‘Bruciateli, sparategli, uccideteli’: gli israeliani esultano a Gerusalemme mentre i palestinesi vengono uccisi a Gaza

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Di Hind Khoudary, Lubna Masarwa, Chloé BenoistMiddle East Eye.

Mentre gli Stati Uniti trasferivano ufficialmente la loro ambasciata a Gerusalemme, le forze israeliane uccidevano decine di manifestanti a Gaza

Lunedì il contrasto tra Gerusalemme e Gaza non poteva essere più stridente, anche se le separano solo 75 chilometri.

Mentre i dirigenti americani ed israeliani inauguravano il trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme – una vittoria di Israele rispetto al rifiuto della comunità internazionale della sua pretesa di avere Gerusalemme come propria capitale – le forze armate israeliane sparavano sui manifestanti a Gaza, con un bilancio di morti che è cresciuto inesorabilmente nel corso della giornata.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha salutato con entusiasmo il trasferimento dell’ambasciata come un momento “storico”.

“Amici, che giorno di gloria, ricordatevi questo giorno”, ha detto il leader israeliano lunedì in un discorso trionfante. “Questa è storia. Signor Trump, riconoscendo la storia, voi avete fatto la storia. Tutti noi siamo profondamente commossi e grati. L’ambasciata della Nazione più potente del mondo, gli Stati Uniti d’America, è stata aperta qui.”

Il genero e principale consigliere di Trump, Jared Kushner, ha tenuto anch’egli un discorso durante la cerimonia, nel corso della quale ha ribadito il sostegno degli USA ad Israele, mettendo a quanto pare da parte le preoccupazioni riguardo alle azioni dell’esercito israeliano a Gaza che avvenivano in concomitanza con il suo discorso.

“Noi stiamo dalla parte di Israele perché entrambi noi crediamo nei diritti umani, nel fatto che la democrazia vada difesa e siamo convinti che questa sia la cosa giusta da fare”, ha detto Kushner.

Nel frattempo, proprio fuori dalla nuova ambasciata, i manifestanti palestinesi a Gerusalemme venivano brutalmente repressi dalle forze israeliane.

MEE è stato testimone di decine di palestinesi disarmati picchiati ed arrestati dalle forze di sicurezza israeliane fuori dalla ambasciata, suscitando gli applausi dei manifestanti israeliani venuti ad appoggiare l’apertura dell’ambasciata.

“Bruciateli”, “sparategli”, “uccideteli”, scandivano gli israeliani.

Intanto l’ex portavoce dell’esercito israeliano Peter Lerner si è lamentato sui social media, sottintendendo che le morti di palestinesi a Gaza erano un tentativo di rovinare la festa a Israele.

Ma a Gaza i palestinesi hanno manifestato la propria profonda rabbia e incredulità per i festeggiamenti che si tenevano a Gerusalemme mentre a centinaia venivano indiscriminatamente colpiti dalle forze israeliane.

Alle 19,30 ora locale erano stati uccisi dalle forze israeliane 52 palestinesi e feriti 2.410, l’epilogo sanguinoso delle 6 settimane della “Grande Marcia per il Ritorno” a Gaza, che era già costata 49 vite prima di lunedì.

Dal 30 marzo durante le manifestazioni a Gaza sono stati uccisi in totale 101 palestinesi.

Lo scenario a Gaza nella zona vicina alla barriera di separazione tra la piccola enclave palestinese ed Israele è stato di caos e sangue fin dal mattino, con numerosi dimostranti colpiti alla testa, al collo o al petto.

Molti corpi sono rimasti bloccati nei pressi della barriera, poiché il fuoco dell’esercito era troppo intenso perché le ambulanze potessero raggiungerli.

“Moltissimi palestinesi sono morti oggi in nome della protesta pacifica dei palestinesi e noi non rinunceremo a lottare per il sangue che hanno versato”, ha detto a Middle East Eye il cinquantaduenne Wadee Masri. “Sono venuto qui per partecipare alla marcia, per dimostrare che sono una persona che ha diritto a ritornare nella sua terra.

Gli odierni festeggiamenti a Gerusalemme mi rattristano per ciò che gli USA hanno fatto contro i palestinesi”, ha aggiunto. “Non c’è pace senza Gerusalemme. Noi vivremo e moriremo lottando per Gerusalemme.”

Associazioni internazionali hanno descritto la situazione a Gaza come un “bagno di sangue”.

Human Rights Watch ha dichiarato: “La politica delle autorità israeliane di aprire il fuoco contro i manifestanti palestinesi a Gaza, imprigionati da dieci anni e sotto occupazione da mezzo secolo, prescindendo dal fatto che vi sia una minaccia immediata alla vita, ha condotto ad un bagno di sangue che chiunque avrebbe potuto prevedere.”

Jamal Zahalka [deputato del parlamento israeliano del partito arabo israeliano di sinistra Balad, ndt.], un leader politico dei palestinesi cittadini di Israele, ha detto a MEE che Israele e gli USA sono i responsabili della violenza a Gaza.

“È una violazione del diritto internazionale. Trump e gli USA sono responsabili di tutto il sangue che è stato versato a partire dalla decisione degli Stati Uniti”, ha detto Zahalka.

“Quelli che oggi stanno festeggiando (l’inaugurazione dell’ambasciata USA) hanno le mani sporche di sangue.”

Ma nonostante il trauma della giornata più sanguinosa a Gaza dalla guerra del 2014, Samira Mohsen, una manifestante ventisettenne della zona est di Gaza, nonostante il pesante bilancio delle manifestazioni della giornata continua ad avere un atteggiamento di sfida.

“Un giorno festeggeremo a Gerusalemme, pregheremo là, nessuno ce lo impedirà”, ha detto a MEE. “Il mio sogno è di vedere Gerusalemme. Gerusalemme è la capitale della Palestina e Trump e gli USA non possono decidere di consegnare la nostra terra ai sionisti.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

thanks to: zeitun.info

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Gerusalemme, a Gaza omicidi autorizzati. La legge internazionale li deve condannare.

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Secondo i dati appena pubblicati dall’Onu, dal 30 marzo sono 104 i palestinesi che sono stati uccisi durante le manifestazioni a ridosso della barriera che circonda e imprigiona la Striscia di Gaza. Di questi, dodici erano minori, bambini. Altri dodici, inclusi due bambini, sono stati uccisi in altre circostanze correlate. L’impressionante numero di feriti si aggira intorno a 12.600, di cui la metà ricoverati in ospedale, tra cui molti mutilati in gravissime condizioni. Tra questi, il numero di persone che ha subito amputazioni (specie di una gamba) o la perdita di un arto, o ferite alla testa o al torace, è ancora imprecisato ma dai bollettini medici emergono dati scioccanti. Gli ospedali di Gaza chiamano la popolazione ad accorrere per donare il sangue.

Sordi a ogni richiamo, a ogni legge di umanità, prima ancora che ad ogni principio fondamentale di diritto internazionale e regole sull’uso della forza, i militari israeliani hanno innalzato il livello di violenza fino a portarlo a livelli inimmaginabili. Solo nella scorsa giornata di lunedì, 15 maggio, 60 persone di cui 8 bambini sono stati uccisi e quasi tremila feriti, oltre la metà colpiti direttamente da proiettili sparati dai cecchini israeliani.

Altri 166 Palestinesi, tra cui quattro minori, sono stati feriti in manifestazioni tenutesi in Cisgiordania in commemorazione della Nakba, esacerbate dalla incommentabile, irresponsabile e illegale decisione di Trump di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme.

Occorre ribadire chiaramente, di fronte a questi omicidi autorizzati ai massimi livelli, che in base al diritto internazionale l’uso della forza armata può essere giustificato solo per proteggere contro una minaccia letale o un grave pericolo imminente. Come invece documentato tra gli altri da Amnesty International – certamente non un’organizzazione che può essere considerata di parte in questo conflitto – “i militari israeliani hanno ucciso e mutilato manifestanti che non ponevano alcun pericolo per loro”.

Nel frattempo a causa del blocco imposto alla Striscia, Gaza è senza benzina, senza elettricità, senza acqua potabile, senza servizi di trattamento dei rifiuti, gli ospedali impossibilitati a lavorare, le scorte di emergenza quasi terminate. Nonostante tutto, il check point di Erez (che collega Gaza a Israele e dunque alla Cisgiordania e da lì alla Giordania e al resto del mondo) è rimasto ermeticamente chiuso. Rafah, il valico per l’Egitto, chiuso da mesi, è stato eccezionalmente aperto per i prossimi giorni e le autorità egiziane hanno permesso a 389 persone di lasciare Gaza per andare a curarsi, incluso (sembra ironico a scriversi) uno (su 12.600!) dei manifestanti feriti.

Osservo la crudeltà che va in scena a Gaza da lontano.

Sono qui all’Aia, in Olanda, da lunedì per partecipare all’annuale “Icc-Ngo roundtable” la tavola rotonda organizzata dalla Coalizione per la Corte penale internazionale che per una intera settimana mette a confronto e in dialogo le varie organizzazioni per i diritti umani con i funzionari della Corte penale internazionale, con la procuratrice in primis.

Quest’anno, ci sono circa 120 partecipanti tra gli esponenti delle Ong, internazionali e locali, dall’Uganda all’Afghanistan, da Amnesty International a Human Rights Watch. Io sono qui per conto del centro con cui collaboro a Berlino, Ecchr. Una piccola assemblea generale, variegata e colorata, informale ma molto composta e strutturata. Il nuovo edificio che ospita la Corte è davvero bello e imponente, comunica autorevolezza e serietà senza (troppo) intimidire.

Gaza è lontana, fisicamente migliaia di chilometri lontana, ma allo stesso tempo vicinissima. È inevitabile parlarne. L’attuale crisi non era tra le priorità all’ordine del giorno, fissato diverso tempo fa, ma non fa che riemergere. Riemerge negli interventi di organizzazioni come Amnesty International, nelle risposte della Procuratrice, nei discorsi a latere dei vari partecipanti. Le organizzazioni palestinesi purtroppo sono minimamente rappresentate.

I Gazani non possono muoversi e anche dalla Cisgiordania occupata il viaggio è davvero complicato. Al Haq ha un suo ufficio qui all’Aia e la giovane avvocatessa palestinese che rappresenta la più antica organizzazione per i diritti umani della Palestina è ammirevole per come riesce a gestire tanta pressione.

Il senso di sgomento è comune e condiviso. Lo sdegno enorme. La Corte sa di dovere fare la sua parte. La sensazione che la tanto attesa indagine sui crimini commessi in Palestina si avvicini è forte. Se sarà davvero così lo vedremo nei prossimi mesi. Le inimmaginabili pressioni politiche e i veti incrociati rendono talvolta il (de)corso della giustizia penale internazionale una penosa e lentissima camminata ad ostacoli. Ma siamo in molti ancora a crederci. E, del resto, quale sarebbe l’alternativa? Ancora violenza in risposta alla violenza? Come su piccola scala il diritto penale dovrebbe servire ad evitare la vendetta privata, su larga scala quello internazionale dovrebbe segnare il superamento dei conflitti (armati, dell’uso della forza militare. È un errore madornale continuare a fare sentire i Palestinesi indifesi, abbandonati a se stessi, quasi irrilevanti per gli organismi internazionali. L’attuale situazione non può che generare mostri. E su questo tutti dovremmo sentirci chiamati in causa.

Oggi Gaza si è fermata a piangere i suoi morti ed è stata una giornata relativamente tranquilla; tranquillissima anzi rispetto a quello che ci si attendeva nel giorno della commemorazione della Nakba, con decine di migliaia di manifestanti annunciati. Ma le manifestazioni andranno avanti.

Come mi scrive oggi Raji Sourani, il direttore del Palestinian centre for Human rights, da Gaza: “Siamo dalla parte giusta della Storia. Non abbandoneremo. Dignità e libertà sono troppo preziose per essere compromesse. Siamo le pietre della valle e nessuna forza o potere potrà portarci via da qui. Fino all’ultimo respiro noi resisteremo. Pace e amore da Gaza”.

thanks to: il Fatto Quotidiano

Giurista, studiosa di diritto penale internazionale

Cisgiordania, migliaia di palestinesi manifestano contro trasferimento ambasciata USA a Gerusalemme

Cisgiordania-WAFA. Lunedì 14 maggio, migliaia di palestinesi sono scesi in strada a Ramallah, in Cisgiordania, per protestare contro il trasferimento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme.

I manifestanti si sono radunati in piazza Yasser Arafat, nel centro di Ramallah, prima di dirigersi verso il check-point militare di Qalandia.

Gruppi di scout hanno marciato per le strade battendo i loro tamburi, mentre manifestanti in maglietta nera sventolavano le bandiere della Palestina e tenevano in mano chiavi e cartelli che affermano il diritto al ritorno.

I manifestanti hanno anche rilasciato 70 palloncini neri, a significare il lutto per le terre e i diritti perduti 70 anni fa, quando Israele venne fondato su case e terreni palestinesi usurpati, e hanno bruciato la bandiera americana per protestare contro il trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme.

Le fazioni palestinesi hanno chiesto proteste di massa verso i punti di contatto con le forze israeliane in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza per manifestare contro la mossa dell’ambasciata Usa.

L’inaugurazione ufficiale dell’ambasciata Usa arriva un giorno prima che i palestinesi celebrino il 70° anniversario del Giorno della catastrofe, o Nakba, in cui oltre 750.000 furono costretti a lasciare le loro case per far posto alla creazione di Israele nel 1948.

© Agenzia stampa Infopal

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Comunità ebraiche con la memoria di Netanyahu

di Moni Ovadia

La pantomima delle comunità ebraiche (di Roma e non solo) che non partecipano alla Manifestazione unitaria del 25 aprile, giorno della liberazione dal nazifascismo, si ripete mestamente. Uguale il gesto sdegnato, uguale la delirante motivazione.

E la delirante motivazione è che «nella manifestazione sfilano le bandiere di coloro che settanta anni fa furono alleati dei carnefici nazisti». Quali? Quelle dei risorgenti partiti neonazisti est europei polacchi, ungheresi, ucraini?

No, quelle dei palestinesi, che secondo la pagliaccesca propaganda di Benjamin Netanyahu avrebbero convinto il «mansueto» Führer Adolf Hitler, contro la sua volontà e disponibilità verso gli ebrei, a sterminarne invece sei milioni.

Anche 500.000 Rom e Sinti, tre milioni di slavi, decine di migliaia di disabili (inferiori rispetto alla «razza pura»), di antifascisti, migliaia di omosessuali, testimoni di Geova e di socialmente emarginati, senza dimenticare milioni e milioni di civili sovietici. Ma costoro poco interessano ai dirigenti delle comunità ebraiche. Che accetterebbero volentieri i vessilli di ogni altro popolo oppresso che volesse sfilare nelle manifestazioni del 25 aprile per rivendicare i propri diritti. Ma i palestinesi no! E perché no? Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista del premier israeliano Netanyahu.

Che in alleanza con i peggiori fanatici religiosi intende far sparire i palestinesi in quanto popolo e nazione, per dare legittimità alla grande Israele fondata sul logoro mitologema della «Terra promessa» e poi ridurli in minuscoli bantustan concessi dall’effendi israeliano.

Ho già scritto a questo proposito, proprio sul manifesto in occasione della stessa manifestazione dello scorso anno.

Ma in questo anniversario vorrei aprire una prospettiva altra. Gli organizzatori dell’evento del 25 aprile dovrebbero disinteressarsi delle decisioni della comunità ebraica di Roma o di altre comunità ebraiche. Dichiarino la piena e naturale apertura alla partecipazione del mondo ebraico ma non si facciano condizionare da esso su chi debba partecipare o meno al corteo. Il 25 aprile è soprattutto e più di tutto il giorno degli antifascisti di qualsivoglia orientamento.

Le comunità dell’ebraismo siano le benvenute in quanto tali, ma se non tali e se si comportano da ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica nello stato di Israele, non hanno motivo di sfilare con l’antifascismo.

Un governo antifascista non opprimerebbe mai un altro popolo, non lo deprederebbe delle sue legittime risorse, non ruberebbe il futuro ai suoi figli, non colonizzerebbe le terre assegnategli dalla legalità internazionale come sistematicamente e perversamente fa il governo Netanyahu sorretto dal presidente americano Trump che si appresta all’affronto di spostare a est l’ambasciata Usa a Gerusalemme (occupata a Est).

E se qualcuno pensa che questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, «ebreo antisemita», si legga le dichiarazioni del presidente del Congresso Mondiale Ebraico, Ronald Lauder, ebreo americano aderente al partito repubblicano, pubblicate dal New York Times in questi giorni con questo titolo: Israel’s self inflicted wounds (le ferite autoinflitte di Israele), nel quale cui dopo una premessa fatta di dichiarazioni d’amore legittimo per Israele e captazio benevolentiae, condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi come suicidaria e invisa alla vasta maggioranza di ebrei della diaspora.

Alla faccia degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo.

( Fonte: Ilmanifesto.it )

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GIRO 2018: Le tappe della memoria

In Palestina le prime tre #tappe del Giro dovrebbero transitare sulle macerie dei paesi distrutti dalle forze armate sioniste e sulle tombe della popolazione palestinese sterminata.

La prima tappa non poteva non partire da #Gerusalemme. E’ un percorso a cronometro tecnicamente impegnativo. Da subito, appena presentato il Giro negli studi RAI nel novembre 2017, i sionisti hanno ottenuto l’eliminazione della dicitura “Ovest” dopo “Gerusalemme”. Evidentemente già sapevano quello che sarebbe accaduto dopo pochi giorni, ai primi di dicembre, e cioè la dichiarazione di Trump di riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele senza alcuna distinzione tra Ovest ed Est. Questo riconoscimento contrasta le molteplici Risoluzioni ONU che attribuiscono a Gerusalemme uno status internazionale e che ordinano a Israele il ritiro dai territori occupati nel 1967 (tra cui Gerusalemme est). Il riconoscimento azzera uno dei principi cardine del diritto internazionale, quello che vieta l’acquisizione di territorio con la forza. Bando a sottili disquisizioni giuridiche, da tempo tenute in alcun conto; torniamo al percorso della tappa che tocca luoghi significativi. I corridori dovrebbero transitare vicino a #KfarSha’ul, una cittadina sorta sulle macerie di #DeirYassin. Costretti dalla necessità della gara contro il tempo, essi non potrebbero soffermarsi a rendere omaggio alle centinaia di vecchi, uomini, donne e bambini massacrati il 9/4/1948. In oltre 144 case abitavano 708 persone. La pulizia etnica è stata totale e nessuno è rimasto vivo a Deir Yassin: o uccisi o espulsi. Doverosamente il percorso tocca #Talbiyya, città natale di Edward Said. Si passa poi vicino a via #Jabotinsky, una delle tante vie d’Israele dedicate a questo signore, onorato eroe nazionale benché grande estimatore di Mussolini (sì, Benito, quello delle leggi razziali) nonché fondatore dell’Irgun, organizzazione terroristica ebraica nata nel 1935 da una scissione dell’Haganah e responsabile, con la banda Stern, tra l’altro, dell’attentato all’Hotel King Daviddi Gerusalemme ove nel 1946 furono uccise 91 persone tra cui 17 ebrei. Il crimine più significativo della banda Stern (subito dopo essere stata integrata nell’esercito israeliano) è l’omicidio del conte Bernadotte del settembre 1948: la sua sgradita attività di mediatore ONU prevalse sui suoi immensi meriti nell’attività a favore dei prigionieri nei campi di concentramento nazisti: grazie a Bernadotte si salvarono circa 30.000 persone tra cui migliaia di ebrei (tra 6000 e 10.000). I corridori dovrebbero andare poi verso la porta di #Giaffa, ove sorgeva il quartiere marocchino, distrutto nel 1967, al quarto giorno della guerra cosiddetta “dei sei giorni”, per fare posto al grande slargo avanti al Muro del pianto. Il villaggio di #Lifta non è lontano dal percorso; fu parzialmente distrutto nel Gennaio 1948 e i suoi 2958 abitanti furono uccisi o espulsi. La tappa di Gerusalemme non poteva non toccare lo #YadVashem, l’Ente nazionale per la memoria della Shoah. Nel suo Giardino dei Giusti trova posto anche Gino Bartali, usato dagli organizzatori del Giro e dalla propaganda israeliana come astuto espediente per giustificare la scelta di #Israele come luogo di partenza del #101° #GiroDItalia. Nonostante la massiccia campagna mediatica qualche sospettoso ha notato che l’inserimento di #Bartali tra i #Giusti è stato piuttosto tardivo (2013) e ha insinuato il dubbio che sia stato solo funzionale alla realizzazione dell’attuale Giro. Tanti ebrei antifascisti e antisionisti hanno chiesto di togliere il nome dei loro familiari dallo Yad Vashem per non sentirsi complici dei crimini sionisti commessi anche strumentalizzando il genocidio subito. I corridori, chini sul manubrio, non avrebbero tempo e voglia di pensare a tutto questo.

#PRIMATAPPA: Gerusalemme

1 – Deir yassin

  •   Attaccata il 9 apr. 1948.
  •   N. abitanti nel ’48, 708.
  •   N. case 144, nel 1944.
  •   Pulizia Etnica: totale.
  •   Distruzione villaggio: parziale.
  •   Oggi è la cittadina Kfar Sha’ul.

Testimonianza del massacro:

Dal libro “Vittime” di Benny Morris, pag. 265:


“Avvenne
con l’approvazione dell’ Haganah e in stretta collaborazione con esso … [fornirono] il fuoco di copertura e due squadre delle Palmah con alcuni blindati parteciparono alla battaglia”. “ Intere famiglie crivellate di colpi e frammenti di granate, e sepolti sotto le macerie delle loro case, uomini, donne e bambini falciati mentre fuggivano dalle abitazioni, prigionieri passati per le armi. E dopo la battaglia gruppi di vecchi, donne bambini, trasportati su autocarri scoperti per le vie a Ovest di Gerusalemme in una sorta di “trionfo” nello stile dell’antica Roma”. “Alcuni sono stati brutalmente eliminati dai loro catturatori” “I maschi adulti sono stati portati in città su alcuni camion, fatti sfilare per le strade, riportati al punto di partenza e fucilati con mitragliatrici e fucili mitragliatori. Prima di caricarli sui camion, gli uomini dell’ IZL e della LHI hanno frugato donne, uomini e bambini e prendendo denaro e gioielli. Il trattamento riservato a costoro è stato particolarmente barbaro, con calci, pressioni con le canne dei fucili, sputi e insulti (alcuni abitanti di Givat Shaul hanno partecipato alle sevizie)”.

2 – Musrara è un quartiere dove esiste un museo chiamato Museum of the Seam. La palazzina, edificata nel 1928, appartiene alla famiglia palestinese Baramki, che tutt’oggi vive a Gerusalemme, ma è considerata assente.

3 – Talbya è il quartiere dove nacque Edward Said.

4 – Jabotensky St. Ze’ev Jabotensky fu un sionista che aveva sempre ammirato Benito Mussolini. La strada incrocia il percorso (o forse per un breve tratto lo percorre), quindi è in contrasto con gli ideali di Bartali.

5 – International Christian Embassy, un’associazione di evangelisti tra i più fanatici e fondamentalisti. Il loro sito non lascia alcun dubbio sulle loro aspirazioni. Loro sede è la villetta della famiglia Haqq, il cui nonno, fuggito dal Caucaso ai tempi della repressione dello Zar si era stabilito in Palestina e, successivamente il figlio e il nipote, tutti e due architetti, progettarono e costruito la villetta. Il figlio Hani, oggi vive come profugo ad Amman in Giordania.

6 – Il Quartiere Marocchino è stato distrutto il 10.6.1967, quattro giorni dopo l’inizio della guerra, per far spazio alla piazza del muro del pianto.

7 – Lifta è un emblema della Pulizia Etnica Vivente in quanto la maggior parte dei suoi abitanti sono tutt’ora residenti a Gerusalemme, vedono le loro case ma sono “assenti” in quanto alla loro proprietà.

  •   Attaccata il 1 gennaio 1948.
  •   N. abitanti nel ’48: 2.958.
  •   N. case nel 1931: 410
  •   Pulizia Etnica: totale.
  •   Distruzione del villaggio: parziale.
  •   Oggi è abbandonata.

#SECONDATAPPA: Haifa – Tel Aviv

I corridori, le ammiraglie e le moto dovrebbero passare sulle macerie di 18 villaggi e paesi distrutti. Subito dopo Haifa i corridori dovrebbero transitare da #AlManshiyyah per un doveroso omaggio a Ghassan Kanafani, qui nato l’8/4/1936. Poi, giunti ad #AlBirwa, dovrebbero ricordare Mahmud Darwish, qui nato il 13/3/1941. Nessuna targa ricorda la nascita di questi due grandi scrittori e poeti anche perché non c’è più alcuna casa palestinese su cui affiggerla. Al posto dei due villaggi ci sono, infatti, i quartieri di Shomrot e Bustan Ha Galil e i kibbutz Yas’ur e Ahihud. Sulle macerie di tutti gli altri villaggi attraversati ci sono o colonie o distese di boschi e campi. Così sino a #ShekhMuannas, #Jarisha e #Salama, oggi quartieri di Tel Aviv. Le case demolite lungo il percorso della seconda tappa tra marzo e luglio 1948 sono state più di 5.341. La popolazione palestinese uccisa o espulsa ammonta a oltre 29.354 persone. Nessuna possibilità per costoro, per i loro figli e per i loro nipoti di assieparsi sul bordo della strada per applaudire i corridori. I palestinesi sopravvissuti alla Nakba potrebbero avere l’occasione di vedere i luoghi della loro infanzia in televisione da Amman, da Beirut, dai campi profughi e dai luoghi nel mondo della diaspora.


#TERZATAPPA: da Be’er Sheva a Eilat

Attraverserebbe il deserto del Negev. Gaza resta lontana, non si vede e, comunque, i suoi 2 milioni di abitanti non potrebbero uscire dalla loro prigione per andare a guardare la corsa. #BeerSheva è stata occupata il 18 Ottobre 1948 ma non è noto quanti abitanti siano stati uccisi o espulsi. Nel #Negev vi sono 45 villaggi “fantasma”, cioè villaggi di cui Israele non riconosce l’esistenza. Pende su di loro un progetto di distruzione (piano Prawer) ma la resistenza lo sta impedendo (famoso il caso del villaggio di #AlArakib demolito e ricostruito 111 volte). Anche l’Alta Corte di giustizia di Israele ha sentenziato contro i beduini del Negev, sostenendo che devono lasciare il posto ad “ebrei etnicamente puri”. I corridori transiterebbero vicino a due dei villaggi e potrebbero fare una breve sosta per bere del tè, che sarebbe sicuramente loro offerto, e per solidarizzare con i nomadi palestinesi. Nella zona di #Asluj oggi c’è un grande parco dedicato a Golda Meir. Questa signora, considerata una madre della Patria, è famosa anche per alcune sue celebri frasi; vale la pena ricordarne due: “Arabi, non potremo mai perdonarvi per averci costretto ad uccidere i vostri figli” e soprattutto “Non esiste una cosa come il popolo palestinese. Non è come se noi siamo venuti e abbiamo preso il loro posto. Essi non esistono”. #Eilat si chiamava #UmRashrash ed era luogo di sosta per i pellegrini diretti alla Mecca.

1 – Be’er Sheva Caduta il 18 ottobre 1948. Nel 1945 contava 5.500 abitanti . Tre giorni dopo l’occupazione, l’esercito israeliano controllava la città e tutto il Negev.
2 – Tel Be’er Sheva (in arabo: Collina di Be’er Sabe’). A 5 km da Be’er Sheva, sito archeologico dove giacciono numerose stratificazioni di resti umani, la più antica delle quali ha 7.000 anni. Residenza di diverse civiltà attraversate da eventi bellici e naturali, è stato distrutto, abbandonato e ricostruito più volte fino agli inizi del 1900, quando gli Ottomani vi costruirono, nelle vicinanze, una stazione di polizia, una moschea nel 1905, e una ferrovia che, attraverso la linea Hijaz, raggiunge l’ Arabia Saudita.
3 – Farahin Accampamento di nomadi palestinesi
4 – Asluj Occupata l’11 giugno ’48, liberata dalle forze egiziane e rioccupata da Israele il 25 dicembre ‘48. La maggior parte del suo territorio ora è coperto dal parco dedicato a Golda Meir.
5 – Abdah Accampamento di nomadi palestinesi
6 – Um Rashrash Oggi la città di Elat. Nel ’48 vi erano solo alcuni edifici stagionali di servizio ed una postazione per i pellegrini diretti alla Mecca. Nel ’48 non vi furono scontri.


INFINE:

Questo Giro non solo coincide con il 70° anniversario della nascita dello Stato ebraico ma è anche il #101° Giro. Questo numero piace ai sionisti perchè evoca in loro l’Unità 101. Questa squadra terroristica, creata nel 1953, fu formata da una cinquantina di incursori al comando di un giovanissimo ma promettente Ariel Sharon, allora maggiore, (sì, lui, quello di Sabra e Chatila). L’Unità 101 deve la sua fama in Israele soprattutto per la strage nel villaggio di Qibiya nell’Ottobre 1953. Furono uccise 69 persone, per due terzi donne e bambini; furono minati 45 edifici, incluse scuole e moschea, e furono fatti esplodere con dentro le persone.


Milano / Presidio alla Rai di Milano del 29 novembre 2017 

Il video ANSA QUI



E’ possibile stampare i pannelli delle 3 tappe:


Scaricate da qui:

a cura di Dirar Tafeche

Sorgente: GIRO 2018: Le tappe della memoria – Parallelo Palestina

A proposito di Gerusalemme capitale

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Di Agostino Spataro. La comunità internazionale ha respinto l’improvvida decisione del presidente USA, Donald Trump, di avallare la scelta adottata dai governanti israeliani, unilateralmente e in difformità delle deliberazioni dell’Onu, di proclamare Gerusalemme capitale dello stato d’Israele.

Tale scelta viene giudicata preoccupante, inopportuna sul terreno politico e della sicurezza per le conseguenze gravissime che può determinare (che sta già determinando) fra i popoli palestinese e israeliano e gli altri della regione e, soprattutto, perché  lede lo spirito e la lettera delle diverse risoluzioni dell’ONU a riguardo, introducendo un ulteriore elemento di destabilizzazione nella martoriata regione mediorientale e mediterranea.

Bene, dunque, hanno fatto i governi europei e, fra questi anche il governo italiano e il Vaticano, a manifestare contrarietà verso tale decisione e a ribadire il rispetto per i diritti nazionali del popolo palestinese e quelli delle altre due religioni (cristiana e islamica) che considerano “luogo santo” la città di Gerusalemme.

I sottostanti materiali (estratti da una pubblicazione ufficiale delle Nazioni Unite) evidenziano, con estrema chiarezza, lo status di “corpo separato”, sotto regime internazionale speciale, della città che non può essere alterato da alcuna decisione unilaterale e al di fuori dell’ambito ONU.

Tale assunto è sempre in vigore non essendo stato mai revocato dalle Nazioni Unite.

Purtroppo, non è questa la prima volta che vengono aggirate, violate le risoluzioni in materia.

In primo luogo da Israele  che, paradossalmente- come si potrà rilevare dalla sottostante lista- può vantare un doppio primato: quello di essere il primo Stato al mondo creato dalle Nazioni Unite ed il primo nella graduatoria degli Stati che più disattendono le decisioni dell’ONU.

Come dire: il figlio che non rispetta le decisioni della madre (Onu) che lo ha generato!

Non è superfluo ricordare che l’Onu, nonostante l’indebolimento provocato dall’unilateralismo israeliano e statunitense, praticato da vari presidenti Usa (da Reagan in poi), resta l’unica fonte, universalmente riconosciuta, della legalità internazionale.

Qualsiasi governo è tenuto a osservare le sue decisioni e raccomandazioni.

Chi non le osserva si mette fuori della legalità internazionale.

A maggior ragione dovrebbe osservarle Israele, uno Stato che è figlio diretto di una decisione dell’Onu. Ma, così non è stato e non è. Soprattutto nella gestione dei suoi difficili rapporti con i popoli e gli Stati vicini (Palestinesi, Siria, Libano, Giordania).

Per chi desidera documentarsi sulle principali violazioni israeliane in materia può consultare la vasta documentazione prodotta dalle Nazioni Unite e da altri organismi internazionali.

Per agevolarne l’approccio, segnaliamo i passaggi più significativi di un documento elaborato e diffuso dall’Onu (“Le statut de Jérusalem”, New York, 1997) che ricostruisce (fino all’anno della pubblicazione) l’exursus storico e politico della questione di Gerusalemme:

Pag. 1: Un regime internazionale speciale per Gerusalemme

“L’Onu, che tende a dare una soluzione permanente al conflitto (arabo-israeliano n.d.r.), adotta nel 1947 un piano di spartizione della Palestina che prevede la divisione della Palestina in uno Stato arabo e uno Stato ebraico e la costituzione della città di Gerusalemme in corpus separatum sotto regime internazionale speciale, amministrata dal consiglio di tutela dell’Onu.” 

Pag. 2: La comunità internazionale considera nulla l’annessione della “Città santa”

“Dopo la guerra del 1967, Israele s’impadronisce di Gerusalemme – est (settore arabo n.d.r.) e dei territori palestinesi e fa sparire la linea di demarcazione fra i settori est e ovest…Israele che ha già annesso Gerusalemme – est, proclama, nel 1980, “Gerusalemme intera e riunificata la capitale d’Israele”…

“Tuttavia, la pretesa israeliana su Gerusalemme non è riconosciuta dalla comunità internazionale che condanna l’acquisizione dei territori mediante la guerra e considera come nullo e non avvenuto ogni cambiamento sul terreno”.

Pag. 9: Gli arabi disposti ad accettare il regime internazionale su Gerusalemme

“La commissione di conciliazione (di cui alla risoluzione n. 194 adottata dall’Assemblea generale dell’Onu l’11 dicembre 1948) fa sapere che le delegazioni arabe erano, nell’insieme, pronte a accettare il principio di un regime internazionale per la regione di Gerusalemme a condizione che l’Onu ne garantisse la stabilità e la permanenza. Israele, dal suo lato, riconoscendo che la Commissione è legata alla risoluzione 914 dell’Assemblea generale, dichiara che non può accettare senza riserve che i Luoghi santi siano posti sotto un regime internazionale o sottomessi a un controllo internazionale.”

Pag. 11: Gerusalemme, corpus separatum

“…l’Assemblea generale (dell’Onu ndr) riafferma le disposizioni del piano di ripartizione secondo il quale Gerusalemme sarà un corpus separatum amministrato dalle Nazioni Unite, l’Assemblea invita il Consiglio di tutela a concludere la messa a punto dello Statuto di Gerusalemme…e chiede agli Stati interessati d’impegnarsi formalmente a conformarsi alle disposizioni della risoluzione…(n. 333)”

Pag. 12: Dayan, occupa Gerusalemme

Il generale Moshe Dayan, vincitore della guerra lampo detta dei “sei giorni” dichiara il 7 giugno 1967: “le forze armate israeliane hanno liberato Gerusalemme. Noi abbiamo riunificato questa città divisa, capitale d’Israele. Siamo rivenuti nella Città santa e non ce ne andremo più”

Pag. 13: le autorità d’occupazione sciolgono il consiglio municipale di Gerusalemme est

Secondo un rapporto di M. Thalmann, (rappresentante personale del segretario generale dell’Onu per Gerusalemme) il 29 giugno 1967 un ordine della difesa militare (israeliana ndr) ha sciolto il Consiglio municipale composto di 12 membri che assicura la gestione di Gerusalemme – est sotto l’amministrazione giordana…Il Consiglio municipale di Gerusalemme – ovest, composto da 21 membri tutti israeliani, assorbe il vecchio consiglio, il personale tecnico arabo del municipio di Gerusalemme – est viene incorporato nei servizi corrispondenti della nuova amministrazione.”

Pag. 15: la Knesset proclama Gerusalemme riunificata capitale d’Israele

Il 29 luglio 1980, malgrado l’opposizione della comunità internazionale, la Knesset (parlamento israeliano ndr) adotta la “Legge fondamentale” su Gerusalemme che proclama Gerusalemme, intera e riunificata, capitale d’Israele, sede della presidenza, della Knesset, del governo e della Corte suprema.”

Pag. 20: nuove colonie ebraiche nelle terre dei palestinesi

“Si apprende che la gran parte dei beni palestinesi di Gerusalemme – est e dei dintorni è stata sottratta dalle autorità israeliane (mediante espropri e confische) in cinque tappe:

Gennaio 1968, circa 400 ettari nel quartiere Sheikh Jarrah dove vengono impiantate le prime colonie ebraiche per un totale di 20.000 persone;

Agosto 1970, circa 1.400 ettari in favore delle colonie di Ramat, Talpiot-est, Gilo e Neve Ya’acov dove vivono attualmente circa 101.000 ebrei;

Marzo 1980, circa 440 ettari destinati all’impianto della colonia di Pisgat Ze’ev destinata ad accogliere 50.000 ebrei;

Aprile 1991, circa 188 ettari per la realizzazione della colonia di Har Homa per un totale di 9.000 appartamenti;

Aprile 1992, circa 200 ettari sono destinati alla creazione della nuova colonia di Ramat Shu’fat per un totale di 2.100 nuovi appartamenti.

Pag. 27: il Consiglio di sicurezza dell’Onu esige il ritiro d’Israele dai territori occupati

“Nella famosa risoluzione n. 242 del 22 novembre 1967, il Consiglio di sicurezza dell’Onu… sottolinea l’inammissibilità dell’acquisizione di territori mediante la guerra e afferma che il rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite esige il ritiro delle forze armate israeliane dai territori occupati e il rispetto della sovranità, dell’integrità e dell’indipendenza politica di ogni Stato della regione.”

Pag. 28: Israele non applica la Convenzione di Ginevra

“Israele non ha riconosciuto l’applicabilità della Convenzione di Ginevra ai territori occupati dopo il 1967 col pretesto che non esiste alcuna sovranità legittima su questi territori dopo la fine del mandato britannico…”

“Il Consiglio di sicurezza nel 1979 ribadisce che la quarta Convenzione di Ginevra era applicabile ai territori arabi occupati da Israele dopo il 1967, compresa Gerusalemme…La decisione presa da Israele nel 1980 di promulgare una legge per l’annessione ufficiale di Gerusalemme est e che proclama la città unificata come capitale d’Israele è stata fermamente respinta non solo dal Consiglio di sicurezza e dall’Assemblea generale dell’Onu, ma anche da diverse organizzazioni.

Pag. 30: l’Europa riconosce il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione

I Paesi europei hanno avanzato proposte che riconoscono il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese; essi hanno sottolineato che non accettano “alcuna iniziativa unilaterale che ha lo scopo di mutare lo statuto di Gerusalemme” e che “ ogni accordo sullo statuto della città dovrà garantire il diritto di libero accesso per tutti ai Luoghi santi

(Dichiarazione di Venezia del 13 giugno 1980 dei vertice dei Capi di stato e di governo della Cee)

Pag. 31: l’OLP, dichiara l’indipendenza della Palestina e riconosce lo stato d’Israele

Nel 1988, dopo la decisione della Giordania di rompere i suoi legami giuridici e amministrativi con la Cisgiordania, il Consiglio nazionale palestinese (Parlamento palestinese in esilio) ha adottato la Dichiarazione d’indipendenza e pubblicato un comunicato politico dove dichiara di accettare la risoluzione n.181 dell’Assemblea generale dell’Onu (sulla divisione del territorio ndr) e la risoluzione n. 242 (del 1967) del Consiglio di sicurezza e proclama “la nascita dello Stato di Palestina sulla terra palestinese, con capitale Gerusalemme”

Pag. 33: il consiglio di sicurezza chiede a Israele di smantellare le colonie

“La risoluzione n. 465 del 1 marzo 1980 contiene la dichiarazione più dura che il Consiglio disicurezza ha adottato sulla questione delle colonie di popolamento. In questa dichiarazione, il Consiglio deplora vivamente il fatto che Israele ha rigettato le sue risoluzioni precedenti e rifiutato di cooperare con la Commissione ( Onu)…

Il Consiglio qualifica la politica e le pratiche volte a impiantare nuove colonie di popolamento una “violazione flagrante” della quarta Convenzione di Ginevra e dice che sono “un grave ostacolo” all’instaurazione della pace in Medio Oriente; chiede al governo e al popolo israeliani di revocare le misure prese, di smantellare le colonie esistenti e di cessare subito ogni attività di colonizzazione. Chiede anche a tutti gli Stati di non fornire a Israele alcuna assistenza che sarà utilizzata specificamente per le colonie di popolamento dei territori occupati”.

 

thanks to: Agenzia stampa Infopal

Gli ebrei odiano Israele

2017-06-24-01-29-44

Nel cuore di Gerusalemme esistono ebrei che non riconoscono lo stato di Israele, che si rifiutano di servire nell’esercito e che considerano il sionismo una ideologia perversa, supportano attivamente la causa palestinese e si rifiutano di pregare al Muro del Pianto. Sono i Neturei Karta, letteralmente “I Difensori della Città”. Raramente capita di vederli al di fuori della loro roccaforte: il quartiere ebraico ultra-ortodosso di Mea Shearim. Ufficialmente a nessuno è impedito l’ingresso, ma più mi addentro nel quartiere più i volti si fanno sospettosi, gli sguardi sempre più ostili, qualcuno mi urla qualcosa in Yiddish (gli ebrei anti-sionisti si rifiutano di parlare in Ebraico, lingua che utlizzano soltanto per pregare). I Neturei Karta rappresentano soltanto una piccola percentuale all’interno della galassia ultra-ortodossa presente in Israele, ma senz’altro sono tra quelli che negli ultimi anni hanno ottenuto maggiore visibilità. Molti di loro collaborano e hanno contatti diretti con esponenti di Hamas e Hezbollah oltre che aver supportato alcune delle teorie negazioniste dell’ex-presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. A Mea Shearim i soldati dell’esercito israeliano sono il nemico numero uno. Sono palestinesi infatti le uniche bandiere che sventolano appese ai balconi, sulle porte delle case fatiscenti la scritta in inglese “Jews are not Zionists”. All’interno della variegata società israeliana la comunità ultra-ortodossa inizia a rappresentare un serio problema per lo stato. Essi infatti non svolgono nessuna attività lavorativa e occupano le loro giornate studiando testi religiosi ma ricevono comunque sussidi da uno stato che non riconoscono. Oltre a questo evidente paradosso, che ha scatento contro di loro le ire degli strati più laici della popolazione, il numero degli haredi sta aumentando esponenzialmente. Secondo un recente studio, condotto dal centro israeliano di statistica, la media di figli per donna all’interno della comunità ultra-ortodossa ha raggiunto quota 7.5. IMG_20170624_092855_673 A Mea Shearim gli Haredi non possiedono computer né televisioni, non conoscono nulla di ciò che accade nel mondo. Quello che sanno lo apprendono tramite i pashkevilim, i grandi manifesti informativi che tappezzano i muri del quartiere. Alcuni di questi, firmati proprio dal movimento Neturei Karta invitano i giovani Haredi a “colpire” (senza specificare come) le donne soldato. Rav Meir Hirsch, il loro leader ci accoglie in casa con un sorriso nascosto dalla folta barba bianca. Porta un lungo abito nero, un cappello nero e una spilla con la bandiera palestinese appuntata sul petto. Rabbino Hirsch, chi sono i Neturei Karta? Il Movimento Neturei Karta è nato ufficialmente nel 1935 ma in realtà l’ideologia antisionista è iniziata già nel 1917 quanto fu siglata la dichiarazione di Balfour. Gli ebrei ortodossi di Gerusalemme si opposero strenuamente alla dichiarazione di Balfour perchè la creazione di uno stato ebraico avrebbe messo in pericolo l’ebraismo ortodosso (e la venuta del messia ndr). Nel 1935, mio nonno Aharon Katzenellenbogen fondò il movimento Neturei Karta. Neturei Karta è una parola in aramaico, significa “difensori della città”. Difendere la città dal sionismo dilagante. Per fare questo non usiamo armi. La nostra è una difesa ideologica. Con quali modalità portate avanti questa lotta? Lo facciamo tramite eventi pubblici, conferenze, manifestazioni, e incontri insieme a diversi leader politici nel mondo. Vogliamo che a tutti risulti chiaro ed evidente che il sionismo e l’ebraismo sono due idee opposte e contrarie. Qual’è la differenza fondamentale tra voi e gli altri ebrei haredi? In generale tutti gli Haredi sono contrari al sionismo, ma i Neturei Karta pensano che sia indispensabile agire attivamente contro questo male. Questa è la vera grande differenza. Alcuni Haredim però hanno creato un partito (lo SHAS ndr.) per dare una rappresentanza politica a queste idee. Cosa pensa di questa iniziativa? Siccome Israele ormai esiste, alcuni Haredim pensano che sia giusto combatterlo dall’interno. Noi siamo totalmente contro ogni forma di collaborazione politica col governo sionista. Non prendiamo soldi e non partecipiamo alle elezioni del parlamento. Non parliamo nella loro lingua, non serviamo sotto il loro esercito. Da parte nostra non facciamo nulla che possa legittimare l’esistenza di uno stato sionista. Quindi voi non prendete soldi dal governo come invece fanno altri haredi? Assolutamente no! non prendiamo nulla. E allora come fate a sopravvivere? Se non lavorate, con quali attività riuscite a mantenervi? Mandiamo persone a raccogliere fondi nei paesi stranieri. Esistono diverse personalità molto ricche all’estero che ci appoggiano. In questo modo riusciamo a sopravvivere. 2017-06-24-01-28-00 Quali sono i fondamenti teologici del vostro pensiero? È scritto nel Talmud in Ketubot nel foglio 111: Dio fece giurare al popolo ebraico che durante la diaspora non avrebbero sovvertito l’ordine delle nazioni del mondo. In alcun modo avrebbero creato un nuovo stato. La vera Israele verrà ricostituita soltanto quando arriverà il Messia. Non si può in nessun modo accelerare la sua venuta. Per questo noi siamo contrari al sionismo, è la Torah stessa ad essere contraria. Il sionismo non viene per unire, ma per strappare il popolo ebraico dalle sue radici profonde e trasformarlo in un nuovo popolo diverso da quello originale. Un nuovo popolo che non ha nulla a che fare con le sue radici religiose. Voi siete acerrimi nemici dell’esercito e contrastate in maniera molto forte la leva obbligatoria. Il governo però ha varato nuove leggi che agevolano l’ingresso degli ultra-ortodossi nelle forze armate. Molti giovani haredi iniziano ad arruolarsi… Per quanto riguarda l’arruolamento recente di alcuni haredi posso dirti che per noi chiunque si arruola diventa automaticamente un laico. Ti posso assicurare che non vi è alcun Haredi nell’esercito. Non sono Haredi, nemmeno se pregano e digiunano. Anche se porta i Peyot e gli TziTzit (i boccoli laterali e l’abito con le frange, tipici degli ebrei più ortodossi, ndr.), questo non fa di lui un ebreo credente. Quali sono i vostri rapporti con i movimenti palestinesi? Oggi sembra che tra Fatah e Hamas si sia ormai arrivati allo scontro aperto, voi da che parte vi schierate? Noi non siamo un ente politico ma un’entità ideologica. Per questo siamo in contatto sia con Hamas che con Fatah, non giudichiamo le loro questioni interne, ci interessa la lotta comune che portiamo avanti contro Israele seppur con diverse modalità. Noi supportiamo attivamente la battaglia dei palestinesi per la liberazione di questa terra. Noi stessi ci sentiamo a tutti gli effetti palestinesi. Riteniamo che il sionismo non abbia alcun diritto di governare su questa terra. L’idea di due stati per noi non ha nessun senso. Deve esserci una sola Palestina per entrambi i popoli. Voi ritenete che la Shoah sia stata architettata dai sionisti? Oggi se provate ad andare allo Yad Vashem vi raccontano che sionisti hanno salvato il popolo ebraico. Mentre invece hanno collaborato per sterminare parte del loro stesso popolo. Il leader dei sionisti ungheresi quando iniziò l’Olocausto disse: “Solo con il sangue potremo avere un nostro stato. Quanti più ebrei verranno uccisi nella Shoah, tanto più sarà facile ottenere uno stato”. E poi aggiunse “una vacca sul suolo israeliano per noi vale più di 1000 ebrei in Ungheria”. Queste sono accuse molto forti. Molto simili a quelle espresse dall’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Che cosa risponde a chi vi accusa di negazionismo? Bisogna innanzitutto dire una cosa: gli iraniani non hanno mai negato che la Shoah sia avvenuta. Noi anni fa organizzammo una conferenza insieme con le autorità iraniane per analizzare l’Olocausto in maniera critica. Sono stati i sionisti a dire che la conferenza aveva il solo scopo di negare l’Olocausto. Questa è l’unica vera arma che i sionisti possono usare contro gli iraniani per metterli in cattiva luce agli occhi del mondo: accusarli di negazionismo. La cosa che fa sorridere è che in Iran oggi abitano più di 30.000 ebrei che hanno un uguaglianza completa nei diritti. Anche più dei musulmani! Ha subito qualche pressione o minaccia da parte dello stato a causa di queste sue idee estreme? Sempre! Sono anni che vengo sorvegliato e minacciato. Dopotutto, io e gli altri Neturei Karta siamo in guerra contro lo stato Sionista. Passando all’attualità. Qual’è l’idea che vi siete fatti della situazione oggi in medio oriente anche rispetto alla Guerra in Siria e al terrorismo? Sono stati i sionisti a creare il problema dell’odio anti-ebraico nel mondo musulmano. La verità è sono loro il primo gruppo terrorista del medio oriente. Chi conosce un po’ di storia sa che coloro che per primi hanno sviluppato l’idea del terrore sono stati proprio i sionisti. Durante il mandato britannico hanno messo delle bombe al King David Hotel e compiuto numerosi attentati. E poi parlano degli arabi come fossero terroristi! Loro sono stati i maestri del terrorismo! Hanno insegnato al mondo come si fa il terrorismo! Come quando nel 1948 hanno preso i bambini palestinesi di Deir Yassin e li hanno trucidati nei modi più orrendi. Ma la situazione oggi è ben diversa dall’epoca del mandato… Assolutamente no! Oggi la cosa si è solo istituzionalizzata anche grazie al supporto degli Stati Uniti che forniscono ai sionisti le armi più sviluppate e micidiali per continuare a fare terrorismo in tutto il mondo ma in modo diplomatico. Allora sono tutti terroristi, sia i sionisti che i palestinesi che accoltellano civili e militari qui a Gerusalemme… Noi condanniamo sempre gli atti di violenza, ma riteniamo che i palestinesi non siano “terroristi”, per noi sono combattenti per la libertà. 2017-06-24-01-45-16 Cosa pensa invece della situazione dei cristiani perseguitati in medio oriente? Crede che anche dietro questo odio ci sia una macchinazione sionista? Non ho nessun dubbio che si tratti di una invenzione sionista e americana. Per raggiungere i loro obiettivi gli israeliani vogliono mettere gli uni contro gli altri. Vogliono creare una Guerra di religione che non esiste. Ma nel Corano esistono passaggi in cui è evidente l’odio verso I cristiani e verso gli ebrei… Questo non è vero! Ho letto il Corano e non esiste nessun versetto in cui si dice questo. Non c’è scritto nulla contro ebrei e cristiani. È previsto che paghino una tassa in quanto “popoli del Libro” ma non c’è scritto da nessuna parte che tutti devono convertirsi all’Islam. Riesce a prevedere una fine al conflitto tra Israele e Palestina? Secondo lei in quale modo avverrà questo? Io l’ho anche scritto al segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon. Per prima cosa l’ONU deve inviare qui un contingente internazionale che protegga I diritti del popolo palestinese contro l’occupazione sionista. Ma se si vuole essere razionali non bisogna coprirsi gli occhi e dire che va tuto bene. Bisogna a tutti I costi eliminare il governo sionista e riconsegnare la terra ai suoi legittimi proprietari cioè I palestinesi. Questa è la vera soluzione. In che modo pensa che si debba eliminare il governo sionista? Non avete detto di essere contro la violenza? Non serve la violenza! L’ONU deve cancellare la risoluzione con cui ha permesso la creazione dello stato di Israele. È come quando si fa un contratto…se posso fare una firma posso anche cancellarla. Gli ebrei che vivono qui potranno tranquillamente vivere insieme ai palestinesi come prima della creazione dello stato ebraico. Come può pensare che questo sia possibile? Certo che è possibile, il problema è che il mondo non guarda o non vuole vedere quello che avviene in Palestina. Il mondo parla, parla e non agisce. Nessuno fa nulla di concreto per risolvere questo problema. Ultima domanda. Lei non ha mai visto il muro del tempio pur abitando a poche centinaia di metri questo. Quanto desidera andare a pregare nel luogo simbolo del giudaismo? Moltissimo! Ma per via dell’occupazione non posso farlo. Quando qualcuno prega al muro del Tempio dovrebbe provare gratitudine. Io non posso provare questo sentimento, non posso dire grazie a chi ha occupato il mio paese.

thanks to: GLI OCCHI DELLA GUERRA

Ancient photos of Jerusalem

 

Jerusalem Südöstlicher Teil des Tempelplatzes. Links: Aķșā-Moschee, im Vordergrunde: Ķubbet eș Șachra (sogen. Omar-Moschee). 1915 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Südöstlicher Teil des Tempelplatzes. Links: Aķșā-Moschee, im Vordergrunde: Ķubbet eș Șachra (sogen. Omar-Moschee). 1915 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Südlicher und südöstlicher Teil der Altstadt von Nordost. 1915 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Südlicher und südöstlicher Teil der Altstadt von Nordost. 1915 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Westlicher Teil der Altstadt von Nordost. 1915 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Westlicher Teil der Altstadt von Nordost. 1915 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Nordwestlicher Teil des Tempelplatzes. 1915 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Nordwestlicher Teil des Tempelplatzes. 1915 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

 

Jerusalem Aķșā-Moschee: Miḥrâb (Gebetsnische) erbaut von Saladin nach Rückeroberung der Stadt von den Kreuzfahren I, Jahre 1187 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Aķșā-Moschee: Miḥrâb (Gebetsnische) erbaut von Saladin nach Rückeroberung der Stadt von den Kreuzfahren I, Jahre 1187 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Aķșā-Moschee: Mimbar (Predigtkanzel). In Aleppo 1168 angefertigt, von Sultan Saladin für die Aķșā-Moschee gestiftet 1187 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Aķșā-Moschee: Mimbar (Predigtkanzel). In Aleppo 1168 angefertigt, von Sultan Saladin für die Aķșā-Moschee gestiftet 1187 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Inneres der Ķubbet eș Șachra (sog. Omar-Moschee) mit dem heiligen Felsen (17.5 : 13.5 m.). 1910 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939).

Jerusalem Inneres der Ķubbet eș Șachra (sog. Omar-Moschee) mit dem heiligen Felsen (17.5 : 13.5 m.). 1910 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939).

Jerusalem Inneres der Ķubbet eș Șachra (sog. Omar-Moschee) mit dem heiligen Felsen (17,5 : 13,5 m.). 1910 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Inneres der Ķubbet eș Șachra (sog. Omar-Moschee) mit dem heiligen Felsen (17,5 : 13,5 m.). 1910 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Ķubbet eș Șachra (Omar-Moschee): Kuppel 30 m. hoch, 20 m. im Durchmesser - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Ķubbet eș Șachra (Omar-Moschee): Kuppel 30 m. hoch, 20 m. im Durchmesser – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Ķubbet eș Șachra (Omar-Moschee): die Trommel der Kuppel mit den alten Mosaiken. 1910 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Ķubbet eș Șachra (Omar-Moschee): die Trommel der Kuppel mit den alten Mosaiken. 1910 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

 

Da gennaio, quasi 9000 Israeliani hanno invaso il complesso di al-Aqsa

Gerusalemme-Quds Press. Da gennaio di quest’anno, 8.960 Israeliani, per lo più coloni, attivisti e membri di istituzioni del cosiddetto Tempio di Salomone, hanno invaso il complesso di al-Aqsa.

Gli Israeliani che hanno invaso il complesso islamico includono 7.183 coloni, 482 membri dell’intelligence, 241 soldati e poliziotti in uniforme, 1.054 studenti, guide e esperti israeliani di antichità.

Le incursioni israeliane aumentano durante le festività nazionali e religiose ebraiche.
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Sorgente: Da gennaio, quasi 9000 Israeliani hanno invaso il complesso di al-Aqsa | Infopal

Arab Jerusalem

The following remarks were presented by the Institute for Palestine Studies’ General Secretary Walid Khalidi at Georgetown University’s Center for Contemporary Arab Studies’ symposium on “Arab Jerusalem.” Khalidi’s description of Israeli exclusivist ambitions over Jerusalem were remarkably prescient and his words are even timelier today. Below is an abridged version of the presentation and the full remarks may be read here.

. . . Today, the basic concept that seems to inform all discussion on Jerusalem is that of the “unity of Jerusalem.” In principle, the concept sounds worthy of the Golden City and its ecumenical significance to humanity.

On closer scrutiny, however, a different reality emerges. Sixty-six percent of so-called “united Jerusalem” is territory seized by force in 1967. Of that, 5 percent is what had been the Jordanian municipality of Jerusalem and 61 percent is West Bank territory annexed into the Jordanian municipal area. Before 1948, Jewish land ownership in that 66 percent was less than 3 percent. Even the Jewish Quarter of the Old City was Jewish primarily in tenancy; most of the quarter belonged to old Jerusalem families as waqf (Islamic endowments).

As for the remaining 34 percent of “united Jerusalem” that is today’s West Jerusalem, Jewish-owned property there before 1948 did not exceed 20 percent overall; the rest belonged to Christian and Muslim Palestinians and to international Christian bodies. This sector contained the most affluent Palestinian residential quarters as well as most of the Palestinian commercial sector.

This West Jerusalem also included the lands of the occupied or destroyed villages of Dayr Yasin, Lifta, Ayn Karem, Maliha, Romema, Shayka Badr, and Khallat al-Tarha. Most of the Israeli government buildings in this area, including the Knesset, are built on Palestinian land. Thus, the great bulk of “united Jerusalem” is, quite simply, conquered and arbitrarily expropriated land.

In terms of the population in this “united Jerusalem,” some 170,000 Jews now live in settlements established in those parts of Jerusalem seized in 1967, whereas only about 3,000 Jews had lived in those same areas prior to 1948. In contrast, to this day virtually no Palestinians are allowed to live in West Jerusalem, whereas more than 35,000 fled or were expelled from that part of the city during the 1948 fighting and thereafter. This figure includes the inhabitants of the villages just mentioned, which were incorporated in the West Jerusalem city limits after 1948.

Nor are the current municipal borders of Jerusalem the limit of Israel’s ambitions for Jerusalem. Israel has already surrounded East Jerusalem with concentric rings of colonies on West Bank territory outside but contiguous to the municipal borders of the city. The plan, already well advanced, is to integrate these colonies with united municipal Jerusalem in order to create Greater or Metropolitan Jerusalem. Under Likud, this plan will be pressed forward at an even more frenetic pace than under the Labor government. The resultant Metropolitan Jerusalem will cover twice the surface area of present-day municipal “united Jerusalem.” A great advantage and indeed the prime objective of this strategy for Israel is that the more Palestinian territory that is alienated from the West Bank in the name of Metropolitan Jerusalem, the less the physical, political, and psychological space that will be left for the Palestinians there in the West Bank. One can count on Netanyahu to carry this strategy to its very farthest extent. . . .

The area of David’s ancient capital per se constitutes less than 1 percent of today’s so-called united Jerusalem. No religious, historical, economic, or security considerations informs the extended municipal boundaries of East Jerusalem, much less those of Metropolitan Likudist Jerusalem. What does inform them is ruthless gerrymandering in the service of solipsistic nationalism and a spirit of defiance of world opinion. . . .

The proposition of a clash of civilizations, far from being the latest in prognostication, is old hat. Remember Rudyard Kipling with his “East is East and West is West and ne’er the Twain shall meet”? But the proposition itself is not harmless old hat. It is tendentiously deterministic and ominous in its self-fulling potential. Its deepest flaw is that it abolishes human initiative. That is why a viable solution for Jerusalem must steal the thunder of all irredentists – of Crusades and proxy-Crusades, of jihads and counter-jihads.

That is why all those committed to an honorable and peaceful solution must band together to stop in their tracks the forces of fundamentalism – Muslim, Christian, and Jewish – slouching towards their rendezvous in Jerusalem. . . . 

* * * 

For our February Special Focus – Arab Jerusalem, we are highlighting a series of articles from the Journal of Palestine Studies as well as from the Jerusalem Quarterly, the only journal exclusively dedicated to the city’s history, political status, and future. Selected are contributions from, inter alia, Edward Said, Ian S. Lustick, and Rashid Khalidi on Jerusalem’s Arab heritage and fate under Israeli occupation. All photographs are from Before Their Diaspora: A Photographic History of the Palestinians, 1876-1948, by Walid Khalidi.

Journal of Palestine Studies: 

Dividing Jerusalem: British Urban Planning in the Holy City

Nicholas E. Roberts

Journal of Palestine StudiesVol. 42, No. 4 (Summer 2013), pp. 7-26

British administrators employed urban planning broadly in British colonies around the world, and British Mandate Palestine was no exception. This article shows how with a unique purpose and based on the promise of a Jewish homeland in Palestine, British urban planning in Jerusalem was executed with a particular colonial logic that left a lasting impact on the city. Both the discourse and physical implementation of the planning was meant to privilege the colonial power’s Zionist partner over the indigenous Arab community.

Fieldnotes from Jerusalem and Gaza, 2009–2011

Elena N. Hogan

Journal of Palestine StudiesVol. 41, No. 2 (Winter 2012), pp. 99-114

Written by a humanitarian aid worker moving back and forth between the Gaza Strip and East Jerusalem over a two-year period (May 2009– June 2011), the observations in these “fieldnotes” highlight the two areas as opposite sides of the same coin. Israel “withdrew” from Gaza and annexed East Jerusalem, but both are subject to the same degree of domination and control: by overt violence in Gaza, mainly by regulation in East Jerusalem.

Salvage or Plunder? Israel’s “Collection” of Private Palestinian Libraries in West Jerusalem

Gish Amit

Journal of Palestine Studies, Vol. 40, No. 4 (Summer 2011), pp. 6-23

During April–May 1948, almost the entire population of the residential Arab neighborhoods of West Jerusalem fled the fighting, leaving behind fully furnished houses, some with rich libraries. This article is about the “book salvage operation” conducted by the Jewish National and University Library, which added tens of thousands of privately owned Palestinian books to its collections. Based on primary archival documents and interviews, the article describes the beginnings and progress of the operation as well as the changing fortunes of the books themselves at the National Library. The author concludes with an exploration of the operation’s dialectical nature (salvage and plunder), the ambivalence of those involved, and an assessment of the final outcome. 

The Christian Churches of Jerusalem in the Post-Oslo Period

Michael Dumper

Journal of Palestine StudiesVol. 31, No. 2 (Winter 2002), pp. 51-65

This article surveys the main trends in the relations of Jerusalem’s historic churches with Israel and the Palestinians since the 1967 occupation and especially since Oslo. It examines the shift from cooperation with the Israeli state in the early period to a closer identification with the Palestinian nationalist position under the impact of Israeli actions and other factors, including pressures from the laity and an increasingly “Palestinianized” higher clergy, and details the growing cooperation among the churches themselves. The article ends with an examination of the various options for a future church role, especially in the light of the churches’ proposal for a “special statute” for Jerusalem, and concludes that a holy place’s administrative regime under Palestinian sovereignty would be more likely to protect long-term Christian interests.

The Centrality of Jerusalem to an End of Conflict Agreement

Rashid Khalidi

Journal of Palestine StudiesVol. 30, No. 3 (Spring 2001), pp. 82-87

More than any other issue of the Palestinian-Israeli conflict, Jerusalem has deep resonance for all the parties. Certainly, there will be no end to the Palestinian-Israeli conflict, no Arab-Israeli reconciliation, and no normalization of the situation of Israel in the region without a lasting solution for Jerusalem. For a solution to be seen by all parties as satisfying, it must accomplish three things: it must allow Palestinians and Israelis to share the city equitably; it must allow Jerusalem to be the capital of both Palestine and Israel; and it must allow people of all faiths to have free and unimpeded access to Jerusalem.

Yerushalayim and al-Quds: Political Catechism and Political Realities

Ian S. Lustick

Journal of Palestine Studies, Vol. 30, No. 1 (Autumn, 2000), pp. 5-21

Israel’s insistent portrayal of “Yerushalayim” as “united and indivisible” and as encompassing not only all of Arab al-Quds but vast surrounding areas had a crucial political purpose: to block any negotiated settlement with the Palestinians by creating a taboo against even discussing any separation. The campaign was successful in some ways but ultimately failed as a hegemonic project. This failure is reflected in the Barak government’s willingness to reimagine the city’s future. This article examines four misconceptions about Israeli attitudes toward Jerusalem and its status in Israeli law. In so doing, it documents the potential for Israeli flexibility on the issue.

 

The Ownership of the U.S. Embassy Site in Jerusalem

Walid Khalidi

Journal of Palestine StudiesVol. 29, No. 4 (Autumn, 2000), pp. 80-101

One of the most difficult issues of the final status negotiations between Israel and the Palestinians is Jerusalem. The complexity of this issue has been compounded by U.S. actions to move its embassy from Tel Aviv to Jerusalem and by allegations that the prospective site of the embassy is Palestinian refugee property confiscated by Israel since 1948.

The De-Arabization of West Jerusalem 1947-50

Nathan Krystall

Journal of Palestine Studies, Vol. 27, No. 2 (Winter, 1998), pp. 5-22

This article describes the progressive depopulation of the Arab neighborhoods of West Jerusalem following the outbreak of the fighting in late 1947. By the time the State of Israel was proclaimed on 15 May 1948, West Jerusalem already had fallen to Zionist forces. Quoting from eyewitness accounts, the author recounts the widespread looting that followed the Arab evacuation and the settlement of Jewish immigrants and Israeli government officials in the Arab houses. By the end of 1949, all of West Jerusalem’s Arab neighborhoods had been settled by Israelis.

For Arabs Only: Building Restrictions in East Jerusalem

Sarah Kaminker

Journal of Palestine StudiesVol. 26, No. 4 (Summer, 1997), pp. 5-16

Government planning policy denies Palestinians the right to use their land in East Jerusalem. Thirty-three percent of this land has been expropriated and used for building homes for more than 40,000 Jewish families. Planning schemes confine Palestinians to 10 percent of the land area of East Jerusalem. Draconian bureaucratic measures imposed on “Arabs only” aggressively prevent construction on the remaining Palestinian lands in East Jerusalem. The result: a shortage of 21,000 homes for Arab families. Using Har Homa to provide for the Arab “homeless” could be the only political and moral justification for developing the lonely mountain Jabal Abu Ghunaym.

Projecting Jerusalem

Edward W. Said

Journal of Palestine StudiesVol. 25, No. 1 (Autumn, 1995), pp. 5-14

Israel was thus able to project an idea of Jerusalem that contradicted not only its history but its very lived actuality, turning it from a multicultural and multireligious city into an “eternally” unified, principally Jewish city under exclusive Israeli sovereignty.

Israeli Settlement in the Old City of Jerusalem

Michael Dumper

Journal of Palestine Studies, Vol. 21, No. 4 (Summer, 1992), pp. 32-53

Since 1967, Israeli settlement policy in Jerusalem has been directed towards a single overriding goal: the consolidation of Israeli control over Palestinian East Jerusalem in order to prevent any future redivision of the city. In political and functional terms, this has involved declarations of a “united” Jerusalem as the “eternal” capital of the Israeli state, combined with the transfer of government offices and the extension of municipal authority and services to East Jerusalem. Demographically, it has meant strenuous efforts to construct housing and encourage the settlement of Israelis in the Palestinian parts of the city.

From Palestinian to Israeli: Jerusalem 1948-1982

Ibrahim Mattar

Journal of Palestine Studies, Vol. 12, No. 4 (Summer, 1983), pp. 57-63

Since 1948 the city of Jerusalem has undergone a process of “Israelization” accomplished by the uprooting and dispossession of the Palestinian Christian and Muslim population. This displacement of Palestinians from the Holy City was achieved by two methods. First, the use of a terror campaign in 1948 to evict the Palestinians from their homes and villages in what is now called West Jerusalem. The second method utilized a legal process, developed after 1967, by which privately-owned Palestinian land was confiscated for “public purposes.” “Public” refers to the Israeli public, and the “purpose” is the establishment of exclusive Jewish residential fortress colonies being built in East Jerusalem.

Wall Politics: Zionist and Palestinian Strategies in Jerusalem, 1928

Mary Ellen Lundsten

Journal of Palestine Studies, Vol. 8, No. 1 (Autumn, 1978), pp. 3-27

Exactly 50 years ago, late in September 1928, an “incident” occurred at the Western Wall of the Holy Sanctuary in Jerusalem  which set in motion a sequence of violent events that clearly “vibrate,” as Croce put it, in political situations and judgments  today. The Western or “Wailing” Wall controversy, which became a public issue in 1928, triggered the intercommunal violence  that in 1929 claimed 800 casualties and marked the shift of the political process in Palestine into the irreconcilably violent phase  which continues today.

The Fall of Jerusalem, 1967

S. Abdullah Schleifer

Journal of Palestine Studies, Vol. 1, No. 1 (Autumn, 1971), pp. 68-86

Monday morning, June 5, 1967. At 0850 an Aide-de-Camp called the Palace in Amman to report to King Hussein Radio Cairo’s communique that Israel had attacked Egypt. By 0900 the Egyptian General Abdul-Moneim Riad – who had arrived in Amman with a small group of staff officers to take command of the Jordanian front a few days before the war began – had received a coded message in Amman from UAR Field Marshal Amer. The UAR, the message said, had put out of action 75 per cent of the Israeli planes that had attacked the Egyptian airports and the UAR Army, having met the Israeli land attack in Sinai, was going over to a counter-offensive. “Therefore Marshal Amer orders the opening of a new front by the commander of the Jordanian forces and the launching of offensive operations according to the plan drawn up last night.”

Jerusalem Quarterly

Jerusalem: Five Decades of Subjugation and Marginalization

Nazmi Ju’beh

Jerusalem Quarterly 62 (Spring 2015)

Two Letters from Jerusalem: Haunted by Our Breathing

Nadera Shalhoub-Kevorkian, Sarah Ihmoud

Jerusalem Quarterly 59 ( 2014)

Pockets of Lawlessness in the “Oasis of Justice”

Candace Graff

Jerusalem Quarterly 58 (Spring 2014)

The Jerusalem Master Plan: Planning into the Conflict

Francesco Chiodelli

Jerusalem Quarterly 51 (Autumn 2012)

The “Center of Life” Policy: Institutionalizing Statelessness in East Jerusalem

Danielle C. Jeffe

Jerusalem Quarterly 50 (Summer 2012)ris

Edward Said’s Lost Essay on Jerusalem: The Current Status of Jerusalem

Edward Said

Jerusalem Quarterly 45 (Spring 2011)

Talbiyeh Days: At Villa Harun ar-Rashid

George Bisharat

Jerusalem Quarterly 30 (Spring 2007)

Documents and Source Material: 

Israel’s 1967 Annexation of Arab Jerusalem: Walid Khalidi’s Address to the UN General Assembly Special Emergency Session, 14 July 1967

Walid Khalidi

Journal of Palestine StudiesVol. 42, No. 1 (Autumn 2012), pp. 71-82

EU Heads of Mission, Report on East Jerusalem, Jerusalem, 10 February 2012 (excerpts)

Journal of Palestine StudiesVol. 41, No. 3 (Spring 2012), pp. 223-232

B’Tselem, Report on Arrests and Detentions of Palestinian Minors in East Jerusalem, Jerusalem, December 2010 (excerpts)

Journal of Palestine StudiesVol. 40, No. 3 (Spring 2011), pp. 206-208

The Association for Civil Rights in Israel (ACRI), “Unsafe Space: The Israeli Authorities’ Failure to Protect Human Rights amid Settlements in East Jerusalem,” Jerusalem, September 2010 (excerpts)

Journal of Palestine StudiesVol. 40, No. 2 (Winter 2011), pp. 195-202

Ir Amim, Analysis of the Jerusalem Master Plan 2000, Jerusalem, June 2010

Journal of Palestine StudiesVol. 40, No. 1 (Autumn 2010), pp. 193-196

Jerusalem 1967

Journal of Palestine StudiesVol. 37, No. 1 (Autumn 2007), pp. 88-110

Documents Concerning the Status of Jerusalem

Journal of Palestine StudiesVol. 1, No. 1 (Autumn, 1971), pp. 171-194

thanks to: Istitute for Palestine Studies

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