Shakira non si esibirà a Tel Aviv. Vittoria BDS ignorata dai grandi media e censurata da Facebook

Shakira non si esibirà a Tel Aviv. Vittoria BDS ignorata dai grandi media e censurata da Facebook

Dopo mesi di campagna degli attivisti del BDS (sistema di boicotaggio e disinvestimento) contro il regime di Israele e la sua occupazione illegale contro il popolo palestinese, la star colombiana Shakira non si esibirà nella data prevista di luglio a Tel Aviv. Lo ha annunciato martedì l’azienda Live Nation.

 

“Esibirsi in uno stato di apartheid, che sia il Sud Africa del passato o Israele di oggi, sfidando apertamente le voci degli oppressi mina sempre la battaglia popolare degli oppressi contro gli oppressori”, hanno scritto dozzine di associazioni e organizzazioni culturali palestinesi in una lettera inviata alla cantante colombiana con l’intento di convincerla a non esibirsi a Tel Aviv.

“Nel suo tentativo di sopprimere le grandi dimostrazioni di massa e pacifiche di decine di migliaia di Palestinesi a Gaza, in lotta per la libertà e per i loro diritti sanciti dalle Nazioni Unite, Israele ha attuato una feroce repressione.

Come risultato, oltre 100 palestinesi civili sono stati uccisi dal 30 marzo e altri 10 mila sono stati i feriti. Ti chiediamo di non “la la la” al sistema di ingiustizia che nega ai palestinesi i diritti umani più elementari”, conclude la lettera indirizzata a Shakira.

Il risultato è stato raggiunto. La vittoria è stata enorme. Avrà avuto il riscontro mediatico che meritava? Pochi pochissimi a dare notizia dell’annuncio che Shakira non si esibirà a Tel Aviv nel “libero” occidente. Nella “libera stampa italiana” ancora nessuno al momento. E per chi lo ha fatto nel mondo come TeleSur ci pensa l’incredibile censura di Facebook cui ci siamo imbattuti oggi.

Qui per vedere il video che Facebook considera da censurare. Il livello dell’informazione è questo. Lasciamo a voi trarre tutte le conclusioni del caso.

Notizia del:

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A due giorni dalla Naqba, i palestinesi della diaspora scendono in piazza

(Foto di Pressenza)

12.05.2018 Patrizia Cecconi

Oggi 12 maggio la Palestina sarà in piazza nelle maggiori città italiane.

Roma ospiterà la manifestazione nazionale ed una manifestazione analoga si terrà a Milano, entrambe avranno come focus la condanna della dichiarazione del presidente Trump tesa a rinforzare la pretesa fuorilegge di Israele di scavalcare l’ONU ed annettere illegalmente Gerusalemme est al proprio Stato.

Lo spostamento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, è infatti previsto proprio per il giorno che i palestinesi ricordano come la “naqba” cioè la catastrofe che cacciò dalle proprie case circa 700.000 arabi di Palestina e ne uccise molte centinaia. Uccisioni e cacciata furono ad opera dei miliziani del nascente Stato di Israele che appunto, nello stesso giorno, festeggia la sua nascita.

Il Coordinamento delle Comunità Palestinesi in Italia, l’API (Associazione dei Palestinesi in Italia) e l’UDAP (Unione Democratica Arabo Palestinese in Italia) hanno invitato tutti gli italiani a manifestare perché – scrivono nel loro appello – “ogni violazione della Legalità Internazionale è una minaccia grave alla Libertà di ogni Paese ed un attentato alla pacifica convivenza dei Popoli. Un mondo in cui le ragioni del Diritto sono soppiantate dall’arbitrio della forza non sarà mai pacificato.”

In realtà la dichiarazione di Trump ha calpestato la Risoluzione Onu 178/80 ed ha mostrato al mondo il suo essere protettore e “padrino” di Israele facendo perdere di fatto e de jure agli Stati Uniti la possibilità di essere arbitro nel conflitto tra lo Stato di Israele da una parte e il popolo palestinese e le istituzioni che lo rappresentano dall’altra.

Tra due giorni ricorrerà il settantesimo anniversario dell’autoproclamazione, per bocca di Ben Gurion, della nascita dello Stato di Israele al di fuori dei termini indicati dalla Risoluzione 181/47 dell’ONU e non seguendo le indicazioni della stessa, come

erroneamente molti sostengono, e da quel giorno ad oggi le condizioni del popolo palestinese sono andate regolarmente peggiorando sebbene non si sia mai verificata l’errata profezia di Ben Gurion che “i vecchi moriranno e i giovani dimenticheranno“. Questo lo prova il fatto che a 70 anni di distanza la resistenza palestinese è ancora viva e, in particolare nella Striscia di Gaza, ancora fortemente vitale come dimostra la tenuta della “Grande marcia del ritorno” la quale, nonostante 54 morti e circa 6000 feriti, va avanti dal 30 marzo e che Israele, nonostante la benevola tolleranza della maggior parte dei governi e dei media internazionali, non riesce a fermare.

L’appello si rivolge alla società civile italiana, ai sindacati, ai partiti democratici, alle associazioni e a tutte le forze democratiche e progressiste affinché si attivino collettivamente per impedire ogni forma di accordo militare tra lo Stato italiano e Israele. Gli organizzatori della manifestazione, in prima persona, chiedono al Governo italiano di adoperarsi per il riconoscimento europeo dei legittimi diritti del popolo palestinese, per mettere fine alle politiche di aggressione di Israele, utilizzando anche la pressione economica e commerciale su quello Stato e perché si rispettino le risoluzioni ONU e quindi non vengano trasferite le ambasciate a Gerusalemme. Chiedono la fine dell’assedio di Gaza, lo smantellamento delle colonie israeliane nei territori palestinesi, il diritto al ritorno dei profughi palestinesi come previsto dalla risoluzione 194 dell’Onu, la libertà di tutti i prigionieri politici nelle carceri israeliane, il rispetto della legalità internazionale e di tutte le Risoluzioni ONU che riguardano la Palestina, infine il rispetto all’autoderminazione dei popoli che porti alla costruzione di uno Stato libero, democratico e laico in Palestina con Gerusalemme est sua capitale.

Sicuramente una parte importante nella riuscita di questa manifestazione l’avrà l’eco che arriva da Gaza circa la determinazione e la partecipazione numerosa e trasversale alle fazioni politiche con cui i palestinesi della Striscia stanno portando avanti la loro lotta per rompere l’assedio e ottenere il rispetto della Risoluzione 194 che riguarda tutti i palestinesi della diaspora sia interna che esterna.

La lezione politica che sta arrivando dalla Striscia non necessariamente toccherà il cuore politico dei vertici dell’Anp e di Hamas, ma la base sembra aver capito che solo facendo fronte unito sarà forse possibile dare una svolta a questo interminabile conflitto tra lo Stato d’Israele, che ha uno degli eserciti  più importanti del mondo, e il popolo palestinese che, pur non riuscendo ancora ad avere un proprio Stato, né il rispetto dei basilari diritti umani, seguita a resistere alla violenza dell’occupante.

Israele anche ieri ha ucciso, sia nella Striscia di Gaza che nei Territori Occupati, altri giovani disarmati che non sopportano più di essere chiusi in gabbia, Anche ieri dei coloni israeliani hanno tentato di dar fuoco ad un’abitazione palestinese, hanno fatto aggredire dai propri cani un gregge nei pressi di Hebron ed hanno investito un ragazzo sulla strada ma i media occidentali  tacciono e le Istituzioni internazionali lasciano fare senza rendersi conto che quando un popolo non ha più molto da perdere, la sicurezza del suo oppressore non troverà mai misure sufficienti per essere completa.

La riuscita o meno della manifestazione di oggi sarà la cartina di tornasole per capire se il popolo italiano è sensibile alle richieste di legalità e di giustizia del popolo palestinese o se questo tema non lo interessa più e lascia i palestinesi soli nella loro legittima lotta.

 

Sorgente: A due giorni dalla Naqba, i palestinesi della diaspora scendono in piazza – Pressenza

Sicilians protest Giro d’Italia “stained with blood” of Palestinians

A protest by 200 activists delayed the start of the fourth stage of the Giro d’Italia in the Sicilian city of Catania on Tuesday.

The activists had planned to shut the prestigious cycling race down altogether to protest how it had been launched in Israel last week, but they were confronted and kettled by riot police, as the video above shows.

As members of the Israeli government-backed Israeli team went past, protesters threw out flyers and carried banners with slogans including, “Israel kills, Italy is an accomplice.”

“We made everyone hear our dissent against the exploitation of sport by a state that has for decades practiced apartheid against the Palestinians and which does not respect UN resolutions regarding occupied territories,” protest organizers said, according to an early version of a report from the newspaper La Sicilia.

“There were moments of tension with police,” who used their batons against demonstrators, the newspaper reported.

“Stained with blood”

One activist, Simone di Stefano, told Catania Today that activists had gathered to send the message that “we don’t want this Giro d’Italia that is stained with blood of the Palestinian people.”

Last week, Renzo Ulivieri, the head of the Italian football managers association, posted on Facebook that he would not be watching the Giro this year.

“I could have remained indifferent, but I fear I would have been despised by the people I respect,” Ulivieri wrote. “Viva the Palestinian people, free in their land.”

At a recent meeting of the leftist movement Potere al Popolo (power to the people), Ulivieri elaborated that “the true sporting spirit calls for the unity of people and condemns discrimination and abusive occupation like Israel’s apartheid.”

The latest actions are part of a continuing campaign by Palestinians and their supporters against Israel’s use of the Giro d’Italia to glamorize itself and distract attention from its abuses.

The human rights group Al-Haq noted that 4 May, the day the race started in Jerusalem, coincided with the sixth Friday of protests as part of the Great March of Return in Gaza.

On that day, Israeli occupation forces “injured 195 Palestinian protesters, paramedics, medical staff and journalists, in a demonstration of excessive use of force, including lethal force, against protected civilians,” according to Al-Haq.

Since the protests began, Israeli snipers with shoot-to-kill-and-maim orders have killed 50 Palestinians in Gaza, including 40 unarmed protesters, and have injured thousands more.

Gaza cyclist disabled by Israeli snipers

A particularly pernicious aspect of the Israeli policy – especially in the context of the Giro d’Italia’s purported celebration of athleticism – is “Israel’s deliberate ‘shoot-to-disable’ practice, targeting protected persons in the Gaza Strip with intention to maim and at times permanently disable Palestinians by targeting specific body parts, including the lower limbs,” Al-Haq stated.

“One of the injured protesters who required amputation is Alaa al-Dali, 21, a Palestinian cyclist who was shot by an Israeli sniper with a live bullet under his right knee on 30 March 2018, while he was standing some 200 metres away from the fence,” the human rights group stated.

Al-Dali was training for the 2018 Asian Games for months before he was shot.

“I knew the moment I was shot and fell to the ground, I knew that I would never be able to ride a bicycle again in my life,” he told Middle East Eye.

Al-Haq noted that in the months leading up to the Giro’s kickoff, the first time the race has started outside Europe, “Israel continued to unlawfully alter the status of Jerusalem, introducing legislation to alter the demography of Jerusalem, by targeting Palestinian residency rights and introducing bills to unlawfully incorporate settlement blocs into Israel’s Jerusalem municipality.”

“Giro d’Italia’s choice of location, along with its partners, sponsors and participating teams and individuals, is an indication of its support for Israel’s occupation and violations against Palestinians, including in East Jerusalem,” Al-Haq stated.

Sorgente: Sicilians protest Giro d’Italia “stained with blood” of Palestinians

Israele e l’apartheid

Israele rifiuta questa analogia sostenendo di essere un paese democratico e che l’apartheid era stato istituito per legge in Sudafrica.

di Zohra Credy, 5 febbraio 2018

L’articolo qui sotto fornisce una panoramica del funzionamento della politica di apartheid imposta dall’occupante israeliano. Da quando è stato redatto nel 2016, sono state approvate altre leggi discriminatorie, altre case sono state distrutte, migliaia di alberi bruciati o saccheggiati e le condizioni di vita dei palestinesi si sono deteriorate ulteriormente. [ASI]

L’esercito israeliano risponde con lancio di gas e bombe assordanti a Hebron contro i palestinesi che chiedono l’apertura di negozi

di Zohra Credy, dicembre 2016

Apartheid, termine di origine afrikaner che significa separazione, è la parola data alla politica di segregazione razziale praticata dalla popolazione bianca in Sudafrica dal 1948. Ma per estensione apartheid definisce ogni sistema che poggia su una serie di leggi discriminatorie fondate su riferimenti etnici, razziali e religiosi.

Da qualche tempo la parola apartheid è usata da organizzazioni internazionali, analisti politici e associazioni di difesa dei diritti umani per descrivere la politica praticata dallo stato sionista nei confronti dei palestinesi.

Israele rifiuta questa analogia sostenendo di essere un paese democratico e che l’apartheid era stato istituito per legge in Sudafrica. Falsità sostengono gli avversari, l’apartheid sionista è più sofisticato di quello del Sudafrica!

L’apartheid in Sudafrica si basa sullo sviluppo separato delle popolazioni: “La segregazione si teneva sugli aspetti economici, geografici (creazione di bantustan) e sullo stato sociale in funzione delle origini etniche e razziali.”

Se guardiamo alla definizione delle Nazioni Unite di cui alla risoluzione 3068 del 30 novembre 1973, leggiamo quanto segue: “L’apartheid si riferisce a atti umani commessi per stabilire o mantenere il dominio di un gruppo razziale di esseri umani su un qualsiasi altro gruppo razziale di esseri umani e per opprimerlo sistematicamente”.

Alla luce di queste due definizioni cercheremo di vedere fino a che punto l’analogia tra Sudafrica e Israele può essere fatta rispetto all’apartheid?

Iniziamo con la segregazione geografica: esiste questo aspetto nella Palestina storica e qual è la politica israeliana per quanto riguarda l’organizzazione dello spazio tra ebrei e non ebrei?

Anche prima della creazione dello Stato di Israele nel 1947 da parte delle Nazioni Unite, i coloni ebrei vennero a sostituire i nativi palestinesi, e dove gli ebrei si stabilirono la mano d’opera palestinese fu cacciata (1). La logica che anima il progetto sionista non è quindi vivere con i palestinesi, ma a loro danno. È questa logica della negazione dell’Altro, il non ebreo, che determinerà la politica israeliana in Palestina. Ed è su questo punto che la politica sionista differisce dall’apartheid degli afrikaner. Questi ultimi avevano la pretesa di soggiogare la popolazione nera, mentre i sionisti vogliono sradicare i palestinesi dal paese.

Ma non essendo riuscite a sradicare l’intera popolazione – oltre 700.000 nativi palestinesi furono costretti all’esilio nel 1948 e più di 350.000 nel 1967 – le autorità israeliane hanno applicato l’Hafrada, cioè la separazione tra ebrei e non ebrei.

IMAGE: MICHAEL LEVIN

La preoccupazione della politica israeliana è di assicurare che questa separazione sia mantenuta dandosi i mezzi giuridici per farlo, senza rinunciare all’espulsione dell’Altro!

Sebbene l’articolo 13 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e dei cittadini del 10 dicembre 1948 dichiari nel suo primo paragrafo “Che ogni uomo ha il diritto di muoversi liberamente e di scegliere la propria residenza all’interno di uno Stato” i palestinesi non possono muoversi liberamente a casa loro. Infatti, nei territori palestinesi occupati illegalmente dal 1967 dallo stato di Israele, il movimento di nativi palestinesi – a differenza dei coloni che circolano liberamente – è soggetto ai permessi di circolazione. Questo vincolo imposto ai palestinesi richiama la procedura del “pass” imposto ai neri dal sistema di apartheid sudafricano. Tuttavia, il sistema sudafricano del modello unico di “pass” – nonostante il suo aspetto immorale – è meno crudele rispetto al sistema di segregazione israeliano, con i palestinesi sottoposti a più di un centinaio di permessi (2).

Questi permessi non sono solo una violazione della libertà di movimento dei palestinesi, ma sono anche un mezzo che l’amministrazione israeliana si dà per esercitare il proprio dominio e l’oppressione sulle popolazioni occupate. Essendo questi permessi rinnovabili, soggetti a un lungo processo amministrativo e a un passaggio obbligato dallo Shin Bet, si può facilmente immaginare le pressioni in termini di ricatto, umiliazione, intimidazione e anche di repressione.

In un sistema coloniale che poggia sulla negazione dell’Altro i permessi di movimento aprono le porte alla pulizia etnica. Ciò significa che ai palestinesi può essere negato l’accesso da una località all’altra, come pure in Cisgiordania, a Gaza o persino all’ingresso nel paese. E’ così che tra il 1967 e il 1994 l’amministrazione israeliana ha revocato il diritto di residenza di 140.000 palestinesi in Cisgiordania e di 100.000 palestinesi a Gaza. A volte, tornando al loro paese dopo anni di assenza, i palestinesi, quando non vengono espulsi, imparano a loro spese di avere perso il diritto di residenza nel proprio paese perché l’amministrazione d’occupazione ha cambiato la legge senza preoccuparsi di avvisare gli interessati e violando il diritto internazionale che precisa al paragrafo 2 della Carta delle Nazioni Unite che: “Ognuno ha il diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di tornare nel suo paese”. E come non parlare di apartheid quando un ebreo può tornare nel suo paese e un palestinese nato in Palestina perde questo diritto?

Una discriminazione accettata dalla “comunità internazionale”

Il calvario dei palestinesi non finisce con l’ottenimento di uno dei 101 permessi di circolazione esistenti; infatti il loro spostamento da un punto all’altro è soggetto a controlli. Le forze di occupazione non consentono la libertà di movimento dei palestinesi che vivono in Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza (3) in nome della sicurezza dei coloni che si sono installati, non dimentichiamolo, illegalmente.

I palestinesi devono passare attraverso checkpoint sorvegliati dall’esercito israeliano. Ci sono 600 posti di controllo tra cui 120 fissi. Con i check-point volanti ci sono anche altri sbarramenti come le barriere agricole e molti altri ostacoli.

Il numero di posti di blocco può aumentare nei periodi in cui i palestinesi si sollevano contro la dominazione, come abbiamo potuto constatare durante l’intifada di Al-Aqsa o recentemente in quella dei coltelli. Questi posti di blocco, solo per l’immagine che offrono, sono un simbolo dell’umiliazione e dell’assoggettamento dei palestinesi stipati in corridoi recintati con reti metalliche da farli sembrare gabbie dello zoo. Ma nei giardini zoologici gli animali non vengono insultati o maltrattati, mentre i palestinesi vengono umiliati e spesso brutalizzati (4).

Alla luce della risoluzione 3068, questi controlli fanno parte dell’apartheid in quanto queste discriminazioni obbediscono al desiderio di garantire i privilegi e il dominio dei coloni sulla popolazione palestinese non ebrea. Non solo questi controlli da un punto all’altro turbano la vita quotidiana dei palestinesi per quanto riguarda il loro lavoro e la scolarità costringendoli a muoversi la mattina presto per poter arrivare in orario al lavoro o a scuola; ma possono anche perdere lì la loro vita. Succede che pazienti muoiano ai posti di blocco, donne partoriscano nelle ambulanze che le trasportano verso i reparti di maternità o addirittura per terra. Secondo il Centro d’informazione palestinese, tra il 2000 e il 2006, 69 donne hanno partorito mentre aspettavano di attraversare il checkpoint; di queste 5 sono morte per mancanza di assistenza e 35 neonati sono nati morti. Il checkpoint è simbolo di stress e angoscia per i palestinesi i cui permessi possono essere confiscati senza una vera ragione; significa, umiliazione, incertezza, perdita di tempo, perdita di libertà di movimento, a volte perdita della vita! Questo rischio è aumentato dopo l’intifada (rivolta) dei coltelli e dalla routine delle esecuzioni extragiudiziali (5).

Questa forma di apartheid si è aggravata con la costruzione nel 2002 del muro di separazione che isola la Cisgiordania e Gerusalemme da Israele. E’ il secondo muro dopo la barriera elettrificata che circonda Gaza.

Muro di “sicurezza” proclama Israele!

Ciò non toglie che sia un muro simbolo della segregazione e della dominazione israeliana come confermato dalla decisione della Corte internazionale di giustizia che lo considera illegale. A parte l’usurpazione del 16,6% di terre palestinesi agricole e ricche di risorse idriche, il tracciato del muro che segue la linea verde solo per il 20% del suo percorso ha inglobato il 45% delle terre agricole palestinesi. Un buon modo per assoggettare i palestinesi che si vedono costretti a passare attraverso l’autorizzazione delle autorità israeliane per andare a lavorare nei loro campi. Infatti, a causa del muro, villaggi sono privati del 60% dei loro terreni agricoli come a Qaffin. Altre aree palestinesi sono completamente chiuse, isolate sia dalla Cisgiordania che da Israele; come la città di Qalkilya – che si trova tra la linea verde e la barriera – 260.000 palestinesi sono rinchiusi in enclave. Altre centinaia devono avere un permesso per abitare e raggiungere le loro proprietà (400.000). A Gerusalemme Est, 200.000 si trovano dall’altra parte del muro. Si noti che 80 checkpoint separano i palestinesi dai loro campi!

Il muro ha ulteriormente consolidato la frammentazione della terra per creare veri bantustan! Le aree di insediamento palestinesi sono separate le une dalle altre. Migliaia di palestinesi sono tagliati fuori dalle aree urbane. Gerusalemme è isolata, la metà della popolazione della Cisgiordania non ha alcuna possibilità di pregare alla moschea di Al-Aqsa mentre i coloni la profanano sotto il controllo benevolo dell’esercito!

Israeliani e Palestinesi vivono sempre più separati. Le strade utilizzate dai coloni sono proibite ai palestinesi; è infinitamente peggio dell’apartheid afrikaner dove non ci sono mai state strade riservate ai neri in Sudafrica! Questa politica di separazione degli spazi ha reso città come Balata e Al Khalil delle vere città assediate. Al Khalil (Hebron) è una città testimone dell’apartheid israeliano, dove 200.000 palestinesi sono ostaggio di un migliaio di coloni ebrei. Nel nome della sicurezza dei coloni, Israele blocca strade, caccia i palestinesi da interi quartieri. Il centro della città vecchia di Al Khalil è chiuso da oltre 17 anni come 500 negozi, di cui solo 70 sono stati autorizzati a riaprire quest’anno.

FOTO – Il centro della città vecchia di Al Khalil da 17 anni è chiuso così come 500 negozi

Questa Hafrada non si applica solo ai palestinesi nei territori occupati illegalmente dal 1967 secondo la risoluzione 242 delle Nazioni Unite, ma anche a 1 milione e 600.000 cittadini israeliani musulmani e cristiani che vivono in Israele.

Questa discriminazione sociale si manifesta nella disparità di trattamento tra la popolazione ebraica e quella palestinese. La prima beneficia di privilegi di cui la seconda è totalmente privata. La discriminazione più ingiusta è incontestabilmente contenuta nella legge del ritorno. Mentre Israele rifiuta questo diritto ai profughi palestinesi dell’esodo o dei territori occupati nel 1967, come pure ai cittadini palestinesi di Israele ai quali è proibito di tornare nelle proprie case e villaggi di origine da cui fuggirono nel 1948, gli ebrei di tutto il mondo hanno il diritto di stabilirsi in Palestina. Questa segregazione ha raggiunto il suo culmine quando nel 1970 fu adottato un emendamento alla legge sul ritorno che stabilisce che il diritto al ritorno si estende ai “figli e nipoti di un ebreo, al suo coniuge e al coniuge di un figlio o nipote di un ebreo – tranne a chi, ebreo, abbia di sua spontanea volontà cambiato religione”. Questa legge del ritorno porta in sé le stimmate dell’apartheid. Stabilisce il dominio di una popolazione su un’altra, l’esistenza di una popolazione sull’esclusione di un’altra!

Questa discriminazione si ritrova in quanto riguarda il matrimonio, la legge israeliana stabilisce la discriminazione rifiutando ai coniugi palestinesi di cittadini arabi israeliani, così come ai loro figli, il diritto di residenza. Si nega loro il diritto a una vita familiare normale, mentre il coniuge di un ebreo che non ha nessuna radice in Palestina, come abbiamo già visto, ne beneficia. Discriminazione anche perché sono validi solo i matrimoni celebrati da e davanti a un tribunale rabbinico che istituisce e mantiene il sistema etno-teocratico.

Le disparità di trattamento tra ebrei e non ebrei che vivono in Israele sono enormi. Innanzi tutto a livello dell’habitat Israele non ha costruito nessun villaggio o città araba mentre la popolazione è passata dai 160.000 abitanti che erano rimasti nel 1948 (i palestinesi che poterono rimanere al momento della creazione dello Stato di Israele) al più di un milione e 600.000. Solo 7 distretti sono stati costruiti nel Negev per ricollocare i “profughi” beduini espulsi dalle loro proprietà.

Nei territori occupati la costruzione di alloggi è soggetta all’approvazione delle forze di occupazione che la concedono col contagocce. Ma di fronte alla crescita demografica i palestinesi sono costretti a costruire senza permesso, correndo così il rischio di ritrovarsi per strada con le case distrutte dall’occupante sionista. Nell’area di Gerusalemme circa centomila palestinesi vivono sotto questa minaccia. Dal 2001 al 2004 sono state distrutte circa 5000 case. Il ritmo ha avuto un’accelerazione dagli attacchi con i coltelli di soldati israeliani.

Dall’occupazione di Gerusalemme nel 1967 sono stati costruiti solo 14.000 edifici, mentre ne sarebbero occorsi altrettanti all’anno, essendo la popolazione passata da 70.000 a 285.000. In parallelo il numero di permessi di costruzione continua a crescere per i coloni in Cisgiordania e in particolare a Gerusalemme dove sono stati concessi 3.690 permessi nel 2011 secondo l’ONG israeliana “Peace Now”. Nella Cisgiordania occupata illegalmente, la progressione nelle costruzioni dei coloni ha raggiunto il 20% nel 2011 rispetto al 2010, secondo la stessa fonte.

Falascià in partenza per Israele

La discriminazione colpisce anche le infrastrutture e la qualità dei servizi pubblici, nei quartieri e nelle città arabe in Israele dove le infrastrutture sono spesso completamente assenti. Il servizio di raccolta rifiuti non è garantito e talvolta le fogne sono a cielo aperto! Il budget stanziato per i comuni arabi è meno della metà di quello stanziato per i comuni ebraici. Nel Negev le località abitate dagli arabi palestinesi non beneficiano di alcuna infrastruttura, lo stato è totalmente assente. Questa realtà è in netto contrasto con quella delle comunità ebraiche cui vengono offerti tutti i servizi. Sebbene paghino le tasse, gli arabi israeliani vengono trattati come cittadini di seconda e persino di terza classe dopo i falascia!

Questa politica di segregazione si ritrova al livello dell’istruzione e dell’insegnamento. Lo Stato di Israele sostiene l’insegnamento della popolazione scolastica ebraica e finanzia il 100% delle scuole. Tuttavia, pur riconoscendo le scuole cristiane che ospitano studenti cristiani e musulmani, lo stato finanzia solo il 29% del costo totale di una scuola elementare, facendo assumere il resto dei finanziamenti ai genitori degli alunni: “È una questione di disuguaglianza, un bambino ebreo israeliano ha diritto al 100% di istruzione finanziata dallo stato e le nostre scuole no, anche se il nostro insegnamento è uno dei migliori in Israele”, deplora il padre francescano Abdel Massih Fahim, direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa. Nel Negev, 5.000 bambini palestinesi non vanno a scuola perché alcune località sono completamente prive di infrastrutture, scuole comprese. Per questi bambini la scuola più vicina si trova a 20 o 25 km di distanza, distanza difficile da percorrere ogni giorno specialmente quando mancano mezzi di trasporto ed economici.

La discriminazione sociale dei palestinesi si estende anche ad altre aree quali l’occupazione. Il privilegio all’accesso alla funzione pubblica è riservato ai soli ebrei visto il numero irrisorio di nuovi assunti non ebrei. Il tasso di disoccupazione è molto alto. Le prospettive per il futuro bloccate. La precarietà è evidente con il 78% degli arabi israeliani che vive al di sotto della soglia di povertà, percentuale che sale all’83% per i bambini.

Nei territori palestinesi, la violenza dell’occupazione e l’espansione delle colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme Est gravano drammaticamente sull’economia palestinese e di conseguenza sul mercato del lavoro: “I pesi combinati dell’occupazione persistente e delle colonie non hanno permesso lo sviluppo di un’economia palestinese produttiva e vitale che potesse offrire sufficienti opportunità di lavoro dignitoso.” scrive Guy Ryder, direttore generale dell’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro).

Secondo il rapporto dell’OIL, la disoccupazione sarebbe aumentata del 25% nel 2014 rispetto al 2013 per attestarsi al 27%; questo tasso sale al 40% per i giovani uomini e al 63% per le giovani donne. A Gaza il tasso medio di disoccupazione è doppio rispetto a quello della Cisgiordania, è di 58,1 per i giovani uomini e dell’83,5% per le ragazze (15-24 anni). Queste cifre sono allarmanti quando sappiamo che il 70% dei palestinesi ha meno di 30 anni (7).

Questa disoccupazione, la più alta del mondo, frutto della politica di dominazione fornisce una mano d’opera molto a buon mercato all’economia israeliana. Gli accordi collettivi non sono sempre rispettati. I palestinesi, osserva il rapporto dell’OIL, “lavorano in condizioni non regolamentate che possono essere precarie e assomigliano allo sfruttamento”.

Lavorare in Israele dovrebbe rimanere una scelta per i palestinesi, ma è diventata una necessità a causa delle restrizioni che ostacolano l’economia palestinese.

Abbiamo già menzionato le restrizioni imposte dal sistema di dominazione sionista alla libera circolazione dei palestinesi. Al di là dei disagi nella vita quotidiana delle persone, come abbiamo visto le conseguenze di queste restrizioni sono incommensurabili per l’economia. I checkpoint, i coprifuoco e la chiusura di località sono tra le prime cause del marasma economico nei territori occupati. Queste restrizioni fanno sì che i lavoratori perdano ore e intere giornate per recarsi sul posto di lavoro, il che rende difficile per le aziende organizzarsi e funzionare normalmente a causa di ritardi e assenze non intenzionali dei dipendenti. Per avere un’idea della paralisi causata da questa politica, citiamo due esempi: nel 2003, ci sono state a marzo 403 ore di coprifuoco a Nablus e 678 ore a Hebron in gennaio!

Questa disorganizzazione delle aziende porta ad un calo della produttività e di conseguenza a un aumento dei costi di produzione del 33%, secondo François Courbe. Ma non è finita! Il divieto dell’uso di reti stradali riservate ai coloni che costringono i palestinesi a percorrere lunghe distanze insieme al sistema di trasbordo che richiede che le merci vengano scaricate dai camion ai posti di blocco e ricaricate su altri camion dall’altra parte, aumenta il costo dell’80%!

Tra il 1993 e il 1996, periodo segnato da una “possibile pace” i blocchi costarono all’economia palestinese più di 2,5 miliardi di euro e il tenore di vita medio calò del 36%. Possiamo così misurare l’entità dei danni in tempi di tensioni!

Questa frammentazione dello spazio economico è aggravata dai privilegi accordati agli ebrei a spese dei palestinesi privati di due importanti fonti di ricchezza dell’economia: la terra e l’acqua.

Fedele al principio del sionismo che è stato costruito sulla negazione del palestinese, la carta dell’Agenzia ebraica stabilisce che le terre “sono la proprietà inalienabile del popolo ebraico”. Una vera politica di apartheid è in atto. Pertanto, sono stati creati 36 tra leggi e regolamenti che consentono la confisca delle terre palestinesi. Tali, la legge sulla Proprietà degli Assenti del 1950, che ha permesso la confisca di case, terre e altre proprietà da 750.000 a 900.000 palestinesi costretti all’esilio; il mancato riconoscimento del diritto al ritorno; il mancato riconoscimento della legge ottomana basata sul diritto di costume; la legge sulle zone militari; la legge sugli spazi verdi; la legge sull’assenza (la terra che non è stata arata per tre anni consecutivi dà luogo a un sequestro).

E’ così che l’Israeli Lands Authority e il Fond national juif controllano il 93% delle terre. Gli arabi israeliani non possiedono che il 3% delle terre della parte della Palestina storica che è diventata Israele secondo la partizione delle Nazioni Unite. Più di un terzo della popolazione israeliana occupa oggi terre e abitazioni di profughi palestinesi, che sono state annesse tra il 1948 e il 1954 senza alcuna forma di risarcimento.

La concessione delle terre obbedisce ad una politica segregazionista. La concessione è di 48 o 98 anni per gli ebrei e di un solo anno per i non ebrei. È una legge perniciosa per escludere gli arabi israeliani! Inoltre, il Fondo Nazionale Ebraico affitta le sue terre esclusivamente agli ebrei. Nei territori palestinesi occupati nel 1967, Israele praticherà la stessa politica segregazionista nei confronti dei palestinesi della Cisgiordania, di Gerusalemme e di Gaza in violazione del diritto internazionale e degli accordi di Oslo. Le forze di occupazione perseguono una politica sistematica di confisca di terre. Con l’ordinanza militare 378, un terzo del territorio della Cisgiordania è stato dichiarato zona militare, e l’ordine militare 364 stabilisce che le terre dichiarate “terre di Stato” non possano essere lavorate che da contadini israeliani e vietate all’accesso dei palestinesi. Con la legge sulle riserve naturali in cui nessuna attività agricola può essere svolta dai palestinesi siamo alla metà dei rimanenti territori palestinesi che così viene ancora rubata. Nell’area C che rappresenta il 60% della Cisgiordania, divisa in 3 settori A, B, C, solo l’1% delle terre è riservato alla pianificazione a beneficio dei palestinesi.

Dal momento che la terra è una questione fondamentale per la costruzione del progetto sionista si è fatto di tutto per espropriare il palestinese e rovinarlo a tutto beneficio del colono ebreo.

Come non parlare di apartheid? Quando il colono ebreo ha tutti i diritti e il contadino palestinese è soggetto a leggi discriminatorie? Infatti il palestinese non può piantare un albero nella zona B e C senza il consenso delle forze militari d’occupazione, consenso che può trascinarsi per anni! Non solo l’occupante non incoraggia la piantagione, ma sradica. Così tra il 1993 e il 2001 sono stati estirpati 282.000 alberi, di cui 81.000 ulivi. Da quando il numero è dovuto aumentare gli attacchi dei coloni sono continui. Secondo l’UNCTAD (Conferenza delle Nazioni Unite per il Commercio e lo Sviluppo), nel corso del 2013, 10.142 alberi produttivi sono stati bruciati, estirpati o saccheggiati dagli attacchi dei coloni.

Inoltre, il palestinese non può scegliere le sue colture. La legge gli vieta di coltivare prodotti in concorrenza con i prodotti israeliani. Il palestinese è anche soggetto alla legge sull’esportazione. In effetti, l’esportazione di prodotti palestinesi può essere effettuata solo dopo la commercializzazione e la vendita di prodotti israeliani, “quando i prodotti arrivano a poter attraversare il confine, sono marci, avvizziti o cattivi e non sono più commerciabili” (8).

I palestinesi crollano sotto il peso delle costrizioni e non possono far fronte ai benefici concessi ai coloni. I prodotti agricoli palestinesi sono banditi dalla vendita a Gerusalemme Est, riservata ai soli prodotti delle colonie ebraiche.

Per misurare l’impatto devastante delle leggi di segregazione sull’economia palestinese occorre sapere che nel 1967 la Cisgiordania esportava l’80% delle verdure e il 45% della frutta. La produzione era paragonabile a Israele. Ma dagli anni ’80, con l’occupazione e la politica di assoggettamento queste esportazioni sono in calo per le ragioni che abbiamo già esaminato, ma anche e soprattutto per la mancanza di accesso a una risorsa principale della vita: l’acqua.

I coloni ebrei prima di tutto, è il leitmotiv della politica idrica israeliana

L’acqua è un’importante sfida della politica israeliana. Non per considerazioni economiche come si potrebbe pensare, ma piuttosto per considerazioni ideologiche. Il settore agricolo israeliano è trascurabile visti i rapporti economici, rappresenta solo l’1,6% del PIL. Ma l’acqua contribuisce ad alimentare l’immagine della terra promessa trasmessa dal discorso messianico sionista: il deserto diventato paradiso per il popolo eletto. Per questo motivo, dall’occupazione della Cisgiordania e di Gaza, le grandi riserve idriche sono state dichiarate “bene nazionale” la cui gestione è stata confiscata alle comunità palestinesi locali e affidata ai comandi militari sionisti. Lo sfruttamento delle risorse, la modernizzazione delle infrastrutture, la perforazione di pozzi sono tutti soggetti a una richiesta di autorizzazione. Tuttavia, le richieste vengono sistematicamente respinte.

I coloni controllano tutti gli accessi all’acqua. Pompano 45 milioni di mcubi all’anno mentre i palestinesi usano solo il 10% dell’acqua disponibile nel territorio. L’acqua è un’arma nelle mani di questo nuovo apartheid, hanno scritto in un rapporto i parlamentari francesi della Commissione Affari esteri nel 2011. Certo, è apartheid, 450.000 coloni usano più acqua di 2, 5 milioni di palestinesi. Inoltre, e nonostante il diritto internazionale, viene data priorità ai coloni in caso di siccità. Dall’inizio del mese di Ramadan, un’interruzione idrica sta completamente assetando la Cisgiordania e Gaza dove non c’è più acqua potabile. A Gaza tutte le riserve d’acqua sono state bersaglio di bombardamenti nel 2014, come tutte le altre infrastrutture.

L’acqua è un’arma usata da Israele per attuare la sua politica perniciosa di apartheid e pulizia etnica. Il settore agricolo, importante nell’economia palestinese, è sotto perfusione. Sta morendo e i campi abbandonati per la mancanza d’acqua saranno confiscati.

Alla fine di questo studio, sembra difficile non parlare di apartheid. Tutte le leggi sioniste tendono a promuovere la supremazia degli ebrei rispetto ai non ebrei sia nei confronti dei cittadini palestinesi di Israele che dei palestinesi nei territori occupati. Sempre più voci israeliane si stanno alzando per denunciare gli eccessi della politica d’apartheid. Ilan Pappé, Gideon Levy, Amira Haas e Ronit Matalon che ha scritto: “Viviamo oggi sotto un regime d’apartheid. Come possiamo chiamarlo diversamente quando costruiamo strade riservate agli ebrei.”(9)

Ma questa osservazione non è fatta solo dagli intellettuali. In un sondaggio condotto dall’istituto Dialogo in Israele, il 58% degli israeliani intervistati ritengono che lo Stato conduce una politica di apartheid [secondo Gilad Atzmon è peggio dell’apartheid, nldr] contro gli arabi. Tuttavia, a differenza degli intellettuali dissidenti citati sopra, la società israeliana si radicalizza guidata dalla retorica del sionismo messianico. Secondo un sondaggio pubblicato nel 2012, realizzato dalla Fondazione Avi Chai, il 70% degli ebrei israeliani si considera un popolo eletto. Avendo la legge divina dalla loro, sono affrancati da tutte le leggi umane! Gideon Levy nota che sempre più “la religione è lo Stato e lo Stato è la religione” (10).

Esiste una forte somiglianza tra la visione dei missionari afrikaner e il “popolo eletto ebreo”. Questa visione contiene in sé tutti i germi del dominio dell’Altro e della superiorità sull’Altro, quindi l’apartheid.

In nome della religione e di un ideale messianico, la politica segregazionista continua coperta da certi discorsi religiosi, come quello della Torat ha Melekh (La Tora del Re), che chiede l’uccisione preventiva di bambini, donne e uomini non ebrei che potrebbero rappresentare una potenziale minaccia per gli ebrei. Non è questa una legittimazione dei crimini extragiudiziali di palestinesi? Un incitamento alla violenza senza limiti dei coloni? Al dominio dell’ebreo sul non ebreo?

Israele ha istituito un sistema di apartheid, subdolamente pernicioso e molto più sofisticato dal punto di vista amministrativo, ma, nella sua forma, peggiore del precedente apartheid degli afrikaner. In Sud Africa, non c’erano né strade separate, né targhe d’immatricolazione riservate ai neri, né la strumentalizzazione della Shoa per coprire l’orribile volto dell’apartheid.

Shlomo Sand ha scritto: “C’è un elemento di disuguaglianza nel fatto stesso di definire lo stato come stato ebraico”. (11) Nella Palestina storica, l’ebraicità si sta consolidando. E anche l’apartheid!

Zohra Credy | Dicembre 2016

(1) Zohra CREDY, Histoire de la Palestine

(2) Chaim LEVINSON, Haaretz, 23 dicembre 2011.

(3) Gaza è sotto blocco illegale dal 2006. Su un’area di 380 km2. Quasi 2 milioni di persone sono bloccate dal blocco israeliano. Le condizioni di vita sono inumane.

(4) Machsom Watch: associazione composta da donne che vanno ai checkpoint per testimoniare e inviare i loro rapporti alle organizzazioni internazionali.

(5) Gideon LEVY, “In Israele e nei territori occupati, il più grande pericolo è la routine” Haaretz, 14 gennaio 2016

(6) Jean-François COURBE, Les conséquences du conflit sur la situation économique et sociales des territoires palestiniens occupés, Confluence Méditerranée, 2005/4, N° 55.

(7) Relazione annuale dell’OIL sulla situazione dei lavoratori dei territori occupati per la riunione della commissione dell’OIL a Ginevra il 1° giugno 2015

(8) Stefan DECONINCK, l’agricoltura e il conflitto israelo-palestinese

(9) Ronit MATALON, “Viviamo sotto un regime di apartheid” Le Monde, domenica 10 gennaio 2016

(10) Gideon LEVY, Haaretz, 29 gennaio 2012

(11) Shlomo SAND, “A chi appartiene lo Stato? Haaretz, 10 ottobre 2006

Traduzione Simonetta Lambertini – invictapalestina

Fonte: https://arretsurinfo.ch/israel-et-lapartheid/

thanks to: InvictaPalestina

L’ONU intraprende un primo passo concreto affinché Israele sia ritenuto responsabile per le violazioni dei diritti umani dei palestinesi

Zeid Ra’ad Al Hussein, Alto Commissario dell’ONU per i Diritti Umani, stringe la mano ai delegati prima dell’apertura della trentaseiesima sessione del Consiglio dei Diritti Umani, nella sede europea delle Nazioni Unite. Grazie a: Laurent Gillieron/AP

 

L’ONU intraprende un primo passo concreto affinché Israele sia ritenuta responsabile per le violazioni dei diritti umani dei palestinesi

 

27 settembre 2017 — Informazioni pubblicate oggi dai media hanno rivelato che l’Alto Commissario dell’ONU per i Diritti Umani due settimane fa ha iniziato a inviare lettere a 150 aziende in Israele e nel mondo, avvertendole che potrebbero essere aggiunte a una banca dati delle aziende complici che fanno affari nelle colonie illegali israeliane basate nella Cisgiordania palestinese occupata, compresa Gerusalemme Est.

Le lettere hanno ricordato a queste aziende che le loro attività nelle e con le colonie illegali israeliane sono in violazione di “diritto internazionale e contrarie alle risoluzioni dell’ONU”. Inoltre hanno chiesto che queste aziende rispondano con chiarimenti riguardo a tali attività.

Secondo funzionari israeliani di alto livello, alcune delle aziende hanno già risposto all’Alto Commissario dell’ONU per i Diritti Umani dicendo che non rinnoveranno i loro contratti o non ne firmeranno di nuovi in Israele. “Questo potrebbe trasformarsi in una valanga”, ha detto con preoccupazione un funzionario israeliano.

Delle 150 aziende, circa 30 sono ditte americane e un certo numero sono di nazioni che includono la Germania, la Corea del sud e la Norvegia. La metà restante sono aziende israeliane, compreso il gigante farmaceutico Teva, l’azienda telefonica nazionale Bezeq, l’azienda di autobus Egged, l’azienda idrica nazionale Mekorot, le due maggiori banche del paese Hapoalim e Leumi, la grande azienda militare e tecnologica Elbit Systems, Coca-Cola, Africa-Israel, IDB e Netafim.

Le aziende americane che hanno ricevuto le lettere includono Caterpillar, Priceline.com, TripAdvisor e Airbnb.

A quanto riferito, l’amministrazione Trump sta cercando di impedire la pubblicazione della lista.

 

Omar Barghouti, co-fondatore del movimento BDS, ha commentato:

Dopo decenni di deprivazione dei palestinesi e di occupazione militare e apartheid da parte di Israele, le Nazioni Unite hanno intrapreso un primo passo concreto e pratico per assicurare che Israele sia ritenuta responsabile per le sue continue violazioni dei diritti umani dei palestinesi. I palestinesi accolgono calorosamente questo passo.

Speriamo che il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU sia inflessibile e pubblichi la sua lista completa delle aziende che operano illegalmente nelle, o con, le colonie israeliane sulla terra palestinese rubata, e che elaborerà questa lista come richiesto dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU nel marzo 2016.

Può essere troppo ambizioso aspettarsi che questa misura coraggiosa dell’ONU concernente la responsabilità possa “fare scendere dal piedistallo” Israele, come il leader anti-apartheid sudafricano, arcivescovo Desmond Tutu ha richiesto una volta. Ma se attuata correttamente, questa banca dati dell’ONU sulle aziende che sono complici in alcune delle violazioni di diritti umani da parte di Israele può presagire l’inizio della fine dell’impunità criminale di Israele.

 

Il Comitato Nazionale BDS palestinese (BNC) è la più grande coalizione della società civile palestinese. Guida e sostiene il movimento globale di Boicottaggio, Divestimento e Sanzioni. Visitate il nostro sito Internet e seguiteci su Facebook e Twitter @BDSmovement.

 

thanks to:  Comitato Nazionale BDS palestinese (BNC)  

Traduzione di BDS Italia

 

 

UN takes first concrete step to hold Israel accountable for violating Palestinian human rights

Zeid Ra’ad Al Hussein, UN High Commissioner for Human Rights, shakes hand with delegates before the opening of the 36th session of the Human Rights Council, at the European headquarters of the United Nations. Credit: Laurent Gillieron/AP

September 27, 2017  — Today’s media reports revealed that the UN High Commissioner for Human Rights began sending letters two weeks ago to 150 companies in Israel and around the globe, warning them that they could be added to a database of complicit companies doing business in illegal Israeli settlements based in the occupied Palestinian West Bank, including East Jerusalem.

The letters reminded these companies that their operations in and with illegal Israeli settlements are in violation of “international law and in opposition of UN resolutions.” They also requested that these companies respond with clarifications about such operations.

According to senior Israeli officials, some of the companies have already responded to the UN High Commissioner for Human Rights by saying they won’t renew their contracts or sign new ones in Israel. “This could turn into a snowball,” worried an Israeli official.

Of the 150 companies, some 30 are American firms, and a number are from nations including Germany, South Korea and Norway. The remaining half are Israeli companies, including pharmaceutical giant Teva, the national phone company Bezeq, bus company Egged, the national water company Mekorot, the county’s two biggest banks Hapoalim and Leumi, the large military and technology company Elbit Systems, Coca-Cola, Africa-Israel, IDB and Netafim.

American companies that received letters include Caterpillar, Priceline.com, TripAdvisor and Airbnb.

The Trump administration is reportedly trying to prevent the list’s publication.

Omar Barghouti, co-founder of the BDS movement, commented:

After decades of Palestinian dispossession and Israeli military occupation and apartheid, the United Nations has taken its first concrete, practical step to secure accountability for ongoing Israeli violations of Palestinian human rights. Palestinians warmly welcome this step.

We hope the UN Human Rights Council will stand firm and publish its full list of companies illegally operating in or with Israeli settlements on stolen Palestinian land, and will develop this list as called for by the UN Human Rights Council in March 2016.

It may be too ambitious to expect this courageous UN accountability measure to effectively take Israel “off the pedestal,” as South African anti-apartheid leader Archbishop Desmond Tutu once called for. But if implemented properly, this UN database of companies that are complicit in some of Israel’s human rights violations may augur the beginning of the end of Israel’s criminal impunity.

The Palestinian BDS National Committee (BNC) is the largest coalition in Palestinian civil society. It leads and supports the global Boycott, Divestment and Sanctions movement. Visit our website and follow us on  Facebook and Twitter @BDSmovement.

thanks to: BDSmovement

Michael Chabon, scrittore ebreo: l’occupazione israeliana è peggio dell’apartheid

Michael Chabon, scrittore ebreo: l'occupazione israeliana è peggio dell'apartheid

Il noto scrittore statunitense di origini ebraiche, Michael Chabon, ha dichiarato che l’oppressione israeliana contro il popolo palestinese è peggiore del sistema dell’apartheid in Sud Africa.

In un’intervista all’agenzia di stampa francese AFP, Chabon ha dichiarato, ieri, che ha scoperto “la vera natura” dell’occupazione israeliana dopo il viaggio fatto lo scorso aprile, accompagnato da altri autori nordamericani, nei territori palestinesi occupati.

“Parte di ciò che lo rende particolarmente orribile per me e diverso dall’Apartheid è che gli ebrei lo stanno facendo e io sono un Ebreo”, ha precisato durante l’intervista telefonica ad AFP.

Inoltre, in un’altra intervista rilasciata alla pubblicazione ebraica statunitense “The Forward”, Chabon ha dichiarato che l’occupazione dei territori palestinesi da parte del  regime di Tel Aviv è “una grave ingiustizia”, che non ha mai visto.

“Che la gente che ha sofferto una persecuzione orribile e prolungata ha una tale svolta e, inoltre, opprimere un altro popolo ad un livello burocratico tale, è in qualche modo per me molto più duro dell’Apartheid, per quanto orribile è stato l'apartheid e con questo non cerco di minimizzarlo”, ha sottolineato.

Va notato che le dichiarazioni dello scrittore ebreo-statunitense, 52 anni, hanno scatenato reazioni su Internet e le critiche da parte dei media della destra israeliana.

Secondo le fonti, Chabon non ha cominciato ad occuparsi dell’occupazione israeliana fino al suo matrimonio con Ayelet Waldman ebrea, che ha viaggiato nei territori palestinesi, due anni fa. Questo viaggio ha “aperto gli occhi” a lei, ed anche allo scrittore, ha spiegato Chabon.

Lui e sua moglie hanno pubblicato un libro scritto da 25 autori di spicco nordamericani che si concentra su diversi aspetti della vita quotidiana dei palestinesi sotto occupazione israeliana.

Lo scorso aprile, Chabon, insieme ad altri scrittori, tra cui Dave Eggers e Geraldine Brooks, quest’ultima insignita del premio Pulitzer, ha visitato le città palestinesi di Al-Quds (Gerusalemme) e Al-Khalil (Hebron), ed i villaggi vicino alla città di Ramallah, nel nord della Cisgiordania.

Più di mezzo milione di israeliani vivono in più di 120 insediamenti illegali costruiti dopo l’occupazione dei territori palestinesi della Cisgiordania e Al-Quds nel 1967.

Fonte: Hispantv

La MM Spa di Milano e l’acqua rubata ai palestinesi

di Michela Sechi

 

A Milano la MM Spa, responsabile degli acquedotti della città, ha stretto un accordo internazionale di collaborazione con la Mekorot, l’azienda di Stato israeliana che gestisce le risorse idriche in Israele.

La Mekorot è un’azienda che viene accusata dai pacifisti israeliani di privare d’acqua i villaggi palestinesi e di praticare dunque “un’apartheid idrica”. L’acqua insomma viene assegnata in base all’etnia: agli israeliani acqua illimitata, ai palestinesi meno acqua a un prezzo più alto.

Gli attivisti hanno anche creato un sito internet che si chiama Stop Mekorot, in cui trovate un video che illustra come opera questa azienda. Non a caso nel 2013 la compagnia idrica olandese ha reciso ogni accordo che aveva con la Mekorot perché la collaborazione era diventata imbarazzante.

In cosa consiste l’accordo di MM Spa con Mekorot? Verrà creata una “Corporate University” con l’obiettivo di uno scambio a tutti i livelli dei “saperi” delle due aziende, per migliorare il livello di servizio ai loro clienti. In pratica ci sarà supporto reciproco per attività di sviluppo, sperimentazione e marketing di tecnologie del settore idrico. Tecnici milanesi andranno a formarsi in Israele e viceversa. MM fa sapere che una delegazione di propri tecnici è già presente da oggi nella sede di Mekorot a Tel Aviv.

Per parlare di qusto accordo è venuto negli studi di Radio Popolare l’israeliano Ronnie Barkan, attivista della campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni). “In Israele/Palestina – ci dice Barkan – c’è un regime di apartheid e anche la Mekorot è parte di questo regime”.

“La Mekorot pratica quella che chiamiamo ‘apartheid dell’acqua’, cioè distribuisce l’acqua in modo differenziato fra israeliani e palestinesi. Preleva l’acqua dalla falda nei territori palestinesi e ne devia la maggior parte verso Israele. Quella che rimane viene venduta ai palestinesi a un prezzo altissimo, sproporzionato. In parole semplici la Mekorot ruba l’acqua ai palestinesi. Tenete conto che è proibito ai palestinesi scavare un pozzo sulla loro terra. Rischiano la prigione, se lo fanno. Dunque Israele non controlla solo la terra palestinese ma controlla anche quello che c’è sotto, ovvero le risorse d’acqua”.

“In alcuni villaggi palestinesi della Cisgiordania in estate non c’è abbastanza acqua neppure per bere. Accanto ci sono colonie israeliane con la piscina, con coltivazioni di datteri e avocado. Queste coltivazioni sono alimentate ‘asciugando’ le risorse idriche dei palestinesi. I tubi che portano l’acqua passano sotto i villaggi palestinesi senza che a questi sia concesso di utilizzarli. Questi tubi portano l’acqua esclusivamente alle colonie riservate agli israeliani”.

Fra pochi giorni comincerà la “Apartheid week”. In Europa sarà dal 29 febbraio al 7 marzo. In che cosa consiste?

“La prima iniziativa di questo tipo è nata dieci anni fa in un campus universitario canadese. Da allora la campagna è cresciuta e quest’anno coinvolgerà oltre 200 università in tutto il mondo che hanno messo in piedi una settimana di iniziative per prendere coscienza della situazione. Io parteciperò all’iniziativa organizzata a Torino il 3 e 4 marzo. Ovunque le persone stanno prendendo posizione contro i crimini di Israele e contro i loro governi che sono complici di questi crimini. Compreso il governo italiano, purtroppo”.

Quali Paesi sono più sensibili a questa campagna per il boicottaggio?

“In Gran Bretagna c’è un grosso sostegno alla lotta palestinese, ma il governo ha varato alcune leggi che rendono le cose più difficili per il boicottaggio. Lo stesso accade in Francia. In Spagna c’è un grosso attivismo nella società civile e anche da parte di alcune amministrazioni locali che hanno aderito alla campagna. Anche in Sudamerica c’è molto impegno, per due motivi: quei Paesi hanno una forte tradizione anticolonialista e non hanno problemi di senso di colpa per l’Olocausto. L’Italia è un po’ indietro, ma ci sono molte persone che non hanno paura di schierarsi per i diritti dei palestinesi. Un’iniziativa molto importante e recente è quella che ha visto 300 doccenti universitari italiani esprimere il loro appoggio, con una lettera, al boicottaggio delle università israeliane e in particolare di una di queste, il Technion, coinvolto nello sviluppo di nuove armi per l’esercito israeliano, armi usate soprattutto a Gaza. Trecento docenti universitari di sei università italiane – comprese quelle di Milano, Roma e Torino – hanno firmato la lettera. Mi appello a ogni docente dotato di coscienza perchè faccia lo stesso e vada sul sito internet di BDS Italia per appoggiare il boicottaggio accademico di Israele”.

Mi sembra che la campagna di boicottaggio del Sudafrica dell’Apartheid abbia avuto molto più successo di quella per il boicottaggio di Israele, che cresce più lentamente. Perché?

“Dobbiamo ricordare che la campagna per il boicottaggio del Sudafrica, cui noi ci ispiriamo, è durata per più di trent’anni prima che diventasse di massa, prima che registrasse i primi successi. La campagna per il boicottaggio di Israele esiste solo da dieci anni e siamo riusciti a ottenere tanto in questo lasso di tempo relativamente breve. Poco è cambiato in sessant’anni di occupazione, mentre negli ultimi dieci anni è cambiata l’immagine di Israele. Dieci anni fa Israele era ancora descritto come l’unica democrazia in Medio Oriente. Oggi i media parlano non solo della mancanza di democrazia in Israele ma stanno anche cominciando a mettere in dubbio la soluzione dei due Stati. Pochi giorni fa Thomas Friedman ha scritto un editoriale sul New York Times dicendo ‘non venitemi più a chiedere della soluzione dei due Stati, non voglio neppure sentirne parlare’. Si sta cominciando a capire che la soluzione dei due Stati è solo un modo di concedere qualcosa ai palestinesi in modo da mantenere la dominazione israeliana sul loro territorio. Adesso i media più diffusi si stanno cominciando a rendere conto che non è vero che ci sono dei liberal in Israele: non esiste una vera sinistra israeliana e non è mai esistita”.

Ritornando alla campagna per il boicottaggio: voi proponete il boicottaggio solo delle colonie o il boicottaggio completo delle merci israeliane?

“L’Unione europea di recente ha preso delle decisioni che consentono di etichettare le merci provenienti dalle colonie. Questo è un passo di portata molto modesta. Ma già questo piccolo passo ha provocato le proteste di Israele che ha aperto una crisi diplomatica con l’Unione europea. In realtà le leggi europee obbligherebbero Bruxelles e ogni Stato membro dell’Unione a smettere di fare affari con Israele. Nello stesso accordo bilaterale fra Israele e Unione europea c’è una clausola vincolante, l’articolo 2, che dice che in presenza di violazioni dei diritti umani l’Unione europea non può continuare a commerciare con Israele come al solito. E non c’è dubbio che in Israele ci siano queste violazioni. L’Unione europea può congelare gli accordi esistenti, può applicare sanzioni: tutto, salvo far finta di niente. Invece chiude gli occhi, guarda dall’altra parte e vìola non solo le leggi internazionali, ma le sue stesse leggi. Dunque tutto quello che chiediamo all’Europa è non di smettere di appoggiare Israele, di non appoggiare i criminali. Chiediamo che tratti Israele come qualsiasi altro Stato del mondo. La campagna BDS è basata sul rispetto dei diritti dei palestinesi protetti da norme internazionali. Se Israele fosse trattato come tutti gli altri Stati del mondo, non sarebbe in grado di portare avanti queste violazioni”.

Tu sei un israeliano e fai campagna per il boicottaggio di Israele. Come è percepito questo tuo impegno in Israele e all’estero?

“Solo parlare di diritti umani in Israele è come bestemmiare. Già quando dico che sono un obiettore di coscienza sono trattato come un traditore e un parassita. In realtà la cosa più estremista che tu possa fare in israele è chiedere l’uguaglianza. Lo Stato israeliano è bastato sulla negazione del concetto di uguaglianza e di democrazia. Anche gli israeliani che sostengono il rispetto dei diritti umani lo fanno finché ciò non va a toccare i loro privilegi di ebrei israeliani. Loro parlano di demografia: quanti siamo noi ebrei e quanti sono loro. Io non voglio parlare di demografia, voglio parlare di democrazia. Chiedere democrazia è la cosa più estremista e radicale che io possa fare in Israele. I servizi segreti israeliani hanno dichiarato apertamente che sorvegliano chiunque agisca contro il carattere ebraico dello Stato. Chiunque supporti la democrazia e l’uguaglianza in Israele è visto come una sorta di minaccia, anche se lo fa legalmente. Non ci sarebbe una reazione così forte se la democrazia non fosse una minaccia così grande per lo Stato israeliano. Chiedere vera democrazia, vera uguaglianza per tutti gli esseri umani che vivono su quel territorio (Israele e i Territori Palestinesi, ndr) è percepito come una minaccia allo Stato. La campagna per il boicottaggio del Sudafrica non aveva come scopo quello di distruggere il Sudafrica. Aveva come scopo distruggere l’Apartaheid. Lo stesso vale per Israele”.

Tu, da israeliano, come sei arrivato a sostenere questa posizione?

“C’è stata una cosa in particolare che è stata per me un punto di svolta. Da piccolo ho subito il lavaggio del cervello come tanti israeliani e – anche se non sono mai stato un nazionalista – pensavo che se non avessi fatto il servizio militare sarei stato considerato un parassita o un traditore. Ho passato sei anni a chiedermi se volevo fare il militare o no. Alla fine sono stato richiamato e quando ho indossato la divisa, ho capito che quello non era il mio posto. Ho capito che posso essere considerato un traditore solo se tradisco l’umanità, se tradisco dei valori universali. È stato il mio punto di svolta. Quando ho capito questo, tutto è stato chiaro e ho smesso di essere un soldato. Ma siccome portavo già la divisa, c’è voluto un anno e mezzo di battaglia con l’esercito per riuscire a liberarmene. Sarei volentieri andato in prigione, ma non mi ci hanno mandato. E quando ho smesso di essere un soldato, ho smesso anche di essere un israeliano. Quello che sono è un essere umano, e questo per me è sufficiente”

Ascolta l’intervista integrale a Ronnie Barkan.

( Fonte: bdsitalia.org )

Sorgente: 25-2-16_MM-Spa

Francesca Foscarini, non danzare con l’Apartheid!

Pensiamo che ogni persona di coscienza, e in particolare ogni artista, per la sua capacità di comunicare ad un largo pubblico, non possa accettare in silenzio la perdurante occupazione da parte di Israele di terre palestinesi, inclusi gli insediamenti e avamposti per soli ebrei costruiti in violazione della legge internazionale; il Muro dell’Apartheid nella West Bank, costruito espropriando altre terre palestinesi, anche in violazione del diritto internazionale; la demolizione da parte di Israele di case palestinesi (oltre 24.000 dal 1967); le terribili aggressioni israeliane contro la popolazione della Striscia di Gaza (Piombo Fuso, 2008 – 2009; Colonna di Fumo, novembre 2012; Margine Protettivo, 2014).

Prendendo esempio dalla vittoria del movimento anti-apartheid sudafricano nel secolo scorso, la campagna BDS (Boicottaggio Disinvestimenti e Sanzioni) promuove il boicottaggio (cioè la non collaborazione) con gli artisti israeliani che non si schierano apertamente contro l’occupazione delle terre palestinesi, contro l’apartheid e per il diritto al ritorno per i profughi, sancito da un diritto internazionale che riconosce anche il diritto alla resistenza di un popolo occupato.

Il boicottaggio diventa ancora più importante se a intervenire, con sponsorizzazioni o finanziamenti, sono le stesse istituzioni dello stato razzista israeliano.

Come ha affermato l’arcivescovo sudafricano anti-apartheid Desmond Tutu, “Se sei neutrale in situazioni di ingiustizia ti sei schierato dalla parte dell’oppressore.”

Ti chiediamo perciò di non essere “neutrale in una situazione di ingiustizia” e di unirti ai molti artisti di tutto il mondo che boicottano Israele, rinunciando a mettere in scena la performance del 28 maggio. Sarebbe un gesto molto significativo e un aiuto per fermare la continua violazione dei diritti umani in Palestina.

Francesca, non danzare con l’Apartheid! – Indymedia Piemonte.

Israeli Apartheid Week – Settimana contro l’Apartheid Israeliana 2015

Israeli Apartheid Week 2015 è un evento internazionale organizzato ogni anno all’interno delle università per denunciare il regime di apartheid attuato da Israele nei confronti dei palestinesi nei Territori Occupati e in Israele.

Le date vanno da fine febbraio a metà marzo. Iniziative in Italia in programma a Cagliari, Napoli, Roma e Trieste.

Partecipa alla settimana contro l’apartheid israeliana!

  • Organizza proiezioni di film o incontri sulla Palestina.
  • Organizza proteste o azioni di boicottaggio
  • Partecipa online per diffondere la settimana contro l’apartheid israeliana. Utilizza l’hashtag #IsraeliApartheidWeek
  • Fai uso della tua creatività! Richiama l’attenzione all’apartheid israeliana riproducendo checkpoint o il Muro dell’Apartheid. Organizza flash mob, azioni creative e letture di poesie.

Vedi il sito internazionale per altro materiale utile.

» Comunica le iniziative in programma a bdsitalia@gmail.com per essere elencate sul nostro sito e su quello internazionale. 

La Settimana contro l’Apartheid Israeliana (Israele Apartheid Week – IAW) è stata lanciata da studenti attivisti presso l’Università di Toronto nel 2005 e da allora si diffuse in città in tutto il mondo, comprese le città in Palestina e in Sudafrica. Siamo una rete globale di gruppi studenteschi, di giovani e della società civile che lavorano per costruire la Settimana contro l’Apartheid Israeliana come parte delle azioni in tutto il mondo in solidarietà con il popolo palestinese.


Principi di base

Il fine della IAW è quello di educare i cittadini circa la natura d’apartheid dello stato d’Israele contribuendo a rafforzare campagne per il Boicottaggio il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) contro Israele.

Desideriamo dare il nostro contributo circa la comprensione di Israele quale stato d’apartheid. I cittadini palestinesi sono esclusi dal controllo e dallo sviluppo di più del 90% delle terre, vengono discriminati negli aspetti più basilari e quotidiani della loro vita: educazione, sistema sanitario, servizi pubblici, pubblico impiego, semplicemente perché sono palestinesi. I palestinesi che furono espulsi nel 1948 e nel 1967 non possono tornare alle proprie case e alle proprie terre e allo stesso tempo qualsiasi persona ebrea nel mondo ha il diritto di trasferirsi a vivere in Israele ricevendo automaticamente la cittadinanza israeliana. Nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza i palestinesi vivono sottoposti a una legge militare discriminatoria, distribuiti in bantustans isolati tra loro e circondati dal muro.

Lavoriamo per porre fine alla complicità internazionale con questo stato d’apartheid. I governi offrono grande supporto economico e politico al regime di apartheid israeliano. Le corporazioni guadagnano grazie agli investimenti e ai progetti congiunti con compagnie israeliane. Le istituzioni, le organizzazioni e i sindacati che non si oppongono a ciò permettono il sostegno morale ed economico di Israele. Artisti, intellettuali e squadre sportive legittimano l’Apartheid israeliana mantenendo i rapporti. Questo tipo di cooperazione e supporto permette all’apartheid di continuare ad esistere, per questo porre fine alla complicità internazionale è così importante.

Crediamo che l’apartheid israeliana sia un elemento facente parte di un più vasto sistema economico e militare di dominazione. Per questo restiamo solidali con tutte le persone oppresse del mondo, in particolare con le comunità indigene che soffrono la repressione di regimi coloniali, lo sfruttamento e il dislocamento.

Siamo contro l’ideologia razzista del sionismo che fornisce le basi al colonialismo israeliano. Siamo contrari perché esso discrimina direttamente e forzatamente tutti coloro che non sono ebrei. Siamo contro tutte le forme di discriminazione e crediamo che non ci sarà mai giustizia senza la restaurazione di tutti i diritti di ciascuno, senza differenze di razza, etnia o nazionalità.

Le nostre richieste si basano sulla richiesta della società civile palestinese per il Boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele del 9 Luglio 2005 e sostenuto da più di 170 organizzazioni palestinesi e che dichiara:.

Boicottaggio disinvestimento e  sanzioni dovranno essere applicate fino a quando Israele riconoscerà il diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione, riconosciuto dal diritto internazionale quale diritto fondamentale:

  1. Mettendo fine all’occupazione e alla colonizzazione delle terre arabe, distruggendo il muro e liberando tutti i prigionieri politici arabi e palestinesi
  2. Riconoscendo i diritti fondamentali dei cittadini arabi residenti all’interno dello stato d’israele  e la loro uguaglianza con gli altri cittadini
  3. Rispettando, proteggendo e promuovendo il diritto dei rifugiati palestinesi al ritorno alle proprie case e proprietà stipulato dalla risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite numero 194.

Per fare parte dell’International Apartheid week le organizzazioni devono impegnarsi a:

  • Aderire ai principi esposti qui sopra
  • Coordinarsi con il network internazionale
  • Promuovere campagne di sensibilizzazione circa il BDS all’interno delle attività della IAW

Fonte: Israeli Apartheid Week
Traduzione di BDS Italia

– See more at: http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/event/israeli-apartheid-week-%E2%80%93-settimana-contro-lapartheid-israeliana-2015#sthash.BS5roZLD.dpuf

Israeli Apartheid Week 2015 è un evento internazionale organizzato ogni anno all’interno delle università per denunciare il regime di apartheid attuato da Israele nei confronti dei palestinesi nei Territori Occupati e in Israele.

Le date vanno da fine febbraio a metà marzo. Iniziative in Italia in programma a Cagliari, Napoli, Roma e Trieste.

Partecipa alla settimana contro l’apartheid israeliana!

  • Organizza proiezioni di film o incontri sulla Palestina.
  • Organizza proteste o azioni di boicottaggio
  • Partecipa online per diffondere la settimana contro l’apartheid israeliana. Utilizza l’hashtag #IsraeliApartheidWeek
  • Fai uso della tua creatività! Richiama l’attenzione all’apartheid israeliana riproducendo checkpoint o il Muro dell’Apartheid. Organizza flash mob, azioni creative e letture di poesie.

Vedi il sito internazionale per altro materiale utile.

» Comunica le iniziative in programma a bdsitalia@gmail.com per essere elencate sul nostro sito e su quello internazionale.

La Settimana contro l’Apartheid Israeliana (Israele Apartheid Week – IAW) è stata lanciata da studenti attivisti presso l’Università di Toronto nel 2005 e da allora si diffuse in città in tutto il mondo, comprese le città in Palestina e in Sudafrica. Siamo una rete globale di gruppi studenteschi, di giovani e della società civile che lavorano per costruire la Settimana contro l’Apartheid Israeliana come parte delle azioni in tutto il mondo in solidarietà con il popolo palestinese.


Principi di base

Il fine della IAW è quello di educare i cittadini circa la natura d’apartheid dello stato d’Israele contribuendo a rafforzare campagne per il Boicottaggio il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) contro Israele.

Desideriamo dare il nostro contributo circa la comprensione di Israele quale stato d’apartheid. I cittadini palestinesi sono esclusi dal controllo e dallo sviluppo di più del 90% delle terre, vengono discriminati negli aspetti più basilari e quotidiani della loro vita: educazione, sistema sanitario, servizi pubblici, pubblico impiego, semplicemente perché sono palestinesi. I palestinesi che furono espulsi nel 1948 e nel 1967 non possono tornare alle proprie case e alle proprie terre e allo stesso tempo qualsiasi persona ebrea nel mondo ha il diritto di trasferirsi a vivere in Israele ricevendo automaticamente la cittadinanza israeliana. Nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza i palestinesi vivono sottoposti a una legge militare discriminatoria, distribuiti in bantustans isolati tra loro e circondati dal muro.

Lavoriamo per porre fine alla complicità internazionale con questo stato d’apartheid. I governi offrono grande supporto economico e politico al regime di apartheid israeliano. Le corporazioni guadagnano grazie agli investimenti e ai progetti congiunti con compagnie israeliane. Le istituzioni, le organizzazioni e i sindacati che non si oppongono a ciò permettono il sostegno morale ed economico di Israele. Artisti, intellettuali e squadre sportive legittimano l’Apartheid israeliana mantenendo i rapporti. Questo tipo di cooperazione e supporto permette all’apartheid di continuare ad esistere, per questo porre fine alla complicità internazionale è così importante.

Crediamo che l’apartheid israeliana sia un elemento facente parte di un più vasto sistema economico e militare di dominazione. Per questo restiamo solidali con tutte le persone oppresse del mondo, in particolare con le comunità indigene che soffrono la repressione di regimi coloniali, lo sfruttamento e il dislocamento.

Siamo contro l’ideologia razzista del sionismo che fornisce le basi al colonialismo israeliano. Siamo contrari perché esso discrimina direttamente e forzatamente tutti coloro che non sono ebrei. Siamo contro tutte le forme di discriminazione e crediamo che non ci sarà mai giustizia senza la restaurazione di tutti i diritti di ciascuno, senza differenze di razza, etnia o nazionalità.

Le nostre richieste si basano sulla richiesta della società civile palestinese per il Boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele del 9 Luglio 2005 e sostenuto da più di 170 organizzazioni palestinesi e che dichiara:.

Boicottaggio disinvestimento e  sanzioni dovranno essere applicate fino a quando Israele riconoscerà il diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione, riconosciuto dal diritto internazionale quale diritto fondamentale:

  1. Mettendo fine all’occupazione e alla colonizzazione delle terre arabe, distruggendo il muro e liberando tutti i prigionieri politici arabi e palestinesi
  2. Riconoscendo i diritti fondamentali dei cittadini arabi residenti all’interno dello stato d’israele  e la loro uguaglianza con gli altri cittadini
  3. Rispettando, proteggendo e promuovendo il diritto dei rifugiati palestinesi al ritorno alle proprie case e proprietà stipulato dalla risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite numero 194.

Per fare parte dell’International Apartheid week le organizzazioni devono impegnarsi a:

  • Aderire ai principi esposti qui sopra
  • Coordinarsi con il network internazionale
  • Promuovere campagne di sensibilizzazione circa il BDS all’interno delle attività della IAW

Fonte: Israeli Apartheid Week
Traduzione di BDS Italia

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