Il Rapporto annuale 2018 di Peace Now sugli insediamenti nei 10 anni del governo Netanyahu.

Nel 2018 la costruzione di nuovi insediamenti è stata del 9% al di sopra della media. 19.346 unità abitative sono state costruite nell’ultimo decennio sotto il PM Netanyahu Il 70% delle costruzione sono in “Insediamenti isolati” English version Peace Now – 14 maggio 2019 Immagine di copertina: Mappa della costruzione degli insediamenti durante il decennio di…

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La francese Alstom lascia la ferrovia dei coloni

Israele ha difficoltà a trovare aziende internazionali disposte ad espandere la ferrovia leggera di Gerusalemme, che collega i suoi insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata a Gerusalemme. (OzinOH) English version di Ali Abunimah, 13 maggio 2019 Due compagnie israeliane hanno inviato domenica una lettera al primo ministro Benjamin Netanyahu chiedendo una proroga urgente della scadenza per…

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Razzi lanciati da Gaza atterrano a Tel Aviv dopo aver eluso il sistema missilistico Iron Dome di Israele

Almeno due razzi lanciati dalla Striscia di Gaza assediata sono atterrati nella capitale israeliana Tel Aviv, eludendo il sistema missilistico Iron Dome per segnare l’ennesima imbarazzante sconfitta di una delle forze militari più costose del mondo. L’attacco di giovedì sera ha fatto scattare l’allarme missilistico in tutto il centro di Israele, hanno riferito i media…

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Come Israele manipola la lotta contro l’antisemitismo

Ciò che interessa al governo israeliano e a molti dei suoi sostenitori non è la lotta del tutto giustificata contro l’antisemitismo. Copertina – Benyamin Netanyahu alla commemorazione della retata del Velodromo d’hivèr, 16 luglio 2017.

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Putin fa pagare a Netanyahu la morte degli aviatori russi ospitando Hamas e premendo per la ricomposizione del fronte della Resistenza palestinese!

Una delegazione del Movimento Palestinese di Resistenza Hamas é stata accolta ieri sera con tutti gli onori nella capitale russa. Hamas è determinato a cercare una via d’uscita dall’attuale situazione palestinese, ha detto al suo arrivo il membro dell’Ufficio politico di Hamas, Mousa Abu Marzouq. In un comunicato stampa, Abu Marzouq ha aggiunto che la…

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“Qualcuno ha ingannato Netanyahu sulle armi atomiche dell’Iran”

Qualcuno ha ingannato Netanyahu sulle armi atomiche dell'Iran

Il corrispondente della rete Euronews in Iran ha deciso di guardare oltre le porte dell’edificio che, secondo Israele, è un impianto nucleare segreto.

Il primo ministro del regime israeliano, Benjamin Netanyahu, nel suo discorso tenuto giovedì scorso davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA), ha dichiarato che l’Iran ha un “deposito segreto” in cui è depositato “una quantità enorme di attrezzature e materiali per il programma segreto di armi nucleari “, mentre mostrava alcuni poster con una mappa e una fotografia di un edificio dall’aspetto innocuo, con il nome “Turquzabad”.

I social network sono stati inondati da battute di utenti iraniani su questa località, essendo Turquzabad (che esiste nei pressi della capitale iraniana, Teheran) uno dei nomi che sono menzionati in Persiano, scherzosamente, in una località remota o , senza importanza e sottosviluppato. Molti hanno suggerito che qualcuno avesse giocato un trucco ai servizi segreti israeliani.

Ecco perché il corrispondente di Euronews in Iran ha deciso di guardare oltre le porte della suddetta installazione e vedere cosa c’è veramente dentro.

Il giornalista afferma che l’edificio non ha un sistema di sicurezza avanzato, come dovrebbe essere il caso di ospitare un impianto nucleare segreto, e che ha visto solo poche telecamere.

“Qualcuno deve aver ingannato Netanyahu (…) di recente hanno tagliato l’acqua all’edificio per debiti. Chi crederebbe che la bomba atomica sia prodotta qui?” ha raccontato uno dei residenti nel pressi della fantomatica installazione nucleare

Secondo un’altra persona intervistata sul posto, Israele presenta tali accuse in modo che il mondo smetta di concentrarsi su altre cose. Questo regime sa che le persone sono sottoposte a una grande pressione economica ed è per questo che cerca di distogliere l’attenzione e incoraggiare un cambio di sistema nella Repubblica Islamica, ha aggiunto.

Fonte: Euronews
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Comunità ebraiche con la memoria di Netanyahu

di Moni Ovadia

La pantomima delle comunità ebraiche (di Roma e non solo) che non partecipano alla Manifestazione unitaria del 25 aprile, giorno della liberazione dal nazifascismo, si ripete mestamente. Uguale il gesto sdegnato, uguale la delirante motivazione.

E la delirante motivazione è che «nella manifestazione sfilano le bandiere di coloro che settanta anni fa furono alleati dei carnefici nazisti». Quali? Quelle dei risorgenti partiti neonazisti est europei polacchi, ungheresi, ucraini?

No, quelle dei palestinesi, che secondo la pagliaccesca propaganda di Benjamin Netanyahu avrebbero convinto il «mansueto» Führer Adolf Hitler, contro la sua volontà e disponibilità verso gli ebrei, a sterminarne invece sei milioni.

Anche 500.000 Rom e Sinti, tre milioni di slavi, decine di migliaia di disabili (inferiori rispetto alla «razza pura»), di antifascisti, migliaia di omosessuali, testimoni di Geova e di socialmente emarginati, senza dimenticare milioni e milioni di civili sovietici. Ma costoro poco interessano ai dirigenti delle comunità ebraiche. Che accetterebbero volentieri i vessilli di ogni altro popolo oppresso che volesse sfilare nelle manifestazioni del 25 aprile per rivendicare i propri diritti. Ma i palestinesi no! E perché no? Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista del premier israeliano Netanyahu.

Che in alleanza con i peggiori fanatici religiosi intende far sparire i palestinesi in quanto popolo e nazione, per dare legittimità alla grande Israele fondata sul logoro mitologema della «Terra promessa» e poi ridurli in minuscoli bantustan concessi dall’effendi israeliano.

Ho già scritto a questo proposito, proprio sul manifesto in occasione della stessa manifestazione dello scorso anno.

Ma in questo anniversario vorrei aprire una prospettiva altra. Gli organizzatori dell’evento del 25 aprile dovrebbero disinteressarsi delle decisioni della comunità ebraica di Roma o di altre comunità ebraiche. Dichiarino la piena e naturale apertura alla partecipazione del mondo ebraico ma non si facciano condizionare da esso su chi debba partecipare o meno al corteo. Il 25 aprile è soprattutto e più di tutto il giorno degli antifascisti di qualsivoglia orientamento.

Le comunità dell’ebraismo siano le benvenute in quanto tali, ma se non tali e se si comportano da ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica nello stato di Israele, non hanno motivo di sfilare con l’antifascismo.

Un governo antifascista non opprimerebbe mai un altro popolo, non lo deprederebbe delle sue legittime risorse, non ruberebbe il futuro ai suoi figli, non colonizzerebbe le terre assegnategli dalla legalità internazionale come sistematicamente e perversamente fa il governo Netanyahu sorretto dal presidente americano Trump che si appresta all’affronto di spostare a est l’ambasciata Usa a Gerusalemme (occupata a Est).

E se qualcuno pensa che questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, «ebreo antisemita», si legga le dichiarazioni del presidente del Congresso Mondiale Ebraico, Ronald Lauder, ebreo americano aderente al partito repubblicano, pubblicate dal New York Times in questi giorni con questo titolo: Israel’s self inflicted wounds (le ferite autoinflitte di Israele), nel quale cui dopo una premessa fatta di dichiarazioni d’amore legittimo per Israele e captazio benevolentiae, condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi come suicidaria e invisa alla vasta maggioranza di ebrei della diaspora.

Alla faccia degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo.

( Fonte: Ilmanifesto.it )

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Gideon Levy: «Sì, Netanyahu, parliamo pure di pulizia etnica»

«Il numero dei coloni ora supera quello degli espulsi. Hanno invaso una terra che non era loro con l’appoggio dei vari governi israeliani e l’opposizione del mondo intero. Hanno brutalmente violato le leggi internazionali, che non sono minimamente rispettate in Israele. Hanno violato anche la legge israeliana, con l’appoggio di una magistratura assoggettata» scrive il giornalista israeliano su Ha’Aretz.

di Gideon Levy*   HaAretz

Roma, 22 settembre 2016, Nena News – Trasformare i coloni israeliani in vittime è l’atto d’impudenza più strabiliante da parte del primo ministro fino ad ora. L’unica pulizia etnica di massa che ha avuto luogo qui è stata nel 1948, quando circa 700.000 arabi sono stati obbligati a lasciare le loro terre. Israele ne sa qualcosa di pulizia etnica.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ne sa qualcosa di propaganda. Il video che ha postato venerdì dimostra entrambe le cose. Ecco la verità, ancora un’altra testimonianza della faccia tosta israeliana: l’evacuazione dei coloni dalla Cisgiordania (che non è mai avvenuta, e presumibilmente non avverrà mai) è pulizia etnica. Sì, lo Stato che ti ha portato la grande pulizia etnica del 1948, che non ha mai, in fondo al suo cuore, abbandonato il sogno dell’espulsione, e che non ha mai smesso di portare avanti metodicamente micro-espulsioni nella Valle del Giordano, nelle colline meridionali di Hebron, nella zona di Ma’aleh Adumim [grande colonia nei pressi di Gerusalemme est. Ndtr.] e anche nel Negev [zona meridionale di Israele, da cui vengono espulse le comunità beduine con cittadinanza israeliana. Ndtr.] – questo Stato chiama lo spostamento dei coloni pulizia etnica.

Questo Stato paragona gli invasori dei territori occupati ai figli della terra che si aggrappano alle loro terre e case. Netanyahu ha dimostrato ancora una volta di essere quello vero, il più autentico rappresentante della “israelicità”, che ha creato una realtà tutta sua: trasformare la notte in giorno, senza vergogna e senza alcun senso di colpa, senza inibizioni. In Israele molta gente, forse la maggioranza, lo prenderà per buono. I coloni della Striscia di Gaza sono diventati “espulsi”, la loro evacuazione una “deportazione”. Non solo è legittimato un atto aggressivo e violento – la colonizzazione -, ma i suoi attori sono vittime. Gli ebrei sono vittime. Sempre gli ebrei, solo gli ebrei. Un primo ministro israeliano meno sfrontato ed arrogante di Netanyahu non oserebbe pronunciare il termine “pulizia etnica”, per via della trave nel suo stesso occhio. Poche campagne di propaganda oserebbero arrivare così lontano. Eppure ogni tanto la realtà si intromette. E la realtà è affilata come un rasoio.

L’unica pulizia etnica di massa che ha avuto luogo qui è stata nel 1948. Circa 700.000 esseri umani, la maggioranza, sono stati obbligati a lasciare le loro case, le loro proprietà, i loro villaggi e le terre che sono state loro per secoli. Alcuni sono stati espulsi con la forza, fatti salire su dei camion e portati via; alcuni sono stati intenzionalmente spaventati perché scappassero; altri ancora se ne andarono, forse senza ragione. Non gli è mai stato consentito di tornare, tranne pochi, anche solo per ricuperare le loro cose. Non poter tornare è stato ancora peggio che essere espulsi.

Ciò prova che la pulizia etnica è stata intenzionale. Non è rimasta neanche una comunità araba tra Jaffa e Gaza, e tutte le altre aree sono sfregiate dai resti di villaggi, le vestigia della vita. Questa è una pulizia etnica – non c’è altro termine per definirla. Più di 400 villaggi e cittadine sono stati spazzati via dalla faccia della terra, le loro rovine coperte da comunità ebraiche, foreste e bugie. La verità è stata celata dagli ebrei israeliani e ai discendenti dei deportati è stato vietato di commemorarli – né un monumento né una lapide, per parafrasare Eugeny Yevtushenko.

Il numero dei coloni ora supera quello degli espulsi. Hanno invaso una terra che non era loro, con l’appoggio dei vari governi israeliani e l’opposizione del mondo intero, e sapevano che la loro impresa era costruita sul ghiaccio. Loro e i governi israeliani non solo hanno brutalmente violato le leggi internazionali, che non sono minimamente rispettate in Israele. Hanno violato anche la legge israeliana, con l’appoggio di una magistratura assoggettata. Il furto di terra è anche una violazione della legge messa in pratica in Israele e nei territori. Quando israeliani, e il resto del mondo, hanno cominciato ad abituarsi a questa situazione, ad accettarla come inevitabile, salta fuori il primo ministro e alza il livello della sua sfacciataggine: i coloni sono in realtà vittime.

Non quelli che loro hanno espulso, non quelli che hanno spogliato della loro terra. Nella realtà, secondo Netanyahu, i coloni che hanno costruito con il proposito di escludere un compromesso con i palestinesi non sono un ostacolo, e lui li equipara ai”she’erit haplita” – ciò che resta dei palestinesi che sono rimasti in Israele, per prendere in prestito un termine da ciò che è restato dopo l’Olocausto.

Il linguaggio può essere distorto per qualunque scopo, propaganda per ogni perversione morale. Addio, realtà, qui tu non conti più niente

* (Traduzione di Amedeo Rossi)

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Netanyahu è “l’uomo giusto” per parlare dell’Iran davanti al Congresso

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Tedesco

Netanyahu è “l’uomo giusto” per parlare dell’Iran davanti al Congresso
Il premier israeliano durante una conferenza (Foto di Promosaik)

Global Research, 3 marzo 2015

Prof. Yakov M. Rabkin, professore di storia all’università di Montreal

Il premier israeliano è perfettamente adatto per spiegare al Congresso il presunto pericolo del potere nucleare iraniano. Dopo tutto, è stato Israele insieme ai suoi alleati di Washington ad inventare questa questione fin dall’inizio. Ora tocca a Netanyahu tentare di dar credito a quell’affermazione, sebbene persino i servizi segreti americani, europei e israeliani non siano d’accordo sul fatto che l’Iran starebbe cercando di produrre armi nucleari. Alcuni forse si ricordano che le asserzioni secondo cui l’Iraq possederebbe armi di distruzione di massa erano provenute in gran parte dalle stesse fonti, vicine al partito israeliano di destra Likud.

Il lavoro di lobby del partito Likud ha fomentato in modo determinante la campagna contro l’Iran. Infatti, in occasione dell’incontro dell’AIPAC nella primavera del 2006, l’Iran è stato particolarmente preso di mira, grandi schermi che alternavano immagini di Adolf Hitler che denunciava gli ebrei e poi del Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad che minacciava di “cancellare Israele dalla faccia della terra”. Lo show terminava con uno sbiadito augurio post-olocausto “mai più”. In pochi mesi la lobby ha distribuito ben 13.000 cartelle stampa solo tra i giornalisti statunitensi per fissare bene nelle teste dei media queste immagini cariche di pathos.

I leader iraniani sono stati continuamente raffigurati come gente che nega l’olocausto e che minaccia di cancellare Israele dalla faccia della terra. Queste due affermazioni sono state pubblicate in migliaia di giornali: l’Iran è uno stato ambiguo e una minaccia per la pace mondiale. Sono state persino usate per imporre le sanzioni occidentali contro l’Iran che avrebbe tentato di produrre armi nucleari. Milioni di iraniani soffrono a causa di queste sanzioni e ancora più persone in Iran soffrirebbero un intervento militare che per Tel Aviv e Washington non è ancora escluso. Ecco perché si devono analizzare in dettaglio queste affermazioni secondo cui i governanti iraniani sarebbero degli antisemiti accaniti.
La questione del programma nucleare iraniano richiede un’analisi razionale. La correlazione tra Israele/sionismo ed ebrei/ebraismo ha soffocato da tempo il dibattito razionale sul Medio Oriente. I critici di Israele, ebrei e non, vengono regolarmente accusati di antisemitismo. Tali accuse hanno iniziato a influenzare ampiamente le relazioni internazionali. E la “bomba atomica iraniana” ne è un esempio. Netanyahu giunge a Washington, fingendo di parlare nel nome del popolo ebraico mondiale invece che quale rappresentante eletto dai cittadini di Israele, un terzo dei quali non sono neppure ebrei.

La negazione dell’olocausto

Tra i partecipanti alla conferenza internazionale sull’Olocausto, organizzata dall’ex-presidente iraniano quasi dieci anni fa, figuravano alcuni noti “negatori” dell’Olocausto e anche un gruppetto di ebrei ortodossi in abiti neri che raccontavano del massacro nazista contro i loro parenti. È di poco interesse pratico dibattere sul fatto se Ahmadinejad neghi la veridicità dell’Olocausto o meno, visto che oramai non detiene più il potere. Ma ci si potrebbe meravigliare per quale motivo tendiamo a considerare la negazione dell’Olocausto una questione talmente grave. Infatti, un “negatore” del massacro di centinaia di migliaia di ebrei in Ucraina nel 17esimo secolo o dell’espulsione degli ebrei dalla Spagna nel 15esimo passerebbe quasi del tutto inosservato. A rendere unico l’Olocausto, non sono solo la sua immediatezza e la sua ampiezza, ma anche le manipolazioni sioniste della sua memoria.
I leader iraniani non erano stati i primi a denunciare il prezzo che l’establishment israeliano ha estorto ai palestinesi (musulmani, cristiani e anche alcuni ebrei), costretti a pagare per un crimine commesso in Europa, da nazisti europei, contro ebrei europei. Per quanto possa valere quest’obiezione, essa non equivale ad una negazione dell’Olocausto, ma piuttosto ad un’obiezione contro l’uso di questa tragedia quale mezzo di legittimazione del fatto che il sionismo e Israele continuino ad espropriare i palestinesi.
Secondo Moshe Zimmermann, professore di storia tedesca e noto intellettuale israeliano, “la shoah viene spesso strumentalizzata. Cinicamente si può dire che la shoah è uno tra gli oggetti più utili per manipolare il pubblico e in particolare il popolo ebraico in Israele e all’estero. Nella politica israeliana la shoah viene usata per dimostrare che un ebreo disarmato equivale ad un ebreo morto”.

Gli usi politici del genocidio nazista sono comuni. Secondo l’ex ministro dell’educazione israeliano “l’olocausto non è una follia nazionale accaduta nel passato e ormai trascorsa, ma un’ideologia ancora presente, in quanto ancora oggi potrebbe succedere che il mondo legittimi dei crimini contro di noi”. Oltre a fornire a Israele una ragion d’essere alquanto persuasiva, l’olocausto ha anche dimostrato di essere un mezzo potente per sostenere Israele. Un parlamentare israeliano l’ha posta in questi termini diretti:

“Persino i migliori amici del popolo ebraico evitarono di offrire sostegno agli ebrei europei e volsero le spalle ai camini dei campi di sterminio … per questo tutto il mondo libero, in particolare in quest’epoca, deve dimostrare pentimento … offrendo sostegno diplomatico, difensivo ed economico a Israele”.

L’industria dell’olocausto di Norman Finkelstein documenta ampliamente come la memoria del genocidio nazista possa essere sfruttata a fini politici. Per decenni, l’olocausto ha svolto la funzione di strumento di persuasione nelle mani della politica estera israeliana al fine di soffocare qualsiasi critica e creare simpatia verso uno stato che si traveste dall’eroe collettivo di sei milioni di vittime. Netanyahu, nei suoi dibattiti pubblici sull’Iran, invoca regolarmente l’olocausto. Asserisce che l’ipotetica bomba atomica iraniana costituisca “una minaccia esistenziale”. Inoltre, in una conclusione priva di senso chiama Israele “l’unico luogo sicuro per gli ebrei”. All’indomani dei recenti attentati contro cittadini di origine ebraica a Parigi o Copenaghen, Netanyahu ha nuovamente invitato gli ebrei europei a lasciare i loro paesi per trasferirsi in Israele, loro “vera patria”. Le sue invettive su un “olocausto nucleare” sul fronte iraniano hanno gioco facile presso i suoi sostenitori, ma è difficile che rappresentino un’argomentazione razionale di politica estera.

Eliminare Israele dalla faccia della terra

Tanto inchiostro è stato versato anche su un’altra affermazione, secondo la quale l’Iran avrebbe dichiarato la propria intenzione di “eliminare Israele dalla faccia della terra”. Juan Cole e altri hanno dimostrato che si trattava di un errore di traduzione e che la parola “faccia della terra e/o carta geografica” non figurava nell’originale. Infatti si tratta di una citazione da una delle vecchie invettive anti-sioniste dell’Ayatollah Khomeini: Esrâ’il bâyad az sahneyeh roozégâr mahv shavad, che tradotta significa “Israele deve sparire dalla pagina del tempo”. Dopo questa storia inventata sulla “cancellazione di Israele dalla faccia della terra”, queste parole iniziarono a fare il giro del mondo, martellando per bene l’opinione pubblica. Infatti gli istigatori sionisti della campagna contro l’Iran le hanno usate fino alla noia. Un rapporto pubblicato di recente sull’Iran da parte del Centro degli Affari Pubblici di Gerusalemme, una fabbrica di pensiero sionista particolarmente attiva nella conduzione della campagna contro l’Iran, traduce correttamente la citazione di Khomeini, ma insiste comunque sul fatto che si tratti di un incitamento al “genocidio”. Quest’ultimo è diventato il termine favorito nelle recenti pubblicazioni sioniste: lo stesso rapporto fa riferimento al “genocidio fallito del 1948 da parte di diversi stati arabi e dei palestinesi contro Israele”.

I leader iraniani invece hanno ripetutamente richiesto di risolvere i problemi del mondo, inclusa la questione palestinese, con il dialogo. Hanno proposto tra l’altro “un referendum libero per istituire un governo basato sulla volontà della nazione palestinese, inclusi ebrei, cristiani e musulmani, in cui tutti abbiano diritto di voto”.

Nessuna di queste proposte sembra prevedere un intervento militare e non può essere interpretata come “minaccia esistenziale”. Ecco perché allora nei media comuni non interessa a nessuno: infatti le affermazioni moderate provenienti da Teheran non vale la pena pubblicarle.

I leader iraniani hanno anche affermato che “il regime sionista sarà eliminato quanto prima, come l’Unione Sovietica, e che l’umanità otterrà presto la libertà”. Come l’Unione Sovietica è stata disintegrata in modo pacifico, allo stesso modo anche Israele scomparirà in modo pacifico, cedendo al peso delle proprie contraddizioni interne. Visto che l’Unione Sovietica non è stata cancellata da una pioggia di bombe atomiche, l’Iran non suggerisce l’uso della forza neppure per smantellare Israele. Inoltre non avrebbe alcun senso vista l’estrema superiorità militare israeliana quale unica potenza nucleare regionale.

La richiesta di porre termine al sionismo non significa la distruzione di Israele e della sua popolazione. Secondo Jonathan Steel del Guardian non si tratta che di un “vago desiderio futuro”. Questo desiderio equivale ad una preghiera per “uno smantellamento pacifico dello stato sionista”, pronunciata regolarmente dai membri del gruppo antisionista ebraico Neturei Karta. Infatti la liturgia ebraica abbonda di prese di posizione alquanto aggressive nei confronti di chi non riconosce Dio o commette il male. Ad esempio nei servizi delle festività principali noi ebrei recitiamo la frase u’malkhut ha’rishaa kula ke’ashan tikhleh (e che il regno del male scompaia come il fumo). Il significato letterale significa annichilire o distruggere un intero paese, ma il vero significato di “regno del male” significa che ogni azione nefasta in ogni luogo verrà eliminata. Non si parla dunque di una persona in particolare e neppure di migliaia di persone innocenti.

Anche se milioni di ebrei recitano questa invocazione ogni anno, questo non significa la guerra atomica. Ma se volessimo demonizzare gli ebrei, potremmo usare quest’invocazione e trasformarla in un’accusa infondata secondo cui gli ebrei vorrebbero distruggere interi paesi. Alcuni israeliani laici hanno interpretato questa preghiera tradizionale quale invocazione alla distruzione della maggioranza secolare della popolazione ebraica in Israele. Per questo la tradizione ebraica rifiuta le interpretazioni letterali dei testi sacri e si rifà a quelle dei rabbini, anche se a volte molto inverosimili. I rabbini ad esempio interpretano unanimamente il principio biblico “occhio per occhio” quale obbligo di pagare una compensazione monetaria per salvare l’occhio del reo. La preghiera liturgica ebraica menzionata è un esempio di retorica religiosa basata su metafore espressive che si riferiscono a un desiderio di vedere un mondo senza il male.

Per ritornare alla nostra tematica principale: sono ormai passati oltre trecento anni dall’ultima volta che l’Iran ha attaccato un altro paese, cosa che non si può dire di Israele e degli Stati Uniti. Considerare l’Iran meno responsabile di Israele di cui si sa per certo che possiede armi nucleari sembra un residuo incoerente della mentalità coloniale.

Inoltre l’Iran combatte attivamente gli estremisti dello “Stato Islamico” che giustifica le proprie atrocità servendosi di interpretazioni letterali del Corano. Gli ebrei in Iran continuano a praticare l’ebraismo senza essere disturbati dalle autorità iraniane e desiderano continuare a vivere nel paese in cui hanno vissuto per millenni, e questo mentre la maggior parte dei leader iraniani anti-sionisti ha dichiarato di non essere anti-semita. Infatti se fossero state antisemite, le autorità iraniane avrebbero perseguitato gli ebrei locali, invece di provocare la potenza nucleare israeliana.

La pretesa di Netanyahu di parlare “nel nome di tutti gli ebrei” mette in pericolo gli ebrei, e soprattutto quelli iraniani. Alcuni sionisti comunque rimangono imperterriti e rimproverano persino gli ebrei iraniani per non essere emigrati in Israele da tempo. Questo atteggiamento espone la forse più antica comunità ebraica del mondo musulmano, visto che ovviamente la ragione di stato israeliana spesso prevale sul benessere e sulla sopravvivenza concreta delle comunità ebraiche. I sionisti considerano gli ebrei che vivono al di fuori di Israele quale potenziali immigrati o beni provvisori per promuovere gli interessi israeliani.

Dissenso ebraico

Il discorso di Netanyahu al congresso statunitense e la sua attuale campagna contro l’Iran hanno causato profonde divisioni tra gli ebrei che sostengono incondizionatamente Israele e quelli che rifiutano o mettono in dubbio il sionismo e l’agire dello stato israeliano. Il dibattito pubblico sulla posizione di Israele all’interno della continuità ebraica è diventato aperto e franco, non solo in Israele, ma anche all’estero. Molti vedono il futuro dello stato di Israele quale uno stato di cittadini, ebrei, musulmani, cristiani ed atei, più che di uno stato basato e gestito nel nome dell’ebraismo mondiale.

Mentre sono pochi gli ebrei a meravigliarsi pubblicamente del fatto se lo stato di Israele, cronicamente insicuro, “sia veramente un bene per gli ebrei”, molti di più disapprovano che il sionismo distrugga i valori morali ebraici e metta a repentaglio gli ebrei sia in Israele sia all’estero. Ad esempio il film Munich di Steven Spielberg focalizza in modo decisivo sul costo morale dell’affidamento cronico di Israele alla forza. In una scena, un membro dell’unità israeliana di picchiatori, che cacciano gli attivisti palestinesi della diaspora, rimane disgustato e proclama: “Siamo ebrei e gli ebrei non commettono il male perché i nostri nemici lo fanno… siamo ritenuti virtuosi. E questa è una bella cosa. È essere ebrei…” Mentre Schindler’s List indaga le minacce alla sopravvivenza fisica degli ebrei, Munich espone le minacce alla loro sopravvivenza spirituale. Chiaro che i sostenitori del Likud in America hanno ettato gango sul regista ebreo e sul suo film ancora prima che uscisse nei cinema. Hanno diffamato anche diversi libri pubblicati di recente (Prophets Outcast, Wrestling with Zion, Myths of Zionism, The Question of Zion) e incentrati sul conflitto di fondo tra sionismo e valori ebraici tradizionali. Il discorso di Netanyahu al Congresso ha profondamente lacerato questo conflitto intra-ebraico.

La lobby del Likud sostiene continuamente che gli ebrei che osano criticare Israele metterebbero a repentaglio il suo “diritto di esistere” e fomenterebbero dunque l’antisemitismo. Questo ha condotto alcuni ebrei britannici, canadesi e statunitensi famosi a prendere la parola nel contesto di un dibattito aperto su Israele nei media e persino nelle pubblicazioni conservatrici. La nota rivista pro-establishment Economist ha pubblicato un’indagine sullo “stato degli ebrei” e un editoriale indirizzato agli ebrei comuni della diaspora per farli superare l’atteggiamento tipico secondo cui “il mio paese ha sempre ragione, anche quando ha torto”, adottato da numerose organizzazioni ebraiche. Questo certamente intacca l’immagine degli ebrei quale gruppo riunito intorno alla bandiera israeliana.
L’impegno a favore dell’emancipazione ebraica dallo stato di Israele e la sua politica ha superato alcune vecchie dissidenze, creandone comunque anche delle nuove. Pertanto un critico ultraortodosso di Israele, che normalmente si oppone all’ebraismo riformista, si è complimentato con un rabbino riformista che aveva affermato:

“Se i sostenitori ebrei di Israele non si oppongono alla politica catastrofica che non garantisce la sicurezza dei suoi cittadini e neppure crea il clima appropriato in cui lavorare per una pace giusta con i palestinesi … poi stanno anche tradendo i valori ebraici millenari e agendo contro gli interessi israeliani a lungo termine”.

Molti ebrei e israeliani credono che la lobby del Likud, uno sforzo collettivo dei cristiani, ebrei, musulmani ed atei di destra, rappresenti la più grande minaccia per la sicurezza a lungo termine di Israele, visto che sostiene regolarmente i falchi di Israele, indebolendo invece gli israeliani che nella regione si impegnano per la riconciliazione. La lobby promuove anche l’antisemitismo visto che spesso viene considerata “ebraica”, dando dunque l’impressione errata secondo cui gli ebrei detterebbero la politica estera americana, spostandola verso destra. Infatti la maggior parte degli ebrei statunitensi ha votato Barak Obama. Mentre i leader israeliani attuali e i loro alleati in America continuano ad incitare il mondo contro l’Iran, diverse organizzazioni pacifiste in Israele e in diverse comunità della diaspora ebraica hanno rilasciato delle dichiarazioni che condannano la campagna anti-iraniana e il comportamento di Netanyahu.

Oggi, in assenza di stati arabi che rappresentino una minaccia militare per Israele, è l’Iran che gli israeliani vengono indotti a temere. E proprio vicino all’Iran, che ha affermato a più riprese di non aver alcuna intenzione di acquistare armi nucleari, si trova il Pakistan, un regime instabile con un forte movimento islamista, con fazioni di Al-Qaeda, e che possiede un arsenale nucleare non immaginario, ma reale. Anche se il Pakistan non ha minacciato Israele, le “minacce esistenziali” potrebbero non avere mai fine, se lo stato sionista andrà avanti per la sua strada, continuando a sfidare i popoli dell’intera regione, negando giustizia ai palestinesi.

Una precisazione

Le due accuse cariche di emotività rivolte all’Iran hanno dominato i media occidentali. Un’altra accusa secondo cui l’Iran avrebbe approvato una legge che costringerebbe gli ebrei a portare dei simboli di riconoscimento gialli è stata riportata dal Toronto National Post alcuni anni fa, rinforzando l’immagine dell’Iran quale nuova Germania nazista. Anche se l’articolo fu ritirato il giorno dopo, sono più le persone a ricordarsi della notizia che non della successiva smentita dal quotidiano, di propietà di canadesi impegnati nel Likud.
Quest’informazione errata sicuramente aiuta a preparare l’opinione pubblica a un intervento militare statunitense o israeliano contro l’Iran ricco di petrolio, un inquietante remake della paura delle illusorie armi di distruzione di massa irachene che hanno provocato un intervento militare gigantesco contro quel paese sfortunato, la cui popolazione aveva già sofferto per decenni a causa delle sanzioni occidentali. Saddam Hussein è stato debitamente ritratto come un’altra incarnazione di Hitler e di nuovo è stato invocato lo spettro dell’olocausto nucleare.

È Israele che presumibilmente possiede centinaia di armi nucleari e a differenza dell’Iran si rifiuta di firmare il Trattato di Non-Proliferazione Nucleare. L’Iran invece non ha mai dichiarato di essere intenzionato a produrre armi nucleari. Secondo noti esperti israeliani l’Iran non sarebbe in grado di acquistare una tale capacità nucleare-militare per 5-10 anni, e anche se l’acquisisse, l’Iran lo farebbe per proteggersi dalle incursioni israeliane e sicuramente non per attaccare Israele.

I leader iraniani vengono erroneamente visti come estremisti forsennati con poteri illimitati da cui aspettarsi delle azioni irrazionali. Ne segue che devono essere fermati ad ogni costo. Questo aspetto si è trasformato oramai in un mantra non solo per i politici israeliani di destra, ma anche per un retorico come Netanyahu – che disprezzando la Carta delle Nazioni Unite minaccia apertamente di attaccare l’Iran – e per alcuni politici americani che lo ammirano. Mentre la Casa   Bianca e gli esperti di politica estera e dei servizi segreti sanno che né Israele né gli Stati Uniti sono minacciati da un attacco iraniano, le loro argomentazioni razionali sembrano essere meno persuasive della retorica carica di pathos. Gli Stati Uniti hanno noti interessi geopolitici nel Golfo Persico, ma le accuse contro l’Iran basate sulla deliberata idetificazione di Israele con gli ebrei potrebbero distorcere il modo di fare politica estera a Washington.
Gli intellettuali apprezzano la precisione. E ai politici serve in ugual modo visto che da loro ci si aspetta un agire prudente e razionale. L’ingerenza di Netanyahu nella politica estera americana fa parte del suo tentativo a lungo termine di allineare gli interessi della grande potenza a quelli dello stato sionista. Per questo le sue argomentazioni vanno prese con le pinze e senza emozioni superflue che spesso oscurano le questioni riguardanti Israele e i suoi vicini. Per diversi anni le diplomazie estere si sono concentrate sul contenimento dell’intervento militare israeliano contro l’Iran. Israele allora aveva le mani libere per trattare i palestinesi con sostanziale impunità. La nuova “minaccia esistenziale” dell’arma di distruzione di massa ipotetica a Israele serviva da vera e propria “arma di distruzione di massa”. L’incredibile crescita dello Stato Islamico a livello grafico mostra che meccanismi possono innescare la demodernizzazione e la successiva disperazione in certe regioni del mondo. Basta citare l’esempio dell’Iraq, della Libia e della Siria, tutti e tre paesi soggetti a interventi militari esterni, e il seguente emergere dello Stato Islamico per capire che la destabilizzazione di un paese o di una regione ha conseguenze devastanti e di vasta portata. Il premier israeliano invoca la cosiddetta minaccia iraniana per rallentare o invertire la politica iraniana di modernizzazione. La forzata demodernizzazione dell’Iraq, della Siria e della Libia, i paesi più antichi e colti del mondo arabo, ha sicuramente giovato alla posizione strategica israeliana all’interno della regione. Netanyahu comunque ci dovrà spiegare come la demodernizzazione dell’Iran gioverà agli Stati Uniti.

Traduzione italiana: Dr. phil. Milena Rampoldi dell’associazione ProMosaik e.V.

thanks to: pressenza

A Message to All Jews Everywhere

A Message to All Jews Everywhere
From All Jews Everywhere

Our organization, All Jews Everywhere, wishes to voice our appreciation to Benjamin Netanyahu, Prime Minister of All Jews Everywhere, Inc., for speaking on behalf of the Chosen People before the Israel Funding Association (sometimes referred to as the U.S. Congress).

While we applaud Mr. Netanyahu’s invitation to members of Congress to emigrate to Israel, we advise him to drop that “coming home” theme. Bibi, Israel needs our Congress here to keep that spigot open and the funding flowing.

Many have suggested that Israel should finally relent and apply officially for U.S. statehood. However, we reject that notion, since Israel would then only be represented by two senators, as opposed to 100.

We are thrilled that Congress will be hosting this noted peace warrior. Bibi Netanyahu routinely provokes more standing ovations than the President of the United States when he addresses Congress. Fortunately, thus far, few self-hating Jews have been so petty as to criticize Mr. Netanyahu for actions he’s taken in his role as colonial administrator.

We are appreciative of the fact that, like most great leaders, Bibi has been able to negotiate many settlements. Some of those settlements are secured by walls, barbed wire, machine guns, helicopters, drones and tanks, and some argue that Israel is engaged in the oppression and ethnic cleansing of people living in Gaza and the West Bank. We beg to differ! The bulldozing of the houses of the families of 12-year-old terrorists throwing rocks at our tanks is essential in Prime Minister Netanyahu’s “Broken Windows: Eternal War for Eternal Peace” program, which of course requires U.S. aid to finance and maintain. Thus, All Jews Everywhere believes it is reasonable that Mr. Netanyahu is preparing to spend three full days in meetings with the executive committee of Congress — known locally as AIPAC.

We fully endorse Bibi’s cogent point that the problems between the so-called “Palestine” and Israel (whose right to exist as a Jewish state is biblically inscribed — thank you G-d for choosing us!) are caused by Iran. It is a known fact that all the problems in the world are a direct result of that rogue nation’s undeclared nuclear ambitions, which pose a serious threat to Israel’s monopoly of undeclared nuclear weapons.

Although secret cables from 2012 have just surfaced in which Mossad — Israel’s CIA counterpart — judged Iran incapable of manufacturing and deploying nuclear weapons, if the U.S. and its allies do not bomb Iran soon, there could be a war gap. As Mr. Netanyahu stated this week while touring Israeli military bases, “I will go to Washington to address the American Congress, because the American Congress is likely to be the final brake before the agreement between the major powers and Iran.” If too much time passes without war, the momentum for war, along with funding, will erode, threatening our way of life. Alarmed at such a possibility, we in the AJE endorse 2016 Presidential hopeful Hillary Clinton’s request to continue U.S. taxpayers’ annual outlay of $3.2 billion in outright gifts to Israel, plus another $9 billion in loan guarantees and funding for projects that provide jobs there as snipers and tank-operators.

All Jews Everywhere prays for G-d’s assistance in preventing the same methods used to privilege Jews in Israel from being applied by other countries to privilege them against Jews. We reject the anti-Zionist idea that a single humanitarian standard should be applied to all. Otherwise, where are the perks in being the chosen people? We do however suggest that Bibi exchange his camouflage yarmulka for a more conservative one, to keep open his direct pipeline to Adoshem. We worry whether Bibi’s desert camo kippah makes him invisible to G-d. How can G-d protect him, then, and by extension Eretz Yisrael?

“Money for occupations” or “Money for war”? America is wealthy enough to continue funding Israel’s occupations as well as its wars, and make them our own. Yes we can!

Next Year in Tehran!
AJE Executive Board

ENDS

thanks to: © Scoop Media