella Spianata.

In molti temono che il prossimo passo potrebbe essere una partizione fisica della Spianata tra ebrei e musulmani, seguendo il modello che  Israele ha imposto alla moschea Ibrahimi a Hebron dopo il massacro del 1994, a opera di un colono ebreo nato negli Usa, di 29 uomini e ragazzi palestinesi che stavano effettuando le preghiere del Ramadan.

Pericoloso precedente

Following the demolition, nationwide riots between Hindu and the Muslim communities ensued which left more than 2,000 people dead. Riots had also broken out in major Indian cities like Mumbai and New Delhi as well. (AFP Photo)

C’è un precedente recente della distruzione di un luogo sacro da parte di gruppi religiosi  sostenuti da altri, con conseguenze geopolitiche catastrofiche.

Nel 1992 in India, i nazionalisti indù distrussero la moschea Babri Masjid di 400 anni nella città settentrionale di Ayodhya, perché a loro avviso era stata costruita sulle rovine di un tempio che segnava il luogo di nascita del loro Dio Lord Ram.

La violenza provocò la morte di migliaia di persone, aggravando il settarismo e il comunitarismo in India.

La distruzione della moschea di Babri offre un avvertimento inquietante su ciò che potrebbe accadere se i nazionalisti ebrei-israeliani protetti dal governo cercassero di esaudire il loro desiderio di sostituire al-Aqsa con un tempio ebraico.

La violenza che provocherebbe avrebbe conseguenze globali e probabilmente un bagno di sangue che in confronto quello indiano potrebbe sembrare pallido.

Inazione internazionale
Vista la posta in gioco, il disinteresse internazionale di quello che Israele sta facendo a Gerusalemme è allarmante.

Israele sta testando i limiti di ciò che può fare impunemente.

L’anno scorso, per esempio, durante il suo assalto di 51 giorni, Israele ha distrutto la moschea Omari di Gaza, una delle più antiche in Palestina, senza alcuna reazione internazionale.

Jordan, che mantiene un ruolo nominale nella gestione di al-Aqsa dal trattato di pace del1994 con Israele, ha avvertito che le azioni di Israele, se non si fermato, influenzeranno i legami tra i due paesi.

Ma tali avvertimenti in passato non hanno dato luogo a azioni significative da parte del regno, che mantiene stretti legami con lo stato ebraico auto-dichiarato.

L’UE ha rilasciato una delle sue tipiche dichiarazioni deboli, vacillante nell’indicare come causa della crisi  la responsabilità primaria di Israele come potenza occupante.

Maja Kocijancic, portavoce della Commissione europea, martedì ha riferito ai media che “la violenza e l’escalation [nel sito] costituiscono una provocazione e una istigazione” a pochi giorni di importanti feste ebraiche e musulmane.”E’ fondamentale che tutte le parti dimostrino calma e moderazione e il pieno rispetto per lo status quo dei luoghi santi”, ha concluso.

Il coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente Nickolay Mladenov martedì ha messo in guardia il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, spiegando che gli eventi recenti hanno “il potenziale per innescare la violenza ben oltre le mura della Città Vecchia di Gerusalemme”.

Tuttavia anche lui ha sottolineato che “tutte le parti hanno la responsabilità di astenersi da azioni provocatorie e retoriche”, non riuscendo a richiamare la potenza occupante alle proprie responsabilità.

Il Dipartimento di Stato americano ha detto che è “profondamente preoccupato per le recenti violenze e crescenti tensioni”.

“Condanniamo con forza tutti gli atti di violenza”, ha detto il governo degli Stati Uniti. “E’assolutamente fondamentale che tutte le parti diano prova di moderazione, che si astengano da azioni provocatorie e retorica, e lascino inalterato lo status quo storico di Haram Al-Sharif / Monte del Tempio nelle parole e nella pratica”.

La frase “profondamente preoccupato” è una formula gli Stati Uniti utilizzano di routine per criticare le azioni di Israele, come l’espansione delle colonie sui territori palestinesi occupati. In ogni caso passato ha significato, in pratica, che gli Stati Uniti non fanno assolutamente nulla per trattenere le aggressioni israeliane che condannano.

Traduzione di Invictapalestina e InfoPal

thanks to: Infopal

“In Israele, ci muoviamo in mezzo ad assassini e torturatori”

di Amira Hass

 

L’atto di censura nei confronti del Teatro Al-Midan [cfr. A.Hass su Internazionale ] – scrive la giornalista israeliana – scaturisce “dall’invidia della capacità dei nostri assoggettati di vincere l’oppressione, di pensare e creare, sfidando la nostra immagine di loro come inferiori”

Nelle nostre case, nelle nostre strade e nei nostri luoghi di lavoro e divertimento ci sono migliaia di persone che hanno ucciso e torturato migliaia di altre persone o hanno diretto la loro uccisione e la loro tortura. Scrivo “migliaia” invece del più vago “innumerevoli” – un’espressione relativa a qualcosa che non si può misurare.

La grande maggioranza di coloro che uccidono e torturano (anche adesso) vanno fieri delle proprie gesta e la loro società e le loro famiglie sono orgogliose delle loro gesta – benché normalmente sia impossibile trovare un collegamento diretto tra i nomi dei morti e torturati ed i nomi di coloro che uccidono e torturano, e anche quando è possibile,[ciò] è proibito. E’ proibito anche dire “assassini”. Ed è proibito scrivere “malviventi” o “persone crudeli”.

Io, crudele? Dopo tutto, le nostre mani non sono coperte di sangue quando schiacciamo il bottone che sgancia una bomba su un edificio che ospita 30 membri di una famiglia. Malvivente? Come potremmo usare questo termine per designare un soldato di 19 anni che uccide un ragazzo di 14 anni che è uscito per raccogliere piante commestibili?

I killer e i torturatori ebrei e i loro diretti superiori agiscono come se avessero un’autorizzazione ufficiale. I palestinesi morti e torturati che si sono lasciati alle spalle negli scorsi 67 anni hanno anche dei nipoti e delle famiglie in lutto per i quali la perdita è una costante presenza. Nei corridoi universitari, nei centri commerciali, negli autobus, nei distributori di carburante e nei ministeri governativi, i palestinesi non sanno chi, tra la gente che incrociano, ha ucciso, o quali e quanti membri delle loro famiglie e del loro popolo ha ucciso.

Ma ciò che è certo è che i loro assassini e torturatori vanno in giro liberamente. Come eroi.

In questa malsana situazione in cui i palestinesi soffrono lutto e angoscia, noi, gli ebrei israeliani, non possiamo vincere. Con la nostra aviazione e le nostre forze armate e la nostra Brigata Givati e le nostre celebri unità di commando d’elite, siamo dei perdenti in questo contesto. Ma poiché siamo i dominatori indiscussi, falsifichiamo il contesto e ci appropriamo del lutto.

Non ci accontentiamo dei terreni, delle case e delle vie di comunicazione dirette che abbiamo rubato loro e di cui ci siamo impadroniti e abbiamo distrutto, e che continuiamo a distruggere e a rubare. No. Noi in più neghiamo ogni ragione, ogni contesto storico e sociale delle espulsioni, spossessamenti e discriminazioni che hanno costretto un piccolissimo manipolo di quei palestinesi che sono cittadini di Israele a cercare di imitarci prendendo le armi. Si sono ingannati pensando che le armi fossero lo strumento giusto di resistenza, o hanno raggiunto il colmo della rabbia e dell’impotenza e deciso di uccidere.

Che se ne pentano o no, la loro delusione non cancella il fatto che avevano e hanno tutte le ragioni di resistere all’oppressione e alla discriminazione e malvagità che sono parte del dominio di Israele su di loro. Condannarli come assassini non ci trasforma in vittima collettiva in questa equazione. Invece di indebolire le ragioni della resistenza, noi stiamo soltanto intensificando e migliorando gli strumenti di oppressione. E un mezzo di oppressione è l’insaziabile desiderio di vendetta.

L’attacco al Teatro Al-Midan e lo spettacolo “Un tempo parallelo” sono parte di questa sete di vendetta. E comprende anche tantissima invidia. Invidia per la capacità di coloro che opprimiamo di vincere l’oppressione e il dolore, di pensare, di creare e di agire, sfidando la nostra immagine che li dipinge inferiori. Loro non ballano la nostra musica come poveri smidollati.

Come in una caricatura antisemita, per noi tutto si concentra nelle finanze, nel denaro. Noi non stiamo zitti, noi ci vantiamo. Siamo felici se solo togliamo loro i finanziamenti. Li abbiamo trasformati in una minoranza nella nostra terra quando li abbiamo espulsi e non abbiamo concesso loro il ritorno, ed ora il 20% che è rimasto qui dovrebbe dirci grazie e pagare con le tasse degli spettacoli che esaltano lo Stato e la sua politica. Questa è democrazia.

Non è una guerra culturale, o una guerra sulla cultura. E’ un’altra battaglia – probabilmente una causa persa, come quelle precedenti – per un futuro sano per questo paese. I cittadini palestinesi di Israele erano una forma di assicurazione per la possibilità di un futuro sano: si può dire un ponte, bilingue, pragmatico, anche se contrario alla loro volontà. Ma dobbiamo attuare dei cambiamenti, dobbiamo imparare come ascoltarli, perché questa assicurazione sia valida. Ma noi, gli indiscussi dominatori, non prevediamo di ascoltarli e non conosciamo il significato di cambiamento.

Una nota finale: I rapporti sull’omicidio di un residente di Lod, Danny Gonen, alla sorgente di Ein Bubin vicino al villaggio di Dir Ibzi’a erano accompagnati da collegamenti a recenti precedenti attacchi: la persona ferita in un attacco terroristico vicino alla colonia di Alon Shvut, il poliziotto di frontiera accoltellato vicino alla Tomba dei Patriarchi a Hebron. E che cosa si ometteva di menzionare? Ovviamente, due giovani palestinesi recentemente uccisi dai soldati israeliani: Izz al-Din Gharra, di 21 anni, colpito a morte il 10 giugno nel campo profughi di Jenin e Abdullah Ghneimat, 22 anni, schiacciato il 14 giugno a Kafr Malik da una jeep dell’esercito israeliano.

In media ogni notte l’esercito israeliano compie 12 raid di routine. Per i palestinesi, ogni raid notturno, che spesso comporta l’uso di granate stordenti e di gas e sparatorie, è un mini attacco terroristico.

thanks to: NenaNews

forumpalestina

Israeli attacks on Al Quds University

Al Quds University, right, alongside the Separation Wall.

Al Quds University, right, alongside the Separation Wall.

Close to 13,000 Palestinian and international students go through at least one of 600 checkpoints in the West Bank to attend Al Quds University, the only Arab University in East Jerusalem. Established in 1984, the Abu Dis campus now houses 14 academic faculties, and has more than 21 centers and institutes, including the critically acclaimed Abu Jihad Museum for Prisoner Movement Affairs. Besides having a museum dedicated to Palestinian political prisoners on campus, Al Quds University is unique for another controversial reason: the campus community is under constant threat due to methodical and ideologically-based attacks by the Israeli military.

During 2012, 2013 and 2014, the total number of attacks on Al-Quds University main campus was 31. During these attacks 2473 people were injured, 5121 teargas canisters and bullets were shot, and 276 people were called by the Israeli intelligence for investigation.

Kamilla Moore at the Al Quds University prisoner museum.

Kamilla Moore at the Al Quds University prisoner museum.

During the 2013-2014 academic year, 640 lectures were cancelled. Palestinian Red Crescent volunteers treated over 830 students for tear gas suffocation injuries through a service facilitated and partly funded by the university’s Student Affairs Office. 1000 students cancelled their registration attendance and over 12,000 students evacuated from the university 3 times throughout the year due to Israeli state-inflicted violence on the campus.

The latest mass-scale attack occurred on September 7th, 2014 when close to 70 Israeli soldiers surrounded the university with 15 military trucks in an attempt to provoke, agitate, and instill fear in the student body, staff, faculty, and surrounding community.

During the 2013-2014 academic year, 60 students were detained and arrested for their political affiliation and activities inside the university. 15 students were arrested on their way to class (on University street). 3 students were arrested at flying (temporary) checkpoints and 9 students were taken into custody to be held in administrative detention indefinitely. To date, over 190 Al Quds University students have been detained in administrative detention indefinitely and some have been detained for up to 13 years, with the majority being held with no official charges.

There has been tense debate on American college campuses in the last few years about academic freedom, specifically concerning the right of professors, students, and various other members of campus communities to directly speak in favor of or against the Israeli occupation of the Palestinian territories. However, whereas academia in the United States is largely engaging in a war of rhetoric, academia at Al Quds University is facing a war of social and academic disruption, which has severely limited, and in some cases, completely ended the academic pursuit for hundreds, if not thousands of people, since the university’s inception.

Kamilah Moore was a delegate on the third Interfaith Peace-Builders African Heritage delegation.  The African Heritage Delegation program seeks to connect US African American leaders, media-makers and organizers with communities of color in Palestine/Israel to identify common issues and forge relationships. To learn more about Interfaith Peace-Builders see here.

thanks to: Mondoweiss

No, Israel Does Not Have the Right to Self-Defense In International Law Against Occupied Palestinian Territory

by Noura Erakat

[Smoke over Gaza following an Israeli airstrike. Image by Scott Bobb. From Wikimedia Commons.] [Smoke over Gaza following an Israeli airstrike. Image by Scott Bobb. From Wikimedia Commons.]

[In view of Israel’s assertions that its current attacks on the Gaza Strip are an exercise in legitimate self-defense, Jadaliyya re-posts an analysis of this claim by Co-Editor Noura Erakat initially published in 2012.]

On the fourth day of Israel’s most recent onslaught against Gaza’s Palestinian population, President Barack Obama declared, “No country on Earth would tolerate missiles raining down on its citizens from outside its borders.” In an echo of Israeli officials, he sought to frame Israel’s aerial missile strikes against the 360-square kilometer Strip as the just use of armed force against a foreign country. Israel’s ability to frame its assault against territory it occupies as a right of self-defense turns international law on its head.

A state cannot simultaneously exercise control over territory it occupies and militarily attack that territory on the claim that it is “foreign” and poses an exogenous national security threat. In doing precisely that, Israel is asserting rights that may be consistent with colonial domination but simply do not exist under international law.

Admittedly, the enforceability of international law largely depends on voluntary state consent and compliance. Absent the political will to make state behavior comport with the law, violations are the norm rather than the exception. Nevertheless, examining what international law says with regard to an occupant’s right to use force is worthwhile in light of Israel’s deliberate attempts since 1967 to reinterpret and transform the laws applicable to occupied territory. These efforts have expanded significantly since the eruption of the Palestinian uprising in 2000, and if successful, Israel’s reinterpretation would cast the law as an instrument that protects colonial authority at the expense of the rights of civilian non-combatants.

Israel Has A Duty To Protect Palestinians Living Under Occupation 

Military occupation is a recognized status under international law and since 1967, the international community has designated the West Bank and the Gaza Strip as militarily occupied. As long as the occupation continues, Israel has the right to protect itself and its citizens from attacks by Palestinians who reside in the occupied territories. However, Israel also has a duty to maintain law and order, also known as “normal life,” within territory it occupies. This obligation includes not only ensuring but prioritizing the security and well-being of the occupied population. That responsibility and those duties are enumerated in Occupation Law.

Occupation Law is part of the laws of armed conflict; it contemplates military occupation as an outcome of war and enumerates the duties of an occupying power until the peace is restored and the occupation ends. To fulfill its duties, the occupying power is afforded the right to use police powers, or the force permissible for law enforcement purposes. As put by the U.S. Military Tribunal during the Hostages Trial (The United States of America vs. Wilhelm List, et al.)

International Law places the responsibility upon the commanding general of preserving order, punishing crime, and protecting lives and property within the occupied territory. His power in accomplishing these ends is as great as his responsibility.

The extent and breadth of force constitutes the distinction between the right to self-defense and the right to police. Police authority is restricted to the least amount of force necessary to restore order and subdue violence. In such a context, the use of lethal force is legitimate only as a measure of last resort. Even where military force is considered necessary to maintain law and order, such force is circumscribed by concern for the civilian non-combatant population. The law of self-defense, invoked by states against other states, however, affords a broader spectrum of military force. Both are legitimate pursuant to the law of armed conflict and therefore distinguished from the peacetime legal regime regulated by human rights law.


When It Is Just to Begin to Fight 

The laws of armed conflict are found primarily in the Hague Regulations of 1907, the Four Geneva Conventions of 1949, and their Additional Protocols I and II of 1977. This body of law is based on a crude balance between humanitarian concerns on the one hand and military advantage and necessity on the other. The post-World War II Nuremberg trials defined military exigency as permission to expend “any amount and kind of force to compel the complete submission of the enemy…” so long as the destruction of life and property is not done for revenge or a lust to kill. Thus, the permissible use of force during war, while expansive, is not unlimited.

In international law, self-defense is the legal justification for a state to initiate the use of armed force and to declare war. This is referred to as jus ad bellum—meaning “when it is just to begin to fight.” The right to fight in self-defense is distinguished from jus in bello, the principles and laws regulating the means and methods of warfare itself. Jus ad bellum aims to limit the initiation of the use of armed force in accordance with United Nations Charter Article 2(4); its sole justification, found in Article 51, is in response to an armed attack (or an imminent threat of one in accordance with customary law on the matter). The only other lawful way to begin a war, according to Article 51, is with Security Council sanction, an option reserved—in principle, at least—for the defense or restoration of international peace and security.

Once armed conflict is initiated, and irrespective of the reason or legitimacy of such conflict, the jus in bello legal framework is triggered. Therefore, where an occupation already is in place, the right to initiate militarized force in response to an armed attack, as opposed to police force to restore order, is not a remedy available to the occupying state. The beginning of a military occupation marks the triumph of one belligerent over another. In the case of Israel, its occupation of the West Bank, the Gaza Strip, the Golan Heights, and the Sinai in 1967 marked a military victory against Arab belligerents.

Occupation Law prohibits an occupying power from initiating armed force against its occupied territory. By mere virtue of the existence of military occupation, an armed attack, including one consistent with the UN Charter, has already occurred and been concluded. Therefore the right of self-defense in international law is, by definition since 1967, not available to Israel with respect to its dealings with real or perceived threats emanating from the West Bank and Gaza Strip population. To achieve its security goals, Israel can resort to no more than the police powers, or the exceptional use of militarized force, vested in it by IHL. This is not to say that Israel cannot defend itself—but those defensive measures can neither take the form of warfare nor be justified as self-defense in international law. As explained by Ian Scobbie:

To equate the two is simply to confuse the legal with the linguistic denotation of the term ”defense.“ Just as ”negligence,“ in law, does not mean ”carelessness” but, rather, refers to an elaborate doctrinal structure, so ”self-defense” refers to a complex doctrine that has a much more restricted scope than ordinary notions of ”defense.“

To argue that Israel is employing legitimate “self-defense” when it militarily attacks Gaza affords the occupying power the right to use both police and military force in occupied territory. An occupying power cannot justify military force as self-defense in territory for which it is responsible as the occupant. The problem is that Israel has never regulated its own behavior in the West Bank and Gaza as in accordance with Occupation Law.

Israel’s Attempts To Change International Law 

Since the beginning of its occupation in 1967, Israel has rebuffed the applicability of international humanitarian law to the Occupied Palestinian Territory (OPT). Despite imposing military rule over the West Bank and Gaza, Israel denied the applicability of the Fourth Geneva Convention relative to the Protection of Civilian Persons in Time of War (the cornerstone of Occupation Law). Israel argued because the territories neither constituted a sovereign state nor were sovereign territories of the displaced states at the time of conquest, that it simply administered the territories and did not occupy them within the meaning of international law. The UN Security Council, the International Court of Justice, the UN General Assembly, as well as the Israeli High Court of Justice have roundly rejected the Israeli government’s position. Significantly, the HCJ recognizes the entirety of the Hague Regulations and provisions of the 1949 Geneva Conventions that pertain to military occupation as customary international law.

Israel’s refusal to recognize the occupied status of the territory, bolstered by the US’ resilient and intransigent opposition to international accountability within the UN Security Council, has resulted in the condition that exists today: prolonged military occupation. Whereas the remedy to occupation is its cessation, such recourse will not suffice to remedy prolonged military occupation. By virtue of its decades of military rule, Israel has characterized all Palestinians as a security threat and Jewish nationals as their potential victims, thereby justifying the differential, and violent, treatment of Palestinians. In its 2012 session, the UN Committee on the Elimination of Racial Discrimination described current conditions following decades of occupation and attendant repression as tantamount to Apartheid.

In complete disregard for international law, and its institutional findings, Israel continues to treat the Occupied Territory as colonial possessions. Since the beginning of the second Palestinian intifada in 2000, Israel has advanced the notion that it is engaged in an international armed conflict short of war in the West Bank and the Gaza Strip.  Accordingly, it argues that it can 1) invoke self-defense, pursuant to Article 51 of the United Nations Charter, and 2) use force beyond that permissible during law enforcement, even where an occupation exists.

The Gaza Strip Is Not the World Trade Center

To justify its use of force in the OPT as consistent with the right of self-defense, Israel has cited UN Security Council Resolution 1368 (2001)and UN Security Council Resolution 1373 (2001).  These two resolutions were passed in direct response to the Al-Qaeda attacks on the United States on 11 September 2001. They affirm that those terrorist acts amount to threats to international peace and security and therefore trigger Article 51 of the UN Charter permitting the use of force in self-defense. Israel has therefore deliberately characterized all acts of Palestinian violence – including those directed exclusively at legitimate military targets – as terrorist acts. Secondly it frames those acts as amounting to armed attacks that trigger the right of self-defense under Article 51 irrespective of the West Bank and Gaza’s status as Occupied Territory.

The Israeli Government stated its position clearly in the 2006 HCJ case challenging the legality of the policy of targeted killing (Public Committee against Torture in Israel et al v. Government of Israel). The State argued that, notwithstanding existing legal debate, “there can be no doubt that the assault of terrorism against Israel fits the definition of an armed attack,” effectively permitting Israel to use military force against those entities.  Therefore, Israeli officials claim that the laws of war can apply to “both occupied territory and to territory which is not occupied, as long as armed conflict is taking place on it” and that the permissible use of force is not limited to law enforcement operations.  The HCJ has affirmed this argument in at least three of its decisions: Public Committee Against Torture in Israel et al v. Government of Israel, Hamdan v. Southern Military Commander, and Physicians for Human Rights v. The IDF Commander in Gaza. These rulings sanction the government’s position that it is engaged in an international armed conflict and, therefore, that its use of force is not restricted by the laws of occupation. The Israeli judiciary effectively authorizes the State to use police force to control the lives of Palestinians (e.g., through ongoing arrests, prosecutions, checkpoints) and military force to pummel their resistance to occupation.

The International Court of Justice (ICJ) dealt with these questions in its assessment of the permissible use of force in the Occupied West Bank in its 2004 Advisory Opinion, Legal Consequences on the Construction of a Wall in the Occupied Palestinian Territory. The ICJ reasoned that Article 51 contemplates an armed attack by one state against another state and “Israel does not claim that the attacks against it are imputable to a foreign state.” Moreover, the ICJ held that because the threat to Israel “originates within, and not outside” the Occupied West Bank,

the situation is thus different from that contemplated by Security Council resolutions 1368 (2001) and 1373 (2001), and therefore Israel could not in any event invoke those resolutions in support of its claim to be exercising a right of self-defense. Consequently, the Court concludes that Article 51 of the Charter has no relevance in this case.

Despite the ICJ’s decision, Israel continues to insist that it is exercising its legal right to self-defense in its execution of military operations in the West Bank and the Gaza Strip. Since 2005, Israel slightly changed its position towards the Gaza Strip. The government insists that as a result of its unilateral disengagement in 2005, its occupation has come to an end. In 2007, the government declared the Gaza Strip a “hostile entity” and waged war upon the territory over which it continues to exercise effective control as an Occupying Power.  Lisa Hajjar expounds on these issues here.

In effect, Israel is distorting/reinterpreting international law to justify its use of militarized force in order to protect its colonial authority. Although it rebuffs the de jure application of Occupation Law, Israel exercises effective control over the West Bank and Gaza and therefore has recourse to police powers. It uses those police powers to continue its colonial expansion and apartheid rule and then in defiance of international law cites its right to self-defense in international law to wage war against the population, which it has a duty to protect. The invocation of law to protect its colonial presence makes the Palestinian civilian population doubly vulnerable. Specifically in the case of Gaza,

It forces the people of the Gaza Strip to face one of the most powerful militaries in the world without the benefit either of its own military, or of any realistic means to acquire the means to defend itself.

More broadly, Israel is slowly pushing the boundaries of existing law in an explicit attempt to reshape it. This is an affront to the international humanitarian legal order, which is intended to protect civilians in times of war by minimizing their suffering. Israel’s attempts have proven successful in the realm of public relations, as evidenced by President Obama’s uncritical support of Israel’s recent onslaughts of Gaza as an exercise in the right of self-defense. Since international law lacks a hierarchal enforcement authority, its meaning and scope is highly contingent on the prerogative of states, especially the most powerful ones. The implications of this shift are therefore palpable and dangerous.

Failure to uphold the law would allow states to behave according to their own whim in furtherance of their national interest, even in cases where that is detrimental to civilian non-combatants and to the international legal order. For better or worse, the onus to resist this shift and to preserve protection for civilians rests upon the shoulders of citizens, organizations, and mass movements who can influence their governments enforce international law. There is no alternative to political mobilization to shape state behavior.

thanks to: Noura Erakat

Jadaliyya

Elezioni Europee, come l’Europa finanzia l’occupazione della Palestina

How Europe funds the occupation of Palestine

Gaza children paint a mural against a siege that the EU helps to finance.

(Mohammed Asad / APA images)

Has the European Union finally confessed that it is footing the bill for the occupation of Palestine?

In a roundabout way, one of its envoys may have done just that. Lars Faaborg-Andersen, the EU’s ambassador in Tel Aviv, recently warned about the consequences of the Union deciding to cut its assistance to the Palestinian Authority should the current “peace” talks prove fruitless.

“I think it is realized in Israel that this money is key to the stability of the West Bank and in Gaza,” the Dane said. “If we don’t provide the money, I think there is a great likelihood that Israel would have to provide far more.”

Faaborg-Andersen’s choice of words are instructive. He appears to believe that the EU is doing Israel a favor by providing “stability” in the territories occupied in 1967.

As far as I can see, he did not elaborate on his comments. Had he done so, he could have explained that international law obliges an occupying power to meet the basic needs of a people under occupation. By stumping up around €460 million ($622 million) to Palestine each year, the EU is relieving Israel of its legal responsibilities.

Spin

The spin constantly being put on this aid is that it improves the living conditions of the Palestinians. The statements and “fact sheets” cranked out by Brussels bureaucrats don’t explain that some of it directly finances the infrastructure of occupation.

In 2012, for example, the Union boasted about how it was giving €13 million ($17.5 million) to upgrade equipment such as X-ray machines and computer technology used at Karem Abu Salem, the crossing for goods between Gaza and present-day Israel.

There was a major omission in the announcement of this “generous” gift. Karem Abu Salem — known in Hebrew as Kerem Shalom — is controlled by Israel, which has placed severe restrictions on the flow of goods into the Strip. By lending Israel a hand, the EU was accommodating the illegal siege of Gaza. It wasn’t the first time that the Union had facilitated such illegality.

Don’t trick us

If you understand French, I’d urge you to read Palestine, la trahison européenne (Palestine, the European betrayal). Written by Véronique De Keyser, a member of the European Parliament, and the late human rights champion Stéphane Hessel, this book documents how aid ostensibly earmarked for the Palestinians actually benefits Israel. After Hamas won a democratic election in 2006, the EU refused to channel aid through an administration headed by that party. In March 2006, Benita Ferrero-Waldner, then the Union’s external affairs commissioner, decided that €40 million ($54 million) would be paid directly to Israel so that Israeli firms could deliver fuel to Gaza.

I have never argued that the EU should cease giving money to Palestine. Doing so would deprive too many people of education, healthcare and energy. Instead, what I have demanded is honesty and accountability.

The taxpayers of Europe should not be tricked into thinking that our money is always being spent in a benign fashion. We should be told straight out that it is aiding an occupation. If Israel refuses to accept its legal responsibilities, then it behoves the EU to send its aid bills to Israel and insist on reimbursement. And when Israel destroys EU-financed projects — as it has done on numerous occasions — the Union must take Israel to court. To their shame, the Union’s representatives have always been too cowardly to sue Israel.

Sinister

Fresh data contained in an official EU report on the arms trade reveals something even more sinister. It indicates that the value of export licenses for weapons issued by the Union’s governments jumped by 290 percent between 2011 and 2012: from €157 million ($212 million) to €630 million ($851.5 million).

These statistics probably don’t give a full picture of the cooperation involved. Britain (a long-standing EU member) released figures last year indicating that the sale of military items to Israel can be measured in billions, rather than millions. Still, they indicate that the Union is blithely ignoring its own law on the weapons trade. It forbids arms exports if they are likely to be used for repression or to exacerbate regional tensions.

There is, of course, a pattern forming here. Israel is treated as if it is above the law.

 

thanks to: electronicintifada

What’s behind Israel’s biggest economic boom? The occupation

The period of Israel’s history that by far saw the largest economic growth, more than any other, was the six years following the Six Day War. And what agricultural, industrial, or hi-tech breakthroughs took place around 1967-1973? None worthy of mention. More than any other single factor, it was the establishment of the Occupation-Settlement Enterprise.

By Dr. Assaf Oron

This week, Dr. Karnit Flug became the first woman in Israeli history to be appointed Governor of the Israel Central Bank – a position analogous to the U.S. Federal Reserve chair. The process leading up to her appointment played out as a satirical mirror-image to what had transpired in America a short while earlier.

In both cases, the outgoing chair/governor had strongly recommended his second-in-command, a woman, as successor. In both cases, the government had originally skipped over the female candidate, instead courting has-been male candidates with skeletons in their closets. And in both cases, common sense eventually prevailed.

There were, however, the familiar differences between the American process and its Israeli doppleganger, in the depth of the farce. Whereas the Obama administration had only considered Larry Summers over Janet Yellen, but never formally extended the invitation – the Netanyahu government managed to formally appoint not one, but two would-be male governors, only to see both candidacies evaporate into thin air. Then, Bibi and his finance minister, Lapid, bickered and vacillated over various other candidates for an additional three to four months before finally reverting to Flug – who was meanwhile the acting governor – as the option of last resort. This was preceded by Lapid – a few months ago Israel’s rising political star and nowadays its favorite laughingstock – going on national TV a mere four days before the final appointment and stating in his signature dismissive overconfidence that, “Flug will never be Bank of Israel governor.”

But without a doubt, the cherry on top is the reports from multiple sources that at the very last moment, Netanyahu extended a desperate invitation to none other than Larry Summers himself. That’s how I learned that Summers is Jewish. In Netanyahu’s world, any male neoliberal economist of Jewish descent, anywhere on the globe, is a more appropriate Bank of Israel governor than an Israeli-born woman who rose through the Bank’s ranks (Flug’s predecessor was American Stanley Fischer).

But I digress… sorry, Israeli politics are often so funny that no satire can do them justice.

Why this virulent “Anti-Flugism” on Netayahu’s part? What is, metaphorically, the “dark secret” that made Bibi try to throw everyone and the kitchen sink into the Governor position, just to avoid the natural successor?

Flug’s lack of a Y chromosome does not explain the depth of Bibi’s hostility. Instead, most economic journalists point towards a working paper published in 2007, when Dr. Flug was head of the Bank’s research division.

That paper, co-authored by Flug and Dr. Michel Strawczynski, divided Israeli history from 1960 through 2006 into periods delineated by historical and economic turning points, and calculated the growth in each period as well as a host of variables representing economic policy and the political situation, in an attempt to answer the question: what are the main drivers of growth periods? More specifically, do these tend to be geopolitical factors (wars, immigration waves, the global economy, etc.) – or the Israeli Treasury’s macro-economic policy (deficit, liberalization, public investment, etc.)? Here is the raw data from the article:

Flug and Strawczynski concluded unequivocally that during the period they studied, geopolitics had trumped economic policy in their impact upon Israel’s economic fortunes by a 2:1 ratio. Frankly, no elaborate econometric models are needed to draw that conclusion: the table shows it directly, and anyone with a living memory of a substantial chunk of that period can attest to that. If anything, the models might have granted economic policy more than its fair share, at the very least due to the fallacy that macro-economic steps have an immediate effect rather than a delayed one.

Anyway, the Flug-Strawczynski report was a thorn in Netanyahu’s side. In 2003-2006 he had clawed his way back from the political wilderness and as finance minister, implemented a radical neoliberal agenda of brutal social safety-net cuts and rampant privatization. That period coincided with Israel’s emergence from its deepest economic crisis since the 1970s – the Al-Aqsa Intifada crisis of 2001-2003, exacerbated by the 9/11 recession.

Bibi has presented Israel’s recovery from the 2001-2003 crisis as evidence for his economic genius, and as his claim to gravitas in the eyes of Israel’s socio-economic elites, who had up until then seen him as a superficial hack. Yet, here comes the head of the central bank’s research department, who states in a formal report that in reality, Israel’s economy mostly rode on George W. Bush’s coattails to exit the crisis.

Fair enough. That probably explains Flug’s “Dark Secret” vis-a-vis Netanyahu. It is a bit ironic, because the report authors actually go out of their way to praise Bibi’s economic policies, to an almost embarrassing degree considering this is was a research report and not an op-ed. Yet they could not undo their results, and could not allay Bib’s wrath.

But this tempest in an economic teapot is not the Dark Secret I care about.

I was very glad to discover the Flug-Strawczynski report. Not because of the analysis – I am not a fan of neoliberal models, they seem to be “flexible” enough to give neoliberals exactly what they want, reality be damned. Thomas Herndon brilliantly showed this about the influential Reinhart-Rogoff article; I had my own, eerily similar personal experience with this type of (mal)practice by another celebrity neoliberal, Dartmouth’s Jonathan Zinman. In the Flug-Strawczynski case, the signal coming from reality was probably way too strong to be obliterated via neoliberal hocus-pocus modeling.

No, it was not the analysis I was glad to see. It was the raw data in their Table 1 shown above. The data exposes a dark secret that is not Flug’s – but rather, shared across the entire Israeli elite. In fact, it is a secret hiding in plain sight.

How Did Israel Become a Wealthy Country?

In the last 30-40 years or so, Israel has been a Westernized country, wealthy relative to most of the world – both in terms of lifestyle and in terms of self-image. That is, most Israeli citizens nowadays both live a Westernized, consumerist, relatively wealthy lifestyle, and expect to deserve this kind of life. Most current international economic indices of wealth show Israel in the top 10-15 percent of countries worldwide.

In 1960, the beginning of the period examined by the Flug-Strawczynski report, this was not the case, not at all. So what triggered Israel’s “economic miracle,” its transition into a solid First World status?

If one compares Israel to other countries that hop-skipped from the “Second” or “Third World” to the “First World” over a similar time frame, the question’s difficulty becomes more apparent. In the Israeli press there have been attempts to cast Israel as an “Asian Tiger” like Japan, South Korea, or Taiwan. But all these Tigers took a pretty clear path to prosperity: they became global industrial export powers. Israel, too, takes pride in its exports; but our exports have never reached “Tiger” levels and have never exceeded our imports (under certain calculation choices, in 2010 Israel’s exports briefly and narrowly exceeded its imports – but not when all imports and exports are considered; and even this hasn’t happened in any other year).

So Israel is not an “Asian Tiger.”

Some European nations, too, have emerged from relative poverty to relative wealth over a similar period; Italy and Spain come to mind. During their period of rapid growth, these countries enjoyed stable peace, maintained very small militaries, became global tourism magnets – and, to boot, had positive foreign-trade balances for most of the time. Israel certainly did not follow this path either.

So what is Israel’s secret?

The common Israeli answer to the riddle is a mix of self-congratulatory theories. The most popular is a story of generational brilliance: it begins from our amazing agriculture built from the 1930s to the 1960s (only to be dismantled later by neoliberalism), followed by amazing “traditional” industry from the 1950s onwards (which, again, produced far less exports than our imports at any given point in time, and has been largely dismantled since the 1980s) – and nowadays, the fabled “Silicon Wadi”, the golden calf of Israeli hi-tech.

Another explanation comes from Israeli fans of neoliberalism. After long years of quasi-socialist or inconsistent policies, sometime in the mid-1980s Israel’s macro-economic policy started following neoliberal dogma. Since then, its neoliberal marks only keep improving. This – according to neoliberals – is the source of economic manna raining on Israeli heads. This latter theory is the one examined by the report. The authors’ models managed to rule a respectable defeat: neoliberal orthodoxy was not a decisive factor in Israel’s economic growth, but it was “statistically significant” (as a statistician I question the “significance” premise here, for various reasons).

But the raw data alone suffices to show that the “neoliberalism brought us prosperity” theory is pure hogwash. If it were true, we’d expect the numbers in Table 1 to show weak or inconsistent growth before the late 1980s, and ever-accelerating growth since then. What we see instead is perennial inconsistency, start to finish – but with the longest periods of strongest growth happening predominantly in the 1960s and 1970s, well before the advent of Israeli neoliberalism. Don’t believe me? Here’s what the authors themselves write: “After 1973, growth periods were scarce and short…” (p. 5).

So neoliberalism is not it.

What about the agriculture-industry-hi-tech explanation? The real data is not kind to them either. What was the most massive persistent-growth period, far ahead of any other period in 1960-2006? The six years immediately after the 1967 war. Per-capita annual growth during these six years was an astronomical 9.9 percent, with the short Intel-led “hi-tech” burst of 1999-2000 coming in a distant second at 6.3 percent, and 1960-1965 third with 5.6 percent (Table 1, third column of numbers). Not only was the 1967-1973 growth rate phenomenal; this period is also one of the longest in the hectic history depicted in the table (and for unknown reasons, the authors wrongly snip it somewhat too short at December 1972, instead of September 1973 on the eve of the 1973 war). Cumulatively, over the 76 months from the 1967 war to the 1973 war, Israel’s per-capita GDP had almost doubled.

What agricultural, industrial, or hi-tech breakthroughs took place around 1967-1973? None worthy of mention. Rather, the project bringing about this growth spurt, the project most responsible for shifting Israel from “Second World” to “First World” economic status – not exclusively, but more than any other single factor – is the establishment of the occupation-settlement enterprise.

As I said, this is a secret hiding in plain sight. The data are public, but no one seems to be interested in them, and certainly no one in Israel cares to emphasize them. I first encountered them a few years ago, on the amazing global-health visualization website gapminder.org. Playing with the interactive graphs there, I was naturally curious about my home country.

Below are some Gapminder plots highlighting Israel. The x-axis shows the current year’s per-capita growth rate, while the y-axis shows the (log-transformed) per-capita GDP. In the 1967 snapshot, Israel is near the top of the “Second World” cluster, not far from countries like Hungary and Yugoslavia. By the 1974 snapshot, it had already hop-skipped to the bottom of the “First World” cluster. The dots connected by a green line show Israel’s remarkable annual per-capita growth numbers during the intervening seven years. Making a similar leap concurrently with Israel are Japan (large red circle), Italy and Spain (somewhat smaller, orange circles).

So I’ve known about this data for a while. But Gapminder is “just a website,” and a European-based one to boot. Israelis have retreated since 2000 into a reflexive denial of any embarrassing information coming from abroad (even if the source is a likeable Swedish public-health professor dealing with 200 countries’ data and not obsessed with Israel in particular). Therefore I was really glad to see an official report from none other than the Israel Central Bank, admitting the same reality, black on white.

So what do Flug and Strawczynski have to say about the remarkable growth spurt of 1967-1973? Par for the Israeli establishment’s course, they say next to nothing about it. Yes, a 37-page report named ”Persistent Growth Episodes and Macroeconomic Policy Performance in Israel” devotes almost no attention to the single most massive growth period in its study. The only half-hearted reference to this period is in parentheses, saying that the 1967 war “(…enhanced growth since it was short and created prospects for improving Israel’s geopolitical situation)” while the 1973 war did roughly the opposite – and this too, was not invoked to explain growth, but only to explain why the authors didn’t include wars directly as a covariate in their model (p. 12; they did include the number of terror victims, though).

Just for completeness, I will address this half-hearted, not-quite-an-explanation explanation as well. Yes, 1967 established Israel as a regional power. But this geopolitical upgrade came at a direct geopolitical price: the Soviet bloc immediately cut off all ties with Israel, turning it into an explicit Cold War pawn for better or worse. The Arab economic boycott, in place since 1948 but rather toothless during its first two decades, began to intensify, reaching its peak after 1973. And from a strict security perspective, as recent analysts point out, 1967 actually harmed Israel’s deterrence potential: on the Egyptian front the war never really ended, devolving into a bloody four-year war of attrition. It is after 1967 that Palestinians make their appearance as an autonomous player, launching guerrilla and terror attacks, first from Jordan and Gaza, then from Lebanon and worldwide. By contrast, the years immediately before 1967 were among the calmest in Israeli history. So neither geopolitics per se nor the objective security situation were the economic ATM making Israel rapidly wealthier between the summer of 1967 and the fall 1973.

What was this ATM then? It was the establishment of the Occupation regime, which paid immediate dividends in multiple ways. Here are some of them:

Arab Labor, Part A –  Practically overnight, Israel’s labor market was flooded by a huge number of low-cost, high-quality indigenous laborers. The product of Palestinian labor for Israeli businesses directly contributed to our national wealth. It took a while for the authorities to actually document and partially “rein in” this labor (in the sense of it being formally reported). But its extent was truly torrential: within a few years there were scarcely any Jewish-Israeli manual laborers anymore. In addition, the documented minority among Palestinian workers, numbering tens of thousands from the middle of the period onwards, paid Israeli income tax and the Israeli equivalent of Social Security, without receiving anything in return, thus giving a boost to Israel’s government budget, too (since 1994 this money was supposed to go to the Palestinian Authority; withholding it has become a national sport among Israeli politicians).

Arab Labor, Part B – Palestinian labor made it far easier for many in Israel’s working class to hop-skip overnight into the middle class as independent business owners. The Israeli construction worker became an independent contractor, with Palestinians doing the work. The auto mechanic became an auto-shop owner, and so forth. Anyone living in Israel during the 1970s and 1980s recalls the crocodile-teared public refrain about, “All workers are Arab” and “Jews don’t want to do the work anymore…”  But in reality, most Israelis were busy laughing all the way to the bank.

Arab Labor, Part C – The lower cost and higher yield of Palestinian labor allowed Israeli consumers to enjoy cheaper products and services, especially if they went to the Territories to purchase them – which in 1967-1973 was considered a perfectly safe, almost daily activity. Inside Israel itself there was a construction boom, with large modern apartments becoming affordable. Many Israeli business owners kept prices the same or even raised them as demand increased, becoming wealthier faster due to the dramatically higher margins.

The Settlement Enterprise – Conventional wisdom attributes the massive expansion of Israeli settlements to the right-wing Likud governments starting in 1977. In reality, even before that the settlement project had transformed some regions beyond recognition, first and foremost “East Jerusalem” – the vast regions in the city’s north, northwest, east and south annexed in 1967 that are far larger than both pre-1967 parts put together. A conglomerate of Jewish mega-neighborhoods sprouted on those hilltops within a few years. The new land was “free,” i.e., forcibly confiscated from its Palestinian owners, and labor was cheap (see above…). By 1973, Jerusalem had already turned from a sleepy border town to a vibrant sprawling city, greatly invigorating the capital’s economy.

Captive Market – Overnight, the “domestic” market for Israeli products increased in the size of its population by some 50 percent. After taking over the Occupied Territories, Israel imposed a customs union on them and either completely blocked or placed strong barriers on imports into the Territories from abroad. Local Palestinian industry was also repressed by suffocating military bureaucracy, as well as by the situation itself. Gapminder.org pegs the per-capita Jordanian buying power in 1967 at roughly one-third of Israel’s; so depending upon product, the actual market expansion was probably smaller. But would any business complain about an immediate 10-20 percent market expansion? For Israeli monopolies the captive market was especially lucrative. For example, Israel’s three oil companies united to create “Pedesco,” a gas-station monopoly operating only in the Territories. But the jewel in the crown remains the currency monopoly. The Israeli lira (the shekel’s predecessor) became the Territories’ only de-facto currency, and Israeli banks charged Palestinian banks confiscatory fees for the privilege of using it.

An Arab Boycott bypass road – As written above, post-1967 Arab nations became gung-ho about boycotting Israel. However, the so-called “Open Bridges” policy announced by Israeli Defense Minister Moshe Dayan allowed West Bank businesses to export to the Arab world via Jordan, and the West Bank label was not boycotted. Israeli businesses quickly took advantage of this opportunity, and ever since 1967 a lot of Israeli products have been sold to unsuspecting Arab-world consumers under a false label, thus accessing previously unreachable markets. This was especially easy with agricultural produce. The Israeli press was openly bragging about the practice in the 1970s.

Exploitation of natural resources – Easiest to exploit was, of course, the land itself. But other resources have been intensively, and quickly exploited as well. Only years later, it was revealed that starting in summer 1967, Israel pumped massive amounts of oil from the Abu Rudeis field in Sinai; by 1973 this field supplied half of Israel’s oil consumption. In addition, water from the Golan Heights taken from Syria in 1967, doubtlessly helped Israeli agriculture in the North, the country’s most productive region (pre-1967, the incessant “water war” with Syria was the single greatest flashpoint along Israel’s borders).

Expansion of Government Spending – Many of the items above necessitated massive public spending. But more than all everything else combined, military expenses had mushroomed beyond belief. Huge new bases were built in the Territories, in Sinai above all – including the ill-fated Bar Lev Line fortifications. The number of employees in Israel’s “security industries” increased by 150 percent from 1967 to 1973 (h/t Shir Hever for the datum). This was yet another stimulus to Israel’s economy, and an increasing chunk of it came from the United States as military assistance (which was essentially nonexistent pre-1967). But some of this spending was unfunded; indeed, Israel’s budget dipped into the red in 1969, and by 1973 the government ran a hefty deficit.

“Start-Up Nation”? The most amazing start-up in Israeli history remains the establishment of the occupation regime. One teeny problem: we forgot to make our strategically timed exit.

Despite the remarkable commitment of most Israeli governments to the occupation and settlements, these twin projects have never again succeeded in delivering a boom remotely similar to 1967-1973. Even worse, the occupation has become the major instigator of Israel’s economic crises. This, of course, started right then in October 1973. The war’s direct cause was an Egyptian realization that Israel intends to make permanent its occupation of the Sinai. The 1973 war hurled Israel into one of its worst economic crises (slightly mitigated in Table 1′s numbers by the misguided addition of three pre-war quarters), a crisis with global implications due to the oil embargo it triggered. Thereafter, both IntifadasPalestinian rebellions against the occupation – had also triggered recessions, with the 2001-2003 recession’s numbers being the worst in the study period.

Emerging from the mid-1970s crisis and the late-1980s crisis required that Israel pay a political price. On the first occasion, it was returning the Sinai and (falsely) committing to Palestinian autonomy. On the second occasion the price was engaging in direct negotiations with the Palestinians, leading to some limited autonomy. But the exit from the 2001-2003 crisis was granted to us by the George W. Bush administration free of charge, as part of his crusade to reshape the Middle East, and of his generally superb skills in running things. 

This unbelievable (and highly irresponsible) politico-economic gift from Bush has caused most Israelis to enter a mental bubble of smugness and disengagement from reality. It is this bubble that explains much of Israel’s ridiculous military adventurism since the mid-2000s. It is this bubble that allows Bibi to boast of “saving Israel’s economy” via some neoliberal magic potion. And it is this bubble, in which economists like Flug and Strawczynski attempt to “investigate,” supposedly, what causes Israel’s growth and recession cycles – all the while completely ignoring the occupation regime that actually underlies most of them.

If you are still confused as to what this little post’s message is:

Post-1967, Israel’s economy has become an occupation economy first and foremost. Setting up the occupation regime gave us our biggest economic growth spurt. Since then, the occupation’s woes have given us our worst crises.

Yes, there is also Israeli hitech, and there is also macro-economic policy. But studying Israel’s macro-economy without explicitly entering the occupation regime into the picture, is – my apologies if this offends anyone – tantamount to economic malpractice.

On an overall calculation, my guess is that Israel is still somewhat ahead, economically, on the cumulative gains and losses from its occupation gamble. This is mostly at the expense of Palestinians, of course, but also increasingly at the expense of the U.S., the EU and others who have poured increasing amounts of money and effort to keep the situation in Israel-Palestine from falling completely off a cliff. That inflow of outside money has helped us retain many of the occupation’s benefits (for example, at least the Arab labor part was a massive growth and wealth-generation engine until 1987, rather than ending in 1973), while externalizing the humungous military cost, and shirking responsibility for crippling of Palestinian economy. Yet, the occupation’s annual balance is probably negative nowadays, and getting worse, on average, every year.

So why can’t we give it up? Besides the well-known political and social reasons (fear of Palestinians in general and terror in particular, the settler Right’s chokehold on national politics, plain inertia), there is also the memory of the original “high” of 1967-1973. That initial boom still lives in too many Israeli hearts and minds, equating the occupation and “greater Israel” with a sense of prosperity. That explains our collective behavior patterns, such as,

• Pledging to give up the occupation again and again, yet not following up, and very often not even doing anything that can realistically lead to its end;

• Denying or suppressing the occupation’s existence, its nature or the magnitude of its impact upon Israeli life;

• Blaming everyone but ourselves for its side effects.

In short, the classic behavioral patterns of an addict.

Whoever is still not convinced how unique 1967-1973 were in Israeli economic history, here is a gapminder.org trace of Israel’s annual growth rate from 1967 through 2010. No other period comes close.

A few notes from the discussion that followed the Hebrew version:

The fact that the occupation’s start-up period made Israelis much wealthier, on average, does not automatically mean that it made Palestinians poorer during that same time. Rather, the effect on Palestinians seems to had been mixed: many of the elites suffered (exiled, jailed or lost a lot business-wise); new elites – those who knew how to do business with the occupation – gained; and the common Palestinians often made more money from serving the new masters’ needs. However, medium and long-term the switch from a mixed farming/urban, developing economy towards a predominantly day-labor based one, has not been good. Infrastructure and skill development stagnated, and Palestinian income became almost entirely dependent upon the whims of Israel’s policy toward Palestinian labor.

There is no denying that Israeli hi-tech has been an important growth engine. However, our hi-tech, which started in earnest during the mid-1980s and matured during the 1990s, is taking place against the background of an already wealthy economy. Therefore it cannot explain the critical transition into that situation. Moreover, major occupation crises, when they occur, still trump Israeli hi-tech together with the entire economy. In fact, one can see the last few years in Israeli politics and economics, as a frantic collective attempt to insulate the hi-tech and other ultramodern “First World” features from the occupation – without letting go of the occupation itself. This acrobatic effort is symbolized by one man: Naftali Bennett, a hi-tech millionaire who went on to become chairman of the Settler Council, leader of the settler-affiliated political party, and now serves as Israel’s minister of the economy.

Dr. Assaf Oron is an expatriate Israeli living in Seattle since late 2002. He works as a research statistician at Seattle Children’s Hospital. Prior to arriving in Seattle, he was active in the Israeli anti-Occupation groups Ta’ayush and “Courage To Refuse.” He now supports the activities of the humanitarian organization Villages Group from afar (http://villagesgroup.wordpress.com).

Author’s note: This is an English translation, with some updates and revisions by the author, of a text appearing in Hebrew on Haokets in September. My best wishes to Dr. Flug for her recent historic appointment. At this juncture I wouldn’t wish her new job on my worst enemy, but on a personal level the honor itself is well-earned. Contrary to what my introduction might suggest, as far as I know Dr. Flug’s personal credentials are impeccable. The “Dark Secret” is in fact shared by Israel’s entire economic elite. The title is attributed to Flug since her research work had brushed perilously close to that “Dark Secret” without exposing it. Thanks to Shir Hever for some information and for pre-publication comments. Thanks to post-publication talkback commenters, even the not-so-friendly ones, for helping me improve the English version.

thanks to: 972mag

Pace è guerra: i negoziati, il colonialismo di insediamento israeliano e i palestinesi

Convegni di studio su “Gli accordi di Oslo – 20 anni dopo”

Roma 3 ottobre, Milano 4 ottobre, Torino 5 ottobre 2013

Relazione di Joseph Massad* a Milano e Torino

Pace è Guerra: i negoziati, il colonialismo di insediamento israeliano e i palestinesi

Fin dall’inizio del suo progetto coloniale, il sionismo ha insistito nel sostenere che avrebbe cercato di colonizzare la Palestina “pacificamente”, che la colonizzazione del paese non avrebbe danneggiato la popolazione autoctona, che invece ne avrebbe tratto beneficio. Lo stesso fondatore del movimento, Theodor Herzl, ha fornito due visioni di questo futuro, una visione pubblica romanzata, pubblicizzata nel suo romanzo utopico Altneuland, secondo la quale la Palestina sarebbe diventata uno stato ebraico che avrebbe favorito la coesistenza con gli arabi, arabi che sarebbero stati felici e grati di essere colonizzati e civilizzati dagli ebrei europei, e una strategia segreta, logistica e pratica, per espellere la popolazione araba fuori dal paese, espressa con dovizia di particolari nei suoi Diaries. Il doppio approccio di Herzl, di dichiarare intenzioni pacifiche a uso e consumo pubblico, dietro le quali cercava di nascondere la violenta strategia sionista di conquista della terra dei palestinesi sarebbe stata adottata in seguito completamente dalla politica israeliana e continua ancora oggi a esserne una pietra miliare.

In effetti, molto prima che George Orwell rendesse popolare l’espressione “guerra è pace”, nel suo romanzo del 1949, il sionismo aveva già chiaro che la sua strategia coloniale dipendeva da una deliberata e insistente confusione dei termini binari “guerra” e “pace”, in modo che ciascuno di essi si nascondesse dietro l’altro, all’interno di una stessa strategia: “pace” sarà sempre il termine usato in pubblico per indicare una guerra coloniale e “guerra”, quando diventasse necessaria e pubblica nella forma di invasioni, verrebbe definita come il mezzo principale per raggiungere l’anelata “pace.” Condurre guerra come pace è così centrale per la propaganda sionista e israeliana che l’invasione del Libano del 1982, nella quale furono uccisi 20.000 civili, fu denominata operazione “Pace in Galilea”. Guerra e pace, quindi, sono gli strumenti di un unico obiettivo strategico finale, la colonizzazione della Palestina da parte degli ebrei europei e la sottomissione e l’espulsione della popolazione nativa della Palestina.

Per portare a compimento l’espulsione dei palestinesi e la costituzione di una colonia di insediamento ebraica, Herzl cercò l’appoggio delle potenze che controllavano il destino della Palestina. Mentre i suoi assidui sforzi di corteggiare gli ottomani e di persuaderli di concedergli una possibilità sono falliti, la leadership sionista dopo di lui ha adottato la sua strategia e con successo si è assicurata l’appoggio della Gran Bretagna che si impadronì della Palestina dopo la prima guerra mondiale, come pure della clientela hashemita che la Gran Bretagna mise a capo dell’Iraq e della Transgiordania. Gli inglesi stessi si impegnarono nella loro famigerata Dichiarazione Balfour a far sì che la colonizzazione da parte degli ebrei europei della Palestina avvenisse pacificamente, sotto la loro egida, in modo che “nulla sarà fatto che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle esistenti comunità non ebraiche in Palestina”. Dopo la seconda guerra mondiale, i sionisti si sono assicurati con successo l’appoggio statunitense al loro progetto coloniale.

Il leader sionista Vladimir Jabotinsky, seguendo la strategia di Herzl volta a garantirsi la protezione delle maggiori potenze mondiali, ha formulato come segue la posizione sionista:

La colonizzazione sionista deve o fermarsi, oppure procedere senza riguardo alla popolazione nativa. Il che significa che può procedere e svilupparsi solamente sotto la protezione di un potere indipendente dalla popolazione nativa dietro un muro di ferro che la popolazione nativa non può abbattere. Questa è la nostra politica verso gli arabi; non quella che dovrebbe essere, ma quelle che realmente è, che lo si ammetta o no. Che bisogno c’è, altrimenti, della Dichiarazione Balfour? O del Mandato? Il loro valore per noi è che il Potere esterno si è impegnato a creare nel paese condizioni di amministrazione e di sicurezza tali che se la popolazione nativa volesse contrastare il nostro lavoro, lo troverebbe impossibile.

Questo non significa che i sionisti avevano abbandonato le loro assicurazioni pubbliche che la colonizzazione “pacifica” del paese non avrebbe danneggiato i palestinesi, mentre contemporaneamente impiegavano i mezzi più violenti per espellerli dalla loro terra È stato questo impegno pubblico sionista per la “pace” con i palestinesi la cui terra cercavano di conquistare che provocò l’ira di Jabotinski. L’assunto dei leader sionisti che i palestinesi erano corruttibili, che potevano essere comprati e che avrebbero accettato la dominazione degli ebrei in cambio di benefici economici nominali, fu decostruito da Jabotinsky punto per punto. Già nel 1923, dichiarò che:

I nostri mercanti di pace stanno cercando di persuaderci che gli arabi sono o stupidi al punto che possiamo ingannarli mascherando i nostri propositi reali, o corrotti al punto da poter essere indotti con il denaro a lasciare a noi la loro rivendicazione di priorità in Palestina, in cambio di vantaggi economici e culturali. Respingo questa concezione degli arabi palestinesi. Culturalmente sono 500 anni dietro di noi, non hanno né la nostra resistenza, né la nostra determinazione; ma sono buoni psicologi come noi…Noi possiamo raccontargli qualsiasi cosa ci piaccia sulla innocenza dei nostri obiettivi, attenuandoli e addolcendoli con  parole melliflue per renderli graditi, ma loro sanno ciò che vogliamo, come noi sappiamo ciò che loro non vogliono. Essi sentono almeno lo stesso amore istintivo e geloso della Palestina, come i vecchi aztechi lo sentivano per il vecchio Messico, e i Sioux per le loro praterie ondulate.

Per Jabotinsky, il razzismo della leadership sionista la stava accecando fino a minare la sua strategia. A suo avviso nessuna quantità di denaro e nessun profluvio di parole melliflue ha mai convinto un popolo a consegnare il suo paese a conquistatori stranieri ed era, quindi, convinto che i palestinesi dovevano essere sconfitti militarmente come precondizione per la loro acquiescenza al progetto sionista di rubare il loro paese. A questo proposito ha aggiunto:

Immaginare, come fanno i nostri filo-arabi, che [i palestinesi] permetteranno
volontariamente la realizzazione del sionismo, in cambio di convenienze morali e materiali che il colono ebraico porta con sé, è una nozione puerile, che ha al fondo una sorta di disprezzo per il popolo arabo; significa che disprezzano la razza araba, che la considerano una plebaglia corrotta che può essere comprata o venduta, pronta a rinunciare alla sua patria per un buon sistema ferroviario…Non c’è nessuna ragionevolezza in queste opinioni. Può succedere che qualche arabo prenda una tangente. Ma questo non significa che il popolo arabo della Palestina, nel suo complesso, venderà quel fervente patriottismo che difendono così gelosamente e che nemmeno gli abitanti della Papuasia venderebbero mai. Ogni popolazione nativa nel mondo resiste ai colonialisti fino a quando ha la più piccola speranza di sbarazzarsi del pericolo di esserecolonizzata.

Quindi per Jabotinsky il modo appropriato e corretto di assicurarsi l’acquiescenza palestinese è quello di rimuovere qualsiasi possibilità che essi possano mai fermare la colonizzazione del loro paese o rovesciarla una volta che sia stata ottenuta. Tutto questo sarà portato avanti, innanzitutto, assicurandosi uno sponsor imperiale per la costituzione di una colonia di insediamento ebraica e creando quello che ha chiamato un “muro di ferro”, difeso da un esercito sionista che i palestinesi non siano in grado di sconfiggere. Solo allora, ha concluso, i palestinesi saranno pronti per un accordo pacifico con i loro conquistatori coloniali:

Questo non significa che non ci può essere nessun accordo con gli arabi palestinesi. Quello che è impossibile è un accordo volontario. Fino a quando gli arabi sentiranno che c’è la minima speranza di liberarsi di noi, rifiuteranno di rinunciare a questa speranza in cambio di parole gentili o di pane e burro, perché non sono una feccia, ma un popolo vivo. E quando un popolo vivo cede su questioni di carattere così vitale, questo avviene solo quando non c’è più alcuna speranza di sbarazzarsi di noi, perché non possono fare alcuna breccia nel muro di ferro. Non abbandoneranno, fino a quel momento, i loro leader estremisti il cui slogan è: “Mai”! Poi la leadership passerà a gruppi moderati che si rivolgeranno a noi con una proposta sulla quale dobbiamo entrambi concordare reciproche concessioni. Allora possiamo aspettarci che discutano onestamente le questioni pratiche, come la garanzia contro la espulsione degli arabi, o i diritti eguali per i cittadini arabi, o l’integrità nazionale araba…E quando questo accadrà, sono convinto che noi ebrei saremo pronti a dare loro garanzie soddisfacenti, affinché entrambi i popoli possano vivere insieme in pace come buoni vicini.

Le tesi di Jabotinsky avrebbero guidato tutti i settori del movimento sionista dopo di lui, compreso il Labor Sionista dominante, guidato da Ben Gurion. Come Herzl, Ben Gurion avrebbe sostenuto la pace con i palestinesi pubblicamente, affermando che gli interessi dei colonialisti e dei nativi non erano in contraddizione, ma nello stesso tempo pianificava, in modo strategico, la guerra contro i palestinesi negli incontri con la leadership sionista. Ma a guidarlo sarebbe stata la logica degli argomenti di Jabotinsky. Nel 1936, durante la grande rivolta palestinese contro la colonizzazione sionista e l’occupazione britannica, Ben Gurion dichiara:

”Non è per stabilire la pace che noi abbiamo bisogno di un accordo. Senz’altro la pace è un problema vitale per noi. È impossibile costruire un paese in uno stato di guerra permanente, ma pace è per noi un mezzo. Lo scopo finale è la completa e piena realizzazione del sionismo. Noi abbiamo bisogno di un accordo solo per questo”.

Facendo eco alle parole di Jabotinsky, Ben Gurion capiva che un accordo complessivo di pace con i palestinesi era inconcepibile negli anni ’30, quando i coloni ebraici erano ancora una minoranza armata e bellicosa nella terra dei palestinesi. E concludeva:

”soltanto dopo una totale perdita di speranza da parte degli arabi, perdita che avverrà non solo per il fallimento dei disordini e dei tentativi di rivolta, ma anche come conseguenza della nostra crescita nel paese, gli arabi accetteranno di consentire a un Israele ebraico”.

Elaborando il concetto che pace è guerra Ben Gurion spiegava in modo molto chiaro ai suoi seguaci sionisti che qualsiasi accordo con gli arabi doveva essere definito formalizzando la loro capitolazione alla colonizzazione sionista. Questo dichiarò nei primi mesi del 1949, dopo il trionfo militare dei sionisti e la costituzione di una colonia di insediamento. “L’Egitto…è un grande Stato. Se potessimo arrivare a concludere con lui la pace, sarebbe per noi una notevole conquista”. Questa “conquista” doveva aspettare 30 anni, ma quando fu realizzata con gli accordi di Camp David con Anwar Sadat nel 1978, avrebbe sancito il riconoscimento da parte dell’Egitto della legittimità della colonia d’insediamento ebraica e il rifiuto della sovranità e dei diritti dei palestinesi, a eccezione di qualche piano “autonomo” differito e il consenso dell’Egitto a non ristabilire mai la sovranità sul Sinai, che Israele avrebbe restituito a un controllo egiziano parziale senza sovranità. La “conquista” dell’Egitto, della quale Ben Gurion parlò nel 1949, fu completata
a Camp David. In quel momento i palestinesi, rappresentati dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), non avevano ancora accettato formalmente il fatto che la colonizzazione del loro paese fosse irreversibile e continuarono a tentare la sua liberazione dal colonialismo ebraico europeo.Il concetto di pace come mezzo per ottenere maggiori conquiste coloniali ha continuato a essere radicato nelle considerazioni sioniste e sarebbe stato perseguito insieme alla guerra convenzionale, anche dopo Camp David, come è dimostrato dalle numerose invasioni del Libano negli anni ’70, ’80, ’90 e nel nuovo secolo. Anche se queste guerre sono state condotte esplicitamente come parte della ricerca israeliana di “pace” per conseguire i suoi obiettivi coloniali. La convocazione statunitense della “conferenza di pace” del 1991 a Madrid, alla quale furono invitati Israele e tutti i protagonisti arabi, escludendo l’OLP, non avrebbe inaugurato una nuova fase nella strategia israeliana, formalizzata nel suo nuovo approccio a partire dal 1977 – in particolare concludendo accordi di “pace” con leader arabi e palestinesi che, nelle parole di Jabotinsky, avevano “rinunciato alla speranza”, si erano arresi completamente al colonialismo ebraico, e avevano promesso non solo di non resistere a Israele, ma di aiutarlo mentre continuava la guerra contro gli arabi e contro i palestinesi che continuavano a resistere alla logica coloniale del sionismo.

Anche per il cosiddetto “processo di pace” a guida statunitense, che era stato inaugurato dopo la guerra del 1973, il governo degli Stati Uniti, rappresentato dal Segretario di Stato Henry Kissinger, avrebbe completamente adottato il modello di Jabotinsky. Il piano di Kissinger, che avrebbe condotto in pochi anni alla resa dell’Egitto a Camp David, era quello di coinvolgere eventualmente l’OLP nei negoziati di “pace” alla fine, in modo che l’organizzazione sarebbe stata invitata solo dopo che Egitto, Giordania e Siria avessero riconosciuto e accettato l’irreversibilità della colonia d’insediamento ebraica. Kissinger dichiarò: ”Noi abbiamo bisogno di tenerli (l’OLP) sotto controllo e di coinvolgerli solo alla fine del processo”. Riconoscendo che l’OLP degli anni ’70, che già allora voleva cedere su molti dei diritti del popolo palestinese, non era ancora pronto a rassegnarsi completamente alla irreversibilità della colonizzazione di insediamento ebraica, Kissinger aggiunse: ”Noi (ora) non possiamo accettare la minima richiesta dell’OLP, allora perché parlare con loro?” Kissinger spiegò che “il riconoscimento avverrà solo dopo che i governi arabi saranno soddisfatti.” Mentre gli Stati Uniti non potevano concedere il minimo all’OLP negli anni ’70, Israele ne sarebbe stato capace negli anni ’90.

È in questo scenario che venti anni fa l’OLP si arrese completamente a Israele e accettò la colonizzazione della Palestina, in quelli che sono noti come gli Accordi di Oslo. L’abbandono della lotta anti-coloniale sarebbe stata prima formalizzata con la dissoluzione ufficiosa dell’OLP, in particolare nella parte del suo nome “Liberazione”, e il suo riemergere come Autorità Nazionale Palestinese, una autorità che non cercava più di liberare nulla, ancor meno di offrire una qualche resistenza al colonialismo. Invece l’ANP avrebbe offerto i suoi servizi a Israele collaborando con le sue forze nel sopprimere qualsiasi resistenza palestinese alla colonizzazione ebraica, cercando da Israele garanzie per un minimo di privilegi che potessero mantenerli al potere.

L’ANP, in verità, ha dimostrato di essere un collaboratore di Israele molto più di quanto Jabotinsky avesse pensato fosse possibile. Jabotinsky aveva proposto che dopo essersi rassegnati alla loro sconfitta, i leader palestinesi che chiedevano la liberazione completa sarebbero stati cacciati e “la leadership passerà a gruppi moderati che si rivolgeranno a noi con una proposta sulla quale dobbiamo entrambi concordare reciproche concessioni. Allora possiamo aspettarci che discutano onestamente le questioni pratiche, come la garanzia contro la espulsione degli arabi, o i diritti eguali per i cittadini arabi, o l’integrità nazionale araba…”. L’ANP, come tutti sanno, non ha mai fatto queste richieste, ha abbandonato completamente i cittadini palestinesi di Israele, che non sono stati mai menzionati a Oslo e ha anche fatto la sua parte nello spostare i palestinesi in Cisgiordania a vantaggio dei progetti di costruzione sponsorizzati da uomini d’affari palestinesi, mentre acconsentiva a nuovi spostamenti di palestinesi dalla loro terra, nuovi, come ad esempio nella Valle del Giordano. Per quanto riguarda l’“integrità nazionale”, l’ANP non ha mai rivendicato di averne una, ancor meno di chiedere a Israele che la garantisse. Le aspettative di Jabotinsky sono state pessimistiche rispetto alla resa dei palestinesi, in particolare sul fatto che “noi non possiamo offrire adeguate compensazioni agli arabi palestinesi per il ritorno in Palestina. E quindi non c’è nessuna probabilità che un accordo volontario possa essere raggiunto. Così tutti coloro che vedono tale accordo come una condizione sine qua non per il sionismo, possono dire “no” e ritirarsi dal sionismo”. Contrariamente al pessimismo di Jabotinsky, tuttavia, e come parte degli accordi di Oslo, una somma consistente di compensazione finanziaria fu offerta e senz’altro accettata dall’ANP in cambio della Palestina. La somma ammonta finora a 23 miliardi di dollari, ma molto di più sta per arrivare.

Come ho affermato al tempo della firma di Oslo, la formula di Israele per un accordo di pace, in particolare “terra per pace” che l’OLP aveva accettato,

pregiudica l’intero processo di pace presupponendo che Israele abbia “terra” che vorrebbe concedere agli “arabi”, e che gli “arabi”, visti come responsabili dello stato di guerra con Israele, possano garantire a Israele la pace per la quale da lungo tempo si è aspettato…questa formula è in effetti un riflesso dei punti di vista razziali che caratterizzano gli israeliani (ebrei europei), i palestinesi e gli altri arabi. Mentre gli israeliani sono stati richiesti e sono ostentatamente presentati come desiderosi di negoziare sulla proprietà, il diritto borghese occidentale per eccellenza, i palestinesi e gli altri arabi sono stati invitati a rinunciare alla violenza – o più precisamente ai “loro” mezzi violenti – che è un diritto illegittimo e non riconosciuto, attribuibile solo a barbari incivili.

Spiegai allora che gli Accordi di Oslo consistevano in quel che segue:

Israele continuerà a controllare la terra, le acque, i confini, l’economia, gli insediamenti ebraici, in breve, tutto quello che ha cercato di controllare, senza la resistenza palestinese e con la sua necessaria soppressione, che potrebbe causare la possibile morte di ragazzi ebrei durante il processo. L’OLP si è impegnata a non permettere questa resistenza. I ragazzi palestinesi dovrebbero uccidere loro i ragazzi e le ragazze palestinesi che i ragazzi ebrei di Israele dovrebbero uccidere, rischiando anche loro nel processo. Nel frattempo, gli israeliani ricorderanno al mondo che le loro precedenti campagne di assassinio contro i palestinesi devono essere giustificate, visto che, ora, i palestinesi stessi riconoscono la necessità di controllare una popolazione selvaggia e recalcitrante.

In linea con Jabotinsky e Ben-Gurion, il ministro degli esteri israeliano in quel periodo, ora presidente di Israele, Shimon Peres hanno riconosciuto che quando Israele alla fine ha riconosciuto l’OLP come il rappresentante dei palestinesi, lo fece perché l’OLP non cercò più di rovesciare il colonialismo ebraico. Ha correttamente dichiarato: “Noi non siamo cambiati, è l’OLP che è cambiata”.

A partire da Oslo, la colonizzazione ebraica della West Bank e di Gerusalemme Est è raddoppiata, ma se escludiamo Gerusalemme Est, che fu annessa a Israele formalmente nel 1980, la colonizzazione ebraica della West Bank, da Oslo, si è nei fatti triplicata. Questo triplicarsi della colonizzazione è avvenuto pacificamente, sotto l’ombrello di Oslo. Ogni tentativo palestinese di impedirla, sia durante la seconda intifada, o attraverso il successo elettorale di Hamas, o atti giornalieri di resistenza contro l’esercito israeliano, sarebbe stato impedito da Israele e dalla ANP. Nel caso di Hamas, la sua repressione sarebbe stata molto intensificata con la collaborazione del regime di Mubarak in Egitto, e più recentemente con il colpo di stato quasi-fascista del generale Sisi.

Con la strategia “pace è guerra” Israele ha pure cercato di cambiare il vocabolario usato per descrivere il suo progetto coloniale, insistendo che i palestinesi devono sottomettersi alla sua terminologia, che i media USA e europei usano per descrivere il colonialismo sionista.

Nella storia delle guerre coloniali e della resistenza anti-coloniale, specialmente nel contesto delle colonie di insediamento, le lotte dei nativi contro i colonizzatori europei sono sempre state denominate lotte di “liberazione”. Esempi: la lotta di liberazione algerina contro il colonialismo e i colonialisti francesi, la lotta di liberazione del popolo dello Zimbabue contro il colonialismo e i colonialisti britannici, e la lotta anti-apartheid per la liberazione nel Sudafrica contro i privilegi razziali dei colonizzatori bianchi. In nessuno di questi casi la lotta di liberazione dal colonialismo è stata indicata, in un modo o nell’altro, come un “conflitto”. Di certo non c’è mai stata una cosa come il “conflitto” franco-algerino, o un “conflitto” bianchi-neri in Rhodesia o in Sudafrica, nemmeno per gli stessi colonizzatori. In questi casi, sia i colonizzatori di insediamento sia coloro che resistevano non si vergognavano chiamando la loro lotta come una lotta per il privilegio razziale e coloniale o rispettivamente per la liberazione dal razzismo e dal colonialismo di insediamento. Questa terminologia dovrebbe applicarsi al colonialismo di insediamento sionista in Palestina e alla resistenza palestinese. Il progetto della colonizzazione ebraica europea della Palestina, che iniziò negli anni 1880, e che da allora è continuato, resta il fatto più spettacolare dell’incontro palestinese con il sionismo, ma allo stesso tempo è il segreto più strenuamente conservato. Al punto che riferirsi a Israele come il “colonizzatore di insediamento ebraico”, in Israele o in Europa o negli USA, pro-israeliane (che è come i palestinesi e gli arabi lo hanno sempre descritto), è un tabù che non si può rompere e che suscita un’ampia condanna in quei rari casi in cui viene rotto. Infatti, non solo la colonizzazione europea e ebraica della Palestina è stata ridenominata dal sionismo e dai suoi alleati europei e americani come il cosiddetto “conflitto” israelo-palestinese, ma il sionismo ha insistito affinché i palestinesi e gli arabi adottassero questa terminologia come una precondizione per qualsiasi tipo di “dialogo”, e una minima accettazione come partner per un “dialogo” o per negoziati di “pace”.

Il sionismo comprende che vive in un mondo dove il colonialismo, e certamente il colonialismo di insediamento, non sono più molto di moda, e allora questa ridenominazione è centrale per la sua propaganda. I palestinesi hanno capito bene la strategia di Israele e hanno continuato apertamente a insistere nella loro terminologia di liberazione. L’organizzazione palestinese che ha rappresentato la resistenza palestinese fino al 1993 si è chiamata Organizzazione per la Liberazione della Palestina, i suoi gruppi di guerriglia costituenti si sono chiamati Movimento per la Liberazione della Palestina (conosciuto con il suo acronimo Fateh), Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina o Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, tutti hanno compreso che il loro incontro con il sionismo era quello con un colonialismo di insediamento, e con le sue strutture razziste, contro il quale insistono nel resistere per rovesciarlo. Dopo il 1993, l’OLP si è trasformata nell’Autorità Nazionale Palestinese, che non solo ha stabilito come nuovo obiettivo della leadership palestinese la creazione di una “autorità nazionale” al posto della liberazione della Palestina e dei palestinesi dal colonialismo di insediamento; la stessa parola colonialismo è anche scomparsa dal suo vocabolario. La nuova definizione del colonialismo ebraico europeo come un conflitto israelo-palestinese che dovrebbe essere “risolto” con un “accordo di pace” tramite negoziati, divenne operativa attraverso l’offensiva di “pace”, che Israele ha condotto contro il popolo palestinese nel 1991.Venti anni di negoziati di “pace” hanno portato più colonialismo, più furto di terre palestinesi, più morti di palestinesi, più povertà palestinese, più restrizioni nei movimenti dei palestinesi, più disoccupazione, in breve più oppressione su ogni fronte. Ancora, la ANP continua a dichiarare senza equivoco che riconosce il diritto degli ebrei di colonizzare la Palestina e di stabilire una colonia di insediamento ebraica sulle terre che i sionisti hanno conquistato nel 1948, così come i diritti di quegli stessi ebrei come coloni di insediamento nella West Bank e a Gerusalemme Est conquistate nel 1967. Quello che chiede, tuttavia, è che gli israeliani non aumentino il numero esistente di coloni ebraici nella West Bank (ma non a Gerusalemme Est) e che uno stato tipo Bantustan si formi per consentire alla ANP di governare i palestinesi senza sovranità. Gli israeliani sono sgomenti per queste condizioni e continuano a spingere affinché la ANP dichiari apertamente e senza equivoci che qualsiasi accordo Israele concederà ai leader dell’ANP, nella forma di uno “stato” Bantustan, le
condizioni di Israele sono comunque che i palestinesi devono accettare non solo il diritto dei coloni ebrei esistenti di continuare a colonizzare tutte le parti della Palestina, ma anche i loro diritti futuri di colonizzare più terra, altrimenti, insistono gli israeliani, non ci sarà alcun accordo.

Naturalmente, Israele insiste che continuerà, nel frattempo, a perseguire la “pace” per convincere la leadership della ANP dell’importanza della loro piena acquiescenza al suo progetto coloniale complessivo. Gli attuali negoziati segreti tra Israele e la ANP mirano a escogitare un piano nel quale la ANP e Israele trovino la giusta formula per arrivare a questa acquiescenza, in modo che la colonizzazione ebraica dell’intera terra dei palestinesi sarà finalmente sostenuta e celebrata dagli stessi palestinesi e la centenaria guerra del sionismo contro il popolo palestinese sarà finalmente vinta sotto lo striscione della “pace”.L’unico problema è che il popolo palestinese si rifiuta di essere acquiescente con il progetto coloniale sionista, in quanto non ha rinunciato alla speranza, ma rimane fiducioso che la colonizzazione della sua terra è reversibile e che la sua resistenza condurrà a una sua fine, a dispetto degli accordi conclusi dalla loro leadership collaborazionista e della conduzione, da parte di Israele, della pace come guerra.

* Joseph Massad insegna alla Columbia University e scrive sulla politica araba moderna e sulla storia intellettuale. Ha un interesse speciale nelle teorie dell’identità e della cultura – incluse le teorie del nazionalismo, sessualità, razza e religione. Ha ricevuto il suo Ph.D. dalla Columbia University nel 1998. È autore di Desiring Arabs (2007), di The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinian Question (2006) e di Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan (2001). Il suo libro Daymumat al-Mas’alah al-Filastiniyyah è stato pubblicato da Dar Al-Adab nel 2009, e La persistence de la question palestinienne da La Fabrique nel 2009. I suoi articoli sono apparsi in Public Culture, Interventions, Middle East Journal, Psychoanalysis and History, Critique e nel Journal of Palestine Studies; scrive spesso per Al-Ahram Weekly. Tiene corsi sulla cultura araba moderna, di psicoanalisi in relazione alla civilizzazione e alla identità, su genere e sessualità nel mondo arabo e sulla società e la politica israelo-palestinesi, con seminari sul nazionalismo in Medio Oriente come idea e pratica e anche su Orientalismo e Islam.

Per altri interventi di Joseph Massad vedi il dossier all’indirizzo www.ism-italia.org/?p=3658: L’(Anti-) Autorità Palestinese, Al-Ahram Weekly, giugno 2006

Pinochet in Palestina, Al-Ahram Weekly, novembre 2006
Un’immacolata-concezione?, The Electronic Intifada, 14 aprile 2010
I diritti di Israele, Aljazeera, 6 maggio 2011
L’ultimo dei semiti, Aljazeera, 14 maggio 2013

(traduzione a cura di ISM-Italia)

thanks to:

Failing to abide by regulations, Israeli soldiers inflict serious injuries to Palestinian children

The bullet struck Atta Sabah, 12, in the stomach and exited through his back, severing his spinal cord and causing paralysis from the waist down.

With high numbers of demonstrations occurring throughout the West Bank during the first six months of 2013, lax enforcement of the Israeli army’s open-fire regulations has led to increased violence against Palestinian civilians and has perpetuated impunity.

The regulations allow soldiers to use live ammunition “only under circumstances of real mortal danger,” according to a recent report by B’Tselem, an Israeli human rights group.

Israeli forces are prohibited from firing rubber-coated metal bullets at women and children. Where firing rubber-coated metal bullets is allowed, police and military procedures state that they must only be fired from a distance of 50-60 meters (165 – 195 feet) and at the legs of people.The regulations prohibit directly targeting demonstrators with tear-gas canisters.

Despite these regulations at least 24 children have been shot and injured by live ammunition, rubber-coated metal bullets or tear-gas canisters since January 2013, including two fatalities, according to evidence collected by Defense for Children International Palestine (DCI-Palestine). While Israeli forces regulations allow the use of these weapons for crowd control in certain narrow circumstances, only a third of these cases involve children directly participating in demonstrations where clashes with Israeli forces later occurred.

In the line of fire

In February 2013, a photo depicting a Palestinian child in the cross-hairs of an Israeli army sniper flooded the Internet. This dehumanization of children has continued and hundreds have been targeted and killed or injured in military incursions or in crowd dispersal maneuvers. Since the outbreak of the second intifada in 2000, Israeli forces are responsible for the death of 1,031 Palestinian children in Gaza and 366 children in the West Bank, according DCI-Palestine documentation.

In May 2013, Atta Sabbah, 12, from Jalazoun refugee camp near Ramallah was shot by an Israeli soldier while trying to retrieve his school bag from another soldier nearby. Eyewitness reports show that the situation was calm, that no clashes were taking place at the time and there was no “mortal danger” to Israeli forces that would allow the use of live ammunition.

Contradicting eyewitness reports, when asked about the use of live ammunition against an unarmed child, the Israeli army Spokesperson’s Unit stated that “on the afternoon of May 21, 2013 a violent and unlawful riot took place in the area, with the participation of dozens of Palestinians who threw rocks and Molotov cocktails towards the soldiers.”

“I was with my friend and we were tossing our school bags to each other and he threw mine behind him. Then when I went to go and look for it I realized it was with the soldiers,” says Atta, as he tries to straighten himself on his wheelchair. “The soldier told me you can come and get it the next day and so I returned home.”

Soldiers are usually stationed between the Jalazoun Boy’s School and the Bet El settlement, where Atta’s bag was thrown the previous day. Nearly 6,000 Israeli settlers reside in Bet El, a settlement built on predominantly privately owned Palestinian land. Due to its proximity to the school, soldiers and private security are always present near the school, or raiding the camp, causing tension in the area.

“[Atta] walked for about one or two meters toward the soldier,” says Mahmoud, 15, an eyewitness to the shooting. “Suddenly, he wanted to turn around and run away. At that moment, the second soldier fired one bullet and I saw Atta fall immediately.”

The live bullet struck Atta in the stomach and exited through his back, severing his spinal cord and causing paralysis from the waist down. It also caused damage to his liver, lungs, pancreas and spleen.

Over the past seven years, 46 Palestinians have been killed by live ammunition fired at stone-throwers. Since 2000, at least 18 Palestinians have been killed by rubber-coated metal bullets, including 12 minors, based on the B’Tselem report.

Caught in the middle

“Things started moving really fast just like in the movies,” says Ahmad, 16, “I had just turned around and wanted to run off back to the [refugee] camp, when I felt something hitting me on the left side of my head, knocking me down.”

Ahmad is one of three children that have been seriously injured by rubber-coated bullets during April and May 2013 in Jalazoun. Mustafa, 17 was shot in the face by a rubber-coated metal bullet which then lodged in his nasal cavity. Majd, 16, was shot in the chest and abdomen multiple times from close range, fracturing his ribs.

When they were shot, the teens were simply in the vicinity of clashes between Palestinian youth and Israeli soldiers. They are part of an increasing number of bystanders targeted and shot during crowd dispersal maneuvers. The misconception that rubber-coated bullets are a non-lethal weapon, combined with the imprecision of using rubber bullets as a weapon has resulted in increased injuries to people to whom there is no justification to shoot.

Hamzi, 12, was entering his home to avoid clashes that had broken out in his neighborhood. In violation of Israeli military regulations, he was shot directly in the left arm with a rubber-coated metal bullet by an Israeli soldier about three meters (10 feet) away after he spotted Hamzi entering the stairwell of his building. Hamzi was struck a second time in the stomach by a ricocheting bullet as he ran up the stairs.

“I climbed a couple of steps and stopped and saw a barrel of a rifle appearing through the door,” Hamzi says. “I realized that one of the soldiers was following me.”

After shooting Hamzi, the soldier threw a tear gas canister in the stairwell. Hamzi underwent surgery on his left arm to stem the bleeding to his elbow.

Crowd control

In response to a video showing Israeli soldiers retreating from stone-throwing youth, Deputy Prime Minister Eli Yishai stated, “In my opinion, [Israeli forces] must make maximal use of their weapons if they feel their lives are in danger, and they must know they will receive the utmost support and understanding from all the relevant bodies if that is what they have to do.”

In May 2013, the average number of civilians injured by live ammunition or rubber-coated bullets more than tripled compared to this time last year, according to the United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA). Since January 2013, there have been 213 Palestinian civilian casualties, compared to 63 for the same time last year.

Senior Ranking Officers have stated that violations of Israeli military open-fire regulations are “exceptions rather than the norm.” However, according to DCI-Palestine documentation 42 percent of children were shot in the face or head, 29 percent in the leg, 21 percent in the arm or chest and 17 percent in the stomach. One child was shot multiple times with live ammunition.

The majority of these families have not filed any complaints to the Israeli authorities regarding injuries incurred through use of lethal or non-lethal weapons, as they do not believe there will be any criminal case brought against soldiers.

Since 2000, Yesh Din reports only five percent of complaints submitted to the Military Police Criminal Investigations Division (MPCID) lead to an indictment. Moreover, victims of soldier crime are reluctant to speak out “for fear they may come to harm, either for the soldiers who discover they filed a complaint or by the denial of various permits.”

For Atta, he has grown up in an atmosphere where both Israeli soldiers and Jewish settlers act with complete impunity. When asked about the fate of the soldier that shot him, he replies without hesitation, “I’m not expecting anything to happen to him.”

thanks to: Defence for Children International Palestine

Interview with Ilan Pappé: “The Zionist goal from the very beginning was to have as much of Palestine as possible with as few Palestinians in it as possible” 1st part e traduzione in italiano

2nd July 2013 | International Solidarity Movement | Haifa

Ilan Pappé is an Israeli academic and activist. He is currently a professor at the University of Exeter (UK) and is well known for being one of the Israeli “new historians” – re-writing the Zionist narrative of the Palestinian Israeli situation. He has publicly spoken out against Israel’s policies of ethnic cleansing of Palestine and condemned the Israeli occupation and apartheid regime. He has also supported the Boycott, Divestments and Sanctions (BDS) campaign, calling for the international community to take action against Israel’s Zionist policies.

Activists from the International Solidarity Movement had the opportunity to talk to Professor Pappé about the ethnic cleansing of Palestine, Israeli politics and society and the role of the international community and solidarity activists in Palestine, resulting in a three part series of interviews which will be released on the ISM website in the coming weeks.

This is the first section; the ethnic cleansing of Palestine. 

International Solidarity Movement: In your book “The Ethnic Cleansing of Palestine” (2006) and in your different speeches, you declare that Israel’s policy in Palestine could be qualified as a policy of ethnic cleansing. Has this strategy changed now or has the ethnic cleansing continued? If so, how has it continued?

Ilan Pappé: Before choosing the title for my book “The Ethnic Cleansing of Palestine”, I thought a lot because I knew the connotations, I realised that for too many people it would be too radical. I remember even my publisher had reservations about it. But then I checked the American State Department website about ethnic cleansing and the description of what ethnic cleansing is and it fitted so well with what was and is going on in Palestine. This description does not only describe an act of expulsion but also its’ legal implications, which is in this specific case, is a crime against humanity. It also says very clearly that the only way to compensate an ethnic cleansing is to ask the people who were expelled whether they want to return or not.

The Ethnic Cleansing of Palestine by Ilan Pappé

About the second part of your question, if this ethnic cleansing is continuing or not? Yes, I think it has continued, by different means, but it has. However the Zionist ideology and strategy has not changed from its very beginning. The idea was “We want to create a Jewish state in Palestine but also a Jewish democracy”. So the Zionists need to have a Jewish majority all the time. Now, you can do that by bringing Jewish immigrants to Palestine, but that didn’t work, the Jewish people remained a minority. They hoped that the Palestinians for some reasons would just leave, but this didn’t happen. So, ethnic cleansing was the only real solution from the Zionist perspective, not only to have control over Palestine, but also to have a Jewish democracy even with a really small minority. In 1948 they [Zionists leaders] believed that there was a unique historical opportunity to solve the problem of being a minority in the land where they wanted to be a majority.

Ethnic cleansing is a huge and massive operation, which usually takes place in time of war, therefore you cannot always know how to finish it. At the end of 1948 they [Zionist leaders] had 80% of the land they wanted (Israel without the West Bank and the Gaza strip), and in it they [Jewish people] were 85% of the population, together with a small minority that we today call the Palestinians of 48. They did not expel these Palestinians but they imposed their military rules on them, which to me is another kind of ethnic cleansing. You don’t physically get rid of them but you make them leave their houses, you don’t allow them to move freely, you don’t allow them their basic rights. In this instance, it was not about dispossession by uprooting someone but instead by making them prisoners, aliens in their own land. In 1967 the territorial apartheid in Israel grew. Now they wanted the rest of the land of historical Palestine. They achieved this with the Six-day war. Then they did something absurd from their own perspective. In 1948 they threw out from the country about 1 million Palestinians and in 1967 they incorporated about 1 million and a half Palestinians (those who were living in the West Bank and Gaza strip). So again, they had a problem with the Jewish majority democracy. Palestinians became again a demographic threat.

In 1967 they also expelled Palestinians, mostly from Jericho, Bethlehem, Jerusalem, Nablus, Qalqilya, but we don’t know the exact numbers. In order to understand this particular ethnic cleansing afterwards, we need to look at how they solved their problems in 1967. The war was a big victory for Israel because they got the land that they always wanted, the land of the ancient biblical cities (like Jericho, Hebron and Nablus). They didn’t expel the Palestinians but they didn’t give them citizenship either. The problem is that they colonized the rest of the land, denied citizenship to the natives and then they told the world that they wanted peace. So what they did, and they still do, was lie to themselves and to the world about their intentions. All the peace processes were just a cover.

Now, what to do with this new demographic threat? (there are now around 5.5 million Palestinians in the whole region of historical Palestine) I call it ethnic cleansing by different means. Some of the Palestinians lost their homes (between 1967 and today an average of 300,000 to 400,000 Palestinians have been individually expelled). They were either expelled or when they were travelling abroad, for example during a business trip to Rome and they didn’t come back within a year, they lost their right to return. Even if they came back within a year and later they leave the country again, even only for a few days, they also lose their right to return. It is hard to describe the ethnic cleansing because it is only about individuals and they succeeded with many. Then they expelled the Palestinians from the biblical areas that they wanted to be purely Jewish, like the greater Jerusalem area, where a lot of people were forced to become West Bank Palestinians after the occupation of 1967.

The ethnic cleansing is not only taking place in the West Bank or Gaza strip. For example in the Galilee, Palestinians are not allowed to develop their cities and villages. Sometimes you don’t even need to expel people as long as you don’t allow them to expand, to build their infrastructure, to have a decent job. In fact, a lot of Palestinians in the Galilee left because of the policies of Judaisation. We also have ethnic cleansing of the Bedouins in the south (Negev). Next month (June 2013), Israel is planning to push 30,000 Bedouins out of their lands and homes, to put them into some special centres. A little bit like the Native Americans reservations. What we have here is a constant policy since 1948.

How can you solve the problem of a country that wants to be both Jewish and democratic? How can you maintain a situation by which those who are citizens are only one people? You can tolerate a small number of Palestinians, and this is actually good for Israel because it creates a façade of them being the “only democracy in the Middle East”. However 20% of Palestinians (that’s the current percentage of Palestinians living in Israel) is too much because they could hypothetically have an impact in the Israeli political system. So, how to proceed? In 1948 it was about taking them out of their homes, now they are doing it in a different way. They created an apartheid system within Israel and they make the West Bank a place where people lack citizenship.

Ethnic cleansing of Palestinian land, comparison between 1948 and 2000

ISM: What are the concrete administrative and legal obstacles for the Palestinians living in Israel?

IP: The Palestinians in Israel are discriminated on 3 levels. The first is legal. By law, the fact that you are Palestinian means that you have fewer rights than a Jew. The most important law in this regard is the law on land ownership. According to the Israeli law, the land in Israel belongs to the Jewish people and them only. As a non-Jew, you are not allowed to trade or to purchase land and we are talking about 93% of the land. That’s why the Palestinians can’t grow and expand within Israel. Other laws do not specifically talk about the Palestinians, this is an old Israeli trick. The law says that if you have not served in the army you cannot have full rights as a student for example. You won’t get student’s subsidies, health services allowances, social security et al. All those things that the Western countries try to give to their citizens come with the precondition of military service in Israel. It is a trick because the Israelis do not want the Palestinians to serve in the army, in fact they are not allowed even if they would want to. There is an exception when it comes to Orthodox Jews, they do not serve in the army but they are not discriminated because they have a special annex to the Israeli budget. The Orthodox Jews get the money that the state would have used if they would have served in the army. So, Israeli law speaks for itself because it says that if you are Palestinian, you are a second-class citizen.

The second obstacle is policy discrimination. With this I mean that theoretically all citizens are equal. But when you look at the allocation budgets for schools, roads, infrastructure, anything at all, the Palestinians always get half or less than half of what the Jewish communities get. Here in Israel, you can see if you are in a Palestinian village just by looking at the quality of the roads. This is even nastier than you realise, because you can only improve the quality of the village by collaborating with Israel.

The third level is the worst one. It is the one of the daily encounter that Palestinians have with whoever represents the law in Israel. We undertook research in Haifa many years ago, which showed that in court, for the same charges, Palestinians always, always, got – and still get – double the punishment than their Jewish counterparts got.

To these three levels I will add two things. The Palestinians know that in the eyes of the Israeli authorities they represent a demographic threat. They live their whole lives knowing that the state they live in see them as a problem and want to get rid of them. That does not just mean the overt discrimination they face, because on top of that they are psychologically destroyed from within. We are not even talking about immigrants, but about people who are living in their homeland.  This is exactly what Israelis do not understand, that the Jewish people were in the same situation when anti-Semitism was spreading around Europe.

Finally, if we want to compare this situation to South Africa, it is true that here we do not have a “petit-apartheid”, the one which for example creates separated benches and toilets for white and for black. Here it may not be visible to the public eye but is as bad as the one of South Africa.

ISM: The ISM team in Al Khalil (Hebron) has observed the expansion of mass child arrests, which have increased sharply in the last year. For example, 27 children aged between 7 and 16 were arrested on 20th March this year on their way to school. What do you think are the specific reasons behind these unjustified actions?

IP: First of all, this is not new. I remember I wrote an article some years ago for the London Review of Books entitled “Children in Prisons”. I also remember when I went to Ofer prison, near Ramallah, after a journalist had told me to go there and watch this children’s court. I saw many children together, all shackled and wearing orange prison uniforms, with a female judge who quickly accused them of throwing stones or something like that.

The policy of child arrests has intensified in recent years, and I think there are two specific reasons for this. Firstly, the Israeli secret services find it more and more difficult to get Palestinian informers. This is directly related to child arrests, and arrests without trial in general, because the main reason why the secret services want to make arrests without trial is that it gives them a really good chance to tell the arrested person that, if they want to be free, they have to work for the secret services. Nobody knows the numbers, but this succeeds. And it doesn’t need to be a sophisticated collaboration, maybe the person will just have to send a report every two weeks about something suspicious. And there’s nothing stronger than threatening a family by arresting their children. If you look at the graphs of child arrests since 1967, you will see that it goes up and down – this might be related to the number of collaborators that Israel can count on.

child arrests

The second point is that Palestinians have changed their strategy since ‘67, to a non-violent-bordering-on-violent resistance (if you assume that stone throwing is violent). They used this way during the First Intifada, and many children participated in it. Then during the Second Intifada, there were many suicide bombers and weapons, and fewer children participating, therefore fewer child arrests. Now, the Israeli military and secret services feel that something is boiling in the West Bank and they are preparing for a Third Intifada. It is very clear that it will be less violent than the previous ones. The State of Israel feels, or wants to feel, like it already started. That’s why they are reporting constantly about the increase of stone-throwing, which automatically leads to more children being arrested and harassed. Israeli soldiers, of course, say that stone-throwing is a form of terrorism, putting lives in danger. Moreover, it makes soldiers feel humiliated, that they can’t respond brutally to this act and to non-violent protest (even if they actually do).

There is an interesting Israeli NGO named “There is a Limit”, whose members were part of the first refuseniks. All Israeli soldiers have a little green book of regulations in their pocket, called “The Soldier’s Guide”, about how to act in different situations, and this NGO made a copy of the book and called it, “Guide To War Crimes”. They took all the instructions of the real book and changed them, in order to show soldiers that they are actually asked to commit war crimes, especially against Palestinian children. But the soldiers don’t care. If you tell them that arresting a child is against international law, they will just say that international law is anti-Semitic, created specifically against Israel. They seem to forget that international law was actually developed also because of the Holocaust.

ISM: You said previously that the Zionist idea of creating a Jewish state didn’t change. What do you mean by the term Jewish state? Do you think that Israeli final goal is to have complete sovereignty on the whole territory of historical Palestine?

IP: The Zionist goal from the very beginning was to have as much of Palestine as possible with as few Palestinians in it as possible. There is no actual difference between what we today call left and right Zionism. The only difference is that the right wing speak their mind more, in the fact that they continuously let us know they want to take more and more land from the Palestinians. They do not care if it is not the right historical moment or if they have enough resources to do it or if the international atmosphere is not good. Whereas the left, the pragmatic left, say that they cannot take land all the time. So, for example, you need to look for good historical moments. Some of the left says that it’s enough to have 90% of historic Palestine for Israelis, with the last 10% for the Palestinians, who would also be denied Israeli citizenship.

This is the two state solution vision from the Israeli perspective. This solution was born as an idea of the Zionist left. They said give a little bit of the West Bank and the Gaza strip to the Palestinians and let them call it a state, even though it is not even connected. What they did is draw a map of the Palestinian state which only shows where the Palestinians live now, not one centimetre more. If you look at the map of the West Bank you can see it, Nablus is Nablus, there are no suburbs of Nablus. According to Israel if there are no Palestinians living there, it’s Israel, regardless of why they are not there. Yet, if you have a settlement, you will need a parameter to protect it. This partition is something that the Zionist left already came up with in 1967. Palestinians can stay where they are but cannot have more space.

West Bank closure map by UN OCHA - full version at www.ochaopt.org/documents/ocha_opt_west_bank_access_restrictions_dec_2012_geopdf_mobile.pdf

ISM: So this is the idea developed with the Oslo accords in 1993, which divided the West Bank into three areas (A, B and C)?

IP: Yes, this is correct. But this idea was developed, as I said, in 1967 by the leftist Zionists, way before the Oslo agreements. The great architect of all this was the Zionist Minister of Labour, Yagel Alon. In 1967 Alon wasn’t speaking about areas A, B and C specifically but instead, he was saying that if we want a solution we need to divide the West Bank into two areas, one under Israeli control and the other under Palestinian control. He said that he didn’t care if the Palestinian area would be called a state one day – he had no problem with that. The problem will be who controls the West Bank’s strategic areas and resources. Israel must control the air and the Jordan river and the Palestinians must have no army to stop this. The whole concept of Oslo, to my mind, was truly birthed by the Israelis in 1967.

ISM: In the occupied West Bank, land appropriation is a daily occurrence, especially but not only in Area C. Do you see a present or future parallel with South African’s Bantustans and the reservations of Native Americans at this rate?

IP: Yes. I think I already talked about this, but I will repeat it with a different focus.

Israeli strategists understand that they will not be able to physically get rid of all the Palestinians Palestinians as they will stay where they are. So, instead of getting rid of them, they are putting them in small prisons, so that they don’t feel they are part of Israel. You bring more Jewish people, you colonize, and in order to build houses for them you need to expropriate Palestinian land, because there is no Jewish land to expropriate, so you demolish Palestinian houses. Secondly, you build a separation wall between the Jewish space and the Palestinian space, and you expropriate more land, not only for the settlements but also to create a buffer zone, so that Jewish people and Arabs won’t live together. More importantly, you also take the best land – where the water resources are, and the quality of the land is good. And you take the good water from Palestinians and put it in the hands of the settlers, and make sure that the waste water flows onto Palestinian land. So it is even more cruel – not only do I take your good water, I also sell you bad water for double the price, which is just terrible. And as I said before, yes, I believe that there is a clear parallel between today’s situation in Palestine and the sad historical examples of Native Americans and South African apartheid.

This is the first of a three part interview series: Ilan Pappé in conversation with the International Solidarity Movement. Look out for the second part on Israeli politics and society next week.

Continue reading

I Carabinieri (indegnamente) italiani complici dell’occupazione sionista in Palestina

1 luglio 2013, Hebron, Palestina (o quel che ne resta di essa ad Hebron). Sono nel vecchio mercato e sto filmando. Arrivano 8 soldati israeliani, parrebbe stiano per irrompere in qualche casa.

Li seguo con la videocamera, ed infatti, arrivano al portone di una casa. Stanno per sfondare, ma si accorgono che li sto filmando e il mio collega è già attacco al cellulare per chiamare rinforzi. Ci guardano, si bloccano, parlano fra di loro e si allontanano guardandomi e parlando fra di loro. Questo è uno degli aspetti importanti dell’essere qui con l’ISM. Filmare con le video camere quello che fanno li scoraggia un pochettino. Ma, dall’altro lato della strada noto due macchine bianche con sigla “TIPH” e con persone a bordo in divisa stile “croce rossa”. Ritorno nelle strette vie del mercato per comperare qualche cheffia e mentre sono nel negozio arrivano un uomo e una donna con le divise che avevo notato prima, sono italiani, iniziamo a parlare.

Mi dicono che sono del TIPH e chiedono chi siamo, gli rispondiamo che siamo dell’ISM, ma mi dicono di non conoscerlo… Allora aggiungo : “è il solidarity movement, quello del quale faceva parte Vittorio Arrigoni….” ci rispondono che non sanno chi sia.. “Ahia”, mi dico c’è qualcosa che puzza.. Mi dicono che loro sono stati riconosciuti dai governi (non come l’ISM) e che forse quel momento arriverà anche per noi. TIPH: “un passo per volta…in fondo noi siamo neutrali, sai, è difficile dire chi sia qui l’oppresso…”.

No, dico, ma stiamo scherzando? Siamo ad Hebron, in una città che per metà è morta perchè è stato chiuso l’accesso, una città fantasma, con muri di cemento che chiudono gli accessi, check point, barriere; tutto questo fatto dagli israeliani per mandar via i palestinesi ed occupare la terra. In una città dove esercito e coloni sparano, umiliano e perseguitano i palestinesi. E questo tizio mi dice questa fesseria?

Quindi, quando rientro in casa, indago via internet per capire chi sono.. E sbang! Quando apro il loro sito web trovo la sorpresa: non sono volontari, godono dell’immunità diplomatica, trattasi di organizzazione nata in Norvegia e poi formata da membri di Norvegia, Italia, Danimarca,Svezia, Svizzera e Turchia. Per quanto riguarda l’Italia, sono i Carabinieri e Esercito. Per la Turchia c’è la Polizia Turca… Sono qui ad Hebron in “missione temporanea come osservatori”. La temporaneità sarebbe già da mettere in discussione, visto che l’accordo con Israele e Palestina l’hanno fatto nel 1997, ma, è il ruolo di osservatori che non capisco.

Nell’episodio del quale sono testimone, loro erano lì, hanno visto che i soldati stavano per sfondare la porta e irrompere nella casa di una famiglia per applicare poi gli stessi metodi… Il TIPH, non è intervenuto, ha effettivamente “osservato”. Perchè? Qual’è lo scopo? A cosa servono? Sono pagati da noi per star qui a far cosa se davanti ad una violenza non intervengono non solo perchè sono in missione, ma per UMANITA’ che ogni essere vivente dovrebbe avere.

Rimango con il dubbio: il TIPH è qui per vivere un pò a spese nostre senza fare una cippa, o sono qui per osservare qualcuno in particolare?

thanks to: Samantha Comizzoli

Ogni sera, all’ora del Grande Fratello…

di Gideon Levy

Non c’è un solo israeliano che possa immaginare cosa dev’essere svegliarsi nel cuore della notte e vedere nella propria casa decine di soldati armati e violenti, cani e granate.

Tutti sanno che l’unità Duvdevan delle Forze di Difesa Israeliane è la migliore possibile per le operazioni-speciali.
La notte del 25 maggio questi soldati erano impegnati in una operazione in Cisgiordania, nel villaggio palestinese di Budrus. I loro comandanti dovevano essersi riuniti per un ultimo briefing pre-missione prima del tramonto. Sicuramente era stato detto loro del pericoloso terrorista che avrebbero dovuto arrestare; avevano senza dubbio sentito che suo fratello adolescente era stato ucciso appena quattro mesi prima, in modo riprovevole – ucciso da una pallottola da distanza ravvicinata mentre cercava di fuggire, dopo aver lanciato dei sassi contro il muro di separazione.

Il raid iniziò alle 02:00. Qualcuno sentì il comandante dire ai suoi soldati: “Non abbiate pietà in questa casa.”
In questa casa in lutto dormivano otto ragazze adolescenti e giovani donne, i loro genitori e il loro fratello più giovane – i membri della famiglia Awad. Sul tetto dormiva il pericoloso ricercato – un cameriere del vicino villaggio di Na’alin, sospettato di aver lanciato pietre.
Ciò che accadde dopo fu poco di meno di un mini-pogrom. C’erano decine di soldati e cani. La porta d’ingresso fu segata, le finestre fracassate, furono lanciate in casa e contro gli abitanti innumerevoli granate assordanti. L’uomo ricercato fu gettato giù per le scale e ferito così gravemente da svenire. Alle donne e alle ragazze sono state riservati calci e colpi in tutto il corpo.

Il giorno dopo Il portavoce dell’IDF ha sotenuto che “i familiari avevano violentemente opposto resistenza all’arresto.”
Il portavoce dell’IDF si è preso la briga di mandare a noi giornalisti un video come prova della resistenza violenta della famiglia: 50 secondi, attentamente curati e senza suono, in cui le donne di casa gridano disperatamente di fronte a innumerevoli soldati armati nella piccola casa. Abed, nascondendosi dietro di loro, terrorizzato, gemeva per il dolore. Sulla clip il portavoce dell’ufficio delle IDF aveva cerchiato un piccolo coltello da frutta nella mano di una delle donne e una falce in miniatura tenuta da un altro, che venivano sventolati in aria. Non ho mai visto un video così ridicolo in mia vita. Ogni minimo dubbio che avrei ancora potuto nutrire su quello che era accaduto a Budrus quella notte fu spazzato via da quella clip, che mi rivelò in modo
inequivocabile che si era trattato di una operazione criminale.

Cominciamo con il fatto che ha avuto luogo nella casa di una famiglia in lutto, in cui un membro adolescente era stato ucciso dai soldati in circostanze che anche l’IDF ammette fossero “brutte”. Ci si poteva aspettare un trattamento diverso di una famiglia così – una famiglia che ha, tra l’altro, molti amici israeliani.

Ciò che è accaduto in casa Awad è stato un fatto di routine. Non c’è un solo israeliano che possa immaginare come debba essere svegliarsi nel cuore della notte e vedere nella propria casa decine di soldati armati e violenti, cani e granate. Questo è avvenuto per ordine del Comando Centrale GOC, del generale maggiore Nitzan Alon, che i coloni hanno additato come “di sinistra” e “moderato”, nell’ennesima disgustosa campagna per cambiare le istruzioni per “aprire il fuoco”, una campagna che non è altro che sete di sangue palestinese.

Questo è quello che fanno i soldati della Duvdevan, quasi ogni notte, mentre noi israeliani guardiamo il “Grande Fratello”.

(tradotto da Barbara Gagliardi dell’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus)

“It’s as if we are living on another planet” “É come vivere su un altro pianeta”

Dr Kamalian Sha’ath, President of the Islamic University of Gaza, is one of many dedicated academics providing higher education in the Gaza Strip. The Islamic University was one of the sources for the report ‘ Academia Undermined: Israeli Restrictions on Foreign National Academics in Palestinian Higher Education Institutions Field Research by Ruhan Nagra’ published by the ‘Right to Enter’ organisation. This report highlights that the closure on Gaza is not only on raw materials and freedom of movement but also an academic blockade, and that the prospects of academic enlightenment are under equal threat in the West Bank. The report focuses on one university in Gaza; the Islam University, as well as three in the West Bank; Birzeit, Bethlehem and al-Quds. The report states that the closure is designed to cripple the prospects of university education. Dr Kamalian was more than happy to highlight the struggle he and his colleagues have been engaged in, in an effort to further academia in the Gaza Strip.

 Since the State of Israel tightened its closure of the Gaza Strip in 2007, prospects for exchange with academic institutions outside Gaza have been severely restricted. Israel currently limits the ability of international academics to take up lecturing and research positions in the Gaza Strip and the West Bank through a number of different approaches, from denying entry for ‘security reasons’ to issuing visas that only permit the holder to stay for a matter of weeks. The resulting isolation of Palestinian academics has a detrimental effect on higher education institutions in the Gaza Strip, and prospects for good quality higher education are steadily worn away. There are few opportunities for students to obtain a Masters degree, and only one post-doctorate programme is available.

Dr Kamalian provides an insight into how universities are attempting to overcome the obstacles posed by the Israeli-imposed closure: “When we opened the university in 1978, the Israeli occupation forces were still inside the Gaza Strip. The Strip was divided into three parts, with movement between them restricted, causing us tremendous difficulties in teaching the students. For the first few years, we taught them in makeshift tents. Anytime we tried to build educational facilities, the Israeli military would destroy what we had built. I remember once UNESCO wanted to come and visit the university; out of a team of many, only one was allowed to enter Gaza. The rest were prevented for so-called ‘security reasons’. We have come very far since then, and I am proud of the work people here have done, but the struggle is not over yet.”

Israel also imposes confusing guidelines for what constitutes a ‘foreign academic’. “You have many Palestinians who are considered ‘foreign’ so are therefore not allowed back to their homeland to teach. For example, my brother was studying in Egypt during the 1967  War. Because he was not in the country at the time of the war, when he tried to return to Palestine he was prevented from doing so and, since then, he has been categorised as a ‘foreigner’ by the Israelis. It is ridiculous to think that the Israelis can say who is a Palestinian and who is not. We carry Palestinian ID cards that are given to us by the Israelis!”

“Palestine has a wealth of educated Palestinians who were born abroad. For example, we have few thousand doctors in Germany alone. Many have attempted to come home to take up research positions, or even to volunteer in the surgery departments of hospitals, and most have been denied. Palestinian academics who live abroad have a strong desire to return home and bring their knowledge and experience with them.”

By restricting freedom of movement between borders, Israel is, in turn, crippling academic institutions in the Gaza Strip and the West Bank. “If mobility is needed for anything, it is needed for education,” Dr Kamalain says. “Universities are like people. They need interaction. They need to socialise to achieve their full potential. Without this, they are nothing. Because of the closure, we lack what many others take for granted – interaction with different schools of thought. It’s as if we are on another planet! We only have one PhD programme available, studies of the Hadith. Though we pride ourselves on the language abilities of our students, we need someone with a post-doctorate who can teach English well. The same goes for a variety of subjects.”

“We have found ways to get around this” Dr Kamalain says, chuckling. “Each course has two video conferences per term with universities around the world and these have proved to be highly effective. However, the closure still causes us incredible inconvenience. For example, in order to meet with my colleagues in Najah University in the West Bank, where I used to teach, we all had to go to Italy to hold a conference. It’s crazy to think that, instead of me being allowed to drive around 90 minutes to Nablus [where Najah National University is located], everyone had to fly to Italy!”

The Islamic University of Gaza has a total of 21,000 students, demonstrating the high demand for university education. When asked what most affects the students’ opportunities to learn, Dr Kamalian replied that both the closure and regular Israeli offensives on the Gaza Strip have a negative impact. “However, the closure affects us most. We and our students share a strong desire for some form of ‘internationalisation’. In academia, it is essential to encounter multiple schools of thought, so that we can improve ourselves and our education techniques.”

University education in the Gaza Strip and the West Bank is greatly impacted during military escalations: “All universities were closed by Israel for the entire duration of the First Intifada. For four years, we had to hold classes in mosques, in homes, wherever we could find the space. During the last two offensives on Gaza, Israel has systematically targeted the civilian infrastructure of the entire region – roads, schools, hospitals, and even our university. Our entire Science Department was destroyed in an air strike in 2008. Research and equipment, which it had taken us 30 years to accumulate, were destroyed in a matter of minutes. To this day, one of the buildings is still under construction. Other universities in Gaza had to take in the students that were affected by this.”

“Universities in both the West Bank and the Gaza Strip are suffering, though in Gaza more so because we are completely cut off. International academics are put off by various factors; even if they somehow manage to obtain entry, they are not allowed to come and go as they please. And the possibility of an unprovoked attack by Israel is also a terrifying thought for many who have not grown up in a conflict zone.”

As unemployment levels in the Gaza Strip are at 40%, job prospects for university graduates are also very limited. “Information Technology is by far the industry our students have had most success in after university. However, there is no denying that unemployment is a serious issue that needs to be addressed fast.” When asked what the future holds for universities in Gaza if the situation does not change, Dr Kamalain smiles: “Life will continue. The struggle will continue. We hope that Israel will soon bow to international pressure and lift the closure, so that life may return to normal. If not, we will have to continue as we have always done.”

Under international law, article 26 of the Universal Declaration of Human Rights and article 13 of the International Covenant on Economic, Social and Cultural Rights (ICESCR) recognise the right of everyone to education. According to article 13.1 of the ICESCR, this right is directed towards “the full development of the human personality and the sense of its dignity”, and enables all persons to participate effectively in society. The Committee on Economic, Social and Cultural Rights (CESCR) has made it clear according to a meeting chaired on 8 December 1999 that education is seen both as a human right and as “an indispensable means of realizing other human rights”, and so this is one of the longest and most important articles of the Covenant.

Article 12 of the 1966 International Covenant on Civil and Political Rights also guarantees that “everyone shall be free to leave any country, including his own, and no one shall be arbitrarily deprived of the right to enter his own country.” This includes the right to travel for educational purposes, be it as a student or academic. Moreover, according to the United Nations Human Rights Committee [General Comment No. 27], “The right of a person to enter his or her own country recognizes the special relationship of a person to that country”. Also according to the International Court of Justice, persons who have a genuine and effective link to a country, such as habitual residence, cultural identity, and family ties cannot simply be banned from returning to that country.

The destruction of the medical, engineering and science block of the Islamic University in 2008 constitutes a violation of Article 53 of the Fourth Geneva Convention. Under this statute, the destruction of private property is prohibited unless rendered absolutely necessary by military operations.  Furthermore, according to the second paragraph of Article 8 (b)(i) “intentionally directing attacks against civilian objects, that is, objects which are not military objectives” constitute war crimes.

Finally, the Israeli-imposed closure of the Gaza Strip amounts to a form of collective punishment, which is a violation of article 33 of the Fourth Geneva Convention. As it inflicts great suffering on the civilian population of Gaza, it also amounts to a war crime, for which the Israeli political and military leadership bear individual criminal responsibility.

________________________________________________________________________

Gaza – Pchr. Il dottor Kamalian Sha’ath, presidente dell’Università Islamica di Gaza, è uno dei molti accademici impegnati a fornire istruzione superiore nella Striscia di Gaza. L’Università Islamica è stata una delle fonti per il report pubblicato dall’associazione Right to Enter, firmato da Ruhan Nagra e intitolato “Mondo accademico indebolito: le restrizioni israeliane all’ingresso di docenti stranieri nei Territori palestinesi occupati”.

Questo rapporto evidenzia come il blocco di Gaza non riguarda solo i materiali grezzi e la libertà di movimento delle persone, ma costituisce anche un blocco accademico, e che le prospettive di sviluppo accademico sono egualmente minacciate anche in Cisgiordania. Il rapporto si concentra su un’università di Gaza, l’Università Islamica, e su tre università della Cisgiordania: Birzeit, Bethlehem e al-Quds. In esso si afferma che il blocco è programmato per minare le prospettive dell’istruzione universitaria. Il dottor Kamalian si è dimostrato felice di poter parlare della battaglia in cui, assieme ai suoi colleghi, si sta impegnando allo scopo di migliorare la situazione accademica nella Striscia di Gaza.

Da quando Israele ha inasprito il blocco della Striscia di Gaza, nel 2007, le prospettive di scambio accademico con università straniere sono state pesantemente penalizzate. Israele attualmente, con una serie di motivazioni diverse, limita le possibilità, ai docenti internazionali, di intraprendere lettorati e ricerca nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Si va dalle “ragioni di sicurezza” all’emissione di visti che permettono un accesso di poche settimane soltanto, il cui risultato è l’isolamento degli accademici palestinesi e, indirettamente, l’impoverimento delle prospettive di un’istruzione superiore di qualità. Gli studenti hanno poche possibilità di conseguire un master, ed è disponibile un solo programma di post dottorato.

Il dottor Kamalian ci illustra come le università stiano tentando di arginare gli effetti degli ostacoli derivanti dal blocco imposto da Israele: “Quando aprimmo l’università, nel 1978, le forze di occupazione israeliane si trovavano ancora all’interno della Striscia di Gaza. La Striscia era divisa in 3 parti, attraverso le quali la libertà di movimento era limitata, con conseguenti difficoltà nell’insegnamento. Durante i primi anni insegnavamo sotto tende improvvisate, in quanto, ogni qual volta si tentava di costruire strutture per l’istruzione, Israele le distruggeva. Ricordo che una volta l’Unesco volle venire a visitare l’università, ma della numerosa delegazione solo a un membro fu permesso l’accesso a Gaza. Gli altri furono bloccati per “ragioni di sicurezza”. Da allora abbiamo fatto molta strada, e sono molto orgoglioso di tutto il lavoro che le persone qui hanno svolto, ma la lotta non è ancora terminata”.

Israele, inoltre, impone linee guida confuse riguardo la definizione di “docente straniero”. “Ci sono molti palestinesi considerati stranieri, e, pertanto, non ammessi a rientrare nella loro patria per  insegnare. Ad esempio, mio fratello durante la guerra del 1967 stava studiando in Egitto. Non essendo in Palestina al momento del conflitto, quando poi volle ritornare a casa non gli fu permesso, e da allora è stato definito, da Israele, ‘straniero’. E’ ridicolo pensare che Israele possa stabilire chi è palestinese e chi no. Le nostre carte d’identità ci vengono rilasciate da Israele!”

La Palestina ha un gran numero di palestinesi istruiti nati all’estero. Ad esempio, solo in Germania abbiamo alcune migliaia di medici. In molti hanno tentato di tornare qui a fare ricerca, o a prestare volontariato nei reparti chirurgici degli ospedali, ma alla maggior parte è stato vietato l’ingresso. Hanno un gran desiderio di tornare a casa a portare la loro conoscenza e la loro esperienza”.

Limitando il movimento tra i confini, Israele penalizza le istituzioni accademiche nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. “Le università sono come le persone”, continua il dottor Kamalian: “Hanno bisogno di interagire, di socializzare e di raggiungere le loro potenzialità. Senza ciò, non sono nulla. A causa del blocco ci manca ciò che molti altri danno per scontato, l’interazione con diverse scuole di pensiero. E’ come vivere su un altro pianeta! Abbiamo un solo programma di dottorato, sullo studio degli Hadith. Seppur orgogliosi delle capacità linguistiche dei nostri studenti, avremmo bisogno di qualcuno con un post dottorato che sappia insegnare bene l’inglese. E lo stesso vale per diverse altre materie”.

“Abbiamo trovato una nostra soluzione”, dice il dottor Kamalian con una risatina. “Ciascun corso ha due video-conferenze per trimestre con università straniere, e ciò si è rivelato molto efficace. Ma il blocco continua a causare incredibili difficoltà. Ad esempio, per potermi incontrare con i miei ex colleghi dell’università Najah, in Cisgiordania, dobbiamo tutti viaggiare in Italia per poter tenere conferenze. Questo è pazzesco se si pensa che mi basterebbero 90 minuti per arrivare a Nablus (luogo in cui l’si trova l’università di Najah). E invece, tutti in Italia!”

L’università islamica di Gaza conta 21 mila studenti, il che dimostra la grande richiesta di istruzione universitaria. Alla domanda riguardo il maggior ostacolo alle opportunità di studio degli studenti, il dottor Kamalian risponde che sia il blocco di Gaza che le offensive israeliane hanno un grande impatto negativo. “Ma ciò che più ci penalizza è il blocco. I miei studenti ed io condividiamo un forte desiderio di ‘internazionalizzazione’. Nel mondo accademico è fondamentale incontrare scuole di pensiero differenti, per migliorarsi e per migliorare le tecniche didattiche”.

L’istruzione universitaria nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania è poi fortemente penalizzata durante le intensificazioni militari. “Tutte le università sono state fatte chiudere da Israele durante l’intera durata della Prima intifada. Per 4 anni abbiamo tenuto i corsi nelle moschee, nelle case, ovunque si trovassero gli spazi. Nel corso delle ultime due offensive su Gaza, Israele ha ripetutamente colpito le infrastrutture civili dell’intera regione – strade, scuole, ospedali, e anche la nostra università. La nostra Facoltà di Scienze è andata completamente distrutta in un attacco aereo nel 2008: in pochi minuti sono andate distrutte ricerche svolte nel corso di 30 anni di studi, così come l’attrezzatura di facoltà. Oggi, uno dei due edifici è ancora in fase di costruzione, e gli studenti continuano ad essere ospitati presso altre università di Gaza”.

“Le università ne risentono sia in Cisgiordania che a Gaza, ma a Gaza maggiormente, in quanto siamo completamente tagliati fuori. Inoltre, i docenti internazionali sono scoraggiati da diversi fattori: dal visto limitato ma anche da un possibile e non provocato attacco israeliano, che può terrorizzare chi non è cresciuto in una zona di guerra”.

Poiché il livello di disoccupazione nella Striscia di Gaza raggiunge il 40%, le prospettive di lavoro di un laureato sono anche molto scarse. “L’informatica è il settore in cui i nostri studenti hanno ottenuto migliori risultati dopo la laurea. Ma la disoccupazione è una questione seria che va affrontata al più presto”.

Con un sorriso, il dottor Kamalian aggiunge: “La vita continua. La lotta continuerà. Speriamo che Israele ceda presto alle pressioni internazionali ed elimini il blocco, in modo che la vita qui possa tornare alla normalità. Se ciò non accadrà, continueremo come abbiamo sempre fatto”.

In base al diritto internazionale, l’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti umani e l’articolo 13 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (Icescr) riconoscono il diritto di ognuno a un’istruzione. Secondo l’articolo 13.1 dell’Icescr tale diritto è finalizzato al “pieno sviluppo della personalità umana e alla sua dignità”, e a permettere una partecipazione sociale attiva. Il Comitato sui diritti economici, sociali e culturali (Cescr) ha stabilito in un incontro tenutosi l’8 dicembre 1999 che l’istruzione è sia un diritto umano che “uno strumento indispensabile per comprendere altri diritti umani”.

L’articolo 12 del Patto internazionale sui diritti politici e civili, del 1966, garantisce poi che “ognuno dev’essere libero di poter lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e che nessuno debba essere arbitrariamente privato del diritto di entrare nel proprio Paese”. Ciò comprende il diritto di viaggiare per motivi di studio, sia come studente che come docente. Inoltre, secondo il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti umani (Commento generale n.27), “il diritto di una persona ad entrare nel proprio Paese riconosce il rapporto speciale della persona con quel determinato Paese”. Inoltre, secondo il Tribunale di giustizia internazionale, a coloro che hanno un reale ed effettivo rapporto con un Paese, come la residenza abituale, l’identità culturale e i vincoli familiari, non può essere negato il ritorno.

La distruzione dell’edificio delle facoltà di medicina, ingegneria e scienze dell’Università islamica, avvenuta nel 2008, costituisce una violazione dell’articolo 53 della Quarta convenzione di Ginevra, che stabilisce che la distruzione di una proprietà privata è vietata, a meno che le operazioni militari non la rendano assolutamente necessaria. Inoltre, in base al secondo paragrafo dell’articolo 8 (b)(i) “l’attacco intenzionale contro obiettivi civili, ovverosia contro obiettivi non militari” costituisce crimine di guerra.

Infine, il blocco di Gaza imposto da Israele rappresenta una forma di punizione collettiva, che viola l’articolo 33 della Quarta convenzione di Ginevra. Infliggere grandi sofferenze sulla popolazione di Gaza, costituisce anche crimine di guerra, per il quale la leadership politica e quella militare israeliane sono criminalmente e individualmente responsabili.

Traduzione per InfoPal a cura di Stefano Di Felice

thanks to:

On the Anniversary of the International Day in Support of Victims of Torture, PCHR Asserts its Firm Position Denouncing the Crime of Torture, Demanding Remedy and Justice for Victims and Confirms its Complete Bias to the Victims

On the Anniversary of the International Day in Support of Victims of Torture, PCHR Asserts its Firm Position Denouncing the Crime of Torture, Demanding Remedy and Justice for Victims and Confirms its Complete Bias to the Victims

viaPalestinian Center for Human Rights.

Rapporto: sette aggressioni israeliane contro le scuole palestinesi nel 2013

21/6/2013 – Nablus-InfoPal. Un’organizzazione palestinese attiva nella difesa dei diritti umani ha rivelato che dall’inizio di quest’anno, le forze di occupazione hanno commesso sette violazioni contro gli istituti scolastici palestinesi.

In un rapporto pubblicato oggi, venerdì 21 giugno, l’organizzazione palestinese at-Tadamun al-Duali (Solidarietà Internazionale), per la difesa dei diritti umani, ha reso noto che le forze di occupazione hanno spianato il cortile e il giardino della scuola Beit Amin, nel villaggio di ‘Azzun, a Qalqilia (nord della Cisgiordania). Ha anche sottolineato che “l’aggressione in questione è la settima di quest’anno, ed è l’ultimo episodio di una lunga serie di violazioni israeliane contro le istituzioni scolastiche palestinesi”.

Nel dettaglio, la relazione spiega che l’occupazione ha spianato circa due dunum di terreno (1 dunum=1000mq), appartenenti alla scuola in questione, e sradicato oltre un centinaio di ulivi piantati nel suo giardino. Ha anche demolito le mura della scuola, per completare la costruzione del Muro di separazione e aprire una strada che porta all’insediamento di Sha’arei Tikva, che sorge sui terreni dei villaggi palestinesi situati a sud-ovest di Qalqilia.

L’organizzazione ha riferito che le altre aggressioni di quest’anno hanno interessato scuole primarie e secondarie palestinesi, situate a Ramallah, Nablus, Hebron, la città vecchia di Gerusalemme, Silwan e nel Monte degli Ulivi, ad est della città Santa, con assalti e aggressioni al personale docente, l’arresto di alcuni studenti e il blocco delle strade che portano alle scuole.

thanks to:

the image

Negev Bedouins mobilise against displacement

Monday, 17 June 2013

4,000 people gathered in Beer Sheva Thursday to protest a government bill that would forcibly displace at least 40,000 Bedouin in Israel’s southern Negev desert. The demonstration was organized by Bedouin community leaders, and the High Follow-Up Commitee for Arab Citizens of Israel called for a general strike that day. Protestors marched through Beer Sheva’s central shopping street to municipal government buildings.

Prawerdemonstration

Bedouin citizens of Israel protest the plan which would forcibly displace and urbanise them (Photo: Mona Niebuhr, AIC)

 

Demonstrators sought to express their deep dissatisfaction with the so-called Prawer-Begin Plan. The bill proposes land expropriation and resettlement of large parts of the Bedouin community in the Negev. It is backed by the government and currently pending its first reading in the Knesset, which was postponed last week until further notice. Human rights organizations and local committees note that the plan was drafted without consultation and input from the Bedouins themselves, a violation of international norms, and tramples traditional land ownership claims and the community’s agricultural lifestyle.

Thursday’s march was the biggest demonstration against Bedouin displacement since the Prawer-Begin Plan was first proposed in 2011. The vast majority of demonstrators were Bedouin-Palestinian citizens of Israel with a handful Jewish activists attending on the weekday to express their support. While the communities’ senior leadership gathered to hear their speakers, hundreds of youth voiced their opposition and anger, chanting slogans reminiscent of the Arab revolutions in Egypt and Tunisia. “This is our Tahrir Square!” ran through the crowd.

prawerenddemolitions

Young Bedouins protest: “no justice, the police threaten, not help” (Photo: Mona Niebuhr, AIC)

 

The divide between young and old visible at the Beer Sheva demonstration seems to reflect growing inter-generational conflict within Bedouin society more widely. “The old generation is completely disconnected from our youth nowadays,” says Ala’ Abu Abeyyed, a 26 year old engineer from Laqia village. “You can see it right here: While the old men gather making speeches and seeking outside attention, the youth focus their anger against the government. They work for real change on the ground.” In Laqia and other Negev villages, youth initiatives for community development have sprung up in recent years. While they do not actively challenge elders’ authority, they seek to pave the way for a better future through practical action where formal politics fail.

Living conditions in all rural Bedouin villages in the Negev are substandard, lacking basic infrastructure such as water, electricity, and sewage. Only eleven of 46 villages are recognized by the state, and all others are considered illegal settlements. In both cases, the state fails to provide services. On a weekly basis, state authorities demolish what they consider illegally constructed houses, commonly simple tin shack homes.

Thursday’s protest gathered an exceptionally large and very active group of women participating. “We all came here today because we will be the ones affected most strongly by what the government plans,” explained Fatma Aborkeek from the state-installed Bedouin town of Tel Sheva. “When they demolish our homes, bring us to artificial towns, we as women lose our sphere, the home, our work in the fields and our social networks. Look at me: My family moved to the town when the government talked of great development plans and now all of us are unemployed and hopeless.”

prawerwomendemonstrators

Bedouin women came out strong in the demonstrating, highlighting that they will be most impacted by Israel’s planned forced displacement (Photo: Mona Niebuhr, AIC)

 

As part of traditional Bedouin society strongly shaped by patriarchal structures, women are facing a double challenge today, says Hanan Alsanah, a female Bedouin activist seeking to advance women’s rights: “We as women bear twofold pressures. First inside the community and second through living the limbo of unrecognised villages and disregard for our rights as citizens of this state.” Alsanah’s organization Sidreh recently found that only 10% of women from Bedouin villages are employed in the workforce today. While the authorities neglect the matter, local groups are working to provide new economic opportunities for Bedouin women.

For decades, the state has withheld services and recognition from rural Bedouin communities to pressure Bedouin citizens into giving up land rights and subscribing to an urbanised lifestyle. If passed, the Prawer-Begin Plan will reinforce this pressure, foreseeing the destruction of all unrecognized villages and resettlement of their inhabitants to hastily constructed towns as well as the annulment of all land rights unless cheaply sold to the state. According to residents, local communities were at no point consulted in this planning process.

The government plan has been met with strong criticism from the international community. In March 2012, the UN Committee on the Elimination for Racial Discrimination condemned the proposed legislation as discriminatory and demanded the government to withdraw the bill. The European Parliament in July 2012 passed a similar resolution. Considering the current makeup of the Israeli Knesset, however, the bill will likely be passed nonetheless. In that case, a female protestor stated firmly on Thursday, “we will stay, we will resist, and we will act collectively against the racist government.”

thanks to:

Israel Must End Gaza Blockade, says UN Official

NEW YORK, June 15, 2013 (WAFA) – A United Nations independent expert Friday called on Israel to end its blockade of the Gaza Strip, six years after it was tightened following the Hamas takeover in June 2007.

“The people of Gaza have endured the unendurable and suffered what is insufferable for six years,” said the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Occupied Palestinian Territory, Richard Falk. “Israel’s collective punishment of the civilian population in Gaza must end today,” he said.

“Six years of Israel’s calculated strangulation of the Gaza Strip has stunted the economy and has kept most Gazans in a state of perpetual poverty and aid dependency,” the UN expert added.

Citing statistics released by the Israeli Ministry of Defense, Falk said that in 2012, the total number of truckloads of exports leaving Gaza was 254, compared to 9,787 in 2005 before the tightening of the blockade.

In addition, the UN expert said the productive capacity of Gaza has dwindled since 2007, with 80 per cent of factories in Gaza now closed or operating at half capacity or less due to the loss of export markets and prohibitively high operating costs as a result of the blockade.

“Thirty-four percent of Gaza’s workforce is unemployed including up to half the youth population, 44% of Gazans are food insecure and 80% are aid recipients,” he said, highlighting also the lack of access to potable water, fuel and electricity.

He added that while a small proportion of Gazans can afford to obtain supplies through the tunnel economy, “tunnels alone cannot meet the daily needs of the population in Gaza.”

“It’s clear that the Israeli authorities set out six years ago to devitalize the Gazan population and economy,” the Special Rapporteur said, referring to a study undertaken by the Israeli Ministry of Defense in early 2008 detailing the minimum number of calories Palestinians in Gaza need to consume on a daily basis to avoid malnutrition.

M.S.

thanks to:

 

Film “The Stones Cry Out”, Palestinesi cristiani e occupazione

Il problema palestinese non e’ un conflitto tra musulmani ed ebrei. I cristiani svolgono un ruolo centrale nella difesa della loro terra, spiega la regista Yasmine Perni.

Gerusalemme, 8 giugno 2013, Nena News – Nel 1948, nelle fasi cruciali prima e durante la fondazione dello Stato di Israele, decine di migliaia di Palestinesi venivano cacciati dalle loro case, in quello che fu chiamata “Operazione Scopa”, che aveva l’intento di cacciare via centinaia di migliaia di Palestinesi dalla loro terra .

“The Stones Cry Out” della regista italo-finlandese Yasmine Perni, Elias Chacour, attuale Arcivescovo della Galilea, era solo un bambino quando le truppe Israeliane ordinarono alla sua famiglia e a tutta la popolazione del villaggio di Kifr Bir’am di abbandonare le loro case. Lascio’ il villaggio con una coperta sulle spalle, e con la famiglia si incammino’ alla ricerca di un rifugio trovando ricovero in una grotta a qualche chilometri di distanza.

Kifr Bir’am e’ stato proclamato “riserva naturale” al fine di evitare qualsiasi futuro ritorno della popolazione nativa, le case sono in rovina, la chiesa abbandonata.

Dopo la Galilea venne l’occupazione militare israeliana della Cisgiordania nel 1967, con la costruzione di insediamenti colonici israeliane, infine e’ arrivato il Muro. Betlemme, la citta’ natale di Cristo, ora e’ circondata da un alto muro di cemento grigio, separata da Gerusalemme e derubata delle sue terre, proprieta’ di cristiani.

Troppo spesso la copertura mediatica ha inquadrato il problema palestinese come un conflitto tra Musulmani ed Ebrei, largamente ignorando il fatto che la Palestina e’ la culla del Cristianesimo, che i Palestinesi sono sia Musulmani che Cristiani e che i Palestinesi Cristiani hanno svolto un ruolo fondamentale nella storia del loro paese e nella lotta per il mantenimento di una loro identita’.

In “The Stones Cry Out”, Palestinesi Cristiani di spicco, come Gabi Baramki, Presidente dell’Universita’ di Bir Zeit, una delle maggiori Universita’ Palestinesi. Hanan Ashrawi, leader politico, Ghassan Andoni, attivista sociale, il Patriarca Emerito della Terra Santa, Michel Sabbah e altri, raccontano la costante e a volte disperata lotta di tutti i Palestinesi per risistere all’occupazione Israeliana e per rimanere nella loro terra.


La regista Yasmine Perni lascio’ con la famiglia l’Italia all’eta’ di 13 anni per trasferirsi in Africa e Medio Oriente. Ha vissuto in Sudan, Egitto, Arabia saudita, Siria, Giordania e in Palestina. Dopo aver conseguito la laurea all’University of London’s School of Oriental and African Studies, ha lavorato come giornalista, fotografa, producer televisiva oltre a svolgere il ruolo di madre di tre figli. Di recente e’ tornata a vivere in Italia.

thanks to:

VIDEO: Hebron a besieged city

Wednesday, 05 June 2013

Hebron is a Palestinian city located in the southern West Bank, 30 km south of Jerusalem. It is the largest city in the West Bank and home to approximately 250,000 Palestinians and some 500-850 Jewish settlers concentrated in and around the Old City.

Israeli soldiers arrest a Palestinian during the 2012 olive harvest in the Tel Romeida area of Hebron, while Israeli settlers look on from above (Photo: Ryan Rodrick Beiler)

 

 

Since the Israeli occupation in 1967, settlements have been established in the heart of the Old City, rendering Hebron different from other cities of the West Bank: a divided city.

 

 

 

Yet Hebron is also home to resistance, of permanent unrest. 25 percent of Palestinian prisoners in Israeli jails are from Hebron.

thanks to:

Jenin, preoccupazione per le sorti di due bambini arrestati 4 giorni fa

Jenin-Pal.info. le famiglie di due ragazzini del villaggio di Burqin, a Jenin, hanno espresso forte preoccupazione per le sorti dei loro figli, arrestati quattro giorni fa, al posto di blocco di al-Jalma, non avendo più notizie circa le condizioni della loro detenzione.

Le forze di occupazione israeliane, di stanza al posto di blocco di al-Jalma, hanno inseguito e arrestato i due ragazzini, trasferendo loro nel carcere di al-Jalama, dove la loro detenzione è stata prolungata.

Le famiglie dei due ragazzini, Osama Yasser Subh e Ahmed Mufid, entrambi di 13 anni, e studenti delle medie, hanno fatto appello alle organizzazioni internazionali che si occupano dei diritti dei bambini, perché facciano delle pressioni su Israele affinché garantisca il loro rilascio.

Nell’appello, diramato lunedì 27 maggio a mezzo stampa, le famiglie hanno rivelato che l’occupazione ha arrestato i due minorenni nonostante non portassero documenti d’identità, aggiungendo che ora, i due sono rinchiusi nella prigione di Megiddo, e la loro detenzione è stata prorogata fino al 31 maggio.

Hanno anche esortato l’Unicef, il Comitato internazionale della Croce Rossa e i paesi firmatari della Convenzione sui diritti del bambini, ad aiutare loro e garantire la liberazione dei due minorenni dalle carceri israeliane.

Yasser Subh, padre di Osama, si è rivolto a Medici senza frontiere, chiedendo all’organizzazione di compiere il massimo sforzo possibile, per visitare il ragazzino detenuto, e fornirgli le cure mediche necessarie, in quanto soffre d’asma e utilizza l’aerosol, e a volte, necessita del respiratore artificiale.

thanks to:

Luisa Morgantini scrive a Michel Platini: non fate la coppa Uefa under 21 in Israele

Il 5 Giugno la Coppa Uefa under 21 dovrebbe inaugurarsi in Israele. Il 5 Giugno del 1967, Israele in una guerra preventiva, attaccò e occupò la Cisgiordania, Gaza, le alture del Golan e parte del Sinai.

Roma, 19 – 05 – 2013

Al Presidente Michel Platini

Il 5 giugno,  giorno di conquista per Israele e di sofferenza e mancanza di diritti per i palestinesi, la Uefa premierà Israele per il suo contributo allo sport. Da ben 46 anni la popolazione palestinese della Cisgiordania e Gaza, vive sotto occupazione militare, ogni generazione nata dopo quella data non ha mai vissuto nella libertà. Ogni giorno subisce la violenza dell’occupazione militare. Ogni giorno la terra coltivata con fatica, rubata per essere trasformata in colonia. Case demolite per impedire la crescita della popolazione palestinese, la costruzione di un muro di annessione coloniale, strade dell’apartheid, dove solo coloni e cittadini israeliani o con carta d’identità di Gerusalemme est possono frequentare, migliaia di prigionieri politici, tra cui giovani, torture.

E nelle colline a Sud di Hebron come nella Valle del Giordano, terra dello Stato Palestinese, l’esercito israeliano fa evacuare forzatamente i pastori e i contadini per esercitazioni militari, in realtà per aprire la strada a nuove colonie.

Ma Lei, signor Presidente Platini, è al corrente della situazione, ha visto quanta discriminazione gli Israeliani praticano verso i palestinesi anche nello sport: calciatori arrestati e tenuti in detenzione amministrativa,  permessi negati ai palestinesi anche per giocare  alle partite del “dialogo” con israeliani , stadi distrutti a Gaza, ma anche in Cisgiordania, check point e ancora il muro, potrei proseguire con molto altro, ma voglio arrivare al punto.

Israele deve imparare a rispettare i diritti degli altri, in questo caso di una popolazione  che oltre all’occupazione del 67, ha subito l’esodo, la Nakba del 1948, e la distruzione da parte di Israele di centinaia di villaggi palestinesi per cancellarne il ricordo e la memoria, alcuni di questi vicino agli stadi in cui si giocheranno le partite Uefa.

Per questo Le chiedo di non tenere la Coppa Uefa under 21 in Israele. Non è troppo tardi!

Neppure lo sport può essere al di sopra della violazione dei diritti umani e della legalità internazionale, ed Israele continua a violare ogni risoluzione delle Nazioni Unite ma soprattutto viola ogni codice etico o morale.

Ascolti noi, caro Platini, ascolti il suo cuore e la sua coscienza ed ascolti quei coraggiosi cittadini israeliani che si sono uniti all’appello lanciato da 42 organizzazioni sportive palestinesi: non fate la coppa Uefa under 21 in  Israele.

Attendo una sua risposta, e se terrete la Coppa Uefa in Israele, non rimanete in silenzio ed esprimete con nettezza il 5 giugno, anniversario dell’occupazione militare, che il popolo palestinese ha ogni diritto di vivere in libertà.

Luisa Morgantini
Già Vice Presidente del Parlamento Europeo

thanks to:

Le forze israeliane tentano di arrestare due bimbi di 5 e 6 anni

Gerusalemme – Ma’an. Le forze israeliane hanno interrogato nella giornata di giovedì due bambini palestinesi a Gerusalemme. Ne ha dato notizia il loro padre.

Iyad al-Awar ha dichiarato a Ma’an che le forze israeliane hanno fatto irruzione a casa sua e hanno cercato di sottoporre a fermo i suoi due figli, Qassam di 6 anni e Nasrallah di 5 anni.

Il signor Al-Awar ha impedito l’arresto, ma le truppe hanno presentato un mandato che gli ordinava di portare i suoi figli al Russian Compound di Gerusalemme.

“Una volta arrivati ​​al Russian Compound, i soldati volevano trattenere i miei figli per le indagini ma io mi sono rifiutato e così mi hanno picchiato, colpendomi sull’orecchio e sulla gamba. I miei bambini hanno iniziato a piangere ed erano veramente spaventati dalle forze israeliane. E poi li hanno presi con la forza”, ha affermato al-Awar.

I funzionari dell’intelligence hanno interrogato i bambini in merito a loro cugino Shadad, detenuto, e hanno chiesto loro se l’avessero visto lanciare pietre o bottiglie molotov contro le forze israeliane, secondo quanto riportato dal padre.

“Siamo stati rilasciati la sera stessa, ma il mio cellulare mi è stato confiscato”, ha aggiunto.

Traduzione per InfoPal a cura di Erica Celada

20/5/2013

thanks to: Erica Celada

Chi è David Grossman?

Riceviamo e pubblichiamo un contributo sulla figura di David Grossman inviatoci da una nostra lettrice. Nelle settimane scorse, si era molto parlato dello scrittore israeliano a cui il comune di Cagliari voleva, in un primo momento, conferire la cittadinanza onoraria, oggi congelata. Nei prossimi giorni, David Grossman sarà comunque in città, per partecipare a un’anteprima del festival di letteratura per ragazzi “Tutte storie”, di cui è presidente onorario. 

Il comune di Cagliari ha proposto di conferire la cittadinanza onoraria allo scrittore israeliano David Grossman, il quale, nell’opinione comune, è considerato una delle voci interne di critica più severa all’operato e alle scelte dell’establishment di Israele. Questo dipende in larga misura dal fatto che è salito agli onori della cronaca per i suoi interventi sempre molto compassionevoli nei confronti delle sofferenze del popolo Palestinese, e per le sue ripetute invocazioni alla “pace”, cui i media locali e internazionali hanno dato ampio risalto. Il pacifismo, in Israele, è però un universo complesso, i cui fondamenti e le cui aspirazioni spesso non coincidono, né possono ben collimare, con quelli altrui: in mancanza della comprensione di questo contesto, il rischio di cadere in equivoco è alto, e, nello specifico caso di Grossman, più vivo che mai. Prima di incensare Grossman come un esponente del più illuminato progressismo, o del più spontaneo e compassionevole pacifismo, bisognerebbe chiedersi a quali valori faccia riferimento nello sviluppare la sua visione politica, e riflettere attentamente sulla risposta.

Grossman è un convinto sostenitore dell’ideologia sionista, anch’essa complessa e varia nelle sue espressioni, ma che si basa su un punto fermo e chiaro: Israele è, e deve continuare ad essere, uno stato Ebraico. Durante un’intervista televisiva rilasciata nel 2010 a Charlie Rose, sui canali del network statunitense PBS – la versione integrale dell’intervista, nell’originale inglese, è disponibile sul sito http://www.charlierose.com –, Grossman ha dichiarato apertamente la sua adesione a tale idea : “Israele è stato creato per essere la patria del popolo ebraico (…)”.

Quindi diventa imperativo interrogarsi su quali valori diano forma all’ideologia sionista, che Grossman sostiene e sposa, nonostante le critiche che muove al suo braccio governativo: sono i valori universali cui i pacifismi internazionali, compreso quello italiano, si appellano, o sono valori particolari, di tipo etno-nazionalista?

Nel discorso pubblico che lo scrittore israeliano ha tenuto nel 2006 alla cerimonia di commemorazione per l’anniversario dell’assassinio di Rabin, lo stesso Grossman rende una risposta equivoca, riferendosi a come Israele avrebbe sprecato, per anni “l’opportunità di stabilire uno stato efficiente e democratico che si basa su valori ebraici ed universali (…) un posto che possa offrire un significato nuovo all’esistenza ebraica, che mantiene come parte integrale ed essenziale di sé la propria identità Ebraica e la propria etica Ebraica, l’osservanza di piena uguaglianza e rispetto per i suoi cittadini non-Ebrei” – Il testo integrale è disponibile, in inglese, all’indirizzo http://www.zionism-israel.com .

Anzitutto, l’idea di “valori Ebraici e universali” è una forte contraddizione in termini: nell’idea di universalità dei valori ogni particolarismo dovrebbe dissolversi, invece nel discorso di Grossman ritorna, sempre e potentemente, la particolarità e la separatezza, quasi l’eccezionalità  di ciò che è “Ebraico” rispetto ad ogni spunto universalista. Nonostante spenda, nel finale, qualche parola compassionevole per le discriminazioni che i cittadini non-ebrei di Israele subiscono, e nonostante il suo iniziale tentativo di acrobazia logica nella composizione impossibile della dicotomia tra particolare e universale, Grossman fa indubitabilmente riferimento ad un sistema di valori che è principalmente ebraico-centrico.

I promotori del conferimento della cittadinanza onoraria a Grossman dovrebbero chiedersi se la supposta “comunanza d’intenti” verso la costruzione di una pace futura non sia basata su altro che un immane equivoco di fondo, in cui concezioni dei valori e dei diritti che sono antitetiche sono invece ritenute identiche.

La miglior carta che Grossman gioca sulla scena mediatica è quella della pace, sempre desiderata e auspicata. Ma quale pace, e per chi? Sempre nel discorso pubblico del 2006, Grossman dichiara apertamente, e senza mezzi termini, che una pacificazione è necessaria solo perché “ la vita in un clima di violenza, occupazione, terrore, ansia e disperazione chiede a Israele un prezzo che non si può permettere di pagare”. Lungi perfino dai più semplici ragionamenti di tipo umanitario, la pace diventa un obiettivo da perseguirsi in nome delle mere necessità della società israeliana, e solo di essa. Grossman in definitiva auspica un tipo di pacificazione tesa unicamente a salvaguardare Israele, e si riferisce alla situazione sul terreno, in ogni suo intervento a riguardo, come a un “conflitto irrisolto”. Questa denominazione ignora un dato storico di realtà, cioè che il territorio, dichiarato nel 1948 “stato di Israele”,  è stato colonizzato secondo il paradigma della terra nullius, ben espresso da quella frase famosa attribuita a Zangwill, “la Palestina è una terra senza popolo per un popolo (gli ebrei) senza una terra”, un paradigma caro ai primi sionisti di cui Grossman, con la sua adesione all’ideologia, è erede. Lo Stato di Israele, però, non è comparso appropriandosi di uno spazio vuoto, ma si è costruito sulla demolizione di villaggi palestinesi, sull’espulsione forzata di parte degli abitanti e sulla negazione del diritto al ritorno alle proprie case di quelli che si erano allontanati, in fuga dall’esercito che avanzava e dal suo carico di atrocità –cito, ad esempio, il massacro di Deir Yassin–. Grossman mai si riferisce al diritto dei palestinesi al ritorno alla terra dove hanno vissuto e da cui sono stati deportati o messi in fuga, ma sostiene il diritto degli ebrei ad immigrare in Israele, “porto sicuro per un popolo disperso”.

La sua idea di pacificazione è quella che contempla la coesistenza, in rapporti di sereno vicinato, tra due stati sovrani, uno ebraico e uno arabo-palestinese: questa soluzione futuribile –e, grazie ai continui sforzi nella direzione dell’accaparramento di territorio e di frammentazione della West Bank compiuti dai governi Israeliani,  sempre più irrealizzabile– ha l’innegabile pregio di mettere sotto il tappeto la polvere di una situazione che si perpetua da 65 anni, cioè quella della relazione ineguale e sbilanciata tra un occupante e un occupato, tra il colonizzatore e il colonizzato.
Sarebbe interessante domandare a Grossman quali prospettive vede per un’Israele affiancato da uno stato sovrano Palestinese: che ne dovrebbe essere dei palestinesi che sono rimasti in territorio israeliano e che oggi sono cittadini di Israele?

Il presupposto su cui si fonda la proposta dei “due stati” è quello del “diversi quindi separati, ma uguali”, ed è da questo seme, apparentemente innocente, che nasce la cattiva pianta dell’apartheid; quando questa separazione diventa normativa e obbligatoria, si spiana la strada concettuale per la pulizia etnica. A dimostrazione che non si tratta di “fanta-antropologia”, esistono sondaggi d’opinione che vedono il 60% degli israeliani favorevoli al trasferimento forzoso dei palestinesi al di fuori del territorio di Israele. Questa strada per l’inferno è lastricata delle pacifiche intenzioni di personaggi pubblicamente influenti come Grossman.

Sarebbe quindi necessario, più che semplicemente opportuno, che i promotori del conferimento della cittadinanza onoraria a David Grossman si chiedessero se vogliono dimostrarsi, con un segno così forte e simbolico, a favore di una pace etno-centrica nell’interesse del solo Israele ebraico, una pace senza storia e senza giustizia, una pace “purché sia”, che apre inquietanti prospettive per il futuro.

thanks to: Silvia Laconi

Checkpoint Grossman

Ieri domenica 19 maggio, alle 18 l’aula magna del corpo aggiunto del Magistero era già piena. Per l’incontro con David Grossman, organizzato all’interno del festival Tuttestorie, è stata scomodata persino l’Università di Cagliari, aperta per l’occasione in un giorno festivo. Attesissimo lo scrittore israeliano sia per quanto riguarda il mondo dei libri sia per le sue prese di posizione politiche sul conflitto israelo-palestinese: nelle ultime settimane ha contribuito ad accendere il dibattito in città la proposta da parte del consigliere comunale Davide Carta, marito della presidente del festival, di investire Grossman della cittadinanza onoraria.

Ma veniamo alla giornata di ieri.
Subito, a riprova della tensione cresciuta in città negli ultimi giorni, siamo stati testimoni del trattamento riservato da ufficiali di polizia in borghese ad una ragazza che indossava la Kefiah e che voleva partecipare all’incontro. La funzionaria di polizia minacciava, davanti alle persone che cominciavano ad affluire all’incontro, la ragazza dicendole che l’avrebbero portata via per i capelli, con la contrarietà dei presenti che non riuscivano a comprendere un comportamento tanto al di sopra delle righe da parte della funzionaria. Perquisizioni e controllo dei documenti all’ingresso dell’edificio hanno contribuito a creare un checkpoint improvvisato che stonava alquanto con la natura dell’istituzione universitaria.
L’incontro comincia puntuale ma dopo le introduzioni, quando la parola dovrebbe passare a David Grossman, parte la contestazione di una quarantina di persone che, bandiere della Palestina alla mano, chiedono di poter porre delle domande all’ospite. Dopo un attimo di confusione viene trovato un accordo con gli organizzatori e così può cominciare l’incontro, un botta e risposta con l’intervistatore.

La parte più interessante per capire il pensiero di Grossman arriva quando il dibattito verte sul concetto di casa. Grossman esprime per l’occazione concetti che a molti hanno fatto storcere il naso, il discorso si sposta infatti velocemente sulla quotidianità della vita israeliana resa precaria dai continui cambiamenti dei confini dello stato israeliano, questa precarietà e continuo essere in guerra lo porta a considerare la vita del suo popolo come una non-vita sempre in bilico sul filo della sopravvivenza. Qualche parola sulla condizione palestinese giusto per addolcire delle parole che sanno di amaro per chi conosce e vive quella realtà e che infatti fanno rumoreggiare la sala.

Quando viene data la parola al pubblico chi prende la parola pone principalmente tre questioni per capire la posizione di Grossman rispetto alla Nakba, la catastrofe del popolo palestinese che coincide con la nascita dello stato di Israele. Un aspetto riguarda il fatto che negare la Nakba, sarebbe equivalente a negare la Shoah. L’accento viene inoltre posto sulle dichiarazioni di contrarietà espresse da Grossman in altre occasioni rispetto al ritorno dei profughi palestinesi. L’ultimo nodo cruciale riguarda invece i confini e la creazione dello stato palestinese. La risposta di Grossman appare superficiale ed evasiva, il suo intervento gira tutto intorno alla impossibilità di paragonare la Shoah alla Nakba, affermazione che stravolge strumentalmente il senso della domanda. Alle domande successive, invece, non arriverà alcuna risposta. Tra quelle inevase rimarrà, alla fine, quella più spinosa sul ritorno dei palestinesi, tema sul quale si era invece espresso in altri incontri e che lo vedeva contrario in quanto avrebbe costretto gli ebrei ad essere minoranza nel loro stato. Glisserà anche sui confini e sul concetto “due popoli due stati” terminando l’intervento con un retorico ma applaudito «domande di questo tipo non vedo perché debbano essere fatta alla mia persona». Affermazione che stupisce chi si è recato all’università per sentire rispondere anche a questo tipo di domande, come Enrico del Coordinamento Antifascista che commenta: «Ci sembra incredibile sentirci rispondere in questo modo da uno scrittore che fino all’altro giorno ha rilasciato pesanti dichiarazioni politiche e che oggi davanti alla contestazione si trincera dietro il suo ruolo di scrittore».

Si conclude così la giornata che vede l’archiviazione momentanea del conferimento della cittadinanza onoraria per David Grossman e quindi una piccola vittoria per la comunità palestinese della nostra città e per chi, da cagliaritano, conosce a fondo il dramma dell’allontanamento dei palestinesi dalla loro terra.

thanks to:

Gaza’s gas: EU millions up in smoke

BRUSSELS – “As you can see, I have no electricity at home at this moment,” says Yousef via Skype. “I have a fuel generator that I can use during the power cuts. If I run out of fuel, like now, I have a transformer connected to a car battery with which I can switch on a couple of light bulbs, recharge my laptop or watch TV. But we‘ve gotten used to the situation; it’s been going on for five years.”

  • The EU has misspent €250 million on energy in Gaza (Photo: Cecilia Ferrara)

Yousef al Helou, a reporter from Gaza for Al Etejah TV, is talking about living with power cuts.

The Gaza Strip suffers daily power cuts of eight hours or more. Yousef is one of the privileged people who own a fuel generator (and who can afford the fuel). Just a few days ago, for his TV station, he covered a story about the Dahrir family story – a father, mother and three children who were killed by a house fire. The electric company had cut the power of the family’s house and an unextinguished candle caused the tragedy.

During the funeral procession, a group of citizens passing by the Gaza Electricity distribution company shattered the windows and windshield of a vehicle outside the building.

It was a demonstration against what people see as the latest casualties of the power cuts. Last September, in the Bureij refugee camp, a house fire in identical circumstances killed two children, three years and 18 months old. Again, people came out on the streets in one of the rare protests against Hamas, the militant group which holds power in the strip.

The energy issue in Gaza is of paramount importance; for the citizens, 1.7 million of whom live in an area of 365 square kilometres; for water desalinisation and purification; for hospitals and their patients; for the Hamas government; and last but not least for one of the few investments in infrastructure in Gaza: the Gaza Power Plant (GPP).

It is an issue that involves Israeli, Palestinian and British business interests and €250 million from the European Union, which seems to have been spent somewhat carelessly, to say the least.

To better understand the dynamics, we have to go back to 2006.

Massive aid decided hastily

In January 2006, Hamas won the Palestinian elections. For several months, chaos reigned. The international community was looking for a way to continue its assistance programmes while avoiding negotiations with a party which is considered to be terrorist entity by many Western states.

“At the time, the political perspective was deadlocked, no co-operation was possible with this government. Fundamental for us, was to help people without going through Hamas,” said Michael Docherty, Director of the Israel, Palestine and Jordan office of EuropeAid, the European Commission’s development unit, in Brussels.

In June 2006, the soldier Gilad Shalit was kidnapped by a Palestinian commando.

In retaliation, Israel bombed the Gaza power plant. It had provided nearly 30 percent of the electricity needed in the region, with its destruction posing the risk of an imminent humanitarian crisis.

The European Union set up emergency relief to allow hospital generators and water pumps to operate. It also introduced a mechanism for purchasing fuel to help the plant resume electricity production.

“We had no other choice … there are insufficient lines from Israel and Egypt, and the ones that are there don’t work well!” Docherty said.

The implementation of this mechanism is subject to a highly secure protocol, with European auditors present at every stage of the fuel delivery process.

“Every three weeks, we received the bill … Then we checked if the amount corresponded exactly with what had been done at the plant, according to our records. Brussels then sent the payment to Dor Alon [the Israeli oil company that is the sole supplier of fuel to Gaza]. We were never in direct contact with them,” a contact involved in the procedure said.

“For every euro spent on aid, there is a euro going on audits,” the source added, on the cost of the security arrangements.

The question if the support, which had been decided in a hurry, should have been kept up for long, was a controversial one.

First of all, the EU never launched a tender or signed a contract with Dor Alon for the supply of fuel. It merely took up the agreement between the Israeli company and the Palestinian Authority (PA), an organ of state run by Fatah, a more moderate Palestinian group which controls the West Bank under Israeli supervision. No-one has ever seen the contract in Brussels.

If anyone asked, they were presented with an old document that had never been revised. According to Docherty: “It is one of the reasons why we stopped the programme.”

It was the only reason, however. Because for all these years, and despite the help of Europe, the plant has never worked properly.

Scarce and expensive electricity

If GPP has never operated at full capacity, it is primarily because the damage caused by the 2006 bombings was never fully repaired. Only three of all six turbines are operational.

The weekly delivery of fuel has been limited by Israel to 2.1 million litres (while demand is 600,000 litres per day). The fuel convoys from Israel were also regularly blocked at the checkpoint for “security reasons,” which prevented the power plant from running smoothly.

In Gaza, almost everyone can tell you what the region’s energy need is in terms of MW.

The electrical grid distributes a total of 167MW for an estimated demand of at least 300MW. The plant, which is supposed to produce 140MW, actually generates between 30 and 60MW.

The price it asks for its electricity is between four and seven times higher than energy which comes directly from Israel or Egypt (2.3 NIS per kWh, against 0.56 and 0.32 from Israel and Egypt’s electricity, respectively).

But maintaining a Palestinian-owned energy source is a strategic concern, even if it is actually held by private interests.

Energy dominance

A child of the Oslo Accords in the 1990s, the Gaza power plant, or Gaza Power Generating Private Ltd Co (GPGC), was one of the flagship projects of the future Palestinian state, a step on the path to energy independence.

Built between 1999 and 2004, the structure was designed to run on gas (because Egypt and its resources were close and natural gas had been discovered off the coast of Gaza in 1999). British Gas did some prospecting on the gas fields, but it never went further.

Also in 1999, a group of Palestinian investors who had fled Lebanon in 1948, the Consolidated Contractors Company (CCC), a close associate of British Gas, persuaded US firm Enron to invest in the construction of the power plant in Gaza.

The investors negotiated a “capacity payment” of $2.5 million per month, meaning that the Palestinian Authority (PA) must pay a monthly “rent” to the Palestine Electric Company (Pec), the owner of the plant, whether the 140MW that they are supposed to generate is generated or not.

The Pec is a private company listed on the Nablus stock market in the West Bank (in 2002 Enron was replaced by Morganti, a satellite of the CCC). Its profits are remarkable: in 2006 the company made a profit of $7.4 million, in 2008, $6.3 million.

In addition, CCC is about to extend its control over the energy sector.

Some of the company’s people are on the board of the Palestine Investment Fund (PIF), a Palestinian public investment fund established under the late Palestinian leader Yasser Arafat (whose financial advisor at the time, Mohammed Rashid, was the PIF’s director).

The PIF also has shares in Gaza Marine, the consortium that owns the gas reserves off the coast of Gaza. And the same people are in talks with the PA for the construction of the Palestinian Power Generating Company (PPGC), the future powerhouse of the West Bank, based in Jenin, which is also supposed to run on gas.

Golden deal for Dor Alon

As for the other side of the story, the history of Dor Alon, the Israeli fuel supplier, is equally baffling.

Dor Alon’s history is also linked to the Oslo Accords. A small company founded by an association of kibbutz in 1989, acquired in 1993 by a young businessman on the rise, David Wiessman, it obtained a fuel distribution monopoly for the PA in 1994.

“Dor Alon’s representatives went to Oslo and negotiated directly with Arafat and Mohamed Rashid,” said the former representative of Dor Alon in Gaza, Mamoun Al Khozondar.

Mohamed Rashid, a former financial advisor to Yasser Arafat who had fled to London, was sentenced in absentia in Ramallah in June 2012 for corruption and misuse of public funds.

It seems that it was Rashid’s relationship with the fuel transportation company Shefer Levy (whose senior partner is Koko Ovadia, an Israeli businessman with close ties with the Israeli and Palestinian security services, convicted in 1998 for fraud tax on fuel and owner of Koko’s club in Rishon Lezion) that opened up the market for Dor Alon – or for all of the West Bank and Gaza for that matter.

A market that has constituted up to 39 percent of Dor Alon’s annual sales (in 2005, source: Dor Alon’s public annual reports), figures so high that each time the company presented its results it repeats: “We are dependent on the sales to the PA. If sales to the PA would stop, it could have a significant adverse effect on the results of Dor Alon Israel.”

It is a captive market, according to Who profits, an NGO based in Tel Aviv which denounces the abuses of the occupation and the economic benefits that some Israeli companies enjoy because of it.

In 2006, things changed and a competing company, Paz, took over the market in the West Bank.

Dor Alon kept the Gaza market. Sales to the PA plummeted to 14 percent of previous figures in 2007. That year, the European Union purchased €75,559,237 worth of fuel from Dor Alon.

According to the official version, Dor Alon had kept the Gaza market because it owned the pipeline that allowed the delivery of fuel through the Nahal Oz checkpoint.

But this is no more than a moderately convincing explanation in light of the fact that in 2010 the Nahal Oz terminal was closed down by Israel, and that Dor Alon instead used the Kerem Shalom terminal, where the transfers are made directly from truck to truck.

Meanwhile, Dor Alon invested in the gas sector, expanded its interests in retail and restaurants (Pizza Hut, Kentucky Fried Chicken, Segafredo coffee shops in Israel), and opened supermarkets in colonies through its subsidiary Blue Square (acquired in 2003).

On the other side of the Atlantic, David Wiessman created Alon US in Dallas (in 2000), Texas. It is the largest Israeli oil company in the United States, which has bought the American brand name and distribution network of TotalFina and owns a lot of refineries.

Even though the few million European euros do not weigh very heavily in the books of a multinational like Dor Alon, it cannot be ignored that the deal with the PA was a masterstroke, and that the continued funding by the European Union brought in significant profits for Dor Alon.

A ‘gift’ to the Palestinian Authority

When the European Union decided to buy fuel from the Palestinian Authority in 2006, nobody was thinking of an issue that was to become a hundred million euro thorn in the side for the deal: taxes on the fuel.

Since the Paris Protocol in 1994, there is a tax transfer agreement between Israel and the PA, called Clearance Revenues.

Because, even though the PA buys from an Israeli company, it is the PA itself that is entitled to the VAT and the taxes, and not the Israeli treasury.

But then the taxes rose to more than 50 percent.

More than half of the amount that the European Union was paying Dor Alon landed in the PA’s treasury.

Faced with this situation, in the spring of 2009, the then EU commissioner for external relations, Benita Ferrero Waldner, called on Israel to sell the fuel without taxes, as humanitarian purchases. Israel said the agreement is a commercial, not a humanitarian one.

The reason for the refusal was obvious.

Israel uses this tax transfer agreement as political leverage, by blocking payments (as was the case in 2011, when Fatah-Hamas made reconciliation efforts).

More embarrassingly, in the late 1990s a major scandal was brought to light by a reporter named Ronen Bergman, who revealed that the money from the Clearance Revenues had been transferred to a secret account that only Arafat, Mohammad Rashid and Avi Matan, the partner of Koko Ovadia, had access to.

According to one source, the account at the Leumi Bank in Tel Aviv still exists, at least as a technical account to disburse money coming from Israel.

It is unclear in whose name the account is registered.

When asked what these funds (totalling more than €125 million, according to our calculations) have been used for, Ghassan Khatib, a spokesperson for the Palestinian Authority, replied that there are no details about the payments of the Clearance Revenues and that it is therefore impossible to find out.

The money supposedly ended up in the “general budget.”

The Israeli side told us that details about the Clearance Revenues are “confidential.”

According to the EU’s Docherty, it is clear that Europe was aware of this deficiency from the beginning.

“We were not comfortable with this programme in the long run. It is one of the reasons why we stopped. In a sense we can indeed say it was a gift,” he noted.

Post-Europe

In 2009, the European Commission’s payments officially came to an end.

The PA was tired of seeing its manna go to Gaza requested the termination. The mechanism stayed open for donors to use, until 2010, as did Germany (€20 million).

People in Ramallah were happy about the news.

“The money that was intended for the power plant now goes to the most vulnerable, the poorest of the poorest,” according to Ghassan Khatib. “Because when you pay for electricity, you pay more for the rich than for the poor, since the rich use more electricity.”

Hamas’ energy minister, Omar Kittaneh, goes even further: “If you pay to burn fuel, you might as well just burn euros.”

After five years of technical support and more than €250 million euros of expenditure, the commission left the region in the hands of struggles between Fatah and Hamas, and it left Gazans with an acute energy crisis.

In 2010, Hamas started tests to make the plant work with fuel transported through tunnels.

For one year, Egypt supplied the fuel. But then President Hosni Mubarak fell.

Egypt’s petrol is subsidised, and the new government is not inclined to subsidise the Gaza market.

In 2012, the Gaza plant was in constant stop-and-go mode.

Today, part of the fuel is supplied by Qatar, part is still smuggled through tunnels, while umpteen negotiations between Israelis and Palestinians have been started and stopped to exploit the natural gas fields off Gaza that could mean a lower cost (and environmental impact) for the power plant.

This article was produced with support from Journalismfund.eu by Cecilia Ferrara and Assia Rabinowitz, in collaboration with Hagar Shezaf. Translation by Rafael Njotea.

thanks to:

Cecilia Ferrara

Assia Rabinowitz

Rafael Njotea

 

Gaza, essere donna ai tempi dell’assedio israeliano

di Rossana Zena

Betlemme, 13 maggio 2013, Nena News – Jamila Abu ‘Ashibe e’ una ragazza palestinese di 25 anni che vive a Gaza. Jamila – o come la chiamano i suoi colleghi, “la donna di ferro” – è la prima donna gazawi a lavorare in una fabbrica di cemento. Tutti i giorni, Jamila, riempe e carica sacchi di cemento, da 50 chili l’uno, su camion destinati alle imprese edilizie di tutta Gaza. Non è certo il primo duro lavoro che la giovane ragazza svolge: da quando aveva 16 anni lavora nel settore dell’edilizia, costruendo mattoni, guidando camion e gru.

Jamila – che in arabo significa “bella” – si è ritrovata in una cava di cemento, impegnata in un lavoro maschile e pesante perchè è l’unica persona della sua famiglia in grado di lavorare: sia il padre che la madre sono invalidi e deve sfamare gli 8 figli di 4 fratelli uccisi durante durante i vari attacchi militari israeliani contro Gaza.

In un intervista all’agenzia stampa palestinese Ma’an News, Jamila ha dichiarato: “All’inizio mi vergognavo ad essere l’unica donna in mezzo ad un gruppo di lavoratori uomini, ma la necessità è virtù, e ho preferito fare questo lavoro anziche andare a mendicare per le strade che è sicuramente più vergognoso. Anche i miei colleghi all’inizio erano stupiti ed imbarazzati a lavorare con una ragazza, ma poi, quando hanno saputo quali condizioni di vita mi hanno portato ad una simile scelta, hanno accettato la situazione senza problemi“.

Perchè non un altro mestiere? L’originale scelta di Jamila è stata dettata da due ragioni: primo, l’incapacità di svolgere lavori tradizionalmente femminili come cucire e cucinare; secondo, e più importante, la differenza di guadagno. Perchè nel campo dell’edilizia il salario è indubbiamente più ingente e, dovendo sfamare 10 persone, ha pensato che fosse la possibilità più pesante ma anche più redditizia per la sua famiglia.

Il suo datore di lavoro, Abu Fu’ad, la descrive come una ragazza forte e astuta, che rifiuta qualsiasi tipo di favoritismo o aiuto da parte dei suoi colleghi, aggiungendo un elemento che non va dato per scontato in un mercato del lavoro, quello palestinese, ancora estremamente maschilista: Jamila guadagna quanto i colleghi maschi.

E come accade in tanti Paesi europei e come le donne italiane sanno bene, la giornata di lavoro di Jamila non finisce quando termina il turno alla fabbrica di cemento. Continua a casa, dove la giovane deve prendersi cura della sua famiglia e accudire le pecore e le capre che tengono in giardino.

Nella Striscia il tasso di disoccupazione si attesta intorno al 41%. Gran parte degli occupati lavora nel settore pubblico, che tenta così di coprire il gap della mancanza di impieghi. Gli ultimi bombardamenti, durante l’operazione israeliana “Colonna di Difesa”, hanno ulteriormente danneggiato infrastrutture e aziende, mai completamente ricostruite dopo “Piombo Fuso”. Uniche fonti di sostentamento – in un’enclave dalla quale non si può uscire e nella quale importazioni ed esportazioni sono controllate e gestite unilateralmente da Israele – sono i tunnel illegali con l’Egitto da un parte, la pesca e l’agricoltura dall’altra, resi quotidianamente una sfida dalle durissime restrizioni imposte dal governo israeliano.

“L’assedio israeliano contro Gaza non rende la vita facile a nessuno, non siamo l’unica famiglia in una situazione simile. E’ difficile soprattutto se sei donna e se sei sola – dice Jamila – Non mi sono mai arresa e ho sempre cercato un lavoro onesto che mi permettesse di continuare a vivere in maniera dignitosa. Nonostante tutto”.

thanks to:

Adel Baker, pescatore di Gaza, ora in lotta per la vita in ospedale

Il 1 maggio in molti paesi si celebra la festa dei lavoratori. Anche Gaza ha celebrato la festa dei lavoratori in una manifestazione in centro città.
Eppure, non è festa per i pescatori palestinesi.
Nelle prime ore del mattino del 1 maggio 2013, un pescatore palestinese è rimasto gravemente ferito quando navi militari israeliane a largo delle coste di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, hanno aperto il fuoco contro pescherecci palestinesi che si trovavano all’interno delle 3 miglia nautiche dalla costa.
Durante l’attacco, un pezzo del motore che serve a tirare su le reti e’ caduto violentemente  sulla testa di Adel Al Karim Baker, 51 anni, di Gaza City, che e’ rimasto gravemente ferito.
Adel Baker è stato trasportato al Najjar hospital e successi