La scoperta di armi chimiche degli Stati Uniti in Siria è la prova che l’Occidente sostiene i terroristi

Alcuni paesi si impegnano, da un lato, verbalmente per il diritto internazionale, ma da un altro armano i terroristi con sostanze vietate, ha affermato Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo.

La scoperta di armi chimiche di produzione statunitense e britannica in Siria è la prova che i paesi occidentali, direttamente o indirettamente sostengono i terroristi. Lo ha affermato Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Affari Esteri della Russia.

“È giunto il tempo in cui, dopo diversi anni di guerra in Siria, è stato portato alla luce ciò che è stato discusso molte volte in tutti i livelli”, ha dichiarato la portavoce nel corso di un programma della radio russa Vesti, e citata da TASS.

“Sì, è così. I paesi occidentali e le potenze regionali hanno fornito direttamente o indirettamente sostanze tossiche vietate ai ribelli,ai terroristi ed estremisti che sono sotto il loro comando nel territorio della Siria”, ha spiegato Zakharova, aggiungendo si sommano ad altre forme di assistenza, comprese le armi, il denaro e il supporto informatico.

Dopo citato anche una serie di fatti e fornito prova confermate da esperti internazionali, la portavoce ha aggiunto che i paesi responsabili per il sostegno al terrorismo “verbalmente sono impegnati a rispettare i principi democratici e del diritto internazionale, ma in realtà forniscono tutto il necessario per gli estremisti affinché sostengono la loro lotta armata nel territorio sovrano della Siria. “

L’ONU come testimone

Zakharova ha sottolineato che le Nazioni Unite hanno ricevuto molti di queste prove, ed sono state testimone di alcune delle discussionisu questo argomento.

“Alcuni di questi dati sono stati comunicati alle Nazioni Unite, e sono stati discussi nel corso di negoziati bilaterali, per esempio, tra gli Stati Uniti e la Russia”, ha precisato la portavoce.

Da parte sua, il rappresentante permanente della Russia presso l’ONU, Vasili Nebenzia ha sostenuto che la fornitura di agenti tossici per le forze ribelli in Siria costituisce una violazione della Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche.

Sostanze proibite

Ieri,il vice ministro degli esteri siriano, Faisal Mekdad, aveva dichiarato che nella parte orientale di Damasco sono state trovate “bombe a mano e munizioni per lanciagranate” dotate di gas irritanti tossici CS e CN, realizzato da aziende statunitensi e inglesi.

Fonte: Tass

Notizia del: 17/08/2017

 

 

Lanciarazzi Usa per la difesa della democrazia in Ucraina

I documenti mostrano che la società americana «AirTronic USA», vicina al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ha concluso l’11 novembre scorso un contratto con la compagnia statale ucraina “Spetstehnoeksport” per la fornitura di 100 lanciarazzi a propulsione

di Giuseppe Acciaio

I primi di agosto sono stati diffusi alcuni documenti ufficiali attestanti che gli USA riforniscono l’Ucraina con armi letali (www.southfront.org/documents-confirm-the-us-already-delivered-lethal-weapons-to-ukraine-exclusive).  Quello che sconvolge di più è la loro destinazione, non vengono adoperati per garantire la sicurezza nazionale, ma vanno direttamente alle unità militari della Guardia Nazionale che si sono distinte durante i combattimenti per la loro eccessiva crudeltà, come ad esempio il reggimento di Azov – composto esclusivamente dai neonazisti e mercenari.

I documenti mostrano che la società americana «AirTronic USA», vicina al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ha concluso l’11 novembre scorso un contratto con la compagnia statale ucraina “Spetstehnoeksport” per la fornitura di 100 lanciarazzi a propulsione PSRL-1 (vale a dire RPG-7 Sovietico modificato). Le armi sono state consegnate all’Ucraina nell’aprile di questo anno.

Questo contratto fu la risposta al governo di Kiev per le numerose richieste di Juvelin americano – missile terra-aria spalleggiabile. Tali richieste sono state rese note durante la visita negli USA del parlamentare ucraino Andrey Parybij. Purtroppo Juvelin è un giocattolo troppo costoso per lo stato Ucraino rispetto al semplice PSRL-1, la differenza è notevole: un solo missile terra-aria spalleggiabile costa 100 000 $ rispetto agli economici PSRL-1 dove la fornitura dei 100 pezzi è costata al bilancio ucraino solo 544000 $. La mossa astuta sia per l’economia che per la sicurezza ucraina, poiché l’arrivo di Juvelin veniva subito notato, invece PSRL-1 sono identiche ai RPG-7 Sovietici senza destare troppi sospetti sulla loro provenienza.

La cosa più bizzarra è che tutto ciò accadde sullo sfondo delle discussioni accese al Congresso americano proprio sulla questione Ucraina, e probabili forniture delle armi letali “per la difesa della democrazia” (quelle non letali vengono fornite già da moltissimo tempo).

Già nei primi giorni di agosto, il Pentagono ha ufficialmente dichiarato le proprie intenzioni al Congresso sull’esito positivo della proposta di fornitura delle armi letali. Il capo della Commissione sulla difesa John McCain ha insistito personalmente sulla loro approvazione, egli è ben noto per la sua ostilità contro la Mosca sul territorio post-sovietico.

Tuttavia questa confusione è servita a distrarre l’opinione pubblica, le forniture sono già in atto da tempo. Le armi americane sono dirette nelle mani dei nazionalisti, come quelli del reggimento dellAzov, i quali sono disposti a continuare la guerra in Donbass nonostante tutti gli accordi di pace sottoscritti.

Alcuni degli esperti occidentali si sono espressi sull’argomento, dichiarando che le forniture sono state fatte sulla commissione dell’amministratore di Barack Obama, per compromettere la posizione del neoeletto presidente Trump, poiché all’epoca si supponeva che egli cercava di ristabilire i rapporti con la Mosca.

Adesso, dopo l’approvazione delle nuove sanzioni e la nomina del “falco” nella persona di Kurt Volker (ex dipendente di McCain) e la sua nomina come l’inviato speciale del presidente degli USA in ucraina, portano via l’ultima speranza sulla risoluzione della crisi ucraina.

Washington e Kiev vogliono risolvere il conflitto delle repubbliche del Donbass con la forza.

Come possiamo ben vedere le relazioni degli USA con la Corea del Nord e dell’Iran, questo metodo sembra l’unico adoperato da Trump.

 

Notizia del: 19/08/2017

 

Sorgente: Lanciarazzi Usa per la difesa della democrazia in Ucraina – World Affairs – L’Antidiplomatico

Lebanon finds US-made arms left by Nusra terrorists

This Photo purportedly shows a discovered weapons cache left behind by Takfiri Jabhat Fateh al-Sham militants in northeastern Lebanon.
This Photo purportedly shows a discovered weapons cache left behind by Takfiri Jabhat Fateh al-Sham militants in northeastern Lebanon.

The Lebanese army has discovered a weapons cache left behind by defeated militants from the Jabhat Fateh al-Sham terror group, formerly known as al-Nusra Front, in the northeast of the country.

The Lebanese National News Agency (NNA), citing an unnamed official from Lebanon’s General Directorate of General Security, reported on Friday that a patrol of the intelligence agency had found an ammunition and missile cache in Wadi Hamid Valley east of the border town of Arsal, without providing further details.

However, Reuters quoted an unnamed security source as saying on Friday that the cache contained at least a surface-to air missile (SAM) and a number of US-made TOW anti-tank missiles as well as plenty of other types of shells and rockets.

The following photos of the cache were provided by the security source.

On July 29, commanders of Lebanon’s Hezbollah resistance movement said the group had successfully concluded a week-long military offensive against al-Nusra on the outskirts of Arsal and the adjacent town of Flita in Syria, seizing land in the rugged, mountainous area and killing about 150 terrorists.

This photo taken on August 17, 2017, during a tour guided by the Lebanese army shows soldiers holding a position in a mountainous area near the eastern village of Ras Baalbek during an operation against terrorists. (Via AFP)

In August 2014, the al-Nusra and Daesh Takfiri terrorist groups overran Lebanon’s northeastern border town of Arsal, killing a number of Lebanese forces. They took 30 soldiers hostage, most of whom have been released.

Since then, Hezbollah and the Lebanese military have been defending Lebanon on the country’s northeastern border.

Friday’s development come as the Lebanese army has been targeting Daesh hideouts along the Syrian border over the past several days, regaining more areas from the terror group. It also comes after Syria accused the US and the UK of supplying chemical weapons to terrorists in the country.

Sat Aug 19, 2017 2:19AM

Sorgente: PressTV-Lebanon finds US-made arms left by Nusra terrorists

Siria accusa USA e Regno Unito di aver inviato armi chimiche ai terroristi

Le sostenza chimiche tossiche trovate nei depositi dei terroristi provengono da USA e Regno Unito ha dichiarato il vice ministro della Siria, Faisal Mekdad in una conferenza stampa a Damasco.

“Tutti i proietti e le granate trovate, armati con sostanze chimiche tossiche CS e CN, sono state prodotte dalla compagnia “Federal Laboratories” in USA… Mentre le sostanze chimiche al loro interno dalla “Cherming Defence UK” (UK) e dalla “NonLethal Technologies” (USA)” ha detto Mekdad.

I depositi dei terroristi contenenti questi armamenti sono stati trovati ad Aleppo e nelle periferie orientali liberate di Damasco.

Mekdad ha ricordato che secondo il quinto articolo della Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche, queste possono essere usate solo nelle sommosse e nei disordini, e non in guerra.

“Quindi possiamo affermare con certezza che gli Stati Uniti e il Regno Unito, nonché i loro alleati nella regione, violano la Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche, dando supporto alle organizzazioni terroristiche sul territorio siriano. Essi hanno fornito ai guerriglieri non solo armamenti convenzionali ma anche quelli illegali” ha aggiunto Mekdad.

Il rappresentate ufficiale del Ministero degli esteri della Russia, Maria Zakharova ha commentato questa dichiarazione. “Ecco a voi tutto l’impegno per il diritto internazionale e per il trionfo della democrazia. Nascondendosi dietro le foto dei bambini uccisi, forniscono armi chimiche ai terroristi, al limite dell’assurdo” ha scritto sulla sua pagina Facebook.

In precedenza la coalizione capeggiata dagli USA contro lo Stato Islamico non han registrato uso di armi chimiche da parte dei guerriglieri, nonostante abbiano accusato Damasco di questo.

Le autorità siriane a loro volta hanno sottolineato di non aver mai usato armi chimiche contro civili o terroristi, e che l’arsenale di armi chimiche del paese è stato portato via dal paese sotto il controllo dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC).

Sorgente: Siria accusa USA e Regno Unito di aver inviato armi chimiche ai terroristi – Sputnik Italia

US-led coalition used banned white phosphorus on civilians in Syria – Damascus to UN

US-led coalition used banned white phosphorus on civilians in Syria – Damascus to UN

FILE PHOTO © Rodi Said / Reuters

The Syrian foreign ministry has, in correspondence to the United Nations, accused the US-led coalition of new atrocities against its civilians. It includes an attack on hospital in Raqqa and the use of “internationally banned white phosphorus munitions” against the Syrian people.

Renewing its calls to “immediately dissolve” the coalition which Damascus considers illegitimate, the ministry wrote two letters; one addressed to the UN Secretary General and the other to the Chairman of the UN Security Council, Syria’s state news agency SANA reported Sunday.

Citing the ministry statement, the report said the military alliance led by Washington had bombed residential neighborhoods and civilian houses, as well as destroying a national hospital in Raqqa, where the coalition is extensively backing the fight against the Islamic State (IS, formerly ISIS/ISIL) terrorist group.

Damascus also claimed the coalition had violated international humanitarian law by deploying white phosphorus munitions in its attacks which targeted “innocent Syrian people in the provinces of Raqqa, Hasaka, Aleppo, Deir Ezzor and other Syrian cities,” SANA reported.

Such actions represent war crimes and crimes against humanity, the agency cited the ministry as saying in its communication to the UN.

Syria renews its call to immediately dissolve the coalition which was established outside the framework of the UN and without requesting permission from the Syrian government,” the statement added.

Responding to the allegations, the coalition said it “routinely conducts strikes” on IS terrorists in Raqqa and also uses white phosphorus in its operations, the US Combined Joint Task Force Operation Inherent Resolve (CJTF–OIR) acknowledged in an emailed statement to RT.

However, its deployment of the weapons is not against international norms, the joint task force claimed.

In accordance with the law of armed conflict white phosphorus rounds are used for screening, obscuring, and marking in a way that fully considers the possible incidental effects on civilians and civilian structures,” the CJTF–OIR statement read.

It added that allegations of civilian casualties are being assessed and will be published in a monthly civilian casualty report.

On Saturday, a new series of attacks by the US-led coalition resulted in more civilian deaths in Raqqa, SANA reported. At least 43 civilians were reportedly killed and dozens more injured after airstrikes hit residential neighborhoods in the Syrian city, the news agency said. Mostly women, children and the elderly were among the victims, SANA added.

In its latest assessment of civilian casualties from airstrikes in Iraq and Syria released earlier this week, the US-led coalition claimed 624 people were “unintentionally killed” since the start of the campaign against IS in the region in 2014.

However, the UK-based Airwars group which monitors airstrikes and civilian casualties in Iraq, Libya and Syria based on open-source reports and military figures, contradict this claim. It suggests the civilian death toll in the bombing campaign is much higher. The data collated by the group indicates that more than 4,350 civilians have been killed in US-led military operations since June 2014.

thanks to: RT

La CIA chiude il programma di sostegno ai ribelli siriani

 

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(aggiornato il 22 luglio ore 13,20)

La Cia avrebbe deciso di mettere fine al programma di sostegno ai ribelli siriani che combattono contro il presidente Bashar Assad: lo riferisce il Washington Post ricordando che questo programma avviato quattro anni fa ha avuto solo un impatto limitato, in particolare dopo l’ingresso nel conflitto delle forze armate russe al fianco delle truppe fedeli al regime di Damasco.

Il programma di aiuti statunitensi ha firnito in questi anni fondi, supporto logistico, addestramento e armi, inclusi missili anticarro Tow (nella foto), ai ribelli cosiddetti “moderati”.

Il presidente Donald Trump avrebbe preso la decisione di fermare il programma circa un mese fa, dopo un incontro con il capo della Cia, Mike Pompeo, e il suo consigliere per la sicurezza nazionale, il generale H. R. McMaster, riferisce il Washington Post.

La Casa Bianca e la Cia non hanno voluto commentare l’articolo ma il WP ritiene che l’eliminazione di questo programma di sostegno ai ribelli siriani riflette l’interesse del presidente degli Stati Uniti “di trovare modi per lavorare con la Russia”, così come il “riconoscimento dei limiti di influenza di Washington” in quel conflitto che pare ormai vinto da Assad e dai suoi alleati russi e iraniani.

Questa decisione giunge dopo che Stati Uniti e Russia hanno negoziato un cessate il fuoco nel Sud-Ovest della Siria, che copre parte della zona dove operano alcune delle formazioni di ribelli sostenute da Washington.

L’interruzione del programma della Cia è stato confermato il 21 luglio dal generale Tony Thomas, comandante delle forze speciali americane, chiarendo – nel corso di una conferenza ad Aspen, Colorado – che “non si è trattato in alcun modo di una concessione alla Russia” ma di una decisione presa “credo, sulla base di una valutazione della natura del programma, e di ciò che stiamo cercando di realizzare”.

Foto TYT via Youtube

Sorgente: La CIA chiude il programma di sostegno ai ribelli siriani – Analisi Difesa

Le nuove iniziative presentate oggi dalla Commissione Europea favoriscono l’industria delle armi e la corsa globale agli armamenti

Le organizzazioni pacifiste denunciano le proposte che cambiano faccia all’UE: il complesso militare-industriale è “in cammino” anche a Bruxelles.

Oggi la Commissione Europea ha diffuso a Bruxelles i dettagli riguardanti nuovi piani e decisioni che andranno a favorire l’industria degli armamenti, sgretolando i limiti del proprio mandato a riguardo delle questioni legate alla difesa. Ciò aprirà la strada a nuovi affari a favore di un complesso militare-industriale europeo già largamente influente sulle politiche nazionali.

Le organizzazioni e gli esperti delle organizzazioni pacifiste riunite nella rete ENAAT (European Network Against Arms Trade) alzano la propria voce per mettere l’opinione pubblica in guardia a riguardo di questo ulteriore tentativo della Commissione UE di banalizzare la produzione di armi ed estendere insidiosamente il proprio ambito di competenza sulla difesa: “Queste proposte non porteranno maggiore pace e sicurezza, ma sicuramente andranno ad incrementare i profitti dell’industria militare spingendo ulteriormente la corsa al riarmo globale” commenta Wendela de Vries dell’organizzazione olandese Stop Wapenhandel.

I nuovi fondi UE per l’industria bellica rendono più opachi gli ambiti di competenza della Commissione UE

La proposta legislativa della Commissione UE prevede in particolare di allocare a favore dell’industria a produzione militare 500 milioni di euro di fondi in più rispetto a quanto già previsto dal “Defence Action Plan” del Novembre 2016. Il denaro verrà recuperato da linee di bilancio non spese nel biennio 2019-20. “E’ particolarmente preoccupante che la politica della Commissione Europea ora si focalizzi nello spostare somme di denaro non spese sull’industria delle armi, piuttosto che tentare di migliorare i programmi di intervento già previsti” commenta Ann Feltham della campagna britannica CAAT. Parallelamente pochissimi fondi sono destinati ad ambiti cruciali per la Pace, come ad esempio il programma UE per i diritti umani o gli interventi per le prevenzione e risoluzione dei conflitti condotti da attori locali della società civile che ricevono solamente 6 milioni di euro all’anno dall’Unione.

Secondo le previsioni i fondi a disposizione delle aziende armate andranno addirittura ad aumentare dal 2021 con un contributo previsto di 1,5 miliardi di euro annui. Recenti documenti interni delle istituzioni europee hanno svelato come la Commissione Europea abbia tenuto decine di incontri con i rappresentanti delle industrie belliche: “Queste nuove proposte non sono nell’interesse dei cittadini europei – sottolinea Bram Vranken dell’organizzazione belga Vredesactie – ma solo a beneficio di un industria che sta fornendo la benzina per il fuoco dei conflitti armati in tutto il mondo”.

La Commissione propone eccezioni alle regole di austerità di bilancio per la spesa in armi

La bozza di proposta illustrata oggi a Bruxelles prevede inoltre che eventuali contributi volontari da parte degli Stati Membri a questo fondo UE siano considerati al di fuori del Patto di Stabilità imposto dall’Unione Europea ai propri Paesi. In altre parole tali fondi non sarebbero considerati nel conteggio del limite di debito al 3% (sul PIL) che tutte le Nazioni UE sono tenute a rispettare. “E’ davvero scioccante che mentre i cittadini europei stanno ancora pagando il prezzo delle misure di austerità nella propria vita quotidiana la spesa comunitaria in armamenti venga considerata investimento che merita un trattamento speciale e al contrario l’educazione, la salute, la spesa sociale, la difesa dell’ambiente solo dei pesi problematici” commenta Francesco Vignarca della Rete Italiana per il Disarmo.

L’Unione Europea ha un ruolo critico nell’affrontare le maggiori sfide e i numerosi problemi dell’epoca attuale. Il cambiamento climatico, la proliferazione nucleare e la crescente disuguaglianza su scala globale sono solo alcune tra le principali. Ma questi problemi non saranno mai risolti da un maggiore investimento in armamenti. Al contrario, una spesa militare sempre più alta significa in automatico meno denaro a disposizione per poter affrontare tali sfide in maniera sostenibile.

Una linea di azione guidata dall’industria senza una visione politiche che non produrrà alcun risparmio

Una politica di difesa non dovrebbe mai essere un obiettivo di per sé stessa, ma solo uno strumento a disposizione di una politica estera. “Finché mancherà una politica estera comune dell’Unione, qualsiasi difesa di dimensione europea sarà prematura. E le difficoltà sperimentate nel raggiungere un accordo anche solo su un punto basilare e minimale come quello di un centro di comando congiunto, a dieci anni dai Trattati di Lisbona, dimostra drammaticamente e ancora una volta l’assenza di volontà politica in tal senso, ed anche la mancanza di fiducia tra gli Stati Membri” sottolinea Laetitia Sedou dell’ufficio ENAAT di Bruxelles.

Senza una leadership politica, ciò che rimane è solo un piano di azione industriale. Il risultato pratico è una sere di proposte che vanno solamente a favorire le compagnie produttrici di armi e le loro opportunità di esportare armamenti sofisticati anche al di fuori dell’UE. Il tutto con fondi pubblici comunitari. “Non ci sarà alcun tipo di risparmio, nemmeno su questo aspetto – commenta Jordi Calvo Rufanges del Centre Delas – poiché i paesi UE membri della NATO si stanno indirizzando verso una crescita della propria spesa militare e il contributo dell’Unione sarà solo ulteriore aggiunta rispetto alla spesa nazionale. Oltretutto, quale Stato accetterà di vedere smantellato il proprio sistema di produzione armiero a vantaggio di quello del vicino?”

Questa nuova proposta della Commissione Europea sulle questioni della difesa non sarà solo un grande spreco di denaro pubblico, ma favorirà la crescita dell’instabilità globale senza contribuire in alcun modo a “difendere” l’Europa.

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Ulteriori e più approfondite informazioni si possono trovare sul sito di Rete Disarmo > www.disarmo.org e nella sezione apposita del sito ENAAT > http://new.enaat.org/european-union/enaat-documents-and-interesting-links-related-to-the-eu

Su Facebook è attiva la campagna https://www.facebook.com/noEUmoney4arms

Reference ulteriori sulla questione

European military industry: EU, give us 3.5 billion euros for military research

http://www.euractiv.com/section/security/opinion/mon-eu-should-give-more-funds-to-peace-not-subsidise-the-arms-industry/?nl_ref=19904567

http://www.euractiv.com/section/global-europe/opinion/how-the-arms-industry-is-staging-a-european-coup/

http://www.euractiv.com/section/defence-policy/opinion/eu-defence-policy-ready-for-psychiatric-treatment/

La Rete europea ENAAT (The European Network Against Arms Trade) è stata fondata nel 1984 e coinvolge gruppi ed individui che vedono nell’incontrollato commercio di armamenti una minaccia per la pace, la sicurezza, lo sviluppo. La Rete è composta da 14 organismi, campagne, gruppi di ricerca nazionali di 13 Paesi europei differenti, e da 3 organizzazioni internazionali europee.

Sorgente: Pressenza – Le nuove iniziative presentate oggi dalla Commissione Europea favoriscono l’industria delle armi e la corsa globale agli armamenti

‘UK-Saudi arms deals against intl. law’

Leading poverty charity Oxfam has condemned the UK’s massive arms deals with Saudi Arabia, blasting the British government as “one of the most significant violators” of the international Arms Trade Treaty (ATT).

Last year, London approved the sale of more than £3 billion worth of weapons to the Riyadh regime, helping the Arab monarchy with its ruthless military aggression against Yemen which has killed about 10,000 people since it began in March 2015.

Oxfam says the war has put millions of people in the poverty-stricken country on the verge of a humanitarian crisis.

Penny Lawrence, deputy chief executive of Oxfam GB, is expected to censure Britain’s unconditional support for Saudi Arabia during a speech at the Second Conference of States Parties to the Arms Trade Treaty in Geneva, on Tuesday.

“Schools, hospitals and homes have been bombed in contravention of the rules of war,” she will say, referring to numerous Saudi airstrikes that have intentionally targeted civilians and critical infrastructure.

Last week, Doctors Without Borders (MSF) decided to pull its staff out of the war-torn country following a number of deadly Saudi airstrikes on MSF-run hospitals across Yemen.

A Yemeni man checks the ruins of buildings destroyed in a Saudi airstrike, in the Yemeni capital Sana’a, February 25, 2016. (AFP photo)

“The UK government is in denial and disarray over its arms sales to the Saudi-led coalition bombing campaign in Yemen,” Lawrence will continue. “It has misled its own parliament about its oversight of arms sales and its international credibility is in jeopardy as it commits to action on paper but does the opposite in reality.”

Britain is one of the key states backing Saudi Arabia’s war on its southern neighbor, which was launched as an attempt to undermine the Houthi Ansarullah movement and reinstate former President Abd Rabbuh Mansur Hadi, a staunch ally of its own.

Debris at the Queen Arwa University campus after a Saudi airstrike, in the Yemeni capital Sana’a,  January 30, 2016.  (AFP photo)

Under the ATT, signatories are required to block any arms deal if they have knowledge at the time of the sale that the weapons will be used against civilians.

A UN report leaked to the Guardian in January found “widespread and systematic” targeting of civilians in the Saudi-led strikes. The report found 119 strikes that it said violated international humanitarian law.

This is while, according to Amnesty International, the UK government sold 2,400 missiles and 58 warplanes to Saudi Arabia in 2015. London is also accused of providing the Saudis with banned weapons such as cluster bombs.

Sorgente: PressTV-‘UK-Saudi arms deals against intl. law’

US, EU Accused of Paying Lip Service to Global Arms Treaty

UNITED NATIONS, Aug 22 2016 (IPS) – The Arms Trade Treaty (ATT), which was aimed at curbing the flow of small arms and light weapons to war zones and politically-repressive regimes, is being openly violated by some of the world’s arms suppliers, according to military analysts and human rights organizations.

 

The ongoing conflicts and civil wars in Iraq, Libya, Afghanistan, Syria, Yemen, South Sudan and Ukraine are being fueled by millions of dollars in arms supplies – mostly from countries that have either signed or ratified the ATT, which came into force in December 2014.

Dr. Natalie Goldring, UN Consultant for the Acronym Institute for Disarmament Diplomacy and a Senior Fellow with the Security Studies Program at Georgetown University, told IPS: “The Arms Trade Treaty is incredibly important. Put simply, if fully implemented, it has the potential to save lives.”

But if implementation is not robust, the risk is that “business as usual” will continue, resulting in continued violations of international humanitarian and human rights law, she warned.

“Recent and proposed arms sales by States Parties and signatories to the ATT risk undermining the treaty,” said Dr Goldring, who has closely monitored the 20 year long negotiations for the ATT, which was adopted by the UN General Assembly in April 2013.

The reported violations of the international treaty have coincided with a weeklong meeting in Geneva, beginning August 22 through August 26, of ATT’s second Conference of States Parties (CSP).

Recent reports from Amnesty International, Human Rights Watch, Control Arms, Forum on Arms Trade and other non-governmental organizations (NGOs) document the continued transfer of conventional weapons that may be used to violate international humanitarian and human rights law.

Brian Wood, Head of Arms Control and Human Rights at Amnesty International, said the ATT has the potential to save millions of lives, which makes it especially alarming when states who have signed or even ratified the treaty seem to think they can continue to supply arms to forces known to commit and facilitate war crimes, and issue export licenses even where there is an overriding risk the weapons will contribute to serious human rights violations.

“There must be zero tolerance for states who think they can just pay lip service to the ATT.”

He said the need for more effective implementation is painfully obvious: “from Yemen to Syria to South Sudan, every day children are being killed and horribly maimed by bombs, civilians are threatened and detained at gunpoint, and armed groups are committing abuses with weapons produced by countries who are bound by the treaty,” he noted.

Providing a list of “unscrupulous arms transfers,” Amnesty International pointed out that the US, which has signed the ATT, and European Union (EU) member states who have ratified it, including Bulgaria, the Czech Republic, France and Italy, have continued to lavish small arms, light weapons, ammunition, armoured vehicles and policing equipment on Egypt, “despite a brutal crackdown on dissent by the authorities which has resulted in the unlawful killing of hundreds of protesters, thousands of arrests and reports of torture by detainees since 2013.”

In 2014, France issued export licences that again included sophisticated Sherpa armoured vehicles used by security forces to kill hundreds of protesters at the Rabaa al-Adawiya sit in just a year earlier.

Arms procured from ATT signatories have also continued to fuel bloody civil wars, the London-based human rights organization said.

In 2014, Amnesty International said, Ukraine approved the export of 830 light machine guns and 62 heavy machine guns to South Sudan.

Six months after signing the ATT, Ukrainian authorities issued an export licence on 19 March 2015 to supply South Sudan with an undisclosed number of operational Mi-24 attack helicopters.

Three of those attack helicopters are currently in service with South Sudan government forces, and they are reportedly awaiting the delivery of another.

Additionally, in March 2015 the US State Department approved possible military sales of equipment and logistical support to Saudi Arabia worth over $24 billion, and between March 2015 and June 2016, the UK approved the export of £3.4 billion (approximately $4.4 billion) worth of arms to Saudi Arabia.

“These approvals were given when the Saudi Arabia-led coalition was carrying out continuous, indiscriminate and disproportionate airstrikes and ground attacks on civilians in Yemen, some of which may amount to war crimes,” Amnesty International said in a statement released August 22.

Jeff Abramson of the Forum on the Arms Trade said the Geneva meeting takes place during a time of ongoing conflict and controversy over the responsible transfer and use of conventional weapons.

He said key topics that may be addressed, either formally or informally, include better promoting transparency in the arms trade and arming of Saudi Arabia, in light of the humanitarian catastrophe in Yemen — including recent US notification of possible tank sales to Riyadh

Dr Goldring told IPS the US government recently proposed to sale of 153 M1A2 Abrams tanks to Saudi Arabia.

She said the written notification of the proposed sale notes that 20 of the tanks are intended as “battle damage replacements for their existing fleet.”

As Brookings Institution Scholar Bruce Riedel has noted, the Saudis are only using tanks in combat along the Saudi-Yemeni border.

“The US government’s response to apparent Saudi bombings of civilian targets is to sell them more weapons? This makes no sense. This is part of a pattern of continued arms transfers taking place despite a high risk that they will be used to violate international human rights and humanitarian law,. ” declared Dr Goldring.

She said States parties to the ATT are required to address the risks of diversion or misuse of the weapons they provide. But if this criteria are taken seriously, it’s virtually impossible to justify continued weapons deals with countries such as Saudi Arabia and Egypt.

Countries without strong export control systems have argued that it will take time to fully implement the ATT, while other countries such as the United States have domestic impediments to ratifying the treaty.

But one of the treaty’s strengths, Dr Goldring, argued is its specification of conditions under which arms transfers should be blocked. States do not have to wait for ratification or accession to the treaty to begin implementing such standards.

“The ATT is a new treaty, but we can’t afford to ‘ease into’ it. While we discuss the treaty, lives are being lost around the world. We need to aggressively implement the ATT from the start,” Dr Goldring said.

Another important issue in full implementation of the ATT, she noted, is making the global weapons trade transparent, so that citizens can understand the commitments their governments are making in their names.

“Governments should not be transferring weapons unless they are willing to take responsibility for them. Their opposition to openness and transparency raises questions about what they’re trying to hide,” she added.

But in the end, although it’s important to bring transparency to the discussion of these issues, the real issue is whether the transfers are being controlled. Recent sales raise significant concerns in this regard, Dr Goldring said.

“The Conference of States Parties that is being held this week in Geneva presents a critical opportunity to face these issues. To strengthen the Arms Trade Treaty, the conference must focus on this key substantive concern of the risks entailed in continuing business as usual. States should not allow their attention to be diverted to process issues,” said Dr Goldring who is currently participating in the Geneva meeting,

The writer can be contacted at thalifdeen@aol.com

Sorgente: US, EU Accused of Paying Lip Service to Global Arms Treaty | Inter Press Service

Wikileaks Says They Have 1,700 Emails Proving Hillary Clinton Knew about U.S. Military Weapons Shipments to Al Qaeda and ISIS

Wikileaks head Julian Assange says he has proof that Hillary Clinton lied under oath while giving a public testimony following the 2013 Benghazi terrorist attack. Assange says Wikileaks has 1,700 emails proving Clinton’s statements that she was not involved or aware of any sale of weapons to Syrian “rebels” were a lie. In fact, Assange notes that the former Secretary of State was fully aware of the United States’ involvement in arming rebels in Libya in a bid to help them overtake Qaddafi. Ultimately, it is alleged that those same weapons then made their way to the Islamic State in Syria.

In a Democracy Now interview, Wikileaks’ Julian Assange claimed that the first batch of Hillary Clinton emails was only the beginning. Assange made the bold claims that his organization has more Clinton emails and that the next batch will be even more damning for the former Secretary of State and presidential hopeful. Wikileaks says that the emails contain proof that Hillary Clinton has lied under oath and that she was fully aware of weapons shipments to Al Qaeda and the Islamic State rebels.

The National Review points out that Wikileaks seems to be honing in on statements made by then-Secretary of State Hillary Clinton following the 2013 Benghazi terrorist attack. In a public testimony, Secretary Clinton claimed that she had no knowledge of weapons transfers to Libya, Turkey, or Syria in the months leading up to the terrorist attack. Clinton said “I don’t have any information on that” when pressed about her personal knowledge of the weapons transfers.

She claimed to have no knowledge of any transfers of weapons from Libya to Turkey, Syria, or any other countries.

It was Senator Rand Paul that asked Clinton the damning question when he pointed out that there were news reports of ships leaving Libya with weapons and asked Clinton if she was aware of these transfers. He specifically asked if she or the United States had been involved in “any procuring of weapons, transfer of weapons, buying, selling, anyhow transferring weapons to Turkey out of Libya.” In response to the question, Clinton tried to deflect by saying “nobody has ever raised that with me.” However, upon further pressing, Senator Paul asked directly if Clinton personally knew of any such transfers which she flatly denied.

It is important to note that Hillary Clinton was under oath when she answered the question from Senator Paul; therefore, if her statements were proven false it would mean she was guilty of lying under oath. Therefore, Julian Assange’s claims that he has numerous emails which implicate Clinton in the weapons transfer, it could mean that the presidential hopeful may need to do some serious damage control.

 

The contents of the emails have not yet been released, but many say they are expecting an “October surprise” from Wikileaks and that the latest leak will happen very soon. If Assange is telling the truth, the leak could prove extremely detrimental to Clinton’s presidential bid as she is already struggling with voter trust following the first batch of emails showing the DNC had favored Clinton during the primaries.

 

What do you think about Wikileaks’ claims that they have proof Hillary Clinton lied under oath? If they have the information, should they release it quickly as the November general election is quickly approaching?

Sorgente: Wikileaks Says They Have 1,700 Emails Proving Hillary Clinton Knew about U.S. Military Weapons Shipments to Al Qaeda and ISIS | Global Research – Centre for Research on Globalization

Wikileaks: Hillary Clinton ha mentito sulla vendita di armi ad Al-Qaeda e ISIS

Nuovi documenti di Wikileaks rivelano che Hillary Clinton ha mentito al Congresso sul fatto che non fosse a conoscenza della vendita di armi ad Al-Qaeda e ISIS.

Il fondatore del portale Wikileaks, Julian Assange, ha dichiarato, ieri, il sito canadese Global Research, ha rivelato che dispone di 1700 messaggi di posta elettronica che mostrano la falsa testimonianza del candidato democratico alal Presidenza USA, quando davanti a una speciale commissione del Congresso ha affermato che non avevano partecipato o non era a conoscenza della vendita di armi ai “ribelli” siriani.

Assage ha spiegato che l’ex Segretario di Stato era pienamente consapevole della complicità degli Stati Uniti nella crisi libica quando sono state inviate armi agli insorti per porre fine al governo libico di Muammar Gheddafi. Si sostiene che queste armi sono  poi finite nelle mani del gruppo terroristico SISI (Daesh, in arabo).

In questo contesto, Assange ha sostenuto che Hillary Clinton ha mentito durante la sua apparizione al Congresso degli Stati Uniti, che si è tenuto dopo gli attacchi al consolato degli Stati Uniti a Bengasi l&# 39;11 settembre 2012. In tale riunione, Clinton ha giurato che non era a conoscenza dei trasferimenti armi verso la Libia, Turchia e Siria nei mesi prima degli attacchi.

Assange ha annunciato che Wikileaks che ha l’accesso alle altre e-mail che sono più “importanti” per il candidato alla presidenza degli Stati Uniti

La questione che Clinton sia stata informata sul dispiegamento di navi con armi in Libia è stata posta per la prima volta dal Senatore Rand Paul, che ha censurato l’intervento della NATO) in Libia nel 2011.

In numerose occasioni, Paul ha lamentato che le politiche della amministrazione del presidente Barack Obama e di alcuni politici statunitensi hanno aiutato la diffusione del terrorismo in Medio Oriente.

Fonte: Hispantv
Notizia del: 15/08/2016

Sorgente: Wikileaks: Hillary Clinton ha mentito sulla vendita di armi ad Al-Qaeda e ISIS – World Affairs – L’Antidiplomatico

Israele e il regime militare argentino

Da Parallelo Palestina. Israele e il regime militare argentino: oggi è l’anniversario del golpe.

 

 

 

Israele ha venduto le sue armi da fuoco di punta, il fucile mitragliatore Uzi e il fucile Galil, a paesi di tutta la regione sud americana, armando le squadre della morte guatemalteche, i Contras nicaraguensi (16), il Cile di Pinochet e la giunta militare in Argentina contro la popolazione e i suoi movimenti.

 

 

 

Negli anni ‘70, Israele ha armato il brutale regime militare della Giunta Argentina che ha imposto sette anni di terrorismo di stato alla popolazione, incluse torture e “sparizioni” di attivisti di sinistra, sindacalisti, studenti, giornalisti e altri presunti oppositori civili stimati tra le 22.000-30.000 persone.

 

 

 

Il regime argentino e i suoi sostenitori hanno anche preso di mira i cittadini ebrei e sposato la retorica anti-semita. Anche se soltanto il 2% della popolazione argentina era ebreo, tra il 10 e il 15% delle persone arrestate, torturate e scomparse durante la Junta erano ebree (29).

 

 

 

Invece di condannare la Giunta, Israele ha collaborato con il Governo argentino per applicare un programma detto “l’Opzione”, che consentiva agli ebrei di fuggire in Israele. Ha usato, piuttosto che combattuto, l’antisemitismo di regime per favorire l’emigrazione ebraica in Israele (30).

 

 

 

Oggi in Argentina, il governo ha un contratto di 40 milioni di dollari con le Industrie Militari Israeliane (IMI) per allestire un carcere (31).

 

 

 

“… mentre l’editore del quotidiano ebraico Jacobo Timerman veniva torturato dall’esercito argentino in celle dipinte con svastiche, tre generali israeliani, incluso l’ex capo del personale delle forze armate, erano in visita a Buenos Aires in ‘missione amichevole’ per vendere armi.”

 

 

 

~Penny Lernoux – parafrasando l’autobiografia di Timerman.

 

 

 

16-United States. Dept. of Defense. Office of the Secretary of Defense. “Memorandum for the Secretary of the Navy”. Crypotome. Dept. of Defense, Mar.

 

 

 

 

 

 

29-Tarnopolsky, Noga. “Disappeared: A Flawed Film on Argentina’s Past Blames Wrong Party.” The Jewish Daily Forward. 16 May 2003. Web. 10 Nov. 2012. http://forward.com/articles/8834/scomparse-a-flawed-film-on-argentina-s-past-b/ “Argentina’s ‘disappeared’ are remembered in moving documentary”. The J Weekly. 17 Sep. 2009. Web. 10 Nov. 2012.

 

 

 

 

 

 

30-Sznajder, Mario e Luis Roniger. “From Argentina to Israel: Escape, Evacuation e Exile”, Journal of Latin American Studies. Cambridge Journals Online, 37.2 (2005): 351-377. Web. 10 Nov. 2012.

 

 

 

 

 

 

31-Marom, Dror (5 October 2000). “IMI to Set Up USD40 Mln Prison in Argentina” Globes. Retrieved 22 January 2005: Marom, Dror. “IMI to Set Up $40 Mln Prison in Argentina.” Globes. 5 Jan. 2000. Web. 22 Jan. 2005.

 

 

http://archive.globes.co.il/searchgl/Israel%20Military%20Industries%20%28IMI%29:%20We%20have%20already_s_hd_0L3CqCZ0rN3GqD30qDIveT6ri.ht

Sorgente: Israele e il regime militare argentino | Infopal

Israel armed Argentina to deadly effect during Falklands War, secret files show

Britain’s supposedly close ally, Israel, armed Argentina as the South American nation was bombing Royal Navy ships and killing UK troops in the vicious 1982 war to reclaim the Falkland Islands, secret files indicate.

Sorgente: Israel armed Argentina to deadly effect during Falklands War, secret files show — RT UK

Basta armi italiane a regimi repressivi e in conflitti: il Parlamento assuma proprie responsabilità

Bombe e accordi militari italiani continuano a favorire regimi autoritari e conflitti, mentre la trasparenza è sempre più compromessa. Una situazione inaccettabile: Rete Disarmo fa appello al Parlamento affinché ritorni ad occuparsi dell’export militare italiano per una rigorosa applicazione della legge 185/90.

Ancora bombe per i conflitti, ancora accordi militari con regimi autoritari che vanno ad infiammare le regioni di maggior tensione del pianeta. E’ questa la situazione relativa all’export militare italiano che anche le ultime notizie ci dipingono. E che, ancora una volta, danno ragione a chi come la Rete Italiana per il Disarmo esprime preoccupazione per il continuo deterioramento di trasparenza e controllo sulle vendite di armi. In pieno spregio della legge 185/90.

Nello scorso marzo quasi 5 milioni di euro di bombe sono state inviate dalla provincia di Cagliari all’Arabia Saudita nonostante la risoluzione votata con ampia maggioranza dal Parlamento europeo lo scorso febbraio abbia chiesto alla Vicepresidente della Commissione ed Alto Rappresentante della Politica Estera, Federica Mogherini, di “avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita, tenuto conto delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale da parte di tale paese nello Yemen”.

“Dai dati forniti del registri del commercio estero dell’Istat – commenta Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio OPAL di Brescia – risulta che lo scorso marzo è ripreso l’invio di munizionamento pesante dall’Italia all’Arabia Saudita: si tratti di quasi 123 quintali (Kg. 12.2835) di bombe per un valore di oltre 4,6 milioni di euro (€4.679.875) spedite dalla provincia di Cagliari. Simili spedizioni di bombe aeree prodotte nello stabilimento di Domusnovas in Sardegna dalla RWM Italia, azienda tedesca del gruppo Rheinmetall, sono state effettuate tra ottobre e dicembre dell’anno scorso ed erano state rese note da alcuni parlamentari sardi. Ma stavolta tutto è avvenuto nel massimo riserbo e non si può escludere un appoggio da parte del Ministero della Difesa”.

La risoluzione della scorsa primavera dell’Europarlamento nell’esprimere “grave preoccupazione per gli attacchi aerei da parte della coalizione a guida saudita e il blocco navale da essa imposto allo Yemen, che hanno causato la morte di migliaia di persone” evidenzia che queste azioni “hanno ulteriormente destabilizzato il paese, stanno distruggendo le sue infrastrutture fisiche, hanno creato un’instabilità che è stata sfruttata dalle organizzazioni terroristiche ed estremiste, quali l’ISIS/Daesh e l’AQAP, e hanno aggravato una situazione umanitaria già critica”. La risoluzione evidenzia inoltre che “alcuni Stati membri dell’UE hanno continuato ad autorizzare il trasferimento di armi e articoli correlati verso l’Arabia Saudita dopo l’inizio della guerra” e afferma chiaramente che “tali trasferimenti violano la posizione comune 2008/944/PESC sul controllo delle esportazioni di armi, che esclude esplicitamente il rilascio di licenze relative ad armi da parte degli Stati membri laddove vi sia il rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate per commettere gravi violazioni del diritto umanitario internazionale e per compromettere la pace, la sicurezza e la stabilità regionali”.

“A questa risoluzione – commenta Francesco Vignarca, coordinatore della Rete italiana per il Disarmo – non è però seguita l’azione da parte dei governi. Per poter rendere effettiva la raccomandazione del Parlamento Europeo occorre infatti che uno dei Paesi membri assuma la responsabilità della sua implementazione ed attuazione. Auspichiamo e ci auguriamo che sia proprio il Governo italiano a farsi promotore di questo percorso, di conseguenza sospendendo l’invio di bombe e sistemi militari all’Arabia Saudita e a tutti i paesi che da 15 mesi stanno bombardano lo Yemen”.

Non va dimenticato che l’Italia è, tra i paesi dell’UE, uno dei maggiori fornitori di sistemi militari alle monarchie del Golfo. Lo scorso 16 giugno ad esempio è stato perfezionato con il Qatar, con presenza della Ministra della Difesa Pinotti e dagli amministratori delegati di Fincantieri e di MBDA (azienda missilistica di cui anche Finmeccanica-Leonardo fa parte), un contratto per la fornitura di mezzi navali e sistemi d’arma per circa 5 miliardi di euro. Accordo siglato con il ministro per gli Affari della Difesa Khalid bin Muhammad Al-Attiyah che poche ore dopo si è recato in visita alle truppe del suo Paese attive nel conflitto sanguinoso in Yemen. Guerra che sta seminando morte soprattutto tra i civili, in palese violazione dei principi di base della nostra legislazione sull’export di armamenti.

Tutto questo sta avvenendo proprio nei giorni della barbara uccisione della deputata laburista britannica Jo Cox, che molti politici anche italiani hanno pianto dimenticando però le sue parole sul conflitto yemenita: “Si dovrebbe usare tutta la nostra influenza (…) per rimettere la coalizione saudita dove dovrebbero stare, nella “list of shame” (lista della vergogna). (…) è tempo di smettere con le titubanze e lavorare con la comunità internazionale al fine di avviare un’inchiesta indipendente sulle presunte violazioni del diritto internazionale umanitario da parte di tutti gli attori del conflitto. Infine, il governo dovrebbe immediatamente sospendere la vendita di armi a qualsiasi delle parti che possa utilizzarle violando il diritto internazionale”.

La Relazione del governo sull’export di armi: un documento inutile per il controllo

La “Relazione sulle esportazioni di armamenti” inviata alle Camere dalla Presidenza del Consiglio lo scorso 18 aprile riporta cifre impressionanti sull’incremento delle licenze all’esportazione: nel 2015 i valori sono più che triplicati ed hanno raggiunto la cifra record dal dopoguerra di oltre 8,2 miliardi di euro (erano stati meno di 2,9 miliardi di euro nel 2014). Oltre ai “programmi di cooperazione intergovernativa” sono fortemente cresciute anche le “normali” autorizzazioni all’esportazione di sistemi militari che nel 2015 sono state di quasi 4,7 miliardi di euro (€4.699.362.476).

Non è migliorata invece la trasparenza e la Relazione che da due anni viene inviata alle Camere permette di conoscere solo i valori generali delle operazioni autorizzate ad ogni singolo paese e le generiche tipologie di armamento esportati. Ma non permette di conoscere nel dettaglio gli specifici sistemi di armi esportate: in questo modo il controllo parlamentare e delle nostre associazioni sull’attività del governo è reso praticamente impossibile.

Rete Italiana per il Disarmo chiede perciò a tutti i gruppi parlamentari di attivarsi al più presto nelle commissioni competenti per compiere un ampio ed attento esame della Relazione governativa e sulle operazioni autorizzate dal governo in materia di esportazione di sistemi d’armamento oltre che sugli accordi militari recentemente stipulati. La Rete Italiana per il Disarmo sta inoltre per inviare una lettera al Governo per chiedere un incontro durante il quale chiederemo risposte concrete riguardo alle proposte già avanzate lo scorso settembre al sottosegretario agli Esteri, sen. Benedetto Della Vedova.

I miliardi di guadagni dell’industria bellica nazionale non giustificano in alcun modo l’invio di armamenti a Paesi coinvolti in conflitti armati che, tra l’altro, favoriscono l’avanzamento di formazioni terroristiche e contribuiscono all’instabilità di ampie regioni con le conseguenti fughe di popolazioni che spesso sbarcano sulle nostre coste per chiedere rifugio e assistenza.

La Rete Italiana per il Disarmo sarà inoltre insieme a Fondazione Culturale Responsabilità Etica e alla Campagna Sbilanciamoci tra i co-promotori di “Le armi italiane nel mondo: destinazioni pericolose e poca trasparenza”, un momento di approfondimento (e successivo incontro con i parlamentari) in programma il 13 e 14 luglio prossimi a Roma presso la Fondazione Lelio Basso.

Sorgente: Pressenza – Basta armi italiane a regimi repressivi e in conflitti: il Parlamento assuma proprie responsabilità

Armi e repressione: il legame pericoloso dell’America Latina con Israele

di David Lifodi

Due figli di desaparecidos della dittatura militare cilena residenti in Israele hanno chiesto allo stato ebraico, tramite il tribunale di Tel Aviv, di declassificare circa ventimila documenti relativi alla vendita di armi al regime di Augusto Pinochet. Se venissero provati i legami tra Israele e il Cile pinochettista, emergerebbero una volta di più le relazioni pericolose e le responsabilità dello stato ebraico per quanto riguarda il rifornimento di armi delle dittature del Cono Sur e del Centroamerica tra gli anni Settanta e Ottanta.

Daniel Silberman, figlio di David Silberman, arrestato nel 1973 e divenuto desaparecido nel 1974, sostiene che, “trascorsi 40 anni, Israele non alcun motivo per tenere secretati i documenti”. La scusa ufficiale accampata da Israele, spiega Lily Traubman, figlia del desaparecido Ernesto Traubman, ucciso nel settembre 1973, è che la mole di documenti è tale che declassificarli tutti comporterebbe un impegno troppo gravoso. “Vi immaginate”, argomenta Lily Traubman, “se una dichiarazione del genere fosse pronunciata dalla Germania a proposito del periodo nazista, che scandalo solleverebbe?” L’intento degli israeliani figli di desaparecidos è quello di spingere Israele a stabilire criteri chiari e trasparenti per evitare la vendita di armi a dittature militari e, a questo scopo, è stata chiesta la declassificazione dei documenti che testimonierebbero il legame tra il Cile di Pinochet e lo stato ebraico. L’avvocato che si occupa del caso, Itay Mack, ha spiegato che la richiesta dei figli dei desaparecidos è stata rivolta al Ministero della Difesa e a quello degli Esteri, i più coinvolti nel commercio di armi con il Cile e con il resto dell’America Latina. Una cosa è comunque certa: almeno fino al 2013, il commercio di tra Israele e Cile è proseguito. Sotto la presidenza di Piñera, l’impresa israeliana BlueBird Aero Systems si è aggiudicata commesse per tre milioni di dollari, da parte dell’esercito cileno, per l’acquisto dei mini-droni SpyLite, come confermato dalla stessa Difesa di Tel Aviv, nonostante il vicepresidente di BlueBird Aero Systems abbia nicchiato a questo proposito. In quella circostanza il Cile aveva acquistato per la prima volta dei droni, mentre nel 2011, ancora con Piñera presidente, il Cile aveva ratificato un accordo commerciale con Elbit System per la compravendita dei velivoli di ultima tecnologia Hermes 900. Tuttavia, il rapporto dei governi latinoamericani con Israele è sempre stato molto forte, anche negli anni in cui buona parte del continente aveva abbracciato l’onda progressista. Il legame con Israele risulta comunque paradossale se pensiamo all’appoggio dato dallo stato ebraico a dittatori sanguinari quali Trujillo, Pinochet, Videla, Montt e García Meza, solo per i citare i più clamorosi, senza dimenticare il redditizio commercio di armi realizzato con i paramilitari delle Autodefensas Unidas de Colombia (Auc). Tra il 1975 e il 1985 l’America Latina ha rappresentato il più grande mercato di armi di Israele. Tel Aviv ha armato il Nicaragua somozista, il Guatemala che intendeva sterminare le comunità maya, El Salvador e, ovviamente, il Cile pinochettista e l’Argentina di Videla. Non solo: nel 1985 Israele svolse il ruolo intermediario affinché l’amministrazione Reagan vendesse le armi all’Iran, aggirando il Congresso, per inviarne il ricavato ai contras che volevano abbattere il governo sandinista in Nicaragua. Attualmente, ad eccezione dei paesi aderenti all’Alba, non c’è governo latinoamericano che non abbia ratificato accordi militari con Israele, a partire dal Brasile e passando per l’allora Argentina kirchnerista. Il rapporto con lo stato ebraico non si limita solo agli armamenti: a Tel Aviv è stato appaltato tutto ciò che riguarda la sicurezza, dai sistemi di controllo di carceri, aeroporti e frontiere ad attività di contrainsurgencia. A guadagnarci sono le stesse imprese israeliane che offrono le infrastrutture necessarie ad Israele per mantenere l’occupazione in Palestina, dai sistemi di controllo dei check-point al muro della vergogna costruito dallo stato ebraico in Cisgiordania. E così il Brasile, che sia in epoca lulista sia con Dilma Rousseff ha sempre appoggiato la nascita di uno stato palestinese, si è trasformato nel quinto maggior importatore di armi e di tecnologia militare israeliana. A loro volta le aziende militari israeliane acquistano da quelle brasiliane, non a caso Israele è uno dei pochi paesi al mondo dove è presente un ufficio dell’esercito brasiliano, e tutto ciò ha certamente favorito la penetrazione della stella di David in America Latina. Ad esempio, il temibile Bope (Batalhão de Operações Policiais Especiais), inviato dallo stato brasiliano nelle favelas, ma utilizzato anche per reprimere le proteste in occasione della Coppa del Mondo del 2014, ha appreso le principali tecniche di addestramento dai militari israeliani e dalle imprese dello stato ebraico dedite al commercio delle armi. Se questo è lo scenario, non sorprende che uno dei primi atti di nomina del presidente argentino Mauricio Macri, a pochi giorni dal suo insediamento, sia stato quello di nominare come responsabile della segreteria dei diritti umani Claudio Avruji, già membro delle Associazioni Israelite Argentine (struttura molto vicina all’estrema destra israeliana) e convinto sostenitore delle guerra sporca condotta contro le organizzazioni popolari. Del resto, le relazioni armate tra Israele e Argentina, sviluppatesi all’epoca di Videla, sono proseguite nel 1982 in occasione della guerra delle Malvinas. Come ha evidenziato il giornalista Hernán Dobry nel suo libro Operación Israel, aerei argentini si recavano in Perù per rifornirsi di armi israeliane. Alla stessa conclusione è arrivato anche Gonzalo Sánchez, giornalista del destrorso quotidiano Clarín, noto per le sue simpatie verso la dittatura, che nel suo Malvinas, los vuelos secretos ha scritto di almeno sette voli segreti realizzati da piloti civili delle Aerolíneas Agentinas tra il 7 aprile e il 9 luglio del 1982 allo scopo di raccogliere armi a Tel Aviv, Tripoli e in Sudafrica.

Tutto ciò testimonia che sia il passato sia il presente di buona parte dell’America Latina è fortemente condizionato da Israele, nonostante gran parte della società civile del continente sia assai critica verso le politiche di occupazione e colonizzazione dello stato ebraico.

Sorgente: Armi e repressione: il legame pericoloso dell’America Latina con Israele – La Bottega del Barbieri

Just Business: UK Arms Sales to ‘Oppressive Regimes’ Tops $4.3Bln Per Year

The United Kingdom has sold over 3 billion pounds ($4.3 billion) of weapons a year to governments it identified as human rights violators, figures obtained by The Observer weekly revealed.

Sorgente: Just Business: UK Arms Sales to ‘Oppressive Regimes’ Tops $4.3Bln Per Year

Italia: triplica l’export di armamenti, crolla la trasparenza

Esportare materiali bellici fa bene all’economia italiana; la trasparenza invece può nuocere. E’ ciò che si evince dalla “Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento” riferita all’anno 2015 inviata alle Camere lo scorso 18 aprile per conto del governo Renzi, dal Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti. Il documento in due volumi, che da oggi è disponibile sul sito del Senato, riporta cifre impressionanti sull’incremento delle licenze all’esportazione: nel 2015 i valori sono più che triplicati ed hanno raggiunto la cifra record dal dopoguerra di oltre 8,2 miliardi di euro (erano stati meno di 2,9 miliardi di euro nel 2014).

DECOLLANO GLI AFFARI

Valori di cui fanno parte i quasi 3,2 miliardi di euro relativi ai programmi di cooperazione intergovernativa che riguardano principalmente i paesi Nato e Ue: programmi che il Ministero degli esteri e della cooperazioni (MAECI) considera un tutt’uno insieme alle reali autorizzazioni all’esportazione (denominate “Esportazioni definitive”) contribuendo così a falsare le percentuali delle licenze all’esportazione per paesi e per zone geopolitiche: se non si conteggiano – come veniva fatto fino a qualche anno fa – i valori relativi ai programmi di cooperazione intergovernativa, la ripartizione nei grafici che il MAECI ha inserito nel Vol. 1 da p. 924 appare molto diversa. Per capirlo occorre leggere attentamente le cifre riportate nel Vol. 1 alla Tabella 16 (p. 833): come si nota, il principale paese destinatario delle autorizzazioni all’esportazione non è (come indurrebbe a pensare il grafico di p. 925) il Regno Unito (poco più di 130 milioni di euro), ma la Norvegia (389 milioni), seguita da Singapore (381 milioni), Stati Uniti (344 milioni) e Emirati Arabi Uniti (304 milioni). Piccoli trucchi contabili che servono a gettare un po’ di fumo negli occhi dei lettori frettolosi e inesperti e soprattutto a gonfiare le percentuali di ripartizione dei “paesi alleati” (Nato e Ue) rispetto a quelle delle zone a rischio (Medio Oriente, Asia, Africa).

Le autorizzazioni all’esportazione di sistemi militari, escluse quindi quelle per programmi intergovernativi di cooperazione, nel 2015 sono state di quasi 4,7 miliardi di euro (€4.699.362.476), valore che si avvicina alla cifra record del 2009 (4,9 miliardi, qui il grafico) alla quale aveva contribuito la torbida commessa e il via libera del Regno Unito all’esportazione di 72 Eurofighter Typhoon all’Arabia Saudita. Ma il dato più preoccupante sta in una riga della Relazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri: “l’Italia nel 2015 non ha emesso dinieghi all’export” (p. 8). In altre parole, nessun diniego e poche restrizioni pur di far cassa. Se si tiene presente che – come riporta la Relazione del MAECI (p. 21) – le aziende che hanno ricevuto le commesse più consistenti fanno parte del gruppo Finmeccanica (adesso “Leonardo“), che è controllato per il 30,2% dal Ministero del Tesoro, appare evidente l’interesse del Governo Renzi a chiudere più di un occhio sulle operazioni delle industrie del gruppo. E a non rendere troppo note nel dettaglio le operazioni che riguardano i paesi a rischio, in zone di tensione e soprattutto con i regimi autoritari che forniscono petrolio e affari all’ENI (dove ha trovato impiego l’ex viceministro agli Esteri, Lapo Pistelli, che aveva la delega per l’esportazione di armamenti).

 

CROLLA LA TRASPARENZA

Lo avevo già scritto lo scorso anno e purtroppo devo confermarlo. La Relazione che da due anni viene inviata alle Camere è ormai praticamente inutile per conoscere in dettaglio le operazioni autorizzate e svolte per esportazioni di armamenti. Tranne i valori monetari complessivi e i generici materiali militari suddivisi per paese (si veda nel Vol.1 la già citata Tabella 16, p. 883), la Relazione non dice nemmeno quest’anno quali siano i paesi destinatari dei materiali militari delle 2.775 autorizzazioni rilasciate e che sono tutte singolarmente riportate nella Tabella A1 del MAECI; ben 366 pagine di operazioni autorizzate di cui non si sa ciò che invece andrebbe saputo: il paese destinatario. Lo stesso vale per le operazioni effettuate, cioè le consegne di materiali militari (denominate “Esportazione Definitiva” e riportate nella “Tabella M” dell’Agenzia delle Dogane): 215 pagine di singole operazioni senza alcun riscontro del paese destinatario.

Mentre fino a qualche anno fa, incrociando le numerose tabelle fornite dai vari ministeri, era in qualche modo possibile ricostruire alcune delle operazioni autorizzate e svolte, oggi è praticamente impossibile. Tutto questo non solo rende gran parte della Relazione un mero esercizio burocratico e di facciata, ma soprattutto mina alla radice il controllo parlamentare e della società civile. Quella società civile che è stata la promotrice della legge n. 185 del 1990 dopo gli scandali delle esportazioni di sistemi militari degli anni ottanta, coperte in gran parte dal segreto di Stato che, in vigore dai tempi del fascismo, ha regolato per 60 anni questa materia.

A nulla sono dunque valse le reiterate richieste al governo Renzi delle associazioni della Rete italiana per il disarmo presentate, oltre che in uno specifico documento, in una conferenza stampa tenutasi alla sala stampa della Camera lo scorso luglio (il video è qui). E nemmeno le proposte presentate lo scorso settembre dalla Rete Disarmo al Sottosegretario agli Esteri, Benedetto della Vedova, intese a promuovere maggior trasparenza e controllo.

Il fatto “curioso” è che di questa mancanza di trasparenza stanno approfittando, oltre che le aziende del gruppo Finmeccanica, soprattutto le banche estere. E tra queste in modo particolare quelle banche, come Deutsche Bank e BNP Paribas, che non hanno mai emanato delle direttive per il controllo delle operazioni finanziarie sugli armamenti convenzionali e sulle armi leggere.

Nonostante tutto ciò alcune informazioni si possono ricavare dalla Relazione. E sono informazioni preoccupanti. Come le 5.000 bombe partite dalla Sardegna inviate in Arabia Saudita e utilizzate dalla Royal Saudi Air Force per bombardare lo Yemen. O gli oltre 3.600 fucili della Benelli inviati lo scorso anno alle forze di sicurezza del regime di Al Sisi e di cui l’Osservatorio OPAL di Brescia ha dato notizia. Ma migliaia di operazioni restano in una vaga nebulosa. Alla faccia della trasparenza sbandierata dal governo Renzi. A proposito: dopo la nomina del sottosegretario Vincenzo Amendola al MAECI, adesso chi ha la delega per il controllo dell’esportazione di armamenti? Guarda caso è l’unica delega che non è riportata sul sito della Farnesina.

Giorgio Beretta
giorgio.beretta@unimondo.org

thanks to: unimondo

America’s 83 Ignoramuses Are Enabling Destruction by Israel

The 83 U.S. senators who urged the president to increase military assistance to Israel are 83 ignoramuses and their letter is a disgrace. Israel of all countries? Military assistance of all needs?

Increasing military aid won’t add one iota of security to Israel, which is armed to the teeth. It will harm Israel. Those 83 out of 100 senators base their extraordinary demand on “Israel’s dramatically rising defense challenges.”

What are they talking about? What “rising challenges”? The rise in the use of kitchen knives as a deal-breaking weapon in the Middle East? The challenge for one of the world’s strongest armies to survive against young girls brandishing scissors? Hamas’ tunnels in the sand? Hezbollah, which is bleeding in Syria? Iran, which has taken a new path?

It’s time they expanded their narrow view and reduced the enormous aid they shower on Israel’s arms industry – one of the world’s largest weapons exporters – and its army.

The United States is allowed, of course, to waste its money as it sees fit. But one may ask, senators, if it makes sense to invest more fantastic sums to arm a military power when tens of millions of Americans still have no health insurance and your senate is tightening its purse strings despite the challenges of climate change.

A world power is arming a regional power as part of a corrupt, rotten deal. Your money, senators, is largely being spent on maintaining a brutal, illegal occupation that your country claims to oppose – but finances.

The weapons you provide are for a brazen state that dares defy America more than any of its allies does. It ignores America’s advice and even humiliates its president. It gets twice the aid you give Egypt, an ally that needs the money much more. It’s three times more than you give Afghanistan, which is devastated in part because of you.

It’s almost four times more than you give Jordan, which is in a precarious state due to refugees and the Islamic State. To Vietnam, which you destroyed, you gave $121 million, and to Laos, which you ruined, $15 million. Impoverished Liberia received $156 million and awakening, liberated South Africa $490 million.

But for Israel, even $3 billion a year isn’t enough. It gets more than any other country in the world yet insists on $4 billion, not a cent less, including an unconditional commitment for a decade.

If you’ve already decided to pour such huge sums on Israel, why on its army of all things? Have you seen what its hospitals look like? And if you’re financing weapons, why not condition it on the only democracy in the region’s appropriate behavior?

What do you have over there in the world’s most important legislature? An automatic signing machine for letters supporting Israel? An ATM for the Jewish lobby’s every whim? Only 17 of 100 senators were courageous enough, or bothered to think for a moment, before they signed another scandalous venture by AIPAC and the Israeli Embassy.

More money to arm Israel will end in blood. It must end in blood. There are old weapons that must be used and new weapons that must be tried (and then sold to Azerbaijan and Ivory Coast).

This destructive, murderous force will fall again on devastated houses in Gaza, and America will finance it all once again. The money will also corrupt Israel. If this is the prize for its refusal to make peace and its flouting of international law, why shouldn’t it behave this way? Uncle Sam will pay.

The senators who signed the letter didn’t act for either their country’s good or Israel’s. It’s doubtful whether they know what they signed. It’s doubtful whether they know what the real situation is.

Maybe among them are people of conscience or people familiar with their country’s national interests. But the blood money will serve neither those interests nor morality.

Sorgente: TLAXCALA: America’s 83 Ignoramuses Are Enabling Destruction by Israel

Missili, satelliti e fucili italiani per i torturatori d’Egitto

“Non siamo disposti ad accettare verità distorte e di comodo e se non ci sarà un cambio di marcia da parte degli inquirenti e delle autorità dell’Egitto, il governo potrà ricorrere a misure immediate e proporzionate”. Il 5 aprile 2016, intervenendo al Senato sul caso di Giulio Regeni, barbaramente torturato e ucciso al Cairo il 25 gennaio, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha promesso il massimo sforzo per far luce sui mandanti e gli esecutori dell’omicidio del nostro giovane connazionale. Dopo il rifiuto degli inquirenti egiziani di consegnare i tabulati di una decine di utenze telefoniche, il premier Renzi ha richiamato in Italia l’ambasciatore al Cairo, Maurizio Massari.

 

Per tanti analisti, il governo – stavolta – sembra voler fare sul serio. Peccato però che ad oggi non esista atto concreto che rimetta in discussione la consolidata partnership politico-militare-industriale tra Italia ed Egitto o quantomeno congeli i trasferimenti di sistemi d’arma pesanti e leggeri alle forze armate e di polizia del sanguinario regime di Al-Sisi. Al contrario, nelle stesse ore in cui il ministro Gentiloni faceva la sua minacciosa sortita in Parlamento, un’azienda leader nel settore aerospaziale controllata in parte dalla holding Finmeccanica, Thales Alenia Space, annunciava la firma di un contatto di 600 milioni di euro per la fornitura di un sistema di telecomunicazione militare satellitare al governo egiziano. L’accordo è stato raggiunto nel corso della recente visita al Cairo del presidente Francois Hollande, sicuramente uno dei più accreditati sostenitori internazionali dei dittatori d’Egitto. Oltre al satellite co-prodotto da Italia e Francia, Hollande si è impegnato a fornire ai militari egiziani cacciabombardieri e unità navali. In particolare, i cantieri francesi DCNS consegneranno nel 2017 una corvetta tipo “Gowind 2500” a cui seguiranno altre tre unità dello stesso tipo prodotte nei cantieri egiziani di Alessandria tra il 2018 e il 2019. La commessa ha un valore superiore al miliardo di euro, a cui si aggiungeranno altri 3-400 milioni per la fornitura dei sistemi da combattimento che in buona parte saranno prodotti da imprese controllate interamente o parzialmente dal colosso Finmeccanica. Le quattro corvette “Gowind” saranno armate infatti con cannoni 76/62 Super Rapido di Oto Melara (società di Finmeccanica S.p.A. con stabilimenti a Brescia e La Spezia), missili antinave MM 40 Block 3 Exocet e VL MICA di produzione MBDA (Matra BAE Dynamics Alenia), il maggior consorzio europeo nel settore missilistico, controllato per il 75% da Aibus e BAE System e per il restante 25% da Finmeccanica.

 

Alla marina militare egiziana è giunta pure una fregata multiruolo tipo FREMM  realizzata nei cantieri navali del gruppo DCNS. Anche in questo caso molti dei sistemi di combattimento parleranno italiano. La nuova fregata sarà armata con i cannoni da 76 millimetri Super Rapido di Oto Melara, con i missili antiaerei superficie/aria Aster 15 di Eurosam (un consorzio europeo formato da MBDA e Thales), con quelli da crociera Scalp Naval e antinave Exocet MM40 (di produzione MBDA) e con i siluri anti-sommergibili MU90 (prodotti dal consorzio Eurotorp, costituito dalle società Thales e DCNS e dalla Wass di Livorno del gruppo Finmeccanica). Proprio grazie alle commesse missilistiche per la fregata FREMM all’Egitto e per i cacciabombardieri Rafale che la Francia fornirà al regime del Qatar, il consorzio MBDA – Matra BAE Dynamics Alenia ha registrato nel 2015 un fatturato record di 5,2 miliardi di euro.

 

Nel 2013, un’altra importante azienda del gruppo Finmeccanica, AgustaWestland, si assicurò un contratto di 17,3 milioni di dollari per la manutenzione e l’assistenza al parco elicotteri delle forze armate egiziane. A fine 2012, sempre AgustaWestland consegnò all’Egitto due elicotteri AW139 in configurazione ricerca e soccorso (SAR) e trasporto truppe, armamenti e materiali. Il contratto, per un valore di 37,8 milioni di dollari, fu sottoscritto con U.S. Army Aviation and Missile Command (AMCOM), il comando aereo e missilistico dell’esercito Usa che trasferì poi alle autorità egiziane i due mezzi italiani attraverso il programma Foreign Military Sales (FMS). Ad AgustaWestland furono pure assegnate le attività addestrative dei piloti e del personale di terra e la fornitura delle attrezzature e dei ricambi necessari per la messa in servizio degli elicotteri. Nel dicembre 2010, anche l’azienda DRS Technologies, con sede e stabilimenti negli Stati Uniti d’America ma intermante controllata da Finmeccanica, firmò con l’esercito Usa un contratto di 65,7 milioni di dollari per consegnare alle forze armate egiziane veicoli, sistemi di sorveglianza e altre apparecchiature elettroniche.

 

“L’Italia è l’unico paese dell’Unione europea che, dalla presa del potere del generale al-Sisi, ha inviato armi utilizzabili per la repressione interna nonostante la sospensione delle licenze di esportazione verso l’Egitto decretata nell’agosto del 2013 dal Consiglio dell’Unione europea”, denunciano la Rete italiana per il disarmo e l’Osservatorio permanente armi leggere (Opal) di Brescia. “Nel 2014 l’Italia ha fornito alle forze di polizia egiziane 30.000 pistole, prodotte nel bresciano e nel 2015 di 3.661 fucili, per la maggior parte prodotti da un’azienda in provincia di Urbino. Nel 2012 il valore delle esportazioni di armi italiane all’Egitto ha raggiunto i 28 milioni di euro e ha riguardato fucili d’assalto e lanciagranate della Beretta, munizioni della Fiocchi, blindati della Iveco di Torino e apparecchiature specializzate per l’addestramento militare”.
Sempre secondo i ricercatori della Rete per il disarmo e di Opal, nel 2011 il governo italiano autorizzò l’esportazione alle forze armate egiziane di 14.730 colpi completi per carri armati a cui si aggiunsero l’anno successivo 692 colpi con spoletta più altri 673, tutti prodotti da Simmel Difesa di Colleferro, Roma. Sempre nel 2011, fu autorizzata l’esportazione di 355 componenti per la centrale di tiro Skyguard per missili Sparrow/Aspide a cui sono seguiti, nel 2012, altre 1.000 componenti per la stessa centrale di tiro prodotta dalla Rheinmetall Italia Spa di Roma. Quello stesso anno il governo italiano autorizzò pure l’esportazione di 55 veicoli blindati Lizard prodotti dalla società Iveco, attrezzature del cannone navale 76/62 Super Rapido di Oto Melara e apparecchiature elettroniche e software di Selex Elsag (oggi Selex ES), altra azienda del gruppo Finmeccanica.

Sorgente: Antonio Mazzeo Blog: Missili, satelliti e fucili italiani per i torturatori d’Egitto

L’Europa non è trasparente sulle armi che vende nel mondo

La Relazione annuale dell’UE sul controllo delle esportazioni di armi e sistemi militari: in ritardo, incompleta e incoerente. Il Consiglio dell’Unione Europea non sta prendendo sul serio il controllo democratico sull’esportazione di armamenti

La Rete italiana per il disarmo (RID) insieme all’European Network Against Arms Trade (ENAAT) esprimono una forte critica nei confronti del Consiglio dell’Unione Europea «per non prendere sul serio il controllo democratico sulle esportazioni di armi e di sistemi militari». Le due organizzazioni rendono nota la loro posizione in un comunicato congiunto emesso oggi a seguito della pubblicazione della “XVII Relazione sulle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari” sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea (UE).

«Nonostante le richieste del Parlamento Europeo e della società civile, anche quest’anno la relazione è stata pubblicata in grande ritardo, è incompleta e presenta dati incoerenti», specifica la nota di ENAAT, rete di diverse organizzazioni nazionali per il controllo del commercio di armamenti in Europa. La rete europea evidenzia che ciò è conseguenza anche del «crescente impatto negativo sul controllo delle esportazioni di armi a seguito della liberalizzazione dei trasferimenti intra-UE.»

I dati della relazione si riferiscono all’anno 2014 e mostrano che la principale zona geopolitica di destinazione dei sistemi militari è stata il Medio Oriente (oltre 31,5 miliardi di euro di licenze): ciò significa che i paesi dell’UE stanno vendendo rilevanti quantità di armi nella zona del mondo col maggior numero di conflitti e regimi autoritari. Nonostante gli espliciti divieti contenuti nella Posizione Comune (2008/944/PESC), i paesi dell’UE hanno continuato ad autorizzare esportazioni di armamenti e di armi leggere a governi che abusano dei diritti umani ed a paesi coinvolti attivamente in guerre, come l’Arabia Saudita (3,9 miliardi di euro), il Qatar (11,5 miliardi), l’Egitto (6,2 miliardi) e Israele (998 milioni).

ENAAT chiede pertanto all’Unione Europea di mettere in atto una risposta globale ai conflitti agendo specificamente sulle cause sociali, economiche, ambientali e politiche, piuttosto che fare il doppio gioco del “pompiere-piromane” per assecondare una politica di benefici a breve termine. «E’ tempo che le ragioni della pace e della sicurezza prevalgano su quelle dei profitti e delle rivalità nazionali», sottolinea la nota di ENAAT.

La Relazione dell’UE peggiora di anno in anno

La 17° Relazione dell’UE sulle esportazioni di armamenti relativa all’anno 2014 è stata resa ufficialmente pubblica oggi, 4 maggio 2016. «La pubblicazione tardiva della relazione rende il controllo democratico una specie di farsa – commenta Martin Broek, ricercatore dell’associazione olandese Stop Wapenhandel. <<I dati dei trasferimenti di armi da gennaio 2014 saranno discussi 27 mesi dopo il rilascio delle autorizzazioni all’esportazione e le consegne delle armi. Se l’Unione europea e i suoi Stati membri intendono prendere seriamente il controllo dell’export di armamenti, devono migliorare i tempi di pubblicazione della relazione».

Non è solo una questione di tempi, ma di contenuti. Diversi Stati membri non comunicano secondo gli standard comuni richiesti, il che rende impossibile confrontare i dati e avere una visione chiara e coerente delle esportazioni di sistemi militari dei paesi dell’UE. Molti dei maggiori esportatori non forniscono all’UE i dati sulle esportazioni effettive (consegne) di armamenti, come il Regno Unito e la Germania, o non rivelato i dati sulle esportazioni secondo le specifiche categorie di sistemi militari, come la Francia e l’Italia.

«Invece di migliorare – commenta Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana per il Disarmo – la relazione sta peggiorando di anno in anno e questo nonostante i ripetuti appelli delle associazioni della società civile e le esplicite richieste del Parlamento Europeo. Una tale mancanza di trasparenza non dovrebbe più essere tollerata».

Lo scorso dicembre il Parlamento Europeo ha chiesto che la relazione venisse pubblicata per tempo, in modo completo e secondo i criteri stabiliti per consentire un adeguato dibattito pubblico e il necessario controllo e ha proposto di implementare delle sanzioni in caso di violazioni. ENAAT ricorda che ricade sui governi degli Stati membri la responsabilità di fornire un adeguato quadro giuridico e la trasparenza delle informazioni necessarie per il dibattito politico e il controllo legale: le esportazioni di sistemi militari sono tuttora principalmente di competenza nazionale.

Per quanto riguarda l’Italia, i dati riportati nella Relazione dell’UE sono in linea con quelli pubblicati nella Relazione governativa relativa all’anno 2014. «Ma va notata una grave mancanza aggiunge Francesco Vignarca, coordinatore della Rete italiana per il Disarmo. <<Nonostante le nostre reiterate richieste, da diversi anni l’Italia non rende noti all’UE i dati sulle consegne (esportazioni) secondo le specifiche categorie di sistemi militari rendendo così impossibile il controllo sulle operazioni effettivamente effettuate».

Gli Stati membri dell’UE stanno giocando ai “pompieri piromani”

Ulteriori e preoccupanti considerazioni possono essere tratte riguardo sia alle esportazioni effettive sia alle autorizzazioni rilasciate nel 2014: queste ultime permettono infatti uno sguardo sulle politiche messe in atto dai governi degli Stati membri (quali paesi destinatari sono considerati ammissibili, per quale tipo di prodotti militari, ecc.) e sul futuro del commercio di sistemi militari dell’UE armi (le licenze di oggi sono le esportazioni di domani).

L’Arabia Saudita è la principale destinazione di armamenti dell’UE degli ultimi quindici anni e tra i maggiori clienti di armi europee nel 2014 figurano anche Qatar, Algeria, Marocco, Egitto, India, Emirati Arabi Uniti e Turchia. Considerando i livelli di povertà di alcuni di questi paesi, il loro coinvolgimento in conflitti e i legami sospetti con gruppi terroristici è sorprendente che i governi europei li considerino destinatari accettabili per una politica di esportazioni di armamenti chiara e responsabile.

Invece di contribuire alla sicurezza comune, le esportazioni di sistemi militari dell’UE stanno alimentando conflitti, come quello in Yemen, regimi repressivi come l’Arabia Saudita, Israele e l’Egitto: tutto questo finisce con l’incrementare i flussi di migranti e rifugiati e le pressioni alle frontiere europee, ma contemporaneamente permette di aumentare i contributi finanziari dell’UE per azioni infinite di peace-building e di ricostruzione.

«Con governi dei paesi dell’Unione Europea impegnati a promuovere le proprie esportazioni di armi, il controllo rimarrà un insignificante esercizio sulla carta fintantoché azioni legali da parte della società civile non saranno rese possibili e non avverrà un effettivo cambiamento delle politiche», ha commentato Ann Feltham, coordinatrice parlamentare della Campaign Against Arms Trade (CAAT) del Regno Unito.

Il controllo dell’export di armamenti: le ambiguità dell’UE

Nonostante la conclamata volontà di «evitare esportazioni di armi che potrebbero essere utilizzate per la repressione interna, l’aggressione internazionale o che potrebbero contribuire all’instabilità regionale», di fatto l’Unione Europea sta abbassando gli standard di controllo del commercio di armamenti, coprendo l’operazione come liberalizzazione del mercato interno. La Francia, ad esempio, nel giugno del 2014 ha intrapreso una revisione completa del sistema di controllo delle esportazioni nell’ambito della “Direttiva sui trasferimenti di prodotti della difesa”.  «Questo nuovo regime – spiega Tony Fortin, Presidente dell’Observatoire des Armements (Francia) – esenta lo Stato dalla responsabilità per il controllo delle esportazioni e aumenta il rischio di abusi, limitando il controllo democratico»

Allo stesso modo – secondo l’associazione Vredesactie (Belgio) – nelle Fiandre (la regione fiamminga del Belgio) l’uso delle “licenze generali” rende molto più difficile conoscere l’utilizzatore finale soprattutto nel caso dei componenti di materiali di armamento: di conseguenza circa la metà delle esportazioni di beni non sarà più soggetta a controlli.

Firmato da:

– BUKO: Campaign stop the arms trade (Bremen – Germania)

– Campaign Against Arms Trade (CAAT) (Londra – Regno Unito)

– Centre Delàs d’Estudis per la Pau (Barcellona – Spagna)

– Committee of 100 (Finlandia)

– Human Rights Institute (Slovacchia)

– International Peace Bureau (IPB)

– NESEHNUTÍ (Repubblica Ceca)

– Norwegian Peace Association (Norvegia)

– Observatoire des armements (Francia)

– Peace Union of Finland (Finlandia)

– Quaker Council for European Affairs (QCEA)

– Rete Italiana per il Disarmo (Italia)

– Stop Wapenhandel (Paesi Bassi)

– Swedish Peace and Arbitration Society (Svezia)

– Vredesactie (Belgio)

Sorgente: Pressenza – L’Europa non è trasparente sulle armi che vende nel mondo

Switzerland Partly Lifts Ban on Middle East Arms Exports

The Swiss Federal Council has partially lifted a ban on arms exports to Middle Eastern countries in place since last year, local media reported Wednesday.

In March 2015, the Swiss government suspended arms supply deals with Saudi Arabia, Qatar and the United Arab Emirates (UAE) in response to violence escalation in Yemen, where a Saudi-led coalition had begun conducting air strikes against Houthi rebels.

Sorgente: Switzerland Partly Lifts Ban on Middle East Arms Exports

Israel seals Rwanda genocide arms papers

Records of Israel’s arms exports to Rwanda during the 1994 genocide in the country will remain secret, the Israeli Supreme Court rules.

The verdict denied a request by attorney Eitay Mack and Professor Yair Auron. The pair had submitted a request to the Israeli ministry of military affairs in 2014, asking for the details of Israeli arms sales to Rwanda between 1990 and 1995.

Sorgente: PressTV-Israel seals Rwanda genocide arms papers

Huge US Government Arms Delivery to Al-Qaeda Revealed by Official Website

A transport solicitation found on a federal website reveals the US government keeps shipping weapons to Al-Qaeda and other belligerent groups in Syria.

According to the British military information agency Jane’s, two transport solicitations were found on a US government website FedBizGov.org (Federal Business Opportunities), that looked for shipping companies to transport explosive material from Constanta, Romania, to port of Aqaba in Jordania on behalf of the US Navy’s Military Sealift Command.

Sorgente: Huge US Government Arms Delivery to Al-Qaeda Revealed by Official Website

Nave umanitaria o portaerei? Ora il caso fa arrabbiare il Parlamento. I partiti (compreso il Pd) chiedono chiarimenti

Su Forum Difesa, comunità web di militari, ex militari ed esperti del settore, un membro ha postato il link all’articolo de ilfattoquotidiano.it con un commento: 01LHD“Li hanno beccati. Prima o poi qualcuno se ne sarebbe accorto. Questa poca trasparenza sommata alle varie indagini temo renderà il cammino della seconda parte della Legge Navale una vera scalata”. Si riferisce alla vicenda della Legge Navale da 5,4 miliardi voluta dall’ammiraglio De Giorgi, che racconta come Marina e Difesa, “gabbando” il Parlamento che aveva autorizzato l’acquisto di una nave anfibia umanitaria da 840 milioni e sei pattugliatori dual-use da 437 milioni, abbiano invece ordinato una portaerei da almeno 1,1 miliardi e 7 fregate missilistiche simil-Fremm da 560 milioni l’una.02PPA

Il forum, ricco di informazioni che trapelano da ambienti militari e industriali, è quello in cui da oltre un anno si commentava con sarcasmo la strategia comunicativa del capo di stato maggiore della Marina, che per ottenere il via libera del Parlamento al suo programma navale è ricorso alla “manfrina del dual-use” delle navi militari, cioè alla formuletta magica “inventa per far digerire la medicina all’opinione pubblica” parlando di “cose che non stanno da nessuna parte” come “navi che dovevano portare 03LHDelettricità, acqua potabile, soccorso alle popolazioni colpite da calamità naturali, che dovevano fare da ospedali galleggianti, che dovevano fare lotta all’inquinamento o ricerca e soccorso, salvare i gattini rimasti sugli alberi”. “Si maschera tutto da dual use for ever, perché un Lhd (la portaerei, ndr) diversamente come la giustifichi? Idem per le fregate lanciamissili, pure belle grosse, che per averle sono state mascherate da pattugliatori da impiegare in missioni 04PPAantinquinamento o per il soccorso di naufraghi”. Tutto condito da rendering della Marina che ritraevano sul ponte delle “navi container che fanno molto dual use… E quindi molto comodi in fase di richiesta di finanziamento a livello politico… E una volta realizzate le navi… Si fa presto a scaricarli”.

Ora che il gioco di De Giorgi è stato scoperto, le opposizioni chiedono al ministro della Difesa Roberta Pinotti di spiegare in Parlamento perché la natura, la dimensione e i costi delle nuove navi sono cambiati da quelli pattuiti inizialmente.

“Il Parlamento è stato gabbato – ammette Massimo Artini, ex Cinquestelle vicepresidente della commissione Difesa della Camera – e adesso la Pinotti, perché la responsabilità politica ultima è sua, deve darci una spiegazione. La mancanza di trasparenza c’è stata fin da subito, quando noi abbiamo chiesto dati tecnici sulle navi e non ci sono mai stai forniti. E ora scopriamo, allibiti, che le piccole navi dual-use si sono trasformate in una portaerei gigantesca e in fregate da guerra, con i costi che sono di conseguenza lievitati rispetto a quelli presentati al Parlamento. Volevano navi del genere? Perché non ce l’hanno detto subito? Ne avremmo discusso apertamente. Perché raccontarci che servivano per protezione civile e per portare corrente? Per quello basta una nave civile con un generatore!”

06Decreto“Era chiaro che sarebbe finita così!”, si infervora Luca Frusone, capogruppo Cinquestelle in commissione Difesa. “Quando discutemmo la Legge Navale chiedemmo di non approvarla finché la Difesa non ci avessero fornito i dettagli tecnici delle navi: prima di spendere tutti quei soldi volevamo sapere cosa andavamo a comprare. Alla fine la maggioranza decise di approvare a scatola chiusa, con la promessa di avere quelle informazioni, che però non sono mai arrivate. La Difesa continua a comprare aerei, navi e carri armati come caramelle, non per esigenze strategiche ma per interessi personali ed economici, trattando il Parlamento come una banda di brocchi a cui raccontare storielle o nascondere la verità e cercando in tutti i modi di aggirare il lodo Scanu”, cioè l’articolo 4 della legge 244 del 2012 sul controllo parlamentare alle spese militari. “I militari non vogliono controlli sulle loro spese”.07Dossier

Ne sa qualcosa Paolo Bolognesi, deputato Pd della commissione Difesa che dal dicembre 2013 aspetta che venga discussa la sua proposta di legge per istituire un’autorità pubblica di controllo sulle spese militari sul modello del Government Accountability Office negli Stati Uniti. “Ormai sono oltre due anni che aspetto, ma non mi stupisco perché le resistenze sono fortissime. Quando presentai la legge mi sentii dire da un generale che la mia proposta era poco patriottica. I militari farebbero di tutto per aggirare il controllo del Parlamento. Se sul programma navale la Difesa non ha rispettato il mandato parlamentare dovranno darci spiegazioni”.

09LHDSpiegazioni che, come spiega Elio Vito, Forza Italia, ex presidente della commissione Difesa della Camera (all’epoca dell’approvazione della Legge Navale), “abbiamo chiesto al Governo e ci auguriamo di avere presto dal ministro Pinotti: sarà l’occasione per fare chiarezza sullo stato di avanzamento del programma navale”.

Un chiarimento atteso anche da Francesco Saverio Garofani, attuale presidente Pd della commissione Difesa di 10LHD-CavourMontecitorio, che però si mostra fiducioso nella buona fede della Difesa. “La Legge Navale ha seguito in Parlamento tutti i passaggi previsti – spiega Garofani al fatto.it – e la commissione ha fatto il suo lavoro: abbiamo chiesto e acquisito informazioni, le abbiamo discusse e valutate e in base ad esse abbiamo espresso un parere favorevole condividendo l’importanza di questo programma. Non credo che la Difesa ci abbia tenuto nascoste le sue intenzioni e abbia proceduto 11PPAdiversamente rispetto a quanto stabilito. Comunque l’audizione richiesta al governo sarà l’occasione per ottenere informazioni aggiornate sui requisiti tecnici delle diverse unità navali e valutare quindi la coerenza con quanto autorizzato a suo tempo”.

Sorgente: Nave umanitaria o portaerei? Ora il caso fa arrabbiare il Parlamento. I partiti (compreso il Pd) chiedono chiarimenti – Il Fatto Quotidiano

Giovedì santo: Lavanda Papa Francesco per 12 profughi

“Tutti noi, insieme, musulmani, indi, cattolici, copti, evangelici, fratelli, figli dello stesso Dio, che vogliamo vivere in pace, integrati: un gesto. Tre giorni fa un gesto di guerra, di distruzione, in una città dell’Europa, da gente che non vuole vivere in pace, ma dietro quel gesto” “ci sono i fabbricatori, i trafficanti delle armi che vogliono il sangue non la pace, la guerra, non la fratellanza”. Il Papa ha spiegato così la lavanda dei piedi che stava per compiere nel CARA di Castelnuovo di Porto. “Due gesti, – ha riflettuto – Gesù lava i piedi e Giuda vende Gesù per denaro, noi tutti insieme diverse religioni, di diverse culture ma figli dello stesso padre, fratelli, e quelli che comprano le armi per distruggere”. Papa Francesco ha voluto imprimere il sigillo della unità dei credenti per la pace, e della fratellanza contro l’odio, le guerre e il traffico di armi, al rito della lavanda dei piedi che ha compiuto al CARA, acronimo per Centro di accoglienza per richiedenti asilo, cioè dove i profughi vengono ospitati in attesa che vengano espletate le procedure per accogliere o meno la loro domanda di protezione internazionale. Bergoglio ha lavato i piedi a 11 profughi e una operatrice del CARA, in tutto cinque cattolici, quattro musulmani, un indù e tre cristiani copti.

Il CARA, – dove papa Francesco è arrivato nel pomeriggio a bordo di una Golf blu, accolto da mons. Rino Fisichella e dai dirigenti, ha stretto tante mani e autografato a pennarello, con il suo ‘Franciscus’ in calligrafia minuta uno striscione che gli dava il benvenuto, in italiano e in altre 10 lingue – ospita 892 persone da 25 diversi Paesi, di cui 15 Paesi africani, 9 asiatici, uno europeo extra Ue. 849 sono uomini, 36 donne, 7 minori. L’ottanta per cento degli ospiti sono giovani con una età compresa tra i 19 e i 26 anni, ma c’è anche una famiglia irachena che comprende quattro generazioni, dalla bisnonna in giù. Nella forte omelia, tenuta interamente a braccio, il Papa – che nella visita è stato accompagnato da tre migranti che gli hanno fatto da interprete, l’afgano Ibrahim, il maliano Boro e l’eritreo Segen – ha accennato alle storie che ognuno degli ospiti del CARA ha alle spalle. Ci sono tutte le rotte della disperazione nelle vite dei profughi cui ha lavato i piedi: c’è Mohamed, arrivato al CARA da meno di due mesi, nato in Siria, da dove è scappato varcando il confine con la Libia, è approdato a Lampedusa. Ha appena compiuto 22 anni ed è musulmano. Dalla Libia sono approdati al CARA anche Sira, 37 anni, del Mali, e Lucia, Dbra e Luchia, tre cristiane copte partite dall’Eritrea. Khurram, invece è partita dal Pakistan e attraverso Iran, Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria e Austria è arrivata a Caltanissetta.

Uomini e donne di diverse religioni, accomunati da queste rotte del dolore e dallo stesso desiderio di vita e di futuro, quei profughi che sono priorità del pontificato dal primo viaggio, a Lampedusa nel luglio 2013, e per i quali, ancora per tutto il mese di marzo parallelamente ai tre vertici europei e alla cronaca internazionale, non ha smesso di spendere interventi e appelli. “E’ bello vivere insieme come fratelli, con culture e religioni differenti, ma siamo tutti fratelli, questo ha un nome, pace e amore”, ha detto ancora il Papa dopo aver ascoltato alcuni canti in tigrigno, e prima di stingere la mano, uno per uno, a tutti gli 892 ospiti del CARA. I migranti hanno donato al Pontefice un quadro raffigurante Gesù, mentre Francesco, già questa mattina, ha fatto consegnare loro 200 uova di cioccolato, una scacchiera e palloni da calcio e palline da baseball autografate da campioni. Noi pastori “con il popolo scartato”, aveva incitato al mattino, nella messa del crisma celebrata con cardinali e vescovi e incentrata sulla “dinamica della misericordia” che è la “dinamica del samaritano”. A questa umanità scartata Bergoglio ha cercato oggi di restituire dignità e di sostenerne la speranza, in un incontro che resterà tra i più significativi del giubileo che il Papa ha intitolato alla misericordia. (giovanna.chirri@ansa.it)

thanks to: Ansa

Yemen: Embargo Arms to Saudi Arabia

(Sanaa) – The United States, United Kingdom, France, and others should suspend all weapon sales to Saudi Arabia until it not only curtails its unlawful airstrikes in Yemen but also credibly investigates alleged violations.

Since March 26, 2015, a coalition of nine Arab countries has conducted military operations against the Houthi armed group and carried out numerous indiscriminate and disproportionate airstrikes. The airstrikes have continued despite a March 20 announcement of a new ceasefire. The coalition has consistently failed to investigate alleged unlawful attacks as the laws of war require. Saudi Arabia has been the leader of the coalition, with targeting decisions made in the Saudi Defense Ministry in Riyadh.

“For the past year, governments that arm Saudi Arabia have rejected or downplayed compelling evidence that the coalition’s airstrikes have killed hundreds of civilians in Yemen,” said Philippe Bolopion, deputy global advocacy director. “By continuing to sell weapons to a known violator that has done little to curtail its abuses, the US, UK, and France risk being complicit in unlawful civilian deaths.”
Nongovernmental organizations and the United Nations have investigated and reported on numerous unlawful coalition airstrikes. Human Rights Watch, Amnesty International, and other international and Yemeni groups have issued a joint statement calling for the cessation of sales and transfers of all weapons and military-related equipment to parties to the conflict in Yemen where “there is a substantial risk of these arms being used… to commit or facilitate serious violations of international humanitarian law or international human rights law.” Human Rights Watch has documented 36 unlawful airstrikes – some of which may amount to war crimes – that have killed at least 550 civilians, as well as 15 attacks involving internationally banned cluster munitions. The UN Panel of Experts on Yemen, established under UN Security Council Resolution 2140 (2013), in a report made public on January 26, 2016, “documented 119 coalition sorties relating to violations” of the laws of war.
Saudi Arabia has not responded to Human Rights Watch letters detailing apparent violations by the coalition and seeking clarification on the intended target of attack. Saudi Arabia has successfully lobbied the UN Human Rights Council to prevent it from creating an independent, international investigative mechanism.
In September 2014, the Houthis, a Zaidi Shia group from northern Yemen also known as Ansar Allah, took control of Yemen’s capital, Sanaa. In January 2015, they effectively ousted President Abdu Rabu Mansour Hadi and his cabinet. The Houthis, along with forces loyal to former president Ali Abdullah Saleh, then swept south, threatening to take the port city of Aden. On March 26, the Saudi-led coalition, consisting of Bahrain, Kuwait, Qatar, the United Arab Emirates, Egypt, Jordan, Morocco, and Sudan, began an aerial bombing campaign against Houthi and allied forces.
At least 3,200 civilians have been killed and 5,700 wounded since coalition military operations began, 60 percent of them in coalition airstrikes, according to the UN High Commissioner for Human Rights. The naval blockade the coalition imposed on Yemen has contributed to an immense humanitarian crisis that has left 80 percent of the population of the impoverished country in need of humanitarian protection and assistance.

The UN Panel of Experts found that, “the coalition’s targeting of civilians through air strikes, either by bombing residential neighborhoods or by treating the entire cities of Sa‘dah and Maran in northern Yemen as military targets, is a grave violation of the principles of distinction, proportionality and precaution. In certain cases, the Panel found such violations to have been conducted in a widespread and systematic manner.” Deliberate, indiscriminate, and disproportionate attacks against civilians are serious violations of the laws of war, to which all warring parties are bound.

The UN panel said that the attacks it documented included attacks on “camps for internally displaced persons and refugees; civilian gatherings, including weddings; civilian vehicles, including buses; civilian residential areas; medical facilities; schools; mosques; markets, factories and food storage warehouses; and other essential civilian infrastructure, such as the airport in Sana’a, the port in Hudaydah and domestic transit routes.”

Residents sifting through the rubble of homes destroyed in an airstrike three days prior in Yareem town. The strike killed at least 16 civilians.

The 36 unlawful airstrikes Human Rights Watch documented include attacks on schools, hospitals, and homes, with no evidence they were being used for military purposes. Human Rights Watch has collected the names of over 550 civilians killed in these 36 attacks. Amnesty International has documented an additional 26 strikes that appear to have violated the laws of war. Mwatana, one of Yemen’s leading human rights organizations, issued a report in December that documented an additional 29 unlawful airstrikes across Yemen, from March to October 2015.

In addition, Human Rights Watch and Amnesty International have documented civilian casualties from internationally banned cluster munitions used in or near cities and villages. Cluster munitions have been used in multiple locations in at least five of Yemen’s 21 governorates: Amran, Hajja, Hodaida, Saada, and Sanaa. The coalition has used at least six types of cluster munitions, three delivered by air-dropped bombs and three by ground-launched rockets. Human Rights Watch has said there should be an immediate halt to all use of cluster munitions and that coalition members should join the Convention on Cluster Munitions.

Despite the numerous credible reports of serious laws-of-war violations, the Saudi-led coalition has taken no evident actions either to minimize harm to civilians in its air operations or to investigate past incidents and hold those responsible to account. So long as no such steps are taken, governments should not supply weapons to the leading coalition member.

The UK foreign affairs minister, Phillip Hammond, and other senior UK officials have repeatedly said that coalition forces have not committed any violations of the laws of war. On February 2, 2016, an important cross-party committee of UK members of parliament sent a letter to the international development secretary, Justine Greening, calling for immediate suspension of UK arms sales to Saudi Arabia and an international independent inquiry into the coalition’s military campaign in Yemen.

On February 25, the European parliament passed a resolution calling on the European Union’s High Representative for Foreign Affairs and Security Policy Federica Mogherini “to launch an initiative aimed at imposing an EU arms embargo against Saudi Arabia.” On February 17, the Dutch parliament voted to impose the embargo and ban all arms exports to Saudi Arabia.

On January 31, the coalition announced the creation of a committee to promote the coalition’s compliance with the laws of war. However, the military spokesman for the coalition specified that the objective of the committee was not to carry out investigations into alleged violations.

Human Rights Watch has also documented serious laws of war violations by Houthi and allied forces, including indiscriminate shelling of cities, enforced disappearances, and the use of internationally banned antipersonnel landmines. Human Rights Watch supports a ban on the sale or provision of weapons to the Houthis that are likely to be used unlawfully, notably unguided “Grad-type” rockets and anti-personnel landmines.

“How many more airstrikes need to wreak havoc on civilians before countries supplying aircraft and bombs to the coalition pull the plug?” Bolopion said.

UK, US Arms Support for Saudi-led Coalition
Under international law, the US is a party to the armed conflict in Yemen. Lt. Gen. Charles Brown, commander of the US Air Force Central Command, said that the US military has deployed dedicated personnel to the Saudi joint planning and operations cell to help “coordinate activities.” US participation in specific military operations, such as providing advice on targeting decisions and aerial refueling during bombing raids, may make US forces jointly responsible for laws-of-war violations by coalition forces. As a party to the conflict, the US is itself obligated to investigate allegedly unlawful attacks in which it took part.

The UK government has said that though it has personnel in Saudi Arabia, they are not involved in carrying out strikes, or directing or conducting operations in Yemen, or selecting targets. UK Prime Minister David Cameron has stated that UK personnel are deployed to “provide advice, help and training” to the Saudi military on the laws of war.

Largest Foreign Military Sales to Saudi Arabia
In July 2015, the US Defense Department approved a number of weapons sales to Saudi Arabia, including a US$5.4 billion deal for 600 Patriot Missiles and a $500 million deal for more than a million rounds of ammunition, hand grenades, and other items, for the Saudi army. According to the US Congressional review, between May and September, the US sold $7.8 billion worth of weapons to the Saudis.

In October, the US government approved the sale to Saudi Arabia of up to four Lockheed Littoral Combat Ships for $11.25 billion. In November, the US signed an arms deal with Saudi Arabia worth $1.29 billion for more than 10,000 advanced air-to-surface munitions including laser-guided bombs, “bunker buster” bombs, and MK84 general purpose bombs; the Saudis have used all three in Yemen.

According to the London-based Campaign Against Arms Trade, the UK government approved GB£2.8 billion in military sales to Saudi Arabia between January and September 2015. The weapons include 500-pound Paveway IV bombs. The UK is negotiating a £1 billion weapons deal with the UAE.

A June 2015 Spanish government report stated that Spain had authorized eight licenses for arms exports to Saudi Arabia worth $28.9 million in the first half of the year. In February 2016, Spanish media reported that the government-owned shipbuilding company Navantia was about to sign a contract worth $3.3 billion with Saudi Arabia for the construction of five Avante 2200 type frigates for the Saudi navy.

In July 2015, Saudi Arabia reportedly signed agreements worth $12 billion with France, which included $500 million for 23 Airbus H145 helicopters. The kingdom is also expected to order 30 military patrol boats by 2016 under the agreement. Reuters reported that Saudi Arabia has also recently entered into exclusive negotiations with the French company Thales Group to buy spy satellite and telecommunications equipment worth “billions of euros.”

Coalition Violations
Human Rights Watch has documented 36 airstrikes between March 2015 and January 2016, that appear to have been unlawfully indiscriminate or disproportionate, which include a March 30, 2015 airstrike on a camp for internally displaced people that killed at least 29 civilians and a March 31, 2015 airstrike on a dairy factory outside the port city of Hodaida that killed at least 31 civilians. In Saada, a Houthi stronghold in the north, Human Rights Watch examined more than a dozen airstrikes that occurred between April and May that destroyed or damaged civilian homes, five markets, a school, and a gas station, though there was no evidence these sites were being used for military purposes. These strikes killed 59 people, mostly civilians, including at least 35 children.

On May 12, the coalition struck a civilian prison in the western town of Abs, killing 25 people. On July 24, the coalition dropped nine bombs on and around two residential compounds of the Mokha Steam Power Plant, which housed plant workers and their family members, killing at least 65 civilians. On August 30, an airstrike hit Al-Sham Water Bottling Factory in the outskirts of Abs, killing 14 workers, including three boys, who were nearing the end of their night shift.

The coalition has carried out strikes on marketplaces, leading to high civilian death tolls. On May 12, a strike on the marketplace of the eastern village of Zabid killed at least 60 civilians. On July 4, an airstrike on the marketplace of the northern village of Muthalith Ahim killed at least 65. On July 6, bombs hit two markets in the governorate of Amran, north of Sanaa, killing at least 29 civilians.

On October 26, the coalition bombed a Doctors Without Borders (MSF) hospital in the northern town of Haydan in Saada governorate six times, wounding two patients. Since then, coalition airstrikes have hit MSF facilities twice. An airstrike hit a mobile clinic on December 2, in Taizz, wounding eight, including two staff members, and killing another civilian nearby. On January 21, an airstrike hit an MSF ambulance, killing its driver and six others, and wounded dozens in Saada.

On January 10, a projectile hit an MSF-supported hospital in Saada, killing six people and wounding at least seven, most of them medical staff and patients. MSF said it could not confirm the origin of the attack, but its staff had seen planes flying over the facility at the time of the attack. MSF said on January 25, that it had yet to receive any official explanation for any of these incidents.

On May 8, 2015, Brig. Gen. Ahmad al-Assiri, the military spokesman for the coalition, declared the entire cities of Saada and Marran, another Houthi stronghold, to be military targets. In an interview with Reuters on February 1, al-Assiri spoke about Saudi civilian casualties from Houthi and pro-Saleh forces’ firing across the border. He said, “Now our rules of engagement are: you are close to the border, you are killed.” Treating an entire area as the object of military attack violates the laws-of-war prohibition on attacks that treat distinct military objectives in a city, town or area as a single military objective. Doing so unlawfully denies civilians protection from attack.

Human Rights Watch also documented the coalition’s use of at least six types of cluster munitions in at least 15 attacks in five of Yemen’s 21 governorates between March 2015 and January 2016. Cluster munitions are indiscriminate weapons and pose long-term dangers to civilians. They are prohibited by the 2008 Convention on Cluster Munitions, adopted by 118 countries, though not Saudi Arabia or Yemen.

Failure to Investigate Alleged Violations
Countries that are party to a conflict have an obligation under international law to investigate credible allegations of war crimes and hold those responsible to account. Human Rights Watch has seen no indication that the Saudi Arabia-led coalition has conducted any meaningful investigations into alleged laws-of-war violations.

On August 19, 2015, Human Rights Watch and 22 other human rights and humanitarian organizations called on the UN Human Rights Council to create an independent international commission of inquiry at its September session to investigate alleged laws-of-war violations by all parties to the conflict. The UN High Commissioner for Human Rights similarly called on UN member states to encourage the establishment of an “international independent and impartial” investigative mechanism.

Instead, on September 7, President Abdu Rabu Mansour Hadi of Yemen established a national commission to investigate violations of human rights and the laws of war. During the ensuing UN Human Rights Council session in Geneva, Saudi Arabia and other Arab countries effectively blocked an effort led by the Netherlands to create an international investigative mechanism. The national commission has taken no tangible steps to conduct investigations, nor has it revealed any working methods or plans, three people close to the commission told Human Rights Watch.

Five days after the release of UN Panel of Experts report on Yemen, on January 31, 2016, the coalition announced a new committee to assess the coalition’s rules of engagement in the war and produce recommendations for the coalition to better respect the laws of war. “The goal of the committee is not to investigate allegations,” Al-Assiri said. “Its primary goal is to confirm the precision of the procedures followed on the level of the coalition command.” As such, this proposed body does not meet the requirements for an impartial investigative mechanism that can address accountability for unlawful attacks or compensate victims of coalition violations, Human Rights Watch said.

Al-Assiri said that the Saudi military has been conducting internal investigations into attacks in which a violation might have ensued, and pointed to a single airstrike that had led to a violation: the October 26, 2015 bombing of an MSF hospital in northern Yemen. He said the strike had been the result of “human error,” but did not outline any steps taken to hold the responsible military personnel to account, or compensate the two civilians wounded in the strike.

thanks to: Human Rights Watch

Will This Trigger World War III? US Army Stockpiles Munitions Near China

US Army announces plans to place munitions stockpiles in Vietnam, Cambodia, and other area countries in a bid to contain the regional expansion of Chinese influence.

On Wednesday, the US Army announced that it plans to stockpile munitions and military supplies in Vietnam, Cambodia, and several other undisclosed nations including, experts believe, the Philippines, as the US adopts an increasingly aggressive military posture toward China.

Sorgente: Will This Trigger World War III? US Army Stockpiles Munitions Near China

La Pinotti in Israele per rafforzare il patto con militari e industrie d’armi

Come risponde il governo Renzi all’appello di 168 accademici italiani che invitano a boicottare le università israeliane coinvolte nella ricerca e produzione di sistemi di guerra impiegati contro il popolo palestinese? Inviando la ministra della difesa Roberta Pinotti a rendere omaggio alle maggiori autorità israeliane e rafforzare la partnership tra le forze armate e il complesso militare-industriale di Italia e Israele.

 

Il 29 febbraio scorso Roberta Pinotti è giunta a Tel Aviv per un vertice con il ministro alla guerra israeliano Moshe Ya’alon. “Una maggiore collaborazione fra Italia e Israele rappresenterebbe un fattore di innovazione e tradizione”, ha spiegato la ministra. “Israele è un Paese tradizionalmente vicino all’Italia con il quale esiste da tempo una elevata collaborazione nel campo della Difesa, così come il comune interesse di creare uno spazio di pace e sicurezza durevole in Medio Oriente”. Il patto di cooperazione militare tra Italia e Israele, firmato nel 2003, è finalizzato “all’interscambio di materiali di armamento, alla formazione e all’addestramento del personale e alla ricerca e sviluppo in campo industriale”. In particolare, le forze armate dei due paesi collaborano fattivamente nei settori dell’intelligence e dell’addestramento aereo, marittimo e subacqueo. L’ultima grande esercitazione bilaterale (Rising Star) risale all’ottobre 2015, quando l’unità “Anteo” e un commando del Comsubin (il Comando Subacquei e Incursori della Marina militare italiana) si sono addestrati con le forze speciali israeliane nel porto di Haifa.

 

Come riportato dal sito del ministero della difesa italiano, durante l’incontro con Moshe Ya’alon, la Pinotti ha espresso la “piena disponibilità del governo italiano a consolidare la collaborazione in atto tra le forze armate dei due Paesi al fine di contribuire a migliorare il livello di interoperabilità anche in relazione alla condivisione del medesimo scenario geostrategico”. La titolare del dicastero ha inoltre ricordato “la pluriennale e radicata presenza militare italiana in Israele, con la partecipazione alle missioni UE, multinazionali e bilaterali, indirizzate sia a monitorare la situazione della sicurezza, sia a favorire la formazione di reali capacità palestinesi nei settori del controllo dei confini e, soprattutto, delle forze di polizia (con la missione MIADIT Palestina)”.

 

I due ministri della difesa si sono confrontati anche sugli attuali scenari di crisi in Siria, Libia, Libano e sull’impegno italiano nella coalizione anti-Daesh. “Occorre impedire l’avanzata dell’Isis in Libia ed evitare che si ripeta quanto accaduto in Iraq e Siria”, ha dichiarato la Pinotti. Molto più gravi e minacciose le parole dell’omologo israeliano. “Siamo profondamente preoccupati di una presenza iraniana più forte in Siria perché essa rafforzerebbe in modo negativo l’asse sciita”, ha spiegato Moshe Ya’alon. “Ciò potrebbe incoraggiare l’Iran a continuare ad attivare il suo fronte terroristico contro di noi dalle Alture del Golan. L’Iran continuerà ad investire il denaro che riceverà dall’abolizione delle sanzioni per sviluppare e acquistare nuovi sistemi d’arma, rafforzare la presenza dei terroristi mandatari in Medio oriente, Europa e America e diffondere il terrorismo nel mondo intero. L’Iran non ha smesso di trasferire armi alla Striscia di Gaza in vari modi”.

 

Come riportato pure nel comunicato stampa emesso dallo Stato Maggiore della difesa italiano, il ministro Ya’alon ha concluso il suo colloquio con Roberta Pinotti “sottolineando l’uso da parte dell’aviazione israeliana dell’aereo di addestramento (simulatore di volo) italiano M-346, non escludendo una possibile estensione”. Espressione criptica e assai ambigua quella della possibile estensione nell’uso dei 30 caccia M-346 “Master” acquistati dall’italiana Alenia Aermacchi (Finmeccanica) per formare i piloti dei cacciabombardieri dell’Aeronautica israeliana. “All’inizio i piloti apprendono come ingaggiare un singolo aereo nemico, poi si addestrano nel combattimento aria-aria contro caccia multipli e ad affrontare i missili terra-aria posseduti dagli Hezbollah, dalla Siria e dall’Iran”, ha spiegato il comandante della base aerea di Hatzerim, nel deserto del Negev, dove sono giunti i primi velivoli. “Il secondo stage addestrativo con gli M-346 ha affrontato scenari di guerra ancora più complessi, come l’intercettare un aereo passeggeri sequestrato o jet siriani che sono venuti a bombardare Tel Aviv o gli attacchi a lungo raggio che impongono tempi di volo prolungati”. All’orizzonte c’è di sicuro l’intenzione di convertire il caccia-addestratore made in Italy in velivolo d’attacco con tanto di bombe e missili aria-terra. “Dall’inizio del programma – spiegano i manager di Alenia – il velivolo M-346 è stato concepito con l’aggiunta di capacità operative, con l’obiettivo di fornire un aereo da combattimento multiruolo molto capace, particolarmente adatto per l’attacco a terra e di superficie o anti-nave, nonché le missioni di polizia aerea”.

 

Per suggellare l’amicizia bellica italo-israeliana, la ministra Pinotti si è incontrata pure con alcuni esponenti della società israeliana, docenti universitari e imprenditori, e ha visitato a Tel Aviv gli stabilimenti di IAI- Israeli Aerospace Industries, la principale holding industriale israeliana del settore aeronautico, missilistico e spaziale. Con un fatturato record nel 2014 di 3,8 miliardi di dollari, IAI ha progettato e prodotto i droni-killer “Heron”, molto simili ai famigerati “MQ-1 Predator” che gli Usa hanno trasferito nella base siciliana di Sigonella; il sistema missilistico superficie-aria a lungo raggio “Barak” e il sistema anti-missili balistici “Arrow”, elaborato quest’ultimo congiuntamente ai gruppi statunitensi Boeing, Lockheed Martin e Raytheon.

 

Successivamente Roberta Pinotti si è recata alla Knesset dove ha incontrato il presidente della commissione esteri-difesa Tzachi Hanegbi. L’1 marzo, a Gerusalemme, la ministra ha reso omaggio al Presidente dello Stato d’Israele, Reuven Rivlin. Tema del colloquio la lotta al terrorismo internazionale, su cui “Italia e Israele condividono la stessa veduta”, come ha dichiarato la ministra. A margine dell’incontro con Reuven Rivlin, la Pinotti si è soffermata con i giornalisti sull’emergenza immigrazione. “Non esiste una soluzione nazionale al problema della immigrazione in Europa, né si possono creare muri o barriere”, ha esordito. “Sono convinta che questo problema sia ancora gestibile nei suoi numeri rispetto alla grandezza dell’Europa, ma se non si sceglie una soluzione condivisa allora diventerà drammatico”.
Ue, agenzia Frontex e governo italiano guardano con molto interesse alla variegata produzione israeliana di sistemi militari-sicuritari di controllo e contrasto anti-immigrazione. Grazie alle risorse del Fondo europeo per le frontiere esterne, programma quadro 2007-08 contro i flussi migratori, la Guardia di finanza ha acquistato una decina di impianti fissi e mobili  EL/M-2226 ACSR (Advanced Coastal Surveillance Radar) realizzati dall’azienda Elta Systems Ltd. di Ashdod. Già impiegati dalle forze armate israeliane per la “vigilanza” di alcuni porti mediterranei, questi radar hanno una portata di oltre 50 chilometri e sono appositamente progettati per individuare imbarcazioni veloci di piccole dimensioni. La Guardia di finanza li ha destinati a implementare la Rete di sensori di profondità per la sorveglianza costiera in funzione anti-sbarchi di migranti in Sicilia, Puglia e Sardegna, ma sino ad oggi l’installazione delle postazioni fisse è stata bloccata in Sardegna grazie alle azioni di lotta e ai ricorsi al TAR dei Comitati No radar ed Italia Nostra. In Sicilia, il radar anti-migranti installato a Melilli (Siracusa) non ha ancora ottenuto l’autorizzazione all’accensione per l’alto pericolo di inquinamento elettromagnetico; di contro, due impianti EL/M-2226 ACSR sono stati attivati da qualche anno nell’isola di Lampedusa.
thanks to: Antonio Mazzeo

L’industria di guerra e la Israele – NATO connection

Ammonta a quasi 79 miliardi di dollari il budget finanziario che il governo israeliano ha destinato alle forze armate nei prossimi cinque anni; la metà di essi serviranno a implementare il cosiddetto “Piano Gideon” finalizzato ad accrescerne le capacità di combattere contemporaneamente in più teatri di guerra, “con un arsenale militare idoneo a protrarre gli interventi sia lungo il confine settentrionale con il Libano e la Siria che in altre aree conflittuali come la Striscia di Gaza, la West Bank o in Iran”. Secondo quanto dichiarato dal portavoce del ministero della difesa israeliano, il “Piano Gideon” prevede un’elevata prontezza, un’esemplificazione organizzativa, avanzate capacità di combattimento aereo, marittimo, terrestre e sottomarino, nuove infrastrutture “per rendere più efficiente il controllo delle frontiere”, tagli agli organici del personale militare professionale o di leva, dei servizi di supporto e di quelli non legati direttamente alle operazioni di guerra. Gli strateghi militari di Tel Aviv puntano poi a sviluppare le performance dei centri strategici e delle reti informatiche, creando un Joint Cyber Command che centralizzi tutte le operazioni “offensive” d’intelligence e di raccolta dati sino ad oggi assegnate a diversi soggetti militari. Con il “Piano Gideon” sarà ulteriormente potenziata la dotazione missilistica avanzata grazie all’acquisizione di nuove batterie del sistema di difesa aerea “Iron Dome”, all’installazione dei nuovi sistemi anti-missile a corto e medio raggio “David’s Sling” e “Arrow-3”, all’ammodernamento dell’“Arrow-2” già operativo da alcuni anni, ecc..

 

Una parte consistente dei finanziamenti per il nuovo piano di riarmo israeliano giungerà ancora una volta dagli Stati Uniti d’America. Nel 1997 Washington ha sottoscritto un accordo con Tel Aviv che ha autorizzato sino ad oggi il trasferimento di “aiuti” militari per oltre 30 miliardi di dollari, mentre altri 3,1 miliardi giungeranno entro la fine del 2018. Quasi un terzo di questi fondi sono “investiti” nel campo della ricerca e dello sviluppo dei nuovi sistemi d’arma; ad essi vanno aggiunti i finanziamenti USA riservati ad alcuni programmi strategici che vedono ad esempio le aziende statunitensi e israeliane cooperare nella progettazione e produzione di nuovi sistemi missilistici e/o spaziali, non compresi tra gli “aiuti” annuali alle forze armate d’Israele. Un contributo rilevante allo sviluppo dell’arsenale di morte israeliano è giunto pure dall’Unione europea: nel solo biennio 2012-13 i Paesi UE hanno concesso licenze per l’esportazione di armi ad Israele per 983 milioni di euro, mentre due dei maggiori gruppi industriali nazionali produttori di armi (Elbit Systems e IAI – Israel Aerospace Industries), hanno avuto modo di partecipare – tra il 2007 e il 2014 – a progetti di ricerca finanziati dall’Unione europea per un valore di 244 milioni di euro.

 

Israele tra i maggiori mercanti di morte al mondo

 

Gli imponenti aiuti finanziari USA e UE, sommati alle crescenti risorse che le autorità di Tel Aviv destinano al complesso militare-industriale nazionale per la ricerca, la sperimentazione e la produzione di sistemi d’arma, hanno consentito ad Israele di collocarsi tra i primi dieci esportatori di armi al mondo. Nell’ultimo decennio, il ministero della difesa ha autorizzato più di 400.000 licenze di esportazione a circa 130 paesi stranieri. Nel 2012, l’anno record dell’export di armi israeliane, il valore totale delle esportazioni è stato di 7,4 miliardi di dollari (+20% rispetto al 2011). Più di un terzo del fatturato è stato generato dal trasferimento di armi a paesi dell’area Asia-Pacifico, mentre quasi un miliardo di dollari è giunto dal mercato nord americano. Nel 2013 l’export di armi israeliane si è attestato in 6,54 miliardi di dollari, mentre l’anno successivo si è ridotto a 5,66 miliardi, il valore più basso negli ultimi sette anni. Secondo il governo israeliano, la riduzione del fatturato sarebbe dovuta ai tagli ai programmi di acquisizione di nuovi sistemi bellici e alla riduzione dei bilanci della difesa negli Stati Uniti e in buona parte dei paesi europei. Nello specifico, nel 2014 le aziende israeliane hanno sottoscritto contratti per 937 milioni di dollari in Nord America, 724 milioni in Europa, 716 milioni in America latina, 318 milioni in Africa e 2,96 miliardi in Estremo Oriente, Sud-est asiatico, India e Oceania. La riduzione delle esportazioni verso l’Asia e il Nord America è stata comunque compensata in parte dalla crescita di quasi il 40% delle esportazioni verso il continente africano. Sempre nel 2014, il National Cyber Bureau (NCB) ha registrato esportazioni nel settore cyber-informatico per un valore complessivo di 6 miliardi di dollari, con un incremento del 100% rispetto all’anno precedente. Secondo le prime stime ufficiali nel 2015 l’export in questo settore sarebbe ulteriormente cresciuto di 500 milioni. Nel campo informatico e dell’intelligence, dove sono inscindibili i legami tra il “civile” e il militare e sono inevitabili le ricadute belliciste e sicuritarie, Israele controlla oggi tra il 5 e il 7% del mercato mondiale delle produzioni e dell’export.

 

I maggiori produttori israeliani di armi sono principalmente industrie a capitale statale come IAI – Israel Aerospace Industries (holding con il fatturato record nel 2014 di 3,8 miliardi di dollari), IMI (Israel Military Industries), Rafael Advanced Defense Systems, anche se negli ultimi anni sta crescendo in termini di fatturato e dimensioni delle esportazioni il ruolo delle imprese private (in Israele quasi 7.000 imprenditori privati si occupano di export di armi). I colossi israeliani operano principalmente nel settore elettronico, aerospaziale e missilistico. Il gruppo  Rafael, ad esempio, si è specializzato nella produzione di sistemi di telecomunicazione, radar e per la guerra elettronica; IMI (gruppo industriale per cui a fine 2013 è stato predisposto un piano di privatizzazione da parte del governo), produce in particolare armi leggere, fucili, mitragliatori, munizioni, tank, cannoni, artiglieria pesante. Elbit Systems, una delle maggiori aziende in mano ai gruppi finanziari privati, si è affermata invece nel campo delle cyber-war e delle tecnologie d’intelligence. Con un fatturato annuale poco inferiore ai 3 miliardi di dollari, Elbit Systems ha aperto una propria filiale a Fort Worth (Texas) con 1.800 dipendenti, ottenendo dal Dipartimento della difesa e dai principali gruppi industriali militari statunitensi importanti commesse per lo sviluppo degli elicotteri da combattimento “Apaches” e “Black Hawks”, dei cacciabombardieri F-35, F-16 ed F-15, di sistemi missilistici, laser, ecc..

 

Tra i prodotti d’eccellenza del complesso militare-industriale israeliano, compare innanzitutto il sistema anti-missili balistici “Arrow”, elaborato da IAI congiuntamente ai gruppi statunitensi Boeing, Lockheed Martin e Raytheon. La versione “Arrow 1” risale ai primi anni ’90, mentre l’“Arrow 2” è stato testato la prima volta nel febbraio 2014 nel poligono californiano di Point Mugu contro un bersaglio simulante un missile Scud. Il programma di cooperazione missilistica israelo-statunitense prevede lo sviluppo dell’“Arrow 3” con una gittata ancora più ampia e in grado di intercettare anche missili dotati di testate nucleari al di fuori dell’atmosfera terrestre. Il primo test dell’“Arrow 3” è stato condotto lo scorso 10 dicembre dalla base israeliana di Palmachim contro un missile bersaglio in volo sul Mediterraneo e che – nelle intenzioni di Tel Aviv – “simulava le minacce balistiche iraniane”.

 

Le forze armate stanno sperimentando inoltre il sistema di “difesa aerea” anti-missile “David’s Sling” basato sui nuovi missili “Stunner” co-prodotti da Rafael e Raytheon Company, con il rilevante contributo finanziario degli Stati Uniti d’America (286 milioni di dollari circa). Al progetto collaborano pure Elta Sytems (azienda d’elettronica avanzata controllata da IAI) ed Elisra (società controllata da Elbit Systems). Il missile a propellente solido “Stunner” può raggiungere la velocità di Mach 7.5 e operare sino ad una distanza di 300 km. Il primo test del “David’s Sling” è stato realizzato l’1 aprile 2015 in un grande poligono israeliano del deserto del Negev, a cui ne è seguito un altro alla vigilia di Natale, sotto la supervisione dell’Israel Missile Defense Organization e dell’US Missile Defense Agency. Secondo il Comando dell’Aeronautica militare israeliana, il nuovo sistema missilistico diverrà operativo entro l’aprile 2016. Il sito specializzato Analisi difesa spiega che “l’accelerazione al programma va inquadrata alla luce degli ultimi sviluppi nei negoziati sul nucleare iraniano e come effetto delle recenti tensioni, per altro annunciate, tra Israele ed Hezbollah, oltre che alla necessità di colmare quel segmento di difesa lasciato vuoto dal Kippat Barzel (Iron Dome), sistema contro razzi, colpi d’artiglieria e mortai che copre la fascia di bersagli lanciati da una distanza di 4-70 km, e dall’Arrow, il sistema ad alta accelerazione contro missili balistici a lungo raggio”.

 

Allo sviluppo del settore missilistico ha contribuito anche la consolidata partnership tra le industrie militari israeliane e quelle indiane. India e Israele hanno cooperato in particolare nella progettazione e produzione del sistema missilistico superficie-aria a lungo raggio (LR SAM), noto anche come “Barak-8”, destinato alle unità da guerra indiane di ultima generazione e testato per la prima volta il 29 e 30 dicembre scorso (il governo indiano ha speso più di un miliardo e mezzo di dollari per l’acquisizione di questo nuovo sistema). Il “Barak-8” si avvale di un avanzato radar a scansione elettronica prodotto da IAI e di vettori missilistici realizzati da Rafael Advanced Defense Systems. Nel febbraio 2015, India e Israele hanno pure sottoscritto un accordo di cooperazione per sviluppare congiuntamente un sistema missilistico terra-aria a medio raggio (MRSAM) per l’esercito indiano. Anche in questo caso gli investimenti previsti sfioreranno il miliardo e mezzo di dollari e le imprese israeliane “beneficiarie” saranno ancora una volta IAI e Rafael. Quest’ultima dovrà fornire alle forze armate indiane anche 321 lanciatori e 8.356 missili anticarro di quarta generazione “Spike”.

 

Satelliti e droni per le guerre globali del Terzo Millennio

 

Altro settore in cui le imprese militari israeliane hanno assunto una vera e propria leadership a livello internazionale è quello dei sistemi di telecomunicazione satellitare. Attualmente le IAI – Israel Aerospace Industries stanno sviluppando un piccolo satellite geostazionario dal peso di 2 tonnellate, denominato “Amos-E”, che consentirà lanci da vettori di dimensioni ridotte. Questo satellite è una miniversione dell’“Amos-6” dal peso di 5,3 tonnellate, che sarà lanciato in orbita nei primi mesi del 2016 da Cape Canaveral a bordo del vettore “Space-X Falcon 9”. Nel 2017 diventerà operativo pure il sistema satellitare “VeNUS” per il “monitoraggio della vegetazione e dell’ambiente terrestre”, cofinanziato dalle agenzie spaziali israeliana e francese. Sempre il gruppo IAI ha annunciato l’avvio da parte della controllata ImageSat International del programma per un nuovo satellite spia ad alta capacità di risoluzione, denominato “Eros-c”. Il nuovo satellite peserà meno di 400 kilogrammi e sarà lanciato nel 2018.

 

Altro settore estremamente rilevante in termini strategici e finanziari è quello degli UAV/UCAV, gli aeromobili senza pilota o droni. Israele è stato uno dei primi paesi al mondo a sperimentare e utilizzare velivoli da guerra senza pilota: le prime operazioni risalgono alla guerra in Libano nel 1982 e da allora non c’è stato conflitto scatenato dal governo in cui non siano stati utilizzati droni spia e/o droni killer. Israele utilizza costantemente i droni nelle attività di “sorveglianza” a distanza in tutto il territorio palestinese e per reprimere le manifestazioni e le azioni di resistenza popolare contro l’occupazione israeliana. Secondo il Centro Al Mezan, organizzazione per i diritti umani con sede a Gaza, più di un migliaio di palestinesi della Striscia di Gaza sono stati uccisi da velivoli senza pilota israeliani nel periodo compreso tra il 2000 e il 2010.

 

Nel maggio 2013 un rapporto della consulting statunitense Frost & Sullivan ha evidenziato come Israele sia divenuto il principale esportatore al mondo di velivoli senza pilota, superando i giganti aerospaziali con sede negli Stati Uniti e nell’Unione europea. Secondo Frost & Sullivan le vendite all’estero di droni israeliani hanno consentito un fatturato di 4,62 miliardi di dollari nel periodo 2005-2012. Il principale mercato degli UAV made in Israele è l’Europa, dove si registra più della metà delle esportazioni; seguono poi i paesi del Sud Est asiatico (il 33.3% dell’export), il Sud America, il Nord America e l’Africa. Per consolidare la leadership intercontinentale nel mercato dei droni, il gruppo IAI ha creato nel 2012 una vera e propria “accademia” specializzata nella formazione e nell’addestramento del personale militare israeliano e straniero destinato alle operazioni con gli aerei senza pilota.

 

Uno dei modelli che ha riscosso grande successo è l’“Heron”, drone prodotto da IAI e simile alla classe “MQ-1 Predator” in dotazione alle forze armate USA e italiane. In grado di volare ininterrottamente fino a 45 ore e a 30.000 piedi di quota, l’“Heron” è equipaggiato con radar modulari, sensori e attrezzature di telerilevamento altamente sofisticate per svolgere operazioni d’intelligence e sorveglianza contro obiettivi terrestri e marittimi; dalla guerra in Libano nel 2006 il velivolo è stato predisposto al trasporto di missili aria-terra convertendosi in uno spietato drone-killer. L’“Heron” è stato acquistato dalle forze aeree australiane, canadesi, francesi, indiane, tedesche e turche, mentre Brasile, Ecuador e Singapore hanno espresso l’interesse ad acquisirlo a breve termine. Anche la NATO sta prestando attenzione alle prestazioni tecniche del drone israeliano: nel luglio 2015, in particolare, sono state condotte in Israele le prove di funzionamento in volo a bordo dell’“Heron” del terminale di connessione dati TMA 6000 (prodotto dal gruppo francese Thales) e delle antenne di frequenza radio della israeliana Elisra. Il sistema TMA 6000, con una capacità di trasmissione fino a 137 Mb/s, è conforme al NATO Standard Agreement 7085, l’accordo che assicura l’interoperabilità secondo gli standard dell’Alleanza nella trasmissione in tempo reale di video, immagini ed altri dati d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento dai sensori di bordo alle stazioni terrestri.

 

Recentemente il ministero della difesa tedesco ha annunciato di voler prendere in leasing cinque velivoli “Heron TP”, la versione più moderna del drone, per impiegarli sino al 2025 nelle operazioni all’estero. Il contratto con IAI prevede una spesa poco inferiore ai 600 milioni di euro; inizialmente i droni saranno rischierati in alcune basi aeree israeliane e solo dopo il 2018 saranno trasferiti a Jagel, in Germania settentrionale, a disposizione dell’unità dell’aeronautica tedesca che con i cacciabombardieri “Tornado” opera attualmente in Siria con la coalizione anti-Isis. Le forze armate della Germania utilizzano da alcuni anni il “vecchio” modello “Heron 1” in Afghanistan, dove altri sei paesi della coalizione internazionale a guida NATO hanno schierato altri droni prodotti da aziende israeliane. L’“Heron” è uno dei velivoli senza pilota più utilizzati a livello internazionale per la vigilanza delle frontiere e in funzione anti-immigrazione. US SOUTHCOM, il Comando delle forze armate statunitensi per le operazioni in America centro-meridionale e nei Caraibi, lo impiega ad esempio per intercettare le imbarcazioni di migranti “illegali” o quelle utilizzate per il traffico di stupefacenti. L’Unione europea e l’agenzia Frontex per il “controllo” delle frontiere esterne Ue stanno valutando la possibilità di acquisire un numero imprecisato di “Heron” per usarli nella crociata anti-migrazione sferrata nel Mediterraneo.

 

Un altro drone-killer impiegato in occasione della sanguinosa operazione Protective Edge a Gaza è l’“Hermes 900” prodotto da Elbit Systems, una versione più sofisticata dell’“Hermes 450”, altro velivolo senza pilota d’attacco utilizzato dall’esercito durante il conflitto in Libano nel 2006 e contro obiettivi civili palestinesi a Gaza e Cisgiordania tra il  2008 e il 2009. I droni “Hermes 450” ed “Hermes 900” sono stati venduti alla Colombia (agosto 2012) e al Brasile (gennaio 2014) dove sono stati usati per reprimere le proteste popolari alla vigilia e durante i campionati mondiali di calcio. Nel dicembre 2013 Elbit Systems, in joint venture con il gruppo industriale Thales, ha sottoscritto un accordo con il governo britannico per la produzione del sistema a pilotaggio remoto “Watchkeeper”, a partire dallo sviluppo dei droni versione “Hermes 450”. L’accordo, per il valore di un miliardo di dollari, prevede la consegna di 54 velivoli. Nel novembre 2015 è stata la Svizzera a firmare un contratto di 200 milioni di dollari per l’acquisizione di sei “Hermes 900”; le autorità elvetiche si erano già dotate della stessa tipologia di droni nel novembre 2014 grazie a un contratto di 280 milioni di dollari.

 

Killer robot e radar contro migranti e oppositori 

 

In Israele è pure rilevante la produzione dei mini-droni: tra i più venduti all’estero c’è lo “Skylark I”, anch’esso di produzione Elbit Systems, che può volare a medie altitudini sino a 6 ore consecutive, con un raggio di azione di 50-60 km. Lo “Skylark I” è impiegato da alcuni battaglioni dell’esercito israeliano a supporto delle unità di artiglieria (un esemplare è caduto nell’agosto 2015 durante un’azione bellica nella Striscia di Gaza); il velivolo è inoltre utilizzato dalle forze armate di Australia, Canada, Francia, Messico, Polonia e Svezia, ma probabilmente anche Croazia, Georgia, Macedonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria utilizzerebbero gli “Skylark” israeliani. Nel novembre 2015 pure il piccolo Uruguay si è dichiarato interessato ad acquistare questi mini-droni per “monitorare alcune aree di frontiera che potrebbero essere colpite da minacce terroristiche”. Sempre nell’ambito della produzione degli UAV di piccole dimensioni, va segnalato che nel giugno 2012 le autorità russe hanno sottoscritto un accordo con Israele del valore di 400 milioni di dollari, per avviare in Russia la produzione dei “BirdEye 400” e dei “Searcher 2” progettati e realizzati da IAI – Israel Aerospace Industries.

 

Elbit Systems e IAI hanno dato vita ad una joint venture (G-NIUS) a cui è stata affidata la progettazione di robot e velivoli terrestri a pilotaggio remoto per l’esercito israeliano, come ad esempio l’“Armored Personnel Carrier” utilizzato in combattimento a Gaza nell’estate 2014. Meno di due mesi fa, un altro velivolo terrestre senza pilota, il “Guardium II”, è stato presentato dalle due aziende in occasione dell’Autonomous Robotics Unmanned System Expo, la fiera internazionale dei velivoli da guerra a pilotaggio remoto tenutasi nella città di Rishon Le Tzion, a sud di Tel Aviv. Questo velivolo sarà dispiegato nei prossimi mesi al check point con Gaza, rafforzando ulteriormente i dispositivi di “controllo” della frontiera. Nel marzo 2014 ancora Elbit Systems ha annunciato la fornitura agli Stati Uniti d’America di una rete di sistemi radar antri-intrusione e sensori elettro-ottici da installare in Arizona alla frontiera con il Messico (valore 145 milioni di dollari).

 

Per le operazioni di “vigilanza” dei confini e dei centri urbani e la repressione di manifestazioni e proteste, le aziende israeliane hanno prodotto anche diversi modelli di “palloni aerostati” in grado di trasportare sofisticati sistemi di telerilevamento e registrazione. Tra essi spicca il sistema “Skystar 180” prodotto da RT LTA Systems Ltd, in grado di volare per più di 72 ore consecutive. Lo “Skystar” è stato utilizzato dalle forze armate israeliane durante le operazioni nella Striscia di Gaza nell’estate 2014 ed è stato venduto agli eserciti e alle forze di polizia di Afghanistan, Brasile, Canada, Messico, Russia, Thailandia e di alcuni paesi africani.

 

Israele si è affermata anche nella produzione di sistemi e apparati da impiegare a bordo degli aerei radar e per la guerra elettronica. Tra essi c’è il radar EL/M-2075 “Phalcon” di Elta Systems, già montato su varie piattaforme, dai Boeing 707 ai più moderni Gulfstream G550 ed Airbus A330. Le apparecchiature del “Phalcon” presentano caratteristiche tecniche che gli consentono di resistere a gran parte dei sistemi di disturbo elettronico attualmente in uso. Oltre che all’Aeronautica militare israeliana, il radar EL/M-2075 è stato venduto alle forze aeree di Cile e Singapore. Altro modello di “successo” prodotto da Elta Systems è il radar tridimensionale ELM-2084 utilizzato con il sistema di “difesa” aerea e anti-missile “Iron Dome”. Nell’ambito dell’accordo di cooperazione militare-industriale sottoscritto nel novembre 2011 dai ministri della difesa israeliano e canadese, qualche mese fa è stata formalizzata la decisione da parte dello stato nordamericano di dotarsi di dieci nuovi radar a medio raggio (MRR) che saranno coprodotti da Elta Systems e Rheinmetall Canada Inc., proprio a partire dal modello ELM-2084. Il contratto, del valore di 243 milioni di dollari, prevede che i nuovi radar con capacità di aereo-sorveglianza contro caccia, missili, razzi, proiettili d’artiglieria e colpi di mortaio siano consegnati alle forze armate canadesi a partire del 2017.

 

Anche l’Italia ha acquisito i radar di Elta Systems per implementare la Rete di sensori di profondità per la sorveglianza costiera della Guardia di finanza in funzione anti-sbarchi di migranti in Sicilia, Puglia e Sardegna. Si tratta nello specifico di una decina di impianti fissi e mobili  EL/M-2226 ACSR (Advanced Coastal Surveillance Radar), acquistati grazie alle risorse del “Fondo europeo per le frontiere esterne”, programma quadro 2007-08 contro i flussi migratori. Già impiegati dalle forze armate israeliane per la “vigilanza” di alcuni porti mediterranei, i radar EL/M-2226 ACSR hanno una portata di oltre 50 chilometri e sono appositamente progettati per individuare imbarcazioni veloci di piccole dimensioni. Sino ad oggi l’installazione delle postazioni fisse è stata bloccata in Sardegna grazie alle azioni di lotta e ai ricorsi al TAR dei Comitati No radar ed Italia Nostra; in Sicilia, il radar anti-migranti installato a Melilli (Siracusa) non ha ancora ottenuto l’autorizzazione all’accensione per l’alto pericolo di inquinamento elettromagnetico, mentre altri due impianti radar sono stati attivati invece nell’isola di Lampedusa.

 

Italia e Israele, soci e alleati

 

Il complesso militare-industriale israeliano è sicuramente uno dei più affidabili partner strategici dell’Italia. Negli ultimi quindici anni, in particolare, la cooperazione industriale e l’import-export di sistemi da guerra sono cresciuti notevolmente e pericolosamente. Nel settembre 2001, l’impresa israeliana BVR Systems ottenne ad esempio un contratto del valore di 7,1 milioni di dollari per realizzare un simulatore missioni per il caccia MB-339 prodotto da Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica). L’anno seguente, l’Italia acquistò da Elbit Systems alcuni sistemi missilistici ad alta precisione che furono destinati ai caccia dell’Aeronautica. Il 16 giugno 2003 fu stipulato il patto d’acciaio Roma-Tel Aviv con la firma del “memorandum” d’intesa in materia di cooperazione militare. Il “memorandum” regola la reciproca collaborazione nel settore difesa, con particolare attenzione all’interscambio di materiale di armamento, all’organizzazione delle forze armate, alla formazione e all’addestramento del personale e alla ricerca e sviluppo in campo industriale. L’accordo quadro prevede inoltre la realizzazione di “scambi di esperienze tra esperti delle due parti” e la “partecipazione di osservatori a esercitazioni militari”. Esso è stato approvato con voto quasi unanime del Parlamento italiano nel maggio 2005 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 7 giugno dello stesso anno.

 

Per il boom nell’interscambio di sistemi bellici si dovrà attendere il 2012. In quell’anno l’Aeronautica militare italiana decise infatti di dotare i propri elicotteri EH101 e gli aerei da trasporto C27J “Spartan” e C130 “Hercules” con il nuovo sistema di contromisure a raggi infrarossi DIRCM co-prodotto dall’azienda Elettronica e dall’israeliana Elbit Systems, con una spesa complessiva di 25 milioni e mezzo di euro. Fu pure raggiunto l’accordo per armare gli elicotteri d’attacco AW-129 “Mangusta” di AugustaWestland (Finmeccanica) con i missili aria-terra a corto raggio “Spike” dell’israeliana Rafael. Con una gittata tra gli 8 e i 25 km, gli “Spike” possono esseri equipaggiati con tre differenti tipologie di testata bellica a secondo dell’uso: anticarro, antifanteria e per la distruzione dei bunker.

 

Sempre nel 2012 Israele decise di sottoscrivere l’accordo preliminare per l’acquisto di 30 caccia M-346 “Master” di Alenia Aermacchi da assegnare alle Tigri volanti del 102° squadrone dell’Aeronautica per la formazione dei piloti dei cacciabombardieri. Successivamente denominato dagli israeliani “Lavi” (leone in ebraico), l’M-346 è il velivolo da addestramento “più avanzato oggi disponibile sul mercato ed è l’unico al mondo concepito appositamente per i piloti destinati ai velivoli militari ad alte prestazioni di ultima generazione”, come affermano i manager del gruppo Finmeccanica. “Per la sua flessibilità, può essere configurato come un accessibile advanced defence aircraft per ruoli operativi. Il sistema integrato d’addestramento dell’M-346, oltre al velivolo, comprende anche un esaustivo Ground Based Training System che permette all’allievo pilota di familiarizzare con le procedure e anticipare a terra le attività addestrative che poi svilupperà in volo”.

 

Grazie al caccia-addestratore italiano, gli allievi pilota israeliani possono prepararsi all’utilizzo delle sofisticate tecnologie presenti sui più importanti cacciabombardieri internazionali (F-15, F-16, Eurofighter, Gripen, Rafale, F-22, ecc.) e di quelli di “quinta generazione” come i Lockheed Martin F-35A Joint Strike Fighter, i cui primi esemplari giungeranno in Israele entro la fine del 2016 (Tel Aviv ha firmato un accordo con gli Stati Uniti per l’acquisizione di 20 F-35 per un valore di 2,75 miliardi di dollari, con un’opzione per altri 55 velivoli). I “Lavi”, però, non sono solo caccia-addestratori: armati con bombe e missili possono essere convertiti anche per attacchi contro obiettivi terrestri e navali. “Dall’inizio del programma – spiega Alenia – il velivolo M346 è stato concepito con l’aggiunta di capacità operative, con l’obiettivo di fornire un aereo da combattimento multiruolo molto capace, particolarmente adatto per l’attacco a terra e di superficie compreso il CAS (Close Air Support), COIN (COunter INsurgency) o anti-nave, nonché le missioni di polizia aerea”.

 

Il giro d’affari della commessa dei caccia si attesta intorno al miliardo di dollari. L’accordo ha previsto che l’assemblaggio dei “Master” sia svolto nello stabilimento Alenia Aermacchi di Venegono Inferiore (Varese); l’azienda italiana cura inoltre parte della logistica e le attività di manutenzione e riparazione degli M-346 nel Ground Training Center realizzato da Elbit Systems e IAI – Israel Aircraft Industries nella base aerea di Hatzerim, a una decina di chilometri da Be’er Sheva, nel deserto del Negev. Esistono però altre vantaggiose contropartite per le industrie israeliane: Elbit Systems, ad esempio, ha sviluppato una parte dei simulatori di volo e i software dei “Lavi” che consentono ai piloti di esercitarsi alla guerra elettronica, all’individuazione delle installazioni radar nemiche e all’uso di sistemi d’arma avanzati. Elbit ha pure messo a punto i futuristici elmetti da combattimento Targo per gli allievi piloti con un’altissima risoluzione d’immagine per le ricognizioni aeree sia nelle missioni diurne che notturne.

 

I primi addestratori M-346 sono stati consegnati nel luglio 2014, nei giorni in cui le forze armate israeliane erano impegnate nella sanguinosa operazione “Bordo protettivo” a Gaza. Il 23 giugno 2015 si è invece tenuta ad Hatzerim la cerimonia di consegna del grado di ufficiale al primo gruppo di cadetti del 170th IAF (Israel Air Force) training course, a conclusione del periodo di addestramento sul nuovo velivolo. “Grazie ai caccia avanzati M-346, possiamo addestrare i nostri piloti in modo realistico, accrescendo le loro abilità in volo nell’affrontare le minacce e condurre al termine le missioni assegnate”, ha spiegato a The Jerusalem Post il maggiore Erez, vicecomandante dello squadrone d’addestramento. “All’inizio i piloti apprendono come ingaggiare un singolo aereo nemico, poi si addestrano nel combattimento aria-aria contro caccia multipli e ad affrontare i missili terra-aria posseduti dagli Hezbollah, dalla Siria e dall’Iran”. Il secondo stage addestrativo con gli M-346 ha affrontato scenari di guerra ancora più complessi, come l’“intercettare un aereo passeggeri sequestrato o jet siriani che sono venuti a bombardare Tel Aviv” o gli “attacchi a lungo raggio che impongono tempi di volo prolungati”.

 

Contemporaneamente alla commessa dei caccia di Alenia Aermacchi, le forze armate italiane hanno formalizzato la decisione di acquistare due velivoli di pronto allarme (Early warning and control – AEW&C) “Eitam” del tipo “Gulfstream 550”, prodotti da IAI ed Elta Systems, con relativi centri di comando, controllo e sistemi elettronici avanzati (valore complessivo 800 milioni di dollari circa). Selex Es (Finmeccanica), s’incaricherà per conto delle aziende israeliane di fornire i sottosistemi di comunicazione dei velivoli e i link tattici secondo gli standard NATO. L’Italia si è pure impegnata ad acquisire un sistema satellitare elettro-ottico ad alta risoluzione di seconda generazione “Optasat 3000”, prodotto anch’esso da IAI ed Elbit Systems. Prime contractor degli israeliani è Telespazio, azienda controllata da Finmeccanica e dalla francese Thales, a cui è stata affidata la costruzione del segmento terrestre, il lancio da una base israeliana e la messa in orbita del nuovo sistema satellitare entro la fine del 2016. Dopo il completamento dei test da parte del Centro Spaziale del Fucino di Telespazio, il nuovo apparato sarà pienamente integrato nel sistema satellite e radar “Cosmo-Skymed” in uso alle forze armate italiane.

 

Intanto le aziende italo-israeliane puntano a rafforzare la partnership per guadagnare nuove porzioni dei mercati d’armi internazionali. Selex ES ed AEL Sistemas S.A, società controllata da Elbit Systems e dalla brasiliana Embraer, hanno costituito nel 2013 una joint venture per la produzione di tecnologie e sistemi radar a scansione meccanica da destinare ai velivoli d’attacco e di trasporto delle forze armate del Brasile e di altri paesi sudamericani. Alla joint venture è stata assegnata la manutenzione e il supporto dei radar “Gabbiano T20” di Selex, destinati ai velivoli di sorveglianza aerea Embraer KC-390 e probabilmente anche ai nuovi velivoli senza pilota acquistati dai militari brasiliani. La partnership tra Selex e AEL potrebbe allargarsi in futuro anche nel campo dell’avionica di precisione e dei sistemi di sicurezza avanzati.

 

La trentesima stella della NATO 

 

Quanto le forze armate statunitensi e di alcuni dei principali paesi NATO siano interessate alla produzione di armi e tecnologie militari israeliane è provato da quanto accaduto qualche mese fa a Tel Aviv. Dal 19 al 21 maggio 2015, si è tenuta infatti una convention a porte chiuse tra i capi delle forze aeree di otto paesi NATO (Canada, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Olanda, Polonia e Stati Uniti d’America) e i manager delle maggiori imprese militari israeliane. “Si tratta del primo incontro a questi livelli ma speriamo che da ora in poi se ne possa tenere almeno uno all’anno per poter interscambiare le nostre esperienze con i colleghi della NATO e poter affrontare insieme le sfide a cui siamo chiamati”, ha dichiarato il Comandante dell’Aeronautica militare israeliana gen. Shachar Shohat, a conclusione del meeting. Secondo una nota del ministero della difesa, il gen. Shohat ha presentato ai generali NATO le attività di difesa aerea espletate in occasione dei bombardamenti a Gaza nell’estate 2014, “quando i sistemi Patriot israeliani abbatterono due velivoli senza pilota e le batterie anti-missili Iron Dome riuscirono a intercettare quasi il 90% dei bersagli”. Sempre secondo le autorità militari israeliane “la conferenza ha previsto inoltre una visita alle imprese statali (Israel Aerospace Industries, Rafael e Israel Military Industries) che stanno sviluppando un ampio spettro di tecnologie di pronto allarme, intelligence, difesa attiva e guerra anti-UAV e anti-missile”.

 

Israele è uno dei membri del cosiddetto “Dialogo mediterraneo” della NATO sin da quando fu istituito nel dicembre 1994 dai ministri degli esteri dei paesi dell’Alleanza Atlantica. Con Israele fanno parte del “Dialogo mediterraneo” altri sei paesi africani e mediorientali: Algeria, Egitto, Giordania, Mauritania, Marocco e Tunisia. “Il Dialogo mediterraneo è un forum multilaterale dove le nazioni partner della regione possono discutere sulle questioni della sicurezza comune con gli alleati dell’Europa e del Nord America”, spiega la NATO. “Il Dialogo riflette il punto di vista dell’Alleanza secondo cui la sicurezza in Europa è strettamente legata alla sicurezza e alla stabilità del Mediterraneo. Prioritariamente il Dialogo mediterraneo punta a conseguire una migliore conoscenza reciproca”. A coordinare i programmi di cooperazione con i paesi partner di Africa e Medio oriente è stato chiamato l’Allied Joint Force Command (JFC) di Napoli, il Comando congiunto delle forze alleate di stanza nella nuova installazione NATO di Lago Patria. Nel JFC di Napoli vengono ospitate le conferenze annuali del Dialogo mediterraneo, l’ultima delle quali si è tenuta lo scorso 2 dicembre.

 

Le relazioni tra Israele e l’Alleanza Atlantica si sono intensificate negli ultimi quindici anni principalmente nella conduzione della lotta al terrorismo, della pianificazione degli interventi in caso di crisi ed emergenze, del controllo dei confini, della ricerca e soccorso e dell’assistenza umanitariaNel novembre 2004 fu firmato a Bruxelles un importante protocollo con cui si autorizzò la realizzazione di esercitazioni militari tra le forze armate israeliane e la NATO. Un accordo complementare fu firmato nel marzo del 2005 dall’allora Segretario Generale dell’Alleanza Jaap de Hoop Scheffer e dal Primo ministro israeliano Ariel Sharon. Tre mesi più tardi, alcune unità della marina israeliana furono impegnate per la prima volta in un’esercitazione NATO in cui fu “simulato” un attacco ai sottomarini a largo del Golfo di Taranto. Nel luglio 2005 fu invece l’esercito israeliano a fare il suo debutto in un’esercitazione terrestre NATO in Ucraina a cui parteciparono 22 paesi dell’Alleanza ed extra-NATO.

 

Nel marzo 2006 si realizzò il primo dispiegamento in Israele dei grandi aerei radar “Awacs” in dotazione alla forza di pronto allarme della NATO, mentre fu autorizzato il trasferimento in pianta stabile di un ufficiale di collegamento israeliano presso il JFC di Napoli. Nel giugno 2006, otto unità israeliane di stanza nel porto di Haifa furono trasferite nel Mar Nero per un’esercitazione navale che l’Alleanza Atlantica tenne congiuntamente ai paesi del Dialogo mediterraneo. Nell’aprile 2007 sei unità della forza navale NATO furono inviate ad Eilat per partecipare ad un’esercitazione insieme al distaccamento speciale della Marina israeliana nel Mar Rosso. Dopo un rischiaramento nella base aerea statunitense di Nellis, Nevada, dal giugno al luglio 2008 alcuni cacciabombardieri israeliani parteciparono per la prima volta all’esercitazione “Red Flight”, insieme ai velivoli da guerra provenienti da Australia, Giappone, India, Nuova Zelanda e Singapore.

 

L’Alleanza Atlantica e Israele sottoscrissero un Programma di Cooperazione Individuale che fu ratificato dai ministri della difesa NATO il 2 dicembre 2008, tre settimane prima del sanguinoso attacco israeliano a Gaza. Il testo dell’accordo descriveva i principali settori in cui “NATO e Israele coopereranno pienamente”: il controterrorismo; lo scambio di informazioni tra i servizi d’intelligence; la connessione di Israele al sistema elettronico NATO; l’acquisizione degli armamenti; l’aumento delle esercitazioni militari.

 

Nel novembre 2009, durante la visita in Israele dell’ammiraglio Gianpaolo Di Paola, al tempo presidente del Comitato militare alleato (e poi ministro della difesa italiano), fu stabilito che un’unità missilistica israeliana partecipasse a pieno titolo all’operazione navale NATO Active Endeavor, di “protezione del Mediterraneo contro le attività terroristiche”. Il 24 aprile 2010 Israele firmò a Bruxelles un security agreement che stabilì la cornice per lo scambio con la NATO dei dati d’intelligence e la “protezione congiunta” delle comunicazioni riservate. Il 7 marzo 2013, il Segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen ricevette a Bruxelles il presidente israeliano Shimon Peres per rafforzare la cooperazione militare nel campo della “lotta al terrorismo”, delle “operazioni coperte” e della “guerra non convenzionale”. In quell’occasione fu sottoscritto pure un accordo di mutua cooperazione, il cui contenuto è ancora top secret, in vista dei nuovi piani di dispiegamento operativo e logistico delle forze armate statunitensi e NATO in Medio Oriente. “Israele è un importante alleato della NATO nel Dialogo Mediterraneo”, dichiarò Anders Fogh Rasmussen a conclusione del vertice con Shimon Peres. “Israele è uno dei nostri associati più antichi. Affrontiamo le stesse sfide nel Mediterraneo orientale e le stesse minacce alla sicurezza del XXI secolo, così abbiamo tutte le ragioni per rendere ancora più profonda e durevole la nostra associazione anche con gli altri paesi del Dialogo Mediterraneo”. Il 9 febbraio 2014, lo stesso Rasmussen si recò in visita ufficiale in Israele per incontrare le autorità governative e militari.

 

Il 17 novembre 2014 a La Hulpe, Belgio, si tenne una conferenza su La cooperazione NATO-Israele, a cui parteciparono i rappresentanti politici e militari dell’Alleanza Atlantica. Nel suo intervento, il vicesegretario generale della NATO Alexander Vershbow auspicò un “maggiore coinvolgimento delle forze armate israeliane nelle attività addestrative, nei programmi di formazione alleati e nelle operazioni di peacekeeping e di gestione delle crisi internazionali incluse quelle a guida NATO”. Nuove consultazioni con le autorità militari israeliane per intensificare la cooperazione “alla luce degli odierni sviluppi nel Mediterraneo e in Medio Oriente” si sono tenute a Tel Aviv il 12 e 13 ottobre 2015 in occasione della visita ufficiale del vice segretario generale NATO per le politiche di sicurezza, l’ambasciatore Thrasyvoulos Terry Stamatopoulos.

 

L’ultima tappa della diabolica partnership Israele-NATO risale al 7 dicembre scorso, quando due unità da guerra assegnate allo Standing NATO Maritime Group TWO (SNMG2), uno dei due gruppi navali di pronto intervento dell’Alleanza, giungevano nel porto di Haifa provenienti da una missione “anti-pirateria” nell’Oceano Indiano. Prima di lasciare le acque israeliane, le navi da guerra NATO hanno partecipato con alcune unità della Marina israeliana all’esercitazione Passex, finalizzata – come riferito dal governo – a “rafforzare l’interoperabilità in campo navale tra la NATO e Israele”.

 

 
Relazione alla Conferenza Nazionale Palestina e dintorni, organizzata dal Fronte Palestina, Roma, 23 gennaio 2016.

Armi Tricolore: l’export fuori controllo

ControllArmi – Analisi da Valori di Ottobre 2015

Emanuele Isonio
Fonte: Valori – Unimondo – 15 novembre 2015

MK82, MK83, MK84. Si nasconde un mondo dietro queste tre sigle. Forse positivo per il Pil italiano e il fatturato di qualche azienda. Certamente preoccupante per la sicurezza nazionale e non annoverabile tra il made in Italy di cui andare fieri. Quelle tre sigle indicano altrettanti modelli di bombe aeree a caduta libera che dagli stabilimenti sardi della RWM Italia (azienda bresciana, appartenente al gruppo tedesco Rheinmetall) sono arrivate fino all’Arabia Saudita. E da lì sono state poi utilizzate in Yemen in una campagna mai autorizzata dall’Onu e anzi condannata dalla comunità internazionale contro l’avanzata del movimento sciita houthi. Di quelle bombe (poco più di 5mila esemplari per un totale di oltre 70 milioni di euro) è stato possibile rintracciare nei rapporti ufficiali quantità esportate e Paese destinatario (si veda il .pdf di OPAL) .

Ma accanto ad esse, esistono molte altre forniture e autorizzazioni rilasciate dal governo italiano di cui scovare notizie è diventato sempre più complesso. Anzi, impossibile. Ancora una volta un paradosso nazionale: perché l’Italia ha una legge molto avanzata in tema di trasparenza – la Legge n.185 del 1990 – che proprio quest’anno festeggia il 25esimo anniversario. Ma la prassi dei vari governi l’ha nel tempo ridotta, celando informazioni cruciali. A tutto vantaggio della lobby armiera.

UN FILO DIRETTO CON I REGIMI

Proprio in base a quella legge, presa tra l’altro come modello anche per la normativa europea, le esportazioni sono vincolate a precise regole e gli invii verso Paesi in conflitto armato o responsabili di violazioni dei diritti umani sarebbero vietati. Ma, la realtà, rivelata grazie al fondamentale contributo delle associazioni della Rete Disarmo, è di tutt’altro colore: in un quarto di secolo, l’Italia ha autorizzato esportazioni per 54 miliardi di euro e consegnato armamenti per oltre 36 miliardi. «Oltre la metà di esse – spiega Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio OPAL di Brescia, tra i massimi esperti del tema – ha riguardato Stati non appartenenti né alla Ue né alla Nato, esterni quindi alle alleanze politico-militari del nostro paese. Un dato preoccupante se si considera che la legge 185/90 impone che le esportazioni di armamenti siano conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia».

Se poi ci si concentra sull’ultimo quinquennio, lo scenario (si veda l’infografica di OPAL in .pdf) ha tinte ancor più fosche: le autorizzazioni all’export extra-Ue e Nato salgono al 62% (9 miliardi contro 5,4) e tra i primi 20 Paesi destinatari, solo sette sono “democrazie complete” secondo i criteri del Democracy Index dell’Economist: cinque sono regimi autoritari e due ibridi, destinatari rispettivamente di 4,5 e 1,03 miliardi di euro di autorizzazioni mentre i Paesi democratici si fermano a 3,5. La classifica è guidata dai regimi di Algeria e Arabia Saudita. Se non fosse per la presenza Usa, anche gli Emirati Arabi Uniti sarebbero sul podio. Non a caso, le esportazioni in Medio Oriente e Nord Africa hanno subito una crescita del 33% tra 2009 e 2014. Un flusso che non aiuta a ridurre il numero di quanti, da quei Paesi, chiedono asilo all’Europa.

LETTA VS LETTA

«La relazione che la Presidenza del Consiglio deve inviare ogni anno al Parlamento – spiega Maurizio Simoncelli, vicepresidente di Archivio Disarmo – è diventata man mano più lacunosa e di difficile lettura da almeno 15 anni. Non appare più il tipo di armi e sistemi militari venduti, né il nome delle aziende per singola vendita e sono scomparse le operazioni bancarie autorizzate».Risultato: scoprire quali tipi di aerei, elicotteri, mezzi terrestri e bombe sono state effettivamente esportate e quali siano i destinatari finali è un lavoro sempre più complesso. «Questo – spiega Beretta – costringe i parlamentari a fare decine di interrogazioni che spesso non trovano risposta».

Il punto di svolta, nel 2008, quando come sottosegretario alla Presidenza, Enrico Letta (governo Prodi II) lascia il posto allo zio Gianni (governo Berlusconi IV): con il nipote vi erano stati segnali di trasparenza, confronto periodico con le associazioni pacifiste e una relazione aggiuntiva sul commercio delle armi. Con lo zio le tabelle diventano omissive e si cancella l’elenco delle singole operazioni bancarie. «Oggi – aggiunge Beretta – è quindi praticamente impossibile conoscere dalla relazione governativa gli armamenti esportati dall’Italia».

ANDREOTTI MEGLIO DI RENZI

E in questa situazione, fa effetto sentire le associazioni pacifiste rimpiangere la trasparenza di Andreotti, quando la relazione governativa «riportava in chiara successione tutte le informazioni necessarie per esercitare effettivamente il controllo parlamentare». Di quella trasparenza non c’è traccia nella prima relazione del governo Renzi, nonostante due tomi da 1281 pagine. Il 22 settembre, i rappresentanti di Rete Disarmo hanno quindi incontrato il sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, per avanzare alcune semplici richieste. Due le principali: reintrodurre il Paese destinatario nell’elenco delle singole autorizzazioni rilasciate dalla Farnesina e, soprattutto, far ripristinare dal ministero dell’Economia l’elenco di dettaglio delle operazioni svolte dalle banche.Certo, se anche il Parlamento tornasse ad esaminare la relazione governativa non sarebbe una cattiva notizia: dopo otto anni, nel 2015 finalmente qualcosa si è mosso. Ma le commissioni competenti vi hanno dedicato però una sola seduta durata meno di un’ora.

UNA LEGGE CHE HA FATTO EPOCA

Dagli anni Settanta al 1990: ci sono voluti quasi vent’anni di pressioni della società civile perché si arrivasse a una legge sul controllo delle esportazioni di armamenti. Prima di allora, in Italia, il tema era regolato ancora, salvo poche modifiche, da un Regio decreto del luglio 1941 (firmatari Mussolini, Ciano e Grandi), che imponeva il segreto di Stato e, in epoca repubblicana, impediva ogni forma di controllo parlamentare. Momento cruciale per il cambio di passo fu, nel 1988, l’avvio della campagna “Contro i mercanti di morte” da parte di associazioni e movimenti cattolici (Acli, Mani Tese, Mlal, Missione Oggi e Pax Christi). Il 9 luglio 1990 l’approvazione definitiva della legge 185.

Una novità assoluta, nel panorama mondiale, perché affidava alle due Camere un ruolo centrale e fissava precisi vincoli al governo sulle esportazioni: stabilì che dovevano essere “conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia” e che andavano regolamentate “secondo i principi della Costituzione che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Vietato quindi l’export verso Paesi in confitto armato o sottoposti a embargo, verso governi responsabili di violazioni dei diritti umani, quando esiste un contrasto “con i fondamentali interessi della sicurezza dello Stato, della lotta contro il terrorismo” e, più in generale, “quando mancano adeguate garanzie sulla definitiva destinazioni dei materiali”. Paletti che forse scontentavano l’industria bellica ma che subordinavano le vendite all’interesse nazionale. Per questo, la 185 impone al governo specifiche procedure di rilascio delle autorizzazioni alla vendita delle armi. Al tempo stesso, l’esecutivo ogni anno deve inviare al Parlamento una dettagliata relazione con i documenti inviati dai ministeri competenti.

LE ONG: STOP ALLE ARMI ITALIANE ALLA COALIZIONE SAUDITA

Un appello al governo Renzi di rispettare la legge 185/90 interrompendo la vendita di armi italiane ai Paesi della coalizione saudita che da cinque mesi bombarda lo Yemen. «Questa nuova pagina che destabilizza il Medio Oriente è fuori da ogni legalità internazionale, e va fermata». La richiesta di Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Disarmo, fa seguito a un comunicato pubblicato a settembre da Amnesty International, Rete Italiana Disarmo e l’Osservatorio sulle Armi Leggere e le Politiche di Difesa e Sicurezza (Opal).

L’intervento militare della coalizione guidata dall’Arabia Saudita contro lo Yemen ha già prodotto danni irreparabili: più di 4mila morti e 20mila feriti (la metà civili), oltre un milione di sfollati. La popolazione yemenita – 21 milioni di persone – necessita di aiuti urgenti, vista la grave scarsità di acqua e di cibo causata dai bombardamenti indiscriminati. E la Croce Rossa Internazionale parla già esplicitamente di “catastrofe umanitaria”. Alla richiesta di 23 associazioni internazionali, si è aggiunta nei giorni scorsi anche quella dell’Alto Commissario Onu per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, che ha rinnovato l’appello per un’inchiesta indipendente e imparziale sui possibili crimini di guerra commessi dalle vari parti in conflitto.

«La vicenda in Yemen ci riguarda», spiega Vignarca. «Da anni, armi italiane raggiungono, con tutti i crismi delle autorizzazioni, aree del mondo che sarebbero vietate per legge. I Paesi della penisola araba – Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in testa – sono regimi dove il rispetto dei diritti umani è nullo. I governi sono coinvolti nella destabilizzazione dell’area mediorientale, e secondo molti analisti hanno foraggiato l’Isis, almeno fino a poco tempo fa».

QUELL’ALLEANZA IPOCRITA TRA AERONAUTICA E UNICEF ITALIA

Otto bambini uccisi ogni giorno dall’inizio del conflitto, 605 quelli feriti, quasi 400 reclutati nelle file dei combattenti, 537mila a rischio di grave malnutrizione e 10 milioni che necessitano di assistenza umanitaria: sono atroci i numeri sull’impatto del conflitto nello Yemen diffusi dall’Unicef Internazionale nel suo rapporto “Yemen: Childhood Under Threat”. Ma, nel frattempo, la sezione italiana dell’Unicef, non sembra accorgersene. E annuncia in pompa magna una “partnership per i bambini” con l’Aeronautica militare, suggellata dalla nomina come “Goodwill Ambassador” dell’astronauta Samantha Cristoforetti, in occasione del 55° anniversario della Pattuglia acrobatica nazionale, cui hanno preso parte, tra gli altri, anche i velivoli della Royal Saudi Air Force, quella che appunto sta bombardando lo Yemen. L’incongruenza con quanto le regole Onu stabiliscono per le loro agenzie (che sono tenute ad agire in maniera indipendente e imparziale) non è sfuggita alle organizzazioni pacifiste. «Come si possono denunciare gli attacchi contro bambini inermi nello Yemen e poi collaborare con le Forze armate di uno Stato, tanto più durante un evento con le pattuglie di un Paese aggressore?» domanda Piergiulio Biatta, presidente di Opal.

Sorgente: Armi Tricolore: l’export fuori controllo

Missili Usa per i nazisti ucraini. Altri bombardamenti, altri morti

Missili Usa per i nazisti ucraini. Altri bombardamenti, altri morti

Ancora ieri RT riportava la nota del Ministero degli esteri russo, secondo cui “avanzando accuse infondate, gli USA, a differenza della Russia, non solo non intraprendono il minimo sforzo per regolare la crisi ucraina, ma spingono Kiev a continuare il conflitto nel Donbass”. Oggi, il servizio ucraino della BBC diffonde al mondo il verbo del rappresentante permanente statunitense all’ONU, Samantha Power che, in visita a Kiev, assicura che “non si è mai arrestato il flusso di armi russe di ogni tipo, tra cui anche i sistemi di razzi terra-aria, alle milizie” e, con quell’assoluta petitio principii tipica dell’amministrazione USA, lamenta “la presenza russa in Ucraina”.
Ma sempre oggi, secondo Interfax, Kiev conferma l’arrivo in Ucraina di alcune centinaia di mezzi militari USA, compresi sistemi missilistici Nato “Uragan”. Secondo, l’addetto stampa del Servizio di frontiera ucraino, interpellato da alcuni giornalisti ungheresi, il transito dei mezzi per la frontiera ungherese-ucraino si spiega con le diverse fasi (l’avvio si era avuto lo scorso 20 aprile) del programma di addestramento della Guardia nazionale ucraina da parte di 300 paracadutisti statunitensi e militari canadesi, polacchi e britannici nell’area di Lvov (nella regione occidentale della Galizia) e l’inizio di manovre militari congiunte. A conclusione delle manovre, la Guardia nazionale ucraina dovrebbe “ereditare” munizionamento e materiale di collegamento, mentre, ufficialmente, mezzi corazzati e artiglierie dovrebbero lasciare il territorio ucraino… Al momento, non è dato sapere da chi verrà curato il controllo su tali spostamenti di mezzi da guerra.

Fin qui, sembra conflitto esclusivo di parole, dirette a mascherare la realtà. Come le parole con cui Kiev accusa oggi le milizie di aver colpito ieri almeno una trentina di volte le posizioni delle truppe governative con artiglierie e mortai pesanti che, in base agli accordi di Minsk, dovrebbero trovarsi distanti dalla linea di demarcazione. Ma evidentemente, secondo Kiev, solo le armi delle Repubbliche Popolari dovrebbero rispettare l’arretramento di 50 chilometri dalla linea di contatto tra le parti. Le artiglierie governative invece – il cui avanzamento in violazione agli accordi di Minsk era stato declamato dallo stesso presidente Porošenko lo scorso 3 giugno, in contemporanea alla massiccia offensiva ucraina su Marjnka e Krasnogorovka – secondo Kiev possono benissimo essere dislocate direttamente a ridosso del fronte. In base a quanto dichiarato a più riprese dal Ministero della difesa della Repubblica Popolare di Donetsk, le artiglierie e i mezzi corazzati della DNR, a differenza di quelli ucraini, il cui ridislocamento a ridosso della linea di demarcazione è stato fissato dagli stessi satelliti USA (nonostante Washington accusi le milizie e Mosca di “aggressione”) non hanno mai lasciato i siti in cui erano stati arretrati dopo Minsk. Si spiega così la dichiarazione del Capo dell’amministrazione di Donetsk, Maksim Leščenko, riportata da RT, secondo cui Kiev attribuisce alle milizie anche i tiri di artiglieria sui quartieri civili delle città del Donbass, che persino gli stessi osservatori Osce confermano provenire da parte delle forze ucraine. E’ stato il caso, nei giorni scorsi, di “Gorlovka, in cui è rimasta uccisa un’intera famiglia, o di Telmanovo, dove un bambino è morto colpito in un’area giochi. “Kiev dichiara che le milizie bombardano se stesse, i propri cittadini e presenta ciò come violazione degli accordi di Minsk”, ha detto Leščenko. E per i bombardamenti della scorsa notte su Donetsk, sono morti ancora due civili.

In effetti, secondo l’agenzia Novorossija, gli osservatori Osce confermano la situazione estremamente critica della periferia di Donetsk, in particolare dell’area dell’aeroporto, su cui sono stati registrati nelle ultime ore 216 tiri di artiglieria e circa 300 esplosioni. Una situazione tornata di nuovo incandescente per i bombardamenti governativi e che permette a Porošenko – così come la sua offensiva su Marjnka era servita da pretesto al G7 per prorogare le sanzioni contro Mosca – di dichiarare che non ha alcuna intenzione di togliere il blocco economico, energetico e sociale decretato contro il Donbass, finché non si registrerà un sensibile progresso nell’attuazione degli accordi di Minsk; attuazione ostacolata per l’appunto dall’acutizzarsi delle azioni di guerra di Kiev contro le Repubbliche. Per rendere ancora più esplicita la sua volontà di andare in senso contrario proprio a quegli accordi, Porošenko ha anche ufficialmente detto di non voler prendere in esame le proposte avanzate nei giorni scorsi dai rappresentanti di DNR e LNR in seno al Gruppo di contatto, sulle modifiche alla Costituzione ucraina nel senso della decentralizzazione che concederebbe autonomia locale (una richiesta in tale direzione è giunta ieri anche dal Consiglio municipale di Zaporože, capoluogo della regione a occidente di Donetsk) alle regioni del Donbass all’interno della compagine ucraina.

Non stupisce quindi che il Presidente della DNR, Aleksandr Zakharčenko, dichiari oggi di non vedere né se stesso, né la Repubblica di Donetsk quale parte dell’Ucraina: “né quale soggetto autonomo, né di altro tipo. Io vedo noi come partner di pari diritti; quali buoni vicini o semplicemente quali vicini. Vedo la Novorossija come un forte Stato”, aggiungendo che, a suo parere, altre Repubbliche popolari potrebbero sorgere in qualunque regione dell’attuale Ucraina – Odessa, Kharkov, Kiev, Mukačevo. “L’Ucraina in quanto Stato ha già fatto il suo tempo” ha detto Zakharčenko, “soprattutto dopo i bombardamenti aerei su Donetsk e Lugansk. Dopo di questi c’è stata semplicemente l’agonia del potere”.

Un’agonia che non impedisce però, come dichiara il Presidente del Parlamento della DNR, Andrej Purghin, di utilizzare la costruzione del vallo e delle fortificazioni lungo la frontiera con il Donbass a spese del bilancio statale – secondo Porošenko, ieri in visita a Mariupol, le fortificazioni che devono circondare il Donbass saranno pronte per fine luglio – per l’arricchimento degli oligarchi ucraini e per il riciclaggio di denaro pubblico con cui gli stessi alti funzionari pubblici stanno costruendo sontuose ville, come testimoniato dagli stessi canali televisivi ucraini. Un’agonia, ancora, che non impedisce a Kiev di continuare a “educare” i propri giovanissimi in uno spirito che l’agenzia Novorossija definisce da “Hitlerjugend”. Se nel periodo scolastico si descrivono i russi e la popolazione di lingua russa quali “cannibali, che bombardano i villaggi ucraini”, nel periodo delle vacanze estive si porta avanti “l’educazione patriottica” a cura di Pravyj sektor, nei cui accampamenti i giovani “si addestrano insieme ai combattenti” al montaggio e smontaggio delle armi, al loro uso e ad altre delizie che, nella Germania prebellica, prepararono migliaia di giovanissimi tedeschi a diventare SS.

  • Venerdì, 12 Giugno 2015 12:26
  •  Fabrizio Poggi
  • thanks to: contropiano

    Fermare la guerra e la distruzione di Siria, Iraq e Yemen

    TRE ASSOCIAZIONI FIRMANO UN APPELLO CONTRO LA DISTRUZIONE DI SIRIA, IRAQ E MEDIORIENTE

    L’urgenza è assoluta. L’avanzata mortale del sedicente Stato islamico e di altri gruppi fanatici in Siria e Iraq – ma anche in Yemen – può finire di uccidere il Medioriente ed è il frutto della complicità e cecità dei paesi Nato e delle petromonarchie loro alleate. Il documento che segue, firmato da tre organizzazioni di attivisti e fondato su fatti inequivocabili, intende lanciare l’allarme. Si rivolge a tutti. Tutti possono agire. Basta con l’inerzia degli ultimi anni. I popoli e i movimenti devono far pressione sui governi coinvolti in questa immane tragedia affinché si dissocino e boicottino chi l’ha provocata e ne è tuttora complice diretto o indiretto. Ma ci rivolgiamo anche ai paesi non occidentali (popoli e governi), affinché prendano in mano la situazione, isolando appunto i responsabili diretti e indiretti. (Marinella Correggia).

    Dunque l’Occidente vuole che l’Isis prenda Siria, Iraq, Yemen…?  L’evidente incapacità della sedicente “coalizione internazionale anti-Isis” di fronte all’avanzata di terroristi – non solo Isis – in Siria e Iraq è forse frutto di una strategia? Il ministro Alfano ha detto in Parlamento: “Facciamo parte della grande comunità occidentale che combatte al meglio il terrorismo”. Doveva dire: “La comunità occidentale che aiuta al meglio il terrorismo”.

    Perché in Iraq a Ramadi nella provincia di Anbar la sedicente coalizione anti-Isis non è riuscita a fermare con bombardamenti aerei una visibilissima e isolata colonna motorizzata di terroristi armati nel deserto iracheno? Come mai gli Usa hanno intimato giorni fa al governo iracheno di respingere nelle retrovie le milizie sciite anti-Isis, e lo stesso è accaduto a Tikrit?

    Come mai l’Italia non vede quel che sta succedendo a Palmira e in tante altre parti della Siria dove l’avanzata dei terroristi lascia una scia di assassini settari? Come mai non vede che se le forze jihadiste prenderanno il paese, la mattanza in corso si estenderà dappertutto assumendo dimensioni inimmaginabili di vendetta settaria e catastrofe umanitaria? Presto non ci sarà un luogo dove fuggire. L’unica forza residua che può contrastare questa funesta prospettiva è il governo e l’esercito siriano, in grave difficoltà per la mancanza di rifornimenti e – ormai – la scarsità di uomini. Quindi esortiamo i governi coinvolti a far prevalere la ragione. Mettere da parte ogni considerazione di natura politica e salvaguardare la vita umana: il pericolo che incombe non è solo un pericolo per i siriani, è un pericolo per tutti, è il pericolo che diciamo a parole di voler fronteggiare anche nei nostri paesi. Bisogna togliere dall’agenda l’obiettivo di rovesciare il governo siriano.

    Perché invece l’Occidente lavora per indebolire l’esercito siriano, avversario dell’Isis, addestrando i gruppi armati islamisti – lo fanno gli Usa in Turchia e Giordania con la coalizione di salafiti, al Nusra, Fratelli musulmani detta Esercito della Conquista che controlla Idlib?

    Perché l’Italia e i paesi occidentali non interrompono le collusioni dirette e indirette che favoriscono l’avanzata delle forze jihadiste in Siria e Iraq, dove diversi membri della sedicente coalizione anti-Isis (Arabia saudita, Turchia, Qatar, Stati uniti) continuano ad appoggiare – violando oltretutto il diritto internazionale l’avanzata di gruppi terroristi rifornendoli di armi e denaro, facendoli passare attraverso le frontiere, addestrandoli? Del resto da documenti statunitensi de-secretati, questa strategia in funzione antiAssad era già portata avanti dall’Intelligence Defence Agency nel 2012

    Perché il sedicente “Gruppo di lavoro per il contrasto al finanziamento dello Stato islamico” presieduto da Arabia Saudita, Italia e Stati uniti non fa nulla?  Doveva contrastare lo sfruttamento delle risorse della regione (petrolio, beni archeologici, depositi bancari trafugati), interrompere il flusso di fondi dall’estero (donazioni o riscatti). In due mesi ha forse fatto il contrario? L’Isis ottiene quel che vuole ed “esporta” petrolio. A chi?

    Perché l’Italia ha come primo acquirente di armi l’impresentabile Arabia saudita con il rischio che i sauditi regalino armi italiane all’Isis o ad altri gruppi terroristi?  Secondo lo stesso ex ambasciatore statunitense in Siria Robert Ford, ha praticamente fondato – con consenso Usa – l’Isis nella regione per destabilizzare Siria e Iraq, alleati dell’Iran.

    Perché l’Italia non si è opposta ai bombardamenti dell’Arabia saudita sullo Yemen che hanno causato moltissimi morti civili e danni enormi in un paese povero, favorendo al Qaeda? Perché l’Italia continua a essere complice della distruzione di interi paesi?

    Perché la sedicente Coalizione anti-Daesh raduna i padrini di tutte le al Qaede, Stati che hanno alimentato, protetto, foraggiato, politicamente agevolato i gruppi terroristi? Prima con la guerra di Bush in Iraq. Poi con la guerra della Nato in Libia nella quale la Nato fece da aviazione a gruppi estremisti poi migrati nell’Isis . Poi con il sostegno a “ribelli” siriani.

    Firmato: Rete No War, Coordinamento nazionale SiriaPax, Assadakah Centro italo-arabo e del Mediterraneo

    thanks to: Pressenza

    Ron Paul: Who Profits From America’s New Militarism?

    Former United States Congressman Ron Paul accused military contractors and think tanks of manufacturing potential threats around the world in an effort to spur military spending and profit from the “new Cold War.”

    In a column posted to his website on Sunday, Paul says the plan seems to be paying off for contractors and think tanks, as governments around the world are investing more and more into their military.

    “The new ‘threats’ that are being hyped bring big profits to military contractors and the network of think tanks they pay to produce pro-war propaganda,” he writes.

    The former presidential candidate called out Germany, which announced last week that it would purchase 100 “Leopard” tanks. The purchase bucks a trend for a country that had greatly reduced its tank inventory since the end of the Cold War, but now sees a potential foe in Russia.

    “Never mind that Russia has neither invaded nor threatened any country in the region, much less a NATO member country,” Paul writes.

    Paul also noted that since 2013, the Pentagon has awarded contracts worth more than $850 million for work related to Cheyenne Mountain, the Cold War-era nuclear bunker under a mountain in Colorado. Last month, the Pentagon awarded American defense firm Raytheon a $700-million contract to install new equipment inside the bunker.

    “Raytheon is a major financial sponsor of think tanks like the Institute for the Study of War, which continuously churn out pro-war propaganda,” Paul writes. “I am sure these big contracts are a good return on that investment.”

    NATO – which Paul believes “should have been shut down after the Cold War ended” – also will be the recipient of an upgrade. The Alliance commissioned a new headquarters building in Brussels, Belgium, in 2010.On top of resembling a “hideous claw,” according to Paul, the final cost will exceed $1 billion – more than twice what was originally budgeted.”What a boondoggle!” Paul fumes. “Is it any surprise that NATO bureaucrats and generals continuously try to terrify us with tales of the new Russian threat? They need to justify their expansion plans!”And while it may seem that countries like Russia, Iran and Cuba are adversaries, the real enemy, Paul writes, is the taxpayer, middle class and the productive sectors of the economy, which suffer the most from runaway military spending.

    Paul dismisses as a “dangerous myth” the belief that military spending benefits the economy. Instead, it benefits a “thin layer of well-connected and well-paid elites,” and diverts scarce resources from the public that most needs them and uses them to manufacture war machines.

    “The elites are terrified that peace may finally break out, which will be bad for their profits,” Paul writes. “That is why they are trying to scuttle the Iran deal, nix the Cuba thaw, and drum up a new ‘Red Scare’ coming from Moscow. We must not be fooled into believing their lies.”

    Mandare armi e militari in Iraq peggiora la situazione

    Chiediamo che il Parlamento fermi le scelte del Governo italiano
    Fonte: Rete Disarmo – 17 ottobre 2014

    Ancora una scelta militare per l’Iraq: secondo le dichiarazioni alla Camera del Ministro Pinotti non solo mezzi e aerei ma anche l’intervento di oltre duecento uomini. Una scelta sbagliata e inaccettabile – soprattutto se non avrà un nuovo vaglio parlamentare – che spinge la Rete Italiana per il Disarmo a rilanciare la richiesta al Governo di maggiori dettagli e una supervisione parlamentare e della società civile sull’invio di materiale bellico, e ora forse di militari, in Iraq.

    Tutto questo mentre i recenti bombardamenti sulle postazioni della milizia dello Stato islamico hanno in realtà rafforzato la situazione sul terreno di ISIS piuttosto che indebolirla


    Audizione Pinotti Nel corso di un’audizione presso le Commissioni congiunte Esteri e Difesa della Camera la Ministro della difesa Pinotti ha annunciato ieri una importante accelerata quantitativa e qualitativa del supporto militare italiano alla coalizione contro l’Isis in Iraq. Nei prossimi giorni, secondo quanto riferito, nuovi mezzi (aereo per rifornimento, due droni Predator) e soprattutto uomini (circa 200 istruttori) saranno inviati nel teatro delle operazioni della coalizione internazionale a sostegno in particolare dei combattenti curdi. Il tutto senza un nuovo passaggio di voto parlamentare poiché, secondo quanto viene riferito in dichiarazioni dal Ministro, sia dai Presidenti delle Commissioni che dal Governo viene considerato sufficiente il voto avvenuto a metà agosto, in altro contesto e con tutti altri dati a disposizione.

    L’audizione del Ministro Pinotti segue di soli pochi giorni il comunicato emesso a seguito del Consiglio Supremo di Difesa che, mancando di indicare le vittime reali delle azioni di pulizia culturale dell’ISIS, appare preoccupato solo dei ‘rischi rilevanti per l’Europa e per l’Italia’ a seguito della pressione militare dell’ISIS in Siria e in Iraq. Una dichiarazione tardiva ed inaccettabile che sarà seguita da un’azione militare illegittima ed inadeguata a proteggere le popolazioni vittime della violenza dell’ISIS. Ci saremmo invece aspettati dal maggior organo consultivo del Presidente della Repubblica un forte e chiaro richiamo sulla sottovalutazione della gravità della situazione per le reali vittime del conflitto e soprattutto per le gravi mancanze del nostro Paese e dei governi dell’Unione europea nel promuove una precisa azione in ambito delle Nazioni Unite secondo la “responsabilità nel proteggere”. Responsabilità che abbiamo chiaramente indicato già da agosto e che non è stata presa in considerazione da parte del Governo Renzi che ha scelto l’invio di armi senza mandato delle Nazioni Unite e una politica forte ad esso connessa.

    La Rete italiana per il Disarmo ribadisce ancora una volta che non sarà certo un intervento militare a risolvere la situazione irachena. Anzi, come sottolineano diversi analisti internazionali (dettagli in calce), i recenti bombardamenti sulle postazioni della milizia dello Stato islamico hanno in realtà rafforzato la situazione sul terreno di ISIS piuttosto che indebolirla. Purtroppo oggi in Iraq si vedono i risultati negativi di uno sforzo prettamente militare, senza strategia politica e senza reale impegno diplomatico, della Coalizione internazionale: lo Stato Islamico continua ad avanzare in molte province, e le principali fazioni armate sunnite irachene hanno deciso di non schierarsi apertamente contro di esso. “Rimarranno neutrali tra il governo e l’IS – sottolinea la presidente di Un Ponte per Martina Pignatti – in quanto gli incontri diplomatici con il nuovo governo per dar vita a una coalizione nazionale contro ‘Daesh’ sono falliti. Se le parti accettano di incontrarsi e non trovano un accordo, buona parte della responsabilità va sempre all’assenza di un mediatore forte, capace e credibile: proprio quella è la sedia lasciata vuota dalla comunità internazionale”. In queste settimane il Governo iracheno non è riuscito nemmeno a mantenere l’impegno a fermare i bombardamenti sui quartieri civili di tante città sunnite, e mentre le armi proliferano il tanto auspicato dialogo nazionale si ferma. “Per individuare soluzioni politiche occorre ripartire dall’analisi dei problemi che stanno alla radice di questa guerra – continua Martina Pignatti – come hanno fatto recentemente tanti autori italiani e iracheni del volume “La crisi irachena. Cause ed effetti di una storia che non insegna” a cura di Osservatorio Iraq con la collaborazione di Un ponte per. Con l’intento di approfondire, analizzare e far conoscere l’Iraq al di là delle cronache fredde e immediate, questo volume cerca di tornare alla storia del Paese e dare voce all’altro Iraq che immagina un futuro democratico”.

    Comnattimenti Iraq Di particolare preoccupazione l’intenzione di inviare uomini, circa  200 come detto, nel teatro delle operazioni. Se è pur vero che si dovrebbe trattare di addestratori non combattenti è altrettanto chiaro come ciò renda ancora più diretto il coinvolgimento dell’Italia in un’operazione di conflitto, che dovrebbe essere decisa invece esplicitamente dal Parlamento sovrano. A tutto questo si aggiunge anche l’intenzione, annunciata sempre ieri dal Ministro Pinotti, di rinnovare il sostegno ai Peshmerga con nuove spedizioni di materiale d’armamento (eppure sino a pochi giorni il Governo riteneva il primo invio perfettamente sufficiente nonostante le critiche avanzate) proveniente sempre da vecchi sequestri di armi ai trafficanti sovietici di metà anni ‘90.

    “Su questo particolare aspetto l’opacità è davvero grande – commenta Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo – perché non abbiamo ancora ricevuto tutti i dettagli necessari a monitorare il precedente invio eppure si pensa già ad una nuova consegna tramite ponte aereo militare. Ancora una volta ribadiamo la nostra contrarietà a questa spedizione insensata ed inutile, ma soprattutto sottolineiamo la necessità, se non si vuole solo alimentare un mercato nero pericoloso, di controllare con una forte tracciabilità tutti gli invii di armamenti”. Ad oggi tutte le richieste di chiarimento avanzate da Rete Disarmo non hanno sortito alcuna risposta, e non bastano le comunicazioni ufficiali di natura generale a colmare un gap informativo importante.

    Non si sta ipotizzando un semplice “rischio”: la sparizione di armi in quella regione è un dato di fatto ampiamente documentato dai rapporti del Pentagono e di centri di ricerca autorevoli come il SIPRI di Stoccolma. Già nel 2007 un rapporto del Pentagono a fronte di oltre 13mila armi consegnate all’esercito iracheno se n’era persa traccia per più di 12mila: tra quelle armi figurano pistole, fucili d’assalto, mitragliatrici e lanciagranate. Una simile situazione si è verificata in Afghanistan. Non a caso una specifica ricerca del SIPRI definisce questi due paesi come “gli esempi più evidenti dei rischi collegati alla fornitura di armi a Stati fragili”.

    Senza adeguate misure e controlli vi è quindi l’altissimo rischio che anche le “nostre” armi possano finire nelle mani sbagliate. Aggiungendo problemi ad una situazione già drammatica.

    In coda a questo Comunicato esplicitiamo le domande poste già da settimane all’attenzione del Ministro della Difesa e che non hanno ricevuto ad oggi alcuna risposta. La nostra Rete avanza ancora una volta la richiesta di poter essere parte attiva (anche contestualmente ad analoga iniziativa parlamentare) di un monitoraggio dell’invio di armi in Iraq che dimostri nei fatti la volontà di trasparenza espressa a parole dal Governo. “Chiediamo accesso a tutti i documenti per poter eseguire una registrazione del materiale inviato secondo gli standard impiegati in casi analoghi da organismi e nostri partner internazionali il tutto nell’ottica di una reale ed effettiva tracciabilità delle armi e delle munizioni che verranno spedite” conclude Vignarca.

    Rete Italiana per il Disarmo ribadisce infine la propria richiesta affinché venga subito aperta un’inchiesta parlamentare considerato che una parte di quelle armi pare sia stata inviata nel 2011 agli insorti di Bengasi apponendo da parte dell’allora governo in carica (Berlusconi IV) il segreto di stato” (del quale la nostra Rete aveva chiesto conto al Presidente della Repubblica Napolitano senza ricevere alcuna risposta).

    Note:

    Le domande di Trasparenza di Rete Disarmo (ancora senza risposta)

    Il Ministro Pinotti già per il primo invio ed anche ieri ha dichiarato che “le armi sono già a Baghdad”. Si potrebbe ricostruire il percorso seguito fino ad ora? Chi ha eseguito lo spostamento da Santo Stefano al continente (e per dove?). Come si è realizzato il trasporto verso l’Iraq? In quali giorni e con quali tempi?

    Solo dopo qualche tempo dalle discussioni parlamentari è stata confermata la presenza del Decreto interministeriale che consegna le armi del sequestro Jadran alla Difesa per fini istituzionali (un documento che la nostra Rete ha richiesto fin dal principio, come fondamentale). Come mai non è stato esplicitato ai Parlamentari (ad esempio il 20 agosto) che alcuni passi di legge dovevano essere ancora fatti prima di poter disporre degli armamenti “Jadran”?

    Sia per la prima consegna che in vista della seconda il Ministro ha sottolineato la presenza di problemi burocratici non meglio specificati a Bagdad; si tratta di un punto fondamentale e da chiarire. Il ministro si riferisce alle operazioni legate allo “end user certificate”? Ci sono problemi sugli elenchi e i quantitativi?

    Abbiamo fatto richiesta di alta trasparenza su quantità e qualità delle armi prodotte, perché l’Iraq con Afghanistan è il luogo al mondo in cui è maggiormente possibile il fenomeno della dispersione delle armi rispetto agli originali destinatari. Il Ministero è disposto a fornire lista dettagliata (quindi anche con numeri di serie) di tutti gli armamenti e munizionamenti che dovranno arrivare alle forze del Governo regionale Curdo?

    Abbiamo notizia di un bando attraverso Agenzia Industrie Difesa per lo spostamento del materiale esplosivo (anche le armi?) da Santo Stefano per una successiva distruzione. Riguarderebbe anche il materiale del sequestro Jadran. Ci potreste fornire maggiori informazioni a riguardo? Davvero le armi verranno ora distrutte nel momento in cui finalmente i passaggi di legge per poterle detenere sono stati fatti (mentre dal 2006 al 2009 i precedenti governi non hanno ottemperato ad una precisa Ordinanza della Magistratura)?

    Nel Decreto Missioni è stato inserito un emendamento per garantire la copertura finanziaria dell’operazione (come fin da subito dichiarato dal Ministro Pinotti) in cui però pare che siano inseriti anche fondi per intervento umanitario. Si potrebbe avere dunque un dettaglio riferito ai soli costi di invio armi all’Iraq? Si può sapere chi opererà in tutte le fasi (se solo personale delle FF.AA. o anche strutture di trasporto esterne)?

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    Rete Italiana per il Disarmo rilancia alle Istituzioni una serie di richieste
    
    Al Governo 
    
    1.  Rivedere la decisione di inviare armi e sistemi militari alle parti 
    in conflitto in particolar modo le armi confiscate (come il cosiddetto 
    “arsenale Zhukov”) o non utilizzabili dalle nostre forze armate e 
    bloccare l'invio di armi e sistemi militari verso tutti i paesi in 
    conflitto.
    
    2.  Comunque garantire la massima trasparenza su tutta l’operazione in 
    particolare fornendo dettagli e documentazione dei quantitativi e dei 
    tipi di armamento spediti.
    
    3.  Consentire alla società civile e ai tecnici nazionali ed 
    internazionali da essa indicati la supervisione sui quantitativi di 
    armamento in spedizione e sulle iniziative intraprese per garantirne una
     futura tracciabilità.
    
    Al Parlamento 
    
    1.  Richiedere un resoconto dettagliato di tutti i sistemi militari e di 
    armi che si intendono spedire e sottoporre al parere consultivo delle 
    Camere ogni invio di armi. 
    
    2.  Appoggiare la richiesta delle organizzazioni della società civile e 
    della nostra Rete Disarmo in particolare per un monitoraggio tecnico su 
    contenuti e criteri di tracciabilità della spedizione di materiale 
    d’armamento che il Governo intende compiere verso l’Iraq.
    
    3.  Porre all’esame, nelle competenti commissioni parlamentari di Camera e
     Senato, le recenti Relazioni sulle esportazioni di sistemi militari 
    italiani, valutare attentamente le autorizzazioni rilasciate dagli 
    ultimi governi e il grado di trasparenza della Relazioni governativa in 
    confronto anche con le associazioni impegnate da anni nel controllo del 
    commercio degli armamenti. 
    
    4.  Favorire un’inchiesta parlamentare su tutte le armi confiscate e 
    detenute nei vari arsenali militari e predisporre tutte le misure 
    necessarie per la loro pronta distruzione (alcune operazioni sono forse 
    attualmente in corso ma non possono essere gestite, vista la loro 
    rilevanza, solo per “via amministrativa”
    

    _______

    Per approfondimento

    I BOMBARDAMENTI RAFFORZANO LO STATO ISLAMICO
    http://www.analisidifesa.it/2014/10/i-bombardamenti-rafforzano-lo-stato-islamico/

    Tuttora privi di una soluzione politica e ostinatamente contrari all’apertura dei negoziati con l’Iraq e Damasco, gli Stati Uniti si intestardiscono dunque in una strategia priva di orizzonti e che contribuisce alla crisi del Medio Oriente.

    A Capo Frasca migliaia di manifestanti da tutta la Sardegna per dire no alle basi militari

    Momenti di tensione con lancio di pietre e fumogeni dopo la meditazione collettiva per la pace
    13 settembre 2014 – Patrick Boylan
    Fonte: La Stampa – 13 settembre 2014

    A Capo Frasca migliaia di manifestanti La rabbia della Sardegna contro i poligoni e le esercitazioni militari esplode fragorosa a Capo Frasca. La manifestazione, con migliaia di persone davanti al poligono, teatro la settimana scorsa di un incendio che ha distrutto ettari di macchia e innescato polemiche roventi, si conclude con un gruppo di manifestazioni che forza la recinzione, sfondandola, ed entra all’interno della base dove sono state lanciate anche pietre e lacrimogeni. Peccato perché fino ad allora la manifestazione era stata pacifica, c’era stata perfino una meditazione collettiva per la pace e il disarmo in Sardegna e nel mondo: in tanti si sono radunati in silenzio tenendosi per mano.

    La lunga giornata della rabbia antimilitarista dei sardi era iniziata nel pomeriggio con l’arrivo di migliaia di persone (per gli organizzatori sono stati settemila): in auto, in pullman ma anche a piede. Un mare di bandiere, slogan, canti e balli. «Chiusura dei poligoni in Sardegna, bonifiche a terra e a mare e riconversione economica» è quanto chiesto da indipendentisti e antimilitaristi. «Sa terra sarda a su populu sardu» e «Indipendentzia» sono alcuni degli slogan risuonati fra le migliaia di manifestanti. In Italia – è stato ricordato – sono complessivamente circa 40 mila gli ettari interessati dai poligoni e di questi 25 mila sono nell’Isola.

    Le forze dell’ordine, in assetto antisommossa, si sono limitate a controllare la protesta senza intervenire, anche quando si sono visti arrivare i fumogeni i militari non si sono mossi. «Un successo che va molto oltre le migliori previsioni» hanno esultato gli organizzatori della «Manifestada Natzionale» contro tutte le servitù militari nell’Isola. Oltre ai movimenti indipendenti hanno partecipato alla protesta anche i partiti; dal Pd, M5S e Sel a Rifondazione comunista, passando per Psd’Az, Rossomori, Sardignalibera, Irs, Progres e Unidos.

    Tanti gli interventi dal palco, allestito vicino l’ingresso della base, che hanno infiammato i manifestanti. «Nessuno a Roma ha intenzione di dismettere le servitù in Sardegna» ha detto il parlamentare «grillino» Roberto Cotti, della Commissione Difesa del Senato. Nei giorni scorsi Cotti aveva appeso poster «No servitù» sulle finestre degli uffici del Senato. «Ci stanno prendendo in giro – ha aggiunto – i generali vogliono solo ritagliare qualche pezzetto di poligono che non serve a loro». «Dobbiamo dire no a ogni servitù in Sardegna, non solo quella militare, questa è la prima, ma anche quelle del futuro come quella, ad esempio, energetica» ha detto la scrittrice Michela Murgia, di Sardegna Possibile, già candidata alla presidenza della Regione il 16 febbraio scorso. E ha aggiunto: «Non dobbiamo essere tzeraccus (servi)».

    Fra i politici presenti non il governatore Francesco Pigliaru, ma il presidente del Consiglio Regionale, Gianfranco Ganau, e l’ex governatore e attuale eurodeputato Pd Renato Soru, oltre ad altri vari parlamentari. A conferma di un sentimento che è ormai di tutta un’isola.

    Note: N.B. Il 14-9-2014, La Stampa ha sostituito l’articolo originale sulla manifestazione, che appare qui sopra, con un altro visibile qui:
    http://www.lastampa.it/2014/09/13/italia/cronache/a-capo-frasca-migliaia-di-manifestanti-da-tutta-la-sardegna-per-dire-no-alle-basi-militari-X3Ckpys5nzQJAZAIklgBAO/pagina.html

     

    thanks to: peacelink

    Foto-appelli da Gaza: Italia, NON addestrare i piloti che ci bombardano

     

    Da Gaza sono arrivate tantissimi foto-appelli contro l’addestramento dell’esercito israeliano in Sardegna. Rispondiamo al loro appello!

    #gaza2sardegna

    • Quasi 50 foto-appelli da Gaza contro le esercitazione israeliane in Sardegna

     

     

    ►Firma contro le esercitazioni militari israeliane in Sardegna: http://chn.ge/1wgn93I

     

    ►Partecipa il 30 agosto a Cagliari all’assemblea internazionale contro le esercitazioni israeliane in Sardegna e per il sostegno al BDS: https://www.facebook.com/events/714353208614048/

    https://i0.wp.com/scontent-a.xx.fbcdn.net/hphotos-xpa1/t1.0-9/10639588_614135405374238_4263420679906715382_n.jpg

    https://fbcdn-sphotos-b-a.akamaihd.net/hphotos-ak-xpf1/t1.0-9/10610810_614133608707751_3819704131626665785_n.jpg

     

    Davanti a un cumulo di macerie, un ragazzo a Gaza tiene in mano un cartello con scritto, “Italia, non addestrare i piloti che ci bombardano”. Un gruppo di bambini ne sorregge un altro: “Addestrare i piloti israeliani = uccidere bambini palestinesi”. Sono due dei quasi 50 foto-appelli che sono arrivati dalla Striscia per chiedere al governo italiano di annullare le esercitazioni militari previste per settembre in Sardegna, che, secondo un documento del Ministero della Difesa, prevedono la partecipazione dell’aeronautica israeliana.

    Dopo oltre sei settimane di bombardamenti israeliani, che conta oltre 2000 morti, tra cui 478 bambini, e oltre 10.000 feriti e che hanno devastato gran parte delle infrastrutture di Gaza, compresi ospedali, scuole, case, impianti e fabbriche, i giovani di Gaza usano la loro creatività per mandare un messaggio all’Italia, un messaggio che non poteva essere più chiaro: Non sostenere i responsabili della distruzione del nostro futuro.

    Sugli altri cartelli ci sono appelli per un embargo militare a Israele – l’Italia è infatti il primo fornitore europeo di armi a Israele – e per la sospensione del accordo di cooperazione militare tra Roma e Tel Aviv, che, tra l’altro, comprende le esercitazioni militari congiunte che si svolgono da anni in Sardegna.

    “Dalla mia casa distrutta, chiedo all’Italia di boicottare Israele” recita il cartello di una giovane ragazza, che invita ad appoggiare la campagna lanciata dalla società civile palestinese nel 2005 per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro Israele. Un movimento in crescita, che ha il sostegno di organizzazioni, sindacati, artisti e accademici in tutto il mondo e che si sta espandendo rapidamente a seguito degli ultimi attacchi contro Gaza affinché la società civile possa colmare il vuoto lasciato dall’inazione delle istituzioni e affinché Israele debba rendere conto dei crimini commessi.

    Gli appelli da Gaza trovano una risposta nelle mobilitazioni in Italia.

    Il 30 agosto a Cagliari si svolgerà un’assemblea internazionale contro le esercitazioni militari e per lo sviluppo della campagna BDS in Sardegna. Partecipano via Skype dalla Palestina Omar Barghouti, cofondatore della campagna BDS, e una delle ragazze di Gaza che appaiono nelle foto.

    E in appena una settimana sono oltre 11.000 le firme da tutta l’Italia sulla petizione lanciata dall’Associazione Amicizia Sardegna Palestina “NO alla presenza dell’esercito israeliano in Sardegna”. La petizione è indirizzata al Presidente della Regione Francesco Pigliaru e il consiglio regionale, il Ministro della Difesa Roberto Pinotti e il Presidente del Consigli Matteo Renzi.

    BDS Italia
    bdsitalia [at] gmail [dot] com (bdsitalia [at] gmail [dot] com)
    www.bdsitalia.org

     

    Oxfam – World must suspend arms sales to protect civilians as Gaza violence escalates again

    After ceasefire talks collapsed and violence erupted yet again, Oxfam today called on all states to immediately suspend transfers of arms or ammunition to Israel and any Palestinian armed group while there is serious risk that they could be used to violate international humanitarian law.

    The agency said the widespread killing of civilians and destruction of civilian infrastructure over the past six weeks is the worst it has seen in 20 years of working in Gaza. More than 1,500 civilians in Gaza – including more than 480 children – and three civilians in Israel have been killed so far, and it is estimated that billions of dollars of damage has been caused to vital water, sanitation, health services and homes in Gaza.

    The latest escalation in fighting is the sixth time in the past six weeks that a temporary ceasefire has ended without both sides agreeing to a lasting resolution, and has led to more civilian casualties in Gaza in the past 24 hours. Nishant Pandey, head of Oxfam in the Occupied Palestinian Territory and Israel, said: “Now more than ever, the international community should exert maximum diplomatic pressure, including suspending arms and ammunitions transfers, to show that the world will not tolerate the violence and civilian suffering for a moment longer.

    Violations of international law

    States and peoples have the legitimate right to use arms for the protection of their citizens against external attack, but only on the condition that their use of force complies with the principles of necessity and proportionality, as well as with international humanitarian and human rights law. The conduct of both the Government of Israel and of Palestinian armed groups raises numerous concerns of violations of international law.

    Oxfam is a staunch believer in and long time campaigner for the Arms Trade Treaty—signed by 118 states—which requires the prohibition of arms transfers where the supplier has knowledge that the arms will be used to commit “attacks on civilian objects or civilians.”

    “This humanitarian crisis is being fuelled by weapons. Suspending arms and ammunition transfers is vital to ensure no more civilians are harmed. This conflict cannot be resolved militarily. Civilians on both sides deserve an enduring ceasefire and a credible, inclusive peace process,” Pandey said.

    Notes to editors

    Israel voted in favour of adopting the Arms Trade Treaty. Palestine, as a non-member observer of the UN, is not eligible to vote, although it participated in the negotiation of the Treaty.

    Contact information

    ALUN MCDONALD, Media and Communications Coordinator
    Oxfam | Jerusalem | Occupied Palestinian Territory & Israel
    +972546395002 (Jerusalem) +972592992208 (West Bank and Gaza)
    Skype: alunmcdonald | Twitter: @alunmcdonald

    thanks to: Oxfam

    Rete Disarmo: sbagliata scelta invio di armi in Iraq, monitoreremo questa consegna

    Il voto avvenuto ieri nella Commissioni di Camera e Senato, pur rispettando la forma della legge, configura una scelta sbagliata e politicamente grave. Confermiamo la nostra posizione: la responsabilità di proteggere le popolazioni minacciate del Nord dell’Iraq non si esercita fornendo armi alle forze armate curde o irachene ma creando le condizioni per interventi di pace.
    Rete Italiana per il Disarmo chiede comunque al Governo massima trasparenza sul tipo e la quantità di questa fornitura d’armi ed eserciterà tutte le pressioni in tal senso anche sul Parlamento, nel rispetto della legge 185/90 e del suo spirito.
    Fonte: Rete Disarmo – 21 agosto 2014

    Il voto avvenuto ieri nelle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato per l’invio di armi dall’Italia alla milizia curda è valutato negativamente da Rete Italiana per il Disarmo. Con sorpresa e disappunto apprendiamo che per il nostro Governo la politica estera, nei confronti di una situazione drammatica, si fa solo con invio dei armi e non con azioni forti umanitarie a difesa delle popolazioni. La nostra Rete conferma la posizione già espressa verso un no all’invio di armi in Iraq, in particolare se derivanti da depositi segreti.

    Beretta armi ll fatto che siano avvenuti in Parlamento i passaggi formali di copertura politica con una consultazione delle Camere, seppur solo in Commissione, rende ai nostri occhi ancor più grave e preoccupante la decisione politica assunta: per la prima volta in trent’anni l’Italia decide di inviare armi ad un paese in conflitto e lo giustifica sulla base della richiesta del governo locale e del via libera da parte dell’UE. Si tratta – come spiegato dal Min. Pinotti – in gran parte di armi in disuso o di armi sequestrate a trafficanti che avrebbero dovuto essere distrutte. Si immettono così sulla piazza armi facili da smerciare e possono alimentare il mercato illegale: e questo in una regione dove già la gran parte delle armi proviene da traffici illeciti.

    Alcune delle armi che verranno inviate derivano da un sequestro della magistratura, che ha poi portato ad un ordine di distruzione mai reso operativo: chiediamo perciò che venga subito aperta un’inchiesta parlamentare considerato che una parte di quelle armi pare sia stata inviata nel 2011 agli insorti di Bengasi apponendo da parte dell’allora governo in carica (Berlusconi IV) il segreto di stato”.

    Saremo quindi pronti a verificare ogni passaggio di questa consegna e chiediamo formalmente al Governo un incontro per valutare nella massima trasparenza l’intera operazione, per allinearla allo spirito della legge 185/90 e del Trattato Internazionale sul Commercio di Armi che il nostro Paese ha ratificato lo scorso anno con voto parlamentare unanime. Questa decisione ci spinge inoltre a reiterare la nostra richiesta di un incontro con il Governo sulla legge 185/90 che regola export d’armi. Da anni denunciamo una sempre minore trasparenza – per come i dati sono esposti – confermata anche nella recente pubblicazione della Relazione relativa all’anno 2013. Riteniamo gravissimo inoltre che il Parlamento da sei anni non discuta questo documento, che dovrebbe invece fornire elementi fondamentali per la nostra politica estera.

    Tutte queste nostre richieste e prese di posizioni verranno rilanciate dalla nostra Rete nel corso della manifestazione “Un passo di Pace” in programma a Firenze per il prossimo 21 settembre.

    Le richieste di questi giorni della Rete Disarmo (valide nonostante il voto di ieri)

    Al Governo

    1. Attivarsi prontamente con i competenti organi delle Nazioni Unite per l’invio di un contingente di “peace enforcement” sostenuto dall’Unione europea che si attenga strettamente alle regole del diritto internazionale e non alimenti il conflitto.
    2. Astenersi dall’inviare armi e sistemi militari alle parti in conflitto in particolar modo le armi confiscate (come il cosiddetto “arsenale Zhukov”) o non utilizzabili dalle nostre forze armate e bloccare23 l’invio di armi e sistemi militari verso tutti i paesi in conflitto.
    3. Predisporre, in dialogo con le organizzazioni umanitarie internazioni e le Ong nazionali, tutti gli aiuti necessari per un invio di materiali idonei all’effettivo soccorso delle popolazioni ed evitare l’invio di materiali non necessari e/o di fondi di magazzino, senza ricorrere alla cooperazione civile-militare nelle attività umanitarie.
    4. Facilitare, in dialogo con le associazioni nazionali e internazionali, misure di protezione delle popolazioni di tipo non militare e di lungo periodo, che prevedano anche quote di ingresso in Italia per minoranze a rischio di genocidio e difensori dei diritti umani minacciati nelle zone di conflitto
    5. Sottoporre, prima di attuare iniziative governative, tutte le proprie proposte al confronto nelle Camere, richiederne il parere con voto consultivo e attenersi al voto espresso dal parlamento

    Al Parlamento

    1. Promuovere e sostenere le iniziative sopra esposte.
    2. Richiedere, qualora il Governo intenda inviare armi e sistemi militari in Iraq, un resoconto preventivo dettagliato di tutti i sistemi militari e di armi che si intende inviare e sottoporre al parere consultivo delle Camere ogni invio di armi.
    3. Porre all’esame, nelle competenti commissioni parlamentari di Camera e Senato, le recenti Relazioni sulle esportazioni di sistemi militari italiani, valutare attentamente le autorizzazioni rilasciate dagli ultimi governi e il grado di trasparenza della Relazioni governativa in confronto anche con le associazioni impegnate da anni nel controllo del commercio degli armamenti.
    4. Favorire un’inchiesta parlamentare su tutte le armi confiscate e detenute nei vari arsenali militari e predisporre tutte le misure necessarie per la loro pronta distruzione

    Alle associazioni

    1. Sostenere tutte le iniziative governative e parlamentari sopra esposte
    2. Rifiutare, qualora il governo decida di inviare armi e sistemi militari in Iraq senza aver tenuto conto del parere espresso dalla Camere o in aperto contrasto con esso, di effettuare distribuzioni di aiuti umanitari governativi, soprattutto se giunti in loco tramite canali militari.
    3. Collaborare per predisporre misure di assistenza umanitaria e interventi civili di pace, non armati e nonviolenti, di tutela delle popolazioni locali nel nord dell’Iraq, rafforzando la società civile locale nella denuncia delle violazioni e nella costruzione di percorsi di dialogo tra etnie e comunità.

     

    thanks to: disarmo.org

    Rete Disarmo rinnova la sua richiesta: fermare le forniture militari ad Israele

    Visti gli sviluppi di questi ultimi giorni e le decisioni di altri Governi dell’Unione Europea è importante che anche il presidente del consiglio Renzi e il Ministro degli Esteri Mogherini decidano per uno stop delle forniture militari italiane ad Israele. In questo blocco devono essere comprese anche le pianificate, e mai cancellate, esercitazioni congiunte previste per l’autunno in Sardegna.
    Fonte: Rete Italiana per il Disarmo – 05 agosto 2014

    Alla luce delle decisioni prese dalla Spagna, che ha sospeso del tutto le forniture di armamenti, e della Gran Bretagna, che ha deciso di riconsiderare le proprie regole (e la cui sottosegretaria agli Esteri si è dimessa proprio per la gestione della crisi di Gaza), la Rete italiana per il Disarmo rinnova la propria richiesta verso il governo Renzi: fermare le forniture militari italiane ad Israele.

    Israele Palestina Pace Va ricordato come il nostro paese sia il principale fornitore, a partire dall’accordo di cooperazione militare del 2005, del governo Netanyahu. Rete Disarmo fin dal principio della crisi di Gaza ha chiesto questa sospensione, stimolando nel contempo una richiesta a livello europeo con tutte le altre reti per il disarmo. L’Italia è oggi il maggiore esportatore dell’Unione europea di sistemi militari e di armi leggere verso Israele e proprio un mese fa, a raid aerei israeliani su Gaza iniziati, l’azienda Alenia Aermacchi del gruppo Finmeccanica ha inviato a primi due aerei addestratori M-346 alla Forza Aerea israeliana

    Nel loro insieme i paesi dell’Unione europea sono uno dei principali fornitori di armamenti e sistemi militari a Israele, preceduti solo dagli Stati Uniti. Negli ultimi dieci anni i paesi dell’Unione hanno concesso licenze per l’esportazione di armi e sistemi militari a Israele per un valore complessivo di oltre 2 miliardi di euro, di cui oltre 600 milioni di euro nel solo 2012: vi sono inclusi sistemi di puntamento e di tiro, velivoli e veicoli militari e loro componenti e munizionamento. Secondo i rapporti ufficiali dell’UE, i paesi membri non hanno inviato armi o attrezzature di tipo militare in Palestina dal 2002.

    “Dispiace che altri Governi abbiano preceduto il nostro in questo tipo di decisioni – commenta Francesco Vignarca coordinatore della Rete – la nostra Rete ovviamente è per il disarmo a 360° e quindi chiede che vengano messe in atto anche attività per bloccare la fornitura di armamenti ai gruppi che attaccano Israele. Ma la nostra responsabilità principale è quello di fermare le armi che partono dalle nostre fabbriche e contribuiscono a fomentare un conflitto sanguinoso”.

    M346 armati Dalle organizzazioni di RID viene considerato positivo che in questi giorni ci siano delle missioni umanitarie anche italiane per cercare di portare un maggiore sollievo alla stremata popolazione di Gaza, ma queste azioni sono  netta dissonanza con la decisione di non fermare le forniture armate.

    In particolare Rete Disarmo è preoccupata per la non cancellazione degli addestramenti militari congiunti previsti in Sardegna per l’autunno, addestramenti che vedranno la presenza delle forze aeree israeliane in azioni di bombardamento simulato”.

    “L’Italia sta esportando sempre più armi ai paesi del Medio Oriente  – aggiunge Giorgio Beretta di OPAL (Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere) – e per questo chiediamo che le competenti commissioni parlamentari prendano in esame la Relazione che il Governo da poco inviata alle Camere e svolgano un controllo approfondito di queste esportazioni di cui, a parte il valore complessivo, si sa poco o niente”. Nel 2013 i governi Monti e Letta hanno autorizzato esportazioni record (709 milioni) e consegnato sistemi militari (888 milioni) proprio verso il Medio Oriente (si veda l’analisi qui).

    E’ infine importante notare come la nostra immediata presa di posizione per la richiesta di un embargo sulle forniture di armamenti sia stata in questi giorni rilanciata dalla grande maggioranza delle ONG italiane (in particolare quelle presenti sul campo), da Emergency e a livello globale ed internazionale anche da Amnesty International.

    Queste richieste e preoccupazioni sono stati riferiti dalla nostra Rete al Viceministro degli Esteri Lapo Pistelli nell’incontro che ha concesso la scorsa settimana alle reti pacifiste italiani. Ringraziamo il Governo per questo passaggio di attenzione ma ci auguriamo che all’ascolto facciano seguito decisioni concrete, così come già hanno scelto di fare, pur in maniera differente, sia la Spagna che la Gran Bretagna.

    European Arms to Israel

    thanks to: Controllarmi

    Spain Freezes Arms Exports to Israel over Gaza

    MADRID, August 5, 2014 (WAFA) – The Spanish Government has declared it will freeze arms exports to Israel as a preventive measure, in light of the Israeli military offensive on the Gaza Strip.

     

    According to state sources, the decision was made last Thursday during a session of the inter-ministerial committee on arms manufacturing.

     

    Spanish arms exports to Israel are estimated at EURO 4.9 million (in 2013), which constitutes only 1% of the overall exports in Spain, a signal that the decision was politically driven.

     

    According to the Spanish Ministry of Commerce’s statistics, Spanish arms exports to Israel range from SUV vehicles, bomb fuses, mortar power systems, among others.

     

    “The decision will be reviewed again at the next committee session in September,” reported World Bulletin news.

    M.N./T.R.

    thanks to: Wafa

    Già in vendita le armi israeliane testate su Gaza

    Intervista all’economista israeliano Shir Hever: “Anche questa guerra aumenterà i profitti dell’industria bellica. Ma il governo non ha una visione di lungo periodo: Israele non ha futuro”.

    Israeli army says Gaza truce over after soldier captured

     

    di Chiara Cruciati – Il Manifesto

    Gerusalemme, 2 agosto 2014, Nena News – Nessuna tregua, l’offensiva continua. L’industria bellica israeliana pubblica e privata ha già scaldato i motori: la nuova sanguinosa operazione contro Gaza porterà con sé un’impennata delle vendite di armi. Successe con Piombo Fuso e con Colonna di Difesa. Alcune aziende firmano già contratti milionari. Come sempre, Israele prima testa e poi vende. Ne abbiamo parlato con Shir Hever, economista israeliano e esperto degli aspetti economici dell’occupazione.

    Israele è uno dei primi esportatori di armi nel mondo. Dopo l’operazione del 2012, le vendite toccarono i 7 miliardi di dollari. Sarà lo stesso per Margine Protettivo?

    L’industria militare israeliana è uno dei settori più significativi, il 3,5% del Pil a cui va aggiunto un altro 2% di vendite interne. Israele non è il più grande esportatore di armi al mondo, ma è il primo in termini di numero di armi vendute per cittadino, procapite. L’industria militare ha un’enorme influenza sulle scelte governative. Dopo ogni attacco contro Gaza, si organizzano fiere durante le quali le compagnie private e pubbliche presentano i prodotti utilizzati e testati sulla popolazione gazawi. Gli acquirenti si fidano perché hanno dimostrato la loro efficacia. Anche questa guerra aumenterà significativamente i profitti dell’industria militare. Basti pensare che pochi giorni fa l’Industria Aerospaziale Israeliana ha lanciato un appello agli investitori privati per la produzione di una nuova bomba. Hanno già raccolto 150 milioni di dollari, 100mila per ogni palestinese ucciso: si inizia a vendere ad operazione ancora in corso.

    Se l’industria militare cresce, quella civile però subisce consistenti perdite.

    I costi civili dell’attacco sono tre. Primo, quelli pagati dal sistema pubblico: l’aumento del budget per l’esercito va a spese dei servizi pubblici. Ogni attacco produce sempre tagli all’educazione, la salute, i trasporti. Prima che questo round di violenza cominciasse, fazioni politiche di centro hanno tentato di tagliare il budget dell’esercito a favore dei servizi sociali. E guarda caso, poco tempo dopo è partita l’operazione, per l’enorme influenza che il sistema militare ha sulle politiche del governo. A ciò si aggiungono i costi diretti e indiretti all’economia civile. I missili hanno danneggiato proprietà e le persone hanno paura ad andare al lavoro, numerose fabbriche hanno sospeso le attività e le aziende agricole sono ferme. E, infine, i costi indiretti, come quelli al settore turistico. Molte compagnie avrebbero dovuto ospitare delegazioni di imprenditori stranieri che hanno cancellato le visite e sono andati a fare affari in altri paesi.

    Gaza è un mercato prigioniero, costretto all’acquisto di prodotti israeliani. L’offensiva danneggia chi vende nella Striscia? 

    In realtà no. Gaza è sì un mercato prigioniero, ma garantiva molti più profitti prima dell’inizio dell’assedio nel 2007. Prima dell’embargo era molto più facile per le compagnie israeliane inviare i propri prodotti nei supermercati di Gaza e sfruttare manodopera a basso costo. Se l’assedio venisse allentato, l’economia israeliana ne gioverebbe perché potrebbe sfruttare ancora di più un milione e 800mila persone, una comunità che non può produrre abbastanza ma che consuma.

    Questo nuovo attacco potrebbe invece rafforzare la campagna di boicottaggio? 

    C’è stato un incremento significativo della campagna BDS nel mondo e lo si percepisce dalle reazioni di certi politici. Il ministro dell’Economia, il colono Naftali Bennett, cerca di incrementare gli scambi commerciali con Cina, Giappone, India, e liberarsi dalla dipendenza dall’Europa, dove il boicottaggio attecchisce di più. Eppure due giorni fa l’Istituto Israeliano di Statistica ha registrato un calo significativo del valore delle esportazioni, prima che questa operazione cominciasse: all’inizio del 2014, il valore è calato del 7% e del 10% verso i paesi asiatici. Molte compagnie esportatrici hanno chiesto un meeting d’emergenza del governo per trattare questa crisi.

    Molti ritengono che questo attacco sia dovuto anche al controllo delle risorse energetiche lungo la costa di Gaza.

    Non credo che ci sia un collegamento diretto: Israele ha già cominciato a sfruttare i propri giacimenti e firmato accordi di vendita con Turchia, Cipro e Grecia. Se un giorno i palestinesi saranno in grado di sfruttare il proprio gas, non troveranno mercato perché Israele si sarà accaparrato l’area mediterranea e sarà capace di vendere a prezzi inferiori. Il mondo, che in questi giorni assiste a massacri e distruzione di infrastrutture, non immagina neanche il momento in cui i palestinesi potranno sviluppare la propria economia interna.

    Da fuori sembra che il governo israeliano non abbia in mente una strategia di lungo periodo, ma tenti di mantenere lo status quo dell’occupazione.

    È così. L’attuale governo non ha una strategia politica, cammina in una strada senza uscita. Sa che Abu Mazen è l’unico con cui negoziare, ma allo stesso tempo ne mina la legittimità. Nella storia tutti gli imperi hanno finito per ragionare solo nel breve periodo, per poi collassare. Dalla Seconda Intifada la politica non è quella di porre fine al “conflitto” ma di gestirlo. Molti israeliani pensano che non ci sia futuro e si spostano verso destra. Il livello di razzismo e violenza attuale è terribile, ma allo stesso è segno di estrema debolezza. Questo mi regala un po’ di speranza.

    thanks to: Nena News

    Patto militare Italia-Israele: un accordo scellerato e illegale

    di Antonio Mazzeo

    In vista del vertice bilaterale Italia-Israele del 2 dicembre a Torino, ripubblichiamo un articolo di Antonio Mazzeo che denuncia l’illegalità degli accordi militari fra il nostro paese e lo Stato sionista.

    ll Medio Oriente è in fiamme. La Siria è in ginocchio, migliaia di profughi fuggono in Libano, in Turchia, in Giordania. Tel Aviv mobilita le forze terrestri, aeree, navali. Minaccia d’intervenire in Golan e di lanciare i suoi missili e i suoi caccia contro decine di “obiettivi strategici” in Iran. Intanto cannoneggia la striscia di Gaza e schiera carri armati e blindati alla frontiera con il Libano. Scenari di guerra che non sembrano intimorire più di tanto le forze politiche e il governo italiano che trova pure il tempo d’inviare a Gerusalemme una delegazione d’eccezione, il premier con sei ministri, per il terzo summit intergovernativo in meno di due anni. Per rafforzare la partnership politica e militare e moltiplicare affari e scambi commerciali.
    Il faccia a faccia tra i ministri della guerra – il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola e il suo omologo israeliano Ehud Barak – è stato preceduto da una serie d’incontri tra i massimi rappresentanti delle rispettive Forze armate. Il 7 e l’8 febbraio 2012, il sottocapo di Stato maggiore israeliano, generale Nimrod Sheffer, ha incontrato a Roma i responsabili dell’Aeronautica italiana per «approfondire i processi di trasformazione in atto nelle due aeronautiche, le esperienze maturate nei rispettivi teatri di operazione e le future attività addestrative». Il successivo 14 giugno è stato il comandante delle forze aeree israeliane, generale Ido Nehushtan, a giungere in Italia in missione ufficiale.
    Meeting e visite di cortesia si sono sommate a tre importanti esercitazioni aeronavali bilaterali. Le prime due si sono svolte a fine 2011 in Sardegna e nel deserto del Negev. Durante i war games sono stati simulati combattimenti aerei tra cacciabombardieri F-15 ed F-16 israeliani ed Eurofighter e Tornado italiani ed eseguiti veri e propri lanci di missili aria-terra e di bombe a caduta libera. Dal 3 all’8 novembre 2012, nelle acque prospicienti la città di Haifa, si è tenuta invece la prima edizione dell’esercitazione Rising Star a cui hanno partecipato i palombari artificieri del Gruppo operativo subacquei del Comsubin (Comando Subacquei ed Incursori) di La Spezia e i Divers (specialisti sommozzatori) della Marina israeliana.
    L’accordo che disciplina la partnership militare tra Italia e Israele risale a 7 anni fa ed è stato ratificato dal Parlamento italiano il 17 maggio 2005. Nella parte pubblica del testo (esisterebbe infatti un memorandum segreto mai sottoposto alla discussione e al voto dei parlamentari) si legge che la cooperazione fra i due Paesi riguarderà in particolare «l’industria della difesa, l’importazione, l’esportazione e il transito di materiali militari, le operazioni umanitarie, l’organizzazione delle Forze armate e la gestione, la formazione e l’addestramento del personale, i servizi medici militari». Le attività si svilupperanno grazie «alle riunioni dei ministri della Difesa, dei comandanti in capo e di altri ufficiali autorizzati, lo scambio di esperienze fra gli esperti delle due parti, l’organizzazione e l’attuazione delle attività di addestramento e delle esercitazioni, le visite di navi, aeromobili militari e impianti, lo scambio di informazioni, pubblicazioni e hardware, la ricerca, lo sviluppo e la produzione di sistemi d’armamento». «Italia e Israele si adopereranno al massimo per contribuire, ove richiesto, a negoziare licenze, royalties ed informazioni tecniche, scambiate con le rispettive industrie». E ancora: «Le Parti faciliteranno inoltre la concessione delle licenze di esportazione necessarie per la presentazione delle offerte o proposte richieste per dare esecuzione al presente memorandum».
    Senza troppi giri di parole, l’import e l’export di sistemi d’arma devono essere l’essenza delle consolidate relazioni tra Roma e Tel Aviv, in palese violazione della legge italiana che disciplina il commercio di tecnologie belliche e che vieta le vendite a Paesi belligeranti o i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali dei diritti umani. Israele riassume in sé tutte le caratteristiche per essere posta al bando dal complesso militare industriale italiano: le sue Forze armate sono sistematicamente impegnate su più fronti di guerra e dal 1967 occupano buona parte della Cisgiordania. Inoltre il regime di apartheid instaurato contro la popolazione palestinese e gli stessi cittadini israeliani di origine araba è stigmatizzato dalle principali organizzazioni non governative internazionali. Non ultimo, Tel Aviv non ha mai firmato il Protocollo di non proliferazione nucleare e da tempo immemorabile, anche grazie alla collaborazione tecnico-scientifica di Usa ed Unione europea, a Dimona, nel deserto del Negev, si costruiscono armi nucleari (Israele sarebbe già in possesso di più di 200 testate).
    Nonostante la riesplosione della crisi mediorientale, proprio il 2012 ha rappresentato l’anno chiave nei trasferimenti di sistemi d’arma tra i due Paesi. Il 19 luglio il Ministero della Difesa italiano e l’omologo israeliano hanno ratificato la fornitura alle Forze armate israeliane di 30 velivoli da addestramento avanzato M-346 Master prodotti da Alenia Aermacchi. La commessa ha un valore di poco inferiore al miliardo di dollari, ma prevede vantaggiose contropartite per le industrie israeliane. Elbit Systems, azienda specializzata nella produzione di tecnologie avanzate, svilupperà il nuovo software che verrà caricato sugli addestratori. Il Virtual Mission Training System (Vmts) «ingannerà i sensori degli M-346 simulando le funzioni di un moderno radar di scoperta attiva capace di gestire numerose funzioni tattiche, nonché scelte d’armamento complesse», riporta la World Aeronautical Press Agency. «Utilizzando il software una volta in volo, il pilota in addestramento potrà esercitarsi in scenari avanzati, quali la guerra elettronica, la caccia alle installazioni radar e l’uso di sistemi d’arma all’avanguardia». Alle future guerre le forze aeree israeliane si addestreranno cioè con il made in Italy.
    In cambio dei caccia, Tel Aviv ha anche imposto che l’aeronautica militare italiana si doti di due velivoli di pronto allarme Gulfstream 550 con relativi centri di comando, controllo e sistemi elettronici, prodotti da Israel Aerospace Industries (Iai) ed Elta Systems (costo complessivo, 800 milioni di dollari circa). Selex Elsag, una controllata di Finmeccanica, s’incaricherà per conto delle aziende israeliane di fornire ai velivoli i sottosistemi di comunicazione e link tattici. Le Forze armate italiane dovranno pure acquistare un sistema satellitare elettro-ottico, anch’esso di produzione Iai ed Elbit Systems (245 milioni di dollari). Prime contractor degli israeliani sarà Telespazio, azienda controllata in parte da Finmeccanica, che assicurerà entro il 2015 la costruzione del segmento terrestre, il lancio e la messa in orbita del nuovo sistema satellitare.

    Quest’anno, l’Aeronautica italiana ha pure deciso d’installare sugli elicotteri EH101 e sugli aerei da trasporto C27J Spartan e C130 Hercules un nuovo sistema di contromisure a raggi infrarossi, denominato Dircm – Directional infrared countermeasures, co-prodotto da Elettronica Spa di Roma ed Elbit Systems: 25 milioni e mezzo di euro la spesa, con consegne che saranno fatte entro la fine del 2013. Gli elicotteri d’attacco AW-129 Mangusta di AugustaWestland, in dotazione all’esercito italiano, dal prossimo anno saranno armati invece con i missili aria-terra a corto raggio Spike prodotti da un’altra importante azienda militare israeliana, Rafael. I missili, con una gittata tra gli 8 e i 25 km, potranno essere equipaggiati con tre differenti tipologie di testata bellica a seconda dell’uso: anticarro, antifanteria e per la distruzione di bunker. Roma e Tel Aviv puntano infine a sviluppare congiuntamente nuovi velivoli a pilotaggio remoto Uav (i famigerati droni) e a cooperare nella produzione e nella gestione logistica del nuovo cacciabombardiere F-35.
    Mentre i programmi di riarmo italo-israeliani sono condivisi e sostenuti da tutte le forze politiche presenti in Parlamento, si sta rafforzando tra alcune forze sociali e no war la convinzione che la solidarietà al popolo palestinese non può essere disgiunta dalla mobilitazione per ottenere l’embargo militare nei confronti di Israele. Singoli cittadini, associazioni e comitati di base hanno dato vita alla Campagna Bds per «il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni nei confronti di Israele», fino a che esso «non porrà termine all’occupazione e alla colonizzazione di tutte le terre arabe e smantellerà il Muro; riconoscerà i diritti fondamentali dei cittadini arabo-palestinesi di Israele alla piena uguaglianza; rispetterà i diritti dei profughi palestinesi al ritorno nelle loro case come stabilito dall’Onu». E lo scorso 13 ottobre, di fronte allo stabilimento Alenia Aermacchi di Venegono-Varese, si è tenuta la manifestazione nazionale “Nessun M346 a Israele” per chiedere la revoca della vendita dei caccia addestratori alle Forze armate israeliane, a cui hanno partecipato, tra gli altri, Pax Christi e la Commissione Giustizia e Pace dei missionari comboniani. «Quella di Varese è stata una manifestazione anche contro lo scellerato accordo del 2005 di cooperazione militare, economica e scientifica tra il nostro Paese ed Israele», ha spiegato Elio Pagani per il Comitato promotore. «Un accordo che non è stato scalfito neppure dall’Operazione Piombo fuso»: «Un’azione militare brutale, senza giustificazioni, nella quale Israele ha commesso crimini di guerra e contro l’umanità».

    *Peace-researcher e giornalista, ha realizzato numerose inchieste sui processi di riarmo e militarizzazione. Nel 2010 ha conseguito il Primo premio “Giorgio Bassani” di Italia Nostra per il giornalismo. Per consultare articoli e pubblicazioni: http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/

    Fonte: Adista Segni nuovi n. 43 (2012)

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    In Israele l’Italia si prepara alla guerra aerea

    di Manlio Dinucci

    I cacciabombardieri italiani Tornado, Eurofighter 2000, F-16 Falcon e altri, che nel 2011 bombardarono la Libia partecipando a 1182 missioni nell’operazione Nato «Unified Protector», sono di nuovo pronti al decollo. Non per una nuova guerra alla Libia, ormai disintegrata e nel caos (anche il terminale del gasdotto per l’Italia è sotto attacco), ma per preparare altre guerre. Parteciperanno in novembre alla più grande esercitazione di guerra aerea mai svoltasi in Israele.

    L’esercitazione, denominata «Blue Flag» sul modello di quella della U.S. Air Force, si svolgerà tra due settimane nel Deserto del Negev. Poche e selezionate le forze aeree invitate: quelle di Stati uniti, Italia e Grecia. Complessivamente parteciperanno alla «Blue Flag» oltre 100 aerei e 1000 militari. Sarà una esercitazione a fuoco, con impiego di bombe e missili a guida di precisione. Lo scenario simulerà un attacco in profondità in un territorio nemico dotato di forti difese aeree (come è ad esempio l’Iran): dopo averle neutralizzate, i cacciabolbardieri colpiranno gli obiettivi terrestri rappresentati da bersagli disseminati nel deserto. Nei duelli aerei, l’aviazione nemica sarà impersonificata dall’«Aggressor squadron» delle forze aeree israeliane, i cui piloti vengono addestrati a simulare varie tattiche di combattimento, «in particolare quelle delle forze aeree arabe».
    Israele attribuisce grande importanza alla «Blue Flag». Le forze aeree israeliane, ha dichiarato il generale Amikam Norkin, stanno sperimentando nuove procedure «per abbreviare la durata delle future guerre» potenziando la propria capacità distruttiva: ciò permetterà di «accrescere di dieci volte il numero di obiettivi che vengono individuati e distrutti». Ora è il momento di sperimentare tale capacità in una esercitazione congiunta con forze aeree avanzate, come quelle statunitense e italiana.
    A riprova delle capacità conseguite, il generale Norkin ha sottolineato, in una intervista a Defense News (21 ottobre), che negli 8 giorni dell’operazione «Pilastro di difesa» effettuata a Gaza nel novembre 2012, l’aviazione israeliana ha attaccato 1.500 obiettivi, il doppio di quelli attaccati nei 34 giorni della guerra in Libano nel 2006. Anche i piloti italiani potranno dunque imparare molto partecipando all’esercitazione di guerra aerea in Israele.
    La «Blue Flag» serve allo stesso tempo a integrare le forze aeree israeliane in quelle Nato. Finora esse avevano effettuato esercitazioni congiunte solo con singoli paesi dell’Alleanza, come quelle a Decimomannu con l’aeronautica italiana. In tal modo Israele, anche se ufficialmente non è membro della Nato, viene operativamente a far parte della sua strategia e delle sue operazioni militari.
    Ciò rientra nel «Programma di cooperazione individuale» con Israele, ratificato dalla Nato il 2 dicembre 2008, circa tre settimane prima dell’operazione israeliana «Piombo Fuso» contro Gaza. Esso comprende una vasta gamma di settori in cui «Nato e Israele cooperano pienamente»: scambio di informazioni tra i servizi di intelligence; connessione di Israele al sistema elettronico Nato; cooperazione nel settore degli armamenti; aumento delle esercitazioni militari congiunte; allargamento della cooperazione contro la proliferazione nucleare (ignorando che Israele, unica potenza nucleare della regione, rifiuta di firmare il Trattato di non-proliferazione ed ha respinto la proposta Onu di una conferenza per la denuclearizzazione del Medio Oriente).
    A questa operazione parteciperà l’Italia con i suoi cacciabombardieri. Essi decolleranno sulla testa degli oltre 6 milioni di italiani senza lavoro o quasi: non si sa su quale capitolo del bilancio statale sarà addebitata la spesa per trasferire in Israele aerei e personale militare e farli partecipare all’esercitazione di guerra, ma si sa che sarà altro denaro pubblico sottratto alle spese sociali.
    Decollerranno i cacciabombardieri sulla testa di un parlamento la cui quasi totalità probabilmente non è stata informata della partecipazione italiana all’esercitazione di guerra aerea in Israele ed è quindi all’oscuro (o noncurante) delle sue implicazioni politiche, militari ed economiche. Proprio mentre a Palazzo Montecitorio si discute delle missioni militari, presentate dalla maggioranza come indispensabili per la pace internazionale, soprattutto in Medio Oriente. Se qualche deputato presenterà una interrogazione sulla partecipazione italiana alla «Blue Flag», il ministro Mauro risponderà che si tratta sì di una esercitazione di guerra aerea, però «umanitaria».

    Fonte : il manifesto

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    The Lab: il documentario che svela i retroscena dell’industria bellica israeliana

    Shimon Peres, l’attuale presidente di Israele che negli anni 60 supervisionò lo sviluppo di armi nucleare del paese israeliano, ha organizzato una festa piena di celebrità per il 90esimo compleanno, mascherandola da conferenza presidenziale, lo scorso Giugno. Israel’s president and the man who oversaw the country’s secret development of a nuclear bomb in the 1960s, held a star-studded 90th birthday party masquerading as a presidential conference in June. Tralasciando l’ombra gettata dalla decisione del fisico britannico Stephen Hawking di boicottare l’evento, il tutto è risultato essere uno sfrontato tributo alla vita e al lavoro svolto da Peres da parte di una lunga lista di personalità internazionali, dall’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton a Barbra Streisand.

    Tuttavia, come evidenziato da un sito web israeliano, questo party da 3 mln di $ al capo dello stato israeliano è stato principalmente finanziato dall’industria bellica: i tre maggiori finanziatori erano famosi imprenditori di armamenti, incluso il presidente onorario della conferenza, Aaron Frenkel.

    E tutto ciò è tristemente normale, visto il grande ascendente internazionale di Israele tra i produttori di armamenti durante l’ultimo decennio: nonostante il paese abbia una popolazione minore rispettoa quella di New York City, Israele si è costruito una certa fama negli ultimi anni come uno dei più grandi esportatori di armi.

    A Giugno, analisti della difesa hanno messo Israele al sesto posto in questo speciale classifica, davanti alla Cina e all’Italia, entrambi grandi produttori di armi e, se si calcola anche il crescente mercato clandestino di Israele, la posizione sale fino al quarto posto, davanti alla Gran Bretagna e alla Germania, dietro solo a Stati Uniti, Russia e Francia.

    Il motivo del successo israeliano in questo mercato può essere dedotto grazie a semplice calcolo matematico: con vendite record di 7 mld di $ lo scorso anno, Israele ha guadagnato qualcosa come 1.000$ pro capite dal commercio di armi, 10 volte di più di quanto guadagnano gli Stati Uniti dal medesimo commercio.

    Il grande affidamento che Israele fa sul commercio degli armamenti è stato scoperto a Luglio, quando un tribunale locale ha obbligato alcuni ufficiali a rivelare i dati relativi a questo tipo mercato, scoprendo così che qualcosa come 6.800 cittadini israeliani sono attivamente coinvolti nell’esportazione di armamenti. In altra sede, Ehud Barak, Ministro della Difesa dell’ultimo governo, ha rivelato che 150.000 famiglie israeliane (quasi il 10% della popolazione) dipendono economicamente dal commercio bellico. Tralasciando queste rivelazioni, Israele comunque è sempre stato riluttando nell’alzare il velo di segretezza che copriva questi commerci, adducendo al fatto che qualsiasi ulteriore rivelazione avrebbe potuto compromettere la sicurezza nazionale e i rapporti internazionali.

    Per tradizione, l’industria bellica israeliana è sempre stata gestita dal Ministero della Difesa, in un sistema che vedeva una serie di corporazioni belliche di proprietà dello stato sviluppare armamenti per conto dell’esercito israeliano. Ma con il fiorire delle indistrie high tech israeliane nell’ultimo decennio, una nuova generazione di ufficiali congedati dall’esercito hanno intravisto la possibilità di sfruttare la propria esperienza e i loro contatti militari per sviluppare e testare nuove armi, sia per lo stato di Israele, sia per clienti esteri. In questo processo, l’industria bellica si è guadagnata un posto tra i principali sostenitori dell’economia israeliana, attestando la proprie esportazioni a un quinto del totale.

    “Il Ministro della Difesa israeliano non sono fa grandi affari con le guerra, ma si assicura anche che il mercato dell’industria bellica sia sempre in fremito”, ha dichiarato Leo Gleser, che gestisce un’azienda di consultazioni per fini bellici specializzata nello sviluppo di nuovi mercati in America Latina.

    Leo Gleser che è uno dei tanti commercianti d’armi intervistato in un nuovo documentario che alza il velo sula natura e sugli obiettivi del mercato bellico israeliano.

    “The Lab,” recentemente vincitore di un premio ai DocAviv, gli oscar israeliani dei documentari, è stato presentato ad Agosto negli Stati Uniti. Diretto da Yotam Feldman, il film propone una una vista da molto vicino dell’industria bellica israeliana e degli imprenditori che grazie ad essa si sono arricchiti.

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    Il titolo fa riferimento al tema centrale del film: l’affidamento a cui Israele è rapidamente arrivato di continuare a tenere in cattività i palestinesi in ciò che non sono nient’altro che le più grandi prigioni a cielo aperto del mondo, ovvero i massicci profitti che Israele riesce a trarre dal testare le innovazioni belliche su più di 4 mln di palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

    Secondo Feldman, questa tendenza è iniziata con l’operazione Scudo di Difesa, ovvero la re-invasione israeliana dei Territori Occupata e di Gaza nel 2002, che ha formalmente invertito il processo di ritiro israeliano dai territoriori occupati militarmente iniziato tiepidamente con gli Accordi di Oslo. A seguito di quell’operazione, molti ufficiali dell’esercito sono entrati nel business privato, arrivando a rompere nuovi record per l’industria bellica israeliana (2 mld di $ nel 2005).

    Ma la più grande impennata di vendite si è registrata dopo l’operazione Piombo Fuso, l’assalto israeliano alla Striscia di Gaza a cavallo del biennio 2008-2009, che ha visto l’uccisione di più 1.400 palestinesi e di 13 israeliani: il record di vendite sulla scia di questa operazione ha toccato i 6 mld di $.

    Il film spiega come queste operazioni militari, inclusa la recente Colonna di Nuvola dello scorso anno sempre contro la Striscia di Gaza, servano come esperimenti in laboratorio per valutare e rifinire l’efficacia dei nuovi approcci militari, sia dal punto di vista strategico che di equipaggiamento.

    In particolare, Gaza è diventata la vetrina dell’industria bellica israeliana, permettendo a questa di sviluppare e mettere su mercato sistemi di sorveglianza, controllo e assoggettamento di un popolazione “nemica”, e siccome la maggior parte dei palestinesi sono forzosamente rinchiusi in centri abitativi urbani, le tradizionali politiche designate per differenziare i civili dai guerriglieri sono dovute essere cancellate.

    Amiram Levin, ex capo dell’esercito israeliano stanziato nel nord negli anni ’90 e ora commerciate d’armi, è stato filmato ad una conferenza di industrie di armamenti mentre dichiarava che l’biettivo di Israele nei territori palestinesi è quello di punire la popolazione locale per creare un più ampio “spazio di manovra”, e, considerandone gli effetti, ha commentato che la maggior parte dei palestinesi “è nata per morire, noi dobbiamo solo dargli una mano”.

    Il film evidenzia le tipologia di innovazioni per cui Israele si è guadagnato grande fama tra i servizi di sicurezza stranieri: dallo sviluppo di macchine automatiche all’avanguardia in grado di uccidere ai droni che sono diventati la punta di diamante dell’equipaggiamento statunitense per i bombardamenti in Medio Oriente, e spera di ripetere il successo con Iron Dome, il sistema di intercettamento dei missili pubblicizzato ogni volta che viene sparato un razzo dalla Striscia di Gaza.

    Israele si è anche specializzato nel realizzare sistemi bellici futuristici, come i fucili in grado di sparare da dietro agli angoli. E non è una sorpresa che perfino Hollywood ne è stata cliente, con Angelina Jolie che metteva in bella mostra alcuni di questi armamenti nel suo film “Wanted”.

    Ma le inaspettate star di “The Lab” non sono i commercianti di armi, ma bansì gli ex ufficiali dell’esercito israeliano che si sono riciclati in accademici, le cui teorie hanno aiutato a guidare l’esercito e le compagnie high tech nello sviluppo di tattiche ed arsenali militari.

    Ad esempio, in una scena, Shimon Naveh, un filosofo particolarmente entusiasta dell’industria bellica, attraversa un finto villaggio arabo ricostruito per l’occasione che è servito da campo per la sua ideazione di una nuova teoria di guerriglia urbana durante la seconda intifada.

    Nell’attacco alla cittadella di Nablus nel 2002, piuttosto che obbligare l’esercito israeliano ad affrontare qualche imprevisto dovuto agli instricabili vicoletti labirintici del villaggio, suggerì ai soldati di non muoversi lungo le stradine, dove avrebbero potuto essere dei facili bersagli, ma di muoversi piuttosto attraverso gli edifici, buttando giù all’occorenza i muri che intralciavano il loro percorso.

    L’idea di Naveh fu lo strumento chiave con cui l’esercito schiacciò la resistenza armata palestinese, portando alla luce quali fossero gli ultimi posti dove i guerriglieri palestinesi potessero trovare rifugio dalla sorveglianza israeliana.

    Un altro esperto, Yitzhak Ben Israel, ex generale riciclatosi professore alla Tel Aviv University, ha aiutato nello sviluppare una formula matematica che predice il verosimile successo dei programmi di assassinii mirati per stroncare la resistenza organizzata: i calcoli di Ben Israel hanno provato all’esercito israeliano che una cellula palestinese che sta preparando un attacco potrebbe essere con grande probabilità distrutta “neutralizzando” un quinto dei suoi membri.

    E’ proprio questa unione di teorie, equipaggiamenti e ripetuti “test” sul campo che hanno fatto mettere in coda gli eserciti, le forze di polizia e le industrie della sorveglianza di Stati Uniti, Europa, Asia e America Latina per riuscire ad accaparrarsi il know-how israeliano: le “lezioni” imparate sul campo a Gaza e in Cisgiordania hanno “utili” applicazione in Afghanistan e in Iraq, come spiega il film.

    O come spiega nel film Benjamin Ben Eliezer, ex Ministro della Difesa riciclatosi in Ministro dell’Industria, il vantaggio di Israele in questo campo sta proprio nel fatto che “la gente è più disposta a comprare qualcosa che è stato positiviamente testato e la cui funzionalità è stata comprovata, come le armi israeliane. Possiamo dire che se Israele vende uno specifico armamento, la garanzia del funzionamento risiede nell’impiego che ne è stato fatto in questi 10-15 anni.”

    Yoav Galant, capo delle milizie meridionali dell’esercito israeliano durante Piombo Fuso, ha sottolineato che “Mentre certi paesi europei e asiatici ci condannano per gli attacchi ai civili, mandano qui da noi i loro ufficiali; ho avuto briefing con generali di 10 differenti paesi per spiegargli come abbiamo fatto a raggiungere il così basso rapporto. [di palestinesi civili uccisi, falsa dichiarazione di Galant che diceva che la maggior parte dei palestinesi assassinati erano guerriglieri]” […] “C’è un sacco di ipocrisia, ti condannano politicamente, mentre poi ti chiedono quale sia il tuo trucco per trasformare il sangue in soldi.”

    Le convincenti tesi del film, tuttavia, danno un amaro e disturbante messaggio a coloro che sperano nella fine dell’occupazione militare di Israele dei Territori Palestinesi, poiché siccome lo stato israeliano è riuscito a rendere i suoi arsenali più letali che mai e al contempo proteggere i suoi soldati come mai prima d’ora, la società civile è diventata grandemente tollerante all’idea della guerra come retroscena della vita di tutti i giorni: se Israele non è costretto a pagare alcun prezzo per una guerra, allora né l’esercito né i politici sono costretti ad affrontare alcuna pressione per porvi fine.

    Anzi, la pressione agisce in direzione opposta: i Territori Occupati Palestinesi che fungono da laboratorio e gli attacchi periodici alle comunità palestinesi per testare ed esibire i sistemi bellici forniscono ad Israele un modello di business molto più profittevole di quello che potrebbe offrire un trattato di pace. Come ha dichiarato Naftali Bennet, Ministro dell’Industria di estrema destra, al ritorno da un suo viaggio in Cina: “Nessuno è interessato alla causa palestinese. Ciò che interessa al mondo, da Pechino a Washington a Brussels, è la tecnologia israeliana.”

    Ma, coi governi stranieri che fanno la fila per attingere dall’esperienza israeliana, la domanda è: a chi di noi toccherà affrontare un prossimo futuro simile all’attuale situazione dei palestinesi?  

     

     

     

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    BDS Italia

     

    Italia alle guerre stellari con i satelliti d’Israele

    Tagli per tutti ma non per le forze armate, specie se le spese rafforzano la partnership tra le industrie d’armi nazionali e quelle israeliane. Quarantuno milioni e 600.000 euro sul bilancio 2013; 96 milioni per il 2014 e 53,8 per il 2015. Il ministero della Difesa prevede di spendere quasi 192 milioni di euro in tre anni per dotarsi di un nuovo sistema satellitare ad alta risoluzione ottica per l’osservazione dell’intero globo terrestre, l’OPTSAT 3000, progettato e prodotto da Israele.

    Leggero e di dimensioni assai ridotte, l’OPTSAT 3000 si caratterizza per l’agibilità e la manovrabilità da terra e per le notevoli capacità di definizione delle immagini raccolte dallo spazio. Il satellite è tuttavia programmato per funzionare per periodi brevi, non oltre i 6-7 anni dalla sua messa in orbita (prevista entro il 2016).

    L’accordo italo-israeliano per il nuovo sistema di telerilevamento satellitare prevede che la società Telespazio, controllata da Finmeccanica e dalla holding francese Thales, operi in qualità di prime contractor per la fornitura del satellite e del segmento di terra, dei servizi di lancio e messa in orbita, della preparazione ed esecuzione delle attività operative e logistiche. Telespazio ha sottoscritto con il Ministero della difesa italiano un contratto del valore complessivo di 200 milioni di dollari. Personale della società sarà dislocato in Israele durante le fasi di preparazione al lancio del satellite, nonché presso il Centro di Controllo di Tel Aviv durante le fasi di post-lancio. Il completamento dei test in orbita dell’OPTSAT 3000 sarà realizzato successivamente dal Centro Spaziale del Fucino di Telespazio.

    La realizzazione del satellite per un costo di 182 milioni di dollari sarà affidata alla Mbt Space Division delle Israel Aerospace Industries (IAI), le industrie aerospaziali e missilistiche israeliane. A produrre la telecamera spaziale ad “alta definizione” (valore 40 milioni di dollari) sarà invece Elbit Systems Electro-Optics Elop Ltd., una controllata della Elby Systems Ltd, altra azienda strategica israeliana nel campo dei sistemi di comando, controllo, comunicazione, intelligence e dei velivoli senza pilota.

    L’acquisizione del satellite è stata formalizzata con l’accordo di cooperazione militare Italia-Israele firmato a Roma il 19 luglio 2012 dai ministri della difesa dei due paesi. Oltre all’OPTSAT 3000, l’accordo ha previsto la fornitura alle forze armate israeliane di 30 velivoli da addestramento avanzato M-346 prodotti da Alenia-Aermacchi (valore complessivo un miliardo di dollari circa, di cui 600 milioni di pertinenza dell’azienda del gruppo Finmeccanica). I primi velivoli saranno consegnati a partire dalla metà del 2014 e sostituiranno gli A-4 “Skyhawks” utilizzati da Israele per l’addestramento dei piloti dei cacciabombardieri strategici. Le attività di formazione, il supporto logistico e la manutenzione dei velivoli saranno affidate alla società privata TOR di proprietà dei due colossi Israel Aerospace Industries Ltd. ed Elbit Systems Ltd.. Elbit implementerà sui caccia-addestratori un nuovo software, il Vmts (Virtual Mission Training System) che simulerà le funzioni di un moderno radar di scoperta attiva capace di gestire numerose funzioni tattiche e scelte d’armamento complesse. “Utilizzando il software una volta in volo – spiegano i tecnici israeliani – il pilota in addestramento potrà esercitarsi in scenari avanzati, quali la guerra elettronica, la caccia alle installazioni radar e l’uso di sistemi d’arma all’avanguardia”. I sistemi di identificazione e comunicazione e i computer per il controllo di volo saranno forniti invece da Selex ES, altra azienda del gruppo Finmeccanica.

    Sempre nell’ambito dell’accordo di cooperazione del luglio 2012, l’Italia si è impegnata ad acquistare due aerei radar “Eitam” del tipo “Gulfstream 550” CAEW (Conformal Aerial Early Warning), con relativi centri di comando e controllo (costo stimato 791 milioni di dollari). Prodotti da Elta Systems ed Israel Aerospace Industries su licenza della statunitense General Dynamics, gli “Eitam” sono operativi con le forze armate d’Israele e Singapore, mentre una variante del velivolo è stato fornito a Cile ed India. L’Aeronautica militare italiana ha già avuto modo di familiarizzarsi con questi sistemi di guerra: a partire del 2010 gli “Eitam” vengono periodicamente dislocati nell’aeroporto di Decimomannu (Cagliari) per partecipare ad esercitazioni congiunte italo-israeliane.

    I nuovi aeri-radar consentiranno di monitorare lo spazio aereo e marittimo ed intercettare a diverse miglia di distanza l’arrivo di velivoli, missili e unità navali veloci. Le aziende israeliane doteranno pure gli “Eitam” di sistemi di geo-localizzazione e identificazione dei segnali elettromagnetici emessi dai radar e delle comunicazioni d’intelligence “nemiche”. L’accordo prevede che 750 milioni di dollari finiscano nelle casse di IAI ed Elta System, mentre 41 milioni di dollari andranno a Selex ES per la realizzazione dei sottosistemi di comunicazione, link tattici e identificazione a standard NATO dei due velivoli CAEW.
    La reciproca collaborazione per lo sviluppo dei programmi OPSAT 3000, M-346 ed “Eitam” consentirà alle aziende d’armi italo-israeliane di rafforzare la propria presenza nei mercati internazionali. Selex ES ed AEL Sistemas S.A, società controllata da Elbit Systems Ltd, stanno per costituire ad esempio una joint venture per la produzione di tecnologie e sistemi radar a scansione meccanica da destinare ai velivoli d’attacco e di trasporto delle forze armate del Brasile e di altri paesi sudamericani. Ma all’orizzonte ci sono pure i floridi business dei sistemi missilistici e dei droni-spia e killer.

    Protection From Defense Funding Cuts Waived By Israel

    Aug. 5, 2013,

    Global Security Newswire,

    http://www.nti.rsvp1.com/gsn/article/protection-defense-funding-cuts-waived-israel/?mgh=http%3A%2F%2Fwww.nti.org&mgf=1

    To share in the burden of U.S. military funding cuts, Israeli officials extended an offer on Friday to waive the Middle Eastern nation’s minimum funding levels, Defense News reported.

    Israel’s portion of the cut to U.S.-Israel cooperative missile defense programs would total around $55 million. If it had not been set aside, the funding protection would have prevented the nine percent sequester from affecting $607.3 million for the Israeli Iron Dome program over a three-year period.

    The U.S. Defense Department said in March that it is committed to continue funding Israeli missile defense systems. Israel is set to receive an additional $65.8 million for the Arrow-2 Weapon System, $181.7 million for the Upper Tier Arrow-3 System, and $213.9 million for the David’s Sling System. The Obama administration said in April that it will request $520 million for Israeli missile defense programs over the next three years.

    The $3.1 billion in foreign military financing aid that Israel receives every year is not protected from a nearly five percent sequester cut, and Israel has not sought an exemption.

    From The Real News

    Number six on the list of weapon exporters is Israel. Israel may be the sixth weapon exporter in the world, but it is the largest arms exporter in per capita terms. Indeed, while the U.S. has the largest military-industrial complex in the world, Israel has the largest proportion of its economy dedicated to the military-industrial complex.
    A good way to estimate the size of the military-industrial complex is to compare the proportions of public expenditure on defense. According to SIPRI, the Stockholm International Peace Research Institute, Israel spends 8.4 percent of its GDP on defense, putting it in the third place worldwide, and almost twice as much as the U.S., which is seventh place in the world.
    But SIPRI’s data doesn’t take into account the massive investment of natural resources, especially land and labor, which are used by the Israeli army, police, and prison systems without payment. Approximately half of the territory of Israel is controlled directly or indirectly by the army, and about half of the Israeli citizens serve in the army without salary for one to three years. If those facts are taken into account, it becomes clear that Israel is the world’s most militarized state.
    It should be emphasized that the arms industry is built upon reciprocal purchases. Arms deals are often two-sided, meaning that when one country sells military equipment to a second country, the second country is expected to buy something from the first. This tradition intensifies the arms proliferation and creates an unnecessary stockpiling of arms by countries who are at peace.
    The problem is that where the army’s outfitted with new shiny toys, generals and politicians sometimes develop the urge to try them out and go on the offensive. The arms trade is therefore a hazard to peace and to security for all residents of all countries.
    Because of the massive investment of resources on security and the army, Israel suffers from high levels of poverty and crumbling social services. The current Israeli government debated the urgent need to cut military expenditures and eventually approved some minor cuts to the defense budget. But the Israeli system allows the Ministry of Defense to keep the revenue from arms sales and use them to further boost its own budget. Therefore, despite the government’s efforts, the actual budget of the Israeli Ministry of Defense is expected to grow, although the Israeli Ministry repeatedly exceeds its budget. In 2012, it spent about one and a half billion dollars more than the budget approved by the Israeli parliament, the Knesset.
    The U.S. continues to give Israel military aid to the tune of $3 billion every year, with plans to expand aid to $4 billion annually. The aid ensures high profits for the U.S. arms companies. The U.S. also buys military equipment from Israel in reciprocal deals, contributing to the Israeli military-industrial complex.
    More importantly, when the U.S. shows its support for Israel, it also legitimizes Israel’s use of force. Israel intensifies the violence in the Middle East and contributes to sales of the arms industry worldwide.

    DARWIN’S NIGHTMARE

    Some time in the 1960’s, in the heart of Africa, a new animal was introduced into Lake Victoria as a little scientific experiment. The Nile Perch, a voracious predator, extinguished almost the entire stock of the native fish species. However, the new fish multiplied so fast, that its white fillets are today exported all around the world.

    Huge hulking ex-Soviet cargo planes come daily to collect the latest catch in exchange for their southbound cargo… Kalashnikovs and ammunitions for the uncounted wars in the dark center of the continent.
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    This booming multinational industry of fish and weapons has created an ungodly globalized alliance on the shores of the world’s biggest tropical lake: an army of local fishermen, World bank agents, homeless children, African ministers, EU-commissioners, Tanzanian prostitutes and Russian pilots

    ‘Syrian conflict a fabricated war by CIA’

    As the Obama administration is increasing its involvement in the Syrian conflict, former American intelligence linguist, Scott Rickard, believes the conflict is “a fabricated war by the CIA.”

     

    “The U.S. is one of the key players in intervention in Syria. The CIA… as well as mercenary companies like Black Water and others have been operating in and around Syria for some time especially out of Turkey and Jordan,” Rickard said in a phone interview with Press TV’s U.S. Desk on Saturday.

     

    According to a report by the Los Angeles Times, the CIA and U.S. Special Operations Forces have been secretly training foreign-backed militant groups fighting against the Syrian government since November 2012, long before U.S. President Barack Obama approved delivery of arms to the militants.

     

    The covert trainings have been conducted at bases in Jordan and Turkey, both neighbors of Syria.

     

    According to the Times, the training courses involve training with rockets and anti-tank and antiaircraft weaponry like Russian-designed 14.5-millimeter antitank rifles, anti-tank missiles, and 23-millimeter antiaircraft weapons.

     

    “This is pretty indicative of CIA operations. They try not to put American equipment in play because it makes it so obvious,” Rickard said.

     

    The foreign-backed militants in Syria have been promised more arms as they say the weapons they have received from Qatar, Saudi Arabia, and other Arab countries are not enough to tip the fight in their favor.

     

    On Friday, U.S. Secretary of State John Kerry, who called for “immediate” airstrikes on Syria at a White House meeting on June 12, headed to Qatar to discuss further procurement of arms to militants in Syria.

     

    “At the same time, you also have these folks who are involved in the actual arming of these rebels with mostly Russian-made equipment because they want to avoid the fact that American equipment is in there and that same Russian equipment is coming from black market as well as also coming out of the former Soviet arms manufacturing plants throughout the Balkans,” Rickard noted.

     

    ISH/HJ

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    Aquiloni invece dei caccia, in piazza contro la vendita di armi verso Israele

    Aquiloni e girandole fabbricate da bambini contro aerei e cannoni costruiti per uccidere: è una delle iniziative che oggi a Venegono (in provincia di Varese) accompagnerà una manifestazione nazionale contro un accordo promosso dal governo italiano che prevede l’esportazione in Israele del nuovo velivolo addestratore M346 di Alenia AerMacchi.

    La manifestazione, promossa da diverse espressioni della società civile italiana, tra cui la Commissione Giustizia e pace dei missionari comboniani, parte da una considerazione di base così sintetizzata dai promotori: benché definiti come “addestratori tecnologicamente avanzati” i 30 M346 destinati a Israele sono “in realtà già strutturati per essere armati con missili o bombe”. Il timore è dunque che queste armi possano essere utilizzate in contesti di conflitto in particolare contro i palestinesi dei Territori occupati.

    A Venegono, dove si trovano gli stabilimenti dell’Alenia AerMacchi, è previsto un intervento di padre Alex Zanotelli. “Il nostro paese – dice alla MISNA Elio Pagani, dell’associazione DisArmiAmoLaPace di Varese – non avrebbe dovuto sottoscrivere l’accordo di cooperazione con Israele perché esso viola la legge 185/90 che pone limiti all’export di armi verso paesi belligeranti; averlo fatto costituisce una grave violazione di quella legge”.

    More informations about italian weapons export to Israel and to others

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    Giorgio Beretta