Fatah – Hamas : “accordo fatto”

 

 

Il capodelegazione di Fatah Azzam al Ahmad e uno dei leader di Hamas Musa Abu Marzouq (foto Reuters)

Il capodelegazione di Fatah Azzam al Ahmad e uno dei leader di Hamas Musa Abu Marzouq (foto Reuters)

Cairo, 12 ottobre 2017, Nena News Hamas e Fatah hanno raggiunto un accordo per la riconciliazione tra le due forze politiche divise da uno scontro che va avanti dal 2006 e culminato nel giugno 2007 con la presa del potere a Gaza da parte del movimento islamico. 

Ad annunciare l’intesa, senza fornire particolari, è stato il leader di Hamas Ismail Haniyeh“Fatah e Hamas hanno raggiunto un accordo all’alba  di oggi grazie alla mediazione egiziana”, ha dichiarato Haniyeh. Più tardi le due parti terranno una conferenza stampa al Cairo, dove si sono svolti i negoziati.

Martedì, all’apertura dei colloqui, il portavoce di Fatah Osama Qawasmeh aveva dichiarato che le trattative, sotto gli auspici della Direzione dell’intelligence egiziana, si sarebbero focalizzate sull’estensione dei poteri del governo dell’Autorità naizonale palestinese a Gaza. “Vogliamo estendere lo stato di diritto a Gaza come [è stato fatto] in Cisgiordania”, aveva precisato Qawasmeh.

Il processo di riconciliazione tra le due forze politiche è cominciato a settembre, dopo la decisione presa di Hamas di sciogliere, su pressante richiesta del presidente dell’Anp Abu Mazen,  il “Comitato amministrativo”, una sorta di governo parallelo di quello ufficiale palestinese, che aveva formato ad inizio anno.

Si attende di conoscere quale soluzione le due parti, con l’aiuto egiziano, hanno trovato alla questione più spinosa: il controllo di sicurezza di Gaza e il ruolo del braccio armato di Hamas, le “Brigate Ezzedin al Qassam”. Abu Mazen si è espresso in questi giorni contro la possibilità che alla milizia del movimento islamico venisse lasciato il controllo di sicurezza di Gaza e di poter conservare le sue armi. Hamas da parte sua ha escluso il disarmo delle “Brigate Ezzedin al Qassam” dicendosi però pronto a decidere assieme a Fatah quando usarle.

AGGIORNAMENTI

ORE 16 Usa escono dall’Unesco perché “filo-palestinese” 

Gli Stati Uniti usciranno dalla fine del 2018 dall’Unesco, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di educazione, scienza e cultura, perché la considerano filo-palestinese.  Nel notificare la decisione Washington ha sostenuto la “necessità di una fondamentale riforma dell’organizzazione per i suoi persistenti pregiudizi anti-Israele”.

ORE 15 Da dicembre controllo Gaza ad Autorità nazionale palestinese

Il governo egiziano ha comunicato che l’Autorità nazionale palestinese prenderà subito il pieno controllo della Striscia di Gaza. Hamas e Fatah, spiega il Caito, sono d’accordo di consentire al governo di unità nazionale assumersi la completa responsabilità della Striscia all’inizio del mese di dicembre.

ORE 13 – Abu Mazen conferma accordo con Hamas

Il presidente palestinese Abu Mazen ha confermato che con Hamas è stato raggiunto un “accordo decisivo” per la riconciliazione tra palestinesi. “Mi rallegro per l’accordo raggiunto tra Fatah e Hamas – ha detto Abu Mazen parlando da Ramallah -ho ricevuto un ampio rapporto dalla delegazione di Fatah e posso dire che quanto è stato concordato rappresenta davvero la fine della divisione”. L’accordo, tra i suoi punti, prevede il dispiegamento di 3.000 uomini della sicurezza dell’Anp nella Striscia di Gaza. Abu Mazen abolirà le sanzioni contro Hamas che aveva approvato la scorsa primavera.

ORE 10 Abu Mazen andrà a Gaza entro un mese

Il presidente palestinese Abu Mazen andrà a Gaza entro un mese. La notizia, che attende ancora una conferma ufficiale, è stata diffusa questa mattina prima della conferenza stampa in cui Hamas e Fatah annunceranno l’accordo raggiunto al Cairo di riconciliazione  e per la gestione di Gaza.  Tutte le forze politiche palestinesi avvieranno al più presto colloqui per giungere alla formazione di un governo di consenso nazionale entro le prossime due settimane.

ORE 9.00 -Armi e ruolo di “Ezzedin al Qassam” saranno discussi in una prossima sessione dei negoziati

L’accordo che si preparano ad annunciare e spiegare oggi in una conferenza stampa i leader di Hamas e Fatah riguarda aspetti della amministrazione civile dei territori palestinesi e della loro sicurezza interna . La questione delle armi e del ruolo del braccio armato di Hamas, le “Brigate Ezzedin al Qassam”, sarà affrontata in un negoziato successivo tra le due parti. Lo ha riferito il portavoce del movimento islamico palestinese Hazem Qassem.

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della redazione

thanks to: Nena News

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PALESTINA. Hamas: “Pronti ad un governo d’unità nazionale”

 

L’annuncio è stato fatto ieri sera dopo un vertice al Cairo con ufficiali dell’Intelligence egiziana. Il capo dello Shin Bet israeliano, intanto, annuncia: “La calma in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza è fragile”

Il leader di Hamas, Ismail Haniyeh

Il leader di Hamas, Ismail Haniyeh

di Roberto Prinzi

Roma, 12 settembre 2017, Nena News – Ennesima promessa effimera o qualcosa di più solido e reale? E’ la domanda che nasce spontanea dopo l’apertura ieri di Hamas ad una riconciliazione nazionale con i rivali di Fatah.

L’annuncio è arrivato in serata al termine di un vertice tenuto al Cairo tra una delegazione del movimento islamico (presente anche il suo leader Ismail Haniyeh) e alcuni ufficiali egiziani capeggiati dal ministro dell’Intelligence Khaled Fawzi. In un nota Hamas ha detto di essere pronto a firmare “immediatamente” un accordo con Fatah (il partito del presidente Abbas) e anche a sciogliere la sua commissione amministrativa formata a inizio anno. Una promessa, quest’ultima, di non poco conto: la commissione è infatti duramente criticata dall’Autorità palestinese (Ap) perché ritenuta un governo ombra del tutto indipendente da quello cisgiordano di Ramallah.

Ma le promesse di Hamas non finiscono qui: la leadership islamica ha infatti garantito al Cairo che sarà il nascituro governo di unità nazionale ad assumere il controllo della Striscia e ad indire le elezioni. A patto che, ha precisato, tutte le fazioni palestinesi potranno partecipare alla conferenza del Cairo che eleggerà l’esecutivo nazionale responsabile dell’amministrazione “dell’intero territorio palestinese”, o meglio, di quel che resta di Palestina (Striscia di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est).

Hamas, si legge ancora in una nota ufficiale, ha poi tranquillizzato gli egiziani: nella piccola enclave palestinese nessuno metterà a repentaglio la sicurezza dell’Egitto. Le aperture e le rassicurazioni di Hamas non sono frutto della buona volontà degli islamisti, ma figlie della necessità. Il movimento vive da tempo grosse difficoltà accentuate dalle recenti politiche draconiane dell’Ap contro la popolazione gazawi (taglio dei finanziamenti per gasolio, medicine, salari dei dipendenti pubblici ed ex prigionieri). Il tentativo (finora fallimentare) di Ramallah è palese: rendere sempre più difficili le condizioni di vita nella Striscia – già gravissime a causa del decennale blocco israeliano e, più recentemente, egiziano – nella speranza di una ribellione anti-Hamas da parte della popolazione locale.

La situazione di crisi sta portando Hamas a compiere vere e proprie piroette politiche: ha dapprima riallacciato i contatti con l’Iran interrotti (seppure mai del tutto) dopo aver sostenuto gli oppositori del presidente siriano Bashar al-Asad e le manovre regionali del Qatar. Non sorprende infatti che i toni conciliatori giungano proprio mentre perdura il boicottaggio del piccolo emirato da parte di alcuni stati arabi capeggiati dall’Arabia Saudita. Doha è stata per anni la città che ha ospitato il leader di Hamas Khaled Masha’al ricoprendo il vuoto un tempo occupato dall’asse sciita. Un alleato quanto mai scomodo in questa precisa congiuntura storica.

Recentemente il movimento islamico ha poi provato a migliorare le sue relazioni con il Cairo (tesissime dopo il golpe militare di al-Sisi nel 2013) smarcandosi prima dalla Fratellanza musulmana (“terroristi” per il governo egiziano) e poi aumentando i controlli al confine tra la Striscia e l’Egitto. L’obiettivo è chiaro: uscire dall’isolamento politico in cui versa il suo movimento alleviando le pene della sua popolazione intrappolata nella piccola enclave. Uno dei primi passi potrebbe essere l’apertura del valico di Rafah che potrebbe alleggerire l’asfissiante assedio israeliano.

Resta ora da capire quale sarà la risposta di Ramallah. I toni utilizzati ultimamente dall’Ap non sembrano essere incoraggianti: lo scorso mese Abbas aveva minacciato di prendere non meglio precisate “ulteriori misure” repressive contro Hamas (e quindi contro i gazawi) qualora quest’ultima non avesse rispettato le sue richieste. Fatah vuole essenzialmente tre cose: la fine della commissione amministrativa, la riconsegna del controllo dell’enclave di Gaza all’Autorità palestinese e lo svolgimento di elezioni presidenziali e legislative anche nella Striscia.

Che la situazione a Gaza, e più in generale nei Territori palestinesi, si stia facendo sempre più difficile lo sanno bene anche gli israeliani. Domenica, nel corso di un vertice con il gabinetto alla sicurezza, il capo del servizio di Intelligence interna dello stato ebraico (Shin Bet) Nadav Argaman ha detto che la relativa calma in Cisgiordania e nella Striscia è “fragile”. L’ufficiale ha posto l’attenzione sulla “Giudea e Samaria” (Cisgiordania) dove ha osservato come la sicurezza sia aleatoria perché c’è una “significativa” apprensione per “eventi di carattere religioso” e “un alto livello di allerta per [possibili] attacchi da parte di organizzazioni terroristiche e di singoli”.

Se in Cisgiordania però Argaman ha parlato di situazione “fragile”, per Gaza il capo dello Shin Bet ha preferito utilizzare l’espressione “calma ingannevole” osservando come anche il periodo che aveva preceduto l’offensiva israeliana su Gaza 3 anni fa era stato “il più tranquillo negli ultimi 30 anni”. Nonostante la crisi politica ed economica che si vive nella Striscia, Argaman ha però lanciato l’allarme: Hamas sta continuando a investire soldi in campo militare. “Anche ora il movimento è pronto ad un confronto con Israele”. Nena News

Roberto Prinzi è su Twitter @Robbamir

Sorgente: PALESTINA. Hamas: “Pronti ad un governo d’unità nazionale”

Analisi: La “doppia morale” israeliana sull’uso di scudi umani

336712CMa’an. Di Ben White. Nonostante gli ufficiali israeliani avessero sostenuto più volte che le fazioni palestinesi abbiano utilizzato scudi umani come mezzo di dissuasione, non ci sono prove che indicano che Hamas o altri gruppi si siano macchiati di tale crimine, così come inteso dalle leggi internazionali.
Anche se fossero stati utilizzati scudi umani, ciò non avrebbe autorizzato Israele a non attenersi alla legge. Ci sono innumerevoli prove che da parte di Israele non siano state adottate precauzioni sufficienti nel lanciare attacchi in prossimità di aree presiedute da non combattenti, e lo stesso esercito israeliano afferma che solo il 18% dei missili siano stati sparati da “mezzi civili”. Poiché la propaganda israeliana si basa unicamente su tale retorica, occorre sottolineare la scarsità di prove a supporto della tesi in merito all’utilizzo di scudi umani da parte dei palestinesi.

Al contrario, esiste un’ampia documentazione sull’utilizzo di scudi umani da parte delle forze armate israeliane nel corso di molti anni. Come riportato dall’ONG israeliana B’Tselem, durante la seconda Intifada, cominciata nel settembre del 2000, “i militari israeliani utilizzarono civili palestinesi come scudi umani” mettendo in pratica una “strategia delineata dalle autorità militari”. Secondo alcuni ufficiali l’esercito aveva fatto ricorso a scudi umani in 1200 occasioni nei cinque anni precedenti il 2005, anno in cui la Corte Suprema aveva dichiarato tale pratica assolutamente illecita. Ciononostante molti sono gli esempi documentati sull’uso di questa strategia anche dopo il 2005.

Nel novembre del 2006, alcuni soldati israeliani utilizzarono un uomo palestinese come scudo umano durante un’operazione militare a Betlemme. B’Tselem ha documentato almeno 14 casi in cui i militari hanno usato scudi umani, inclusi due bambini a Nablus.

Nell’ottobre del 2007, l’attuale vice capo delle forze armate, Yair Golan, dopo avere ordinato ai soldati di usare scudi umani, fu punito con un semplice rimprovero.
In un’altra occasione, quando due soldati israeliani furono condannati per l’utilizzo di scudi umani palestinesi durante un’ operazione chiamata “Cast Lead”, la pena fu di tre mesi di sospensione e una retrocessione di grado.

Talesorta di impunità fu fermamente condannata dal Comitato dell’ONU per i Diritti dei Bambini nel giugno del 2013, che in un rapporto citava 14 casi di bambini palestinesi usati come “scudi e informatori” dal gennaio 2010 alla fine di marzo 2013. Nonostante lo sdegno della comunità internazionale i militari israeliani non hanno abbandonato tale pratica: nell’aprile del 2013, alcuni soldati usarono un ragazzo ammanettato come scudo umano mentre sparavano su dei manifestanti nella Cisgiordania occupata, mentre nel giugno del 2014 alcuni militari costrinsero un membro di una famiglia a “scortarli” durante un raid presso una abitazione a Hebron.

Di sicuro tutte le accuse mosse dai portavoce israeliani contro le fazioni palestinesi- con prove inesistenti o parziali- hanno un loro parallelo nei crimini commessi dall’esercito israeliano, ampiamente documentati.

Utilizzo di case per operazioni militari? – L’esercito israeliano ha occupato numerose case palestinesi convertendole in avamposti militari, mentre i residenti venivano confinati in una stanza.

Camuffarsi da civili per commettere atti violenti? – Nel novembre del 2015, le forze di occupazione israeliane, camuffate da civili- uno addirittura nelle sembianze di una donna incinta su sedia a rotelle- durante un raid nell’ospedale di Hebron, uccisero un uomo a sangue freddo.

Le truppe israeliane usarono scudi umani anche durante l’invasione di Gaza. Nel giugno del 2006, per esempio, alcuni soldati a Beit Hanon trattennero sei civili, inclusi due bambini “all’ingresso di una stanza in cui si erano posizionati, per circa 12 ore” durante “un violento scontro a fuoco con i militanti palestinesi”.

Il rapporto Goldstone ha documentato altre casistiche del genere verificatesi durante l’operazione “Piombo Fuso” nella quale alcuni civili “furono bendati, ammanettati e costretti ad entrare nelle abitazioni precedendo i militari”. La commissione di inchiesta dell’ONU nel suo rapporto conclusivo ha riportato che “la pratica di utilizzare scudi umani palestinesi è stata adottata più volte” e che “non sarebbe difficile concludere che si tratti di una pratica adottata ripetutamente… durante le operazioni militari a Gaza”.
Non ha fatto eccezione l’operazione “Protective Edge” in merito all’utilizzo di tale pratica. In un documento emesso dall’organizzazione Defense for Children International Palestina, i soldati israeliani “hanno usato un diciassettenne palestinese come scudo umano per cinque giorni, tenendolo costantemente sotto tiro per costringerlo a cercare dei tunnel” e sottoponendolo ripetutamente a violenze fisiche. Il direttore dell’ONG, Rifat Kassis, ha fatto notare che “gli ufficiali israeliani hanno mosso accuse generiche contro Hamas ed il loro utilizzo di scudi umani, mentre i loro stessi soldati si macchiano di questo ed altri crimini di guerra”.

La Commissione di inchiesta dell’Onu sul conflitto del 2014 a Gaza, ha posto l’accento sull’utilizzo da parte dei soldati israeliani di scudi umani nelle operazioni di ricerca. La commissione ha citato il caso in cui i militari “sparavano da dietro uomini nudi, usandoli come scudo umano per ore”. Agli uomini fu ordinato di restare alla finestra per impedire che i miliziani di Hamas rispondessero al fuoco. La commissione ha concluso che “il modo in cui i soldati israeliani costringono i palestinesi a stare alle finestre, entrare nelle case o in aree sottoterra e forzarli a compiere azioni di natura militare, costituiscono una violazione dell’articolo 28 della Convenzione di Ginevra che impedisce l’utilizzo di scudi umani, e che queste azioni si configurano come crimini di guerra”

Traduzione di Mafalda Insigne

 

thanks to: Agenzia stampa Infopal

Gaza resistance movements reiterate their resistance to the Israeli occupation and determination to liberate Palestine

Julie Webb-Pullman

Both Hamas and the Popular Front for the Liberation of Palestine (PFLP) held well-attended events in the Gaza Strip in the past week, celebrating the anniversaries of their founding and reiterating their resistance to the Israeli occupation and determination to liberate Palestine.

December 12 marked the 48th anniversary of the PFLP, while December 16 was the 28th birthday of Hamas.

Hamas supporters rally in Gaza City

Hamas supporters rally in Gaza City

Referring to the 2006 elections, “a crucial transition in the history of Hamas and Palestine,” Hamas noted they “clearly were not the horse Israel or the western powers bet on, and in a barbaric and uncivilized way, the world backed Israel to impose a siege and wage three wars on Gaza to end Hamas rule and put an end to the free and democratic choice of the Palestinian people.”

“28 years ago, a handful of Hamas members were a crucial part of the first Palestinian intifada, throwing stones, barricading the roads so that the Israeli military jeeps could not pass, and fighting the occupiers’ brutality with Molotov, knives, and later on pistols. Today, 28 years later, Hamas has strategically improved and developed and grown militarily, socially, politically, and institutionally. Hamas now is capable of defending the Palestinian people against Israeli aggression without kneeling, without giving up Palestinian rights and demands. Hamas is here to acheive an independent, free Palestine. Hamas is here to stay,” they said.

The Islamic Movement released a Press Statement to mark the occasion:

A statement on the 28th anniversary of Hamas foundation

On the 28th anniversary of Hamas foundation, which coincides with Jerusalem intifada that defends Al-Aqsa Mosque and the sanctities in Jerusalem, Hamas is proud of its contribution to the resistance project, mainly armed resistance, after the PA abandoned it and adopted fruitless negotiations and security coordination.

Despite assassination of Hamas’s prominent Leaders and cadres, Hamas did not give up Palestinian rights and constants, and has recorded unprecedented heroic acts in defending the land and people of Palestine.

Hamas won the municipal and legislative elections, liberated Gaza from Israeli occupation and freed hundreds of Palestinian prisoners, both men and women.

Hamas and al-Qassam Brigades have defended the Palestinian people against three Israeli offensives, achieving a balance of terror and deterrence with Israeli occupation, and proving that the Palestinian people are able to defeat the Israeli siege and strangulation.

Over the years, Hamas has proved uncontainable, unbreakable despite the enemy’s plots and conspiracies. Hamas is still embraced by the Palestinian people and the noble peoples of the Arab and Muslim nations. It also remains a source of inspiration to the free peoples all over the world.

On our 28th anniversary, we in Hamas vow to continue our resistance and steadfastness until almighty Allah grants us triumph.

Hamas takes the opportunity of its 28th anniversary to emphasize the following:

1. Hamas will never recognize the Israeli occupation, and confirms that Palestine from the Jordan River to the Mediterranean is an Arab, Islamic country.

2. The right of return is a sacred, non-negotiable individual and collective right.

3. Jerusalem is the core of our struggle with the Israeli occupation, its holiness inspired from our faith and the blood of the martyrs, men, women and children. Therefore, we will never compromise even one inch or a grain of its soil or holy sites.

4. We vow to free our heroic Palestinian prisoners in an honorable prisoners swap deal similar to Wfaa Alahrar’s.

5. Palestine is the trust of the nation, and it is a must for all free honest people in our nation to contribute to the liberation of Palestine. Hamas vows to remain faithful to the liberation of Palestine and to keep its weapons directed at the Israeli occupation only.

6. We confirm that the Jerusalem intifada is an opportunity for unity. We support its continuation, we call on the PA to end security coordination with the Israeli occupation, and leave the illusions of peace with it, for Israel does not recognize our right to our land and holy places.

7. We salute our people in the Occupied Territories of 1948 for their heroic struggle against Judaization schemes, particularly Sheikh Raed Salah, the families of martyrs and wounded and worshipers at Al Aqsa Mosque.

8. We salute the Palestinian people in the Occupied West Bank who broke barriers of fear and terror of the Israeli occupation, and carried out heroic resistance operations against Israeli soldiers and settlers.

9. We salute the Palestinian people in Gaza, who have endured three brutal Israeli offensives and a nine-year-long siege, and who still struggle against all threats and conspiracies.

10. We also salute the Palestinian refugees in the diaspora, who are suffering displacement and internal conflicts, and we urge Arab countries to honor and relieve them until they return to their land.

The Islamic Resistance Movement

14 December 2015

PFLP supporters march through the streets of Gaza

PFLP supporters march through the streets of Gaza

On 12 December the PFLP held a march from Soraya to the UN Headquarters in Gaza City, where Jamil Mizher, member of the Political Bureau and leader of the PFLP branch in Gaza, delivered the keynote speech. He saluted those who have died in the struggle to liberate Palestine, and made special mention of Sami Madi, who was killed in Bureij by Israeli occupation forces the previous day while participating in demonstrations on the Gaza border to mark the Front’s anniversary.

Palestinian prisoners in Israeli jails were also singled out for attention. PFLP General Secretary Ahmad Sa’adat and his fellow leaders Khalida Jarrar and Ahed Abu Ghoulmeh, as well as the diverse Palestinian leaders held behind bars such as Marwan Barghouti, Jamal Abu al-Hija and Hassan Salameh were all honoured for their sacrifices and struggles.

Mizher stressed that the role of the people in the current uprising is superseding all narrow interests and internal divisions, noting that US imperialism and the so-called “Quartet” in Palestine would be unable to stop the intifada without forcing their strategic partner, the Israeli occupier, to recognize the rights of the Palestinian people.

“Our people will no longer accept the path of negotiations and Oslo,” he said, while strongly criticising the Palestinian leadership in the occupied west Bank for continuing to “impede the implementation of decisions by the PLO’s Central Council” through its ongoing security coordination with Israel.

thanks to: Gaza.Scoop.ps

Mishaal: The Palestinians and the occupation cannot coexist

https://i0.wp.com/gaza.scoop.ps/wp-content/uploads/2015/08/Meshaal-400-x-304.jpgDOHA, (PIC)– Head of Hamas’s political bureau Khaled Mishaal has said that the Palestinian people have proven with their blood that they can never coexist with the occupation and settlement.

In a special interview conducted last night by al-Jazeera satellite channel, the Palestinian leader called on the world to anticipate more initiatives and surprises from an occupied people aspiring for freedom.

“We need the intifada (uprising) to curb the settlers, stop the attacks on Jerusalem and the Aqsa Mosque, and restore the Palestinian cause’s prestige,” Mishaal said.

He stressed the need for reaching an understanding on a common strategy for the intifada and how to run it on the ground, describing it as “a historic moment and a merit that should be agreed upon nationally.”

The Hamas official underlined that the current intifada frustrated the Israeli government’s plan to divide the Aqsa Mosque after the failure of all political initiatives, warning that abandoning the option of intifada and resistance would end the entire national project.

He added that the intifada brought the Palestinian cause back to the regional and international arenas and unified the Palestinian people inside and outside occupied Palestine.

He also emphasized the importance of providing the intifada with an official support from the Palestinian political leadership, which he said should take a decision allowing its security apparatuses and institutions to take part in it.

“I am telling the [Palestinian Authority] leadership. This is a historic moment. This is a merit. The intifada is backed by the people, but it also needs protection, backup and a decision from it,” he said.

He also called on Fatah faction to actively participate in the intifada, asserting that it is against the occupation and not the Palestinian Authority.

Mishaal affirmed that his Movement would go on with the intifada until the end. “We have engaged in the intifada and we will be there till the end. We also invite everyone to take part.”

Commenting on recent threats by Benjamin Netanyahu about his government’s ability to demolish the Aqsa Mosque, the Hamas official said that anyone who dares destroy the Mosque would only accelerate Israel’s demise.

He finally urged the Arab and Muslim leaders and governments to assume their responsibilities and protect the Aqsa Mosque, affirming that the Palestinian people defend themselves on their own land, and their resistance is completely different from terrorism.

thanks to: PIC

COME ‘ASFALTARE’ CHI DIFENDE ISRAELE CON 10 AUTOREVOLI RISPOSTE

di PAOLO BARNARD – Aprile 2015 (leggete fino in fondo)

Guida imbattibile per distruggere uno per uno gli argomenti usati dai personaggi mediatici asserviti alla menzogna quando difendono il Terrorismo d’Israele e il genocidio dei Palestinesi.
Scritta a portata di tutti, e con fonti storiche autorevolissime unicamente Occidentali ed ebraiche.
Potete memorizzare le risposte, o sbatterle in faccia ai servi d’Israele leggendole. PB
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ATTENZIONE: Anti-Sionismo NON significa Antisemitismo. Sionisti = Elite ebrea criminale genocida dominante in Palestina dall’800 a oggi. Semiti sono i normali ebrei e palestinesi, d’Israele, della Palestina o del mondo. Solo gli ignoranti, o i falsari amici dei Sionisti, spacciano un anti-sionista per antisemita.
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1)

Difensore d’Israele (di seguito DdI): Prima cosa, i palestinesi hanno sempre odiato gli ebrei che emigravano in Palestina per sfuggire alle persecuzioni europee. Li hanno da subito attaccati.

Risposta (di seguito R.): Menzogna storica totale. Per tutto il XIX secolo e oltre i palestinesi accolsero l’emigrazione ebraica europea con favore, amicizia ed entusiasmo. Al punto che le massime autorità religiose ebraiche d’Europa lo testimoniarono.

Fonti: Ne cito tre fra le tante: il 16 Luglio del 1947 l’eminente Rabbino Yosef Tzvi Dushinsky testimoniò presso lo Speciale Comitato delle Nazioni Unite sulla Palestina, e le sue parole furono inequivocabili: “Non vi fu mai un momento nell’immigrazione degli ebrei ortodossi europei in Palestina (si riferisce ad epoche precedenti al fenomeno sionista, nda) nel quale gli arabi abbiano opposto resistenza alcuna. Al contrario, quegli ebrei erano i benvenuti per via dei benefici economici e del progresso che ricadevano sugli abitanti locali, che mai temettero di essere sottomessi. Era risaputo che quegli ebrei giungevano solo per motivi religiosi e non ebbero difficoltà a stabilire rapporti di fiducia e di vera amicizia con le comunità locali”. (1)

Dello stesso tono le parole pronunciate molti anni dopo da un altro Rabbino di grande fama, Baruch Kaplan, noto per essere stato a capo della Beis Yaakov Girls School di Brooklin, ma che passò la giovinezza nella Yeshiva (scuola religiosa) di Hebron in Palestina negli anni ’20: “Gli arabi furono sempre assai amichevoli, e noi ebrei condividemmo la vita con loro a Hebron secondo relazioni di buona amicizia”, dichiarò il Rabbino, che aggiunse anche: “Sono a conoscenza di una lettera del Gran Rabbino del Gerrer Hassidim di allora, il polacco Avraham Mordechai Alter, che riguardava un suo viaggio nella Terra Santa risalente ai tempi in cui si parlava di emigrare laggiù. Lo scopo del suo viaggio fu di capire che tipo di persone erano i palestinesi, così da poter poi dire alla sua gente se andarci o no. Nella lettera egli scrisse che gli arabi erano un popolo amichevole e assai apprezzabile”. (2)

E poi. Dichiarazione della Commissione Shaw del governo inglese, a proposito delle violenze fra arabi e sionisti nel 1929: “…prima della Grande Guerra (1915-18) gli arabi e gli ebrei vivevano fianco a fianco, se non in amicizia, almeno con tolleranza… negli 80 anni precedenti (epoche precedenti al fenomeno sionista, nda) non ci sono memorie di scontri violenti (fra i due popoli)”.(3)

2)

DdI: E poi non esisteva un vero popolo palestinese. Si trattava di tribù sparse, e di pochi individui che vivevano sulle terre bibliche. Infatti un fondatore sionista storico (del Movimento ebreo sionista d’Europa), Israel Zangwill, dichiarò a inizio secolo che “La Palestina è una terra senza popolo, noi ebrei siamo un popolo senza terra”.

R.: Menzogna smentita di nuovo dall’interno dello stesso movimento sionista europeo che iniziò la colonizzazione su larga scala della Palestina alla fine del XIX secolo.

Fonti: Al 7° Congresso Sionista del 1905, un leader di nome Yitzhak Epstein si alzò e lasciò agli atti questa frase: “Diciamoci la verità. Esiste nella nostra cara terra d’Israele un’intera nazione palestinese, che vi ha vissuto per secoli, e che non ha mai pensato di abbandonarla”. (4)

3)

DdI: E’ ignobile definire i Sionisti, che emigravano in Palestina per fuggire alle persecuzioni europee, degli aggressori coloniali! Era il contrario, erano i palestinesi a disprezzarli.

R.: Menzogna. Il movimento Sionista europeo nacque razzista, violento e prevaricatore (come è oggi). All’arrivo in Palestina trattarono subito i palestinesi come bestie, perché li consideravano poco più che bestie. Furono i sionisti a iniziare violenze e atrocità contro i palestinesi pacifici.

Fonti: A inizio ‘900, in uno scambio fra un fondatore del movimento Sionista ebreo europeo Chaim Weizmann (che sarà il primo presidente d’Israele nel 1948, nda) e gli allora padroni coloniali inglesi, si legge “Gli inglesi ci hanno detto che in Palestina ci sono qualche migliaio di negri (kushim), che non valgono nulla.” (5)

Ma soprattutto: il più celebre umanista sionista della Storia, Ahad Ha’am, lanciò un allarme contro la violazione dei diritti dei palestinesi (da parte dei sionisti): “E cosa sta facendo la nostra gente in Palestina? Erano servi nelle terre della Diaspora e d’improvviso si trovano con una libertà senza limiti, e questo cambiamento ha risvegliato in loro un’inclinazione al despotismo. Essi trattano gli arabi con ostilità e crudeltà, gli negano i diritti, li offendono senza motivo, e persino si vantano di questi atti. E nessuno fra di noi si oppone a queste tendenze ignobili e pericolose”. (6) Era il 1891!
Già allora il razzismo e la violenza sionista faceva questo a palestinesi innocenti.

4)

DdI: Voi anti-semiti ve la prendete con il popolo ebraico che fuggiva disperato dall’orrore dell’Olocausto e cercava rifugio nella Terra Promessa, vergogna!

R.: Menzogna totale. Per quasi 50 anni PRIMA dell’Olocausto, i sionisti che emigravano in Palestina aggredirono i palestinesi e programmarono nei dettagli la Pulizia Etnica della Palestina, con metodi feroci e terroristici. Ripeto: 50 anni prima di Hitler.

Fonti: il massimo padre del movimento sionista, Theodore Herzl morì nel 1904. Già prima aveva dichiarato: “Tenteremo di sospingere la popolazione (palestinese) in miseria oltre le frontiere procurandogli impieghi nelle nazioni di transito, mentre gli negheremo qualsiasi lavoro sulla nostra terra… Sia il processo di espropriazione che l’espulsione dei poveri devono essere condotti con discrezione e di nascosto…”. (7)

Poi: un’altra personalità sionista di fine ‘800, Leo Motzkin, sancì: “La colonizzazione della Palestina si fa colonizzando tutta l’Israele biblica, e deportando i palestinesi da altre parti”. (8)

E’ quindi ovvio che il destino di Pulizia Etnica dei palestinesi fu progettato 50 anni PRIMA dell’Olocausto. Ma anche nelle decadi successive alla fine ‘800, il razzismo e la pulizia etnica contro i palestinesi rimasero priorità ebraiche. Alla fine degli anni ’30, il leader sionista Yossef Weitz aveva anticipato gli infami protocolli nazisti di Wannsee (che, fra le altre cose, listavano gli ebrei d’Europa da deportare) scrivendo i ‘Registri dei Villaggi’ dove si indicavano tutte le famiglie palestinesi da cacciare a forza. (9)

Peggio: addirittura Ephraim Katzir (che diventerà presidente di Israele, pensate) arrivò a lavorare in laboratorio per trovare un veleno per accecare i palestinesi. Il leader storico sionista, Ben Gurion, aveva redatto il piano ‘Dalet’ per la completa Pulizia Etnica della Palestina PRIMA dell’arrivo in Palestina dei profughi dai Campi di Sterminio tedeschi. Nel suo stesso diario, Gurion scrisse cose atroci su come colpire i palestinesi innocenti: “C’è bisogno di una reazione brutale. Dobbiamo essere precisi su coloro che colpiamo. Se accusiamo una famiglia palestinese non c’è bisogno di distinguere fra colpevoli e innocenti. Dobbiamo fargli del male senza pietà, altrimenti non sarebbe un’azione efficace”. (10)

La violenza sionista contro i civili palestinesi fin dall’800 (Ahad Ha’am più sopra), il sadismo della pulizia etnica contro di loro, le stragi di palestinesi, donne e bambini (documentate dallo storico ebraico Benni Morris), le torture dei prigionieri – e tutto ciò PRIMA che l’Olocausto avesse un impatto sulla Palestina – portarono un ministro del primo governo d’Israele, Aharon Cizling, a dichiarare nel 1948: “Ora anche gli ebrei si sono comportati come i nazisti, e ne sono sconvolto”.(11)

5)

DdI: E allora l’aggressione araba contro gli ebrei del 1948? Tutte le nazioni arabe attorno alla Palestina tentarono di sterminare gli ebrei, che per fortuna vinsero quella guerra, se no sarebbe stato un altro Olocausto! Infatti i leader arabi incitarono via radio i palestinesi ad abbandonare i loro villaggi per permettere lo sterminio degli ebrei! I palestinesi se ne andarono volontariamente.

R.: Menzogna completa. Prima cosa bisogna capire che allo scoppio della guerra arabo-ebraica del 1948, e come provato prima, già gli ebrei sionisti avevano inflitto 50 anni di atrocità, pulizia etnica e stragi ai civili palestinesi, per cui la reazione araba aveva una giustificazione pluri-decennale. Poi la tanto millantata guerra del 1948 fu una messa in scena totale, una vera bufala già organizzata affinché i sionisti vincessero, grazie ad accordi segreti fra Ben Gurion e il Re arabo della Transgiordania Abdullah. Esistono le prove che l’invito via radio di cui sopra è una bufala storica inventata dai sionisti.

Fonti: Il comandante delle truppe arabe era un ufficiale arabo-inglese di nome Glubb Pasha. Lasciò scritto nelle sue memorie che la guerra del 1948 fu una “Guerra Bufala” (The Phony War), perché il leader sionista Ben Gurion si era già messo d’accordo segretamente col Re della Transgiordania, Abdullah, di combattersi per finta, e alla fine spartirsi la Palestina. Abdullah controllava le uniche truppe che potevano impensierire gli ebrei, il resto erano eserciti con le pezze al sedere e armi dell’800. Gli egiziani erano per la metà Fratelli Musulmani con le ciabatte ai piedi; i libanesi non combatterono mai; i siriani erano armati ma erano 4 gatti; e gli iracheni erano sotto gli ordini del traditore Abdullah, per cui fecero nulla. Infatti dai Diari di Ben Gurion risulta che in piena guerra del ’48 egli scrisse all’esercito ebraico Hagana dicendo: “Tenete il meglio delle truppe per la Pulizia Etnica della Palestina, secondo il Piano Dalet (di cui sopra)”. (12)

E a proposito di quelle fantomatiche trasmissioni radio, esse furono smentite dalla BBC di Londra che monitorò tutte le comunicazioni nel Medioriente nel 1948 e di cui si possono trovare le trascrizioni al British Museum. In esse non vi è traccia di un singolo ordine di evacuazione da parte di alcuna radio araba dentro o fuori dalla Palestina, e al contrario, si possono leggere gli appelli ai civili palestinesi affinché rimanessero a presidiare le loro case. Nel 1948 la Pulizia Etnica sionista aveva già espulso 750.000 palestinesi, tutti civili. (13)

6)

DdI: E di nuovo, nella Guerra dei Sei Giorni del 1967 gli arabi tentarono di sterminare gli israeliani, che in una prova di eroismo militare riuscirono ad evitare un altro Olocausto.

R.: Questa versione è una farsa, distrutta vergognosamente dai documenti segreti del governo americano e della CIA. Non solo gli israeliani non corsero alcun reale pericolo nella cosiddetta Guerra dei Sei Giorni, ma gli arabi tentarono di tutto per non combattere, e furono ignorati da Tel Aviv e dagli USA. Il governo israeliano invece terrorizzò la popolazione ebraica in quell’occasione, sapendo perfettamente che avrebbe attaccato per primo e avrebbe stravinto.

Fonti: La realtà, rivelata nel 2005 dai documenti segreti declassificati del governo americano (libreria del Presidente Johnson), prova precisamente che fu Israele ad aggredire gli arabi, non il contrario. (14)
Gli israeliani sapevano benissimo che avrebbero distrutto le armate arabe in due minuti. La CIA era perfettamente tranquilla, e non gli necessitò di fornire alcun aiuto militare particolare ad Israele, perché Israele avrebbe annientato gli arabi. Quando il capo del Mossad (servizi segreti di Isr.), Meir Amit, il 3 Giugno del 1967 s’incontra col ministro della Difesa USA McNamara al Pentagono,
McNamara gli chiede: “Quanto durerà questa guerra?” e Meir Amit, risponde: “Durerà sette giorni”. Lo disse il 3 Giugno! la guerra scoppia il 5-6 Giugno. Cioè sapevano PRIMA dello scoppio della guerra che sarebbe durata un niente. (15)

Nel frattempo parliamo di Nasser (il Presidente egiziano). Voi sapete che la narrativa ufficiale vi racconta che Nasser, minaccioso, fa un patto con la Siria, fa un patto con la Giordania, sta per attaccare Israele ecc. Invece nel frattempo Nasser disperatamente tentava i contatti con gli inglesi e con gli americani per evitare la guerra. Mentre Meir Amit era a Washington a dichiarare al governo americano che avrebbero attaccato preventivamente e che avrebbero distrutto gli arabi in sette giorni, Nasser mandava Zakariya Mohieddin, il suo ministro degli esteri, a Washington per cercare di mediare la pace. Mentre Mohieddin sta per partire per l’America, gli israeliani attaccano l’Egitto e distruggono l’esercito egiziano. (16)

Il premier israeliano Menahem Begin, molti anni dopo confessò che l’aggressione araba era una ‘bufala’, e confessò la vera aggressione israeliana al New York Times: “Nel giugno del 1967 di nuovo affrontammo una scelta. Le armate egiziane nel Sinai non erano per nulla la prova che Nasser ci stesse attaccando. Dobbiamo essere onesti con noi stessi. Noi decidemmo di attaccare lui”. (17)

Questa è un’altra grande bugia che ci hanno raccontato, è un modello della storiografia su Israele.
Ci raccontano sempre questa cosa, che Israele è la vittima, che sta per soccombere agli arabi cattivi, mentre la realtà è esattamente diametralmente l’opposto. L’elite bellica sionista/israeliana ha bisogno delle finte aggressioni arabe, ha bisogno dei pericoli, ha bisogno della minaccia inventata o gonfiata per mantenersi al potere.

7)

DdI: E chi fu che rifiutò il piano di pace dell’ONU, risoluzione 181 del 1947? I Palestinesi!
Fin da allora rifiutarono la pace sempre! Sono loro che rifiutano la pace!

R.: Menzogna e mistificazione usata a bombardamento dai difensori d’Israele. Sono i Sionisti/Israeliani che hanno sempre rifiutato i tentativi di pace, fino a oggi. La leadership Sionista visse, e sopravvive oggi, solo grazie alla strategia della tensione che loro creano provocando violenze, proprie o palestinesi, continue. Se la leadership Sionista accettasse la pace dovrebbe confrontarsi con un Paese, Israele, che essa gestisce da cani e gli israeliani li caccerebbero.

Qui mi dilungo un po’, qui bisogna asfaltarli molto bene.

Fonti: Il Piano di pace del 1947, risoluzione ONU 181, consegnava agli ebrei il 56% delle terre quando erano la minoranza assoluta. Poi il Negev andava agli ebrei con 90.000 arabi e solo 600 ebrei residenti. Poi l’unico porto commerciale vitale, Haifa, andava agli ebrei. Poi l’86% delle terre fertili, aranceti, ulivi, e grano andava agli ebrei! Poi ai palestinesi erano negati confini con la Siria, dove vi sono le fonti di acqua. E Gerusalemme rimaneva internazionale, ma di fatto in mano ebraica. Questa è la vergognosa realtà. Come potevano i palestinesi accettare? (18)

Lord Alan Cunningham, l’ultimo Alto Commissario inglese in Palestina, scrisse al leader supremo sionista Ben Gurion nel marzo 1948 che “i palestinesi sono calmi e ragionevoli, voi Sionisti fate di tutto per provocare violenza”. (19)

Il diplomatico americano Mark Ethridge, inviato alla conferenza di Pace di Losanna nel 1949, dichiarò furioso: “Se non siamo arrivati alla pace è primariamente colpa d’Israele…” (20)

Nel 1971 il presidente egiziano Sadat aveva offerto la pace a Israele in cambio del suo Sinai illegalmente occupato. Tel Aviv reagì mandando Ariel Sharon a fare la Pulizia Etnica del Sinai, dove Sharon fece orrende stragi condannate dall’ONU (più sotto), e che causò la Guerra del Kippur 1973. (21) Ecco chi vuole la pace…

La criminosa invasione israeliana del Libano nel 1982 (19.000 morti civili arabi) fu causata non da minacce a Israele, ma dall’esatto CONTRARIO. Un eminente storico israeliano scrisse: “Israele affrontò un problema serio nel 1982: l’offerta di pace dell’OLP di Arafat!”. Capite? (22)

Arafat e la sua Autorità Palestinese fecero di tutto per fermare gli estremisti islamici, infatti lo stesso capo dei servizi segreti ebraici Shab’ak, cioè Ami Ayalon, dichiarò al governo di Tel Aviv che “Arafat sta facendo un ottimo lavoro, si è lanciato anima e corpo contro i terroristi” (23).

La massima occasione per la pace fu l’incontro a Camp David nel luglio del 2000 fra Clinton, Arafat e il premier israeliano Ehud Barak. La stampa mondiale riportò che fu Arafat a rifiutare la pace, ma è falso. Fu il contrario. Ai palestinesi non fu presentata alcuna proposta scritta, gli fu chiesto di cedere un 9% di terre, e di ricevere un misero 1%, gli fu negata ogni discussione sul ritorno dei profughi cacciati dalla Pulizia Etnica pre 1948 (come invece sancisce la Risoluzione ONU 194), e non gli fu concesso nulla su come dividersi Gerusalemme. Come poteva Arafat accettare? (24)

E’ provato che mentre Israele predicava la pace, in segreto pianificava altra Pulizia Etnica della Palestina, l’uccisione di Arafat e guerra ai civili. Sono stati scoperti 5 piani segreti della Difesa israeliana a questo scopo: 1996 piano Field of Thorns; 2000, secondo piano Field of Thorns; 2001 piano Dagan; luglio 2001, piano Shaul Mofaz chiamato La Distruzione dell’ANP di Arafat (che collaborava); 2002, piano Eitam con gli stessi scopi. (25)

Nel 2003 gli USA propongono la pace nel documento The Road Map, dove si parla anche di un “Israele che cessi ogni violenza contro i civili palestinesi”. I palestinesi l’accettarono e dichiararono il cessate il fuoco. Tel Aviv portò 14 emendamenti alla proposta americana e di fatto la distrusse. Ma non solo. Ariel Sharon intensificò gli assassinii di sospetti (ma non processati) membri di Hamas ammazzandogli spesso anche mogli e bambini, ovviamente esacerbando le tensioni. Fine della Road Map. (26)

I cessate il fuoco di Hamas furono praticamente sempre violati da Israele, al punto che nel 2006 in una conversazione segreta fra i leader di Hamas in Gaza e Damasco, si sente dire “Non abbiamo ricevuto nessun beneficio dal nostro cessate il fuoco di un intero anno, Israele continua la violenza contro i civili, e stiamo perdendo la reputazione coi civili palestinesi”. (27)

Nel famoso rapimento da parte di Hamas del soldato israeliano Gilad Shalit, viene omessa una verità scomoda, e cioè che il giorno prima Israele aveva rapito due medici palestinesi senza alcun mandato legale, e li ha fatti sparire incommunicado (mai rilasciati né processati). La provocazione fu quindi israeliana. (28)

In un articolo sul Washington Post del luglio 2006, il leader di Hamas Ismail Haniyeh RICONOBBE pienamente il diritto d’Israele DI ESISTERE e la pace fra “tutti i popoli semiti dell’area”. Lo fece nonostante sapesse che quando Arafat riconobbe Israele nel 1993 non ottenne assolutamente nulla, solo violenza. Tel Aviv ignorò l’offerta di Haniyeh. (29)

Nel 2007 gli Stati Uniti offrono la pace nel Trattato di Annapolis. Ma poiché il testo della Casa Bianca contiene la frase “cessare il terrorismo sia da parte palestinese che israeliana”, Israele boicottò tutto l’accordo. Fine Trattato di Annapolis. (30)

Persino da dentro l’establishment militare d’Israele arriva l’ammissione che è Tel Aviv che boicotta la pace. L’ex capo del Mossad, Efraim Halevy, dicharò nel 2009: “Se Israele volesse veramente eliminare la minaccia dei razzi di Hamas (rudimentali aggeggi), dovrebbe permettere ai civili di Gaza di sopravvivere permettendogli di ricevere i beni vitali attraverso la frontiera con l’Egitto, non strangolarli alla fame. Questo garantirebbe la pace a Israele per decenni.” (31)

Robert Pastor, docente all’American University, era un inviato dell’ex Presidente USA Jimmy Carter nei territori occupati, cioè Cisgiordania e Gaza. Le sue parole sono esplicite, è Israele che boicotta la pace: “Hamas aveva fermato il lancio dei razzi dal giugno al novembre 2008, ma Tel Aviv non solo rinnegò la promessa di allentare lo strangolamento dei civili di Gaza per cibo, medicinali, e acqua, ma bombardò un tunnel della disperazione, quelli che fanno passare poche cose dall’Egitto ai palestinesi… Comunicai chiaramente al governo israeliano che Hamas avrebbe esteso il cessate il fuoco se l’assedio di Gaza si fosse allentato, mi ignorarono totalmente”. (32)

Scrive il mitico reporter d’inchiesta americano Symour Hersh: “L’attacco a Gaza (2008) da parte d’Israele, e i massacri conseguenti, vennero guarda caso quando il governo turco era riuscito a mediare con diplomatici di Tel Aviv un accordo completo per il ritiro israeliano dal Golan occupato illegalmente da Israele. Ma è ovvio che l’assalto a Gaza distrusse tutta la mediazione.
Non una coincidenza”. (33)

L’Huffington Post scrive: “Il cessate il fuoco di Hamas del 2008 reggeva benissimo. Fu Israele a uccidere per primo, il 4 novembre. Poi sempre un raid aereo israeliano uccise altri 6 palestinesi, nonostante il cessate il fuoco… Abbiamo fatto un seria ricerca su chi, fra Israele e Hamas, ha rotto più volte il cessate il fuoco in quasi 10 anni, con l’aiuto dell’organizzazione israeliana B’Tselem.
E’ indubbiamente Israele che uccide per primo durante un cessate il fuoco, nel 78% dei casi precisamente. Hamas ha violato le tregue solo nell’8% dei casi. Ma se parliamo di tregue lunghe più di 9 giorni, Israele le ha violate per primo nel 100% dei casi”. (34)

Come si può affermare di fronte a queste prove che sono i palestinesi a rifiutare la pace? A spezzare le tregue? E’ l’esatto contrario. Questo senza dimenticare che anche in tempi di cessate il fuoco, Israele continua la sua politica di Pulizia Etnica palestinese e di violenze gratuite e distruttive contro i villaggi palestinesi, contro il loro diritto di nutrirsi, con rapimenti di minori che spariscono incommunicado, torture di prigionieri senza processo e senza tutele legali.

8)

DdI: Israele è l’unico Stato democratico della zona, ed è vergognoso chiamarlo Stato razzista!

R.: Il razzismo (si legga anche più sopra) fu ed è la linfa vitale di tutto il movimento sionista. Oggi Israele è l’unico stato moderno che mantiene un sistema di Apartheid feroce contro i palestinesi, talmente rivoltante da essere stato condannato in tutto il mondo. La democrazia d’Israele riguarda solo la popolazione ebraica, e neppure tutta.

Fonti: Quelle risalenti ai primi del XX secolo sono già citate all’inizio di questo libretto. Pochi sanno che le leggi emanate nei decenni dal Jewish National Fund sulle terre di Palestina da loro occupate attraverso la Pulizia Etnica, sanciscono che tali terreni sono riservati al 90 agli ebrei; ai palestinesi è proibito affittare o comprare quei terreni che una volta erano loro (prima della colonizzazione sionista). Nel 2003 l’Istituto Israeliano per la Democrazia fece un sondaggio fra gli ebrei israeliani che diede questi risultati: il 53% sostenne che i palestinesi non avevano diritto all’eguaglianza civica con gli ebrei, e il 57% disse che andavano semplicemente cacciati a forza. (35) Grande senso democratico…

Il Comitato dell’ONU sui Diritti Economici, Sociali e Culturali ha denunciato in termini tragici la mancanza di democrazia in Israele: anche i cittadini israeliani di origine araba sono esclusi dalla residenza nel 93% delle terre; sono esclusi dalla maggior parte dei sindacati, dei servizi pubblici come acqua, elettricità, alloggi, sanità, e sono relegati alle scuole peggiori. I loro salari sono sempre inferiori a quelli degli ebrei. Infine, dice il rapporto dell’ONU, il trattamento da parte israeliana dei beduini è al limite dei crimini contro l’umanità. Una vera democrazia davvero! (36)

Ed è decisamente ‘democratica’ la seguente dichiarazione dell’ex premier israeliano Ariel Sharon, rilasciata alla stampa europea: “Non c’è Stato ebraico senza la cacciata dei palestinesi e l’espropriazione della loro terra.” (37)

Ma niente meno che scioccante fu la dichiarazione ufficiale scritta da un giurista sudafricano, quindi un esperto di Apartheid, e inviato dalle Nazioni Unite in Israele e Territori Occupati. Il Prof. John Dugard consegnò all’ONU le seguenti parole: “Le leggi e le azioni d’Israele nei Territori Occupati (illegalmente), certamente rispecchiano parti dell’Apartheid sudafricana… Si può forse negare che lo scopo di tali azioni e di tali leggi è di mantenere il dominio di una razza (ebrei) su un’altra razza (palestinesi), per schiacciarli sistematicamente?”. (38) Grande democrazia!

Israele tollera inoltre fra i partiti dell’arco costituzionale il National Union Party, che chiede apertamente la distruzione della popolazione palestinese e nega ai palestinesi il diritto di esistere, mentre Hamas, come dimostrato sopra, ha già riconosciuto il diritto di esistere di Israele ufficialmente. Israele è l’unico Stato al mondo dove nel 1995 il governo ha introdotto il concetto di “gruppi di popolazione”, distinguendo il gruppo “ebrei e altri” dal gruppo “arabi“. Il primo comprende ebrei e cristiani non arabi, il secondo musulmani e arabi cristiani. L’unico altro Stato al mondo che aveva, ma oggi non ha più, questa distinzione settaria era il Rwanda… (39)

Ma peggio: una rappresentante del partito israeliano Jewish Home, cioè Ayelet Shaked, e un accademico israeliano che si chiama Mordechai Kedar (Univ. di Bar Ilan in Israele) hanno scritto che le famiglie, cioè bambini, mogli, nonni dei ‘terroristi’ di Hamas “vanno sterminate”, e che le loro sorelle e madri “vanno stuprate” (dopo 80 anni di orrori ebraici contro quelle famiglie e madri e sorelle). Infine, a chi rimangono dei dubbi sul razzismo osceno d’Israele consiglio di leggere il Prof. Joel Beinin, che ricopre la carica di Donald J. McLachlan Professor of History alla Stanford University USA, nel saggio dal titolo “Il razzismo è il pilastro dell’operazione Protective Edge di Israele”. (40)

Non risulta che Apartheid, razzismo e discriminazione di razza siano i tratti distintivi di una democrazia.

9)

DdI: Israele è uno Stato pacifico costantemente minacciato dal terrorismo palestinese e ha il diritto di difendersi! Come osate chiamare Israele terrorista?

R.: Questa frase sarebbe perfettamente e storicamente giustissima se la si ribaltasse di 180 gradi, cioè: la Palestina era una nazione pacifica che è da oltre 100 anni minacciata dal terrorismo sionista/israeliano, e che ha il diritto di difendersi. Il fatto tragico è che le opinioni pubbliche occidentali non sanno nulla dei 60 anni di atrocità sioniste contro i palestinesi innocenti, che PRECEDONO la nascita del terrorismo palestinese, ripeto, dopo 60 anni di esasperazione, stragi, Pulizia Etnica, stupri, persecuzioni, torture sioniste. In metafora, oggi il mondo vede un uomo che picchia un altro per la strada, e condanna il primo. Ma se sapesse che la vittima ha per anni stuprato la figlia del picchiatore, gli ha rubato ogni avere, lo ha seviziato, ha fatto uccidere sua moglie… allora tutto cambierebbe. OLP, Hamas e i gruppi armati palestinesi sono arrivati alla violenza SOLO DOPO 60 anni di orrori subiti nell’indifferenza di tutto il mondo. Il loro non è, né mai fu, Terrorismo. Fu ed è REAZIONE. La cosa è immensamente diversa. Il vero Grande terrorista fu ed è ancora il Sionismo d’Israele. Anche qui non posso essere brevissimo, visto che la menzogna del diritto d’Israele a difendersi è in assoluto la più diffusa argomentazione dei difensori di Tel Aviv. Eccolo il Vero terrorismo in Palestina, a cui l’OLP e Hamas hanno REAGITO dopo decenni di orrori. Notate che il primo attacco suicida palestinese contro Israele arriva nel 1994, esattamente dopo un secolo di terrore sionista/israeliano.

Fonti:

I PRIMI 50 ANNI DI TERRORISMO SIONISTA CONTRO I PALESTINESI.

Dagli archivi coloniali del governo britannico. “Durante gli anni della Seconda Guerra l’uso del Terrorismo da parte sionista è descritto in un documento ufficiale del governo britannico di allora”. (41)

“Il ministro inglese per il Medioriente, Lord Moyne, viene assassinato da due membri del gruppo ebraico Stern, al Cairo. Le azioni terroristiche dei gruppi ebraici Stern e Irgun sono state condannate dallo stesso portavoce della Comunità ebraica”. (42)

Il 22 luglio 1946 la campagna condotta dalle organizzazioni terroristiche sioniste raggiunse nuovi livelli, con una esplosione che distrusse un’ala dell’hotel King David di Gerusalemme, che conteneva gli uffici della Segreteria del governo inglese e il quartier generale britannico, uccidendo 86 impiegati, arabi, ebrei e inglesi, e 5 passanti [58 i feriti, nda]. (43)

Questa campagna terroristica contro gli arabi palestinesi e contro gli inglesi raggiunse tali proporzioni che Churchill, un forte sostenitore dei sionisti, dichiarò alla Camera dei Comuni: “Se i nostri sogni per il Sionismo devono finire nel fumo delle pistole degli assassini e se i nostri sforzi per il futuro del Sionismo devono produrre un nuovo gruppo di delinquenti degni della Germania nazista, molti come me dovranno riconsiderare le posizioni tenute così a lungo”. (44)

“La comunità ebraica della Palestina ancora si rifiuta pubblicamente di aiutare l’Amministrazione (ONU) a reprimere il terrorismo sionista”. “Uno dei più scabrosi atti di terrorismo (sionista) contro la popolazione civile (palestinese) si registra nell’aprile del 1948 a Deir Yassin, un villaggio palestinese vicino a Gerusalemme. Un ex governatore militare israeliano di Gerusalemme confessò: Il 9 aprile abbiamo subìto una sconfitta morale, quando due gang (sioniste) lanciarono un attacco immotivato contro il villaggio di Deir Yassin… Si trattava di un villaggio pacifico, che non aveva aiutato le truppe arabe di oltre frontiera e che non aveva mai attaccato le zone ebraiche.
Le gang (sioniste) lo avevano scelto solo per ragioni politiche. Si è trattato di un atto di puro terrorismo… Alle donne e ai bambini non fu dato tempo di fuggire… e molti di loro furono fra le 254 vittime assassinate”. (45)

Nel 1948 gli ebrei non furono solo in grado di difendersi, ma anche di commettere enormi atrocità sui civili palestinesi. Secondo l’ex direttore degli archivi dell’esercito israeliano: “In quasi tutti i villaggi occupati da noi durante la guerra di indipendenza, furono commessi atti che sono definiti come crimini di guerra, come gli assassini, i massacri e gli stupri…”. Uri Milstein, l’autorevole storico militare israeliano della guerra del 1948, va persino oltre dichiarando che “ogni schermaglia finì in un massacro di arabi”. (46)

“Folke Bernadotte (che salvò ebrei dall’Olocausto, nda) fu nominato mediatore (in Palestina) dall’Assemblea Generale dell’ONU… ma prima che l’ONU potesse considerare le sue osservazioni sul campo, egli fu assassinato dalla gang (sionista) Stern”. (47)

TERRORISMO D’ISRAELE SUCCESSIVO.

Nel 1953 la Risoluzione 101 condannava i massacri terroristici della notoria Unità 101 israeliana comandata da Ariel Sharon, il futuro premier, responsabile in particolare della strage di Qibya in Cisgiordania del 14 ottobre 1953. Sharon, fece saltare in quella occasione 45 abitazioni uccidendo 69 civili arabi, di cui la metà erano donne e bambini. (48)

Dalla proclamazione dello Stato di Israele (14 maggio 1948) e durante il trentennio successivo il terrorismo israeliano si riversa in particolare nei Territori Occupati dal 1967 con una miriade di atti criminosi contro la popolazione civile palestinese, al punto da richiedere nel 1977 l’intervento indignato dell’ONU con una Risoluzione di condanna che parla chiaro: “L’Assemblea condanna le seguenti politiche e pratiche israeliane: … c) L’evacuazione, la deportazione, l’espulsione, e il trasferimento degli abitanti arabi dei Territori Occupati e la negazione del loro diritto di ritorno – d) L’espropriazione e la confisca delle proprietà arabe nei Territori Occupati – e) La distruzione e la demolizione delle case (arabe) – f) Gli arresti di massa e i maltrattamenti della popolazione araba – g) I maltrattamenti e le torture dei detenuti (arabi)… che sono considerati crimini di guerra e un affronto all’umanità (sic)”.(49)

1981. L’allora primo ministro Menahem Begin, ammette la volontaria distruzione delle infrastrutture civili palestinesi per mano dell’esercito di Tel Aviv con relative vittime: “… ci sono state ripetute azioni di rappresaglia contro le popolazioni civili arabe; l’aviazione (israeliana) li ha colpiti; il danno fu mirato a strutture come i canali, i ponti e i trasporti”. (50)

L’ex ambasciatore israeliano all’ONU Abba Eban commentò poco dopo quelle parole, e in modo agghiacciante: “Il quadro che emerge è di un Israele che selvaggiamente infligge ogni possibile orrore di morte e di angoscia sulle popolazioni civili palestinesi, in un’atmosfera che ci ricorda regimi che né io né il signor Begin oseremmo citare per nome.” (51)

Nel 1982 Israele invade nuovamente il Libano; il ministro della Difesa di allora è Ariel Sharon (futuro premier). Uno dei più atroci crimini di guerra e atti di terrorismo degli ultimi cinquant’anni accade proprio sotto il controllo di Sharon. Parlo del massacro di civili palestinesi a Sabra e Chatila, i cui esecutori materiali furono le milizie falangiste libanesi sotto il pieno controllo di Israele. “Il 15 settembre 1982 Bashir Gemayel, presidente del Libano, fu assassinato… Lo stesso giorno le forze israeliane avanzarono su Beirut ovest. Il 17 settembre giunse notizia che gruppi armati erano entrati nel campo profughi di Sabra e Chatila di Beirut ovest e ne stavano massacrando la popolazione civile. Il 18 settembre fu confermato che una strage immane era stata compiuta.
Centinaia di cadaveri di uomini donne e bambini (palestinesi) furono scoperti, alcuni mutilati, altri apparentemente uccisi mentre tentavano di fuggire; molte case erano state fatte saltare in aria con dentro gli occupanti”. La complicità israeliana in quel crimine di guerra è documentata oltre ogni dubbio. La commissione d’inchiesta dello stesso governo israeliano, la Commissione Kahan, nel suo rapporto dell’8 febbraio 1983 dichiara infatti: “Menachem Begin (l’allora premier di Israele, nda) fu responsabile… Ariel Sharon fu responsabile… La nostra conclusione è che il ministro della Difesa (Sharon) è personalmente responsabile”. (52)

L’invasione israeliana del Libano nel 1982 costò la vita a circa 19.000 civili innocenti (più di sei volte i morti dell’11 settembre in USA), sterminati dall’uso indiscriminato dei bombardamenti delle Forze di Difesa Israeliane sui centri abitati. Non solo terrorismo ma vero crimine di guerra. (53)

Nel 1988, in piena Intifada (sollevazione popolare) palestinese, la Commissione dell’ONU per i Diritti Umani vota una Risoluzione che denuncia ancora il terrorismo di Israele: “Nella Risoluzione 1988/1A, la Commissione ripete la sua condanna delle politiche israeliane di violenza nei Territori Occupati, dove vengono spezzate le ossa ai bambini, alle donne e agli uomini, e dove le donne abortiscono a causa dei pestaggi”. (54)

La distruzione arbitraria di abitazioni civili palestinesi, dei loro campi e dei loro mezzi di sostentamento da parte delle forze di sicurezza israeliane nei Territori Occupati è una delle più odiose pratiche terroristiche documentate (parte del piano di Pulizia Etnica di inizio secolo). Essa vide la luce fin dal lontano 1967, ed è intesa come “punizione collettiva” (totalmente illegale secondo ogni legge) dei palestinesi, senza processo, senza alcuna possibilità di difesa. Nel 1999 Amnesty International pubblicava un rapporto dove la durezza della condanna delle Demolizioni è chiara: “Dal 1967, anno dell’occupazione israeliana della Cisgiordania, di Gerusalemme est e di Gaza, migliaia di case palestinesi sono state distrutte… si tratta di abitazioni ammobiliate, occupate sovente da più famiglie con molti bambini, cui spesso vengono dati solo 15 minuti per raccogliere le proprie cose e andarsene. I palestinesi vengono colpiti per nessun’altra ragione a parte il fatto di essere palestinesi”. (55)

Uno dei più gravi atti terroristici israeliani, in violazione di ogni norma morale e di legalità internazionale, è l’indiscriminato attacco armato agli operatori medici e paramedici che vanno in soccorso ai civili e ai militari palestinesi feriti o uccisi durante gli scontri. Anche questa indicibile pratica è documentata oltre ogni dubbio. “Le Forze di Difesa Israeliane hanno sparato sui veicoli che tentavano di raggiungere gli ospedali, con conseguenti morti e feriti. Medici e personale paramedico sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco (israeliani) mentre viaggiavano sulle ambulanze, in chiara violazione della legalità internazionale”. (56)

Questa ignobile pratica continua oggi identica.

Il primo attacco suicida palestinese contro Israele è dell’aprile 1994 ad Afula, esattamente DOPO UN SECOLO di terrore e di crimini sionisti/israeliani contro i civili palestinesi, come sopra documentato. (57)

Israele sferra attacchi mostruosi su Gaza e sui suoi civili da anni, col solito pretesto di difendersi dai razzi di Hamas. Prima cosa, come detto e ridetto, Hamas REAGISCE a un secolo di terrorismo ebraico sopra dimostrato; in secondo luogo i cosiddetti razzi palestinesi sono rudimentali tubi di metallo il cui potenziale letale è minimo. Infatti in 14 anni di vita questi ‘razzi’ hanno ucciso dai 33 ai 50 civili israeliani (58)… mentre in soli 6 anni Israele ha assassinato un totale di 2.221 civili palestinesi! Solo nell’Operazione Piombo Fuso di bombardamenti indiscriminati su Gaza nel dicembre 2008, gli israeliani uccisero 759 civili palestinesi, di cui 344 bambini e 110 donne. Nell’Operazione Scudo Protettivo del luglio 2014 Israele uccise 1.462 civili palestinesi, di cui 495 erano bambini e 253 donne. Non v’è bisogno di commentare la sproporzione orripilante delle cifre. (59)

Per concludere: chi è stato per decenni il Grande Terrorista in Palestina? Si può dire che sono i palestinesi armati, che hanno REAGITO 60 anni dopo l’inizio del loro calvario, a essere i terroristi? Chi ha il maggior diritto di difendersi dopo un secolo di orrori sionisti e mostruose sproporzioni di vittime civili?

10)

DdI: Ci sono degli “squinternati” in Italia, come un tal giornalista Paolo Barnard amico di Hamas, o come l’attivista pro Palestina Samantha Commizzoli, che addirittura accusano i sionisti (passati e attuali) di essere aggressori neo-nazisti. Basterebbe questo per stendere un velo pietoso su tutto l’argomento.

R.: Caro ignorante, ci spiace per te se non leggi la Storia. E siamo felici di essere accomunati ad altri due squinternati che chiamarono i Sionisti “affini ai nazisti e ai fascisti”, cioè quel ‘mentecatto’ di Albert Einstein e quella ‘antisemita’ di Hannah Arendt…

Fonti: Il primo personaggio incontestabile, perché grande amico dei Sionisti e uomo ultra conservatore, che li chiamò ‘nazisti’ fu niente meno che Winston Churchill, che in una riunione di Gabinetto a Londra definì l’esercito sionista “… una nova specie di gangsters degni della Germania Nazista”. (60)

Nella stessa epoca, 1948, Albert Einstein e Hannah Arendt (non hanno bisogno di presentazioni) scrissero di loro pugno sul New York Times una protesta veemente contro la brutale ferocia sionista contro i palestinesi, definendola “simile in organizzazione e metodi ai partiti Nazisti e Fascisti” (61)

Lo stesso anno, fu addirittura un ministro del primo governo dello Stato d’Israele, Aharon Cizling a dichiarare “Adesso anche gli ebrei si sono comportati come i nazisti, e io sono sotto shock” (62)

Scrive il professore di scienze politiche americano, ed ebreo, Norman G. Finkelstein: “Per reprimere la resistenza palestinese, un ufficiale israeliano di alto rango ha sollecitato l’esercito ad analizzare e a far proprie le lezioni su come l’armata tedesca combatté nel Ghetto di Varsavia ”(sic). Lo stesso Finkelstein, figlio di vittime dell’Olocausto, scrive ancora in modo lapidario: “Ma se gli israeliani non vogliono essere accusati di essere come i nazisti, devono semplicemente smettere di comportarsi da nazisti”.(63)

NOTE
1) The U.N. Special Committee on Palestine: Statement by Chief Rabbi Yosef Tzvi Dushinsky, July 16, 1947, United Nations Trusteeship Library.
2) Neturei Karta: Interview with Rabbi Baruch Kaplan, 2003. Pubblicazione di alcuni passaggi trascritti da una intervista registrata con Kaplan circa vent’anni prima.
3) ONU: La questione palestinese. Report of the Commission on the Palestine Disturbances of august 1929, Cmd.3530 (1930), p. 150.
4) 7° Congresso Sionista del 1905, trascrizioni degli interventi.
5) Nur-eldeen Masalha, Towards the Palestinian Refugees, 08/2000
6) ONU: La questione palestinese, Kohn, Hans, Ahad Ha’am: Nationalists with a difference, in Smith, Gary (ed.), Zionism: the Dream and the Reality (New York, Harper and Row, 1974)
7) ONU: La questione palestinese. Herzl, Theodor, «The complete diaries» (N.Y. Herzl Press, 1969) vol. I, p. 88.
8) Sefer Motzkin, ed. Alex Bein, Jerusalem, 1939
9) ONU: La questione palestinese. British Government, survey of Palestine. – The Ethnic Cleansing of Palestine, by Ilan Pappe, 2007, Kindle Edition – Ben Gurion’s Diary, 1 Jan. 1948
10) The Ethnic Cleansing of Palestine, by Ilan Pappe, 2007, Kindle Edition – Ben Gurion’s Diary, 1 Jan. 1948
11) Trascrizione della riunione di Gabinetto israeliana del 17 novembre 1948, dagli archivi del Kibbutz Meuhad, citata da David McDowall, Palestine and Israel, I.B. Tauris & Co Ltd, 1989, p. 195.
12) The Ethnic Cleansing of Palestine, by Ilan Pappe, 2007, Kindle Edition
13) Ibidem
14) Office of National Estimates, “Appraisal of an estimate of the Arab-Israeli Crisis by the Israeli Intelligence Service,” 25 May 1967,FRUS, 1964–1968, XIX, doc. 61; Freshwater, 3–4; Helms, A Look Over My Shoulder, 299.
15) Helms, A Look Over My Shoulder, 299–300; Michael B. Oren, Six Days of War: June 1967 and the Making of the Middle East (New York: Oxford University Press, 2002), 146, citing interview with and writings of Meir Amit; Meir Amit quoted inThe Six-Day War: A Retrospective, ed. Richard B. Parker (Gainesville: University Press of Florida, 1996), 136, 139; Ian Black and Benny Morris, Israel’s Secret Wars: A History of Israel’s Intelligence Services (New York: Grove Weidenfeld, 1991), 220–22;
16) Nolte reported in telegram 8471 from Cairo, June 4, that the Embassy had informed Riad of the contents of telegram 207861 to Cairo (see footnote 2, Document 134), and that he planned to take up the subject of Mohieddin’s visit with Nasser when presenting his credentials on June 5. (National Archives and Records Administration, RG 59, Central Files 1967-69, POL ARAB-ISR) Rusk responded to the latter point in telegram 207994, June 4, which reads in part: “The great value of Mohieddin’s visit is opportunity for private discussions. The less said about it the better.” (Johnson Library, National Security File, Country File, Middle East Crisis, Anderson Cables)
17) New York Times, 21 agosto, 1982.
18) Piano di pace del 1947, risoluzione ONU 181
19) ONU: La questione palestinese. British Government, survey of Palestine.
20) FRUS, Ethridge, US delegate at Laussanne, Top Secret, Paris, Paris June 12, 1949, pp.1124-25
21) Ha’aretz, Oct. 6, 2006, Danny Yatom and Moshe Amirav
22) Avner Yaniv, Political Science Professor, Univ. of Haifa
23) Riportato dal quotidiano israeliano «Ha’aretz» il 6 aprile 1998.
24) Paolo Barnard: Intervista a Robert Malley dell’International Crisis Group registrata a Washington poco prima della scomparsa di Yasser Arafat.
25) Le prime rivelazioni sul piano Fields of Thorns furono rivelate da Amir Oren sul quotidiano israeliano «Ha’aretz» il 23 novembre 2001 – Alcuni estratti del piano del 15 ottobre 2000 furono pubblicati il 6 luglio 2001 sul «Ma’ariv». Per la cronologia degli attacchi terroristici palestinesi: Israel Ministry of Foreign Affairs, Suicide and Other Bombing Attacks in Israel Since the Declaration of Principles 1993 (pubbl. 2005). – Amos Harel, Rightist ex general propose massive invasion of territories, «Ha’aretz daily», 31 gennaio 2002.
26) Noam Chomsky, Confrontation with Hamas and Hezbollah, July 29, 2006. Israeli Cabinet Statement on Road Map, July 9, 2004
27) Seymour Hersh, The New Yorker, August 16, 2006
28) Gideon Levy, “A Black Flag,” Ha’aretz, July 2, 2006; Christopher Gunness, “Statements by the United Nations Agencies Working in the Occupied Palestinian Territory,” July 8, 2006; Amnesty International press release, “Israel/Occupied Territories: Deliberate Attacks a War Crime,” AI Index: MDE 15/061/2006 (Public), News Service No. 169, June 30, 2006. – Noam Chomsky, Confrontation with Hamas and Hezbollah, July 29, 2006. Israeli Cabinet Statement on Road Map, July 9, 2004
29) Aggression under false pretenses, The Washington Post, July 11, 2006
30) Annapolis Agrrement: full text, US Department of State, Novembre 2007
31) Counter Terrorism and State Political Violence, Critical Terrorism Studies, Scott Poynting & David Whyte
32) Democracy Now: January 22, 2009, Ex-Carter Admin Official: Israel Ignored Hamas Offer Days Before Attacking Gaza; Violated Ceasefire with Attacks, Blockade
33) Seymour Hersh: The New Yorker, 31/3/2009
34) Huffington Post, Nancy Kanwisher, Reigniting Violence: How do ceasefires end? 2012
35) Ur Shlonsky, Zionist Ideology, the Non-Jews and the State of Israel, July 24, 2002 – Israeli Democracy Institute, May 2003 Report
36) UN Committee on Economic Social Cultural Rights, 23 May 2003
37) Agence France Press, Nov. 1998
38) Prof. John Dugard, Rapporto come Special Rapporteur on Human Right in Palestina per l’ONU, 2007
39) Steven Zunes, Asia Times, The Rise and Rise of Hamas, July 7, 2007 – Ur Shlonsky, Zionist Ideology, the Non-Jews and the State of Israel, July 24, 2002
40) Ha’aretz, 22 lugio 2014 – Joel Beinin, Donald J. McLachlan Professor of History Stanford University USA, “RACISM IS THE FOUNDATION OF ISRAEL’S OPERATION PROTECTIVE EDGE”
41) ONU: La questione palestinese. British Government, The political history of Palestine (Memorandum to the United Nations Special Committee on Palestine, Jerusalem 1947, p. 30).
42) Ibidem
43) Ibidem
44) ONU: La questione palestinese. British Government, survey of Palestine, vol. 1, p. 73.
45) ONU: La questione palestinese. Official records of the General Assembly, Second Session, Supplement No. 11, document A/364, vol. II, p. 28. 47 ONU: La questione palestinese. Joseph, Dov, «The Faithful City» (N.Y. Simon & Schuster, 1960), pp. 71-72.
46) The Origin of the Palestine-Israel Conflict, Published by Jews for Justice in the Middle East P.O. Box 14561, Berkeley, CA, 94712.
47) ONU: La questione palestinese. Official records of the Security Council, Third Year, Supplement for October 1948, pp. 4-9, documents S/1018.
48) Foreign Relations of the United States, 1958-1960, Volume XII, Near East Region; Iraq; Iran; Arabian Peninsula: Statement by the National Security Council of Long Range U.S. Policy Toward the Near East. 100 United Nations Security Council Resolution 101 (1953), 24 November 1953.
49) ONU: La questione palestinese. General Assembly resolutions 32/91 C of 13 December 1977 & Commission on Human Rights resolution 1 (XXXIII) of 15 February 1977.
50) Menahem Begin, letter, «Ha’aretz», August 4, 1981.
51) Abba Eban, Morality and Warfare, «Jerusalem Post», August 16, 1981.
52) Rapporto della Commissione d’Inchiesta Kahan sugli eventi nei campi profughi di Beirut (8 febbraio 1983). –
53) Stime delle vittime civili dell’invasione israeliana del Libano del 1982 tratte da: Estimates of 5 March 1991 AP – Israel: 657 killed, Syrians: 370, PLO: 1,000, Lebanese and Palestinians: 19,000 +, mostly civilians, e Robert Fisk, The Awesome Cruelty of a Doomed People, «The Independent», 12 settembre 2001, p. 6.
54) ONU: La questione palestinese. Commissione ONU per i Diritti Umani, rapporto alla 44esima Sessione, marzo 1988.
55) Amnesty International Reports, London. AI 12/1999 Israel and the Occupied Territories
Demolitions and Dispossession.
56) Amnesty International Reports, London. Israel/Occupied Territories 03/2002, Attacks on health personnel and disrupted health care.
57) BBC, Analysis: Palestinian suicide attacks, 29/01/2007.
58) IDF. “Rocket Attacks on Israel from Gaza Strip”. idfblog.com/facts-figures/. Israel Defense Forces. Retrieved 15 August 2014. “Attacks on Israeli civilians by Palestinians”. B’Tselem. 24 July 2014.
59) BBC: Gaza Crisis, toll of operations in Gaza, 1 settembre 2014, dati ONU e B’Tselem.
60) ONU: La questione palestinese. British Government, survey of Palestine, vol. 1, p. 73
61) The NYT, Books’ section p. 12, 4 dic. 1948)
62) Riunione di Gabinetto del 17 nov. 1948, Kibbutz Meuhad Archives, section 9 file 1)
63) Norman G. Finkelstein, First the Carrot, Then the Stick: behind the carnage in Palestine, 14 aprile 2002 & «Ha’aretz», 25 gennaio 2002, 01 febbraio 2002.

Un grazie a Dario Zamperin
In ricordo di Vik Arrigoni

thanks to: Paolo Barnard

Haniyeh: Palestinian cause at turning point, but requires political will

Ismail Haniyeh

Ismail Haniyeh, deputy head of the political bureau of Hamas, said the national unity government train still has not reached its desired station, which requires the application of all reconciliation agreements.

During his Friday prayer sermon in Al-Katiba Mosque in Gaza, Haniyeh said that there had been an agreement on five issues in the reconciliation agreement, i.e. the formation of the government, activating the Palestinian legislative Council, holding legislative elections, community reconciliation, and activating the leadership framework of the PLO.

He also noted that government was formed, but all the other issues were suspended, adding that the leadership hadn’t met since the formation of the government.

“The government must bear all its responsibilities in Gaza and the West Bank,” pointing out the fact that there are three main tasks assigned to the government: reconstruction, preparing for elections, and unifying the Palestinian institutions in Gaza and the West Bank.

Haniyeh also stressed that the Palestinian cause is at a turning point that requires political will in order for the people to devote themselves to their core cause, which is Jerusalem and Al-Aqsa Mosque.

In this context, Haniyeh stated that the decisions made by the PLO Central Council in which it announced the end of security coordination with the occupation were “a step in the right direction”, calling for its immediate implementation.

“The true test of these decisions is its transformation from theory to practical implementation,” calling for the end of security coordination and negotiations with the occupation and urged the building of a unified national strategy.

During the PLO Central Council’s closing session of its two-day meeting in Ramallah yesterday evening, it decided to stop all forms of security coordination with Israel and to hold Israel responsible for the Palestinian people as an occupying force.

In a separate context, the deputy head of the political bureau of Hamas rejected the Egyptian court’s decisions against Hamas and Al-Qassam Brigades.

He stressed that these decisions reflected a departure from the Egyptian constants, not the Palestinian constants, adding “we will leave the address of the judicial situation in Egypt to our brothers there.”

Haniyeh also noted that Hamas has no security or military intervention in Sinai or anywhere else in Egypt or the Arab world. He added, “We respect Egypt’s national security and would never harm it. We have never thought about harming Egyptian or Arab national security.”

Images by MEMO photographer Mohammed Asad

thanks to: Memo

Inseriamo Israele nella lista internazionale dei terroristi

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PIC. Il movimento di resistenza islamica, Hamas, ha chiesto alla comunità internazionale di collocare Israele e i suoi leader nella lista del terrore, o black-list. La richiesta è stata diffusa dopo che i coloni ebrei appoggiati dallo stato sionista hanno dato fuoco a una moschea e a una chiesa, in Cisgiordania.

Il leader di Hamas ed ex ministro del Waqf e degli Affari religiosi, Ismail Radwan, giovedì ha condannato gli attacchi incendiari ai due luoghi sacri, dicendo: “Dare fuoco a edifici santi e scrivere slogan anti-islamici e anti-cristiani, da parte dei coloni israeliani, dimostra che l’occupazione israeliana costituisce un pericolo per l’umanità e per i centri sacri”.

Radwan ha dunque chiesto alla comunità internazionale e alle organizzazioni umanitarie di “lavorare per inserire Israele nella lista dei terroristi per i suoi crimini che mostrano odio e ostilità per l’umanità e per i suoi luoghi santi”.

thanks to: Infopal

Intervista ad Ahmad Sa’adat: “Cessare i negoziati, rinnovare l’unità nazionale e ricostruire la resistenza”

Nella primavera del 2002, al culmine della seconda intifada in Cisgiordania[…] le forze israeliane portarono avanti campagne di arresti ad ampio raggio in tutti i territori occupati e invasioni su larga scala di numerose città palestinesi. Ahmad Sa’adat […] [rappresenta una ] delle figure politiche palestinesi più importanti e conosciute arrestate in quella campagna, diventando nel tempo anche un leader del movimento dei prigionieri.

Ahmad Sa’adat è il segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) ed ex membro del Consiglio Legislativo Palestinese (CLP). È il funzionario di più alto rango appartenente a una fazione palestinese attualmente imprigionato dal regime israeliano di occupazione. La prigionia di Saadat non è atipica per i leader politici in Palestina, molti dei quali sono stati arrestati e detenuti, con o senza accuse, da Israele. Tuttavia, ad essere uniche erano le circostanze dell’arresto iniziale di Saadat ed i primi quattro anni della sua detenzione.

Uno degli aspetti critici degli arresti del 2002 era la collaborazione di sicurezza tra l’Autorità Palestinese (AP) e le forze di occupazione israeliane. Grazie al suo alto profilo e al livello di coinvolgimento dell’AP, l’arresto di Saadat si distingue in particolare come uno degli esempi più eloquenti di questa stretta cooperazione. […]

Giudicato da un tribunale militare israeliano nel 2006, Saadat è stato condannato come leader di un’organizzazione terroristica illegale. Nel periodo di detenzione israeliana, tra cui tre anni di isolamento, Saadat ha partecipato a numerosi scioperi della fame per migliorare le condizioni dei detenuti, e dal 2011 è stato uno dei leader più risoluti del movimento dei prigionieri. Nella politica palestinese, Saadat è diventato il simbolo di molte cose: il militante tenace (munadil), la vittima del tradimento dell’AP, il leader del partito, il prigioniero, e altro ancora. Ma Saadat è anche un fratello, un marito, un padre e ora un nonno. Come molti prigionieri, anche lui ha subito una serie di restrizioni non solo al suo lavoro politico, ma anche alla possibilità della sua famiglia di fargli visita in carcere e, come prolungamento della pena israeliana, alla loro [dei membri della famiglia, ndt] possibilità di ottenere permessi per viaggi personali e, pertanto, ai loro movimenti quotidiani. […]

In che modo la prigione ha cambiato la tua vita personale? Qual è il significato della tua vita? Come vedi e come ti tieni aggiornato sulla situazione politica? Puoi scrivere?

La mia esperienza carceraria ha forgiato ed ha temprato allo stesso tempo la mia visione politica e la mia appartenenza di partito, ma il tempo che ho trascorso in prigione è stato anche arricchito dalla mia esperienza di lotta vissuta al di fuori [della prigione, ndt]. A intermittenza, ho trascorso un totale di 24 anni in carcere, ed eccomi qui, incarcerato ancora una volta con il resto dei miei compagni. Passo il mio tempo a leggere e ad impegnarmi in attività legate alla nostra lotta di prigionieri, che comprende l’istruzione dei miei compagni e l’insegnamento di un corso di storia all’interno del programma dell’Università di Al-Aqsa. La maggior parte dei miei scritti riguarda le esigenze dell’organizzazione dei prigionieri del PFLP e le questioni di interesse nazionale. Cerco anche di sostenere i membri della dirigenza del FPLP all’esterno ogni volta che posso. Se dovessi descrivere in che modo la detenzione attuale mi ha cambiato, lo riassumerei dicendo che osservo gli eventi politici con più distacco in quanto mi è stata offerta l’opportunità di non essere immerso nei piccoli problemi quotidiani del lavoro politico e di organizzazione all’esterno. Questa prospettiva non ha fatto altro che rafforzare la mia convinzione della solidità della visione del FPLP dal punto di vista ideologico, politico o in termini pratici, comprese le sue posizioni sulle questioni urgenti ed esistenziali attualmente al centro della polemica: i negoziati, la riconciliazione [intra-palestinese] e le prospettive di uscita dalla crisi e dall’impasse attuale.

Sei stato arrestato nel 2002 e detenuto in una prigione dell’AP di Gerico sotto la supervisione di guardie americane e britanniche. Nel marzo 2006, sei stato trasferito in una prigione israeliana e condannato a trent’anni. Puoi fare un confronto tra la tua esperienze sotto “custodia internazionale” e nelle prigioni israeliane?

In breve, la detenzione sotto controllo britannico e americano ha reso evidenti le aberrazioni causate dal processo di Oslo. Sotto il cosiddetto Accordo Gaza-Gerico, sono stato messo in prigione a Gerico dall’AP, per conto degli israeliani, sotto la supervisione americana.

Per ragioni politiche, in particolare per la campagna elettorale del partito Kadima di quell’anno, il governo israeliano dichiarò nel 2006 che ero di loro competenza, svelando il vero significato del termine “al-Himaya” [1] – l’appellativo usato per descrivere l’ondata di arresti politici eseguiti dall’AP in conformità con i dettami israeliani di sicurezza. Il termine fu propinato dall’AP al pubblico per giustificare l’ondata di arresti.

In sostanza, la mia opinione è che [a Gerico], gli americani e gli inglesi si siano accordati con gli israeliani, e le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese si siano arrese, mettendoci nell’impossibilità di difenderci o di combattere per la nostra libertà. Mi duole dire che da questo assurdo episodio non è stata imparata alcuna lezione né è stata tratta alcuna conclusione e che, sotto diversi nomi, continuano ad essere svolte altre operazioni ugualmente sbagliate.

In pratica, a gestire la prigione di Gerico erano sorveglianti stranieri, e il ruolo dei funzionari palestinesi, dal ministro degli Interni al più umile poliziotto, era semplicemente quello di far rispettare le direttive e le condizioni base degli israeliani. Questo ha condotto alla nostra detenzione ma anche all’arresto di decine di altri militanti, rastrellati sia a Gerico che in altri luoghi. Essere in una prigione israeliana è un’esperienza completamente diversa: lì ci troviamo di fronte alla deliberata politica israeliana di spezzare la nostra volontà, calpestare i nostri diritti umani e fiaccare le nostre energie da militanti. Per i detenuti in generale, e per i capi del movimento dei prigionieri in particolare, la prigione diventa a tutti gli effetti un altro campo di battaglia contro l’occupazione.

Puoi descrivere il rapporto con la tua famiglia durante il periodo di detenzione, e il rapporto con il tuo nuovo nipote?

Per me come essere umano, la mia famiglia, per quanto stretta o larga la si possa intendere, è stata e rimane la parte maggiormente lesa. Hanno pagato un prezzo pesante per i miei continui arresti, pur rimanendo una delle principali fonti di sostegno per me come militante.

Mio fratello, Muhammad, è caduto nel fiore della sua giovinezza; i miei genitori, i miei fratelli e i miei figli sono tutti stati privati ​​del mio amore per loro. Fatta eccezione per mia moglie, Abla, e mio figlio maggiore, Ghassan, le cui carte di identità di Gerusalemme permettono loro di viaggiare fino al carcere senza bisogno di un permesso da parte degli israeliani, negli otto anni trascorsi dal mio ultimo arresto la mia famiglia non ha potuto farmi visita. Per quattro anni e mezzo, tre dei quali trascorsi in isolamento, perfino Abla e Ghassan non hanno potuto visitarmi, e la mia comunicazione con loro si limitava alle lettere.

In breve, ho gravemente trascurato i miei doveri nei confronti della mia famiglia. Spero che arrivi il giorno in cui potrò farmi perdonare, per quanto tardivamente. Per quanto riguarda la mia nipotina, lei ha ereditato i geni della “minaccia per la sicurezza”, così, in assenza di una parentela di primo grado [2], le è stato impedito di visitarmi – per non parlare naturalmente delle onnipresenti “ragioni di sicurezza”.

Come passi le tue giornate in prigione? E come tieni il passo con gli affari del FPLP? La prigionia ti limita in questo proposito? Fai affidamento sulla leadership esterna per guidare il partito?

Cerco di conciliare i miei impegni di partito con i miei impegni globali di nazionalista sia in carcere che all’esterno. Naturalmente, il fatto che io sia in prigione limita la mia capacità di adempiere ai miei doveri di segretario generale del FPLP: perciò faccio affidamento sullo spirito collegiale dei miei compagni nella direzione del partito e sui processi democratici che regolano l’esercizio della loro leadership. Questi due fattori hanno contribuito all’iniezione di sangue fresco nelle nostre file. I giovani rappresentavano oltre la metà dei partecipanti al nostro recente congresso.

Il FPLP ha recentemente tenuto il suo congresso nazionale [3]. Anche se i risultati e le risoluzioni non sono stati resi pubblici, è trapelata la notizia di un grande dissenso che ha offuscato l’incontro e ha portato alle dimissioni di ‘Abd al-Rahim Malluh, il vice Segretario generale, nonché di alcuni funzionari di alto rango. Abbiamo anche sentito che il congresso ha insistito sulla tua candidatura come leader del partito. Non credi che la detenzione prolungata ostacoli la tua leadership del partito e perché il FPLP non ha proposto ad altri di unirsi alla leadership?

Dato che siamo un partito democratico di sinistra, le differenze di opinione e di giudizio all’interno della leadership sono solo naturali. Non siamo l’uno la fotocopia dell’altro, il che sarebbe contro natura. Tuttavia, non è a causa delle nostre differenze che un certo numero di compagni ha lasciato la leadership del partito – e non uso la parola “dimissioni” perché sono ancora membri del PFLP. Il partito beneficerà ancora della loro presenza e partecipazione, dal momento che continueranno a dare il loro contributo grazie alla loro preziosa e variegata esperienza di militanti. Come hanno affermato in diversi media, il motivo che li ha spinti a lasciare i posti che occupavano è stato quello di aprire la strada dei vertici della dirigenza ad una serie di giovani quadri.

Qui devo ribadire la mia stima e il mio apprezzamento per questa iniziativa, che ha ulteriormente consolidato il percorso già intrapreso dai nostri leader fondatori, tra i quali George Habash, Abu Maher al-Yamani e Salah Salah. Per quanto riguarda la mia rielezione come segretario generale nonostante la mia reclusione: questa non è stata una mia scelta personale, ma la scelta dei miei compagni – i delegati al congresso ed i quadri del partito. Considero mio dovere rispettare la loro fiducia in me, e raddoppiare i miei sforzi nell’adempiere alle sfide derivanti dalle mie responsabilità.

Pensi che il Documento dei prigionieri (Documento di riconciliazione nazionale) [4] sia ancora valido? E se sì, che cosa ostacola la sua attuazione? Se il documento ha bisogno di modifiche, quali cambiamenti proponete?

Il documento dei prigionieri resta una base politicamente valida per arrivare alla riconciliazione e rinnovare l’unità nazionale. Inoltre, esso stabilisce il quadro generale della struttura organizzativa, con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) come avanguardia, fondata sul nazionalismo democratico, vale a dire, ove possibile, elezioni democratiche e partecipazione popolare.

In realtà, il documento è già stato modificato dagli accordi scaturiti da anni di colloqui bilaterali tra Fatah e Hamas. Questo comporta necessariamente la revisione e la ricostruzione delle istituzioni dell’OLP, in particolare il Consiglio Nazionale Palestinese (CNP). Inoltre, favorirà il consolidamento del documento e ci permetterà di passare dalla co-esistenza politica nell’arena di palestinese alla vera unità nazionale, sia in termini di azioni che di programmi.

A causa delle circostanze che hanno portato alla sua creazione, il testo del documento dei prigionieri presenta alcune ambiguità in alcuni punti, in particolare per quanto riguarda l’approccio ai negoziati e la strategia più efficace da adottare nel contrastare l’occupazione.

Venti anni dopo Oslo, non c’è né la pace né uno stato – solamente trattative e divisione politica. Come si supera questo stallo?

Trascorsi due decenni, gli esiti dei negoziati hanno definitivamente dimostrato che è inutile continuare il processo secondo il quadro di Oslo.

Per quanto mi riguarda, la continuazione degli inutili negoziati e l’attuale divisione nella classe politica palestinese sono indistinguibili. Il presupposto per la creazione e il consolidamento dell’unità nazionale è nell’impegno unanime verso una piattaforma politica chiara e unitaria fondata su un compromesso tra le varie forze e correnti all’interno del movimento nazionale palestinese.

Pertanto, se vogliamo superare l’attuale fase di stallo, dobbiamo smettere di puntare tutto sui negoziati e non prendervi più parte. Se queste dovessero continuare, allora come minimo il gruppo interessato deve riportare i negoziati sulla pista giusta tenendo fede ai principi e alle condizioni già definite, e cioè: la fine degli insediamenti, il ricorso alle risoluzioni delle Nazioni Unite e il rilascio dei prigionieri e dei detenuti. Questo presuppone ripartire dal successo ottenuto con la nostra adesione alle Nazioni Unite come Stato non membro al fine di elaborare un approccio globale per cui la questione palestinese viene essere risolta sulla base del diritto internazionale, come espresso nelle dichiarazioni e nelle risoluzioni delle Nazioni Unite alle quali Israele deve conformarsi; e infine, insistere nella nostra richiesta di adesione a tutte le istituzioni delle Nazioni Unite, in particolare alla Corte Internazionale di Giustizia.

Infine, dobbiamo lavorare per attuare i termini dell’accordo di riconciliazione formando subito un governo di riconciliazione nazionale e mettendo in piedi una struttura direzionale di transizione. Il compito di questa istituzione transitoria sarebbe quello di impegnarsi nella ricostruzione e nel rafforzamento dell’OLP e nell’organizzazione delle elezioni legislative e presidenziali dell’AP, nonché delle elezioni del Consiglio nazionale palestinese [CNP] entro sei mesi (anche se questo lasso di tempo può essere esteso, se necessario). L’aspetto di gran lunga più importante, però, è che la popolazione deve essere mobilitata intorno ad una piattaforma politica unitaria di resistenza nazionale in tutte le sue forme.

Dove ci porteranno i negoziati in corso secondo lei?

Chi ha seguito le posizioni del governo israeliano e statunitense capisce che le probabilità di raggiungere un accordo politico sancito dal diritto internazionale e dalle risoluzioni delle Nazioni Unite, vale a dire, in conformità con i diritti del popolo palestinese al ritorno, all’autodeterminazione e all’indipendenza nazionale, sono pari a zero.

Credo che nessun leader palestinese, non importa quanto flessibile, sia in grado di soddisfare le richieste israeliane o americane e abbandonare questi principi fondamentali. Tutt’al più, i negoziati non faranno altro che prolungare la gestione delle crisi fornendo una copertura per i progetti israeliani di insediamento coloniale sul terreno, per scongiurare il biasimo internazionale e per imporre la propria visione di un soggetto politico palestinese pari a poco più che un protettorato. Inoltre, i negoziati consentono agli Stati Uniti di disinnescare le tensioni e contenere il conflitto in Palestina, e di concentrarsi sulle questioni regionali che ritiene fondamentali, vale a dire la Siria e l’Iran.

Il movimento nazionale palestinese deve essere ricostruito. In che modo e con quali prospettive politiche?

Sono d’accordo con te che il movimento nazionale palestinese ha bisogno di essere ricostruito. Credo che il punto di partenza debba essere la riconfigurazione di tutte le fazioni, sia nazionaliste che islamiste, al fine di razionalizzare programmi e punti di discussione e rafforzare il nostro riesame del modo migliore di procedere nella lotta contro l’occupazione. Ciò include una rivalutazione dell’OLP sia come organo sia come organizzazione quadro che rappresenta tutti i palestinesi, ovunque si trovino, e qualsiasi prospettiva sociale o politica abbiano. Organizzato come un vasto fronte nazionale e democratico, questa struttura sarebbe investita della massima autorità politica per guidare la nostra lotta.

Considero le nostre prospettive politiche le seguenti: a livello strategico, dobbiamo ripristinare quegli elementi del nostro programma nazionale che sono stati smantellati dalla leadership dominante dell’OLP a favore dell’opportunismo pragmatico, e ricollegare gli obiettivi storici dell’organizzazione per quanto riguarda il conflitto con quelli attuali: in sintesi, la creazione di un unico stato democratico in tutta la Palestina storica. A livello tattico, dovremmo unirci intorno ad una piattaforma comune con la componente islamista del movimento nazionale palestinese su un terreno comune, vale a dire il diritto al ritorno, all’autodeterminazione e alla creazione di uno Stato palestinese con Gerusalemme come sua capitale.

La resistenza popolare viene propagandata come alternativa alla resistenza armata. C’è un conflitto tra le due? E, se sono metodi complementari, come possono essere combinati?

La lotta quotidiana del movimento dei prigionieri è parte della più ampia lotta palestinese. Chiunque abbia seguito l’attivismo popolare palestinese nel corso degli ultimi tre anni o giù di lì scoprirà che esso ha ruotato in larga parte attorno al sostegno alle battaglie del movimento nazionale dei prigionieri. E questa non è una novità – in ogni fase della nostra lotta nazionale i prigionieri hanno svolto un ruolo di primo piano e di incitamento all’azione. Quanto meno, agli uomini e alle donne del FPLP, sia nella base sia nella direzione, prometto di impegnarmi, insieme con i miei compagni del PFLP in carcere, per soddisfare le loro speranze ed aspettative, in particolare per quanto riguarda la mobilitazione del Fronte [FPLP], rafforzando la sua presenza, e il sostegno al movimento nazionale palestinese in generale.

Come dimostrato altrove dalle rivoluzioni popolari, abbracciare la resistenza popolare non significa favorire una forma di lotta ad un’altra. Confinare la resistenza popolare alla sola lotta nonviolenta svuota la resistenza del suo contenuto rivoluzionario. L’intifada palestinese è stata un modello per la resistenza popolare, oltre ad essere la nostra bussola mentre percorrevamo diverse ed efficaci forme di resistenza: pacifica, violenta, popolare, di fazione, economica, politica e culturale. Non solo la letteratura accademica rifiuta la logica di spezzare la resistenza in varie forme e metodi, ma la realtà delle sfide che il popolo palestinese si trova ad affrontare nella sua lotta contro l’occupazione israeliana esclude un approccio del genere: noi ci troviamo ad affrontare una forma globale di colonialismo di insediamento che si basa sulle forme più estreme di violenza convenzionalmente associate con l’occupazione, combinate con politiche di apartheid. E l’ostilità in cui si imbattono [i palestinesi] si estende a tutti i segmenti della nostra popolazione, ovunque si trovino.

È quindi necessaria la combinazione creativa e l’integrazione di tutti i metodi di lotta legittimi che ci permettono di impiegare qualsiasi tipo o metodo di resistenza in relazione alle condizioni specifiche delle diverse congiunture politiche. Al livello nazionale più ampio, abbiamo bisogno di un programma politico unitario che, in primo luogo, fornisca i mezzi per mettere in pratica la resistenza. Occorrono posizioni politiche e discorsi che siano allo stesso modo uniti intorno alla resistenza. Infine, abbiamo bisogno di un quadro nazionale generale reciprocamente concordato, che definisca le principali forme di resistenza che determineranno poi tutte le azioni di resistenza. Dobbiamo essere capaci di proporre questa o quella forma con particolare attenzione alle circostanze specifiche, e in base alle esigenze di una situazione o di un momento politico specifico, senza escludere alcuna forma di resistenza.

Gli inviti alla resistenza popolare nonviolenta e gli slogan sullo stato di diritto e sul monopolio dell’uso delle armi all’AP sono meri pretesti per giustificare l’attacco alla resistenza e rispondere ai dettami di sicurezza israeliani. Lo stato di diritto è privo di significato se posto in contrasto con il nostro diritto di resistere all’occupazione e se nega la logica di tale resistenza. E per quanto riguarda il monopolio dell’uso della forza, non ha senso se questa forza non è diretta contro il nemico.

Qual è la tua lettura delle rivolte arabe, e quali sono state le ripercussioni sulla causa palestinese?

Le rivolte arabe nascono in risposta alla necessità popolare di cambiamento democratico e rivoluzionario dei sistemi politici di ogni paese arabo. Sebbene questo sia il quadro generale di riferimento per comprendere queste rivoluzioni, le particolarità di ciascun paese variano, così come le conclusioni che si raggiungono. Penso che le rivoluzioni tunisina ed egiziana rientrino nel quadro sopra descritto. In ogni caso, questi cambiamenti rapidi e dinamici contraddistinti dall’azione collettiva di massa hanno spostato l’equilibrio interno del potere, inaugurando un periodo di transizione.

Altrove, condizioni analoghe hanno portato la gente a sollevarsi e a chiedere il cambiamento, ma in quei casi, gli Stati Uniti e i suoi agenti nella regione hanno compiuto notevoli sforzi per condizionare e intervenire a sostegno del “Progetto per il Nuovo Medio Oriente” degli Stati Uniti [5].Pertanto, occorre una certa precisione nel valutare le rivolte e nel trarre conclusioni. Bisogna distinguere attentamente tra i propositi e le richieste di cambiamento democratico e di giustizia sociale che rappresentano la legittima volontà delle popolazioni arabe di riappropriarsi della loro dignità, dei diritti e delle libertà, da un lato; e, dall’altro, le forze internazionali e regionali che sfruttano la potenza scatenata da questi movimenti popolari per i propri fini, fomentando efficacemente la contro-rivoluzione, come è avvenuto in Libia e in Siria.

In generale, tuttavia, le rivolte arabe hanno ampliato le prospettive di una transizione con potenziale a lungo termine. Hanno agitato ciò che una volta era stagnante, aprendo la strada a diversi possibili scenari, nessuno dei quali prevede un ritorno al passato, cosa che credo sia ormai impossibile. A mio avviso, qualsiasi movimento popolare che conduca i popoli arabi più vicini al raggiungimento delle loro libertà e dei loro diritti democratici pone le basi per una lotta fondata su principi veramente democratici e costituzionali, che sono i presupposti per una società democratica e civile. Tutti questi obiettivi sono d’importanza strategica sia per la causa nazionale palestinese sia per il progetto di un rinnovamento arabo.

Note:

[1] Letteralmente, “protezione”, in arabo.

[2] Solo i parenti di primo grado (genitori, fratelli, coniugi e figli) sono autorizzati a visitare i loro parenti in carcere.

[3] Eletto per un mandato di quattro anni, il congresso nazionale è il supremo organo di governo del FPLP. Formula e modifica la strategia, il programma del partito e il regolamento interno, discute e decide in merito ai rapporti del comitato ed elegge il comitato centrale (esecutivo).

[4] Il Documento di riconciliazione nazionale, largamente conosciuto come Documento dei prigionieri, è stato pubblicato l’ 11 maggio 2006. Redatto da detenuti palestinesi nelle carceri israeliane in rappresentanza di Hamas, Fatah, Jihad islamica, FPLP e FDLP, al fine di risolvere la faida tra Fatah e Hamas e unificare le fila palestinesi. È il documento alla che è stato alla base di ogni successivo tentativo di riconciliazione palestinese. http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/page/documento-dei-prigionieri

[5] Una neologismo usato dall’allora Segretario di Stato americano Condoleezza Rice in una conferenza stampa a Washington DC il 21 luglio 2006: “Quello che stiamo vedendo qui, in un certo senso, è la crescita – le doglie di un nuovo Medio Oriente e qualunque cosa facciamo, dobbiamo essere certi che stiamo portando avanti il nuovo Medio Oriente e non stiamo tornando al vecchio.” Vedi: Condoleezza Rice,” Briefing speciale sul viaggio in Medio Oriente e in Europa”, 21 Luglio 2006, trascrizione a cura di US Department of of State Archive, http://2001-2009.state.gov.

Pubblicato su Institute for Palestine Studies
Traduzione per Palestina Rossa a cura di Enrico Bartolomei (*)


(*) ricercatore e attivista della Campagna di solidarietà per la Palestina – Marche

 

thanks to: Palestina Rossa

Hamas: vittoria della resistenza

Gaza-Maan/Quds Press. Martedì sera, dopo 51 giorni di bombardamenti israeliani, 2143 morti e 11000 feriti, è entrata in vigore una tregua indeterminata, mediata dall’Egitto.

Subito dopo la conferma che il cessate il fuoco definitivo era entrato in vigore, Hamas ha invitato la popolazione a uscire in strada e a festeggiare “la vittoria e l’accoglimento delle domande del popolo palestinese”, tra cui la riapertura dei valichi di Gaza.

Il movimento islamico ha annunciato la vittoria della resistenza contro Israele e si è congratulato con il popolo palestinese.

In una conferenza stampa all’ospedale Shifa, di Gaza, il portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri, ha dichiarato: “I coloni israeliani che vivono intorno a Gaza possono tornare nelle loro case, dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco”.

Mushir al-Masri, deputato del Consiglio legislativo palestinese, ha dichiarato: “Dopo 50 giorni di resistenza all’aggressione sionista ha vinto la fermezza, la preparazione e la prontezza del nostro popolo”. E ha aggiunto: “Hanno voluto spezzare la nostra resistenza, ma sono stati sconfitti. E’ una vittoria per la resistenza e la conferma che essa è la scelta strategica per liberare la Palestina”.

Manifestazioni di giubilo hanno percorso tutta la Striscia di Gaza, con bandiere di Hamas, Jihad islamico, Fatah sventolanti tra la folla.

Israele ha accettato di riaprire i valichi.

Israele ha accettato di riaprire i valichi di Gaza e di lasciar entrare gli aiuti umanitari e i materiali per la ricostruzione, secondo quanto ha dichiarato il leader di Hamas, Mousa Abu Marzouq.

Parlando a Ma’an, Abu Marzouq ha spiegato che altri tre valichi, oltre a quelli di Kerem Abu Salam e Beit Hanoun (Erez), saranno resi operativi.
E ha aggiunto che ai pescatori sarà concesso di raggiungere le 6 miglia nautiche, e che, gradualmente, potranno arrivare alle 12 entro la fine del 2014.

thanks to: Infopal

Gazzella Onlus a Gaza – 22 agosto 2014

I bombardamenti israeliani su Gaza, iniziati l’8 luglio, ai quali Europa e USA stanno dando il loro sostegno, si basano sul presupposto che sia ragionevole e legittimo attaccare Hamas, per reazione al lancio di razzi nel ‘territorio’ israeliano. Hamas è così considerato responsabile delle morti dell’una e dell’altra parte.

Ban Ki-moon, sollecita Israele a fare quanto possibile per fermare le morti dei civili e John Kerry chiede agli israeliani di essere “precisi” negli attacchi militari.

L’informazione menziona i morti, le dichiarazioni dei politici, ma ignora le ragioni per le quali da oltre 60 anni i palestinesi resistono, con ogni mezzo all’occupazione, agli insediamenti, all’assedio che attanaglia la popolazione civile di Gaza dal 2007. Una punizione collettiva per aver votato democraticamente e scelto Hamas per governare.

La comunità internazionale oltre a ignorare la condizione in cui versa la popolazione civile palestinese vorrebbe anche che subisse in silenzio. E da qui la condanna per il lancio di razzi verso Israele. L’esercito israeliano al contrario può contare su un efficiente armamento e sofisticati sistemi computerizzati che possono colpire l’obiettivo senza fatica e con estrema precisione.

L’operazione israeliana “margine di protezione” trova giustificazione nella volontà di porre fine alle capacità militari di Hamas di lanciare razzi. L’operazione militare israeliana ha già causato la morte di 2.050 civili, di cui 552 bambini e più di 10.100 feriti di cui 3.082 bambini, ha raso al suolo oltre 10.000 edifici, distrutto più di 30.000 abitazioni, oltre a insfrastutture, scuole, ospedali, attività commerciali. Azioni criminali che meritano di essere portate davanti alla Corte Internazionale anche in ragione del diritto a resistere all’occupazione.

Una Commissione d’inchiesta incaricata dalle Nazioni Unite di indagare sui crimini israeliani compiuti a Gaza nel corso dell’operazione ” margine di protezione” è stata già nominata. Tuttavia vale la pena ricordare come ha lavorato in passato la “commissione d’inchiesta Goldstone” nominata per indagare sui crimini commessi durante l’operazione “piombo fuso”. Una commissione che andò oltre il mandato ricevuto. In quella occasione l’impostazione dei lavori della commissione, si è sviluppata per far credere l’esistenza di una guerra in atto.

È necessario fin da subito vigilare affinché non si riproponga la lettura degli eventi all’interno di un “ conflitto israelo-palestinese “ dove lo stesso termine “conflitto” allude ad uno scontro militare fra forze egualmente organizzate che si contendono la vittoria sul piano bellico e dove le violazioni delle norme internazionali di tutela delle popolazioni civili vanno valutate, pesate e condannate con i medesimi criteri. Questo occulterebbe ancora una volta il dato fondamentale della vicenda, l’aggressione alla popolazione civile palestinese, la negazione del suo diritto alla autodeterminazione, per rappresentare semplicemente una fase dell’aggressione di Israele contro il popolo palestinese, omettendo di riconoscere che anche l’operazione “margine di protezione” è una tappa della più lunga e violenta vicenda coloniale dell’epoca moderna.

Da martedì scorso, prima ancora che scadesse la tregua, ad oggi i martiri degli attacchi israeliani sono più di 30 e oltre 130 i feriti. Ieri allo Shifa Hospital è arrivato il corpicino di Sara, 3 anni e mezzo ritrovata sotto le macerie del bombardamento di 2 giorni fa a Gaza nel quartiere di Sheikh Radwan dove persero la vita 3 persone. Issam di 26 anni e Mohammad di 43 hanno trovato la morte mentre erano in macchina nelle vie di Gaza; altri 4 martiri sono caduti al cimitero di Sheikh Radwan mentre seppellivano altri martiri; tutti assassinate nel corso di raid aerei. A Rafah, i raid israeliani hanno ucciso alcun membri delle Brigate Al Qassam e con loro altri 3 civili e causato numerosi feriti.

La tensione su tutta la striscia di Gaza è alta: le strade sono vuote e pochissimi i negozi aperti. I timori di restare vittime dei raid aerei contro abitazioni, uffici del governo locale, moschee, scuole, ospedali o macchine in movimento è concreto.

Oltre al “bollettino” giornaliero dei morti e feriti, andrebbero menzionate le condizioni psicologiche di bambini, donne e uomini; monitorate le reazioni, l’aggressività che condizioni di trauma e stress continuo determinano. Già da queste valutazioni comprenderemmo come i civili di Gaza faranno fatica a risollevarsi, a riprendersi la fiducia e la speranza.

Lo stato di salute mentaledegli abitanti della striscia di Gaza è fatto della paura di trovare la morte nel sonno o per strada. Uno stato d’ansia perenne per 1800.000 palestinesi assediati in una striscia di terra di circa 380 kmq sulla quale non c’è alcun rifugio sicuro dagli attacchi aerei, dai droni e dai bombardamenti via mare.

Cammini per strada, dormi nel tuo letto, sei seduto nella tua casa con la morte a fianco! Questa condizione ti rende più fragile e meno fiducioso.

Aggressioni psicologiche, attacchi armati anche con armi non convenzionali, situazioni che devono essere denunciate e condannate.

Ancora l’informazione ignora l’impatto complessivo delle azioni militari sui civili.

Da Gaza g.b.

22.8.2014

TO ISRAEL’S U.S. SUPPORTERS: PORTABLE GAS CHAMBERS, CHEMICAL WARFARE, BLINDINGS, MASS BOMBING AND SHELLING OF CIVILIANS – WHERE DO YOU DRAW THE LINE?

August 21, 2014

by Fred Branfman

Note: This message is addressed to U.S. supporters of Israel both because only U.S. pressure can bring about the political settlement which alone can save Israel and Palestine, and because it appears that most Israelis – consumed by fear, hatred and the dehumanization of even Palestinian children – are presently impervious to either reason or human decency.

Dear U.S. Supporters of Israel in Gaza,

If you believed that the IDF could destroy Hamas by employing portable gas chambers or chemical weapons to publicly gas over 1,400 Gazan civilians, including 400 children, chosen at random – or deliberately blinding them – would you favor doing so? I guess not, perhaps you even feel insulted at the suggestion that you might.

But this raises a basic question: if you would not favor gassing Palestinan civilians, how do you justify your support for blowing them to bits? The controversial issue is not Israel trying to destroy Hamas tunnels. Nor is it the attempt to destroy rockets, as if the Israelis can claim that they reasonably suspected the 46-48,000 U.N.-estimated buildings they either partially or totally destroyed of containing rockets. Nor is it rightfully condemning Hamas for rocketing civilian targets as well. As even long-term apologists for Israeli violence like the New Republic’s Leon Wieseltier acknowledge, the issue is massive Israeli bombing and shelling of he civilian infrastructure in Gaza, which is wholly disproportionate to combatting tunnels and/or rockets.

It is the actual massive bombing and shelling of Gaza’s civilian infrastructure that raises the basic question: as a human being, where do you draw the line? How do you justify to yourself your support for mass misery inflicted on hundreds of thousands of innocent civilians through a bombing and shelling campaign that – whatever its stated intent – not only murdered 1400 civilians and maimed thousands more, but destroyed hospitals, schools, businesses, and Gaza’s only power station plunging all 1.8 million Gazans into darkness and depriving them even of drinking water, created over 400,000 refugees, and traumatized a U.N.-estimated 373,000 children? (Please see “The Civilian Impact of Israel’s 2014 Attack on Gaza” below. You own integrity requires that you at least acknowledge the facts rather than, as do so many of Israel’s supporters, accept at face-value Israeli claims that it sought to avoid civilian destruction.)

I answered such questions for myself 45 years ago, when I discovered that civilians were well over 90% of the victims of U.S. leaders’ mass bombing of northern Laos. I concluded then that there is never any moral or legal justification for mass bombing or shelling of civilians. Period. Full Stop.

The “World Can’t Wait” website has just posted a PowerPoint presentation on the years-long bombing of northern Laos, perhaps the worst unknown crime of the 20th century. It combines an analysis of automated war, the writings of the rice-farmers who suffered most and were heard from least, and my personal story in discovering and trying to expose it to the world. A Lao mother summed up the nature of mass bombing of civilians for all time: “There was danger as the sound of airplanes led me to be terribly, terribly afraid of dying. When looking at the faces of my children who were losing the so very precious happiness of childhood I would grow in­creasingly miserable. In reality, whatever happens, it is the innocent who suffer.”

The question of protecting civilians in wartime far transcends the Israeli-Palestinian conflict: it is a basic measurement of the progress of human civilization itself. What is at stake in your support for Israel’s recent attacks on Gaza is not only Israel’s humanity but your own.

There are two basic questions regarding warfare: (1) whether a given war is considered legitimate, e.g. whether it is “aggressive war”; and (2) how civilians are treated once a war is launched. These are two distinct questions – even if you consider a given war legitimate there is no moral or legal justification for waging it in a way that mainly murders and maims civilians.

The evolution of international law on this question, beginning with the 1907 Hague Convention, has been slow and painful. But it is today unequivocal: waging war in a way that results primarily in civilian deaths and damage is a punishable war crime. Article 85 of the 1949 Geneva Conventions states categorically that “the following acts shall be regarded as grave breaches of this Protocol … launching an indiscriminate attack affecting the civilian population or civilian objects in the knowledge that such attack will cause excessive loss of life, injury to civilians or damage to civilian objects” – a precise description of Israeli bombing and shelling in Gaza.

Israel claims that it is justified in maiming and murdering civilians because Hamas is using them as “human shields”. But it must be understood: there is always a military and political rationale for bombing civilians. In Laos, Deputy CIA Director James Lilley explained that though North Vietnamese soldiers were not in the villages they would hide there if the U.S. didn’t bomb civilians. Prime Minister Nethanyahu today offers a similar rationale for mass civilian murder.

Other rationales include hoping that mass murder of civilians will turn the population against their leaders, as when former Israeli General Amos Yadlin stated in the N.Y. Times that Israel must bomb partly so that “Gaza’s people (are) given the chance to elect new leaders”. And, as the U.S. Senate Refugee Subcommittee concluded after visiting Laos, the bombing’s purpose was to hurt the enemy by destroying its “social and economic infrastructure.” This was also General Curtis Lemay’s basic rationale for burning alive over 100,000 Japanese civilians in the firebombing of Tokyo on March 9, 1945, an act for which Lemay acknowledged at the time, and his assistant Robert McNamara later
also admitted, was a war crime – for which they should have been executed. (PIease see Note 1 below.)

And it is precisely because there is always a rationale for bombing civilians that the progress of human civilization is largely measured by the extent to which civilians are protected in times of war from indiscriminate bombing and shelling, and that those who violate these rules are prosecuted for crimes of war. Protecting civilians against indiscriminate murder, in short, is not only a question of war. It is a measure of your own humanity.

The Civilian Impact of Israel’s 2014 Attack on Gaza

CIVILIAN DEAD AND WOUNDED: A U.N.-estimated 1396 Palestinian civilians killed including 222 women and 418 children, thousands more wounded. (Source: Information Management Unit in the United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs in the Occupied Palestinian Territories, from “Month-long War in Gaza Has Left a Humanitarian and Environmental Crisis”, Washington Post. August 6, 2014)

CHILDREN: “Pernille Ironside, who runs the UNICEF field office in Gaza, said the agency estimates that roughly 373,000 Palestinian children have had some kind of direct traumatic experience as a result of the attack and will require immediate psycho-social support … (She) added that she’s seen ‘children coming out of these shelters with scabies, lice, all kinds of communicable diseases.’” (Source: “Amid Gaza’s Ruins, Impact on Children Most ‘Severe’: UN Official”, Common Dreams, August 6, 2014)

ECONOMIC INFRASTRUCTURE: “175 of Gaza’s most successful industrial plants had also taken devastating hits, plunging an already despairing economy into a deeper abyss” (Source: “Conflict Leaves Industry in Ashes and Gaza Reeling From Economic Toll”, NY Times, August 6, 2014)

MOSQUES, FARMING, INDUSTRY: “As many as 80 mosques have been damaged or destroyed. Many farming areas and industrial zones, filled with the small manufacturing plants and factories that anchored Gaza’s economy, are now wastelands.” (Source: “Month-long War in Gaza Has Left a Humanitarian and Environmental Crisis”, Washington Post. August 6, 2014)

THE WATER INFRASTRUCTURE: Oxfam said: “We’re working in an environment with a completely destroyed water infrastructure that prevents people in Gaza from cooking, flushing toilets or washing [their] hands.”(Source: “Gaza’s Survivors Now Face A Battle For Water, Shelter And Power”, The Independent, August 5, 2014)

400,000 REFUGEES, 46-48,000 HOMES: “Frode Mauring, the UN Development Programme’s special representative said that with 16-18,000 homes totally destroyed and another 30,000 partially damaged, and 400,000 internally displaced people, ‘the current situation for Gaza is devastating’.” (Source: “Gaza’s Survivors Now Face A Battle For Water, Shelter And Power”, The Independent, August 5, 2014)

ELECTRICITY: “Mr Mauring said that the bombing of Gaza’s only power station and the collapse at least six of the 10 power lines from Israel, had ‘huge development and humanitarian consequences’ (Source: “Gaza’s Survivors Now Face A Battle For Water, Shelter And Power”, The Independent, August 5, 2014)

SCHOOLS, REFUGEE CENTERS: “United Nations officials accused Israel of violating international law after artillery shells slammed into a school overflowing with evacuees Wednesday … The building was the sixth U.N. school in the Gaza Strip to be rocked by explosions during the conflict. (Source: “U.N. Says Israel Violated International Law, After Shells Hit School In Gaza”, Washington Post, July 30, 2014)

HOSPITALS: “Israeli forces fired a tank shell at a hospital in Gaza on Monday … It was the third hospital Israel’s military has struck since launching a ground offensive in Gaza last week.” (Source: “Another Gaza Hospital Hit by Israeli Strike”, NBC News, July 21, 2014)

HOSPITALS, HEALTH WORKERS: “There has been mounting evidence that the Israel Defense Forces launched apparently deliberate attacks against hospitals and health professionals in Gaza … Philip Luther, Middle East and North Africa Director at Amnesty International (said) ‘the Israeli army has targeted health facilities or professionals. Such attacks are absolutely prohibited by international law and would amount to war crimes.’” (Source: “Mounting Evidence Of Deliberate Attacks On Gaza Health Workers By Israeli Army”, Amnesty International, August 7, 2014)

NOTES

1- Robert McNamara, from the Errol Morris film Fog of War:
“LeMay said, ‘If we’d lost the war, we’d all have been prosecuted as war criminals.’ And I think he’s right. He, and I’d say I, were behaving as war criminals. LeMay recognized that what he was doing would be thought immoral if his side had lost. But what makes it immoral if you lose and not immoral if you win?”

Dear Friends,

I hope you will consider sending this just-published piece (original version below) to supporters of Israel’s actions in Gaza you know. Most U.S. supporters of Israel that I know are decent people who reflexively support Israel without confronting the actual facts of the atrocities it is committing. But in so doing they must understand that what is at stake is not only Israel’s humanity but their own.

The most painful memories of my life have been triggered by the recent Israeli bombing and shelling of civilian targets in Gaza: the many months I spent interviewing Lao ricefarmers about their 5 years under U.S. bombing – the most significant unknown event of the 20th century. The World Can’t Wait website has just published “Laos: Birthplace of Modern U.S. Executive War and a New ‘Ahuman’ Age” – its lessons apply not only to Laos but to Israel, Gaza, Syria and the many other cases where civilians become the main victims of automated murder.

It is critical to human civilization itself that we make the issue of civilian murder in Gaza personal, by (1) having the personal integrity to look at the facts of, not rationalizations for, Israel-caused civilian destruction in Gaza (please see “The Civilian Impact of Israel’s 2014 Attack on Gaza” below); and (2) to acknowledge that what is at stake here is not only Israel’s humanity but our own. Those who are indifferent to the murder of civilians in Gaza today are also indifferent to the destruction of our own children and grandchildren through climate change tomorrow.

In retrospect it seems like an accident of fate that I so directly encountered the U.S. mass murder of the gentlest, kindest people on earth in Laos. But I regard it now as both the most agonizing and precious experience of my life. For imagining what it means to be on the ground “looking up” at the bombers, rather than “looking down” as we inevitably do in the West, adds a crucial dimension to human existence – and one which may well determine the fate of our species as we confront the growing horrors of the 21st century. ­ Fred

thanks to: Fred Branfman

gaza.scoop.ps

Credi che l’ultimo brutale attacco contro la striscia di Gaza rafforzerà il sostegno politico, economico e militare nei riguardi di Hamas?

Medici norvegesi a Gaza: “la maggior parte dei feriti è stata copita da missili teleguidati di precisione e le ferite procurate ai bambini e ai civili sono state intenzionali.”

Due dottori che hanno lavorato nell’ospedale Shifa di Gaza offrono uno straziante racconto [in qualità di] testimoni oculari di fatti accaduti lì

Norvegesi

di Gideon Levy e Alex Levac   – HAARETZ

I dati sono scritti in inchiostro sul palmo della sua mano, come se fosse uno scolaro che copia le informazioni per un compito in classe : 1035 morti [1900 al 5 agosto dei quali 400 bambini. NdT],  6233 feriti alle 14 di lunedì 28 [al 5 agosto 9000 feriti NdT.]. Ogni giorno cancella i numeri e li aggiorna.

Questa settimana, il prof. Mads Gilbert ha lasciato l’ospedale Shifa della Striscia di Gaza per una breve vacanza nella sua terra natia, la Norvegia, dopo due settimane continue di interventi sulle ferite da guerra. Il suo collega e compatriota, prof. Erik Fosse doveva sostituire Gilbert a Gaza, ma, a metà settimana, Israele ancora gli impediva di farlo.Anche Fosse aveva passato la prima settimana di Margine Protettivo nell’[ospedale] Shifa e voleva ritornarvi.

Gilbert e Fosse hanno lavorato  nell’[ospedale] Shifa anche durante l’operazione Piombo Fuso nel 2008-09, pubblicando in seguito il loro  scioccante libro “Occhi su Gaza”  sulle conseguenze [della guerra], un best seller internazionale. Ora   loro ritengono che in termini di danni [procurati] alla popolazione civile e  soprattutto ai bambini, la guerra attuale contro la Striscia è  persino più straziante di quella precedente.

Entrambi sono sulla sessantina. In gioventù ammiravano Israele, ma la prima guerra del Libano del 1982, durante la quale si sono arruolati per soccorrere i palestinesi feriti, ha modificato la loro percezione e ha cambiato per sempre le loro vite. “È stato allora che ho visto per la prima volta [all’opera] la macchina da guerra israeliana” ricorda Gilbert.

Fosse è il responsabile  dell’associazione NORWAC ( Comitato di Aiuto Norvegese), che fornisce assistenza medica ai palestinesi ed è finanziata dal governo norvegese. Sia Gilbert , che è un volontario indipendente,  che Fosse hanno dedicato gran parte della loro esistenza ad aiutare i palestinesi, e Gaza è divenuta la loro seconda casa. Nel pomeriggio di lunedì, abbiamo incontrato a Herzliya [cittadina sulla costa israeliana ndt] Fosse, un cardiochirurgo, dopo che è tornato dalle sue vacanze in Norvegia, sulla via del ritorno a Gaza. Abbiamo incontrato Gilbert, un anestesista,  mentre stava uscendo dal valico di Erez per ritornare a casa. Le immagini descritte dai due dovrebbero pesare molto  sulle coscienze di ogni essere umano  onesto.

“Durante Piombo Fuso pensavo che fosse la più orribile esperienza della mia vita” dice Gilbert, “fino a quando sono arrivato a Gaza due settimane fa- il che è stato perfino più scioccante. I dati ci dicono che vi sono 4,2 palestinesi deceduti all’ora…  più di un quarto dei morti sono bambini; oltre la metà sono donne e bambini. L’esercito israeliano [IDF] ha ammesso che il 70 % sono civili, l’ONU sostiene che sono l’80%, ma da quello che ho visto a Shifa  oltre il 90 % sono civili. Questo significa che stiamo parlando del massacro della popolazione civile”.

“Shujaiyeh è stato un vero massacro” egli continua. “ Durante Piombo Fuso non ho visto questo tipo di attacco alle case private; allora furono attaccate più strutture pubbliche. La brutalità,  la premeditazione nel colpire i civili e le distruzioni [procurate] sono più terribili di quelle  durante Piombo Fuso. Non  non sono rimasto colpito dal  fatto che la gente abbia ricevuto un preavviso di 80 secondi per abbandonare le proprie case.  È inumano. La vista di Sujaiyeh è molto più terribile di qualsiasi altra cosa che abbiamo visto in Piombo Fuso.

Gilbert, che insegna all’Università  della Norvegia settentrionale, è anche furibondo nel vedere i danni intenzionali dell’esercito contro gli ospedali. Non rimane nulla dell’ospedale di riabilitazione Al-Wafa; l’ospedale pediatrico Mohammed al-Dura di Beit Hanun  è stato bombardato dall’esercito, e un bimbo di due anni e mezzo ricoverato lì in un reparto  è rimasto ucciso. Quattro persone sono state ammazzate nell’ospedale Al-Aqsa. Gilbert ha visitato l’ospedale pediatrico ed è stato testimone oculare della scena. Nove ambulanze sono state attaccate; il personale medico è stato ucciso e ferito. Secondo Gilbert, questi  fatti costituiscono dei crimini di guerra.

Il dottore è rimasto particolarmente impressionato dalla determinazione e dal comportamento degli abitanti,  in primo luogo da quello dell’equipe medica locale. A Shifa , nessun addetto ha ricevuto un salario [negli ultimi] quattro mesi; negli otto mesi precedenti hanno ricevuto solamente la metà del loro stipendio. Anche quelli la cui casa è stata distrutta sono rimasti a lavorare. La loro dedizione al lavoro in queste condizioni lo hanno meravigliato.

In merito all’affermazione che i dirigenti di Hamas si nascondano nell’ospedale, i due norvegesi dicono che non hanno visto un singolo uomo armato o nessun dirigente dell’organizzazione; qualche ministro di Hamas è venuto a visitare i feriti.

Gilbert dice che pure durante Piombo Fuso l’IDF ha provato a spaventare l’equipe medica affermando  che miliziani armati si nascondevano nell’ospedale, ma l’ultima persona armata vista dai norvegesi [nell’ospedale] Shifa è stato un dottore israeliano anni fa al tempo della prima Intifada. Gilbertafferma di aver  detto  a quell’uomo che il diritto internazionale vieta di portare armi negli ospedali.

Analogamente egli contesta l’affermazione che Hamas stia usando la popolazione civile di Gaza come scudo umano, e aggiunge: “Dove si nascondevano i partigiani anti nazisti in Olanda e in Francia? E dove nascondevano le loro armi”?

“Non sono un sostenitore di Hamas” dice Gilbert. “ Appoggio i palestinesi, e anche il loro diritto a sbagliare la scelta della loro classe dirigente. E chi ha scelto Netanyahu e Lieberman? Loro [i palestinesi] hanno il diritto di sbagliarsi. Sono stato in visita a Gaza per 17 anni. Più la bombardano, maggiore sarà il  sostegno alla resistenza. Mi pare che il tentativo di descrivere Hamas uguale a  Boko Haram è ridicolo. Boko Haram è l’IDF, che sta violando il diritto internazionale. Come possono i suoi comandanti essere orgogliosi di uccidere i civili?

“La storia li giudicherà e penso che l’IDF non ne uscirà con una bella immagine, visti i fatti accaduti sul terreno.  Faccio un appello agli israeliani: Svegliatevi.  Dimostrate di essere coraggiosi. Israele  sta andando in una direzione peggiore di quella del Sud Africa- e sarebbe un modo vergognoso  di passare alla storia”.

Fosse è più misurato, forse perché ha lavorato solamente fino all’inizio dell’invasione di terra di Gaza; ha fatto circa dieci interventi al giorno al  Shifa. Elogia la competenza dei medici gazawi con i quali ha lavorato.

Fosse vede la sua missione anche fuori dalla camera operatoria, levando un grido di allarme al mondo, dopo che Gaza è stata svuotata da Israele di qualsiasi presenza internazionale. Egli dice che la maggior parte dei feriti è stata copita da missili teleguidati di precisione, e  inoltre è sicuro che le ferite [procurate] ai bambini e ai civili siano state intenzionali.

Nel loro libro i due norvegesi hanno evidenziato una foto di tiratori scelti dell’IDF  con magliette  disegnate con le scritte: “Più piccolo – più difficile” e “Una pallottola – due ammazzati”. Questa volta sono i missili intelligenti che uccidono i bambini. Ma secondo Fosse, l’assedio israeliano di Gaza è persino più duro per i suoi abitanti della guerra. Questo è il motivo per cui Hamas è ora più aggressivo.

“Per sette anni, tutta la società  è collassata. Non vi è nessuna attività commerciale, non si esporta, e non c’è via di fuga. L’unica attività remunerativa è il contrabbando, e questo distrugge  la società. Distrugge Gaza come  società normale. L’assedio ha creato un sottile strato di popolazione divenuta ricca grazie al contrabbando-  mentre tutti gli altri sono poveri. Ciò mina la struttura della società, e questo è il maggiore problema di Gaza.

“Mi ricordo di colloqui con chirurghi palestinesi della mia età. Per anni, hanno vissuto in una Gaza aperta che [permetteva loro] di avere ottimi rapporti con dottori israeliani. Hanno sempre sognato di ritornare a quei tempi. Ora quegli stessi dottori si affollano davanti alla televisione e manifestano gioia quando un razzo cade su Israele. Ho detto loro: ma Israele reagirà. E loro mi hanno risposto: Non ce ne importa più nulla. Moriremo comunque. È meglio morire sotto un bombardamento.

“Hanno perso qualsiasi speranza.   È scioccante vedere persone che hanno perso i loro figli e non gliene importa più nulla. Israele sta perdendo i suoi soldati ora per preservare una situazione che tutto il mondo contesta. Questo è un crimine contro una numerosa popolazione civile” aggiunge Fosse.

“Voi avete distrutto il loro futuro e sono disperati. Hamas non ha un gran sostegno, ma vi è un grande sentimento che non è rimasto nulla da perdere. E dall’altra parte vi è una società in Israele che se ne infischia.  È molto triste. Voi che siete passati attraverso l’Olocausto siete diventati razzisti. Secondo me, questa è una tragedia. Perché state facendo questo? State oltrepassando ogni limite morale – e alla fine questo distruggerà la vostra società”.

(traduzione di Carlo Tagliacozzo)

thanks to: NenaNews

Haniyah: ha vinto la resistenza

PressTv. Ismail Haniyah, dirigente del movimento di resistenza Hamas (e ex premier della Striscia di Gaza, ndr), ha dichiarato che i palestinesi sono la parte vittoriosa nella guerra israeliana contro la Striscia di Gaza assediata.

Il leader di Hamas ha espresso il proprio punto di vista in un comunicato pubblicato martedì 5 agosto, affermando che i combattenti della resistenza sono i vincitori del regime israeliano invasore di Gaza.

Haniyah ha quindi dichiarato che il blocco di Gaza, in vigore da 7 anni, deve essere rimosso, osservando: ”La vittoria militare della resistenza e la forza leggendaria del nostro popolo ci porteranno a una revoca del blocco della Striscia di Gaza”.

Haniyah ha anche espresso pieno sostegno alla delegazione palestinese al Cairo, affermando: ”La nostra delegazione al Cairo ha alle spalle un popolo unito. Abbiamo rispettato tutte le procedure diplomatiche”.

Ha quindi citato i negoziati per un cessate il fuoco con Tel Aviv: ”Quello che il nemico non potrebbe ottenere sul campo di battaglia non potrà raggiungerlo in campo diplomatico”.

State uccise circa 1900 persone e oltre 9500 sono state ferite nella massiccia offensiva voluta dal governo israeliano, iniziata il 7 luglio. Gli aerei militari israeliani hanno colpito numerosi siti nella Striscia di Gaza, demolendo case e seppellendo famiglie sotto le macerie. Le forze israeliane hanno quindi cominciato un’offensiva di terra contro il territorio palestinese il 17 luglio.

Una tregua di tre giorni è in vigore dalle 8 di martedì 5 agosto, quando le truppe israeliane si sono ritirate dalla zona costiera.

Traduzione di Federica Pistono

thanks to: Infopal

Morte ad Israele

Perché non la smettiamo con l’autocensura e il politicamente (e umanamente) corretto e non diciamo, anche pubblicamente, l’indicibile?

 

 

Stamani, dopo una notte agitata, guardo la Tv alle 7 e sento della solita strage di Palestinesi ma anche di cinque soldati israeliani uccisi (poi il numero salirà a 9 durante la giornata). Me ne compiaccio. Sì, avete letto bene, forse potevo scrivere anche “gioisco”. Per due motivi almeno: intanto questi soldati potevano rifiutare il servizio militare come hanno fatto in passato i refusnik (erano giunti ad essere oltre 500). Ne avrebbero subito le conseguenze: galera, ostracismo sociale e familiare, ma avrebbero evitato di uccidere e di essere uccisi. Leggo oggi sul Manifesto di un solo obiettore, Udi Segal, che nella militarizzata e fascista società israeliana (dato di oggi: 83% a favore della strage chiamata “Margine protettivo”) subirà a vita l’onta di essersi rifiutato di uccidere. È considerato un disertore e si dirà che è solo un vigliacco. E poi, secondo motivo, Israele nasce con la violenza, vive sulla violenza e comprende solo il linguaggio della violenza. Non ha mai pagato un prezzo per i suoi crimini. Finché non pagherà un prezzo non capirà e non cambierà (vedi la rabbiosa reazione alla campagna BDS).

Se alla prossima strage, quella del 2016/17, la resistenza palestinese riuscirà a colpire il Ben Gurion e a lasciare sul terreno un migliaio di soldati israeliani, forse sarà possibile che Israele si sieda al tavolo della trattativa mettendo in discussione il proprio peccato originale e riconoscendo il diritto ad esistere dei Palestinesi. Papa, ONU, UE, USA: sanno solo pateticamente invocare e pregare, inascoltati. Noi, la cosiddetta società civile, scendiamo in piazza e nelle strade, mandiamo danaro e medicine e poi…? Qualcuno sarebbe anche disposto a far parte di brigate internazionali antifasciste sul modello della guerra in Spagna ma la realtà del terreno è tale che non riuscirebbe neppure ad avvicinarsi al teatro di guerra. Netanyahu ha detto: “Nessuna guerra è più giusta di questa”. In sintonia con lui il suo popolo: dopo il sequestro dei tre coloni il TG3 ha intervistato alcuni israeliani. Una colona con un lattante in braccio ha detto: “Ora sono più convinta che mai della mia scelta”; un altro, alla domanda se si relazionava coi Palestinesi, spocchioso ha detto: “Non ne avverto l’esigenza”; un terzo, alla stessa domanda, ha detto: “Ne ho alle mie dipendenze, li uso, gli do ordini, li insulto, ecco il rapporto”.

È una società malata e la malattia si chiama fanatismo e razzismo. A proposito dei tre coloni rapiti. È notizia di ieri che la Polizia israeliana ha riconosciuto che i tre sono stati uccisi subito,che la Polizia e il Governo lo sapevano, che la finzione della loro ricerca è stata posta in essere per far crescere la tensione e preparare psicologicamente alla aggressione contro Gaza, che questo attacco era programmato da tempo, che Hamas non c’entra nulla col sequestro di cui sarebbe responsabile una cellula islamica fuori controllo. A quando il tassello successivo e cioè che questa cellula si chiama Mossad? Ebrei che uccidono ebrei ? Dove è lo scandalo? Chi non ricorda i 202 profughi ebrei sulla nave Patria fatta esplodere da Ben Gurion nel 1940? E la bomba al King David Hotel di Gerusalemme nel 1947, che ha ucciso, assieme a inglesi e palestinesi, anche ebrei?

La storia sionista è piena di attentati antiebraici con ebrei immolati sull’altare di Erez Ed infine, che dire della vigliacca provocazione di non avere sedi diplomatiche sparse sul territorio ma una sola a Roma? Quanti presidi abbiamo fatto sotto il consolato statunitense? Con Israele questo non è possibile e chi si spinge davanti alle sinagoghe fa alzare alto il grido: “antisemita!” E infatti noi non lo facciamo, né facciamo scritte contro gli ebrei. Lo fanno i fascisti e diventa bizzarro lo scontro tra camerati quando sulla affinità politica prevale l’odio razziale. Affari loro. Essendo noi antirazzisti siamo vaccinati contro il virus dell’antisemitismo e non c’è orrore israeliano che possa farci superare questa soglia invalicabile. Altrimenti 29/7/2014, 21esimo giorno di strage, superati i mille uccisi palestinesi.

P.S. Questo scritto inizialmente è stato inviato a pochi amici. Sono stati tutti d’accordo, sia sul contenuto, sia sulla necessità di renderlo pubblico. Oggi, 4 agosto, con oltre 1800 Palestinesi uccisi, cui si aggiungeranno i feriti privi di cure e i cadaveri sotto le macerie; dopo che il guappetto toscano in compagnia del collega golpista egiziano ha avuto la spudoratezza di ordinare la liberazione del soldato israeliano “sequestrato” ( cioè fatto prigioniero dalla Resistenza) a fronte di oltre 1.700.000 Palestinesi sequestrati e massacrati ; dopo che il Corriere della sera riduce a 300 un corteo di oltre 2000 persone e dedica una intera pagina al soldato catturato di cui veniamo a sapere tutto, quando nulla sappiamo dei Palestinesi uccisi, neppure l’età; dopo che sul giornale online “The times of Israel” è comparso l’articolo “ When Genocide is Permissible”; ebbene, dopo tutto questo, diciamo l’indicibile!

avv. Ugo Giannangeli

thanks to: Ugo Giannangeli

PALESTINAROSSA

Noam Chomsky: “Incubo a Gaza”

 

Una volta che il prato è stato falciato e la popolazione disperata cerca di riprendersi in qualche modo dalla devastazione e dagli omicidi, arriva un accordo di cessate il fuoco. Il più recente cessate il fuoco è stato istituito dopo l’assalto di Israele a Gaza dell’ottobre del 2012, chiamato Operazione “Pilastro di Difesa”.

Anche se Israele ha mantenuto il suo assedio, Hamas ha osservato il cessate il fuoco, come ammette Israele. La questione è cambiata nel mese di aprile di quest’anno, quando Fatah e Hamas hanno suggellato un accordo di unità che ha stabilito un nuovo governo di tecnocrati non affiliati con nessuna delle parti.

Israele era naturalmente furiosa, soprattutto quando anche l’amministrazione Obama si è unita all’Occidente nel coro di approvazione al nuovo governo. L’accordo di unità non solo indebolisce l’affermazione di Israele di non poter negoziare con una Palestina divisa, ma minaccia anche l’obiettivo a lungo termine di dividere Gaza dalla Cisgiordania e perseguire le sue politiche distruttive in entrambe le regioni.

Qualcosa doveva essere fatto, e l’occasione è arrivata il 12 giugno, quando i tre ragazzi israeliani sono stati uccisi in Cisgiordania. Sin dall’inizio, il governo Netanyahu sapeva che erano morti, ma ha fatto finta di niente, cogliendo l’occasione per lanciare la distruzione in Cisgiordania con l’obiettivo di colpire Hamas.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha affermato di sapere con certezza che il responsabile del rapimento era Hamas. Anche questa era una bugia.
Una delle principali autorità di Israele contro Hamas, Shlomi Eldar, aveva riferito quasi subito che gli assassini molto probabilmente provenivano da un clan dissidente a Hebron, che è stata a lungo una spina nel fianco di Hamas. Eldar ha aggiunto che “sono sicuro che non hanno ottenuto alcun via libera da parte della leadership di Hamas, ma hanno semplicemente pensato che fosse il momento giusto per agire”.

La distruzione durata 18 giorni dopo il sequestro, tuttavia, è riuscita a indebolire il temuto governo di unità nazionale e ha aumentato con forza la repressione israeliana. Israele ha anche condotto decine di attacchi a Gaza, uccidendo cinque membri di Hamas il 7 luglio.

Hamas, alla fine, ha reagito con i suoi primi razzi in 19 mesi, fornendo a Israele il pretesto per l’operazione “Barriera protettiva” iniziata l’ 8 luglio.
Al 31 luglio, circa 1.400 palestinesi sono stati uccisi, la maggior parte civili, tra cui centinaia di donne e bambini. E tre civili israeliani. Vaste aree di Gaza sono state ridotte in macerie. Quattro ospedali sono stati attaccati, ognuno dei quali è un crimine di guerra.

I funzionari israeliani hanno lodato con una pioggia di applausi l’umanità di quello che viene definito “l’esercito più morale del mondo”, che informa i residenti che le loro case saranno bombardate. La pratica è “sadismo ipocritamente camuffato da misericordia” per usare le parole della giornalista israeliana Amira Hass: “Un messaggio registrato che chiede a centinaia di migliaia di persone di lasciare le loro case già prese di mira per un altro posto, altrettanto pericoloso, a 10 chilometri di distanza”.

In realtà, non c’è un posto nella prigione di Gaza al sicuro dal sadismo israeliano, che può anche superare i terribili crimini dell’Operazione “Piombo Fuso” del 2008-2009.

Le orribili rivelazioni hanno suscitato la solita reazione del presidente più morale del mondo, Barack Obama: grande simpatia per gli israeliani, aspra condanna di Hamas e moderazione richiesta da entrambe le parti.
Quando gli attacchi attuali verranno fermati, Israele spera di essere libero di perseguire le sue politiche criminali nei territori occupati senza interferenze, e con il sostegno degli Stati Uniti di cui ha goduto in passato.

Gli abitanti di Gaza saranno liberi di tornare alla norma nella loro prigione a conduzione israeliana, mentre in Cisgiordania i palestinesi potranno guardare in pace come Israele smantella quel che resta dei loro beni. Questo sarà il probabile risultato se gli Stati Uniti manterranno il loro sostegno decisivo e praticamente unilaterale ai crimini di Israele e continueranno a rifiutare il consenso internazionale sulla soluzione diplomatica. Ma il futuro sarà molto diverso se gli Stati Uniti ritireranno tale sostegno.

In questo caso sarebbe possibile muoversi verso la “soluzione duratura” nella Striscia di Gaza che il Segretario di Stato americano John Kerry ha chiesto, suscitando la condanna isterica di Israele, perché la frase potrebbe essere interpretata come chiedere la fine dell’assedio e degli attacchi regolari da parte di Israele. E – orrore degli orrori – la frase potrebbe anche essere interpretata come una richiesta di attuazione del diritto internazionale nel resto dei territori occupati.

Quarant’anni fa, Israele ha preso la decisione fatale di scegliere l’espansione piuttosto che la sicurezza, rifiutando un trattato di pace offerto dall’Egitto in cambio dell’evacuazione dal Sinai egiziano occupato, dove Israele stava iniziando ampi progetti di insediamento e di sviluppo. Israele ha aderito a tale politica da allora.

Se gli Stati Uniti decidessero di unirsi al mondo, l’impatto sarebbe fantastico. Più e più volte Israele ha abbandonato i progetti a lei cari quando Washington lo ha richiesto. Queste sono le relazioni di potere tra di loro.

Inoltre, Israele ha ora poche risorse, dopo aver adottato politiche che,  da un paese molto ammirato, lo hanno trasformato in un paese temuto e disprezzato, politiche che sta portando avanti oggi con cieca determinazione nella sua marcia verso il degrado morale e la possibile distruzione definitiva.

La politica degli Stati Uniti potrebbe cambiare? Non è impossibile. L’opinione pubblica si è spostata notevolmente negli ultimi anni, soprattutto tra i giovani, e non può essere completamente ignorata.

Da alcuni anni c’è una buona base di richieste pubbliche perché Washington osservi le sue leggi e tagli gli aiuti militari a Israele. La legge statunitense prevede infatti che “nessuna assistenza alla sicurezza può essere fornita a qualsiasi paese il cui governo si impegna in uno schema costante di gravi violazioni dei diritti umani internazionalmente riconosciuti”. Israele certamente è colpevole di questo schema costante, e lo è stato per molti anni.

Il senatore Patrick Leahy del Vermont, autore di questa disposizione di legge, ne ha dimostrato il potenziale di applicabilità nei confronti di Israele in casi specifici, e con uno sforzo educativo, organizzativo e attivista ha portato avanti delle iniziative che potrebbero essere perseguite successivamente.

Questo potrebbe avere un impatto molto significativo in sé, fornendo inoltre un trampolino di lancio per ulteriori azioni per costringere Washington a far parte della “comunità internazionale” e a rispettare il diritto e le norme internazionali. Nulla potrebbe essere più significativo per le tragiche vittime palestinesi di molti anni di violenza e repressione. Nena News

*Titolo originale “Nightmare in Gaza”

(Traduzione a cura della redazione di Nena News)

thanks to: Nena News

Polizia: “Netanyahu sapeva che Hamas non aveva rapito i coloni”

di Chiara Cruciati

La BBC riporta le dichiarazione del portavoce della polizia Rosenfeld: “Hamas non era coinvolta”. Così Tel Aviv ha giustificato un attacco preparato da tempo.

Crolla il castello di carte di Benjamin Netanyahu. A soffiarci su è la sua stessa polizia. Due giorni fa il portavoce della polizia israeliana, Micky Rosenfeld, avrebbe rivelato alla BBC che la leadership di Hamas non è stata in alcun modo coinvolta nel rapimento e l’uccisione dei tre coloni, Naftali Fraenkel, Gilad Shaer e Eyal Yifrah,il 12 giugno scorso. Dietro l’azione, una cellula separata che ha agito da sola.

A rivelarlo è Jon Donnison in una serie di tweet in cui il corrispondente della BBC riporta le dichiarazioni di Rosenfeld: «Il portavoce mi ha detto che gli uomini che hanno ucciso i tre coloni israeliani sono una cellula separata, affiliata ad Hamas, ma non operante sotto la sua leadership. Ha anche detto che se il rapimento fosse stato ordinato dai leader di Hamas, lo avrebbero saputo prima».

Dichiarazioni che minano alla base la campagna punitiva lanciata dal governo israeliano e l’offensiva contro Gaza. «Sono stati rapiti e uccisi a sangue freddo da animali – disse dopo il ritrovamento dei tre corpi il premier – Hamas è responsabile e Hamas pagherà». Ben prima era cominciata una durissima operazione militare contro Cisgiordania e Gaza, subito dopo la scomparsa dei tre nei pressi di una colonia vicino al villaggio palestinese di Halhul, alle porte di Hebron. Il governo di Tel Aviv accusò immediatamente Hamas, nonostante il movimento abbia da subito negato qualsiasi coinvolgimento. In due settimane, fino al 30 giugno, giorno del ritrovamento dei tre corpi a poca distanza dal luogo del rapimento, 7 palestinesi sono stati uccisi, oltre 550 sono finiti in manette (molti dei quali rilasciati nell’autunno 2011 con l’accordo Shalit), perquisizioni, permessi di lavoro ritirati, raid nei villaggi. E bombardamenti, i primi, isolati, contro la Striscia.

Un’operazione che Israele giustificò con la necessità di ritrovare vivi i tre coloni. Eppure il governo israeliano, lo Shin Bet (i servizi segreti) e l’esercito sapevano – dicono diversi giornalisti – fin dal primo giorno che i tre erano già stati uccisi. La sera del rapimento uno di loro chiamò il numero di emergenza della polizia chiedendo aiuto. Durante la telefonata, registrata, si sentono degli spari e qualcuno gridare «ne abbiamo tre». I tre coloni erano già morti. E Israele ne era conoscenza. Subito il governo ha imposto il silenzio stampa ai media israeliani e lanciato una brutale campagna di propaganda, sia all’estero che in casa, contro il movimento islamista. Nei giornali e le tv non sono passate notizie fondamentali, come il ritrovamento dell’auto con cui i tre coloni erano stati portati via e all’interno della quale erano state trovate tracce di sangue. Intanto, fuori dalle stanze dei bottoni, si infiammava la rabbia della società israeliana e si innalzavano a livelli incontrollabili i tassi di violenza e razzismo anti-arabo, contemporaneamente al grado di consenso del premier Netanyahu.

Impossibile per Tel Aviv lasciarsi scappare una simile occasione: liberarsi di Hamas, giustificandola con un atto tanto brutale, e scaricare la colpa per il fallimento dei negoziati di pace sulla controparte palestinese. In realtà, hanno rivelato fonti militari dopo il lancio dell’operazione Barriera Protettivacontro Gaza, i generali dell’esercito avevano sul tavolo da almeno due mesi il piano di attacco contro la Striscia. E Hamas? Difficile credere che abbia ordito una simile operazione, consapevole che avrebbe provocato una reazione in grado di far crollare il processo di riconciliazione nazionale con Fatah. Al momento del rapimento, il movimento islamista viveva una profonda crisi politica ed economica: isolato dal resto del mondo arabo, privo dei finanziamenti e della legittimità politica che gli garantiva l’Egitto del presidente islamista Morsi, incapace perfino di pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici di Gaza, Hamas aveva estremo bisogno del governo di unità nazionale con il rivale Fatah. A livello politico, il rapimento dei tre coloni sarebbe stato un suicidio.

Se l’opinione pubblica israeliana non ha mai voluto mettere in discussione le scelte del proprio governo, bevendosi bugie e omissioni, una piccolissima fetta della società israeliana non è rimasta in silenzio. Nei giorni scorsi sono state tante le manifestazioni di protesta a Tel Aviv, Jaffa e Haifa contro i massacri in corso a Gaza. Migliaia di persone in strada, fino a ieri: il movimento pacifista israeliano ha organizzato una grande protesta a Tel Aviv che la polizia ha tentato di impedire. «Le forze di sicurezza hanno bloccato i bus da Hiafa e Gerusalemme, chiuso le strade e minacciato di arrestare chiunque vi prenda parte – ci dice al telefono uno degli attivisti israeliani – Andremo comunque, vediamo cosa succede. La giustificazione che hanno dato è il pericolo di missili». Alle 20, ieri sera, erano già 3.000 i pacifisti in marcia.

( Fonte: IlManifesto )

Israeli police refutes claim that Hamas kidnapped Israeli teens

In a Friday interview with the state-run BBC, Israeli Police spokesman Micky Rosenfeld ruled out any links between the men responsible for the murdering of the three teenagers and Hamas, saying they are part of a “lone cell.”

Israeli forces killed several Palestinians and arrested hundreds of others, including Hamas members and lawmakers, as part of the search for the three settlers, whom Israel claimed went missing in the West Bank on June 12.

Hamas had denied involvement in the alleged disappearance of the teens.

On June 30, Israel confirmed that the three Israeli settlers were dead and their bodies were buried in a field near the village of Halhul north of the city of al-Khalil (Hebron) in the West Bank.

A day after the funeral of the three teenagers, Israeli settlers abducted and burned alive 17-year-old Palestinian Mohamed Abu Khdeir in the West Bank in retaliation for the incident.

One of the main reasons that Israel launched its new war on Gaza was the regime’s accusations against Hamas over the kidnapping issue.

The Palestinian death toll has reached 900 from more than two weeks of Israeli strikes. Around 5,700 Palestinians have also been injured in the onslaught.

Israeli warplanes have been carrying out incessant airstrikes against the blockaded Gaza Strip since July 8. On July 17, thousands of Israeli soldiers launched a ground incursion into the densely-populated strip.

The Ezzedine al-Qassam Brigades, the military wing of the Palestinian resistance movement Hamas, has been launching retaliatory attacks against Israel.

While Israel confirms 37 Israelis have been killed in the war, Hamas sources put the number at about 90.

thanks to: albawaba

La polizia israeliana ammette: Hamas non c’entra con i ragazzi rapiti e uccisi.

26/7/2014

images (1)InfoPal. “Un portavoce della polizia sionista, Micky Rosenfeld, ha detto all’invito della BBC a Gerusalemme, Jon Donnison: ‘Hamas non c’entra con i ragazzi rapiti e uccisi’”.

Era chiaro sin dall’inizio che Hamas, e con ogni probabilità anche gli altri movimenti palestinesi, fossero estranei alla vicenda dei tre coloni israeliani rapiti e uccisi, e che il caso fosse usato da Israele come “false flag” o giustificazione per scatenare un nuovo genocidio e per tentare di distruggere Hamas.
«Micky Rosenfeld della polizia israeliana – scrive Donnison su Twitter – mi dice che gli uomini che hanno ucciso i tre ragazzi israeliani (sono) decisamente una cellula solitaria, affiliati ad Hamas ma che non operavano sotto la leadership (del movimento)». Poi il giornalista aggiunge: «Rosenfeld dice anche che se il rapimento fosse stato ordinato dalla leadership di Hamas, (la polizia) lo avrebbe saputo per tempo».

Grazie alla potente ondata di emozioni provocata dall’altrettanto potente hasbara israeliana, propaganda, il regime di Tel Aviv è riuscito a scatenare una feroce operazione militare contro la Cisgiordania e una guerra contro la Striscia di Gaza, provocando un migliaio di morti e oltre 5700 feriti, e arrestando decine di cittadini e politici palestinesi. Il tutto, nel silenzio della cosiddetta comunità internazionale.

L’hasbara ha funzionato bene. Così bene che i nostri municipi si sono trasformati in succursali del governo sionista, esponendo gigantografie dei tre giovani coloni. Per non parlare dei nostri media mainstream, che hanno dedicato alla vicenda le prime pagine creando tra molti italiani che hanno l’abitudine di non porsi interrogativi e prendere per oro colato tutto ciò che leggono nei quotidiani o vedono nei tg, l’idea che Israele, tutto sommato, ha ragione nel prendersela con i palestinesi.

Inoltre, ha ricevuto un’altra conferma: l’hasbara funziona. Israele sa che può inventare qualsiasi menzogna, senza neanche costruirla bene, perché il mondo occidentale se la beva e si scateni, come è successo, per esempio, con politici, amministratori e media italiani.

Il risultato di questo sonno della ragione a livello globale ha fatto sì, ancora una volta nella storia di questa umanità oscurata e distruttiva, che un altro genocidio avesse luogo, nel silenzio e nella connivenza internazionali.

Ci si chiede, perché la polizia israeliana ora ammette che Hamas non c’entra nulla?

Perché Israele ha fallito nel tentativo di distruggere il movimento islamico, ma, anzi, lo ha rafforzato nella sua immagine pubblica internazionale, in quanto gruppo di resistenza palestinese in grado, insieme a tutte le altre brigate, di tenere testa al quinto esercito più potente del mondo e di provocare oltre 30 morti tra i soldati sionisti?

http://www.ilgiornale.it/news/gaza-polizia-israeliana-i-tre-ragazzi-rapiti-non-uccisi-1040828.html

http://www.piccolenote.it/19813/i-tre-ragazzi-israeliani-uccisi-da-una-cellula-solitaria-non-da-hamas

http://www.dailydot.com/politics/israel-gaza-kidnap-false-inaccurate/

https://twitter.com/JonDonnison/statuses/492632584736612353

thanks to: Infopal

Israele vuole distruggere definitivamente i palestinesi

di Gisella Ruccia

“Israele vuole distruggere definitivamente i palestinesi, è una guerra di puro sterminio. Sono nazisti puri e forse un po’ peggio di Hitler perché hanno anche l’appoggio delle grandi democrazie occidentali“. Sono le parole pronunciate da Gianni Vattimo, ex parlamentare europeo, ai microfoni de “La Zanzara”, su Radio24. “Andrei a Gaza” – afferma Vattimo – “a combattere a fianco di Hamas, direi che è il momento di fare le Brigate Internazionali come in Spagna, perché Israele è un regime fascista che sta distruggendo un popolo intero. In Spagna non era niente in confronto a questo. Questo è un genocidio in atto, nazista, razzista, colonialista, imperialista e ci vuole una resistenza“. E aggiunge: “Ma siamo quattro gatti, perché tutta l’informazione, compresa la stampa italiana, piange sul fatto che c’è una pioggia di missili su Israele, però Hamas quanti morti ha fatto? Nessuno. I poveretti non hanno armi, sono dei miserabili tenuti in schiavitù, come tutta la Palestina. Hanno dei razzetti per bambini, e voglio promuovere una sottoscrizione mondiale per permettere ai palestinesi di comprare delle vere armi e non delle armi giocattolo. Cominciamo a distruggere il nucleare israeliano, Israele è lo stato canaglia che ha il nucleare“. Alla domanda di Cruciani se sparerebbe conttro gli israeliani, l’ex europarlamentare risponde: “Io sono un non violento, però contro quelli che bombardano ospedali, cliniche private e bambini sparerei, ma non ne sono capace”. E aggiunge: “Gli ebrei italiani dalla parte di Israele sono gli ex fascisti, che adesso sono dalla parte dell’America. La comunità ebraica italiana è rappresentata da quell’ossimoro che è Pacifici, ma ci sono molti ebrei d’accordo con me. Li c’è uno stato nazista che cerca di sopprimere un altro popolo. E io ce l’ho con lo stato di Israele, non con gli ebrei“.

Fonte: http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/07/16/vattimo-israele-nazisti-puri-forse-peggio-di-hitler-e-volano-insulti-con-parenzo/288906/

Il ruolo dei media nella formazione di una posizione politica

Guardatela bene questa prima pagina del Corriere della Sera di ieri, giovedì 10 luglio. Non è nè ingenua nè approssimativa, tantomeno ricerca una finta equidistanza. E’ una pagina apertamente schierata, ma nella maniera intelligente, pervicace, strisciante, che lascia spazio a interpretazioni mettendo a segno tutti gli obiettivi politici che si propone. Che confluiscono tutti, in buona sostanza, nell’orientamento dell’opinione pubblica volto a giustificare, in questo caso, la politica di guerra israeliana in Palestina.

Dopo giorni di guerra e più di cento palestinesi morti sia a Gaza che in Cisgiordania (gli unici morti di questa aggressione) il titolo è costruito attorno ad un controsenso fuorviante: è Israele che chiede ad Hamas di fermarsi. Automaticamente, il lettore medio, poco informato, che molte volte non va al di là del titolo e che costituisce la stragrande maggioranza dei lettori di quotidiani, sarà portato a credere come sia Hamas, cioè la Palestina, che sta attaccando Israele, e non il contrario come effettivamente sta avvenendo. Nell’occhiello sopra il titolo, poi, l’apoteosi: “Ancora razzi sulla città. Peres: basta lanci o siamo pronti all’invasione”, rafforzando il concetto inesistente che siano i palestinesi a bombardare Israele e non il contrario, e come Israele stia tentando in tutti i modi di evitare un’aggressione che, se ci sarà, sarà determinata esclusivamente dall’atteggiamento palestinese. Nel sottotitolo continua l’opera di ri-costruzione ideologica dell’evento: “A Gaza 50 morti. Gli integralisti: puntiamo alla centrale nucleare”. L’unica concessione a ciò che sta accadendo realmente in Palestina sarebbe quel riferimento ai morti di Gaza. Messa così, però, è a dir poco fuorviante. Al di là dei morti, che in questi tre giorni hanno superato quota cento, nessuno specifica che i morti sono solo palestinesi, e il lettore medio di cui sopra, quello che non ha un’idea chiara di dove sia Gaza e soprattutto da chi sia amministrata, sarà portato a credere che i morti siano di ambedue le parti, avvalorando l’ipotesi della guerra fra due Stati o due popoli e non quella dell’aggressione unilaterale, come effettivamente sta avvenendo. Per completare l’opera di revisione della realtà, il piccolo trafiletto messo a spiegazione del titolo. Ecco un passaggio significativo: “Gli attacchi sulla Striscia hanno provocato almeno 50 morti, mentre su Israele sono stati lanciati 220 razzi, anche a lunga gittata”. Anche qui l’equiparazione delle responsabilità in campo è assolutamente sviante. I “220 razzi palestinesi” non hanno provocato neanche un ferito israeliano. E questo non per la temibile difesa anti-missile dello Stato ebraico, ma per l’assoluta inutilità dei cosiddetti razzi palestinesi, che finiscono tutti nelle campagne alle periferie delle città più prossime alla striscia di Gaza. Tutto questo viene paragonato ai cinquanta morti palestinesi, in un gioco a somma zero dove l’aggredito viene scambiato per l’aggressore.

Non è da meno Repubblica, a conferma della sostanziale unità d’intenti e di visione politica fra i due giornali, artificialmente contrapposti da chi ha interesse a conservare quote di lettori inebediti dal voyeurismo anti-berlusconiano. Anche per il giornale di De Benedetti il problema sono “i razzi di Hamas”, che starebbero nientemento sfiorando delle centrali nucleari. Nessuno che ponga l’accento sui morti palestinesi, gli unici morti di questa aggressione. Anche qui è Israele, per bocca di Peres, che “chiede ai palestinesi di fermarsi”. Altrimenti, con la morte nel cuore e avendo avuto cura di ricercare tutte le possibili mediazioni, sembrano dirci i dirigenti sionisti, “saremo costretti ad invadervi”. Non volevamo, ma ci avete provocato ripetutamente, non possiamo farne a meno. L’idea generale che producono questi titoli e questa visione della storia nel “lettoremedio” è facilmente intuibile, e infatti fortemente ricercata. Poco importa che a pagina 16 poi verrà stilata una rassegna dei fatti “più equilibrata”, dove al resoconto giornalistico verrà affiancato il commento di qualche arabo per pareggiare la versione sionista: il gioco è fatto, e per la formazione dell’opinione pubblica un titolo di giornale in prima pagina è più importante di cento commentatori arabi nelle pagine interne. Questo gli editorialisti e i loro mandanti lo sanno bene, e continuano a giocare su questo fatto. Entrando ieri nella redazione del “giornale” gratuito “Metro”, la prima risposta del direttore è stata appunto questa: “ma io il giorno dopo, nella risposta ad una lettera a pagina 8, dicevo che c’erano anche i morti palestinesi da piangere, non solo quelli israeliani”. Non crediamo ci sia bisogno di aggiungere altro.

 

Chiudiamo questa breve rassegna del giornalismo filo-sionista con questa pagina, sempre del Corriere della Sera ma del giorno prima, mercoledì 9 luglio. Nell’introduzione del pezzo di Davide Frattini, ecco apparire un’altro dei metodi di svilimento della controparte palestinese volta alla costruzione di una empatia (e di una sim-patia) verso la causa israeliana. “E’ guerra tra Israele e Hamas”. Questo modo di riportare la notizia, fintamente equidistante, in realtà cela già la scelta di campo, e mira ad influenzare non tanto il lettore cosciente, ma quello appunto medio. Da una parte c’è uno Stato, magari criticabile ma formato da istituzioni credibili e riconoscibili, Israele. Dall’altra non c’è la Palestina o i palestinesi, ma Hamas. E Hamas non viene descritta come il legittimo, ancorchè criticabile, governo di una parte del territorio palestinese, ma “la fazione palestinese al potere a Gaza”. Il proseguo del pezzo è un capolavoro d’arringa politica mascherato da giornalismo: “Il sistema missilistico difensivo dello Stato ebraico ha evitato che Gerusalemme e Tel Aviv fossero raggiunte dai razzi lanciati dalla Striscia, colpita a sua volta: 19 i morti”. Dunque, i razzi palestinesi non hanno prodotto alcun morto, nè feriti, nè alcun danno a edifici, mentre l’attacco israeliano ha fatto 19 morti. A nessuno viene in mente di descrivere quei razzi palestinesi come la risposta ad un attacco, quello israeliano, che continua a mietere vittime. L’attacco è sempre e solo quello palestinese, la risposta sempre e solo quella israeliana. Avremmo mai potuto leggere questa stessa notizia messa in questo modo: “E’ guerra tra la Palestina e Likud, la fazione israeliana al potere a Tel Aviv. Colpita la Palestina con 19 morti, mentre a Tel Aviv il sistema missilistico difensivo della fazione israeliana ha evitato che Gerusalemme e Tel Aviv fossero raggiunte dai razzi lanciati dalla Palestina” ? No, sarebbe impossibile, perchè prevederebbe un giornalismo anti-sionista (e non anti-israeliano, come vorrebbero farci credere i commentatori sionisti). E questa visione del mondo, che nei fatti della Palestina è così semplice smontare, viene ripetuta per ogni altro evento di politica internazionale. Il racconto mediatico di determinati fatti avviene sempre da un punto di vista politico. Quello dei due giornali menzionati è il punto di vista sionista, imperialista, neoliberista, tanto nel racconto del conflitto arabo-israeliano quanto nella narrazione di tutti gli altri fatti di politica internazionale. E’ sempre bene tenerlo a mente.

thanks to: militant-blog

MAI COMPLICI DEL SIONISMO!

Un nuovo fervore in Italia sta dando vita ad un movimento che ha scelto di costruire la solidarietà con la Palestina sostenendone la Resistenza. Questo viene testimoniato sia dalla partecipazione ai tre convegni “Dalla solidarietà alla lotta internazionalista – al fianco della Resistenza palestinese” organizzati quest’anno [1], sia dalle mille persone provenienti da tutta Italia presenti al corteo di Torino, determinate a portare in piazza le nuove parole d’ordine che creano la piattaforma di lotta elaborata dall’Assemblea Nazionale basata sul rispetto dei diritti inalienabili dei palestinesi, tra cui il ritorno dei profughi e la liberazione dei prigionieri, la fine dell’occupazione ma anche la decolonizzazione della Palestina, l’applicazione del Diritto Internazionale e la fine degli accordi di Oslo.

Su quest’ultimo, che non ha l’apparenza di un diritto in quanto tale, è necessario soffermarsi: alcuni palestinesi percorrono la strada delle trattative “convinti” che possa rappresentare per loro “una possibilità”, mentre per molti altri risulta una chiara scelta fallimentare che farà capitolare definitivamente i diritti dei palestinesi. Ciò rappresenta indubbiamente qualcosa che “divide” i palestinesi, almeno da un punto di vista di strategia di liberazione o compimento della pace. Oggi, fuori e dentro la Palestina, sono molte le testimonianze di coloro che non credono più (o non hanno mai creduto) al percorso delle cosiddette “trattative di pace”. La leadership palestinese dovrebbe leggere e capire le aspirazioni della propria gente, seguirle ed esserne ambasciatrice. A prescindere dal sempre più evidente disastro rappresentano da tali accordi – almeno in termini di Lotta di Liberazione – questi non interpretano più neanche una scelta popolare… Persistere su quella strada, quindi, significa anche dover reprimere il volere dei palestinesi.

Gli accordi di Oslo rappresentano le trattative portate avanti tra il potere occupante e una piccola parte degli occupati, selettivamente scelti tra le élite delle borghesie palestinesi, dalla stessa macchina imperiale che determina l’occupazione. L’ANP nasce come conseguenza di quegli accordi, delegittimando, di fatto, l’OLP (unico vero rappresentante di tutti i palestinesi nel mondo). Se gli Stati Uniti puniscono i palestinesi per aver richiesto all’ONU di essere riconosciuti come Stato membro [2], negando loro i fondi stanziati in termini di aiuti economici [3], allo stesso tempo sostengono a pieno regime un governo che, con la farsa della sicurezza, continua a compiere e a minacciare attacchi presenti nell’intera regione, continua a costruire insediamenti di colonizzazione [4], etc. Come possono allora gli USA essere lo sponsor di “trattative di pace”, che invece prevederebbero quanto meno una tregua della macchina da guerra ed espansionistica israeliana? La visione dello Stato è il miraggio dato ad alcuni palestinesi dallo stesso potere che ne occupa le terre e ne uccide i fratelli, uno Stato che lo stesso potere ha già deciso che mai ci sarà prima ancora di iniziare qualunque trattativa [5].

La trappola del ricatto è dietro l’angolo: anche nel caso dell’ultima tregua tra Hamas e Israele i palestinesi hanno dovuto “essere rappresentati” da qualcuno che si facesse da garante, in quel caso il “nuovo” Egitto [6], sempre alleato strategico dell’imperialismo nonostante le sue evoluzioni (da Mubarak, ai Fratelli Musulmani, alla borghesia militare). La macchina culturale sionista lavora anche per cercare di declassare e screditare i palestinesi a “popolo non in grado di rappresentarsi autonomamente”.

Oggi la Palestina attraversa un momento molto difficile, la sua economia dipende dagli aiuti stranieri che arrivano con il subdolo e non sempre evidente scopo di appoggiare la colonizzazione. La tendenza alla normalizzazione sia da parte dell’Autorità Palestinese sia da parte del governo di Gaza mina il campo della resistenza perché si riflette pericolosamente sulla popolazione, che invece dimostra ancora di voler percorrere la strada della lotta e non della resa.

Per gli stessi motivi si è scelto di manifestare in occasione dell’incontro bilaterale Italia-Israele inizialmente (e fino alle ultime due settimane a ridosso del vertice) annunciato a Torino [7]. Solo pochi giorni prima, invece, si è appresa la notizia che sarebbe stato spostato a Roma, dove il papa “finalmente” avrebbe accolto Netanyahu [8]. Per noi era un’occasione per dire che consolidare accordi con uno stato che viola impunemente il Diritto Internazionale significa macchiarsi degli stessi crimini. Il governo italiano quindi si rende complice, questo anche grazie alla scarsa opposizione e resistenza che i cittadini italiani riescono a porre nei confronti delle sue scelte, dell’occupazione e della pulizia etnica della Palestina, compiuta per mano di Israele, ma manovrata e sostenuta dalla struttura internazionale che il sionismo ha messo in piedi, di cui l’Italia è parte.

Chi ha partecipato alla manifestazione di Torino ha scelto di inserirsi in un contesto antagonista alle scelte del governo italiano sempre più fantoccio e privo di sovranità. E’ ormai evidente la direzione che sta prendendo il nostro paese, sempre più abile e coeso nel rafforzare la militarizzazione ed il controllo sulla popolazione e che trova un valido partner in Israele, paese sempre più spinto a destra verso un fascismo etnocratico e coloniale. Gli accordi tra questi due stati hanno principalmente due obiettivi: favorire le borghesie attraverso il libero scambio commerciale (proviamo ad immaginare a beneficio di chi, non certo della popolazione italiana) e usare l’Italia come ponte per l’Europa di cui Israele non è membro, ma in cui riesce a trovare modi e forme per essere sempre presente ed estendere la sua influenza anche nell’ottica di mistificare la sua immagine di paese tutt’altro che democratico.

Allo stesso modo riteniamo che anche per i palestinesi non sia il tempo di accordi o trattative, utili solo ad indebolire la resistenza palestinese e a corrodere ogni possibilità di unità del popolo nella lotta contro l’occupazione, che invece rimane l’unica via d’uscita che può e deve essere sostenuta anche a livello internazionale, da quei soggetti, governi ed interlocutori che credono nella Lotta di Liberazione della Palestina, perché battersi per i diritti, l’autodeterminazione e libertà di un popolo, non può che giovare alla libertà di tutti.

Proprio per approfondire anche questi aspetti, il primo dicembre, il giorno dopo la manifestazione, è stato tenuto sempre a Torino un Convegno/Seminario sul Sionismo [9] in cui grazie all’altissimo profilo delle relazioni e ai contributi apportati da esperti in materia di accordi tra Italia e Israele (anche attraverso minuziose ricerche che hanno rivelato le complicità e le implicazioni di intellettuali, ricercatori, politici, etc) è stato possibile sviscerare molte delle problematiche innescate da tali accordi e approfondire come questi si riflettano negativamente sulla popolazione italiana.

L’obiettivo prefissato è quello di costruire un sostegno alla Resistenza palestinese in tutte le sue forme, di contrastare e denunciare ogni fenomeno di complicità con il nemico ovunque e comunque si presenti. Su questo stiamo lavorando, nel costruire la nostra solidarietà. Il nostro lavoro passa dai convegni ma si concretizza in varie tappe: la Manifestazione che voleva portare in pizza questi contenuti c’è stata, anche se qualcuno ha provato a depistare la partecipazione dopo lo (o approfittando dello) spostamento del vertice, puntando più su un dato politico di basso profilo “essere dov’è Netanyahu” piuttosto che essere in tanti dove da mesi si stava costruendo, con il contributo di tante città italiane [10], una manifestazione nazionale che avesse dei nuovi contenuti nella scena politica italiana, ma che riscontrano ancora reazioni conservatrici da parte di coloro che non condividono questo percorso e provano a boicottarlo con ogni mezzo.

Come dicevo però, si tratta di tappe che demarcano un percorso chiaro, definito e già avviato, in sostegno alla Resistenza palestinese, che oggi ci vede impegnati anche nel sostenere la costruzione di un asilo a Gaza a cura dell’associazione Khanafani [11], perché crediamo che la resistenza passi anche attraverso la possibilità per i bambini di conoscere sin da subito un’alternativa al sistema settario di Hamas.

Altre tappe arriveranno, certi che un giorno i palestinesi scriveranno la loro storia di lotta di liberazione. A noi il dovere di sostenerli, ben sapendo che una Palestina libera farà bene a chiunque aspiri e si adoperi per un mondo più giusto.

Redazione PalestinaRossa

[1] Convegni Nazionali
.invito primo convegno:http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/dalla-solidarieta-alla-lotta-internazionalista
.report primo convegno:http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/report-convegno-dalla-solidariet%C3%A0-alla-lotta-internazionalista-fianco-della-resistenza
.invito secondo convegno:http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/event/secondo-convegno-nazionale-firenze
.report secondo convegno:http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/report-del-secondo-convegno-dalla-solidariet%C3%A0-alla-lotta-internazionalista-fianco-dell
.invito terzo convegno:http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/event/terzo-incontro-dellassemblea-nazionale-verso-la-manifestazione-del-30-novembre
.report terzo convegno:http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/report-del-terzo-convegno-dalla-solidariet%C3%A0-alla-lotta-internazionalista-fianco-della-
[2]http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=42628&typeb=0&Palestina-Stato-osservatore-LA-DIRETTA
[3]http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=21923&typeb=0&AIUTI-ESTERI-TRAPPOLA-PER-POLITICA-PALESTINESE
[4]http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=44695&typeb=0&Da-USA-no-a-condanna-Israele-per-nuove-colonie
[5]http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/non-ci-sar%C3%A0-alcuno-stato-palestinese-qa-con-linformatore-dei-palestine-papers-ziyad-cl
[6]http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/11/21/gaza-accordo-per-cessate-fuoco-tra-palestinesi-e-israele/421822/
[7]http://www.internazionale.it/news/italia-israele/2013/07/01/letta-il-2-dicembre-il-bilaterale-a-torino/
[8]http://vaticaninsider.lastampa.it/en/world-news/detail/articolo/israele-israel-israel-29903/
[9]http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/event/sionismo-antisionismo-teoria-e-prassi
[10]http://www.palestinarossa.it/?q=it/manifestazione-torino
[11]http://www.freedomflotilla.it/2013/10/22/asilo-vittorio-arrigoni-come-aiutare-a-realizzarlo/

thanks to: PALESTINAROSSA

Dalla Solidarietà alla Lotta Internazionalista – A fianco della Resistenza palestinese – Secondo Convegno Nazionale – Firenze

La resistenza del popolo palestinese vive un singolare e complesso momento storico, schiacciata da una parte dalle politiche aggressive e razziste (a livello politico, sociale ed economico) della colonizzazione sionista e dall’altra dalla polarizzazione politica e sociale tra Hamas e Fatah. Tale divisione contribuisce anch’essa all’indebolimento della lotta dei palestinesi e rappresenta una minaccia per l’unità del popolo nella lotta di liberazione e per il rispetto dei suoi diritti.

Da un altro punto di vista, tuttavia, il duopolio Hamas-Fatah sta entrando in crisi e le loro scelte hanno spinto il popolo palestinese e i suoi diritti in un pericoloso angolo: mentre Hamas vive una crisi generata dalla scelta dell’Islam politico e dal suo tracollo in Egitto e Siria, Fatah è in crisi per il fallimento del progetto politico di Oslo e per i suoi legami con l’America, ma anche per la strategia economica neoliberista adottata e per le condizioni imposte dalla Banca Mondiale.

All’interno di questo contesto esiste e resiste la sinistra palestinese, che negli ultimi vent’anni ha avuto un ruolo marginale, anche a causa di alcune sue scelte e decisioni (inserite nel contesto di una più generale crisi globale della sinistra) ma che oggi ha il dovere di diventare un’alternativa e di presentare una nuova strategia.

Questo può accadere solo con il sostegno della solidarietà internazionalista, che ha il dovere di non lasciare soli, come troppo spesso ha fatto, i comitati popolari, i prigionieri, i profughi e tutti i palestinesi che stanno lottando per il superamento Hamas-Fatah, vedendo in questo un gradino essenziale per la liberazione del loro popolo.

Anche in Italia c’è stata la necessità di aprire un confronto tra le varie realtà che lavorano a sostegno della resistenza palestinese, nel tentativo di creare un percorso, da più parti prospettato, con l’obiettivo di costruire in maniera chiara e netta una rete di condivisione dell’analisi politica e degli obiettivi nonché una piattaforma di solidarietà, lotta e resistenza.

Per questo è stato organizzato a Milano, l’8 giugno scorso, un convegno dal titolo “dalla Solidarietà alla Lotta Internazionalista – al fianco della Resistenza palestinese”, un primo incontro in cui tutti i partecipanti hanno manifestato l’interesse per un coinvolgimento attivo nella costruzione di tale percorso. Durante il dibattito in cui le realtà si sono confrontate, si è discusso degli argomenti proposti dall’invito e sono state approvate due mozioni.

Tale percorso vuole proseguire con un secondo incontro focalizzato su aspetti più organizzativi, anche in vista di una manifestazione nazionale in cui ribadire i concetti chiave emersi dal primo incontro:

  • No al progetto sionista di pulizia etnica della Palestina;

  • Unità del popolo palestinese nella lotta contro la colonizzazione sionista;

  • Rigetto degli accordi di Oslo;

  • Sostegno al BDS, sostegno alla Resistenza ed alle lotte dei prigionieri;

  • Interruzione dei rapporti commerciali ed economici, politici e militari, nonché culturali tra l’Italia e lo stato d’Israele.

In vista dell’incontro tra le istituzioni italiane e quelle israeliane per favorire nuove forme di cooperazione che si terrà a Torino il 2 dicembre, si proporrà all’assemblea di organizzare la manifestazione nazionale nel capoluogo piemontese il 30 novembre, per chiedere la sospensione di ogni relazione con Israele finché non rispetterà i diritti dei palestinesi e per denunciare chiunque collabori con l’oppressore, favorendo la colonizzazione e l’apartheid in Palestina

I compagni e le compagne del Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos, che hanno aderito al convegno, vi invitano sabato 7 settembre a Campi Bisenzio (FI), in via Chiella 4, per ospitare il secondo incontro nazionale.

L’incontro prevede una prima parte tra le 10.30 e le 12.30 in cui, riprendendo alcuni punti del convegno precedente, ci si aggiornerà rispetto agli ultimi eventi. Seguiranno la pausa pranzo (chiunque volesse mangiare al Cantiere deve mandare una mail a info [at] k100fuegos [dot] org oppure chiamare il 329.2451019) e una seconda parte più organizzativa che si svolgerà dalle 14.30 alle 18.30.

Invitiamo tutte le realtà affinché inizino a lavorare fin d’ora per coinvolgere più adesioni possibili per questo incontro e per la manifestazione nazionale.

Gli impegni assunti dal convegno, se da una parte indicano la necessità di chiudere una lunga fase di difficoltà nell’individuare e praticare un terreno comune di lavoro, dall’altra rappresentano la scelta di ripartire per una nuova stagione nella quale il sostegno alla resistenza del popolo palestinese possa acquisire nuovo vigore, e contrastare quella “solidarietà” fine a se stessa che allude alla liberazione attraverso le trattative.

Noi partiamo dal dato di fatto che Israele non permetterà uno stato palestinese.

Un caro saluto,
Rete di Solidarietà con la Palestina – Milano
 

Info: info [at] k100fuegos [dot] org – coordinamento [dot] palestina [dot] milano [at] gmail [dot] com
Report del primo convegno

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A Balance of Fear: Asymmetric Threats and Tit-for-Tat Strategies in Gaza

This article talk about the use of ultra-short-range rockets from the Gaza Strip by Palestinian militant factions as part of the Israeli-Palestinian conflict and as a tool of the internal Palestinian political rivalries.


Copyright © 2011, by University of California Press Journals
Terms and Conditions

A Balance of Fear: Asymmetric Threats and Tit-for-Tat Strategies in Gaza
Author(s): Margret Johannsen
Source: Journal of Palestine Studies, Vol. 41, No. 1 (Autumn 2011), pp. 45-56
Published by: University of California Press on behalf of the Institute for Palestine Studies