La scoperta di armi chimiche degli Stati Uniti in Siria è la prova che l’Occidente sostiene i terroristi

Alcuni paesi si impegnano, da un lato, verbalmente per il diritto internazionale, ma da un altro armano i terroristi con sostanze vietate, ha affermato Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo.

La scoperta di armi chimiche di produzione statunitense e britannica in Siria è la prova che i paesi occidentali, direttamente o indirettamente sostengono i terroristi. Lo ha affermato Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Affari Esteri della Russia.

“È giunto il tempo in cui, dopo diversi anni di guerra in Siria, è stato portato alla luce ciò che è stato discusso molte volte in tutti i livelli”, ha dichiarato la portavoce nel corso di un programma della radio russa Vesti, e citata da TASS.

“Sì, è così. I paesi occidentali e le potenze regionali hanno fornito direttamente o indirettamente sostanze tossiche vietate ai ribelli,ai terroristi ed estremisti che sono sotto il loro comando nel territorio della Siria”, ha spiegato Zakharova, aggiungendo si sommano ad altre forme di assistenza, comprese le armi, il denaro e il supporto informatico.

Dopo citato anche una serie di fatti e fornito prova confermate da esperti internazionali, la portavoce ha aggiunto che i paesi responsabili per il sostegno al terrorismo “verbalmente sono impegnati a rispettare i principi democratici e del diritto internazionale, ma in realtà forniscono tutto il necessario per gli estremisti affinché sostengono la loro lotta armata nel territorio sovrano della Siria. “

L’ONU come testimone

Zakharova ha sottolineato che le Nazioni Unite hanno ricevuto molti di queste prove, ed sono state testimone di alcune delle discussionisu questo argomento.

“Alcuni di questi dati sono stati comunicati alle Nazioni Unite, e sono stati discussi nel corso di negoziati bilaterali, per esempio, tra gli Stati Uniti e la Russia”, ha precisato la portavoce.

Da parte sua, il rappresentante permanente della Russia presso l’ONU, Vasili Nebenzia ha sostenuto che la fornitura di agenti tossici per le forze ribelli in Siria costituisce una violazione della Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche.

Sostanze proibite

Ieri,il vice ministro degli esteri siriano, Faisal Mekdad, aveva dichiarato che nella parte orientale di Damasco sono state trovate “bombe a mano e munizioni per lanciagranate” dotate di gas irritanti tossici CS e CN, realizzato da aziende statunitensi e inglesi.

Fonte: Tass

Notizia del: 17/08/2017

 

 

Lebanon finds US-made arms left by Nusra terrorists

This Photo purportedly shows a discovered weapons cache left behind by Takfiri Jabhat Fateh al-Sham militants in northeastern Lebanon.
This Photo purportedly shows a discovered weapons cache left behind by Takfiri Jabhat Fateh al-Sham militants in northeastern Lebanon.

The Lebanese army has discovered a weapons cache left behind by defeated militants from the Jabhat Fateh al-Sham terror group, formerly known as al-Nusra Front, in the northeast of the country.

The Lebanese National News Agency (NNA), citing an unnamed official from Lebanon’s General Directorate of General Security, reported on Friday that a patrol of the intelligence agency had found an ammunition and missile cache in Wadi Hamid Valley east of the border town of Arsal, without providing further details.

However, Reuters quoted an unnamed security source as saying on Friday that the cache contained at least a surface-to air missile (SAM) and a number of US-made TOW anti-tank missiles as well as plenty of other types of shells and rockets.

The following photos of the cache were provided by the security source.

On July 29, commanders of Lebanon’s Hezbollah resistance movement said the group had successfully concluded a week-long military offensive against al-Nusra on the outskirts of Arsal and the adjacent town of Flita in Syria, seizing land in the rugged, mountainous area and killing about 150 terrorists.

This photo taken on August 17, 2017, during a tour guided by the Lebanese army shows soldiers holding a position in a mountainous area near the eastern village of Ras Baalbek during an operation against terrorists. (Via AFP)

In August 2014, the al-Nusra and Daesh Takfiri terrorist groups overran Lebanon’s northeastern border town of Arsal, killing a number of Lebanese forces. They took 30 soldiers hostage, most of whom have been released.

Since then, Hezbollah and the Lebanese military have been defending Lebanon on the country’s northeastern border.

Friday’s development come as the Lebanese army has been targeting Daesh hideouts along the Syrian border over the past several days, regaining more areas from the terror group. It also comes after Syria accused the US and the UK of supplying chemical weapons to terrorists in the country.

Sat Aug 19, 2017 2:19AM

Sorgente: PressTV-Lebanon finds US-made arms left by Nusra terrorists

Siria accusa USA e Regno Unito di aver inviato armi chimiche ai terroristi

Le sostenza chimiche tossiche trovate nei depositi dei terroristi provengono da USA e Regno Unito ha dichiarato il vice ministro della Siria, Faisal Mekdad in una conferenza stampa a Damasco.

“Tutti i proietti e le granate trovate, armati con sostanze chimiche tossiche CS e CN, sono state prodotte dalla compagnia “Federal Laboratories” in USA… Mentre le sostanze chimiche al loro interno dalla “Cherming Defence UK” (UK) e dalla “NonLethal Technologies” (USA)” ha detto Mekdad.

I depositi dei terroristi contenenti questi armamenti sono stati trovati ad Aleppo e nelle periferie orientali liberate di Damasco.

Mekdad ha ricordato che secondo il quinto articolo della Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche, queste possono essere usate solo nelle sommosse e nei disordini, e non in guerra.

“Quindi possiamo affermare con certezza che gli Stati Uniti e il Regno Unito, nonché i loro alleati nella regione, violano la Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche, dando supporto alle organizzazioni terroristiche sul territorio siriano. Essi hanno fornito ai guerriglieri non solo armamenti convenzionali ma anche quelli illegali” ha aggiunto Mekdad.

Il rappresentate ufficiale del Ministero degli esteri della Russia, Maria Zakharova ha commentato questa dichiarazione. “Ecco a voi tutto l’impegno per il diritto internazionale e per il trionfo della democrazia. Nascondendosi dietro le foto dei bambini uccisi, forniscono armi chimiche ai terroristi, al limite dell’assurdo” ha scritto sulla sua pagina Facebook.

In precedenza la coalizione capeggiata dagli USA contro lo Stato Islamico non han registrato uso di armi chimiche da parte dei guerriglieri, nonostante abbiano accusato Damasco di questo.

Le autorità siriane a loro volta hanno sottolineato di non aver mai usato armi chimiche contro civili o terroristi, e che l’arsenale di armi chimiche del paese è stato portato via dal paese sotto il controllo dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC).

Sorgente: Siria accusa USA e Regno Unito di aver inviato armi chimiche ai terroristi – Sputnik Italia

US-led coalition used banned white phosphorus on civilians in Syria – Damascus to UN

US-led coalition used banned white phosphorus on civilians in Syria – Damascus to UN

FILE PHOTO © Rodi Said / Reuters

The Syrian foreign ministry has, in correspondence to the United Nations, accused the US-led coalition of new atrocities against its civilians. It includes an attack on hospital in Raqqa and the use of “internationally banned white phosphorus munitions” against the Syrian people.

Renewing its calls to “immediately dissolve” the coalition which Damascus considers illegitimate, the ministry wrote two letters; one addressed to the UN Secretary General and the other to the Chairman of the UN Security Council, Syria’s state news agency SANA reported Sunday.

Citing the ministry statement, the report said the military alliance led by Washington had bombed residential neighborhoods and civilian houses, as well as destroying a national hospital in Raqqa, where the coalition is extensively backing the fight against the Islamic State (IS, formerly ISIS/ISIL) terrorist group.

Damascus also claimed the coalition had violated international humanitarian law by deploying white phosphorus munitions in its attacks which targeted “innocent Syrian people in the provinces of Raqqa, Hasaka, Aleppo, Deir Ezzor and other Syrian cities,” SANA reported.

Such actions represent war crimes and crimes against humanity, the agency cited the ministry as saying in its communication to the UN.

Syria renews its call to immediately dissolve the coalition which was established outside the framework of the UN and without requesting permission from the Syrian government,” the statement added.

Responding to the allegations, the coalition said it “routinely conducts strikes” on IS terrorists in Raqqa and also uses white phosphorus in its operations, the US Combined Joint Task Force Operation Inherent Resolve (CJTF–OIR) acknowledged in an emailed statement to RT.

However, its deployment of the weapons is not against international norms, the joint task force claimed.

In accordance with the law of armed conflict white phosphorus rounds are used for screening, obscuring, and marking in a way that fully considers the possible incidental effects on civilians and civilian structures,” the CJTF–OIR statement read.

It added that allegations of civilian casualties are being assessed and will be published in a monthly civilian casualty report.

On Saturday, a new series of attacks by the US-led coalition resulted in more civilian deaths in Raqqa, SANA reported. At least 43 civilians were reportedly killed and dozens more injured after airstrikes hit residential neighborhoods in the Syrian city, the news agency said. Mostly women, children and the elderly were among the victims, SANA added.

In its latest assessment of civilian casualties from airstrikes in Iraq and Syria released earlier this week, the US-led coalition claimed 624 people were “unintentionally killed” since the start of the campaign against IS in the region in 2014.

However, the UK-based Airwars group which monitors airstrikes and civilian casualties in Iraq, Libya and Syria based on open-source reports and military figures, contradict this claim. It suggests the civilian death toll in the bombing campaign is much higher. The data collated by the group indicates that more than 4,350 civilians have been killed in US-led military operations since June 2014.

thanks to: RT

Le basi segrete Usa in Siria svelate dall’agenzia turca Anadolu

BASI SEGRETE USA IN SIRIA Andolu

Pentagono ha espresso forte preoccupazione dopo che l’agenzia di stampa di stato turca, Anadolu, ha rivelato la localizzazione di tutte (o molte) postazioni e basi delle forze militari statunitensi nel nord della Siria. L’agenzia Anadolu ha pubblicato lunedì un rapporto dettagliato sulla posizione delle strutture militari e in alcuni casi persino il numero degli effettivi statunitensi che cvi sono schierati.

Anadolu ha aggiunto che le basi – 2 aerodromi e 8 basi avanzate (FOB) – sono utilizzate per sostenere il Partito dell’Unione democratica (Pyd) e il suo braccio armato, le Unità di Protezione Popolare (Ypg) che costituiscono la struttura portante delle Forze Democratiche Siriane (FDS), movimento sostenuto da Washington che combatte l’Isis e sta liberando Raqqa inglobando anche milizie tribali arabe.

La dettagliata infografica pubblicata da Anasdolu rivelava inoltre che 200 militari delle forze speciali USA e 75 francesi operano sul fronte di Raqqa da un avamposto situato una trentina di chilometri a nord della capitale dello Stato Islamico per il 30% liberata dalle milizie delle FDS.

Washington e Ankara hanno da tempo rapporti molto tesi a causa dell’iniziativa statunitense di sostenere le FDS che Ankara teme possano costituire un’entità autonoma curda nel nord della Siria a ridosso dei confini con la Turchia.

La Turchia, che considera l’Ypg un “gruppo terroristico” alleato del PKK.  Il portavoce del Pentagono, il maggiore Adrian Rankine-Galloway, ha dichiarato che la diffusione di “informazioni militari sensibili” espone le forze della Coalizione a rischi non necessari e potrebbe potenzialmente compromettere le operazioni contro lo Stato Islamico.

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“Anche se non possiamo verificare in modo indipendenti le fonti che hanno contribuito a questo articolo, saremmo molto preoccupati se responsabili di un alleato Nato mettessero di proposito a rischio le nostre forze diffondendo informazioni sensibili”, ha detto il portavoce. “Abbiamo già espresso questi timori al governo della Turchia”, ha sottolineato pur rifiutandosi, per ragioni di sicurezza, di chiarire se le informazioni diffuse dall’Anadolu fossero veritiere.

Le autorità di Ankara hanno negato qualsiasi coinvolgimento nella pubblicazione.

“Non si tratta di informazioni fornite dal nostro governo”, ha assicurato in una conferenza stampa, Ibrahim Kalin, portavoce del presidente Recep Tayyip Erdogan.

“L’agenzia Anadolu ha scritto queste informazioni basandosi sulle proprie fonti” ha detto il portavoce aggiungendo che “siamo stati informati di questo articolo dopo la sua pubblicazione”.

Resta in ogni caso difficile credere, specie con il rigido controllo sui media in vigore in Turchia, che Anadolu abbia potuto ottenere e pubblicare delicate infiormazoni di carattere militare senza che il governo ne fosse informato.

 

Foto: Anadolu e Getty Images

Sorgente: Le basi segrete Usa in Siria svelate dall’agenzia turca Anadolu – Analisi Difesa

La CIA chiude il programma di sostegno ai ribelli siriani

 

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(aggiornato il 22 luglio ore 13,20)

La Cia avrebbe deciso di mettere fine al programma di sostegno ai ribelli siriani che combattono contro il presidente Bashar Assad: lo riferisce il Washington Post ricordando che questo programma avviato quattro anni fa ha avuto solo un impatto limitato, in particolare dopo l’ingresso nel conflitto delle forze armate russe al fianco delle truppe fedeli al regime di Damasco.

Il programma di aiuti statunitensi ha firnito in questi anni fondi, supporto logistico, addestramento e armi, inclusi missili anticarro Tow (nella foto), ai ribelli cosiddetti “moderati”.

Il presidente Donald Trump avrebbe preso la decisione di fermare il programma circa un mese fa, dopo un incontro con il capo della Cia, Mike Pompeo, e il suo consigliere per la sicurezza nazionale, il generale H. R. McMaster, riferisce il Washington Post.

La Casa Bianca e la Cia non hanno voluto commentare l’articolo ma il WP ritiene che l’eliminazione di questo programma di sostegno ai ribelli siriani riflette l’interesse del presidente degli Stati Uniti “di trovare modi per lavorare con la Russia”, così come il “riconoscimento dei limiti di influenza di Washington” in quel conflitto che pare ormai vinto da Assad e dai suoi alleati russi e iraniani.

Questa decisione giunge dopo che Stati Uniti e Russia hanno negoziato un cessate il fuoco nel Sud-Ovest della Siria, che copre parte della zona dove operano alcune delle formazioni di ribelli sostenute da Washington.

L’interruzione del programma della Cia è stato confermato il 21 luglio dal generale Tony Thomas, comandante delle forze speciali americane, chiarendo – nel corso di una conferenza ad Aspen, Colorado – che “non si è trattato in alcun modo di una concessione alla Russia” ma di una decisione presa “credo, sulla base di una valutazione della natura del programma, e di ciò che stiamo cercando di realizzare”.

Foto TYT via Youtube

Sorgente: La CIA chiude il programma di sostegno ai ribelli siriani – Analisi Difesa

La Turchia s’infiltra in Siria, la Russia avvia grandi manovre

Alessandro Lattanzio, 26/8/2016 Il Ministero degli Esteri russo, in merito all’invasione turca in Siria, dichiarava “Mosca è seriamente preoccupata per gli sviluppi sul confine siriano-turco, ed è particolarmente allarmata dalla prospettiva che la situazione nella zona del conflitto continui a deteriorarsi, con conseguente maggiori perdite civili e accresciute tensioni etniche tra arabi e curdi. Crediamo fermamente che la crisi siriana può essere risolta esclusivamente sulla solida base del diritto internazionale attraverso il dialogo intra-siriano tra tutti i gruppi etnici e religiosi, tra cui i curdi, sulla base del Comunicato di Ginevra del 30 giugno 2012 e delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tra cui la risoluzione 2254, avviato dal Gruppo internazionale di sostegno alla Siria“. Va ricordato che nel febbraio 2016, Erdogan definì “risibile” l’accusa della Russia che la Turchia stesse preparando l’invasione della Siria. “Trovo questa dichiarazione russa ridicola… ma è la Russia che è attualmente impegnata nell’invasione della Siria“, aveva detto Erdogan, che affermava anche che la Russia va ritenuta responsabile delle persone uccise in Siria, e che Mosca e Damasco erano responsabili di 400000 morti. Parlando a una conferenza stampa congiunta con l’omologo senegalese, durante una visita in Senegal, Erdogan aveva anche detto che la Russia invadeva la Siria per creare uno “Stato boutique” per il Presidente Bashar al-Assad. “La Turchia non ha alcun piano o pensiero per attuare una campagna militare o incursione in Siria“, dichiarava un funzionario turco, “La Turchia è parte di una coalizione, collabora con i suoi alleati, e continuerà a farlo. Come abbiamo più volte detto, la Turchia non agisce unilateralmente“. “I russi cercano di nascondere i loro crimini in Siria“, dichiarava l’ex-primo ministro turco Ahmet Davutoglu, “Semplicemente distolgono l’attenzione dai loro attacchi ai civili di un Paese già invaso. La Turchia ha tutto il diritto di prendere tutte le misure per proteggere la propria sicurezza“. Intanto, un capo del gruppo terroristico filo-turco Faylaq al-Sham, entrato nella città di Jarablus nel nord della Siria nell’ambito di un’operazione supportata da carri armati e forze speciali turchi e aerei da guerra degli USA, riferiva che la maggior parte dei terroristi dello Stato Islamico che occupavano Jarablus si erano ritirati e alcuni si erano arresi. Ma nonostante ciò, solo la metà della città era sotto il controllo dei terroristi neo-ottomani. “I jihadisti dello Stato islamico si sono ritirati da diversi villaggi alla periferia di Jarablus e si sono diretti a sud verso la città di al-Bab“.
Mentre il primo ministro turco Binali Yildirim affermava che “Il nostro esercito continuerà l’operazione finché i terroristi saranno completamente cacciati da questa regione e le forze armate turche forniscono supporto logistico alle forze dell’esercito libero siriano“, il rappresentante della Repubblica Araba di Siria presso le Nazioni Unite, Bashar al-Jafari, dichiarava che “E’ impossibile sconfiggere lo Stato islamico in Siria senza prima sconfiggerlo in Turchia. Come può la Turchia dire che combatte lo SIIL a Jarabulus se essa stessa ne ha permesso la creazione e lo sviluppo rifornendolo di migliaia di autoveicoli Toyota e di altre marche, già dotati di armi? Inoltre, coi fondi dal Golfo Persico gli ha acquistato armi da Ucraina, Croazia, Bulgaria, ecc. Non c’è dubbio che ci sia pressione russo-iraniana su Ankara per farle cambiare politica verso la Siria. La Turchia dice una cosa ma ne fa un’altra. Sentiamo buoni interventi ogni giorno, ma non vediamo nessuna azione reale. Se ci fossero azioni coerenti con le dichiarazioni, non avrebbe iniziato l’operazione a Jarabulus. Gli Stati Uniti usano la Turchia, il braccio armato del PKK, al-Nusra e altri. Questo è noto. Il diplomatico di più basso rango alle Nazioni Unite sa già cosa accade in Siria e Iraq. La lotta al terrorismo può avvenire solo creando una equa coalizione internazionale, in coordinamento con le autorità siriane. Lo sosterrò, ma non senza il consenso del governo siriano. Noi viviamo nel 21° secolo, non nella foresta. Si dimentica che esiste il diritto internazionale“. Sergej Balmasov, dell’Istituto per gli Studi sul Medio Oriente, dichiarava che “Gli statunitensi ancora perseguono il loro obiettivo principale, indebolire il governo di Bashar Assad. Tutte le coalizioni supportate dagli Stati Uniti sono temporanee“, e l’intervento della Turchia trascinerà ulteriormente la guerra in Siria destabilizzando la regione, mentre Ruslan Pukhov, del Centro per l’analisi delle strategie e tecnologie, dichiarava che “Tenendo conto dei legami tra Ankara e Washington al minimo nelle ultime due settimane, tale operazione serve ad distogliere l’attenzione da Fethullah Gulen e mostrare che Stati Uniti e  Turchia rimangono alleati strategici“.
Nel frattempo, il Ministero della Difesa della Federazione Russa avviava ampie esercitazioni a sorpresa di prontezza al combattimento delle Forze Armate nei Distretti Militari meridionale, occidentale e centrale, così come delle Flotte del Nord, del Mar Nero e del Caspio, e delle principali basi delle VDV, ovvero le forze aerotrasportate. Il Ministro della Difesa russo Generale Sergej Shojgu annunciava, “Oggi, in conformità con la decisione del comandante supremo delle Forze Armate, un’altra ispezione improvvisa è iniziata. Le truppe e i mezzi delle forze dei Distretti Militari Meridionale, Occidentale e Centrale, la Flotta del Nord, l’Alto Comando delle Forze Aerospaziali, il comando delle truppe Aerotrasportate dalle 0700 sono in allerta completa“. Le manovre si svolgono dal 25 al 31 agosto. Inoltre, il Distretto Militare del Sud avviava le esercitazioni strategiche “Caucaso-2016“; “I corpi di amministrazione militare, le unità militari e le formazioni di combattimento, sostegno speciale e logistico compiranno 12 esercitazioni specifiche volte ad affrontare i problemi nello schieramento avanzato del completo sistema di supporto delle truppe“, dichiarava il ministro. Più di 4000 effettivi e 300 mezzi della Flotta del Mar Nero e della Flottiglia del Caspio partecipavano alle manovre. Il Ministero della Difesa russo informava che anche 15 navi da combattimento della Flotta del Mar Nero e 10 della Flottiglia del Caspio aderivano alle esercitazioni, assieme a 8000 militari e oltre 2000 mezzi del Distretto Militare Meridionale, a 1000 militari e circa 200 mezzi della base russa nella Repubblica dell’Ossezia del Sud, e ai caccia-intercettori del Distretto Militare Occidentale che pattugliano i confini occidentali della Russia, “gli aerei da combattimento pattugliano costantemente lo spazio aereo nelle zone di confine“.1023573257Fonti:
al-Arabiya
Fort Russ
MID
New Cold War
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TASS

Sorgente: La Turchia s’infiltra in Siria, la Russia avvia grandi manovre | Aurora

Di video indignati, bombe su Aleppo e dolore dei bambini

Viviamo tempi difficili e sappiamo che in guerra la prima cosa a morire è sempre la verità.  Quando non è palese disinformazione si tratta di servizi o articoli orientati a carpire la benevolenza o l’orrore di chi ascolta, vede, legge.. 

Anche questo video dei bimbi estratti (vivi per fortuna) da un luogo bombardato, non sfugge a questa logica.  In questo caso lo scopo è semplice: fermare la liberazione di Aleppo dai ribelli jihadisti.  Quando la battaglia infuria e l’alleanza Siriani, Russi, Iraniani fa progressi diventa necessario demonizzarli e additarli come gli assassini che colpiscono deliberatamente i civili o gli ospedali.  Nessuno dice che questi civili, quando non sono le famiglie stesse dei jihadisti, sono usati da costoro deliberatamente come scudi umani.  Purtroppo è così: i civili pagano sempre il fatto di essere in mezzo a una battaglia, sia che parteggino per l’una o l’altra parte. 


Ma la cosa peggiore è quando queste vittime non sono accidentali ma deliberatamente volute.
Per fare un esempio basta vedere la differenza di trattamento riservata all’odierno video girato dai ribelli e un altro dove il bambino sgozzato non è certo una morte accidentale.  


Così oggi si invoca la cessazione dei bombardamenti e l’ONU minaccia il fermo dei soccorsi umanitari, dando molto risalto all’operato degli Elmetti Bianchi (finanziati dal Qatar) per i quali magari si proporrà anche la candidatura al Nobel per la pace. Poco importa se loro stessi sono una delle parti belligeranti (ci sono immagini che li ritraggono armati di kalashnikov e con la bandiera di alNusra). 
 Troviamo solo uno stigma verso questo gruppo di bestie feroci, senza però attardarsi a chiedere che siano messi TUTTI in condizioni di non nuocere: anzi, si minimizza dicendo che si tratta di qualche caso isolato che non rappresenta la totalità dei ribelli.  
Credo che in casi come questi, senza abdicare alla nostra umanità, dovremmo fermarci un momento a riflettere su QUALE Siria, quale Iraq, quale Medio Oriente, quale mondo vogliamo e cercare di capire quali sono le forze che in questo frangente lo perseguono.  Non è un lavoro da poco: richiede un’attenzione quotidiana ma non possiamo esimerci dal farlo. 
  Gb.P,  Ora pro Siria 

Mette in guardia il Patriarca Gregorios Laham : nuovo fronte della ‘guerra dell’informazione’

Asia News, 18-08-2016

Una “guerra dell’informazione” fatta di bugie, proclami, presunte rivelazioni e che scorre parallela ai “combattimenti con le armi” per distrarre e pilotare l’opinione pubblica internazionale e la popolazione locale. È quanto afferma ad AsiaNews il Patriarca melchita Gregorio III Laham, commentando la notizia secondo cui almeno 18mila persone sarebbero morte per torture e privazioni nelle carceri del governo siriano dall’inizio del conflitto nel marzo 2011. “Come si può credere a questa cifra, alla correttezza dei dati – si chiede il prelato – se non vi è accesso alle carceri e ci si basa solo su alcune testimonianze parziali”.
In queste ore Amnesty International ha diffuso un rapporto in base al quale emerge che fra il 2011 e il dicembre 2015 si sono registrate “almeno 18mila” vittime nelle prigioni siriane. La denuncia è frutto dei racconti di 65 “sopravvissuti alle torture”, secondo cui vi sarebbe “un uso sistematico” della tortura, dello stupro e di maltrattamenti da parte delle guardie carcerarie.   Il governo siriano ha già respinto con forza il rapporto, negando le accuse di torture e la stima dei morti in cella, pari a 300 vittime al mese.   Il documento di AI parla inoltre di abusi sessuali durante le operazioni di controllo, perpetrati il più delle volte da secondini maschi ai danni di detenute femmine. Inoltre, ai detenuti sono negate cure mediche e non possono lavarsi in modo adeguato per prevenire la diffusione di malattie. 
Per il capo della Chiesa greco-melchita “non è possibile provare” queste cifre e verificare la veridicità di queste informazioni. Inoltre la fonte Amnesty International “non è così indipendente” e nel contesto del conflitto siriano “si sono spesso verificate manipolazioni di notizie”. “Dietro queste [presunte] rivelazioni – aggiunge il patriarca – vi è un colore politico, nel contesto di una guerra di informazione, come è avvenuto in passato per la vicenda delle armi chimiche”.
Gregorio III parla di una “manovra” in atto per screditare “il governo siriano e la Russia” nel momento in cui sta nascendo un nuovo asse – Mosca, Teheran, Pechino – in grado di contrastare le ambizioni statunitensi nell’area. “Questa è un’altra partita – riferisce – nel contesto della ‘guerra’ fra Stati Uniti e Russia”.
Una valutazione, racconta il prelato, che è condivisa da gran parte della popolazione siriana che si sente vittima “di una guerra sporca” che, in cinque anni, ha causato 250mila morti e 11 milioni di sfollati. “Noi patriarchi – afferma Gregorio III – da tempo diciamo che una vera alleanza internazionale può vincere il terrorismo, ma vi sono interessi contrapposti”. L’unica “voce di verità” è quella di papa Francesco che non si stanca “di lanciare appelli per l’amata Siria”, che denuncia l’ipocrisia di una comunità internazionale “che parla di pace e poi vende armi” alle parti in lotta.
“In realtà – prosegue il patriarca – la situazione in alcune aree della Siria sotto il controllo governativo, come Damasco e Homs, è di relativa calma e dal mese di febbraio non si registrano gravi episodi di violenza. I problemi maggiori sono al confine con la Turchia e ad Aleppo, metropoli vittima di distruzioni, bombe, devastazioni. Il 50% della popolazione è fuggito e la città di prepara a vivere la madre di tutte le battaglie”. Criticità, aggiunge, si registrano anche a Madaya, dove vi sarebbero almeno 40mila abitanti bisognosi di cure mediche. “L’area è sotto l’assedio di Daesh  e dei governativi – spiega – e gli aiuti non arrivano anche perché i terroristi si mescolano fra la cittadinanza e usano i civili come scudi umani come successo a Palmira e Homs in passato”.
Il dottor Nabil Antaki da Aleppo scrive:
Attenzione: non cadete nella trappola!
Un’amica francese mi ha appena consultato su una petizione che circola nel Web a proposito delle distruzioni causate dall’Esercito siriano e dagli aerei russi sugli ospedali di Aleppo: petizione che si chiede alle persone oneste di firmare. Essa verrebbe poi inviata come ”Lettera aperta ” a Obama e Merkel. Non firmatela credendo di aiutarci! Non firmatela per esprimerci la vostra solidarietà! Ecco quello che ho risposto alla mia amica:
Approfittando della simpatia delle persone per le giuste cause e della loro solidarietà con i sofferenti, le usano per i loro scopi politici.
Questa lettera è uno strumento di propaganda molto abile.
Esattamente come:
1. L’ OSDH (Osservatorio siriano per i diritti dell’uomo) che, sotto un nome che ispira fiducia, nasconde un ufficio con sede a Londra, creato dalla CIA per fare disinformazione nel conflitto siriano. I suoi dispacci sono, purtroppo, utilizzati da tutti i Media occidentali e presentati come Vangelo.
2. La macabra barzelletta sull’ ”ultimo pediatra di Aleppo” di qualche mese fa. Questa lettera ad Obama è firmata da personaggi fittizi tranne uno o due: 15 nomi inventati. Come al solito, vogliono fare l’amalgama tra le poche zone in mano ai terroristi e il resto di Aleppo.
In essa si raccontano menzogne.
Vi si dice, ad esempio, che 15 ospedali di Aleppo sarebbero stati bombardati in un mese!!! Se dovessimo contare tutti gli ospedali e le strutture sanitarie che, secondo i comunicati dei terroristi o di Medici senza Frontiere (MSF) sarebbero stati bombardati dall’Esercito siriano, significherebbe che la Siria ha più ospedali della Francia!”.
  ( trad. M.A. Carta)
thanks to: oraprosiria

Pestati e uccisi: così la Turchia accoglie i siriani in fuga

Roma, 11 maggio 2016, Nena News – Faisal chiede aiuto per girare il corpo martoriato dai pestaggi di un rifugiato senza vita: «Questa persona è morta mentre attraversava il confine verso la Turchia. Sai com’è morta? Non per una pallottola, ma per le botte». Lui, siriano, si trova da mesi al confine per aiutare chi scappa dalla guerra. Il video pubblicato lunedì da Human Rights Watch è terrificante: si vedono le guardie di frontiera turche picchiare siriani in fuga, si vedono cadaveri, si sentono le voci di chi è sopravvissuto e ora racconta gli abusi subiti prima per strada e poi nelle caserme.

L’organizzazione dà un bilancio degli ultimi due mesi, marzo e aprile: 5 morti (tra cui un bambino) e 14 feriti. Sono i numeri della politica di Ankara per gestire il flusso di rifugiati in fuga dalla guerra civile siriana e di quella dell’Unione Europea che insiste a descrivere la Turchia come un paese sicuro in cui confinare i profughi: ad oggi sono 2,7 milioni i rifugiati siriani in territorio turco, costretti ai margini, tra campi profughi e periferie delle città.

 

Dall’agosto 2015 le frontiere sono ufficialmente chiuse e chi riesce ad entrare lo fa con l’aiuto di trafficanti di uomini o attraversando illegalmente il confine, a rischio della vita: «Mentre i funzionari turchi dicono di accogliere i rifugiati siriani con confini aperti e braccia aperte, le loro guardie di frontiera li uccidono e li picchiano – spiega Gerry Simpson, ricercatore di Hrw – Sparare a uomini, donne e bambini traumatizzati che scappano da un contesto di guerra è orrendo».

 

E se con una mano Bruxelles copre i crimini dell’alleato turco, dall’altra le forze della coalizione occidentale anti-Isis realizzano il sogno che il presidente turco Erdogan ha nel cassetto da un po’: una zona cuscinetto al confine con la Siria, ovviamente in territorio siriano, con cui tenere alla larga i rifugiati e allo stesso tempo isolare i kurdi di Rojava dal Kurdistan turco. Secondo quanto riportato dal quotidiano turco Yeni Safak, l’operazione militare è già partita: l’obiettivo, per ora, è svuotare un’area lunga 18 km e larga 8 nella regione siriana di Jarablus, a nord ovest, zona calda negli ultimi mesi perché target sia del Pyd kurdo-siriano che dei miliziani dello Stato Islamico. Ma è target anche della Turchia che l’ha sempre definita la linea rossa, invalicabile per i kurdi e per le loro ambizioni di autonomia politica. A sostenere l’operazione, aggiunge il quotidiano, saranno Stati Uniti e Germania.

 

Il nord della Siria resta al momento il cuore dello scontro militare e diplomatico. Aleppo ne è modello e vittima: dopo aver pianto 300 morti in meno di due settimane, da giovedì la seconda città siriana vive nel limbo, tra una tregua rinnovata di due giorni in due giorni e scontri che proseguono in periferia. Lunedì sera, dopo un incontro a Parigi a margine del meeting delle opposizioni e gli “Amici della Siria” (Unione Europea, Gran Bretagna, Germania, Italia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Giordania, Turchia), Stati Uniti e Russia si sono accordati per prolungare di altre 48 ore il cessate il fuoco su Aleppo.

 

Poche ore dopo l’esercito del governo di Damasco ne dava l’annuncio, spostando la lancetta alle 23.59 di oggi, quando – senza ulteriori accordi – si tornerà a far parlare le armi. È quanto successo lunedì, giorno di violenza tra una cessazione delle ostilità e l’altra: la parte nord della città è stata teatro di scontri mentre le due super potenze ribadivano in Francia l’impegno alla pace. Così Mosca ha fatto sapere che avrebbe minimizzato le azioni aeree per continuare a colpire i gruppi esclusi dalla tregua, al-Nusra e Isis: un’operazione complessa perché gli islamisti – soprattutto i qaedisti – sono concentrati in zone dove sono presenti anche le opposizioni etichettate come legittime.

 

Nelle stanze della diplomazia mondiale si insiste nel definire la tregua di Aleppo lo strumento per far ripartire il negoziato di Ginevra, sepolto sotto montagne di precondizioni poste da governo, opposizioni e rispettivi sponsor internazionali. Ieri il segretario di Stato Usa Kerry ha annunciato per il 17 maggio un nuovo incontro internazionale a Vienna.

 

A mostrare più coraggio di tutti gli attori coinvolti è la popolazione civile che tenta di riprendersi Aleppo: nonostante scontri non troppo sporadici, le famiglie che erano fuggite dalla città tentano un faticoso ritorno nelle proprie case, le scuole riaprono insieme ai piccoli esercizi commerciali necessari a mantenere viva una città devastata.

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

thanks to: Nena News

Putin si ritira ed è scacco a Obama

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Mar 15, 2016

Se negli scacchi esiste il contropiede, Vladimir Putin lo pratica da gran maestro.L’annuncio del ritiro immediato delle truppe russe impegnate in Siria, a sei mesi dall’inizio della campagna contro le formazioni terroristiche e i ribelli anti-Assad e alla vigilia della terza tornata dei colloqui di pace di Ginevra, spiazza tutti proprio come tutti aveva spiazzato l’intervento militare russo.

C’è ovviamente un po’ di scenografia  in tutto questo, un atteggiamento da “veni, vidi, vici” che all’inquilino del Cremlino non sarà certo dispiaciuto accentuare. Intanto l’annuncio è stato dato nel quinto anniversario della guerra civile. E poi, ecco la puntigliosa evocazione dei successi russi sul campo, affidata a un fedelissimo come Sergej Shoigu, ministro della Difesa: 2 mila foreign fighters arrivati dalla Russia neutralizzati, tra i quali 17 comandanti; 209 impianti per la lavorazione del petrolio e 2 mila camion e autobotti distrutti; 400 aree abitate e 10 mila chilometri quadrati di territorio liberati. Soprattutto Putin si attribuisce il merito di aver rovesciato le sorti della guerra.

Evidentemente ben istruito, il presidente siriano Assad si dice “pronto a iniziare il processo politico”. Ed è evidente la sorpresa sia degli americani sia delle opposizioni siriane. A loro tocca, adesso, l’onere della prova. Barack Obama dovrà mettere le redini alla Turchia (che peraltro sembra assai meno bellicosa sulla Siria di qualche tempo fa e ha grossi problemi in casa propria) e soprattutto all’Arabia Saudita, che non ha mai smesso di appoggiare i jihadisti di Jaysh al-Islam. E dovrà anche mostrare,  ora che le truppe russo-siriane sisono molto avvicinate a Raqqa e Palmira, di voler davvero combattere e battere l’Isis sul campo.

Agli Usa e ai loro alleati, inoltre, tocca ora battere un colpo sui colloqui di pace. Una mossa i russi l’hanno fatta: si ritirano. E gli altri? Ginevra ci dirà qualcosa in proposito.

Sull’iniziativa di Putin, però, aleggiano due dubbi. Il primo: riconquistare l’intera Siria non è cosa che Assad possa pensare di fare da solo, e forse non poteva pensarlo nemmeno con l’aiuto della Russia. È possibile, dunque, che il nuovo scenario nasconda un accordo già negoziato tra Usa e Russia per una partizione della Siria, con l’area che va da Aleppo a Damasco ormai riconquistata e controllata dall’attuale regime.

Il secondo dubbio riguarda lo stesso Assad. Ho sempre pensato che un’eventuale successione potesse essere avviata solo dal Cremlino, a determinate condizioni di soddisfazione per la Russia. Che sia arrivato anche quel momento?

Fulvio Scaglione

thanks to: Gli Occhi della Guerra

 

La nuova situazione in Siria

Pierre Van Grunderbeek Mondialisation, 16 febbraio 2016

11249158Gli insorti siriani e i jihadisti internazionali subiscono una pesante sconfitta a nord di Aleppo. Non è ancora noto se sarà una disfatta o un semplice rovescio, ma merita una valutazione sulla gravità della situazione dei combattenti contro il governo legittimo di Bashar al-Assad per vedere quale potrebbe essere lo sviluppo regionale, se la città di Aleppo dovesse essere completamente liberata dalle forze siriane. Non c’è bisogno di tornare sulla partecipazione decisiva della forza aerea russa, e l’implementazione dei sistemi di difesa aerea di nuova generazione (S-400) e dei potenti sistemi di guerra elettronici Krasukha-4 [1] nelle operazioni militari in Siria. [2] L’equipaggiamento militare siriano è stato modernizzato riguardo l’Aeronautica ed è stato rafforzato con materiale moderno per l’arma corazzata. Tutto questo è stato letto e riletto sui media tradizionali e non ho nulla da aggiungere. Ciò che viene raramente menzionato è la metamorfosi sorprendente dell’esercito russo, passato dall’esercito straccione negli anni ’90 all’esercito dai mezzi più sofisticati del 2016 e questo con un budget militare 7,2 volte inferiore a quello degli Stati Uniti [3]. Chi è interessato all’argomento sa che Stati Uniti e Russia sono gli unici Paesi dalla capacità produttiva indipendente di tutte le armi utilizzate dai loro eserciti. Com’è arrivata la Russia a questa performance con un budget così ridotto. La spiegazione sono probabilmente i costosi errori di progettazione o strategici dei militari degli Stati Uniti come il velivolo multiruolo F-35 o lo scudo antimissile, ad esempio, l’esaurimento delle forze armate degli Stati Uniti nelle guerre asimmetriche, la dispersione di forze nel mondo, la priorità ai sistemi di protezione contro attacchi di nemici meno potenti in più di 10 anni (guerriglia e attacchi suicidi), corruzione e varie perdite. Nel frattempo, la Russia ha lanciato il suo programma di ristrutturazione dell’esercito sia strategico che tattico e qualitativo, entro il 2020. I primi risultati nei primi mesi del 2016 già sono sorprendenti mentre la maggior parte delle innovazioni è ancora allo stadio di prototipo [4].

Come spiegare la sconfitta di Aleppo?
A differenza di qualsiasi cosa dicano i media mainstream, non è l’Esercito arabo siriano ad aprire le ostilità nei giorni scorsi. Il gruppo terroristico “al-Nusra” [5] affiliato ad al-Qaida aveva fatto diversi tentativi di prendere la città di Bashquy, a nord di Aleppo. Nell’ultimo tentativo l’EAS ha contrattaccato con il supporto di artiglieria e forze aeree siriane e russe, respingendo i terroristi. L’EAS ne approfittava per raggiungere i villaggi sciiti di Zahra e Nubul, assediati da tre anni e mezzo e, allo stesso tempo, tagliare la via principale che collega Aleppo alla Turchia. I 5000 difensori dei due villaggi si unirono poi all’EAS per respingere ancora più i terroristi. Un’altra spiegazione della sconfitta è che molti jihadisti, si parla di migliaia, lasciano la Siria per la Libia. Presumibilmente tali combattenti esperti non sono riusciti ad affrontare l’EAS.4ztgjqmI perdenti
Ciò non si può valutare sulla base della situazione attuale, che si evolve con l’assedio dei quartieri in mano ai ribelli. Non è possibile prevedere un possibile intervento militare di Turchia e Arabia Saudita. Un tale sviluppo porterebbe il conflitto a una guerra imprevedibile e non mi permetto di fare previsioni senza prove concrete. Di solito si cita giustamente la Turchia quale perdente principale. La guerra in Siria ha ravvivato i vari gruppi separatisti curdi. L’ultima goccia per Recep Erdogan sono gli Stati Uniti che supportano militarmente i nemici storici curdi nella lotta allo Stato islamico. Il supporto russo è solo diplomatico e riguarda piccole armi al momento, ma cosa farebbe la Turchia se Putin fornisse armi pesanti ai curdi? L’acquisizione di armamento nuovo [6] permetterebbe ai russi di sbarazzarsi del problema senza ricorrere alle armi. Recep Erdogan dovrebbe forse pensarci due volte prima di mettersi i russi contro definitivamente. Deve trovare la via d’uscita dal pantano in cui è finito. Arabia Saudita e Qatar hanno speso molto per rovesciare Bashar al-Assad, e sarà una loro sconfitta. Un’invasione della Siria per “motivi umanitari” da parte dei complici del terrorismo islamico Turchia e Arabia Saudita non è esclusa. Purtroppo, non possiamo fidarci della loro sincerità. Sarebbe un’operazione per salvare i loro protetti nella Siria settentrionale e meridionale. La chiave è sapere se ciò comporterebbe il coinvolgimento degli Stati Uniti, senza cui il successo di tale operazione è impossibile. Quello che è probabile è che porterebbe a una conflagrazione nel Medio Oriente con la chiusura prevedibile dello Stretto di Hormuz e tutte le conseguenze che ne derivano per l’Europa. Il rischio di una rivoluzione di palazzo è alto in Arabia Saudita. Il giovane principe Muhamad bin Salman che ha preso le redini del potere dal padre, re Salman gravemente malato [7], rischia di non essere più accettato data la gestione disastrosa del Paese, nonostante la vigilanza dei protettori Stati Uniti. Il Qatar non vede passare la sua pipeline in Siria. Gli rimarrebbe il mondiale di calcio 2022… se gli scandali sulla corruzione non fossero emersi. In particolare la Francia perderà la faccia. Puntava a rovesciare Bashar al-Assad e ha usato i mezzi più subdoli per arrivarci [8]. Possiamo aspettarci di vedere la stampa francese scrivere le solite controverse recriminazioni sulla politica estera russa. Israele ha agito finemente. Ha sostenuto l’opposizione quando avanzava, accettandone una certa neutralità, ed ora i russi che agiscono. Il nemico vicino è Hezbollah. Israele conta sulla Russia per contenerlo. L’Iran, il nemico lontano, rientra nella comunità mondiale e non ha alcun interesse a provocare Israele. Il suo nemico è piuttosto l’Arabia Saudita e il wahhabismo che vi domina.

I vincitori
Si potrebbe pensare che non ci sarà alcun vincitore, ma forse solo chi rimarrà. Iraq e in particolare la Siria sono rovinati e lo status quo ante bellum non è possibile. Non è chiaro se i curdi avranno l’indipendenza o se dovranno accontentarsi dell’autonomia regionale nei loro rispettivi Paesi. E i curdi della Turchia e quelli sparsi nelle principali città siriane e irachene? Se il Sunnistan da Raqqa a Mosul veniva creato, non era concepibile fosse diretto dal gruppo armato Stato islamico, ma come impedirlo se appare capace di avere armi chimiche [9]. Gli Stati Uniti non hanno alcuna voglia d’invadere l’Iraq. Quale altro Paese o coalizione è pronto ad impegnare l’esercito in una lunga e costosa guerra, e probabilmente senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite? Il vaso di Pandora è stato aperto e ci vorrà molto tempo per eliminare tutti i mali sfuggitile. A condizione che non subisca battute d’arresto, la Russia potrebbe ritirarsi a breve termine, ed è possibile che mantenga attività militari intense per anni? Eppure è probabile che accada. L’Iran sarebbe il massimo vincitore, diventando la potenza regionale corteggiata da tutti senza aver fatto molte concessioni. Vedere l’Iran avere sempre più importanza per l’occidente innervosisce i sauditi.73308Gli Stati Uniti
I loro alleati si attendevano il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti contro la leadership siriana, in contrasto con la dottrina di Obama, adottata per restare in seconda linea. Gli Stati Uniti sono ansiosi di ritirarsi dal Medio Oriente per concentrare le forze in Estremo Oriente, dove si avranno le grandi sfide del XXI secolo. Sanno che ogni giorno che passa la Cina diventa più potente. L’intervento militare in Medio Oriente potrebbe ritardare ulteriormente la svolta verso l’Asia. Tutti i tentativi di rovesciare Bashar al-Assad sono falliti. Pochi diplomatici, dignitari del regime o alti ufficiali hanno risposto positivamente alle offerte in valute forti e centesimi sauditi. L’invio di decine di migliaia di jihadisti stranieri non ha distrutto l’Esercito arabo siriano. La distribuzione di centinaia di milioni di dollari nei territori ribelli non è riuscita a comprare il cuore dei siriani. L’intervento delle forze aeree francesi e statunitensi nel settembre 2013, con un falso pretesto [10], non è stato possibile. Il passo successivo non può che essere lo scontro diretto con la Russia, ma è già stato respinto da Barack Obama.

Aleppo e il momento della verità
ELS ed islamisti entrarono nella città quando era scarsamente difesa [11] nel luglio 2012. Il resto del Paese era già in fermento da un anno. Tali gruppi armati hanno reclutato combattenti, spesso con la forza, nei quartieri che occupavano. Ora che la situazione si deteriora per i ribelli, molti di loro cercano un accordo con il governo siriano. Allineamento o neutralità di tali attivisti sarà decisivo nella liberazione della città. Si può prevedere che stanchezza, mancanza di prospettive ed effetti della fine dei rifornimenti avranno ragione sulla lotta dei gruppi armati ad Aleppo.

Europa senza politica estera
Il principale rischio proviene dall’arrivo di milioni di immigrati. La vittoria militare dell’EAS significherà la sconfitta degli islamisti di tutte le bande che con le loro famiglie prenderebbero la via dell’esilio. L’Unione europea ha già promesso 3 miliardi di euro alla Turchia per evitare che i rifugiati vengano in Europa. Tale importo sarà quindi raddoppiato o triplicato senza alcuna garanzia che il governo turco adempi alla promessa. Un secondo rischio proverrebbe dalla conflagrazione generale in Medio Oriente, dal cui petrolio l’Europa è in parte dipendente.

Gli isterici
La sconfitta dei gruppi armati rende totalmente isterici vari opinionisti francesi. La prospettiva del ritorno della pace e dell’eliminazione degli islamisti gli sono indifferenti. Hanno una sola ossessione: la caduta di Bashar al-Assad con una guerra contro la Russia. Avere torto dall’inizio è insopportabile. Fortunatamente, le loro diatribe suscitano sempre più rigetto dal pubblico che ha l’opportunità d’informarsi altrove. Ecco alcuni casi esemplari.
Eye on Syria, blog su Le Monde di Ignace Leverrier, che in realtà si chiamava Wladimir Glasman [12] Morto il 21 agosto 2015, continua a pubblicare articoli infiammati contro il governo legittimo della Siria [13]. Capite! Non è noto se sia un gruppo che ne aveva il controllo dall’inizio o se questi squinternati hanno deciso di continuare le inequivocabili pubblicazioni di Wladimir Glasman.
Daniel Cohn-Bendit. Ecco un numero completamente fulminato su Europe 1 di un ‘ei fu ‘ degli anni ’60, il cui stile “predicatorio” è sempre più insopportabile [14].
Bernard-Henri Levy. Non è noto se sia più un bugiardo o un ipocrita [15]. Principi, sempre principi mentre i nemici dell’occidente avanzano nel mondo. Muammar Gheddafi compiva crimini che Erdogan non compie. Non permise il transito dei migranti. BHL è una frode gravida solo di falsità. Non solo Gheddafi bloccava i migranti, ma perfino combatteva gli islamisti. Il suo Paese aveva il più alto livello sviluppo umano e tenore di vita in Africa. La popolazione godeva della ricchezza del Paese con la maggior parte dei servizi gratuiti. Vorrei averlo un tale dittatore. Inoltre, sfamava centinaia di migliaia di lavoratori africani sub-sahariani in Libia e concesse aiuti ai vicini meridionali. Tutto questo è finito, sostituito dall’insicurezza dell’AQIM. Non si cerchi altrove perché il 50% dei migranti (non una piccola percentuale come dice BHL) che arriva in Europa è africano. Un’altra menzogna è affermare che gli immigrati dal Medio Oriente siano siriani. Ci sono anche iracheni, afgani, pakistani e altre nazionalità che hanno comprato un vero/falso passaporto siriano per 50 dollari. La maggior parte dei rifugiati siriani in fuga dagli islamisti si è rifugiata nella zona governativa, a Damasco e sulle coste mediterranee. Le immagini dei profughi in attesa del passaggio al confine turco mostrano donne in hijab o niqab, indicando famiglie di islamici in fuga dall’EAS.

Conclusione
La cosiddetta opposizione siriana è un mosaico di gruppi mafiosi che combattono contro l’Esercito arano siriano per imporre le loro regole sulle aree che occupano. Qualcuno può citare uno di tali gruppi avere un progetto sociale simile al nostro o che rispetti la condizione delle donne? Un gruppo che abbia davvero peso nel campo, naturalmente! Non ce ne sono. E allora perché cercare di presentarli come opposizione onorevole? Ciò che è più vicino ai nostri valori occidentali è l’attuale costituzione siriana e l’apertura al multipartitismo emanate nel 2011 [16]. C’è in Siria e fuori un’opposizione che non ha preso le armi. Si oppone alla rivolta armata. Perché è boicottata dall’occidente? La verità è che abbiamo cercato un cambio di alleanze della Siria. Chiarisco cambio di alleanza e non cambio di regime. Bashar al-Assad fu ricevuto in pompa magna a Parigi nel quadro dell’Unione per il Mediterraneo. Si pensò a un riavvicinamento con l’occidente e una rottura con Iran e Hezbollah per normalizzare le relazioni. Dalla neutralizzazione dell’Iran, tali intrusioni non ebbero la stessa importanza, da cui l’inversione del dipartimento di Stato degli Stati Uniti su Bashar al-Assad. Credo che ci siano accordi tra Stati Uniti e la Russia. Il rimodellamento dei confini regionali sembra inevitabile. Tracciando queste frontiere, probabilmente con la forza. Una situazione di uti possidetis juris ne seguirà. La Siria utile riunirà le grandi città occidentali e integrerà forse Dayr al-Zur e i suoi giacimenti di petrolio. L’area di Raqqa e le vicine tribù sunnite irachene potranno formare un nuovo Stato a condizione che non sia guidato dallo Stato islamico. Un Paese curdo unificato sembra più difficile. 100 anni di separazione hanno avuto conseguenze che mi fanno propendere per l’autonomia regionale, ma il dibattito è aperto. Naturalmente, la Turchia n’è anche interessata, da qui il suo nervosismo. L’altro Paese nervoso è l’Arabia Saudita. Conoscendo tale Paese penso piuttosto a una sua frantumazione in diverse entità. Le rivalità tra clan sono sempre più tese. Un elemento poco noto è che i due principali clan rivali hanno un proprio esercito, quasi uguali: l’esercito regolare comandato dal ministro della Difesa, il figlio del re Salman, Muhamad bin Salman del clan Sudayri, e la Guardia nazionale sotto il comando del figlio di re Abdullah, Mutayb bin Abdullah, della tribù Shamar. La successione di re Salman eliminerà uno dei due clan dal potere e non vedo quale compromesso sarebbe accettato, a meno che non ci sia la partizione del Paese, negoziata o violenta. Gli europei non sono consapevoli dell’importanza dei legami tribali in Medio Oriente (come in Libia) dove il nostro errore fu credere che le norme democratiche siano esportabili. Stati Uniti e Russia sono molto più pragmatici. La relativa mancanza d’interesse degli Stati Uniti su questa regione potrebbe anche essere motivata dal rifiuto di farsi coinvolgere in una guerra regionale in cui non vedono interessi [17]. E’ stato spesso scritto che il 2016 sarà un anno pericoloso per la pace nel mondo. Siamo vicino il momento della verità su molti fronti e gli europei non sono pronti. Si parla di riforma dell’ortografia, laicità o teoria del genere… come i bizantini parlavano del sesso degli angeli nel 1453!

Aleppo_finalNote
[1] Il Krasukha-4 è un sistema di disturbo dei radar ad alta tecnologia già visto all’opera in Ucraina.
[2] Gli hazara sono afgani di origine persiana. https://fr.wikipedia.org/wiki/Hazaras
[3] La spesa per la difesa nel 2014 vede gli Stati Uniti con 610 miliardi di dollari e la Russia 84,5 miliardi. Il bilancio della difesa francese è un po’ meno di quello russo (62,3 miliardi di dollari), ma non rivaleggia con l’arsenale che la Russia riesce a produrre.
[4] L’esercito russo sembra favorire lo sviluppo di veicoli senza equipaggio di tutti i tipi. Qui un prototipo dell’Uran-9.
[5] Non vi è alcun problema di qualificare terrorista Jabhat al-Nosra, come fanno le Nazioni Unite.
[6] Nel 2020, l’esercito russo sarà dotato di attrezzature di ultima generazione per il 70%.
[7] Le voci che il re Salman abbia l’alzheimer sono sempre più numerose. Ne ho già parlato in un articolo nel 2013 nella sezione “Intrighi e rapporti”. Le cure mediche riescono a mantenere re Salman concentrato por poche ore al giorno.
[8] L’accusa di usare armi chimiche contro i civili nel Ghuta si dimostra sempre più vaga. La relazione dell’OPCW (premio Nobel per la pace del 2013) appena pubblicata accusa (con prove) i ribelli quali responsabili del massacro.
Una conferenza dell’ex-ostaggio Pierre Piccinin che ripete quello che sentì.
Un articolo del 2012.
[9] Il gruppo Stato islamico avrebbe armi chimiche.
[10] Ciò che i media chiamano attacchi in realtà fu un atto di guerra che poteva avere conseguenze disastrose. Il falso pretesto è ormai compreso.
[11] La conferma che i combattenti sono stranieri.
[12] Vladimir Glasman s’è attribuito titoli e attività diplomatiche mai avuti.
[13] Syrie blog de  Le Monde
[14] Europe 1
[15] Marianne
[16] Ma cosa voleva di più l’opposizione?
[17] Tuttavia, gli Stati Uniti non esiterebbero a fornire armi a tutti i belligeranti.

Sorgente: La nuova situazione in Siria | Aurora

L’Esercito arabo siriano prepara la grande offensiva

Valentin Vasilescu Reseau International 3 febbraio 20162015121413031852Secondo l’accordo per la soluzione pacifica della guerra civile in Siria, è stato creato un gruppo di supporto internazionale per la Siria (ISSG: Syria Support Group International), che comprende Lega araba, Unione europea, Nazioni Unite e 17 Paesi, tra cui Stati Uniti e Russia. Il round di negoziati conclusosi il 29 gennaio 2016 a Ginevra, non è un passo avanti ma è considerato un fallimento per l’atteggiamento completamente negativo dell’Arabia Saudita che ignora la risoluzione ONU 2254 e continua a sostenere il rovesciamento armato di Bashar al-Assad. [1] Inoltre, tutti i gruppi terroristici composti da stranieri, armati e sostenuti da Arabia Saudita, Qatar, Turchia, che hanno invaso e rovinato la Siria, vogliono essere rappresentati nel nuovo governo. Pertanto, nei prossimi sei mesi, non ci sarà alcun cessate il fuoco e le Nazioni Unite inizieranno negoziati separati con il governo siriano e i gruppi terroristici allineati con l’Arabia Saudita. La posizione saudita è ancora più incomprensibile visto che la Russia regolarmente bombarda le posizioni dello Stato Islamico in favore dell’ELS (armato dall’Arabia Saudita e sostenuto da Stati Uniti e Turchia) e che il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha avuto incontri a Mosca con i rappresentanti dei gruppi terroristici armati e sostenuti dall’Arabia Saudita. In sostanza, gli Stati che hanno finanziato, armato e inviato in Siria i gruppi terroristici per rovesciare il governo di Bashar al-Assad, speravano in un cambiamento nei rapporti di potere per trarne vantaggio. Ma il blocco sembra avvantaggiare solo l’Esercito arabo siriano fortemente sostenuto dall’Aeronautica russa. I bombardamenti aerei russi mirano su depositi di armi e munizioni, fabbriche di esplosivi, depositi di carburante, parcheggi, centri di comando e dei terroristi in Siria. Ciò ha comportato la riduzione al 60-70% della capacità combattiva dei jihadisti, scarsità di munizioni, incapacità di eseguire manovre e di coordinarsi e comunicare. Oltre a queste missioni, i russi sorvegliano da alta quota, ventiquattro ore su ventiquattro, il confine siriano con Turchia, Giordania, Iraq e Israele con aerei da ricognizione senza pilota, rintracciando tutte le colonne dei rifornimenti jihadisti e neutralizzandone il 65% con il bombardamento aereo. Con questa strategia dei russi, il ritmo di ricostituzione delle scorte di armi, munizioni e di reclute dei gruppi terroristici rappresentano il 10% delle infrastrutture jihadistie distrutte dall’Aeronautica russa. Le principali vulnerabilità sono il confine occidentale della Siria con la Turchia, nel governatorato di Idlib, per una lunghezza di 70 km, ed il corridoio nord Azaz-Jarablus, largo 90-100 km, per cui dalla Turchia passano armi, munizioni e reclute per lo Stato islamico e altri gruppi terroristici. Il bombardamento dell’Aeronautica russa ha avuto anche un effetto psicologico sulle azioni di combattimento dei jihadisti in Siria, costringendoli a fermare le offensive e a difendere solo le posizioni. Per poter attaccare, i jihadisti devono creare un equilibrio di potere superiore all’Esercito arabo siriano su certe direttrici. Questo è possibile solo con ampie manovre e concentrazione di forze, facilmente notate dagli aerei da ricognizione russi. Ogni volta che i jihadisti fanno questo errore, i bombardieri russi rispondono rapidamente e neutralizzano quasi tutti i gruppi islamici che si concentrano. Seguendo la strategia attuata dalla Russia, l’Esercito arabo siriano ha guadagnato più libertà d’azione, materializzatasi con piccole offensive che hanno portato alla conquista delle roccaforti del terrorismo. [2]
Il ritiro dalle città fortificate degli islamisti ha aumentato la mobilità delle unità corazzate siriane, che hanno imposto il controllo sulle vie di comunicazione tra le città occupate dai jihadisti, riuscendo a circondare molte località, previo bombardamento aereo russo, prima di far scattare l’offensiva di terra. Ad esempio, la zona settentrionale dei monti turcomanni nel Governatorato di Lataqia, occupata dai gruppi terroristici sostenuti da Arabia Saudita, Turchia e Stati Uniti, viene liberata dalla 103.ma Brigata meccanizzata della Guardia repubblicana. In questo modo la sicurezza complessiva del confine con la Turchia nel Governatorato di Lataqia viene assicurata dall’Esercito arabo siriano, assieme alle posizioni di partenza dell’offensiva per la liberazione di Jisr al-Shughur, accesso fortificato al Governatorato d’Idlib. Il governatorato è interamente controllato da circa 12000 jihadisti di diversi gruppi, tra cui Jabhat al-Nusra (ramo siriano di al-Qaida). Nel governatorato di Dara, a sud di Damasco, la 7.ma Divisione meccanizzata siriana ha creato una profonda spaccatura sull’asse nord-sud circondando un gruppo di 1500 islamisti che combattevano nel governatorato meridionale. Dopo la liberazione dell’importante nodo dei trasporti di Shayq Misqin, le 12.ma e 15.ma Brigate della 5.ta Divisione corazzata siriana hanno continuato l’offensiva per conquistare la città di Nawa, nei pressi delle alture del Golan, che segnano il confine con Israele. Con questa manovra, l’Esercito arabo siriano ha avviato l’accerchiamento di 9500 jihadisti che combattono nel governatorato di Dara, assicurando anche il confine con Israele. Entrambe le offensive sono chiare indicazioni della preparazione di ampie operazioni di terra, che probabilmente saranno lanciate a marzo. Questa ipotesi si basa sul fatto che nell’ultima settimana la Russia ha intensificato la ricognizione e raddoppiato il numero di droni Dozor in Siria per monitorare strettamente i movimenti dei terroristi.
Dato che l’Esercito arabo siriano è l’unico avversario di tutti gli islamisti in Siria, armati fino ai denti (con blindati, mitragliatrici, artiglieria pesante, armi anticarro) e con grande esperienza. Tali gruppi sono in contatto diretto con le unità dell’Esercito arano siriano. La profondità del territorio occupato dai jihadisti e la loro capacità combattiva diminuiscono esponenzialmente, e il morale è molto basso, aumentando le probabilità di arrendersi senza combattere. Pertanto, il compito immediato di eliminare i gruppi islamisti sulla linea di contatto è l’obiettivo più difficile per l’Esercito arabo siriano e richiederà molto tempo. Non è escluso che, per neutralizzare i punti di resistenza dei terroristi, l’Esercito arabo siriano riceva il sostegno di distaccamenti indipendenti di commando Spetsnaz o di un battaglione meccanizzato delle forze di terra russe. Questi dovrebbero operare con i blindati 8×8 Bumerang o il nuovo T-15 Armata, che i russi vogliono testare in combattimento in Siria. Il T-15 Armata ha stessi telaio e blindatura del nuovo T-14 russo [3]. Superato il grande ostacolo della prossima missione, le truppe siriane appoggiate da aerei potrebbero attuare l’offensiva alla velocità di 20 km al giorno a sud, ovest e nord della Siria. Tenendo conto degli errori commessi nella prima fase della campagna in Siria, i russi hanno schierato permanentemente 12 bombardieri pesanti Tu-22M3 sulla base aerea di Mozdok in Ossezia del Nord. [4] Da questa base, un Tu-22M3 può raggiungere la Siria in due ore e 44 minuti e può eseguire due missioni di bombardamento al giorno in Siria. Per proteggere i bombardieri Tu-22M3 durante il volo nello spazio aereo dell’Iraq e nel nord della Siria, dove si scambiano con gli aerei della coalizione anti-SI guidata dagli Stati Uniti, la Russia ha schierato sulla base aerea di Humaymim una delle quattro batterie di missili antiaerei S-400 inviate in Siria. Una batteria è schierata nella base aerea siriana di Quwayris, a 30 km a est di Aleppo. Nell’offensiva di primavera, la Russia userà 64 aerei da combattimento di stanza nella base aerea di Humaymim nel Governatorato di Lataqia (24 Su-24M2, 12 Su-25, 12 Su-34 e 16 Su-30SM). Dopo il completamento della modernizzazione dell’Aeronautica militare siriana, la Russia può contare su 66-130 aerei modernizzati siriani (9 MiG-29SMT, 21 Su-24M2, 36 Jak-130 e probabilmente 64 MiG-23-98) e 112 altri aerei siriani non modernizzati, ma riparati dai russi e pronti, MiG-21, Su-22M4 e L-39 [5].2016-01-24Note
[1]. Dal comunicato di Ginevra alla risoluzione 2254
[2]. La situazione militare in Siria
[3]. Esclusivo: i segreti del nuovo T-14 Armata russo
[4]. Gli errori della Russia in Siria
[5]. La Russia modernizza l’Aeronatuica della Siria

 

Sorgente: L’Esercito arabo siriano prepara la grande offensiva

Syria ­- A Light to the World

Mairead Maguire is a peace activist from Northern Ireland and Nobel Peace Laureate 1976.

 

 

 

 

 

BELFAST, Dec 31 2015 (IPS) – In November 2015 I visited Syria together with an International Peace delegation. This was my third visit to Syria in the last three years. As on previous occasions I was moved by the spirit of resilience and courage of the people of Syria.

In spite of the fact that for the last five years their country has been plunged into war by outside forces the vast majority of the Syrian people continue to go about their daily lives and many have dedicated themselves to working for peace and reconciliation and the unity of their beloved Syria. They struggle to overcome their fear, that Syria will be driven by outside interference and destructive forces within, to suffer the same terrible fate of Iraq, Afghanistan, Ukraine, Yemen, and so many other countries.

Many Syrians are traumatized and in shock and ask ‘how did this happen to our country’? Proxy wars are something they thought only happened in other countries, but now Syria too has been turned into a war-ground in the geo-political landscape controlled by the western global elite and their allies in the Middle East.

Many of those we met were quick to tell us Syria is not experiencing civil war but a foreign invasion. To tell us too that this is not a religious conflict between Christians and Muslims who, in the words of the Patriarch Gregorios III Laham ‘Muslims and Christians not only dialogue with each other but their roots are inter-twined with each other as they have lived together over 1436 years without wars, despite disagreements and conflicts…over the years peace and co-existence have outweighed controversy.’ In Syria our delegation saw that Christian and Muslim relationships can be more than mutual tolerance, they can be deeply loving.

During our visit we met hundreds of people, local and national political leaders, government and opposition figures, local and national Muslim and Christian leaders, members of reconciliation committees and internally displaced refugees. We also met numerous people on the streets of town and cities, Sunni Shia, Christian, Alawite, all of whom feel that their voices are ignored and under-represented in the West.

The youth expressed the desire to see a new state which will guarantee equality of citizenship and religious freedom to all religious and ethnic groups, and protection of minorities, and said this was the work of the Syrian people, not outside forces, and could be done peacefully. We met many Syrians who reject all the violence and are working for conflict resolution through negotiation and implementation of a democratic process.

Few Syrians we met were under the illusion that their elected (7O percent) leader President Assad, was perfect yet many admired him and felt he was much preferred to the alternative of the government falling into the hands of the Jihadists fighters, fundamental extremists with ideology that would force the minorities (and moderate Sunnis) to flee Syria (or many to get killed).

This had already been experienced with the exodus of thousands of Syrians, when they fled in fear of being killed or homes destroyed by jihadist foreign fighters, and alleged moderates, trained funded and accommodated by outside forces. In Homs we witnessed the bombed out houses when thousands fled after Syrian rebels attacked Syrian forces from residential areas, and the military responded causing lethal damage to civilians and buildings (the rebel strategy of Human Shields) and they also done the same with cultural sites (cultural shields).

In the old city of Homs we had a meeting with members of the reconciliation committee, which is led by a priest and sheikh. We also visited the grave of a Jesuit priest who was murdered by IS fighters and visited the rebuilt Catholic church, the original of which was burned down. During the meeting by candlelight, because of regular power blackouts, we heard how Christians and Muslims in the town had been instrumental in the rehabilitation of fighters who choose to lay down their arms and accept the Syrian Government’s offer of Amnesty.

They appealed to us to ask the international community to end the war on Syria, and support peace, and it was for our delegation particularly sad and disappointing that that very day the Anglican Archbishop of Canterbury, (UK), publicity announced his support for the UK vote to bomb Syria! (And subsequently the UK Government, voted for War on Syria). (If the UK/USA/EU, etc., wish to help the Syrian people they can immediately lift the sanctions which are causing great hardship to the Syrian people).

We also visited the Christian Town of Maaloula, where Aramaic, the language of Jesus, is still spoken and it is one of the oldest Christian towns in the Middle East. We visited the church of St. George and the priest explained how after their church was burned to the ground by western backed rebels, and many Christians killed, the people of Maaloula, carried a table onto the ruins of the church and after praying started to rebuild their church and homes. Sadly also in this place some Muslim neighbours also destroyed Christian neighbours’ homes and this reminded us all of the complexities of the Syrian conflict and the need to teach nonviolence and build peace and reconciliation. It also brought us to a deeper awareness of the plight of not only moderate Sunnis from extremists, but the huge numbers of Christians now fleeing from Middle Eastern countries, and that if the situation is not stabilized in Syria and the Middle East, there will be few Christians in what is called the cradle of civilization and birth of Christianity, and where the followers of the three Abrahamic faiths have lived and worked as brothers and sisters in unity. The Middle East has already witnessed the tragic and virtual disappearance of Judaism, and this tragedy is happening at an alarming rate to the Christians of the Levant.

But there is hope and Syria is a light to the world as there are many people working for peace and reconciliation, dialogue and negotiations, and this is where the hopes lies and what we can all support by rejecting violence and war in Syria, the Middle East and our world.

Sorgente: Syria ­- A Light to the World | Inter Press Service

“Pro-Democracy Terrorism”: The Syrian Observatory for Human Rights is a Propaganda Front funded by the EU

The NYT admits fraudulent Syrian human rights group is UK-based “one-man band” funded by EU and one other “European country.”

In reality, the Syrian Observatory for Human Rights has long ago been exposed as an absurd propaganda front operated by Rami Abdul Rahman out of his house in England’s countryside. According to a December 2011 Reuters article titled, “Coventry – an unlikely home to prominent Syria activist,” Abdul Rahman admits he is a member of the so-called “Syrian opposition” and seeks the ouster of Syrian President Bashar Al Assad:

After three short spells in prison in Syria for pro-democracy activism, Abdulrahman came to Britain in 2000 fearing a longer, fourth jail term.

“I came to Britain the day Hafez al-Assad died, and I’ll return when Bashar al-Assad goes,” Abdulrahman said, referring to Bashar’s father and predecessor Hafez, also an autocrat.

Sorgente: “Pro-Democracy Terrorism”: The Syrian Observatory for Human Rights is a Propaganda Front funded by the EU | Global Research – Centre for Research on Globalization

How Russia is Smashing the Turkish Game in Syria

So why did Washington take virtually forever to not really acknowledge ISIS/ISIL/Daesh is selling stolen Syrian oil that will eventually find is way to Turkey? Because the priority all along was to allow the CIA – in the shadows – to run a “rat line” weaponizing a gaggle of invisible “moderate rebels”.

Sorgente: How Russia is Smashing the Turkish Game in Syria

Le guerre perdute di Washington: Siria, Iraq e Yemen

L’ex direttore generale della CIA, il Generale David Petraeus, suggeriva pubblicamente di armare al-Qaida contro il SIIL. Inoltre Barak Mendelsohn, professore di scienze politiche dell’Haverford College e del Foreign Policy Research Institute, ex-militare dell’esercito israeliano, sosteneva sulla rivista del Counsil on Foreign Relations, “Foreign Affairs”, che gli Stati Uniti dovevano sostenere al-Qaida, come già faceva Israele, per contrastare il SIIL e l’Iran. Turchia, Israele e Stati Uniti supportavano non solo Jabhat al-Nausra ma anche il SIIL contro il governo siriano, secondo il sito “Washington Blog” del 3 agosto 2015. Già il 15 agosto la Russia consegnava 6 intercettori Mikojan MiG-31 all’Aeronautica siriana (SAAF), presso la base aerea di Mazah, a Damasco. Inoltre 40 elementi della Fanteria di Marina russi sbarcavano a Tartus per addestrare, insieme a elementi della Guardia Rivoluzionaria Islamica iraniana (IRG), le reclute delle Forze di Difesa Nazionale sul nuovo equipaggiamento militare russo, presso i centri di addestramento di Sulunfah, ad est di Lataqia, Homs (Wadi al-Nasara) e Tartus (Masyaf e Safita). Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov dichiarava, il 9 settembre, che “Abbiamo aiutato e continuiamo ad aiutare il governo siriano ad equipaggiare l’Esercito siriano di tutto ciò di cui ha bisogno per evitare il ripetersi dello scenario libico e di altri tristi eventi accaduti nella regione, perché alcuni dei nostri partner occidentali sono posseduti dall’idea di rimuovere i regimi indesiderati. Ci sono militari russi in Siria da diversi anni. La loro presenza è legata alle consegne di armi all’esercito siriano, pesando nella lotta al terrorismo dello Stato Islamico e altri gruppi estremisti“. Il comandante della Forza al-Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), Maggiore-Generale Qasim Sulaymani descriveva, alla 18.ma riunione dell’Assemblea degli esperti di Teheran, il 1° settembre 2015, il SIIL come un’operazione degli Stati Uniti per fare pressione sulla comunità musulmana. “Gli Stati Uniti intendono proteggere il SIIL per legare i musulmani agli Stati Uniti e, infatti, ne hanno fatto una leva (contro i musulmani)“. Il comandante dell’IRGC informava i membri dell’Assemblea sulla situazione in Iraq e in Siria, dichiarando che le strategie degli Stati Uniti sono fallite. Inoltre, il Ministro degli Esteri iraniano Muhamad Javad Zarif accusava di doppiopesismo l’occidente e gli Stati Uniti, “Mettendo da parte le politiche del doppio standard che impediscono la lotta contro il SIIL e il terrorismo nella regione, si sosterrebbe la campagna anti-SIIL, mentre noi non ostacoliamo quei Paesi disposti a partecipare alla coalizione anti-SIIL, tale lotta ha bisogno della volontà politica“. Zarif così ribadiva che non è possibile combattere il SIIL in un Paese e aiutarlo in un altro, come fanno gli USA in Iraq e Siria. Affermazioni corroborate dalla pubblicazione statunitense “The Washington Free Beacon” del 28 agosto, secondo cui gli USA non attaccarono mai i 60 campi di addestramento del SIIL da cui uscivano almeno 1000 terroristi al mese. “Il Pentagono non ha condotto raid aerei contro i 60 campi di addestramento dello Stato islamico (IS) che forniscono migliaia di combattenti ogni mese al gruppo terroristico, secondo ufficiali della difesa e dell’intelligence. I campi sono diffusi in tutte le aree controllate dallo Stato islamico in Iraq e Siria e sono esclusi dai bombardamenti degli Stati Uniti per preoccupazioni sui danni collaterali”. Inoltre, il SIIL aveva aperto altri campi in Libia e Yemen. “L’incapacità di attaccare i campi di addestramento di Stati Uniti e alleati solleva interrogativi presso gli ufficiali della difesa e dell’intelligence statunitensi sull’impegno del presidente Obama e dei suoi collaboratori all’attuale strategia per degradare e distruggere il gruppo terroristico. “Se conosciamo la posizione di tali campi, e il presidente vuole distruggere il SIIL, perché sono ancora attivi? si chiede un ufficiale”. I campi erano considerati dagli analisti dell’intelligence degli USA elementi chiave dei successi del gruppo terroristico, il cui vantaggio principale era fornire di continuo nuovi combattenti. “Un portavoce della Casa Bianca s’è rifiutato di commentare il mancato bombardamento dei campi terroristici”, e anche il portavoce del Pentagono Maggiore Roger M. Cabiness si rifiutava di comunicare il motivo per cui i campi di addestramento non venivano bombardati. “Non posso entrare nei dettagli sulla nostra ricerca dei bersagli“.
IS-training-camps_risultato Secondo il sito del Comando Centrale dell’USAF, su 6419 attacchi aerei effettuati dal 7 agosto 2014, (3991 in Iraq e 2428 in Siria), lo 0,3 per cento fu effettuato contro i campi di addestramento, mentre sarebbero stati colpiti 119 blindati, 340 Humvee, 510 concentramenti, 3262 edifici, 2577 postazioni, 196 infrastrutture petrolifere e 3680 “altri” obiettivi non identificati. Diversi ufficiali della Defense Intelligence Agency (DIA) e dell’US Central Command, responsabile delle operazioni, affermarono che i rapporti dell’intelligence indicano che la strategia degli Stati Uniti contro il SIIL non funzionava e secondo le stime dell’intelligence statunitense, i terroristi del SIIL erano aumentati in un anno. Il sito “Long War Journal” pubblicava una mappa dei 100 campi di addestramento del SIIL attivi a Mosul, Raqah, Niniwa, Ayn al-Arab, Aleppo, Falluja e Baiji. Secondo “The Daily Beast”, ufficiali e agenti dell’intelligence degli Stati Uniti facevano pressioni sugli analisti del terrorismo per modificare le stime sullo Stato Islamico, ritraendolo più debole. Inoltre, 52 analisti dell’intelligence statunitense protestavano, ufficialmente, poiché i loro rapporti su SIIL e al-Qaida in Siria (Jabhat al-Nusra) venivano alterati o censurati dagli ufficiali del Comando Centrale degli USA (CENTCOM). “Il cancro è nell’alto comando dell’intelligence”, dichiarava un funzionario della Difesa statunitense. Due analisti del CENTCOM presentavano denuncia scritta all’ispettorato generale del dipartimento della Difesa, nel luglio 2015, sostenendo che i rapporti venivano alterati per presentare i gruppi terroristici più deboli di quanto gli analisti stimassero. Le modifiche non autorizzate venivano apposte dai comandanti del CENTCOM in modo da supportare la linea dell’amministrazione Obama, secondo cui gli USA stessero sconfiggendo il SIIL in Siria. La denuncia veniva firmata da altri 50 analisti, che lamentavano inoltre la politicizzazione dei rapporti dell’intelligence statunitensi. Le denunce sostenevano che diversi aspetti chiave dei rapporti dell’intelligence venivano rimossi o anche volutamente alterati. Altri rapporti ritenuti troppo negativi sulla valutazione delle operazioni statunitensi contro il SIIL, venivano respinti dal comando o addirittura occultati.COxMic7W8AIUkBf.jpg largeSiria
Il 1.mo settembre basi del SIIL venivano bombardate da aerei da guerra siriani a Qalaydin, Daqman e al-Zaqum, nella provincia di Hama. Le forze siriane liberavano il villaggio di al-Savaqiah, presso Fua, occupato dai terroristi, distruggendo 1 carro armato dei taqfiristi e sequestrando grandi quantità di munizioni.
Il 2 settembre, ad al-Zabadani, la linea tenuta dai terroristi islamisti di haraqat Ahrar al-Sham, ELS e Jabhat al-Nusra crollava mentre la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’EAS ed Hezbollah liberavano il quartiere al-Balad e la chiesa al-Rum, ponendo sotto controllo tutta la città. A sud di al-Zabadani, EAS ed Hezbollah assaltavano Madaya, base dei terroristi al confine libanese. Presso Qunaytra, l’Esercito arabo siriano eliminava decine di terroristi a Qrum al-Humriyah, Hadar e Qan Arnabah, mentre ad Homs l’EAS colpiva le posizioni dei terroristi ad al-Basari, al-Quraytin, Badiyah, Jazal, Jab Hamad, Habra al-Sharqiya, al-Gharbiya e Masharfah. Il 2 settembre, autobomba degli islamisti uccideva 10 civili e ne feriva 25. altri 6 civili furono uccisi dai terroristi nella provincia di Damasco.
Il 3 settembre, il SIIL attaccava l’aeroporto militare di Dair al-Zur, dal fianco orientale, e i villaggi al-Muriyah e al-Jafra, ma la 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione dell’Esercito arabo siriano respingeva l’assalto, il secondo in una settimana, eliminando oltre 30 terroristi. Nel primo attacco ne erano stati eliminati altri 25. Ad al-Zabadani la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, il Partito nazionalista sociale siriano (SSNP) e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) liberavano la moschea al-Bayt eliminando 13 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham ed ELS. La ‘brigata meridionale’ dell’ELS e Jaysh al-Yarmuq attaccavano l’aeroporto militare di Thalah, nel Governatorato di al-Suwayda, ma NDF e SAAF respingevano l’attacco infliggendo pesanti perdite ai terroristi. La SAAF eliminava numerosi terroristi, tra cui ufficiali turchi, negli attacchi aerei sulle posizioni del Jabhat al-Nusra nella provincia di Idlib e nel Sahl al-Qab, a Marata, Qan Shayqun, Mhambal, Ariha, Tal Salmu, al-Qushayr, al-Mitala, al-Hamidiyah, Jisr al-Shughur e Ishtabraq.
Il 4 settembre, Jaysh al-Fatah riprendeva l’assalto alle città di Qafraya e al-Fua, nel Governatorato di Idlib. Prima dell’attacco i terroristi avevano sparato 40 granate di mortaio uccidendo due civili e ferendone altri 12. Presso le frazioni di Dair al-Zughab e Tal Qirbat, le Forze di Difesa Nazionale distruggevano tre tecniche ed eliminavano 37 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham respingendo l’attacco. A Bab al-Hawa, 161 terroristi del Jaysh al-Fatah venivano eliminati nei combattimenti per Zayzun contro le forze siriane che avevano circondato i terroristi. Nel tentativo di aprire una via di fuga ai terroristi accerchiati, Jaysh al-Fatah utilizzava tutta l’artiglieria a sua disposizione, consumando grandi quantità di munizioni fornite dai turchi, secondo Abu Muhamad al-Idlibi, capo locale dei terroristi, “Soffriamo carenze di veicoli e carburante. L’aiuto dalla Turchia non basta per poter svolgere i nostri compiti”. La 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, il Partito sociale nazionalista siriano (SSNP) e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) liberavano il quartiere al-Nabwa ad al-Zabadani, liquidando 15 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham, ELS e Jabhat al-Nusra. Ad al-Suwayda i terroristi facevano esplodere un’autobomba uccidendo otto civili, tra cui shaiq Abu Fahd Wahid al-Balus, e ferendone altri 22. Balus aveva invitato i drusi a non farsi coinvolgere nelle dispute tra lo Stato e i terroristi.
Il 5 settembre, la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, SSNP e NDF smantellavano un grande tunnel di haraqat Ahrar al-Sham nel quartiere Bayt al-Dalati, alla periferia del sud di al-Zabadani, utilizzato dai terroristi per rifornirsi al centro di al-Zabadani. Le forze armate siriane e della resistenza libanese liberavano i quartieri Bayt al-Dalati e Dawar al-Salwan, mentre la SAAF effettuava 40 attacchi aerei sulle posizioni dei terroristi ad al-Zabadani e Madaya. Scontri tra SIIL e Ajnad al-Sham e Jaysh al-Islam sulla strada Qadam – Hajar al-Aswad, a sud di Damasco. 13 terroristi del SIIL vi restavano uccisi.
Il 6 settembre, presso Daraya, la Syrian Arab Air Force (SAAF) bombardava le posizioni dei terroristi di Ajnad al-Sham eliminando 13 terroristi, tra cui Abu Amar al-Qafr al-Susani, capo militare del Itihad al-Islami li-Ajnad al-Sham; tutti liquidati da un elicottero d’attacco Mil Mi-24 Hind della SAAF. Il SIIL attaccava le posizioni difensive delle Forze armate siriane a Dair al-Zur con due attacchi suicidi e 60 colpi di artiglieria sui quartieri al-Jubaylah, al-Sina, e al-Amal, distruggendo la moschea al-Fardus e uccidendo una dozzina di civili. Dopo l’attentato suicida, il SIIL attaccava le difese dell’Esercito arabo siriano nel quartiere al-Jubaylah, venendo respinto con l’eliminazione di 15 terroristi. Anche gli attacchi alle postazioni dell’EAS ad al-Sina e al-Amal fallivano, con l’eliminazione di 3 tecniche e 18 terroristi del SIIL. L’Aeronautica siriana distruggeva basi, veicoli e concentramenti di terroristi a Jazal, presso Tadmur, ed eliminava 14 terroristi a Dair al-Qubra. La SAAF colpiva le posizioni dei terroristi presso Idlib e Hama, a Mhambal e al-Furayqa, eliminando 6 autoveicoli e 11 terroristi di Jabhat al-Nusra, a Qushir, al-Majas, Fatira, Muzra e Jusif.
Il 7 settembre, la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e Partito sociale nazionalista siriano (SSNP), liberavano la Banca Commerciale, dove i terroristi avevano il loro deposito di armi. Il SIIL attaccava Wadi al-Sahlah e al-Bayarat, presso Tadmur, ma la 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata dell’Esercito siriano arabo e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) respingevano l’assalto eliminando oltre 43 terroristi e 6 tecniche. Quindi la 67.ma Brigata, in coordinamento con la Liwa Suqur al-Sahra liberava Jazal dopo due giorni di combattimento. Il SIIL attaccava nuovamente l’aeroporto militare di Dair al-Zur, venendo respinto dalla 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione dell’Esercito arabo siriano che distruggeva 4 tecniche del SIIL. A sud-ovest di Dair al-Zur, la 113.ma Brigata dell’Esercito arabo siriano e la milizia Shaytat liberavano il pozzo petrolifero di al-Tayim eliminando 19 terroristi del SIIL. Presso Lataqia, l’EAS eliminava 31 terroristi e 6 autoveicoli.
L’8 settembre, ad al-Zabadani la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e Partito sociale nazionalista siriano (SSNP) liberavano i quartieri al-Ghabiyah e al-Mas eliminando 11 terroristi. Secondo il giornale libanese antisiriano “Daily Star”, ad al-Zabadani furono eliminati oltre 400 terroristi e altri 189 si erano arresi all’EAS. A Tal Qurdi, l’EAS eliminava 10 terroristi del Jaysh al-Islam.
Il 9 settembre, il SIIL attaccava nuovamente l’aeroporto militare di Dair al-Zur utilizzando un carro armato T-55 e un BMP, e 5 autoveicoli carichi di esplosivi contro l’ingresso orientale dell’aeroporto, seguiti dall’assalto dei terroristi su al-Muriyah, ad est della base siriana. Ma i soldati della 137.ma Brigata d’artiglieria e della 117.ma Brigata della 17.ma Divisione di riserva, della 104.ta Brigata aeroportata della Guardia repubblicana dell’Esercito arabo siriano, e delle Forze di Difesa Nazionale (NDF), distruggevano quattro delle autobombe mentre l’ultima mancava il bersaglio. L’assalto su al-Muriyah falliva pure, con l’eliminazione in tutto di 300 terroristi e 40 autoveicoli del SIIL. Ad Abu Dhuhur, dopo 48 ore di scontri i terroristi di Jabhat al-Nusra e Jund al-Aqsa, avviati dall’ennesimo attacco suicida, entravano nella base aerea difesa da Liwa Suqur al-Dahar, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e soldati dell’Esercito arabo siriano (EAS) che perdevano tra morti e prigionieri 18 effettivi, mentre 23 terroristi furono eliminati. La Liwa Suqur al-Dahar era composta da miliziani del Governatorato di Idlib guidati da Abu al-Jarah, ex-militare di Idlib. Ad al-Suwayda, le forze siriane arrestavano 25 terroristi. Le forze siriane ed Hezbollah terminavano le operazioni di rastrellamento di al-Zabadani.
Il 10 settembre, il Jaysh al-Islam eseguiva un attacco verso al-Zabadani, ai villaggi Alali e Muzat controllati da Hezbollah, nel tentativo di spezzare l’assedio ai terroristi da parte della 63.ma Brigata della 4.ta Divisione corazzata dell’EAS e di Hezbollah, ma l’attacco islamista falliva con l’eliminazione di 30 terroristi. L’assalto veniva sostenuto da un attacco aereo israeliano su una postazione dell’Esercito siriano presso Zabadani. La 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata e la Liwa Suqur al-Sahra dell’Esercito arabo siriano, e le Forze di Difesa Nazionale (NDF), liberavano i giacimenti di Jazal, presso Tadmur, dopo aver eliminato 20 terroristi e 4 tecniche del SIIL. Ad Aleppo l’Esercito arabo siriano bombardava le posizioni dei terroristi nei quartieri di al-Jadida, al-Ramusa, al-Ashrafyia, al-Rashidin, Shaiq al-Lutfi, al-Layramun, Bani Zayd, al-Amiryia, Shaiq Ahmad, al-Ridwanyia, al-Halabyia, Shaiq Qudir e Iqtar al-Bizar, mentre nella provincia di Hama, a Qafar Zita e ad al-Lataminah, l’EAS eliminava 26 terroristi.
L’11 settembre, presso Lataqia, ad al-Qabir e al-Atira, l’artiglieria dell’EAS bombardava un concentramento di terroristi, eliminandone 80.
Il 12 settembre la 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata e la Liwa Suqur al-Sahra dell’Esercito arabo siriano liberavano completamente Jazal, a nord-ovest di Tadmur, e Tal Suda, eliminando 23 terroristi e 3 tecniche del SIIL. Ad Unq al-Hawa, nella provincia di Homs, unità dell’esercito e gruppi di difesa popolari eliminavano numerosi terroristi del SIIL, mentre 6 autoveicoli di un convoglio di Jabhat al-Nusra venivano distrutti presso Dair al-Ful. Unità dell’EAS effettuavano diverse operazioni contro le basi dei terroristi del Jaysh al-Fatah tra al-Latamanah e al-Arbain, nella provincia di Hama, eliminando diversi terroristi. Ad al-Zabadani, 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, NDF e SSNP eliminavano 18 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham, esercito libero siriano e Jabhat al-Nusra liberando il quartiere di al-Nabua. A Dair al-Zur le milizie delle tribù Shaytat eliminavano 18 terroristi del SIIL di fronte l’ospedale al-Hiqmat. La 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione e la 104.ta Brigata aviotrasportata della Guardia repubblicana dell’EAS, in coordinamento con milizia Shaytat e NDF, eliminavano 37 terroristi nelle fattorie di al-Muriyah e sul jabal al-Bardah. Dopo due mesi e cinque assalti, i capi della ‘brigata meridionale’ dell’ELS ponevano fine alla cosiddetta operazione “Tempesta del Sud” contro il Governatorato di Dara, avendo subito pesantissime perdite nonostante i terroristi circondassero da tre lati la città difesa dalla 15.ma e dalla 285.ma Brigata dell’Esercito arabo siriano. Inoltre, a Balad al-Dara l’EAS eliminava diversi terroristi di Jabhat al-Nusra e haraqat al-Muthana. Le Forze armate siriane eliminavano decine di terroristi del Jaysh al-Islam alla periferia di Duma e ad Harasta. A Tal Maz, nella provincia di al-Suwayda, unità dell’esercito effettuavano un’operazione speciale contro le posizioni del SIIL dei terroristi, eliminandone diversi.
Il 12-13 settembre, a sud di Dara, a Gharaz, la 5.ta Divisione corazzata dell’EAS annientava il gruppo islamista Asifat al-Janub. Dopo aver ricevuto l’intelligence su un piano dell’ELS per tagliare le linee di rifornimento dell’esercito siriano e quindi circondare Dara con una manovra avvolgente da nord, gli aerei della SAAF bombardavano le posizioni dei terroristi presso Gharaz, al confine con la Giordania, mentre la 5.ta Divisione corazzata colpiva a sud di Dara un convoglio di pickup armati dei terroristi, eliminandone 89, ed investiva le 55 posizioni note di Jabhat al-Nusra e haraqat al-Muthana presso Dara, liquidando il capo di al-Muthana. A Duma, l’EAS liquidava un gruppo di terroristi giunti per coordinare le azioni tra Jaysh al-Islam e Faylaq al-Rahman contro le forze governative siriane. Furono eliminati 34 terroristi, ed altri 21 terroristi furono liquidati ad Harasta. Nella controffensiva su Harasta, Dhahiyat al-Assad e Duma, NDF, PLA e la 105.ta Brigata della Guardia repubblicana dell’EAS eliminavano 250 terroristi. In quei giorni, il fronte meridionale dell’ELS, che doveva occupare Dara, invece si ritirava. A Daraya, dopo settimane di combattimenti per rompere le difese siriane nel Ghuta orientale, il piano degli islamisti falliva senza aver compiuto un qualsiasi progresso. Ad al-Zabadani, 1500 terroristi furono eliminati, sgombrando il Qalamun e il confine tra Libano e Siria dalla presenza dei taqfiriti sostenuti da Israele. 3500 terroristi rimanevano chiusi nelle sacche presso al-Qusayr, di Madaya e Wadi Barada. Il SIIL si ritirava dopo il fallimento dell’assalto all’aeroporto di Dair al-Zur.
Il 13 settembre, la SAAF compiva 7 attacchi aerei sulle posizioni del Jaysh al-Fatah nella base aerea di Abu Duhur, presso Idlib. Ad Aleppo, Jabhat al-Shamiyah e Jabhat al-Nusra attaccavano le postazioni difensive delle Forze armate siriane nel quartiere al-Ashrafīyah, ma furono respinti con pesanti perdite.COx__UbWcAEvUBX.jpg largeLe operazioni in Iraq, luglio-settembre 2015
Il 10 agosto raid aerei iracheni eliminavano 49 terroristi e 4 tecniche del SIIL nella provincia di Salahudin, mentre altri 12 furono liquidati dalle forze di sicurezza irachene ad Husaybah, ad est di Ramadi, nell’Anbar. Altri 7 terroristi furono eliminati dai combattenti delle unità di mobilitazione popolare ad Albu Shajal e al-Malahama, sempre nell’Anbar, assieme a 6 pickup armati del SIIL. 17 terroristi del SIIL furono eliminati ad al-Qarmah, 48 km ad ovest di Baghdad. A Baghdad, il 13 agosto, un autocarro-bomba veniva fatto esplodere nel mercato Jamila di Sadr City uccidendo 61 civili e ferendone altri 200. Intanto a Ramadi l’esercito iracheno e le forze popolari circondavano completamente i terroristi del SIIL. “Il SIIL è assediato da tutti i lati a Ramadi“, dichiarava il Generale di Brigata Ahmad al-Bilawi, “Le forze irachene a fianco della milizia Hashd al-Shabi avanzano contro i ribelli del SIIL da nord ed est di Ramadi“, dichiarava il capo del Comitato per la sicurezza del Consiglio di Qalidiyah, provincia di Anbar, Ibrahim Fahdawi. “Le forze sciite e dell’esercito iracheno avanzano dal fronte settentrionale contro i militanti raggiungendo la periferia di Jirashi, tra la zona di Abu Diab e il Comando operativo di Anbar. Le forze di sicurezza avanzano anche da est e dalle regioni di Husaybah e al-Madyaq“. L’esercito e le forze volontarie iracheni avevano liberato le colline strategiche ad oriente della città di al-Ramadi. Il 13 agosto le forze irachene distruggevano 3 autoveicoli del SIIL e liberavano al-Maziq, 9 chilometri ad est di Ramadi. L’aviazione irachena colpiva due basi del SIIL e un’officina per auto-bombe a Falluja, eliminando decine di terroristi, mentre le forze irachene eliminavano 10 altri terroristi negli scontri a nord-est di Falluja, tra cui 3 capi del SIIL di origine libica: Salam Darbu, Adnan Ibrahim al-Mashadani e Safyan bin Qamu. Le forze aeree irachene eliminavano 125 terroristi del SIIL nella provincia di Salahudin, con raid aerei sulle posizioni taqfirite presso al-Shirqat, a 250 chilometri a nord di Baghdad. Inoltre, il comandante della Polizia Federale, Tenente-Generale Raid Shaqir Judat, dichiarava che la polizia irachena aveva eliminato 29 terroristi ad Husaybah, 7 km ad est di Ramadi, mentre la 16.ma Brigata dell’Esercito iracheno liberava al-Humaria e le unità della mobilitazione popolare liberavano al-Malab, sempre nella provincia dell’Anbar, eliminando 10 terroristi. Il 15 agosto, almeno 50 terroristi del SIIL venivano eliminati dalla 5.ta Divisione dell’Esercito iracheno nella provincia di Salahudin, e il 16 agosto la 16.ma Brigata dell’Esercito liberava la stazione ferroviaria di Ramadi, dopo che i terroristi del SIIL avevano subito pesanti perdite nelle operazioni dell’esercito iracheno che avanzava fino ai quartieri meridionali al-Dabat e al-Baqr della città, e ad al-Malab, a sud di Ramadi. Il 19 agosto le forze irachene liberavano il quartiere al-Zaytun di Ramadi ed avanzavano su Huwaija al-Samara, mentre l’aeronautica irachena colpiva un convoglio del SIIL a Kirkuk, eliminando almeno 19 terroristi. Nell’operazione per la liberazione di Ramadi erano stati eliminati 150 terroristi del SIIL. Il 23 agosto, aerei da combattimento iracheni bombardavano le posizioni del SIIL nella provincia di Anbar, a Dijla, 30 chilometri a nord di Baghdad, a Baiji, nella provincia di Salahudin, e a Tal Afar nella provincia di Niniwa. Il 29 agosto l’esercito iracheno eliminava 45 terroristi del SIIL nella provincia di al-Anbar, presso al-Qalidiya, liberando Jubah, nel distretto di Hit nell’ambito dell’operazione per liberare Ramadi, capitale della provincia di Anbar, occupata dal SIIL dal maggio 2015. Il 30 agosto l’esercito iracheno avanzava nella provincia di Anbar verso al-Qalidiya, eliminando 45 terroristi del SIIL. Il SIIL giustiziava 112 propri membri a Niniwa, tra cui 18 capi, per aver tentato un “golpe” contro il capo dello Stato islamico Ibrahim al-Samarai, alias Abu Baqr al-Baghdadi, e pianificato l’eliminazione del capo del SIIL a Mosul Abu Abdulmajid Afar e l’invasione di Niniwa per poi dichiarare guerra al SIIL di Raqqa in Siria.
Il 3 settembre l’Esercito iracheno respingeva un’offensiva del SIIL sulla città di Samara, nella provincia di Salahudin, eliminando 58 terroristi. Inoltre, il SIIL aveva pianificato degli attentati suicidi a Samara, ma furono sventati. Le forze dell’Hashd al-Shabi respingevano l’attacco del SIIL sulla città di al-Qarmah nella provincia di Anbar, eliminando decine di terroristi. L’esercito iracheno e Hashad al-Shabi respingevano un’altra offensiva del SIIL su al-Baghdadi e Haditha, presso Ramadi, eliminando 112 terroristi, secondo il comandante della 7.ma Divisione dell’Esercito iracheno, Maggior-Generale Abdulzubayah Nauman. Il 6 settembre, le forze popolari irachene Hashd al-Shabi distruggevano 15 autoveicoli armati del SIIL presso Tal al-Mashihidah, presso Ramadi, mentre a nord di Ramadi, ad Albu Aytha, eliminavano altri 30 terroristi. Le forze irachene quindi tagliavano le linee di rifornimento del SIIL nella provincia di Kirkuk, liberando al-Havijah nell’ambito dell’operazione per liberare la città di Fallujah (provincia di al-Anbar). A Mosul l’aeronautica irachena bombardava le posizioni del SIIL eliminando circa 40 terroristi, tra cui Hasan Muhsan al-Jalabi, capo del campo di addestramento del SIIL di Tal Afar. Sempre a Mosul, Ahmad Qalil Wathiq, capo della sicurezza del SIIL di Mosul, veniva eliminato con le sue guardie del corpo nel corso di un attacco di forze tribali irachene. Il 9 settembre la 16.ma Divisione delle forze d’intervento rapido irachene liberava al-Naimiyah, a sud di Falluja. Il 12 settembre, le forze volontarie irachene eliminavano 28 terroristi del SIIL nel distretto di al-Qarmah, ad est di Falluja, provincia di Anbar.
Finora l’Iraq ha ricevuto 16 elicotteri d’attacco Mil Mi-35M e 11 Mil Mi-28NE. Il contratto firmato con la Russia prevede la fornitura di 43 elicotteri: 24 Mil Mi-35M e 19 Mil Mi-28NE. Intanto i consiglieri militari degli Stati Uniti avevano tentato “di evitare che le forze antiterrorismo irachene prendessero l’Università di Anbar, a Ramadi, ma senza riuscirci“, secondo Samir al-Shavili, consulente sull’antiterrorismo presso i media iracheni. Aveva osservato che gli statunitensi avevano descritto l’Università d Anbar come una trappola pericolosa tesa dai terroristi del SIIL, tentando di dissuadere le forze irachene dall’occuparla, dopo che il gruppo terroristico aveva usato il gas mostarda durante l’assedio della città. “Le truppe irachene furono esposte al gas mostarda delle munizioni sparate dal SIIL, mentre si avvicinavano all’Università di Anbar”.

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Il 2 settembre 2015, il SIIL effettuava un duplice attentato nella capitale Sana, uccidendo 28 civili e ferendone 75. Al-Qaida compiva sei attentati nel governatorato di al-Bayda e uno a Shabwa tra il 2 e il 4 settembre e gli aviogetti sauditi bombardavano 30 volte Sana e attaccavano l’aeroporto al-Dulaymi. Il 4 settembre l’esercito yemenita ed Ansarullah distruggevano un deposito di armi saudite nella regione di al-Musfaq, nella provincia del Jizan, oltre a 2 autoveicoli militari sauditi. L’unità missilistica dell’esercito yemenita bombardava le basi militari saudite di Abu al-Salul, Wadi al-Malah, al-Musfaq e al-Qujarah, nella provincia al-Tawal dell’Arabia Saudita. Nel bombardamento della base militare di Safar, presso Marib, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Bahrayn avevano perso, soprattutto nell’esplosione di un deposito di armi, almeno 300 soldati e ufficiali (i filo-sauditi ne ammettevano 85), 12 carri armati Leclerc, 40 altri mezzi e 4 elicotteri d’attacco AH-64D Apache. Il quotidiano libanese al-Akhbar titolava, “Aden, cimitero dei carri armati AMX Leclerc, orgoglio dell’arsenale francese“. Dopo il bombardamento, le forze saudite, che secondo un soldato saudita fatto prigioniero dalle forze yemenite erano composte soprattutto da mercenari somali e sudanesi, cercavano di riprendersi la provincia di Marib, fallendo e subendo pesanti perdite, e questo nonostante il supporto tecnologico fornito dalle basi francesi di Gibuti e Shayq Zayad, ad Abu Dhabi. I mercenari “catturati sono di diverse nazionalità e prestano servizio nell’esercito degli Emirati Arabi Uniti“, affermava un comandante yemenita. “I Paesi arabi hanno reclutato mercenari da diversi Paesi, tra cui Sudan, Somalia e Nigeria dopo aver perso numerose truppe negli scontri con le forze yemenite“, aggiungeva il comandante. Infine, dopo l’attacco missilistico a Marib, terroristi del SIIL decapitavano decine di soldati degli EAU catturati dopo esser fuggiti dalla base bombardata.
CODVaA6WwAAhoVZIl 6 settembre gli aerei sauditi bombardavano Sana e le basi militari di Nahdayn e Faj Atan, uccidendo 27 persone. Il 7 settembre, attacchi aerei sauditi uccidevano 12 persone e ne ferivano altre 39 nella città di Yarim, provincia di Ib. Secondo Zayfulah al-Shami, dirigente di Ansarullah, l’ex-presidente yemenita Mansur Hadi aveva inviato 700 miliziani delle tribù della provincia di Marib in Arabia Saudita per ricevere l’addestramento militare, mentre ad agosto Hadi aveva incontrato il presidente sudanese Omar al-Bashir, che aveva inviato 3000 mercenari sudanesi che a giugno, assieme alle truppe saudite, invasero Aden. Il 12 settembre l’esercito yemenita prendeva il controllo di quattro basi militari saudite nelle province di Janub al-Dhahra e Asir, in Arabia Saudita, distruggendo 3 depositi di munizioni e almeno 19 autoveicoli militari sauditi. Nel frattempo Ansarullah bombardava le strutture militari saudite nelle regioni di al-Hajlah e Jabal al-Dud nella provincia del Jizan, sempre in Arabia Saudita.
Intanto, Riyadh riduceva le spese sociali ed emetteva altre obbligazioni per affrontare un deficit di bilancio record dovuto alla caduta dei prezzi del petrolio, da oltre 6 mesi al di sotto dei 50 dollari al barile. Il governo saudita aveva emesso altri buoni del tesoro per finanziare il deficit di bilancio che arrivava a 117 miliardi di euro nel 2015. L’Arabia Saudita aveva prelevato dalle riserve valutarie 82 miliardi di dollari passando a 650 miliardi  di riserva valutaria. Il Qatar inviava nello Yemen 1000 soldati dotati di 200 blindati VAB, MOWAG Piranha II e CCTS-90 e di 30 elicotteri. La forza d’invasione nello Yemen era formata da 3000 soldati degli Emirati Arabi Uniti, 1000 del Qatar, 1000 dell’Arabia Saudita, 6000 mercenari yemeniti addestrati dall’Arabia Saudita, 3000 mercenari sudanesi, 800 soldati di Egitto, Bahrayn, Quwayt, Giordania, Senegal e Marocco.

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Fonti:
Analisis Militares
Analisis Militares
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Global Research
Moon of Alabama
Reseau International
RID
Sputnik
The Saker
Zerohedge

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Sorgente: Le guerre perdute di Washington: Siria, Iraq e Yemen | Aurora

L’intervento russo in Siria: i dettagli

Il mondo diplomatico è in fermento parlando dell’audace colpo di Vladimir Putin in Crimea, Ucraina e ora in Siria. Nonostante le chiacchiere anti-russe della stampa occidentale, un’istituzione sempre più ignorata e disprezzata dalla gente comune, i passi russi sono prevedibili e coerenti con l’insistenza palesemente giustificata della Russia a un mondo senza il monopolio unipolare degli Stati Uniti. Dall’inizio della guerra siriana, pianificata da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia come rivelano Wikileaks e l’ex-ministro degli Esteri francese, e finanziata principalmente dalle kakocrazie saudita e qatariota, e supportata dal turco megalomane neottomano Recep Tayyip Erdoghan, la Russia impone con forza il principio di non intervento negli affari interni di altri Paesi, posizione storicamente snobbata da Stati Uniti, Francia e Regno Unito. La Russia rifornisce la Siria di armamenti, senza violare una qualche risoluzione dell’UNSC, né rifornisce l’esercito siriano gratuitamente. I giorni i cui l’Unione Sovietica scaricava enormi quantità di armi agli alleati sono finiti. Oggi Mosca si aspetta che i suoi prodotti siano pagati, e oggi la Siria (che non aveva debiti nel marzo 2011) ha ipotecato la base navale di Tartus, accettando crediti da Mosca, e dipende dal suo più stretto alleato, l’Iran, per ulteriori aiuti. Sfruttando con intelligenza tutto questo il governo siriano può sopportare i crimini di guerra commessi dai sociopatici di Washington. La Siria è solida e la sua economia migliora nonostante la devastazione delle infrastrutture da parte dei terroristi stranieri e di certi traditori siriani il cui destino è segnato dal sangue siriano. Consiglieri russi rientrano nel rapporto tra la Siria e il gigantesco alleato a nord. Nuovi sistemi di armamenti vengono assorbiti senza inviare il personale tanto necessario in Russia per addestrarlo. La Russia invia semplicemente le armi via mare per lo più, assieme agli esperti per l’addestramento che arrivano in genere nella base aerea di Maza presso Damasco. Per un certo periodo, la Russia ha anche fornito consigli tattici all’alto comando siriano, basati sull’esperienza della Russia nella lotta al terrorismo in Afghanistan e Cecenia. Tale rapporto è stato interrotto per un breve periodo di tempo, quando il governo siriano sperimentò le nuove strategie del generale iraniano Qasim Sulaymani che non hanno prodotto i risultati attesi. Oggi la Russia è tornata. Perché?
La maggior parte di questo saggio si basa su prove reali prodotte da nostre fonti a Lataqia. C’è anche spazio per speculazioni studiate sui tempi dell’intervento russo. Non uso la parola “intervento” per suggerire che l’esercito russo sostituisce nella battaglia l’Esercito arabo siriano. Per nulla. Qui intervento significa che la Russia va oltre il sostegno meramente diplomatico e l’armamento del governo siriano. La Russia ha intrapreso un nuovo piano volto a far decollare i costi ai Paesi coinvolti nel terrorismo istituzionalizzato; cioè Stati Uniti, Regno Unito Francia, Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Tutto questo avviene con ampi indizi. Re Salman dell’Arabia Saudita programmava la tanto declamata visita a Mosca per discutere come i sauditi potessero sganciare la Russia dal Dr. Assad. Il re l’ha annullata citando cattive condizioni di salute. SyrPer ha appreso che il re del regno preistorico l’ha annullato perché Sergej Lavrov ha detto all’omologo di Riyadh, Adil al-Jubayr, noto burattino degli USA, che Putin non avrebbe discusso di nulla riguardo Assad, ma che sperava che i prezzi del petrolio fossero all’ordine del giorno. Anche se re Salman voleva discutere dei prezzi, voleva condizionarne la cooperazione all’abbandono russo del presidente siriano. (Ho detto nei precedenti saggi dell’ossessione saudita e turca per la cacciata di Assad). Un altro indizio di come il Presidente Putin la pensi s’è avuto due settimane fa, quando ha trascinato l’ambasciatore turco a Mosca dicendogli di dire ad Erdoghan di “andare all’inferno”. Ha detto all’ambasciatore, la cui mascella sarebbe caduta sul pavimento, che pensava di rompere le relazioni diplomatiche con Ankara se Erdoghan continua a sostenere i terroristi in Siria e Iraq. Concluse definendo Erdoghan un “Hitler”. La Turchia è ora avvisata che l’orso russo non è contento delle azioni del presidente turco. A giudicare dai risultati delle elezioni, anche il popolo turco si rivolge ora contro Erdoghan e il suo partito dei Fratelli musulmani. Anche il Generale Gerasimov, l’assai duro e aggressivo Capo di Stato Maggiore della Russia, ha pesato avvertendo Erdoghan che ci sono missili puntati dritti sulla sua camera da letto. Il generale non avrebbe mai fatto una tale affermazione, a meno che sapesse che il Cremlino non si oppone. Sergej Lavrov, che è di estrazione etnica georgiana e armena, comprende la mentalità ottomana di Erdoghan ed ha preparato il terreno per gli eventi che stiamo per discutere.
Si ricordi come la Russia abbia presumibilmente consegnato una squadriglia di MiG-31B Foxhound alla Siria. In realtà, e lo diciamo ai nostri lettori da anni, la Siria ha i MiG almeno dal 2007 ma gli era proibito usarli se non in una “guerra di teatro” contro lo Stato-Ghetto sionista. I MiG-31B sono depositati in hangar corazzati sotterranei in diverse basi aeree, in modo da evitarne qualsiasi distruzione totale. Non sono autorizzati a volare anche se la Siria ha violato l’accordo una volta quando i sionisti colpirono il complesso di Jamraya il 5 maggio 2013 sostenendo che colpivano sistemi d’arma destinati ad Hezbollah. La Siria rispose con un MiG-31B che volò dalla base nella provincia di Tartus, sul Mediterraneo, sparando missili contro il sito nucleare sionista di Dimona. La Russia annuncia anche nuove esercitazioni navali al largo della Siria per il 15 settembre. E’ un altro segno della crescente impazienza russa verso il temporeggiare di statunitensi, inglesi e francesi e l’ipocrisia della guerra al terrore. Per poter trasferire numerose truppe in Siria insieme ai nuovi mezzi, la Russia deve sorvolare vari Paesi su rotte specifiche. Ho già risposto a un lettore che si lamentava del rifiuto da parte del governo bulgaro a tali sorvoli. I bulgari hanno insistito sull’obbligo d’ispezionare gli aerei. La Russia ha detto al bulgari “niet” e si è assicurata altre rotte. La Bulgaria gioca con il fuoco nel tentativo di placare gli statunitensi il cui comportamento irrazionale implica una vera e propria paranoia su dove gli eventi che si svolgono in Siria li stanno trascinando. La Grecia ha permesso i sorvoli, tuttavia la rotta appare fuori discussione per ora. Ma l’opzione migliore è quella su Mar Caspio, Iran e Iraq, che non obiettano alla Russia l’uso del loro spazio aereo. Questo problema è stato risolto completamente. (Opzione migliore della Russia sarebbe la Turchia, ma la sua assurdità dovrebbe essere evidente a tutti). Possiamo confermare i seguenti fatti sul terreno: navi russe attraccano nei porti di Tartus e Lataqia. La Russia espande la base aerea nella pianura ad est di Lataqia. Questa base aerea è protetta da un’enorme costellazione di sistemi di difesa aerea comprendenti sistemi S-300 e Pantsir. Le piste vengono prolungate da ingegneri russi e siriani, e sarebbero destinate ad ospitare enormi aerei da trasporto, come l’Antonov An-124. Oltre a questo, un reggimento di truppe Speznaz sarebbe attualmente nella città di Salinfah, (città natale di mia moglie, dove non ci mancano le fonti), insieme a consiglieri militari. Un parente mi ha detto che ognuno impara un po’ di russo e che fin dall’arrivo, il turismo è aumentato grazie a stabilità e sicurezza dovute ai russi. La presenza di forze anti-insurrezionali Speznaz russe è rivelata dalla triste realtà emersa pochi giorni fa. Mi è stato detto da una fonte, Alì, che un cecchino assai qualificato, nei pressi della città di al-Rubayah, trattenne le truppe siriane per 4 settimane impedendogli di avanzare. Il comandante degli Speznaz appreso tale problema inviava un commando per liquidare tali cecchini. I russi eliminarono il cecchino nel giro di due ore causando costernazione tra i comandanti siriani. Si è scoperto, un ufficiale traditore dell’EAS è stato scovato ed arrestato. Aveva deliberatamente impedito alle nostre truppe di aggredire la posizione del cecchino. Le sue comunicazioni con al-Qaida ad Hatay, nella Siria occupata dalla Turchia, ha svelato la faccenda. Sarà giustiziato per tradimento.
Guardate attentamente la mappa. Scorrete per vedere il motivo per cui è stata scelta Salinfah. Sicuramente non solo per la sua incredibile bellezza. Si trova sulla cima più alta della catena montuosa, all’ombra di uno dei più potenti radiofari della Siria. E’ proprio la cima, se superata, provvede a una magnifica rotta per l’intera wadi al-Ghab che si presenta come una coperta a scacchi. Potete vedere tutto mentre volgete lo sguardo giù dalle vette fredde alla valle ventosa e calda di sotto. Jisr al-Shughur si trova appena sotto Haluz e Ghasaniya, i pittoreschi villaggi cristiani violati dagli sciagurati puzzolenti tunisini e libici che vi hanno portato il loro virulento ceppo sifilitico. La Russia sembra interessata alle zone confinanti con la Turchia. Sarà interessante vedere come l’attenzione su Erdoghan evolverà. Turchia ed entità sionista sembrano essere sempre più coinvolte nel conflitto. Ciò avviene men tre Cameron e Abbot hanno deciso d’intensificare il loro ruolo, nonostante le perplessità di milioni di concittadini. Tale cricca della cosiddetta guerra al SIIL è vista a Mosca come una campagna mal dissimulata per distruggere completamente la Siria e, infine, trasformarla nella Libia. Sergej Lavrov l’ha notato esattamente ieri, quando ha detto al mondo che la Siria non sarà un’altra Libia. Ricordo la rabbia ribollente a Mosca e Pechino per lo stratagemma giocatogli al Consiglio di sicurezza dell’ONU che ha portato alla distruzione dello Stato libico e all’insensato assassinio del suo leader da parte di un adolescente analfabeta, e tutto questo facendo finta di proteggere i civili. Ora c’è il SIIL creato dall’occidente per dargli la scusa necessaria per entrare e finirla con il governo di Damasco. Temo che i regimi paria di Washington e Londra avranno una grande sorpresa.
Questo è ciò che so della presenza russa in Siria. So che ci sono altri consiglieri che si recano a Damasco in quello che è l’affermazione dell’assoluta insistenza della Russia nel proteggere gli alleati. Con l’Iran ora fuori dall’embargo, che gli impediva di flettere completamente i muscoli, Mosca sa di avere la profondità e il sostegno necessari per aiutare il popolo siriano a liberarsi da tale piaga una volta per tutte.

Sorgente: L’intervento russo in Siria: i dettagli | Aurora

La Russia smaschera i piani segreti degli USA in Siria

742398Il problema dei profughi siriani maturava lentamente e costantemente fornendo il pretesto ideale per un”intervento umanitario’ degli Stati Uniti nel Paese. Ma la Russia arriva prima e il miglior piano statunitense va storto.
La politica degli Stati Uniti in Medio Oriente è ossessivamente fissata sul ‘cambio di regime’ in Siria da almeno un decennio, dall’invasione dell’Iraq nel 2003. (L’agenda neocon prevedeva cambi di regime in Iraq, Iran e Siria, ma è fallita quando i campi di sterminio in Iraq hanno deciso la geopolitica).

Sorgente: La Russia smaschera i piani segreti degli USA in Siria | Aurora

Giù le mani dalla Siria. No alla guerra contro la Siria e contro il popolo siriano

Ripubblichiamo, a tre anni di distanza, un documento unitario (era il luglio del 2012) su “Il movimento contro la guerra e la situazione in Siria”. Ci sembra, alla luce degli eventi in corso, un contributo di grande utilità e lungimiranza che può aiutare a capire e a mobilitarsi contro la guerra nelle prossime settimane. E’ soprattutto un documento collettivo, ampiamente discusso e concordato dalle forze politiche e sociali che lo hanno sottoscritto.

Un documento collettivo mette i piedi nel piatto sulla funzione di una coerente opposizione alla guerra, anche quella “umanitaria”.
La grave situazione in Siria, pone i movimenti che in questi anni si sono battuti contro la guerra di fronte a nuovi e vecchi problemi che producono lacerazioni, immobilismo e un vuoto di iniziativa.
Siamo attivi in reti, realtà politiche e movimenti che in questi anni – ed anche in questi mesi – non hanno esitato a schierarsi contro l’escalation della guerra umanitaria con cui l’alleanza tra potenze della Nato e petromonarchie del Golfo, sta cercando di ridisegnare la mappa del Medio Oriente.

a) Interessi convergenti e prospettive divergenti al momento convivono dentro questa alleanza tra le maggiori potenze della Nato e le potenze che governano “l’islam politico”. E’ difficile non vedere il nesso tra l’invasione/disgregazione della Libia, l’escalation in Siria, la repressione saudita in Barhein e Yemen e i tentativi di normalizzazione delle rivolte arabe lì dove sono state più impetuose (Tunisia, Egitto). La dottrina del Dipartimento di Stato Usa “Evolution but not Revolution” aveva decretato quello che abbiamo sotto gli occhi come l’unico sbocco consentito della Primavera Araba. Da queste gravi responsabilità è impossibile tenere fuori le potenze dell’Unione Europea, in particolare Francia, Gran Bretagna e Italia, che hanno prima condiviso l’aggressione alla Libia, hanno mantenuto intatto il loro sostegno politico e militare ad Israele ed oggi condividono la stessa politica di destabilizzazione per la Siria.

b) I movimenti che si oppongono alla guerra, in questi ultimi anni hanno dovuto fare i conti con diverse difficoltà. La prima è stata la rimozione della guerra dall’agenda politica dei movimenti e delle forze della sinistra o, peggio ancora, una complice inerzia verso le aggressioni militari come quella in Libia. Dalla “operazione di polizia internazionale in Iraq” del 1991 alla “guerra umanitaria in Jugoslavia” nel 1999 per finire con le “guerre per la democrazia” del XXI Secolo, le guerre asimmetriche scatenate dai primi anni Novanta in poi dalle coalizioni di grandi potenze contro paesi più deboli (Iraq, Somalia, Afghanistan, Jugoslavia, Costa d’Avorio, Libia), hanno sempre cercato una legittimazione morale che poco a poco sembra essere penetrata anche nella elaborazione e nel posizionamento di settori dei movimenti pacifisti e contro la guerra. I sostenitori della “guerra umanitaria” statunitensi ma non solo, stanno cercando di definire una cornice legale agli interventi militari attraverso la dottrina del “Rights to Protect” (R2P). Gli obiettivi di queste guerre sono stati sempre presentati come la inevitabile rimozione di capi di stato o di governi relativamente isolati o addirittura resi invisi alla cosiddetta “comunità internazionale” sia per loro responsabilità che per le martellanti campagne di demonizzazione mediatiche e diplomatiche.
c) Saddam Hussein, Aydid, Milosevic, il mullah Omar, Gbagbo, Gheddafi e adesso Assad, sono stati al centro di una vasta operazione di cambiamento di regime che è passata attraverso gli embarghi, i bombardamenti e le invasioni militari da parte delle maggiori potenze della Nato e i loro alleati regionali, operazioni su vasta scala che hanno disgregato paesi immensamente più deboli perseguendo la “stabilità” degli interessi occidentali attraverso la destabilizzazione violenta di governi o regimi dissonanti. A prescindere dalle maggiori o minori responsabilità di questi leader verso il benessere e la democrazia dei loro popoli, le maggiori potenze hanno agito sistematicamente per la loro rimozione violenta attraverso aggressioni militari e imposizione al potere di nuovi gruppi dirigenti subordinati agli interessi occidentali.
d) Seppure negli anni precedenti la consapevolezza che la divisione tra “buoni e cattivi” non sia mai stata una categoria limpida e definita – anzi è servita a occultare le vere motivazioni delle guerre – nel nostro paese ci sono stati movimenti di protesta che si sono opposti alla guerra prescindendo dai soggetti in campo e che si sono posizionati sulla base di una priorità: quel no alla guerra senza se e senza ma che in alcuni momenti ha saputo essere elemento di identità e mobilitazione straordinario. Sembra però che la coerenza con questa impostazione si stia sempre più affievolendo e in alcuni casi ribaltando. La macchina del consenso alle guerre ha visto infatti crescere gli elementi di trasversalità. Prima erano solo personalità della destra a sostenere gli interventi militari, adesso vi si arruolano anche uomini e donne della sinistra. Questa difficoltà era già emersa nel caso dell’aggressione militare alla Libia ed oggi si rivela ancora più lacerante rispetto alla possibile escalation in Siria.
e) Le iniziative contro la guerra che ci sono state in questi mesi, seppur minoritarie, sono riuscite a ostacolare l’arruolamento attivo di alcuni settori pacifisti nella logica della guerra umanitaria, hanno creato una polarizzazione che in qualche modo ha esercitato un punto di tenuta di fronte alla capito lazione politica, culturale del pacifismo e dell’internazionalismo. Ma la realtà sta incalzando tutte e tutti, ragione per cui è necessario affrontare una discussione nel merito dei problemi che la crisi in Siria ci porrà davanti nei prossimi mesi.
Nel merito della situazione in Siria
In tutte le guerre asimmetriche – che di fatto sono aggressioni unilaterali – le potenze occidentali hanno sempre lavorato per acutizzare le contraddizioni e i contrasti esistenti nei paesi aggrediti. La questione semmai è che l’ingerenza esterna da parte delle potenze della Nato e dei loro alleati ha agito sistematicamente per una deflagrazione violenta dei contrasti interni che consentisse poi l’intervento militare e servisse a legittimare la “guerra umanitaria”. La guerra mediatica ha bisogno sempre di sangue, orrori, cadaveri, stragi da gettare nella mischia e negli occhi dell’opinione pubblica. Di solito le notizie su questo vengono martellate nei primi venti giorni. Smentirle o dimostrarne la falsità o la maggiore o minore manipolazione, diventa poi difficile se non impossibile. Ciò significa che tutto viene inventato o manipolato? No. Ma un conflitto interno senza ingerenze esterne può trovare una soluzione negoziata. Se le ingerenze esterne lavorano sistematicamente per impedirla si arriva sempre ai massacri e poi all’intervento militare “stabilizzatore”. Chiediamoci perchè tutti i piani e gli accordi di pace in questi venti anni sono stati fallire (ultimo in ordine di tempo quello di Kofi Annan sulla Siria). Il loro fallimento è funzionale al fatto che l’unico negoziato accettabile per le potenze occidentali è solo quello che prevede la resa o l’uscita di scena – anche violenta – della componente dissonante. Questo è quanto accaduto ed è facilmente verificabile da tutti.
Le soluzioni avanzate dalle sedi della concertazione internazionale (Consiglio di Sicurezza dell’Onu, organizzazioni regionali come Unione Africana, Lega Araba e Alba), non state capaci di opporsi alle politiche di “cambiamento di regimi” decise dagli Usa o dalla Ue. I leader dei regimi o dei governi rimossi, hanno cercato in più occasioni di arrivare a compromessi con gli Usa o la Nato. Per un verso è stata la loro perdizione, per un altro era una strada sbarrata già dall’inizio. Più cercavano un compromesso e maggiori diventavano le sanzioni adottate negli embarghi. Più si concretizzavano le condizioni per una ricomposizione dei contrasti interni e più esplodevano autobombe o omicidi mirati che riaprivano il conflitto. Se l’unica soluzione proposta diventa il suicidio politico o materiale di un leader o lo sgretolamento degli Stati, qualsiasi negoziato diventa irrilevante.
Dalla storia della Siria non sono rimovibili le modalità autoritarie con cui in varie tappe è stata affrontata la domanda di cambiamento di una parte della popolazione siriana. Non è possibile ritenere che la leadership siriana sia l’unica a aver gestito in modo autoritario le contraddizioni e le aspettative nel mondo arabo. Questa caratteristica è comune a tutti i paesi del Medio Oriente ed è una conseguenza dell’imposizione dello Stato di Israele nella regione e un retaggio del colonialismo. Ciò non giustifica la leadership siriana ma ci indica anche chiaramente come la sua sostituzione non corrisponderebbe affatto ad un avanzamento democratico o rivoluzionario per il popolo siriano. E’ sufficiente guardare quale tipo di leadership si è impossessata del potere una volta cacciati Mubarak in Egitto, Ben Alì in Tunisia, Gheddafi in Libia o chi sta imponendo il tallone di ferro su Barhein, Yemen, Oman. Sono paesi in cui c’è gente che ha lottato seriamente per maggiore democrazia e diritti sociali più avanzati, ma chi ne sta gestendo le aspettative sono le potenze della Nato, le petromonarchie del Golfo e le componenti più reazionarie dell’islam politico. Le componenti progressiste della Primavera Araba sono state – al momento – isolate e sconfitte da questa alleanza tra potenze occidentali e le varie correnti dell’islam politico.
Dentro la crisi in corso in Siria, la leadership di Bashar El Assad ha conosciuto due fasi: una prima in cui ha prevalso la consuetudine autoritaria, una seconda in cui è cresciuto il peso politico delle forze che spingono verso la democratizzazione. I risultati delle ultime elezioni legislative non sono irrilevanti: ha votato il 59% della popolazione nonostante la guerra civile in corso in diverse parti del paese (in Francia, in condizioni completamente diverse, alle ultime elezioni ha votato il 53%, in Grecia nelle elezioni più importanti degli ultimi decenni ha votato il 62%); per la prima volta si è rotto il monopolio politico del partito di governo, il Baath, e nuove forze sono entrate in Parlamento indicando questa rottura come obiettivo pubblico e dichiarato, si è creato cioè l’embrione di uno spazio politico reale per un processo di democratizzazione del paese; le forze che si oppongono alla leadership di Assad vedono prevalere le componenti armate e settarie, un dato che si evidenzia nei massacri e attentati che vengono acriticamente e sistematicamente addossati alle truppe siriane mentre più fonti rivelano che così non è. Le forze di opposizione con una visione progressista sono ridotte a ben poca cosa e non potranno che essere stritolate dall’escalation in corso; infine, ma non per importanza, l’ingerenza esterna è quella che sta facendo la differenza. Non è più un mistero per nessuno che le forze principali dell’opposizione ad Assad siano sostenute, armate e finanziate dall’alleanza tra le potenze della Nato (Turchia inclusa) e i petromonarchi di Arabia Saudita e Qatar. E’ un’alleanza già sperimentata in passato sia in Afghanistan che nei Balcani e nel Caucaso, un’alleanza che si è rotta alla fine degli anni Novanta e poi ricomposta dopo il discorso di Obama al Cairo che annunciava e auspicava gli sconvolgimenti nel mondo arabo. Queste forze e l’alleanza internazionale che li sostiene puntano apertamente ad una guerra civile permanente e diffusa per destabilizzare la Siria. I corridoi umanitari a ridosso del confine con Turchia e Libano e la No fly zone, saranno il primo passo per dotare di retrovie sicure i miliziani dell’Esercito Libero Siriano, spezzare i collegamenti tra la Siria e i suoi alleati in Libano (Hezbollah soprattutto), destabilizzare nuovamente il Libano e rompere il Fronte della Resistenza anti-israeliana. Se il logoramento e la destabilizzazione tramite la guerra civile permanente non dovesse dare i risultati desiderati, è prevedibile un aumento delle pressioni sulla Russia per arrivare ad un intervento militare diretto delle potenze riunite nella coalizione ad hoc dei “Friends of Syria” guidata dagli Usa ma con molti volonterosi partecipanti come la Francia di Hollande o l’Italia di Monti e del ministro Terzi.
In questi anni, nelle mobilitazioni in Italia contro la guerra o per la Palestina, abbiamo registrato ripetuti tentativi di gruppi e personaggi della vecchia e nuova destra di aderire e partecipare alle nostre manifestazioni. Un tentativo agevolato dall’abbassamento di molte difese immunitarie nella sinistra e nei movimenti sul piano dell’antifascismo ma anche dalla voragine politica lasciata aperta dall’arruolamento di molta parte della sinistra dentro la logica eurocentrista, dalla subalternità all’atlantismo e dalla complicità – o al massimo dall’equidistanza – tra diritti dei palestinesi e la politica di Israele. Se la sinistra e una parte dei movimenti hanno liberato le piazze dalla mobilitazione contro la guerra, dal sostegno alla resistenza palestinese e araba ed hanno smarrito per strada la loro identità, è diventato molto più facile l’affermazione di alcuni gruppi marginali della destra e della loro chiave di lettura esclusivamente geopolitica ed eurasiatica della crisi, dei conflitti e delle relazioni sociali intesi come lotta tra potenze. I gruppi della destra veicolano un antiamericanismo erede della sconfitta subita dal nazifascismo nella seconda guerra mondiale e completamente avulso da ogni capacità di lettura dell’egemonia imperialista sia nel suo versante statunitense che in quello europeo. Una chiave di lettura sciovinista e reazionaria che nulla a che vedere con una identità coerentemente anticapitalista ed internazionalista. Non solo. La paura di gran parte della sinistra di declinare la solidarietà con i palestinesi come antisionista e anticolonialista, ha regalato a questa destra e alla sua declinazione razzista e antiebraica uno spazio di iniziativa, cultura e solidarietà che storicamente ha sempre appartenuto alle forze progressiste. Se si cede su un punto decisivo si rischia di capitolare poi su tutto lo scenario mediorientale. Se questo è già visibile anche negli altri ambiti dell’agenda politica e sociale nel nostro paese, è difficile immaginare che non avvenga anche sul piano della mobilitazione contro la guerra e sui problemi internazionali. Sulla Palestina e nella mobilitazione contro la guerra abbiamo sempre respinto ogni tentativo di connivenza con i gruppi della destra. Intendiamo continuare a farlo ma vogliamo anche segnalare che – come sul piano sociale o giovanile – è l’assenza di iniziative e la debole identità della sinistra a facilitare il compito ai fascisti, non viceversa. E’ necessario dunque che alla coerenza con le posizioni e il ruolo svolto dalle nostre reti, associazioni, organizzazioni in questi venti anni e che ha visto schierarci sempre contro la guerra senza se e senza ma, si affianchi un recupero di identità e di contenuti.
f) La seconda difficoltà che abbiamo dovuto registrare è stata quella di una lettura superficiale del nesso tra la crisi che attanaglia le maggiori economie capitaliste del mondo (Stati Uniti ed Unione Europea soprattutto) e il ricorso alla guerra come strumento naturale della concertazione e della competizione tra le varie potenze e i loro interessi strategici. Una concertazione evidente quando si tratta di attaccare e disgregare gli stati deboli (Libia, Jugoslavia, Afghanistan) , una competizione quando si tratta di capitalizzare a proprio favore i risultati delle aggressioni militari (Georgia, Iraq. Libia). Se il colonialismo classico è andato all’assalto del Sud del mondo per accaparrarsi le risorse, il neocolonialismo è andato a caccia di forza lavoro a basso costo. Ma dentro la crisi di sistema che attanaglia le maggiori economie capitaliste del mondo, queste due dimensioni oggi si sono ricomposte nella loro sintesi più alta e aggressiva. Alcuni di noi la definiscono come imperialismo, altri come mondializzazione, comunque la si chiami oggi si è riaperta una competizione a tutto campo per accaparrarsi il controllo di risorse, forza lavoro, mercati e flussi finanziari. Questa conquista ha come obiettivo soprattutto l’economia dei paesi emergenti e quelli in via di sviluppo che molti ritengono poter essere l’unica via d’uscita e valvola di sfogo per la crisi di civilizzazione capitalistica che sta indebolendo Stati Uniti ed Unione Europea. In tale contesto, la guerra come strumento della politica e dell’economia è all’ordine del giorno. Se pensiamo di aver visto il massimo degli orrori in questi anni, rischiamo di doverci abituare a spettacoli ben peggiori. L’alleanza – non certo inedita – tra potenze occidentali, petromonarchie e movimenti islamici ha rimesso in discussione molti schemi, a conferma che il processo storico è in continua mutazione e che limitarsi a fotografare la realtà senza coglierne le tendenze è un errore che rischia di paralizzare l’analisi e l’azione politica.
I firmatari di questo documento declinano in modo diverso categorie come imperialismo, mondializzazione, militarismo, disarmo, antisionismo, anticapitalismo, pacifismo, solidarietà internazionale e internazionalismo, ma convergono su un denominatore comune sufficientemente chiaro nella lotta contro la guerra e le aggressioni militari.
Per queste ragioni condividiamo l’idea di promuovere:
Il percorso comune di riflessione che ha portato a questo documento
La costituzione di un patto di emergenza per essere pronti a scendere in piazza se e quando ci sarà una escalation della Nato e dei suoi alleati contro la Siria al quale chiediamo a tutti di partecipare
l’impegno ad un lavoro di informazione e controinformazione coordinato che contrasti colpo su colpo e con ogni mezzo a disposizione la manipolazione mediatica che spiana la strada a nuove “guerre umanitarie”, anche in Siria
Sottoscrivono per ora questo documento:
Rete Romana No War
Rete Disarmiamoli
Militant
Rete dei Comunisti
Partito dei Comunisti Italiani
Forum contro le guerre
Comitato Palestina, Bologna
Comitato Palestina nel Cuore, Roma
Gruppo d’Azione per la Palestina, Parma
Collettivo Autorganizzato Universitario, Napoli
Csa Vittoria, Milano
Alternativa
Federazione Giovani Comunisti
Forum Palestina
Associazione Oltre Confine
Associazione amici dei prigionieri palestinesi, Italia
Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella
Brigate di Solidarietà e per la Pace-Brisop- Toscana
Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia – onlus
Collettivo G. Tanas Tifiamo Rivolta
“Gruppo Siria: No ad un’altra Libia”
Federazione Napoletana del Partito della Rifondazione Comunista
Redazione ALBAinFormazione
SLAI COBAS per il sindacato di classe coordinamento nazionale
Federazione Giovani Comunisti Italiani Torino
Circolo culturale ” Il minatore rosso ”
Brindisi per Gaza
Coordinamento II Policlinico Napoli
‘Ass.ne “La Casa Rossa” Milano
Associazione Ita-Nica circolo C.Fonseca Livorno
Rete Antifascista di Brescia
Comunisti Uniti
UDAP Unione Democratica Arabo palestinese
Partito dei CARC
Redazione di Marx21.it
Lotta e Unità
Laboratorio Politico Iskra
Partito Comunista del Canton Ticino (Partito Svizzero del Lavoro)
Gioventù Comunista (GC) del Cantone Ticino (Svizzera)
Sezione PdCI “Domenico Di Paolo” di Campomarino (Cb)

Sorgente: Giù le mani dalla Siria. No alla guerra contro la Siria e contro il popolo siriano – contropiano.org

Turchia: bloccata la carovana internazionale diretta a Kobane

La carovana internazionale che doveva recarsi a Kobane per portare aiuti umanitari è stato bloccata a Suruc dall’esercito turco. Partita il 12 settembre, la carovana ha come richiesta quella dell’apertura di un corridoio umanitario sul confine turco per permettere l’arrivo di aiuti alla popolazione di Kobane, per mesi sotto assedio dell’ISIS. Ascoltiamo una compagna femminista che racconta di come, invece, una delegazione di Kobane è riuscita a raggiungere gli internazionali.

Sorgente: Turchia: bloccata la carovana internazionale diretta a Kobane | Radio Onda Rossa

Tolto l’assedio a Cizre si contano i morti e i danni

La popo­la­zione di Cizre, ha dichia­rato 15 giorni fa l’autogoverno o come la defi­ni­sce il co-presidente del muni­ci­pio «l’autonomia demo­cra­tica». «Dopo pochi giorni, circa cento mezzi blin­dati dell’esercito sono entrati in città — ci spiega Fay­sal Sariy­il­diz — e un copri­fuoco con­ti­nuo è stato impo­sto a tutta la popo­la­zione. Cor­rente elet­trica, acqua e ser­vizi di comu­ni­ca­zione sono stati inter­rotti. Un incubo».

Sorgente: Tolto l’assedio a Cizre si contano i morti e i danni

SIRIA. Agli Usa solo un pugno di ribelli da addestrare

Il capo del comando militare centrale statunitense svela al Senato che solo una manciata di ribelli armati e guidati da Washington starebbe combattendo in Siria. Ora il programma di addestramento va ridimensionato. L’ennesima sconfitta siriana dell’amministrazione Obama

Sorgente: SIRIA. Agli Usa solo un pugno di ribelli da addestrare

«Eliminare le cause della guerra. E aiutare i siriani a rimanere»

Due vescovi e un medico di Aleppo.     Gli aleppini, un popolo in faticoso cammino con le taniche d’acqua a far la spola dai camioncini cisterna alle scale di casa. Gli aleppini senza elettricità che scoppiano di caldo d’estate e non sanno come scaldarsi d’inverno. Gli aleppini e in genere i siriani ormai all’80% […]

Sorgente: Pressenza – «Eliminare le cause della guerra. E aiutare i siriani a rimanere»

Palmyra. L’Occidente ha armato la mano degli assassini

Marinella Correggia

Palmyra. L’Occidente ha armato la mano degli assassini
(Foto di Università di Milano)

 

Ipocrisia del Pd e di tutti gli altri sostenitori di guerre

Dopo l’ennesimo indicibile orrore, l’esecuzione a Palmyra dell’82enne archeologo siriano Khaled al Asaad, per mano dei terroristi del sedicente Stato islamico, in Occidente è una corsa da parte di tutti – governi, giornalisti, politici – a fregiarsi della sua memoria.  Strumentalizzando la sua morte. Ad esempio il martire sarà commemorato alle feste del Pd, ha comunicato il premier Renzi.

Peccato che molte delle organizzazioni e persone che ora si dichiarano commosse e indignate, in testa a tutti il Pd, da anni sostengano in vario modo la guerra in Siria e nel 2011 abbiano appoggiato la guerra Nato in Libia. A questi smemorati va ricordato quanto segue:

–          Il sedicente Stato islamico (nato in Iraq dopo il 2003 grazie alla guerra di Bush) è cresciuto perché in Libia la Nato (Italia compresa) è stata la forza aerea delle milizie terroriste e razziste che hanno distrutto il paese e poi sono dilagate in Africa subsahariana e in Siria;

–          In Siria lo Stato islamico è cresciuto (espandendosi dal 2014 anche in Iraq) con l’arrivo di combattenti stranieri grazie al flusso di aiuti materiali e all’appoggio politico dei paesi della Nato e delle petro-monarchie del Golfo, uniti nel cosiddetto gruppo di “Amici della Siria” (ora “Gruppo di Londra”), a vantaggio dei vari gruppi armati di opposizione. Questo ha alimentato – anche a colpi di propaganda e menzogne – una guerra che ha ucciso la Siria. E ha boicottato la pace.

–          Eppure già dal 2012, come dimostrano documenti Usa desecretati e come tutti sapevano, l’opposizione armata era dominata da gruppi che miravano alla formazione di un califfato in Siria.

–          Gli aiuti Nato/Golfo all’opposizione armata sono aiuti a gruppi estremisti, perché sono evidenti le porte girevoli fra le diverse formazioni, che sul campo o si alleano o cedono armi e uomini ai più forti. Il cosiddetto Esercito siriano libero è un guscio vuoto.

–          L’appoggio a estremisti presenti o futuri continua: Usa e Turchia sono impegnati nel programma di addestramento e fornitura militare alla “Nuova forza siriana” (i cui adepti poi rifiutano di combattere contro l’Isis o si arrendono ad Al Nusra); Arabia saudita e Qatar continuano nell’appoggio finanziario perché la guerra vada avanti.

–          L’Italia sta zitta. Pochi giorni fa il ministro  Gentiloni ha accolto l’omologo saudita, impegnato anche a distruggere lo Yemen con la connivenza internazionale

thanks to: Pressenza

Perché la Siria vince: avanza verso una vittoria strategica che trasformerà il Medio Oriente

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La Siria sta vincendo. Nonostante lo spargimento di sangue e la grave pressione economica, la Siria avanza verso la vittoria militare e strategica che trasformerà il Medio Oriente. Vi sono prove evidenti che i piani di Washington, per il ‘cambio di regime’, sabotaggio dello Stato o smembramento del Paese su linee confessionali, sono falliti. Fallimenti che saranno fatali per il sogno degli Stati Uniti, annunciato una decina di anni fa da Bush figlio, di un servile ‘Nuovo Medio Oriente’. La vittoria della Siria è una combinazione di solido sostegno popolare all’esercito nazionale, di fronte al circolo vizioso dei settari islamici (taqfiri), fermo sostegno degli alleati più stretti e frammentazione delle forze internazionali contrarie. Le difficoltà economiche, compresi blackout regolari, sono peggiorati ma non hanno spezzato la volontà del popolo siriano di resistere. Il governo assicura che gli alimenti di base siano accessibili e mantiene istruzione, salute, sport, cultura e altri servizi. Una serie di Stati ostili ed agenzie delle Nazioni Unite riprendono i rapporti con la Siria. La sicurezza migliora, il recente accordo delle grandi potenze con l’Iran e altre mosse diplomatiche favorevoli sono tutti segnali che l’Asse della Resistenza si rafforza. Non ne sapreste molto dai media occidentali, che mentono persistentemente sul carattere del conflitto e della crisi. Le caratteristiche principali di tale inganno sono nascondere il sostegno della NATO ai gruppi taqfiri, strombazzarne le avanzate ed ignorare le controffensive dell’esercito siriano. In realtà, i terroristi filo-occidentali non hanno compiuto alcun progresso strategico con una marea di combattenti stranieri che li aiuta ad occupare parte di Aleppo da metà 2012.

Perché la Siria vince: avanza verso una vittoria strategica che trasformerà il Medio Oriente | Aurora.

Resistenza quotidiana.: Venite a vedere, comprendere e supportare questa rivoluzione!

Con questo appello invitiamo singoli, organizzazioni, collettivi a partecipare alla nostra lotta di liberazione, liberazione non solo dei curdi per la propria terra, ma in primo luogo liberazione dal potere dello Stato e del capitalismo. Vi invitiamo a venire in Rojava, cantone di Cizire.

Il Rojava è un pezzo di terra in buona parte liberato dalla presenza dell’ISIS ma sotto embargo: un embargo portato avanti contro di noi non solo dalla Turchia ma anche dal Kurdistan iracheno, che non apprezza il modello di società differente che stiamo mettendo in pratica. Questo embargo ha effetti sulla scarsità di generi di prima necessità, ma soprattutto sulla carenza di medicine e attrezzature mediche necessarie per curare i feriti. Ci sono anche migliaia di martiri, di persone ammazzate dalla guerra: in molti hanno perso la famiglia e la casa.

viaResistenza quotidiana.: Venite a vedere, comprendere e supportare questa rivoluzione!.

Fermare la guerra e la distruzione di Siria, Iraq e Yemen

TRE ASSOCIAZIONI FIRMANO UN APPELLO CONTRO LA DISTRUZIONE DI SIRIA, IRAQ E MEDIORIENTE

L’urgenza è assoluta. L’avanzata mortale del sedicente Stato islamico e di altri gruppi fanatici in Siria e Iraq – ma anche in Yemen – può finire di uccidere il Medioriente ed è il frutto della complicità e cecità dei paesi Nato e delle petromonarchie loro alleate. Il documento che segue, firmato da tre organizzazioni di attivisti e fondato su fatti inequivocabili, intende lanciare l’allarme. Si rivolge a tutti. Tutti possono agire. Basta con l’inerzia degli ultimi anni. I popoli e i movimenti devono far pressione sui governi coinvolti in questa immane tragedia affinché si dissocino e boicottino chi l’ha provocata e ne è tuttora complice diretto o indiretto. Ma ci rivolgiamo anche ai paesi non occidentali (popoli e governi), affinché prendano in mano la situazione, isolando appunto i responsabili diretti e indiretti. (Marinella Correggia).

Dunque l’Occidente vuole che l’Isis prenda Siria, Iraq, Yemen…?  L’evidente incapacità della sedicente “coalizione internazionale anti-Isis” di fronte all’avanzata di terroristi – non solo Isis – in Siria e Iraq è forse frutto di una strategia? Il ministro Alfano ha detto in Parlamento: “Facciamo parte della grande comunità occidentale che combatte al meglio il terrorismo”. Doveva dire: “La comunità occidentale che aiuta al meglio il terrorismo”.

Perché in Iraq a Ramadi nella provincia di Anbar la sedicente coalizione anti-Isis non è riuscita a fermare con bombardamenti aerei una visibilissima e isolata colonna motorizzata di terroristi armati nel deserto iracheno? Come mai gli Usa hanno intimato giorni fa al governo iracheno di respingere nelle retrovie le milizie sciite anti-Isis, e lo stesso è accaduto a Tikrit?

Come mai l’Italia non vede quel che sta succedendo a Palmira e in tante altre parti della Siria dove l’avanzata dei terroristi lascia una scia di assassini settari? Come mai non vede che se le forze jihadiste prenderanno il paese, la mattanza in corso si estenderà dappertutto assumendo dimensioni inimmaginabili di vendetta settaria e catastrofe umanitaria? Presto non ci sarà un luogo dove fuggire. L’unica forza residua che può contrastare questa funesta prospettiva è il governo e l’esercito siriano, in grave difficoltà per la mancanza di rifornimenti e – ormai – la scarsità di uomini. Quindi esortiamo i governi coinvolti a far prevalere la ragione. Mettere da parte ogni considerazione di natura politica e salvaguardare la vita umana: il pericolo che incombe non è solo un pericolo per i siriani, è un pericolo per tutti, è il pericolo che diciamo a parole di voler fronteggiare anche nei nostri paesi. Bisogna togliere dall’agenda l’obiettivo di rovesciare il governo siriano.

Perché invece l’Occidente lavora per indebolire l’esercito siriano, avversario dell’Isis, addestrando i gruppi armati islamisti – lo fanno gli Usa in Turchia e Giordania con la coalizione di salafiti, al Nusra, Fratelli musulmani detta Esercito della Conquista che controlla Idlib?

Perché l’Italia e i paesi occidentali non interrompono le collusioni dirette e indirette che favoriscono l’avanzata delle forze jihadiste in Siria e Iraq, dove diversi membri della sedicente coalizione anti-Isis (Arabia saudita, Turchia, Qatar, Stati uniti) continuano ad appoggiare – violando oltretutto il diritto internazionale l’avanzata di gruppi terroristi rifornendoli di armi e denaro, facendoli passare attraverso le frontiere, addestrandoli? Del resto da documenti statunitensi de-secretati, questa strategia in funzione antiAssad era già portata avanti dall’Intelligence Defence Agency nel 2012

Perché il sedicente “Gruppo di lavoro per il contrasto al finanziamento dello Stato islamico” presieduto da Arabia Saudita, Italia e Stati uniti non fa nulla?  Doveva contrastare lo sfruttamento delle risorse della regione (petrolio, beni archeologici, depositi bancari trafugati), interrompere il flusso di fondi dall’estero (donazioni o riscatti). In due mesi ha forse fatto il contrario? L’Isis ottiene quel che vuole ed “esporta” petrolio. A chi?

Perché l’Italia ha come primo acquirente di armi l’impresentabile Arabia saudita con il rischio che i sauditi regalino armi italiane all’Isis o ad altri gruppi terroristi?  Secondo lo stesso ex ambasciatore statunitense in Siria Robert Ford, ha praticamente fondato – con consenso Usa – l’Isis nella regione per destabilizzare Siria e Iraq, alleati dell’Iran.

Perché l’Italia non si è opposta ai bombardamenti dell’Arabia saudita sullo Yemen che hanno causato moltissimi morti civili e danni enormi in un paese povero, favorendo al Qaeda? Perché l’Italia continua a essere complice della distruzione di interi paesi?

Perché la sedicente Coalizione anti-Daesh raduna i padrini di tutte le al Qaede, Stati che hanno alimentato, protetto, foraggiato, politicamente agevolato i gruppi terroristi? Prima con la guerra di Bush in Iraq. Poi con la guerra della Nato in Libia nella quale la Nato fece da aviazione a gruppi estremisti poi migrati nell’Isis . Poi con il sostegno a “ribelli” siriani.

Firmato: Rete No War, Coordinamento nazionale SiriaPax, Assadakah Centro italo-arabo e del Mediterraneo

thanks to: Pressenza

Sugli ultimi avvenimenti all’Università La Sapienza, tra ingerenze e disinformazione

I compagni italiani ed arabi residenti a Roma denunciano il crescente clima di repressione venutosi a creare negli ultimi mesi in città rispetto a tutte le manifestazioni di solidarietà e sostegno alla causa palestinese.

Abbiamo assistito ad ingerenze, senza precedenti storici, da parte dell’ambasciata israeliana mobilitatasi con il fine di impedire e/o vietare il libero svolgimento di iniziative politiche su tema Palestina e Medio Oriente. Tale ostracismo ha addirittura riguardato la costruzione di dibattiti all’interno di Istituti pubblici di formazione, quali Università e scuole medie superiori. La censura ha riguardato in particolar modo, e la selezione non è casuale, tutte le espressioni di vicinanza e di vera informazione sull’occupazione sionista e sull’aggressione imperialista che, da oltre quattro anni, flagella la popolazione siriana.

Negli atenei de La Sapienza e di Roma 3, iniziative già autorizzate dai vertici accademici sono state in tutta fretta cancellate e, nella migliore delle ipotesi, trasferite in spazi privati dove si sono svolte in un’atmosfera tutt’altro che serena. Al solo richiamo dell’ambasciata d’Israele i rettori si sono sentiti costretti, a dispetto di ogni protocollo diplomatico, a revocare le autorizzazioni a poche ore dall’inizio degli incontri pubblici (COMUNICATO: INGERENZA SIONISTA SU CAMPAGNA “NO EXPO NO ISRAELE”).

Forte è la preoccupazione e lo sdegno, a seguito di questi gravi episodi, provato da molti compagni e amici della Palestina, i quali non hanno voce all’interno dei media mainstream, informazione chiaramente assoldata a tempo pieno nell’incessante diffusione della propaganda sionista ed imperialista.

Ci troviamo a fronteggiare un attacco disonesto che purtroppo non si esaurisce nell’ostile, quanto prevedibile, atteggiamento dell’apparato sionista in Italia. Come se non bastasse, falsi amici della causa palestinese veicolano questa propaganda interventista, promuovendo iniziative che contribuiscono ad amplificare la visibilità di giornalisti e tecnici della menzogna.

Nella medesima Università in cui permane un effettivo divieto di costruire spazi reali di confronto sulle complesse dinamiche del mondo arabo, hanno viceversa ampia agibilità una serie di manovre volte a confondere, strumentalizzare e disinformare studenti e studentesse.

Il giorno 3 marzo sono comparsi nell’atrio del dipartimento di Fisica, Università de La Sapienza, tazebao che pubblicizzano una “Iniziativa sulla Rivoluzione Siriana” prevista per il prossimo 12 marzo nel medesimo dipartimento. Ad accompagnare la locandina, è stata esposta la bandiera del cosiddetto Esercito Libero Siriano. Lo sfoggio di tali simboli ha creato e crea un clima pesante, all’interno delle mura universitarie e non, in quanto riconosciamo in essi la mistificazione, dietro una parvenza “rivoluzionaria”, dell’aggressione imperialista alla Siria, alla quale il nostro paese collabora sia direttamente che indirettamente.

Non ritenendo più tollerabile tutto questo, dopo un pacato tentativo di confronto con gli organizzatori dell’iniziativa, abbiamo quindi sentito la necessità di rimuovere questi simboli dagli spazi universitari. La stessa sera abbiamo affisso dei manifesti all’interno della città universitaria, allo scopo di fare chiarezza sulla posizione della sinistra palestinese riguardo l’aggressione imperialista in Siria.

Nel nostro manifesto, a dimostrazione del sentimento di amicizia tra il popolo palestinese e il popolo siriano, abbiamo scelto di prendere in prestito le parole della compagna Leila Khaled: ”Sto gridando con quanto fiato ho in corpo: siamo con l’esercito siriano e il popolo della Siria. Abbiamo fiducia nel popolo siriano, che ha offerto protezione a noi palestinesi e ci accoglie nella sua terra da oltre sessanta anni. Siamo sicuri che riusciranno a sormontare questo problema”.

Una frase come quella espressa dalla compagna Leila non avrebbe potuto in alcun caso né sorprendere né indignare nessun sincero sostenitore della causa palestinese. Tuttavia, i manifesti sono stati imbrattati con puerili insulti. Evidentemente, il nostro intervento ha fatto cadere la maschera a chi si è mimetizzato troppo a lungo all’interno dell’ambiente della solidarietà internazionale.

Condannando il gesto offensivo, diretto alla sinistra palestinese e ad uno dei suoi più autorevoli membri, Leila Khaled, continueremo con tutte le nostre forze a sostenere la Verità e ad alimentare un sincero spirito internazionalista che è poi quello che ci distingue da chi, consapevolmente o meno, si fa strumento dell’imperialismo e della sua propaganda.

Chiamiamo ad un confronto i compagni e le compagne interessate il giorno lunedì 9 marzo, ore 16:00, davanti al vecchio edificio di Fisica, Università La Sapienza. Successivamente alla discussione verrà effettuato un nuovo attacchinaggio (di gruppo) per coprire le scritte volgari, riutilizzando il manifestino originario.

Compagni italiani e arabi residenti a Roma

Una prima risposta degli studenti e delle studentesse dell’Università La Sapienza

Il Comitato del Martire Ghassan Kanafani, in sinergia con l’Unione Studenti Arabi ed Italiani, raccogliendo il malcontento di studenti e studentesse riguardo i recenti avvenimenti all’Università La Sapienza (link), ha chiamato ieri, lunedì 9 marzo, ad un’assemblea ospitata all’interno del Dipartimento di Fisica.

Diverse sono state le realtà, singoli studenti e studentesse che hanno risposto all’appello, segno evidente di una comune volontà di reagire e di non concedere più spazio di manovra all’opportunismo ed alla disinformazione sui temi che abbiamo a cuore. Nel corso dell’incontro è stata raggiunta una piena condivisione di intenti sulla necessità di un lavoro politico e di documentazione da iniziare assieme presso i nostri atenei che, lungi dall’essere ‘in rivolta’ (come a qualcuno piace pensare) ci appaiono piuttosto distratti ed abbandonati a loro stessi. Dopo questo proficuo scambio di considerazioni, abbiamo ristabilito il decoro per le vie interne della città universitaria con un attacchinaggio di gruppo (link al manifesto). Sono state quindi finalmente coperte le vergognose scritte e gli imbrattamenti effettuati qualche giorno fa. Naturalmente, gli autori del grave gesto che ha preso di mira la degna lotta del popolo palestinese e l’eroica resistenza di chi, senza concessioni, si batte contro l’imperialismo, ora si guardano bene dal manifestarsi alla luce del giorno assumendosi le proprie responsabilità.

Per quanto ci riguarda, garantendo una presenza costante e continuativa, assieme ai compagni italiani ed arabi che ci vorranno affiancare, ci impegniamo nelle prossime settimane in una campagna di vera informazione tramite volantinaggi, banchetti ed iniziative.

thanks to: kanafani.it

PalestinaRossa

IRAQ. Trovato l’arsenale chimico di Saddam. Glielo hanno venduto gli Stati Uniti

L’avanzata dell’Isis svela le bugie della Casa Bianca: le armi con cui Bush giustificò l’invasione dell’Iraq erano di fabbricazione Usa, assemblate in Europa e vendute al leader iracheno durante la guerra con l’Iran.

 

I resti delle armi chimiche nell'impianto iracheno di Muthanna (Foto: Getty Image)

di Chiara Cruciati

Roma, 16 ottobre 2014, Nena News – Ecco dov’erano finite le armi chimiche di Saddam Hussein, quelle dietro le quali l’allora presidente Bush si nascose per invadere l’Iraq e occuparlo per otto anni. Una bufala, secondo tanti, che ancora oggi pesa sulla fragile reputazione del guerrafondaio Bush, ma soprattutto sulla popolazione civile irachena alle prese con settarismi interni che stanno smembrando il paese. Di armi non se ne trovarono, ma l’Iraq fu fatto a pezzi.

Oggi ricompaiono. Grazie all’Isis. Rapporti degli ultimi giorni mostrano – con allegate fotografie – le strane ferite e le bruciature sui corpi di curdi morti intorno a Kobane a luglio, quando lo Stato Islamico tentò il primo assalto all’enclave curda siriana. Le prove raccolte, le foto e i racconti dei testimoni portano in una direzione precisa: l’Isis ha usato armi chimiche. Dove le ha prese? Alcuni hanno avanzato l’ipotesi che gli islamisti di al-Baghdadi ne abbiano fatto incetta a Raqqa, città siriana oggi roccaforte dell’Isis. Insomma, che siano armi dell’arsenale del presidente Bashar al-Assad.

Secondo altri è più probabile che le armi in questione siano state il bottino della presa di Muthanna, base militare irachena, a ovest di Baghdad, occupata dall’Isis già a giugno scorso. All’interno, aveva fatto sapere l’esercito iracheno alle Nazioni Unite, si trovavano anche armi chimiche, circa 2.500 missili. All’epoca la Casa Bianca aveva minimizzato: si tratta di armi vecchie, risalenti agli anni ’80, ormai inutilizzabili perché corrose. A dirlo erano stati i soldati di stanza tra il 2004 e il 2010 in Iraq, aveva fatto sapere a giugno Washington.

Eppure quelle armi sono state utilizzate e si sono dimostrate macabramente efficaci. Ma di chi sono queste armi? Come sono finite nei magazzini di Saddam Hussein? Di fabbricazione statunitense, assemblate in Europa, erano state vendute al leader iracheno da Belgio, Francia e Italia negli anni Ottanta, ovvero durante la lunga guerra tra Iraq e Iran. L’Occidente rifornì Saddam di armi che vennero usate contro i curdi poco tempo dopo.

Non solo. Gli Stati Uniti lo sapevano bene ma lo hanno tenuto nascosto. Secondo il New York Times, il governo Usa ha evitato di far sapere di aver trovato l’arsenale in Iraq, nonostante dopo il 2003 (anno dell’invasione del paese) 17 soldati Usa e 7 poliziotti iracheni siano stati feriti dal nervino delle armi chimiche in questione. “Dal 2004 al 2011 truppe americane e truppe irachene se le sono trovate di fronte più volte e sono state ferite in almeno sei occasioni da armi chimiche del tempo di Saddam – scrive il giornale – Le truppe Usa hanno segretamente fatto rapporto su 5mila missili o bombe d’aviazione chimiche, secondo le interviste raccolte tra soldati americani e iracheni, poi girate all’intelligence secondo quanto previsto dal Freedom of Information Act”.

“Gli Stati Uniti sono andati in guerra dichiarando di dover distruggere le armi di distruzione di massa. Le truppe americane le hanno gradualmente trovate e hanno sofferto per l’esposizione ai resti di armi che sono state costruite in collaborazione con l’Occidente”. Il portavoce del Pentagono, John Kirby, ieri ha risposto in conferenza stampa alle accuse, limitandosi a dire di non poter parlar “di quali decisioni o ordini furono date ai comandi militari o allo staff medico all’epoca. È successo molto tempo fa e si tratta di scelte prese dallo staff su base individuale”. Il segreto di Pulcinella: i soldati feriti sono stati curati dal servizio sanitario esercito negli anni successivi all’occupazione.

Le ragioni di tale silenzio sono chiare: le armi dell’arsenale del nemico Saddam erano state prodotte negli Stati Uniti, assemblate in Europa e riempite di agenti chimici in Iraq da compagnie occidentali. Così si disfaceva il castello di carte del presidente Bush: difficile giustificare una guerra all’Iraq con la presenza di armi chimiche, di un arsenale nascosto, che gli stessi Stati Uniti avevano venduto ben prima del 1991.

thanks to: Nena News

Intervista ad Ahmad Sa’adat: “Cessare i negoziati, rinnovare l’unità nazionale e ricostruire la resistenza”

Nella primavera del 2002, al culmine della seconda intifada in Cisgiordania[…] le forze israeliane portarono avanti campagne di arresti ad ampio raggio in tutti i territori occupati e invasioni su larga scala di numerose città palestinesi. Ahmad Sa’adat […] [rappresenta una ] delle figure politiche palestinesi più importanti e conosciute arrestate in quella campagna, diventando nel tempo anche un leader del movimento dei prigionieri.

Ahmad Sa’adat è il segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) ed ex membro del Consiglio Legislativo Palestinese (CLP). È il funzionario di più alto rango appartenente a una fazione palestinese attualmente imprigionato dal regime israeliano di occupazione. La prigionia di Saadat non è atipica per i leader politici in Palestina, molti dei quali sono stati arrestati e detenuti, con o senza accuse, da Israele. Tuttavia, ad essere uniche erano le circostanze dell’arresto iniziale di Saadat ed i primi quattro anni della sua detenzione.

Uno degli aspetti critici degli arresti del 2002 era la collaborazione di sicurezza tra l’Autorità Palestinese (AP) e le forze di occupazione israeliane. Grazie al suo alto profilo e al livello di coinvolgimento dell’AP, l’arresto di Saadat si distingue in particolare come uno degli esempi più eloquenti di questa stretta cooperazione. […]

Giudicato da un tribunale militare israeliano nel 2006, Saadat è stato condannato come leader di un’organizzazione terroristica illegale. Nel periodo di detenzione israeliana, tra cui tre anni di isolamento, Saadat ha partecipato a numerosi scioperi della fame per migliorare le condizioni dei detenuti, e dal 2011 è stato uno dei leader più risoluti del movimento dei prigionieri. Nella politica palestinese, Saadat è diventato il simbolo di molte cose: il militante tenace (munadil), la vittima del tradimento dell’AP, il leader del partito, il prigioniero, e altro ancora. Ma Saadat è anche un fratello, un marito, un padre e ora un nonno. Come molti prigionieri, anche lui ha subito una serie di restrizioni non solo al suo lavoro politico, ma anche alla possibilità della sua famiglia di fargli visita in carcere e, come prolungamento della pena israeliana, alla loro [dei membri della famiglia, ndt] possibilità di ottenere permessi per viaggi personali e, pertanto, ai loro movimenti quotidiani. […]

In che modo la prigione ha cambiato la tua vita personale? Qual è il significato della tua vita? Come vedi e come ti tieni aggiornato sulla situazione politica? Puoi scrivere?

La mia esperienza carceraria ha forgiato ed ha temprato allo stesso tempo la mia visione politica e la mia appartenenza di partito, ma il tempo che ho trascorso in prigione è stato anche arricchito dalla mia esperienza di lotta vissuta al di fuori [della prigione, ndt]. A intermittenza, ho trascorso un totale di 24 anni in carcere, ed eccomi qui, incarcerato ancora una volta con il resto dei miei compagni. Passo il mio tempo a leggere e ad impegnarmi in attività legate alla nostra lotta di prigionieri, che comprende l’istruzione dei miei compagni e l’insegnamento di un corso di storia all’interno del programma dell’Università di Al-Aqsa. La maggior parte dei miei scritti riguarda le esigenze dell’organizzazione dei prigionieri del PFLP e le questioni di interesse nazionale. Cerco anche di sostenere i membri della dirigenza del FPLP all’esterno ogni volta che posso. Se dovessi descrivere in che modo la detenzione attuale mi ha cambiato, lo riassumerei dicendo che osservo gli eventi politici con più distacco in quanto mi è stata offerta l’opportunità di non essere immerso nei piccoli problemi quotidiani del lavoro politico e di organizzazione all’esterno. Questa prospettiva non ha fatto altro che rafforzare la mia convinzione della solidità della visione del FPLP dal punto di vista ideologico, politico o in termini pratici, comprese le sue posizioni sulle questioni urgenti ed esistenziali attualmente al centro della polemica: i negoziati, la riconciliazione [intra-palestinese] e le prospettive di uscita dalla crisi e dall’impasse attuale.

Sei stato arrestato nel 2002 e detenuto in una prigione dell’AP di Gerico sotto la supervisione di guardie americane e britanniche. Nel marzo 2006, sei stato trasferito in una prigione israeliana e condannato a trent’anni. Puoi fare un confronto tra la tua esperienze sotto “custodia internazionale” e nelle prigioni israeliane?

In breve, la detenzione sotto controllo britannico e americano ha reso evidenti le aberrazioni causate dal processo di Oslo. Sotto il cosiddetto Accordo Gaza-Gerico, sono stato messo in prigione a Gerico dall’AP, per conto degli israeliani, sotto la supervisione americana.

Per ragioni politiche, in particolare per la campagna elettorale del partito Kadima di quell’anno, il governo israeliano dichiarò nel 2006 che ero di loro competenza, svelando il vero significato del termine “al-Himaya” [1] – l’appellativo usato per descrivere l’ondata di arresti politici eseguiti dall’AP in conformità con i dettami israeliani di sicurezza. Il termine fu propinato dall’AP al pubblico per giustificare l’ondata di arresti.

In sostanza, la mia opinione è che [a Gerico], gli americani e gli inglesi si siano accordati con gli israeliani, e le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese si siano arrese, mettendoci nell’impossibilità di difenderci o di combattere per la nostra libertà. Mi duole dire che da questo assurdo episodio non è stata imparata alcuna lezione né è stata tratta alcuna conclusione e che, sotto diversi nomi, continuano ad essere svolte altre operazioni ugualmente sbagliate.

In pratica, a gestire la prigione di Gerico erano sorveglianti stranieri, e il ruolo dei funzionari palestinesi, dal ministro degli Interni al più umile poliziotto, era semplicemente quello di far rispettare le direttive e le condizioni base degli israeliani. Questo ha condotto alla nostra detenzione ma anche all’arresto di decine di altri militanti, rastrellati sia a Gerico che in altri luoghi. Essere in una prigione israeliana è un’esperienza completamente diversa: lì ci troviamo di fronte alla deliberata politica israeliana di spezzare la nostra volontà, calpestare i nostri diritti umani e fiaccare le nostre energie da militanti. Per i detenuti in generale, e per i capi del movimento dei prigionieri in particolare, la prigione diventa a tutti gli effetti un altro campo di battaglia contro l’occupazione.

Puoi descrivere il rapporto con la tua famiglia durante il periodo di detenzione, e il rapporto con il tuo nuovo nipote?

Per me come essere umano, la mia famiglia, per quanto stretta o larga la si possa intendere, è stata e rimane la parte maggiormente lesa. Hanno pagato un prezzo pesante per i miei continui arresti, pur rimanendo una delle principali fonti di sostegno per me come militante.

Mio fratello, Muhammad, è caduto nel fiore della sua giovinezza; i miei genitori, i miei fratelli e i miei figli sono tutti stati privati ​​del mio amore per loro. Fatta eccezione per mia moglie, Abla, e mio figlio maggiore, Ghassan, le cui carte di identità di Gerusalemme permettono loro di viaggiare fino al carcere senza bisogno di un permesso da parte degli israeliani, negli otto anni trascorsi dal mio ultimo arresto la mia famiglia non ha potuto farmi visita. Per quattro anni e mezzo, tre dei quali trascorsi in isolamento, perfino Abla e Ghassan non hanno potuto visitarmi, e la mia comunicazione con loro si limitava alle lettere.

In breve, ho gravemente trascurato i miei doveri nei confronti della mia famiglia. Spero che arrivi il giorno in cui potrò farmi perdonare, per quanto tardivamente. Per quanto riguarda la mia nipotina, lei ha ereditato i geni della “minaccia per la sicurezza”, così, in assenza di una parentela di primo grado [2], le è stato impedito di visitarmi – per non parlare naturalmente delle onnipresenti “ragioni di sicurezza”.

Come passi le tue giornate in prigione? E come tieni il passo con gli affari del FPLP? La prigionia ti limita in questo proposito? Fai affidamento sulla leadership esterna per guidare il partito?

Cerco di conciliare i miei impegni di partito con i miei impegni globali di nazionalista sia in carcere che all’esterno. Naturalmente, il fatto che io sia in prigione limita la mia capacità di adempiere ai miei doveri di segretario generale del FPLP: perciò faccio affidamento sullo spirito collegiale dei miei compagni nella direzione del partito e sui processi democratici che regolano l’esercizio della loro leadership. Questi due fattori hanno contribuito all’iniezione di sangue fresco nelle nostre file. I giovani rappresentavano oltre la metà dei partecipanti al nostro recente congresso.

Il FPLP ha recentemente tenuto il suo congresso nazionale [3]. Anche se i risultati e le risoluzioni non sono stati resi pubblici, è trapelata la notizia di un grande dissenso che ha offuscato l’incontro e ha portato alle dimissioni di ‘Abd al-Rahim Malluh, il vice Segretario generale, nonché di alcuni funzionari di alto rango. Abbiamo anche sentito che il congresso ha insistito sulla tua candidatura come leader del partito. Non credi che la detenzione prolungata ostacoli la tua leadership del partito e perché il FPLP non ha proposto ad altri di unirsi alla leadership?

Dato che siamo un partito democratico di sinistra, le differenze di opinione e di giudizio all’interno della leadership sono solo naturali. Non siamo l’uno la fotocopia dell’altro, il che sarebbe contro natura. Tuttavia, non è a causa delle nostre differenze che un certo numero di compagni ha lasciato la leadership del partito – e non uso la parola “dimissioni” perché sono ancora membri del PFLP. Il partito beneficerà ancora della loro presenza e partecipazione, dal momento che continueranno a dare il loro contributo grazie alla loro preziosa e variegata esperienza di militanti. Come hanno affermato in diversi media, il motivo che li ha spinti a lasciare i posti che occupavano è stato quello di aprire la strada dei vertici della dirigenza ad una serie di giovani quadri.

Qui devo ribadire la mia stima e il mio apprezzamento per questa iniziativa, che ha ulteriormente consolidato il percorso già intrapreso dai nostri leader fondatori, tra i quali George Habash, Abu Maher al-Yamani e Salah Salah. Per quanto riguarda la mia rielezione come segretario generale nonostante la mia reclusione: questa non è stata una mia scelta personale, ma la scelta dei miei compagni – i delegati al congresso ed i quadri del partito. Considero mio dovere rispettare la loro fiducia in me, e raddoppiare i miei sforzi nell’adempiere alle sfide derivanti dalle mie responsabilità.

Pensi che il Documento dei prigionieri (Documento di riconciliazione nazionale) [4] sia ancora valido? E se sì, che cosa ostacola la sua attuazione? Se il documento ha bisogno di modifiche, quali cambiamenti proponete?

Il documento dei prigionieri resta una base politicamente valida per arrivare alla riconciliazione e rinnovare l’unità nazionale. Inoltre, esso stabilisce il quadro generale della struttura organizzativa, con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) come avanguardia, fondata sul nazionalismo democratico, vale a dire, ove possibile, elezioni democratiche e partecipazione popolare.

In realtà, il documento è già stato modificato dagli accordi scaturiti da anni di colloqui bilaterali tra Fatah e Hamas. Questo comporta necessariamente la revisione e la ricostruzione delle istituzioni dell’OLP, in particolare il Consiglio Nazionale Palestinese (CNP). Inoltre, favorirà il consolidamento del documento e ci permetterà di passare dalla co-esistenza politica nell’arena di palestinese alla vera unità nazionale, sia in termini di azioni che di programmi.

A causa delle circostanze che hanno portato alla sua creazione, il testo del documento dei prigionieri presenta alcune ambiguità in alcuni punti, in particolare per quanto riguarda l’approccio ai negoziati e la strategia più efficace da adottare nel contrastare l’occupazione.

Venti anni dopo Oslo, non c’è né la pace né uno stato – solamente trattative e divisione politica. Come si supera questo stallo?

Trascorsi due decenni, gli esiti dei negoziati hanno definitivamente dimostrato che è inutile continuare il processo secondo il quadro di Oslo.

Per quanto mi riguarda, la continuazione degli inutili negoziati e l’attuale divisione nella classe politica palestinese sono indistinguibili. Il presupposto per la creazione e il consolidamento dell’unità nazionale è nell’impegno unanime verso una piattaforma politica chiara e unitaria fondata su un compromesso tra le varie forze e correnti all’interno del movimento nazionale palestinese.

Pertanto, se vogliamo superare l’attuale fase di stallo, dobbiamo smettere di puntare tutto sui negoziati e non prendervi più parte. Se queste dovessero continuare, allora come minimo il gruppo interessato deve riportare i negoziati sulla pista giusta tenendo fede ai principi e alle condizioni già definite, e cioè: la fine degli insediamenti, il ricorso alle risoluzioni delle Nazioni Unite e il rilascio dei prigionieri e dei detenuti. Questo presuppone ripartire dal successo ottenuto con la nostra adesione alle Nazioni Unite come Stato non membro al fine di elaborare un approccio globale per cui la questione palestinese viene essere risolta sulla base del diritto internazionale, come espresso nelle dichiarazioni e nelle risoluzioni delle Nazioni Unite alle quali Israele deve conformarsi; e infine, insistere nella nostra richiesta di adesione a tutte le istituzioni delle Nazioni Unite, in particolare alla Corte Internazionale di Giustizia.

Infine, dobbiamo lavorare per attuare i termini dell’accordo di riconciliazione formando subito un governo di riconciliazione nazionale e mettendo in piedi una struttura direzionale di transizione. Il compito di questa istituzione transitoria sarebbe quello di impegnarsi nella ricostruzione e nel rafforzamento dell’OLP e nell’organizzazione delle elezioni legislative e presidenziali dell’AP, nonché delle elezioni del Consiglio nazionale palestinese [CNP] entro sei mesi (anche se questo lasso di tempo può essere esteso, se necessario). L’aspetto di gran lunga più importante, però, è che la popolazione deve essere mobilitata intorno ad una piattaforma politica unitaria di resistenza nazionale in tutte le sue forme.

Dove ci porteranno i negoziati in corso secondo lei?

Chi ha seguito le posizioni del governo israeliano e statunitense capisce che le probabilità di raggiungere un accordo politico sancito dal diritto internazionale e dalle risoluzioni delle Nazioni Unite, vale a dire, in conformità con i diritti del popolo palestinese al ritorno, all’autodeterminazione e all’indipendenza nazionale, sono pari a zero.

Credo che nessun leader palestinese, non importa quanto flessibile, sia in grado di soddisfare le richieste israeliane o americane e abbandonare questi principi fondamentali. Tutt’al più, i negoziati non faranno altro che prolungare la gestione delle crisi fornendo una copertura per i progetti israeliani di insediamento coloniale sul terreno, per scongiurare il biasimo internazionale e per imporre la propria visione di un soggetto politico palestinese pari a poco più che un protettorato. Inoltre, i negoziati consentono agli Stati Uniti di disinnescare le tensioni e contenere il conflitto in Palestina, e di concentrarsi sulle questioni regionali che ritiene fondamentali, vale a dire la Siria e l’Iran.

Il movimento nazionale palestinese deve essere ricostruito. In che modo e con quali prospettive politiche?

Sono d’accordo con te che il movimento nazionale palestinese ha bisogno di essere ricostruito. Credo che il punto di partenza debba essere la riconfigurazione di tutte le fazioni, sia nazionaliste che islamiste, al fine di razionalizzare programmi e punti di discussione e rafforzare il nostro riesame del modo migliore di procedere nella lotta contro l’occupazione. Ciò include una rivalutazione dell’OLP sia come organo sia come organizzazione quadro che rappresenta tutti i palestinesi, ovunque si trovino, e qualsiasi prospettiva sociale o politica abbiano. Organizzato come un vasto fronte nazionale e democratico, questa struttura sarebbe investita della massima autorità politica per guidare la nostra lotta.

Considero le nostre prospettive politiche le seguenti: a livello strategico, dobbiamo ripristinare quegli elementi del nostro programma nazionale che sono stati smantellati dalla leadership dominante dell’OLP a favore dell’opportunismo pragmatico, e ricollegare gli obiettivi storici dell’organizzazione per quanto riguarda il conflitto con quelli attuali: in sintesi, la creazione di un unico stato democratico in tutta la Palestina storica. A livello tattico, dovremmo unirci intorno ad una piattaforma comune con la componente islamista del movimento nazionale palestinese su un terreno comune, vale a dire il diritto al ritorno, all’autodeterminazione e alla creazione di uno Stato palestinese con Gerusalemme come sua capitale.

La resistenza popolare viene propagandata come alternativa alla resistenza armata. C’è un conflitto tra le due? E, se sono metodi complementari, come possono essere combinati?

La lotta quotidiana del movimento dei prigionieri è parte della più ampia lotta palestinese. Chiunque abbia seguito l’attivismo popolare palestinese nel corso degli ultimi tre anni o giù di lì scoprirà che esso ha ruotato in larga parte attorno al sostegno alle battaglie del movimento nazionale dei prigionieri. E questa non è una novità – in ogni fase della nostra lotta nazionale i prigionieri hanno svolto un ruolo di primo piano e di incitamento all’azione. Quanto meno, agli uomini e alle donne del FPLP, sia nella base sia nella direzione, prometto di impegnarmi, insieme con i miei compagni del PFLP in carcere, per soddisfare le loro speranze ed aspettative, in particolare per quanto riguarda la mobilitazione del Fronte [FPLP], rafforzando la sua presenza, e il sostegno al movimento nazionale palestinese in generale.

Come dimostrato altrove dalle rivoluzioni popolari, abbracciare la resistenza popolare non significa favorire una forma di lotta ad un’altra. Confinare la resistenza popolare alla sola lotta nonviolenta svuota la resistenza del suo contenuto rivoluzionario. L’intifada palestinese è stata un modello per la resistenza popolare, oltre ad essere la nostra bussola mentre percorrevamo diverse ed efficaci forme di resistenza: pacifica, violenta, popolare, di fazione, economica, politica e culturale. Non solo la letteratura accademica rifiuta la logica di spezzare la resistenza in varie forme e metodi, ma la realtà delle sfide che il popolo palestinese si trova ad affrontare nella sua lotta contro l’occupazione israeliana esclude un approccio del genere: noi ci troviamo ad affrontare una forma globale di colonialismo di insediamento che si basa sulle forme più estreme di violenza convenzionalmente associate con l’occupazione, combinate con politiche di apartheid. E l’ostilità in cui si imbattono [i palestinesi] si estende a tutti i segmenti della nostra popolazione, ovunque si trovino.

È quindi necessaria la combinazione creativa e l’integrazione di tutti i metodi di lotta legittimi che ci permettono di impiegare qualsiasi tipo o metodo di resistenza in relazione alle condizioni specifiche delle diverse congiunture politiche. Al livello nazionale più ampio, abbiamo bisogno di un programma politico unitario che, in primo luogo, fornisca i mezzi per mettere in pratica la resistenza. Occorrono posizioni politiche e discorsi che siano allo stesso modo uniti intorno alla resistenza. Infine, abbiamo bisogno di un quadro nazionale generale reciprocamente concordato, che definisca le principali forme di resistenza che determineranno poi tutte le azioni di resistenza. Dobbiamo essere capaci di proporre questa o quella forma con particolare attenzione alle circostanze specifiche, e in base alle esigenze di una situazione o di un momento politico specifico, senza escludere alcuna forma di resistenza.

Gli inviti alla resistenza popolare nonviolenta e gli slogan sullo stato di diritto e sul monopolio dell’uso delle armi all’AP sono meri pretesti per giustificare l’attacco alla resistenza e rispondere ai dettami di sicurezza israeliani. Lo stato di diritto è privo di significato se posto in contrasto con il nostro diritto di resistere all’occupazione e se nega la logica di tale resistenza. E per quanto riguarda il monopolio dell’uso della forza, non ha senso se questa forza non è diretta contro il nemico.

Qual è la tua lettura delle rivolte arabe, e quali sono state le ripercussioni sulla causa palestinese?

Le rivolte arabe nascono in risposta alla necessità popolare di cambiamento democratico e rivoluzionario dei sistemi politici di ogni paese arabo. Sebbene questo sia il quadro generale di riferimento per comprendere queste rivoluzioni, le particolarità di ciascun paese variano, così come le conclusioni che si raggiungono. Penso che le rivoluzioni tunisina ed egiziana rientrino nel quadro sopra descritto. In ogni caso, questi cambiamenti rapidi e dinamici contraddistinti dall’azione collettiva di massa hanno spostato l’equilibrio interno del potere, inaugurando un periodo di transizione.

Altrove, condizioni analoghe hanno portato la gente a sollevarsi e a chiedere il cambiamento, ma in quei casi, gli Stati Uniti e i suoi agenti nella regione hanno compiuto notevoli sforzi per condizionare e intervenire a sostegno del “Progetto per il Nuovo Medio Oriente” degli Stati Uniti [5].Pertanto, occorre una certa precisione nel valutare le rivolte e nel trarre conclusioni. Bisogna distinguere attentamente tra i propositi e le richieste di cambiamento democratico e di giustizia sociale che rappresentano la legittima volontà delle popolazioni arabe di riappropriarsi della loro dignità, dei diritti e delle libertà, da un lato; e, dall’altro, le forze internazionali e regionali che sfruttano la potenza scatenata da questi movimenti popolari per i propri fini, fomentando efficacemente la contro-rivoluzione, come è avvenuto in Libia e in Siria.

In generale, tuttavia, le rivolte arabe hanno ampliato le prospettive di una transizione con potenziale a lungo termine. Hanno agitato ciò che una volta era stagnante, aprendo la strada a diversi possibili scenari, nessuno dei quali prevede un ritorno al passato, cosa che credo sia ormai impossibile. A mio avviso, qualsiasi movimento popolare che conduca i popoli arabi più vicini al raggiungimento delle loro libertà e dei loro diritti democratici pone le basi per una lotta fondata su principi veramente democratici e costituzionali, che sono i presupposti per una società democratica e civile. Tutti questi obiettivi sono d’importanza strategica sia per la causa nazionale palestinese sia per il progetto di un rinnovamento arabo.

Note:

[1] Letteralmente, “protezione”, in arabo.

[2] Solo i parenti di primo grado (genitori, fratelli, coniugi e figli) sono autorizzati a visitare i loro parenti in carcere.

[3] Eletto per un mandato di quattro anni, il congresso nazionale è il supremo organo di governo del FPLP. Formula e modifica la strategia, il programma del partito e il regolamento interno, discute e decide in merito ai rapporti del comitato ed elegge il comitato centrale (esecutivo).

[4] Il Documento di riconciliazione nazionale, largamente conosciuto come Documento dei prigionieri, è stato pubblicato l’ 11 maggio 2006. Redatto da detenuti palestinesi nelle carceri israeliane in rappresentanza di Hamas, Fatah, Jihad islamica, FPLP e FDLP, al fine di risolvere la faida tra Fatah e Hamas e unificare le fila palestinesi. È il documento alla che è stato alla base di ogni successivo tentativo di riconciliazione palestinese. http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/page/documento-dei-prigionieri

[5] Una neologismo usato dall’allora Segretario di Stato americano Condoleezza Rice in una conferenza stampa a Washington DC il 21 luglio 2006: “Quello che stiamo vedendo qui, in un certo senso, è la crescita – le doglie di un nuovo Medio Oriente e qualunque cosa facciamo, dobbiamo essere certi che stiamo portando avanti il nuovo Medio Oriente e non stiamo tornando al vecchio.” Vedi: Condoleezza Rice,” Briefing speciale sul viaggio in Medio Oriente e in Europa”, 21 Luglio 2006, trascrizione a cura di US Department of of State Archive, http://2001-2009.state.gov.

Pubblicato su Institute for Palestine Studies
Traduzione per Palestina Rossa a cura di Enrico Bartolomei (*)


(*) ricercatore e attivista della Campagna di solidarietà per la Palestina – Marche

 

thanks to: Palestina Rossa

Yarmouk, la fame e i fantasmi

Parlano i profughi palestinesi già in fuga e ora assediati nel campo vicino Damasco. Cibo e medicinali non entrano perché i jihadisti sparano agli ingressi. Fuori, le truppe di Assad circondano la zona.

La fila per il cibo (Foto: UNRWA)

La fila per il cibo (Foto: UNRWA)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Gaza City, 01 marzo 2014, Nena News – Fantasmi in marcia, sfibrati, consumati, privi di una qualsiasi flebile speranza. La foto scattata dall’agenzia delle Nazioni Unite UNRWA racconta una sconfitta. Migliaia di persone, donne, uomini, bambini e anziani, verso un po’ di cibo.

È il campo profughi palestinese di Yarmouk, a Damasco, il più grande dell’intero Medio Oriente. Sotto assedio da sette mesi, occupato all’interno e chiuso all’esterno, è la più vivida immagine di una Siria a pezzi. Lunedì il direttore generale dell’UNRWA, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, Filippo Grandi, ha fatto visita al campo insieme ad un convoglio di aiuti per una popolazione stremata: “La devastazione è incredibile – ha detto mentre camminava tra i vicoli di Yarmouk – Sembra l’apparizione di fantasmi. Queste persone che non sono uscite da qui, che sono rimaste intrappolate non solo senza cibo, medicine e acqua pulita, ma anche terrorizzate dai combattimenti…Ho provato a parlare con alcuni di loro e tutti mi raccontano le stesse storie di completa deprivazione”.

Una morte lenta per chi è rimasto a Yarmouk, 18mila persone dei 180mila profughi residenti nel campo prima dello scoppio della guerra civile siriana. Morte per malnutrizione: corpi consumati dai morsi della fame, uomini ridotti a pelle e ossa, bambini e anziani spentisi lentamente.

“Non riesco a contattare la mia famiglia, sono giorni che non ho loro notizie. Sono solo qua a Gaza con mio fratello, siamo fuggiti dalla Siria mesi fa e ci siamo rifugiati qui”. Mohammed ha 23 anni, è un rifugiato palestinese di Yarmouk. È fuggito dal campo sotto assedio insieme al fratello, i genitori e la sorella sono rimasti in Siria. Lo avevamo incontrato qualche settimana fa a Gaza City, durante una manifestazione in solidarietà con il campo sotto assedio.

Quel giorno – come in tante altre città del mondo arabo, da Betlemme a Amman, da Gerusalemme a Beirut – i rifugiati avevano marciato verso il Parlamento per chiedere alle istituzioni di mandare un segnale. In mano, una pagnotta simbolo della fame che ha già ucciso almeno cento profughi palestinesi: “Siamo qui oggi per chiedere a tutti i Paesi arabi di fare qualcosa per Yarmouk, non è possibile morire di fame in Siria, oggi, nel 2014 – continua Mohammed – Non si trova più cibo nel campo”.

“Mio fratello è a Yarmouk – gli fa eco Ibrahim, 60 anni – Riesco ad avere qualche notizia da mio nipote, che si trova fuori, a Damasco. Da sei mesi da Yarmouk non si entra e non si esce. I miliziani confiscano tutto quello che entra nel campo, soprattutto cibo, e lo rivendono a prezzi elevatissimi. Non c’è elettricità, non c’è acqua. Ho chiesto a mio nipote: Come sopravvivono? Ha risposto che mangiano tutto quello che trovano, erba, gatti. Ma ora anche i gatti sono introvabili a Yarmouk”.

“Mio fratello pesava 120 kg, oggi ne pesa 60 – riprende Ibrahim con un filo di voce – È malato di diabete e non ha più medicinali”.

A un mese di distanza, quasi nulla è cambiato, nonostante l’accordo siglato dai i gruppi palestinesi e i gruppi armati di opposizione. Un accordo trovato dopo mesi di assedio interno ed esterno del campo, che tiene in ostaggio 18mila profughi. Il più grande campo del mondo arabo contava 180mila residenti (per lo più rifugiati palestinesi, ma anche siriani poveri) stretti in 2 km quadrati di spazio, ma il conflitto che insanguina il Paese da tre anni ha costretto alla fuga il 90% della popolazione. Rifugiati due volte.

Dentro il campo a dettare legge sono i gruppi di ribelli anti-Assad, l’Esercito Libero Siriano – espressione della laica Coalizione Nazionale – e milizie legate ad Al Qaeda, tra cui l’ISIL. Fuori a stringere l’assedio è l’esercito governativo di Bashar al-Assad: “Una crisi umanitaria di vastissime proporzioni – ci spiega Husam Arafat, membro dell’ufficio politico del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comando Generale – La comunità palestinese all’inizio del conflitto ha optato per la neutralità, nonostante alcuni dei gruppi presenti nel campo, tra cui il PFLP-GC, siano sempre stati vicini al regime alawita. Poi una serie di eventi pilotati da fuori, da Turchia e Arabia Saudita, hanno tentato di spingerci nel conflitto. L’attacco contro Yarmouk è uno di questi: nel dicembre 2012 le milizie di opposizione sono entrate nel campo e lo hanno occupato. Poco dopo tantissime famiglie sono fuggite e il numero di residenti si è ridotto a 18mila. Il regime ha posto Yarmouk sotto coprifuoco notturno, ma la gente continuava a uscire e entrare durante il giorno”.

Fino a sette mesi fa, quando il regime ha posto sotto assedio tutto il campo: “Gli ingressi per Yarmouk sono quattro, uno per lato – continua Arafat – Il regime ne controlla uno; gli altri tre, tra cui Yalda e Black Stone, sono controllati dai miliziani. Il cibo entra solo dal primo ingresso, per cui chi vive vicino all’uscita riesce a mangiare. Ma chi vive all’interno del campo non riceve nulla”.

L’UNRWA ha tentato più volte di entrare a Yarmouk per consegnare cibo e medicinali e per far evacuare i malati e gli anziani. La risposta dei miliziani è stata il fuoco: “Il convoglio organizzato a metà gennaio è stato costretto a ritirarsi – riprende Arafat – Dopo che il regime aveva permesso ai camion di entrare, il convoglio è arrivato a Al Reji, al centro del campo. I ribelli hanno aperto il fuoco e gli aiuti sono tornati indietro”.

Poco dopo, il 10 febbraio, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e il Fronte al-Nusra (gruppo qaedista di opposizione) hanno trovato un accordo: tutti fuori da Yarmouk e consegna delle armi ad un comitato speciale. Nei giorni precedenti, in vista dell’accordo, centinaia di feriti e di malati erano stati evacuati dalla Croce Rossa e l’UNRWA era riuscita a consegnare oltre 5mila pacchi di cibo da 30 chili.

E oggi? Oggi la fame è tornata a Yarmouk. Per due settimane il cibo non è entrato nel campo, dopo le aperture prima della firma dell’accordo. Solo lunedì, dopo lunghi negoziati con le parti coinvolte, nuove parcelle di cibo – pacchi di farina, zucchero, olio da cucina, lenticchie e carne in scatola – ognuna in grado di sfamare una famiglia di otto persone per 10 giorni, sono state consegnate in un’area nei pressi del primo ingresso del campo, controllate dal mirino dei cecchini delle opposizioni.

“L’UNRWA prosegue negli sforzi per persuadere le autorità e le parti in causa a permettere all’agenzia di assicurare l’immediato accesso di cibo, medicine e assistenza umanitaria – ha detto il portavoce dell’agenzia Onu, Chris Gunness – I bisogni dei civili di Yarmouk restano enormi. Hanno già sofferto enormemente. La ripresa delle operazioni umanitarie nel campo è una questione della massima urgenza. A preoccuparci è soprattutto la situazione di donne e bambini”.

Il timore è di tornare a vedere quelle immagini che hanno scioccato le opinioni pubbliche mondiali: bambini di pochi anni consumatisi lentamente fino a morire, uomini forti ridotti a pelle e ossa. La scorsa settimana  Raghdad Muhammad al-Masri, 5 anni, Hamid Salih, 85, e Muhammad Hussein Kayid Zaghmout sono morti di fame a Yarmouk. Mentre l’accordo siglato non è stato ancora implementato: i gruppi armati restano nel campo, l’esercito prosegue nell’assedio. Ognuno rimane in attesa della mossa dell’altro, a pagarne le spese 18mila civili.

thanks to: Chiara Cruciati

Il Manifesto

NenaNews

Buongiorno, ieri qui a Homs un bambino è morto di fame

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22 dicembre 2013 – Homs

Domenica mattina, ore 6:00 circa. Chiamata in entrata su Skype; da Homs. Sono sveglia da un po’ pensando alla partenza del convoglio di aiuti, alle nostre “piccole gocce nel mare”.

B. T. da Homs: “Buongiorno, spero di non averti svegliata. Ti ho mandato una foto. Ti prego, scrivi la storia di questo bambino, è morto ieri – sabato 21 dicembre 2013 -, è morto di stenti, non c’era latte, né cibo per lui. Era figlio di un mio caro amico. Scrivi che lo hanno ucciso i complotti, gli interessi, l’ipocrisia di chi si finge credente e generoso e rimane indifferente di fronte agli allarmi sul dramma umanitario che stiamo lanciando”.

Parla velocemente, senza prendere fiato. E’ collegato ad un generatore di corrente e  deve risparmiare batteria. Ha un tono concitato, è molto provato. Non lo avevo mai sentito così. Gli chiedo se mi vuole dire il nome del bimbo, mi dice di no, è il figlio di un amico… E’ come se volesse tutelare quel che resta della dignità del suo amico, di  un uomo che ha dovuto tumulare il figlio di pochi mesi, di un padre a cui hanno impedito di prendersi cura del proprio figlio.

La foto parla da sola: un angelo che è morto soffrendo. Non c’è bisogno di conoscere il suo nome per amarlo, per provare un’infinita pena nei suoi confronti e un’infinito sdegno verso l’umanità che sta permettendo tutto questo, quell’umanità che ha misteriosamente trovato accordi per la gestione delle armi chimiche del regime, ma che non vuole decidere di  far rompere l’assedio sulle città assediate.

Sul suo maglioncino una scritta: “I want to sleep”, voglio dormire. Ora non sta dormendo, ora questo bimbo è morto, ha chiuso i suoi occhi per sempre, ha smesso di soffrire il freddo e i morsi della fame… La sua, purtroppo, non è una storia rara in Siria. Centinaia di bambini rischiano di morire di stendi nelle città assediate.

Ognuno faccia le sue considerazioni.

thanks to: diariodisiria

Marzabotto, Siria

Nel documentario Lo stato di eccezione, sul processo alle SS responsabili dell’eccidio di Monte Sole a Marzabotto (processo celebrato con 62 anni di ritardo), alcuni sopravvissuti ormai anziani raccontano il massacro alla chiesa di San Martino del 29 settembre 1944: con la precisione di chi non può aver cancellato i ricordi, narrano di decine di persone annientate a colpi di mitra (compresi bambini e donne), di se stessi, superstiti sotto i cadaveri di fratelli e cugini. Si getta luce sulla memoria, la coscienza subisce una scossa, perché un’intera comunità fu colpita con premeditata determinazione. Sorge un senso di ribellione per questo non riconoscere l’umanità delle persone. Anche se molto tempo è trascorso, anche se l’Italia era un Paese in guerra, invaso da un ex alleato, non si trova ragione politica, tattica o di altro genere che possa giustificare.

Il massacro di 49 bambini e decine di civili adulti, avvenuto il 25 maggio 2012 a Houla, è stato uno dei momenti più feroci della guerra che sconvolge la Siria. Una coltre di menzogne copre l’identità dei responsabili, milizie fedeli al regime o estremisti oppositori. Quali che fossero i moventi – pulizia etnica, odi settari, ritorsione, propaganda contro il nemico – non può essere cancellata la disumanità dei delitti. Un nome: Hamza, 13 anni, torturato e ucciso per avere partecipato a una manifestazione. Come lui, avevano un nome tutti gli 80mila morti della rivoluzione siriana, iniziata in forma non violenta e diventata una guerra civile che dura da due anni.

Nell’assenza di giornalisti stranieri, molti siriani filmano, fotografano e raccontano a rischio della vita. Ma le immagini non fanno breccia nelle nostre coscienze di europei. Come riferisce il direttore della Caritas in Medio oriente, non sono molti gli aiuti raccolti in Italia per questa crisi. Eppure già 1,2 milioni sono fuggiti all’estero e altri milioni sono sfollati (per un numero minore di rifugiati la Nato bombardò Belgrado).

Certo, non si auspicano repliche di interventi militari pacificatori, spesso fonte di mali peggiori e copertura di interessi inconfessabili. Nondimeno, da due anni ci trinceriamo dietro mille considerazioni geostrategiche per tenerci fuori dal disastro di un Paese al centro di equilibri diplomatici che non si vogliono ricalibrare. Per non rischiare di appoggiare fazioni islamiche radicali, ci si rassegna a consegnare i destini della rivoluzione agli estremisti. E ancora più alla radice, gli europei vivono oggi il Mare nostrum come barriera, rinunciano a sentirsi parte di una civiltà mediterranea comune a cristiani, ebrei e musulmani, a proporsi come i naturali alleati dei giovani arabi che dicono basta alle dittature.

Il ramadan, che inizia il 9 luglio, sarà un tempo di digiuno e preghiera per la giustizia e la riconciliazione. Come ricorda Paolo Dall’Oglio nella sua rubrica a pag. 7, per tradizione i fedeli delle tre religioni di una stessa città si invitavano reciprocamente a festeggiare la fine del digiuno, nel segno dell’ospitalità abramitica. Sarebbe anche per noi il momento di ricordare che nessuna ragion di Stato giustifica una strage di bambini. Ci siamo voltati da un’altra parte, ma Marzabotto è adesso.

thanks to: Francesco Pistocchini

popoli