COTTARELLI FARA’ LA PATRIMONIALE. E COS’ALTRO?

Dispiace  ricordare le scoperte dell’acqua calda ma può esserci chi ancora non ha capito.

Cottarelli, vecchio apparatchik del Fondo Monetario,  al governo non avrà la maggioranza in parlamento? A lorsignori non importa nulla.

Si governa per decreto, come del resto ha già fatto abbondantemente Renzi. Cottarelli emana un decreto e Mattarella lo firma.

Quel che conta è che un governo golpista andrà ai vertici internazionali e agli eurogruppi europei, a prendere gli ordini ed applicarli.  Sarà questo governo a “portare il paese alle elezioni”, che forse non verranno mai.

Conta ancora di più, il governo “farà le nomine” in scadenza, mettendoci suoi scherani e servi di obbedienza piddina. Sono 350 nuove nomine in 79 enti di sottogoverno: sono qui i veri vasi della marmellata di partito e di potere, i serbatoi dei miliardi che stanno fuori dalla vista del grande pubblico, i distributori di potere, poltrone, gettoni di presenza, clientele.  Il Deep State italiota.

La Cassa Depositi e Prestiti, che gestisce i risparmi postali degli italiani ed è controllata per l’83% dal Ministero Economia e Finanze e per il restante 17% da una pluralità di fondazioni bancarie, è un condominio Massoneria-Partito Democratico da sempre. Ciò perché non solo ha un patrimonio consolidato  35,7 miliardi,  ma è  capace di mobilitare attività totali per 410 miliardi di euro. Il PD l’ha usata per “salvare” imprese  cui teneva, per le sue clientele, come finanziatore-tappabuchi.

Le  mani del PD sul Deep State  (e i soldi pubblici)

Adesso a maggio, in Cassa scadono  banchieri Claudio Costamagna (presidente) e Fabio Gallia (amministratore delegato), nominati entrambi da Matteo Renzi.

Cottarelli, governo senza maggioranza, farà le nomine del nuovo consiglio d’amministrazione della RAI, la cui importanza come strumento di potere e diffusore del Verbo totalitario non sfuggirà a nessuno: un altro gire per le Goracci e Berlinguer a 200 mila l’anno;  a Leonardo-Finmeccanica (12 miliardi di euro), Sogei (la grossa informatica dello Stato), Arexpo SpA ed altre entità meno note  (ma piene di soldi e posti da distribuire) direttamente controllate dal Ministero. Poi ci sono le controllate indirettamente:

Ferrovie dello Stato (tra cui l’amministratore unico di Anas Concessioni Autostradali S.p.A.), Poste Italiane (specificamente, il consiglio d’amministrazione i Poste Welfare Servizi S.r.l. e i collegi sindacali di: Consorzio Logistica Pacchi S.c.p.a., Europa Gestioni Immobiliari S.p.A. e Postel S.p.A), Sogin. Tutti i vertici dell’ENEL, gruppo con sei società, dell’Eni ( 10 consigli d’amministrazione  e 5 collegi sindacali a Eni Fuel, Eni Progetti, Servizi Aerei Spa, eccetera). Questo solo per elencare le più importanti.

Questo è il Deep State italiano, che Cottarellia affiderà al partito che ha perso le elezioni.

Ma soprattutto, Cottarelli  è lì per fare la patrimoniale, il prelievo straordinario sui patrimoni degli italiani. Weidmann (Bundesbank) non fa che ripeterlo in tutte le sedi: voi italiani siete più ricchi di noi, avete risparmi e patrimoni per centinaia di miliardi – usateli per ridurre il vostro debito pubblico.

Il Parlamento lo boccerà? Ma mai, mai in Italia è occorso un voto parlamentare, mai una discussione in aula,per taglieggiarvi veramente. Quando Giuliano Amato operò il prelievo forzoso sui conti correnti lo fece “nella notte tra il 9 ed il 10 luglio 1992 operò un prelievo forzoso ed improvviso del 6 per mille su tutti depositi bancari. Un decreto legge di emergenza l’autorizzava a farlo: in quel provvedimento, varato mentre i mercati si accanivano sulla Lira  (l’attacco di Soros, che costrinse poi Amato a farci uscire dal serpente monetario) erano state inzeppate alla rinfusa misure le più svariate. Dall’aumento dell’età pensionabile alla patrimoniale sulle imprese, dalla minimum tax all’introduzione dei ticket sanitari, dalla tassa sul medico di famiglia all’imposta straordinaria sugli immobili pari al 3 per mille della rendita catastale rivalutata. Prelievo sui conti correnti e Isi fruttarono insieme 11.500 miliardi di lire. L’imposta straordinaria sugli immobili, nella migliore delle tradizioni italiane, perse subito il prefisso “stra”  per diventare una gabella ordinaria: l’imposta comunale sugli immobili, ovvero  l’Ici”.

http://www.wallstreetitalia.com/nella-notte-tra-il-9-e-il-10-luglio-1992-giuliano-amato/

Il divorzio Tesoro-Bankitalia non fu discusso alle Camere

Del resto anche la più fatale e grave decisione di politica economica   nella storia dell’Italia repubblicana, il “divorzio” fra Tesoro e Banca d’Italia, avvenne scavalcando totalmente le Camere. Mai fu discusso e dibattuto. Semplicemente, il ministro del Tesoro (Beniamino Andreatta) e il governatore della banca centrale (Carlo Azeglio Ciampi) si scambiarono fra loro due la lettera con cui liberarono la Banca d’Italia dall’acquisto dei titoli  invenduti di debito pubblico italiano. Naturalmente tutto ciò era perfettamente “legale”, come   lo è l’ultimo atto di Mattarella. Persino il ministro delle Finanze, che era Rino Formica, non era d’accordo e alzò la voce: Andreatta lo  descrisse come “ossessionato dall’ideologia della crescita ad ogni costo e del pieno impiego, grazie a bassi interessi e cambio debole”, ossia svalutazione. Di questo cruciale scontro fra due ministri, tutto quel che passò sui media fu  “la lite delle comari”, il Parlamento non se ne occupò. Poi Rino Formica è stato perseguito per tangenti, da cui è stato assolto 17 anni dopo con formula piena. Si può sempre affidarsi alla magistratura, nei passi decisivi della demokràzia.

Nessuno oggi è più ossessionato dall’ideologia della crescita e del pieno impiego.  Il rapporto debito-pil è  così aumentato, dal 60% al 120.

Cottarelli farà  patrimoniale, tagli,  austerità di ogni genere.  Come chiede l’Europa. Ovviamente, con il risultato –  già comprovato dalle austerità di Monti e Renzi – di avvitare l’Italia, e poi l’Eurozona, in una “spirale recessiva senza uscita”

Il motivo lo ha spiegato Alberto Bagnai in un dotto articolo del 2011.

https://goofynomics.blogspot.it/2011/11/i-salvataggi-che-non-ci-salveranno.html

Ne diamo qui il passo essenziale:

Del resto, supponiamo che i paesi periferici adottino le strategie di rigore proposte: combattendo questa battaglia perderebbero in ogni caso la guerra. Infatti, se le politiche di “tagli” non riuscissero a incidere sul differenziale di inflazione  [l’ìinflazione interna alla zona euro, dove la Germania ha la più bassa. I paesi che l’hanno più alta vedono la loro competitività diminuire,ndr.] , i sacrifici sarebbero vani, perché persistendo lo squilibrio esterno proseguirebbe l’accumulazione di debito privato (a fronte di riduzioni del debito pubblico rese modeste dal rallentamento della crescita, e vanificate periodicamente dalla necessità di salvare la finanza privata). Ma anche se i tagli avessero successo, riportando l’inflazione dei paesi periferici in linea o leggermente al di sotto di quella della Germania, la risposta tedesca non si farebbe attendere: ulteriori ribassi competitivi dell’inflazione, come sperimentato anche nel passato recente (vedi sempre il lavoro di Cesaratto), e così via. L’eurozona si avviterebbe in una spirale recessiva senza uscita. E questo i mercati lo intuiscono benissimo: ecco perché sono così nervosi. 

Attenzione: sono tutte cose che Cottarelli sa benissimo. Non si illude affatto che applicando le regole di Berlino, stia aiutando il Paese.  Qui  c’è un video in cui Cottarelli dice  “con strategia €xit, conviene antagonizzare UE, fare più deficit e farci spingere fuori” – insomma le stesse idee di Paolo Savona.

In un altro video, dice: “siamo entrati nell’Euro pensando di (…) avere più inflazione che in Germania e questo ci ha fatto perdere competitività. Siamo entrati troppo presto, forse non avremmo dovuto entrare….”

Allora perché accetta di raschiare il fondo del barile italiano per ridurci alla più completa rovina? Per il potere, è una risposta possibile: il Pd non può stare lontano dalla Cassa Depositi e Prestiti, dalle decine di milioni a disposizione insindacabile dalla presidenza del  consiglio  (ricordate, l’UNAR a difesa degli lgbt  è finanziato  con  quei milioni), non può ovviamente rinunciare al possesso della Rai.

Un’altra risposta è  la punizione che pende sui disobbedienti. “Abbiamo qualche strumento di tortura”; come ha ridacchiato Juncker.  Una minaccia abbiamo intravisto, rivolta al possibile governo Salvini-Di Maio: “L’intelligence tedesco –  diceva il dispaccio da Berlino – non collaborerà per la sicurezza con un governo anti-UE”, non condividerà con esso le informazioni di intelligence. Sul terrorismo islamico, ad esempio.

Se serve a lorsignori, avremo il nostro Bataclàn.

Frattanto, le ONG hanno ripreso a sacricarci 1500 africani al giorno dalle loro navi.

Frattanto, la Mogherini, residuo tossico di un governo caduto e comunque illegittimo, ha firmato l’estensione delle sanzioni alla Siria e al suo popolo.

Nell’attuale contesto internazionale, un altro atto di guerra contro la Russia.

Il rinnovo arriva nonostante le urgenti richieste da parte della società civile siriana di revocare le sanzioni per consentire al paese di ricostruire. Così, i leader delle chiese cristiane hanno sottolineato che le sanzioni stavano guidando i siriani a fuggire a causa della mancanza di prospettive economiche. Il presidente russo Vladimir Putin ha anche invitato la visita del cancelliere Merkel a Sochi per chiedere all’UE di porre fine alle sue sanzioni al fine di rafforzare la popolazione civile.

Una dichiarazione del Consiglio dell’UE afferma: “Di fronte alla continua repressione della popolazione civile, l’UE ha deciso di mantenere le sue misure restrittive nei confronti del regime siriano e dei suoi sostenitori, in linea con la strategia dell’UE per la Siria

Sorgente: COTTARELLI FARA’ LA PATRIMONIALE. E COS’ALTRO? – Blondet & Friends

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Il campo di Yarmouk, il cuore trafitto della Diaspora palestinese in Siria, è finalmente libero

 Il campo di Yarmouk, il cuore trafitto della Diaspora palestinese in Siria, è finalmente libero

A cura del Comitato del Martire Ghassan Kanafani

Oggi 21 maggio 2018 il campo di Yarmouk è stato finalmente liberato da Esercito siriano e milizie palestinesi dopo 7 anni di conflitto e devastazione.

Prima di fare delle considerazioni su questi ultimi giorni di battaglia, facciamo un passo indietro e raccontiamo cosa è stato e cosa ha rappresentato Yarmouk. Questo campo profughi (non ufficiale), fondato nel 1957 vicino la città di Damasco per accogliere i rifugiati palestinesi sopravvissuti alla Nakba (la catastrofe del 1948), è divenuto col tempo uno dei quartieri a sud della capitale siriana. Dotato di scuole, ospedali ed esercizi commerciali, ad appena 4 km dalla centralissima Piazza Rauda, Yarmouk Camp con i suoi 2 km2 di estensione ospitava la più vasta ed attiva comunità palestinese di tutta la Siria. Non stupisce come molti palestinesi per anni l’abbiano definito “la capitale della diaspora” o anche “la capitale della Resistenza palestinese”. Già con una legge del 1956 (la Legge siriana n.260 che è andata ad integrare la precedente 450 del ‘49), il Governo siriano ha garantito ai palestinesi rifugiati in Siria gli stessi identici diritti dei cittadini siriani (ad esclusione della cittadinanza, tra l’altro non rivendicata dai palestinesi che continuano a definirsi tali seppur ospitati in uno altro Stato). Fin dall’inizio della sua storia, Yarmouk si candida a divenire quindi una Patria d’adozione per i palestinesi cacciati dalla loro terra: qui per loro è stato possibile autodeterminarsi ed autogestirsi organizzandosi ed eleggendo propri rappresentanti. La storia dimostrerà che alla fine il profondo legame tra palestinesi e siriani, seppur con molti evitabili errori da entrambe le parti, reggerà la durissima prova della destabilizzazione prima e della guerra poi.

Per descrivere quella che era la vita dei palestinesi dentro Yarmouk, bisogna considerare la storia dei rifugiati palestinesi in Siria e dello stretto rapporto che lega lo Stato siriano alla causa palestinese. La maggior parte degli 85-100 mila rifugiati palestinesi che arrivarono in Siria, a partire dal biennio ’48-’49, provenivano dai villaggi situati nella parte nord della Palestina, mentre nel 1967 una nuova ondata di profughi si mise in marcia quando Israele occupò illegalmente le alture del Golan. Negli anni ’80 poi fu il turno dei palestinesi profughi dal Libano che in migliaia, durante la guerra civile, si riversarono nella più vicina ed accogliente Siria. Prima dell’aggressione imperialista del 2011, i palestinesi rappresentavano circa il 2% dell’intera popolazione siriana. Damasco per fare un esempio è stata per molto tempo la sede operativa della principale organizzazione marxista palestinese, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – FPLP. Se mettiamo velocemente a confronto la situazione dei profughi palestinesi in Siria rispetto a quella negli altri Paesi arabi, vediamo come le differenze appaiono molte ed assai profonde. In Libano, ad esempio, i palestinesi vengono ancora trattati dalle istituzioni come stranieri a tutti gli effetti. Nel ‘Paese dei cedri’, l’attività della UNRWA è resa difficile (se non impossibile) a causa di uno ‘storico scarso interesse a migliorare le condizioni dei profughi palestinesi: le capacità dell’UNRWA, lasciata da sola, sul fronte sanitario sono molto limitate e, circa l’istruzione, si è assistito ad un progressivo abbassamento del livello di scolarizzazione’. Ad aumentare in Libano sono stati solo i drammi per questi profughi condannati a rimanere stranieri. La situazione in Giordania, in Egitto e negli altri Paesi arabi non è certo migliore. Per quanto riguarda l’entità sionista, l’UNRWA è costretta ad evidenziare ‘una diffidenza ed una totale assenza di collaborazione, perlomeno dal 1967’.

A partire dal 2011, la disinformazione sviluppatasi sul ruolo dei campi profughi palestinesi all’interno della ‘crisi siriana’ e, in particolare, la strumentalizzazione di quanto accaduto nel campo di Yarmouk ha evidenziato la diffusa grave incapacità nel saper/voler distinguere fra i diversi interessi politici coinvolti
nella destabilizzazione, o d’altra parte nella difesa, della sovranità ed indipendenza della Repubblica Araba di Siria. Pur non volendolo, Yarmouk è divenuto il centro anche simbolico di questa aggressione. Nella narrazione distorta degli avvenimenti giunta fino a noi, la popolazione civile palestinese del campo è infatti stata alternativamente ritratta come ‘vittima del regime siriano’ o accusata di essere ‘collaborazionista’ dello stesso. Ma come è andata veramente? Proviamo a ricostruire la vicenda senza paura di indicare le responsabilità di una parte della popolazione palestinese del quartiere.

Oggi (21/05/18) l’ultima sacca di resistenza opposta dallo Stato Islamico è stata finalmente sgominata, ma come riuscì Daesh ad entrare nel campo? Questo fu possibile solo dopo una complessa serie di vicende che videro spaccarsi i gruppi armati palestinesi operanti in territorio siriano. I principali attori di questa spaccatura con ruoli antagonisti furono: da una parte, Aknaf Beit al-Maqdis (costola non-ufficiale di Hamas in Siria) e, dall’altra, il Fronte Popolare – Comando Generale (scissione del PFLP marxista, gruppo palestinese storicamente alleato del Ba’ath siriano). Nel 2011, un antefatto innescò il successivo conflitto aperto: il governo di Damasco autorizzò i palestinesi residenti in Siria a organizzare una marcia sulle alture del Golan nell’anniversario della Nakba (15 maggio). L’esercito israeliano reagì aprendo il fuoco oltre la frontiera, trucidando civili palestinesi, alcuni dei quali residenti a Yarmouk. Le forze islamiche palestinesi del campo approfittarono dei funerali di queste vittime per prendere il controllo del quartiere deviando il corteo del funerale verso la sede del FPLP-CG che così venne presa d’assalto. Nello scontro a fuoco che ne seguì la sede venne data alle fiamme, fatto che diede la percezione che le forze islamiche avessero il controllo del campo. L’obiettivo delle forze islamiche era di portare i palestinesi a schierarsi con l’insurrezione antigovernativa in Siria che, in quel momento, godeva di ampie prospettive di sviluppo: nel 2011 organizzazioni legate alla fratellanza avevano preso il controllo di Tunisia, Libia (almeno in parte) ed Egitto, potendo contare sul sostegno diretto e indiretto tra l’altro di Turchia e Qatar. Quella di Aknaf Beit al-Maqdis fu quindi una forzatura per mettere le altre organizzazioni palestinesi (in una posizione neutrale rispetto la prima ondata di proteste anti-governative) a prendere una posizione e, di fatto, facendo di Yarmouk un campo di battaglia.

Aknaf Beit al-Maqdis non ebbe solamente un ruolo attivo nel campo di Yarmouk, ma in molte altre zone della Siria, organizzando e gestendo campi d’addestramento e canali di rifornimento d’armi. In breve, nel campo a sud di Damasco, di strategica importanza per il controllo della Capitale, lo scontro fu inevitabile. Il confronto armato fra Aknaf Beit al-Maqdis e gli altri gruppi armati (circa 12 nel campo) andò avanti dal 5 al 17 Dicembre del 2012; ma la svolta vera e propria ci fu il 16 di quello stesso mese, quando le organizzazioni islamiche presero il controllo dei check point che controllavano i confini del campo. L’assedio di Al-Yarmouk ha avuto inizio questo nefasto giorno, quando un gran numero di guerriglieri del cosiddetto “Esercito Libero Siriano – ELS” (o Free Syrian Army –FSA) e di “Jabaht Al Nusra” (ramo siriano di al Qaeda) provenienti da diverse zone limitrofe, vennero letteralmente fatte entrare grazie un aiuto ‘interno’ per fare del campo una roccaforte liberata dalle altre fazioni. L’alba del 17 dicembre 2012, vedrà purtroppo una parte dei combattenti tra le fila dei Comitati Popolari ritirarsi, senza previo avviso, dalla zona del nuovo ospedale – rotatoria della Palestina e dal quartiere al Zaytoun. Il ritiro di queste unità (apparentemente insensato) non fu casuale, ma si è trattò nei fatti di un’azione coordinata con le milizie dell’opposizione siriana presenti ai confini del campo profughi.

La prima zona del campo a subire gli effetti dell’abbandono delle postazioni è stata quella compresa tra la rotatoria della Palestina verso la strada della Palestina e il quartiere Al-Magharba; il secondo fronte venutosi a creare si estendeva invece dal quartiere Al-Zayn fino alla strada Al-‘Oruba. In quel frangente, c’è da sottolineare come il resto delle unità dei Comitati Popolari e delle organizzazioni palestinesi abbiano responsabilmente conservato le loro posizioni, ingaggiando violenti scontri in diverse aree all’interno del campo e, più precisamente, sui fronti di Al-‘Oruba – Al-Turba Al-Qadima, sul fronte che si estende dall’ospedale ‘Filasteen’ – Al-Khalsa fino alla Strada 30, lungo il fronte Al-Tadamon – Municipio Al-Yarmouk – Fire’e Al-Hizeb ed infine tra Al-Tarboush e il Parco dei Martiri.

Oltre all’abbandono e la ritirata di alcune unità, la difesa del campo dovette fare i conti con una serie di ‘cellule dormienti’ presenti nel quartiere che si attivarono una volta ricevuto segnale da parte dell’ELS. L’appartenenza di ‘cellule’, composte principalmente da “ex-membri partitici” di Hamas e altri miliziani non originari del campo, non verrà mai riconosciuta da Hamas che non ha mai rivendicato o appoggiato ufficialmente l’azione di questi suoi esponenti (senza tuttavia dissociarsi). Il nome dell’organizzazione a cui facevano riferimento le ‘cellule’ è stato, come detto, quello della brigata Aknaf Beit al-Maqdis. Diverse sono le testimonianze che riportano dettagli e comportamenti ‘interni’ a questa organizzazione: ad esempio, l’espediente per non incorrere in fuoco amico di indossare la kefiah palestinese bianca e nera sul capo corredata di una fascia riproducente la trama geometrica della kefiah; la parola d’ordine “Zahrat Al-Madaen” (Fiore delle Città, riferito a Gerusalemme, nonché titolo di una famosa canzone della cantante libanese Fairouz), ecc…

Quel giorno presero parte ai combattimenti (più che altro si trattava di regolamenti di conto interni) anche membri di Fatah (il movimento politico di Abu Mazen), aprendo il fuoco contro le forze del Fronte Popolare – Comando Generale (FPLP-CG). Anche in questo caso tuttavia c’è stata, in seguito, una condanna da parte di Fatah per tentare di prendere distanza dalle irresponsabili azioni intraprese da alcuni suoi membri. L’intervento di quel giorno da parte dell’Esercito Arabo siriano consistette nel colpire, per mezzo dell’aviazione, un magazzino di armamenti, base dei ribelli, nei pressi della moschea Abdel Qader. Questo colpo dell’aviazione provocò un’esplosione talmente forte da spingere gli abitanti dell’area circostante a muoversi verso altre zone. A seguito dell’esplosione si propagò di bocca in bocca una voce di corridoio secondo la quale l’Esercito siriano si sarebbe appostato all’ingresso del campo con carri armati con l’intenzione di bombardarlo a tappeto. Questo episodio, come innumerevoli altri, venne creato e sfruttato brillantemente creando una situazione di caos utile all’avanzamento nel campo dei cosiddetti ‘ribelli’. Tali costruzioni di fantasia, frutto di propaganda anti-governativa, sono state prontamente riprese da tutti i media e considerate alla stregua di fonti scientifiche per la produzione di notizie false, dalla BBC ad al Jazeera. Tornando ai Comitati Popolari, a seguito dei colpi subiti dai nemici esterni e dai loro agenti interni, si videro costretti a ritirarsi verso la zona di Al-Khalsa. In questo modo il campo Al-Yarmouk divenne preda dei crimini del Free Syrian Army (FSA), del Fronte al Nousra e di Liwa Al-Asifa (una delle numerose sigle utilizzate dall’Esercito Libero Siriano all’interno di Al-Yarmouk).

In seguito a questo rovescio, i circa 160.000 abitanti del quartiere si trovarono bloccati fra gruppi jihadisti ed Esercito Arabo siriano che iniziò a colpire con l’artiglieria alcuni obiettivi all’interno del campo profughi, ma che, al contrario di quanto vuole la propaganda imperialista, non era in grado di imporre alcun assedio, controllando solamente uno dei 4 lati del campo. FPLP e FPLP-CG rimasero temporaneamente in controllo di circa il 20% del quartiere, mentre il resto fu catturato da al-Nusra ed alleati. Questa situazione di stallo fu però sbloccata nel 2015 quando lo Stato Islamico si impose di forza conquistando il campo. In seno ad al-Nusra, ed alla galassia jihadista siriana, emerse infatti con forza l’opzione politica di uno Stato Islamico dal Golfo al Mediterraneo: gruppi armati e brigate aderirono a macchia di leopardo, in alcune zone in numero maggiore che in altre, il che causò frizioni e scontri tra gruppi ed interessi. Tale dinamica riguardò anche a Yarmouk: Aknaf Beit al-Maqdis, indissolubilmente legata ai suoi padrini del Golfo, vide molto male il proliferare di bandiere nere del Daesh nel campo, giungendo in breve ad un confronto armato con i suoi miliziani in cui ebbe però la peggio in poche settimane.

L’avanzata dello Stato Islamico poi proseguì verso la zona a nord sotto il controllo delle altre milizie palestinesi (a cui per forza di cose Hamas si riallineò progressivamente), conquistandone circa la metà. Da quel momento Yarmouk è rimasta una spina nel fianco per il Governo siriano che, per anni, ha visto Damasco minacciata da un avamposto dello Stato Islamico a pochi km dal centro della città.

Le cose sono iniziate a cambiare radicalmente solo dopo alla recente caduta di Ghouta est (aprile 2018): la conquista delle zona a est di Damasco ha permesso, infatti, all’Esercito siriano di ridispiegare parecchi effettivi nella provincia sud, affiancati da numerose milizie palestinesi intenzionate a porre fine al tradimento subito più di 6 anni prima: FPLP-CG, Esercito per la Liberazione della Palestina, la Brigata Galilea e la Brigata al Quds. Dopo l’inizio dell’operazione, la situazione è arrivata quasi immediatamente ad uno stallo, con raid aerei sulle postazioni dei miliziani, raid abbastanza intensi ma non sufficienti a fiaccare le le forze dei miliziani anti-governativi. Per questo si intensificano i colloqui per uno spostamento dei miliziani da Yarmouk verso l’est della Siria. Scontri durissimi si susseguono per giorni, la maggior parte dei miliziani dello Stato Islamico asserragliati a Yarmouk si arrendono (e vengono trasferiti ad est), ma resta una sacca trincerata nel dedalo delle abitazioni del campo. Nonostante i raid e l’avanzata di terra, Daesh a Yarmouk resiste in un quartiere oramai svuotato e spettrale in cui si fatica a trovare un muro integro.

Il 22/04/2018, dopo giorni di assedio, l’avanzata siriana si impantana definitivamente subendo perdite rilevanti: Daesh reagisce sparando missili che, qualche caso, raggiungono il centro di Damasco. Il 25 aprile, Jaish al islam, che occupa il sobborgo di Yalda a fianco di Yarmouk, decide di impedire all’Esercito siriano l’entrata nel sobborgo che fornirebbe alle forze governative la possibilità di attaccare su 4 lati lo Stato Islamico asserragliato a Yarmouk. L’aviazione siriana colpisce però a sorpresa il quartier generale di Jaish al Islam uccidendo comandanti locali e miliziani. Ad una settimana dall’inizio dell’operazione su Yarmouk, le conquiste territoriali rimangono esigue, al prezzo di centinaia di vite.Riprendono così le trattative con i ribelli nei territori limitrofi alla zona sotto controllo di Daesh; in questi giorni, anche le altre sacche jihadiste a sud di Damasco (attorno a Yarmouk) andranno incontro ad accordi simili a quelli di Ghouta est così da lasciare il passo all’avanzata dell’Esercito siriano. Lo Stato Islamico, fiutando il pericolo, non resta fermo e decide di attaccare le posizioni degli altri gruppi jihadisti prima che questi possano ritirarsi a favore dell’Esercito siriano (e alleati), conquistando alcuni punti strategici.

Siamo nella fase ultima e più drammatica degli scontri: Daesh a Yarmouk costruisce bombe con i prigionieri, l’avanzata è penosa tra attacchi suicidi e scontri casa per casa. Dal 6 al 20 maggio, la situazione varia di pochissimo: i combattimenti dello Stato Islamico si sparpagliano complicando ulteriormente le cose. I morti fra le milizie palestinesi che affiancano l’Esercito siriano sono tanti, ma questo stillicidio porta a poco a poco i miliziani del Daesh a cedere. Finalmente, il 20 maggio viene raggiunto un accordo: gli ultimi miliziani sono disarmati e caricati su degli autobus diretti fra Palmira e Deir Ezzor. Quest’operazione porta a conclusione la presenza dello Stato Islamico e di ogni altra sigla jihadista a sud di Damasco.

Yarmouk, il cuore trafitto della Diaspora ora ridotto ad un cumulo di macerie, rappresenta con questa drammatica vicenda tutte le contraddizioni, ma poi anche tutta la forza ed il coraggio della sua popolazione palestinese. Grande è stato il tradimento, quanto grande la generosità di chi ha perso la vita per scacciare l’incubo del fondamentalismo a pochi km da Damasco.

Comitato del Martire Ghassan Kanafani – CMGK

Sorgente: Il campo di Yarmouk, il cuore trafitto della Diaspora palestinese in Siria, è finalmente libero

PsyOps: come manipolare l’opinione pubblica

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I retroscena della guerra

PsyOps

Si chiamano Psychological Operations (PsyOps) e servono a manipolare l’opinione pubblica. I principali obiettivi delle PsyOPs oggi sono (paradossalmente) proprio i pacifisti. Come reagire? Diventanto esperti di fact checking, entrando nel vivo delle informazioni militari per verificarle con sistematicità, con metodo e con una buona dose di dubbio.
10 maggio 2018 – Alessandro Marescotti

Si chiamano Psychological Operations (PsyOps) e servono a manipolare l’opinione pubblica. Prima di una guerra o di un attacco militare entrano in funzione e in tanti ci cascano. Funzionano esattamente come la pubblicità, con l’aggravante che molte informazioni che le PsyOps diffondono sono impossibili da verificare per il comune cittadino. Ma PeaceLink ha scelto come mission di verificare le menzogne di guerra, possibilmente in tempo reale. All’inizio le PsyOps erano rivolte soprattutto a conquistare le menti sul campo di battaglia, ma da quando l’opinione pubblica è diventata importantissima nel rifiutare o nell’accettare una guerra (e assuefarsi), ecco allora che le PsyOps sono diventate uno strumento di “conquista delle menti” fuori dal campo di battaglia.

Attenzione a non pensare che le PsyOps siano destinate a manipolare solo i creduloni e gli sprovveduti.

Non è così.

L’acquisizione del consenso o l’instillazione del dubbio paralizzante sono obiettivi strategici soprattutto se hanno come obiettivo la parte più attenta e critica dell’opinione pubblica, che è stata tradizionalmente quella di orientamento pacifista.

Oggi pertanto i principali obiettivi delle PsyOPs oggi sono (paradossalmente) proprio i pacifisti. Una volta manipolati e paralizzati i gruppi dirigenti della associazioni nonviolente e pacifiste il gioco è fatto.

Così ha funzionato per la Libia e così tentano di fare con la Siria.

Un esempio di PsyOp è quello che ha provocato l’intervento in Libia.

Una bufala a cui i gruppi dirigenti delle principali associazioni pacifiste hanno creduto cadendo nella paralisi. Paradossalmente invece di protestare contro l’intervento militare nel 2011 protestarono in piazza contro Gheddafi.

Sono le PsyOps e il movimento pacifista deve saperle riconoscerle velocamente, come nel caso dell’uso armi chimiche in Siria, di cui fino ad ora gli ispettori inviati ad aprile dall’ONU non hanno trovato neppure una prova. Viceversa sono emersi testimonianze circa la “messa in scena del panico” causato dal presunto uso della armi chimiche l’8 aprile scorso. A quelle scene di panico mandate in diretta dai mass media di tutto il mondo è seguito un lancio di missili da parte di Usa, Francia e GB sulla Siria, mentre il movimento pacifista era dilaniato fra mille dubbi e alcuni quasi quasi ci avevano creduto all’uso delle armi chimiche da parte di Assad. L’esortazione a esporre la bandiera della pace non aveva il chiaro obiettivo, come nel 2003, di fermare un’aggressione militare illegale sotto il profilo del diritto internazionale ma era solo, piuttosto genericamente, quello di “fermare la guerra” ponendosi in una posizione di equidistanza fra la Siria e le nazioni che stavano per sferrare un attacco militare.

Parlare delle PsyOps è scomodo, difficile, rischioso. Ci si deve assumere il tremendo compito di compiere quel fact checking – con tutte le responsabilità e con tutti i rischi di sbagliare – per arrivare a dire: “è una bufala” o, almeno, “non ci sono le prove”.

Come reagire? Diventanto esperti di fact checking, entrando nel vivo delle informazioni militari per verificarle con sistematicità, con metodo e con una buona dose di dubbio.

Sorgente: PsyOps

 

Putin incontra Assad: “I terroristi hanno deposto le armi nei luoghi chiave della Siria. Prossimo obiettivo la ripresa economica e l’assistenza umanitaria ai siriani”

Il portavoce del Cremlino ha riferito che i colloqui tra i due presidenti sono stati approfonditi.

Il presidente russo Vladimir Putin ha incontrato il suo omologo siriano Bashar al Assad nella città di Sochi, ha riferito il portavoce del presidente russo Dmitry Peskov. Il portavoce del Cremlino ha indicato che il leader siriano si trova in Russia per una visita di lavoro e che i colloqui tra i due presidenti sono stati approfonditi.Il presidente russo ha affermato, durante i negoziati con la sua controparte siriana, che i terroristi hanno deposto le loro armi nei punti chiave della Siria, che ha messo fine alla sua operazione nei pressi di Damasco.

“I terroristi hanno deposto le loro armi nei punti chiave della Siria, il che ha permesso di ripristinare le infrastrutture del paese, di respingerle, e le sue operazioni sono praticamente cessate vicino alla capitale siriana”, ha dichiarato Putin durante l’incontro.

In questo modo, dopo i successi militari in Siria, sono state create ulteriori condizioni per la ripresa del processo politico a pieno titolo, secondo Putin.

Il prossimo obiettivo, secondo il leader russo, è la ripresa economica della Siria e “l’assistenza umanitaria alle persone che si sono trovate in una situazione difficile”.

“Ci sono paesi che non vogliono la stabilità torni in Siria”

Il presidente siriano, da parte sua, ha aggiunto che sta migliorando la stabilità in Siria, aprendo le porte al processo politico, sempre sostenuto dalla Russia con entusiasmo.

Secondo il presidente del paese arabo, l’area controllata dai terroristi si è ridotta considerevolmente, tanto che nelle ultime settimane “centinaia di migliaia di siriani sono stati in grado di tornare alle loro case” e milioni “stanno arrivando”.

A questo proposito, Al Assad ha voluto ringraziare Putin e le forze armate russe per il loro ruolo nella lotta al terrorismo in Siria.

Assad ha indicato che il ripristino del processo politico nel paese “non sarà facile”, dal momento che ci sono nazioni che non vogliono “la stabilità torni in Siria.”

Tuttavia, il presidente siriano ha ribadito la determinazione a continuare ad avanzare, insieme alla Russia e agli altri partner e amici, “verso il processo di pace e per il bene della pace”.

Secondo il portavoce del Cremlino, Assad ha deciso di inviare i suoi rappresentanti a formare un comitato costituzionale delle Nazioni Unite che dovrebbe lavorare sulla legge fondamentale della Siria. La Russia, da parte sua, ha sostenuto questa decisione.

Fonte: RT

Sorgente: Putin incontra Assad: “I terroristi hanno deposto le armi nei luoghi chiave della Siria. Prossimo obiettivo la ripresa economica e l’assistenza umanitaria ai siriani”

OPAC: “Cloro usato probabilmente in Siria a febbraio”

Gli ispettori inviati dall’ONU e che indagano sull’uso di armi chimiche non hanno addossato la responsabilità ad alcuna delle parti in conflitto

17 maggio 2018 – Alessandro Marescotti

Siria

“Il gas cloro è stato “probabilmente” usato in un attacco avvenuto in Siria in febbraio nella città di Saraqeb, nella provincia nord-occidentale di Idlib. È quanto hanno stabilito gli ispettori dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac), senza addossare la responsabilità ad alcuna delle parti in conflitto”.Fonte: Il Fatto Quotidiano

Non risulta quindi corretta l’informazione di alcune testate giornalistiche che hanno attribuito al regime siriano di Assad l’uso di queste armi in quanto l’Opac non ha potuto attribuire l’uso ad una delle due parti in conflitto.

La citta di Saraqeb è lontana 290 chilomentri da Duma, il luogo in cui ad aprile vi sarebbe stato un attacco chimico, secondo quanto riferito da fonti dell’opposizione siriana.

In relazione a quest’ultimo sospetto evento, Usa, Francia e GB hanno lanciato un attacco missilistico conclusosi per fortuna senza colpire alcun deposito chimico, presunto o reale.

Note:L’uso di bombe al cloro è stato attribuito in passato anche all’ISIS: http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2015/3/12/BOMBE-AL-CLORO-Cosa-sono-le-armi-utilizzate-dall-Isis/590384/

Si legge: “Le bombe al cloro infatti, sebbene meno pericolose rispetto a quelle che usano il gas nervino, poiché non mortali, creano dei gravi problemi respiratori. Il cloro che è contenuto in esse può bruciare i polmoni, se inalato in grandi quantità. Ancora una volta la strategia dell’Isis è quella del terrore”.

thanks to: PeaceLink

L’attacco siriano all’unità 9900 indebolisce l’intelligence di Tel Aviv

PressTV 11 maggio 2018

Colpita dall’Esercito arabo siriano il 10 maggio, l’Unità speciale di intelligence 9900 è una delle unità di spionaggio più segrete dell’esercito israeliano. I razzi sparati dall’Esercito arabo siriano su obiettivi sensibili nel Golan occupato hanno inferto un duro colpo ai servizi d’intelligence dell’esercito israeliano. Le posizioni colpite erano di natura strategica aiutando l’esercito israeliano ad acquisire supremazia nell’intelligence. Erano collegati al centro di comando e controllo e ai centri di attività tecnica e umana dell’intelligence in combattimento. Raccoglievano informazioni strategiche e collegamenti con unità ed agenzie incaricate di analizzare le informazioni sui combattimenti. La Special Intelligence Unit 9900, incaricata di geografia, cartografia ed interpretazione delle immagini satellitari, è una delle più importanti unità militari e tecniche dell’esercito israeliano. Questa unità di cui gli esperti israeliani sono orgogliosi e si vantano, è un’unità segreta che si occupa di informazioni strategiche. È indipendente dall’unità 8200, che opera anche nell’intelligenza.

Unità 9900: la ragione d’essere
Dall’inizio dei programmi aerospaziali del regime israeliano negli anni ’80, l’Unità 9900 continua il proprio programma di spionaggio. Alcuni anni dopo che dei satelliti di spionaggio israeliani furono messi in orbita, le missioni di spionaggio furono assegnate all’Aman (acronimo per servizi segreti militari israeliani). Nel 1997, Israele lanciò un programma di spionaggio spaziale per sorvegliare i Paesi arabi e gli snodi della Palestina occupata. Fu in quel momento che nacque l’Unità 9900. Centinaia di soldati israeliani furono reclutati di nascosto e senza copertura mediatica. Pertanto, alcuna informazione filtrò sulle attività e il modus operandi. Una delle principali missioni dell’Unità 9900 consiste nel mettere in orbita i satelliti spia israeliani e fotografare installazioni nei Paesi della regione, registrando ogni atto insolito degli eserciti nella regione. Le immagini satellitari proiettano le azioni del movimento di Resistenza sugli schermi dell’Unità 9900. Queste informazioni, una volta raccolte e analizzate, vengono consegnate ai comandanti dell’esercito israeliano. L’unità 9900 è anche responsabile della raccolta di informazioni visive da satelliti o velivoli da ricognizione. Tali informazioni, immagini e mappe, una volta elaborate, rafforzano le posizioni del regime israeliano e sono rese disponibili ai responsabili israeliani nella sicurezza e militari.

Unità 9900: missioni e operazioni
L’Unità 9900 raccoglie immagini quotidiane di aree militari e campi di addestramento in cui operano gli eserciti arabi. Vengono poi inviati all’ufficio del ministro degli affari militari, del capo di stato maggiore e al capo dell’intelligence dell’IDF israeliani. L’unità sorveglia le strutture atomiche dell’Iran 24 ore al giorno, e cerca anche obiettivi per un possibile attacco dell’esercito israeliano.

Unità 9900: le sezioni
È composta da diverse sezioni geografiche e tecniche:
1- Un centro d’intelligence che si occupa di raccolta ed analisi delle informazioni. Ad esempio, gli esperti sanno come rilevare l’equipaggiamento da combattimento tramite immagini satellitari. È il luogo in cui sono archiviate tutte le informazioni provenienti dai satelliti, le foto scattate dai centri di controllo terrestri e quelle fornite da droni e sistema GPS.
2- Un centro di mappatura e analisi che si occupa della preparazione di carte riservate alle operazioni militari.
3- Un centro satellitare responsabile per i satelliti spia volto a raccolta e rapida analisi delle informazioni.

Unità 9900: priorità geografiche
1- Siria
2- Iran
3- Striscia di Gaza
4- Giordania
5- Egitto e Sinai
6- Medio OrienteTraduzione di Alessandro Lattanzio

via L’attacco siriano all’unità 9900 indebolisce l’intelligence di Tel Aviv

La Siria abbatte dozzine di missili israeliani

Secondo l’agenzia stampa SANA, Israele ha attaccato sistemi di difesa missilistici siriani e stazioni radar.

Mosca, 10 maggio. /TASS/. Le forze di difesa aerea siriane hanno abbattuto dozzine di missili israeliani nella provincia di Quneitra, a 40 km da Damasco, come riportato giovedì dall’agenzia stampa SANA.

Secondo SANA gli attacchi aerei israeliani avevano come obiettivo i sistemi di difesa missilistici siriani e le stazioni radar.

Inoltre le forze armate siriane hanno respinto un attacco organizzato da gruppi armati di opposizione vicino la città di al-Baath, nelle alture del Golan, come riportato giovedì dal canale televisivo Al Mayadeen.

Secondo Al Mayadeen, i militanti hanno approfittato degli attacchi missilistici israeliani per tentare di conquistare le postazioni delle forze armate siriane. Al Mayadeen ha affermato anche che precedentemente le truppe siriane in quest’area sono state bombardate da carri armati Merkava.

Nelle prime ore di giovedì Israele ha condotto attacchi aerei contro postazioni delle forze armate siriane a Khan Arnaba, Tell al-Ahmar, Tell al-Qbaa e Qasr al-Naql. Nessuna informazione su vittime tra le forze armate siriane è stata riportata.

 

thanks to: TASS

SANA

 

Israele prepara la guerra?

Alastair Crooke, SCF 07.05.2018Il generale Mattis dichiarava al Comitato delle forze armate del Senato degli Stati Uniti che crede che uno scontro militare tra Israele e Iran in Siria sia sempre più probabile: “Posso vedere come potrebbe iniziare, ma non sono sicuro quando o dove“. Questo non dovrebbe sorprendere. Chiunque sbirci attraverso la membrana della bolla occidentale, può vedere le principali dinamiche “colmarsi e rafforzarsi” in modo tale da chiudersi inesorabilmente su Israele. Diventa “inesorabile”: non tanto perché gli Stati del Medio Oriente desiderano la guerra (non la vogliono); ma perché Israele si sente culturalmente costretto a legarsi al presidente Trump e alla sua squadra di estremisti collocandosi a primo collaboratore nella “guerra” degli Stati Uniti per respingere Cina, Russia, Iran e farne del loro progetto commerciale un’entità inefficace ed indebolita. La retorica belluina di Pompeo e Bolton può sembrare un elisir inebriante per certi israeliani; ma semplicemente il Medio Oriente non è il posto in cui collaborare a tale nuova “guerra” ibrida statunitense contro le nuove dinamiche emergenti. Cina, Russia e Iran sono risoluti, “inesorabili”. Israele combatterà contro gli eventi e, infine, essendo completamente in disaccordo col Medio Oriente, cercherà di colpirlo ed indebolirlo (proprio come negli attacchi in Siria), e ne sarà colpito in risposta. E si potrebbe vedere una grande guerra. Sia che si guardi l’audace, rossa, fascia est-ovest della massiccia “Strada e Corridoio” cinese che si estende su tutta l’Eurasia (qui); che la verticale russa, mackinderesco cuore dei produttori di energia (qui), che si estende dall’Artico al Medio Oriente, rifornendo i consumatori ad est e ad ovest, una cosa si distingue chiaramente: Iran e fascia settentrionale del Medio Oriente sono al centro di entrambe le mappe. Ma, ad essere chiari, questi possono essere articolati come progetti commerciali ed energetici, ma sono anche primariamente politico-culturali. Queste due visioni, la mappa cinese e quella russa, sono complementari. Una evidenza l’influenza delle risorse e l’altra i flussi e la concomitante fecondità economica che potrebbe derivare dal flusso di energia e dei manufatti lungo questo corridoio. In questa fascia settentrionale del Medio Oriente, la Russia ha “peso” diplomatico e di sicurezza, e non gli USA; e la Cina vi ha influenza economica, e non gli USA. E ‘no’, questo non è fumo generato da qualche immaginario ‘vuoto’ creato dai fallimenti seriali degli USA in Medio Oriente. Queste sono autentiche dinamiche di mutamento all’opera.
Per certi occidentali (e israeliani) boriosi, nulla di significativo vi appare. Ci viene detto, da Politico ad esempio, che: “… la nuova Guerra Fredda non è come l’originale Guerra Fredda, perché manca della dimensione ideologica… l’attuale tensione tra Stati Uniti e Russia è una lotta seinfeldiana sul nulla: Putin non ha alcun obiettivo ideologico oltre l’elevazione dello Stato russo, governato da lui e dal suo clan; non cerca aderenti in occidente, e quindi non guida alcuna grande competizione tra due sistemi… Dopotutto, Putin non predica la rivoluzione mondiale, elemento dottrinale chiave del comunismo sovietico”. Come mai l’occidente è “culturalmente cieco” sui grandi cambiamenti in corso? È vero che ciò che accade in Medio Oriente e Russia non è “ideologia” nel senso utopico coercitivo, globale, volto a correggere i difetti umani, contrapponendo e riformando l’umanità in modo coercitivo. Ma ciò che esiste, non è il “nulla”: sembra, perché proprio negano e sono contrari alla nozione di unico ordine globale culturale basato su regole umane, che questi progetti siano invisibili all’occidente. Nel caso d’Israele, non sorprende. Theodor Herzl, padre del sionismo moderno, nel suo libro Der Judenstaat, documento fondatore del sionismo, scrisse: “Per l’Europa noi Stato ebraico costituiremo parte del muro contro l’Asia: serviremo da avamposto della Cultura contro la Barbarie“. In breve, Israele fu specificamente fondato come “utopia” dell’Illuminismo europeo, e di conseguenza e comprensibilmente gli israeliani non riescono ad immaginare che altri possano sfidare culturalmente o tecnologicamente cultura e scienza dell’Illuminismo europeo. Ecco Ehud Barak caratterizzare Israele come “città nella giungla” deprecando gli abitanti della giungla. La Cina, tuttavia, con Xi e il Partito Comunista Cinese, si ritrae erede dell’impero cinese di 5000 anni, scacciando l’occidente predatore e definendo un’identità cinese fondamentalmente contraria alla modernità statunitense. Il mondo che Xi immagina è incompatibile con le priorità di Washington e quindi d’Israele (sull’attuale corso). Anche la Russia cerca di definire un “modo d’essere” culturalmente russo, a suo modo, senza imitare i modelli dell’Europa occidentale, ma piuttosto puntando all’opposto polo culturale e morale. Iran e Siria (e forse anche Iraq) non guardano più al modello occidentale politico o morale, emulandolo o stimandolo. Il punto è che nella zona settentrionale almeno del Medio Oriente (incluso l’Iraq), gli “sgozzatori wahhabiti” che i servizi segreti occidentali, israeliani e sauditi hanno armato contro Assad non sono solo screditati, ma sono detestati (dai sunniti quanto gli altri). Si delinea la lenta detonazione del “colpo di grazia” a tali politiche (ancora perseguite dagli Stati Uniti che proteggono lo SIIL al confine tra Siria e Iraq). Questa regione è sfuggita all’influenza occidentale. L’asse Russia-Cina-Iran è già la potenza decisiva nell’area, anche nel Golfo. E l’Iran sarà un attore importante. L’occidente ha avvicinato Russia ed Iran strategicamente e militarmente, e per Pechino l’Iran è assolutamente cruciale per la Vai e il Corridoio. Come osserva Pepe Escobar: “Fedeli alla mappa dell’integrazione dell’Eurasia in evoluzione, Russia e Cina sono in prima fila nel sostegno all’Iran. La Cina è il principale partner commerciale dell’Iran, soprattutto per via delle importazioni energetiche. Da parte sua, l’Iran è un importante importatore di cibo. La Russia vuole coprire questo fronte… Le aziende cinesi sviluppano gli enormi giacimenti petroliferi di Yadavaran e Azadegan settentrionale. La China National Petroleum Corporation (CNPC) ha acquisito la partecipazione del 30% del progetto per lo sviluppo di South Pars, il più grande giacimento di gas naturale del mondo. Un accordo da 3 miliardi di dollari migliora le raffinerie petrolifere iraniane, incluso un contratto tra Sinopec e National Iranian Oil Company (NIOC) per espandere la vecchia raffineria di Abadan“.
In breve, ci sono forze potenti che sorgono in Medio Oriente e non più in sintonia con le “priorità” occidentali (né particolarmente favorevoli all’egemonia israeliana, che considerano destabilizzante). Queste forze sono già potenti e sembrano destinate ad esserlo ancora più. Ma gli USA, sotto la visione del MAGA di Trump, hanno dichiarato queste forze emergenti “potenze revisioniste” o “Stati canaglia”, e la dirigenza statunitense li considera “minacce” nella sua “guerra eterna”. È questione aperta se gli USA troveranno i mezzi per avvicinare queste forze emergenti, o vi entreranno in conflitto. Questa è la “domanda” della nostra era. Nel caso degli Stati Uniti, se un conflitto ne risulterà, potrebbe rimanere ibrido; ma per Israele, tale opzione è improbabile: può solo passare ai conflitti “diretti”. Ma ciò che rende il conflitto israelo-iraniano forse imminente è un altro cambiamento importante, che potenzialmente muterebbe la posizione d’Israele in Medio Oriente. La regione non cambia solo in modo progressivamente incompatibile con le “priorità” di Washington, ma l’unica qualità che sembrava separare l’occidente, rendendolo “eccezionale”, era la tecnologia, che ora appare scivolargli via. La disputa degli USA con la Cina riguarda essenzialmente questo problema: Trump afferma che la Cina ha “rubato” tecnologia statunitense (insieme ai posti di lavoro). Alcune tecnologie potrebbero essere state “soffiate”, ma la realtà è che posti di lavoro e tecnologia furono volontariamente esportati in Cina per gonfiare i profitti delle aziende statunitensi. In ogni caso, Cina, Russia ed Iran hanno fatto propria la tecnologia, e ora superano la tecnologia della difesa occidentale, o già la sostituiscono. Gli Stati Uniti non riusciranno a contenere o reprimere l’innovazione tecnologica della Cina, o la rivoluzione tecnologica della difesa russa. Quindi, se Israele guarda al vicinato, percepisce gli Stati Uniti gradualmente disimpegnarsi dal Medio Oriente e le potenze “revisioniste” e “canaglia” sempre più presenti; “un grave fallimento strategico con implicazioni di ampia portata“, affermava il principale esperto della sicurezza israeliano Ehud Yaari, e sa che la “guida” tecnologica della difesa occidentale va via come sabbia tra le dita occidentali.
Non c’è da stupirsi che la destra israeliana affermi che la situazione d’Israele, la sua capacità di rispondere alla nuova situazione, peggiorerà col tempo: che non ci sarà mai una Casa Bianca più irriflessiva; né una superiorità aerea d’Israele come una volta, con sempre più diffuse e migliori difese aeree che negano ad Israele lo spazio aereo che dava per scontato; Carpe Diem, cogli l’attimo, sollecitano tali politici, per trovare un pretesto all’escalation e seguiti dagli Stati Uniti. Ma non è una questione diretta: ai vertici dell’intelligence e della sicurezza israeliana sono cauti: Israele non può sostenere un conflitto per più di sei giorni (stima del generale Golan), in particolare se coinvolge più fronti. Israele potrebbe ripetere oggi l’esperienza della guerra dei sei giorni (in cui distrusse l’aeronautica egiziana nelle prime quattro ore)? Non è affatto sicuro. Iran ed Hezbollah hanno sviluppato la risposta asimmetrica alla potenza aerea israeliana negli ultimi venti anni, che hanno sperimentato con successo in Libano nella guerra del 2006. Ed oggi ci sono nuovi missili a nord d’Israele; ed è certo che dominerà ancora i cieli? È dubbio.
Allora, dove siamo oggi? Il segretario Pompeo visitava Tel Aviv la settimana scorsa. Sembra che autorizzasse Israele ad usare le bombe di minore dimensione (GBU-39) contro gli iraniani il 30 aprile, quelle che Obama diede ad Israele. Sembra che abbia anche sostenuto Israele ad allargare unilateralmente la “guerra” a qualsiasi iraniano in Siria. Israele sfida Iran, Siria o Russia a rispondere a tali provocazioni, credendo che non lo faranno, almeno fino al 12 maggio (quando Trump decideva le sanzioni contro l’Iran, ancora una volta). Il Presidente Putin cerca di controllare la guerra, ma il via libero di Pompeo a Tel Aviv lo spazientiva. I consiglieri militari premono per attivare le batterie di S-300 contro aerei e missili israeliani. E dal 12 maggio, con la decisione di Trump… Beh, l’Iran ha già promesso ritorsioni all’attacco missilistico su T4 del 9 aprile, tempismo e metodo sono ancora da decidere. La prospettiva della guerra è in bilico: la destra israeliana vuole cogliere l’attimo (e probabilmente intende annettersi la Cisgiordania nella nebbia bellica). I militari israeliani (come le controparti statunitensi) sono cauti, sono quelli che rischiano. E Trump? Ah… le pressioni interne crescono. Deve dividere il Congresso (o, come dice, “i democratici lo metteranno sotto accusa“). Ci saranno poche concessioni elettorali nazionali ora, in attesa del convogliatore elettorale di novembre (quando la maggior parte di esse sarà dietro di lui). La politica estera è laddove il periodo medio può essere vinto (o perso). Molto viene bloccata dalla bilancia della politica interna USA.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Sorgente: Israele prepara la guerra?

La follia di Trump contro l’Iran, Israele criminale ancora contro la Siria sovrana.

Notizie drammatiche arrivano in queste ore dal Medio Oriente. Mentre Trump rilasciava le sue folli dichiarazioni sull’Iran, l’aviazione di Israele ha immediatamente bombardato Damasco preparandosi ad aggredire il Libano, dopo la vittoria di Hezbollah alle ultime elezioni.

Fermiamo i criminali nazi-sionisti che governano lo Stato di Israele. Fermiamo la mano agli assassini che hanno sterminato decine di palestinesi nella striscia di Gaza. Solidarietà all’eroico popolo palestinese! Solidarietà ad Hezbollah e ai suoi valorosi combattenti internazionalisti! Solidarietà alla Siria sovrana e al suo popolo che fronteggiano l’aggressione imperialista, sionista e dei loro alleati tagliagole jihadisti! Sinistra del nostro paese, se ancora esisti, sveglia! Cinque Stelle datevi una mossa, se volete essere credibili agli occhi del popolo della pace!

Mauro Gemma, direttore di Marx21

Sorgente: La follia di Trump contro l’Iran, Israele criminale ancora contro la Siria sovrana. ‘Sinistra del nostro paese, se ancora esisti, sveglia!’

In Siria è emersa la verità. Sotto scacco la narrativa mainstream che non può fare altro che censurare tutto

A Ghouta è emersa la verità. Sotto scacco la narrativa mainstream che non può fare altro che censurare tutto

PICCOLE NOTE

Il governo siriano, dopo la caduta del quartiere di Ghouta, ha intensificato le campagne militari contro altri bastioni della resistenza, che sembra meno agguerrita di prima.

Dopo Ghouta, i ribelli hanno accusato il colpo, almeno momentaneamente. E ciò perché il quartiere Damasceno era la punta di diamante della resistenza, il suo cervello pulsante. Anche per questo è stata così cruenta la battaglia.

Abbiamo usato i termini usuali del mainstream, che identifica le forze che si oppongono a Damasco come “ribelli” e “resistenza”.

Sotto Ghouta

L’abbiamo fatto apposta, per far vedere quanto questa identificazione, parte fondante della narrazione che vede un regime sanguinario alle prese con un’opposizione libertaria, strida con quanto sta emergendo da Ghouta.

Anzitutto gli orrori. Li documenta un filmato siriano, certo di parte, ma che rimanda immagini che non possono esser frutto di manipolazione.
Nel filmato al quale rimandiamo (cliccare qui) si vedono gli orrori di Ghouta. Le immagini inquadrano la “prigione del pentimento”, dove si vedono le celle oscure e le gabbie interrate, esposte all’aperto. O l’attrezzo che mostriamo nella foto in alto, dove i prigionieri erano legati per essere torturati.

Non solo orrori. Un altro video (cliccare qui) mostra i tunnel scavati nel sottosuolo: un labirinto a quindici metri di profondità, che si snoda per chilometri e chilometri.

Si può notare dal video come, accanto alle immagini di tunnel scavati nella roccia,  si vedono gallerie larghe, ben illuminate. Prodotti di alta ingegneria. Che necessitano di mezzi sofisticati per lo scavo e le rifiniture.

Opere fatte in poco tempo, che non possono essere ascritte ai quattro straccioni armati asserragliati nel quartiere e ai loro schiavi, i poveri civili mandati sottoterra a scavare. No. Ci vuole ben altro. Macchine pesanti, ingegneri altamente qualificati. E tanti, tanti soldi. Milioni di euro. Soldi fluiti dall’estero: dai sauditi e dall’Occidente.

Le foto che invece mettiamo in calce all’articolo le abbiamo prese dal sito www.palaestinafelix.blogspot.co.uk

Anch’esso è decisamente schierato dalla parte del governo. E può essere tacciato di partigianeria. Ma le foto sono inequivocabili. E mostrano i prodotti chimici rinvenuti nei tunnel, provenienti dal mercato occidentale…

Vi risparmiamo le immagini degli arsenali bellici scoperti nel sottosuolo: armi pesanti, bombe, missili e quanto altro, a tonnellate. C’era una emergenza alimentare, dicevano le agenzie umanitarie, chiedendo l’apertura di corridoi per portare provvigioni (peraltro trovate immagazzinate). Allora come facevano ad arrivare tutte queste armi?

Lo scacco della narrazione mainstream

Quanto sta emergendo dice altro da quanto raccontato per anni. Come raccontano altro i sopravvissuti, che sono tornati a vivere nel Ghouta, sotto il controllo del governo.

Evidentemente non lo giudicano così sanguinario, se hanno preferito restare piuttosto che andar via con i miliziani jihadisti, come potevano.

Civili di Ghouta sui quali ci si stracciava le vesti, perché bersaglio delle bombe di Assad. E dei quali oggi non importa nulla a nessuno. Nessun cronista occidentale che vada a intervistarli.

Concludiamo questo articolo con un sondaggio del Corriere della Sera di ieri.

Solo l’11% ritiene che i raid in Siria sono stati “giusti”. Solo il 20% ritiene che Assad sia “responsabile delle centinaia di migliaia di morti” (evidentemente l’80% non ci crede, ma sul punto il Corriere tace).

Il 27% degli intervistati ritiene che “non ci siano prove” che l’attacco chimico di Ghouta sia opera di Damasco, mentre ben il 39% ritiene che sia solo “un pretesto per intervenire contro Assad”.

Un sondaggio che indica la debacle della narrativa corrente. E ciò nonostante sia stata propalata da tutti i media mainstream senza eccezione. E non certo per i troll russi o le Fake news. Semplicemente la gente ha visto troppe guerre giustificate con ogni mezzo in questi anni, dall’Iraq alla Libia a quanto altro.

Ci ha creduto una volta, due magari. Tertium non datur.

Notizia del:

Sorgente: A Ghouta è emersa la verità. Sotto scacco la narrativa mainstream che non può fare altro che censurare tutto


Siria, DOUMA: chi sono le milizie di « Jaych al Islam » che occupavano la città.

Siria, DOUMA: chi sono le milizie di « Jaych al Islam » che occupavano la città.

A cura di Enrico Vigna, 23 aprile 2018

In questi giorni in tutti i media, la città di Douma è salita all’attenzione del mondo, causa l’ennesima aggressione missilistica, da parte di una coalizione a guida USA con al fianco Gran Bretagna e Francia, con Israele che in fatti di guerra non manca mai, oltre al solito coinvolgimento logistico dell’Italia, confermato dal primo ministro Gentiloni, visto che alcuni sottomarini per l’attacco sono partiti da Napoli. Il turro giustificato dal presunto e finora non accertato uso di armi chimiche da parte dell’Esercito Arabo Siriano.

Penso che però, non tutti sono a conoscenza di chi siamo andati ad aiutare in loco, chi sono le milizie islamiste che occupavano la città, quali le loro pratiche e su cosa si fonda la loro proposta di una nuova società siriana.

Gli ultimi jihadisti rimasti nella città, ora liberata, erano appartenenti alla milizia di ” Jaych al Islam ??? ??????? (Armata dell’Islam), una formazione salafita che ha nel suo programma, l’abbattimento del governo laico siriano e l’instaurazione di uno Stato Islamico governato dalle leggi della Sharia.

La sua fondazione risale al 2011 e prima di finire nella Ghouta orientale e poi asseragliarsi nella città di Douma come ultimo caposaldo, aveva operato anche nell’area di Damasco, Aleppo. Homs e nel governatorato di Rif Dimachq.

La sua prima definizione fu Liwa al Islam ( Brigata dell’Islam), poi adottò l’attuale definizione, dopo la fusione con altri gruppi islamisti radicali. I suoi membri sono stati calcolati in circa 2/3.000 uomini.

Suo leader e fondatore era stato Zahran Allouche, 44 anni, figlio del predicatore Abdallah Allouche, membro dei Fratelli Mussulmani, rifugiatosi in Arabia Saudita. Zahran era stato arrestato nel 2009, perché seguace dei Fratelli Mussulmani e poi rilasciato nel giugno 2011 durante un’amnistia del governo siriano, tre mesi dopo l’inizio del conflitto.

Per anni Zahran Allouche aveva terrorizzato gli abitanti di Damasco dichiarando che avrebbe “ripulito” la città. Ogni venerdì annunciava attacchi che avrebbe sferrato alla capitale. Nel 2013 ad Adra rapì delle famiglie alawite, utilizzò i prigionieri come scudi umani e ne portò in giro rinchiusi in gabbie, un centinaio; poi giustiziò un centinaio degli uomini, perché gli “infedeli” sapessero quale sorte li aspettava.

Ucciso dall’Esercito Arabo Siriano nel 2015, alla sua morte gli subentrò un uomo d’affari, lo sceicco Isaam Buwaydani, detto “Abu Hamam al Boueidani, che ne prese il posto. Ma secondo la giornalista ed esperta di questioni mediorientali Lina Kennouche, de L’Orient- Le Jour , al-Boueidani, è un leader senza capacità né carisma, e di fatto è il religioso Abu Abdarrahman Kaaké che ha assunto la vera leadership del gruppo.

Questa formazione ha fatto parte di vari fronti islamisti e jihadisti : nel 2012-2013 del Fronte Islamico Liberazione Siria, poi dal 2013 al 2016 al Fronte Islamico e infine in Fatah Halab fino al 2017, infatti dopo la sconfitta della battaglia di Aleppo, liberata dall’Esercito Arabo Siriano, le varie componenti jihadiste sono andate ad una resa dei conti sanguinosa tra loro, con accuse reciproche che hanno sciolto il cartello jihadista.

Ha sempre rifiutato di entrare nell’Esercito Siriano Libero, non ritenendolo sufficientemente radicale. Ha ricevuto supporto, armi e finanziamenti in particolare dall’Arabia Saudita e dal Qatar; si tratta di diversi milioni di dollari di finanziamenti in armi e addestramento militare, come documentato da The Guardian , del 7 novembre 2013.

Fortemente dipendente dall’Arabia Saudita , Jaych al Islam è anti sciita, anti alawita e molto ostile all’Iran e a Hezbollah, al suo interno vi è anche una tendenza vicina ai Fratelli Musulmani nella loro componente più estrema.

Jaych al-Islam ha finora beneficiato anche di un fiume di soldi raccolti nei circoli salafiti dei paesi del Golfo, direttamente dal padre di Zahran Allouche. Questa disponibilità di denaro ha sempre permesso a Jaych al-Islam di imporsi agli altri gruppi criminali nella regione.

Una famiglia, quella Allouche, molto implicata nei giochi di guerra destabilizzanti la Siria. Il cugino di Zahrane Allouche, Mohamed, anche lui un jihadista salafita, ed anche leader del gruppo terrorista, era a Ginevra come invitato ai colloqui di pace nella veste di delegato del suo gruppo.

Nato nel 1970, Mohamed Allouche ha studiato legge islamica nella capitale Damasco, prima di continuare a perfezionare le sue conoscenze presso la famosa Università islamica di Medina, in Arabia Saudita. Questo cugino di Zaharan Allouche, Mohammed, si rese celebre in Siria, per la violenta repressione dei costumi. Creò il Consiglio Giudiziario Unificato, che impose a tutti gli abitanti della Ghouta la versione saudita della sharia. Ed è famoso, non solo per l’odio contro le donne, ma anche per aver organizzato esecuzioni pubbliche di omosessuali, lanciandoli dai tetti delle case. Costui è ora il rappresentante di Jeych al-Islam ai negoziati di pace dell’ONU….

Di lui il quotidiano belga di Bruxelles, La libre Belgique scrisse il 14 marzo 2016: “…una personalità piuttosto chiusa, Mohamed Allouche è uscito dall’ombra a fine gennaio, quando è stato nominato capo negoziatore per la coalizione principale dell’opposizione siriana. A 45 anni, questo ribelle siriano della regione di Damasco sarà sotto i riflettori a Ginevra, dove è previsto l’inizio delle discussioni tra il governo siriano e l’opposizione…”

“…La sua uscita dall’ombra, aggiunge il quotidiano di Bruxelles, Mohamed Allouche la deve, in un certo modo, alla morte del cugino Zahrane, il leader del gruppo ribelle Jaych al Islam, ucciso lo scorso 25 dicembre (…). La sua presenza nei negoziati, non resta senza critiche. Alcuni sono perplessi che la partecipazione ai negoziati sia gestita da un membro di un gruppo armato che bombarda la capitale siriana… “. La famiglia Allouche oggi vive confortevolmente a Londra.

Anche istruttori provenienti dal Pakistan sarebbero stati usati per aiutare a formare militarmente il gruppo.

L’accademico Fabrice Balanche su challenges.fr, scrive che, dopo essere stata indicata come organizzazione terroristica dagli Stati Uniti alla fine del 2012, il Fronte al-Nusra…ha creato tatticamente nuovi piccoli gruppi con nomi falsi per continuare ad avere i finanziamenti USA. Il gruppo Jaych al-Islam è stato per esempio finanziato dagli Stati Uniti prima che fosse dimostrata la sua affiliazione con al-Qaeda“. Secondo lo scienziato accademico e politico libanese, Ziad Majed: “…L’Armata dell’Islam coopera con il Fronte al-Nusra, ramo di al-Qaeda in Siria, purché questo non cercasse di infiltrarsi nella Ghouta. Infatti in quest’area in questi anni ha sistematicamente liquidato qualsiasi altro gruppo di ribelli che potevano rivaleggiare con il suo predominio in questa regione…”.

Il 28 aprile 2016 vi furono violenti scontri nella Ghouta orientale tra Jaych al-Islam e Faylaq al-Rahman , la più grande brigata dell’Esercito Siriano Libero nella regione.

Poi Jaych al-Islam è entrata in guerra con Jaych al-Fustate, un’alleanza formata dal Fronte al-Nusra e dal Liwa Fajr al-Umma.

Dal 28 aprile al 17 maggio 2016, combattimenti sanguinosi tra loro e altri gruppi ribelli minori costarono più di 500 uccisi nella parte orientale di Ghouta; infatti Jaych al-Islam era dominante nell’est della regione, mentre altri gruppi avevano basi nella parte occidentale.

Il 25 maggio 2016, un cessate il fuoco fu raggiunto tra le varie fazioni ribelli, ma poi nuovi combattimenti mortali scoppiarono nell’aprile 2017.

Secondo Laure Stephan, giornalista ed esperto di medioriente di Le Monde, gli uomini di Jaych al-Islam “…hanno imposto la loro egemonia con un pugno di ferro feroce, non esitando a imprigionare o combattere i rivali, seppur anch’essi antigovernativi; utilizzando in città pratiche dispotiche; dai racket sul commercio e sulla gestione dei vari aspetti sociali, dell’uso dei tunnel che permettevano l’approvigionamento della città, taglieggiamento, reclutamento forzato, tortura sistematica, fucilazioni e imposizioni alla popolazione civile, alle donne, esecuzioni pubbliche …”.

Il gruppo è anche accusato di essere responsabile del rapimento e della scomparsa di una leader non violenta dell’opposizione siriana: Razan Zaitouneh.

Questa era una avvocatessa e giornalista, che dal 2001 si occupava in Siria della difesa dei diritti umani. Il 9 dicembre 2013, lei e altre tre persone: Waël Hamada, suo marito, Samira Al-Khali e Nazem Al-Hamadi, furono rapiti a Douma, dove si erano spostati dal marzo 2011. Secondo quanto denunciato da membri dei Comitati di coordinamento locali della Siria, una rete di attivisti dell’opposizione siriana, il rapimento e il loro assassinio furono compiuti dal gruppo Jaych al-Islam. Nel novembre 2015, come rappresaglia per un bombardamento governativo sulle loro postazioni, che causò decine di morti e centinaia di feriti, gli uomini di Jaych al-Islam radunarono centinaia di prigionieri, soldati siriani e civili, donne comprese, e dopo averli messi in gabbie, li dislocarono intorno, per servire da scudi umani contro gli attacchi governativi. Anche Human Rights Watch (HRW), ha denunciato, riportato da Le Figaro di Parigi, che: “… gruppi di ribelli siriani hanno usato ostaggi civili nella zona di Ghouta, come scudi umani per scoraggiare raid aerei. Non appartengono né a Daesh né a Nusra, ma all’esercito dell’Islam (“Jaich al-Islam”)…”.

Il 7 aprile 2016, un portavoce di Jaych al-Islam, Islam Allouche, ammise pubblicamente l’uso di armi chimiche “proibite” in scontri con le YPG curde, per il controllo del quartiere di Sheik Maksoud in Aleppo, costato la vita a 23 persone e il ferimento di altre 100, come riportato dal giornalista francese Bruno Rieth sul giornale “Marianne”, l’11 aprile 2016.

L’8 aprile la Croce Rossa curda accusava Jaych al-Islam di aver effettuato un attacco chimico a Sheikh Maqsud, ritenendo che, stante i sintomi, le armi contenessero in particolare del cloro .

Dopo la denuncia della CRCurda ed essendo di dominio pubblico, il gruppo per non farsi esautorare dai finanziamenti soprattutto USA, rilasciò una dichiarazione di autocritica, molto ambigua: “…il portavoce del gruppo siriano Jaych al Islam riconosce che durante “gli scontri con l’YPG per il controllo del distretto di Sheik Maksoud (…) uno dei leader di Jaysh al-Islam di Aleppo, ha utilizzato armi che non sono permesse e ciò costituisce una violazione delle regole interne del gruppo Jaysc al-Islam… il comandante è stato portato al tribunale militare interno per ricevere la punizione appropriata…”.

Come qui documentato i “nostri amici eroi” di Jaych al Islam ( nel senso dei paesi occidentali…), la sanno lunga circa l’uso di armi chimiche…

Comunque sia con la caduta della Ghouta orientale, sono stati liberati circa 200 prigionieri, unici sopravvissuti, che erano rinchiusi nelle carceri conosciute o clandestine di Jaych Al-Islam. Secondo l’OSDH, un organismo finanziato e supportato da varie Intelligence occidentali, e fortemente antigovernativo, almeno 3.500 persone, tra cui molte donne e bambini, sono state prigioniere di Jaych al-Islam. Ma altre fonti arrivano anche a cifre di oltre 6.000 prigionieri, a parte le esecuzioni compiute. In tutti questi anni il gruppo salafista ha fatto prigionieri, sia dissidenti dal suo operato o combattenti di fazioni rivali anti governative, che uomini e donne di altre fedi o leali al proprio governo e alla Siria. Una delle sue pratiche più ricorrenti erano i rapimenti, soprattutto di donne e bambini di altre fedi, ma anche di sunniti anti terroristi, fuori dai suoi territori, per poterli usare come ricatti o merce di scambio con il governo siriano. Vi è un forte timore e presentimento che, non appena l’area sarà ispezionata dalle forze dell’Esercito Arabo Siriano, saranno trovate molte fosse comuni e così capiremo dove sono finiti i prigionieri dei terroristi “moderati”, sponsorizzati dalle potenze occidentali. Una prima, è già stata trovata proprio in questi giorni, come documentato dai media, con oltre 30 corpi, ma che potrebbero diventare anche centinaia.

Il gruppo è classificato come organizzazione terrorista dalla Repubblica Araba siriana, dalla Russia, dall’Iran e dall’Egitto.

Nonostante questo, nello sforzo per trovare soluzioni negoziali e fermare la guerra in Siria, la Russia attraverso il suo ministro degli Esteri Sergei Lavrov, che guida i negoziati internazionali per la pace, ha spinto per una presenza nei negoziati a Ginevra, di due rappresentanti dei ribelli armati, di Jaysh al-Islam e Ahrar al-Sham, che erano presenti ai colloqui. Invitati “a titolo personale” e non considerati come partner nei negoziati.

In questa pagina del sito del gruppo, il 15 marzo 2018, si può leggere una preghiera contro i non-sunniti, siano mussulmani sciiti o cristiani o ebrei che si conclude così: «Uccideteli. Dio li strazia per mezzo delle vostre mani. Dio vi concederà la vittoria».

A cura di Enrico Vigna – SOS Siria/CIVG – 23 aprile 2018

Notizia del: 23/04/2018

Sorgente – Siria, DOUMA: chi sono le milizie di « Jaych al Islam » che occupavano la città. – L’Antidiplomatico