Chi ci guadagna dal mantenere Gaza sul baratro di una catastrofe umanitaria?

Mantenere Gaza sull’orlo del collasso fa sì che l’aiuto umanitario internazionale continui a fluire esattamente dove fa comodo agli interessi israeliani

La striscia di Gaza è sull’orlo di una crisi umanitaria. Vi suona familiare? Abbiamo sentito parlare di continuo dell’imminente collasso del sistema dell’acqua potabile, delle fogne, della salute e dell’elettricità di Gaza almeno dallo scoppio della Seconda Intifada, 18 anni fa.

Nel loro libro The One State Condition Ariella Azoulay e Adi Ophin cercano di dare una risposta alla domanda: che interesse ha Israele a mantenere Gaza sull’orlo del collasso? La loro risposta rimane valida pure 15 anni dopo: mantenere i palestinesi perpetuamente sull’orlo del baratro è una prova della vittoria finale di Israele. I palestinesi non possono prendere in mano le proprie vite, poiché Israele può sottrargliele in ogni momento. Questa è la base della chiara relazione di dominio sui palestinesi.

Ma anche se la risposta è vera, non è sufficiente. C’è anche una risposta economica. Finché Gaza rimane sull’orlo del collasso, i donatori internazionali mantengono il flusso di denaro dell’aiuto umanitario. Se la crisi finisse e l’assedio fosse tolto, si può assumere che i donatori internazionali cambierebbero il tipo di aiuto offerto e invece dell’aiuto umanitario tornerebbero a focalizzarsi sull’aiuto allo sviluppo dell’economia di Gaza (come fecero dal 1994 al 2000, fino allo scoppio della seconda intifada). Questo tipo di aiuto competerebbe con certi settori delle imprese israeliane e pertanto minaccerebbe l’economia israeliana. Mantenere Gaza sull’orlo del collasso fa si che il flusso monetario di aiuto umanitario internazionale scorra esattamente dove beneficia gli interessi israeliani.

Alla luce del crescente rafforzamento della destra populista che raffigura i palestinesi come nemici totali dello stato di Israele, dobbiamo chiederci perché il governo israeliano abbia rifiutato la sua seconda opportunità di fuoriuscire “dall’orlo del baratro” – cioè determinare una crisi umanitaria peggiore e causare morti in massa a Gaza e in generale nei territori occupati. Nonostante l’odio che si acutizza sempre più contro i palestinesi, il governo israeliano ha chiaramente agito per evitare questo tipo di scenario, permettendo la consegna di medicine e di macchine di desalinizzazione (finanziate da aiuti internazionali) al fine di evitare morìe di massa a Gaza. Ma perché?

Nonostante numerose proteste dal lato palestinese, gli Accordi di Parigi siglati nel 1994 continuano a costituire il quadro delle principali regolamentazioni economiche tra Israele e l’Autorità palestinese, includendo la Striscia di Gaza. Israele controlla il regime doganale, e perciò non ci sono dazi su beni importati da Israele ai territori occupati, mentre ce ne sono sui beni importati dall’estero.

Alle organizzazioni umanitarie internazionali viene richiesto di dare aiuto nel modo più efficiente possibile. Devono comprare il cibo più economico disponibile per aiutare il più alto numero possibile di persone con il loro budget. Anche se il cibo è più economico in Giordania ed Egitto, il cibo importato da Giordania e Egitto nei territori occupati palestinesi è tassato. Le tasse, in linea principio, vanno nelle casse della Autorità palestinese, ma questa non può essere una considerazione da tenere in conto per le organizzazioni umanitarie. Al contrario a queste viene richiesto di acquistare la maggior parte dei beni che distribuiscono da imprese israeliane, a meno che importarle da un altro paese, inclusi i dazi doganali, sia ancora più economico del prezzo in Israele.

In aggiunta, le regole di sicurezza israeliane richiedono alle organizzazioni umanitarie di usare imprese di trasporto e veicoli israeliani, poiché alle imprese palestinesi non è concesso entrare in Israele a prendere i beni dagli aeroporti o dai porti. Ancora più significativo è il fatto che i palestinesi non hanno una propria moneta né una banca centrale: il supporto finanziario deve essere dato in Shekel israeliani. La moneta straniera rimane nella Banca di Israele e le banche commerciali israeliane ne approfittano con numerosi ricarichi nel corso delle transazioni.

Nei fatti questo significa che Israele esporta l’occupazione: fino a che la comunità internazionale é disponibile a contribuire finanziariamente per evitare una crisi umanitaria a Gaza, le imprese israeliane continueranno a fornire beni e servizi e ricevere in cambio pagamenti in moneta straniera.

In uno studio che ho condotto per l’organizzazione palestinese Aid Watch nel 2015, ho osservato la correlazione tra l’aiuto internazionale, da un lato, e il deficit in commercio di beni e servizi tra le economie israeliana e palestinese dall’altro. I dati per lo studio vanno dal 2000 al 2013. Ho trovato che il 78 per cento dell’aiuto ai palestinesi trova la sua strada verso l’economia israeliana. Questa è una cifra approssimativa, di sicuro. Dobbiamo ricordare che non è semplicemente un profitto pulito per le imprese israeliane ma una entrata. Le imprese israeliane hanno bisogno di offrire beni e servizi per i soldi e si fanno carico dei costi di produzione.

Alla luce di queste statistiche, è facile capire il gap tra le dichiarazioni populiste del governo contro i palestinesi e i passi che vengono fatti in modo consistente per aumentare l’aiuto internazionale ai palestinesi.

Durante un incontro di emergenza dei paesi donatori a gennaio, il ministro della cooperazione regionale Tzahi Hanegbi ha presentato un piano da milioni di dollari per ricostruire la striscia di Gaza- finanziato dall’estero, ovviamente. Il piano del ministro dei trasporti Yisrael Katz’s di costruire un isola artificiale a largo della costa di Gaza parimenti ha suggerito che i finanziatori stranieri si assumano parte del costo dell’occupazione, portando cash straniero nelle casse israeliane, e, al tempo stesso, evitando che la situazione a Gaza si deteriori fino a un punto di non ritorno.

Il quadro qui presentato non è nuovo. È chiaro agli stati contribuenti, alle organizzazioni internazionali di aiuto umanitario, all’esercito israeliano e al governo israeliano. Ovviamente è chiaro pure ai palestinesi, che hanno bisogno di aiuti ma che capiscono che questo rende il lavoro dell’occupazione più facile per le autorità israeliane.

Comunque c’è anche un serio problema in questo quadro. Presuppone l’esistenza di uno stato chiamato “l’orlo del baratro” della crisi umanitaria e genera infinite discussioni sul fatto che lo stato attuale costituisca una crisi o no. Ma quando esattamente la situazione economica a Gaza costituirà una crisi umanitaria? Quante persone devono morire prima che l’assedio sia levato per evitare di raggiungere quel punto, oltre il quale masse di persone affamate, malattie e disintegrazione del tessuto sociale non si potranno fermare?

La più importante iniziativa recente di aiuto per superare questa situazione è quella della flottilla. Le flottilla hanno portato aiuto ai palestinesi in coordinamento con le richieste specifiche degli abitanti di Gaza, per beni ai quali non è concesso di passare la frontiera di Kerem Shalom. Senza usare la moneta israeliana e senza pagare tasse al tesoro israeliano, le navi hanno cercato di portare aiuto direttamente, senza mediazioni. Non ci sorprende che la risposta israeliana è stata violenta – l’esercito ha ucciso 9 attivisti sulla nave Mavi Marmara nel maggio 2010.

Ma cosa farebbe il governo israeliano se le maggiori agenzia di aiuto adottassero una simile modalità di azione per dare ai palestinesi aiuti diretti, senza usare imprese israeliane e senza pagare tasse alle autorità israeliane? La strategia dimostrerebbe l’interesse economico che Israele ha nel mantenere Gaza “sull’orlo baratro” e forzerebbe il governo israeliano a scegliere: prendere direttamente il controllo delle vite dei palestinesi e pagare il costo correlato, o permettere alle agenzie internazionali di offrire aiuto nelle condizioni che possono scegliere i palestinesi: aiutandoli a venire fuori dalla crisi. Questo non cancellerebbe la responsabilità Israeliana per i palestinesi – come è definita dal diritto internazionale – ma eliminerebbe l’incentivo finanziario a mantenere l’occupazione e l’assedio di Gaza.

 

Shir Hever è un economista e giornalista israeliano, Tra i suoi libri ricordiamo The Political Economy of Israeli occupation,  2010, e The Privatization of Israeli Security, 2017.  Purtroppo i suoi libri non sono mai stati tradotti in italiano.

L’articolo è stato pubblicato per +972mag.com

Traduzione a cura di DINAMOpress

Sorgente: Chi ci guadagna dal mantenere Gaza sul baratro di una catastrofe umanitaria? – DINAMOpress

Advertisements

Hebron città fantasma

https://i0.wp.com/www.assopacepalestina.org/wp-content/uploads/2018/02/Shuhada-strada.jpg

In occasione dell’imminente campagna Open Shuhada Street 2018, AssopacePalestina ha elaborato la versione italiana di un opuscolo originariamente prodotto da Youth Against Settlements in collaborazione con il gruppo tedesco KURVE Wustrow.

Dal momento che l’opuscolo contiene una notevole quantità di informazioni aggiornate su Hebron, e più in generale sull’occupazione in Cisgiordania, se ne raccomanda vivamente l’uso e la diffusione.

L’opuscolo si può leggere e scaricare a questo link:   HEBRON citta fantasma_web

thanks to: AssopacePalestina

Arab League: Israel is playing with fire in Jerusalem

CAIRO, July 23, 2017 (WAFA) – Secretary-General of the League of Arab States Ahmed Aboul Gheit Sunday said that the Israeli government is playing with fire and starting a major crisis with the Arab and Muslim worlds.

Aboul Gheit said all the recent Israeli measures in al-Aqsa Mosque compound indicate that Israel is attempting to enforce new facts and change the status quo in the Old City, something that is unacceptable and is a red line that Israel should not bypass.

“Israel is pushing the region into a very dangerous curve by adopting policies and measures that are not only targeting the Palestinians, but provoking the feelings of every Arab and Muslim,” said his spokesman Mahmoud Afifi.  

Aboul Gheit said that the past days proved that security considerations are not the real motive behind the recent Israeli actions in Jerusalem’s Old City and al-Aqsa. Everyone is aware of the gravity of Israel’s plans to change the city’s Arab and Islamic identity.”

He called on the international community, primarily the United States, to intervene to compel the Israeli government to maintain the status quo at the holy compound.

Aboul Gheit also called on the international community, primarily the United States, to shoulder their responsibilities and compel the Israeli government to maintain the status quo of Jerusalem.

Israeli police closed the mosque nine days ago for Muslims following an attack that left three Palestinians and two Israeli policemen dead.

The mosque was reopened on Sunday after metal detectors were installed; a move Palestinians said they will not accept because it changes the status quo at the mosque.

Since then, Palestinian Muslims have been holding the daily prayers outside the gates, insisting they will not enter it for worship until the metal detectors are removed.

Israeli soldiers and Israeli settlers have killed a number of Palestinians, injured and arrested hundreds in East Jerusalem and the West Bank since the installation of metal detectors.

A.D/M.N/M.H

Sorgente: Arab League: Israel is playing with fire in Jerusalem

Gli ebrei odiano Israele

2017-06-24-01-29-44

Nel cuore di Gerusalemme esistono ebrei che non riconoscono lo stato di Israele, che si rifiutano di servire nell’esercito e che considerano il sionismo una ideologia perversa, supportano attivamente la causa palestinese e si rifiutano di pregare al Muro del Pianto. Sono i Neturei Karta, letteralmente “I Difensori della Città”. Raramente capita di vederli al di fuori della loro roccaforte: il quartiere ebraico ultra-ortodosso di Mea Shearim. Ufficialmente a nessuno è impedito l’ingresso, ma più mi addentro nel quartiere più i volti si fanno sospettosi, gli sguardi sempre più ostili, qualcuno mi urla qualcosa in Yiddish (gli ebrei anti-sionisti si rifiutano di parlare in Ebraico, lingua che utlizzano soltanto per pregare). I Neturei Karta rappresentano soltanto una piccola percentuale all’interno della galassia ultra-ortodossa presente in Israele, ma senz’altro sono tra quelli che negli ultimi anni hanno ottenuto maggiore visibilità. Molti di loro collaborano e hanno contatti diretti con esponenti di Hamas e Hezbollah oltre che aver supportato alcune delle teorie negazioniste dell’ex-presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. A Mea Shearim i soldati dell’esercito israeliano sono il nemico numero uno. Sono palestinesi infatti le uniche bandiere che sventolano appese ai balconi, sulle porte delle case fatiscenti la scritta in inglese “Jews are not Zionists”. All’interno della variegata società israeliana la comunità ultra-ortodossa inizia a rappresentare un serio problema per lo stato. Essi infatti non svolgono nessuna attività lavorativa e occupano le loro giornate studiando testi religiosi ma ricevono comunque sussidi da uno stato che non riconoscono. Oltre a questo evidente paradosso, che ha scatento contro di loro le ire degli strati più laici della popolazione, il numero degli haredi sta aumentando esponenzialmente. Secondo un recente studio, condotto dal centro israeliano di statistica, la media di figli per donna all’interno della comunità ultra-ortodossa ha raggiunto quota 7.5. IMG_20170624_092855_673 A Mea Shearim gli Haredi non possiedono computer né televisioni, non conoscono nulla di ciò che accade nel mondo. Quello che sanno lo apprendono tramite i pashkevilim, i grandi manifesti informativi che tappezzano i muri del quartiere. Alcuni di questi, firmati proprio dal movimento Neturei Karta invitano i giovani Haredi a “colpire” (senza specificare come) le donne soldato. Rav Meir Hirsch, il loro leader ci accoglie in casa con un sorriso nascosto dalla folta barba bianca. Porta un lungo abito nero, un cappello nero e una spilla con la bandiera palestinese appuntata sul petto. Rabbino Hirsch, chi sono i Neturei Karta? Il Movimento Neturei Karta è nato ufficialmente nel 1935 ma in realtà l’ideologia antisionista è iniziata già nel 1917 quanto fu siglata la dichiarazione di Balfour. Gli ebrei ortodossi di Gerusalemme si opposero strenuamente alla dichiarazione di Balfour perchè la creazione di uno stato ebraico avrebbe messo in pericolo l’ebraismo ortodosso (e la venuta del messia ndr). Nel 1935, mio nonno Aharon Katzenellenbogen fondò il movimento Neturei Karta. Neturei Karta è una parola in aramaico, significa “difensori della città”. Difendere la città dal sionismo dilagante. Per fare questo non usiamo armi. La nostra è una difesa ideologica. Con quali modalità portate avanti questa lotta? Lo facciamo tramite eventi pubblici, conferenze, manifestazioni, e incontri insieme a diversi leader politici nel mondo. Vogliamo che a tutti risulti chiaro ed evidente che il sionismo e l’ebraismo sono due idee opposte e contrarie. Qual’è la differenza fondamentale tra voi e gli altri ebrei haredi? In generale tutti gli Haredi sono contrari al sionismo, ma i Neturei Karta pensano che sia indispensabile agire attivamente contro questo male. Questa è la vera grande differenza. Alcuni Haredim però hanno creato un partito (lo SHAS ndr.) per dare una rappresentanza politica a queste idee. Cosa pensa di questa iniziativa? Siccome Israele ormai esiste, alcuni Haredim pensano che sia giusto combatterlo dall’interno. Noi siamo totalmente contro ogni forma di collaborazione politica col governo sionista. Non prendiamo soldi e non partecipiamo alle elezioni del parlamento. Non parliamo nella loro lingua, non serviamo sotto il loro esercito. Da parte nostra non facciamo nulla che possa legittimare l’esistenza di uno stato sionista. Quindi voi non prendete soldi dal governo come invece fanno altri haredi? Assolutamente no! non prendiamo nulla. E allora come fate a sopravvivere? Se non lavorate, con quali attività riuscite a mantenervi? Mandiamo persone a raccogliere fondi nei paesi stranieri. Esistono diverse personalità molto ricche all’estero che ci appoggiano. In questo modo riusciamo a sopravvivere. 2017-06-24-01-28-00 Quali sono i fondamenti teologici del vostro pensiero? È scritto nel Talmud in Ketubot nel foglio 111: Dio fece giurare al popolo ebraico che durante la diaspora non avrebbero sovvertito l’ordine delle nazioni del mondo. In alcun modo avrebbero creato un nuovo stato. La vera Israele verrà ricostituita soltanto quando arriverà il Messia. Non si può in nessun modo accelerare la sua venuta. Per questo noi siamo contrari al sionismo, è la Torah stessa ad essere contraria. Il sionismo non viene per unire, ma per strappare il popolo ebraico dalle sue radici profonde e trasformarlo in un nuovo popolo diverso da quello originale. Un nuovo popolo che non ha nulla a che fare con le sue radici religiose. Voi siete acerrimi nemici dell’esercito e contrastate in maniera molto forte la leva obbligatoria. Il governo però ha varato nuove leggi che agevolano l’ingresso degli ultra-ortodossi nelle forze armate. Molti giovani haredi iniziano ad arruolarsi… Per quanto riguarda l’arruolamento recente di alcuni haredi posso dirti che per noi chiunque si arruola diventa automaticamente un laico. Ti posso assicurare che non vi è alcun Haredi nell’esercito. Non sono Haredi, nemmeno se pregano e digiunano. Anche se porta i Peyot e gli TziTzit (i boccoli laterali e l’abito con le frange, tipici degli ebrei più ortodossi, ndr.), questo non fa di lui un ebreo credente. Quali sono i vostri rapporti con i movimenti palestinesi? Oggi sembra che tra Fatah e Hamas si sia ormai arrivati allo scontro aperto, voi da che parte vi schierate? Noi non siamo un ente politico ma un’entità ideologica. Per questo siamo in contatto sia con Hamas che con Fatah, non giudichiamo le loro questioni interne, ci interessa la lotta comune che portiamo avanti contro Israele seppur con diverse modalità. Noi supportiamo attivamente la battaglia dei palestinesi per la liberazione di questa terra. Noi stessi ci sentiamo a tutti gli effetti palestinesi. Riteniamo che il sionismo non abbia alcun diritto di governare su questa terra. L’idea di due stati per noi non ha nessun senso. Deve esserci una sola Palestina per entrambi i popoli. Voi ritenete che la Shoah sia stata architettata dai sionisti? Oggi se provate ad andare allo Yad Vashem vi raccontano che sionisti hanno salvato il popolo ebraico. Mentre invece hanno collaborato per sterminare parte del loro stesso popolo. Il leader dei sionisti ungheresi quando iniziò l’Olocausto disse: “Solo con il sangue potremo avere un nostro stato. Quanti più ebrei verranno uccisi nella Shoah, tanto più sarà facile ottenere uno stato”. E poi aggiunse “una vacca sul suolo israeliano per noi vale più di 1000 ebrei in Ungheria”. Queste sono accuse molto forti. Molto simili a quelle espresse dall’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Che cosa risponde a chi vi accusa di negazionismo? Bisogna innanzitutto dire una cosa: gli iraniani non hanno mai negato che la Shoah sia avvenuta. Noi anni fa organizzammo una conferenza insieme con le autorità iraniane per analizzare l’Olocausto in maniera critica. Sono stati i sionisti a dire che la conferenza aveva il solo scopo di negare l’Olocausto. Questa è l’unica vera arma che i sionisti possono usare contro gli iraniani per metterli in cattiva luce agli occhi del mondo: accusarli di negazionismo. La cosa che fa sorridere è che in Iran oggi abitano più di 30.000 ebrei che hanno un uguaglianza completa nei diritti. Anche più dei musulmani! Ha subito qualche pressione o minaccia da parte dello stato a causa di queste sue idee estreme? Sempre! Sono anni che vengo sorvegliato e minacciato. Dopotutto, io e gli altri Neturei Karta siamo in guerra contro lo stato Sionista. Passando all’attualità. Qual’è l’idea che vi siete fatti della situazione oggi in medio oriente anche rispetto alla Guerra in Siria e al terrorismo? Sono stati i sionisti a creare il problema dell’odio anti-ebraico nel mondo musulmano. La verità è sono loro il primo gruppo terrorista del medio oriente. Chi conosce un po’ di storia sa che coloro che per primi hanno sviluppato l’idea del terrore sono stati proprio i sionisti. Durante il mandato britannico hanno messo delle bombe al King David Hotel e compiuto numerosi attentati. E poi parlano degli arabi come fossero terroristi! Loro sono stati i maestri del terrorismo! Hanno insegnato al mondo come si fa il terrorismo! Come quando nel 1948 hanno preso i bambini palestinesi di Deir Yassin e li hanno trucidati nei modi più orrendi. Ma la situazione oggi è ben diversa dall’epoca del mandato… Assolutamente no! Oggi la cosa si è solo istituzionalizzata anche grazie al supporto degli Stati Uniti che forniscono ai sionisti le armi più sviluppate e micidiali per continuare a fare terrorismo in tutto il mondo ma in modo diplomatico. Allora sono tutti terroristi, sia i sionisti che i palestinesi che accoltellano civili e militari qui a Gerusalemme… Noi condanniamo sempre gli atti di violenza, ma riteniamo che i palestinesi non siano “terroristi”, per noi sono combattenti per la libertà. 2017-06-24-01-45-16 Cosa pensa invece della situazione dei cristiani perseguitati in medio oriente? Crede che anche dietro questo odio ci sia una macchinazione sionista? Non ho nessun dubbio che si tratti di una invenzione sionista e americana. Per raggiungere i loro obiettivi gli israeliani vogliono mettere gli uni contro gli altri. Vogliono creare una Guerra di religione che non esiste. Ma nel Corano esistono passaggi in cui è evidente l’odio verso I cristiani e verso gli ebrei… Questo non è vero! Ho letto il Corano e non esiste nessun versetto in cui si dice questo. Non c’è scritto nulla contro ebrei e cristiani. È previsto che paghino una tassa in quanto “popoli del Libro” ma non c’è scritto da nessuna parte che tutti devono convertirsi all’Islam. Riesce a prevedere una fine al conflitto tra Israele e Palestina? Secondo lei in quale modo avverrà questo? Io l’ho anche scritto al segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon. Per prima cosa l’ONU deve inviare qui un contingente internazionale che protegga I diritti del popolo palestinese contro l’occupazione sionista. Ma se si vuole essere razionali non bisogna coprirsi gli occhi e dire che va tuto bene. Bisogna a tutti I costi eliminare il governo sionista e riconsegnare la terra ai suoi legittimi proprietari cioè I palestinesi. Questa è la vera soluzione. In che modo pensa che si debba eliminare il governo sionista? Non avete detto di essere contro la violenza? Non serve la violenza! L’ONU deve cancellare la risoluzione con cui ha permesso la creazione dello stato di Israele. È come quando si fa un contratto…se posso fare una firma posso anche cancellarla. Gli ebrei che vivono qui potranno tranquillamente vivere insieme ai palestinesi come prima della creazione dello stato ebraico. Come può pensare che questo sia possibile? Certo che è possibile, il problema è che il mondo non guarda o non vuole vedere quello che avviene in Palestina. Il mondo parla, parla e non agisce. Nessuno fa nulla di concreto per risolvere questo problema. Ultima domanda. Lei non ha mai visto il muro del tempio pur abitando a poche centinaia di metri questo. Quanto desidera andare a pregare nel luogo simbolo del giudaismo? Moltissimo! Ma per via dell’occupazione non posso farlo. Quando qualcuno prega al muro del Tempio dovrebbe provare gratitudine. Io non posso provare questo sentimento, non posso dire grazie a chi ha occupato il mio paese.

thanks to: GLI OCCHI DELLA GUERRA

Comunicato di Marwan Barghouthi dopo la fine dello sciopero della fame dei prigionieri politici palestinesi

Marwan Barghouthi, leader palestinese imprigionato e membro del Comitato centrale di Fateh ha rilasciato una nuova dichiarazione pubblica, la sua prima dalla sospensione dello Sciopero per la Libertà e la Dignità. Questa la traduzione in inglese:

Prima dichiarazione del leader Marwan Barghouthi dopo il successo dello sciopero per la libertà e la dignità

In nome di Dio, misericordioso
Al nostro grande popolo, il popolo della lotta e del sacrificio
Al nostro popolo della rivoluzione e dell’Intifada
Ai figli delle nazioni arabe e musulmane
Ai popoli liberi della terra

Amici e amanti della pace e della giustizia ovunque. I prigionieri palestinesi nelle carceri e nelle celle sotterranee del nemico sionista hanno sostenuto uno sciopero della fame senza limiti dal 17 aprile alla sera del 28 maggio. In questo sciopero nazionale i prigionieri hanno portato avanti il più prolungato sciopero collettivo, un momento epico nella storia del movimento dei prigionieri nel corso di 50 anni.
Nonostante l’amministrazione carceraria abbia usato una repressione brutale e il terrore indiscriminato contro lo sciopero, in stile Gestapo, col trasferimento di tutti coloro che erano in sciopero dalle loro prigioni secondo modalità inedite e centinaia siano stati posti in isolamento, speciali unità repressive ( Matsada, Dror, e Yamaz) conducevano raid ed ispezioni durante tutti i 42 giorni di sciopero.
I carcerieri hanno proceduto al trasferimento dei prigionieri in sciopero in condizioni durissime e brutali nel tentativo di indebolire e fiaccare la loro determinazione, confiscando ogni loro bene personale, inclusa la biancheria. I prigionieri sono stati privati di tutto il materiale ad uso sanitario ed igienico, la loro vita è stata resa durissima e sono state diffuse vergognose falsità e bugie. Ciononostante la determinazione dei prigionieri è stata senza precedenti rispetto ad altre azioni condotte dal movimento dei prigionieri palestinesi e la repressione israeliana non è riuscito a spezzare la loro volontà. Di questo momento storico ed eroico, sono stato testimone, ed è con grande orgoglio, che saluto la grande fermezza di coloro che sono stati in sciopero della fame. E saluto con grande reverenza i martiri, le loro famiglie, e tutti coloro che si sono sollevati, sono stati feriti e incarcerati nel corso di questa battaglia per la libertà e dignità della Palestina.

Vorrei anche rendere omaggio al grande popolo della nostra pura Palestina, dal fiume al mare, e a coloro che sono in esilio e nella diaspora. Li ringrazio per il loro grande sostegno e per gli enormi sforzi che hanno sostenuto per la causa dei prigionieri e del loro sciopero, che ha riportato la causa palestinese alla ribalta del panorama politico internazionale. Allo stesso tempo, saluto i popoli arabi, islamici e amici del mondo per il livello di solidarietà e partecipazione con cui ci hanno sostenuto.

E saluto tutti coloro che hanno partecipato a campagne sui media locali e internazionali, nonché gli avvocati, il sindacato dei medici, il Ministero dell’istruzione, la società dei prigionieri palestinesi e la Commissione per gli affari dei prigionieri ed ex prigionieri, sottolineando che la battaglia per la libertà e la dignità della Palestina è parte integrante della lotta per la libertà, l’indipendenza, il ritorno, il rovesciamento del regime di apartheid in Palestina e la fine dell’occupazione.

Nonostante il governo del terrore che regge il regime di apartheid di Israele abbia attaccato lo sciopero della fame in un fallito e disperato tentativo di nascondere i suoi crimini, questo non ha intimidito e non ha rotto la loro volontà di ferro. Non sono riusciti a dissuaderci dal combattere questa battaglia con determinazione e convinzione, portando così avanti una saga epica ed eroica. I prigionieri sono stati in grado di raggiungere un certo numero di risultati sul piano umanitario, il primo dei quali è il ripristino della seconda visita mensile dei familiari, che era stata sospesa quasi un anno fa, così come sono riusciti ad affrontare problemi annosi riguardanti le condizioni della vita quotidiana, tra cui le condizioni delle donne detenute, dei bambini prigionieri, dei malati, il problema del “bosta” e dei trasferimenti, il problema della “mensa”, la possibilità di introdurre abbigliamento, nonché la formazione di un comitato di alti funzionari del servizio carcerario per proseguire il dialogo con i rappresentanti dei prigionieri nei prossimi giorni, per continuare a discutere tutte le questioni, nessuna esclusa.

Alla luce di questo e con l’avvento del mese sacro del Ramadan, abbiamo deciso di sospendere lo sciopero e di continuare in queste discussioni con il servizio carcerario, dopo avere però sottolineato che siamo pronti a riprendere lo sciopero se il servizio carcerario non rispetterà gli impegni presi coi prigionieri.

In questa occasione, porgo le mie più vive congratulazioni ai prigionieri eroici per la loro fermezza e per avere conseguito risultati di umanità e di giustizia, con un omaggio speciale ai detenuti del carcere di Nafha, che ha avuto un ruolo da protagonista per il successo di questo sciopero e il raggiungimento di questa grande vittoria. Rendo omaggio anche ai prigionieri che hanno scioperato nelle carceri del Negev, Ofer, nella infermeria della prigione di Ramla, di Ashkelon, Gilboa, Megiddo, Ramon e alle donne e bambini detenuti, infine ai prigionieri del carcere di Hadarim e a tutti coloro che hanno partecipato negli altri centri di detenzione e nelle altre carceri: io tengo le loro mani nelle mie e bacio la loro alta fronte.

Ancora, con la nuova unità e partecipazione che si sono espresse in questo sciopero nazionale, il più lungo e feroce nella storia del movimento dei prigionieri palestinesi, si è determinato un punto di svolta nel rapporto tra i prigionieri e i meccanismi dell’amministrazione penitenziaria. D’ora in poi e dopo oggi, non permetteremo qualsiasi infrazione ai risultati raggiunti e ai nostri diritti. Di più, questa battaglia ci da la forza per ricostruire e unificare il movimento dei prigionieri nelle sue varie componenti, come preludio alla formazione di una leadership nazionale unificata nel prossimi mesi. E in preparazione della battaglia per ottenere il riconoscimento dei prigionieri rinchiusi nei sotterranei dell’occupazione israeliana come prigionieri di guerra e prigionieri della libertà, e per la piena applicazione della terza e della quarta convenzione di Ginevra.

Per il nostro grande popolo, mentre rinnovo il mio omaggio ai martiri della battaglia per la libertà e la dignità, invito il presidente palestinese Abu Mazen, la leadership dell’OLP e le varie fazioni islamiche e nazionali a compiere il loro dovere nazionale di lavorare per liberare e far guadagnare la libertà ai prigionieri. Ancora una volta, metto in guardia contro qualsiasi ripresa dei negoziati prima di richiedere la liberazione completa di tutti i prigionieri e detenuti. Esprimo il mio speciale ringraziamento a tutte le istituzioni e organi che lavorano per i prigionieri, soprattutto alla Commissione per i prigionieri, presieduta dal fratello di lotta Issa Qaraqe, alla Società dei prigionieri palestinesi e al fratello di lotta Qaddoura Fares, alla Alta Commissione per gli affari dei prigionieri, alla Campagna internazionale e popolare per la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi, condotta dall’avvocata e militante, la signora Fadwa Barghouthi.

Gloria ai nostri martiri virtuosi
Libertà ai prigionieri per la libertà
Viva la battaglia palestinese per la libertà e la dignità

Il vostro fratello, Marwan Barghouthi (Abu al-Qassam)
Prigione di Hadarim
Cella n. 28

 

thanks to: Samidoun

Forumpalestina

 

Dichiarazione di Ahmad Sa’adat sulla vittoria dello Sciopero dei prigionieri politici palestinesi

I prigionieri hanno fatto un nuovo epico passo grazie alla loro volontà e determinazione, e hanno dimostrato che i diritti loro spettanti devono essere conquistati e non supplicati.

Al popolo palestinese, alla nazione araba ed alle forze libere del mondo,

I prigionieri in sciopero hanno accresciuto la loro fermezza, volontà e determinazione, per ostacolare e resistere a tutti i tentativi di sconfiggere e reprimere lo Sciopero. Non è stata risparmiata alcuna oppressione nei confronti degli scioperanti cosa che ha contribuito al deterioramento della salute dei prigionieri, attraverso politiche e misure repressive, in particolare attraverso i trasferimenti di carcere arbitrari praticati sino all’ultimo, così come i tentativi dell’occupante di diffondere menzogne e disinformazione. Gli eroici prigionieri hanno affrontato tutto ciò per 41 giorni con una volontà d’acciaio, facendo un nuovo epico passo contro l’occupante e scrivendo un nuovo, storico capitolo nella lotta del movimento di liberazione nazionale del nostro popolo.

Al nostro popolo palestinese,

Questa vittoria è il frutto degli sforzi collettivi del popolo palestinese che si è stretto intorno allo Sciopero, inclusi singoli ed istituzioni, movimenti nazionali, organizzazioni umanitarie e popolari, attraverso i sacrifici dei martiri, dei feriti e dei prigionieri. La vittoria è venuta attraverso il sostegno delle forze popolari di tutto il mondo arabo e con il sostegno di tutte le forze libere del mondo, compresi i movimenti e le organizzazioni popolari, i comitati di solidarietà, i parlamentari, i movimenti per la giustizia sociale che combattono l’imperialismo e la globalizzazione, oltre al movimento del BDS internazionale, per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni. A tutti coloro che hanno partecipato alle iniziative di solidarietà con il nostro Sciopero aiutando a condurlo alla sua nobile conclusione, inviamo tutta la nostra stima e ringraziamento, in particolare nei confronti delle famiglie dei martiri, dei feriti e dei prigionieri.

Alle masse palestinesi,

Anche se è troppo presto per stabilire una valutazione finale dei risultati dello Sciopero, in attesa della dichiarazione ufficiale della dirigenza, possiamo chiaramente affermare che l’incapacità dell’occupante di sconfiggere o limitare lo Sciopero è una vittoria per i detenuti e per la loro volontà e determinazione nel continuare la lotta. Questa vittoria ha importanti significati: in primo luogo, riafferma il fatto che i diritti possono essere conquistati senza mai elemosinarli e che la Resistenza è la leva principale per l’ottenimento di tutte le future conquiste del popolo palestinese nelle successive fasi della Rivoluzione. In secondo luogo, che le diverse fazioni del movimento dei prigionieri ed il clima di divisione non hanno impedito di giungere all’unità d’azione fra tutte le componenti nazionali ed islamiche, fintanto che la bussola della lotta resta puntata contro le principali contraddizioni dell’occupante. Il terzo, significativo punto sta nel fatto che la lotta non termina con lo Sciopero: al contrario, essa deve proseguire per rafforzarne, ampliarne e strutturarne le conquiste. Ciò è fondamentale per ricostruire ed unificare il movimento dei prigionieri palestinesi, espandendone il ruolo al fine di superare la frammentazione e la divisione, presentando al nostro popolo un corpo unico che persegua sinceri sforzi atti a far progredire la causa palestinese superando l’attuale crisi ed il suo quadro di divisione.

Alle masse palestinesi,

Ciò che le nostre forze politiche e fazioni palestinesi devono perseguire al fine di sostenere i prigionieri e rafforzare la loro determinazione è ristabilire l’unità nazionale, attraverso un cammino di avanzamento che si lasci alle spalle questa fase in cui ci si gira intorno all’infinito.

Ancora una volta, tutti i nostri ringraziamenti alle forze popolari palestinesi, arabe ed internazionali che hanno contribuito a rafforzare la determinazione dei prigionieri, sospingendo in avanti la loro lotta sino alla vittoria.

Gloria ai martiri, la vittoria è certa!

Ahmad Sa’adat
Segretario Generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
Carcere di Ramon, 28 maggio 2017

 

thanks to: PalestinaRossa

Israele stato terrorista

Ho sempre sostenuto il popolo ebraico; un popolo che ha sofferto l’Olocausto, la diaspora, le persecuzioni, la tortura e la morte, ma aveva dignità, resistette all’oppressione e combatté per i propri valori culturali, religiosi e unità del popolo.


Adolfo Perez Esquivel, Altercom – Luglio 2006
Ho sottolineato più volte, e ho aggiunto la mia voce a quella di molti altri in tutto il mondo, che  il popolo d’Israele ha il diritto di esistere; ma  gli stessi diritti oggi li ha il popolo palestinese oppresso e massacrato da parte dello Stato di Israele .
E’ doloroso dover sottolineare il comportamento aberrante che lo Stato di Israele sta tenendo contro il popolo palestinese – attaccare, distruggere, opprimere e massacrare la popolazione – le donne, i bambini, i giovani sono vittime di queste atrocità che non possiamo tacere e dobbiamo denunciare e rivendicare BASTA!

Il muro di Berlino è stato abbattuto, ma altri muri si innalzano come quello che Israele ha costruito per dividere il popolo palestinese. Credono che dia loro maggiore  sicurezza, al contrario crea  maggiore conflitto, dolore  la divisione.

Ma i muri più difficili da abbattere sono quelli che esistono nella mente e nel cuore, i muri dell’intolleranza e dell’odio. Attacchi, distruzione e morte a Gaza e in Libano e le persistenti minacce ad altri popoli hanno spinto lo Stato di Israele a diventare uno stato terrorista, che usa la tortura, attacchi contro la popolazione civile in cui le vittime sono donne e bambini. Per quanto tempo continuerà questa politica del terrore?

Sappiamo che non tutto il popolo d’Israele concorda con la politica di distruzione e di morte perseguita dal governo israeliano, sostenuto dagli Stati Uniti e col silenzio dei governi europei, complici dell’orrore scatenato in Medio Oriente. Ci sono coloro, sia all’interno di Israele che in Palestina, che vogliono il dialogo, la fine del conflitto e il rispetto per l’esistenza dei due popoli.

Questo è possibile se esiste  la volontà politica e dei popoli a farlo, con il sostegno della comunità internazionale.

Purtroppo le Nazioni Unite sono assenti, hanno perso il coraggio e la volontà di contribuire alla soluzione del confronto tra i due popoli, una situazione che mette seriamente in pericolo la pace nel mondo. L’ONU è stato asservito alle grandi potenze e usato per  rispondere ai loro interessi,  non ai bisogni dell’umanità. Una riforma profonda è necessaria per democratizzare le sue strutture e renderle più operative ed efficaci nell’interesse dei popoli.

Certamente ci sono attacchi e atti di violenza scatenata da settori del popolo palestinese per rivendicare i propri diritti. Non è con la violenza, che genera più violenza tra le parti, che si risolverà il conflitto. Mahatma Gandhi ha detto che applicando la regola  “occhio per occhio, finiremo tutti ciechi”.

I governanti di Israele stanno diventando ciechi e trascinando la gente nel baratro.

E’ necessario che la comunità internazionale reagisca per fermare la follia dei governi prima che sia troppo tardi. Però è più necessario che  israeliani e palestinesi reagiscano e capiscano che non possono continuare a uccidersi a vicenda.

I responsabili della barbarie devono fermare la follia in cui si trovano senza via d’uscita. Dovrebbero farlo per il bene delle persone e dell’umanità.

Messaggio di solidarietà con i prigionieri palestinesi lanciato dal Premio Nobel per la Pace e ex prigioniero politico.
trad. Invictapalestina.org

Fonte: http://www.voltairenet.org/article141960.html

Sorgente: Israele stato terrorista – Invictapalestina

La “democrazia” che odia i giornalisti.

Roma 8 maggio 2017 – Zeinab

Si sente spesso parlare della libertà di stampa limitata in paesi come, ad esempio, la Turchia e l’Egitto. Per questo molti giornalisti sono rinchiusi nelle carceri con un solo capo di accusa: svolgere il loro lavoro.

 

Le truppe israeliane arrestano un giornalista palestinese durante una protesta nei pressi di Adei Ad in the West Bank. (Photo: Oren Ziv, Activestills.org, file)

Eppure, all’indignazione mondiale si accompagna una indifferenza totale nei confronti di quei giornalisti rinchiusi nelle carceri dell’”unica democrazia in Medio Oriente”, quindi non turchi e ne egiziani. Secondo i dati del Ministero dell’Informazione Palestinese, i giornalisti palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliani – a volte anche grazie alla complicità della polizia palestinese dell’ANP – sono 28.

Come gli altri prigionieri palestinesi, i giornalisti ricevono trattamenti al limite della disumanità, e per questo sono violati i più elementari diritti umani come da Convenzione ONU. Durante i reportage, quindi mentre documentano l’occupazione in Palestina, si vedono più volte spaccare la videocamera, essere strattonati, presi a calci e pugni e portati in prigione.

Fayha Shalash, moglie di Muhammad al-Qiq, mostra un poster con suo marito durante una manifestazione a Hebron, 20 February  2017 –  Photo by Wisam Hashlamoun

Mohammad al-Qiq  sa bene cosa vuol dire essere un giornalista detenuto nelle carceri israeliane: simbolo per i suoi colleghi, al-Qiq è in sciopero della fame dal 6 febbraio ed è stato nuovamente condannato dall’autorità militare israeliana a 3 anni di prigione senza capo di accusa.

Magdalena Mughrabi, direttrice e deputata di Amnesty International in Medio Oriente e Nord Africa, ha affermato che “le detenzioni amministrative usate per incarcerare i Palestinesi senza capi di accusa o processi sono abusive e arbitrarie”.

Ad unirsi alla voce di Mughrabi è il Parlamento Europeo con la risoluzione del 27 agosto 2008 sulla situazione dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane punti 9-a-b-c. Si dovrebbe auspicare che l’”unica democrazia in Medio Oriente” si comporti da tale.

Si dovrebbe auspicare che i giornalisti, in qualsiasi parte del mondo, possano svolgere il loro lavoro senza essere imprigionati, soprattutto se documentano le sofferenze di un intero popolo, perché, citando Fabrizio Moro, “la libertà è sacra come il pane”.

 

 

Foto di copertina: Messico 2011 https://www.middleeastmonitor.com/20150707-almost-100-violations-against-palestinian-journalists-rights-so-far-in-2015/

Sorgente: La “democrazia” che odia i giornalisti. – Invictapalestina

Cinquanta anni dopo la “Guerra dei Sei Giorni”. L’occupazione militare della Palestina

di Michele Giorgio

Dal 1 giugno nelle librerie di tutta Italia è arrivato “Cinquant’anni dopo. 1967-2017. I territori palestinesi occupati e il fallimento della soluzione dei Due Stati” (Editrice Alegre), il libro che ho scritto assieme alla collega e amica Chiara Cruciati, giornalista di talento alla quale auguro le migliori fortune professionali. Intrecciando giornalismo e ricerca storica, raccontiamo la genesi dell’occupazione militare israeliana di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est e descriviamo le sue manifestazioni attuali sul terreno, 50 anni dopo quella che è passata alla storia come la Guerra dei sei giorni.
Più di tutto cerchiamo di portare all’attenzione un punto centrale: lo status quo sta aggravando separazione e discriminazione tra israeliani e palestinesi e il silenzio e l’indifferenza della comunità internazionale e del mondo arabo alimentano un conflitto che si trascina da decenni. Il popolo palestinese non ha ancora raggiunto la piena autodeterminazione e resta sotto occupazione.
Abbiamo dedicato questo libro alla memoria di Stefano Chiarini, Vittorio Arrigoni e Maurizio Musolino. Un grazie speciale al collega Roberto Prinzi, l’analista che ha scritto la prefazione del libro, e al grande fotografo Tano D’amico che ci ha donato due bellissime foto.

Sorgente: 4-6-17_50Anni-Dopo

I malati di Gaza pagano il prezzo del blocco di Gaza

A Palestinian pharmacist stands next shelves which empty from medicines  in hospital in Rafah southern Gaza Strip on April, 15, 2012 as Gaza Strip faces a lack of medicines. Photo by Eyad  Al Baba

A Palestinian pharmacist stands next shelves which empty from medicines in hospital in Rafah southern Gaza Strip on April, 15, 2012 as Gaza Strip faces a lack of medicines. Photo by Eyad Al Baba

EI. Huda Jalal è ancora in lutto per la morte di suo figlio, lo scorso maggio.

La 32enne ha partorito prematuramente, prima che i polmoni del bambino fossero sufficientemente formati. L’ospedale ha messo il piccolo Sami in un’incubatrice per essere pronto alla somministrazione di betametasone. Il farmaco è usato per stimolare la crescita dei polmoni nei neonati prematuri. Ma il betametasone, che non è un farmaco particolarmente costoso, come sostiene da Mahmoud Deeb Daher, capo del dipartimento di Gaza della World Health Organization, non era disponibile. Sami è spirato dopo appena un giorno nell’incubatrice.

“Capisco che non sia facile dare alla luce neonati all’ottavo mese, ma esistono farmaci e trattamenti sanitari che possono aiutare a salvare queste vite”, ha detto la donna, madre di altri due bimbi, a The Electronic Intifada.

Hamsa Abu Ajeen, medico all’ospedale di Al-Aqsa a Deir al-Balah, Striscia di Gaza, dove Jalal ha perso suo figlio, ha parlato della carenza di medicine come risultato del blocco imposto su Gaza, ormai quasi dieci anni fa. Il ministero della salute a Gaza lotta costantemente contro la mancanza di medicine e attrezzature mediche vitali. La mancanza di fondi è una diretta conseguenza dell’assedio che penalizza l’economia.

Inoltre Israele proibisce l’accesso a Gaza a tutta una serie di prodotti e materiali da costruzione per “ragioni di sicurezza” e per la possibilità di un loro uso doppio, sia civile che militare.

Ma la lista dei prodotti vietati è in molti casi vaga e generale, includendo cose come “attrezzature di comunicazione” e, mentre medicine e prodotti sanitari non sono inclusi, macchinari a raggi x e altre attrezzature radiografiche vengono importate a mala pena e spesso trattenute in Israele.

Bambini a rischio

Osservatori internazionali come l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le Nazioni Unite e personalità politiche, hanno riferito in numerose occasioni che il blocco su Gaza influenza negativamente la somministrazione di cure mediche e porta a una carenza di farmaci potenzialmente salva-vita.

Abu Ajeen ha affermato che iniezioni di betametasone dovrebbero essere somministrate a donne in condizioni di gravidanza difficoltosa e con rischio di parto prematuro, e preferibilmente prima e non dopo la nascita. Se somministrato in tempo, il betametasone può salvare molti di questi bambini; può essere iniettato anche dopo la nascita, come nel caso di Sami se la medicina fosse stata disponibile.

“Nel nostro reparto la mancanza di tali medicine e di attrezzature mediche ha eroso la nostra abilità nell’offrire cure mediche avanzate ai nostri pazienti”, ha raccontato Abu Ajeen.

Non ci sono sufficienti iniezioni per stimolare le contrazioni uterine per accelerare il parto, ha proseguito il dottore, mentre c’è un numero limitato di macchine per elettrocardiogramma funzionanti, per controllare il cuore dei neonati. Nel reparto scarseggiano anche le incubatrici e i letti, rispetto a quelle che sono le esigenze locali.

“In molti casi dobbiamo dimettere donne che hanno appena partorito per liberare i letti, persino se queste necessitano ancora di attenzioni”, ha proseguito Abu Ajeen.

In aggiunta si devono considerare le frequenti interruzioni di corrente, le autorità di Gaza non sono in grado di importare l’attrezzatura necessaria per riparare l’unica centrale elettrica della Striscia, e la scarsità di combustibile per i generatori significa che i dottori sono perennemente preoccupati che le attrezzature salva-vita e le incubatrici possano smettere di funzionare.

Carenze critiche

Secondo Munir al-Bursh, a capo del dipartimento di farmacia del ministero della Salute di Gaza, ospedali, farmacie e cliniche sono a corto di 149 farmaci, e dotati solo del 69 per cento di quanto realmente serva.

I farmaci che scarseggiano nelle farmacie ne comprendono alcuni usati per il trattamento di malattie croniche come l’emofilia, la talassemia, il cancro e le malattie del sangue, ha riferito al-Bursh. Inoltre una grave carenza di vaccini e antibiotici ha ulteriormente ostacolato la capacità dei dottori di curare i loro pazienti. In risposta un sempre maggior numero di pazienti tenta di curarsi all’estero, ma viene ostacolata dall’embargo su Gaza e dalla continua chiusura del valico di Rafah, al confine con l’Egitto, l’unico passaggio disponibile per quasi 1,9 milioni di residenti.

Ma non è solo l’embargo su Gaza che causa la carenza di farmaci. I contrasti politici tra Hamas, che amministra gli affari interni nella Striscia, e Fatah, che guida l’ANP con il supporto di Stati Uniti e Europa, giocano un ruolo importante.

Il dottor Ashraf al-Qedra, portavoce del ministero della Salute a Gaza, ha detto che non ricevono l’assegnazione di medicine concordata dal ministero della Sanità dell’ANP in Cisgiordania. Secondo il dottor al-Qedra, Gaza riceverebbe solo il 16 per cento di quello che invece dovrebbe ottenere in medicine e attrezzature mediche.

“Gaza dovrebbe avere il 40 per cento del suo fabbisogno medico sanitario soddisfatto dalla Cisgiordania. Abbiamo meno del 20 per cento. Questo significa che siamo prossimi ad una crisi sanitaria che potrebbe mettere le vite dei pazienti a rischio”, ha continuato.

La mancanza di fondi e l’esaurimento di risorse umane e materiali hanno spinto il ministro a porre fine ad alcuni dei servizi medici essenziali, ha riferito al-Qedra.

Wael Alyan ha denunciato la questione; il 43enne soffre di insufficienza renale da cinque anni e necessita di trattamenti di dialisi quattro volte a settimana. “E’ difficile adattarsi a questa nuova vita, ogni volta devo assicurarmi di arrivare in ospedale per tempo per sottopormi al trattamento”. L’uomo spera di poter ricevere delle cure fuori Gaza, ma per adesso non se ne può permettere i costi. Ha sentito le storie di pazienti abbastanza fortunati da aver ricevuto un trapianto di rene, e oggi spera che anche il suo calvario possa finire presto. “Spero di riuscire un giorno a risparmiare i soldi necessari all’operazione, per poter condurre di nuovo una vita normale”.

Cercando una soluzione

La difficoltà nel reperire farmaci ha portato alla costituzione di un team di farmacisti che oggi studiano soluzioni alternative per prolungare il ciclo vitale di alcune medicine fondamentali.

Il team ha lavorato per quattro anni e alla fine è riuscito a convalidare – si parla di farmaci da utilizzare dopo la data di scadenza indicata – 23 medicinali usati per il trattamento del cancro e della disfunzionalità renale, e per i quali gli ospedali, se dovessero trovarsi a corto, non hanno alternative.

Nahed Shaat, a capo della squadra, ha dichiarato che il gruppo ha ottenuto informazioni importanti dalla passata esperienza militare americana.

“La terribile realtà di Gaza ci ha spinto a cercare soluzioni alternative, e i tentativi effettuati dal Dipartimento della Difesa nel 1986 per convalidare 122 farmaci sono stati una guida utile nel nostro progetto”.

Naima Siam, membro del team, ha affermato che il percorso non è semplice, perché si devono seguire le rigide linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

“Ogni farmaco deve essere convalidato nei termini e nelle modalità corrette. Finora siamo stati in grado di estendere il ciclo di vita fino a tre mesi”.

La dottoressa ha stimato che con il loro lavoro hanno risparmiato al ministero della Salute circa 200 mila dollari, dando contemporaneamente accesso ai pazienti a farmaci salva-vita.

“Il benessere dei nostri pazienti è la priorità”, ha affermato la dottoressa Siam, che ha dato voce alla sua rabbia sia contro Israele che contro l’ANP in Cisgiordania, le cui politiche tengono le medicine lontano da Gaza.

“Il diritto di accesso a cure e medicine dovrebbe essere rispettato per ogni abitante di Gaza, e non essere ostaggio di questo gioco politico”.

thanks to: Traduzione di Marta Bettenzoli

Agenzia stampa Infopal

Sono andata a vedere il dramma delle colonie inaridite. Ho trovato una piscina

di Amira Hass

 

Mentre Israele ha ridotto le forniture idriche ai palestinesi, ho visitato due colonie in cui gli abitanti si presume stiano anche loro soffrendo.

 

 

Dunque venerdì il deputato della Knesset Bezalel Smotrich (del partito “Casa Ebraica” [della destra ultranazionalista, rappresentante dei coloni fondamentalisti nazional-religiosi. Ndtr.]) ha twittato: “Non si scherza: siamo tornati indietro di 100 anni!” Ha riferito di cinque cisterne d’acqua potabile che erano state piazzate quella mattina nella colonia di Kedumim [prima colonia costruita nella Cisgiordania centro-settentrionale. Ndtr.].

 

Quel giorno il settimanale sionista-religioso Makor Rishon ha pubblicato un articolo intitolato “La crisi dell’acqua in Giudea e Samaria [la Cisgiordania nella denominazione dei nazionalisti israeliani. Ndtr.]: nella colonia di Eli grandi contenitori di acqua potabile sono stati distribuiti ai residenti.”

 

Così sono andata in due insediamenti per testimoniare questa sofferenza. Sono partita prima di vedere il tweet di un tal Avraham Benyamin in risposta a quello di Smotrich: “Stiamo aspettando una serie di articoli solidali su Haartez. Continueremo ad aspettare.”

 

In effetti la scorsa settimana ho iniziato a scrivere la mia serie annuale di articoli sul sistematico furto d’acqua a danno dei palestinesi. Sono rimasta sorpresa di non aver trovato nessun servizio giornalistico sui problemi idrici delle colonie. Non ce n’era nessuno sulla radio dell’esercito né su Radio Israele – che notoriamente sostengono clandestinamente il movimento BDS. Ma non ho trovato nessun riferimento nemmeno sui siti web legati alla lobby dei coloni.

 

Dopo tutto, fin dall’inizio di giugno, quando Mekorot, l’impresa nazionale dell’acqua, ha iniziato a ridurre le forniture idriche del 30% fino al 50% ai palestinesi nelle zone di Salfit e Nablus, i portavoce israeliani hanno sostenuto che era in atto una riduzione anche nelle colonie (o, con le parole per niente asettiche di un impiegato palestinese dell’amministrazione civile [denominazione ufficiale del governo militare israeliano nei territori occupati. Ndtr.]: “Stanno tagliando agli arabi in modo che ci sia acqua per i coloni”).

 

Il giornalista di Makor Rishon Hodaya Karish Hazony ha scritto: “Nelle comunità di Migdalim, Yitzhar, Elon Moreh, Tapuah, Givat Haroeh, Alonei Shiloh ed altre ci sono state interruzioni nell’erogazione dell’acqua. ‘A questo proposito siamo tra la follia e la disperazione,’ ha detto un residente.”

 

Così sono andata a verificare la scarsità d’acqua che sta portando la gente tra la follia e la disperazione ad Eli. Ho cercato persone in fila per l’acqua. Non le ho trovate. Allora ho viaggiato dal centro del lussureggiante insediamento all’isolata “Collina n° 9”, il luogo del sobborgo di Hayovel citato nell’articolo.

 

Lì ho trovato due grandi contenitoti blu pieni dell’Autorità delle Acque, con dei rubinetti attaccati. Una scritta chiedeva di “mantenere l’ordine” nell’attesa e ricordava che “sarebbe stata data priorità agli anziani, ai malati ed ai bambini.”

 

Alle 15 circa non ho visto nessun anziano, malato o bambino in attesa vicino ai rubinetti. Neppure un adulto qualunque. Qualche goccia scendeva dai rubinetti e bagnava l’asfalto. Gente saliva e scendeva dalle auto. Erba artificiale adornava le zone nei pressi delle case prefabbricate del quartiere.

 

Vicino al posto di guardia dei soldati, a circa 50 metri da un contenitore d’acqua, c’era un’area di erba naturale che era assolutamente verde. Lì vicino c’erano alcuni alberelli, e il terreno attorno a loro era bagnato, con parecchie pozzanghere. Un soldato ha detto che durante la settimana ci sono state varie interruzioni del servizio idrico, e pensava che i contenitori fossero stati portati giovedì. L’articolo parlava di mercoledì.

 

In un piccolo edificio pubblico lì vicino, il gabinetto era aperto e perfettamente pulito. Lo sciacquone scorreva abbondantemente, e acqua rinfrescante usciva dal rubinetto del lavandino. Una donna che è uscita dalla sua auto vicino al contenitore pieno d’acqua ha detto, timidamente: “L’ho usata qualche volta.” E perché non più spesso? “E’ sgradevole; l’acqua è tiepida.”

 

Più avanti, nel centro di Eli, ho incrociato ragazze che portavano borse con asciugamani e costumi da bagno. “La piscina è aperta? Dov’è?”, ho chiesto.

 

Seguendo le loro indicazioni sono arrivata alla piscina di Eli. Da dietro la recinzione si potevano sentire il rumore dell’acqua e le grida allegre dei bagnanti. L’erba attorno alla piscina era naturale e verde. Mi sono chiesta: “Dov’è la solidarietà? Perché non prendono l’acqua dal centro di Eli e la portano al quartiere che sta soffrendo a causa dell’altezza [della collina, per la mancanza di pressione nelle tubature. Ndtr.]?

 

Makor Rishon ha citato Meir Shilo, responsabile delle infrastrutture del consiglio regionale di Mateh Binyamin: “Il problema è l’eccessivo consumo dovuto all’aumento della popolazione (dei coloni) e soprattutto, pare, per il consumo dell’acqua per l’agricoltura.”

 

Dror Etkes, un ricercatore indipendente della politica di colonizzazione israeliana, ha detto ad Haaretz che nei blocchi di insediamenti che circondano Shiloh “i coloni stanno coltivando 2.746 dunams (circa 274 ettari, la maggior parte attorno a Shiloh: 260 ettari]. Di questi, 213 ettari sono terre private dei palestinesi.”

 

Il che significa: negli ultimi anni i coloni hanno scoperto che la pirateria (contrapposta al furto di Stato) per fini agricoli facilita l’appropriazione di ancor più terreni palestinesi di quanto facciano la costruzione di ville o di case prefabbricate.

 

L’esercito, impedendo ai legittimi proprietari palestinesi di raggiungere la loro terra, ha reso possibile questa forma di pirateria. E questa agricoltura privata illegale determina anche l’aumento nel consumo di acqua a spese dei palestinesi, della loro agricoltura ed acqua potabile.

 

Da Eli ho viaggiato verso ovest fino alla colonia di Kedumim, dove mi hanno accolta le strade lussureggianti. Ho cercato le cisterne d’acqua di cui aveva parlato Smotrich nel suo tweet.

 

Dal parabrezza della mia auto ho visto un cartello: “La piscina di Kedumin è aperta. Iscriviti adesso.” Forse si sono dimenticati di toglierlo dallo scorso anno.

 

Nel quartiere di Rashi sono arrivata fino ad una cisterna per la distribuzione dell’acqua, sotto la tettoia della sala di studi religiosi di Rashi. Dalla parte opposta c’era un camion con una grande cisterna di acqua. Qualcuno tornava da lì con un secchio e si è diretto alle case prefabbricate in cima alla collina.

 

“Sì, ci sono interruzioni nell’erogazione dell’ acqua,” ha confermato. “Un’opportunità di sperimentare l’assedio di Gerusalemme [durante il quale venne rigidamente razionata anche l’acqua. Ndtr.], ” ha aggiunto, riferendosi agli avvenimenti del 1948.

 

E perché non andare giù per rifornirsi d’acqua nei quartieri bassi di Kedumim? “E’ più comodo in questo modo, vicino a casa,” ha risposto.

 

Al rubinetto c’erano bambini che stavano riempiendo vari contenitori. La ragazza vicino al sacco rosso ha detto all’uomo che la stava fotografando: “Assicurati che nella foto si veda la bottiglia.”

 

( Fonte:zeitun.info/ )

Sorgente: 12-7-16_Trovato-una-piscina

Palestine’s ‘Prayer for Rain’: How Israel Uses Water as a Weapon of War

By Ramzy Baroud

Entire communities in the West Bank either have no access to water or have had their water supply reduced almost by half.

This alarming development has been taking place for weeks, since Israel’s national water company, “Mekorot”, decided to cut off – or significantly reduce – its water supply to Jenin, Salfit and many villages around Nablus, among other regions.

Israel has been ‘waging a water war’ against Palestinians, according to Palestinian Authority Prime Minister, Rami Hamdallah. The irony is that the water provided by “Mekorot” is actually Palestinian water, usurped from West Bank aquifers. While Israelis, including illegal West Bank settlements, use the vast majority of it, Palestinians are sold their own water back at high prices.

By shutting down the water supply at a time that Israeli officials are planning to export essentially Palestinian water, Israel is once more utilizing water as a form of collective punishment.

This is hardly new. I still remember the trepidation in my parents’ voices whenever they feared that the water supply was reaching a dangerously low level. It was almost a daily discussion at home.

Whenever clashes erupted between stone-throwing children and Israeli occupation forces on the outskirts of the refugee camp, we always, instinctively, rushed to fill up the few water buckets and bottles we had scattered around the house.

This was the case during the First Palestinian Intifada, or uprising, which erupted in 1987 throughout the Occupied Palestinian Territories.

Whenever clashes erupted, one of the initial actions carried out by the Israeli Civil Administration – a less ominous title for the offices of the Israeli occupation army – was to collectively punish the whole population of whichever refugee camp rose up in rebellion.

The steps the Israeli army took became redundant, although grew more vengeful with time: a strict military curfew (meaning the shutting down of the entire area and the confinement of all residents to their homes under the threat of death); cutting off electricity and shutting off the water supply.

Of course, these steps were taken only in the first stage of the collective punishment, which lasted for days or weeks, sometimes even months, pushing some refugee camps to the point of starvation.

Since there was little the refugees could do to challenge the authority of a well-equipped army, they invested whatever meager resources or time that they had to plot their survival.

Thus, the obsession over water, because once the water supply ran out, there was nothing to be done; except, of course, that of Salat Al-Istisqa or the ‘Prayer for Rain’ that devout Muslims invoke during times of drought. The elders in the camp insist that it actually works, and reference miraculous stories from the past where this special prayer even yielded results during summer time, when rain was least expected.

In fact, more Palestinians have been conducting their prayer for rain since 1967 than at any other time. In that year, almost exactly 49 years ago, Israel occupied the two remaining regions of historic Palestine: the West Bank, including East Jerusalem, and the Gaza Strip. And throughout those years, Israel has resorted to a protracted policy of collective punishment: limiting all kinds of freedom, and using the denial of water as a weapon.

Indeed, water was used as a weapon to subdue rebelling Palestinians during many stages of their struggle. In fact, this history goes back to the war of 1948, when Zionist militias cut off the water supply to scores of Palestinian villages around Jerusalem to facilitate the ethnic cleansing of that region.

During the Nakba (or Catastrophe) of 1948, whenever a village or a town was conquered, the militias would immediately demolish its wells to prevent the inhabitants from returning. Illegal Jewish settlers still utilize this tactic to this day.

The Israeli military, too, continued to use this strategy, most notably in the first and second uprisings. In the Second Intifada, Israeli airplanes shelled the water supply of whichever village or refugee camp they planned to invade and subdue. During the Jenin Refugee Camp invasion and massacre of April 2002, the water supply for the camp was blown up before the soldiers moved into the camp from all directions, killing and wounding hundreds.

Gaza remains the most extreme example of water-related collective punishment, to date. Not only the water supply is targeted during war but electric generators, which are used to purify the water, are often blown up from the sky. And until the decade-long siege is over, there is little hope to permanently repair either of these.

It is now common knowledge that the Oslo Accord was a political disaster for Palestinians; less known, however, is how Oslo facilitated the ongoing inequality under way in the West Bank.

The so-called Oslo II, or the Israel-Palestinian Interim Agreement of 1995, made Gaza a separate water sector from the West Bank, thus leaving the Strip to develop its own water sources located within its boundaries. With the siege and recurring wars, Gaza’s aquifers produce anywhere between 5-10 percent of ‘drinking-quality water.’ According to ANERA, 90 percent of Gaza water (is) unfit for human consumption.’

Therefore, most Gazans subsist on sewage-polluted or untreated water. But the West Bank should – at least theoretically – enjoy greater access to water than Gaza. Yet, this is hardly the case.

The West Bank’s largest water source is the Mountain Aquifer, which includes several basins: Northern, Western and Eastern. West Bankers’ access to these basins is restricted by Israel, which also denies them access to water from the Jordan River and to the Coastal Aquifer. Oslo II, which was meant to be a temporary arrangement until a final status negotiations are concluded, enshrined the existing inequality by giving Palestinians less than a fifth of the amount of water enjoyed by Israel.

But even that prejudicial agreement has not been respected, partly because a joint committee to resolve water issues gives Israel veto power over Palestinian demands. Practically, this translates to 100 percent of all Israeli water projects receiving the go-ahead, including those in the illegal settlements, while nearly half of Palestinian needs are rejected.

Presently, according to Oxfam, Israel controls 80 percent of Palestinian water resources. “The 520,000 Israeli settlers use approximately six times the amount of water more than that used by the 2.6 million Palestinians in the West Bank.”

The reasoning behind this is quite straightforward, according to Stephanie Westbrook, writing in Israel’s +972 Magazine. “The company pumping the water out is ‘Mekorot’, Israel’s national water company. ‘Mekorot’ not only operates more than 40 wells in the West Bank, appropriating Palestinian water resources, Israel also effectively controls the valves, deciding who gets water and who does not.”

“It should be no surprise that priority is given to Israeli settlements while service to Palestinian towns is routinely reduced or cut off,” as is the case at the moment.

The unfairness of it all is inescapable. Yet, for nearly five decades, Israel has been employing the same policies against Palestinians without much censure or meaningful action from the international community.

With current summer temperature in the West Bank reaching 38 degrees Celsius, entire families are reportedly living on as little as 2-3 liters per capita, per day. The problem is reaching catastrophic proportions. This time, the tragedy cannot be brushed aside, for the lives and well-being of entire communities are at stake.

– Dr Ramzy Baroud has been writing about the Middle East for over 20 years. He is an internationally-syndicated columnist, a media consultant, an author of several books and the founder of PalestineChronicle.com. His books include “Searching Jenin”, “The Second Palestinian Intifada” and his latest “My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story”. His website iswww.ramzybaroud.net.

Sorgente: Palestine’s ‘Prayer for Rain’: How Israel Uses Water as a Weapon of War – Politics for the People | Politics for the People

How Israel helps settler groups grab Palestinian land

Last November, Muhammad Abu Ta’ah arrived at his property in Sheikh Jarrah in occupied East Jerusalem only to find it had been fenced off by contractors.

On the three-dunum plot of land, construction had begun on a four-story, 70-office building that would make up the new headquarters for the private settler group Amana.

The property had once been part of an expansive 4,000 dunums (nearly 1,000 acres) of land which Israel expropriated in 1968, one year after its military occupied East Jerusalem. On that land, the state built the French Hill and Ramat Eshkol settlements, in addition to a government compound.

Much of this land had been owned by the Abu Ta’ah family. Until now, they had retained this last slice of property, located between a Palestinian hospital and a main thoroughfare, rented part of it to a car business and turned the rest into a large parking lot.

But now it belongs to Amana, the development arm of the Gush Emunim settlement movement, which has been integral to Israeli colonization of many parts of the occupied West Bank.

Amana also owns Al-Watan, a company based in the West Bank that buys Palestinian land for Jewish settlement and which has been involved in forging Palestinian signatures in dubious land purchases.

A new investigation by the settlement watchdog group Peace Now reveals how several Israeli ministries, led by the Israel Land Administration (ILA), went to extraordinary lengths to steal the Abu Ta’ah family’s last piece of land in order to give it to Amana.

The investigation shows that at every step of the way, the ILA helped Amana circumvent bureaucratic roadblocks to ensure the land became theirs.

“First they exempted Amana from the duty to hold a tender,” Hagit Ofran of Peace Now told the Tel Aviv newspaper Haaretz.

“Then they approved its building plan without it having any real rights to the land. Later the finance minister signed an expropriation in order to retrospectively whitewash the transfer of the land to Amana, and finally, today too, the state continues to fiercely guard this illegal behavior in court, instead of righting the wrongs and returning the land to its owners.”

The series of measures taken to expropriate the land are considered illegitimate by even some of the occupation’s biggest defenders.

The Abu Ta’ah family’s attorney Steven Berman served for 16 years as a legal advisor to the Jerusalem municipality, often defending the city against Palestinian lawsuits against illegal land expropriations.

“I have nothing against expropriating lands, which is a necessary process,” he told Haaretz.

“But in this case they deviated from all rules. What happened here is that ILA officials inappropriately used their power to help a close political body.”

The theft

The misdeeds go back to 1992, at the very beginning of then Prime Minister Yitzhak Rabin’s government, when the ILA agreed to give the land to Amana without a tender. But as Peace Now documents, the ILA was not the owner of the land.

The plan was put on hold, Peace Now speculates, because the Rabin government had published a study scrutinizing the ILA’s misdealings with settler organizations in East Jerusalem. The Klugman report found that the ILA had transferred 68 plots of land to rightwing settler organizations Elad and Ateret Cohanim.

But the agreement was revived in 1997, when Benjamin Netanyahu was first installed as prime minister.

That year, Amana submitted its construction scheme to the Planning Administration claiming that the ILA was the owner of the land, but leaving off their signature as they knew they weren’t the legitimate owners.

Several months later, the Planning Administration noticed the missing signature and twice requested it from Amana before receiving a copy purportedly signed by the ILA’s Amalia Abramovich.

Peace Now intimates that Abramovich’s signature may have been forged, as that was proven to have happened in another case.

Amana also sent the Planning Administration a letter from the ILA’s Avraham Nawi, claiming the land was expropriated.

The deal met another obstacle in 2005, when the Land Registrar refused to register the plot because there was no record that the plot was ever expropriated.

Nevertheless, in 2009, finance minister Yuval Steinitz signed the expropriation of an invented parcel of land including the Abu Ta’ah property that the ILA submitted for expropriation, therefore finalizing the theft of the land.

In court

The government is now defending the expropriation as the family takes it to court.

A Jerusalem court rejected the family’s petition in March. Despite agreeing that there were “flaws” in the approving plan, judge Arnon Darel found that invalidating the agreement would cause too much damage.

Now the Abu Ta’ah family is appealing the expropriation to the Israeli high court.

Jews have settled on Palestinian property ever since Israel’s expropriation of approximately 24,000 dunums (6,000 acres) of privately owned land in the aftermath of its 1967 de facto annexation of East Jerusalem.

Though just a sliver of the original 4,000 dunums expropriated in 1968, the back door deal between the government and a private settler group demonstrates the active hand the Israeli state has played in the continued dispossession of Palestinian land in East Jerusalem.

The Israeli rights group Ir Amim states that “the settlement enterprises in the middle of Palestinian neighborhoods over the last 30 years were seemingly carried out by private bodies, but were in fact rooted in government policy and enabled by it.”

The group has said the land grab in Jerusalem “create[s] a contiguous swathe of right-wing Jewish housing cutting through Sheikh Jarrah and sever[s] areas beyond it from the Old City and historic basin.”

Meanwhile, on Monday, dozens of Israeli settlers occupied a large residential building near the Old City and then performed prayers in its courtyard that overlooks al-Aqsa mosque.

Sorgente: How Israel helps settler groups grab Palestinian land | The Electronic Intifada

La maestra più brava del mondo in visita a Roma

Di Hanan Al-Hroub e di come abbia vinto il Global Teacher Prize 2016, meglio conosciuto come il Nobel dei docenti, abbiamo già scritto. Era il 13 marzo di quest’anno quando Papa Francesco annunciò il suo nome spiegando che la maestra palestinese aveva meritato il premio “per l’importanza che ha saputo dare al ‘gioco’ come parte fondamentale dell’educazione dei bambini”. Bambini costretti a subire i traumi e le violenze che porta con sé l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi. Quegli stessi bambini per cui la maestra più brava del mondo ha detto: “Non posso controllare l’ambiente in cui vivono o proteggerli fuori da scuola. Quindi cerco almeno di garantire loro un ambiente felice e sicuro dentro la scuola”.

Sorgente: Pressenza – La maestra più brava del mondo in visita a Roma

Marking Al-Nakba 68: Events Around the World for Palestinian Return

 

nakba-posters

Events and actions are being organized around the world to mark the 68th anniversary of the Nakba, the expulsion of the Palestinian people from their homes and lands in order to create a Zionist settler-colonial state on the land of Palestine. These events both remember over 68 years of Palestinian struggle, steadfastness, and resistance, but also support the ongoing struggle for Palestinian refugees’ return and the liberation of Palestine.

The imprisonment of Palestinians has always been a tool of the colonial project in Palestine, meant to maintain occupation, apartheid and oppression and criminalize the existence and resistance of Palestinians. From the martial law imposed in 1948 on the Palestinians who remained in the 78% of historic Palestine occupied at that time, to the imprisonment of 7,000 Palestinian political leaders, journalists, and freedom fighters today, the imprisonment of Palestinians and their leaders has always been part and parcel of the Nakba.

Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network is directly involved in Nakba events in several cities internationally and supports mobilizations around the world on this critical day. Numerous events will be taking place throughout occupied Palestine and in the refugee camps of Lebanon, Jordan and Syria.

This list focuses on international events organized by Palestinian communities in exile and diaspora and solidarity movements. In order to add your city’s event to the list below, please email samidoun@samidoun.net or message us on Facebook. This page will be updated regularly!

AUSTRALIA

nakba-sydneySydney

Saturday, 14 May – Palestine Will Be Free Panel, Facebook: https://www.facebook.com/events/1558629097769523/
12 pm, part of the Socialism for the 21st Century Conference, University of Sydney.

Sunday, 15 May – Commemorating the Nakba Demonstration: 68 Years On, Facebook: https://www.facebook.com/events/1402030143429918/
1 pm, Town Hall, Sydney. Organized by Palestine Action Group Sydney

Brisbane

Friday, 13 May – Al Nakba 2016 Vigil. Facebook: https://www.facebook.com/events/1528327857474082/
nakba-southafrica6 pm, King George Square, Brisbane. Organized by Justice for Palestine Brisbane.

SOUTH AFRICA

Johannesburg

Sunday, 15 May – Nakba 1948: Palestinian Catastrophe and Israeli Ethnic Cleansing
1 pm, Zoo Lake, Jan Smuts Avenue, Johannesburg. Organized by Women’s Boat to Gaza, BDS South Africa, Media Review Network, Palestine Solidarity Alliance, South African Jews for a Free Palestine, Food for the Soul

SPAIN

nakba-madridMadrid

Saturday, 14 May – Performance at School of Decolonization. Facebook: https://www.facebook.com/events/1557093397918178/
5:00 pm, Puerta del Sol, Madrid.

Saturday, 14 May – Demonstration followed by performances, dance and Palestinian, African and Latin American food. Facebook: https://www.facebook.com/events/1557093397918178/
6:00 pm, Glorieta de Marques de Vadillo – General Ricardos – Luisa Munoz, followed by La Kupula sala.

Sunday, 15 May – Nakba demonstration for Boycott, Divestment and Sanctions. Facebook: https://www.facebook.com/events/1557093397918178/
1:30 pm, Puerta del Sol, Madrid.

Sunday 15 May – Anniversary of the Palestinian Nakba
5:30 pm, Recinto Ferial, Alcobendas, Madrid, Spain.
Includes collaborative mural, debate with Majed Dibsi, Palestinian journalist and political analyst, theatrical action, photo exhibition. Organied by Madrid Para Todos, the Global Campaign to Return to Palestine, CJA and Alco Sanse en Lucha

nakba-barcelonaBarcelona

11 May – 15 May – Series of events organized by the Coalició Prou Complicitat amb Israel (CPCI). Facebook:
https://www.facebook.com/events/1613965512264082/

Wednesday, 11 May – Seminar: Why is it important to break ties with Israel? Ways toward a just peace. 7 pm, Aula Magna, Faculty of Geography and History, University of Barcelona. With Raji Sourani, Riya Hassan, and Blanca Campos. Moderated by David Bondia and joined by Catalan municipalities who have adopted BDS.

Thursday, 12 May – Raji Sourani at Catalonia Parliament. 4 pm, Parliament of Catalonia.

Friday, 13 May – Hope Award to recognize individuals and groups defending Palestine. 7 pm, Palau Robert, Passeig de Gracia 107, Barcelona. Organized by the Palestinian Community of Catalonia, and hosted by actress Rosa Boladeras.

Saturday, 14 May – Film Screening, “The Land Speaks Arabic.” 6 pm, La Sedeta, Carrer de Sicilia 321, Barcelona, with the participation of Riya Hassan, BNC. Organized by Sodepau and Association Helia.

Sunday, 15 May – Demonstration for Palestine – Long live Palestine! 6 pm, Plaza Catalonia.

nakba-berlinGERMANY

Berlin

Sunday, 15 May – Nakba Day Demonstration, Facebook: https://www.facebook.com/events/226921581019252/
3:00 pm, Karl-Marx-Platz, Berlin. Organized by the Nakba-Tag-Bundnis

Stuttgart

Saturday, 7 May – Palestine Nakba Day
1 pm – 6 pm, Schlossplatz, Stuttgart. With speakers George Rashmawi, Shir Hever, Attia Rajab, Reiner Weigand, Annette Groth, and performers Aeham Ahmed, Muhammad Tamim, Yalla Dabke. Organized by Palestine Solidarity Committee Stuttgart and the Palestinian Community of Stuttgart.

NETHERLANDS

nakba-netherlandsRotterdam

Saturday, 14 May – Demonstration in Commemoration of the Nakba. Facebook: https://www.facebook.com/events/701962599944259/
2 pm – 4 pm, between Markthal and Hoogstraat, organized by Palestijnse Gemeenschap Nederland, Aidoun-Group Nederland, al Awda, Palestijnse Vrouwenunie, het Samenwerkingsverband Rotterdam voor Gaza and Nederlands Palestina Komitee

Groningen

Saturday, 14 May – Demonstration in Commemoration of the Nakba
1 pm – 3 pm, on the Grand Market by the town hall, organized by Palestijnse Gemeenschap Nederland, Aidoun-Group Nederland, al Awda, Palestijnse Vrouwenunie, het Samenwerkingsverband Rotterdam voor Gaza and Nederlands Palestina Komitee

Den Haag

Event TBA, http://www.palestina-komitee.nl/agenda/1226

nakba-amsterdamNijmegen

Event TBA, http://www.palestina-komitee.nl/agenda/1226

Amsterdam

Saturday, 14 May – Demonstration in Commemoration of the Nakba
1 pm – 4 pm, on the Dam and the Spui, organized by Palestijnse Gemeenschap Nederland, Aidoun-Group Nederland, al Awda, Palestijnse Vrouwenunie, het Samenwerkingsverband Rotterdam voor Gaza and Nederlands Palestina Komitee

Sunday, 15 May – Forum on the Nakba, 1948-2016. Facebook: https://www.facebook.com/events/1107523392631820/
3 pm, International Institute for Research and Education, Lombokstraat 40, Amsterdam. With speakers Mohammed Matter, Hatem Bazian, Amin Abou Rashed, Mohammad Altamary, Sami Shabib and Saleh Salayma, Sarah, and Khouloud Ajarma. Organized by Back to Palestine

SWITZERLAND

Zurich

Sunday, 15 May – Organizing for Palestine to Break the Silence. Facebook: https://www.facebook.com/events/271803619829403/
2:30 pm, Autonomous School Zurich, Sihlquai 125, Zurich, Switzerland. Organized by Wir sind mit Ihnen

DENMARK

nakba-copenhagenCopenhagen

Series of events from May 9-May 15
Organized by the Nakba Initiative (Democratic Palestine Committees in Denmark, Boykot Israel, FN Forbundet, Human Rights March, Palaestina Orientering) Facebook: https://www.facebook.com/events/1701774023414034/, https://www.facebook.com/events/231959850498870/

Monday, 9 May  – Palestinian film screenings, 5 pm – 9 pm,  Verdenskulturcentret, Norre Alle 7, 2200 Norrebro

Tuesday, 10 May – History of Al-Nakba – presentation by Professor Nur Masalha of the University of London,  7 pm – 9:30 pm, Verdenskulturcentret, Norre Alle 7, 2200 Norrebro

Wednesday, 11 May – Palestinian culture and music, with dabkeh dance and traditional music performed by Nassim al-Dogom, 6 pm – 9 pm, Verdenskulturcentret, Norre Alle 7, 2200 Norrebro

Friday, 13 May – Demonstration for justice for Palestine, remembering the Nakba of 1948.  Facebook: https://www.facebook.com/events/231959850498870/ , 3 pm – 5 pm,  Radhusplads, Copenhagen. With speakers: Trine Petrou Mach, Bilal al-Issa, Gerd Berlev, and music with Nassim al-Dogom,

nakba-brusselsBELGIUM

Brussels

Saturday, May 14 – Rally to Commemorate the Palestinian Nakba, Facebook: https://www.facebook.com/events/1062648220458440/
1 pm – 4 pm, Place de la Monnaie, Brussels, Belgium. Organized by the Palestinian Community of Belgium.

Maasmechelen

Sunday, 15 May – Movie Screening for Al-Nakba: 5 Broken Cameras. Facebook: https://www.facebook.com/events/629274427223623/
6:30 pm, Valkeniersplein 19B, Maasmechelen. Organized by the Palestine Committee Maasmechelen.

Antwerp

Sunday, 15 May – Silent Wake to Commemorate Al-Nakba, Facebook: https://www.facebook.com/events/1720577544889621/
7:00 pm, Koning Albertpark, Kiosk, Antwerp, Belgium. Organized by Antwerp for Palestine.

FRANCE

nakba-marseilleMarseille

Saturday, 14 May – What Road for Palestine? Marking the Palestinian Nakba, discussion with Khaled Barakat. Facebook: https://www.facebook.com/events/1735832763364560/
6:30 pm, Manifesten, 59 Rue Thiers, 13001 Marseille. Organized by the General Union of Palestinian Students (GUPS) Aix-Marseille and Generation Palestine Marseille

Lyon

Saturday, 14 May – Demonstration to Support the Palestinian People, Facebook: https://www.facebook.com/events/1564176307216565/
2:30 pm, Place Bellecour, 69002, Lyon

Paris

Saturday, 14 May – Nakba: Mass rally in Paris, Facebook: https://www.facebook.com/events/1044453862291686/
3 pm – Place de la Republique. Exhibition on the Nakba, street theater, speeches and more. Organized by CAPJPO-EuroPalestine

Sunday, 15 May – Palestine at Place de la Republique. Facebook: https://www.facebook.com/events/1040660489359802/
2 pm – 10 pm, Place de la Republique, Paris. Films, discussions and presentations commemorating the Nakba. Organized by Cineluttes, Artists for Palestine, Festival Cine-Palestine, Campagne BDS and #PalestineToujoursDebout, Union of Palestinian Associations and Institutions of France (Aljaliya), GUPS Paris, PALMED France, Palestinian Youth Movement France and more.

SWEDEN

Stockholm

Friday, 13 May – Palestinian Family Dinner and Evening Facebook: https://www.facebook.com/events/1689505781301901/ 7 pm – 10 pm, Byblos Restaurant, Storgatan 75, Huvudsta Centrum. Organized by the Palestinian Association in Stockholm.

Saturday, 14 May – Palestinian Cultural Festival 2016, Facebook: https://www.facebook.com/events/490506727788987/
11:30 am – 6 pm, Hallunda Folkets Hus, Borgvagen 1, 145 69 Norsborf (Stockholm)

Malmo

Sunday, 15 May – Demonstration in memory of the Nakba, Facebook: https://www.facebook.com/events/890420817746611/
12:30 pm, Gustav Adolfs Torg, Malmo. Organized by Malmo Palestine Network

Sunday, 15 May – Public Meeting on Palestinian Right of Return
3 pm, Studieframjandet, Ystadgatan 53 (following demonstration). Organized by Group 194

15mayITALY

Milan

Friday, 6 May – Nakba – The Catastrophe after 68 Years. Facebook: https://www.facebook.com/events/1062237983822251/
7:30 pm, CSOA Lambretta, Milan. Featuring a speech by Rajeh Zayed and concert by Al-Raseef. Organized by UDAP (Arab Palestinian Democratic Union.)

Saturday, 14 May – Al Nakba: The day of memory. Facebook: https://www.facebook.com/events/1122523901163241/
8:30 pm, Milano Via Mercanti, Milan. Film Screening of “Al Nakba” documentary. Organized by BDS Milano

Sunday, 15 May – Commemoration of the Palestinian Nakba. Facebook: https://www.facebook.com/events/777360559031857/
3 pm, Piazza Gabrio Rosa, Milan. With Militant Rap performances by Beppe Rebel, Zasta NCF, Liam Vik, Hafiz X and Romio X, Palestinian Poetry, speeches and more. Organized by Fronte Palestina, Palestina Rossa, Global Campaign to Return to Palestine

Redona

Monday, 16 May – Nakba 1948-2016, the Catastrophe Continues  Facebook: https://www.facebook.com/events/1720129394926553/
8:30 pm, Qoelet di Redona. Presentation by Nandino Capovilla, Pax Christi. Presented by Gruppo Iabbok.

Trieste

Monday, 16 May – Nakba anniversary film screening and meeting. Facebook: https://www.facebook.com/events/820710224729453/
8 pm – Sala Bar/Libreria Knulp, via Madonna del Mare 7/a, Trieste, Italy. Screening of “Nakba” documentary by Monica Maurer. Speaker Bassima Awad of the Al-Quds Italian/Palestinian Cultural Institute and the Palestinian Community of Veneto.

TURKEY

Istanbul

Sunday, 15 May – We will not forget the Nakba! Facebook: https://www.facebook.com/events/1742029749372347/
4 pm, Galatasaray Lisisi, Istanbul, Turkey. Organized by BDS Turkiye.

GREECE

nakba-athensAthens

Saturday, 14 May – Crossroads: Castastrophe, Resistance, Freedom. Facebook: https://www.facebook.com/events/1774925339409272/
7:30 pm, Dora Stratou Dance Theatre, Arakynthou 33, Athens, Greece. Cultural event, Organized by the General Union of Palestinian Students – Greece

PORTUGAL

nakba-lisbonLisbon

Tuesday, 17 May – 68 Years of Nakba, Solidarity with Palestine. Facebook: https://www.facebook.com/events/1678654302395719/
6:30 pm – 8 pm, Espaco Bento Martins, J.F. Camide, Largo das Pimenteiras, 6A (Junto ao Colegio Militar). Speeches by Hikmat Ajjuri, Pezarat Correia, Jorge Cadima.

AUSTRIA

nakba-viennaVienna

Saturday, 14 May – Groovy Palestine, Alternative Music from Palestine on Nakba Day, Facebook: https://www.facebook.com/events/605375089624773/
7 pm, OKAZ, Gusshausstrasse 14/3, 1040 Vienna. Includes discussion and performance by Jowan Safadi, Palestinian musician, followed by DJ sets by Kolonel Blip, El Captagon and Neva-i Solomon. Organized by OKAZ, Österreichisch Arabisches Kulturzentrum

IRELAND

Belfast

Thursday, 12 May – BADIL Speaking Tour on Palestinian Refugees
Time and Location TBA. More info: http://www.ipsc.ie/press-releases/nakba-week-badil-speaking-tour-on-palestinian-refugees. Organized by Ireland Palestine Solidarity Campaign.

Sunday, 15 May – Tesco, Stop Trading With Israel Nakba Vigil 2016. Facebook: https://www.facebook.com/events/1738915249676703/
2 pm, Tesco, 2 Royal Ave, Belfast. Call on Tesco to boycott Israeli goods.

nakba-limerickCork

Monday, 9 May – BADIL Irish Speaking Tour on Palestinian Refugees. Facebook: https://www.facebook.com/events/124262787978021/
7 pm, Quay Co-Op, 24 Sullivan’s Quay, Cork. With speakers Lubnah Shomali and Nidal al-Azzah from BADIL. Organized by Ireland Palestine Solidarity Campaign. Tour info: http://www.ipsc.ie/press-releases/nakba-week-badil-speaking-tour-on-palestinian-refugees

Limerick

Tuesday, 10 May – BADIL Irish Speaking Tour on Palestinian Refugees. Facebook: https://www.facebook.com/events/1603383736655913/
7 pm, Perys Hotel Limerick, Glentworth Street, Limerick. With speakers Lubnah Shomali and Nidal al-Azzah from BADIL. Organized by Ireland Palestine Solidarity Campaign. Tour info: http://www.ipsc.ie/press-releases/nakba-week-badil-speaking-tour-on-palestinian-refugees

Dublin

nakba-dublinWednesday, 11 May – BADIL Speaking Tour on Palestinian Refugees. Facebook: https://www.facebook.com/events/1804239273138237/
6:15 pm, Academy Plaza Hotel, 10-14 Findlater Place, Dublin. With speakers Lubnah Shomali and Nidal al-Azzah from BADIL. Organized by Ireland Palestine Solidarity Campaign. Tour info: http://www.ipsc.ie/press-releases/nakba-week-badil-speaking-tour-on-palestinian-refugees

Saturday, 14 May – March and “Moving Gallery” for Palestinian Refugees. Facebook: https://www.facebook.com/events/1157920480940081/
2 pm – 3 pm, St. Stephen’s Green (Grafton St Entrance), Dublin 2. March down Grafton St to the Spire. Organized by the Ireland Palestine Solidarity Campaign.

Derry

Friday, 13 May – BADIL Speaking Tour on Palestinian Refugees.
7 pm, UNISON Building, Clarendon St, Derry. With speaker Lubnah Shomali from BADIL. Organized by Ireland Palestine Solidarity Campaign.

nakba-valdiviaCHILE

Valdivia
Wednesday, 11 May- Al-Nakba, 68 Years of Exile. Facebook: https://www.facebook.com/events/1403070739992193/
6 pm, Sala Auditorium, Austral University of Chile, Valdivia, Chile. With speaker Karmach Elias, Nakba survivor born in Palestine in 1948. Organized by Arab Youth for Palestine Valdivia.

BRAZIL

Sao Paulo

Wednesday, 11 May – Mothers of May, Palestinian Mothers, Mothers Without Borders. Facebook: https://www.facebook.com/events/1712800118984523/
7 pm, Al Janiah, Alvaro Carvalho Street 190, Sao Paulo. Cultural event connecting struggles of Brazilian and Palestinian mothers. Organized by MOP@T (Movimento Palestina Para Tod@s) and the May Mothers Movement.

TUNISIA

Tunis

Saturday, 14 May – Intifada as a bridge of return. Facebook: https://www.facebook.com/events/1013240552106904/
6:30 pm, Avenue Habib Bourguiba, Tunis, Tunisia. Organized by a coalition of parties and groups.

CANADA

Montreal, Quebec

nakba-montrealSaturday, 14 May – Nocturnal Demonstration to Commemorate the Nakba; Facebook: https://www.facebook.com/events/1522138648094029/
7 pm – midnight, Station Metro Mont-Royale, Montreal. Organized by Palestinian and Jewish Unity (PAJU), Solidarity for Palestinian Human Rights – UQAM (SPHR-UQAM) and Tadamon

Sunday, 15 May – Palestinian commemoration festival, Facebook: https://www.facebook.com/events/927354794008542/
11 am – 5 pm, Concordia University, 1455 boulevard de Maisonneuve W., Montreal. With Palestinian cultural show, dance, music and children’s activities.

Toronto

Tuesday, 10 May – Personal stories of Palestinian Nakba Survivors. Facebook: https://www.facebook.com/events/1539654333004677/
7 pm, Beit Zatoun, 612 Markham St, Toronto. Part of the North America Nakba Tour, organized by Free Palestine Movement and Al-Awda Coaliation and co-presented in Canada by the Palestinian Canadian Congress and Canada Friends of Sabeel.

nakba-torontoSunday, 15 May – Commemoration of the Palestinian Nakba, Facebook: https://www.facebook.com/events/214844732229034/
2 pm – 5 pm, Celebration Square, Mississauga. Organized by the National Committee to Commemorate the Nakba 68 – Toronto

Sunday, 15 May – Toronto Palestinian Film Festival Nakba Commemoration, Facebook: https://www.facebook.com/events/997858870282775/
2 pm, Beit Zatoun, 612 Markham St, Toronto. Film Screening of Encounter with a Lost Land with director Maryse Gargour over Skype. Organized by TPFF, Palestinian Canadian Congress, Students for Justice in Palestine – Ryerson.

Winnipeg

Sunday, 15 May – Commemoration of Al-Nakba 1948-2016, Facebook: https://www.facebook.com/events/487890394740895/
1 pm – 4 pm, Memorial Park, Winnipeg, Manitoba. Including commemoration, community voices, Palestine dance, flag making and film screening. Organized by Winnipeg Coalition Against Israeli Apartheid, Canadian Palestinian Association, Canada Palestine Support Network, Independent Jewish Voices, Peace Alliance Winnipeg

nakba-winnipegOttawa

Sunday, 8 May – Personal Stories of Palestinian Nakba Survivors. Facebook: https://www.facebook.com/events/966654723404454/
7 pm, Ben Franklin Place, Chamber Hall, 101 Centrepoint Dr, Ottawa. Part of the North America Nakba Tour, organized by Free Palestine Movement and Al-Awda Coaliation and co-presented in Canada by the Palestinian Canadian Congress and Canada Friends of Sabeel.

Kitchener

Wednesday, 11 May – The Exiled Palestinians. Facebook: https://www.facebook.com/events/1708770512722607/
6:45 pm, Forest Hill United, 121 Westmount St. E., Kitchener, Ontario. Part of the North America Nakba Tour, organized by Free Palestine Movement and Al-Awda Coaliation and co-presented in Canada by the Palestinian Canadian Congress and Canada Friends of Sabeel.

London, ON

Thursday, 12 May – Personal Stories of Palestinian Nakba Survivors. Facebook: https://www.facebook.com/events/1609037986088608/
7 pm, MAC Youth Centre, 366 Oxford St E, London. Part of the North America Nakba Tour, organized by Free Palestine Movement and Al-Awda Coaliation and co-presented in Canada by the Palestinian Canadian Congress and Canada Friends of Sabeel.

UNITED STATES

nakba-ny
New York

Thursday, 12 May – Nakba Remembrance Day Protest. Facebook: https://www.facebook.com/events/1250461684981640/
1:30 pm, Washington Square Park. Organized by NYU Students for Justice in Palestine.

Sunday, 15 May – Nakba Day March for Resistance and Return, Facebook: https://www.facebook.com/events/1720235081568888/
1:30 pm, Rally at City Hall Park before march over Brooklyn Bridge to Cadman Plaza for activities. Organized by NY4Palestine coalition.

Chicago

Sunday, May 8 – Nakba commemoration, with speakers, and entertainment and a children’s program, Facebook: https://www.facebook.com/events/510727702462408/
1:30 pm – 6:30 pm, speakers including Dr. Ahmad Tibi, Debkeh performances, Palestinian food and fashion show; Prayer Center of Orland Park, 16530 104th Ave, Orland Park, Illinois. Hosted by American Muslims for Palestine – Chicago.

Wednesday, 11 May – Nakba: Not Something to Celebrate Vigil, Facebook: https://www.facebook.com/events/1713140805622497/
5:30 – 6:30 pm, 3751 N. Broadway, Chicago. Organized by Jewish Voice for Peace – Chicago.

Thursday, 26 May – USPCN Chicago Nakba Day Commemoration, Facebook: https://www.facebook.com/events/521190604733100/
6:30 pm, Jerusalem Restaurant, 8310 S. Harlem Ave, Chicago. Live testimony from a Nakba survivor, Palestinian folkloric music from Hamze Allaham and Ronnie Malley, USPCN updates. Organized by US Palestinian Community Network Chicago.

nakba-minneapolisMinneapolis

Friday, 13 May – AMP Minnesota Annual Nakba Commemoration
7 pm – Doubletree Hotel, 2200 Freeway Boulevard, Brooklyn Center, MN. Speakers Abdallah Maarouf and Hatem Bazian. Organized by American Muslims for Palestine – Minnesota

Sunday, 15 May – Al-Nakba Protest. Facebook: https://www.facebook.com/events/260517614279372/
1 pm, Loring Park, Minneapolis. Initiated by Anti-War Committee with many endorsers.

Oakland/Bay Area

Sunday, 15 May – George Jackson in the Sun of Palestine. Facebook: https://www.facebook.com/events/551591961667213/
nakba-oakland4 pm, Uptown Auto Body and Fender, 401 26th Street, Oakland. Remember the Nakba, Black Panthers and Indigenous Resistance. Art exhibition and performance highlighting a multimedia exhibition, curated by Greg Thomas. Organized by Art Forces and AROC.

San Francisco

Saturday, 14 May: Stompin Up: Youth Resist through Story and Dance
6 pm, Mission High School, 3750 18th St, San Francisco, CA. Featuring Silk Road Dabke Troupe, Aljuthoor, and more. Organized by Palestinian Youth Movement and Silk Road Dabke Troupe.

Baltimore

nakba-sanfran
Sunday, 15 May – Nakba Day 2016 – Performances by Ryan Harvey and Kareem Samara
. Facebook: https://www.facebook.com/events/232554823767805/
6 pm, Location TBA. Check Facebook, organized by Baltimore – Palestine Solidarity.

Tampa

Saturday, 14 May – Still Walking: Nakba 68, Facebook: https://www.facebook.com/events/1717651068510404/
5 pm – 8 pm, Joe Chillura Courthouse Square. 600 E Kennedy Boulevard, Tampa, FL. Street theatre and reenactment of the Nakba of 1948. March from Joe Chillura Courthouse Park past Jose Marti Park, to the Immigration Statue in Centennial Park.

Knoxville

Sunday, 15 May – Nakba Day Poetry Reading. Facebook: https://www.facebook.com/events/1695026577430712/
12 pm, Market Square, Knoxville, Tennessee. Palestinian poetry read by friends, poets and community members.

nakba-sandiegoSan Diego

Saturday, 14 May – Commemorating 68 Years of Al-Nakba. Facebook: https://www.facebook.com/events/1585392255108855/
5 pm, Balboa Park, 1549 El Prado, San Diego. Includes Palestinian dinner, talk by Dr. Jamal Nassar, music by Naima Shalhoub, testimonies of Nakba survivors. Organized by Nakba Committee (includes Jewish Voice for Peace, KARAMA, BDS San Diego, PAWA SD and CAIR)

Austin

nakba-austinSunday, 15 May – Nakba Film Screening: The Land Speaks Arabic. Facebook: https://www.facebook.com/events/523942177805713/
7 pm, Friends Meeting of Austin, 3701 E Martin Luther King Jr Blvd, Austin, TX. Organized by the Interfaith Community for Palestinian Rights

Cincinnati

Saturday, 14 May, Nakba Tour: The Exiled Palestinians. Facebook: https://www.facebook.com/events/1697292343892426/
5:00 pm, Islamic Association of Cincinnati. Speakers: Nakba survivor Mariam Fathalla, 86, and Amena Ashkar, granddaughter and great-granddaughter of Nakba survivors. Organized by Cincinnati Palestine Solidarity Coalition

Albuquerque

Saturday, 7 May – Commemorating Al-Nakba with Nadia Ben-Youssef. Facebook: https://www.facebook.com/events/488400578020681/
11 am – 1:30 pm, Albuquerque Center for Peace and Justice, 202 Harvard Drive SE, Albuquerque. With speaker Nadia Ben-Youssef of Adalah.

UK

List of activities below via Palestine Solidarity Campaign Nakba Week Schedule. Additional events below.

nakba-weekTue 3 – Dr. Christos Giannou, A Surgeon in the Siege of Shatila, Guilford

Tue 3Prof. Manuel S. Hassassian, Palestinian Ambassador to the UK, Milton Keynes

Wed 4Mahmoud Zawahra, Nottingham

Fri 6Film screening: The Lab (dir. Yotam Feldman), Wolverhampton

Fri 6Mahmoud Zawahra, Cardiff

Sat 7Prof. Karma Nabulsi, Palestine, Freedom of speech and Prevent, Luton

Sat 7Nakba presentation, Bradford upon Avon

Sat 7Tower Hamlets-Jenin Friendship Association Stall for Nakba, London E3

nakba-london1Sat 7Nakba commemorative vigil, Hereford

Sat 7Sabrina Tucci, Ecumenical Accompaniment Programme, Birmingham

Sat 7Nakba stall, Bradford

Sun 8Sponsored Walk for Palestine, Bristol 

Sun 8Olive & PSC present- Palestine: A Journey Through The Culture, London NW10

Sun 8Nakba Week stall, Peterborough

Mon 9 – Live music, poetry & film screening, Tatreez Cafe, London N16

Mon 9Tim Sanders and Mahmoud Zawahra, Tower Hamlets, London E2

Mon 9Film Screening: Nakba, Bristol

Mon 9 Eat for Palestine, Fundraiser, Norwich

Tue 10Nakba, Round Table Discussion with Prof. Karma Nabulsi, Parliament

Tue 10Film screening: Jaffa, the Orange’s Clockwork (dir. Eyal Sivan), London W4

Tue 10Screening of Miko Peled, The General’s Son, London SW9

Awad-Abdul-fattah-11th-May-1Tue 10Mahmoud Zawahra, Oxford Town Hall

Wed 11Film screening: Five Broken Cameras, Wellingborough

Wed 11Awad Abdelfattah (National Democratic Assembly / Balad), London N15

Wed 11Kate Cargin, Living Under Military Occupation, Norwich

Wed 11Dr Khader Abu-Hayyeh, Nakba survivor, Hastings

Thu 12Haya al Farra (Palestinian Mission), Darlington

Wed 11Film screening: Five Broken Cameras, Wellingborough

Wed 11Awad Abdelfattah (National Democratic Assembly / Balad), London N15

Wed 11Kate Cargin, Living Under Military Occupation, Norwich

Wed 11Dr Khader Abu-Hayyeh, Nakba survivor, Hastings

Thu 12Haya al Farra (Palestinian Mission), Darlington

Thu 12Jafar Ramini, The Catastrophe that is Palestine, Salisbury

Thu 12Film screening: Life in Occupied Palestine (by Anna Baltzer, JVP), Exeter

Fri 13Film screening: The Time That Remains (dir. Elia Suleiman), SOAS, London WC1

Fri 13 – The Israel lobby and the European Union, Report Launch, London NW1

Fri 13Film screening: When I Saw You (dir. Annemarie Jacir), Shrewsbury

Fri 13Film screening: Palestine Blues (dir. Nida Sinnokrot), Hereford

Sat 14 – Day-School Conference: Prof Nur Masala, Awad Abdelfattah & more, London WC1

Sat 14Palestinian Forum in Britain, Nakba anniversary protest, London W8

Sat 14Nakba Stall, Edinburgh

Sat 14Remember the Nakba in quiet contemplation, Lancaster

Sat 14Nakba Stall, Barnstaple

Sat 14Paveen Yaqub, Palestinian activism and its relevance to the Nakba, Leeds

Sat 14Nakba Stall, Glasgow

Sat 14 Nakba commemoration, Sheffield Town Hall

Sat 14 – Mahmoud Zawahra, Portsmouth

Sat 14Friends of Al Aqsa: Palestine Exhibition and Fun Day, Edinburgh

Sat 14The Nakba: Palestine Exodus, Video Conference with survivors, Bristol 

Sat 14Nakba stall, Kettering

Sun 15The Tragedy of Palestine, Huddersfield

Sun 15Nakba stall, Northampton

Sun 15Interpal: Nakba Tube Trail, London E17

Sun 15Nakba Day, Lest We Forget, Kingston upon Thames

Sun 15Rafeef Ziadah, We Teach Life Sir album launch, Birmingham

Sun 15Nakba Day Vigil, Manchester

Sun 15 – Nakba Day, ‘Registered Alive’, with Maxine Peake, Ahmed Masoud & more, London N1

Islington

nakba-islingtonFriday, 13 May – Evening for Palestine. Facebook: https://www.facebook.com/events/942198729227447/
7 pm, Hargrave Hall, Hargrave Road, Islington. Palestinian music, food, short film and talks by Palestinian youth. Organized by CADFA.

Manchester

Saturday, 14 May – Nakba Day Commemoration. Facebook: https://www.facebook.com/events/1140770009308235/
12 pm – 9 pm, Piccadilly Gardens, Live Feed from Gaza, talks, music, drama and poetry. 9 pm, Film screening and music.

London

Monday, 16 May – Book Launch and Seminar, “Mapping My Return, A Palestinian Memoir,” by Salman Abu Sitta. Facebook: https://www.facebook.com/events/210407026005655/
6:30 pm, Khalili Lecture Theatre, SOAS, London. Organized by Palestinian Return Centre and Palestine Solidarity Campaign.

Saturday, 21 May – Nakba Narratives 2016 Annual Dinner. Facebook: https://www.facebook.com/events/1595195460797894/
6 pm, Royal Nawaab London. Annual dinner for Interpal with speakers Majdi Aqil, Ang Swee Chai, Yvonne Ridley, Ibrahim Hewitt.

Cambridge

Monday, 16 May – Nakba Talk – One Democratic State with Awad Abdelfattah and Karl Sabbagh. Facebook: https://www.facebook.com/events/580838385418582/
7:30 pm, Friends Meeting House, Jesus Lane, Cambridge. Event chaired by Dr Ruba Salih (Reader at SOAS) and supported by One Democratic State (ODS) and Cambridge Palestine Solidarity Campaign.

 thanks to: Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network

Michael Chabon, scrittore ebreo: l’occupazione israeliana è peggio dell’apartheid

Michael Chabon, scrittore ebreo: l'occupazione israeliana è peggio dell'apartheid

Il noto scrittore statunitense di origini ebraiche, Michael Chabon, ha dichiarato che l’oppressione israeliana contro il popolo palestinese è peggiore del sistema dell’apartheid in Sud Africa.

In un’intervista all’agenzia di stampa francese AFP, Chabon ha dichiarato, ieri, che ha scoperto “la vera natura” dell’occupazione israeliana dopo il viaggio fatto lo scorso aprile, accompagnato da altri autori nordamericani, nei territori palestinesi occupati.

“Parte di ciò che lo rende particolarmente orribile per me e diverso dall’Apartheid è che gli ebrei lo stanno facendo e io sono un Ebreo”, ha precisato durante l’intervista telefonica ad AFP.

Inoltre, in un’altra intervista rilasciata alla pubblicazione ebraica statunitense “The Forward”, Chabon ha dichiarato che l’occupazione dei territori palestinesi da parte del  regime di Tel Aviv è “una grave ingiustizia”, che non ha mai visto.

“Che la gente che ha sofferto una persecuzione orribile e prolungata ha una tale svolta e, inoltre, opprimere un altro popolo ad un livello burocratico tale, è in qualche modo per me molto più duro dell’Apartheid, per quanto orribile è stato l'apartheid e con questo non cerco di minimizzarlo”, ha sottolineato.

Va notato che le dichiarazioni dello scrittore ebreo-statunitense, 52 anni, hanno scatenato reazioni su Internet e le critiche da parte dei media della destra israeliana.

Secondo le fonti, Chabon non ha cominciato ad occuparsi dell’occupazione israeliana fino al suo matrimonio con Ayelet Waldman ebrea, che ha viaggiato nei territori palestinesi, due anni fa. Questo viaggio ha “aperto gli occhi” a lei, ed anche allo scrittore, ha spiegato Chabon.

Lui e sua moglie hanno pubblicato un libro scritto da 25 autori di spicco nordamericani che si concentra su diversi aspetti della vita quotidiana dei palestinesi sotto occupazione israeliana.

Lo scorso aprile, Chabon, insieme ad altri scrittori, tra cui Dave Eggers e Geraldine Brooks, quest’ultima insignita del premio Pulitzer, ha visitato le città palestinesi di Al-Quds (Gerusalemme) e Al-Khalil (Hebron), ed i villaggi vicino alla città di Ramallah, nel nord della Cisgiordania.

Più di mezzo milione di israeliani vivono in più di 120 insediamenti illegali costruiti dopo l’occupazione dei territori palestinesi della Cisgiordania e Al-Quds nel 1967.

Fonte: Hispantv

VIDEO. “They took your house”: viaggio a Sheikh Jarrah

Gerusalemme, 30 marzo 2016, Nena News – “Spesso tornano a casa la notte tardi, completamente ubriachi, urlano e mettono la musica altissima, per disturbarci e non farci dormire. A volte si mettono completamente nudi davanti la finestra di fronte la nostra, e ci insultano, soprattutto a noi ragazze. Sono disgustosi e mia sorella piccola si spaventa”. Mona ha un timbro di voce potente, profondo e leggermente roco, che colpisce di fronte ai suoi soli 17 anni.

“A volte girano col viso coperto da un passamontagna nero, che poi altre volte camuffano come se fosse un normale cappello di lana. E sono pure armati, sempre con una pistola in tasca: è il governo che gliene dà il diritto e che li incoraggia pure. Una mattina uno di loro l’ha puntata contro un mio vicino, un bambino di 4 anni che giocava qui fuori: li aveva svegliati coi suoi giochi!”.

“They Took Your House” è il breve racconto di una convivenza forzata all’interno di pochi metri quadrati: due abitazioni adiacenti, l’una la spalla dell’altra, il cancello e il vialetto d’ingresso in comune, un piccolo giardino, un alberello d’ulivo e una casa illegittimamente presa, occupata con la forza e la barbarie tipica dei coloni.

“They Took Your House” è il breve racconto di una famiglia, ma è la storia di tutto il quartiere, Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est, a pochi passi dalla città vecchia. Ed è la storia di un’intera città, che dopo la prima divisione nel 1948, è stata poi “riunificata” in seguito all’occupazione israeliana anche della parte orientale di Gerusalemme, con la guerra del ‘67. “Riunificata” da una legge israeliana (del 1980) non riconosciuta da alcuno Stato, eccetto Israele, e considerata illegittima da tutta la comunità internazionale, compresi gli Stati Uniti e l’Unione Europea.

“Riunificata” sotto quello stesso potere oppressivo che quotidianamente discrimina, impedisce di muoversi, di andare a scuola o a lavorare, che sequestra e demolisce case, ferisce e spesso uccide, sulla base principalmente dell’appartenenza etnica. Riunificata per tutti i palestinesi di Gerusalemme nello sfortunato e sofferto destino della colonizzazione, eppure allo stesso tempo frantumata ogni giorno di più dalle leggi e dalle autorità sioniste.

Da ormai quasi cinquant’anni, infatti, Israele porta avanti politiche e piani di colonizzazione, miranti a disintegrare l’unità territoriale e soprattutto demografica della parte orientale di Gerusalemme. Ciò avviene attraverso la costruzione di sempre maggiori insediamenti ebraici nel cuore di quartieri storici palestinesi, con l’esproprio insistente e la demolizione forzata di appartamenti, case ed interi quartieri. Avviene attraverso il ritiro dei permessi di residenza e dunque la deportazione al di fuori del muro militare che circonda la città ed il divieto (spesso totale) di accedervi. Avviene attraverso la lenta e costante pulizia etnica attuata dal governo sionista contro la popolazione palestinese.

“Era il primo dicembre del 2009, quando hanno preso la nostra casa. Un gruppo di giovani e aggressivi coloni sionisti, sostenuti da tribunale ed esercito israeliano, sono arrivati la mattina con gli zaini grossi e le valige, buttando fuori tutte le nostre cose, distruggendone molte. Per la mia figlia più piccola è stato un trauma vedere il suo armadietto, il suo cuscino e molti dei suoi giochi rotti e ammucchiati nella terra di fronte casa”. Nonostante gli anni numerosi che gli si leggono sul viso, lo sguardo acuto del padre di Mona,Nabil, trasmette una gran forza e determinazione.

Nel 1956 suo padre, rifugiato palestinese scappato da Haifa dopo l’occupazione israeliana del 1948, ottenne dall’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite dedicata all’assistenza dei rifugiati palestinesi) una piccola casa nel quartiere di Sheikh Jarrah di Gerusalemme Est. È la casa dove Nabil è nato e dove ancora vive sua madre, la nonna di Mona, che ha poi nuovamente accolto il figlio e tutta la sua famiglia quando i coloni gli hanno preso la casa nel 2009.

Quando si sposò, Nabil decise di costruire un nuovo piccolo edificio per la sua nuova famiglia, accanto alla dimora paterna. Tuttavia, con le loro politiche d’apartheid, le autorità israeliane raramente concedono ai palestinesi di Gerusalemme i permessi edilizi, costringendoli dunque a trasferirsi fuori dalla città o a costruire senza permesso. Di conseguenza, sono attualmente oltre 23 mila le case a Gerusalemme Est che hanno ricevuto un ordine di demolizione per la mancanza del permesso edilizio.

In molti altri casi, invece, come in quello della famiglia di Mona e suo padre Nabil, le case non vengono demolite, ma sequestrate e poi assegnate, tramite associazioni sioniste, a coloni israeliani. Il sequestro, invece che la demolizione, è molto frequente soprattutto nella città vecchia di Gerusalemme e nei quartieri che la circondano (come Sheikh Jarrah, Wadi al-Joz, al-Tur e Silwan), in cui Israele sta attuando una pressante politica di colonizzazione e di pulizia etnica.

documentario e testo di Chiara Rodano

thanks to: Nena News

“La pulizia etnica della Palestina”

https://i2.wp.com/www.infopal.it/wp-content/uploads/2012/10/nakba.jpg

A cura di Parallelo Palestina.

Da “La pulizia etnica della Palestina” , di Ilan Pappe, pag. 106-111.

La Consulta aveva esaminato la bozza del Piano Dalet nella seconda metà di febbraio del 1948. Secondo il diario di Ben Gurion, era domenica 29 febbraio anche se uno storico militare israeliano riporta la data del 14 febbraio81. Il Piano Dalet fu completato agli inizi di marzo. In base ai ricordi di molti generali dell’esercito di quel periodo, la storiografia israeliana in genere afferma che il marzo del 1948 fu il più difficile nella storia della guerra. Ma questa valutazione si basa solo su un aspetto del conflitto imminente: gli attacchi dell’ALA ai convogli ebraici verso i loro insediamenti isolati che agli inizi di marzo sortirono un certo effetto. Inoltre, alcuni ufficiali dell’ALA cercarono a quel tempo di resistere alle offensive ebraiche nei villaggi misti oppure facendo delle rappresaglie e terrorizzando le zone ebraiche con una serie di miniraid. Due di questi attacchi diedero al pubblico la (falsa) impressione che dopo tutto l’ALA avrebbe potuto organizzare una certa resistenza in vista di un attacco ebraico.

Infatti, nel marzo del 1948, iniziò l’ultimo tentativo militare palestinese di breve durata per proteggere la propria comunità.

Le forze ebraiche non erano ancora sufficientemente ben organizzate per poter reagire immediatamente e con successo a ogni contrattacco, e questo spiega il senso di sconforto in alcune parti della comunità ebraica. Tuttavia, la Consulta aveva sempre la situazione sotto controllo. Quando si riunirono di nuovo agli inizi di marzo, non presero nemmeno in esame il contrattacco dell’ALA né pensarono che la situazione in generale fosse particolarmente preoccupante. Invece, sotto la guida di Ben Gurion, stavano preparando un master plan finale.

Alcuni membri della Consulta proposero di continuare con la pulizia etnica come mezzo più efficace per difendere le strade che portavano agli insediamenti isolati. La più pericolosa era la strada Tel Aviv-Gerusalemme, ma Ben Gurion stava già pensando a qualcosa di più ampio. La conclusione che egli aveva tratto dal periodo tra la fine di novembre del 1947 e gli inizi di marzo del 1948 era che, malgrado tutti i tentativi giunti dall’alto, mancasse ancora un comando capace sul terreno. A suo avviso, i tre piani precedenti preparati dall’Haganà per l’occupazione della Palestina mandataria – uno del 1937, gli altri due del 1946 – dovevano essere aggiornati. Quindi ordinò una revisione dei piani, e i due più recenti assunsero il nome in codice di Piano B e Piano C.

Non sappiamo quello che disse Ben Gurion a proposito della pulizia etnica alla Consulta nel regolare incontro del mercoledì pomeriggio, il 10 marzo 1948, ma abbiamo il piano che essi misero a punto, che fu approvato dall’Alto Comando dell’Haganà e successivamente inviato come ordine militare alle truppe in Campo.

Il nome ufficiale del Piano Dalet era piano Yehoshua. Yehoshua Globerman era nato nel 1905 in Bielorussia e imprigionato negli anni Venti per attività anticomunista; fu rilasciato dopo aver trascorso tre anni in una prigione sovietica quando Massimo Gorki, amico dei suoi genitori, intervenne in suo favore.

Globerman fu comandante dell’Haganà in varie zone della Palestina e fu ucciso da sconosciuti che gli spararono in macchina nel dicembre del 1947. Era destinato a diventare uno dei comandanti in Capo dell’esercito israeliano, ma la sua morte prematura significò che il suo nome sarebbe stato associato non alle sue capacità militari ma al master plan sionista per la pulizia etnica della Palestina. Era talmente stimato dai colleghi che gli fu conferito alla memoria il grado di generale dopo la creazione dello Stato ebraico.

Pochi giorni dopo l’uccisione di Globerman, l’unità dei servizi segreti dell’Haganà preparo le bozze di un piano per i mesi seguenti. Col nome in codice di Piano D, esso conteneva sia i parametri geografici di un futuro Stato ebraico (quel 68 per cento a cui mirava Ben Gurion), ma anche il destino di un milione di palestinesi che vivevano in quella zona:

Queste operazioni potranno essere svolte in uno dei seguenti modi: o distruggendo i villaggi (incendiandoli o facendoli saltare in aria e poi mettendo delle mine nei detriti), soprattutto i centri abitati che sono difficili da controllare in modo permanente; oppure con operazioni di setacciamento e controllo con le seguenti modalità: si accerchia il villaggio e si fanno perquisizioni. Se c’è resistenza, le milizie armate dovranno essere eliminate e la popolazione espulsa al di fuori dei confini dello Stato.82 I villaggi dovevano essere completamente evacuati o perché si trovavano in luoghi strategici oppure perché poteva verificarsi una qualche forma di resistenza. Questi ordini furono dati quando fu chiaro che l’occupazione avrebbe sempre provocato una certa resistenza e che quindi nessun villaggio sarebbe stato risparmiato, o a causa della sua posizione o a causa del rifiuto all’occupazione. Questo fu il master plan per l’espulsione di tutti i villaggi nella Palestina rurale. Istruzioni simili furono date, in termini quasi identici, per le azioni che avevano come obiettivo i centri urbani palestinesi.

Gli ordini che arrivavano alle unità sul campo erano più specifici. Il paese era diviso in zone secondo il numero di brigate; per cui le quattro brigate originali dell’Haganà divennero dodici in modo da facilitare la realizzazione del piano. Ogni comandante di brigata ricevette un elenco dei villaggi o quartieri da occupare, distruggere e da cui espellere gli abitanti, con date precise.

Alcuni comandanti mostrarono un eccesso di zelo nell’eseguire gli ordini e presero di mira anche altre località. Alcuni ordini, d’altra parte, si rivelarono troppo ambiziosi e non fu possibile eseguirli nei tempi prestabiliti. Questo significò che alcuni villaggi lungo la costa che avrebbero dovuto essere occupati in maggio non furono distrutti fino a luglio. E i villaggi nella zona Wadi Ara -la vallata che collegava Hadera a Marj Ibn Amir (Emeq Izrael) e Afula (oggi Route 65) – riuscirono a sopravvivere ai ripetuti attacchi ebraici durante tutta la guerra. Ma erano l’eccezione: infatti 531 villaggi, 11 quartieri urbani e città furono distrutti e gli abitanti espulsi per ordine preciso della Consulta, emanato nel marzo del 1948. Allora erano gia stati eliminati 30 villaggi.

Pochi giorni dopo la messa a punto del Piano D, esso fu distribuito ai comandanti delle dodici brigate ora incorporate nell’Haganà.L’elenco che ogni comandante ricevette comprendeva una descrizione dettagliata dei villaggi di sua competenza e la loro sorte: occupazione, distruzione ed espulsione. I documenti israeliani rilasciati dagli archivi IDF alla fine degli anni Novanta indicano chiaramente che, contrariamente a quanto hanno affermato storici come Morris, il Piano Dalet fu inviato ai Comandanti delle brigate non come generiche linee guida da eseguire, ma come precisi ordini operativi83,

A differenza delle bozze generali inviate ai leader politici, gli elenchi dei villaggi che i comandanti militari ricevettero non davano indicazioni dettagliate riguardo l’esecuzione della distruzione o dell’espulsione. Non veniva specificato come i villaggi avrebbero potuto salvarsi, ad esempio con una resa incondizionata, che era invece contemplata nel documento generale. Appare anche un’altra differenza tra la bozza inviata ai politici e quella ricevuta dai comandanti militari: la bozza ufficiale indicava che il piano sarebbe stato attivato solo dopo la fine del Mandato; gli ufficiali in campo ricevettero l’ordine di iniziare le operazioni pochi giorni dopo la sua adozione. Questa dicotomia è tipica del rapporto che esiste in Israele tra l’esercito e i politici ancora oggi. Spesso l’esercito non dà ai politici le giuste informazioni relative alle proprie intenzioni: e quanto fecero Moshe Dayan nel 1956, Ariel Sharon nel 1982 e Shaul Mofaz nel 2000.

Ma la versione politica del Piano Dalet e le direttive militari avevano in comune l’obiettivo generale del piano. In altre parole, anche prima che gli ordini arrivassero alle truppe dispiegate, esse sapevano gia cosa avrebbero dovuto fare. Quella coraggiosa e stimata sostenitrice israeliana dei diritti civili, Shulamit Aloni, a quel tempo ufficiale dell’esercito, ricorda che ufficiali politici speciali andavano di persona a incitare le truppe demonizzando i palestinesi e invocando l’Olocausto come punto di riferimento per le operazioni future, spesso proprio il giorno successivo alla seduta di indottrinamento84.

Dopo l’approvazione della Consulta del Piano Dalet, il capo di Stato maggiore, Yigael Yadin, convocò gli ufficiali dell’intelligence dell’Haganà nella sede del servizio sanitario pubblico, Kupat Holim, in via Zamenhof a Tel Aviv (ancora oggi sede del servizio, di fronte a un noto ristorante indiano). Centinaia di ufficiali affollarono una Sala che normalmente è quella di ricevimento per i pazienti.

Yadin non li informò del Piano Dalet: gli ordini erano stati impartiti quella settimana ai Comandanti delle brigate, ma egli comunicò loro un’idea generale che non doveva lasciare dubbio alcuno sulla capacità delle loro truppe di eseguire il Piano. Gli ufficiali dell’intelligence erano anchein un certo senso politruk (“Commissari politici”), e Yadin si rese conto che doveva spiegare la discrepanza tra le dichiarazioni pubbliche della leadership sull’imminente “secondo Olocausto” e la realtà che le forze ebraiche non avrebbero incontrato resistenza nell’evacuazione pianificata di un territorio che sarebbe stato trasformato nel loro Stato ebraico. Yadin, teatrale come sempre, cercò di colpire i suoi ascoltatori: poiché a loro sarebbero stati impartiti ordini di occupare, conquistare ed espellere una popolazione, meritavano di ricevere una spiegazione sul da farsi, visto poi che si leggeva sui giornali e si sentiva dire dai politici che essi stessi erano “in pericolo di annientamento”. Yadin, alto e snello, che sarebbe diventato una figura ben conosciuta a tutti gli israeliani, informò con orgoglio il pubblico: “Oggi abbiamo tutte le armi che ci servono; sono già state imbarcate e gli inglesi se ne stanno andando via, e appena avremo queste armi la situazione sulle frontiere cambierà del tutto85.

In altre parole, mentre Yigael Yadin descrive le ultime settimane di marzo del 1948 come il periodo più duro della guerra, potremmo invece pensare che la comunità ebraica in Palestina non correva in realtà il pericolo di annientamento: stava solo affrontando alcuni ostacoli sul percorso del piano di pulizia etnica. Queste difficoltà erano la relativa mancanza di armi e l’isolamento di insediamenti ebraici all’interno dello Stato arabo. Particolarmente vulnerabili risultavano alcuni insediamenti nella Cisgiordania e quelli nelle zone nord-occidentali del Negev (Negba, Yad Mordechai, Nizanim e Gat). Questi quattro insediamenti sarebbero rimasti isolati anche dopo l’entrata dell’esercito egiziano in Palestina che li occupò per breve tempo.

Anche alcuni insediamenti nell’alta Galilea non poterono essere raggiunti o difesi facilmente poiché erano circondati da molti villaggi palestinesi che ebbero la fortuna di essere protetti da diverse centinaia di volontari dell’ALA. Lnfine, la Strada per Gerusalemme fu sottoposta a un pesante fuoco di cecchini palestine si, tanto da far si che in quel mese si diffondesse un senso di assedio nelle zone ebraiche della città.

Il mese di aprile del 1948, secondo la storiografia ufficiale israeliana, fu un momento di svolta. Secondo questa Versione, la comunità ebraica isolata e minacciata in Palestina si spostava dalla difesa all’attacco, dopo essere scampata alla sconfitta. La realtà della situazione non avrebbe potuto essere più diversa: lo squilibrio militare, politico ed economico delle due comunità era tale che non solo la maggioranza degli ebrei non correva alcun pericolo, anzi, tra gli inizi del dicembre del 1947 e la fine di marzo del 1948, il loro esercito aveva portato a termine la prima fase della pulizia etnica in Palestina, ancora prima che il master plan fosse messo in pratica. La svolta in aprile fu lo spostamento da attacchi e contrattacchi sporadici contro la popolazione civile palestinese verso la sistematica megaoperazione di pulizia etnica che sarebbe seguita.

thanks to: Infopal

Mapping the occupation in Hebron: an interactive exploration of urban space

Collage by Your Middle East, the interactive web platform is seen on the right

A young Italian architect carefully mapped resistance and occupation in Hebron’s Old City. The web platform she created provides a unique means to understand how Jewish settlements and Israeli military presence are contributing to the city’s slow death.

Zakyeh Mahmood Qasrawi belongs to that tiny minority of Palestinian people who decided to remain in Hebron’s Old City. Back in 2005, during a curfew, Israeli soldiers blocked her house’s main entrance on al-Shuhada street, forcing her family to find an alternative passage through the neighbouring courtyards. Since then, to exit and come back home, 80-year-old Zakyeh is obliged to use her neighbour’s main entrance, cross the rooftop and pass by a door of fortune opened from there. Her full story, along those of other Palestinian families residing in Hebron’s historical centre, are reported by Mapping the Apartheid: a unique and innovative lens to understand how Israeli occupation impacts Hebron’s urban life.

“Zakyeh offers an eloquent example of the situation on al-Shuhada street,” explains Marianna Castellari, heart and mind behind the project. “Due to Israeli settlers and soldiers, families living there had indeed to socially and spatially reinvent their lives; and Mapping the Apartheid simply wants to portray their daily struggle”. Marianna, a former Italian student in Architecture from the Polytechnic School of Milan, has been living and working in Ramallah for a year. Before coming back to Italy in late February, she spent two months in Hebron for fieldwork, and in collaboration with Youth Against Settlement, a local NGO of Hebronite Palestinians, and the Polytechnic School of Hebron, her project eventually took shape.

“Although I was working on my own, their commitment was of great help and motivation to me. The majority of the stories we gathered and reported actually came from the NGO’s members; and Suhaib, a web developer from Hebron’s university who worked on the website, participated with such enthusiasm that I really had never expected. Today, in seeing the platform published, I think I really owed it to all of them.”

hebroninteractive.jpg

Captivating in graphics and solidly underpinned by in-depth research, Mapping the Apartheid features an interactive web-platform where anyone – from area studies’ experts to people simply interested in gathering information – can ascertain the situation on the ground. Thematic maps, powerful images, stories from local families and careful graphic reconstructions of key urban sites merge into a comprehensive canvas, which for clarity and precision of representation leaves very little room for revisions. “It’s actually very difficult to give a sense of what’s happening in Hebron after decades of occupation,” Marianna says, “if one really wants to gather information, there are either official reports or news articles, yet both are very technical and specific”. She continues: “With this in mind, we spent a long time discussing an effective way to report about the city and we (concluded) that words weren’t enough. We needed some graphic and visual materials in order for people to get into the topic and mapping patterns of resistance and occupation at the urban scale featured as a more accessible, yet profoundly objective, means of denunciation.”

Hebron is the second largest Palestinian city and the only one with Israeli settlements within its urban centre. While a Jewish minority has historically featured in the city’s demography until 1931 – when the arrival of Zionism contributed to ignite communal strife between Jews and Arabs – the first Israeli settlements started in the 1967 war’s aftermath.

At that time, a growing number of Israeli Jews – informed by a Zionist ideology mixed with religious fundamentalism and mainly coming from the US and Israel – increasingly settled in Hebron’s Old City. Without going through the whole story of the occupation (which you can find on a detailed timeline on the project’s website) today’s Hebron is divided into two separate zones, H1 and H2, under Palestinian and Israeli military control respectively. Zone H2 also embraces Hebron’s Old City, where 4,000 Israeli soldiers watchdog a difficult coexistence between 35,000 Palestinians and 500 Jewish settlers.

streethebron2.jpg

Within this context, the relationship between settlers, the Israeli government and its soldiers on the ground could be defined by a coordination of state and non-state actors, geared to produce socio-spatial fragmentation in the Palestinian front. In other words, settlers move into Hebron’s Old City – often motivated by a nationalist and fundamentalist bias – and the Israeli state provides them with financial support and the army eventually guarantees their security; a security concern which is also instrumental in perpetuating their military presence.

“Since the city is a sacred site for all three Abrahamic confessions, the conflict for Hebron has often been described as a matter of religion. Yet, the struggle is primarily about space, territory and land control,” Marianna concludes, adding that “as al-Shuhada Street shows, Hebronite Palestinians have been deprived of the road space, impeded to drive forward their businesses and forced to change their relationship to public and private spaces.”

At the time of writing, four different settlements stand in Hebron’s Old City, while an intricate network of security checkpoints, street closures and barricades criss-cross the urban fabric. Palestinians’ daily existence is spatially hindered by an expanse of physical barriers and socially frayed by a hopeless war of attrition, preventing their life to unfold normally. It is precisely this widening rift between social and urban fabrics that condemn Hebron’s historical centre to a slow death.

thanks to: Your Middle East