Controllare il messaggio, controllare il mondo: Dal Vietnam al Venezuela

Scott Patrick 12 febbraio 2019 Nel 2019, un colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti sta avendo luogo in America Latina contro il…

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Venezuela, il popolo scende in piazza a sostegno di Maduro e contro il golpe. Le immagini censurate in Italia

 

Discorso di Maduro in avenida Bolivar dopo la manifestazione di massa per commemorare il 20° anniversario della Rivoluzione Bolivariana e a sostegno della democrazia in Venezuela. In una fase molto delicata per il paese dove è in corso di svolgimento un golpe promosso dagli USA che tramite il burattino Guaidò vogliono spodestare il legittimo presidente…

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Lo situazione in Venezuela: ciò di cui i media non scrivono

Aftershock, Stalker Zone 29 gennaio 2019

Sono incredibilmente soddisfatto del crescente interesse per questo Paese, ma il quadro delle informazioni sui media differisce notevolmente dagli eventi nella realtà. Sarò breve. In Venezuela non c’è colpo di Stato. C’è un tentativo informativo su un colpo di Stato. La sua essenza è molto semplice. Un’immagine da realtà alternativa viene creata nel tentativo di fare pressioni sugli attori internazionali in merito alla “divisione” del Venezuela e allo stesso tempo di sondare i dubbiosi tra i sostenitori di Maduro. Tutto ciò non ha portato alcun risultato, consente solo a Maduro di effettuare la necessaria pulizia in quelle regioni e strutture in cui le posizioni degli agenti statunitensi sono ancora forti. Capisco che i lettori di “Aftershock” sono molto lontani dalle realtà dell’America Latina e immaginiamo male come le autorità lavorino lì e intorno a ciò che la politica costruisce. Per essere breve, anche dopo 20 anni di governo chavista, molte formazioni statali e istituti di potere sono ancora nelle mani di oppositori e agenti stranieri, questa è la realtà della regione.

Testo integrale su Aurorasito.

L’ex-ministro della Difesa israeliano ammette che Israele ha mentito sui tunnel di Hezbollah

Israele-MEMO. L’ex-ministro della Difesa israeliano, Moshe Ya’alon, ha ammesso giovedì che gli ufficiali israeliani hanno mentito per anni sull’esistenza di tunnel di Hezbollah al di sotto del confine tra Libano ed Israele.

Parlando con la radio dell’esercito israeliano, Ya’alon ha affermato che gli ufficiali hanno mentito sui tunnel per anni prima di decidere di eseguire un’operazione per distruggerli, all’inizio di questa settimana.

“L’abbiamo fatto per ingannare l’altro lato”, ha dichiarato Ya’alon alla radio dell’esercito. “Esiste un’esagerazione nel modo in cui [l’operazione] è stata presentata, e spero che questo non ci ferisca”, ha aggiunto.

Per quanto riguarda le osservazioni precedenti, rilasciate nel 2016, quando aveva affermato che non c’era “nessun tunnel” a nord, Ya’alon ha dichiarato: “I miei commenti di due anni fa […] erano una bugia al fine di preservare la sicurezza dello stato“.

Tuttavia, egli ritiene che esista un’esagerazione per quanto riguarda l’operazione in corso.

Le osservazioni di Ya’alon sono state ampiamente riportate dai media israeliani, ma ha insistito sul fatto che “nessuno dei tunnel ha raggiunto le comunità in cui la gente ha affermato di aver sentito di scavare”.

Israele ha lanciato la sua operazione nelle prime ore di martedì, dichiarando la città di Metulla – situata sul confine israelo-libanese, non lontano dalle Alture del Golan – una zona militare chiusa. Si pensa che l’operazione potrebbe durare per diverse settimane, e Israele sostiene che il tunnel sotto Metulla è uno dei molti.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

thanks to: Infopal

Venezuela, giovane partorisce in strada. L’ultima fake news di Repubblica diventa virale

Venezuela, giovane partorisce in strada. L'ultima fake news di Repubblica diventa virale
Il quotidiano in prima fila nel sostenere la propaganda di chi vuole l’intervento armato in Venezuela

di Fabrizio Verde

Col passar del tempo sembra scendere inesorabilmente la qualità delle bufale, o fake news per usare i termini maggiormente in voga, diffuse ad arte per screditare il Venezuela. Risulta così semplice smontarle che quasi non c’è gusto nel farlo. Finanche la persona più lontana e avulsa dai fatti che accadono in Venezuela sentirebbe lontano un miglio l’inconfondibile puzza di bufala che accompagna certe notizie.

 

L’ultima in ordine di tempo riguarda una donna che avrebbe partorito in strada perché rifiutata da una clinica in quanto senza denaro. La notizia è diffusa da un giornalista Carlos Julio Rojas, militante del partito di opposizione Vente Venezuela. L’uomo fu arrestato nel 2017 perché coinvolto nell’assalto a una caserma nella zona nord di Caracas.

 

La (non)notizia inizia a rimbalzare su vari siti venezuelani di opposizione e la ritroviamo, come sempre accade in questi casi, pari pari, sui principali media mainstream. Da ‘Repubblica’ al ‘Corriere della Sera’ passando per ‘Il Fatto Quotidiano’.

 

Una bufala che riesce anche a contraddirsi quando ‘Repubblica’ scrive: «Rojas ha riferito che poco dopo il fatto, sul posto è giunta una volante della polizia che ha prelevato la giovane e l’ha portata in un centro medico».

 

La verità è che i soldi c’entrano ben poco in questa storia visto che in Venezuela la sanità è pubblica e gratuita. Mentre c’entra molto il fatto che Repubblica lavora sempre per propagandare neoliberismo e privatizzazioni.

 

In Venezuela non può accadere quel che viene denunciato da Usa Today: in Messico donne indigene e povere sono costrette a partorire in prati e parcheggi perché rifiutate dagli ospedali.

 

«Non si tratta di casi isolati. Registriamo una tendenza. Non stiamo parlando di una donna: ce ne sono molte e non viene fatto nulla per risolvere il problema», denuncia Regina Tames, direttrice del Reproductive Choice Information Group, organizzazione non governativa con sede a Città del Messico. Ma questo Repubblica non ve lo racconta.

 

In Venezuela non può accadere quel che invece accade nella culla della democrazia, gli Stati Uniti, dove esistono casi di famiglie letteralmente mandate sul lastrico dalle spese sostenute per il parto. Uno dei migliori studi sull’argomento redatto negli Usa rivela che sono circa 56mila le famiglie che annualmente finiscono in bancarotta dopo aver accolto un nuovo bambino. Ma questo Repubblica non ve lo racconta.

Notizia del:

FB, Israele e la censura: un progetto sionista

Gentile Direttore,

Nell’arco di tre mesi, Facebook ha bloccato la mia pagina tre volte per un periodo di 30 giorni ciascuna: alla fine saranno 90 giorni di censura e di bavaglio durante i quali il cittadino Diego Siragusa non potrà esprimere le proprie opinioni e documentare i crimini dello stato razzista, terrorista e genocidario che si chiama ISRAELE. Il secondo blocco è stato motivato per aver io citato una frase dei rabbini antisionisti di NETUREI KARTA: “Non sono malvagi perché sono sionisti, sono sionisti perché sono malvagi”.

Ormai il progetto sionista è chiaro. Dopo l’accordo tra il governo israeliano e Facebook per censurare e bloccare tutte le critiche a Israele, non si contano più i casi in cui liberi cittadini che esprimono il loro sdegno per i crimini di Israele, sono bloccati e censurati dai burattinai di Facebook. I lettori potranno documentarsi sul giornale inglese THE INDEPENDENT che riporta la notizia dell’accordo tra Il governo israeliano e Facebook (https://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/israel-palestine-facebook-activist-journalist-arrests-censorship-accusations-incitement-a7377776.html).

E’ necessario, quindi, denunciare a livello di massa e portare la questione nelle sedi politiche e governative. Si tratta di una violazione palese dell’art. 21 della nostra Costituzione. Voglio rammentare che al matematico Odifreddi, dopo una critica severa a Israele, fu tolta una rubrica che egli gestiva sulle pagine del quotidiano la Repubblica, proprietà di un ebreo sionista. Sorte analoga ha avuto il filosofo Gianni Vattimo che non ha più pubblicato una sola riga sul quotidiano sionista LA STAMPA dopo i suoi giudizi severi sulla politica coloniale e criminale di Israele. Questo episodio è stato raccontato a me dallo stesso Vattimo, venuto nella mia città per presentare un mio libro sul terrorismo israeliano. Due giorni fa, sul Corriere della Sera, la sionista Donatella di Cesare ha occupato mezza pagina per attaccare e diffamare il mio amico Diego Fusaro accusandolo di essere antisemita e accusando, contestualmente il filosofo Costanzo Preve, maestro di Fusaro, di essere “negazionista”!!! Una menzogna ignobile! Preve è morto, ma il figlio Roberto, avvocato, ha annunciato una querela nei confronti dell’ebrea sionista Donatella di Cesare. Recentemente, il mio amico Paolo Di Mizio, ex giornalista di Canale 5, ha lamentato un blocco di pochi giorni per un commento su Israele. Tanti altri semplici cittadini e militanti della causa palestinese mi hanno comunicato di essere stati vittime della censura di Facebook. E’ sufficiente una segnalazione di un ebreo sionista o di un’intera comunità ebraica, a far scattare la censura o, come nel mio caso, una vera persecuzione. Libertà totale è concessa, invece, ai sionisti che non lesinano attacchi isterici, volgari e razzisti senza incorrere in sanzioni o censure. Sto raccogliendo parecchi di questi documenti per un libro che sto scrivendo.

Lo scopo finale è quello di poter condurre a compimento quel crimine che si chiama “pulizia etnica della Palestina” e sradicamento della cristianità nel silenzio del mondo e con la complicità dei paesi occidentali, di tutto il sistema dell’informazione, e non solo.

Diego Siragusa

Biella 23/10/2018

thanks to: Infopal

Quattro elementi per comprendere il collasso statunitense

Mision Verdad 24 settembre 2018

I segni negativi sono sempre più critici nel ventre del Paese chiamato Stati Uniti d’America, divenuti crisi permanente costruita dalle élite del potere transnazionale nella sua burocrazia. Ma non succede nulla per i media aziendali negli Stati Uniti, tutto accade per responsabilità di un solo uomo, Donald Trump, che serve anche da simbolo evidente del decadimento statunitensi. Si prova con diversi strumenti nascondere ciò che realmente accade nelle viscere del sistema che governa gli Stati Uniti. Pertanto, il collasso degli Stati Uniti è dovuto a cause trascendentali in termini politici, economico-finanziari e sociali, continuate dai predecessori dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

Una definizione veloce
Il processo che gli Stati Uniti vivono al collasso di sistema, come attualmente concepito, deriva da recenti analisi e ricerche, negli ultimi anni, che dimostrano il significativo deterioramento dell’ordine vigente nel Paese. Per capire cosa intendiamo per collasso è necessario notare alcune caratteristiche interessanti, secondo il professore universitario Carlos Taibo: “È un processo totale o parziale di scomparsa irreversibile delle istituzioni ed ideologie legittimanti di un certo ordine, sconvolgendo molte relazioni sociali, di potere, economiche, culturali, ecc. Produce alterazioni profonde nella soddisfazione dei bisogni primari di una popolazione, che generalmente ne vede la riduzione aumentare in modo significativo. Sperimenta “una generale perdita di complessità in tutte le aree, accompagnata da crescente frammentazione ed arretramento dei flussi centralizzanti””.
Da parte sua, l’ingegnere e scrittore russo-statunitense Dmitrij Orlov descrive le cinque fasi del collasso di una società che integra tutti gli aspetti quotidiani: finanziaria, commerciale, politica, sociale e culturale. Lo stesso autore chiarisce che queste fasi possono non avvenire in modo progressivo e in ordine, ma simultaneamente, con elementi dinamici strutturali della società da descrivere. In questo caso, il crollo degli Stati Uniti arriva con molte, se non tutte, le caratteristiche indicate da chi ha studiato e approfondito l’argomento. Successivamente, offriamo dati e risorse per una visione generale di ciò che accade nell’impero in declino.

Debito crescente e bancarotta
In realtà, lo stesso Orlov ha ripetuto varie volte che il crollo degli Stati Uniti deriva dalla loro struttura finanziaria ed economica, dato che il debito crescente e il fallimento di alcuni Stati dell’Unione mostrano segni di collasso. Secondo i dati forniti dal dipartimento del Tesoro, quest’anno il debito pubblico USA è salito a oltre 21 miliardi di dollari, di cui 5,6 miliardi sarebbero parte del debito interno, mentre quello degli investitori privati raggiunge i 15,3 miliardi. Con la presidenza Barack Obama, per fare un esempio, solo il debito pubblico passò dai 10,6 miliardi di dollari ai 19,9 miliardi. Del debito pubblico va capito cosa uno Stato ha nei confronti di individui o altri Paesi, un modo per ottenere risorse finanziarie attraverso emissioni di titoli o obbligazioni, le risorse finanziarie che aumenta. Diversi economisti hanno avvertito che la prossima crisi potrebbe essere cruciale nel crollo del sistema statunitense, dato che il dollaro mostra segni di crisi, perché molti investitori li vendono per altri meccanismi di risparmio, secondo il barone Jacob Rothschild, prima dei rischi nelle borse occidentali. Specificatamente, l’economista statunitense Peter Schiff aveva detto a Sputnik che probabilmente i prossimo crollo finanziario”sarà assai peggiore della Grande Depressione (1929). L’economia statunitense non è in condizioni ottimali, è peggiore di un decennio fa”, quando esplose la bolla immobiliare che rovinò diverse banche, compresa l’onnipotente Lehman Brothers. Inoltre, la situazione fiscale di molti Stati del Paese ha un deficit che è aumentato negli anni, a causa delle scarse capacità bancarie, di bilancio, di servizio e di fondi fiduciari. Tra questi, Illinois, Kentucky, Connecticut e New Jersey sono le principali entità a rischio di fallimento, e si avvicinano alla linea rossa del collasso economico-finanziario anche California, New Mexico e Louisiana. Questo era già stato previsto da Laurence Kotlikoff, professore di Economia alla Boston University, in un articolo pubblicato da Bloomberg nel 2010, sentenziando con numeri e argomenti che “il nostro Paese è a pezzi e non possiamo ancora permetterci soluzioni fasulle”.

Nuove patologie sociali
Chi soffre le fasi del crollo sono proprio i cittadini nordamericani, privati della protezione del governo e affondati in una grave situazione economica e finanziaria. Così, alcune patologie sociali mai viste prima dalla specie umana sono sorte, e sono state descritte dall’economista Umair Haque in un saggio tradotto e pubblicato qui (http://misionverdad.com/trama-global/por-que-desestimamos-el-colapso-de-estados-unidos). Tra le più scandalose, ci sono le ripetute sparatorie in spazi pubblici come scuole e centri commerciali, che quest’anno ha visto sangue versato almeno quattro volte, ma dal 2007 si sono verificati circa 10 volte. Ma c’è anche oggi negli Stati Uniti l’”epidemia degli oppiacei”, perché molti muoiono per overdose indotta o accidentale. Nel 2017 più di 70mila nordamericani sono morti e non sembra esserci soluzione a breve termine, dato che il paese perde la guerra contro le dipendenze, conseguenza della politica fallimentare contro la droga. Dal 1979, il numero di morti per droga è raddoppiato ogni otto anni, secondo il rapporto della rivista Science recensito dal Los Angeles Times, che rivelava i seguenti dati sulle overdose dello scorso anno: “Analgesici da prescrizione, eroina e fentanyl sintetico hanno ucciso più di 29000 persone. Cocaina, metanfetamina e altre droghe simili hanno un bilancio delle vittime che raggiungeva 72306 persone”. Queste “morti per disperazione”, come le chiama la rivista Science, sono anche legate ad indigenza, accattonaggio e frattura dei legami sociali diagnosticati da Haque, e che sono parametri non usati negli Stati Uniti, ma che ne rendono maggiormente vulnerabile la società. Dmitrij Orlov parla proprio del crollo sociale, perché consiste nella perdita della fede che le istituzioni sociali locali possano curare le persone, per non parlare del governo, data la crisi permanente fiscale. Il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema, Phillip Alston, dichiarò nel 2018 che 40 milioni di statunitensi vivono in povertà, 18,5 milioni in povertà estrema e 5,3 milioni sopravvivono in uno stato che definisce da “Terzo mondo”. Queste cifre sono coerenti col censimento ufficiale, poiché Alston sostiene che i numeri sono inferiori a quelli dettati dalla realtà del Paese. Ma afferma anche che c’è la crescente criminalizzazione della povertà, producendo sempre più una situazione completamente contraria al benessere spacciata dalla propaganda statunitense. Per lo statunitense medio, il sogno americano è un incubo. Che i politici usano per gli interessi di certe élite opulente.

La lotta politica scade
Pur di mantenere un sistema finanziario indebitato e in bancarotta, la classe politica statunitense apporta modifiche corrispondenti in tale stadio neoliberista, in cui gli stati-nazione hanno poco potere sugli interessi aziendali, i cui poteri aumentano con la crisi al massimo grado di ebollizione. L’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti portò alla lotta interna nell’apparato burocratico di Washington e in altri spazi di potere come media, propaganda e altre istituzioni private nel Paese. Poiché Trump rappresenta una parte dell’élite sminuita dalla corsa del globalismo neoliberista e guerrafondaio, i suoi predecessori e altri agenti e operatori che li supportano continuano una guerra a bassa intensità coll’attuale amministrazione in un Paese dal passato politico carico di assassinii e golpe di vario genere (Kennedy 1963, Nixon 1972, Bush 2001) ed obiettivi diversi. Pertanto, le azioni dell’amministrazione Trump sono messe in discussione e alcuni fattori concorrenti cercano di creare un ambiente adatto all’impeachment del presidente degli Stati Uniti, che potrebbe sovvertire gli Stati Uniti con una logica da guerra civile. Le “elezioni di medio termine”, in cui i politici sono votati al Congresso, Senato e governi statali, sono cruciali perché rappresentano ora il picco della lotta per la struttura burocratica che potrebbe o meno sostenere i piani del governo Trump. Secondo la tesi del giornalista e analista politico Thierry Meyssan, l’attuale presidente degli Stati Uniti punta a “reinvestire il capitale transnazionale nell’economia degli Stati Uniti e a far uscire Pentagono e CIA fuori dall’attuale ruolo imperialista in modo che possano tornare alla difesa nazionale”. Perciò, Trump si libera degli accordi commerciali internazionali che predecessori promulgarono e tenta di ricomporre o, nel migliore dei casi, di dissolvere le strutture intergovernative che mantengono l’ordine imperialista degli USA. Clinton, Obama, Bush e altri personaggi che hanno guidato la politica interna ed estera del Paese verso la sovversione totale in cui l’egemonia degli Stati Uniti cercava d’imporsi con la forza e finanziariamente, sono gli elementi visibili della politica profonda che adotta tale approccio imperiale. Hanno usato la burocrazia statunitense per intraprendere piani per l’ineguale globalizzazione e guerre per risorse e piani geopolitici. Tale lotta è un altro allarme del collasso della classe politica, poiché gli interessi che governano gli attori contendenti sono sempre più denunciati mentre l’establishment politico crolla assieme al collasso economico che rappresenta. L’immagine di uno scivolone sul bordo di una buca profonda e oscura potrebbe validamente indicare il punto di svolta in cui si trova la situazione politica nordamericana.

Isolazionismo o globalismo?
Uno dei problemi cruciali quando si parla di politica estera è il confronto di due visioni che si scontrano ora nell’arena pubblica internazionale. Donald Trump, col suo motto America per prima, prende come bandiera il cosiddetto isolazionismo, dato che cil porta a stabilire una politica di reindustrializzazione nazionale e a ridurre le importazioni per dare impulso alle esportazioni, con una recinzione ben definita dei confini degli Stati Uniti. Ed è lo stesso presidente Trump che è riuscito a trarre profitto dal crollo del vecchio consenso tra i due partiti dominanti (repubblicani e democratici) che presumeva gli Stati Uniti il poliziotto per la salvaguardia della “sicurezza globale”. Sotto tale paradigma, la Casa Bianca negozia con la demonizzata Russia di Vladimir Putin alcuni termini come l’annessione sovrana della Crimea alla Federazione Russa, a firmare un accordo (ambiguo, ma privo di umori) con la Corea democratica, iniziare la guerra il commercio con la Cina nel quadro del piano del Pentagono che riconosce il gigante asiatico come suo “principale concorrente”, minimizzare il riordino della NATO minacciandone il bilancio, violare i grandi accordi commerciali internazionali sviluppati dall’amministrazione Obama (come il Trans Pacifico) e accordarsi con alcune potenze del Medio Oriente (Russia, Iran, Turchia) per la fine della guerra transnazionale alla Siria. L’ordine liberal-neoconservatore che aveva negli Stati Uniti il suo massimo egemone, così difeso dai clan Clinton-Bush-Obama, è messo in discussione dall’isolazionismo nazionalista guidato da Trump. Ecco perché a livello internazionale si mostra la prima potenza mondiale dalla caduta del muro di Berlino come un pugile suonato. Nel quadro dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente Trump ha detto che “non è il presidente del mondo”, esprimendo la politica isolazionista contro quella globalista rappresentata dai presidenti prima di lui. La crisi del “consenso” è un riflesso fedele del collasso descritto rapidamente, e che sembra non avere ritegno, partendo dal presupposto che in primo luogo il collasso si sente negli Stati Uniti, per poi espandersi globalmente, dato che l’internazionalizzazione del sistema statunitense basato sul dollaro e la guerra imperitura toccano tutto il pianeta. In questo senso, molti importanti attori geopolitici, come Cina, Russia, Iran, Turchia, India, e persino Venezuela, cominciano a vedere questo collasso e affrontano in diversi modi (specialmente in campo economico-finanziario e politico) l’attuazione delle riforme necessarie al sistema internazionale dopo il crollo.

thanks to: Traduzione di Alessandro Lattanzio

Aurorasito

“Qualcuno ha ingannato Netanyahu sulle armi atomiche dell’Iran”

Qualcuno ha ingannato Netanyahu sulle armi atomiche dell'Iran

Il corrispondente della rete Euronews in Iran ha deciso di guardare oltre le porte dell’edificio che, secondo Israele, è un impianto nucleare segreto.

Il primo ministro del regime israeliano, Benjamin Netanyahu, nel suo discorso tenuto giovedì scorso davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA), ha dichiarato che l’Iran ha un “deposito segreto” in cui è depositato “una quantità enorme di attrezzature e materiali per il programma segreto di armi nucleari “, mentre mostrava alcuni poster con una mappa e una fotografia di un edificio dall’aspetto innocuo, con il nome “Turquzabad”.

I social network sono stati inondati da battute di utenti iraniani su questa località, essendo Turquzabad (che esiste nei pressi della capitale iraniana, Teheran) uno dei nomi che sono menzionati in Persiano, scherzosamente, in una località remota o , senza importanza e sottosviluppato. Molti hanno suggerito che qualcuno avesse giocato un trucco ai servizi segreti israeliani.

Ecco perché il corrispondente di Euronews in Iran ha deciso di guardare oltre le porte della suddetta installazione e vedere cosa c’è veramente dentro.

Il giornalista afferma che l’edificio non ha un sistema di sicurezza avanzato, come dovrebbe essere il caso di ospitare un impianto nucleare segreto, e che ha visto solo poche telecamere.

“Qualcuno deve aver ingannato Netanyahu (…) di recente hanno tagliato l’acqua all’edificio per debiti. Chi crederebbe che la bomba atomica sia prodotta qui?” ha raccontato uno dei residenti nel pressi della fantomatica installazione nucleare

Secondo un’altra persona intervistata sul posto, Israele presenta tali accuse in modo che il mondo smetta di concentrarsi su altre cose. Questo regime sa che le persone sono sottoposte a una grande pressione economica ed è per questo che cerca di distogliere l’attenzione e incoraggiare un cambio di sistema nella Repubblica Islamica, ha aggiunto.

Fonte: Euronews
Notizia del:

PD: Quanti erano a Piazza del Popolo?

PD: Quanti erano a Piazza del Popolo?

pecorarossa.it

Non sono serviti a nulla i “convogli speciali con vagoni a tema con zona relax, karaoke e torneo di carte” annunciati da Repubblica, né i penosi contorcimenti de Il Corriere sui 17.100 metri quadri di Piazza del Popolo, né le foto di manifestazioni di qualche anno fa spacciate come attuali; La manifestazione del PD a Piazza del Popolo (dagli agghiaccianti contenuti politici) è stata un gigantesco flop: neanche 20.000 persone Non ci credete? Date una occhiata a questo video, effettuato mentre la manifestazione era in corso: lo pubblica Repubblica.

thanks to: Francesco Santoianni

l’Antidiplomatico

Un film censurato rivela la campagna segreta di “The Israel Project” su Facebook

“The Israel Project” (Il Progetto Israele), un importante gruppo di pressione con base a Washington, sta conducendo una campagna segreta su Facebook per influenzare gli utenti. Copertina: i palestinesi si esibiscono durante uno spettacolo equestre presso la spiaggia di Gaza City, il 9 marzo. (Immagini di Ashraf Amra / APA)

Ali Abunimah e Asa Winstanley – 13 settembre 2018

Lo rivela “The Lobby – USA”, un documentario realizzato sotto copertura da Al Jazeera , mai stato trasmesso a causa della censura del Qatar, sottoposto a pressioni da parte delle organizzazioni filo-israeliane.

Il video qui sopra, in esclusiva per “The Electronic Intifada”, mostra gli ultimi stralci trapelati dal documentario.

I precedenti filmati pubblicati da “The Electronic Intifada” e “Grayzone Project” avevano già rivelato l’utilizzo di tattiche subdole da parte di gruppi anti-palestinesi, pianificate ed eseguite in collusione con il governo israeliano.

In quest’ultimo filmato, David Hazony, amministratore delegato di “The Israel Project”, viene sentito dire al reporter sotto copertura di Al Jazeera: “Alcune delle cose che facciamo sono completamente segrete. Lavoriamo insieme a molte altre organizzazioni. ”

“Produciamo contenuti che poi pubblicano con il loro nome”, aggiunge Hazony.

Una parte importante dell’operazione è la creazione di una rete di “comunità” di Facebook incentrate sulla storia, sull’ambiente, sulle notizie internazionali e sul femminismo che sembrano non avere alcun collegamento con la causa pro-Israele, ma che sono utilizzate da “The Israel Project” per diffondere messaggi pro- Israele.

“La cosa segreta”

La pagina Facebook di “Cup of Jane” afferma di essere “Sugar, spice and everything nice”. È gestita da “The Israel Project” come parte di una campagna d’influenza “segreta”

In una conversazione presente anche negli estratti video trapelati, Jordan Schachtel, che all’epoca lavorava per The Israel Project, racconta al giornalista sotto copertura di Al Jazeera della logica e dell’estensione dell’operazione segreta su Facebook.

Il reporter in incognito, noto come “Tony”, fingeva di essere uno stagista presso “The Israel Project”.

“Stiamo mettendo insieme molti media pro-Israele attraverso vari canali di social media che non sono i canali propri di “The Israel Project”, afferma Schachtel. “Quindi abbiamo molti progetti collaterali con i quali stiamo cercando di influenzare il dibattito pubblico”.

“Ecco perché è una cosa segreta”, aggiunge Schachtel. “Perché non vogliamo che le persone sappiano che questi progetti collaterali sono associati a “The Israel Project.”

Tony chiede se l’idea nel “trattare tutto ciò che non è israeliano, sia quella di permettere alle cose che riguardano di Israele di “passare” meglio”.

“È solo che ci piace confonderci “, spiega Schachtel.

Una di queste pagine di Facebook, “Cup of Jane”, ha quasi mezzo milione di followers.

La pagina “Informazioni ” di “Cup of Jane” dice che si tratta di “Sugar, spice and everything nice.” (Zucchero, spezie e tutto ciò che è bello).

Non vi è alcuna dichiarazione sul fatto che sia una pagina per promuovere Israele.

La pagina identifica sì “Cup of Jane” come “una comunità lanciata da TIP’s Future Media Project in DC”. Tuttavia, non vi è alcuna menzione diretta ed esplicita di Israele o l’indicazione che “TIP” stia per “The Israel Project”.

“The Electronic Intifada” suppone che anche questo vago riconoscimento di chi c’è dietro la pagina, sia stato aggiunto solo dopo che “The Israel Project” ha appreso dell’esistenza del documentario sotto copertura di Al Jazeera e presumibilmente prevedendo di essere smascherato.

“The Israel Project” ha anche aggiunto sul proprio sito Web che è lui a gestire le pagine di Facebook. Tuttavia, il sito non è collegato alle pagine.

Prima del maggio 2017 non ci sono prove dell’esistenza della pagina nell’archivio Internet – mesi dopo che la cover di “Tony” era saltata.

Secondo Schachtel, “The Israel Project” sta investendo notevoli risorse nella produzione di “Cup of Jane” e in una rete di pagine simili.

“Abbiamo una squadra di 13 persone. Stiamo lavorando su molti video informativi”, dice a Tony nel documentario di Al Jazeera. “Molti di questi sono solo argomenti casuali e solo il 25 percento tratta di Israele e di temi che riguardano gi Ebrei”.

Nel documentario Al Jazeera afferma che ” abbiamo contattato tutti coloro presenti in questo programma. Nessuna delle organizzazioni pro-Israele o persone che lavorano per loro hanno risposto alle nostre accuse “.

Falsi progressi

“Cup of Jane” cerca di costruirsi una progressiva credibilità pubblicando foto e citazioni di icone femministe come Maya Angelou e Ida B. Wells, di cui la pagina ha celebrato il compleanno definendola “pensatrice rivoluzionaria, scrittrice e attivista”.

Ci sono anche post sulla pioniera dell’ecologismo Rachel Carson e su Emma Gonzalez, che insieme ai compagni di classe ha lanciato una campagna nazionale per il controllo delle armi dopo essere sopravvissuta al massacro della scuola superiore a Parkland, in Florida, nel febbraio 2018

Intrecciati nel flusso di notizie dal sapore progressista, ci sono gli attacchi ai movimenti progressisti attuali, come la Dyke March di Chicago, i cui organizzatori hanno subito una campagna diffamatoria da parte di Israele dopo aver chiesto ai provocatori pro-Israele di lasciare la loro marcia nel 2017.

In mezzo a un flusso continuo di post innocui, la pagina Facebook “The Cup of Jane” di “The Israel Project” pubblicizza il militarismo israeliano come carino e femminista.

E un post dell’ottobre 2016, subito dopo il lancio della pagina “Cup of Jane”, ha tentato di ritrarre il militarismo israeliano come carino e fonte di potere per le donne.

“L’Aeronautica israeliana ha dipinto i caccia di rosa in sostegno al “Mese per la Prevenzione del Cancro al Seno”. Non è fantastico? ” afferma il post, accompagnato da una foto di un jet da combattimento israeliano. “Non è aggressivo?  A proposito: le donne avrebbero  bisogno di una forza aerea tutta loro “, continua “Cup of Jane”, aggiungendo una faccina sorridente.

Altre pagine che il documentario censurato di Al Jazeera ha identificato come gestite da “The Israel Project” includono “Soul Mama”, “History Bites”, “We Have Only One Earth” e “This Explains That”.

Alcune di queste pagine hanno centinaia di migliaia di seguaci.

“History Bites” non rivela la sua affiliazione a “The Israel Project”, nemmeno con la vaga formula usata da “Cup of Jane” e dalle altre pagine.

“History Bites” si descrive semplicemente come una pagina che racconta “Il fantastico della Storia in piccoli pezzi facilmente masticabili!”

La pagina ha condiviso un post di “Cup of Jane” che presentava Golda Meir, il primo ministro israeliano che ha attuato politiche razziste e violente contro i Palestinesi e che considerava le donne palestinesi incinte una minaccia esistenziale, come un’eroina femminista.

Un video del 2016 di “This Explains That “ha diffuso false notizie su una presunta protesta di Israele contro l’agenzia culturale dell’UNESCO per aver “cancellato” la venerazione ebraica e cristiana per i luoghi santi di Gerusalemme.

“History Bites” ha ripubblicato il video lo scorso dicembre affermando che “sembra sostenere la dichiarazione del presidente Trump che Gerusalemme è la capitale dello Stato ebraico di Israele”.

Il video ha ricevuto quasi cinque milioni di visualizzazioni.

Un altro video pubblicato da “History Bites” tenta di giustificare l’attacco a sorpresa d’Israele all’Egitto nel 1967, attacco che diede inizio alla guerra in cui Israele occupò la West Bank, la Striscia di Gaza, la penisola del Sinai in Egitto e le alture del Golan in Siria.

Il video descrive l’occupazione militare israeliana di Gerusalemme Est come la “riunificazione” e la “liberazione” della città.

Il marchio tossico di Israele

Il ricorso di “The Israel Project” al proverbiale cucchiaio di zucchero per cercare di far ingoiare più facilmente i messaggi pro-Israele, è un riconoscimento di quanto possa essere difficile vendere uno Stato di apartheid.

Come Ali Abunimah, uno degli autori di questo articolo, afferma nel documentario di Al Jazeera, “Il marchio israeliano è sempre più tossico, quindi non puoi vendere direttamente Israele. Devi avere altre cose trendy da proporre, argomenti innocui, divertenti, e di tanto in tanto farci scivolare in mezzo qualcosa su Israele “.

I tentativi di “The Israel Project” di cooptare la sensibilità progressista al servizio di Israele, anche se le sue stesse politiche sono politiche di una destra estrema, si inseriscono in una più ampia strategia, che cerca di dividere la sinistra e indebolire la solidarietà nei confronti della Palestina.

Diretto da Josh Block, ex funzionario dell’amministrazione Clinton ed ex stratega senior della potente lobby israeliana AIPAC, uno degli obiettivi principali di “The Israel Project” era quello di far naufragare l’accordo nucleare internazionale con l’Iran.

La campagna segreta di Facebook di “The Israel Project” è evidentemente manipolativa, ma è ancora più cinica se si considera che la sua mente è Gary Rosen.

Per anni Rosen ha pubblicato un account Twitter violentemente islamofobico chiamato @ArikSharon – il soprannome del compianto primo ministro israeliano Ariel Sharon, responsabile dell’invasione israeliana del Libano del 1982 e dei massacri nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila nello stesso anno .

Nella trascrizione di una registrazione fatta dal giornalista sotto copertura di Al Jazeera vista da “The Electronic Intifada”, Rosen riconosce che l’operazione @ArikSharon è un “account segreto”.

Rosen fu assunto dalla società di pubblicità globale Saatchi & Saatchi, ma nel novembre 2013 entrò a far parte di “The Israel Project”, dove è responsabile della strategia digitale.

Rosen ha cancellato molti dei tweet più offensivi dal feed Twitter @ArikSharon dopo che nel 2013 uno degli autori di questo articolo lo indicò come la persona che curava l’account.

Ma mentre gestisce le pagine segrete di Facebook tentando di normalizzare il sostegno a Israele tra il pubblico progressista, Rosen continua a utilizzare l’account Twitter di @ArikSharon per diffondere messaggi di destra e filo-israeliani.

Annunci anonimi svelati

Questo non è l’unico sforzo segreto della lobby israeliana nell’usare Facebook per raggiungere i suoi obiettivi.

Un rapporto congiunto di “The Forward” e “ProPublica” rivela che “Israel on Campus Coalition” ha pubblicatp annunci Facebook anonimi che diffamavano Remi Kanazi, un poeta americano palestinese, prima delle sue apparizioni nei campus degli Stati Uniti.

“The Electronic Intifada” è stata la prima a pubblicare le rivelazioni del video di Al Jazeera su come gli sforzi di “ Israel on Campus Coalition” per diffamare e molestare gli attivisti in solidarietà con la Palestina, siano segretamente coordinati dal governo israeliano.

Un portavoce di Facebook ha dichiarato a “The Forward” e “ProPublica” che i post di “Israel on Campus Coalition” indirizzati a Kanazi “violano le nostre politiche sulle false dichiarazioni e sono stati rimossi”.

Nel 2012, “The Electronic Intifada” rivelò un piano del sindacato nazionale studentesco, sostenuto dal governo israeliano, per pagare gli studenti che avessero diffuso su Facebook propaganda filo-israeliana. Tuttavia l’attuale sforzo segreto gestito da “The Israel Project” sembra essere molto più sofisticato.

A partire dalle elezioni presidenziali americane del 2016, Facebook è stato accusato di aver utilizzato la sua piattaforma per una propaganda manipolativa sponsorizzata dalla Russia volta a influenzare la politica e l’opinione pubblica.

Nonostante il clamore, queste accuse sono state grossolanamente esagerate o infondate.

Tuttavia, Facebook ha stretto una partnership con il Consiglio Atlantico nel tentativo apparente di reprimere i “falsi profili” e la “disinformazione”.

Il Consiglio Atlantico è un gruppo di esperti con sede a Washington finanziato dalla NATO, dalle forze armate statunitensi, dai governi brutalmente repressivi dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrain, dai governi dell’Unione Europea, e dal “chi è chi” delle ditte di investimento, delle compagnie petrolifere, dei produttori di armi e di altri profittatori di guerra.

Come risultato apparente di questa partnership, un certo numero di account di social media completamente innocui, con pochi o nessun follower, è stato recentemente eliminato.

Più preoccupante, le pagine gestite da notiziari di sinistra incentrati sui Paesi presi di mira dal governo degli Stati Uniti, come “Venezuela Analysis” e “teleSUR”, sono state sospese, anche se successivamente ripristinate.

Ora, con solide prove della campagna di manipolazione di “The Israel Project”, ben finanziata e di ampio impatto su Facebook, resta da vedere se il gigante dei social media agirà per garantire che gli utenti inconsapevoli siano resi consapevoli che ciò cui sono esposti è la propaganda progettata per sostenere e mascherare lo Stato d’Israele.

In risposta a una richiesta di commento, un portavoce di Facebook ha dichiarato a “The Electronic Intifada” che l’azienda avrebbe esaminato la questione.

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Traduzione: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” Invictapalestina.org

Fonte: https://electronicintifada.net/content/censored-film-reveals-israel-projects-secret-facebook-campaign/25486