Il campo di Yarmouk, il cuore trafitto della Diaspora palestinese in Siria, è finalmente libero

 Il campo di Yarmouk, il cuore trafitto della Diaspora palestinese in Siria, è finalmente libero

A cura del Comitato del Martire Ghassan Kanafani

Oggi 21 maggio 2018 il campo di Yarmouk è stato finalmente liberato da Esercito siriano e milizie palestinesi dopo 7 anni di conflitto e devastazione.

Prima di fare delle considerazioni su questi ultimi giorni di battaglia, facciamo un passo indietro e raccontiamo cosa è stato e cosa ha rappresentato Yarmouk. Questo campo profughi (non ufficiale), fondato nel 1957 vicino la città di Damasco per accogliere i rifugiati palestinesi sopravvissuti alla Nakba (la catastrofe del 1948), è divenuto col tempo uno dei quartieri a sud della capitale siriana. Dotato di scuole, ospedali ed esercizi commerciali, ad appena 4 km dalla centralissima Piazza Rauda, Yarmouk Camp con i suoi 2 km2 di estensione ospitava la più vasta ed attiva comunità palestinese di tutta la Siria. Non stupisce come molti palestinesi per anni l’abbiano definito “la capitale della diaspora” o anche “la capitale della Resistenza palestinese”. Già con una legge del 1956 (la Legge siriana n.260 che è andata ad integrare la precedente 450 del ‘49), il Governo siriano ha garantito ai palestinesi rifugiati in Siria gli stessi identici diritti dei cittadini siriani (ad esclusione della cittadinanza, tra l’altro non rivendicata dai palestinesi che continuano a definirsi tali seppur ospitati in uno altro Stato). Fin dall’inizio della sua storia, Yarmouk si candida a divenire quindi una Patria d’adozione per i palestinesi cacciati dalla loro terra: qui per loro è stato possibile autodeterminarsi ed autogestirsi organizzandosi ed eleggendo propri rappresentanti. La storia dimostrerà che alla fine il profondo legame tra palestinesi e siriani, seppur con molti evitabili errori da entrambe le parti, reggerà la durissima prova della destabilizzazione prima e della guerra poi.

Per descrivere quella che era la vita dei palestinesi dentro Yarmouk, bisogna considerare la storia dei rifugiati palestinesi in Siria e dello stretto rapporto che lega lo Stato siriano alla causa palestinese. La maggior parte degli 85-100 mila rifugiati palestinesi che arrivarono in Siria, a partire dal biennio ’48-’49, provenivano dai villaggi situati nella parte nord della Palestina, mentre nel 1967 una nuova ondata di profughi si mise in marcia quando Israele occupò illegalmente le alture del Golan. Negli anni ’80 poi fu il turno dei palestinesi profughi dal Libano che in migliaia, durante la guerra civile, si riversarono nella più vicina ed accogliente Siria. Prima dell’aggressione imperialista del 2011, i palestinesi rappresentavano circa il 2% dell’intera popolazione siriana. Damasco per fare un esempio è stata per molto tempo la sede operativa della principale organizzazione marxista palestinese, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – FPLP. Se mettiamo velocemente a confronto la situazione dei profughi palestinesi in Siria rispetto a quella negli altri Paesi arabi, vediamo come le differenze appaiono molte ed assai profonde. In Libano, ad esempio, i palestinesi vengono ancora trattati dalle istituzioni come stranieri a tutti gli effetti. Nel ‘Paese dei cedri’, l’attività della UNRWA è resa difficile (se non impossibile) a causa di uno ‘storico scarso interesse a migliorare le condizioni dei profughi palestinesi: le capacità dell’UNRWA, lasciata da sola, sul fronte sanitario sono molto limitate e, circa l’istruzione, si è assistito ad un progressivo abbassamento del livello di scolarizzazione’. Ad aumentare in Libano sono stati solo i drammi per questi profughi condannati a rimanere stranieri. La situazione in Giordania, in Egitto e negli altri Paesi arabi non è certo migliore. Per quanto riguarda l’entità sionista, l’UNRWA è costretta ad evidenziare ‘una diffidenza ed una totale assenza di collaborazione, perlomeno dal 1967’.

A partire dal 2011, la disinformazione sviluppatasi sul ruolo dei campi profughi palestinesi all’interno della ‘crisi siriana’ e, in particolare, la strumentalizzazione di quanto accaduto nel campo di Yarmouk ha evidenziato la diffusa grave incapacità nel saper/voler distinguere fra i diversi interessi politici coinvolti
nella destabilizzazione, o d’altra parte nella difesa, della sovranità ed indipendenza della Repubblica Araba di Siria. Pur non volendolo, Yarmouk è divenuto il centro anche simbolico di questa aggressione. Nella narrazione distorta degli avvenimenti giunta fino a noi, la popolazione civile palestinese del campo è infatti stata alternativamente ritratta come ‘vittima del regime siriano’ o accusata di essere ‘collaborazionista’ dello stesso. Ma come è andata veramente? Proviamo a ricostruire la vicenda senza paura di indicare le responsabilità di una parte della popolazione palestinese del quartiere.

Oggi (21/05/18) l’ultima sacca di resistenza opposta dallo Stato Islamico è stata finalmente sgominata, ma come riuscì Daesh ad entrare nel campo? Questo fu possibile solo dopo una complessa serie di vicende che videro spaccarsi i gruppi armati palestinesi operanti in territorio siriano. I principali attori di questa spaccatura con ruoli antagonisti furono: da una parte, Aknaf Beit al-Maqdis (costola non-ufficiale di Hamas in Siria) e, dall’altra, il Fronte Popolare – Comando Generale (scissione del PFLP marxista, gruppo palestinese storicamente alleato del Ba’ath siriano). Nel 2011, un antefatto innescò il successivo conflitto aperto: il governo di Damasco autorizzò i palestinesi residenti in Siria a organizzare una marcia sulle alture del Golan nell’anniversario della Nakba (15 maggio). L’esercito israeliano reagì aprendo il fuoco oltre la frontiera, trucidando civili palestinesi, alcuni dei quali residenti a Yarmouk. Le forze islamiche palestinesi del campo approfittarono dei funerali di queste vittime per prendere il controllo del quartiere deviando il corteo del funerale verso la sede del FPLP-CG che così venne presa d’assalto. Nello scontro a fuoco che ne seguì la sede venne data alle fiamme, fatto che diede la percezione che le forze islamiche avessero il controllo del campo. L’obiettivo delle forze islamiche era di portare i palestinesi a schierarsi con l’insurrezione antigovernativa in Siria che, in quel momento, godeva di ampie prospettive di sviluppo: nel 2011 organizzazioni legate alla fratellanza avevano preso il controllo di Tunisia, Libia (almeno in parte) ed Egitto, potendo contare sul sostegno diretto e indiretto tra l’altro di Turchia e Qatar. Quella di Aknaf Beit al-Maqdis fu quindi una forzatura per mettere le altre organizzazioni palestinesi (in una posizione neutrale rispetto la prima ondata di proteste anti-governative) a prendere una posizione e, di fatto, facendo di Yarmouk un campo di battaglia.

Aknaf Beit al-Maqdis non ebbe solamente un ruolo attivo nel campo di Yarmouk, ma in molte altre zone della Siria, organizzando e gestendo campi d’addestramento e canali di rifornimento d’armi. In breve, nel campo a sud di Damasco, di strategica importanza per il controllo della Capitale, lo scontro fu inevitabile. Il confronto armato fra Aknaf Beit al-Maqdis e gli altri gruppi armati (circa 12 nel campo) andò avanti dal 5 al 17 Dicembre del 2012; ma la svolta vera e propria ci fu il 16 di quello stesso mese, quando le organizzazioni islamiche presero il controllo dei check point che controllavano i confini del campo. L’assedio di Al-Yarmouk ha avuto inizio questo nefasto giorno, quando un gran numero di guerriglieri del cosiddetto “Esercito Libero Siriano – ELS” (o Free Syrian Army –FSA) e di “Jabaht Al Nusra” (ramo siriano di al Qaeda) provenienti da diverse zone limitrofe, vennero letteralmente fatte entrare grazie un aiuto ‘interno’ per fare del campo una roccaforte liberata dalle altre fazioni. L’alba del 17 dicembre 2012, vedrà purtroppo una parte dei combattenti tra le fila dei Comitati Popolari ritirarsi, senza previo avviso, dalla zona del nuovo ospedale – rotatoria della Palestina e dal quartiere al Zaytoun. Il ritiro di queste unità (apparentemente insensato) non fu casuale, ma si è trattò nei fatti di un’azione coordinata con le milizie dell’opposizione siriana presenti ai confini del campo profughi.

La prima zona del campo a subire gli effetti dell’abbandono delle postazioni è stata quella compresa tra la rotatoria della Palestina verso la strada della Palestina e il quartiere Al-Magharba; il secondo fronte venutosi a creare si estendeva invece dal quartiere Al-Zayn fino alla strada Al-‘Oruba. In quel frangente, c’è da sottolineare come il resto delle unità dei Comitati Popolari e delle organizzazioni palestinesi abbiano responsabilmente conservato le loro posizioni, ingaggiando violenti scontri in diverse aree all’interno del campo e, più precisamente, sui fronti di Al-‘Oruba – Al-Turba Al-Qadima, sul fronte che si estende dall’ospedale ‘Filasteen’ – Al-Khalsa fino alla Strada 30, lungo il fronte Al-Tadamon – Municipio Al-Yarmouk – Fire’e Al-Hizeb ed infine tra Al-Tarboush e il Parco dei Martiri.

Oltre all’abbandono e la ritirata di alcune unità, la difesa del campo dovette fare i conti con una serie di ‘cellule dormienti’ presenti nel quartiere che si attivarono una volta ricevuto segnale da parte dell’ELS. L’appartenenza di ‘cellule’, composte principalmente da “ex-membri partitici” di Hamas e altri miliziani non originari del campo, non verrà mai riconosciuta da Hamas che non ha mai rivendicato o appoggiato ufficialmente l’azione di questi suoi esponenti (senza tuttavia dissociarsi). Il nome dell’organizzazione a cui facevano riferimento le ‘cellule’ è stato, come detto, quello della brigata Aknaf Beit al-Maqdis. Diverse sono le testimonianze che riportano dettagli e comportamenti ‘interni’ a questa organizzazione: ad esempio, l’espediente per non incorrere in fuoco amico di indossare la kefiah palestinese bianca e nera sul capo corredata di una fascia riproducente la trama geometrica della kefiah; la parola d’ordine “Zahrat Al-Madaen” (Fiore delle Città, riferito a Gerusalemme, nonché titolo di una famosa canzone della cantante libanese Fairouz), ecc…

Quel giorno presero parte ai combattimenti (più che altro si trattava di regolamenti di conto interni) anche membri di Fatah (il movimento politico di Abu Mazen), aprendo il fuoco contro le forze del Fronte Popolare – Comando Generale (FPLP-CG). Anche in questo caso tuttavia c’è stata, in seguito, una condanna da parte di Fatah per tentare di prendere distanza dalle irresponsabili azioni intraprese da alcuni suoi membri. L’intervento di quel giorno da parte dell’Esercito Arabo siriano consistette nel colpire, per mezzo dell’aviazione, un magazzino di armamenti, base dei ribelli, nei pressi della moschea Abdel Qader. Questo colpo dell’aviazione provocò un’esplosione talmente forte da spingere gli abitanti dell’area circostante a muoversi verso altre zone. A seguito dell’esplosione si propagò di bocca in bocca una voce di corridoio secondo la quale l’Esercito siriano si sarebbe appostato all’ingresso del campo con carri armati con l’intenzione di bombardarlo a tappeto. Questo episodio, come innumerevoli altri, venne creato e sfruttato brillantemente creando una situazione di caos utile all’avanzamento nel campo dei cosiddetti ‘ribelli’. Tali costruzioni di fantasia, frutto di propaganda anti-governativa, sono state prontamente riprese da tutti i media e considerate alla stregua di fonti scientifiche per la produzione di notizie false, dalla BBC ad al Jazeera. Tornando ai Comitati Popolari, a seguito dei colpi subiti dai nemici esterni e dai loro agenti interni, si videro costretti a ritirarsi verso la zona di Al-Khalsa. In questo modo il campo Al-Yarmouk divenne preda dei crimini del Free Syrian Army (FSA), del Fronte al Nousra e di Liwa Al-Asifa (una delle numerose sigle utilizzate dall’Esercito Libero Siriano all’interno di Al-Yarmouk).

In seguito a questo rovescio, i circa 160.000 abitanti del quartiere si trovarono bloccati fra gruppi jihadisti ed Esercito Arabo siriano che iniziò a colpire con l’artiglieria alcuni obiettivi all’interno del campo profughi, ma che, al contrario di quanto vuole la propaganda imperialista, non era in grado di imporre alcun assedio, controllando solamente uno dei 4 lati del campo. FPLP e FPLP-CG rimasero temporaneamente in controllo di circa il 20% del quartiere, mentre il resto fu catturato da al-Nusra ed alleati. Questa situazione di stallo fu però sbloccata nel 2015 quando lo Stato Islamico si impose di forza conquistando il campo. In seno ad al-Nusra, ed alla galassia jihadista siriana, emerse infatti con forza l’opzione politica di uno Stato Islamico dal Golfo al Mediterraneo: gruppi armati e brigate aderirono a macchia di leopardo, in alcune zone in numero maggiore che in altre, il che causò frizioni e scontri tra gruppi ed interessi. Tale dinamica riguardò anche a Yarmouk: Aknaf Beit al-Maqdis, indissolubilmente legata ai suoi padrini del Golfo, vide molto male il proliferare di bandiere nere del Daesh nel campo, giungendo in breve ad un confronto armato con i suoi miliziani in cui ebbe però la peggio in poche settimane.

L’avanzata dello Stato Islamico poi proseguì verso la zona a nord sotto il controllo delle altre milizie palestinesi (a cui per forza di cose Hamas si riallineò progressivamente), conquistandone circa la metà. Da quel momento Yarmouk è rimasta una spina nel fianco per il Governo siriano che, per anni, ha visto Damasco minacciata da un avamposto dello Stato Islamico a pochi km dal centro della città.

Le cose sono iniziate a cambiare radicalmente solo dopo alla recente caduta di Ghouta est (aprile 2018): la conquista delle zona a est di Damasco ha permesso, infatti, all’Esercito siriano di ridispiegare parecchi effettivi nella provincia sud, affiancati da numerose milizie palestinesi intenzionate a porre fine al tradimento subito più di 6 anni prima: FPLP-CG, Esercito per la Liberazione della Palestina, la Brigata Galilea e la Brigata al Quds. Dopo l’inizio dell’operazione, la situazione è arrivata quasi immediatamente ad uno stallo, con raid aerei sulle postazioni dei miliziani, raid abbastanza intensi ma non sufficienti a fiaccare le le forze dei miliziani anti-governativi. Per questo si intensificano i colloqui per uno spostamento dei miliziani da Yarmouk verso l’est della Siria. Scontri durissimi si susseguono per giorni, la maggior parte dei miliziani dello Stato Islamico asserragliati a Yarmouk si arrendono (e vengono trasferiti ad est), ma resta una sacca trincerata nel dedalo delle abitazioni del campo. Nonostante i raid e l’avanzata di terra, Daesh a Yarmouk resiste in un quartiere oramai svuotato e spettrale in cui si fatica a trovare un muro integro.

Il 22/04/2018, dopo giorni di assedio, l’avanzata siriana si impantana definitivamente subendo perdite rilevanti: Daesh reagisce sparando missili che, qualche caso, raggiungono il centro di Damasco. Il 25 aprile, Jaish al islam, che occupa il sobborgo di Yalda a fianco di Yarmouk, decide di impedire all’Esercito siriano l’entrata nel sobborgo che fornirebbe alle forze governative la possibilità di attaccare su 4 lati lo Stato Islamico asserragliato a Yarmouk. L’aviazione siriana colpisce però a sorpresa il quartier generale di Jaish al Islam uccidendo comandanti locali e miliziani. Ad una settimana dall’inizio dell’operazione su Yarmouk, le conquiste territoriali rimangono esigue, al prezzo di centinaia di vite.Riprendono così le trattative con i ribelli nei territori limitrofi alla zona sotto controllo di Daesh; in questi giorni, anche le altre sacche jihadiste a sud di Damasco (attorno a Yarmouk) andranno incontro ad accordi simili a quelli di Ghouta est così da lasciare il passo all’avanzata dell’Esercito siriano. Lo Stato Islamico, fiutando il pericolo, non resta fermo e decide di attaccare le posizioni degli altri gruppi jihadisti prima che questi possano ritirarsi a favore dell’Esercito siriano (e alleati), conquistando alcuni punti strategici.

Siamo nella fase ultima e più drammatica degli scontri: Daesh a Yarmouk costruisce bombe con i prigionieri, l’avanzata è penosa tra attacchi suicidi e scontri casa per casa. Dal 6 al 20 maggio, la situazione varia di pochissimo: i combattimenti dello Stato Islamico si sparpagliano complicando ulteriormente le cose. I morti fra le milizie palestinesi che affiancano l’Esercito siriano sono tanti, ma questo stillicidio porta a poco a poco i miliziani del Daesh a cedere. Finalmente, il 20 maggio viene raggiunto un accordo: gli ultimi miliziani sono disarmati e caricati su degli autobus diretti fra Palmira e Deir Ezzor. Quest’operazione porta a conclusione la presenza dello Stato Islamico e di ogni altra sigla jihadista a sud di Damasco.

Yarmouk, il cuore trafitto della Diaspora ora ridotto ad un cumulo di macerie, rappresenta con questa drammatica vicenda tutte le contraddizioni, ma poi anche tutta la forza ed il coraggio della sua popolazione palestinese. Grande è stato il tradimento, quanto grande la generosità di chi ha perso la vita per scacciare l’incubo del fondamentalismo a pochi km da Damasco.

Comitato del Martire Ghassan Kanafani – CMGK

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PsyOps: come manipolare l’opinione pubblica

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I retroscena della guerra

PsyOps

Si chiamano Psychological Operations (PsyOps) e servono a manipolare l’opinione pubblica. I principali obiettivi delle PsyOPs oggi sono (paradossalmente) proprio i pacifisti. Come reagire? Diventanto esperti di fact checking, entrando nel vivo delle informazioni militari per verificarle con sistematicità, con metodo e con una buona dose di dubbio.
10 maggio 2018 – Alessandro Marescotti

Si chiamano Psychological Operations (PsyOps) e servono a manipolare l’opinione pubblica. Prima di una guerra o di un attacco militare entrano in funzione e in tanti ci cascano. Funzionano esattamente come la pubblicità, con l’aggravante che molte informazioni che le PsyOps diffondono sono impossibili da verificare per il comune cittadino. Ma PeaceLink ha scelto come mission di verificare le menzogne di guerra, possibilmente in tempo reale. All’inizio le PsyOps erano rivolte soprattutto a conquistare le menti sul campo di battaglia, ma da quando l’opinione pubblica è diventata importantissima nel rifiutare o nell’accettare una guerra (e assuefarsi), ecco allora che le PsyOps sono diventate uno strumento di “conquista delle menti” fuori dal campo di battaglia.

Attenzione a non pensare che le PsyOps siano destinate a manipolare solo i creduloni e gli sprovveduti.

Non è così.

L’acquisizione del consenso o l’instillazione del dubbio paralizzante sono obiettivi strategici soprattutto se hanno come obiettivo la parte più attenta e critica dell’opinione pubblica, che è stata tradizionalmente quella di orientamento pacifista.

Oggi pertanto i principali obiettivi delle PsyOPs oggi sono (paradossalmente) proprio i pacifisti. Una volta manipolati e paralizzati i gruppi dirigenti della associazioni nonviolente e pacifiste il gioco è fatto.

Così ha funzionato per la Libia e così tentano di fare con la Siria.

Un esempio di PsyOp è quello che ha provocato l’intervento in Libia.

Una bufala a cui i gruppi dirigenti delle principali associazioni pacifiste hanno creduto cadendo nella paralisi. Paradossalmente invece di protestare contro l’intervento militare nel 2011 protestarono in piazza contro Gheddafi.

Sono le PsyOps e il movimento pacifista deve saperle riconoscerle velocamente, come nel caso dell’uso armi chimiche in Siria, di cui fino ad ora gli ispettori inviati ad aprile dall’ONU non hanno trovato neppure una prova. Viceversa sono emersi testimonianze circa la “messa in scena del panico” causato dal presunto uso della armi chimiche l’8 aprile scorso. A quelle scene di panico mandate in diretta dai mass media di tutto il mondo è seguito un lancio di missili da parte di Usa, Francia e GB sulla Siria, mentre il movimento pacifista era dilaniato fra mille dubbi e alcuni quasi quasi ci avevano creduto all’uso delle armi chimiche da parte di Assad. L’esortazione a esporre la bandiera della pace non aveva il chiaro obiettivo, come nel 2003, di fermare un’aggressione militare illegale sotto il profilo del diritto internazionale ma era solo, piuttosto genericamente, quello di “fermare la guerra” ponendosi in una posizione di equidistanza fra la Siria e le nazioni che stavano per sferrare un attacco militare.

Parlare delle PsyOps è scomodo, difficile, rischioso. Ci si deve assumere il tremendo compito di compiere quel fact checking – con tutte le responsabilità e con tutti i rischi di sbagliare – per arrivare a dire: “è una bufala” o, almeno, “non ci sono le prove”.

Come reagire? Diventanto esperti di fact checking, entrando nel vivo delle informazioni militari per verificarle con sistematicità, con metodo e con una buona dose di dubbio.

Sorgente: PsyOps

 

Putin incontra Assad: “I terroristi hanno deposto le armi nei luoghi chiave della Siria. Prossimo obiettivo la ripresa economica e l’assistenza umanitaria ai siriani”

Il portavoce del Cremlino ha riferito che i colloqui tra i due presidenti sono stati approfonditi.

Il presidente russo Vladimir Putin ha incontrato il suo omologo siriano Bashar al Assad nella città di Sochi, ha riferito il portavoce del presidente russo Dmitry Peskov. Il portavoce del Cremlino ha indicato che il leader siriano si trova in Russia per una visita di lavoro e che i colloqui tra i due presidenti sono stati approfonditi.Il presidente russo ha affermato, durante i negoziati con la sua controparte siriana, che i terroristi hanno deposto le loro armi nei punti chiave della Siria, che ha messo fine alla sua operazione nei pressi di Damasco.

“I terroristi hanno deposto le loro armi nei punti chiave della Siria, il che ha permesso di ripristinare le infrastrutture del paese, di respingerle, e le sue operazioni sono praticamente cessate vicino alla capitale siriana”, ha dichiarato Putin durante l’incontro.

In questo modo, dopo i successi militari in Siria, sono state create ulteriori condizioni per la ripresa del processo politico a pieno titolo, secondo Putin.

Il prossimo obiettivo, secondo il leader russo, è la ripresa economica della Siria e “l’assistenza umanitaria alle persone che si sono trovate in una situazione difficile”.

“Ci sono paesi che non vogliono la stabilità torni in Siria”

Il presidente siriano, da parte sua, ha aggiunto che sta migliorando la stabilità in Siria, aprendo le porte al processo politico, sempre sostenuto dalla Russia con entusiasmo.

Secondo il presidente del paese arabo, l’area controllata dai terroristi si è ridotta considerevolmente, tanto che nelle ultime settimane “centinaia di migliaia di siriani sono stati in grado di tornare alle loro case” e milioni “stanno arrivando”.

A questo proposito, Al Assad ha voluto ringraziare Putin e le forze armate russe per il loro ruolo nella lotta al terrorismo in Siria.

Assad ha indicato che il ripristino del processo politico nel paese “non sarà facile”, dal momento che ci sono nazioni che non vogliono “la stabilità torni in Siria.”

Tuttavia, il presidente siriano ha ribadito la determinazione a continuare ad avanzare, insieme alla Russia e agli altri partner e amici, “verso il processo di pace e per il bene della pace”.

Secondo il portavoce del Cremlino, Assad ha deciso di inviare i suoi rappresentanti a formare un comitato costituzionale delle Nazioni Unite che dovrebbe lavorare sulla legge fondamentale della Siria. La Russia, da parte sua, ha sostenuto questa decisione.

Fonte: RT

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OPAC: “Cloro usato probabilmente in Siria a febbraio”

Gli ispettori inviati dall’ONU e che indagano sull’uso di armi chimiche non hanno addossato la responsabilità ad alcuna delle parti in conflitto

17 maggio 2018 – Alessandro Marescotti

Siria

“Il gas cloro è stato “probabilmente” usato in un attacco avvenuto in Siria in febbraio nella città di Saraqeb, nella provincia nord-occidentale di Idlib. È quanto hanno stabilito gli ispettori dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac), senza addossare la responsabilità ad alcuna delle parti in conflitto”.Fonte: Il Fatto Quotidiano

Non risulta quindi corretta l’informazione di alcune testate giornalistiche che hanno attribuito al regime siriano di Assad l’uso di queste armi in quanto l’Opac non ha potuto attribuire l’uso ad una delle due parti in conflitto.

La citta di Saraqeb è lontana 290 chilomentri da Duma, il luogo in cui ad aprile vi sarebbe stato un attacco chimico, secondo quanto riferito da fonti dell’opposizione siriana.

In relazione a quest’ultimo sospetto evento, Usa, Francia e GB hanno lanciato un attacco missilistico conclusosi per fortuna senza colpire alcun deposito chimico, presunto o reale.

Note:L’uso di bombe al cloro è stato attribuito in passato anche all’ISIS: http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2015/3/12/BOMBE-AL-CLORO-Cosa-sono-le-armi-utilizzate-dall-Isis/590384/

Si legge: “Le bombe al cloro infatti, sebbene meno pericolose rispetto a quelle che usano il gas nervino, poiché non mortali, creano dei gravi problemi respiratori. Il cloro che è contenuto in esse può bruciare i polmoni, se inalato in grandi quantità. Ancora una volta la strategia dell’Isis è quella del terrore”.

thanks to: PeaceLink

L’attacco siriano all’unità 9900 indebolisce l’intelligence di Tel Aviv

PressTV 11 maggio 2018

Colpita dall’Esercito arabo siriano il 10 maggio, l’Unità speciale di intelligence 9900 è una delle unità di spionaggio più segrete dell’esercito israeliano. I razzi sparati dall’Esercito arabo siriano su obiettivi sensibili nel Golan occupato hanno inferto un duro colpo ai servizi d’intelligence dell’esercito israeliano. Le posizioni colpite erano di natura strategica aiutando l’esercito israeliano ad acquisire supremazia nell’intelligence. Erano collegati al centro di comando e controllo e ai centri di attività tecnica e umana dell’intelligence in combattimento. Raccoglievano informazioni strategiche e collegamenti con unità ed agenzie incaricate di analizzare le informazioni sui combattimenti. La Special Intelligence Unit 9900, incaricata di geografia, cartografia ed interpretazione delle immagini satellitari, è una delle più importanti unità militari e tecniche dell’esercito israeliano. Questa unità di cui gli esperti israeliani sono orgogliosi e si vantano, è un’unità segreta che si occupa di informazioni strategiche. È indipendente dall’unità 8200, che opera anche nell’intelligenza.

Unità 9900: la ragione d’essere
Dall’inizio dei programmi aerospaziali del regime israeliano negli anni ’80, l’Unità 9900 continua il proprio programma di spionaggio. Alcuni anni dopo che dei satelliti di spionaggio israeliani furono messi in orbita, le missioni di spionaggio furono assegnate all’Aman (acronimo per servizi segreti militari israeliani). Nel 1997, Israele lanciò un programma di spionaggio spaziale per sorvegliare i Paesi arabi e gli snodi della Palestina occupata. Fu in quel momento che nacque l’Unità 9900. Centinaia di soldati israeliani furono reclutati di nascosto e senza copertura mediatica. Pertanto, alcuna informazione filtrò sulle attività e il modus operandi. Una delle principali missioni dell’Unità 9900 consiste nel mettere in orbita i satelliti spia israeliani e fotografare installazioni nei Paesi della regione, registrando ogni atto insolito degli eserciti nella regione. Le immagini satellitari proiettano le azioni del movimento di Resistenza sugli schermi dell’Unità 9900. Queste informazioni, una volta raccolte e analizzate, vengono consegnate ai comandanti dell’esercito israeliano. L’unità 9900 è anche responsabile della raccolta di informazioni visive da satelliti o velivoli da ricognizione. Tali informazioni, immagini e mappe, una volta elaborate, rafforzano le posizioni del regime israeliano e sono rese disponibili ai responsabili israeliani nella sicurezza e militari.

Unità 9900: missioni e operazioni
L’Unità 9900 raccoglie immagini quotidiane di aree militari e campi di addestramento in cui operano gli eserciti arabi. Vengono poi inviati all’ufficio del ministro degli affari militari, del capo di stato maggiore e al capo dell’intelligence dell’IDF israeliani. L’unità sorveglia le strutture atomiche dell’Iran 24 ore al giorno, e cerca anche obiettivi per un possibile attacco dell’esercito israeliano.

Unità 9900: le sezioni
È composta da diverse sezioni geografiche e tecniche:
1- Un centro d’intelligence che si occupa di raccolta ed analisi delle informazioni. Ad esempio, gli esperti sanno come rilevare l’equipaggiamento da combattimento tramite immagini satellitari. È il luogo in cui sono archiviate tutte le informazioni provenienti dai satelliti, le foto scattate dai centri di controllo terrestri e quelle fornite da droni e sistema GPS.
2- Un centro di mappatura e analisi che si occupa della preparazione di carte riservate alle operazioni militari.
3- Un centro satellitare responsabile per i satelliti spia volto a raccolta e rapida analisi delle informazioni.

Unità 9900: priorità geografiche
1- Siria
2- Iran
3- Striscia di Gaza
4- Giordania
5- Egitto e Sinai
6- Medio OrienteTraduzione di Alessandro Lattanzio

via L’attacco siriano all’unità 9900 indebolisce l’intelligence di Tel Aviv

La Siria abbatte dozzine di missili israeliani

Secondo l’agenzia stampa SANA, Israele ha attaccato sistemi di difesa missilistici siriani e stazioni radar.

Mosca, 10 maggio. /TASS/. Le forze di difesa aerea siriane hanno abbattuto dozzine di missili israeliani nella provincia di Quneitra, a 40 km da Damasco, come riportato giovedì dall’agenzia stampa SANA.

Secondo SANA gli attacchi aerei israeliani avevano come obiettivo i sistemi di difesa missilistici siriani e le stazioni radar.

Inoltre le forze armate siriane hanno respinto un attacco organizzato da gruppi armati di opposizione vicino la città di al-Baath, nelle alture del Golan, come riportato giovedì dal canale televisivo Al Mayadeen.

Secondo Al Mayadeen, i militanti hanno approfittato degli attacchi missilistici israeliani per tentare di conquistare le postazioni delle forze armate siriane. Al Mayadeen ha affermato anche che precedentemente le truppe siriane in quest’area sono state bombardate da carri armati Merkava.

Nelle prime ore di giovedì Israele ha condotto attacchi aerei contro postazioni delle forze armate siriane a Khan Arnaba, Tell al-Ahmar, Tell al-Qbaa e Qasr al-Naql. Nessuna informazione su vittime tra le forze armate siriane è stata riportata.

 

thanks to: TASS

SANA

 

Israele prepara la guerra?

Alastair Crooke, SCF 07.05.2018Il generale Mattis dichiarava al Comitato delle forze armate del Senato degli Stati Uniti che crede che uno scontro militare tra Israele e Iran in Siria sia sempre più probabile: “Posso vedere come potrebbe iniziare, ma non sono sicuro quando o dove“. Questo non dovrebbe sorprendere. Chiunque sbirci attraverso la membrana della bolla occidentale, può vedere le principali dinamiche “colmarsi e rafforzarsi” in modo tale da chiudersi inesorabilmente su Israele. Diventa “inesorabile”: non tanto perché gli Stati del Medio Oriente desiderano la guerra (non la vogliono); ma perché Israele si sente culturalmente costretto a legarsi al presidente Trump e alla sua squadra di estremisti collocandosi a primo collaboratore nella “guerra” degli Stati Uniti per respingere Cina, Russia, Iran e farne del loro progetto commerciale un’entità inefficace ed indebolita. La retorica belluina di Pompeo e Bolton può sembrare un elisir inebriante per certi israeliani; ma semplicemente il Medio Oriente non è il posto in cui collaborare a tale nuova “guerra” ibrida statunitense contro le nuove dinamiche emergenti. Cina, Russia e Iran sono risoluti, “inesorabili”. Israele combatterà contro gli eventi e, infine, essendo completamente in disaccordo col Medio Oriente, cercherà di colpirlo ed indebolirlo (proprio come negli attacchi in Siria), e ne sarà colpito in risposta. E si potrebbe vedere una grande guerra. Sia che si guardi l’audace, rossa, fascia est-ovest della massiccia “Strada e Corridoio” cinese che si estende su tutta l’Eurasia (qui); che la verticale russa, mackinderesco cuore dei produttori di energia (qui), che si estende dall’Artico al Medio Oriente, rifornendo i consumatori ad est e ad ovest, una cosa si distingue chiaramente: Iran e fascia settentrionale del Medio Oriente sono al centro di entrambe le mappe. Ma, ad essere chiari, questi possono essere articolati come progetti commerciali ed energetici, ma sono anche primariamente politico-culturali. Queste due visioni, la mappa cinese e quella russa, sono complementari. Una evidenza l’influenza delle risorse e l’altra i flussi e la concomitante fecondità economica che potrebbe derivare dal flusso di energia e dei manufatti lungo questo corridoio. In questa fascia settentrionale del Medio Oriente, la Russia ha “peso” diplomatico e di sicurezza, e non gli USA; e la Cina vi ha influenza economica, e non gli USA. E ‘no’, questo non è fumo generato da qualche immaginario ‘vuoto’ creato dai fallimenti seriali degli USA in Medio Oriente. Queste sono autentiche dinamiche di mutamento all’opera.
Per certi occidentali (e israeliani) boriosi, nulla di significativo vi appare. Ci viene detto, da Politico ad esempio, che: “… la nuova Guerra Fredda non è come l’originale Guerra Fredda, perché manca della dimensione ideologica… l’attuale tensione tra Stati Uniti e Russia è una lotta seinfeldiana sul nulla: Putin non ha alcun obiettivo ideologico oltre l’elevazione dello Stato russo, governato da lui e dal suo clan; non cerca aderenti in occidente, e quindi non guida alcuna grande competizione tra due sistemi… Dopotutto, Putin non predica la rivoluzione mondiale, elemento dottrinale chiave del comunismo sovietico”. Come mai l’occidente è “culturalmente cieco” sui grandi cambiamenti in corso? È vero che ciò che accade in Medio Oriente e Russia non è “ideologia” nel senso utopico coercitivo, globale, volto a correggere i difetti umani, contrapponendo e riformando l’umanità in modo coercitivo. Ma ciò che esiste, non è il “nulla”: sembra, perché proprio negano e sono contrari alla nozione di unico ordine globale culturale basato su regole umane, che questi progetti siano invisibili all’occidente. Nel caso d’Israele, non sorprende. Theodor Herzl, padre del sionismo moderno, nel suo libro Der Judenstaat, documento fondatore del sionismo, scrisse: “Per l’Europa noi Stato ebraico costituiremo parte del muro contro l’Asia: serviremo da avamposto della Cultura contro la Barbarie“. In breve, Israele fu specificamente fondato come “utopia” dell’Illuminismo europeo, e di conseguenza e comprensibilmente gli israeliani non riescono ad immaginare che altri possano sfidare culturalmente o tecnologicamente cultura e scienza dell’Illuminismo europeo. Ecco Ehud Barak caratterizzare Israele come “città nella giungla” deprecando gli abitanti della giungla. La Cina, tuttavia, con Xi e il Partito Comunista Cinese, si ritrae erede dell’impero cinese di 5000 anni, scacciando l’occidente predatore e definendo un’identità cinese fondamentalmente contraria alla modernità statunitense. Il mondo che Xi immagina è incompatibile con le priorità di Washington e quindi d’Israele (sull’attuale corso). Anche la Russia cerca di definire un “modo d’essere” culturalmente russo, a suo modo, senza imitare i modelli dell’Europa occidentale, ma piuttosto puntando all’opposto polo culturale e morale. Iran e Siria (e forse anche Iraq) non guardano più al modello occidentale politico o morale, emulandolo o stimandolo. Il punto è che nella zona settentrionale almeno del Medio Oriente (incluso l’Iraq), gli “sgozzatori wahhabiti” che i servizi segreti occidentali, israeliani e sauditi hanno armato contro Assad non sono solo screditati, ma sono detestati (dai sunniti quanto gli altri). Si delinea la lenta detonazione del “colpo di grazia” a tali politiche (ancora perseguite dagli Stati Uniti che proteggono lo SIIL al confine tra Siria e Iraq). Questa regione è sfuggita all’influenza occidentale. L’asse Russia-Cina-Iran è già la potenza decisiva nell’area, anche nel Golfo. E l’Iran sarà un attore importante. L’occidente ha avvicinato Russia ed Iran strategicamente e militarmente, e per Pechino l’Iran è assolutamente cruciale per la Vai e il Corridoio. Come osserva Pepe Escobar: “Fedeli alla mappa dell’integrazione dell’Eurasia in evoluzione, Russia e Cina sono in prima fila nel sostegno all’Iran. La Cina è il principale partner commerciale dell’Iran, soprattutto per via delle importazioni energetiche. Da parte sua, l’Iran è un importante importatore di cibo. La Russia vuole coprire questo fronte… Le aziende cinesi sviluppano gli enormi giacimenti petroliferi di Yadavaran e Azadegan settentrionale. La China National Petroleum Corporation (CNPC) ha acquisito la partecipazione del 30% del progetto per lo sviluppo di South Pars, il più grande giacimento di gas naturale del mondo. Un accordo da 3 miliardi di dollari migliora le raffinerie petrolifere iraniane, incluso un contratto tra Sinopec e National Iranian Oil Company (NIOC) per espandere la vecchia raffineria di Abadan“.
In breve, ci sono forze potenti che sorgono in Medio Oriente e non più in sintonia con le “priorità” occidentali (né particolarmente favorevoli all’egemonia israeliana, che considerano destabilizzante). Queste forze sono già potenti e sembrano destinate ad esserlo ancora più. Ma gli USA, sotto la visione del MAGA di Trump, hanno dichiarato queste forze emergenti “potenze revisioniste” o “Stati canaglia”, e la dirigenza statunitense li considera “minacce” nella sua “guerra eterna”. È questione aperta se gli USA troveranno i mezzi per avvicinare queste forze emergenti, o vi entreranno in conflitto. Questa è la “domanda” della nostra era. Nel caso degli Stati Uniti, se un conflitto ne risulterà, potrebbe rimanere ibrido; ma per Israele, tale opzione è improbabile: può solo passare ai conflitti “diretti”. Ma ciò che rende il conflitto israelo-iraniano forse imminente è un altro cambiamento importante, che potenzialmente muterebbe la posizione d’Israele in Medio Oriente. La regione non cambia solo in modo progressivamente incompatibile con le “priorità” di Washington, ma l’unica qualità che sembrava separare l’occidente, rendendolo “eccezionale”, era la tecnologia, che ora appare scivolargli via. La disputa degli USA con la Cina riguarda essenzialmente questo problema: Trump afferma che la Cina ha “rubato” tecnologia statunitense (insieme ai posti di lavoro). Alcune tecnologie potrebbero essere state “soffiate”, ma la realtà è che posti di lavoro e tecnologia furono volontariamente esportati in Cina per gonfiare i profitti delle aziende statunitensi. In ogni caso, Cina, Russia ed Iran hanno fatto propria la tecnologia, e ora superano la tecnologia della difesa occidentale, o già la sostituiscono. Gli Stati Uniti non riusciranno a contenere o reprimere l’innovazione tecnologica della Cina, o la rivoluzione tecnologica della difesa russa. Quindi, se Israele guarda al vicinato, percepisce gli Stati Uniti gradualmente disimpegnarsi dal Medio Oriente e le potenze “revisioniste” e “canaglia” sempre più presenti; “un grave fallimento strategico con implicazioni di ampia portata“, affermava il principale esperto della sicurezza israeliano Ehud Yaari, e sa che la “guida” tecnologica della difesa occidentale va via come sabbia tra le dita occidentali.
Non c’è da stupirsi che la destra israeliana affermi che la situazione d’Israele, la sua capacità di rispondere alla nuova situazione, peggiorerà col tempo: che non ci sarà mai una Casa Bianca più irriflessiva; né una superiorità aerea d’Israele come una volta, con sempre più diffuse e migliori difese aeree che negano ad Israele lo spazio aereo che dava per scontato; Carpe Diem, cogli l’attimo, sollecitano tali politici, per trovare un pretesto all’escalation e seguiti dagli Stati Uniti. Ma non è una questione diretta: ai vertici dell’intelligence e della sicurezza israeliana sono cauti: Israele non può sostenere un conflitto per più di sei giorni (stima del generale Golan), in particolare se coinvolge più fronti. Israele potrebbe ripetere oggi l’esperienza della guerra dei sei giorni (in cui distrusse l’aeronautica egiziana nelle prime quattro ore)? Non è affatto sicuro. Iran ed Hezbollah hanno sviluppato la risposta asimmetrica alla potenza aerea israeliana negli ultimi venti anni, che hanno sperimentato con successo in Libano nella guerra del 2006. Ed oggi ci sono nuovi missili a nord d’Israele; ed è certo che dominerà ancora i cieli? È dubbio.
Allora, dove siamo oggi? Il segretario Pompeo visitava Tel Aviv la settimana scorsa. Sembra che autorizzasse Israele ad usare le bombe di minore dimensione (GBU-39) contro gli iraniani il 30 aprile, quelle che Obama diede ad Israele. Sembra che abbia anche sostenuto Israele ad allargare unilateralmente la “guerra” a qualsiasi iraniano in Siria. Israele sfida Iran, Siria o Russia a rispondere a tali provocazioni, credendo che non lo faranno, almeno fino al 12 maggio (quando Trump decideva le sanzioni contro l’Iran, ancora una volta). Il Presidente Putin cerca di controllare la guerra, ma il via libero di Pompeo a Tel Aviv lo spazientiva. I consiglieri militari premono per attivare le batterie di S-300 contro aerei e missili israeliani. E dal 12 maggio, con la decisione di Trump… Beh, l’Iran ha già promesso ritorsioni all’attacco missilistico su T4 del 9 aprile, tempismo e metodo sono ancora da decidere. La prospettiva della guerra è in bilico: la destra israeliana vuole cogliere l’attimo (e probabilmente intende annettersi la Cisgiordania nella nebbia bellica). I militari israeliani (come le controparti statunitensi) sono cauti, sono quelli che rischiano. E Trump? Ah… le pressioni interne crescono. Deve dividere il Congresso (o, come dice, “i democratici lo metteranno sotto accusa“). Ci saranno poche concessioni elettorali nazionali ora, in attesa del convogliatore elettorale di novembre (quando la maggior parte di esse sarà dietro di lui). La politica estera è laddove il periodo medio può essere vinto (o perso). Molto viene bloccata dalla bilancia della politica interna USA.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Sorgente: Israele prepara la guerra?

La follia di Trump contro l’Iran, Israele criminale ancora contro la Siria sovrana.

Notizie drammatiche arrivano in queste ore dal Medio Oriente. Mentre Trump rilasciava le sue folli dichiarazioni sull’Iran, l’aviazione di Israele ha immediatamente bombardato Damasco preparandosi ad aggredire il Libano, dopo la vittoria di Hezbollah alle ultime elezioni.

Fermiamo i criminali nazi-sionisti che governano lo Stato di Israele. Fermiamo la mano agli assassini che hanno sterminato decine di palestinesi nella striscia di Gaza. Solidarietà all’eroico popolo palestinese! Solidarietà ad Hezbollah e ai suoi valorosi combattenti internazionalisti! Solidarietà alla Siria sovrana e al suo popolo che fronteggiano l’aggressione imperialista, sionista e dei loro alleati tagliagole jihadisti! Sinistra del nostro paese, se ancora esisti, sveglia! Cinque Stelle datevi una mossa, se volete essere credibili agli occhi del popolo della pace!

Mauro Gemma, direttore di Marx21

Sorgente: La follia di Trump contro l’Iran, Israele criminale ancora contro la Siria sovrana. ‘Sinistra del nostro paese, se ancora esisti, sveglia!’

In Siria è emersa la verità. Sotto scacco la narrativa mainstream che non può fare altro che censurare tutto

A Ghouta è emersa la verità. Sotto scacco la narrativa mainstream che non può fare altro che censurare tutto

PICCOLE NOTE

Il governo siriano, dopo la caduta del quartiere di Ghouta, ha intensificato le campagne militari contro altri bastioni della resistenza, che sembra meno agguerrita di prima.

Dopo Ghouta, i ribelli hanno accusato il colpo, almeno momentaneamente. E ciò perché il quartiere Damasceno era la punta di diamante della resistenza, il suo cervello pulsante. Anche per questo è stata così cruenta la battaglia.

Abbiamo usato i termini usuali del mainstream, che identifica le forze che si oppongono a Damasco come “ribelli” e “resistenza”.

Sotto Ghouta

L’abbiamo fatto apposta, per far vedere quanto questa identificazione, parte fondante della narrazione che vede un regime sanguinario alle prese con un’opposizione libertaria, strida con quanto sta emergendo da Ghouta.

Anzitutto gli orrori. Li documenta un filmato siriano, certo di parte, ma che rimanda immagini che non possono esser frutto di manipolazione.
Nel filmato al quale rimandiamo (cliccare qui) si vedono gli orrori di Ghouta. Le immagini inquadrano la “prigione del pentimento”, dove si vedono le celle oscure e le gabbie interrate, esposte all’aperto. O l’attrezzo che mostriamo nella foto in alto, dove i prigionieri erano legati per essere torturati.

Non solo orrori. Un altro video (cliccare qui) mostra i tunnel scavati nel sottosuolo: un labirinto a quindici metri di profondità, che si snoda per chilometri e chilometri.

Si può notare dal video come, accanto alle immagini di tunnel scavati nella roccia,  si vedono gallerie larghe, ben illuminate. Prodotti di alta ingegneria. Che necessitano di mezzi sofisticati per lo scavo e le rifiniture.

Opere fatte in poco tempo, che non possono essere ascritte ai quattro straccioni armati asserragliati nel quartiere e ai loro schiavi, i poveri civili mandati sottoterra a scavare. No. Ci vuole ben altro. Macchine pesanti, ingegneri altamente qualificati. E tanti, tanti soldi. Milioni di euro. Soldi fluiti dall’estero: dai sauditi e dall’Occidente.

Le foto che invece mettiamo in calce all’articolo le abbiamo prese dal sito www.palaestinafelix.blogspot.co.uk

Anch’esso è decisamente schierato dalla parte del governo. E può essere tacciato di partigianeria. Ma le foto sono inequivocabili. E mostrano i prodotti chimici rinvenuti nei tunnel, provenienti dal mercato occidentale…

Vi risparmiamo le immagini degli arsenali bellici scoperti nel sottosuolo: armi pesanti, bombe, missili e quanto altro, a tonnellate. C’era una emergenza alimentare, dicevano le agenzie umanitarie, chiedendo l’apertura di corridoi per portare provvigioni (peraltro trovate immagazzinate). Allora come facevano ad arrivare tutte queste armi?

Lo scacco della narrazione mainstream

Quanto sta emergendo dice altro da quanto raccontato per anni. Come raccontano altro i sopravvissuti, che sono tornati a vivere nel Ghouta, sotto il controllo del governo.

Evidentemente non lo giudicano così sanguinario, se hanno preferito restare piuttosto che andar via con i miliziani jihadisti, come potevano.

Civili di Ghouta sui quali ci si stracciava le vesti, perché bersaglio delle bombe di Assad. E dei quali oggi non importa nulla a nessuno. Nessun cronista occidentale che vada a intervistarli.

Concludiamo questo articolo con un sondaggio del Corriere della Sera di ieri.

Solo l’11% ritiene che i raid in Siria sono stati “giusti”. Solo il 20% ritiene che Assad sia “responsabile delle centinaia di migliaia di morti” (evidentemente l’80% non ci crede, ma sul punto il Corriere tace).

Il 27% degli intervistati ritiene che “non ci siano prove” che l’attacco chimico di Ghouta sia opera di Damasco, mentre ben il 39% ritiene che sia solo “un pretesto per intervenire contro Assad”.

Un sondaggio che indica la debacle della narrativa corrente. E ciò nonostante sia stata propalata da tutti i media mainstream senza eccezione. E non certo per i troll russi o le Fake news. Semplicemente la gente ha visto troppe guerre giustificate con ogni mezzo in questi anni, dall’Iraq alla Libia a quanto altro.

Ci ha creduto una volta, due magari. Tertium non datur.

Notizia del:

Sorgente: A Ghouta è emersa la verità. Sotto scacco la narrativa mainstream che non può fare altro che censurare tutto


Siria, DOUMA: chi sono le milizie di « Jaych al Islam » che occupavano la città.

Siria, DOUMA: chi sono le milizie di « Jaych al Islam » che occupavano la città.

A cura di Enrico Vigna, 23 aprile 2018

In questi giorni in tutti i media, la città di Douma è salita all’attenzione del mondo, causa l’ennesima aggressione missilistica, da parte di una coalizione a guida USA con al fianco Gran Bretagna e Francia, con Israele che in fatti di guerra non manca mai, oltre al solito coinvolgimento logistico dell’Italia, confermato dal primo ministro Gentiloni, visto che alcuni sottomarini per l’attacco sono partiti da Napoli. Il turro giustificato dal presunto e finora non accertato uso di armi chimiche da parte dell’Esercito Arabo Siriano.

Penso che però, non tutti sono a conoscenza di chi siamo andati ad aiutare in loco, chi sono le milizie islamiste che occupavano la città, quali le loro pratiche e su cosa si fonda la loro proposta di una nuova società siriana.

Gli ultimi jihadisti rimasti nella città, ora liberata, erano appartenenti alla milizia di ” Jaych al Islam ??? ??????? (Armata dell’Islam), una formazione salafita che ha nel suo programma, l’abbattimento del governo laico siriano e l’instaurazione di uno Stato Islamico governato dalle leggi della Sharia.

La sua fondazione risale al 2011 e prima di finire nella Ghouta orientale e poi asseragliarsi nella città di Douma come ultimo caposaldo, aveva operato anche nell’area di Damasco, Aleppo. Homs e nel governatorato di Rif Dimachq.

La sua prima definizione fu Liwa al Islam ( Brigata dell’Islam), poi adottò l’attuale definizione, dopo la fusione con altri gruppi islamisti radicali. I suoi membri sono stati calcolati in circa 2/3.000 uomini.

Suo leader e fondatore era stato Zahran Allouche, 44 anni, figlio del predicatore Abdallah Allouche, membro dei Fratelli Mussulmani, rifugiatosi in Arabia Saudita. Zahran era stato arrestato nel 2009, perché seguace dei Fratelli Mussulmani e poi rilasciato nel giugno 2011 durante un’amnistia del governo siriano, tre mesi dopo l’inizio del conflitto.

Per anni Zahran Allouche aveva terrorizzato gli abitanti di Damasco dichiarando che avrebbe “ripulito” la città. Ogni venerdì annunciava attacchi che avrebbe sferrato alla capitale. Nel 2013 ad Adra rapì delle famiglie alawite, utilizzò i prigionieri come scudi umani e ne portò in giro rinchiusi in gabbie, un centinaio; poi giustiziò un centinaio degli uomini, perché gli “infedeli” sapessero quale sorte li aspettava.

Ucciso dall’Esercito Arabo Siriano nel 2015, alla sua morte gli subentrò un uomo d’affari, lo sceicco Isaam Buwaydani, detto “Abu Hamam al Boueidani, che ne prese il posto. Ma secondo la giornalista ed esperta di questioni mediorientali Lina Kennouche, de L’Orient- Le Jour , al-Boueidani, è un leader senza capacità né carisma, e di fatto è il religioso Abu Abdarrahman Kaaké che ha assunto la vera leadership del gruppo.

Questa formazione ha fatto parte di vari fronti islamisti e jihadisti : nel 2012-2013 del Fronte Islamico Liberazione Siria, poi dal 2013 al 2016 al Fronte Islamico e infine in Fatah Halab fino al 2017, infatti dopo la sconfitta della battaglia di Aleppo, liberata dall’Esercito Arabo Siriano, le varie componenti jihadiste sono andate ad una resa dei conti sanguinosa tra loro, con accuse reciproche che hanno sciolto il cartello jihadista.

Ha sempre rifiutato di entrare nell’Esercito Siriano Libero, non ritenendolo sufficientemente radicale. Ha ricevuto supporto, armi e finanziamenti in particolare dall’Arabia Saudita e dal Qatar; si tratta di diversi milioni di dollari di finanziamenti in armi e addestramento militare, come documentato da The Guardian , del 7 novembre 2013.

Fortemente dipendente dall’Arabia Saudita , Jaych al Islam è anti sciita, anti alawita e molto ostile all’Iran e a Hezbollah, al suo interno vi è anche una tendenza vicina ai Fratelli Musulmani nella loro componente più estrema.

Jaych al-Islam ha finora beneficiato anche di un fiume di soldi raccolti nei circoli salafiti dei paesi del Golfo, direttamente dal padre di Zahran Allouche. Questa disponibilità di denaro ha sempre permesso a Jaych al-Islam di imporsi agli altri gruppi criminali nella regione.

Una famiglia, quella Allouche, molto implicata nei giochi di guerra destabilizzanti la Siria. Il cugino di Zahrane Allouche, Mohamed, anche lui un jihadista salafita, ed anche leader del gruppo terrorista, era a Ginevra come invitato ai colloqui di pace nella veste di delegato del suo gruppo.

Nato nel 1970, Mohamed Allouche ha studiato legge islamica nella capitale Damasco, prima di continuare a perfezionare le sue conoscenze presso la famosa Università islamica di Medina, in Arabia Saudita. Questo cugino di Zaharan Allouche, Mohammed, si rese celebre in Siria, per la violenta repressione dei costumi. Creò il Consiglio Giudiziario Unificato, che impose a tutti gli abitanti della Ghouta la versione saudita della sharia. Ed è famoso, non solo per l’odio contro le donne, ma anche per aver organizzato esecuzioni pubbliche di omosessuali, lanciandoli dai tetti delle case. Costui è ora il rappresentante di Jeych al-Islam ai negoziati di pace dell’ONU….

Di lui il quotidiano belga di Bruxelles, La libre Belgique scrisse il 14 marzo 2016: “…una personalità piuttosto chiusa, Mohamed Allouche è uscito dall’ombra a fine gennaio, quando è stato nominato capo negoziatore per la coalizione principale dell’opposizione siriana. A 45 anni, questo ribelle siriano della regione di Damasco sarà sotto i riflettori a Ginevra, dove è previsto l’inizio delle discussioni tra il governo siriano e l’opposizione…”

“…La sua uscita dall’ombra, aggiunge il quotidiano di Bruxelles, Mohamed Allouche la deve, in un certo modo, alla morte del cugino Zahrane, il leader del gruppo ribelle Jaych al Islam, ucciso lo scorso 25 dicembre (…). La sua presenza nei negoziati, non resta senza critiche. Alcuni sono perplessi che la partecipazione ai negoziati sia gestita da un membro di un gruppo armato che bombarda la capitale siriana… “. La famiglia Allouche oggi vive confortevolmente a Londra.

Anche istruttori provenienti dal Pakistan sarebbero stati usati per aiutare a formare militarmente il gruppo.

L’accademico Fabrice Balanche su challenges.fr, scrive che, dopo essere stata indicata come organizzazione terroristica dagli Stati Uniti alla fine del 2012, il Fronte al-Nusra…ha creato tatticamente nuovi piccoli gruppi con nomi falsi per continuare ad avere i finanziamenti USA. Il gruppo Jaych al-Islam è stato per esempio finanziato dagli Stati Uniti prima che fosse dimostrata la sua affiliazione con al-Qaeda“. Secondo lo scienziato accademico e politico libanese, Ziad Majed: “…L’Armata dell’Islam coopera con il Fronte al-Nusra, ramo di al-Qaeda in Siria, purché questo non cercasse di infiltrarsi nella Ghouta. Infatti in quest’area in questi anni ha sistematicamente liquidato qualsiasi altro gruppo di ribelli che potevano rivaleggiare con il suo predominio in questa regione…”.

Il 28 aprile 2016 vi furono violenti scontri nella Ghouta orientale tra Jaych al-Islam e Faylaq al-Rahman , la più grande brigata dell’Esercito Siriano Libero nella regione.

Poi Jaych al-Islam è entrata in guerra con Jaych al-Fustate, un’alleanza formata dal Fronte al-Nusra e dal Liwa Fajr al-Umma.

Dal 28 aprile al 17 maggio 2016, combattimenti sanguinosi tra loro e altri gruppi ribelli minori costarono più di 500 uccisi nella parte orientale di Ghouta; infatti Jaych al-Islam era dominante nell’est della regione, mentre altri gruppi avevano basi nella parte occidentale.

Il 25 maggio 2016, un cessate il fuoco fu raggiunto tra le varie fazioni ribelli, ma poi nuovi combattimenti mortali scoppiarono nell’aprile 2017.

Secondo Laure Stephan, giornalista ed esperto di medioriente di Le Monde, gli uomini di Jaych al-Islam “…hanno imposto la loro egemonia con un pugno di ferro feroce, non esitando a imprigionare o combattere i rivali, seppur anch’essi antigovernativi; utilizzando in città pratiche dispotiche; dai racket sul commercio e sulla gestione dei vari aspetti sociali, dell’uso dei tunnel che permettevano l’approvigionamento della città, taglieggiamento, reclutamento forzato, tortura sistematica, fucilazioni e imposizioni alla popolazione civile, alle donne, esecuzioni pubbliche …”.

Il gruppo è anche accusato di essere responsabile del rapimento e della scomparsa di una leader non violenta dell’opposizione siriana: Razan Zaitouneh.

Questa era una avvocatessa e giornalista, che dal 2001 si occupava in Siria della difesa dei diritti umani. Il 9 dicembre 2013, lei e altre tre persone: Waël Hamada, suo marito, Samira Al-Khali e Nazem Al-Hamadi, furono rapiti a Douma, dove si erano spostati dal marzo 2011. Secondo quanto denunciato da membri dei Comitati di coordinamento locali della Siria, una rete di attivisti dell’opposizione siriana, il rapimento e il loro assassinio furono compiuti dal gruppo Jaych al-Islam. Nel novembre 2015, come rappresaglia per un bombardamento governativo sulle loro postazioni, che causò decine di morti e centinaia di feriti, gli uomini di Jaych al-Islam radunarono centinaia di prigionieri, soldati siriani e civili, donne comprese, e dopo averli messi in gabbie, li dislocarono intorno, per servire da scudi umani contro gli attacchi governativi. Anche Human Rights Watch (HRW), ha denunciato, riportato da Le Figaro di Parigi, che: “… gruppi di ribelli siriani hanno usato ostaggi civili nella zona di Ghouta, come scudi umani per scoraggiare raid aerei. Non appartengono né a Daesh né a Nusra, ma all’esercito dell’Islam (“Jaich al-Islam”)…”.

Il 7 aprile 2016, un portavoce di Jaych al-Islam, Islam Allouche, ammise pubblicamente l’uso di armi chimiche “proibite” in scontri con le YPG curde, per il controllo del quartiere di Sheik Maksoud in Aleppo, costato la vita a 23 persone e il ferimento di altre 100, come riportato dal giornalista francese Bruno Rieth sul giornale “Marianne”, l’11 aprile 2016.

L’8 aprile la Croce Rossa curda accusava Jaych al-Islam di aver effettuato un attacco chimico a Sheikh Maqsud, ritenendo che, stante i sintomi, le armi contenessero in particolare del cloro .

Dopo la denuncia della CRCurda ed essendo di dominio pubblico, il gruppo per non farsi esautorare dai finanziamenti soprattutto USA, rilasciò una dichiarazione di autocritica, molto ambigua: “…il portavoce del gruppo siriano Jaych al Islam riconosce che durante “gli scontri con l’YPG per il controllo del distretto di Sheik Maksoud (…) uno dei leader di Jaysh al-Islam di Aleppo, ha utilizzato armi che non sono permesse e ciò costituisce una violazione delle regole interne del gruppo Jaysc al-Islam… il comandante è stato portato al tribunale militare interno per ricevere la punizione appropriata…”.

Come qui documentato i “nostri amici eroi” di Jaych al Islam ( nel senso dei paesi occidentali…), la sanno lunga circa l’uso di armi chimiche…

Comunque sia con la caduta della Ghouta orientale, sono stati liberati circa 200 prigionieri, unici sopravvissuti, che erano rinchiusi nelle carceri conosciute o clandestine di Jaych Al-Islam. Secondo l’OSDH, un organismo finanziato e supportato da varie Intelligence occidentali, e fortemente antigovernativo, almeno 3.500 persone, tra cui molte donne e bambini, sono state prigioniere di Jaych al-Islam. Ma altre fonti arrivano anche a cifre di oltre 6.000 prigionieri, a parte le esecuzioni compiute. In tutti questi anni il gruppo salafista ha fatto prigionieri, sia dissidenti dal suo operato o combattenti di fazioni rivali anti governative, che uomini e donne di altre fedi o leali al proprio governo e alla Siria. Una delle sue pratiche più ricorrenti erano i rapimenti, soprattutto di donne e bambini di altre fedi, ma anche di sunniti anti terroristi, fuori dai suoi territori, per poterli usare come ricatti o merce di scambio con il governo siriano. Vi è un forte timore e presentimento che, non appena l’area sarà ispezionata dalle forze dell’Esercito Arabo Siriano, saranno trovate molte fosse comuni e così capiremo dove sono finiti i prigionieri dei terroristi “moderati”, sponsorizzati dalle potenze occidentali. Una prima, è già stata trovata proprio in questi giorni, come documentato dai media, con oltre 30 corpi, ma che potrebbero diventare anche centinaia.

Il gruppo è classificato come organizzazione terrorista dalla Repubblica Araba siriana, dalla Russia, dall’Iran e dall’Egitto.

Nonostante questo, nello sforzo per trovare soluzioni negoziali e fermare la guerra in Siria, la Russia attraverso il suo ministro degli Esteri Sergei Lavrov, che guida i negoziati internazionali per la pace, ha spinto per una presenza nei negoziati a Ginevra, di due rappresentanti dei ribelli armati, di Jaysh al-Islam e Ahrar al-Sham, che erano presenti ai colloqui. Invitati “a titolo personale” e non considerati come partner nei negoziati.

In questa pagina del sito del gruppo, il 15 marzo 2018, si può leggere una preghiera contro i non-sunniti, siano mussulmani sciiti o cristiani o ebrei che si conclude così: «Uccideteli. Dio li strazia per mezzo delle vostre mani. Dio vi concederà la vittoria».

A cura di Enrico Vigna – SOS Siria/CIVG – 23 aprile 2018

Notizia del: 23/04/2018

Sorgente – Siria, DOUMA: chi sono le milizie di « Jaych al Islam » che occupavano la città. – L’Antidiplomatico

Scegli la pillola rossa – La storia delle False Flag siriane

DI TYLER DURDEN
“Se prendi la pillola rossa …  ti faccio scoprire dove arriva la tana del coniglio.”

La famigerata battuta del film “The Matrix” – dove Morpheus dà a Neo un’idea di cosa sia la  “vera” realtà, che non è quella “fabbricata” da chi governa e che vuole che fargli vedere – non potrebbe essere una analogia migliore di quello che un coraggioso (che deve essere chiaramente un sedizioso troll russo che dovrebbe essere bandito da tutti i social media per sempre) utente di Twitter mostra qui di seguito.

 Jad@jadinho123  –  Ho cercato di far girare questo messaggio per tanto tempo, ma poi avrebbero cominciato a dire che sono un diavolo e che sto dalla parte di Assad, ma io volevo solo farvi vedere l’altra parte della storia. Senza dover credere ai media occidentali.

Ricordate questa foto del bambino che giace accanto ai genitori “morti” “ammazzati” da Assad, che è diventata virale ed è stata retweettata migliaia di volte facendo piangere la gente su Twitter?

Bene…

 

Oh vi ricordate anche di questa foto del bambino che stava dentro un’ambulanza dopo essere stato probabilmente attaccato da Assad e dal suo regime???   pic.twitter.com/tzoFiMbK5S

Bene…

  Jad@jadinho123     Provate a guardare questo VIDEO

pic.twitter.com/jw1HzWCXzV

 Ma questo è peggio …..

e peggio ancora  …

 

            Enrique 🇨🇱@garoukike

Qui c’è un   VIDEO  che spiega meglio le cose😏
E ancora peggio   …
Poi un piccolo make-up per rendere meglio …

 

E poi una prova generale per un attacco chimico False Flag …..

 The Golden Emperor of China, original king🐣@Ookalyptus  2013 Syria   —

Gli jihadisti del FSA addestrano bambini a  mostrare falsi sintomi di avvelenamento da gas nervino per un attacco FALSE FLAG pre-fabbricato 

 Ricordate la ragazza “che corre a scappare alla morte e tutta la sua famiglia che è stata uccisa …”
 Beh, era una clip da un video musicale !! …

VEDI       al min. 3’50”


  Jad@jadinho123    

Oh, e vi ricordate quel video del bambino siriano che “salva” la sorella dalle forze di Assad?

Bene è una bugia pure quella …  Ecco il VIDEO

https://twitter.com/jadinho123/status/984926842208612352/video/1

e la Troupe norvegese che lo ha registrato

Ci si deve chiedere se questa sia stata una “coincidenza” o se questa ragazza abbia solo avuto un fortuna sfacciata?

Ma alla CNN va bene  tutto …

 

Ricordate questa scena straziante dalla Siria?

Beh, era Gaza …

 

Vi ricordate di Bana?

La giovane ragazza siriana che vive in Siria che avrebbe pubblicato dei video che danno la colpa ad  Assad e al suo regime per la morte dei suoi familiari?    Bene , questo è il padre..

Ed ecco Bana che incontra il Presidente Turco, Erdogan, uno dal cuore tenero che finanzia ISIS , un innocentino. Non è vero ???

h/t @Jadinho123

E alla fine ecco due bombe di verità che sono arrivate fino ai media mainstream …

 Mark Weisbrot@MarkWeisbrot  

 Due minuti di intervento di Jeffrey Sachs sulla Siria, vale la pena fare un click

E adesso andatevene  a cena e date retta al vostro ignorantemente disinformato, discordante e indiscutibile “patriottismo” e accettate qualsiasi cosa vi venga detta … non importa quante prove esistano che si tratta di menzogne e di manipolazioni come quelle che avete appena visto.

****

Fonte : https://www.zerohedge.com

Link: https://www.zerohedge.com/news/2018-04-15/take-red-pill-history-syrian-false-flags-exposed  

15.04.2018

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org  e l’autore della traduzione Bosque Primario

Sorgente: Scegli la pillola rossa – La storia delle False Flag siriane – Come Don Chisciotte – Controinformazione – Informazione alternativa

DI COLPO, L’UOMO DI DAESH IN USA MINACCIA L’ITALIA

Il tweet  (grazie all’amico Umberto che me l’ha segnalato)  è un atto d’accusa inequivocabile: “L’Italia è stato il più  grosso ostacolo  nell’Unione Europea  al far pagare Russia, Iran ed Assad per i crimini passati e presenti in Siria. L’Europa deve fare  molto di più  su questo. Mai più momenti di vergogna”.   L’autore  accusa in particolare il nostro paese di aver ricevuto il capo dei servizio di Damasco, Ali Mamlouk, “che è nella lista nera in Europa. Inoltre hanno di loro iniziativa  le sanzioni contro Iran e Russia per quello che   hanno fatto in Siria. E posso continuare”.

Effettivamente, Mamlouk è stato in segreto a Roma a gennaio, a parlare col capo dei nostri servizi, ASI. L’incontro segreto è stato poi spifferato da Le Monde due mesi dopo.

Mouaz Moustafa
@SoccerMouaz
Italy has been the biggest obstacle to holding Russia and Iran and Assad accountable for past and ongoing crimes in #Syria in the European Union. Europe should be doing much more about this #NeverAgain moment shame…

Il tweet  è firmato Mouaz Moustafa. Chi sarà  mai?, avete il diritto di  domandarvi. Vi chiarisce tutto la foto  del  2013  in cui appare.   E’ quello a destra:

“unidentified” è Moufaz Moustafa, l’agente d i collegamento fra McCain e i terroristi.

E’ quella in cui il senatore McCain si è fatto fotografare  con i caporioni di Al Qaeda in procinto di trasformarsi  i caporioni dell’ISIS (Daesh)  e della “opposizione democratica” ad Assad.  Mouaz Moustafa è quello a  destra, nella foto indicato come “non identificato”.

Insomma è l’uomo che ha fatto incontrare McCain con i capi terroristi. L’agente di collegamento tra i centri di sovversione Usa e la guerriglia anti-Assad. L’uomo che conosce tutte   le  personalità della guerriglia e della sovversione clandestina in Siria.

Siriano, nato a Damasco, abitante in USA, formalmente si dice “direttore esecutivo del SETF, Syrian Emergency Task Force, più dell  UFS (United For a Free Syria),   membro direttivo della Coalition for a Democratic Syria (CDS)”.  Ha lavorato al Congresso nello staff di due senatori,  ma è molto più che un portaborse. Infatti ha lasciato brevemente l’incarico “per lavorare con l’opposizione in Egitto” (insomma come mestatore ed agente Usa per la “primavera” che portò al potere  al Cairo i Fratelli Musulmani), e poi “per la rivoluzione della Libia”, insomma fu uno degli agenti statunitensi che hanno rovesciato Gheddafi creando  e armando i gruppi jihadisti.

Washington DC Staff

http://www.syriantaskforce.org/washington-dc-staff/embed/#?secret=HjIz4JCN64

(Vedi https://www.theislamicmonthly.com/the-man-who-took-john-mccain-into-syria/)

Moufaz  ha accompagnato McCain nei numerosi viaggi  semi-segreti che il senatore ha fatto in Siria per incontrare i terroristi armati dagli Usa e – secondo la sua portavoce – “valutare le condizioni dinamiche sul terreno”.

Il fatto è che, come ha  documentato il giornalista Alex Christoforou (The Duran), “ogni volta che McCain fa un viaggio segreto in Siria, seguono attacchi con armi chimiche” ovviamente addebitati ad Assad.

Il senatore ha fatto il primo viaggio, dove ha incontrato  il futuro  Al Baghdadli, il 27 maggio  2013. Il 21 agosto si verificò il  preteso attacco  chimico a Goutha.

Il 20 febbraio 2017 McCain è tornato in Siria del Nord passando per la Turchia, e il 4 aprile dello stesso anno ci fu il  molto reclamizzato dai Caschi Bianchi attacco al gas ad Idlib; quel  false flag che spinse Trump a lanciare la  prima volata di missili Tomahawk  nel nulla, un anno fa.

Adesso, il 9 aprile 2018, McCain ha accusato Trump di aver “imbaldanzito Assad” annunciando di voler ritirare le truppe americane dal Nord Siria, per cui è seguito  l’attacco chimico che ha indotto Trump,Macron, May ad attaccare ancora una volta con missili la Siria.

 

Dati i precedenti, quando un personaggio come Mouaz Moustafa comincia ad  alzare la voce contro l’Italia, c’è da preoccuparsi. Il nostro Paese finora è stato risparmiato dal terrorismo “islamico” stragista.

Adesso che  il successo elettorale dell’ala “sovranista” può portare ad un governo meno servile,  magari Daesh (sconfitto in Siria e Irak) si farà vivo in Italia?  C’è da chiederselo perché abbiamo avuto altre minacce  “di gravi conseguenze”  da note fonti nei giorni scorsi. Dal giornale israeliano di Torino  La Stampa,

La Casa Bianca al futuro governo: “Non togliete le sanzioni a Mosca”

Parla Volker, inviato dell’amministrazione Trump in Ucraina. “La Lega sbaglia, le misure europee vanno casomai rafforzate”
«L’Italia non può togliere le sanzioni alla Russia senza subire gravi conseguenze».

Si aggiunga il discorso appena tenuto da Macron davanti al Parlamento Europeo, dove, a nome dell’ideologia sovrannazionale  e dei suoi banchieri, ha annunciato iniziative di ostilità  contro ogni populismo e sovranismo che vede crescere. “è un dubbio sull’Europa che attraversa i nostri Paesi, sta emergendo una sorta di guerra civile europea ma non dobbiamo cedere al fascino dei sistemi illiberali e degli egoismi nazionali».   E’ chiaro che  si sta organizzando  la repressione, anzi una vera guerra,contro la volontà popolare dovunque si esprima in termini sgraditi ai poteri transnazionali. Moufaz , l’uomo di collegamento con l’ISIS, di colpo si accorge di noi. E’ meglio saperlo.

Sorgente: DI COLPO, L’UOMO DI DAESH IN USA MINACCIA L’ITALIA – Blondet & Friends

La Russia porterà all’Onu la testimonianza di Hamid, il ragazzo icona “dell’attacco chimico di Assad”

La Russia porterà all'Onu la testimonianza di Hamid, il ragazzo icona dell'attacco chimico di Assad

Si sgretola la propaganda che ha coperto il bombardamento di Francia, Regno Unito e Siria

Nell’ospedale di Douma entra la troupe di RT ed emergono nuovi elementi sul presunto attacco “chimico” preso a pretesto da Francia, Gran Bretagna e Usa per i bombardamenti illegali della settimana scorsa di Francia, Usa e Gran Bretagna.

La troupe di RT è riuscita ad intervistare il ragazzo che nei video diventati virali prima del bombardamento si è trasformato in una delle icone del “massacro con armi chimiche di Assad”. E’ nota la propaganda “umanitaria” che serve a far tollerare quello che è umanamente non è tollerabile: le bombe. Conosciamo la storia che si ripeta dalla Jugoslavia ad oggi. Ma è incredibile come un numero sempre minore ma comunque consistente di persone possano ancora dar fede ai vari Saviano, Littizzetto, Volo e compari.

Ebbene, Hassan Diab, ragazzino di 11 anni, tremante nel video diffuso dai media mainstream dopo essere stato pubblicato dal gruppo Douma Revolution su Facebook, racconta la sua versione dei fatti di quel

L’organizzazione in questione, insieme alla controversa “Elmetti Bianchi”, è stata tra le principali fonti delle accuse contro il governo siriano. Nel tentativo di far luce sulla storia,RT ha intervistato il giovane, che è stato ritratto come una “vittima” nel filmato. Hassan Diab sostiene che era con sua madre quando sono stati invitati a correre verso l’ospedale. “Siamo stati portati fuori e ci hanno detto a tutti di andare all’ospedale. Sono stato immediatamente portato al piano superiore, e hanno iniziato a riversarmi acqua addosso”, ha ricordato il ragazzo.

“I medici hanno iniziato a filmarci qui [nell’ospedale], stavano versando acqua e facendo video”, ha aggiunto. Il padre di Hassan più tardi si è precipitato in ospedale. “Sono rimasto molto sorpreso e ho chiesto cosa fosse successo, perché gli occhi di mio figlio erano così rossi. Ho scoperto che era acqua, ma faceva freddo, avrebbe potuto ammalarsi. Ed era stato spogliato”, ha raccontato l’uomo a RT.

L’emittente russa VGTRK è stata la prima a trovare il ragazzo e suo padre e ha fatto circolare la storia. Ora, Mosca ha in programma di mostrare il video su Hassan alla prossima riunione del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Lo ha annunciato oggi l’inviato delle Nazioni Unite in Russia, Vassily Nebenzia.

Nonostante i dubbi, la mancanza di prove, i post dei social media non confermati da nessuna autorità e la non attendibilità manifesta dei famigerati White Helmets, tre paesi hanno ritenuto di poter bombardare la Siria. La verità inizia ad emergere e l’ennesimo crimine internazionale di membri della Nato resterà impunito come quelli precedenti.

Notizia del:

Sorgente: La Russia porterà all’Onu la testimonianza di Hamid, il ragazzo icona “dell’attacco chimico di Assad”

SIRIA. Opac ferma, giornalista Usa smentisce attacco chimico a Douma

di Michele Giorgio   il Manifesto

Gerusalemme, 19 aprile 2018, Nena News – James Mattis voleva l’approvazione del Congresso al raid contro la Siria lanciato ‎sabato scorso dagli Stati Uniti. La richiesta del Segretario alla difesa però fu ‎respinta da Donald Trump, intenzionato a non attendere i tempi della politica e a ‎colpire Damasco subito in risposta al mai accertato attacco con armi chimiche su ‎Douma del 7 aprile, attribuito dall’opposizione siriana all’aviazione governativa. ‎Mattis comunque avrebbe strappato al presidente il sì a lanci di missili limitati a tre obiettivi, per evitare di colpire le postazioni russe in Siria. A scriverlo è stato il New ‎York Times rivelando il retroscena dell’attacco e le differenze in seno ‎all’Amministrazione sulla politica Usa nei confronti della crisi siriana. Il Pentagono ‎ha negato tutto bollando la rivelazione del Nyt come falsa. ‎

‎ La questione è di scarso rilievo. Ciò che conta è che Washington, assieme a Londra e Parigi, ha aggredito la Siria senza avere attendere la foglia di fico di una risoluzione Onu e senza permettere lo svolgimento di indagini per accettare cosa sia accaduto il 7 aprile. L’incertezza intanto si fa sempre più fitta mentre Trump, ‎Emmanuel Macron e Theresa May nei giorni scorsi parlavano di uso certo di armi ‎chimiche.

Dopo il giornalista britannico Robert Fisk che ha riferito di non aver ‎trovato a Douma conferme di un attacco con gas velenosi a danno della popolazione ‎civile, anche un reporter americano, Pearson Sharp, di One America News – ‎network tv conservatore che ha appoggiato la campagna elettorale di Trump – ha espresso forti dubbi. Sharp ha detto di aver intervistato dieci abitanti e nessuno di essi ha avvalorato la tesi di un lancio di ordigni con gas.

Sharp ha aggiunto di essere ‎entrato nel quartier generale di Jaysh al Islam, il gruppo jihadista finanziato ‎dall’Arabia saudita che fino a qualche giorno fa aveva il controllo di Douma, ‎trovandoci migliaia di proiettili di mortaio e ingenti quantitativi di armi.‎

Tra lo scetticismo di Trump e dei suoi alleati, gli esperti dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) si dicono pronti a fare luce sull’accaduto. ‎Ma non hanno cominciato il loro lavoro. Giunti a Damasco il 14 aprile, aspettano ‎ancora il via libera dei responsabili della sicurezza delle Nazioni Unite per avviare ‎le indagini. Ieri il direttore dell’Opac, Ahmet Uzumcum, è stato perentorio quando ‎ha affermato che la missione diventerà operativa solo se le sarà consentito l’accesso ‎illimitato a tutte le aree di indagine. Peraltro ieri a Douma si sono sentiti degli spari e questo ha frenato ulteriormente il via libera degli uomini della sicurezza dell’Onu.

Ad alcuni chilometri di distanza da Douma, le forze armate siriane intanto hanno intensificato la pressione attorno al campo profughi palestinese di Yarmuk – la sua ‎popolazione in gran parte è fuggita negli anni passati – e ai vicini sobborghi di Hajar ‎al Aswad e Babila, fuori dal controllo governativo da sei anni e dal 2015 nelle mani ‎dei miliziani dello Stato islamico che qualche settimana fa sono entrati anche a ‎Qadam, sempre a ridosso di Damasco, abbandonato dai rivali qaedisti di an Nusra. ‎Sconfitti intorno alla capitale, i jihadisti hanno provato ieri a cogliere di sorpresa ‎l’esercito siriano a Quba al Kurdi, a sud di Hama, un’area strategica in ci sono ‎stanziate le forze governative e i miliziani. I combattimenti in quella zona ora sono ‎intensi.

Con il ritorno di una calma relativa in diverse aree del Paese, si accentua il rientro a casa dei siriani fuggiti in Giordania, Libano e Turchia. 462 rifugiati da anni ‎ospitati nella località meridionale libanese di Shabaa, ieri a bordo di autobus hanno ‎attraversato la frontiera e si sono diretti verso Beit Jinn, sulle pendici orientali delle ‎Alture del Golan occupate da Israele. ‎Nena News

 

Sorgente: SIRIA. Opac ferma, giornalista Usa smentisce attacco chimico a Douma

Fallito attacco missilistico: perché gli USA mentono sui loro “successi”

Il segretario PCcino ‘Ponzio Pelato’ non ha mai letto il Che fare? di Nikolaj Lenin, ma il Chi? di Alfonso Signorini.

Il Ministero della Difesa russo dichiarava che 95 dei 105 missili lanciati da Stati Uniti, Regno Unito e Francia furono intercettati dalle difese aeree della Siria, impiegando sistemi di difesa aerea S-125, Buk e Kvadrat di fabbricazione sovietica, proteggendo integralmente 4 principali basi aeree siriane; infatti. i 12 missili lanciati sull’aeroporto militare di al-Dumayr furono tutti intercettati, così come i 18 missili contro l’aeroporto militare di Bulayl, i 12 missili contro l’aeroporto militare di Shayrat, i 9 missili contro l’aeroporto militare di Mazah e i 16 missili contro l’aeroporto militare di Homs. Dei 30 missili lanciati su Barzah e Jaramana, a Damasco, solo 7 colpivano l’edificio per la ricerca farmaceutica. Ovviamente, il Pentagono, per nascondere tale imbarazzante fallimento, si esibiva nella conferenza stampa il tenente-generale Kenneth McKenzie, propalando dichiarazioni grottesche tese a nascondere i fatti e a celebrare dei successi che, se fossero veri, sarebbero le mera illustrazione di un piano operativo delirante. “Riteniamo che tutti i nostri missili abbiano raggiunto i loro obiettivi“, dichiarava McKenzie; e cosa significa tale affermazione?
1. I missili lanciati dagli USA colpivano “fabbriche e depositi di armi chimiche” senza preoccupazioni sull’eventuale diffusione di agenti chimici nelle vicine aree abitate; gli USA sapevano che non c’era nulla all’interno. Soprattutto ciò avveniva poco prima che gli ispettori sulle armi chimiche iniziassero le indagini presso Damasco.
2. Gli USA avrebbero sparato 105 missili contro solo tre obiettivi; tale affermazione si commenta da sé. Ovvero, i siriani avevano abbattuto il 90% di tali missili, perciò gli Stati Uniti parlavano di aver voluto attaccare solo i tre obiettivi che erano riusciti effettivamente a colpire, e questo con ben tre ondate di lanci di missili eseguiti con intervalli di circa un’ora…
3. Tre missili “fortunati” avevano colpito fabbriche di armi chimiche di cui gli Stati Uniti non avevano mai parlato in 7 anni (poiché erano nel territorio occupato dai terroristi fino a ieri). Volevano essere sicuri di cancellare le prove?La forza d’aggressione alla Siria era composta da 2 cacciatorpediniere e 1 incrociatore statunitensi, 1 fregata francese, 4 cacciabombardieri Tornado inglesi e 2 bombardieri B-1B statunitensi. L’incrociatore Monterrey aveva lanciato 30 missili Tomahawk, il cacciatorpediniere Higgins 23 Tomahawk, il cacciatorpediniere Laboon 7 Tomahawk, il sottomarino John Warner 6 Tomahawk, i 2 bombardieri B-1 21 missili JASSM, i 4 cacciabombardieri Tornado GR4 16 missili Storm-shadow. Si era parlato di aerei francesi, ma non è vero, poiché di francese c’erano solo i missili Storm-shadow usati dagli inglesi.Secondo gli statunitensi, i 3 impianti “obiettivi ufficiali” furono colpiti da ben 105 missili da crociera:
– 76 missili contro il centro di ricerca di Barzah, a Damasco
– 22 missili contro una non ben definita struttura “chimica”
– 7 missili contro un non ben definito “bunker chimico”
Gli ultimi due si trovavano fino a pochi giorni prima in territorio controllato dai terroristi armati e finanziati da USA, Regno Unito, Francia, Qatar, Turchia ed Arabia Saudita…
Il Centro ricerche di Barzah:Ciò che McKanzie diceva era che questi 3 edifici del centro furono colpiti da 76 missili da crociera!!! “Affermazione ridicola e senza la minima credibilità”. Sarebbero stati colpiti nel modo seguente:In Siria furono attaccate strutture simili con un missile da crociera per edificio. Si può pensare di voler essere sicuri? 2 o 3 andavano bene per edificio; ma qui gli Stati Uniti affermano di averne lanciato 76 contro 3 edifici…
Gli altri due obiettivi attaccati, secondo gli Stati Uniti, erano un deposito ad Him Shinshar:Sempre secondo gli statunitensi, la struttura sarebbe stata colpita da 22 missili da crociera!!! Altra affermazione ridicola e senza la minima credibilità. Tanto più che a differenza di Barzah, si trattava di 3 capannoni in lamiera, cioè strutture fragilissime. Un missile per struttura bastava. Per capire di cosa si parla, si guardi questa foto elaborata per mostrare cosa significherebbe lanciarvi 22 missili da crociera:Come si può vedere dalle immagini satellitari, gli Stati Uniti mentono quando affermano che il sito fu colpito da 22 missili da crociera.Il terzo dei bersagli attaccati, secondo gli Stati Uniti, era il bunker “chimico” di Him Shinshar:Secondo gli statunitensi, l’installazione sarebbe stata colpita da 7 missili da crociera!!! Ancora un’affermazione senza la minima credibilità. Ecco la foto ritoccata per mostrare cosa significherebbero 7 missili da crociera su quest’installazione:Come si può notare non ci sono 7 impatti di missili da alcuna parte.In realtà, la difesa aerea siriana è interconnessa con quella russa che, attraverso i sistemi di collegamento, incrementava l’efficienza della difesa aerea della Siria basata sui sistemi aggiornati Buk, Pantsir, S-200 e S-125 Pechora-M, coordinati da moltiplicatori di forza come aerei AWACS, sistemi ECM, sistemi radar e sistemi delle navi russe. Ad esempio, gli inglesi avevano lanciato i loro missili su Homs, ma furono tutti abbattuti dai sistemi di guerra elettronica siriani. Gli inglesi vi perdevano 50 milioni di dollari di armamenti, e senza colpire nulla. Infine, i sistemi di difesa aerea siriani impiegati per abbattere i missili da crociera statunitensi furono i seguenti: Pantsir-S1, Buk-M2E, S-125/S-125M, Osa, S-75 e cannoni antiaerei, che riuscivano ad abbattere circa 97 missili. Non furono impiegati i missili S-200.Conclusione
Ma ciò che infastidisce più di tutto sono gli espertidiminkia, dai generaloni della NATO-in-pensione-e-in-TV, agli esperti in geominkiate di regime, ospiti fissi dei talk show piddiotizzanti, fino ad arrivare al circo delle pulci neo-ottomaniaci, i paggetti erdoganisti pseudo-eurasiatici che mentre abbaiano contro Egitto e India, che condannano l’aggressione alla Siria, osannano il sultano pazzo Erdogan che invece partecipava a tale aggressione alla Siria. Ebbene, tale ammasso di ciarpame, pur avendo sbattuto la faccia contro i fatti (dalla testa dura) e non sapendo come rigirarsi tale sonora pedata al culo ricevuta dal popolo e dall’esercito della Siria, cerca ogni modo di deformare i fatti e giustificare le proprie avventatezze ideologiche scalando pareti vetrate di grattacieli, pur di non dire che i supermen che albergano al Pentagono, come insegna la propaganda di Raiset-La47, hanno racimolato l’ennesima bastonata, travisata sempre da vittoria dalla suddetta propaganda, con tanto di coretto di corvi catastrofisti filo-imperialisti che, camuffati da eterni finti filo-russi e filo-siriani, sempre denigrano la Russia per l’“immobilismo” mostrato in Siria.
Un esempio? Sono i geniacci che ci dicono che l’attacco era ‘concordato’ tra Trump e Putin; ebbene tale scherzo comprendeva 105 missili da crociera, al modico prezzo di 1,5 milioni di dollari al pezzo. Si facciano i calcoli, e si dica che tale spesa era solo intesa a tirar su uno ‘scherzo’ che copre di ridicolo il Pentagono, la NATO, i governi di tre potenze occidentali, il complesso militar-industriale degli USA, l’intero apparato mediatico del ‘libero’ occidente, ecc.; e non si badi a cosa certi “communists”, col vitalizio e sempre in prima linea nei talk shaw berlusconiani, arrivano a dire (“i russi hanno disattivato le difese antimissile in Siria”) pur di denigrare l’operato dell’alleanza russo-siriana e celebrare i “successoni” immaginari degli USA. Non possono che dire questo, pena l’esclusione dai salotti televisivi da dove condurre una novella immaginosa ‘rivoluzione d’ottobre’…
L’unico scherzo in tutto questo, non è l’attacco missilistico alla Siria, ma l’indecoroso spettacolo messo su da tale torma di geocazzari d’ogni risma e tendenza, affratellati dal comune odio per la Russia e dal tentativo di salvare il grugno lesionato di Trump; nonostante perfino il segretario alla Difesa Mattis e il Capo di Stato Maggiore statunitense Dunford, relazionando sull’attacco missilistico, abbiano chiarito che qualsiasi responsabilità su tutto questo, anche futura, ricadeva solo su Trump, con implicita presa di distanza.

Fonti:
Analisi Militares
Bolshaja Igra
The Duran
Wail al-Russi

Alessandro Lattanzio, 15/04/2018

Sorgente: Fallito attacco missilistico: perché gli USA mentono sui loro “successi”

ISRAELE: “MISSIONE INCOMPIUTA. RIFARE”

L’ostinazione con cui il giornale israeliano di Torino La  Stampa insiste a  pubblicare   storie di  fanciulli – tutti  fotogenici –  “sfuggiti alle bombe chimiche di Assad”, e tutta la narrativa di propaganda ormai screditatissima   e dimostrata falsa, può  rivelare due cose: o imperturbabile chutzpah, o estremo disappunto.   Perché il tentativo di Netanyahu di trascinare USA ed Europa nella guerra decisiva in Siria appare fallimentare. Il gratuito e limitato attacco dei tre aggressori, USA, Francia, Gran Bretagna, sembra essersi risolto in un danno: politico, militare, d’immagine e psicologico.

Narrativa” made in Israel.

La stessa ridda di informazioni contraddittorie  sui fatti  che  esce dalle tre capitali dimostra la confusione che regna i  quel campo.  Il generale Mattis, capo del Pentagono, che annuncia “il nostro è un colpo isolato”;  Nikki Haley, l’ambasciatrice all’Onu, che  decreta nuove e durissime sanzioni contro la Russia, evidentemente   a nome della lobby, scontenta dei  troppo simbolici lanci di missili; Macron che dichiara che ha  convinto Trump a lasciare  soldati americani in  Siria (ossia ciò che vuole  Netanyahu), e viene subito smentito dalla Casa Bianca. Si aggiunga che  prima esce l’indiscrezione che Trump voleva bombardare siti iraniani e russi ma Mattis s’è fermamente opposto, seguita poi dal dettaglio  contraddittorio  che  Trump,  posto di fronte a tre opzioni di attacco in Siria, ha scelto la meno dispendiosa, limitare l’attacco ai tre siti che la fantasia  occidentale ha definito “fabbriche e depositi clandestini”  di armi chimiche  di Assad – e di cui il  principale, la palazzina di Berzah, era un laboratorio farmaceutico  visitato regolarmente  dagli osservatori  dell’OPWC (Organisation for the Prohibition of chemical weapons) .

La “fabbrica clandestina” era regolarmente ispezionata dalll’OPCW

“Trump sta abbandonando Israele?”

Netanyahu. Lo stato d’animo del governo sionista dopo l’attacco, è rivelato dal titolo del Jerusalem Post: “Trump sta abbandonando Israele?”.  Ci limitiamo a due frasi. “Senza una presenza americana in Siria per aiutarci a contenere il regime di Assad, Israele può sentirsi obbligata ad aumentare il livello e la letalità delle sue azioni unilaterali  per proteggere i suoi confini”. “E’ un grave smacco strategico per la leadership americana e la sicurezza israeliana. I governanti dello stato ebraico  non possono  fare a meno di chiedersi se Washington gli parerà il didietro se decide un colpo preventivo contro la minaccia dell’Iran basata in Siria”.  La sola speranza è John Bolton, “che ha molti amici in Israele”, da cui l’ordine  alla  lobby di far pressioni sul baffuto consigliere.

http://www.jpost.com/Opinion/Washington-Watch-Is-Trump-abandoning-Israel-549817

Macron è diventato il Piccolo

Emmanuel Macron, partecipando all’attacco, ha danneggiato la sua posizione internazionale che credeva di migliorare.  Il suo governo ha emanato un documento (Evaluation Nationale) che pretende di  portare le “prove” delle violazioni siriane (attacco chimico) onde giustificare “giuridicamente”  l’attacco bellico  al regime di Damasco.  Senza il mandato ONU.   Ossia, come ha riconosciuto persino una tv francese, TV5 Monde, “violare il diritto internazionale per farlo rispettare”.  Ovviamente, le opposizioni, da Marine Le Pen a Melenchon passando per Les Republicains, gli sono saltate alla gola: è la prima volta dal 1945 che la Francia esce dalla legalità internazionale.  Ora, già questo fatto indica che  il giovanotto ha subito una pressione “talmudica”:  non riconoscere i trattati internazionali, lo jus publicum aeroropaeum che riconosce anche nello stato  nemico un justus hostis, è proprio del diritto  talmudico. La superpotenza americana lo fa dall’11 settembre, dichiarandosi (con la dottrina Bush) pronta ad aggredire ogni Stato che a suo giudizio disturbi il proprio interesse nazionale, ossia senza riconoscere allo stato aggredito la legittimità di esistere.  Che possa farlo Parigi, è dubbio.  Macron rischia di finire come Sarkozy, che è sotto processo  in relazione alla sua aggressione  alla Libia per far uccidere Gheddafi, il pagatore della sua campagna elettorale. In ogni caso,  Macron si è isolato dalla UE  e la “relazione speciale” che sperava di approfondire con la Germania per guidare a due l’Unione, si allontana.   Anche la posizione di Parigi come onesto mediatore in questione internazionali, dal Medio Oriente  all’Iran,  è intaccata, e così nell’Africa Francofona. 

Ha perso l’appoggio della UE. I 28 ministri degli esteri, riunitisi due giorni dopo l’attacco,  hanno invocato il dialogo con la Russia in Siria. Altrimenti, la UE si spaccava, ha detto un anonimo presente alla riunione: “Bisogna evitare che ogni paese faccia la sua politica autonoma di fronte a Mosca.  E’ importante perché  la UE esista”.  Mettete in conto a Salvini anche questo successo.

«Deux jours après les frappes, les pays européens appellent au dialogue avec la Russie en Syrie ». 

Anche l’opinione pubblica francese –  mentre i media inneggiavano a Macron “chef de guerre” –  è rimasta fra l’irritazione, l’ironica incredulità (“Abbiamo convinto Trump a restare in Siria-  chi, lui?”)  e la derisione:  specie quando dopo tutte le accuse “la  Russia è colpevole”, si è saputo che la Francia ha preavvisato la Russia dei luoghi e delle ore in cui avrebbe voluto colpire.  Macron torna ai problemi interni (scioperi, opposizione di massa alle sue “riforme”  liberiste)  molto rimpicciolito. Le Monde, a nome dei  Rotschild, titola: “Missione Incompiuta”.

Militarmente, l’attacco è stato un clamoroso insuccesso. Su questo sono d’accordo gli esperti militari francesi come quelli americani. Sull’autorevole sito Sic Semper Tyrannis,  un “Publius Tacitus” (pseudonimo sotto cui si nasconde un generale o un ammiraglio in servizio, obbligato all’anonimato) giudica che “il generale Mattis e il generale Dunford [il capo degli stati maggiori riuniti] si sono disonorati a prestarsi a questa mascherata”.

Il generale Dominique Delawarde è sarcastico. Riporta la versione russa  – 103 missili su sei obiettivi  (di cui quattro aeroporti militari siriani) dei quali 71 sono stati intercettati dalla contraerea siriana, senza che quella russa sia intervenuta.

E la versione americana: 105 missili su 3 “installazioni clandestine di armi chimiche”. Tutti andati a segno.

Il generale Delawarde commenta con ricordi personali: “Gli americani hanno fornito foto satellitari   «Battle Damage Assessment»  (stima dei danni inflitti dopo un bombardamento).  Anche nel dicembre 98, al tempo dell’Operazione DeseertFox, gli americani avevano colpito e fornito questo tipo di foto satellitari.  Il nostro satellite francese, molto preciso, dava dei  risultati molto diversi dai loro. Erano rimasti sorpresi di come li avevamo colti in flagrante menzogna” .  E “mi ricordo personalmente delle menzogne quotidiane del portavoce della NATO sulle false perdite dei serbi in Kossovo da marzo a maggio 1990. La NATO dichiarava più di 800 materiali importanti distrutti al 78 mo giorno di bombardamento. Il conteggio reale effettuato dopo il cessate il fuoco,  risultò di una trentina. Tutti i MiG distrutti a Pristina il primo giorno di guerra, una ventina, al momento del cessate il fuoco sono usciti dai sotterranei ed hanno decollato tranquillamente  per Belgrado. Questa coalizione ha troppo mentito negli anni passati per essere  credibile oggi”.

https://reseauinternational.net/frappes-sur-la-syrie-resultats-consequences/

Dunque il generale francese tende a credere  alle stime russe. Anche se, onde fosse vero che il 70% dei missili sono stati intercettati, “i risultati sarebbero semplicemente catastrofici per i tre aggressori. Significa che se fosse intervenuti i S-400 russi, nessun missile di Usa, Regno Unito e Francia avrebbe raggiunto nemmeno il territorio siriano”.

Con un caveat e un’eccezione: tutti i 19 missili  JASSM-ER a bassa tracciabilità, lanciati dai bombardieri B-1B e usati per la prima volta in un conflitto, non sono stati nè intercettati né visti dai radar russi.  Ed hanno raggiunto il bersaglio. I russi dovranno lavorarci.

Erdogan s’è rimesso nei guai. Tradendo di nuovo.

Prima dell’attacco, il suo ministro degli Esteri ha applaudito ai lanci di missili e lui, applaudendo gli attacchi occidentali, ha di nuovo  dichiarato che Assad deve essere cacciato.

https://www.reuters.com/article/us-mideast-crisis-syria-turkey/turkeys-erdogan-welcomes-western-attack-on-syria-says-operation-a-message-to-assad-idUSKBN1HL0W9

Erdogan insomma ha scelto di tornare “con la NATO” senza essere informato della natura limitata dell’attacco; insomma  la NATO  continua a non parlargli.  In quste ore, tace. Come chi s’è messo unpiede in bocca. Infatti adesso ha perso anche la fiducia di Mosca e Teheran, che lo avevano accettato  nella nuova  coalizione per la sistemazione della Siria e l’integrità territoriale siriana; i due alleati gli hanno lasciato occupare Afrin, chiudendo un occhio sulla sua avidità. Adesso la posizione del turco presso Mosca e Teheran è scaduta – può dare addio agli S-300 – mentre l’Alleanza non lo ha recuperato e non gli perdonerà il suo flirt con la Russia.

Il saudita Mohamed Bin Salman ha commesso lo stesso errore: si aspettava che i missili contro Assad  fossero il preludio   automatico a una guerra contro l’Iran (deve averglielo assicurato  Netanyau).  Ora, il suo appoggio all’attacco alla Siria gli sarà ripagato in Yemen  dall’Iran;   le buone relazioni con Mosca, che ha tanto cercato, sono di nuovo al gelo. Adesso il regno wahabita è il solo alleato di Sion nell’area: posizione imbarazzante. Del resto, anche Netanyahu s’è giocato la  buona relazione  personale con Putin: “S’è dimostrato come il vero istigatore della guerra contro la Russia. Mosca ha preso nota”, scrive il sito Geopolitka. Ru

L’Egitto non si è unito al coro anti-Assad, né ha commesso l’errore di farsi nemica Mosca. Ciò mette Il Cairo in una posizione futura di guida del mondo sunnita, specie dopo che Erdogan, con le sue oscillazioni, è scaduto.

Nell’insieme, il risultato dell’attacco agli occhi delle capitali del  Medio Oriente (ma non solo Teheran,  e gli emirati di Golfo  filo-americani, ed anche di Cina, India, Pakistan) è interpretato come una dimostrazione di debolezza, inconcludenza, inaffidabilità e confusione mentale del dominio delle potenze globaliste occidentali.

Naturalmente, Israele ritenterà.  Intraprenderà le sue aggressioni unilaterali  e sempre più letali in Siria.   Ma oggi è più scoperta e i suoi alleati, da Macron alla May a Bin Salman, hanno perso e dimostrato la loro inefficacia anche militare.

Sorgente: ISRAELE: “MISSIONE INCOMPIUTA. RIFARE” – Blondet & Friends

Quando l’Italia bombardava la Siria

“L’operazione bellica è stata appoggiata dalla base aeronavale Usa di Sigonella e dalla stazione Usa di Niscemi del sistema Muos di trasmissioni navali. Come mostrano i tracciati radar, i droni spia Usa RQ-4 Global Hawk, decollando da Sigonella, hanno svolto un ruolo fondamentale nell’attacco alla Siria, appoggiato con aerei-cisterna per il rifornimento in volo dei caccia. “

di Manlio Dinucci*

il manifesto, 17 aprile 2018 

Per motivare la guerra del 2003, gli Usa accusarono l’Iraq di possedere armi di distruzione di massa: il segretario di stato Colin Powell presentò all’Onu una serie di «prove» risultate poi false, come ha dovuto ammettere lui stesso nel 2016.

«Prove» analoghe vengono oggi esibite per motivare  l’attacco alla Siria effettuato da Stati uniti, Gran Bretagna e Francia. Il generale Kenneth McKenzie,  Joint Staff Director del Pentagono, ha presentato il 14 aprile una relazione, corredata da foto satellitari, sul Centro di ricerca e sviluppo Barzah a Damasco, definendolo «il cuore del programma delle armi chimiche siriane».

Il Centro, che costituiva il principale obiettivo, è stato attaccato con 76 missili da crociera (57 Tomahawk lanciati da navi e sottomarini e 19 Jassm da aerei). L’obiettivo è stato distrutto, ha annunciato il generale, «riportando indietro di anni il programma delle armi chimiche siriane».

Questa volta non c’è bisogno di aspettare tredici anni per avere conferma della falsità delle «prove». Un mese prima dell’attacco, il 13 marzo, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw) aveva ufficialmente comunicato il risultato della seconda ispezione, effettuata al Centro Barzah nel novembre 2017, e dell’analisi dei campioni prelevati ultimata nel febbraio 2018: «La squadra di ispezione non ha osservato alcuna attività in contrasto con gli obblighi derivanti dalla Convenzione sulle armi chimiche». Non a caso il Centro Barzah è stato distrutto poco prima che arrivassero per la terza volta gli ispettori della Opcw.

La Siria, Stato membro della Opcw, ha completato nel 2014 il disarmo chimico, mentre Israele, che non aderisce alla Convenzione sulle armi chimiche, non è sottoposto ad alcun controllo. Ma di questo non parla l’apparato politico-mediatico, che accusa invece la Siria di possedere e usare armi chimiche.

Il  premier Gentiloni ha dichiarato che l’Italia, pur appoggiando «l’azione circoscritta e mirata a colpire la fabbricazione di armi chimiche», non vi ha in alcun modo partecipato. In realtà, essa è stata precedentemente concordata e pianificata in sede Nato. Lo prova il fatto che, subito dopo l’attacco, è stato convocato il Consiglio Nord Atlantico, nel quale Stati uniti, Gran Bretagna e Francia hanno «aggiornato gli Alleati sull’azione militare congiunta in Siria» e gli Alleati hanno espresso ufficialmente «il loro pieno appoggio a tale azione».

Gentiloni ha inoltre dichiarato che «il supporto logistico che forniamo soprattutto agli Usa non poteva in alcun modo tradursi nel fatto che dal territorio italiano partissero azioni direttamente mirate a colpire la Siria». In realtà, l’attacco alla Siria dal Mediterraneo è stato diretto dal Comando delle forze navali Usa in Europa, con quartier generale a Napoli-Capodichino, agli ordini dell’ammiraglio James Foggo che comanda allo stesso tempo la Forza congiunta Nato con quartier generale a Lago Patria (Napoli).

L’operazione bellica è stata appoggiata dalla base aeronavale Usa di Sigonella e dalla stazione Usa di Niscemi del sistema Muos di trasmissioni navali. Come mostrano i tracciati radar, i droni spia Usa RQ-4 Global Hawk, decollando da Sigonella, hanno svolto un ruolo fondamentale nell’attacco alla Siria, appoggiato con aerei-cisterna per il rifornimento in volo dei caccia.

L’Italia condivide dunque la responsabilità di un’azione bellica che viola le più elementari norme del diritto internazionale. Non si sa ancora quali saranno le sue conseguenze, è certo però che essa alimenta le fiamme della guerra. Anche se Gentiloni assicura che «non può essere l’inizio di una escalation».

*Pubblicato su gentile concessione dell’Autore

Notizia del:

Sorgente: Manlio Dinucci – “Falsi made in Usa e bugie made in Italy”

Dichiarazione di Putin sugli attacchi statunitensi, francesi e inglesi

Il Ministero della Difesa russo trovava i partecipanti al video del presunto attacco chimico a Duma e ne raccoglieva la testimonianza, dichiarava Igor Konachenkov, portavoce del Ministero della Difesa russo, secondo cui vi sono due medici che lavorano nell’ospedale locale, nel pronto soccorso. Igor Konashenkov inoltre riferiva che il video del presunto attacco chimico a Duma fu girato in un ospedale locale. Secondo il portavoce del Ministero della Difesa russo, le “vittime” del presunto attacco a Duma non avevano tracce di sostanze chimiche tossiche ed dissero come fu girato il video. “Siamo riusciti a trovare i partecipanti alle riprese di tale video e ad interrogarli. Oggi vi presentiamo l’intervista a costoro. La gente di Duma ha raccontato in dettaglio come si svolse la messinscena e in quali episodi prese parte“. Halil Ajij, studente che lavora nell’ospedale centrale di Duma, ha detto che quando un edificio fu bombardato l’8 aprile e un incendio vi scoppiò, andò al pronto soccorso. Fu allora che un uomo che non conosceva si presentò e disse che era un “attacco con sostanze tossiche”: “Avevamo paura, i parenti dei feriti cominciarono a versarsi acqua l’uno sull’altro. Chi non aveva formazione medica iniziò a spruzzare nella bocca dei bambini le cure per l’asma. Non abbiamo visto pazienti con sintomi da intossicazione chimica“. “Fummo filmati e c’era un uomo che era venuto urlando che si trattava di un attacco chimico. Costui, estraneo, disse che la gente era vittima di armi chimiche. La gente spaventata iniziò a versarsi acqua l’una sull’altra, ad inalare“, aveva detto un altro partecipante alla messinscena.
Negli ultimi giorni, la situazione in Siria diveniva seriamente tesa. I Paesi occidentali sostengono che un attacco chimico è avvenuto il 7 aprile a Duma, vicino la capitale siriana. La Russia smentiva le notizie su una bomba al cloro presumibilmente sganciata dalle forze governative siriane. I militari russi definivano false le foto di vittime del presunto attacco chimico a Duma pubblicate dai “White Helmets” sui social network. Mosca ritiene che lo scopo di tale disinformazione fosse proteggere i terroristi e giustificare qualsiasi azione esterna. Damasco definiva le accuse all’Esercito arabo siriano non convincenti. La Siria ripetutamente sottolineava che il proprio arsenale chimico fu rimosso nel 2014 dall’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW).Traduzione di Alessandro Lattanzio

thanks to: Aurora

Siria, e se Trump colpisce un deposito di armi chimiche che succede?

Le armi chimiche sono armi di distruzione di massa. Se un solo deposito chimico fosse colpito l’effetto sarebbe devastante. Dato che ciò non sembra essere avvenuto questa notte, è lecito pensare che gli obiettivi colpiti siano solo ad uso di propaganda.

E’ molto chiaro che questo attacco sia illegittimo. E’ infatti un atto compiuto in violazione dell’articolo 2 della Carta dell’ONU che recita: “I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite”.

Ma si potrebbe pensare che il fine giusto può giustificare mezzi illegali.

Vediamo allora qual è lo scopo dichiarato dell’attacco: eliminare le armi chimiche. Ma se davvero vi fossero depositi di armi chimiche nascoste dal governo siriano (infatti l’arsenale di Assad è stato già eliminato ufficialmente da un precedente accordo internazionale) cosa accadrebbe? Si sprigionerebbe una enorme nube chimica letale che causerebbe migliaia di morti, per lo più civili.

Se Usa, GB e Francia fossero sicure della localizzazione di queste armi avrebbero già chiesto ispezioni e fornito prove.

Quanto all’effettivo uso di armi chimiche è interessante leggere quanto scritto su un sito specializzato, Analisi Difesa, da Gianandrea Gaiani: “Notizie e immagini di attacchi chimici vengono subito diffuse dalle tv arabe appartenenti alle monarchie del Golfo, cioè agli sponsor dei ribelli, per poi rimbalzare quasi sempre in modo acritico in Occidente. Basti pensare che in sette anni di guerra la fonte da cui tutti i media occidentali attingono è quell’Osservatorio siriano per i diritti umani che ha sede a Londra, vanta una vasta rete di contatti in tutto il paese di cui nessuno ha mai verificato l’attendibilità, è schierato con i ribelli cosiddetti “moderati” ed è sospettato di godere del supporto dei servizi segreti anglo-americani”.

Ma scendiamo nell’aspetto militare: la armi chimiche non vengono usate in un conflitto per uccidere qualche decina di persone. Per fare una strage di cento persone basta un bombardamento spietato con aerei, e Assad li ha e ha anche l’appoggio di quelli russi. Per cui è assolutamente idiota usare armi chimiche che invece sono usate per produrre effetti devastanti su decine di migliaia di persone (e infatti sono classeificate fra le “armi di distruzione di massa”).

Questo fatto lo ha sottolineato Gaiani su Analisi Difesa con chiarezza:

“Il presidente siriano è certo uomo senza scrupoli ma non ha alcun interesse a usare armi chimiche che sono, giova ricordarlo, armi di distruzione di massa idonee a eliminare migliaia di persone in pochi minuti non a ucciderne qualche decina: per stragi così “limitate” bastano proiettili d’artiglieria e bombe d’aereo convenzionali”.

Gaiani (che non è un pacifista ma un esperto di cose militari) suggerisce prudenza nell’avvalorare tesi prove di sufficienti prove o basate sul sospetto: “La cautela – scrive infatti – dovrebbe quindi essere d’obbligo, specie dopo la figuraccia rimediata dal ministro degli Esteri britannico Boris Johnson che sulla responsabilità russa nel “caso Skripal” è stato smentito dal direttore dei laboratori militari di Sua Maestà”.

Ma in questo momento la ricerca della verità non interessa. Interessa lanciare una prova di forza militare. Chi si vuole arruolare in questa manovra lo faccia, ben sapendo però che se un solo deposito chimico fosse colpito l’effetto sarebbe devastante. Dato che ciò non sembra essere avvenuto questa notte, è lecito pensare che gli obiettivi colpiti siano solo ad uso di propaganda.

14 aprile 2018 – Alessandro Marescotti

thanks to: Peacelink

Raid illegale contro la Siria, l’ora più buia per l’Occidente

Raid illegale contro la Siria, l’ora più buia per l'Occidente

L’ORA PIU’ BUIA (h. 03.00). “Allora capo, facciamo che prendiamo tre palazzine vuote di periferia e ci picchiamo sopra un centinaio di missili che fanno BUM! BUM! BUM! dicendo che sono centri di ricerca su i gas venefici. Facciamo tipo alle 3 ora locale così è buio, la gente sta a casa e non corriamo rischi, i fotografi immortalano le scie dei missili perché una immagine vale più di mille parole. Lei va in televisione e fa il pezzo da padre severo ma giusto, io chiamo russi ed iraniani e gli do le coordinate dei lanci pregandoli di star calmi che se manteniamo tutti le palle ferme, nessuno si fa male e ne usciamo tutti alla grande, ok?”

Così, alla fine deve esser andata e meno male. Avrebbero potuto farlo già due giorni dopo il presunto attacco quando è arrivata la Cook ed avrebbero dimostrato la stessa cosa ed in più anche di esser svegli e sempre sul pezzo. Lo hanno invece fatto quando la faccenda s’era intricata assai e si rischiava di non saper più come uscirne senza perdere la faccia. Vedremo nei prossimi giorni ma l’impressione, anche leggendo i pezzi dei giornali mattutini, è che qualcuno voleva il colpo grosso, qualcuno voleva trascinare gli USA al first strike per iniziare una escalation da manovrare in un senso ben più ampio, rischioso e drammatico. Invece del first strike hanno avuto l’one shot, Armageddon è rinviato, anche questa volta la terza guerra mondiale non è iniziata, delusione.

Delusione dei commentatori e pioggia di penne occidentaliste avvelenate su Trump, pallone gonfiato da sgonfiare con pennini appuntiti che fa quello che non dovrebbe e non fa mai quello che dovrebbe. Immagino le telefonate tra Netanyahu, May, Macron e gli amici americani che vedevano sgonfiarsi il trappolone messo in scena, anche stavolta è andata male.

L’impressione è che, per l’ennesima volta, noi si sia sopravvalutata l’intelligenza e la sofisticatezza delle élite occidentaliste.

Solo pochi giorni fa abbiamo espulso ben 150 diplomatici russi per una ragazza poi dimessa dall’ospedale ed il padre che oggi mangia, legge il giornale e piano piano si sta rimettendo chissà da cosa visto che il presunto gas a cui si è sostenuto fosse stato esposto è incurabile e letale al 100%. Dopo quella bella prova di improvvisazione e cialtroneria, si è ripetuta la scena questa volta muovendo intere flotte, concitati Consigli di Sicurezza, scontri di civiltà, giorni del giudizio e gli Avengers che a proposito escono con il nuovo episodio nelle migliori sale il prossimo 25 Aprile.

L’ora più buia è quindi quella in cui sta sprofondando l’Occidente, una gloriosa civiltà che sembra aver le idee sempre più confuse, che mena fendenti a vuoto, che scambia la realtà per il cinema come neanche l’ultimo dei Veltroni, che combatte coi selfie ed i tweet e non si raccapezza più in un mondo che gli sta inesorabilmente sfuggendo di mano.

Intanto pare che a Parigi sia morto Haftar e Macron che ha due TGV fermi su tre e ha rischiato di diventare un meme eterno della vasta collezione delle figure di m. stile Powell, ora si trova con un problema in più. Anche il neo rieletto al Sisi e lo stesso Putin, perdono il loro campione nel teatro libico e vedremo come si riapriranno i giochi colà.

Il conflitto titanico permanente tra West and the Rest, continua. L’ora più buia è quella che precede il sorgere del sole. Peccato che il sole, notoriamente, sorge ad Oriente e che l’Occidente sia il luogo del tramonto.

di PierLuIgi Fagan

Notizia del:
thanks to:  l’Antidiplomatico

Missili troppo smart

 

L’attacco missilistico di stamattina veniva sventato dalle Difese Aeree siriane. Veniva colpito solo un edificio della Mezzaluna Rossa di Barzah, popoloso quartiere di Damasco. Gli Stati Uniti avevano anche lanciato missili contro uno dei sobborghi più densamente popolati di Damasco, Jaramana.
Oltre 100 missili da crociera a lungo raggio Tomahawk sono stati lanciati contro la Siria, sulle provincie di Damasco, Homs e Dara. Solo 3 missili da crociera superavano le difese aeree siriane, 1 cadeva presso Damasco colpendo un ex-deposito abbandonato da oltre 5 anni. Ad Homs, il terzo missile veniva bloccato dai sistemi di guerra elettronica, cadendo a 10 km dall’obiettivo.
Inoltre, 2 droni da ricognizione venivano distrutti mentre tentavano di entrare nello spazio aereo siriano e valutare i danni dell’attacco missilistico di Stati Uniti, Francia e Regno Unito.
L’attacco è avvenuto in tre ondate: la terza ondata, di 13 missili su Dara da più direzioni, veniva sventata con la distruzione di tutti i missili. Lo stesso era accaduto con la prima ondata dell’attacco, completamente sventata, non un singolo missile aveva raggiunto l’obiettivo. 2 o 3 missili della seconda ondata avevano raggiunto gli obiettivi.La Russia ha schierato in Siria una rete di difesa aerea a protezione della base aerea di Humaymin e della base navale di Tartus:
– 3 batterie di S-400 Triumf, che sigillando lo spazio aereo che copre la regione nord-occidentale della Siria, tra Lataqia, Tartus, Hama e Aleppo. Ogni batteria dispone di radar multifunzione di puntamento 92N6E e di radar di scoperta a lungo raggio 91N6E. Il sistema S-400 impiega 4 tipi di missili: 48N6 dalla gittata di 250km; 40N6 dalla gittata di 400km; 9M96E2 dalla gittata di 120km; 9M96E dalla gittata di 40km. L’S-400 quindi può intercettare aerei da combattimento, aerei da ricognizione a lungo raggio, droni, missili da crociera e missili balistici di teatro.
– 1 batteria di S-300V, sistemi di difesa aerea a medio raggio Buk-M1/2 e almeno 3 sistemi di difesa aerea a corto raggio Pantsir-S1/2 proteggono la base navale di Tartus, che ospita non solo le unità russe, ma il grosso della Marina Militare siriana (2 corvette e almeno 6 pattugliatori lanciamissili). La batteria di S-300V4 dispone di un radar di scoperta 9S15, un radar di primo allarme 9S19 e un radar d’inseguimento 9S32M ed impiega missili 9M83 e 9M82 capaci d’intercettare velivoli, missili da crociera e missili balistici di teatro.
La rete di difesa aerea russa è integrata col sistema di guerra elettronica mobile 1LR257 Krasukha-4, presente nella base aerea di Humaymim, capace di annullare radar terrestri, aerei-radar (AWACS), sistemi di navigazione satellitari ed anche satelliti in orbita bassa.
In Siria è stata schierata una batteria di missili anti-superficie mobili K-300P Bastion-P, dotata di missili da crociera supersonici Jakhont, con gittata di almeno 600 km, e probabilmente dei missili balistici tattici 9K720 Iskander-M.
La componente aerea russa dispiegata in Siria comprende 8 bombardieri di prima linea Su-24M, 12 caccia multiruolo Su-30SM, 7 aerei d’attacco Su-25SM, 4 bombardieri Su-34, 6 caccia multiruolo Su-35S, 1 aereo da guerra elettronica Il-20M, 1 velivolo da pattugliamento marittimo Il-38M e 2 aerei-radar A-50U.
La componente tattica terrestre russa dispone anche di 6000 elementi tra fanteria motorizzata e gruppi per operazioni speciali.
La difesa aerea siriana dispone di una rete di difesa aerea composta da almeno 15 radar di sorveglianza, tra cui forse un radar di primo allarme iraniano che sorveglia le operazioni aeree israeliane sullo spazio aereo libanese ed israeliano, e che copre la regione sud-occidentale della Siria, da Damasco ai confini con Libano e Palestina. La rete della difesa aerea siriana impiega 8 batterie di missili antiaerei S-200 a lungo raggio; 60 batterie di missili antiaerei S-75 ed S-125 a medio raggio; 16 batterie del sistema missilistico mobile 2K12 Kub a medio raggio; 28 sistemi missilistici a medio raggio 9K317E Buk-M1/2E; 14 batterie del sistema missilistico mobile a corto raggio 9K33 Osa, 40 sistemi di difesa aerea mobile a corto raggio Pantsir-S1; 40 sistemi di difesa aerea di punto Igla-S Strelets, 20 sistemi missilistici di difesa di punto 9K31 Strela-1 e 30 sistemi missilistici di difesa di punto 9K35 Strela-10.

Alessandro Lattanzio, 14/04/2018

thanks to: Aurora

Siria, il capo del Pentagono Mattis ammette che non ci sono prove di un attacco chimico

Smentito anche il presidente francese Macron

Il capo del Pentagono James Mattis ha riconosciuto che gli Stati Uniti non possiedono prove dell’uso di cloro o sarin nel presunto attacco chimico nella città siriana di Duma. Secondo Mattis, le uniche prove del Pentagono secondo cui questo incidente è avvenuto provengono da resoconti dei media.

 

“Ci sono stati diversi attacchi di questo tipo, in molti casi, voi sapete che non abbiamo truppe, non siamo coinvolti nel terreno lì, quindi non posso dire che abbiamo avuto prove, anche se abbiamo raccolto molte indicazioni sui social media e sulle reti che il cloro o il sarin sono stati usati”, ha ammesso Mattis quando gli è stato chiesto in seno al Congresso del presunto attacco nella città siriana di Duma.

 

“Credo che l’attacco chimico abbia avuto luogo e stiamo aspettando prove basate su fatti”, ha detto il funzionario militare, riferendosi alla missione OPCW, che prevede di iniziare a lavorare sul terreno questo sabato.


La Domanda della senatrice democratica Niki Tsongas e la risposta di Mattis dal minuto 25;00 al minuto 30:32

Nonostante l’ammissione di Mattis c’è chi come il presidente francese Macron che soffia sul fuoco della guerra affermano di avere le prove dell’attacco chimico.

Peccato che queste prove al momento non siano state mostrate ma solo annunciate. 

Poi c’è anche chi come Andrea Romano del Partito Democratico che in diretta tv fa sfoggio di arroganza e ignoranza, arrivando a definire morto l’ex agente doppiogiochista Sergei Skripal, quando invece sarebbe stato vittima di un presunto avvelenamento. Il condizionale è d’obbligo visto che sulla sorte dell’ex spia russa al soldo dei britannici e di sua figlia Yulia è calato il silenzio più totale.

 

L’esponente del PD alla luce di non si sa quali evidenze in suo possesso afferma che il “macellaio” Assad ha compiuto una strage a Douma e quindi la Siria va sanzionata. In pratica chiede il bombardamento. Una posizione guerrafondaia che indigna a tal punto Carlo Freccero tanto da spingerlo a lasciare lo studio in aperta polemica con il dirigente dell’ex partito di maggioranza.

Notizia del:

Sorgente: Siria, il capo del Pentagono Mattis ammette che non ci sono prove di un attacco chimico

Siria, il fact checking dei video dell’ennesimo presunto “attacco chimico di Assad”. Stesse identiche incongruenze delle bufale precedenti

“Attenzione le immagini che seguono potrebbero urtare la vostra intelligenza”

“ATTENZIONE. LE IMMAGINI CHE SEGUONO POTREBBERO URTARE LA VOSTRA SENSIBILITA’” Forse, sarebbe stato più logico per Repubblica (che, come moltissimi altri siti mainstream, ha diffuso i due video) sostituire i termini “ la vostra sensibilità” con “la vostra intelligenza”, considerando che solo i gonzi potrebbero considerare reale questa messinscena (già preannunciata dalle autorità russe) finalizzata a spianare un ancora più sanguinario attacco da parte dell’Occidente per difendere i suoi “ribelli”, finalmente stanati da Douma come dal resto della Siria.

Ci riferiamo alla ennesima bufala dei “bombardamenti con il cloro” che sarebbero stati sferrati (non si sa perché) dall’aviazione siriana e russa contro “inermi civili” a Douma e che, secondo il farlocchissimo Osservatorio siriano per i diritti umani (prima sbugiardato da Repubblica, poi rivalutato d’imperio) avrebbe ucciso “nelle loro case” più di 100 civili.

Ma vediamo da vicino il primo di questi due video che ripropone le identiche incongruenze dei tanti altri video, inerenti attacchi chimici, prodotti dai “ribelli siriani” e presi come Vangelo dai media occidentali. (per una analisi di questi si veda la linkografia in calce all’articolo)

 

Mostra dei bambini, irrorati d’acqua, nessuno dei quali mostra i tipici segni di esposizione al cloro: tosse, bava alla bocca, occhi arrossati, convulsioni…; per di più, nessun bambino risulta svestito degli indumenti che presumibilmente indossava al momento dell’esposizione al” cloro” che, così, ha la possibilità di diffondersi nel locale chiuso. Pretende di rendere la scena credibile una massa di uomini che si agitano e urlano senza fare praticamente nulla (tranne un tizio che, chissà perché, passa uno straccio per terra) mentre delle madri (o dei genitori), che ci si aspetterebbe vedere accanto ai loro figli intossicati, non se ne vede traccia. Un ultimo appunto. Su chi possano essere questi bambini utilizzati (e spesso uccisi di proposito) per realizzare i video dei “ribelli” date una occhiata a questo video che analizza l’ormai famosa strage con il gas ad Idlib

 

E passiamo al secondo video postato da Repubblica.

 

Mostra, nella prima parte, dei tizi che corrono immersi in una nube di polvere (presumibilmente, proveniente da qualche palazzo colpito e crollato) che, secondo il giornalista che commenta, “rende evidente l’attacco chimico”. Nella seconda parte viene riproposto il primo video.

Vista la miseria di questa documentazione, i TG ora stanno rimpolpando i loro servizi sui “bombardamenti con il cloro a Douma” con una valanga di altri video, foto, “testimonianze” dichiarazioni di “esperti”… Spazzatura che sarà il caso analizzare insieme.

 

Continuate a seguirci

 

Francesco Santoianni

 

– – – –

Breve linkografia sulle analisi di presunti “bombardamenti con il gas” attuati in Siria

 

Cloro, si. Cloro no. I dilemmi di una Commissione di indagine ONU in Siria.

Goutha. Rapporto di ISTEAMS (International Support Team for Mussalaha in Syria)

I gas di Assad: ancora bufale per distruggere la Siria

Il cloro di Assad

Il video che smaschera la bufala di Idlib

L’ecumenica bufala del “Cloro di Assad”: da “Il Foglio” a “Il Fatto Quotidiano”

L’ennesima bufala dei “bombardamenti con il Cloro”

La nuova bufala del mainstream contro la Siria si chiama “bombardamenti al cloro”

Lo scandalo del Rapporto bufala dell’ONU sul “bombardamento con Sarin” a Khan Sheikhun.

Sarin in Siria. Complimenti, Médecins Sans Frontières!

Siria, armi chimiche e il doppio standard delle “indagini” Onu

Siria: il veleno nella coda. Il Rapporto degli ispettori ONU sui gas a Ghouta

 

Notizia del:

Sorgente: Siria, il fact checking dei video dell’ennesimo presunto “attacco chimico di Assad”. Stesse identiche incongruenze delle bufale precedenti

Siria, a Douma una messinscena dei White Elmets?

La Russia accusa l’ONG finanziata dagli Stati Uniti di aver organizzato una messinscena come già accaduto in passato

La Russia sostiene che l’attacco chimico segnalato in Siria domenica scorsa, in quel di Douma, sarebbe stato organizzato dai cosiddetti “white elmets“, una ONG finanziata dagli Stati Uniti e lodata dai media mainstream per il loro lavoro umanitario, mentre è sospettata di compiere dietro le quinte un certo tipo di lavoro tutt’altro che umanitario.

 

Ai microfoni di EuroNews, l’ambasciatore della Russia presso l’UE Vladimir Chizov, ha dichiarato: “Gli specialisti militari russi hanno visitato la regione, hanno camminato su quelle strade, sono entrati nelle case, hanno parlato con medici locali e visitato l’unico ospedale funzionante di Douma, compreso il suo seminterrato dove si è riferito che montagne di cadaveri si accumulano. Non c’era un solo cadavere e nemmeno una singola persona è entrata in terapia dopo l’attacco”.

A questo punto interviene il corrispondente di EuroNews Andrei Beketov che ribatte: “Ma li abbiamo visti sul video!”.

 

“Non c’è stato nessun attacco chimico a Douma, puro e semplice”, risponde Chizov. “Abbiamo visto un altro evento in messo in scena. Ci sono persone, appositamente addestrate – e puoi indovinare da chi – tra i cosiddetti White Helmets, che sono stati già colti in flagrante con video e messinscena”.

 

Sulla inaffidabilità dei White Elmets, a cui qualcuno in Italia ha addirittura dedicato il premio ‘persone dell’anno’, è intervenuto anche il Centro russo per la Riconciliazione Siriana: “Tutte le accuse portate dai White Helmets, così come le loro foto … che presumibilmente mostrano le vittime dell’attacco chimico, non sono altro che un ennesimo pezzo di notizie false e un tentativo di interrompere il cessate il fuoco”.

 

La stessa identica strategia già vista quando il governo siriano di concerto con i suoi alleati ha liberato la città di Aleppo.

Sorgente: Siria, a Douma una messinscena dei White Elmets?

E COSI’, GENTILONI CI HA PORTATO ALLA GUERRA. IMPUNITO.

l’aereo cisterna italiano che partecipa alla guerra.

Alle 17.33  del 10 aprile l’agenzia Al Sura ha  segnalato che  una cisterna volante italiana KC-767 è entrata in Giordania dallo spazio aereo dell’Arabia Saudita.   L’aereo, un Boeing,  farà il rifornimento in volo dei caccia occidentali  che lanceranno i missili contro la Siria.

Dunque il governo Gentiloni, scaduto e senza legittimità, ha portato l’Italia in guerra contro uno Stato che non ci ha mai  fatto nulla  di male, e contro cui non abbiamo nemmeno dichiarato guerra prima di aggredirlo.  Contro un capo di Stato, Hafez el Assad,  che il1 8 marzo 2010, il capo dello Stato – allora Giorgio Napolitano – ha decorato della Gran Croce  al merito della Repubblica, lodandolo come “esempio di laicità e difensore della libertà”.   Abituato alla menzogna senza vergogna.

Il governo scaduto ci mette anche in linea di ostilità  armata  contro la Russia, contro  la nostra nazione non ha alcun motivo di inimicizia, e contro cui abbiamo esercitato qualsiasi possibile offesa senza alcun motivo e  contro i nostri interessi,  ed anzi storica amicizia. Ci mette in guerra anche contro l’Iran, di cui – come”Europa” –     abbiamo garantito l’accordo sul nucleare, solo per rimangiarcelo appena Trump ha proclamato, su istigazione neocon, che avrebbe stracciato quel patto.

Altri hanno notato che un governo in carica per gli affari correnti, considera un affare corrente portarci in una guerra  fra potenze nucleari, senza alcun motivo fondato – se non sulla menzogna: “Dobbiamo dire chiaramente che l’uso di armi chimiche da parte del regime di Assad non può essere in alcun modo tollerato”.

Ovviamente va prima  provato, come  hanno ribattuto Salvini, Paolo Romani, Giorgia Meloni.

Il senatore Alberto Bagnai ha chiesto che il governo riferisca in aula nel suo primo intervento da eletto.

Anche Danilo Toninelli, capogruppo cinque stelle, ha chiesto anch’egli che Gentiloni riferisca in aula, ma asserendo che “a Duma si è consumata una strage terribile che segue altri attacchi chimici”.

Naturalmente le sinistre sono tutte con Trump (che hanno maledetto e schernito e  disprezzato odiati parossisticamente), ora che sta per bombardare. Loro, non hanno nessun dubbio che Assad ha tirato armi chimiche.  La senatrice capogruppo PD: “Nessuna attenuante per tale cieca violenza che ci ricorda le stragi nazifasciste della fine della seconda guerra mondiale”.  La retorica bolsa e senza argomenti, “stragi nazifasciste”…Dalla tomba di un partito morente, o dalla sua fogna, il  “reggente”, Maurizio Martina, ha avuto ancora  coraggio di  fare la sua delazione al Padrone americano: “Salvini vuole cambiare le alleanze internazionali del nostro Paese”.  Così si  fa notare dall’ambasciatore.

BOLDRINI

Boldrini pro-Trump. “Coprirsi bocca e naso contro uso gas in #Siria.Armi chimiche uccidono facendo soffocare persone nella propria saliva.A morire sono soprattutto bambini.Grazie a tutti coloro che con questo gesto simbolico dicono basta attacchi chimici.Inutile?Diffondere consapevolezza non lo è mai “

Ovviamente non poteva mancare di accodarsi all’aggressione americana di un piccolo eroico paese straziato, Laura Boldrini, schierandosi col carnefice perché lo crede più forte.

Certo nulla scuote la faccia tosta di un Gentiloni, che è stato segretario regionale del patito maoista Movimento Lavoratori per il Socialismo. Sperare che questi si vergognino, si giustifichino, men che meno si dimettano,  è vano. Né  le  procedure parlamentari hanno la capacità di punire uno che infrange tutte le norme della cosiddetta “democrazia” di cui si riempiono la bocca, e lui, loro, possono fregarsene. Se  il popolo italiano non si  rivolta,  questa violazione della leaglità e della legittimità non avrà conseguenze per il colpevole del più grave crimine politico cui assistiamo passivi.  Credono, come sempre, di cavarsela perché stanno dalla parte del più forte, del vincitore. Ma ricordiamo che stanno commettendo un (altro) crimine di guerra e contro l’umanità.  Pensano che piazzale Loreto sia capitato solo agli altri.

Ignoranza abissale, segnala l’arretramento  estremo dalla civiltà europea alla barbarie postmoderna.

Resta da segnalare l’ ambasciatrice britannica all’Onu che per attaccare ed insultare Mosca che chiedeva un’inchiesta indipendente sul presunto attacco chimico in Siria, ha ritorto: “Se la Russia viole, possiamo fare ricorso al tribunale penale internazionale contro i crimini di guerra”:  Ha voluto strafare nella sua lezioncina: “Karl Marx si  rivolterà nella tomba, a vedere cosa è diventato il suo paese, a difendere l’uso delle armi chimiche contro innocenti”.

Insomma un’esponente della diplomazia occidentale crede che Karl Marx fosse russo, fondatore della Federazione Russa, chissà.  L’abiezione  bassezza morale si unisce all’ignoranza abissale in questi attori del crimine politico del ventunesimo secolo. Nemmeno la cultura generale, hanno.  Da dove vengono, come sono selezionati,  lo  lascia capire  questa ambasciatrice.  E’ una testimonial dell’imbarbarimento e della decadenza più ridicola e mostruosa. Ecco fino a quale fondo  è degradata  la civiltà europea.

 

Sorgente: E COSI’, GENTILONI CI HA PORTATO ALLA GUERRA. IMPUNITO. – Blondet & Friends

La propaganda che avvicina la guerra in Siria: il cloro e il ruolo degli “esperti” megafono dei jihadisti

La parola agli “Esperti”.

E tra gli innumerevoli video e foto che i “ribelli siriani” stanno inviando ai media mainstream per “documentare” l’attacco con il cloro sferrato da Assad, concentriamoci su quanto attestato sul profilo Twitter di Ahmet S. Yayla, Professore Associato di Criminologia alla “prestigiosa” Georgetown University (uno dei principali think tank della CIA), Former Counterterrorism Police Chief e autore di celebrati libri. Non c’è da meravigliarsi, quindi, che con questi altisonanti titoli, la bufala della bomba al cloro sul letto stia troneggiando su tutti i media.

 

A documentarla, una serie di foto e un video. 

Tralasciando il tizio bardato con la maschera antigas, tanto per fare scena, concentriamoci sulla “bomba”. Intanto, come avrebbe fatto a spappolare il soffitto in cemento armato senza neanche ammaccarsi. E perché mai sta, non già sulla verticale del foro nel soffitto, ma ad un paio di metri sul letto? Ma si tratta davvero di una bomba? Perché mai dovrebbe essere dotata di una valvola che ospita l’alloggiamento per una manopola? In realtà è una bombola da autorespiratore rivestita di ferraglia. Una sbracata bufala in confronto alla quale (e qui faccio mie le parole di Ugo Maisto che me l’ha segnalata) i realizzatori della bufala di Timisoara appaiono come i curatori degli effetti speciali di Guerre Stellari.


Ma, visto che ci siamo, due parole sul cloro che sarebbe stato usato dall’aviazione siriana o russa.

Chi mai userebbe oggi cloro per un attacco chimico, quando, oggi, miscelando sostanze comunemente in commercio si riescono ad ottenere gas con effetti spaventosi? Certo, spulciando negli archivi si trova pure qualcuno che si industria con il cloro (che, rispetto ad altre sostanze, velenose ha una letalità relativamente modesta) per i suoi attacchi terroristici. Ma si tratta, di scalcagnate organizzazioni terroristiche, non certo di stati o di eserciti moderni. Perché mai l’aviazione siriana o russa dovrebbe utilizzare ordigni così primitivi? A pensarci bene questa storia del cloro usato da Assad fa da contraltare ad un’altra bufala: quella dei “barili carichi di esplosivo e chiodi”, che andava per la maggiore qualche anno fa. Lo scopo è sempre lo stesso: presentare Assad che pure ha spiazzato l’Occidente consegnando tutto il suo arsenale di armi chimiche (abominevoli gas nervini, altro che cloro!) come un terrorista che continua a costruire di nascosto “ordigni artigianali”, e per questo ancora più “efferati” agli occhi dell’opinione pubblica. Una minaccia che fa da pendant con i sempre più numerosi attentati “artigianali” che stanno terrorizzando l’opinione pubblica europea. È la teoria di Goebbels: trasformare il nemico in una minaccia per la popolazione. Che approverà così qualunque cosa. Anche una guerra.

 

Francesco Santoianni

Sorgente: La propaganda che avvicina la guerra in Siria: il cloro e il ruolo degli “esperti” megafono dei jihadisti

Bombe sulla Siria. Israele, stato terrorista che con gli Usa avvicina la guerra mondiale

Solo Israele può bombardare una base militare di uno stato sovrano confinante e farla franca. E, prima delle bombe contro la Siria, ci sono state le stragi di manifestanti palestinesi, anche queste totalmente impunite. Israele è esente da qualsiasi legge e principio sui diritti umani.

L’Israele di Netanyahu è il primo stato terrorista, il più pericoloso stato canaglia mondiale. Perché con le sue armi atomiche e con il suo porsi al di sopra di qualsiasi regola si è impadronito del bottone con il quale si può scatenare la terza guerra mondiale.

Quel pulsante lo ha in condominio con il suo primo protettore, gli USA di Trump. Che ora puntualmente si inventano un attacco chimico del governo siriano contro i ribelli un fuga. Una montatura ridicola, se non altro perché non si capisce in base a quale scelta autolesionista il governo siriano dovrebbe usare i gas DOPO aver vinto la guerra.

Chi ha prodotto questa fakenews deve essere il fratello scemo degli imbroglioni londinesi del gas nervino. Ma nonostante questo, ora Trump minaccia rappresaglie ed soliti servi europei, guidati da Macron, gli vanno dietro.

Attenzione, perché quando uno Stato si considera al di sopra di qualsiasi legge e un altro usa qualsiasi balla pur di mostrare i muscoli, prima o poi il patatrac può succedere. Bisogna svegliare la nostra opinione pubblica addormentata e rincitrullita dallo scontro sul nulla dei principali leader politici. Che su questo precipitare della crisi internazionale tacciono tutti.

Ehi avete capito che ci avviciniamo sempre più alla guerra?

I governi terroristi di Israele e degli USA sono un pericolo terribile per tutti noi e vanno fermati nel nome del futuro dell’umanità.

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Sorgente: Bombe sulla Siria. Israele, stato terrorista che con gli Usa avvicina la guerra mondiale | Contropiano

What happened at emergency UN session on Syria

Russian Ambassador to the UN Vassily Nebenzia speaks during the United Nations Security Council meeting on threats to international peace and security and the situation in the Middle East April 9, 2018 in New York. (Photo by AFP)

Russia has said that it has warned the US of “grave repercussions” if it attacks Syria over claims of a chemical weapons attack.

“There was no chemical weapons attack,” said Russian UN Ambassador Vassily Nebenzia during a UN Security Council meeting held on Monday.

“Through the relevant channels we already conveyed to the US that armed force under mendacious pretext against Syria – where, at the request of the legitimate government of a country, Russian troops have been deployed – could lead to grave repercussions,” he added.

He added that investigators with the global chemical weapons watchdog should travel to Syria as early as Tuesday to investigate accusations concerning the attack.

“Our military, radiological, biological, chemical unit was on site with the alleged chemical accident and it confirmed that there was no chemical substances found on the ground. There were no dead bodies found. There were no poisoned people in the hospitals. The doctors in Douma denied that there were people who came to the hospital claiming that they were under the chemical attack. The Syrian Red (Crescent) that was said to be treating people which were poisoned denied that it was ever doing that today. So what we’re saying — we are requesting the OPCW (Organization for the Prohibition of Chemical Weapons), which said in the person of its director general that they were ready to go to Douma, to do it immediately and to see themselves what happened on the ground,” he added.

An alleged chemical attack on Saturday in the militant-held town of Douma in Eastern Ghouta reportedly left dozens dead.

Damascus, in a statement released late on Saturday, strongly rejected the allegation of using chemical munitions and said that the so-called Jaish al-Islam Takfiri terrorist group, which has dominant presence in Douma, was repeating the accusations “in order to accuse the Syrian Arab army, in a blatant attempt to hinder the Army’s advance.”

US will respond to attack: Haley

During the UNSC meeting, US Ambassador to the United Nations Nikki Haley said that Washington “will respond” to incident regardless of whether the United Nations Security Council takes action or not.

“We have reached the moment when the world must see justice done,” she said.

“History will record this as the moment when the Security Council either discharged its duty or demonstrated its utter and complete failure to protect the people of Syria…Either way, the United States will respond,” she added.

US Ambassador to the UN Nikki Haley speaks during the United Nations Security Council meeting on threats to international peace and security and the situation in the Middle East April 9, 2018 in New York. (Photo by AFP)

Syria once again denies chemical attack    

Also present at the meeting, Syria’s ambassador to the United Nations Bashar Ja’afari once again denied that Syria was involved in a alleged chemical weapons attack in Douma.

“The Syrian Arab Republic stresses once again that it does not possess any chemical weapons of any type, including chlorine, and we condemn once again the use of chemical weapons at any time anywhere and under any circumstance,” he said.

Syria’s Ambassador to the United Nations, Bashar Jaafari addresses the United Nations Security Council meeting on Syria at the U.N. headquarters in New York, US, April 9, 2018. (Photo by Reuters)

“The Russian Center for Reconciliation in Syria announced today that military experts have carried out investigations in Douma, and these investigations suggest that there are no signs of the use of chemical weapons there. And while treating the sick that are being treated in the hospitals of Douma, Russian doctors have proven that these patients have not been subjected to any chemical substance. So what we are witnessing here is really a Hollywood scene. Thank you, Mr President,” he added.

Ja’afari further condemned an Israeli attack on a Syrian military airbase in Homs province.

“The government of the Syrian Arab Republic condemns in the strongest terms the ruthless Israeli aggression that took place this morning on the airport in Homs governorate, killing and injuring a number of civilians,” he said.

Sorgente: PressTV-What happened at emergency UN session on Syria

Siria: si vis pacem para veritatem

Siria: si vis pacem para veritatem
(Foto di Media Selvas – modificato)

Perché questa cecità dell’Occidente? Non ci si può scandalizzare per la brutalità della guerra e tacere su chi la guerra l’ha voluta e la vuole ancora oggi. Non si può confondere chi attacca con chi si difende. Liberaci, Signore dalla guerra… e dalla mala stampa”.

di Suor Maria Francesca Righi, Sorelle Trappiste in Siria.

Quando taceranno le armi ? E quando tacerà tanto giornalismo di parte ?
Noi, che in Siria ci viviamo, siamo davvero stanchi, nauseati da questa indignazione generale che si leva a bacchetta per condannare chi difende la propria vita e la propria terra.
Più volte in questi mesi siamo andati a Damasco; siamo andati dopo che le bombe dei ribelli avevano fatto strage in una scuola, eravamo lì anche pochi giorni fa, il giorno dopo che erano caduti 90 missili sulla parte governativa della città, lanciati dal Goutha. Abbiamo ascoltato i racconti dei bambini, la paura di uscire di casa e andare a scuola, il terrore di dover vedere ancora i loro compagni di classe saltare per aria, o saltare loro stessi… bambini che non riescono a dormire la notte per la paura che un missile arrivi sul loro tetto. Paura, lacrime, sangue, morte. Non sono degni della nostra attenzione anche questi bambini?
Perché l’opinione pubblica non ha battuto ciglio, perché nessuno si è indignato, perché non sono stati lanciati appelli umanitari o altro per questi innocenti? E perchéci si indigna per la ferocia della guerra solo e soltanto quando il Governo siriano interviene, suscitando gratitudine nei cittadini siriani che si sentono difesi da tanto orrore (come abbiamo constatato e ci raccontano)?
Certo, anche quando l’esercito siriano bombarda ci sono donne, bambini, civili, feriti o morti. E anche per loro preghiamo, Non solo i civili: preghiamo anche per i jihadisti, perché ogni uomo che sceglie il male è un figlio perduto, è un mistero nascosto nel cuore di Dio. Ed è a Dio che si deve lasciare il giudizio, Lui che non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva.

Ma questo non significa che non si debbano chiamare le cose con il loro nome. E non si può confondere chi attacca con chi si difende.
A Damasco, è dalla zona del Goutha che sono cominciati gli attacchi verso i civili che abitano nella parte controllata dal governo, e non viceversa. Lo stesso Goutha dove – occorre ricordarlo? – i civili che non appoggiavano i jihadisti sono stati messi in gabbie di ferro: uomini, donne, esposti all’aperto e usati come scudi umani. Goutha: il quartiere dove oggi i civili che vogliono scappare, e rifugiarsi nella parte governativa approfittando dalla tregua concessa, sono presi di mira dai cecchini dei ribelli…
Perché questa cecità dell’Occidente? Come è possibile che chi informa, anche in ambito ecclesiale, sia così unilaterale?
La guerra è brutta, oh sì, sì se è brutta! Non venitelo a raccontare ai siriani, che da sette anni se la sono vista portare in casa… Ma non ci si può scandalizzare per la brutalità della guerra e tacere su chi la guerra l’ha voluta e la vuole ancora oggi, sui Governi che hanno riversato in Siria in questi anni le loro armi sempre più potenti, le loro intelligence… per non parlare dei mercenari lasciati deliberatamente entrare in Siria facendoli passare dai Paesi confinanti (tanti che poi sono diventati Isis, va ricordato all’Occidente, che almeno questa sigla sa cosa significa).
Tacere sui Governi che da questa guerra hanno guadagnato e guadagnano. Basta vedere che fine hanno fatto i più importanti pozzi petroliferi siriani. Ma questo è solo un dettaglio, c’è molto più importante in gioco.
La guerra è brutta. Ma non siamo ancora arrivati alla meta, là dove il lupo e l’agnello dimoreranno insieme, e per chi è credente, bisogna ricordare che la Chiesa non condanna la legittima difesa; e se anche non si augura certamente il ricorso alle armi e alla guerra, la fede non condanna chi difende la propria patria, la propria famiglia, la propria vita. Si può scegliere la non-violenza, fino a morirne. Ma è una scelta personale, che può mettere in gioco solo la vita di chi lo sceglie, non si può certo chiederlo a una nazione intera, a un intero popolo.

Nessun uomo che abbia un minimo di umanità vera può augurarsi la guerra. Ma oggi dire alla Siria, al governo siriano, di non difendere la sua nazione è contro ogni giustizia: troppo spesso è solo un modo per facilitare il compito di quanti vogliono depredare il Paese, fare strage del suo popolo, come accaduto in questi lunghi anni nei quali le tregue sono servite soprattutto per riarmare i ribelli, e i corridoi umanitari per far entrare nuove armi e nuovi mercenari… e come non ricordare quali atrocità sono accadute in questi anni nelle zone controllate dai jihadisti? Violenze, esecuzioni sommarie, stupri… i racconti rilasciati da chi alla fine è riuscito a scappare?

In queste settimane ci hanno fatto leggere un articolo veramente incredibile: tante parole per far passare in fondo una sola tesi, e cioè che tutte le Chiese di Oriente sono solo serve del potere… per convenienza… Qualche bella frase ad effetto, tipo la riverenza di Vescovi e Cristiani verso il Satrapo Siriano… un modo per delegittimare qualunque appello della Chiesa siriana che faccia intravedere l’altro lato della medaglia, quello di cui non si parla.
Al di là di ogni inutile difesa e polemica, facciamo un ragionamento semplice, a partire da una considerazione. E cioè che Cristo – che conosce bene il cuore dell’uomo, e sa che il bene e il male coabitano in ciascuno di noi – vuole che i suoi siano lievito nella pasta, cioè quella presenza che a poco a poco, dall’interno, fa crescere una situazione e la orienta verso la verità e il bene. La sostiene dove è da sostenere, la cambia dove è da cambiare. Con coraggio, senza doppiezze, ma dall’interno. Gesù non ha assecondato i figli del tuono, che invocavano un fuoco di punizione .
Certo che la corruzione c’è nella politica siriana (come in tutti i Paesi del mondo) e c’è il peccato nella Chiesa (come in tutte le Chiese, come tante volte il Papa ha lamentato). Ma, appellandoci al buon senso di tutti, anche non credenti : qual è l’alternativa reale che l’Occidente invoca per la Siria? Lo Stato islamico, la sharia? Questo in nome della libertà e la democrazia del popolo siriano? Ma non fateci ridere, anzi, non fateci piangere…
Ma se pensate che in ogni caso non sia mai lecito scendere a compromessi, allora per coerenza vi ricordiamo, solo per fare un piccolo esempio, che non potreste fare benzina ‘senza compromessi coi poteri forti’, dato che la maggior parte delle compagnie ha comprato petrolio a basso costo dall’Isis, attraverso il ponte della Turchia: così quando percorrete qualche chilometro in auto, lo fate anche grazie alla morte di qualcuno a cui questo petrolio è stato rubato, state consumando il gasolio che doveva scaldare la casa di qualche bambino in Siria…
Se proprio volete portare la democrazia nel mondo, assicuratevi della vostra libertà dalle satrapie dell’Occidente, e preoccupatevi della vostra coerenza, prima di intervenire su quella degli altri..
Non ultimo, non si può non dire che dovrebbe suscitare almeno qualche sospetto il fatto che se un cristiano o un musulmano denuncia le atrocità dei gruppi jihadisti è fatto passare sotto silenzio, non trova che una rara eco mediatica, per rivoli marginali, mentre chi critica il governo siriano guadagna le prime pagine dei grandi media. Qualcuno ricorda forse l’intervista o un intervento di un Vescovo siriano su qualche giornale importante dell’Occidente? Si può non essere d’accordo, evidentemente, ma una vera informazione suppone differenti punti di vista.

Del resto, chi parla di una interessata riverenza della Chiesa siriana verso il presidente Assad come di una difesa degli interessi miopi dei cristiani, dimostra di non conoscere la Siria, perché in questa terra cristiani e musulmani vivono insieme. E’ stata solo questa guerra a ferire in molte parti la convivenza, ma nelle zone messe in sicurezza dall’esercito (a differenza di quelle controllate dagli ‘altri’) si vive ancora insieme. Con profonde ferite da ricucire, oggi purtroppo anche con molta fatica a perdonare, ma comunque insieme. E il bene è il bene per tutti: ne sono testimonianza le tante opere di carità, soccorso, sviluppo gestite da cristiani e musulmani insieme.
Certo, questo lo sa chi qui ci vive, pur in mezzo a tante contraddizioni, non chi scrive da dietro una scrivania con tanti stereotipi di opposizione tra cristiani e musulmani.
“Liberaci Signore dalla guerra… e liberaci dalla mala stampa…”.
Con tutto il rispetto per i giornalisti che cercano davvero di comprendere le situazioni, ed informarci veramente. Ma non saranno certo loro ad aversene a male per quanto scriviamo…

thanks to: Pressenza

La Difesa Aerea siriana respinge l’ultima aggressione israelo-statunitense

Il 10 febbraio, aerei israeliani attaccavano diverse aree in Siria, ma la difesa aerea siriana abbatteva 2 aviogetti dell’IAF (1 F-16I Sufa e 1 F-15I Baaz), sul nord d’Israele, impiegando missili del sistema di difesa aereo S-125 Pechora-2M. I piloti si eiettavano, ma uno decedeva in seguito alle ferite. Gli israeliani avevano tentato di attaccare le postazioni dell’EAS utilizzando missili da crociera, senza avvicinarsi allo spazio aereo siriano. Le difese aeree siriane (SyAAD) abbattevano i missili più pericolosi, lasciando andare quelli che non avrebbero causato danni in territorio siriano. L’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv veniva chiuso e le sirene antiaeree suonavano nelle alture del Golan e nella Galilea. Subito dopo gli israeliani, per “rappresaglia”, attaccavano le postazioni dell’EAS nella regione meridionale della Siria, mentre le difese aeree siriane sventavano il nuovo attacco. “Il nemico israeliano all’alba aveva attaccato una postazione militare nella regione centrale, e le difese aeree siriane respingevano l’attacco colpendo più di un aereo”. In seguito gli israeliani attaccavano alcune postazioni nella regione meridionale, che le difese aeree respingevano ancora una volta. In seguito, le autorità israeliane facevano appello alla Russia per contribuire a ridurre le tensioni al confine con la Siria; questo a seguito di un incontro urgente tra il Primo ministro, il ministro della Difesa e altri alti funzionari israeliani. Il disinformatore Magnyer tentava di spacciare la tesi che gli aviogetti israeliani siano stati abbattuti da missili iraniani Shaheen, cercando di giustificare a livello mediatico la propaganda sionista. Ma il sistema di difesa Shaheen è la copia iraniana del sistema statunitense Hawk, ed è quindi incompatibile con la rete dei sistemi di difesa aerea siriana d’impronta sovietica-russa.
Tutto questo avveniva poche ore dopo che l’Esercito arabo siriano spazzava via ogni residua presenza di al-Qaida e Stato Islamico dai governatorati di Hama ed Aleppo, liquidando in poche settimane una sacca di 1100 kmq con 500 terroristi intrappolati dentro. Il Comando Generale dell’Esercito e delle Forze Armate siriane dichiarava lo sradicamento dei terroristi dello SIIL e dei gruppi affiliati nelle aree tra Qanasir, Aleppo, Sinjar e Sinah. Inoltre, la bufala della strage di soldati siriani nel bombardamento statunitense su Tabiyah e Qasham, presso Dayr al-Zur, svanisce con l’ammissione dello stesso Mattis che le forze d’occupazione statunitensi avevano colpito solo 2 carri armati delle milizie tribali governative siriane; probabilmente si trattava di due autoveicoli civili, dato che le autorità siriane riferivano di 40 civili uccisi o feriti. I timori negli USA riguardo a un coinvolgimento in Siria sono sempre più acuti; il senatore degli Stati Uniti Tim Kaine, membro del comitato per le relazioni estere e i servizi armati del Senato, criticava l’attacco degli Stati Uniti, “Anche se sono grato che nessun membro degli Stati Uniti o della coalizione sia stato ferito nell’attacco, sono gravemente preoccupato dall’amministrazione Trump che volutamente s’infila in un grande conflitto, senza il voto del Congresso ed obiettivi chiari“. Mattis stesso mostrava dei dubbi sugli eventi a Dayr al-Zur, definendola “situazione di perplessità“, non potendo dare “alcuna spiegazione sul perché” forze filogovernative avrebbero attaccato una base delle SDF. Come affermano chiaramente le fonti governative siriane, non c’è mai stata alcuna operazione siriana contro il territorio occupato dalle SDF, ma un’operazione di ricognizione contro le infiltrazioni dello SIIL nel governatorato di Dayr al-Zur.
Va notato che almeno un paio di presunti ‘giornalisti freelence’ in Siria, un presunto corrispondente russo e un noto mercenario statunitense, hanno amplificato e spacciato tale operazione da guerra psicologica e di disinformazione. Il falso corrispondente russo arrivava a dire che nell’azione statunitense erano morti “130 mercenari russi” della compagnia Wagner (!?), mentre il mercenario statunitense, due ore prima dell’attacco statunitense, aveva tweettato che forze siriane stavano per attaccare obiettivi detenuti dalle SDF nella regione, lanciando alle forze militari del proprio Paese un preallarme. Le autorità siriane dovrebbero mostrare estrema attenzione verso coloro che si presentano come amici, solo per poi monitorare con metodi, modalità e scopi poco chiari, le aree del territorio siriano sottoposte a maggior conflitto.

Nel frattempo, un capo di Jabhat al-Nusra, Abu Yaman, e cinque sue guardie del corpo, venivano uccisi presso Jisr al-Shughur, a sud d’Idlib, da disertori della stessa organizzazione terroristica, mentre un elicottero d’attacco turco Agusta/TAI T-129B ATAK veniva abbattuto dalle YPG ad al-Qudah, presso Raju, a nord-ovest d’Ifrin. I due piloti restavano uccisi. Un’unità dell’Esercito arabo siriano respingeva l’attacco del gruppo terroristico Jabhat al-Nusra su Tal Hadada, ad est di Qinsiba, a nord di Lataqia, eliminando l’intero gruppo. Ad est di Damasco, tra Irbin e Harasta, la 4.ta Divisione dell’Esercito arabo siriano liberava diversi edifici, numerose trincee e cinque tunnel occupati dai terroristi dell’Hayat Tahrir al-Sham. Inoltre, un distaccamento delle Forze di Difesa Nazionali (NDF) liquidava 12 terroristi dello SIIL, e ne sequestrava l’autocarro che trasportava missili anticarro AGM-114 Hellfire e dispositivi per il controllo dei missili.
Note
Anàlisis Militares
Global Security
al-Masdar
Moon of Alabama
Muraselon
Muraselon
Muraselon
Muraselon
RIAFAN
RIAFAN
RIAFAN
RIAFAN
SANA

via La Difesa Aerea siriana respinge l’ultima aggressione israelo-statunitense — Aurora

Imperialismo e guerra infinita: perché la sconfitta Usa in Siria sposterà la guerra in altre regioni

Imperialismo e guerra infinita: perché la sconfitta Usa in Siria sposterà la guerra in altre regioni

di Andrés Mora Ramírez*
da firmas.prensa-latina.cu

Traduzione di Marx21.it

Il Senato degli Stati Uniti ha votato contro un emendamento al progetto di legge di autorizzazione della Difesa Nazionale per il 2018, con il quale si intende regolare i poteri di guerra del presidente e abrogare due autorizzazioni all’uso della forza militare – autorizzazioni di guerra -, approvate 16 anni fa dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre e che sono ancora vigenti.

Si tratta delle leggi che hanno permesso gli interventi militari in Afghanistan, contro il cosiddetto regime talebano, l’invasione dell’Iraq e il rovesciamento di Saddam Hussein. Andando contro la corrente interventista dominante, il repubblicano Rand Paul, promotore dell’emendamento, è stato esplicito quando ha sostenuto che l’approvazione era necessaria per porre fine “alla guerra non autorizzata e, mai dichiarata e anticostituzionale” condotta dagli Stati Uniti dall’inizio del secolo XXI, “una guerra senza limite né luogo e fuori del tempo in qualsiasi parte del pianeta”.

In pratica, tali disposizioni si sono trasformate nella dichiarazione formale di guerra infinita contro qualunque nemico, in qualsiasi luogo del mondo, con cui l’ex presidente George Bush aveva proclamato la sua crociata contro il terrorismo, invocando le argomentazioni del peggior conservatorismo politico, il fondamentalismo religioso e la presunta predestinazione degli Stati Uniti per imporre il proprio modo di intendere la democrazia in tutto il mondo.

Tutto ciò in un contesto politico e ideologico in cui guadagnava terreno il Progetto del Nuovo Secolo Americano dei falchi di Washington. Dal proclama manicheo di Bush (“Chi non è con noi, è contro di noi”) alla più sofisticata formula discorsiva presentata più tardi dall’ex Segretaria di Stato Hillary Clinton (“Gli Stati Uniti non possono risolvere solo i problemi del nostro emisfero o di altre parti del mondo, ma i problemi non possono essere risolti senza che gli Stati Uniti siano coinvolti”), l’imperialismo ha confessato l’intenzione di puntellare la sua egemonia attraverso la forza e ai margini della legalità internazionale.

Retorica a parte – perché il terrorismo non è mai stato veramente combattuto, ma al contrario finanziato, come è risultato chiaro con l’apparizione dello Stato Islamico -, la cosa certa è che la manipolazione giuridica di queste autorizzazione ha permesso all’ex presidente Barack Obama nel corso delle sue amministrazioni, e ora al presidente Donald Trump, di dispiegare truppe in tutto il mondo e mantenerle per un tempo indefinito là dove le strategie del Pentagono lo hanno deciso.

Allo stesso tempo, ciò ha rappresentato l’argomento pseudo-giuridico per realizzare attacchi e operazioni militari aperte, o dietro lo schermo della NATO, contro paesi verso i quali il Congresso non ha mai approvato una dichiarazione di guerra (Libia, Yemen, Siria).

La decisione del Senato di prolungare la guerra infinita prevede una scalata delle tensioni sui diversi fronti che Washington mantiene aperti in Europa, Asia, Medio Oriente e anche in America Latina (prova di ciò sono le sanzioni economiche imposte al Venezuela e la pressione che esercita la Casa Bianca, per via diplomatica e con altri mezzi spuri, contro il governo bolivariano), che anticipano il movimento delle pedine sullo scacchiere geopolitico internazionale.

In un articolo pubblicato dalla catena RT, l’analista britannico Finian Cunningham sviluppa questa tesi spiegando che la sconfitta statunitense in Siria sposterà gli scenari di guerra in altre regioni (Corea del Nord, Cina, Russia, Ucraina, Iran), “dal momento che il paese arabo non ha rappresentato altro che un campo di battaglia in una guerra globale per il dominio scatenata dagli Stati Uniti e dai loro alleati”. E aggiunge: “Washington sta risparmiando i suoi sforzi, per lottare in un altro momento, chissà in quale altro paese sfortunato, per raggiungere un cambiamento di regime”.

Nessuno dovrebbe essere sorpreso che ciò accada. Nell’era dell’imperialismo permanente che stiamo vivendo, le guerre di rapina e la violazione sistematica del diritto internazionale (ultima istanza chiamata a proteggerci dalla barbarie e garantire la civiltà nella convivenza tra le persone e le nazioni) sono essenziali per il funzionamento degli ingranaggi dello sfruttamento e dell’accumulazione capitalista, per l’appropriazione delle risorse naturali e delle posizioni strategiche e per il dominio e la soggezione dei popoli. Per l’imperialismo la guerra è infinita.

*Ricercatore, analista e docente dell’Università della Costa Rica

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I siriani hanno colpito un F-35 israeliano?

DNI 17 ottobre 2017 Notizie indicano che la difesa aerea siriana ha danneggiato un aviogetto da combattimento F-35 dell’aeronautica israeliana. Secondo le notizie, Israele nasconde il fatto che un suo avanzato caccia F-35 è stato colpito da un missile S-200 siriano. Anche PressTV copre l’evento indicando questo scenario. “Sembra che la “dimostrazione di forza” israeliana durante l’ultima visita del Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu, sia stato un fallimento totale“, scrive South Front. Lo stesso giorno, le forze di difesa israeliane (IDF) hanno affermato che i loro aerei avevano colpito una batteria antiaerea delle forze della difesa aerea siriana, che aveva lanciato un missile contro gli aerei israeliani che sorvolavano il Libano. Secondo le informazioni disponibili, le forze della difesa aerea siriana avevano utilizzato un missile S-200 contro i velivoli da guerra israeliani. Questo missile sovietico è il più avanzato sistema antiaereo a lungo raggio a disposizione dei militari siriani. Anche così, è vecchio per la guerra moderna. Nonostante ciò, il Ministero della Difesa siriano dichiarava che le forze governative avevano risposto alla violazione dello spazio aereo “colpendo direttamente uno degli aviogetti, costringendo gli altri aerei israeliani a ritirarsi“. Questa dichiarazione è in contraddizione con l’affermazione israeliana secondo cui “alcun centro” era stato confermato.
Poche ore dopo l’incidente in Siria, i media israeliani riferivano che un caccia multiruolo F-35 dell’aeronautica israeliana era stato danneggiato dalla presunta collisione con uccelli durante un volo di addestramento. L’incidente, presumibilmente, sarebbe accaduto “due settimane prima“, ma veniva rivelato pubblicamente solo il 16 ottobre. Tuttavia, le fonti israeliane non potevano mostrare alcuna foto dell’F-35 dopo la “collisione con gli uccelli“. Inoltre, non è chiaro se l’F-35 potrà rientrare in servizio perché il rivestimento stealth è stato danneggiato. Così, secondo la versione israeliana, l’aereo non sarebbe più operativo dalla collisione, nonostante l’F-35 abbia superato le prove d’impatto con uccelli con ottimi risultati (informazioni ufficiali qui).
L’F-35 è l’aereo da guerra più costoso del mondo. Il costo del suo sviluppo è ora di circa 406,5 miliardi di dollari. Israele acquista attivamente l’auto-proclamato caccia più avanzato del mondo a circa 100 milioni di dollari per aereo.

Sorgente: I siriani hanno colpito un F-35 israeliano?

Generale siriano: “Gli Stati Uniti hanno fornito ai terroristi 1.500 camion di armi in tre mesi”

Tra il 5 giugno e il 15 settembre di quest’anno, gli USA hanno fornito all’ISIS e al Fronte al Nusra 1.421 camion con armamenti, secondo le forze armate siriane.

Il capo della direzione generale delle operazioni dell’esercito siriano, il generale Ali Al-Ali, ha riferito all’agenzia russa TASS che gli Stati Uniti forniscono armi a terroristi dell’ISIS ed ad altre formazioni radicali, e non alla cosiddetta “opposizione moderata”.

Secondo l’esercito siriano, da giugno a settembre di quest’anno, gli USA avrebbe fornito agli estremisti circa 1.500 camion blindati.

“Sappiamo che tra il 5 giugno e il 15 settembre di quest’anno, gli Stati Uniti hanno fornito ai terroristi in Siria 1.421 camion dotati di armi. Presumibilmente, queste armi erano è destinate per combattere i terroristi, ma in ultima istanza, sono finite nelle mani dei terroristi dell’ISIS e del Fronte Nusra”, ha detto Al-Ali durante la scoperta delle armi sequestrate.

“Alla luce dei recenti avvenimenti in corso nel Ghouta Orientale, zona rurale di Damasco, sono state raccolte prove inconfutabili che i terroristi avevano usato armi e munizioni straniere. Le armi sono state fotografate, così come i frammenti di munizioni di fabbricazione estera con numeri di serie. Con queste munizioni i terroristi attaccano regolarmente le aree residenziali di Damasco e dei suoi sobborghi”, ha aggiunto il generale Al-Ali.

Secondo il rappresentante dell’esercito siriano, la maggior parte delle armi che raggiungono i terroristi in Siria in questo modo vengono acquisite sotto il programma di sostegno del Pentagono agli alleati statunitensi attraverso le società nordamericane Chemring e Orbital ATB.

Gli armamenti arrivano in Medio Oriente via mare e entrano in Siria attraverso zone di frontiera non ancora controllate dalle forze governative siriane, ha spiegato il generale Al-Ali.

Fonte: TASS

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Sorgente: Generale siriano: “Gli Stati Uniti hanno fornito ai terroristi 1.500 camion di armi in tre mesi” – World Affairs – L’Antidiplomatico

L’Esercito siriano nella capitale ‘de facto’ dell’ISIS in Siria scopre armi prodotte in USA e Israele

Le forze siriane, dopo aver liberato la città di Al-Mayadeen, nella provincia orientale di Deir Ezzor, capitale de facto dell’ISIS in Siria, hanno scoperto una grande quantità di armi di produzione statunitense e israeliana.

Le Tiger Forces, unità speciali delle forze armate siriane, come riferito dai dai media russi, indicano che ad Al-Mayadeen, divenuta capitale de facto dell’ISIS in Siria ci sono enormi magazzini di armi abbandonati dai terroristi dopo l’arrivo delle forze siriane.

“I depositi di armi sono enormi. Sono scioccato da quanti armi ho visto. Ci sono centinaia e anche migliaia di armi e munizioni di vari tipi “, ha dichiarato Rahmi Mauwas, colonnello siriano.

Allo stesso modo, l’esercito siriano afferma che alcune delle armi sono di produzione statunitense  e israeliana e ci sono molti altri da paesi del Medio Oriente.

Inoltre, il tenente colonnelloMauwas ha riferito che le forze siriane hanno trovato un gran numero di veicoli militari carichi di esplosivi e persino un carro armato attrezzato per un futuro attacco.

Fonte: RT

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Sorgente: VIDEO. L’Esercito siriano nella capitale ‘de facto’ dell’ISIS in Siria scopre armi prodotte in USA e Israele – World Affairs – L’Antidiplomatico

C’è un accordo tra ISIS e Stati Uniti?

 

Valentin Vasilescu, Reseau International 28 settembre 2017Il Ministero della Difesa russo ha pubblicato le immagini riprese dai droni dall’8 al 12 settembre 2017, che mostrano il dispiegamento dei terroristi dello SIIL a nord di Dayr al-Zur in Siria. La sorpresa è la presenza di blindati Humvee-Hummer (HMMWV) delle forze speciali statunitensi nelle basi difensive dello SIIL presso Dayr al-Zur. Sulla mappa del Ministero della Difesa russo, appaiono sei schieramenti difensivi dello SIIL (per un totale di 1500 terroristi) in cui erano posizionati dei blindati statunitensi Humvee diretti verso la periferia di Dayr al-Zur. Il Ministro della Difesa russo affermava che i reggimenti curdi controllati dalle Forze Speciali degli Stati Uniti (SOF) e dalle Forze democratiche siriane (SDF) avanzavano senza ostacoli tra le posizioni dello SIIL sulla sponda orientale l’Eufrate, in direzione di Dayr al-Zur. Ad esempio, un’immagine aerea dell’8 settembre mostra una postazione di controllo fortificata dello SIIL situata a 23 km a sud-ovest di Jisr al-Shadadi, sulla strada per Dayr al-Zur. 3 autocarri statunitensi con 2 blindati e 5 Toyota dello SIIL erano fermi nella postazione di controllo. Allo stesso tempo, sulla strada, vi erano 4 tecniche delle SDF curde accompagnate da 1 Hummer statunitense.
Ciò che è incomprensibile è l’assenza di tracce di combattimenti tra SIIL e Forze democratiche siriane (SDF) e SOF. Le SOF non avevano creato pattuglie mobili come avanguardia delle colonne SDF per difenderle da un possibile attacco dello SIIL. Non ci sono crateri di proiettili di artiglieria e bombe della coalizione anti-SIIL guidata dagli Stati Uniti presso le fortificazioni dello SIIL in cui i veicoli di SDF e SOF stazionavano. Va inoltre osservato che tutte le fortificazioni dello SIIL erano circondate da campi minati. Alcun concentramento di mezzi di SDF e SOF aveva adottato un sistema di sorveglianza militare e di sicurezza, anche se erano nelle zone difensive dello SIIL. La conclusione del Ministero della Difesa russa è che “i soldati statunitensi si sentono al sicuro nelle aree controllate dai terroristi in Siria“.
Gli ufficiali russi riferivano che quando l’Esercito arabo siriano arrivò a Dayr al-Zur tra il 26 e il 28 agosto, molti elicotteri dell’esercito statunitense evacuarono 22 capi dello SIIL di origine europea con le loro famiglie da diverse aree a nord-ovest di Dayr al-Zur. Va osservato che al momento in cui le SDF scortate dalle forze speciali dell’esercito degli Stati Uniti (SOF) avanzavano per 100 km attraversando senza combattere le linee dello SIIL, nella zona industriale di Dayr al-Zur, i 600 terroristi dello SIIL presenti nelle nuove posizioni occupate dalle SDF, avviarono forti contrattacchi contro le truppe siriane sbarcate sulla sponda orientale dell’Eufrate. Non è una coincidenza che lo SIIL non si preoccupi dell’occupazione del suo territorio dalle SDF, concentrandosi nella lotta all’Esercito arabo siriano per impedirgli di liberare la provincia di Dayr al-Zur fino al confine con l’Iraq. Una provincia che gli Stati Uniti vogliono occupare con i loro alleati curdi delle SDF.
La stampa occidentale e rumena evita di riportare queste informazioni, suggerendo che sia una falsificazione o che, se vera, disturberebbe la percezione pubblica della lotta degli USA contro lo SIIL, infastidendo Casa Bianca e cancellerie europee.

 

thanks to: Alessandro Lattanzio

 

Washington e Riyad chiedono all’opposizione di accettare il ruolo Assad nel futuro della Siria

Washington e Riyad chiedono all'opposizione di accettare il ruolo Assad nel futuro della Siria
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USA e l’Arabia Saudita hanno sollecitato l’opposizione, da loro sponsorizzata, ad accettare il ruolo di Bashar al-Assad nel futuro della Siria. Lo riferisce ‘The Associated Press’.

L’Associated Press (AP) ha riferito, citando fonti in condizione di anonimato, che sono in contatto con i cosiddetti gruppi di opposizione siriani al di fuori del paese arabo.

“Mentre Damasco ha invertito le perdite militari in gran parte strategicamente importante nella zona  occidentale del paese e dal momento che gi Stati Uniti hanno interrotto il supporto alle forze ribelli, i diplomatici da Washington a Riyad stanno chiedendo ai rappresentanti dell’opposizione siriana di raggiungere un accordo con il presidente Bashar al-Assad sulla sua sopravvivenza politica”, è l’incipit dell’articolo dell’AP.

Inoltra, nell’articolo si ricorda che le forze militari e pro-governative siriane hanno un vantaggio irreversibile sul campo di battaglia contro le bande armate e altri avversari mentre i cosiddetti  ribelli appoggiati dai loro alleati regionali e occidentali sono più concentrati sulla promozione dei propri interessi, piuttosto che ottenere il cambiamento di governo a Damasco.

Attualmente, il governo siriano controlla la maggior parte occidentale popolata, mentre i terroristi dell’ISIS (Daesh, in arabo) e Al-Qaeda, i curdi sostenuti dagli Stati Uniti e le milizie sostenute dalla Turchia controllare le restanti parti del Nord, est e sud. Inoltre, una zona sicura è stata creata nel sud dove non c’è quasi nessun combattimento. Questa situazione è un vantaggio per Damasco.

L&# 39;ex ambasciatore USA in Siria, Robert Ford, che è ampiamente considerato come una delle menti delle guerre civili create da Washington in diverse parti del mondo e istigatore chiave nel 2011 del conflitto siriano già escluse, alcuni mesi fa, la possibilità di cacciare via Assad, sottolineando che “non c’è alcun allineamento militare concepibile che sarà in grado di rimuoverlo (…) Tutti, compresi gli Stati Uniti, hanno riconosciuto che Assad resta al potere.”

Secondo la fonte consultata da AP, i principali sponsor del principale alleanza di opposizione siriana, l’Alto Comitato dei negoziati (ACN o HNC) stanno spingendo il gruppo ad adattarsi alle nuove realtà. In particolare, il cancelliere saudita, Adel al-Yubeir, ha detto all’opposizione che è giunto il momento di formulare “una nuova versione”.

“Lui non ha detto esplicitamente che Bashar [Al Assad] deve restare, ma se si legge tra le righe, se dici che devi avere una nuova visione, qual è la questione più controversa? È se Bashar resta”, ha spiegato la fonte che ha chiesto di rimanere anonimo, aggiungendo che diversi gruppi di opposizione stanno parlando tra di loro per raggiungere una posizione comune, ma che hanno comunque profonde divergenze sul futuro politico di Assad in Siria.

Fonte: The Associated Press
Notizia del:

Sorgente: Washington e Riyad chiedono all’opposizione di accettare il ruolo Assad nel futuro della Siria – World Affairs – L’Antidiplomatico

Israel warplanes strike Syrian army position

At least two Syrian soldiers have been killed after Israeli fighter jets targeted an army position in the west-central province of Hama, in yet another act of aggression against the Arab country

“Israeli warplanes at 2:42 a.m. today fired a number of missiles from Lebanese air space, targeting one of our military positions near Masyaf, which led to material damage and the deaths of two members of the site,” the army said in a statement on Thursday.

The statement further warned against the “dangerous repercussions of this aggressive action to the security and stability of the region.”

“This aggression comes in a desperate attempt to raise the collapsed morale of the ISIS (Daesh) terrorists after the sweeping victories achieved by the Syrian Arab Army against terrorism at more than one front, and it affirms the direct support provided by the Israeli entity to the ISIS and other terrorist organizations,” it added.

Masyaf is located approximately 60 kilometers east of the coastal city of Tartus, where Russia holds a naval base.

Earlier media reports said the Israeli military had struck a scientific research facility in Masyaf.

Citing pro-government activists, Al-Masdar News, a pan-Arab news and commentary website, said Thursday that Israeli warplanes targeted the Scientific Studies and Research Center (SSRC) in Masyaf in Hama.

Meanwhile the so-called Syrian Observatory for Human Rights said two facilities were hit, a scientific research center and a nearby military base. It said the Israeli assault also wounded five people.

“Many explosions were heard in the area after the air raid,” said the group’s head, Rami Abdulrahman, adding that some of the blasts may have been secondary explosions from a missile storage facility being hit.

Israeli officials have not immediately commented on the reports.

Over the past years, the Israeli military has carried out sporadic attacks against various targets across Syria in what Damascus views as an attempt to boost the Takfiri terror groups that have been taking heavy blows from the Syrian army and allied forces on the battle ground.

The latest Israeli strike comes just days after the Syrian army, backed by popular defense groups and Russia airpower, managed to break the years-long siege imposed by the Daesh terror group on the eastern city of Dayr al-Zawr.

Sorgente: PressTV-Israel warplanes strike Syrian army position

Siria, capo terrorista conferma ‘la cooperazione diretta’ con Israele

 Siria, capo terrorista conferma 'la cooperazione diretta' con Israele
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Il capo di un gruppo armato siriano ha rivelato i “contatti e la cooperazione diretta” della sua fazione con le forze armate del regime di Tel Aviv (IDF).

Secondo il ‘Time of Israel’, Abu Hamad capo di un gruppo armato, ha ammesso che i suoi uomini “hanno avuto contatti diretti con Israele per ricevere il sostegno” da questo regime.

Abu Hamad ha quindi rigettato le affermazioni dell’esercito israeliano, il quale ha sempre sostenuto di inviare aiuti solo ai civili e alle organizzazioni non governative situate sul confine siriano con i territori palestinesi occupati.

In dichiarazioni rese in una videoconferenza con i giornalisti tramite Skype, e da una casa ben arredata che si trova nella parte non occupata del Golan nella provincia meridionale siriana di Quneitra, Abu Hamad, incappucciato per evitare di essere identificato, ha riconosciuto che il regime di Tel Aviv ha anche offerto aiuto ad altre bande armate nella zona.

Tuttavia, il leader terrorista ha rifiutato di specificare i nomi dei gruppi, tanto meno il proprio, temendo di perdere l’assistenza israeliana, aggiunge il sito web israeliano.

Questa testimonianza è l’ennesima conferma dell’appoggio di Israele ai gruppi armati che combattono contro il legittimo governo siriano. Anche l’ONU, lo scorso 15 giugno, rivelò l’esistenza di contatti diretti tra Israele e i gruppi terroristici come Al Nusra, braccio di al Qaeda in Siria.

Fonte: Timesofisrael
Notizia del: 25/08/2017

La scoperta di armi chimiche degli Stati Uniti in Siria è la prova che l’Occidente sostiene i terroristi

Alcuni paesi si impegnano, da un lato, verbalmente per il diritto internazionale, ma da un altro armano i terroristi con sostanze vietate, ha affermato Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo.

La scoperta di armi chimiche di produzione statunitense e britannica in Siria è la prova che i paesi occidentali, direttamente o indirettamente sostengono i terroristi. Lo ha affermato Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Affari Esteri della Russia.

“È giunto il tempo in cui, dopo diversi anni di guerra in Siria, è stato portato alla luce ciò che è stato discusso molte volte in tutti i livelli”, ha dichiarato la portavoce nel corso di un programma della radio russa Vesti, e citata da TASS.

“Sì, è così. I paesi occidentali e le potenze regionali hanno fornito direttamente o indirettamente sostanze tossiche vietate ai ribelli,ai terroristi ed estremisti che sono sotto il loro comando nel territorio della Siria”, ha spiegato Zakharova, aggiungendo si sommano ad altre forme di assistenza, comprese le armi, il denaro e il supporto informatico.

Dopo citato anche una serie di fatti e fornito prova confermate da esperti internazionali, la portavoce ha aggiunto che i paesi responsabili per il sostegno al terrorismo “verbalmente sono impegnati a rispettare i principi democratici e del diritto internazionale, ma in realtà forniscono tutto il necessario per gli estremisti affinché sostengono la loro lotta armata nel territorio sovrano della Siria. “

L’ONU come testimone

Zakharova ha sottolineato che le Nazioni Unite hanno ricevuto molti di queste prove, ed sono state testimone di alcune delle discussionisu questo argomento.

“Alcuni di questi dati sono stati comunicati alle Nazioni Unite, e sono stati discussi nel corso di negoziati bilaterali, per esempio, tra gli Stati Uniti e la Russia”, ha precisato la portavoce.

Da parte sua, il rappresentante permanente della Russia presso l’ONU, Vasili Nebenzia ha sostenuto che la fornitura di agenti tossici per le forze ribelli in Siria costituisce una violazione della Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche.

Sostanze proibite

Ieri,il vice ministro degli esteri siriano, Faisal Mekdad, aveva dichiarato che nella parte orientale di Damasco sono state trovate “bombe a mano e munizioni per lanciagranate” dotate di gas irritanti tossici CS e CN, realizzato da aziende statunitensi e inglesi.

Fonte: Tass

Notizia del: 17/08/2017

 

 

Lebanon finds US-made arms left by Nusra terrorists

This Photo purportedly shows a discovered weapons cache left behind by Takfiri Jabhat Fateh al-Sham militants in northeastern Lebanon.
This Photo purportedly shows a discovered weapons cache left behind by Takfiri Jabhat Fateh al-Sham militants in northeastern Lebanon.

The Lebanese army has discovered a weapons cache left behind by defeated militants from the Jabhat Fateh al-Sham terror group, formerly known as al-Nusra Front, in the northeast of the country.

The Lebanese National News Agency (NNA), citing an unnamed official from Lebanon’s General Directorate of General Security, reported on Friday that a patrol of the intelligence agency had found an ammunition and missile cache in Wadi Hamid Valley east of the border town of Arsal, without providing further details.

However, Reuters quoted an unnamed security source as saying on Friday that the cache contained at least a surface-to air missile (SAM) and a number of US-made TOW anti-tank missiles as well as plenty of other types of shells and rockets.

The following photos of the cache were provided by the security source.

On July 29, commanders of Lebanon’s Hezbollah resistance movement said the group had successfully concluded a week-long military offensive against al-Nusra on the outskirts of Arsal and the adjacent town of Flita in Syria, seizing land in the rugged, mountainous area and killing about 150 terrorists.

This photo taken on August 17, 2017, during a tour guided by the Lebanese army shows soldiers holding a position in a mountainous area near the eastern village of Ras Baalbek during an operation against terrorists. (Via AFP)

In August 2014, the al-Nusra and Daesh Takfiri terrorist groups overran Lebanon’s northeastern border town of Arsal, killing a number of Lebanese forces. They took 30 soldiers hostage, most of whom have been released.

Since then, Hezbollah and the Lebanese military have been defending Lebanon on the country’s northeastern border.

Friday’s development come as the Lebanese army has been targeting Daesh hideouts along the Syrian border over the past several days, regaining more areas from the terror group. It also comes after Syria accused the US and the UK of supplying chemical weapons to terrorists in the country.

Sat Aug 19, 2017 2:19AM

Sorgente: PressTV-Lebanon finds US-made arms left by Nusra terrorists

Siria accusa USA e Regno Unito di aver inviato armi chimiche ai terroristi

Le sostenza chimiche tossiche trovate nei depositi dei terroristi provengono da USA e Regno Unito ha dichiarato il vice ministro della Siria, Faisal Mekdad in una conferenza stampa a Damasco.

“Tutti i proietti e le granate trovate, armati con sostanze chimiche tossiche CS e CN, sono state prodotte dalla compagnia “Federal Laboratories” in USA… Mentre le sostanze chimiche al loro interno dalla “Cherming Defence UK” (UK) e dalla “NonLethal Technologies” (USA)” ha detto Mekdad.

I depositi dei terroristi contenenti questi armamenti sono stati trovati ad Aleppo e nelle periferie orientali liberate di Damasco.

Mekdad ha ricordato che secondo il quinto articolo della Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche, queste possono essere usate solo nelle sommosse e nei disordini, e non in guerra.

“Quindi possiamo affermare con certezza che gli Stati Uniti e il Regno Unito, nonché i loro alleati nella regione, violano la Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche, dando supporto alle organizzazioni terroristiche sul territorio siriano. Essi hanno fornito ai guerriglieri non solo armamenti convenzionali ma anche quelli illegali” ha aggiunto Mekdad.

Il rappresentate ufficiale del Ministero degli esteri della Russia, Maria Zakharova ha commentato questa dichiarazione. “Ecco a voi tutto l’impegno per il diritto internazionale e per il trionfo della democrazia. Nascondendosi dietro le foto dei bambini uccisi, forniscono armi chimiche ai terroristi, al limite dell’assurdo” ha scritto sulla sua pagina Facebook.

In precedenza la coalizione capeggiata dagli USA contro lo Stato Islamico non han registrato uso di armi chimiche da parte dei guerriglieri, nonostante abbiano accusato Damasco di questo.

Le autorità siriane a loro volta hanno sottolineato di non aver mai usato armi chimiche contro civili o terroristi, e che l’arsenale di armi chimiche del paese è stato portato via dal paese sotto il controllo dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC).

Sorgente: Siria accusa USA e Regno Unito di aver inviato armi chimiche ai terroristi – Sputnik Italia

US-led coalition used banned white phosphorus on civilians in Syria – Damascus to UN

US-led coalition used banned white phosphorus on civilians in Syria – Damascus to UN

FILE PHOTO © Rodi Said / Reuters

The Syrian foreign ministry has, in correspondence to the United Nations, accused the US-led coalition of new atrocities against its civilians. It includes an attack on hospital in Raqqa and the use of “internationally banned white phosphorus munitions” against the Syrian people.

Renewing its calls to “immediately dissolve” the coalition which Damascus considers illegitimate, the ministry wrote two letters; one addressed to the UN Secretary General and the other to the Chairman of the UN Security Council, Syria’s state news agency SANA reported Sunday.

Citing the ministry statement, the report said the military alliance led by Washington had bombed residential neighborhoods and civilian houses, as well as destroying a national hospital in Raqqa, where the coalition is extensively backing the fight against the Islamic State (IS, formerly ISIS/ISIL) terrorist group.

Damascus also claimed the coalition had violated international humanitarian law by deploying white phosphorus munitions in its attacks which targeted “innocent Syrian people in the provinces of Raqqa, Hasaka, Aleppo, Deir Ezzor and other Syrian cities,” SANA reported.

Such actions represent war crimes and crimes against humanity, the agency cited the ministry as saying in its communication to the UN.

Syria renews its call to immediately dissolve the coalition which was established outside the framework of the UN and without requesting permission from the Syrian government,” the statement added.

Responding to the allegations, the coalition said it “routinely conducts strikes” on IS terrorists in Raqqa and also uses white phosphorus in its operations, the US Combined Joint Task Force Operation Inherent Resolve (CJTF–OIR) acknowledged in an emailed statement to RT.

However, its deployment of the weapons is not against international norms, the joint task force claimed.

In accordance with the law of armed conflict white phosphorus rounds are used for screening, obscuring, and marking in a way that fully considers the possible incidental effects on civilians and civilian structures,” the CJTF–OIR statement read.

It added that allegations of civilian casualties are being assessed and will be published in a monthly civilian casualty report.

On Saturday, a new series of attacks by the US-led coalition resulted in more civilian deaths in Raqqa, SANA reported. At least 43 civilians were reportedly killed and dozens more injured after airstrikes hit residential neighborhoods in the Syrian city, the news agency said. Mostly women, children and the elderly were among the victims, SANA added.

In its latest assessment of civilian casualties from airstrikes in Iraq and Syria released earlier this week, the US-led coalition claimed 624 people were “unintentionally killed” since the start of the campaign against IS in the region in 2014.

However, the UK-based Airwars group which monitors airstrikes and civilian casualties in Iraq, Libya and Syria based on open-source reports and military figures, contradict this claim. It suggests the civilian death toll in the bombing campaign is much higher. The data collated by the group indicates that more than 4,350 civilians have been killed in US-led military operations since June 2014.

thanks to: RT

Le basi segrete Usa in Siria svelate dall’agenzia turca Anadolu

BASI SEGRETE USA IN SIRIA Andolu

Pentagono ha espresso forte preoccupazione dopo che l’agenzia di stampa di stato turca, Anadolu, ha rivelato la localizzazione di tutte (o molte) postazioni e basi delle forze militari statunitensi nel nord della Siria. L’agenzia Anadolu ha pubblicato lunedì un rapporto dettagliato sulla posizione delle strutture militari e in alcuni casi persino il numero degli effettivi statunitensi che cvi sono schierati.

Anadolu ha aggiunto che le basi – 2 aerodromi e 8 basi avanzate (FOB) – sono utilizzate per sostenere il Partito dell’Unione democratica (Pyd) e il suo braccio armato, le Unità di Protezione Popolare (Ypg) che costituiscono la struttura portante delle Forze Democratiche Siriane (FDS), movimento sostenuto da Washington che combatte l’Isis e sta liberando Raqqa inglobando anche milizie tribali arabe.

La dettagliata infografica pubblicata da Anasdolu rivelava inoltre che 200 militari delle forze speciali USA e 75 francesi operano sul fronte di Raqqa da un avamposto situato una trentina di chilometri a nord della capitale dello Stato Islamico per il 30% liberata dalle milizie delle FDS.

Washington e Ankara hanno da tempo rapporti molto tesi a causa dell’iniziativa statunitense di sostenere le FDS che Ankara teme possano costituire un’entità autonoma curda nel nord della Siria a ridosso dei confini con la Turchia.

La Turchia, che considera l’Ypg un “gruppo terroristico” alleato del PKK.  Il portavoce del Pentagono, il maggiore Adrian Rankine-Galloway, ha dichiarato che la diffusione di “informazioni militari sensibili” espone le forze della Coalizione a rischi non necessari e potrebbe potenzialmente compromettere le operazioni contro lo Stato Islamico.

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“Anche se non possiamo verificare in modo indipendenti le fonti che hanno contribuito a questo articolo, saremmo molto preoccupati se responsabili di un alleato Nato mettessero di proposito a rischio le nostre forze diffondendo informazioni sensibili”, ha detto il portavoce. “Abbiamo già espresso questi timori al governo della Turchia”, ha sottolineato pur rifiutandosi, per ragioni di sicurezza, di chiarire se le informazioni diffuse dall’Anadolu fossero veritiere.

Le autorità di Ankara hanno negato qualsiasi coinvolgimento nella pubblicazione.

“Non si tratta di informazioni fornite dal nostro governo”, ha assicurato in una conferenza stampa, Ibrahim Kalin, portavoce del presidente Recep Tayyip Erdogan.

“L’agenzia Anadolu ha scritto queste informazioni basandosi sulle proprie fonti” ha detto il portavoce aggiungendo che “siamo stati informati di questo articolo dopo la sua pubblicazione”.

Resta in ogni caso difficile credere, specie con il rigido controllo sui media in vigore in Turchia, che Anadolu abbia potuto ottenere e pubblicare delicate infiormazoni di carattere militare senza che il governo ne fosse informato.

 

Foto: Anadolu e Getty Images

Sorgente: Le basi segrete Usa in Siria svelate dall’agenzia turca Anadolu – Analisi Difesa

La CIA chiude il programma di sostegno ai ribelli siriani

 

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(aggiornato il 22 luglio ore 13,20)

La Cia avrebbe deciso di mettere fine al programma di sostegno ai ribelli siriani che combattono contro il presidente Bashar Assad: lo riferisce il Washington Post ricordando che questo programma avviato quattro anni fa ha avuto solo un impatto limitato, in particolare dopo l’ingresso nel conflitto delle forze armate russe al fianco delle truppe fedeli al regime di Damasco.

Il programma di aiuti statunitensi ha firnito in questi anni fondi, supporto logistico, addestramento e armi, inclusi missili anticarro Tow (nella foto), ai ribelli cosiddetti “moderati”.

Il presidente Donald Trump avrebbe preso la decisione di fermare il programma circa un mese fa, dopo un incontro con il capo della Cia, Mike Pompeo, e il suo consigliere per la sicurezza nazionale, il generale H. R. McMaster, riferisce il Washington Post.

La Casa Bianca e la Cia non hanno voluto commentare l’articolo ma il WP ritiene che l’eliminazione di questo programma di sostegno ai ribelli siriani riflette l’interesse del presidente degli Stati Uniti “di trovare modi per lavorare con la Russia”, così come il “riconoscimento dei limiti di influenza di Washington” in quel conflitto che pare ormai vinto da Assad e dai suoi alleati russi e iraniani.

Questa decisione giunge dopo che Stati Uniti e Russia hanno negoziato un cessate il fuoco nel Sud-Ovest della Siria, che copre parte della zona dove operano alcune delle formazioni di ribelli sostenute da Washington.

L’interruzione del programma della Cia è stato confermato il 21 luglio dal generale Tony Thomas, comandante delle forze speciali americane, chiarendo – nel corso di una conferenza ad Aspen, Colorado – che “non si è trattato in alcun modo di una concessione alla Russia” ma di una decisione presa “credo, sulla base di una valutazione della natura del programma, e di ciò che stiamo cercando di realizzare”.

Foto TYT via Youtube

Sorgente: La CIA chiude il programma di sostegno ai ribelli siriani – Analisi Difesa

La Turchia s’infiltra in Siria, la Russia avvia grandi manovre

Alessandro Lattanzio, 26/8/2016 Il Ministero degli Esteri russo, in merito all’invasione turca in Siria, dichiarava “Mosca è seriamente preoccupata per gli sviluppi sul confine siriano-turco, ed è particolarmente allarmata dalla prospettiva che la situazione nella zona del conflitto continui a deteriorarsi, con conseguente maggiori perdite civili e accresciute tensioni etniche tra arabi e curdi. Crediamo fermamente che la crisi siriana può essere risolta esclusivamente sulla solida base del diritto internazionale attraverso il dialogo intra-siriano tra tutti i gruppi etnici e religiosi, tra cui i curdi, sulla base del Comunicato di Ginevra del 30 giugno 2012 e delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tra cui la risoluzione 2254, avviato dal Gruppo internazionale di sostegno alla Siria“. Va ricordato che nel febbraio 2016, Erdogan definì “risibile” l’accusa della Russia che la Turchia stesse preparando l’invasione della Siria. “Trovo questa dichiarazione russa ridicola… ma è la Russia che è attualmente impegnata nell’invasione della Siria“, aveva detto Erdogan, che affermava anche che la Russia va ritenuta responsabile delle persone uccise in Siria, e che Mosca e Damasco erano responsabili di 400000 morti. Parlando a una conferenza stampa congiunta con l’omologo senegalese, durante una visita in Senegal, Erdogan aveva anche detto che la Russia invadeva la Siria per creare uno “Stato boutique” per il Presidente Bashar al-Assad. “La Turchia non ha alcun piano o pensiero per attuare una campagna militare o incursione in Siria“, dichiarava un funzionario turco, “La Turchia è parte di una coalizione, collabora con i suoi alleati, e continuerà a farlo. Come abbiamo più volte detto, la Turchia non agisce unilateralmente“. “I russi cercano di nascondere i loro crimini in Siria“, dichiarava l’ex-primo ministro turco Ahmet Davutoglu, “Semplicemente distolgono l’attenzione dai loro attacchi ai civili di un Paese già invaso. La Turchia ha tutto il diritto di prendere tutte le misure per proteggere la propria sicurezza“. Intanto, un capo del gruppo terroristico filo-turco Faylaq al-Sham, entrato nella città di Jarablus nel nord della Siria nell’ambito di un’operazione supportata da carri armati e forze speciali turchi e aerei da guerra degli USA, riferiva che la maggior parte dei terroristi dello Stato Islamico che occupavano Jarablus si erano ritirati e alcuni si erano arresi. Ma nonostante ciò, solo la metà della città era sotto il controllo dei terroristi neo-ottomani. “I jihadisti dello Stato islamico si sono ritirati da diversi villaggi alla periferia di Jarablus e si sono diretti a sud verso la città di al-Bab“.
Mentre il primo ministro turco Binali Yildirim affermava che “Il nostro esercito continuerà l’operazione finché i terroristi saranno completamente cacciati da questa regione e le forze armate turche forniscono supporto logistico alle forze dell’esercito libero siriano“, il rappresentante della Repubblica Araba di Siria presso le Nazioni Unite, Bashar al-Jafari, dichiarava che “E’ impossibile sconfiggere lo Stato islamico in Siria senza prima sconfiggerlo in Turchia. Come può la Turchia dire che combatte lo SIIL a Jarabulus se essa stessa ne ha permesso la creazione e lo sviluppo rifornendolo di migliaia di autoveicoli Toyota e di altre marche, già dotati di armi? Inoltre, coi fondi dal Golfo Persico gli ha acquistato armi da Ucraina, Croazia, Bulgaria, ecc. Non c’è dubbio che ci sia pressione russo-iraniana su Ankara per farle cambiare politica verso la Siria. La Turchia dice una cosa ma ne fa un’altra. Sentiamo buoni interventi ogni giorno, ma non vediamo nessuna azione reale. Se ci fossero azioni coerenti con le dichiarazioni, non avrebbe iniziato l’operazione a Jarabulus. Gli Stati Uniti usano la Turchia, il braccio armato del PKK, al-Nusra e altri. Questo è noto. Il diplomatico di più basso rango alle Nazioni Unite sa già cosa accade in Siria e Iraq. La lotta al terrorismo può avvenire solo creando una equa coalizione internazionale, in coordinamento con le autorità siriane. Lo sosterrò, ma non senza il consenso del governo siriano. Noi viviamo nel 21° secolo, non nella foresta. Si dimentica che esiste il diritto internazionale“. Sergej Balmasov, dell’Istituto per gli Studi sul Medio Oriente, dichiarava che “Gli statunitensi ancora perseguono il loro obiettivo principale, indebolire il governo di Bashar Assad. Tutte le coalizioni supportate dagli Stati Uniti sono temporanee“, e l’intervento della Turchia trascinerà ulteriormente la guerra in Siria destabilizzando la regione, mentre Ruslan Pukhov, del Centro per l’analisi delle strategie e tecnologie, dichiarava che “Tenendo conto dei legami tra Ankara e Washington al minimo nelle ultime due settimane, tale operazione serve ad distogliere l’attenzione da Fethullah Gulen e mostrare che Stati Uniti e  Turchia rimangono alleati strategici“.
Nel frattempo, il Ministero della Difesa della Federazione Russa avviava ampie esercitazioni a sorpresa di prontezza al combattimento delle Forze Armate nei Distretti Militari meridionale, occidentale e centrale, così come delle Flotte del Nord, del Mar Nero e del Caspio, e delle principali basi delle VDV, ovvero le forze aerotrasportate. Il Ministro della Difesa russo Generale Sergej Shojgu annunciava, “Oggi, in conformità con la decisione del comandante supremo delle Forze Armate, un’altra ispezione improvvisa è iniziata. Le truppe e i mezzi delle forze dei Distretti Militari Meridionale, Occidentale e Centrale, la Flotta del Nord, l’Alto Comando delle Forze Aerospaziali, il comando delle truppe Aerotrasportate dalle 0700 sono in allerta completa“. Le manovre si svolgono dal 25 al 31 agosto. Inoltre, il Distretto Militare del Sud avviava le esercitazioni strategiche “Caucaso-2016“; “I corpi di amministrazione militare, le unità militari e le formazioni di combattimento, sostegno speciale e logistico compiranno 12 esercitazioni specifiche volte ad affrontare i problemi nello schieramento avanzato del completo sistema di supporto delle truppe“, dichiarava il ministro. Più di 4000 effettivi e 300 mezzi della Flotta del Mar Nero e della Flottiglia del Caspio partecipavano alle manovre. Il Ministero della Difesa russo informava che anche 15 navi da combattimento della Flotta del Mar Nero e 10 della Flottiglia del Caspio aderivano alle esercitazioni, assieme a 8000 militari e oltre 2000 mezzi del Distretto Militare Meridionale, a 1000 militari e circa 200 mezzi della base russa nella Repubblica dell’Ossezia del Sud, e ai caccia-intercettori del Distretto Militare Occidentale che pattugliano i confini occidentali della Russia, “gli aerei da combattimento pattugliano costantemente lo spazio aereo nelle zone di confine“.1023573257Fonti:
al-Arabiya
Fort Russ
MID
New Cold War
Sputnik
Sputnik
Sputnik
Sputnik
Sputnik
Sputnik
Sputnik
TASS

Sorgente: La Turchia s’infiltra in Siria, la Russia avvia grandi manovre | Aurora

Di video indignati, bombe su Aleppo e dolore dei bambini

Viviamo tempi difficili e sappiamo che in guerra la prima cosa a morire è sempre la verità.  Quando non è palese disinformazione si tratta di servizi o articoli orientati a carpire la benevolenza o l’orrore di chi ascolta, vede, legge.. 

Anche questo video dei bimbi estratti (vivi per fortuna) da un luogo bombardato, non sfugge a questa logica.  In questo caso lo scopo è semplice: fermare la liberazione di Aleppo dai ribelli jihadisti.  Quando la battaglia infuria e l’alleanza Siriani, Russi, Iraniani fa progressi diventa necessario demonizzarli e additarli come gli assassini che colpiscono deliberatamente i civili o gli ospedali.  Nessuno dice che questi civili, quando non sono le famiglie stesse dei jihadisti, sono usati da costoro deliberatamente come scudi umani.  Purtroppo è così: i civili pagano sempre il fatto di essere in mezzo a una battaglia, sia che parteggino per l’una o l’altra parte. 


Ma la cosa peggiore è quando queste vittime non sono accidentali ma deliberatamente volute.
Per fare un esempio basta vedere la differenza di trattamento riservata all’odierno video girato dai ribelli e un altro dove il bambino sgozzato non è certo una morte accidentale.  


Così oggi si invoca la cessazione dei bombardamenti e l’ONU minaccia il fermo dei soccorsi umanitari, dando molto risalto all’operato degli Elmetti Bianchi (finanziati dal Qatar) per i quali magari si proporrà anche la candidatura al Nobel per la pace. Poco importa se loro stessi sono una delle parti belligeranti (ci sono immagini che li ritraggono armati di kalashnikov e con la bandiera di alNusra). 
 Troviamo solo uno stigma verso questo gruppo di bestie feroci, senza però attardarsi a chiedere che siano messi TUTTI in condizioni di non nuocere: anzi, si minimizza dicendo che si tratta di qualche caso isolato che non rappresenta la totalità dei ribelli.  
Credo che in casi come questi, senza abdicare alla nostra umanità, dovremmo fermarci un momento a riflettere su QUALE Siria, quale Iraq, quale Medio Oriente, quale mondo vogliamo e cercare di capire quali sono le forze che in questo frangente lo perseguono.  Non è un lavoro da poco: richiede un’attenzione quotidiana ma non possiamo esimerci dal farlo. 
  Gb.P,  Ora pro Siria 

Mette in guardia il Patriarca Gregorios Laham : nuovo fronte della ‘guerra dell’informazione’

Asia News, 18-08-2016

Una “guerra dell’informazione” fatta di bugie, proclami, presunte rivelazioni e che scorre parallela ai “combattimenti con le armi” per distrarre e pilotare l’opinione pubblica internazionale e la popolazione locale. È quanto afferma ad AsiaNews il Patriarca melchita Gregorio III Laham, commentando la notizia secondo cui almeno 18mila persone sarebbero morte per torture e privazioni nelle carceri del governo siriano dall’inizio del conflitto nel marzo 2011. “Come si può credere a questa cifra, alla correttezza dei dati – si chiede il prelato – se non vi è accesso alle carceri e ci si basa solo su alcune testimonianze parziali”.
In queste ore Amnesty International ha diffuso un rapporto in base al quale emerge che fra il 2011 e il dicembre 2015 si sono registrate “almeno 18mila” vittime nelle prigioni siriane. La denuncia è frutto dei racconti di 65 “sopravvissuti alle torture”, secondo cui vi sarebbe “un uso sistematico” della tortura, dello stupro e di maltrattamenti da parte delle guardie carcerarie.   Il governo siriano ha già respinto con forza il rapporto, negando le accuse di torture e la stima dei morti in cella, pari a 300 vittime al mese.   Il documento di AI parla inoltre di abusi sessuali durante le operazioni di controllo, perpetrati il più delle volte da secondini maschi ai danni di detenute femmine. Inoltre, ai detenuti sono negate cure mediche e non possono lavarsi in modo adeguato per prevenire la diffusione di malattie. 
Per il capo della Chiesa greco-melchita “non è possibile provare” queste cifre e verificare la veridicità di queste informazioni. Inoltre la fonte Amnesty International “non è così indipendente” e nel contesto del conflitto siriano “si sono spesso verificate manipolazioni di notizie”. “Dietro queste [presunte] rivelazioni – aggiunge il patriarca – vi è un colore politico, nel contesto di una guerra di informazione, come è avvenuto in passato per la vicenda delle armi chimiche”.
Gregorio III parla di una “manovra” in atto per screditare “il governo siriano e la Russia” nel momento in cui sta nascendo un nuovo asse – Mosca, Teheran, Pechino – in grado di contrastare le ambizioni statunitensi nell’area. “Questa è un’altra partita – riferisce – nel contesto della ‘guerra’ fra Stati Uniti e Russia”.
Una valutazione, racconta il prelato, che è condivisa da gran parte della popolazione siriana che si sente vittima “di una guerra sporca” che, in cinque anni, ha causato 250mila morti e 11 milioni di sfollati. “Noi patriarchi – afferma Gregorio III – da tempo diciamo che una vera alleanza internazionale può vincere il terrorismo, ma vi sono interessi contrapposti”. L’unica “voce di verità” è quella di papa Francesco che non si stanca “di lanciare appelli per l’amata Siria”, che denuncia l’ipocrisia di una comunità internazionale “che parla di pace e poi vende armi” alle parti in lotta.
“In realtà – prosegue il patriarca – la situazione in alcune aree della Siria sotto il controllo governativo, come Damasco e Homs, è di relativa calma e dal mese di febbraio non si registrano gravi episodi di violenza. I problemi maggiori sono al confine con la Turchia e ad Aleppo, metropoli vittima di distruzioni, bombe, devastazioni. Il 50% della popolazione è fuggito e la città di prepara a vivere la madre di tutte le battaglie”. Criticità, aggiunge, si registrano anche a Madaya, dove vi sarebbero almeno 40mila abitanti bisognosi di cure mediche. “L’area è sotto l’assedio di Daesh  e dei governativi – spiega – e gli aiuti non arrivano anche perché i terroristi si mescolano fra la cittadinanza e usano i civili come scudi umani come successo a Palmira e Homs in passato”.
Il dottor Nabil Antaki da Aleppo scrive:
Attenzione: non cadete nella trappola!
Un’amica francese mi ha appena consultato su una petizione che circola nel Web a proposito delle distruzioni causate dall’Esercito siriano e dagli aerei russi sugli ospedali di Aleppo: petizione che si chiede alle persone oneste di firmare. Essa verrebbe poi inviata come ”Lettera aperta ” a Obama e Merkel. Non firmatela credendo di aiutarci! Non firmatela per esprimerci la vostra solidarietà! Ecco quello che ho risposto alla mia amica:
Approfittando della simpatia delle persone per le giuste cause e della loro solidarietà con i sofferenti, le usano per i loro scopi politici.
Questa lettera è uno strumento di propaganda molto abile.
Esattamente come:
1. L’ OSDH (Osservatorio siriano per i diritti dell’uomo) che, sotto un nome che ispira fiducia, nasconde un ufficio con sede a Londra, creato dalla CIA per fare disinformazione nel conflitto siriano. I suoi dispacci sono, purtroppo, utilizzati da tutti i Media occidentali e presentati come Vangelo.
2. La macabra barzelletta sull’ ”ultimo pediatra di Aleppo” di qualche mese fa. Questa lettera ad Obama è firmata da personaggi fittizi tranne uno o due: 15 nomi inventati. Come al solito, vogliono fare l’amalgama tra le poche zone in mano ai terroristi e il resto di Aleppo.
In essa si raccontano menzogne.
Vi si dice, ad esempio, che 15 ospedali di Aleppo sarebbero stati bombardati in un mese!!! Se dovessimo contare tutti gli ospedali e le strutture sanitarie che, secondo i comunicati dei terroristi o di Medici senza Frontiere (MSF) sarebbero stati bombardati dall’Esercito siriano, significherebbe che la Siria ha più ospedali della Francia!”.
  ( trad. M.A. Carta)
thanks to: oraprosiria

Pestati e uccisi: così la Turchia accoglie i siriani in fuga

Roma, 11 maggio 2016, Nena News – Faisal chiede aiuto per girare il corpo martoriato dai pestaggi di un rifugiato senza vita: «Questa persona è morta mentre attraversava il confine verso la Turchia. Sai com’è morta? Non per una pallottola, ma per le botte». Lui, siriano, si trova da mesi al confine per aiutare chi scappa dalla guerra. Il video pubblicato lunedì da Human Rights Watch è terrificante: si vedono le guardie di frontiera turche picchiare siriani in fuga, si vedono cadaveri, si sentono le voci di chi è sopravvissuto e ora racconta gli abusi subiti prima per strada e poi nelle caserme.

L’organizzazione dà un bilancio degli ultimi due mesi, marzo e aprile: 5 morti (tra cui un bambino) e 14 feriti. Sono i numeri della politica di Ankara per gestire il flusso di rifugiati in fuga dalla guerra civile siriana e di quella dell’Unione Europea che insiste a descrivere la Turchia come un paese sicuro in cui confinare i profughi: ad oggi sono 2,7 milioni i rifugiati siriani in territorio turco, costretti ai margini, tra campi profughi e periferie delle città.

 

Dall’agosto 2015 le frontiere sono ufficialmente chiuse e chi riesce ad entrare lo fa con l’aiuto di trafficanti di uomini o attraversando illegalmente il confine, a rischio della vita: «Mentre i funzionari turchi dicono di accogliere i rifugiati siriani con confini aperti e braccia aperte, le loro guardie di frontiera li uccidono e li picchiano – spiega Gerry Simpson, ricercatore di Hrw – Sparare a uomini, donne e bambini traumatizzati che scappano da un contesto di guerra è orrendo».

 

E se con una mano Bruxelles copre i crimini dell’alleato turco, dall’altra le forze della coalizione occidentale anti-Isis realizzano il sogno che il presidente turco Erdogan ha nel cassetto da un po’: una zona cuscinetto al confine con la Siria, ovviamente in territorio siriano, con cui tenere alla larga i rifugiati e allo stesso tempo isolare i kurdi di Rojava dal Kurdistan turco. Secondo quanto riportato dal quotidiano turco Yeni Safak, l’operazione militare è già partita: l’obiettivo, per ora, è svuotare un’area lunga 18 km e larga 8 nella regione siriana di Jarablus, a nord ovest, zona calda negli ultimi mesi perché target sia del Pyd kurdo-siriano che dei miliziani dello Stato Islamico. Ma è target anche della Turchia che l’ha sempre definita la linea rossa, invalicabile per i kurdi e per le loro ambizioni di autonomia politica. A sostenere l’operazione, aggiunge il quotidiano, saranno Stati Uniti e Germania.

 

Il nord della Siria resta al momento il cuore dello scontro militare e diplomatico. Aleppo ne è modello e vittima: dopo aver pianto 300 morti in meno di due settimane, da giovedì la seconda città siriana vive nel limbo, tra una tregua rinnovata di due giorni in due giorni e scontri che proseguono in periferia. Lunedì sera, dopo un incontro a Parigi a margine del meeting delle opposizioni e gli “Amici della Siria” (Unione Europea, Gran Bretagna, Germania, Italia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Giordania, Turchia), Stati Uniti e Russia si sono accordati per prolungare di altre 48 ore il cessate il fuoco su Aleppo.

 

Poche ore dopo l’esercito del governo di Damasco ne dava l’annuncio, spostando la lancetta alle 23.59 di oggi, quando – senza ulteriori accordi – si tornerà a far parlare le armi. È quanto successo lunedì, giorno di violenza tra una cessazione delle ostilità e l’altra: la parte nord della città è stata teatro di scontri mentre le due super potenze ribadivano in Francia l’impegno alla pace. Così Mosca ha fatto sapere che avrebbe minimizzato le azioni aeree per continuare a colpire i gruppi esclusi dalla tregua, al-Nusra e Isis: un’operazione complessa perché gli islamisti – soprattutto i qaedisti – sono concentrati in zone dove sono presenti anche le opposizioni etichettate come legittime.

 

Nelle stanze della diplomazia mondiale si insiste nel definire la tregua di Aleppo lo strumento per far ripartire il negoziato di Ginevra, sepolto sotto montagne di precondizioni poste da governo, opposizioni e rispettivi sponsor internazionali. Ieri il segretario di Stato Usa Kerry ha annunciato per il 17 maggio un nuovo incontro internazionale a Vienna.

 

A mostrare più coraggio di tutti gli attori coinvolti è la popolazione civile che tenta di riprendersi Aleppo: nonostante scontri non troppo sporadici, le famiglie che erano fuggite dalla città tentano un faticoso ritorno nelle proprie case, le scuole riaprono insieme ai piccoli esercizi commerciali necessari a mantenere viva una città devastata.

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

thanks to: Nena News

Putin si ritira ed è scacco a Obama

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Mar 15, 2016

Se negli scacchi esiste il contropiede, Vladimir Putin lo pratica da gran maestro.L’annuncio del ritiro immediato delle truppe russe impegnate in Siria, a sei mesi dall’inizio della campagna contro le formazioni terroristiche e i ribelli anti-Assad e alla vigilia della terza tornata dei colloqui di pace di Ginevra, spiazza tutti proprio come tutti aveva spiazzato l’intervento militare russo.

C’è ovviamente un po’ di scenografia  in tutto questo, un atteggiamento da “veni, vidi, vici” che all’inquilino del Cremlino non sarà certo dispiaciuto accentuare. Intanto l’annuncio è stato dato nel quinto anniversario della guerra civile. E poi, ecco la puntigliosa evocazione dei successi russi sul campo, affidata a un fedelissimo come Sergej Shoigu, ministro della Difesa: 2 mila foreign fighters arrivati dalla Russia neutralizzati, tra i quali 17 comandanti; 209 impianti per la lavorazione del petrolio e 2 mila camion e autobotti distrutti; 400 aree abitate e 10 mila chilometri quadrati di territorio liberati. Soprattutto Putin si attribuisce il merito di aver rovesciato le sorti della guerra.

Evidentemente ben istruito, il presidente siriano Assad si dice “pronto a iniziare il processo politico”. Ed è evidente la sorpresa sia degli americani sia delle opposizioni siriane. A loro tocca, adesso, l’onere della prova. Barack Obama dovrà mettere le redini alla Turchia (che peraltro sembra assai meno bellicosa sulla Siria di qualche tempo fa e ha grossi problemi in casa propria) e soprattutto all’Arabia Saudita, che non ha mai smesso di appoggiare i jihadisti di Jaysh al-Islam. E dovrà anche mostrare,  ora che le truppe russo-siriane sisono molto avvicinate a Raqqa e Palmira, di voler davvero combattere e battere l’Isis sul campo.

Agli Usa e ai loro alleati, inoltre, tocca ora battere un colpo sui colloqui di pace. Una mossa i russi l’hanno fatta: si ritirano. E gli altri? Ginevra ci dirà qualcosa in proposito.

Sull’iniziativa di Putin, però, aleggiano due dubbi. Il primo: riconquistare l’intera Siria non è cosa che Assad possa pensare di fare da solo, e forse non poteva pensarlo nemmeno con l’aiuto della Russia. È possibile, dunque, che il nuovo scenario nasconda un accordo già negoziato tra Usa e Russia per una partizione della Siria, con l’area che va da Aleppo a Damasco ormai riconquistata e controllata dall’attuale regime.

Il secondo dubbio riguarda lo stesso Assad. Ho sempre pensato che un’eventuale successione potesse essere avviata solo dal Cremlino, a determinate condizioni di soddisfazione per la Russia. Che sia arrivato anche quel momento?

Fulvio Scaglione

thanks to: Gli Occhi della Guerra

 

La nuova situazione in Siria

Pierre Van Grunderbeek Mondialisation, 16 febbraio 2016

11249158Gli insorti siriani e i jihadisti internazionali subiscono una pesante sconfitta a nord di Aleppo. Non è ancora noto se sarà una disfatta o un semplice rovescio, ma merita una valutazione sulla gravità della situazione dei combattenti contro il governo legittimo di Bashar al-Assad per vedere quale potrebbe essere lo sviluppo regionale, se la città di Aleppo dovesse essere completamente liberata dalle forze siriane. Non c’è bisogno di tornare sulla partecipazione decisiva della forza aerea russa, e l’implementazione dei sistemi di difesa aerea di nuova generazione (S-400) e dei potenti sistemi di guerra elettronici Krasukha-4 [1] nelle operazioni militari in Siria. [2] L’equipaggiamento militare siriano è stato modernizzato riguardo l’Aeronautica ed è stato rafforzato con materiale moderno per l’arma corazzata. Tutto questo è stato letto e riletto sui media tradizionali e non ho nulla da aggiungere. Ciò che viene raramente menzionato è la metamorfosi sorprendente dell’esercito russo, passato dall’esercito straccione negli anni ’90 all’esercito dai mezzi più sofisticati del 2016 e questo con un budget militare 7,2 volte inferiore a quello degli Stati Uniti [3]. Chi è interessato all’argomento sa che Stati Uniti e Russia sono gli unici Paesi dalla capacità produttiva indipendente di tutte le armi utilizzate dai loro eserciti. Com’è arrivata la Russia a questa performance con un budget così ridotto. La spiegazione sono probabilmente i costosi errori di progettazione o strategici dei militari degli Stati Uniti come il velivolo multiruolo F-35 o lo scudo antimissile, ad esempio, l’esaurimento delle forze armate degli Stati Uniti nelle guerre asimmetriche, la dispersione di forze nel mondo, la priorità ai sistemi di protezione contro attacchi di nemici meno potenti in più di 10 anni (guerriglia e attacchi suicidi), corruzione e varie perdite. Nel frattempo, la Russia ha lanciato il suo programma di ristrutturazione dell’esercito sia strategico che tattico e qualitativo, entro il 2020. I primi risultati nei primi mesi del 2016 già sono sorprendenti mentre la maggior parte delle innovazioni è ancora allo stadio di prototipo [4].

Come spiegare la sconfitta di Aleppo?
A differenza di qualsiasi cosa dicano i media mainstream, non è l’Esercito arabo siriano ad aprire le ostilità nei giorni scorsi. Il gruppo terroristico “al-Nusra” [5] affiliato ad al-Qaida aveva fatto diversi tentativi di prendere la città di Bashquy, a nord di Aleppo. Nell’ultimo tentativo l’EAS ha contrattaccato con il supporto di artiglieria e forze aeree siriane e russe, respingendo i terroristi. L’EAS ne approfittava per raggiungere i villaggi sciiti di Zahra e Nubul, assediati da tre anni e mezzo e, allo stesso tempo, tagliare la via principale che collega Aleppo alla Turchia. I 5000 difensori dei due villaggi si unirono poi all’EAS per respingere ancora più i terroristi. Un’altra spiegazione della sconfitta è che molti jihadisti, si parla di migliaia, lasciano la Siria per la Libia. Presumibilmente tali combattenti esperti non sono riusciti ad affrontare l’EAS.4ztgjqmI perdenti
Ciò non si può valutare sulla base della situazione attuale, che si evolve con l’assedio dei quartieri in mano ai ribelli. Non è possibile prevedere un possibile intervento militare di Turchia e Arabia Saudita. Un tale sviluppo porterebbe il conflitto a una guerra imprevedibile e non mi permetto di fare previsioni senza prove concrete. Di solito si cita giustamente la Turchia quale perdente principale. La guerra in Siria ha ravvivato i vari gruppi separatisti curdi. L’ultima goccia per Recep Erdogan sono gli Stati Uniti che supportano militarmente i nemici storici curdi nella lotta allo Stato islamico. Il supporto russo è solo diplomatico e riguarda piccole armi al momento, ma cosa farebbe la Turchia se Putin fornisse armi pesanti ai curdi? L’acquisizione di armamento nuovo [6] permetterebbe ai russi di sbarazzarsi del problema senza ricorrere alle armi. Recep Erdogan dovrebbe forse pensarci due volte prima di mettersi i russi contro definitivamente. Deve trovare la via d’uscita dal pantano in cui è finito. Arabia Saudita e Qatar hanno speso molto per rovesciare Bashar al-Assad, e sarà una loro sconfitta. Un’invasione della Siria per “motivi umanitari” da parte dei complici del terrorismo islamico Turchia e Arabia Saudita non è esclusa. Purtroppo, non possiamo fidarci della loro sincerità. Sarebbe un’operazione per salvare i loro protetti nella Siria settentrionale e meridionale. La chiave è sapere se ciò comporterebbe il coinvolgimento degli Stati Uniti, senza cui il successo di tale operazione è impossibile. Quello che è probabile è che porterebbe a una conflagrazione nel Medio Oriente con la chiusura prevedibile dello Stretto di Hormuz e tutte le conseguenze che ne derivano per l’Europa. Il rischio di una rivoluzione di palazzo è alto in Arabia Saudita. Il giovane principe Muhamad bin Salman che ha preso le redini del potere dal padre, re Salman gravemente malato [7], rischia di non essere più accettato data la gestione disastrosa del Paese, nonostante la vigilanza dei protettori Stati Uniti. Il Qatar non vede passare la sua pipeline in Siria. Gli rimarrebbe il mondiale di calcio 2022… se gli scandali sulla corruzione non fossero emersi. In particolare la Francia perderà la faccia. Puntava a rovesciare Bashar al-Assad e ha usato i mezzi più subdoli per arrivarci [8]. Possiamo aspettarci di vedere la stampa francese scrivere le solite controverse recriminazioni sulla politica estera russa. Israele ha agito finemente. Ha sostenuto l’opposizione quando avanzava, accettandone una certa neutralità, ed ora i russi che agiscono. Il nemico vicino è Hezbollah. Israele conta sulla Russia per contenerlo. L’Iran, il nemico lontano, rientra nella comunità mondiale e non ha alcun interesse a provocare Israele. Il suo nemico è piuttosto l’Arabia Saudita e il wahhabismo che vi domina.

I vincitori
Si potrebbe pensare che non ci sarà alcun vincitore, ma forse solo chi rimarrà. Iraq e in particolare la Siria sono rovinati e lo status quo ante bellum non è possibile. Non è chiaro se i curdi avranno l’indipendenza o se dovranno accontentarsi dell’autonomia regionale nei loro rispettivi Paesi. E i curdi della Turchia e quelli sparsi nelle principali città siriane e irachene? Se il Sunnistan da Raqqa a Mosul veniva creato, non era concepibile fosse diretto dal gruppo armato Stato islamico, ma come impedirlo se appare capace di avere armi chimiche [9]. Gli Stati Uniti non hanno alcuna voglia d’invadere l’Iraq. Quale altro Paese o coalizione è pronto ad impegnare l’esercito in una lunga e costosa guerra, e probabilmente senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite? Il vaso di Pandora è stato aperto e ci vorrà molto tempo per eliminare tutti i mali sfuggitile. A condizione che non subisca battute d’arresto, la Russia potrebbe ritirarsi a breve termine, ed è possibile che mantenga attività militari intense per anni? Eppure è probabile che accada. L’Iran sarebbe il massimo vincitore, diventando la potenza regionale corteggiata da tutti senza aver fatto molte concessioni. Vedere l’Iran avere sempre più importanza per l’occidente innervosisce i sauditi.73308Gli Stati Uniti
I loro alleati si attendevano il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti contro la leadership siriana, in contrasto con la dottrina di Obama, adottata per restare in seconda linea. Gli Stati Uniti sono ansiosi di ritirarsi dal Medio Oriente per concentrare le forze in Estremo Oriente, dove si avranno le grandi sfide del XXI secolo. Sanno che ogni giorno che passa la Cina diventa più potente. L’intervento militare in Medio Oriente potrebbe ritardare ulteriormente la svolta verso l’Asia. Tutti i tentativi di rovesciare Bashar al-Assad sono falliti. Pochi diplomatici, dignitari del regime o alti ufficiali hanno risposto positivamente alle offerte in valute forti e centesimi sauditi. L’invio di decine di migliaia di jihadisti stranieri non ha distrutto l’Esercito arabo siriano. La distribuzione di centinaia di milioni di dollari nei territori ribelli non è riuscita a comprare il cuore dei siriani. L’intervento delle forze aeree francesi e statunitensi nel settembre 2013, con un falso pretesto [10], non è stato possibile. Il passo successivo non può che essere lo scontro diretto con la Russia, ma è già stato respinto da Barack Obama.

Aleppo e il momento della verità
ELS ed islamisti entrarono nella città quando era scarsamente difesa [11] nel luglio 2012. Il resto del Paese era già in fermento da un anno. Tali gruppi armati hanno reclutato combattenti, spesso con la forza, nei quartieri che occupavano. Ora che la situazione si deteriora per i ribelli, molti di loro cercano un accordo con il governo siriano. Allineamento o neutralità di tali attivisti sarà decisivo nella liberazione della città. Si può prevedere che stanchezza, mancanza di prospettive ed effetti della fine dei rifornimenti avranno ragione sulla lotta dei gruppi armati ad Aleppo.

Europa senza politica estera
Il principale rischio proviene dall’arrivo di milioni di immigrati. La vittoria militare dell’EAS significherà la sconfitta degli islamisti di tutte le bande che con le loro famiglie prenderebbero la via dell’esilio. L’Unione europea ha già promesso 3 miliardi di euro alla Turchia per evitare che i rifugiati vengano in Europa. Tale importo sarà quindi raddoppiato o triplicato senza alcuna garanzia che il governo turco adempi alla promessa. Un secondo rischio proverrebbe dalla conflagrazione generale in Medio Oriente, dal cui petrolio l’Europa è in parte dipendente.

Gli isterici
La sconfitta dei gruppi armati rende totalmente isterici vari opinionisti francesi. La prospettiva del ritorno della pace e dell’eliminazione degli islamisti gli sono indifferenti. Hanno una sola ossessione: la caduta di Bashar al-Assad con una guerra contro la Russia. Avere torto dall’inizio è insopportabile. Fortunatamente, le loro diatribe suscitano sempre più rigetto dal pubblico che ha l’opportunità d’informarsi altrove. Ecco alcuni casi esemplari.
Eye on Syria, blog su Le Monde di Ignace Leverrier, che in realtà si chiamava Wladimir Glasman [12] Morto il 21 agosto 2015, continua a pubblicare articoli infiammati contro il governo legittimo della Siria [13]. Capite! Non è noto se sia un gruppo che ne aveva il controllo dall’inizio o se questi squinternati hanno deciso di continuare le inequivocabili pubblicazioni di Wladimir Glasman.
Daniel Cohn-Bendit. Ecco un numero completamente fulminato su Europe 1 di un ‘ei fu ‘ degli anni ’60, il cui stile “predicatorio” è sempre più insopportabile [14].
Bernard-Henri Levy. Non è noto se sia più un bugiardo o un ipocrita [15]. Principi, sempre principi mentre i nemici dell’occidente avanzano nel mondo. Muammar Gheddafi compiva crimini che Erdogan non compie. Non permise il transito dei migranti. BHL è una frode gravida solo di falsità. Non solo Gheddafi bloccava i migranti, ma perfino combatteva gli islamisti. Il suo Paese aveva il più alto livello sviluppo umano e tenore di vita in Africa. La popolazione godeva della ricchezza del Paese con la maggior parte dei servizi gratuiti. Vorrei averlo un tale dittatore. Inoltre, sfamava centinaia di migliaia di lavoratori africani sub-sahariani in Libia e concesse aiuti ai vicini meridionali. Tutto questo è finito, sostituito dall’insicurezza dell’AQIM. Non si cerchi altrove perché il 50% dei migranti (non una piccola percentuale come dice BHL) che arriva in Europa è africano. Un’altra menzogna è affermare che gli immigrati dal Medio Oriente siano siriani. Ci sono anche iracheni, afgani, pakistani e altre nazionalità che hanno comprato un vero/falso passaporto siriano per 50 dollari. La maggior parte dei rifugiati siriani in fuga dagli islamisti si è rifugiata nella zona governativa, a Damasco e sulle coste mediterranee. Le immagini dei profughi in attesa del passaggio al confine turco mostrano donne in hijab o niqab, indicando famiglie di islamici in fuga dall’EAS.

Conclusione
La cosiddetta opposizione siriana è un mosaico di gruppi mafiosi che combattono contro l’Esercito arano siriano per imporre le loro regole sulle aree che occupano. Qualcuno può citare uno di tali gruppi avere un progetto sociale simile al nostro o che rispetti la condizione delle donne? Un gruppo che abbia davvero peso nel campo, naturalmente! Non ce ne sono. E allora perché cercare di presentarli come opposizione onorevole? Ciò che è più vicino ai nostri valori occidentali è l’attuale costituzione siriana e l’apertura al multipartitismo emanate nel 2011 [16]. C’è in Siria e fuori un’opposizione che non ha preso le armi. Si oppone alla rivolta armata. Perché è boicottata dall’occidente? La verità è che abbiamo cercato un cambio di alleanze della Siria. Chiarisco cambio di alleanza e non cambio di regime. Bashar al-Assad fu ricevuto in pompa magna a Parigi nel quadro dell’Unione per il Mediterraneo. Si pensò a un riavvicinamento con l’occidente e una rottura con Iran e Hezbollah per normalizzare le relazioni. Dalla neutralizzazione dell’Iran, tali intrusioni non ebbero la stessa importanza, da cui l’inversione del dipartimento di Stato degli Stati Uniti su Bashar al-Assad. Credo che ci siano accordi tra Stati Uniti e la Russia. Il rimodellamento dei confini regionali sembra inevitabile. Tracciando queste frontiere, probabilmente con la forza. Una situazione di uti possidetis juris ne seguirà. La Siria utile riunirà le grandi città occidentali e integrerà forse Dayr al-Zur e i suoi giacimenti di petrolio. L’area di Raqqa e le vicine tribù sunnite irachene potranno formare un nuovo Stato a condizione che non sia guidato dallo Stato islamico. Un Paese curdo unificato sembra più difficile. 100 anni di separazione hanno avuto conseguenze che mi fanno propendere per l’autonomia regionale, ma il dibattito è aperto. Naturalmente, la Turchia n’è anche interessata, da qui il suo nervosismo. L’altro Paese nervoso è l’Arabia Saudita. Conoscendo tale Paese penso piuttosto a una sua frantumazione in diverse entità. Le rivalità tra clan sono sempre più tese. Un elemento poco noto è che i due principali clan rivali hanno un proprio esercito, quasi uguali: l’esercito regolare comandato dal ministro della Difesa, il figlio del re Salman, Muhamad bin Salman del clan Sudayri, e la Guardia nazionale sotto il comando del figlio di re Abdullah, Mutayb bin Abdullah, della tribù Shamar. La successione di re Salman eliminerà uno dei due clan dal potere e non vedo quale compromesso sarebbe accettato, a meno che non ci sia la partizione del Paese, negoziata o violenta. Gli europei non sono consapevoli dell’importanza dei legami tribali in Medio Oriente (come in Libia) dove il nostro errore fu credere che le norme democratiche siano esportabili. Stati Uniti e Russia sono molto più pragmatici. La relativa mancanza d’interesse degli Stati Uniti su questa regione potrebbe anche essere motivata dal rifiuto di farsi coinvolgere in una guerra regionale in cui non vedono interessi [17]. E’ stato spesso scritto che il 2016 sarà un anno pericoloso per la pace nel mondo. Siamo vicino il momento della verità su molti fronti e gli europei non sono pronti. Si parla di riforma dell’ortografia, laicità o teoria del genere… come i bizantini parlavano del sesso degli angeli nel 1453!

Aleppo_finalNote
[1] Il Krasukha-4 è un sistema di disturbo dei radar ad alta tecnologia già visto all’opera in Ucraina.
[2] Gli hazara sono afgani di origine persiana. https://fr.wikipedia.org/wiki/Hazaras
[3] La spesa per la difesa nel 2014 vede gli Stati Uniti con 610 miliardi di dollari e la Russia 84,5 miliardi. Il bilancio della difesa francese è un po’ meno di quello russo (62,3 miliardi di dollari), ma non rivaleggia con l’arsenale che la Russia riesce a produrre.
[4] L’esercito russo sembra favorire lo sviluppo di veicoli senza equipaggio di tutti i tipi. Qui un prototipo dell’Uran-9.
[5] Non vi è alcun problema di qualificare terrorista Jabhat al-Nosra, come fanno le Nazioni Unite.
[6] Nel 2020, l’esercito russo sarà dotato di attrezzature di ultima generazione per il 70%.
[7] Le voci che il re Salman abbia l’alzheimer sono sempre più numerose. Ne ho già parlato in un articolo nel 2013 nella sezione “Intrighi e rapporti”. Le cure mediche riescono a mantenere re Salman concentrato por poche ore al giorno.
[8] L’accusa di usare armi chimiche contro i civili nel Ghuta si dimostra sempre più vaga. La relazione dell’OPCW (premio Nobel per la pace del 2013) appena pubblicata accusa (con prove) i ribelli quali responsabili del massacro.
Una conferenza dell’ex-ostaggio Pierre Piccinin che ripete quello che sentì.
Un articolo del 2012.
[9] Il gruppo Stato islamico avrebbe armi chimiche.
[10] Ciò che i media chiamano attacchi in realtà fu un atto di guerra che poteva avere conseguenze disastrose. Il falso pretesto è ormai compreso.
[11] La conferma che i combattenti sono stranieri.
[12] Vladimir Glasman s’è attribuito titoli e attività diplomatiche mai avuti.
[13] Syrie blog de  Le Monde
[14] Europe 1
[15] Marianne
[16] Ma cosa voleva di più l’opposizione?
[17] Tuttavia, gli Stati Uniti non esiterebbero a fornire armi a tutti i belligeranti.

Sorgente: La nuova situazione in Siria | Aurora

L’Esercito arabo siriano prepara la grande offensiva

Valentin Vasilescu Reseau International 3 febbraio 20162015121413031852Secondo l’accordo per la soluzione pacifica della guerra civile in Siria, è stato creato un gruppo di supporto internazionale per la Siria (ISSG: Syria Support Group International), che comprende Lega araba, Unione europea, Nazioni Unite e 17 Paesi, tra cui Stati Uniti e Russia. Il round di negoziati conclusosi il 29 gennaio 2016 a Ginevra, non è un passo avanti ma è considerato un fallimento per l’atteggiamento completamente negativo dell’Arabia Saudita che ignora la risoluzione ONU 2254 e continua a sostenere il rovesciamento armato di Bashar al-Assad. [1] Inoltre, tutti i gruppi terroristici composti da stranieri, armati e sostenuti da Arabia Saudita, Qatar, Turchia, che hanno invaso e rovinato la Siria, vogliono essere rappresentati nel nuovo governo. Pertanto, nei prossimi sei mesi, non ci sarà alcun cessate il fuoco e le Nazioni Unite inizieranno negoziati separati con il governo siriano e i gruppi terroristici allineati con l’Arabia Saudita. La posizione saudita è ancora più incomprensibile visto che la Russia regolarmente bombarda le posizioni dello Stato Islamico in favore dell’ELS (armato dall’Arabia Saudita e sostenuto da Stati Uniti e Turchia) e che il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha avuto incontri a Mosca con i rappresentanti dei gruppi terroristici armati e sostenuti dall’Arabia Saudita. In sostanza, gli Stati che hanno finanziato, armato e inviato in Siria i gruppi terroristici per rovesciare il governo di Bashar al-Assad, speravano in un cambiamento nei rapporti di potere per trarne vantaggio. Ma il blocco sembra avvantaggiare solo l’Esercito arabo siriano fortemente sostenuto dall’Aeronautica russa. I bombardamenti aerei russi mirano su depositi di armi e munizioni, fabbriche di esplosivi, depositi di carburante, parcheggi, centri di comando e dei terroristi in Siria. Ciò ha comportato la riduzione al 60-70% della capacità combattiva dei jihadisti, scarsità di munizioni, incapacità di eseguire manovre e di coordinarsi e comunicare. Oltre a queste missioni, i russi sorvegliano da alta quota, ventiquattro ore su ventiquattro, il confine siriano con Turchia, Giordania, Iraq e Israele con aerei da ricognizione senza pilota, rintracciando tutte le colonne dei rifornimenti jihadisti e neutralizzandone il 65% con il bombardamento aereo. Con questa strategia dei russi, il ritmo di ricostituzione delle scorte di armi, munizioni e di reclute dei gruppi terroristici rappresentano il 10% delle infrastrutture jihadistie distrutte dall’Aeronautica russa. Le principali vulnerabilità sono il confine occidentale della Siria con la Turchia, nel governatorato di Idlib, per una lunghezza di 70 km, ed il corridoio nord Azaz-Jarablus, largo 90-100 km, per cui dalla Turchia passano armi, munizioni e reclute per lo Stato islamico e altri gruppi terroristici. Il bombardamento dell’Aeronautica russa ha avuto anche un effetto psicologico sulle azioni di combattimento dei jihadisti in Siria, costringendoli a fermare le offensive e a difendere solo le posizioni. Per poter attaccare, i jihadisti devono creare un equilibrio di potere superiore all’Esercito arabo siriano su certe direttrici. Questo è possibile solo con ampie manovre e concentrazione di forze, facilmente notate dagli aerei da ricognizione russi. Ogni volta che i jihadisti fanno questo errore, i bombardieri russi rispondono rapidamente e neutralizzano quasi tutti i gruppi islamici che si concentrano. Seguendo la strategia attuata dalla Russia, l’Esercito arabo siriano ha guadagnato più libertà d’azione, materializzatasi con piccole offensive che hanno portato alla conquista delle roccaforti del terrorismo. [2]
Il ritiro dalle città fortificate degli islamisti ha aumentato la mobilità delle unità corazzate siriane, che hanno imposto il controllo sulle vie di comunicazione tra le città occupate dai jihadisti, riuscendo a circondare molte località, previo bombardamento aereo russo, prima di far scattare l’offensiva di terra. Ad esempio, la zona settentrionale dei monti turcomanni nel Governatorato di Lataqia, occupata dai gruppi terroristici sostenuti da Arabia Saudita, Turchia e Stati Uniti, viene liberata dalla 103.ma Brigata meccanizzata della Guardia repubblicana. In questo modo la sicurezza complessiva del confine con la Turchia nel Governatorato di Lataqia viene assicurata dall’Esercito arabo siriano, assieme alle posizioni di partenza dell’offensiva per la liberazione di Jisr al-Shughur, accesso fortificato al Governatorato d’Idlib. Il governatorato è interamente controllato da circa 12000 jihadisti di diversi gruppi, tra cui Jabhat al-Nusra (ramo siriano di al-Qaida). Nel governatorato di Dara, a sud di Damasco, la 7.ma Divisione meccanizzata siriana ha creato una profonda spaccatura sull’asse nord-sud circondando un gruppo di 1500 islamisti che combattevano nel governatorato meridionale. Dopo la liberazione dell’importante nodo dei trasporti di Shayq Misqin, le 12.ma e 15.ma Brigate della 5.ta Divisione corazzata siriana hanno continuato l’offensiva per conquistare la città di Nawa, nei pressi delle alture del Golan, che segnano il confine con Israele. Con questa manovra, l’Esercito arabo siriano ha avviato l’accerchiamento di 9500 jihadisti che combattono nel governatorato di Dara, assicurando anche il confine con Israele. Entrambe le offensive sono chiare indicazioni della preparazione di ampie operazioni di terra, che probabilmente saranno lanciate a marzo. Questa ipotesi si basa sul fatto che nell’ultima settimana la Russia ha intensificato la ricognizione e raddoppiato il numero di droni Dozor in Siria per monitorare strettamente i movimenti dei terroristi.
Dato che l’Esercito arabo siriano è l’unico avversario di tutti gli islamisti in Siria, armati fino ai denti (con blindati, mitragliatrici, artiglieria pesante, armi anticarro) e con grande esperienza. Tali gruppi sono in contatto diretto con le unità dell’Esercito arano siriano. La profondità del territorio occupato dai jihadisti e la loro capacità combattiva diminuiscono esponenzialmente, e il morale è molto basso, aumentando le probabilità di arrendersi senza combattere. Pertanto, il compito immediato di eliminare i gruppi islamisti sulla linea di contatto è l’obiettivo più difficile per l’Esercito arabo siriano e richiederà molto tempo. Non è escluso che, per neutralizzare i punti di resistenza dei terroristi, l’Esercito arabo siriano riceva il sostegno di distaccamenti indipendenti di commando Spetsnaz o di un battaglione meccanizzato delle forze di terra russe. Questi dovrebbero operare con i blindati 8×8 Bumerang o il nuovo T-15 Armata, che i russi vogliono testare in combattimento in Siria. Il T-15 Armata ha stessi telaio e blindatura del nuovo T-14 russo [3]. Superato il grande ostacolo della prossima missione, le truppe siriane appoggiate da aerei potrebbero attuare l’offensiva alla velocità di 20 km al giorno a sud, ovest e nord della Siria. Tenendo conto degli errori commessi nella prima fase della campagna in Siria, i russi hanno schierato permanentemente 12 bombardieri pesanti Tu-22M3 sulla base aerea di Mozdok in Ossezia del Nord. [4] Da questa base, un Tu-22M3 può raggiungere la Siria in due ore e 44 minuti e può eseguire due missioni di bombardamento al giorno in Siria. Per proteggere i bombardieri Tu-22M3 durante il volo nello spazio aereo dell’Iraq e nel nord della Siria, dove si scambiano con gli aerei della coalizione anti-SI guidata dagli Stati Uniti, la Russia ha schierato sulla base aerea di Humaymim una delle quattro batterie di missili antiaerei S-400 inviate in Siria. Una batteria è schierata nella base aerea siriana di Quwayris, a 30 km a est di Aleppo. Nell’offensiva di primavera, la Russia userà 64 aerei da combattimento di stanza nella base aerea di Humaymim nel Governatorato di Lataqia (24 Su-24M2, 12 Su-25, 12 Su-34 e 16 Su-30SM). Dopo il completamento della modernizzazione dell’Aeronautica militare siriana, la Russia può contare su 66-130 aerei modernizzati siriani (9 MiG-29SMT, 21 Su-24M2, 36 Jak-130 e probabilmente 64 MiG-23-98) e 112 altri aerei siriani non modernizzati, ma riparati dai russi e pronti, MiG-21, Su-22M4 e L-39 [5].2016-01-24Note
[1]. Dal comunicato di Ginevra alla risoluzione 2254
[2]. La situazione militare in Siria
[3]. Esclusivo: i segreti del nuovo T-14 Armata russo
[4]. Gli errori della Russia in Siria
[5]. La Russia modernizza l’Aeronatuica della Siria

 

Sorgente: L’Esercito arabo siriano prepara la grande offensiva

Syria ­- A Light to the World

Mairead Maguire is a peace activist from Northern Ireland and Nobel Peace Laureate 1976.

 

 

 

 

 

BELFAST, Dec 31 2015 (IPS) – In November 2015 I visited Syria together with an International Peace delegation. This was my third visit to Syria in the last three years. As on previous occasions I was moved by the spirit of resilience and courage of the people of Syria.

In spite of the fact that for the last five years their country has been plunged into war by outside forces the vast majority of the Syrian people continue to go about their daily lives and many have dedicated themselves to working for peace and reconciliation and the unity of their beloved Syria. They struggle to overcome their fear, that Syria will be driven by outside interference and destructive forces within, to suffer the same terrible fate of Iraq, Afghanistan, Ukraine, Yemen, and so many other countries.

Many Syrians are traumatized and in shock and ask ‘how did this happen to our country’? Proxy wars are something they thought only happened in other countries, but now Syria too has been turned into a war-ground in the geo-political landscape controlled by the western global elite and their allies in the Middle East.

Many of those we met were quick to tell us Syria is not experiencing civil war but a foreign invasion. To tell us too that this is not a religious conflict between Christians and Muslims who, in the words of the Patriarch Gregorios III Laham ‘Muslims and Christians not only dialogue with each other but their roots are inter-twined with each other as they have lived together over 1436 years without wars, despite disagreements and conflicts…over the years peace and co-existence have outweighed controversy.’ In Syria our delegation saw that Christian and Muslim relationships can be more than mutual tolerance, they can be deeply loving.

During our visit we met hundreds of people, local and national political leaders, government and opposition figures, local and national Muslim and Christian leaders, members of reconciliation committees and internally displaced refugees. We also met numerous people on the streets of town and cities, Sunni Shia, Christian, Alawite, all of whom feel that their voices are ignored and under-represented in the West.

The youth expressed the desire to see a new state which will guarantee equality of citizenship and religious freedom to all religious and ethnic groups, and protection of minorities, and said this was the work of the Syrian people, not outside forces, and could be done peacefully. We met many Syrians who reject all the violence and are working for conflict resolution through negotiation and implementation of a democratic process.

Few Syrians we met were under the illusion that their elected (7O percent) leader President Assad, was perfect yet many admired him and felt he was much preferred to the alternative of the government falling into the hands of the Jihadists fighters, fundamental extremists with ideology that would force the minorities (and moderate Sunnis) to flee Syria (or many to get killed).

This had already been experienced with the exodus of thousands of Syrians, when they fled in fear of being killed or homes destroyed by jihadist foreign fighters, and alleged moderates, trained funded and accommodated by outside forces. In Homs we witnessed the bombed out houses when thousands fled after Syrian rebels attacked Syrian forces from residential areas, and the military responded causing lethal damage to civilians and buildings (the rebel strategy of Human Shields) and they also done the same with cultural sites (cultural shields).

In the old city of Homs we had a meeting with members of the reconciliation committee, which is led by a priest and sheikh. We also visited the grave of a Jesuit priest who was murdered by IS fighters and visited the rebuilt Catholic church, the original of which was burned down. During the meeting by candlelight, because of regular power blackouts, we heard how Christians and Muslims in the town had been instrumental in the rehabilitation of fighters who choose to lay down their arms and accept the Syrian Government’s offer of Amnesty.

They appealed to us to ask the international community to end the war on Syria, and support peace, and it was for our delegation particularly sad and disappointing that that very day the Anglican Archbishop of Canterbury, (UK), publicity announced his support for the UK vote to bomb Syria! (And subsequently the UK Government, voted for War on Syria). (If the UK/USA/EU, etc., wish to help the Syrian people they can immediately lift the sanctions which are causing great hardship to the Syrian people).

We also visited the Christian Town of Maaloula, where Aramaic, the language of Jesus, is still spoken and it is one of the oldest Christian towns in the Middle East. We visited the church of St. George and the priest explained how after their church was burned to the ground by western backed rebels, and many Christians killed, the people of Maaloula, carried a table onto the ruins of the church and after praying started to rebuild their church and homes. Sadly also in this place some Muslim neighbours also destroyed Christian neighbours’ homes and this reminded us all of the complexities of the Syrian conflict and the need to teach nonviolence and build peace and reconciliation. It also brought us to a deeper awareness of the plight of not only moderate Sunnis from extremists, but the huge numbers of Christians now fleeing from Middle Eastern countries, and that if the situation is not stabilized in Syria and the Middle East, there will be few Christians in what is called the cradle of civilization and birth of Christianity, and where the followers of the three Abrahamic faiths have lived and worked as brothers and sisters in unity. The Middle East has already witnessed the tragic and virtual disappearance of Judaism, and this tragedy is happening at an alarming rate to the Christians of the Levant.

But there is hope and Syria is a light to the world as there are many people working for peace and reconciliation, dialogue and negotiations, and this is where the hopes lies and what we can all support by rejecting violence and war in Syria, the Middle East and our world.

Sorgente: Syria ­- A Light to the World | Inter Press Service

“Pro-Democracy Terrorism”: The Syrian Observatory for Human Rights is a Propaganda Front funded by the EU

The NYT admits fraudulent Syrian human rights group is UK-based “one-man band” funded by EU and one other “European country.”

In reality, the Syrian Observatory for Human Rights has long ago been exposed as an absurd propaganda front operated by Rami Abdul Rahman out of his house in England’s countryside. According to a December 2011 Reuters article titled, “Coventry – an unlikely home to prominent Syria activist,” Abdul Rahman admits he is a member of the so-called “Syrian opposition” and seeks the ouster of Syrian President Bashar Al Assad:

After three short spells in prison in Syria for pro-democracy activism, Abdulrahman came to Britain in 2000 fearing a longer, fourth jail term.

“I came to Britain the day Hafez al-Assad died, and I’ll return when Bashar al-Assad goes,” Abdulrahman said, referring to Bashar’s father and predecessor Hafez, also an autocrat.

Sorgente: “Pro-Democracy Terrorism”: The Syrian Observatory for Human Rights is a Propaganda Front funded by the EU | Global Research – Centre for Research on Globalization

How Russia is Smashing the Turkish Game in Syria

So why did Washington take virtually forever to not really acknowledge ISIS/ISIL/Daesh is selling stolen Syrian oil that will eventually find is way to Turkey? Because the priority all along was to allow the CIA – in the shadows – to run a “rat line” weaponizing a gaggle of invisible “moderate rebels”.

Sorgente: How Russia is Smashing the Turkish Game in Syria

Le guerre perdute di Washington: Siria, Iraq e Yemen

L’ex direttore generale della CIA, il Generale David Petraeus, suggeriva pubblicamente di armare al-Qaida contro il SIIL. Inoltre Barak Mendelsohn, professore di scienze politiche dell’Haverford College e del Foreign Policy Research Institute, ex-militare dell’esercito israeliano, sosteneva sulla rivista del Counsil on Foreign Relations, “Foreign Affairs”, che gli Stati Uniti dovevano sostenere al-Qaida, come già faceva Israele, per contrastare il SIIL e l’Iran. Turchia, Israele e Stati Uniti supportavano non solo Jabhat al-Nausra ma anche il SIIL contro il governo siriano, secondo il sito “Washington Blog” del 3 agosto 2015. Già il 15 agosto la Russia consegnava 6 intercettori Mikojan MiG-31 all’Aeronautica siriana (SAAF), presso la base aerea di Mazah, a Damasco. Inoltre 40 elementi della Fanteria di Marina russi sbarcavano a Tartus per addestrare, insieme a elementi della Guardia Rivoluzionaria Islamica iraniana (IRG), le reclute delle Forze di Difesa Nazionale sul nuovo equipaggiamento militare russo, presso i centri di addestramento di Sulunfah, ad est di Lataqia, Homs (Wadi al-Nasara) e Tartus (Masyaf e Safita). Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov dichiarava, il 9 settembre, che “Abbiamo aiutato e continuiamo ad aiutare il governo siriano ad equipaggiare l’Esercito siriano di tutto ciò di cui ha bisogno per evitare il ripetersi dello scenario libico e di altri tristi eventi accaduti nella regione, perché alcuni dei nostri partner occidentali sono posseduti dall’idea di rimuovere i regimi indesiderati. Ci sono militari russi in Siria da diversi anni. La loro presenza è legata alle consegne di armi all’esercito siriano, pesando nella lotta al terrorismo dello Stato Islamico e altri gruppi estremisti“. Il comandante della Forza al-Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), Maggiore-Generale Qasim Sulaymani descriveva, alla 18.ma riunione dell’Assemblea degli esperti di Teheran, il 1° settembre 2015, il SIIL come un’operazione degli Stati Uniti per fare pressione sulla comunità musulmana. “Gli Stati Uniti intendono proteggere il SIIL per legare i musulmani agli Stati Uniti e, infatti, ne hanno fatto una leva (contro i musulmani)“. Il comandante dell’IRGC informava i membri dell’Assemblea sulla situazione in Iraq e in Siria, dichiarando che le strategie degli Stati Uniti sono fallite. Inoltre, il Ministro degli Esteri iraniano Muhamad Javad Zarif accusava di doppiopesismo l’occidente e gli Stati Uniti, “Mettendo da parte le politiche del doppio standard che impediscono la lotta contro il SIIL e il terrorismo nella regione, si sosterrebbe la campagna anti-SIIL, mentre noi non ostacoliamo quei Paesi disposti a partecipare alla coalizione anti-SIIL, tale lotta ha bisogno della volontà politica“. Zarif così ribadiva che non è possibile combattere il SIIL in un Paese e aiutarlo in un altro, come fanno gli USA in Iraq e Siria. Affermazioni corroborate dalla pubblicazione statunitense “The Washington Free Beacon” del 28 agosto, secondo cui gli USA non attaccarono mai i 60 campi di addestramento del SIIL da cui uscivano almeno 1000 terroristi al mese. “Il Pentagono non ha condotto raid aerei contro i 60 campi di addestramento dello Stato islamico (IS) che forniscono migliaia di combattenti ogni mese al gruppo terroristico, secondo ufficiali della difesa e dell’intelligence. I campi sono diffusi in tutte le aree controllate dallo Stato islamico in Iraq e Siria e sono esclusi dai bombardamenti degli Stati Uniti per preoccupazioni sui danni collaterali”. Inoltre, il SIIL aveva aperto altri campi in Libia e Yemen. “L’incapacità di attaccare i campi di addestramento di Stati Uniti e alleati solleva interrogativi presso gli ufficiali della difesa e dell’intelligence statunitensi sull’impegno del presidente Obama e dei suoi collaboratori all’attuale strategia per degradare e distruggere il gruppo terroristico. “Se conosciamo la posizione di tali campi, e il presidente vuole distruggere il SIIL, perché sono ancora attivi? si chiede un ufficiale”. I campi erano considerati dagli analisti dell’intelligence degli USA elementi chiave dei successi del gruppo terroristico, il cui vantaggio principale era fornire di continuo nuovi combattenti. “Un portavoce della Casa Bianca s’è rifiutato di commentare il mancato bombardamento dei campi terroristici”, e anche il portavoce del Pentagono Maggiore Roger M. Cabiness si rifiutava di comunicare il motivo per cui i campi di addestramento non venivano bombardati. “Non posso entrare nei dettagli sulla nostra ricerca dei bersagli“.
IS-training-camps_risultato Secondo il sito del Comando Centrale dell’USAF, su 6419 attacchi aerei effettuati dal 7 agosto 2014, (3991 in Iraq e 2428 in Siria), lo 0,3 per cento fu effettuato contro i campi di addestramento, mentre sarebbero stati colpiti 119 blindati, 340 Humvee, 510 concentramenti, 3262 edifici, 2577 postazioni, 196 infrastrutture petrolifere e 3680 “altri” obiettivi non identificati. Diversi ufficiali della Defense Intelligence Agency (DIA) e dell’US Central Command, responsabile delle operazioni, affermarono che i rapporti dell’intelligence indicano che la strategia degli Stati Uniti contro il SIIL non funzionava e secondo le stime dell’intelligence statunitense, i terroristi del SIIL erano aumentati in un anno. Il sito “Long War Journal” pubblicava una mappa dei 100 campi di addestramento del SIIL attivi a Mosul, Raqah, Niniwa, Ayn al-Arab, Aleppo, Falluja e Baiji. Secondo “The Daily Beast”, ufficiali e agenti dell’intelligence degli Stati Uniti facevano pressioni sugli analisti del terrorismo per modificare le stime sullo Stato Islamico, ritraendolo più debole. Inoltre, 52 analisti dell’intelligence statunitense protestavano, ufficialmente, poiché i loro rapporti su SIIL e al-Qaida in Siria (Jabhat al-Nusra) venivano alterati o censurati dagli ufficiali del Comando Centrale degli USA (CENTCOM). “Il cancro è nell’alto comando dell’intelligence”, dichiarava un funzionario della Difesa statunitense. Due analisti del CENTCOM presentavano denuncia scritta all’ispettorato generale del dipartimento della Difesa, nel luglio 2015, sostenendo che i rapporti venivano alterati per presentare i gruppi terroristici più deboli di quanto gli analisti stimassero. Le modifiche non autorizzate venivano apposte dai comandanti del CENTCOM in modo da supportare la linea dell’amministrazione Obama, secondo cui gli USA stessero sconfiggendo il SIIL in Siria. La denuncia veniva firmata da altri 50 analisti, che lamentavano inoltre la politicizzazione dei rapporti dell’intelligence statunitensi. Le denunce sostenevano che diversi aspetti chiave dei rapporti dell’intelligence venivano rimossi o anche volutamente alterati. Altri rapporti ritenuti troppo negativi sulla valutazione delle operazioni statunitensi contro il SIIL, venivano respinti dal comando o addirittura occultati.COxMic7W8AIUkBf.jpg largeSiria
Il 1.mo settembre basi del SIIL venivano bombardate da aerei da guerra siriani a Qalaydin, Daqman e al-Zaqum, nella provincia di Hama. Le forze siriane liberavano il villaggio di al-Savaqiah, presso Fua, occupato dai terroristi, distruggendo 1 carro armato dei taqfiristi e sequestrando grandi quantità di munizioni.
Il 2 settembre, ad al-Zabadani, la linea tenuta dai terroristi islamisti di haraqat Ahrar al-Sham, ELS e Jabhat al-Nusra crollava mentre la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’EAS ed Hezbollah liberavano il quartiere al-Balad e la chiesa al-Rum, ponendo sotto controllo tutta la città. A sud di al-Zabadani, EAS ed Hezbollah assaltavano Madaya, base dei terroristi al confine libanese. Presso Qunaytra, l’Esercito arabo siriano eliminava decine di terroristi a Qrum al-Humriyah, Hadar e Qan Arnabah, mentre ad Homs l’EAS colpiva le posizioni dei terroristi ad al-Basari, al-Quraytin, Badiyah, Jazal, Jab Hamad, Habra al-Sharqiya, al-Gharbiya e Masharfah. Il 2 settembre, autobomba degli islamisti uccideva 10 civili e ne feriva 25. altri 6 civili furono uccisi dai terroristi nella provincia di Damasco.
Il 3 settembre, il SIIL attaccava l’aeroporto militare di Dair al-Zur, dal fianco orientale, e i villaggi al-Muriyah e al-Jafra, ma la 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione dell’Esercito arabo siriano respingeva l’assalto, il secondo in una settimana, eliminando oltre 30 terroristi. Nel primo attacco ne erano stati eliminati altri 25. Ad al-Zabadani la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, il Partito nazionalista sociale siriano (SSNP) e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) liberavano la moschea al-Bayt eliminando 13 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham ed ELS. La ‘brigata meridionale’ dell’ELS e Jaysh al-Yarmuq attaccavano l’aeroporto militare di Thalah, nel Governatorato di al-Suwayda, ma NDF e SAAF respingevano l’attacco infliggendo pesanti perdite ai terroristi. La SAAF eliminava numerosi terroristi, tra cui ufficiali turchi, negli attacchi aerei sulle posizioni del Jabhat al-Nusra nella provincia di Idlib e nel Sahl al-Qab, a Marata, Qan Shayqun, Mhambal, Ariha, Tal Salmu, al-Qushayr, al-Mitala, al-Hamidiyah, Jisr al-Shughur e Ishtabraq.
Il 4 settembre, Jaysh al-Fatah riprendeva l’assalto alle città di Qafraya e al-Fua, nel Governatorato di Idlib. Prima dell’attacco i terroristi avevano sparato 40 granate di mortaio uccidendo due civili e ferendone altri 12. Presso le frazioni di Dair al-Zughab e Tal Qirbat, le Forze di Difesa Nazionale distruggevano tre tecniche ed eliminavano 37 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham respingendo l’attacco. A Bab al-Hawa, 161 terroristi del Jaysh al-Fatah venivano eliminati nei combattimenti per Zayzun contro le forze siriane che avevano circondato i terroristi. Nel tentativo di aprire una via di fuga ai terroristi accerchiati, Jaysh al-Fatah utilizzava tutta l’artiglieria a sua disposizione, consumando grandi quantità di munizioni fornite dai turchi, secondo Abu Muhamad al-Idlibi, capo locale dei terroristi, “Soffriamo carenze di veicoli e carburante. L’aiuto dalla Turchia non basta per poter svolgere i nostri compiti”. La 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, il Partito sociale nazionalista siriano (SSNP) e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) liberavano il quartiere al-Nabwa ad al-Zabadani, liquidando 15 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham, ELS e Jabhat al-Nusra. Ad al-Suwayda i terroristi facevano esplodere un’autobomba uccidendo otto civili, tra cui shaiq Abu Fahd Wahid al-Balus, e ferendone altri 22. Balus aveva invitato i drusi a non farsi coinvolgere nelle dispute tra lo Stato e i terroristi.
Il 5 settembre, la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, SSNP e NDF smantellavano un grande tunnel di haraqat Ahrar al-Sham nel quartiere Bayt al-Dalati, alla periferia del sud di al-Zabadani, utilizzato dai terroristi per rifornirsi al centro di al-Zabadani. Le forze armate siriane e della resistenza libanese liberavano i quartieri Bayt al-Dalati e Dawar al-Salwan, mentre la SAAF effettuava 40 attacchi aerei sulle posizioni dei terroristi ad al-Zabadani e Madaya. Scontri tra SIIL e Ajnad al-Sham e Jaysh al-Islam sulla strada Qadam – Hajar al-Aswad, a sud di Damasco. 13 terroristi del SIIL vi restavano uccisi.
Il 6 settembre, presso Daraya, la Syrian Arab Air Force (SAAF) bombardava le posizioni dei terroristi di Ajnad al-Sham eliminando 13 terroristi, tra cui Abu Amar al-Qafr al-Susani, capo militare del Itihad al-Islami li-Ajnad al-Sham; tutti liquidati da un elicottero d’attacco Mil Mi-24 Hind della SAAF. Il SIIL attaccava le posizioni difensive delle Forze armate siriane a Dair al-Zur con due attacchi suicidi e 60 colpi di artiglieria sui quartieri al-Jubaylah, al-Sina, e al-Amal, distruggendo la moschea al-Fardus e uccidendo una dozzina di civili. Dopo l’attentato suicida, il SIIL attaccava le difese dell’Esercito arabo siriano nel quartiere al-Jubaylah, venendo respinto con l’eliminazione di 15 terroristi. Anche gli attacchi alle postazioni dell’EAS ad al-Sina e al-Amal fallivano, con l’eliminazione di 3 tecniche e 18 terroristi del SIIL. L’Aeronautica siriana distruggeva basi, veicoli e concentramenti di terroristi a Jazal, presso Tadmur, ed eliminava 14 terroristi a Dair al-Qubra. La SAAF colpiva le posizioni dei terroristi presso Idlib e Hama, a Mhambal e al-Furayqa, eliminando 6 autoveicoli e 11 terroristi di Jabhat al-Nusra, a Qushir, al-Majas, Fatira, Muzra e Jusif.
Il 7 settembre, la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e Partito sociale nazionalista siriano (SSNP), liberavano la Banca Commerciale, dove i terroristi avevano il loro deposito di armi. Il SIIL attaccava Wadi al-Sahlah e al-Bayarat, presso Tadmur, ma la 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata dell’Esercito siriano arabo e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) respingevano l’assalto eliminando oltre 43 terroristi e 6 tecniche. Quindi la 67.ma Brigata, in coordinamento con la Liwa Suqur al-Sahra liberava Jazal dopo due giorni di combattimento. Il SIIL attaccava nuovamente l’aeroporto militare di Dair al-Zur, venendo respinto dalla 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione dell’Esercito arabo siriano che distruggeva 4 tecniche del SIIL. A sud-ovest di Dair al-Zur, la 113.ma Brigata dell’Esercito arabo siriano e la milizia Shaytat liberavano il pozzo petrolifero di al-Tayim eliminando 19 terroristi del SIIL. Presso Lataqia, l’EAS eliminava 31 terroristi e 6 autoveicoli.
L’8 settembre, ad al-Zabadani la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e Partito sociale nazionalista siriano (SSNP) liberavano i quartieri al-Ghabiyah e al-Mas eliminando 11 terroristi. Secondo il giornale libanese antisiriano “Daily Star”, ad al-Zabadani furono eliminati oltre 400 terroristi e altri 189 si erano arresi all’EAS. A Tal Qurdi, l’EAS eliminava 10 terroristi del Jaysh al-Islam.
Il 9 settembre, il SIIL attaccava nuovamente l’aeroporto militare di Dair al-Zur utilizzando un carro armato T-55 e un BMP, e 5 autoveicoli carichi di esplosivi contro l’ingresso orientale dell’aeroporto, seguiti dall’assalto dei terroristi su al-Muriyah, ad est della base siriana. Ma i soldati della 137.ma Brigata d’artiglieria e della 117.ma Brigata della 17.ma Divisione di riserva, della 104.ta Brigata aeroportata della Guardia repubblicana dell’Esercito arabo siriano, e delle Forze di Difesa Nazionale (NDF), distruggevano quattro delle autobombe mentre l’ultima mancava il bersaglio. L’assalto su al-Muriyah falliva pure, con l’eliminazione in tutto di 300 terroristi e 40 autoveicoli del SIIL. Ad Abu Dhuhur, dopo 48 ore di scontri i terroristi di Jabhat al-Nusra e Jund al-Aqsa, avviati dall’ennesimo attacco suicida, entravano nella base aerea difesa da Liwa Suqur al-Dahar, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e soldati dell’Esercito arabo siriano (EAS) che perdevano tra morti e prigionieri 18 effettivi, mentre 23 terroristi furono eliminati. La Liwa Suqur al-Dahar era composta da miliziani del Governatorato di Idlib guidati da Abu al-Jarah, ex-militare di Idlib. Ad al-Suwayda, le forze siriane arrestavano 25 terroristi. Le forze siriane ed Hezbollah terminavano le operazioni di rastrellamento di al-Zabadani.
Il 10 settembre, il Jaysh al-Islam eseguiva un attacco verso al-Zabadani, ai villaggi Alali e Muzat controllati da Hezbollah, nel tentativo di spezzare l’assedio ai terroristi da parte della 63.ma Brigata della 4.ta Divisione corazzata dell’EAS e di Hezbollah, ma l’attacco islamista falliva con l’eliminazione di 30 terroristi. L’assalto veniva sostenuto da un attacco aereo israeliano su una postazione dell’Esercito siriano presso Zabadani. La 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata e la Liwa Suqur al-Sahra dell’Esercito arabo siriano, e le Forze di Difesa Nazionale (NDF), liberavano i giacimenti di Jazal, presso Tadmur, dopo aver eliminato 20 terroristi e 4 tecniche del SIIL. Ad Aleppo l’Esercito arabo siriano bombardava le posizioni dei terroristi nei quartieri di al-Jadida, al-Ramusa, al-Ashrafyia, al-Rashidin, Shaiq al-Lutfi, al-Layramun, Bani Zayd, al-Amiryia, Shaiq Ahmad, al-Ridwanyia, al-Halabyia, Shaiq Qudir e Iqtar al-Bizar, mentre nella provincia di Hama, a Qafar Zita e ad al-Lataminah, l’EAS eliminava 26 terroristi.
L’11 settembre, presso Lataqia, ad al-Qabir e al-Atira, l’artiglieria dell’EAS bombardava un concentramento di terroristi, eliminandone 80.
Il 12 settembre la 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata e la Liwa Suqur al-Sahra dell’Esercito arabo siriano liberavano completamente Jazal, a nord-ovest di Tadmur, e Tal Suda, eliminando 23 terroristi e 3 tecniche del SIIL. Ad Unq al-Hawa, nella provincia di Homs, unità dell’esercito e gruppi di difesa popolari eliminavano numerosi terroristi del SIIL, mentre 6 autoveicoli di un convoglio di Jabhat al-Nusra venivano distrutti presso Dair al-Ful. Unità dell’EAS effettuavano diverse operazioni contro le basi dei terroristi del Jaysh al-Fatah tra al-Latamanah e al-Arbain, nella provincia di Hama, eliminando diversi terroristi. Ad al-Zabadani, 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, NDF e SSNP eliminavano 18 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham, esercito libero siriano e Jabhat al-Nusra liberando il quartiere di al-Nabua. A Dair al-Zur le milizie delle tribù Shaytat eliminavano 18 terroristi del SIIL di fronte l’ospedale al-Hiqmat. La 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione e la 104.ta Brigata aviotrasportata della Guardia repubblicana dell’EAS, in coordinamento con milizia Shaytat e NDF, eliminavano 37 terroristi nelle fattorie di al-Muriyah e sul jabal al-Bardah. Dopo due mesi e cinque assalti, i capi della ‘brigata meridionale’ dell’ELS ponevano fine alla cosiddetta operazione “Tempesta del Sud” contro il Governatorato di Dara, avendo subito pesantissime perdite nonostante i terroristi circondassero da tre lati la città difesa dalla 15.ma e dalla 285.ma Brigata dell’Esercito arabo siriano. Inoltre, a Balad al-Dara l’EAS eliminava diversi terroristi di Jabhat al-Nusra e haraqat al-Muthana. Le Forze armate siriane eliminavano decine di terroristi del Jaysh al-Islam alla periferia di Duma e ad Harasta. A Tal Maz, nella provincia di al-Suwayda, unità dell’esercito effettuavano un’operazione speciale contro le posizioni del SIIL dei terroristi, eliminandone diversi.
Il 12-13 settembre, a sud di Dara, a Gharaz, la 5.ta Divisione corazzata dell’EAS annientava il gruppo islamista Asifat al-Janub. Dopo aver ricevuto l’intelligence su un piano dell’ELS per tagliare le linee di rifornimento dell’esercito siriano e quindi circondare Dara con una manovra avvolgente da nord, gli aerei della SAAF bombardavano le posizioni dei terroristi presso Gharaz, al confine con la Giordania, mentre la 5.ta Divisione corazzata colpiva a sud di Dara un convoglio di pickup armati dei terroristi, eliminandone 89, ed investiva le 55 posizioni note di Jabhat al-Nusra e haraqat al-Muthana presso Dara, liquidando il capo di al-Muthana. A Duma, l’EAS liquidava un gruppo di terroristi giunti per coordinare le azioni tra Jaysh al-Islam e Faylaq al-Rahman contro le forze governative siriane. Furono eliminati 34 terroristi, ed altri 21 terroristi furono liquidati ad Harasta. Nella controffensiva su Harasta, Dhahiyat al-Assad e Duma, NDF, PLA e la 105.ta Brigata della Guardia repubblicana dell’EAS eliminavano 250 terroristi. In quei giorni, il fronte meridionale dell’ELS, che doveva occupare Dara, invece si ritirava. A Daraya, dopo settimane di combattimenti per rompere le difese siriane nel Ghuta orientale, il piano degli islamisti falliva senza aver compiuto un qualsiasi progresso. Ad al-Zabadani, 1500 terroristi furono eliminati, sgombrando il Qalamun e il confine tra Libano e Siria dalla presenza dei taqfiriti sostenuti da Israele. 3500 terroristi rimanevano chiusi nelle sacche presso al-Qusayr, di Madaya e Wadi Barada. Il SIIL si ritirava dopo il fallimento dell’assalto all’aeroporto di Dair al-Zur.
Il 13 settembre, la SAAF compiva 7 attacchi aerei sulle posizioni del Jaysh al-Fatah nella base aerea di Abu Duhur, presso Idlib. Ad Aleppo, Jabhat al-Shamiyah e Jabhat al-Nusra attaccavano le postazioni difensive delle Forze armate siriane nel quartiere al-Ashrafīyah, ma furono respinti con pesanti perdite.COx__UbWcAEvUBX.jpg largeLe operazioni in Iraq, luglio-settembre 2015
Il 10 agosto raid aerei iracheni eliminavano 49 terroristi e 4 tecniche del SIIL nella provincia di Salahudin, mentre altri 12 furono liquidati dalle forze di sicurezza irachene ad Husaybah, ad est di Ramadi, nell’Anbar. Altri 7 terroristi furono eliminati dai combattenti delle unità di mobilitazione popolare ad Albu Shajal e al-Malahama, sempre nell’Anbar, assieme a 6 pickup armati del SIIL. 17 terroristi del SIIL furono eliminati ad al-Qarmah, 48 km ad ovest di Baghdad. A Baghdad, il 13 agosto, un autocarro-bomba veniva fatto esplodere nel mercato Jamila di Sadr City uccidendo 61 civili e ferendone altri 200. Intanto a Ramadi l’esercito iracheno e le forze popolari circondavano completamente i terroristi del SIIL. “Il SIIL è assediato da tutti i lati a Ramadi“, dichiarava il Generale di Brigata Ahmad al-Bilawi, “Le forze irachene a fianco della milizia Hashd al-Shabi avanzano contro i ribelli del SIIL da nord ed est di Ramadi“, dichiarava il capo del Comitato per la sicurezza del Consiglio di Qalidiyah, provincia di Anbar, Ibrahim Fahdawi. “Le forze sciite e dell’esercito iracheno avanzano dal fronte settentrionale contro i militanti raggiungendo la periferia di Jirashi, tra la zona di Abu Diab e il Comando operativo di Anbar. Le forze di sicurezza avanzano anche da est e dalle regioni di Husaybah e al-Madyaq“. L’esercito e le forze volontarie iracheni avevano liberato le colline strategiche ad oriente della città di al-Ramadi. Il 13 agosto le forze irachene distruggevano 3 autoveicoli del SIIL e liberavano al-Maziq, 9 chilometri ad est di Ramadi. L’aviazione irachena colpiva due basi del SIIL e un’officina per auto-bombe a Falluja, eliminando decine di terroristi, mentre le forze irachene eliminavano 10 altri terroristi negli scontri a nord-est di Falluja, tra cui 3 capi del SIIL di origine libica: Salam Darbu, Adnan Ibrahim al-Mashadani e Safyan bin Qamu. Le forze aeree irachene eliminavano 125 terroristi del SIIL nella provincia di Salahudin, con raid aerei sulle posizioni taqfirite presso al-Shirqat, a 250 chilometri a nord di Baghdad. Inoltre, il comandante della Polizia Federale, Tenente-Generale Raid Shaqir Judat, dichiarava che la polizia irachena aveva eliminato 29 terroristi ad Husaybah, 7 km ad est di Ramadi, mentre la 16.ma Brigata dell’Esercito iracheno liberava al-Humaria e le unità della mobilitazione popolare liberavano al-Malab, sempre nella provincia dell’Anbar, eliminando 10 terroristi. Il 15 agosto, almeno 50 terroristi del SIIL venivano eliminati dalla 5.ta Divisione dell’Esercito iracheno nella provincia di Salahudin, e il 16 agosto la 16.ma Brigata dell’Esercito liberava la stazione ferroviaria di Ramadi, dopo che i terroristi del SIIL avevano subito pesanti perdite nelle operazioni dell’esercito iracheno che avanzava fino ai quartieri meridionali al-Dabat e al-Baqr della città, e ad al-Malab, a sud di Ramadi. Il 19 agosto le forze irachene liberavano il quartiere al-Zaytun di Ramadi ed avanzavano su Huwaija al-Samara, mentre l’aeronautica irachena colpiva un convoglio del SIIL a Kirkuk, eliminando almeno 19 terroristi. Nell’operazione per la liberazione di Ramadi erano stati eliminati 150 terroristi del SIIL. Il 23 agosto, aerei da combattimento iracheni bombardavano le posizioni del SIIL nella provincia di Anbar, a Dijla, 30 chilometri a nord di Baghdad, a Baiji, nella provincia di Salahudin, e a Tal Afar nella provincia di Niniwa. Il 29 agosto l’esercito iracheno eliminava 45 terroristi del SIIL nella provincia di al-Anbar, presso al-Qalidiya, liberando Jubah, nel distretto di Hit nell’ambito dell’operazione per liberare Ramadi, capitale della provincia di Anbar, occupata dal SIIL dal maggio 2015. Il 30 agosto l’esercito iracheno avanzava nella provincia di Anbar verso al-Qalidiya, eliminando 45 terroristi del SIIL. Il SIIL giustiziava 112 propri membri a Niniwa, tra cui 18 capi, per aver tentato un “golpe” contro il capo dello Stato islamico Ibrahim al-Samarai, alias Abu Baqr al-Baghdadi, e pianificato l’eliminazione del capo del SIIL a Mosul Abu Abdulmajid Afar e l’invasione di Niniwa per poi dichiarare guerra al SIIL di Raqqa in Siria.
Il 3 settembre l’Esercito iracheno respingeva un’offensiva del SIIL sulla città di Samara, nella provincia di Salahudin, eliminando 58 terroristi. Inoltre, il SIIL aveva pianificato degli attentati suicidi a Samara, ma furono sventati. Le forze dell’Hashd al-Shabi respingevano l’attacco del SIIL sulla città di al-Qarmah nella provincia di Anbar, eliminando decine di terroristi. L’esercito iracheno e Hashad al-Shabi respingevano un’altra offensiva del SIIL su al-Baghdadi e Haditha, presso Ramadi, eliminando 112 terroristi, secondo il comandante della 7.ma Divisione dell’Esercito iracheno, Maggior-Generale Abdulzubayah Nauman. Il 6 settembre, le forze popolari irachene Hashd al-Shabi distruggevano 15 autoveicoli armati del SIIL presso Tal al-Mashihidah, presso Ramadi, mentre a nord di Ramadi, ad Albu Aytha, eliminavano altri 30 terroristi. Le forze irachene quindi tagliavano le linee di rifornimento del SIIL nella provincia di Kirkuk, liberando al-Havijah nell’ambito dell’operazione per liberare la città di Fallujah (provincia di al-Anbar). A Mosul l’aeronautica irachena bombardava le posizioni del SIIL eliminando circa 40 terroristi, tra cui Hasan Muhsan al-Jalabi, capo del campo di addestramento del SIIL di Tal Afar. Sempre a Mosul, Ahmad Qalil Wathiq, capo della sicurezza del SIIL di Mosul, veniva eliminato con le sue guardie del corpo nel corso di un attacco di forze tribali irachene. Il 9 settembre la 16.ma Divisione delle forze d’intervento rapido irachene liberava al-Naimiyah, a sud di Falluja. Il 12 settembre, le forze volontarie irachene eliminavano 28 terroristi del SIIL nel distretto di al-Qarmah, ad est di Falluja, provincia di Anbar.
Finora l’Iraq ha ricevuto 16 elicotteri d’attacco Mil Mi-35M e 11 Mil Mi-28NE. Il contratto firmato con la Russia prevede la fornitura di 43 elicotteri: 24 Mil Mi-35M e 19 Mil Mi-28NE. Intanto i consiglieri militari degli Stati Uniti avevano tentato “di evitare che le forze antiterrorismo irachene prendessero l’Università di Anbar, a Ramadi, ma senza riuscirci“, secondo Samir al-Shavili, consulente sull’antiterrorismo presso i media iracheni. Aveva osservato che gli statunitensi avevano descritto l’Università d Anbar come una trappola pericolosa tesa dai terroristi del SIIL, tentando di dissuadere le forze irachene dall’occuparla, dopo che il gruppo terroristico aveva usato il gas mostarda durante l’assedio della città. “Le truppe irachene furono esposte al gas mostarda delle munizioni sparate dal SIIL, mentre si avvicinavano all’Università di Anbar”.

AnbarRoads copyYemen
Il 2 settembre 2015, il SIIL effettuava un duplice attentato nella capitale Sana, uccidendo 28 civili e ferendone 75. Al-Qaida compiva sei attentati nel governatorato di al-Bayda e uno a Shabwa tra il 2 e il 4 settembre e gli aviogetti sauditi bombardavano 30 volte Sana e attaccavano l’aeroporto al-Dulaymi. Il 4 settembre l’esercito yemenita ed Ansarullah distruggevano un deposito di armi saudite nella regione di al-Musfaq, nella provincia del Jizan, oltre a 2 autoveicoli militari sauditi. L’unità missilistica dell’esercito yemenita bombardava le basi militari saudite di Abu al-Salul, Wadi al-Malah, al-Musfaq e al-Qujarah, nella provincia al-Tawal dell’Arabia Saudita. Nel bombardamento della base militare di Safar, presso Marib, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Bahrayn avevano perso, soprattutto nell’esplosione di un deposito di armi, almeno 300 soldati e ufficiali (i filo-sauditi ne ammettevano 85), 12 carri armati Leclerc, 40 altri mezzi e 4 elicotteri d’attacco AH-64D Apache. Il quotidiano libanese al-Akhbar titolava, “Aden, cimitero dei carri armati AMX Leclerc, orgoglio dell’arsenale francese“. Dopo il bombardamento, le forze saudite, che secondo un soldato saudita fatto prigioniero dalle forze yemenite erano composte soprattutto da mercenari somali e sudanesi, cercavano di riprendersi la provincia di Marib, fallendo e subendo pesanti perdite, e questo nonostante il supporto tecnologico fornito dalle basi francesi di Gibuti e Shayq Zayad, ad Abu Dhabi. I mercenari “catturati sono di diverse nazionalità e prestano servizio nell’esercito degli Emirati Arabi Uniti“, affermava un comandante yemenita. “I Paesi arabi hanno reclutato mercenari da diversi Paesi, tra cui Sudan, Somalia e Nigeria dopo aver perso numerose truppe negli scontri con le forze yemenite“, aggiungeva il comandante. Infine, dopo l’attacco missilistico a Marib, terroristi del SIIL decapitavano decine di soldati degli EAU catturati dopo esser fuggiti dalla base bombardata.
CODVaA6WwAAhoVZIl 6 settembre gli aerei sauditi bombardavano Sana e le basi militari di Nahdayn e Faj Atan, uccidendo 27 persone. Il 7 settembre, attacchi aerei sauditi uccidevano 12 persone e ne ferivano altre 39 nella città di Yarim, provincia di Ib. Secondo Zayfulah al-Shami, dirigente di Ansarullah, l’ex-presidente yemenita Mansur Hadi aveva inviato 700 miliziani delle tribù della provincia di Marib in Arabia Saudita per ricevere l’addestramento militare, mentre ad agosto Hadi aveva incontrato il presidente sudanese Omar al-Bashir, che aveva inviato 3000 mercenari sudanesi che a giugno, assieme alle truppe saudite, invasero Aden. Il 12 settembre l’esercito yemenita prendeva il controllo di quattro basi militari saudite nelle province di Janub al-Dhahra e Asir, in Arabia Saudita, distruggendo 3 depositi di munizioni e almeno 19 autoveicoli militari sauditi. Nel frattempo Ansarullah bombardava le strutture militari saudite nelle regioni di al-Hajlah e Jabal al-Dud nella provincia del Jizan, sempre in Arabia Saudita.
Intanto, Riyadh riduceva le spese sociali ed emetteva altre obbligazioni per affrontare un deficit di bilancio record dovuto alla caduta dei prezzi del petrolio, da oltre 6 mesi al di sotto dei 50 dollari al barile. Il governo saudita aveva emesso altri buoni del tesoro per finanziare il deficit di bilancio che arrivava a 117 miliardi di euro nel 2015. L’Arabia Saudita aveva prelevato dalle riserve valutarie 82 miliardi di dollari passando a 650 miliardi  di riserva valutaria. Il Qatar inviava nello Yemen 1000 soldati dotati di 200 blindati VAB, MOWAG Piranha II e CCTS-90 e di 30 elicotteri. La forza d’invasione nello Yemen era formata da 3000 soldati degli Emirati Arabi Uniti, 1000 del Qatar, 1000 dell’Arabia Saudita, 6000 mercenari yemeniti addestrati dall’Arabia Saudita, 3000 mercenari sudanesi, 800 soldati di Egitto, Bahrayn, Quwayt, Giordania, Senegal e Marocco.

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Fonti:
Analisis Militares
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Fars
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Global Research
Moon of Alabama
Reseau International
RID
Sputnik
The Saker
Zerohedge

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L’intervento russo in Siria: i dettagli

Il mondo diplomatico è in fermento parlando dell’audace colpo di Vladimir Putin in Crimea, Ucraina e ora in Siria. Nonostante le chiacchiere anti-russe della stampa occidentale, un’istituzione sempre più ignorata e disprezzata dalla gente comune, i passi russi sono prevedibili e coerenti con l’insistenza palesemente giustificata della Russia a un mondo senza il monopolio unipolare degli Stati Uniti. Dall’inizio della guerra siriana, pianificata da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia come rivelano Wikileaks e l’ex-ministro degli Esteri francese, e finanziata principalmente dalle kakocrazie saudita e qatariota, e supportata dal turco megalomane neottomano Recep Tayyip Erdoghan, la Russia impone con forza il principio di non intervento negli affari interni di altri Paesi, posizione storicamente snobbata da Stati Uniti, Francia e Regno Unito. La Russia rifornisce la Siria di armamenti, senza violare una qualche risoluzione dell’UNSC, né rifornisce l’esercito siriano gratuitamente. I giorni i cui l’Unione Sovietica scaricava enormi quantità di armi agli alleati sono finiti. Oggi Mosca si aspetta che i suoi prodotti siano pagati, e oggi la Siria (che non aveva debiti nel marzo 2011) ha ipotecato la base navale di Tartus, accettando crediti da Mosca, e dipende dal suo più stretto alleato, l’Iran, per ulteriori aiuti. Sfruttando con intelligenza tutto questo il governo siriano può sopportare i crimini di guerra commessi dai sociopatici di Washington. La Siria è solida e la sua economia migliora nonostante la devastazione delle infrastrutture da parte dei terroristi stranieri e di certi traditori siriani il cui destino è segnato dal sangue siriano. Consiglieri russi rientrano nel rapporto tra la Siria e il gigantesco alleato a nord. Nuovi sistemi di armamenti vengono assorbiti senza inviare il personale tanto necessario in Russia per addestrarlo. La Russia invia semplicemente le armi via mare per lo più, assieme agli esperti per l’addestramento che arrivano in genere nella base aerea di Maza presso Damasco. Per un certo periodo, la Russia ha anche fornito consigli tattici all’alto comando siriano, basati sull’esperienza della Russia nella lotta al terrorismo in Afghanistan e Cecenia. Tale rapporto è stato interrotto per un breve periodo di tempo, quando il governo siriano sperimentò le nuove strategie del generale iraniano Qasim Sulaymani che non hanno prodotto i risultati attesi. Oggi la Russia è tornata. Perché?
La maggior parte di questo saggio si basa su prove reali prodotte da nostre fonti a Lataqia. C’è anche spazio per speculazioni studiate sui tempi dell’intervento russo. Non uso la parola “intervento” per suggerire che l’esercito russo sostituisce nella battaglia l’Esercito arabo siriano. Per nulla. Qui intervento significa che la Russia va oltre il sostegno meramente diplomatico e l’armamento del governo siriano. La Russia ha intrapreso un nuovo piano volto a far decollare i costi ai Paesi coinvolti nel terrorismo istituzionalizzato; cioè Stati Uniti, Regno Unito Francia, Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Tutto questo avviene con ampi indizi. Re Salman dell’Arabia Saudita programmava la tanto declamata visita a Mosca per discutere come i sauditi potessero sganciare la Russia dal Dr. Assad. Il re l’ha annullata citando cattive condizioni di salute. SyrPer ha appreso che il re del regno preistorico l’ha annullato perché Sergej Lavrov ha detto all’omologo di Riyadh, Adil al-Jubayr, noto burattino degli USA, che Putin non avrebbe discusso di nulla riguardo Assad, ma che sperava che i prezzi del petrolio fossero all’ordine del giorno. Anche se re Salman voleva discutere dei prezzi, voleva condizionarne la cooperazione all’abbandono russo del presidente siriano. (Ho detto nei precedenti saggi dell’ossessione saudita e turca per la cacciata di Assad). Un altro indizio di come il Presidente Putin la pensi s’è avuto due settimane fa, quando ha trascinato l’ambasciatore turco a Mosca dicendogli di dire ad Erdoghan di “andare all’inferno”. Ha detto all’ambasciatore, la cui mascella sarebbe caduta sul pavimento, che pensava di rompere le relazioni diplomatiche con Ankara se Erdoghan continua a sostenere i terroristi in Siria e Iraq. Concluse definendo Erdoghan un “Hitler”. La Turchia è ora avvisata che l’orso russo non è contento delle azioni del presidente turco. A giudicare dai risultati delle elezioni, anche il popolo turco si rivolge ora contro Erdoghan e il suo partito dei Fratelli musulmani. Anche il Generale Gerasimov, l’assai duro e aggressivo Capo di Stato Maggiore della Russia, ha pesato avvertendo Erdoghan che ci sono missili puntati dritti sulla sua camera da letto. Il generale non avrebbe mai fatto una tale affermazione, a meno che sapesse che il Cremlino non si oppone. Sergej Lavrov, che è di estrazione etnica georgiana e armena, comprende la mentalità ottomana di Erdoghan ed ha preparato il terreno per gli eventi che stiamo per discutere.
Si ricordi come la Russia abbia presumibilmente consegnato una squadriglia di MiG-31B Foxhound alla Siria. In realtà, e lo diciamo ai nostri lettori da anni, la Siria ha i MiG almeno dal 2007 ma gli era proibito usarli se non in una “guerra di teatro” contro lo Stato-Ghetto sionista. I MiG-31B sono depositati in hangar corazzati sotterranei in diverse basi aeree, in modo da evitarne qualsiasi distruzione totale. Non sono autorizzati a volare anche se la Siria ha violato l’accordo una volta quando i sionisti colpirono il complesso di Jamraya il 5 maggio 2013 sostenendo che colpivano sistemi d’arma destinati ad Hezbollah. La Siria rispose con un MiG-31B che volò dalla base nella provincia di Tartus, sul Mediterraneo, sparando missili contro il sito nucleare sionista di Dimona. La Russia annuncia anche nuove esercitazioni navali al largo della Siria per il 15 settembre. E’ un altro segno della crescente impazienza russa verso il temporeggiare di statunitensi, inglesi e francesi e l’ipocrisia della guerra al terrore. Per poter trasferire numerose truppe in Siria insieme ai nuovi mezzi, la Russia deve sorvolare vari Paesi su rotte specifiche. Ho già risposto a un lettore che si lamentava del rifiuto da parte del governo bulgaro a tali sorvoli. I bulgari hanno insistito sull’obbligo d’ispezionare gli aerei. La Russia ha detto al bulgari “niet” e si è assicurata altre rotte. La Bulgaria gioca con il fuoco nel tentativo di placare gli statunitensi il cui comportamento irrazionale implica una vera e propria paranoia su dove gli eventi che si svolgono in Siria li stanno trascinando. La Grecia ha permesso i sorvoli, tuttavia la rotta appare fuori discussione per ora. Ma l’opzione migliore è quella su Mar Caspio, Iran e Iraq, che non obiettano alla Russia l’uso del loro spazio aereo. Questo problema è stato risolto completamente. (Opzione migliore della Russia sarebbe la Turchia, ma la sua assurdità dovrebbe essere evidente a tutti). Possiamo confermare i seguenti fatti sul terreno: navi russe attraccano nei porti di Tartus e Lataqia. La Russia espande la base aerea nella pianura ad est di Lataqia. Questa base aerea è protetta da un’enorme costellazione di sistemi di difesa aerea comprendenti sistemi S-300 e Pantsir. Le piste vengono prolungate da ingegneri russi e siriani, e sarebbero destinate ad ospitare enormi aerei da trasporto, come l’Antonov An-124. Oltre a questo, un reggimento di truppe Speznaz sarebbe attualmente nella città di Salinfah, (città natale di mia moglie, dove non ci mancano le fonti), insieme a consiglieri militari. Un parente mi ha detto che ognuno impara un po’ di russo e che fin dall’arrivo, il turismo è aumentato grazie a stabilità e sicurezza dovute ai russi. La presenza di forze anti-insurrezionali Speznaz russe è rivelata dalla triste realtà emersa pochi giorni fa. Mi è stato detto da una fonte, Alì, che un cecchino assai qualificato, nei pressi della città di al-Rubayah, trattenne le truppe siriane per 4 settimane impedendogli di avanzare. Il comandante degli Speznaz appreso tale problema inviava un commando per liquidare tali cecchini. I russi eliminarono il cecchino nel giro di due ore causando costernazione tra i comandanti siriani. Si è scoperto, un ufficiale traditore dell’EAS è stato scovato ed arrestato. Aveva deliberatamente impedito alle nostre truppe di aggredire la posizione del cecchino. Le sue comunicazioni con al-Qaida ad Hatay, nella Siria occupata dalla Turchia, ha svelato la faccenda. Sarà giustiziato per tradimento.
Guardate attentamente la mappa. Scorrete per vedere il motivo per cui è stata scelta Salinfah. Sicuramente non solo per la sua incredibile bellezza. Si trova sulla cima più alta della catena montuosa, all’ombra di uno dei più potenti radiofari della Siria. E’ proprio la cima, se superata, provvede a una magnifica rotta per l’intera wadi al-Ghab che si presenta come una coperta a scacchi. Potete vedere tutto mentre volgete lo sguardo giù dalle vette fredde alla valle ventosa e calda di sotto. Jisr al-Shughur si trova appena sotto Haluz e Ghasaniya, i pittoreschi villaggi cristiani violati dagli sciagurati puzzolenti tunisini e libici che vi hanno portato il loro virulento ceppo sifilitico. La Russia sembra interessata alle zone confinanti con la Turchia. Sarà interessante vedere come l’attenzione su Erdoghan evolverà. Turchia ed entità sionista sembrano essere sempre più coinvolte nel conflitto. Ciò avviene men tre Cameron e Abbot hanno deciso d’intensificare il loro ruolo, nonostante le perplessità di milioni di concittadini. Tale cricca della cosiddetta guerra al SIIL è vista a Mosca come una campagna mal dissimulata per distruggere completamente la Siria e, infine, trasformarla nella Libia. Sergej Lavrov l’ha notato esattamente ieri, quando ha detto al mondo che la Siria non sarà un’altra Libia. Ricordo la rabbia ribollente a Mosca e Pechino per lo stratagemma giocatogli al Consiglio di sicurezza dell’ONU che ha portato alla distruzione dello Stato libico e all’insensato assassinio del suo leader da parte di un adolescente analfabeta, e tutto questo facendo finta di proteggere i civili. Ora c’è il SIIL creato dall’occidente per dargli la scusa necessaria per entrare e finirla con il governo di Damasco. Temo che i regimi paria di Washington e Londra avranno una grande sorpresa.
Questo è ciò che so della presenza russa in Siria. So che ci sono altri consiglieri che si recano a Damasco in quello che è l’affermazione dell’assoluta insistenza della Russia nel proteggere gli alleati. Con l’Iran ora fuori dall’embargo, che gli impediva di flettere completamente i muscoli, Mosca sa di avere la profondità e il sostegno necessari per aiutare il popolo siriano a liberarsi da tale piaga una volta per tutte.

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La Russia smaschera i piani segreti degli USA in Siria

742398Il problema dei profughi siriani maturava lentamente e costantemente fornendo il pretesto ideale per un”intervento umanitario’ degli Stati Uniti nel Paese. Ma la Russia arriva prima e il miglior piano statunitense va storto.
La politica degli Stati Uniti in Medio Oriente è ossessivamente fissata sul ‘cambio di regime’ in Siria da almeno un decennio, dall’invasione dell’Iraq nel 2003. (L’agenda neocon prevedeva cambi di regime in Iraq, Iran e Siria, ma è fallita quando i campi di sterminio in Iraq hanno deciso la geopolitica).

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Giù le mani dalla Siria. No alla guerra contro la Siria e contro il popolo siriano

Ripubblichiamo, a tre anni di distanza, un documento unitario (era il luglio del 2012) su “Il movimento contro la guerra e la situazione in Siria”. Ci sembra, alla luce degli eventi in corso, un contributo di grande utilità e lungimiranza che può aiutare a capire e a mobilitarsi contro la guerra nelle prossime settimane. E’ soprattutto un documento collettivo, ampiamente discusso e concordato dalle forze politiche e sociali che lo hanno sottoscritto.

Un documento collettivo mette i piedi nel piatto sulla funzione di una coerente opposizione alla guerra, anche quella “umanitaria”.
La grave situazione in Siria, pone i movimenti che in questi anni si sono battuti contro la guerra di fronte a nuovi e vecchi problemi che producono lacerazioni, immobilismo e un vuoto di iniziativa.
Siamo attivi in reti, realtà politiche e movimenti che in questi anni – ed anche in questi mesi – non hanno esitato a schierarsi contro l’escalation della guerra umanitaria con cui l’alleanza tra potenze della Nato e petromonarchie del Golfo, sta cercando di ridisegnare la mappa del Medio Oriente.

a) Interessi convergenti e prospettive divergenti al momento convivono dentro questa alleanza tra le maggiori potenze della Nato e le potenze che governano “l’islam politico”. E’ difficile non vedere il nesso tra l’invasione/disgregazione della Libia, l’escalation in Siria, la repressione saudita in Barhein e Yemen e i tentativi di normalizzazione delle rivolte arabe lì dove sono state più impetuose (Tunisia, Egitto). La dottrina del Dipartimento di Stato Usa “Evolution but not Revolution” aveva decretato quello che abbiamo sotto gli occhi come l’unico sbocco consentito della Primavera Araba. Da queste gravi responsabilità è impossibile tenere fuori le potenze dell’Unione Europea, in particolare Francia, Gran Bretagna e Italia, che hanno prima condiviso l’aggressione alla Libia, hanno mantenuto intatto il loro sostegno politico e militare ad Israele ed oggi condividono la stessa politica di destabilizzazione per la Siria.

b) I movimenti che si oppongono alla guerra, in questi ultimi anni hanno dovuto fare i conti con diverse difficoltà. La prima è stata la rimozione della guerra dall’agenda politica dei movimenti e delle forze della sinistra o, peggio ancora, una complice inerzia verso le aggressioni militari come quella in Libia. Dalla “operazione di polizia internazionale in Iraq” del 1991 alla “guerra umanitaria in Jugoslavia” nel 1999 per finire con le “guerre per la democrazia” del XXI Secolo, le guerre asimmetriche scatenate dai primi anni Novanta in poi dalle coalizioni di grandi potenze contro paesi più deboli (Iraq, Somalia, Afghanistan, Jugoslavia, Costa d’Avorio, Libia), hanno sempre cercato una legittimazione morale che poco a poco sembra essere penetrata anche nella elaborazione e nel posizionamento di settori dei movimenti pacifisti e contro la guerra. I sostenitori della “guerra umanitaria” statunitensi ma non solo, stanno cercando di definire una cornice legale agli interventi militari attraverso la dottrina del “Rights to Protect” (R2P). Gli obiettivi di queste guerre sono stati sempre presentati come la inevitabile rimozione di capi di stato o di governi relativamente isolati o addirittura resi invisi alla cosiddetta “comunità internazionale” sia per loro responsabilità che per le martellanti campagne di demonizzazione mediatiche e diplomatiche.
c) Saddam Hussein, Aydid, Milosevic, il mullah Omar, Gbagbo, Gheddafi e adesso Assad, sono stati al centro di una vasta operazione di cambiamento di regime che è passata attraverso gli embarghi, i bombardamenti e le invasioni militari da parte delle maggiori potenze della Nato e i loro alleati regionali, operazioni su vasta scala che hanno disgregato paesi immensamente più deboli perseguendo la “stabilità” degli interessi occidentali attraverso la destabilizzazione violenta di governi o regimi dissonanti. A prescindere dalle maggiori o minori responsabilità di questi leader verso il benessere e la democrazia dei loro popoli, le maggiori potenze hanno agito sistematicamente per la loro rimozione violenta attraverso aggressioni militari e imposizione al potere di nuovi gruppi dirigenti subordinati agli interessi occidentali.
d) Seppure negli anni precedenti la consapevolezza che la divisione tra “buoni e cattivi” non sia mai stata una categoria limpida e definita – anzi è servita a occultare le vere motivazioni delle guerre – nel nostro paese ci sono stati movimenti di protesta che si sono opposti alla guerra prescindendo dai soggetti in campo e che si sono posizionati sulla base di una priorità: quel no alla guerra senza se e senza ma che in alcuni momenti ha saputo essere elemento di identità e mobilitazione straordinario. Sembra però che la coerenza con questa impostazione si stia sempre più affievolendo e in alcuni casi ribaltando. La macchina del consenso alle guerre ha visto infatti crescere gli elementi di trasversalità. Prima erano solo personalità della destra a sostenere gli interventi militari, adesso vi si arruolano anche uomini e donne della sinistra. Questa difficoltà era già emersa nel caso dell’aggressione militare alla Libia ed oggi si rivela ancora più lacerante rispetto alla possibile escalation in Siria.
e) Le iniziative contro la guerra che ci sono state in questi mesi, seppur minoritarie, sono riuscite a ostacolare l’arruolamento attivo di alcuni settori pacifisti nella logica della guerra umanitaria, hanno creato una polarizzazione che in qualche modo ha esercitato un punto di tenuta di fronte alla capito lazione politica, culturale del pacifismo e dell’internazionalismo. Ma la realtà sta incalzando tutte e tutti, ragione per cui è necessario affrontare una discussione nel merito dei problemi che la crisi in Siria ci porrà davanti nei prossimi mesi.
Nel merito della situazione in Siria
In tutte le guerre asimmetriche – che di fatto sono aggressioni unilaterali – le potenze occidentali hanno sempre lavorato per acutizzare le contraddizioni e i contrasti esistenti nei paesi aggrediti. La questione semmai è che l’ingerenza esterna da parte delle potenze della Nato e dei loro alleati ha agito sistematicamente per una deflagrazione violenta dei contrasti interni che consentisse poi l’intervento militare e servisse a legittimare la “guerra umanitaria”. La guerra mediatica ha bisogno sempre di sangue, orrori, cadaveri, stragi da gettare nella mischia e negli occhi dell’opinione pubblica. Di solito le notizie su questo vengono martellate nei primi venti giorni. Smentirle o dimostrarne la falsità o la maggiore o minore manipolazione, diventa poi difficile se non impossibile. Ciò significa che tutto viene inventato o manipolato? No. Ma un conflitto interno senza ingerenze esterne può trovare una soluzione negoziata. Se le ingerenze esterne lavorano sistematicamente per impedirla si arriva sempre ai massacri e poi all’intervento militare “stabilizzatore”. Chiediamoci perchè tutti i piani e gli accordi di pace in questi venti anni sono stati fallire (ultimo in ordine di tempo quello di Kofi Annan sulla Siria). Il loro fallimento è funzionale al fatto che l’unico negoziato accettabile per le potenze occidentali è solo quello che prevede la resa o l’uscita di scena – anche violenta – della componente dissonante. Questo è quanto accaduto ed è facilmente verificabile da tutti.
Le soluzioni avanzate dalle sedi della concertazione internazionale (Consiglio di Sicurezza dell’Onu, organizzazioni regionali come Unione Africana, Lega Araba e Alba), non state capaci di opporsi alle politiche di “cambiamento di regimi” decise dagli Usa o dalla Ue. I leader dei regimi o dei governi rimossi, hanno cercato in più occasioni di arrivare a compromessi con gli Usa o la Nato. Per un verso è stata la loro perdizione, per un altro era una strada sbarrata già dall’inizio. Più cercavano un compromesso e maggiori diventavano le sanzioni adottate negli embarghi. Più si concretizzavano le condizioni per una ricomposizione dei contrasti interni e più esplodevano autobombe o omicidi mirati che riaprivano il conflitto. Se l’unica soluzione proposta diventa il suicidio politico o materiale di un leader o lo sgretolamento degli Stati, qualsiasi negoziato diventa irrilevante.
Dalla storia della Siria non sono rimovibili le modalità autoritarie con cui in varie tappe è stata affrontata la domanda di cambiamento di una parte della popolazione siriana. Non è possibile ritenere che la leadership siriana sia l’unica a aver gestito in modo autoritario le contraddizioni e le aspettative nel mondo arabo. Questa caratteristica è comune a tutti i paesi del Medio Oriente ed è una conseguenza dell’imposizione dello Stato di Israele nella regione e un retaggio del colonialismo. Ciò non giustifica la leadership siriana ma ci indica anche chiaramente come la sua sostituzione non corrisponderebbe affatto ad un avanzamento democratico o rivoluzionario per il popolo siriano. E’ sufficiente guardare quale tipo di leadership si è impossessata del potere una volta cacciati Mubarak in Egitto, Ben Alì in Tunisia, Gheddafi in Libia o chi sta imponendo il tallone di ferro su Barhein, Yemen, Oman. Sono paesi in cui c’è gente che ha lottato seriamente per maggiore democrazia e diritti sociali più avanzati, ma chi ne sta gestendo le aspettative sono le potenze della Nato, le petromonarchie del Golfo e le componenti più reazionarie dell’islam politico. Le componenti progressiste della Primavera Araba sono state – al momento – isolate e sconfitte da questa alleanza tra potenze occidentali e le varie correnti dell’islam politico.
Dentro la crisi in corso in Siria, la leadership di Bashar El Assad ha conosciuto due fasi: una prima in cui ha prevalso la consuetudine autoritaria, una seconda in cui è cresciuto il peso politico delle forze che spingono verso la democratizzazione. I risultati delle ultime elezioni legislative non sono irrilevanti: ha votato il 59% della popolazione nonostante la guerra civile in corso in diverse parti del paese (in Francia, in condizioni completamente diverse, alle ultime elezioni ha votato il 53%, in Grecia nelle elezioni più importanti degli ultimi decenni ha votato il 62%); per la prima volta si è rotto il monopolio politico del partito di governo, il Baath, e nuove forze sono entrate in Parlamento indicando questa rottura come obiettivo pubblico e dichiarato, si è creato cioè l’embrione di uno spazio politico reale per un processo di democratizzazione del paese; le forze che si oppongono alla leadership di Assad vedono prevalere le componenti armate e settarie, un dato che si evidenzia nei massacri e attentati che vengono acriticamente e sistematicamente addossati alle truppe siriane mentre più fonti rivelano che così non è. Le forze di opposizione con una visione progressista sono ridotte a ben poca cosa e non potranno che essere stritolate dall’escalation in corso; infine, ma non per importanza, l’ingerenza esterna è quella che sta facendo la differenza. Non è più un mistero per nessuno che le forze principali dell’opposizione ad Assad siano sostenute, armate e finanziate dall’alleanza tra le potenze della Nato (Turchia inclusa) e i petromonarchi di Arabia Saudita e Qatar. E’ un’alleanza già sperimentata in passato sia in Afghanistan che nei Balcani e nel Caucaso, un’alleanza che si è rotta alla fine degli anni Novanta e poi ricomposta dopo il discorso di Obama al Cairo che annunciava e auspicava gli sconvolgimenti nel mondo arabo. Queste forze e l’alleanza internazionale che li sostiene puntano apertamente ad una guerra civile permanente e diffusa per destabilizzare la Siria. I corridoi umanitari a ridosso del confine con Turchia e Libano e la No fly zone, saranno il primo passo per dotare di retrovie sicure i miliziani dell’Esercito Libero Siriano, spezzare i collegamenti tra la Siria e i suoi alleati in Libano (Hezbollah soprattutto), destabilizzare nuovamente il Libano e rompere il Fronte della Resistenza anti-israeliana. Se il logoramento e la destabilizzazione tramite la guerra civile permanente non dovesse dare i risultati desiderati, è prevedibile un aumento delle pressioni sulla Russia per arrivare ad un intervento militare diretto delle potenze riunite nella coalizione ad hoc dei “Friends of Syria” guidata dagli Usa ma con molti volonterosi partecipanti come la Francia di Hollande o l’Italia di Monti e del ministro Terzi.
In questi anni, nelle mobilitazioni in Italia contro la guerra o per la Palestina, abbiamo registrato ripetuti tentativi di gruppi e personaggi della vecchia e nuova destra di aderire e partecipare alle nostre manifestazioni. Un tentativo agevolato dall’abbassamento di molte difese immunitarie nella sinistra e nei movimenti sul piano dell’antifascismo ma anche dalla voragine politica lasciata aperta dall’arruolamento di molta parte della sinistra dentro la logica eurocentrista, dalla subalternità all’atlantismo e dalla complicità – o al massimo dall’equidistanza – tra diritti dei palestinesi e la politica di Israele. Se la sinistra e una parte dei movimenti hanno liberato le piazze dalla mobilitazione contro la guerra, dal sostegno alla resistenza palestinese e araba ed hanno smarrito per strada la loro identità, è diventato molto più facile l’affermazione di alcuni gruppi marginali della destra e della loro chiave di lettura esclusivamente geopolitica ed eurasiatica della crisi, dei conflitti e delle relazioni sociali intesi come lotta tra potenze. I gruppi della destra veicolano un antiamericanismo erede della sconfitta subita dal nazifascismo nella seconda guerra mondiale e completamente avulso da ogni capacità di lettura dell’egemonia imperialista sia nel suo versante statunitense che in quello europeo. Una chiave di lettura sciovinista e reazionaria che nulla a che vedere con una identità coerentemente anticapitalista ed internazionalista. Non solo. La paura di gran parte della sinistra di declinare la solidarietà con i palestinesi come antisionista e anticolonialista, ha regalato a questa destra e alla sua declinazione razzista e antiebraica uno spazio di iniziativa, cultura e solidarietà che storicamente ha sempre appartenuto alle forze progressiste. Se si cede su un punto decisivo si rischia di capitolare poi su tutto lo scenario mediorientale. Se questo è già visibile anche negli altri ambiti dell’agenda politica e sociale nel nostro paese, è difficile immaginare che non avvenga anche sul piano della mobilitazione contro la guerra e sui problemi internazionali. Sulla Palestina e nella mobilitazione contro la guerra abbiamo sempre respinto ogni tentativo di connivenza con i gruppi della destra. Intendiamo continuare a farlo ma vogliamo anche segnalare che – come sul piano sociale o giovanile – è l’assenza di iniziative e la debole identità della sinistra a facilitare il compito ai fascisti, non viceversa. E’ necessario dunque che alla coerenza con le posizioni e il ruolo svolto dalle nostre reti, associazioni, organizzazioni in questi venti anni e che ha visto schierarci sempre contro la guerra senza se e senza ma, si affianchi un recupero di identità e di contenuti.
f) La seconda difficoltà che abbiamo dovuto registrare è stata quella di una lettura superficiale del nesso tra la crisi che attanaglia le maggiori economie capitaliste del mondo (Stati Uniti ed Unione Europea soprattutto) e il ricorso alla guerra come strumento naturale della concertazione e della competizione tra le varie potenze e i loro interessi strategici. Una concertazione evidente quando si tratta di attaccare e disgregare gli stati deboli (Libia, Jugoslavia, Afghanistan) , una competizione quando si tratta di capitalizzare a proprio favore i risultati delle aggressioni militari (Georgia, Iraq. Libia). Se il colonialismo classico è andato all’assalto del Sud del mondo per accaparrarsi le risorse, il neocolonialismo è andato a caccia di forza lavoro a basso costo. Ma dentro la crisi di sistema che attanaglia le maggiori economie capitaliste del mondo, queste due dimensioni oggi si sono ricomposte nella loro sintesi più alta e aggressiva. Alcuni di noi la definiscono come imperialismo, altri come mondializzazione, comunque la si chiami oggi si è riaperta una competizione a tutto campo per accaparrarsi il controllo di risorse, forza lavoro, mercati e flussi finanziari. Questa conquista ha come obiettivo soprattutto l’economia dei paesi emergenti e quelli in via di sviluppo che molti ritengono poter essere l’unica via d’uscita e valvola di sfogo per la crisi di civilizzazione capitalistica che sta indebolendo Stati Uniti ed Unione Europea. In tale contesto, la guerra come strumento della politica e dell’economia è all’ordine del giorno. Se pensiamo di aver visto il massimo degli orrori in questi anni, rischiamo di doverci abituare a spettacoli ben peggiori. L’alleanza – non certo inedita – tra potenze occidentali, petromonarchie e movimenti islamici ha rimesso in discussione molti schemi, a conferma che il processo storico è in continua mutazione e che limitarsi a fotografare la realtà senza coglierne le tendenze è un errore che rischia di paralizzare l’analisi e l’azione politica.
I firmatari di questo documento declinano in modo diverso categorie come imperialismo, mondializzazione, militarismo, disarmo, antisionismo, anticapitalismo, pacifismo, solidarietà internazionale e internazionalismo, ma convergono su un denominatore comune sufficientemente chiaro nella lotta contro la guerra e le aggressioni militari.
Per queste ragioni condividiamo l’idea di promuovere:
Il percorso comune di riflessione che ha portato a questo documento
La costituzione di un patto di emergenza per essere pronti a scendere in piazza se e quando ci sarà una escalation della Nato e dei suoi alleati contro la Siria al quale chiediamo a tutti di partecipare
l’impegno ad un lavoro di informazione e controinformazione coordinato che contrasti colpo su colpo e con ogni mezzo a disposizione la manipolazione mediatica che spiana la strada a nuove “guerre umanitarie”, anche in Siria
Sottoscrivono per ora questo documento:
Rete Romana No War
Rete Disarmiamoli
Militant
Rete dei Comunisti
Partito dei Comunisti Italiani
Forum contro le guerre
Comitato Palestina, Bologna
Comitato Palestina nel Cuore, Roma
Gruppo d’Azione per la Palestina, Parma
Collettivo Autorganizzato Universitario, Napoli
Csa Vittoria, Milano
Alternativa
Federazione Giovani Comunisti
Forum Palestina
Associazione Oltre Confine
Associazione amici dei prigionieri palestinesi, Italia
Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella
Brigate di Solidarietà e per la Pace-Brisop- Toscana
Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia – onlus
Collettivo G. Tanas Tifiamo Rivolta
“Gruppo Siria: No ad un’altra Libia”
Federazione Napoletana del Partito della Rifondazione Comunista
Redazione ALBAinFormazione
SLAI COBAS per il sindacato di classe coordinamento nazionale
Federazione Giovani Comunisti Italiani Torino
Circolo culturale ” Il minatore rosso ”
Brindisi per Gaza
Coordinamento II Policlinico Napoli
‘Ass.ne “La Casa Rossa” Milano
Associazione Ita-Nica circolo C.Fonseca Livorno
Rete Antifascista di Brescia
Comunisti Uniti
UDAP Unione Democratica Arabo palestinese
Partito dei CARC
Redazione di Marx21.it
Lotta e Unità
Laboratorio Politico Iskra
Partito Comunista del Canton Ticino (Partito Svizzero del Lavoro)
Gioventù Comunista (GC) del Cantone Ticino (Svizzera)
Sezione PdCI “Domenico Di Paolo” di Campomarino (Cb)

Sorgente: Giù le mani dalla Siria. No alla guerra contro la Siria e contro il popolo siriano – contropiano.org

Turchia: bloccata la carovana internazionale diretta a Kobane

La carovana internazionale che doveva recarsi a Kobane per portare aiuti umanitari è stato bloccata a Suruc dall’esercito turco. Partita il 12 settembre, la carovana ha come richiesta quella dell’apertura di un corridoio umanitario sul confine turco per permettere l’arrivo di aiuti alla popolazione di Kobane, per mesi sotto assedio dell’ISIS. Ascoltiamo una compagna femminista che racconta di come, invece, una delegazione di Kobane è riuscita a raggiungere gli internazionali.

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Tolto l’assedio a Cizre si contano i morti e i danni

La popo­la­zione di Cizre, ha dichia­rato 15 giorni fa l’autogoverno o come la defi­ni­sce il co-presidente del muni­ci­pio «l’autonomia demo­cra­tica». «Dopo pochi giorni, circa cento mezzi blin­dati dell’esercito sono entrati in città — ci spiega Fay­sal Sariy­il­diz — e un copri­fuoco con­ti­nuo è stato impo­sto a tutta la popo­la­zione. Cor­rente elet­trica, acqua e ser­vizi di comu­ni­ca­zione sono stati inter­rotti. Un incubo».

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SIRIA. Agli Usa solo un pugno di ribelli da addestrare

Il capo del comando militare centrale statunitense svela al Senato che solo una manciata di ribelli armati e guidati da Washington starebbe combattendo in Siria. Ora il programma di addestramento va ridimensionato. L’ennesima sconfitta siriana dell’amministrazione Obama

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«Eliminare le cause della guerra. E aiutare i siriani a rimanere»

Due vescovi e un medico di Aleppo.     Gli aleppini, un popolo in faticoso cammino con le taniche d’acqua a far la spola dai camioncini cisterna alle scale di casa. Gli aleppini senza elettricità che scoppiano di caldo d’estate e non sanno come scaldarsi d’inverno. Gli aleppini e in genere i siriani ormai all’80% […]

Sorgente: Pressenza – «Eliminare le cause della guerra. E aiutare i siriani a rimanere»

Palmyra. L’Occidente ha armato la mano degli assassini

Marinella Correggia

Palmyra. L’Occidente ha armato la mano degli assassini
(Foto di Università di Milano)

 

Ipocrisia del Pd e di tutti gli altri sostenitori di guerre

Dopo l’ennesimo indicibile orrore, l’esecuzione a Palmyra dell’82enne archeologo siriano Khaled al Asaad, per mano dei terroristi del sedicente Stato islamico, in Occidente è una corsa da parte di tutti – governi, giornalisti, politici – a fregiarsi della sua memoria.  Strumentalizzando la sua morte. Ad esempio il martire sarà commemorato alle feste del Pd, ha comunicato il premier Renzi.

Peccato che molte delle organizzazioni e persone che ora si dichiarano commosse e indignate, in testa a tutti il Pd, da anni sostengano in vario modo la guerra in Siria e nel 2011 abbiano appoggiato la guerra Nato in Libia. A questi smemorati va ricordato quanto segue:

–          Il sedicente Stato islamico (nato in Iraq dopo il 2003 grazie alla guerra di Bush) è cresciuto perché in Libia la Nato (Italia compresa) è stata la forza aerea delle milizie terroriste e razziste che hanno distrutto il paese e poi sono dilagate in Africa subsahariana e in Siria;

–          In Siria lo Stato islamico è cresciuto (espandendosi dal 2014 anche in Iraq) con l’arrivo di combattenti stranieri grazie al flusso di aiuti materiali e all’appoggio politico dei paesi della Nato e delle petro-monarchie del Golfo, uniti nel cosiddetto gruppo di “Amici della Siria” (ora “Gruppo di Londra”), a vantaggio dei vari gruppi armati di opposizione. Questo ha alimentato – anche a colpi di propaganda e menzogne – una guerra che ha ucciso la Siria. E ha boicottato la pace.

–          Eppure già dal 2012, come dimostrano documenti Usa desecretati e come tutti sapevano, l’opposizione armata era dominata da gruppi che miravano alla formazione di un califfato in Siria.

–          Gli aiuti Nato/Golfo all’opposizione armata sono aiuti a gruppi estremisti, perché sono evidenti le porte girevoli fra le diverse formazioni, che sul campo o si alleano o cedono armi e uomini ai più forti. Il cosiddetto Esercito siriano libero è un guscio vuoto.

–          L’appoggio a estremisti presenti o futuri continua: Usa e Turchia sono impegnati nel programma di addestramento e fornitura militare alla “Nuova forza siriana” (i cui adepti poi rifiutano di combattere contro l’Isis o si arrendono ad Al Nusra); Arabia saudita e Qatar continuano nell’appoggio finanziario perché la guerra vada avanti.

–          L’Italia sta zitta. Pochi giorni fa il ministro  Gentiloni ha accolto l’omologo saudita, impegnato anche a distruggere lo Yemen con la connivenza internazionale

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Perché la Siria vince: avanza verso una vittoria strategica che trasformerà il Medio Oriente

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La Siria sta vincendo. Nonostante lo spargimento di sangue e la grave pressione economica, la Siria avanza verso la vittoria militare e strategica che trasformerà il Medio Oriente. Vi sono prove evidenti che i piani di Washington, per il ‘cambio di regime’, sabotaggio dello Stato o smembramento del Paese su linee confessionali, sono falliti. Fallimenti che saranno fatali per il sogno degli Stati Uniti, annunciato una decina di anni fa da Bush figlio, di un servile ‘Nuovo Medio Oriente’. La vittoria della Siria è una combinazione di solido sostegno popolare all’esercito nazionale, di fronte al circolo vizioso dei settari islamici (taqfiri), fermo sostegno degli alleati più stretti e frammentazione delle forze internazionali contrarie. Le difficoltà economiche, compresi blackout regolari, sono peggiorati ma non hanno spezzato la volontà del popolo siriano di resistere. Il governo assicura che gli alimenti di base siano accessibili e mantiene istruzione, salute, sport, cultura e altri servizi. Una serie di Stati ostili ed agenzie delle Nazioni Unite riprendono i rapporti con la Siria. La sicurezza migliora, il recente accordo delle grandi potenze con l’Iran e altre mosse diplomatiche favorevoli sono tutti segnali che l’Asse della Resistenza si rafforza. Non ne sapreste molto dai media occidentali, che mentono persistentemente sul carattere del conflitto e della crisi. Le caratteristiche principali di tale inganno sono nascondere il sostegno della NATO ai gruppi taqfiri, strombazzarne le avanzate ed ignorare le controffensive dell’esercito siriano. In realtà, i terroristi filo-occidentali non hanno compiuto alcun progresso strategico con una marea di combattenti stranieri che li aiuta ad occupare parte di Aleppo da metà 2012.

Perché la Siria vince: avanza verso una vittoria strategica che trasformerà il Medio Oriente | Aurora.

Resistenza quotidiana.: Venite a vedere, comprendere e supportare questa rivoluzione!

Con questo appello invitiamo singoli, organizzazioni, collettivi a partecipare alla nostra lotta di liberazione, liberazione non solo dei curdi per la propria terra, ma in primo luogo liberazione dal potere dello Stato e del capitalismo. Vi invitiamo a venire in Rojava, cantone di Cizire.

Il Rojava è un pezzo di terra in buona parte liberato dalla presenza dell’ISIS ma sotto embargo: un embargo portato avanti contro di noi non solo dalla Turchia ma anche dal Kurdistan iracheno, che non apprezza il modello di società differente che stiamo mettendo in pratica. Questo embargo ha effetti sulla scarsità di generi di prima necessità, ma soprattutto sulla carenza di medicine e attrezzature mediche necessarie per curare i feriti. Ci sono anche migliaia di martiri, di persone ammazzate dalla guerra: in molti hanno perso la famiglia e la casa.

viaResistenza quotidiana.: Venite a vedere, comprendere e supportare questa rivoluzione!.

Fermare la guerra e la distruzione di Siria, Iraq e Yemen

TRE ASSOCIAZIONI FIRMANO UN APPELLO CONTRO LA DISTRUZIONE DI SIRIA, IRAQ E MEDIORIENTE

L’urgenza è assoluta. L’avanzata mortale del sedicente Stato islamico e di altri gruppi fanatici in Siria e Iraq – ma anche in Yemen – può finire di uccidere il Medioriente ed è il frutto della complicità e cecità dei paesi Nato e delle petromonarchie loro alleate. Il documento che segue, firmato da tre organizzazioni di attivisti e fondato su fatti inequivocabili, intende lanciare l’allarme. Si rivolge a tutti. Tutti possono agire. Basta con l’inerzia degli ultimi anni. I popoli e i movimenti devono far pressione sui governi coinvolti in questa immane tragedia affinché si dissocino e boicottino chi l’ha provocata e ne è tuttora complice diretto o indiretto. Ma ci rivolgiamo anche ai paesi non occidentali (popoli e governi), affinché prendano in mano la situazione, isolando appunto i responsabili diretti e indiretti. (Marinella Correggia).

Dunque l’Occidente vuole che l’Isis prenda Siria, Iraq, Yemen…?  L’evidente incapacità della sedicente “coalizione internazionale anti-Isis” di fronte all’avanzata di terroristi – non solo Isis – in Siria e Iraq è forse frutto di una strategia? Il ministro Alfano ha detto in Parlamento: “Facciamo parte della grande comunità occidentale che combatte al meglio il terrorismo”. Doveva dire: “La comunità occidentale che aiuta al meglio il terrorismo”.

Perché in Iraq a Ramadi nella provincia di Anbar la sedicente coalizione anti-Isis non è riuscita a fermare con bombardamenti aerei una visibilissima e isolata colonna motorizzata di terroristi armati nel deserto iracheno? Come mai gli Usa hanno intimato giorni fa al governo iracheno di respingere nelle retrovie le milizie sciite anti-Isis, e lo stesso è accaduto a Tikrit?

Come mai l’Italia non vede quel che sta succedendo a Palmira e in tante altre parti della Siria dove l’avanzata dei terroristi lascia una scia di assassini settari? Come mai non vede che se le forze jihadiste prenderanno il paese, la mattanza in corso si estenderà dappertutto assumendo dimensioni inimmaginabili di vendetta settaria e catastrofe umanitaria? Presto non ci sarà un luogo dove fuggire. L’unica forza residua che può contrastare questa funesta prospettiva è il governo e l’esercito siriano, in grave difficoltà per la mancanza di rifornimenti e – ormai – la scarsità di uomini. Quindi esortiamo i governi coinvolti a far prevalere la ragione. Mettere da parte ogni considerazione di natura politica e salvaguardare la vita umana: il pericolo che incombe non è solo un pericolo per i siriani, è un pericolo per tutti, è il pericolo che diciamo a parole di voler fronteggiare anche nei nostri paesi. Bisogna togliere dall’agenda l’obiettivo di rovesciare il governo siriano.

Perché invece l’Occidente lavora per indebolire l’esercito siriano, avversario dell’Isis, addestrando i gruppi armati islamisti – lo fanno gli Usa in Turchia e Giordania con la coalizione di salafiti, al Nusra, Fratelli musulmani detta Esercito della Conquista che controlla Idlib?

Perché l’Italia e i paesi occidentali non interrompono le collusioni dirette e indirette che favoriscono l’avanzata delle forze jihadiste in Siria e Iraq, dove diversi membri della sedicente coalizione anti-Isis (Arabia saudita, Turchia, Qatar, Stati uniti) continuano ad appoggiare – violando oltretutto il diritto internazionale l’avanzata di gruppi terroristi rifornendoli di armi e denaro, facendoli passare attraverso le frontiere, addestrandoli? Del resto da documenti statunitensi de-secretati, questa strategia in funzione antiAssad era già portata avanti dall’Intelligence Defence Agency nel 2012

Perché il sedicente “Gruppo di lavoro per il contrasto al finanziamento dello Stato islamico” presieduto da Arabia Saudita, Italia e Stati uniti non fa nulla?  Doveva contrastare lo sfruttamento delle risorse della regione (petrolio, beni archeologici, depositi bancari trafugati), interrompere il flusso di fondi dall’estero (donazioni o riscatti). In due mesi ha forse fatto il contrario? L’Isis ottiene quel che vuole ed “esporta” petrolio. A chi?

Perché l’Italia ha come primo acquirente di armi l’impresentabile Arabia saudita con il rischio che i sauditi regalino armi italiane all’Isis o ad altri gruppi terroristi?  Secondo lo stesso ex ambasciatore statunitense in Siria Robert Ford, ha praticamente fondato – con consenso Usa – l’Isis nella regione per destabilizzare Siria e Iraq, alleati dell’Iran.

Perché l’Italia non si è opposta ai bombardamenti dell’Arabia saudita sullo Yemen che hanno causato moltissimi morti civili e danni enormi in un paese povero, favorendo al Qaeda? Perché l’Italia continua a essere complice della distruzione di interi paesi?

Perché la sedicente Coalizione anti-Daesh raduna i padrini di tutte le al Qaede, Stati che hanno alimentato, protetto, foraggiato, politicamente agevolato i gruppi terroristi? Prima con la guerra di Bush in Iraq. Poi con la guerra della Nato in Libia nella quale la Nato fece da aviazione a gruppi estremisti poi migrati nell’Isis . Poi con il sostegno a “ribelli” siriani.

Firmato: Rete No War, Coordinamento nazionale SiriaPax, Assadakah Centro italo-arabo e del Mediterraneo

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Sugli ultimi avvenimenti all’Università La Sapienza, tra ingerenze e disinformazione

I compagni italiani ed arabi residenti a Roma denunciano il crescente clima di repressione venutosi a creare negli ultimi mesi in città rispetto a tutte le manifestazioni di solidarietà e sostegno alla causa palestinese.

Abbiamo assistito ad ingerenze, senza precedenti storici, da parte dell’ambasciata israeliana mobilitatasi con il fine di impedire e/o vietare il libero svolgimento di iniziative politiche su tema Palestina e Medio Oriente. Tale ostracismo ha addirittura riguardato la costruzione di dibattiti all’interno di Istituti pubblici di formazione, quali Università e scuole medie superiori. La censura ha riguardato in particolar modo, e la selezione non è casuale, tutte le espressioni di vicinanza e di vera informazione sull’occupazione sionista e sull’aggressione imperialista che, da oltre quattro anni, flagella la popolazione siriana.

Negli atenei de La Sapienza e di Roma 3, iniziative già autorizzate dai vertici accademici sono state in tutta fretta cancellate e, nella migliore delle ipotesi, trasferite in spazi privati dove si sono svolte in un’atmosfera tutt’altro che serena. Al solo richiamo dell’ambasciata d’Israele i rettori si sono sentiti costretti, a dispetto di ogni protocollo diplomatico, a revocare le autorizzazioni a poche ore dall’inizio degli incontri pubblici (COMUNICATO: INGERENZA SIONISTA SU CAMPAGNA “NO EXPO NO ISRAELE”).

Forte è la preoccupazione e lo sdegno, a seguito di questi gravi episodi, provato da molti compagni e amici della Palestina, i quali non hanno voce all’interno dei media mainstream, informazione chiaramente assoldata a tempo pieno nell’incessante diffusione della propaganda sionista ed imperialista.

Ci troviamo a fronteggiare un attacco disonesto che purtroppo non si esaurisce nell’ostile, quanto prevedibile, atteggiamento dell’apparato sionista in Italia. Come se non bastasse, falsi amici della causa palestinese veicolano questa propaganda interventista, promuovendo iniziative che contribuiscono ad amplificare la visibilità di giornalisti e tecnici della menzogna.

Nella medesima Università in cui permane un effettivo divieto di costruire spazi reali di confronto sulle complesse dinamiche del mondo arabo, hanno viceversa ampia agibilità una serie di manovre volte a confondere, strumentalizzare e disinformare studenti e studentesse.

Il giorno 3 marzo sono comparsi nell’atrio del dipartimento di Fisica, Università de La Sapienza, tazebao che pubblicizzano una “Iniziativa sulla Rivoluzione Siriana” prevista per il prossimo 12 marzo nel medesimo dipartimento. Ad accompagnare la locandina, è stata esposta la bandiera del cosiddetto Esercito Libero Siriano. Lo sfoggio di tali simboli ha creato e crea un clima pesante, all’interno delle mura universitarie e non, in quanto riconosciamo in essi la mistificazione, dietro una parvenza “rivoluzionaria”, dell’aggressione imperialista alla Siria, alla quale il nostro paese collabora sia direttamente che indirettamente.

Non ritenendo più tollerabile tutto questo, dopo un pacato tentativo di confronto con gli organizzatori dell’iniziativa, abbiamo quindi sentito la necessità di rimuovere questi simboli dagli spazi universitari. La stessa sera abbiamo affisso dei manifesti all’interno della città universitaria, allo scopo di fare chiarezza sulla posizione della sinistra palestinese riguardo l’aggressione imperialista in Siria.

Nel nostro manifesto, a dimostrazione del sentimento di amicizia tra il popolo palestinese e il popolo siriano, abbiamo scelto di prendere in prestito le parole della compagna Leila Khaled: ”Sto gridando con quanto fiato ho in corpo: siamo con l’esercito siriano e il popolo della Siria. Abbiamo fiducia nel popolo siriano, che ha offerto protezione a noi palestinesi e ci accoglie nella sua terra da oltre sessanta anni. Siamo sicuri che riusciranno a sormontare questo problema”.

Una frase come quella espressa dalla compagna Leila non avrebbe potuto in alcun caso né sorprendere né indignare nessun sincero sostenitore della causa palestinese. Tuttavia, i manifesti sono stati imbrattati con puerili insulti. Evidentemente, il nostro intervento ha fatto cadere la maschera a chi si è mimetizzato troppo a lungo all’interno dell’ambiente della solidarietà internazionale.

Condannando il gesto offensivo, diretto alla sinistra palestinese e ad uno dei suoi più autorevoli membri, Leila Khaled, continueremo con tutte le nostre forze a sostenere la Verità e ad alimentare un sincero spirito internazionalista che è poi quello che ci distingue da chi, consapevolmente o meno, si fa strumento dell’imperialismo e della sua propaganda.

Chiamiamo ad un confronto i compagni e le compagne interessate il giorno lunedì 9 marzo, ore 16:00, davanti al vecchio edificio di Fisica, Università La Sapienza. Successivamente alla discussione verrà effettuato un nuovo attacchinaggio (di gruppo) per coprire le scritte volgari, riutilizzando il manifestino originario.

Compagni italiani e arabi residenti a Roma

Una prima risposta degli studenti e delle studentesse dell’Università La Sapienza

Il Comitato del Martire Ghassan Kanafani, in sinergia con l’Unione Studenti Arabi ed Italiani, raccogliendo il malcontento di studenti e studentesse riguardo i recenti avvenimenti all’Università La Sapienza (link), ha chiamato ieri, lunedì 9 marzo, ad un’assemblea ospitata all’interno del Dipartimento di Fisica.

Diverse sono state le realtà, singoli studenti e studentesse che hanno risposto all’appello, segno evidente di una comune volontà di reagire e di non concedere più spazio di manovra all’opportunismo ed alla disinformazione sui temi che abbiamo a cuore. Nel corso dell’incontro è stata rag