Michael Chabon, scrittore ebreo: l’occupazione israeliana è peggio dell’apartheid

Michael Chabon, scrittore ebreo: l'occupazione israeliana è peggio dell'apartheid

Il noto scrittore statunitense di origini ebraiche, Michael Chabon, ha dichiarato che l’oppressione israeliana contro il popolo palestinese è peggiore del sistema dell’apartheid in Sud Africa.

In un’intervista all’agenzia di stampa francese AFP, Chabon ha dichiarato, ieri, che ha scoperto “la vera natura” dell’occupazione israeliana dopo il viaggio fatto lo scorso aprile, accompagnato da altri autori nordamericani, nei territori palestinesi occupati.

“Parte di ciò che lo rende particolarmente orribile per me e diverso dall’Apartheid è che gli ebrei lo stanno facendo e io sono un Ebreo”, ha precisato durante l’intervista telefonica ad AFP.

Inoltre, in un’altra intervista rilasciata alla pubblicazione ebraica statunitense “The Forward”, Chabon ha dichiarato che l’occupazione dei territori palestinesi da parte del  regime di Tel Aviv è “una grave ingiustizia”, che non ha mai visto.

“Che la gente che ha sofferto una persecuzione orribile e prolungata ha una tale svolta e, inoltre, opprimere un altro popolo ad un livello burocratico tale, è in qualche modo per me molto più duro dell’Apartheid, per quanto orribile è stato l'apartheid e con questo non cerco di minimizzarlo”, ha sottolineato.

Va notato che le dichiarazioni dello scrittore ebreo-statunitense, 52 anni, hanno scatenato reazioni su Internet e le critiche da parte dei media della destra israeliana.

Secondo le fonti, Chabon non ha cominciato ad occuparsi dell’occupazione israeliana fino al suo matrimonio con Ayelet Waldman ebrea, che ha viaggiato nei territori palestinesi, due anni fa. Questo viaggio ha “aperto gli occhi” a lei, ed anche allo scrittore, ha spiegato Chabon.

Lui e sua moglie hanno pubblicato un libro scritto da 25 autori di spicco nordamericani che si concentra su diversi aspetti della vita quotidiana dei palestinesi sotto occupazione israeliana.

Lo scorso aprile, Chabon, insieme ad altri scrittori, tra cui Dave Eggers e Geraldine Brooks, quest’ultima insignita del premio Pulitzer, ha visitato le città palestinesi di Al-Quds (Gerusalemme) e Al-Khalil (Hebron), ed i villaggi vicino alla città di Ramallah, nel nord della Cisgiordania.

Più di mezzo milione di israeliani vivono in più di 120 insediamenti illegali costruiti dopo l’occupazione dei territori palestinesi della Cisgiordania e Al-Quds nel 1967.

Fonte: Hispantv

La MM Spa di Milano e l’acqua rubata ai palestinesi

di Michela Sechi

 

A Milano la MM Spa, responsabile degli acquedotti della città, ha stretto un accordo internazionale di collaborazione con la Mekorot, l’azienda di Stato israeliana che gestisce le risorse idriche in Israele.

La Mekorot è un’azienda che viene accusata dai pacifisti israeliani di privare d’acqua i villaggi palestinesi e di praticare dunque “un’apartheid idrica”. L’acqua insomma viene assegnata in base all’etnia: agli israeliani acqua illimitata, ai palestinesi meno acqua a un prezzo più alto.

Gli attivisti hanno anche creato un sito internet che si chiama Stop Mekorot, in cui trovate un video che illustra come opera questa azienda. Non a caso nel 2013 la compagnia idrica olandese ha reciso ogni accordo che aveva con la Mekorot perché la collaborazione era diventata imbarazzante.

In cosa consiste l’accordo di MM Spa con Mekorot? Verrà creata una “Corporate University” con l’obiettivo di uno scambio a tutti i livelli dei “saperi” delle due aziende, per migliorare il livello di servizio ai loro clienti. In pratica ci sarà supporto reciproco per attività di sviluppo, sperimentazione e marketing di tecnologie del settore idrico. Tecnici milanesi andranno a formarsi in Israele e viceversa. MM fa sapere che una delegazione di propri tecnici è già presente da oggi nella sede di Mekorot a Tel Aviv.

Per parlare di qusto accordo è venuto negli studi di Radio Popolare l’israeliano Ronnie Barkan, attivista della campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni). “In Israele/Palestina – ci dice Barkan – c’è un regime di apartheid e anche la Mekorot è parte di questo regime”.

“La Mekorot pratica quella che chiamiamo ‘apartheid dell’acqua’, cioè distribuisce l’acqua in modo differenziato fra israeliani e palestinesi. Preleva l’acqua dalla falda nei territori palestinesi e ne devia la maggior parte verso Israele. Quella che rimane viene venduta ai palestinesi a un prezzo altissimo, sproporzionato. In parole semplici la Mekorot ruba l’acqua ai palestinesi. Tenete conto che è proibito ai palestinesi scavare un pozzo sulla loro terra. Rischiano la prigione, se lo fanno. Dunque Israele non controlla solo la terra palestinese ma controlla anche quello che c’è sotto, ovvero le risorse d’acqua”.

“In alcuni villaggi palestinesi della Cisgiordania in estate non c’è abbastanza acqua neppure per bere. Accanto ci sono colonie israeliane con la piscina, con coltivazioni di datteri e avocado. Queste coltivazioni sono alimentate ‘asciugando’ le risorse idriche dei palestinesi. I tubi che portano l’acqua passano sotto i villaggi palestinesi senza che a questi sia concesso di utilizzarli. Questi tubi portano l’acqua esclusivamente alle colonie riservate agli israeliani”.

Fra pochi giorni comincerà la “Apartheid week”. In Europa sarà dal 29 febbraio al 7 marzo. In che cosa consiste?

“La prima iniziativa di questo tipo è nata dieci anni fa in un campus universitario canadese. Da allora la campagna è cresciuta e quest’anno coinvolgerà oltre 200 università in tutto il mondo che hanno messo in piedi una settimana di iniziative per prendere coscienza della situazione. Io parteciperò all’iniziativa organizzata a Torino il 3 e 4 marzo. Ovunque le persone stanno prendendo posizione contro i crimini di Israele e contro i loro governi che sono complici di questi crimini. Compreso il governo italiano, purtroppo”.

Quali Paesi sono più sensibili a questa campagna per il boicottaggio?

“In Gran Bretagna c’è un grosso sostegno alla lotta palestinese, ma il governo ha varato alcune leggi che rendono le cose più difficili per il boicottaggio. Lo stesso accade in Francia. In Spagna c’è un grosso attivismo nella società civile e anche da parte di alcune amministrazioni locali che hanno aderito alla campagna. Anche in Sudamerica c’è molto impegno, per due motivi: quei Paesi hanno una forte tradizione anticolonialista e non hanno problemi di senso di colpa per l’Olocausto. L’Italia è un po’ indietro, ma ci sono molte persone che non hanno paura di schierarsi per i diritti dei palestinesi. Un’iniziativa molto importante e recente è quella che ha visto 300 doccenti universitari italiani esprimere il loro appoggio, con una lettera, al boicottaggio delle università israeliane e in particolare di una di queste, il Technion, coinvolto nello sviluppo di nuove armi per l’esercito israeliano, armi usate soprattutto a Gaza. Trecento docenti universitari di sei università italiane – comprese quelle di Milano, Roma e Torino – hanno firmato la lettera. Mi appello a ogni docente dotato di coscienza perchè faccia lo stesso e vada sul sito internet di BDS Italia per appoggiare il boicottaggio accademico di Israele”.

Mi sembra che la campagna di boicottaggio del Sudafrica dell’Apartheid abbia avuto molto più successo di quella per il boicottaggio di Israele, che cresce più lentamente. Perché?

“Dobbiamo ricordare che la campagna per il boicottaggio del Sudafrica, cui noi ci ispiriamo, è durata per più di trent’anni prima che diventasse di massa, prima che registrasse i primi successi. La campagna per il boicottaggio di Israele esiste solo da dieci anni e siamo riusciti a ottenere tanto in questo lasso di tempo relativamente breve. Poco è cambiato in sessant’anni di occupazione, mentre negli ultimi dieci anni è cambiata l’immagine di Israele. Dieci anni fa Israele era ancora descritto come l’unica democrazia in Medio Oriente. Oggi i media parlano non solo della mancanza di democrazia in Israele ma stanno anche cominciando a mettere in dubbio la soluzione dei due Stati. Pochi giorni fa Thomas Friedman ha scritto un editoriale sul New York Times dicendo ‘non venitemi più a chiedere della soluzione dei due Stati, non voglio neppure sentirne parlare’. Si sta cominciando a capire che la soluzione dei due Stati è solo un modo di concedere qualcosa ai palestinesi in modo da mantenere la dominazione israeliana sul loro territorio. Adesso i media più diffusi si stanno cominciando a rendere conto che non è vero che ci sono dei liberal in Israele: non esiste una vera sinistra israeliana e non è mai esistita”.

Ritornando alla campagna per il boicottaggio: voi proponete il boicottaggio solo delle colonie o il boicottaggio completo delle merci israeliane?

“L’Unione europea di recente ha preso delle decisioni che consentono di etichettare le merci provenienti dalle colonie. Questo è un passo di portata molto modesta. Ma già questo piccolo passo ha provocato le proteste di Israele che ha aperto una crisi diplomatica con l’Unione europea. In realtà le leggi europee obbligherebbero Bruxelles e ogni Stato membro dell’Unione a smettere di fare affari con Israele. Nello stesso accordo bilaterale fra Israele e Unione europea c’è una clausola vincolante, l’articolo 2, che dice che in presenza di violazioni dei diritti umani l’Unione europea non può continuare a commerciare con Israele come al solito. E non c’è dubbio che in Israele ci siano queste violazioni. L’Unione europea può congelare gli accordi esistenti, può applicare sanzioni: tutto, salvo far finta di niente. Invece chiude gli occhi, guarda dall’altra parte e vìola non solo le leggi internazionali, ma le sue stesse leggi. Dunque tutto quello che chiediamo all’Europa è non di smettere di appoggiare Israele, di non appoggiare i criminali. Chiediamo che tratti Israele come qualsiasi altro Stato del mondo. La campagna BDS è basata sul rispetto dei diritti dei palestinesi protetti da norme internazionali. Se Israele fosse trattato come tutti gli altri Stati del mondo, non sarebbe in grado di portare avanti queste violazioni”.

Tu sei un israeliano e fai campagna per il boicottaggio di Israele. Come è percepito questo tuo impegno in Israele e all’estero?

“Solo parlare di diritti umani in Israele è come bestemmiare. Già quando dico che sono un obiettore di coscienza sono trattato come un traditore e un parassita. In realtà la cosa più estremista che tu possa fare in israele è chiedere l’uguaglianza. Lo Stato israeliano è bastato sulla negazione del concetto di uguaglianza e di democrazia. Anche gli israeliani che sostengono il rispetto dei diritti umani lo fanno finché ciò non va a toccare i loro privilegi di ebrei israeliani. Loro parlano di demografia: quanti siamo noi ebrei e quanti sono loro. Io non voglio parlare di demografia, voglio parlare di democrazia. Chiedere democrazia è la cosa più estremista e radicale che io possa fare in Israele. I servizi segreti israeliani hanno dichiarato apertamente che sorvegliano chiunque agisca contro il carattere ebraico dello Stato. Chiunque supporti la democrazia e l’uguaglianza in Israele è visto come una sorta di minaccia, anche se lo fa legalmente. Non ci sarebbe una reazione così forte se la democrazia non fosse una minaccia così grande per lo Stato israeliano. Chiedere vera democrazia, vera uguaglianza per tutti gli esseri umani che vivono su quel territorio (Israele e i Territori Palestinesi, ndr) è percepito come una minaccia allo Stato. La campagna per il boicottaggio del Sudafrica non aveva come scopo quello di distruggere il Sudafrica. Aveva come scopo distruggere l’Apartaheid. Lo stesso vale per Israele”.

Tu, da israeliano, come sei arrivato a sostenere questa posizione?

“C’è stata una cosa in particolare che è stata per me un punto di svolta. Da piccolo ho subito il lavaggio del cervello come tanti israeliani e – anche se non sono mai stato un nazionalista – pensavo che se non avessi fatto il servizio militare sarei stato considerato un parassita o un traditore. Ho passato sei anni a chiedermi se volevo fare il militare o no. Alla fine sono stato richiamato e quando ho indossato la divisa, ho capito che quello non era il mio posto. Ho capito che posso essere considerato un traditore solo se tradisco l’umanità, se tradisco dei valori universali. È stato il mio punto di svolta. Quando ho capito questo, tutto è stato chiaro e ho smesso di essere un soldato. Ma siccome portavo già la divisa, c’è voluto un anno e mezzo di battaglia con l’esercito per riuscire a liberarmene. Sarei volentieri andato in prigione, ma non mi ci hanno mandato. E quando ho smesso di essere un soldato, ho smesso anche di essere un israeliano. Quello che sono è un essere umano, e questo per me è sufficiente”

Ascolta l’intervista integrale a Ronnie Barkan.

( Fonte: bdsitalia.org )

Sorgente: 25-2-16_MM-Spa

Francesca Foscarini, non danzare con l’Apartheid!

Pensiamo che ogni persona di coscienza, e in particolare ogni artista, per la sua capacità di comunicare ad un largo pubblico, non possa accettare in silenzio la perdurante occupazione da parte di Israele di terre palestinesi, inclusi gli insediamenti e avamposti per soli ebrei costruiti in violazione della legge internazionale; il Muro dell’Apartheid nella West Bank, costruito espropriando altre terre palestinesi, anche in violazione del diritto internazionale; la demolizione da parte di Israele di case palestinesi (oltre 24.000 dal 1967); le terribili aggressioni israeliane contro la popolazione della Striscia di Gaza (Piombo Fuso, 2008 – 2009; Colonna di Fumo, novembre 2012; Margine Protettivo, 2014).

Prendendo esempio dalla vittoria del movimento anti-apartheid sudafricano nel secolo scorso, la campagna BDS (Boicottaggio Disinvestimenti e Sanzioni) promuove il boicottaggio (cioè la non collaborazione) con gli artisti israeliani che non si schierano apertamente contro l’occupazione delle terre palestinesi, contro l’apartheid e per il diritto al ritorno per i profughi, sancito da un diritto internazionale che riconosce anche il diritto alla resistenza di un popolo occupato.

Il boicottaggio diventa ancora più importante se a intervenire, con sponsorizzazioni o finanziamenti, sono le stesse istituzioni dello stato razzista israeliano.

Come ha affermato l’arcivescovo sudafricano anti-apartheid Desmond Tutu, “Se sei neutrale in situazioni di ingiustizia ti sei schierato dalla parte dell’oppressore.”

Ti chiediamo perciò di non essere “neutrale in una situazione di ingiustizia” e di unirti ai molti artisti di tutto il mondo che boicottano Israele, rinunciando a mettere in scena la performance del 28 maggio. Sarebbe un gesto molto significativo e un aiuto per fermare la continua violazione dei diritti umani in Palestina.

Francesca, non danzare con l’Apartheid! – Indymedia Piemonte.

Israeli Apartheid Week – Settimana contro l’Apartheid Israeliana 2015

Israeli Apartheid Week 2015 è un evento internazionale organizzato ogni anno all’interno delle università per denunciare il regime di apartheid attuato da Israele nei confronti dei palestinesi nei Territori Occupati e in Israele.

Le date vanno da fine febbraio a metà marzo. Iniziative in Italia in programma a Cagliari, Napoli, Roma e Trieste.

Partecipa alla settimana contro l’apartheid israeliana!

  • Organizza proiezioni di film o incontri sulla Palestina.
  • Organizza proteste o azioni di boicottaggio
  • Partecipa online per diffondere la settimana contro l’apartheid israeliana. Utilizza l’hashtag #IsraeliApartheidWeek
  • Fai uso della tua creatività! Richiama l’attenzione all’apartheid israeliana riproducendo checkpoint o il Muro dell’Apartheid. Organizza flash mob, azioni creative e letture di poesie.

Vedi il sito internazionale per altro materiale utile.

» Comunica le iniziative in programma a bdsitalia@gmail.com per essere elencate sul nostro sito e su quello internazionale. 

La Settimana contro l’Apartheid Israeliana (Israele Apartheid Week – IAW) è stata lanciata da studenti attivisti presso l’Università di Toronto nel 2005 e da allora si diffuse in città in tutto il mondo, comprese le città in Palestina e in Sudafrica. Siamo una rete globale di gruppi studenteschi, di giovani e della società civile che lavorano per costruire la Settimana contro l’Apartheid Israeliana come parte delle azioni in tutto il mondo in solidarietà con il popolo palestinese.


Principi di base

Il fine della IAW è quello di educare i cittadini circa la natura d’apartheid dello stato d’Israele contribuendo a rafforzare campagne per il Boicottaggio il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) contro Israele.

Desideriamo dare il nostro contributo circa la comprensione di Israele quale stato d’apartheid. I cittadini palestinesi sono esclusi dal controllo e dallo sviluppo di più del 90% delle terre, vengono discriminati negli aspetti più basilari e quotidiani della loro vita: educazione, sistema sanitario, servizi pubblici, pubblico impiego, semplicemente perché sono palestinesi. I palestinesi che furono espulsi nel 1948 e nel 1967 non possono tornare alle proprie case e alle proprie terre e allo stesso tempo qualsiasi persona ebrea nel mondo ha il diritto di trasferirsi a vivere in Israele ricevendo automaticamente la cittadinanza israeliana. Nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza i palestinesi vivono sottoposti a una legge militare discriminatoria, distribuiti in bantustans isolati tra loro e circondati dal muro.

Lavoriamo per porre fine alla complicità internazionale con questo stato d’apartheid. I governi offrono grande supporto economico e politico al regime di apartheid israeliano. Le corporazioni guadagnano grazie agli investimenti e ai progetti congiunti con compagnie israeliane. Le istituzioni, le organizzazioni e i sindacati che non si oppongono a ciò permettono il sostegno morale ed economico di Israele. Artisti, intellettuali e squadre sportive legittimano l’Apartheid israeliana mantenendo i rapporti. Questo tipo di cooperazione e supporto permette all’apartheid di continuare ad esistere, per questo porre fine alla complicità internazionale è così importante.

Crediamo che l’apartheid israeliana sia un elemento facente parte di un più vasto sistema economico e militare di dominazione. Per questo restiamo solidali con tutte le persone oppresse del mondo, in particolare con le comunità indigene che soffrono la repressione di regimi coloniali, lo sfruttamento e il dislocamento.

Siamo contro l’ideologia razzista del sionismo che fornisce le basi al colonialismo israeliano. Siamo contrari perché esso discrimina direttamente e forzatamente tutti coloro che non sono ebrei. Siamo contro tutte le forme di discriminazione e crediamo che non ci sarà mai giustizia senza la restaurazione di tutti i diritti di ciascuno, senza differenze di razza, etnia o nazionalità.

Le nostre richieste si basano sulla richiesta della società civile palestinese per il Boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele del 9 Luglio 2005 e sostenuto da più di 170 organizzazioni palestinesi e che dichiara:.

Boicottaggio disinvestimento e  sanzioni dovranno essere applicate fino a quando Israele riconoscerà il diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione, riconosciuto dal diritto internazionale quale diritto fondamentale:

  1. Mettendo fine all’occupazione e alla colonizzazione delle terre arabe, distruggendo il muro e liberando tutti i prigionieri politici arabi e palestinesi
  2. Riconoscendo i diritti fondamentali dei cittadini arabi residenti all’interno dello stato d’israele  e la loro uguaglianza con gli altri cittadini
  3. Rispettando, proteggendo e promuovendo il diritto dei rifugiati palestinesi al ritorno alle proprie case e proprietà stipulato dalla risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite numero 194.

Per fare parte dell’International Apartheid week le organizzazioni devono impegnarsi a:

  • Aderire ai principi esposti qui sopra
  • Coordinarsi con il network internazionale
  • Promuovere campagne di sensibilizzazione circa il BDS all’interno delle attività della IAW

Fonte: Israeli Apartheid Week
Traduzione di BDS Italia

– See more at: http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/event/israeli-apartheid-week-%E2%80%93-settimana-contro-lapartheid-israeliana-2015#sthash.BS5roZLD.dpuf

Israeli Apartheid Week 2015 è un evento internazionale organizzato ogni anno all’interno delle università per denunciare il regime di apartheid attuato da Israele nei confronti dei palestinesi nei Territori Occupati e in Israele.

Le date vanno da fine febbraio a metà marzo. Iniziative in Italia in programma a Cagliari, Napoli, Roma e Trieste.

Partecipa alla settimana contro l’apartheid israeliana!

  • Organizza proiezioni di film o incontri sulla Palestina.
  • Organizza proteste o azioni di boicottaggio
  • Partecipa online per diffondere la settimana contro l’apartheid israeliana. Utilizza l’hashtag #IsraeliApartheidWeek
  • Fai uso della tua creatività! Richiama l’attenzione all’apartheid israeliana riproducendo checkpoint o il Muro dell’Apartheid. Organizza flash mob, azioni creative e letture di poesie.

Vedi il sito internazionale per altro materiale utile.

» Comunica le iniziative in programma a bdsitalia@gmail.com per essere elencate sul nostro sito e su quello internazionale.

La Settimana contro l’Apartheid Israeliana (Israele Apartheid Week – IAW) è stata lanciata da studenti attivisti presso l’Università di Toronto nel 2005 e da allora si diffuse in città in tutto il mondo, comprese le città in Palestina e in Sudafrica. Siamo una rete globale di gruppi studenteschi, di giovani e della società civile che lavorano per costruire la Settimana contro l’Apartheid Israeliana come parte delle azioni in tutto il mondo in solidarietà con il popolo palestinese.


Principi di base

Il fine della IAW è quello di educare i cittadini circa la natura d’apartheid dello stato d’Israele contribuendo a rafforzare campagne per il Boicottaggio il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) contro Israele.

Desideriamo dare il nostro contributo circa la comprensione di Israele quale stato d’apartheid. I cittadini palestinesi sono esclusi dal controllo e dallo sviluppo di più del 90% delle terre, vengono discriminati negli aspetti più basilari e quotidiani della loro vita: educazione, sistema sanitario, servizi pubblici, pubblico impiego, semplicemente perché sono palestinesi. I palestinesi che furono espulsi nel 1948 e nel 1967 non possono tornare alle proprie case e alle proprie terre e allo stesso tempo qualsiasi persona ebrea nel mondo ha il diritto di trasferirsi a vivere in Israele ricevendo automaticamente la cittadinanza israeliana. Nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza i palestinesi vivono sottoposti a una legge militare discriminatoria, distribuiti in bantustans isolati tra loro e circondati dal muro.

Lavoriamo per porre fine alla complicità internazionale con questo stato d’apartheid. I governi offrono grande supporto economico e politico al regime di apartheid israeliano. Le corporazioni guadagnano grazie agli investimenti e ai progetti congiunti con compagnie israeliane. Le istituzioni, le organizzazioni e i sindacati che non si oppongono a ciò permettono il sostegno morale ed economico di Israele. Artisti, intellettuali e squadre sportive legittimano l’Apartheid israeliana mantenendo i rapporti. Questo tipo di cooperazione e supporto permette all’apartheid di continuare ad esistere, per questo porre fine alla complicità internazionale è così importante.

Crediamo che l’apartheid israeliana sia un elemento facente parte di un più vasto sistema economico e militare di dominazione. Per questo restiamo solidali con tutte le persone oppresse del mondo, in particolare con le comunità indigene che soffrono la repressione di regimi coloniali, lo sfruttamento e il dislocamento.

Siamo contro l’ideologia razzista del sionismo che fornisce le basi al colonialismo israeliano. Siamo contrari perché esso discrimina direttamente e forzatamente tutti coloro che non sono ebrei. Siamo contro tutte le forme di discriminazione e crediamo che non ci sarà mai giustizia senza la restaurazione di tutti i diritti di ciascuno, senza differenze di razza, etnia o nazionalità.

Le nostre richieste si basano sulla richiesta della società civile palestinese per il Boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele del 9 Luglio 2005 e sostenuto da più di 170 organizzazioni palestinesi e che dichiara:.

Boicottaggio disinvestimento e  sanzioni dovranno essere applicate fino a quando Israele riconoscerà il diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione, riconosciuto dal diritto internazionale quale diritto fondamentale:

  1. Mettendo fine all’occupazione e alla colonizzazione delle terre arabe, distruggendo il muro e liberando tutti i prigionieri politici arabi e palestinesi
  2. Riconoscendo i diritti fondamentali dei cittadini arabi residenti all’interno dello stato d’israele  e la loro uguaglianza con gli altri cittadini
  3. Rispettando, proteggendo e promuovendo il diritto dei rifugiati palestinesi al ritorno alle proprie case e proprietà stipulato dalla risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite numero 194.

Per fare parte dell’International Apartheid week le organizzazioni devono impegnarsi a:

  • Aderire ai principi esposti qui sopra
  • Coordinarsi con il network internazionale
  • Promuovere campagne di sensibilizzazione circa il BDS all’interno delle attività della IAW

Fonte: Israeli Apartheid Week
Traduzione di BDS Italia

– See more at: http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/event/israeli-apartheid-week-%E2%80%93-settimana-contro-lapartheid-israeliana-2015#sthash.BS5roZLD.dpuf

GIORNATA ONU: UNA VOCE NEL DESERTO: i VIDEO e gli interventi di LUCCA 2014

giornata onu 2014

1) SEMPLICEMENTE APARTHEID Quel giorno non potremo dire ‘non sapevamo’


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Una cosa va detta subito e senza esitazione: quello che Israele, il mio Paese, vuole fare è accaparrarsi più terra possibile. E questa non è una questione complessa, come spesso si dice. E’ molto semplice: dal ’48 gli ebrei colonizzano la terra palestinese e le loro politiche non sono cambiate. E questo ha un nome: colonialismo. Oggi, poi, dobbiamo parlare chiaramente di un vero regime di apartheid”. Già dalle prime parole che il grande giornalista israeliano GIDEON LEVY ha pronunciato di fronte ad una sala gremita, sabato 29 novembre a Lucca, si comprende la portata politica di ciò che ha rappresentato il suo contributo alla GIORNATA ONU 2014.

Con il mio lavoro voglio documentare tutto perchè un giorno, quando tutto sarà finito, gli israeliani non possano dire ‘non sapevamo’. Sono nato e vissuto a Tel Aviv sentendomi una vittima e non certo un occupante e ho pensato questo fino agli anni ’80, quando ho cominciato a lavorare per Haaretz, che mi ha inviato nei Territori Occupati. Solo lì ho cominciato a vedere e a capire. Come chiamereste un regime in cui uno dei due popoli gode di tutti i diritti mentre l’altro non ha nulla? Io lo chiamo apartheid”.

​La voce di questo coraggioso testimone ha fatto diventare, in questo Anno Internazionale per la Palestina, internazionalmente rilevante l’annuale Convegno con cui Pax Christi celebra nella Giornata Onu per i diritti del popolo palestinese.

Ma già incontrando gli studenti delle scuole, al mattino, aveva scosso l’uditorio: Da israeliano devo tragicamente ammettere che per gli israeliani un palestinese non sarà mai un essere umano uguale a loro. Sembra eccessivo ma è esattamente questo il primo grande confine tra i due popoli: un confine culturale, sociale, psicologico. Anche gli israeliani più aperti sotto sotto pensano ai palestinesi come ad esseri inferiori. L’israeliano vive in pace con se stesso perchè semplicemente non ritiene che i palestinesi abbiano i suoi stessi diritti”.

La Giornata ONU di Lucca ha registrato una grande partecipazione di persone da ogni parte d’Italia e dal Convegno si leverà nelle prossime settimane la precisa richiesta al Parlamento italiano di seguire i sempre più numerosi Paesi europei che stanno riconoscendo lo Stato di Palestina. D’altra parte Gideon Levy ha rilevato che “la comunità internazionale sa benissimo cosa dovrebbe fare. Con il Sudafrica dell’apartheid l’ha fatto. Ed ora le differenze in Palestina sono minime”.

Il problema -ha incalzato Levy- è che, pur non essendoci una censura vera e propria in Israele, sono i media stessi che si autocensurano. Il che è anche peggio, a pensarci. Fanno un lavaggio del cervello incredibile agli israeliani, demonizzando e disumanizzando i palestinesi. Cercano di nascondere sempre le atrocità commesse dall’esercito. Israele nega tutto, vivendo in una continua menzogna. Il linguaggio che usiamo stravolge la realtà. Così, per esempio, in Israele si parla distinguendo coloni moderati o estremisti, gli avamposti illegali e le colonie legali, ma secondo il diritto internazionale non esistono colonie legali. Tutte sono illegali.

Negli anni immediatamente successivi all’occupazione, gli stessi Territori Occupati non venivano definiti così e chi usava questa espressione era definito traditore. Li chiamavano piuttosto ‘liberati’. Insomma, dipende da come Israele interpreta ciò che accade: quando un blindato entra in un campo profughi spargendo terrore, per noi è solo il bambino che tira la pietra a violare la legge. Quando Abbas chiede aiuto all’Onu, è lui ad essere considerato violatore dello status quo. Israele invece può fare e fa sempre ciò che vuole. Quando dei palestinesi uccidono un colono con un coltello sono terroristi ma quando un aereo militare bombarda Gaza, è autodifesa. Chiunque è a favore dell’occupazione militare vuole il bene di Israele e chiunque si appella al diritto internazionale è antisemita. Quando un palestinese di 6 anni viene ucciso dai soldati israeliani è definito ‘un giovane’, ‘un adolescente’, o semplicemente ‘un palestinese’; quando viene ucciso un 18enne israeliano è ‘nostro figlio’”.

La Newsletter BoccheScucite e l’omonimo sito www.bocchescucite.org , pubblicheranno presto tutti gli interventi della Giornata di Lucca, proprio a partire dalla fortissima denuncia di questa “bocca scucita” israeliana che ha ammesso quanto il suo lavoro sia sempre più a rischio in Israele:

Durante l’operazione dell’esercito a Gaza, quest’estateha confidato Levy3000 lettori hanno disdetto l’abbonamento al quotidiano Haarez a causa di un mio articolo. Per fortuna il mio giornale non scende a compromessi, e va avanti. D’altra parte, se a Gaza quest’estate sono state uccise oltre 2000 persone palestinesi in nome della sicurezza israeliana io mi chiedo semplicemente: ma chi pensa alla sicurezza dei palestinesi, che si trovano molto più a rischio degli israeliani?

Grazie alle centinaia di presenti a Lucca e soprattutto a tutti coloro che hanno lavorato per la riuscita di questo evento sempre più atteso e partecipato. A proposito: ARRIVEDERCI A NAPOLI, SABATO 28 NOVEMBRE 2015!

Nandino Capovilla, Campagna Ponti e non muri,

nandino.capovilla@gmail.com

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http://www.bocchescucite.org/semplicemente-apartheid-quel-giorno-non-potremo-dire-non-sapevamo/

2) VIDEO: Gideon Levy: La politica israeliana tra occupazione e massacro. (LUCCA 29 nov 2014)

gideon levy

Anteprima assoluta:

Il linguaggio che legittima l’occupazione, le responsabilità dei giornalisti, il colonialismo raccontato da un israeliano.
Intervento di Gideon Levi a Lucca. Intervistato da Grazia Careccia, intervento integrale con le traduzioni di Vittoria.

“Una cosa va detta subito e senza esitazione: quello che Israele, il mio Paese, vuole fare è accaparrarsi più terra possibile. E questa non è una questione complessa, come spesso si dice. E’ molto semplice: dal ’48 gli ebrei colonizzano la terra palestinese e le loro politiche non sono cambiate. E questo ha un nome: colonialismo. Oggi, poi, dobbiamo parlare chiaramente di un vero regime di apartheid”

Pubblicato il 01 dic 2014

“Con il mio lavoro voglio documentare tutto perchè un giorno, quando tutto sarà finito, gli israeliani non possano dire ‘non sapevamo’. Sono nato e vissuto a Tel Aviv sentendomi una vittima e non certo un occupante e ho pensato questo fino agli anni ’80, quando ho cominciato a lavorare per Haarez, che mi ha inviato nei Territori Occupati. Solo lì ho cominciato a vedere e a capire. Come chiamereste un regime in cui uno dei due popoli gode di tutti i diritti mentre l’altro non ha nulla? Io lo chiamo apartheid”.

Guarda, Condividi, Diffondi gli altri video di INVICTAPALESTINA:

http://www.youtube.com/user/invictapa…

3) VIDEO: Intervento di Moni Ovadia – Giornata ONU, Lucca 29 nov 2014

Moni Ovadia
invictapalestina

Pubblicato il 02 dic 2014

29 novembre 2014 – Intevervento di Moni Ovadia durante la giornata Onu per i diritti del popolo palestinese a Lucca. Uso ideologico della Shoah, Moni risponde alle accuse di antisemitismo, di essere nemico del popolo ebraico, di ebreo che odia se stesso.

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4) VIDEO: Com’è cambiata la resistenza palestinese, ne parlano Wasim e Mohammed – LUCCA 29 nov 2014

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Pubblicato il 02 dic 2014

29 novembre 2014 –  durante la giornata Onu per i diritti del popolo palestinese a Lucca, organizzata da Pax Christi. Com’è cambiata la resistenza palestinese in 12 anni di muro di apartheid. Anna Clementi intervista Mohammed Khatib e Wasim Dahmash

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Intervista ad Ahmad Sa’adat: “Cessare i negoziati, rinnovare l’unità nazionale e ricostruire la resistenza”

Nella primavera del 2002, al culmine della seconda intifada in Cisgiordania[…] le forze israeliane portarono avanti campagne di arresti ad ampio raggio in tutti i territori occupati e invasioni su larga scala di numerose città palestinesi. Ahmad Sa’adat […] [rappresenta una ] delle figure politiche palestinesi più importanti e conosciute arrestate in quella campagna, diventando nel tempo anche un leader del movimento dei prigionieri.

Ahmad Sa’adat è il segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) ed ex membro del Consiglio Legislativo Palestinese (CLP). È il funzionario di più alto rango appartenente a una fazione palestinese attualmente imprigionato dal regime israeliano di occupazione. La prigionia di Saadat non è atipica per i leader politici in Palestina, molti dei quali sono stati arrestati e detenuti, con o senza accuse, da Israele. Tuttavia, ad essere uniche erano le circostanze dell’arresto iniziale di Saadat ed i primi quattro anni della sua detenzione.

Uno degli aspetti critici degli arresti del 2002 era la collaborazione di sicurezza tra l’Autorità Palestinese (AP) e le forze di occupazione israeliane. Grazie al suo alto profilo e al livello di coinvolgimento dell’AP, l’arresto di Saadat si distingue in particolare come uno degli esempi più eloquenti di questa stretta cooperazione. […]

Giudicato da un tribunale militare israeliano nel 2006, Saadat è stato condannato come leader di un’organizzazione terroristica illegale. Nel periodo di detenzione israeliana, tra cui tre anni di isolamento, Saadat ha partecipato a numerosi scioperi della fame per migliorare le condizioni dei detenuti, e dal 2011 è stato uno dei leader più risoluti del movimento dei prigionieri. Nella politica palestinese, Saadat è diventato il simbolo di molte cose: il militante tenace (munadil), la vittima del tradimento dell’AP, il leader del partito, il prigioniero, e altro ancora. Ma Saadat è anche un fratello, un marito, un padre e ora un nonno. Come molti prigionieri, anche lui ha subito una serie di restrizioni non solo al suo lavoro politico, ma anche alla possibilità della sua famiglia di fargli visita in carcere e, come prolungamento della pena israeliana, alla loro [dei membri della famiglia, ndt] possibilità di ottenere permessi per viaggi personali e, pertanto, ai loro movimenti quotidiani. […]

In che modo la prigione ha cambiato la tua vita personale? Qual è il significato della tua vita? Come vedi e come ti tieni aggiornato sulla situazione politica? Puoi scrivere?

La mia esperienza carceraria ha forgiato ed ha temprato allo stesso tempo la mia visione politica e la mia appartenenza di partito, ma il tempo che ho trascorso in prigione è stato anche arricchito dalla mia esperienza di lotta vissuta al di fuori [della prigione, ndt]. A intermittenza, ho trascorso un totale di 24 anni in carcere, ed eccomi qui, incarcerato ancora una volta con il resto dei miei compagni. Passo il mio tempo a leggere e ad impegnarmi in attività legate alla nostra lotta di prigionieri, che comprende l’istruzione dei miei compagni e l’insegnamento di un corso di storia all’interno del programma dell’Università di Al-Aqsa. La maggior parte dei miei scritti riguarda le esigenze dell’organizzazione dei prigionieri del PFLP e le questioni di interesse nazionale. Cerco anche di sostenere i membri della dirigenza del FPLP all’esterno ogni volta che posso. Se dovessi descrivere in che modo la detenzione attuale mi ha cambiato, lo riassumerei dicendo che osservo gli eventi politici con più distacco in quanto mi è stata offerta l’opportunità di non essere immerso nei piccoli problemi quotidiani del lavoro politico e di organizzazione all’esterno. Questa prospettiva non ha fatto altro che rafforzare la mia convinzione della solidità della visione del FPLP dal punto di vista ideologico, politico o in termini pratici, comprese le sue posizioni sulle questioni urgenti ed esistenziali attualmente al centro della polemica: i negoziati, la riconciliazione [intra-palestinese] e le prospettive di uscita dalla crisi e dall’impasse attuale.

Sei stato arrestato nel 2002 e detenuto in una prigione dell’AP di Gerico sotto la supervisione di guardie americane e britanniche. Nel marzo 2006, sei stato trasferito in una prigione israeliana e condannato a trent’anni. Puoi fare un confronto tra la tua esperienze sotto “custodia internazionale” e nelle prigioni israeliane?

In breve, la detenzione sotto controllo britannico e americano ha reso evidenti le aberrazioni causate dal processo di Oslo. Sotto il cosiddetto Accordo Gaza-Gerico, sono stato messo in prigione a Gerico dall’AP, per conto degli israeliani, sotto la supervisione americana.

Per ragioni politiche, in particolare per la campagna elettorale del partito Kadima di quell’anno, il governo israeliano dichiarò nel 2006 che ero di loro competenza, svelando il vero significato del termine “al-Himaya” [1] – l’appellativo usato per descrivere l’ondata di arresti politici eseguiti dall’AP in conformità con i dettami israeliani di sicurezza. Il termine fu propinato dall’AP al pubblico per giustificare l’ondata di arresti.

In sostanza, la mia opinione è che [a Gerico], gli americani e gli inglesi si siano accordati con gli israeliani, e le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese si siano arrese, mettendoci nell’impossibilità di difenderci o di combattere per la nostra libertà. Mi duole dire che da questo assurdo episodio non è stata imparata alcuna lezione né è stata tratta alcuna conclusione e che, sotto diversi nomi, continuano ad essere svolte altre operazioni ugualmente sbagliate.

In pratica, a gestire la prigione di Gerico erano sorveglianti stranieri, e il ruolo dei funzionari palestinesi, dal ministro degli Interni al più umile poliziotto, era semplicemente quello di far rispettare le direttive e le condizioni base degli israeliani. Questo ha condotto alla nostra detenzione ma anche all’arresto di decine di altri militanti, rastrellati sia a Gerico che in altri luoghi. Essere in una prigione israeliana è un’esperienza completamente diversa: lì ci troviamo di fronte alla deliberata politica israeliana di spezzare la nostra volontà, calpestare i nostri diritti umani e fiaccare le nostre energie da militanti. Per i detenuti in generale, e per i capi del movimento dei prigionieri in particolare, la prigione diventa a tutti gli effetti un altro campo di battaglia contro l’occupazione.

Puoi descrivere il rapporto con la tua famiglia durante il periodo di detenzione, e il rapporto con il tuo nuovo nipote?

Per me come essere umano, la mia famiglia, per quanto stretta o larga la si possa intendere, è stata e rimane la parte maggiormente lesa. Hanno pagato un prezzo pesante per i miei continui arresti, pur rimanendo una delle principali fonti di sostegno per me come militante.

Mio fratello, Muhammad, è caduto nel fiore della sua giovinezza; i miei genitori, i miei fratelli e i miei figli sono tutti stati privati ​​del mio amore per loro. Fatta eccezione per mia moglie, Abla, e mio figlio maggiore, Ghassan, le cui carte di identità di Gerusalemme permettono loro di viaggiare fino al carcere senza bisogno di un permesso da parte degli israeliani, negli otto anni trascorsi dal mio ultimo arresto la mia famiglia non ha potuto farmi visita. Per quattro anni e mezzo, tre dei quali trascorsi in isolamento, perfino Abla e Ghassan non hanno potuto visitarmi, e la mia comunicazione con loro si limitava alle lettere.

In breve, ho gravemente trascurato i miei doveri nei confronti della mia famiglia. Spero che arrivi il giorno in cui potrò farmi perdonare, per quanto tardivamente. Per quanto riguarda la mia nipotina, lei ha ereditato i geni della “minaccia per la sicurezza”, così, in assenza di una parentela di primo grado [2], le è stato impedito di visitarmi – per non parlare naturalmente delle onnipresenti “ragioni di sicurezza”.

Come passi le tue giornate in prigione? E come tieni il passo con gli affari del FPLP? La prigionia ti limita in questo proposito? Fai affidamento sulla leadership esterna per guidare il partito?

Cerco di conciliare i miei impegni di partito con i miei impegni globali di nazionalista sia in carcere che all’esterno. Naturalmente, il fatto che io sia in prigione limita la mia capacità di adempiere ai miei doveri di segretario generale del FPLP: perciò faccio affidamento sullo spirito collegiale dei miei compagni nella direzione del partito e sui processi democratici che regolano l’esercizio della loro leadership. Questi due fattori hanno contribuito all’iniezione di sangue fresco nelle nostre file. I giovani rappresentavano oltre la metà dei partecipanti al nostro recente congresso.

Il FPLP ha recentemente tenuto il suo congresso nazionale [3]. Anche se i risultati e le risoluzioni non sono stati resi pubblici, è trapelata la notizia di un grande dissenso che ha offuscato l’incontro e ha portato alle dimissioni di ‘Abd al-Rahim Malluh, il vice Segretario generale, nonché di alcuni funzionari di alto rango. Abbiamo anche sentito che il congresso ha insistito sulla tua candidatura come leader del partito. Non credi che la detenzione prolungata ostacoli la tua leadership del partito e perché il FPLP non ha proposto ad altri di unirsi alla leadership?

Dato che siamo un partito democratico di sinistra, le differenze di opinione e di giudizio all’interno della leadership sono solo naturali. Non siamo l’uno la fotocopia dell’altro, il che sarebbe contro natura. Tuttavia, non è a causa delle nostre differenze che un certo numero di compagni ha lasciato la leadership del partito – e non uso la parola “dimissioni” perché sono ancora membri del PFLP. Il partito beneficerà ancora della loro presenza e partecipazione, dal momento che continueranno a dare il loro contributo grazie alla loro preziosa e variegata esperienza di militanti. Come hanno affermato in diversi media, il motivo che li ha spinti a lasciare i posti che occupavano è stato quello di aprire la strada dei vertici della dirigenza ad una serie di giovani quadri.

Qui devo ribadire la mia stima e il mio apprezzamento per questa iniziativa, che ha ulteriormente consolidato il percorso già intrapreso dai nostri leader fondatori, tra i quali George Habash, Abu Maher al-Yamani e Salah Salah. Per quanto riguarda la mia rielezione come segretario generale nonostante la mia reclusione: questa non è stata una mia scelta personale, ma la scelta dei miei compagni – i delegati al congresso ed i quadri del partito. Considero mio dovere rispettare la loro fiducia in me, e raddoppiare i miei sforzi nell’adempiere alle sfide derivanti dalle mie responsabilità.

Pensi che il Documento dei prigionieri (Documento di riconciliazione nazionale) [4] sia ancora valido? E se sì, che cosa ostacola la sua attuazione? Se il documento ha bisogno di modifiche, quali cambiamenti proponete?

Il documento dei prigionieri resta una base politicamente valida per arrivare alla riconciliazione e rinnovare l’unità nazionale. Inoltre, esso stabilisce il quadro generale della struttura organizzativa, con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) come avanguardia, fondata sul nazionalismo democratico, vale a dire, ove possibile, elezioni democratiche e partecipazione popolare.

In realtà, il documento è già stato modificato dagli accordi scaturiti da anni di colloqui bilaterali tra Fatah e Hamas. Questo comporta necessariamente la revisione e la ricostruzione delle istituzioni dell’OLP, in particolare il Consiglio Nazionale Palestinese (CNP). Inoltre, favorirà il consolidamento del documento e ci permetterà di passare dalla co-esistenza politica nell’arena di palestinese alla vera unità nazionale, sia in termini di azioni che di programmi.

A causa delle circostanze che hanno portato alla sua creazione, il testo del documento dei prigionieri presenta alcune ambiguità in alcuni punti, in particolare per quanto riguarda l’approccio ai negoziati e la strategia più efficace da adottare nel contrastare l’occupazione.

Venti anni dopo Oslo, non c’è né la pace né uno stato – solamente trattative e divisione politica. Come si supera questo stallo?

Trascorsi due decenni, gli esiti dei negoziati hanno definitivamente dimostrato che è inutile continuare il processo secondo il quadro di Oslo.

Per quanto mi riguarda, la continuazione degli inutili negoziati e l’attuale divisione nella classe politica palestinese sono indistinguibili. Il presupposto per la creazione e il consolidamento dell’unità nazionale è nell’impegno unanime verso una piattaforma politica chiara e unitaria fondata su un compromesso tra le varie forze e correnti all’interno del movimento nazionale palestinese.

Pertanto, se vogliamo superare l’attuale fase di stallo, dobbiamo smettere di puntare tutto sui negoziati e non prendervi più parte. Se queste dovessero continuare, allora come minimo il gruppo interessato deve riportare i negoziati sulla pista giusta tenendo fede ai principi e alle condizioni già definite, e cioè: la fine degli insediamenti, il ricorso alle risoluzioni delle Nazioni Unite e il rilascio dei prigionieri e dei detenuti. Questo presuppone ripartire dal successo ottenuto con la nostra adesione alle Nazioni Unite come Stato non membro al fine di elaborare un approccio globale per cui la questione palestinese viene essere risolta sulla base del diritto internazionale, come espresso nelle dichiarazioni e nelle risoluzioni delle Nazioni Unite alle quali Israele deve conformarsi; e infine, insistere nella nostra richiesta di adesione a tutte le istituzioni delle Nazioni Unite, in particolare alla Corte Internazionale di Giustizia.

Infine, dobbiamo lavorare per attuare i termini dell’accordo di riconciliazione formando subito un governo di riconciliazione nazionale e mettendo in piedi una struttura direzionale di transizione. Il compito di questa istituzione transitoria sarebbe quello di impegnarsi nella ricostruzione e nel rafforzamento dell’OLP e nell’organizzazione delle elezioni legislative e presidenziali dell’AP, nonché delle elezioni del Consiglio nazionale palestinese [CNP] entro sei mesi (anche se questo lasso di tempo può essere esteso, se necessario). L’aspetto di gran lunga più importante, però, è che la popolazione deve essere mobilitata intorno ad una piattaforma politica unitaria di resistenza nazionale in tutte le sue forme.

Dove ci porteranno i negoziati in corso secondo lei?

Chi ha seguito le posizioni del governo israeliano e statunitense capisce che le probabilità di raggiungere un accordo politico sancito dal diritto internazionale e dalle risoluzioni delle Nazioni Unite, vale a dire, in conformità con i diritti del popolo palestinese al ritorno, all’autodeterminazione e all’indipendenza nazionale, sono pari a zero.

Credo che nessun leader palestinese, non importa quanto flessibile, sia in grado di soddisfare le richieste israeliane o americane e abbandonare questi principi fondamentali. Tutt’al più, i negoziati non faranno altro che prolungare la gestione delle crisi fornendo una copertura per i progetti israeliani di insediamento coloniale sul terreno, per scongiurare il biasimo internazionale e per imporre la propria visione di un soggetto politico palestinese pari a poco più che un protettorato. Inoltre, i negoziati consentono agli Stati Uniti di disinnescare le tensioni e contenere il conflitto in Palestina, e di concentrarsi sulle questioni regionali che ritiene fondamentali, vale a dire la Siria e l’Iran.

Il movimento nazionale palestinese deve essere ricostruito. In che modo e con quali prospettive politiche?

Sono d’accordo con te che il movimento nazionale palestinese ha bisogno di essere ricostruito. Credo che il punto di partenza debba essere la riconfigurazione di tutte le fazioni, sia nazionaliste che islamiste, al fine di razionalizzare programmi e punti di discussione e rafforzare il nostro riesame del modo migliore di procedere nella lotta contro l’occupazione. Ciò include una rivalutazione dell’OLP sia come organo sia come organizzazione quadro che rappresenta tutti i palestinesi, ovunque si trovino, e qualsiasi prospettiva sociale o politica abbiano. Organizzato come un vasto fronte nazionale e democratico, questa struttura sarebbe investita della massima autorità politica per guidare la nostra lotta.

Considero le nostre prospettive politiche le seguenti: a livello strategico, dobbiamo ripristinare quegli elementi del nostro programma nazionale che sono stati smantellati dalla leadership dominante dell’OLP a favore dell’opportunismo pragmatico, e ricollegare gli obiettivi storici dell’organizzazione per quanto riguarda il conflitto con quelli attuali: in sintesi, la creazione di un unico stato democratico in tutta la Palestina storica. A livello tattico, dovremmo unirci intorno ad una piattaforma comune con la componente islamista del movimento nazionale palestinese su un terreno comune, vale a dire il diritto al ritorno, all’autodeterminazione e alla creazione di uno Stato palestinese con Gerusalemme come sua capitale.

La resistenza popolare viene propagandata come alternativa alla resistenza armata. C’è un conflitto tra le due? E, se sono metodi complementari, come possono essere combinati?

La lotta quotidiana del movimento dei prigionieri è parte della più ampia lotta palestinese. Chiunque abbia seguito l’attivismo popolare palestinese nel corso degli ultimi tre anni o giù di lì scoprirà che esso ha ruotato in larga parte attorno al sostegno alle battaglie del movimento nazionale dei prigionieri. E questa non è una novità – in ogni fase della nostra lotta nazionale i prigionieri hanno svolto un ruolo di primo piano e di incitamento all’azione. Quanto meno, agli uomini e alle donne del FPLP, sia nella base sia nella direzione, prometto di impegnarmi, insieme con i miei compagni del PFLP in carcere, per soddisfare le loro speranze ed aspettative, in particolare per quanto riguarda la mobilitazione del Fronte [FPLP], rafforzando la sua presenza, e il sostegno al movimento nazionale palestinese in generale.

Come dimostrato altrove dalle rivoluzioni popolari, abbracciare la resistenza popolare non significa favorire una forma di lotta ad un’altra. Confinare la resistenza popolare alla sola lotta nonviolenta svuota la resistenza del suo contenuto rivoluzionario. L’intifada palestinese è stata un modello per la resistenza popolare, oltre ad essere la nostra bussola mentre percorrevamo diverse ed efficaci forme di resistenza: pacifica, violenta, popolare, di fazione, economica, politica e culturale. Non solo la letteratura accademica rifiuta la logica di spezzare la resistenza in varie forme e metodi, ma la realtà delle sfide che il popolo palestinese si trova ad affrontare nella sua lotta contro l’occupazione israeliana esclude un approccio del genere: noi ci troviamo ad affrontare una forma globale di colonialismo di insediamento che si basa sulle forme più estreme di violenza convenzionalmente associate con l’occupazione, combinate con politiche di apartheid. E l’ostilità in cui si imbattono [i palestinesi] si estende a tutti i segmenti della nostra popolazione, ovunque si trovino.

È quindi necessaria la combinazione creativa e l’integrazione di tutti i metodi di lotta legittimi che ci permettono di impiegare qualsiasi tipo o metodo di resistenza in relazione alle condizioni specifiche delle diverse congiunture politiche. Al livello nazionale più ampio, abbiamo bisogno di un programma politico unitario che, in primo luogo, fornisca i mezzi per mettere in pratica la resistenza. Occorrono posizioni politiche e discorsi che siano allo stesso modo uniti intorno alla resistenza. Infine, abbiamo bisogno di un quadro nazionale generale reciprocamente concordato, che definisca le principali forme di resistenza che determineranno poi tutte le azioni di resistenza. Dobbiamo essere capaci di proporre questa o quella forma con particolare attenzione alle circostanze specifiche, e in base alle esigenze di una situazione o di un momento politico specifico, senza escludere alcuna forma di resistenza.

Gli inviti alla resistenza popolare nonviolenta e gli slogan sullo stato di diritto e sul monopolio dell’uso delle armi all’AP sono meri pretesti per giustificare l’attacco alla resistenza e rispondere ai dettami di sicurezza israeliani. Lo stato di diritto è privo di significato se posto in contrasto con il nostro diritto di resistere all’occupazione e se nega la logica di tale resistenza. E per quanto riguarda il monopolio dell’uso della forza, non ha senso se questa forza non è diretta contro il nemico.

Qual è la tua lettura delle rivolte arabe, e quali sono state le ripercussioni sulla causa palestinese?

Le rivolte arabe nascono in risposta alla necessità popolare di cambiamento democratico e rivoluzionario dei sistemi politici di ogni paese arabo. Sebbene questo sia il quadro generale di riferimento per comprendere queste rivoluzioni, le particolarità di ciascun paese variano, così come le conclusioni che si raggiungono. Penso che le rivoluzioni tunisina ed egiziana rientrino nel quadro sopra descritto. In ogni caso, questi cambiamenti rapidi e dinamici contraddistinti dall’azione collettiva di massa hanno spostato l’equilibrio interno del potere, inaugurando un periodo di transizione.

Altrove, condizioni analoghe hanno portato la gente a sollevarsi e a chiedere il cambiamento, ma in quei casi, gli Stati Uniti e i suoi agenti nella regione hanno compiuto notevoli sforzi per condizionare e intervenire a sostegno del “Progetto per il Nuovo Medio Oriente” degli Stati Uniti [5].Pertanto, occorre una certa precisione nel valutare le rivolte e nel trarre conclusioni. Bisogna distinguere attentamente tra i propositi e le richieste di cambiamento democratico e di giustizia sociale che rappresentano la legittima volontà delle popolazioni arabe di riappropriarsi della loro dignità, dei diritti e delle libertà, da un lato; e, dall’altro, le forze internazionali e regionali che sfruttano la potenza scatenata da questi movimenti popolari per i propri fini, fomentando efficacemente la contro-rivoluzione, come è avvenuto in Libia e in Siria.

In generale, tuttavia, le rivolte arabe hanno ampliato le prospettive di una transizione con potenziale a lungo termine. Hanno agitato ciò che una volta era stagnante, aprendo la strada a diversi possibili scenari, nessuno dei quali prevede un ritorno al passato, cosa che credo sia ormai impossibile. A mio avviso, qualsiasi movimento popolare che conduca i popoli arabi più vicini al raggiungimento delle loro libertà e dei loro diritti democratici pone le basi per una lotta fondata su principi veramente democratici e costituzionali, che sono i presupposti per una società democratica e civile. Tutti questi obiettivi sono d’importanza strategica sia per la causa nazionale palestinese sia per il progetto di un rinnovamento arabo.

Note:

[1] Letteralmente, “protezione”, in arabo.

[2] Solo i parenti di primo grado (genitori, fratelli, coniugi e figli) sono autorizzati a visitare i loro parenti in carcere.

[3] Eletto per un mandato di quattro anni, il congresso nazionale è il supremo organo di governo del FPLP. Formula e modifica la strategia, il programma del partito e il regolamento interno, discute e decide in merito ai rapporti del comitato ed elegge il comitato centrale (esecutivo).

[4] Il Documento di riconciliazione nazionale, largamente conosciuto come Documento dei prigionieri, è stato pubblicato l’ 11 maggio 2006. Redatto da detenuti palestinesi nelle carceri israeliane in rappresentanza di Hamas, Fatah, Jihad islamica, FPLP e FDLP, al fine di risolvere la faida tra Fatah e Hamas e unificare le fila palestinesi. È il documento alla che è stato alla base di ogni successivo tentativo di riconciliazione palestinese. http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/page/documento-dei-prigionieri

[5] Una neologismo usato dall’allora Segretario di Stato americano Condoleezza Rice in una conferenza stampa a Washington DC il 21 luglio 2006: “Quello che stiamo vedendo qui, in un certo senso, è la crescita – le doglie di un nuovo Medio Oriente e qualunque cosa facciamo, dobbiamo essere certi che stiamo portando avanti il nuovo Medio Oriente e non stiamo tornando al vecchio.” Vedi: Condoleezza Rice,” Briefing speciale sul viaggio in Medio Oriente e in Europa”, 21 Luglio 2006, trascrizione a cura di US Department of of State Archive, http://2001-2009.state.gov.

Pubblicato su Institute for Palestine Studies
Traduzione per Palestina Rossa a cura di Enrico Bartolomei (*)


(*) ricercatore e attivista della Campagna di solidarietà per la Palestina – Marche

 

thanks to: Palestina Rossa

Israel crimes reminiscent of apartheid: Nobel laureate

South African Peace Prize laureate Desmond Tutu

South African Peace Prize laureate Desmond Tutu
Sat Jul 19, 2014 9:14AM

South African Nobel Peace Prize laureate Desmond Tutu has condemned Israel’s war on the Gaza Strip as reminiscent of the actions by the apartheid system.

“It is not a Muslim or Jewish crisis. It is a human rights crisis with roots to what amounts to an apartheid system of land ownership and control,” Tutu told a Friday news conference in Cape Town.

“As an old man, my appeal to my fellow laureates and peacemakers is to step into the leadership void, to make your voices heard from all corners of the globe, to advocate or pressure your government and institutions to cajole, to persuade,” he said.

Tutu argued that the new flare-up in the Middle East crisis has been brought about by a void in global leadership.

Thousands of Israeli soldiers launched a ground invasion of Gaza on Thursday after days of strikes from air and sea on the Palestinian territory.

The Israeli regime began its latest attacks on Palestinians in the Gaza Strip on July 8. So far, some 320 Palestinians have been killed with about a third of the fatalities being women and children.

ASH/NN/HRB

 

thanks to: PressTv

Il nuovo governo italiano sostiene l’apartheid in Palestina

Nonostante le norme europee entrate in vigore dal primo gennaio che vietano la collaborazione con le colonie illegali israeliane da parte di aziende, università, enti comunitari, l’Italia continua nell’illegalità.

Il nuovo governo Renzi ha appena varato il bando per la cooperazione industriale, scientifica e tecnologica 2014 in accordo con Israele “Track Scientifico 2014” e “Track Industriale” senza tenere in minima considerazione le raccomandazioni europee.

Nonostante l’Europa abbia pesantemente condannato il regime di apartheid instaurato in Palestina dagli israeliani e obbligato tutti gli stati europei al rispetto del divieto di finanziare le colonie illegali, il nuovo bando di cooperazione non riporta alcuna menzione di tale obbligo. Il governo Renzi sembra preferire sostenere i crimini contro l’umanità che gli israeliani perpetrano ormai da decenni contro il popolo palestinese.

Ricordiamo che l’apartheid è un crimine contro l’umanità e che l’Italia ha firmato e ratificato lo statuto di Roma della corte penale internazionale che lo riconosce e lo bandisce.

Cresce la protesta contro l’accordo tra l’ACEA e l’israeliana Mekorot

Un appello sottoscritto da oltre 4000 persone, da associazioni e sindacati, tra cui i movimenti per l’acqua pubblica, la FIOM-CGIL, l’ARCI e il Sindaco di Napoli De Magistris. Dalla Palestina un invito a rispettare gli obblighi secondo il diritto internazionale.

Il Comitato No Accordo ACEA-MEKOROT ha raccolto in pochi giorni oltre 4000 firme su una petizione (http://chn.ge/1jmWN8X) contro il protocollo di intesa firmato lo scorso 2 dicembre 2013 tra l’ACEA, società di servizi controllata dal Comune di Roma, e la MEKOROT, la società idrica nazionale di Israele. L’appello è stato condiviso anche da oltre 50 organizzazioni tra cui la FIOM-CGIL, l’ARCI, il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e il Coordinamento Romano Acqua Pubblica. Tra le adesioni individuali il Sindaco di Napoli Luigi De Magistris, Luisa Morgantini già Vice Presidente del Parlamento Europeo, Haidi Gaggio Giuliani, madre di Carlo Giuliani, e gli ex senatori Giovanni Russo Spena e Vincenzo Vita.

I promotori dell’appello sottolineano che la Mekorot è il braccio esecutivo delle politiche israeliane che sottraggono acqua ai palestinesi e ne negano il diritto all’accesso nei Territori Palestinesi Occupati, come documentate da organizzazioni internazionali, (quali Amnesty International e ONU), Palestinesi (Al Haq) ed israeliane (Who Profits e B’Tselem).[1] La Mekorot, infatti, alla quale sono state “trasferite” nel 1982 tutte le infrastrutture idriche palestinesi dalle autorità militari israeliane, pratica una sistematica discriminazione nella distribuzione dell’acqua. Riduce e raziona le forniture idriche ai palestinesi a favore delle colonie illegali e dell’agricoltura intensiva israeliana, creando nella regione una vera e propria “apartheid dell’acqua”. Il consumo pro capite giornaliero dei coloni israeliani è dì 369 litri [2] mentre quello dei loro vicini palestinesi è di 73 litri, al di sotto della quantità minima raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (100 litri).

Per queste ragioni, la società idrica Vitens, il primo fornitore di acqua in Olanda, a seguito delle indicazioni del suo governo ha recentemente interrotto un accordo di collaborazione con la Mekorot, motivando la decisione con l’impegno verso la legalità internazionale. Un impegno assunto anche da altre imprese europee nelle ultime settimane, che vogliono evitare legami con le colonie israeliane, come il fondo pensione olandese PGGM, la Danske Bank, la più grande banca danese, e il fondo statale norvegese.

Una lettera firmata da organizzazioni della società civile palestinese impegnate sulle questioni di acqua, agricoltura e ambiente ricorda l’obbligo legale degli Stati e delle sue istituzioni di “non dare copertura o assistenza alle violazioni israeliane del diritto internazionale” ribadendo che la “proposta di collaborazione tra ACEA e Mekorot equivale a una violazione di tale obbligo giuridico”.

I promotori della campagna sottolineano che questa iniziativa, come le altre che in tutto il mondo chiedono il boicottaggio economico e commerciale, il disinvestimento e le sanzioni verso Israele (BDS), è tesa a sviluppare una sempre maggiore pressione sul governo di Israele affinché rispetti il diritto internazionale, ed in particolare la Convenzione dell’Aja e la IV Convenzione di Ginevra che vietano alla potenza occupante di sfruttare le risorse del paese occupato. Il movimento BDS sostiene la parità di diritti per tutti e perciò si oppone ad ogni forma di razzismo, fascismo, sessismo, antisemitismo, islamofobia, discriminazione etnica e religiosa.

La campagna contro l’intesa tra ACEA e Mekorot, che ha trovato un convinto sostegno nei movimenti per l’acqua pubblica impegnati nella lotta contro la minacciata completa privatizzazione di ACEA, si svilupperà nelle prossime settimane con iniziative di pressione sul Comune di Rome e sull’ACEA perché non dia seguito al memorandum di intesa con la società israeliana.

PER INFO:
Comitato No Accordo Acea – Mekorot
fuorimekorotdallacea@gmail.com

[1] Jad Isaac & Jane Hilal (2011): Palestinian landscape and the Israeli––Palestinian conflict, International Journal of Environmental Studies, 68:4, 413-429 – http://dx.doi.org/10.1080/00207233.2011.582700
[2] Amnesty International, Troubled Waters: Palestinians Denied Fair Access to Water (2009)
OCHA, How Disposession Happens (2012)
Human Rights Watch, Separate and Unequal: Israel’s Discriminatory Treatment of Palestinians in the Occupied Palestinian Territories (2010)
Al Haq, Water For one People only: Discriminatory Access and ‘Water-Apartheid’ in the OPT (2013)
Who Profits, Il coinvolgimento della Mekorot nell’occupazione israeliana (2013)
B’Tselem, The Water Crisis (2011)

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Israeli Apartheid Week 2014 – Settimana contro l’Apartheid israeliana

La settimana dell’Apartheid israeliana (IAW) cerca di diffondere informazioni sulle politiche di apartheid di Israele nei confronti dei palestinesi e di allargare il supporto alla campagna Boicottaggio, Disinvestimenti, Sanzioni (BDS). Mobilitando a livello globale tutte le realtà di base che si oppongono all’aggressione politica e militare israeliana, l’IAW si è svolta in oltre 200 luoghi nel 2012 e oltre 150 città nel 2013.

Decima Israeli Apartheid Week – #apartheidweek

Italia: 10-16 marzo

Eventi in programma a Bologna, Cagliari, Firenze, Milano, Roma, Trieste, Venezia e altre città italiane.

 

GB e USA: 24 febbraio-2 marzo
Europa: 1-8 marzo
Sud Africa: 10-16 marzo
Brasile: 24-28 marzo
Palestina, mondo arabo e Asia: da confermare

L’IAW è una serie di iniziative, quali manifestazioni, conferenze, performances culturali, proiezioni video, e azioni di boicottaggio di Israele, che si svolgono in città e università di tutto il mondo. Se desideri organizzare e prendere parte all’Israeli Apartheid Week nella tua università o nella tua città per favore contattaci a iawinfo@apartheidweek.org. Ci puoi trovare anche su Facebook e Twitter.

Per l’Italia, fate sapere anche a BDS Italia in modo da elencare tutti gli eventi: bdsitalia@gmail.com

Prendere parte all’IAW è semplice, di seguito cinque cose che puoi fare:

1. Organizza una proiezione
Per maggiori informazioni o per suggerimenti contattaci: iawinfo@apartheidweek.org

2. Organizza una conferenza, un workshop o una manifestazione
Possiamo suggerirti moltissimi oratori che potresti contattare (studiosi, attivisti,…).
Scrivici e ti metteremo in contatto con loro.

3. Organizza un’azione BDS
Organizza un’azione di boicottaggio di Israele o fai pressione affinché la tua associazione di studenti, sindacato, o comune aderisca al boicottaggio. Se sei già attivo nella campagna BDS, l’Israeli Apartheid week può rappresentare una buona opportunità per allargare la campagna.

4. Unisciti a noi online – #apartheidweek
Aiutaci a diffondere l’IAW sul web.

5. Sii creativo!
Usa la tua fantasia! Metti in piedi un checkpoint israeliano o un muro dell’apartheid finti nella tua città, organizza una flash mob o altri tipi di proteste creative, un concerto o un reading di poesie.

Per maggiori informazioni: http://apartheidweek.org/

iaw2014-650

thanks to: Rete italiana ISM

Insomma, cosa significa l’ “Apartheid israeliano”?

In Israele, la meticolosa suddivisione della popolazione è guidata da un principio di disuguaglianza che avvantaggia la classe dirigente. 

di Amira Hass.

Che cosa intendono quelli che parlano di Apartheid israeliano?

Sicuramente non intendono il razzismo biologico ufficiale che ha governato il Sud Africa. Certo qui non mancano atteggiamenti razzisti e arroganti, con le loro sfumature religioso-biologiche, ma se si visitano i nostri ospedali tra medici e pazienti si possono trovare sia arabi che ebrei. A questo proposito, i nostri ospedali sono il settore più sano della società. 

Quelli che parlano di “apartheid israeliano” si riferiscono alla filosofia dello “sviluppo separato” che era molto diffusa nel vecchio Sud Africa. Questo era l’eufemismo usato per il principio della disuguaglianza, la segregazione deliberata delle popolazioni, il divieto di “miscelazione” e lo spostamento dei non-bianchi da terre e risorse affinché potessero essere sfruttati dei padroni della terra. Anche se qui le cose sono mascherate da “problemi di sicurezza”, con riferimenti ad Auschwitz e alla proprietà decretata dal Cielo, la nostra realtà è disciplinata dalla stessa filosofia, sostenuta da leggi e dalla forza delle armi. 

Quali, per esempio? 

Ci sono due sistemi giuridici in vigore in Cisgiordania, uno civile per gli ebrei e uno militare per i palestinesi. Ci sono anche due sistemi di infrastrutture distinti, incluse strade, elettricità e acqua. Quello superiore e in espansione è per gli ebrei, mentre quello inferiore e in fase di riduzione è per i palestinesi. Ci sono sacche locali, simili ai bantustan in Sudafrica, in cui i palestinesi hanno un autogoverno limitato. C’è un sistema di restrizioni degli spostamenti e dei permessi in atto dal 1991, proprio quando tale sistema fu abolito in Sud Africa. 

Questo significa che l’apartheid esiste solo in Cisgiordania? 

Niente affatto, esiste in tutto il paese, dal mare al fiume Giordano. Prevale in questo territorio in cui vivono i due popoli, governati da un governo che viene eletto da un solo popolo, ma che determina il futuro e il destino di entrambi. Città e villaggi palestinesi soffocano a causa della pianificazione volutamente restrittiva di Israele, proprio come accade in Cisgiordania. 

Ma i palestinesi che sono cittadini israeliani partecipano alle elezioni del governo, a differenza del Sud Africa? 

Questo è vero. Le due situazioni sono simili, non identiche. Qui i cittadini arabi votano, ma non vengono ammessi ai processi decisionali che riguardano il loro destino. C’è un’altra differenza. In Sud Africa, una componente essenziale del sistema era una stretta sovrapposizione tra razza e classe, con lo sfruttamento della classe operaia nera negli interessi del capitale di proprietà dei bianchi. Il capitalismo israeliano non dipende dai lavoratori palestinesi, anche se la manodopera palestinese a basso costo ha svolto un ruolo importante nel rapido arricchimento dei diversi settori della società israeliana dopo la guerra del 1967. Il Sud Africa ha avuto quattro gruppi razziali (bianchi, neri, meticci e gli indiani.) Ognuno occupava un gradino sulla scala della disuguaglianza, al fine di perpetuare i privilegi della popolazione bianca. La razza bianca, inglese e afrikaner, era definita come nazione, nonostante le grandi differenze tra loro, mentre i neri africani erano divisi in base alla tribù di appartenenza. Questo faceva sì che i bianchi fossero il ​​gruppo più numeroso. Qui, la separazione è basata presumibilmente sulla geografia, progettata per mantenere ed espandere i privilegi di cui godono gli ebrei. 

Ma anche gli ebrei hanno sotto-divisioni e discriminazioni? 

Sicuramente, in base all’origine (ebrei europei contro ebrei arabi,) il luogo di residenza (centro contro periferia), veterani contro i nuovi arrivati o basata sul servizio nelle forze armate. Tuttavia, rispetto ai palestinesi, anche i più discriminati degli ebrei oppressi hanno più diritti rispetto ai palestinesi che vivono tra il mare e il fiume. Ad esempio, la Legge del ritorno si applica agli ebrei di qualsiasi origine, ma non ai palestinesi, anche quelli che i cui genitori sono nati qui, ma che ora vivono in esilio. Allo stesso modo, gli ebrei possono cambiare la loro residenza liberamente. Da Tel Aviv ci può spostare in Cisgiordania, ma da Betlemme non ci si può trasferire nelle zone costiere. 

La scala della disuguaglianza ha pioli separati per i residenti della Striscia di Gaza, della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e i palestinesi cittadini di Israele. Questi gruppi sono vittima di diversi gradi di violazione dei diritti umani e civili. Ci sono in gioco suddivisioni progettate per frammentare ulteriormente l’altra nazione che vive qui, con diversi approcci alle aree “C” della Cisgiordania, ai cittadini drusi, ai beduini, ai palestinesi, ai cristiani e ai musulmani. Una burocrazia che crea tali meticolose suddivisioni e classificazioni è guidata da un principio di disuguaglianza che avvantaggia un gruppo egemone. 

Ci sono altri esempi? 

Si possono citare brevemente le leggi Prawer, in stile afrikaner e le Aree C in Cisgiordania. Dal 1950, il governo afrikaner che guidava il Sud Africa sradicò i neri, i meticci, gli indiani dalle loro terre e dalle loro case per fare spazio ai coloni bianchi. Tutto fu fatto in conformità con le dominanti leggi dei bianchi e con la logica giuridica. Quelle erano le basi coloniali del regime dell’apartheid, che fu istituito in seguito. Anche qui, la componente coloniale sradica i nativi dalle loro terre di pari passo con lo sviluppo delle politiche di “sviluppo separato”. 

C’è qualche speranza? 

L’Apartheid basato sulla divisione in classi in Sud Africa non è stato sconfitto. I critici da sinistra accusano Nelson Mandela e gli altri leader di aver raggiunto un’intesa con il precedente regime in base alla quale i neri hanno ottenuto il voto, ma i bianchi hanno tenuto il denaro. Mentre la povertà resta “nera” in Sud Africa, vi è un gruppo di neri africani che è diventato molto ricco. Tuttavia, non si devono rigettare la transizione verso la democrazia e i cambiamenti sociali che hanno avuto luogo in Sud Africa, così come i metodi di lotta utilizzati da Mandela e dai suoi compagni. Ecco perché i dimostranti israeliani e palestinesi la settimana scorsa hanno portato le sue foto in manifestazioni che le Forze di Difesa israeliane hanno represso con la forza. 

Ma Shimon Peres elogiò Mandela calorosamente? 

Mandela aveva una grande capacità di perdonare. Peres ha svolto un ruolo importante nella sicurezza e nei legami economici che Israele istituì con il regime razzista in Sud Africa e i suoi fondatori filo-nazisti. Come uno dei padri fondatori dell’impresa degli insediamenti in Cisgiordania e istigatore della “soluzione funzionale”, egli ha una grande responsabilità nelle politiche dello “sviluppo separato” che prevalgono qui. 

thanks to:

Haaretz.com

(tradotto da barbara gagliardi
per l’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus)

 

 

AFRICA !

 

INVICTUS

Dal profondo della notte che mi avvolge,
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all’altro,
ringrazio gli dei chiunque essi siano
per l’indomabile anima mia.

Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l’angoscia.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l’Orrore delle ombre,
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.
Io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.

 

 

Invictus è una poesia scritta dal poeta inglese William Ernest Henley (1849-1903). Il titolo proviene dal latino e significa “mai sconfitto”. Fu composta nel 1875 e pubblicata per la prima volta nel 1888.
La poesia è citata nel film del 2009 Invictus – L’invincibile di Clint Eastwood. Viene infatti usata da Nelson Mandela (Morgan Freeman) prima per alleviare gli anni della sua prigionia durante l’apartheid e poi per incoraggiare il capitano della squadra sudafricana di rugby François Pienaar (Matt Damon).

IN ISRAELE C’E’ L’APARTHEID di Shulamit Aloni (ministro dell’educazione nel governo di Yitzhak Rabin, lavora in Yediot Aharonot, il più grande quotidiano israeliano. Questo articolo è stato pubblicato l’8 gennaio 2007 dal Ynet in ebraico, ma non dal Ynetnews in lingua inglese. E’ stato tradotto in inglese da Sol Salbe, giornalista australiano, i cui commenti sono tra parentesi)

Il nostro autocompiacimento di ebrei è talmente forte che non riusciamo a vedere neppure quello che succede sotto i nostri occhi. Consideriamo semplicemente inconcepibile che le vittime assolute, gli ebrei, possano commettere cattive azioni. E tuttavia lo Stato di Israele pratica una sua particolare forma di apartheid, assai violenta, nei confronti della popolazione autoctona palestinese. L’attacco mosso dalla lobby ebraica nord americana contro l’ex presidente Jimmy Carter è perché ha avuto l’audacia di dire una verità da tutti conosciuta: col suo esercito, il governo israeliano pratica una forma brutale di apartheid nei territori occupati. Il suo esercito ha trasformato tutte le città e i villaggi palestinesi in campi di detenzione chiusi e recintati da reti metalliche. Tutto ciò per tenere d’occhio i movimenti della popolazione e renderle la vita difficile. Israele impone anche un coprifuoco totale tutte le volte che i coloni, che si sono illegalmente impossessati delle terre dei Palestinesi, celebrano i loro giorni di festa e fanno le loro sfilate. E come se non fosse sufficiente, i generali comandanti della regione emanano con frequenza ordini, regolamenti, istruzioni e regole (si sa, sono i “signori della terra”).

RISERVATO AGLI EBREI
Ad oggi hanno requisito nuove terre per costruire strade “riservate agli ebrei”. Strade bellissime, strade larghe, strade bene asfaltate, illuminate tutta la notte: Tutto ciò sulle terre rubate. Quando un Palestinese imbocca una di queste strade, il suo veicolo viene confiscato e lui cacciato. In una occasione sono stato io stesso testimone dell’incontro tra un autista e un soldato che ne controllava le generalità prima di sequestrare il veicolo e mandare via il suo proprietario. “Perché?”, ho domandato al soldato. “E’ un ordine, questa è una strada riservata agli ebrei”, ha risposto. Gli ho chiesto dove fossero i cartelli stradali con questa indicazione. La sua risposta è stata stupefacente: “E’ nella responsabilità (del conducente non ebreo) di saperlo. Inoltre che cosa vuole che facciamo? Mettere un cartello e lasciare che un reporter o un giornalista più o meno antisemita faccia una foto che dimostri al mondo che qui c’è l’apartheid?” Perché sì, qui c’è l’apartheid. E il nostro esercito non è affatto “l’esercito più morale del mondo”, come dicono i comandanti. Per provarlo basta solo dire che ogni città, ogni villaggio è diventato un centro di detenzione, che ogni via di accesso è stata chiusa, bloccando le strade principali. E come se non fosse sufficiente vietare ai Palestinesi di circolare sulle strade asfaltate “riservate agli ebrei” ma costruite sulle loro terre, i comandi militari hanno ritenuto necessario infliggere un nuovo colpo agli autoctoni sul loro proprio territorio con una nuova regola ingegnosa: i militanti per i diritti dell’uomo non potranno più trasportare i Palestinesi. Il maggiore generale Naveh, considerato un patriota ineguagliabile, ha emesso un nuovo ordine, con decorrenza 19 gennaio, che vieta di trasportare i Palestinesi senza autorizzazione. L’ordine specifica che gli israeliani non sono autorizzati a portare Palestinesi in un veicolo israeliano, salvo esplicita autorizzazione relativa sia all’autista che al passeggero palestinese. Naturalmente questo ordine non si applica a coloro che lavorano per i coloni, ad essi sono concesse tutte le autorizzazioni perché possano continuare a servire i “signori della terra”, i coloni

CAMPAGNA INGIURIOSA
Possibile che quell’uomo di pace che è il presidente Carter si sia veramente sbagliato quando ha affermato che in Israele vige l’apartheid? Forse ha esagerato? I dirigenti della comunità ebraica nord americana non conoscono la Convenzione internazionale per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale del 7 marzo 1966, firmata anche da Israele? Gli ebrei nord americani, che hanno lanciato una grande campagna di ingiurie contro Carter per avere – secondo loro – diffamato il carattere di Israele e la sua natura democratica e umanista, non conoscono la Convenzione internazionale per la soppressione e la punizione del delitto di apartheid del 30 novembre 1973? L’apartheid vi è definito come un delitto internazionale che si realizza, tra l’altro, attraverso l’utilizzazione di diversi strumenti giuridici per dominare differenti gruppi razziali, che siano tali da privare le persone dei loro diritti umani. La libertà di movimento non è forse uno di questi diritti? Nel passato i dirigenti della comunità ebraica nord americana erano ben consapevoli del significato di queste convenzioni. Attualmente, non si capisce per quale ragione, si sono convinti che Israele sia autorizzata a violarle. Che sia accettabile uccidere civili, donne e bambini, vecchi e genitori coi loro figli. Che sia permesso di rubare la terra ad una intera popolazione, distruggere i suoi raccolti e metterla in gabbia come animali in uno zoo. D’ora in poi gli israeliani e i volontari delle organizzazioni umanitarie internazionali non potranno più aiutare una donna palestinese in pericolo di vita e trasportarla in ospedale. I volontari di Yesh Din (un gruppo israeliano che difende i diritti dell’uomo, ndt) non potranno accompagnare al commissariato di polizia un palestinese che sia stato derubato e picchiato per sporgere denuncia. (I commissariati di polizia si trovano al centro degli insediamenti dei coloni). C’è qualcuno che può pensare che questo non sia apartheid? Jimmy Carter non ha certo bisogno di me per difendere la sua reputazione che i responsabili della comunità filo-israeliana hanno tentato di insozzare. La difficoltà sta nel fatto che la loro infatuazione per Israele ne deforma i giudizi e impedisce loro di vedere quello che succede sotto i loro occhi. Israele è una potenza occupante che opprime da 40 anni una popolazione autoctona che avrebbe invece diritto alla propria sovranità ed indipendenza, vivendo in pace con noi.

PUNIZIONE COLLETTIVA
Dovremmo ricordarci che abbiamo anche noi realizzato violentissimi atti terroristici contro un governo straniero quando anche noi volevamo costruire il nostro stato. E la lista delle vittime è considerevole. Noi ci limitiamo a non riconoscere al popolo palestinese i diritti dell’uomo. Non solo gli rubiamo la libertà, la terra e l’acqua, ma infliggiamo una punizione collettiva a milioni di persone ed anche, con una frenesia dettata dalla vendetta, distruggiamo le centrali elettriche che servono un milione e mezzo di civili. Che restino dunque al buio e muoiano pure di fame! Gli impiegati non possono ricevere il salario perché Israele trattiene 500 milioni di shekels che appartengono ai Palestinesi. E dopo tutto questo, restiamo “candidi come la neve”. Perché è chiaro che non c’è alcuna colpa nelle nostre azioni, non c’è alcuna discriminazione sociale, non c’è alcun apartheid. E’ una invenzione dei nemici di Israele. Bravi i nostri fratelli e sorelle degli Stati Uniti! La vostra abnegazione è molto apprezzata. Ci avete lavato questa brutta macchia. Ora possiamo avanzare con passo più spedito, mentre maltrattiamo in tutta sicurezza la popolazione palestinese, utilizzando “l’esercito più morale del mondo”.

thanks to: InvictaPalestina

The zionist story (sottotitoli in italiano)

The zionist story, un film indipendente di Ronen Berelovich, è la storia del sionismo e dell’applicazione pratica di questa ideologia nella creazione dello stato di Israele: la pulizia etnica, il colonialismo e l’apartheid usati verso la popolazione palestinese per produrre uno stato ebraico demograficamente “puro”.
Ronen Berelovich ha prodotto questo film autonomamente, quasi senza alcun budget. Berelovich è un cittadino israeliano e ha fatto anche parte dell’esercito israeliano come riservista, esperienza che gli ha mostrato l’occupazione in prima persona.
Il documentario è liberamente condivisibile senza fini commerciali.
Sottotitoli in italiano a cura di TeleClash.

Lo sai da dove vengono questi datteri? Campagna BDS contro i datteri israeliani

In vista del Ramadan in alcune città italiane sono comparsi sugli scaffali di alcuni negozi datteri di provenienza israeliana.

Segnala la presenza di datteri israeliani nei negozi della vostra città comunicando dettagli sul punto vendita e sull’etichetta del prodotto all’indirizzo mail: stop_agrexco@gmail.com

Organizza azioni di informazione e di sensibilizzazione nella vostra città per chiedere:

– ai consumatori di non comprare i datteri o altre merci israeliane e di chiedere ai negozianti, supermercati e fruttivendoli di non commercializzarli;

– ai negozianti e rivenditori di non vendere datteri o altri prodotti israeliani.

È disponibile un volantino scaricabile in versione pdf. Se volete modificarlo o adattarlo, potete utilizzare il testo sul sito web.

VOLANTINO:

Lo sai da dove vengono questi datteri?

28 Giugno 2013

I datteri medjoul israeliani sono frutto di un regime di occupazione, oppressione e Apartheid. Sono coltivati nelle colonie israeliane nei Territori palestinesi occupati, sfruttando le risorse naturali e la manodopera palestinese, anche minorile, e sono esportati in Italia da aziende israeliane che ne traggono profitti. 

Nel 2005, la società civile palestinese, comprese le associazioni agricole, ha lanciato una campagna per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro Israele fino a quando non rispetterà il diritto internazionale e i diritti umani. Boicottare i prodotti israeliani vuol dire sostenere i palestinesi nella loro lotta per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza.

Questo Ramadan, e tutti i giorni, BOICOTTA I DATTERI ISRAELIANI

Perché non si dovrebbero comprare i datteri israeliani?

La maggior parte dei datteri israeliani sono coltivati nelle colonie israeliane nei Territori palestinesi occupati su terre rubate ai legittimi proprietari palestinesi. Circa la metà delle colonie israeliane coltiva datteri, creando un reddito importante che contribuisce a mantenere e sviluppare la colonizzazione israeliana della Palestina.

Le colonie sono illegali secondo il diritto internazionale e sono parte integrante del processo in corso di colonizzazione e distruzione ambientale della terra e dell’agricoltura palestinese, del furto dell’acqua e dell’abuso dei diritti dei lavoratori palestinesi, tra cui vi sono anche minorenni.

Come si riconoscono i datteri israeliani?

I datteri israeliani sono di solito della varietà medjoul, nota anche come jumbo. Sono più grandi, più scuri e più costosi rispetto agli altri. Israele è il più importante produttore di datteri medjoul, e l’80% della sua produzione viene esportato in Europa.

Sulla confezione di solito c’è scritto “Made in Israel” o “Made in Jordan Valley”. Se la provenienza non è chiara, chiedi al negoziante.

Le principali imprese esportatrici sono Mehadrin, Carmel-Agrexco e Hadiklaim. Alcuni dei loro marchi sono: Carmel, King Salomon, Jordan River, Jordan Plains.

Come sostenere la campagna?

Ai negozianti e rivenditori, chiediamo di non vendere datteri o altri prodotti israeliani.

Ai consumatori, chiediamo di non comprare i datteri o altre merci israeliane e di chiedere ai negozianti, supermercati e fruttivendoli di non commercializzarli.

Cerca di convincere anche parenti, colleghi e amici a non comprare i datteri e altri prodotti israeliani.

SOSTIENI IL POPOLO PALESTINESE. BOICOTTA I PRODOTTI ISRAELIANI!


Volantino a cura del Gruppo BDS Roma

Scarica il volantino in versione PDF

 

thanks to:


 

Le nazioni occidentali non vogliono la pace in Medio Oriente

di Ireo Bono

Sig. Direttore de ‘La Stampa’

e p.c. Nandino Capovilla
e Forumpalestina

Tutte le volte che leggo un nuovo articolo di Abraham Yehoshua ( in foto ) , il famoso scrittore ebreo che si ritiene ed è considerato in Europa, a torto, uno dei più rappresentativi pacifisti israeliani, trovo la conferma della meschinità di questo intellettuale nei confronti dell’occupazione israeliana. Nell’ultimo articolo su ‘La Stampa’ del 18/7/2013 intitolato ‘Israele, giusto bloccare nuovi insediamenti’ , al di là di questo titolo che è condivisibile, la principale ed unica preoccupazione di Yehoshua è che la prosecuzione degli insediamenti ebraici porti ad una futura creazione di uno Stato binazionale.
Da un pacifista ti aspetteresti che si esprimesse contro l’occupazione e l’oppressione del Popolo Palestinese, privato della libertà e dei diritti umani, per il riconoscimento del diritto al ritorno o almeno un indennizzo a causa delle sofferenze indotte con l’esilio e la sottrazione delle terre, per l’accettazione di Gerusalemme-Est come capitale di uno Stato palestinese, per il ritorno d’Israele ai confini del 67, per la liberazione di tutti i prigionieri politici palestinesi, per l’abbattimento del Muro, una vergogna per chi l’ha costruito, per la fine dell’assedio-embargo della Striscia di Gaza che affama ed isola 1.400.000 persone. E non sarebbe niente altro che quanto stabilito da innumerevoli Risoluzioni Onu e dalla Corte internazionale dell’Aia, ed invece tutto ciò che sa scrivere lo scrittore e pacifista Abraham Yehoshua, rivolgendosi alle nazioni europee, è : “ Sarebbe giusto che anche oggi l’Europa ostacolasse l’eventuale creazione di uno Stato binazionale in Israele che perpetuerebbe questo infinito e pericoloso conflitto”.

Cito questo ennesimo articolo di Abraham Yehoshua perché , a proposito della questione palestinese, la maggior parte degli ebrei israeliani, come confermano i sondaggi, non opponendosi all’occupazione impediscono di fatto la nascita di uno Stato palestinese, ma sono decisamente contrari ad uno Stato binazionale israelo-palestinese che invece sarebbe una soluzione auspicabile, la più logica e giusta e forse la più fattibile per porre fine ad una guerra a bassa intensità permanente che dura da circa 70 anni, però dopo il riconoscimento delle ragioni e dei diritti del Popolo palestinese, del diritto ad uno Stato.

In questi giorni, per le pressioni sui dirigenti palestinesi dell’Amministrazione Obama, è iniziata l’ennesima farsa delle trattative di pace ed hanno ragione Hamas, il FPLP ed il leader di Iniziativa Nazionale Palestinese,Mustafà Barghouti, ad opporsi e a non aver fiducia in queste trattative, perché il Primo Ministro Netanyahu ha già dichiarato che Israele non ritornerà ai confini del 67 e proseguirà la costruzione di case per i coloni, mentre i dirigenti palestinesi si impegnano, per almeno un anno, a non denunciare Israele al Tribunale Penale Internazionale e l’unica concessione che ottengono è la liberazione di qualche centinaio di prigionieri politici, legata al procedere delle trattative, e la promessa di qualche miliardo di dollari.

Questi nuovi negoziati, definiti un suicidio palestinese dal FPLP, non mettono in discussione l’occupazione, ma la rafforzano e la estendono, in conformità alle richieste del governo Netanyahu.

Continua infatti la sottrazione di terra palestinese secondo quella che il filosofo di origine ebraica, Daniel Bensaid, già nel 2002 aveva definito “La strategia di Sharon: creare la grande Israele”, mentre i Palestinesi si privano dell’unica forza che hanno e che è temuta dai governi israeliani : la denuncia per crimini di guerra e contro l’Umanità al Tribunale Penale Internazionale e la richiesta del rispetto delle Risoluzioni Onu e della sentenza della Corte Internazionale dell’Aia. Ed infine, ad aggravare la situazione palestinese ed in tutto il Medio-Oriente, è giunta la decisione degli Stati Uniti di armare, alla luce del sole, i ribelli siriani e quella dell’Ue che su pressione degli Stati Uniti, Israele e UK , ipocritamente, inserisce il braccio armato di Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroristiche, come punizione per la resistenza ad Israele ed il sostegno dato ad Assad. Le potenze occidentali non vogliono la pace in Medio-Oriente.

Cordiali saluti Ireo Bono-Savona

thanks to: Ireo Bono-Savona

 

Testimonanze dalla Palestina occupata, colline a sud di Al Khalil (Hebron)

Lo staff dell’Operazione Colomba ha avuto la possibilità di intervistare Hafez Huraini (H.), il portavoce del Comitato Popolare di Resistenza Nonviolenta delle South Hebron Hills, durante un viaggio di conoscenza in Italia a maggio del 2010. In quanto volontaria del corpo civile di pace, ho assistito all’incontro e ho inoltre avuto la possibilità di intervistare alcuni volontari (M., F.) che hanno seguito il progetto dell’organizzazione in Israele/Palestina. Le interviste sono state raccolte nell’ottica di testimoniare l’esperienza nonviolenta vissuta dagli abitanti dell’area delle South Hebron Hills. Lo scopo principale è stato quello di rilevare la connessione tra la nonviolenza e la riconciliazione come strumenti di gestione e di risoluzione costruttiva del conflitto in Israele/Palestina e in particolare nella zona delle South Hebron Hills. Nel territorio la scelta di gestire il conflitto adottando la strategia nonviolenta è stata promossa da alcuni abitanti del villaggio di At-Tuwani. Hafez Huraini descrive come è stata maturata questa decisione attraverso la narrazione della sua esperienza personale. H. afferma: «Sono nato e cresciuto sotto l’occupazione israeliana e con la violenza dei coloni. E la mia esperienza con la violenza e la nonviolenza è cominciata quand’ero piccolino. Un giorno pascolavo le pecore con mio fratello e degli uomini arrivarono correndo dietro a mio fratello per picchiarlo. Sono scappato a casa e ho detto a mio padre che era arrivata della gente che ci aveva attaccato. Lui mi disse semplicemente che erano coloni. Io non sapevo cosa volesse dire quella parola, chiedevo solo la protezione di mio padre. Ma lui mi disse di pregare. Quindi la mia domanda fin da piccolo è stata: come faccio a proteggermi visto che i miei genitori non possono? Devo diventare violento per spaventare chi vuole attaccarmi? I coloni hanno continuato ad attaccarci anche negli anni successivi. Dalla fine degli anni ‘80 il loro comportamento è diventato sempre più violento. Dal 1999 al 2000 c’era stata un’evacuazione. Le camionette militari avevano portato via gli abitanti dei villaggi. La mia famiglia è sempre stata proprietaria di una valle. Noi abbiamo sempre coltivato la valle fino a quando, nel 2003, i militari hanno cominciato a cacciarci via col bulldozer minacciando di ucciderci. Sono stato arrestato. La terra è stata confiscata ed è stata data ai coloni. Il fatto è che tu vivi quest’ingiustizia così forte e non puoi fare nulla. In quel momento abbiamo iniziato ad invitare gli israeliani e gli internazionali. Le cose che più mi hanno aiutato nella scelta nonviolenta sono stati due episodi della mia vita. Il primo episodio è stato quando i coloni hanno attaccato mia madre. Io ero nel villaggio e ho sentito urlare e ho visto che 7 coloni stavano attaccando mia mamma. E quando i coloni mi hanno visto, questi hanno iniziato a spararmi addosso ma io sono corso lo stesso verso mia mamma. Mentre i coloni mi sparavano stavano anche chiamando l’esercito che infatti dopo poco era arrivato. Mia mamma è stata ricoverata in clinica per tre giorni. Poi è tornata a casa. A livello di sentimenti io sentivo un forte desiderio di vendetta e lo confidai a mia madre. Mia mamma mi disse: “Quello a cui hai assistito è un’assoluta ingiustizia però tu devi trovare il modo giusto di reagire a questa ingiustizia altrimenti tu verrai ucciso e noi saremo cacciati”. Non ho mai dimenticato questa frase. Da quel momento ho avuto chiara una cosa: la strategia dell’occupazione prevedeva il sostegno tra i coloni e l’esercito. I coloni ci spingevano con la forza ad usare la violenza in modo da poter avere una giustificazione per mandarci via con l’appoggio dell’esercito israeliano. Per questo abbiamo trovato nella. nonviolenza una forma di lotta che non desse alcun pretesto ai coloni e all’esercito per infliggerci ulteriori violenze o per mandarci via dal luogo in cui siamo nati. La strategia dell’occupazione israeliana mira a tenerci dentro un circolo di violenza in cui noi da vittime passiamo per i criminali. Il secondo episodio che mi ha sostenuto nella lotta per la nonviolenza e per la riconciliazione è stato questo. Io sono diventato molto presto un bersaglio per i militari perché ogni settimana organizzavamo qualche iniziativa nonviolenta o c’erano incontri con l’altra parte nel villaggio. Almeno dieci o dodici volte al mese i militari entravano in casa mia, mi buttavano giù dal letto e distruggevano le cose in casa intimandomi di smettere di invitare gente da fuori. Non volevano che nessuno sapesse qual era la realtà. Questa è stata una sfida molto forte. Io sentivo le urla dei miei bambini durante le incursioni notturne. Però ai militari dicevo: “Se lo fate anche ogni ora io non smetterò”. Quindi si sono stancati prima loro e hanno smesso. Questo fatto mi chiarì un’altra cosa: i coloni e l’esercito non volevano che si sapesse ciò che stava succedendo nell’area. Così alcuni di noi hanno iniziato a spiegare alla gente del posto la strategia attuata dall’occupazione e di come i coloni cercavano in noi la giustificazione dell’uso della violenza per cacciarci. Abbiamo iniziato a coinvolgere le persone del villaggio spiegando loro che avevamo bisogno degli internazionali e degli israeliani in modo che tutti sapessero cosa stava accadendo al nostro villaggio. Non è stato facile perché per i palestinesi gli israeliani sono tutti uguali. Farli parlare con l’altra pare, con quelli che loro considerano i nemici, non è stato affatto facile. Ma poco alla volta i palestinesi hanno capito la realtà: non tutti gli israeliani sono soldati o coloni. Quindi abbiamo iniziato a lavorare a stretto contatto con gli internazionali e con gli israeliani». La scelta nonviolenta è nata dunque in risposta all’approccio distruttivo di gestione del conflitto che gli abitanti israeliani dell’area hanno adottato per continuare a vivere nel territorio e per espandere la propria presenza. La consapevolezza riguardante, da un lato, l’inferiorità delle risorse a disposizione e, dall’altro, gli effetti negativi della violenza ha spinto la popolazione palestinese di Masafer Yatta ad utilizzare una forma di lotta adeguata ai propri mezzi. Gli abitanti dei villaggi sanno che l’attuazione della strategia nonviolenta comporta dei rischi. Alcuni abitanti dell’area sono stati infatti arrestati e torturati. Nonostante ciò, la popolazione palestinese locale è convinta che le conseguenze negative, dovute all’utilizzo della lotta nonviolenta, siano nettamente inferiori agli effetti distruttivi della lotta armata. H. dice: «Nel 2006 hanno iniziato a costruire un muro che impediva le comunicazioni tra Yatta e At-Tuwani. In quei giorni parlavo con le persone e spiegavo alle persone perché stavano costruendo il muro. I militari mi hanno arrestato e mi hanno picchiato rompendomi tutte le costole. Mi hanno rilasciato, ma mi è stato vietato di partecipare alle manifestazioni. Vogliono praticamente controllarmi in tutte le mie azioni per limitarmi. Io non posso smettere di fare quello che faccio perché le persone si fidano di me e ho promesso loro di non dare all’occupazione una scusa per mandarci via. Quindi io so bene che c’è un prezzo da pagare adottando la resistenza nonviolenta. Ma il prezzo da pagare è inferiore a quello che si pagherebbe se si adottasse la strategia violenta. Se come villaggio avessimo scelto la violenza saremmo già stati cacciati». La decisione di attuare la resistenza nonviolenta come forma di lotta all’occupazione viene considerata dai volontari dell’Operazione Colomba che la promuovono un efficace sostegno al processo di pace. Coloro che realizzano quotidianamente le attività nonviolente stanno poco alla volta coltivando e acquisendo le capacità tipiche dell’attore nonviolento130. M. dice: «La nonviolenza l’ho vista più che altro nella persona di Hafez perché lui sento che ha proprio dentro un equilibrio e una serenità che riesce a trasmettere anche dai comportamenti. Invece in molti altri ho visto proprio una scelta nonviolenta provenire da una profonda rabbia dentro e per questo le persone sono tutte molto in cammino. La stessa cosa per la Palestina: non è che uno va giù e che se dà anche tutta la sua vita cambia le cose, ma può fare molto legandosi alle persone. Nel villaggio di At-Tuwani solo se si passa tantissimo tempo e tantissima vita si possono avere dei risultati che sono enormi però ci devi dedicare tanta vita insieme. Il concetto è: ti devi legare a delle persone e devi camminare con quelle persone». F. afferma: «Quando i coloni sono venuti ad attaccare le pecore, noi eravamo in mezzo ai pastori. Un bimbo, figlio di un pastore, ha preso una pietra da terra per tirarla al colono. Suo padre che era dietro gli ha urlato: “Lascia giù quella pietra”. In quel momento ho pensato che questa gente credesse veramente nella resistenza nonviolenta. Gli stavano ammazzando la sua unica forma di sostentamento, eppure lui non ha ceduto. Sono sbalordita. Ogni mattina queste persone si svegliano e continuano a scegliere la nonviolenza. Un giorno, durante una marcia in cui i bambini manifestavano per i loro diritti, una mia collega è stata arrestata. Per me è stato un duro colpo. Però, allo stesso tempo, avevo in mente le facce dei bambini. I bambini sono riusciti a marciare con tutte le bandiere, gli slogan, mentre i soldati hanno fermato i coloni che volevano attaccare il corteo. La gioia di questa gente che ha lottato per i propri diritti e la loro soddisfazione. Lì mi sono detta: “ecco vale la pena anche quello che abbiamo patito a causa dell’arresto”. Il sacrificio si fa se si vede il risultato». Gli obiettivi che gli abitanti palestinesi delle South Hebron Hills si sono prefissi di raggiungere attraverso la resistenza nonviolenta hanno richiesto la stretta collaborazione tra la popolazione locale, gli operatori internazionali e gli israeliani. La presenza internazionale non solo garantisce la diminuzione del livello di tensione tra le parti, ma ha assunto in alcuni casi il ruolo di mediatrice tra la popolazione locale palestinese e la controparte locale israeliana. Inoltre, il coinvolgimento diretto della popolazione israeliana nella resistenza nonviolenta portata avanti a Masafer Yatta crea le basi per la costruzione di una soluzione di pace duratura in quanto inclusiva di tutte le parti implicate nel conflitto. H. asserisce: «Io vengo da una famiglia in cui mi hanno insegnato a non odiare, mia madre è sempre in prima fila nelle manifestazioni a parlare con i soldati. E ho capito una cosa: se scegli la violenza sei solo, ti devi nascondere; se scegli invece la nonviolenza hai bisogno della solidarietà degli altri, non puoi farlo da solo. Noi abbiamo bisogno di solidarietà dagli israeliani e dagli internazionali perché siamo nel giusto ma la nostra voce è veramente debole e dobbiamo farla sentire. Dobbiamo portare la verità su ciò che sta accadendo a noi. Portare questa verità alla società israeliana, al mondo intero, al fine di produrre un cambiamento positivo. Noi siamo vittime di ingiustizie e violenze, ma anche voi occidentali siete vittime, vittime degli organi d’informazione che nascondono la verità. E i coloni, come l’esercito, sono gli strumenti attraverso i quali l’occupazione cerca di raggiungere il suo obiettivo sull’area, cioè mandarci via e annettersi i terreni. Ancora oggi è aperta presso l’Alta Corte Israeliana una petizione che vede da un lato gli abitanti dell’area che chiedono di rimanere dove sono nati e dall’altro il Ministero della Difesa Israeliano che chiede di annettersi l’intera aerea per farvi una zona di esercitazioni. Per questo penso che dobbiamo lavorare con tutte le parti: lavorare per la pace e parlare di pace. Non solo israeliani e palestinesi ma anche internazionali. Noi dobbiamo lavorare in tutte le direzioni per fermare le violazioni dei diritti umani, le violazioni delle leggi internazionali e perché vengano applicate le risoluzioni delle Nazioni Unite». M. aggiunge: «Se una parte comincia ad agitarsi e a fare qualcosa, sicuramente l’altra parte reagisce, per cui questo è un aspetto non so se negativo perché comunque come era obiettivo anche di M.L.King cioè quello di rendere la situazione talmente instabile che non si possa continuare così, ma che si sia costretti a dialogare e a fare qualcosa131. In questo modo l’altra parte deve riconoscere che la parte più debole ha il diritto di vivere». Per realizzare questi obiettivi la strategia nonviolenta si basa sulla realizzazione di diverse attività congiunte in cui ad ogni attore coinvolto spetta un preciso compito. H. afferma: «La nostra strategia è basata da un lato sui ricorsi legali in cui ci aiutano le organizzazioni israeliane per i diritti umani come ACRI e Yesh Din, e dall’altro sulla comunicazione con i media in cui ci aiutano gli internazionali presenti ad At-Tuwani ed i pacifisti israeliani come Rabbini per i Diritti Umani e Ta’ayush. Ogni giorno la popolazione palestinese dell’area sceglie le nonviolenza continuando ad usare i campi da cui viene scacciata con la forza, facendo azioni e manifestazioni nonviolente e, per esempio, per quanto riguarda i bambini, continuando ad andare a scuola, nonostante il reale rischio di essere picchiati dai coloni. Io penso a quali sono i nostri compiti: come palestinesi lavorare duro per far conoscere la realtà in cui viviamo perché il mondo non sa cosa succede da noi e anche lavorare per costruire la cultura di riconciliazione tra i due popoli. Per questo dobbiamo concentrarci sui bambini perché loro sono il futuro. E per questo stiamo cercando di far giocare insieme bambini israeliani e palestinesi attraverso le partite di calcio. Per quanto riguarda gli israeliani: molti di loro sono vittime di quello che il governo vuol far loro credere e si fidano di ciò che i media gli raccontano, non conoscono ciò che sta succedendo realmente. Cerchiamo di far conoscere ciò che stiamo facendo ad At-Tuwani. Agli internazionali dico: state facendo un grande lavoro nelle colline a sud di Hebron». L’intervento civile dei volontari dell’Operazione Colomba garantisce una forma di deterrenza rispetto agli abusi perpetrati dai coloni e dai soldati israeliani. Inoltre la posizione esterna e la modalità d’intervento dell’Operazione Colomba promuovono la costruzione di concreti spazi di dialogo tra le parti attraverso l’instaurazione di un rapporto di fiducia con esse (Kelman, 2005). Infatti il fatto che gli operatori realizzino le proprie attività sia con la parte palestinese delle South Hebron Hills sia con la parte israeliana di Gerusalemme e Sderot ha contribuito ad eliminare il pregiudizio di alcuni soldati israeliani secondo cui gli internazionali sostengono solo la parte palestinese. M. dice: «La volontà di incontrarsi e di cambiare deve venire dalle persone che vivono giù, noi siamo solo testimoni e possiamo creare uno spazio di incontro tra le persone. Il dialogo è possibile solo tra due persone che si guardano negli occhi non tra una persona che è in ginocchio e una che è in piedi». F. aggiunge: «Secondo me noi possiamo essere spazi di dialogo perché comunque il fatto di vedere il mondo in bianco e nero, quindi in oppressori ed oppressi, in vittime e carnefici, istintivamente viene fuori, per cui in questo caso noi siamo quel terzo elemento che non rientra né nell’uno né nell’altro. Secondo me, dovremmo cercare di far vedere le cose con una lente di vetro, come mettere gli occhiali sia ai palestinesi che agli israeliani, perché vedano nell’altro appunto una persona e non una vittima o un carnefice, un bene o un male. Uno dei nostri compiti secondo me è quindi quello di fare gli oculisti. Però mi rendo conto che deve partire da loro, dalle persone che vivono lì, perché la cosa che più facilmente ci possiamo sentir dire è “Voi chi siete? Con che diritto venite a dirmi queste cose qui che non siete qui”. Il fatto di essere esterno ci dà comunque la possibilità di avere un’ottica magari un po’ più distaccata. A noi è poi data la possibilità di parlare perché viviamo lì, subiamo le ingiustizie che subiscono loro, a fianco a loro, se no non avremmo la possibilità di parlare. Se noi venissimo dall’Italia solo per parlare, per creare questi spazi qui, senza vivere con le persone non avremmo credibilità». La modalità di intervento realizzata dall’Operazione Colomba permette agli operatori internazionali di acquisire credibilità di fronte agli attori in lotta. Il punto di vista esterno ha quindi la possibilità di essere ascoltato e di influenzare le parti in conflitto. In questo modo i soggetti coinvolti possono sviluppare un’ottica differente con cui interpretare le dinamiche conflittuali e le azioni della controparte. I risultati raggiunti, rispetto agli obiettivi prefissi e alle attività svolte, dimostrano l’efficacia della resistenza nonviolenta realizzata attraverso l’azione congiunta degli attori coinvolti. Inoltre la modalità di intervento promossa dall’Operazione Colomba si è dimostrata efficace nel realizzare alcuni principi della spiritualità della nonviolenza132. Alcuni degli attori in conflitto più “arroccati” sulle loro posizioni hanno aperto la propria coscienza alla possibilità di un cambiamento di condotta. H. dice: «Da quando gli internazionali sono presenti, la violenza dell’esercito è minore e quella dei coloni è diminuita. Poi quando la violenza si manifesta ugualmente, grazie alla presenza degli internazionali riusciamo a farla conoscere alla società israeliana e al mondo in modo da creare un cambiamento. Adesso i palestinesi vanno nei loro campi e arano e seminano e raccolgono e lo possono fare per la solidarietà con gli internazionali e con gli israeliani e contro questo i coloni e i soldati possono fare poco. Poi abbiamo continuato a lavorare sulle nostre azioni nonviolente con gli internazionali e gli israeliani e durante l’azione nonviolenta abbiamo raggiunto risultati importanti. Per esempio le terre confiscate e i villaggi evacuati sono stati ripresi e i villaggi ripopolati». F. racconta un episodio significativo: «Noi volontari abbiamo denunciato alle autorità competenti, attraverso la registrazione effettuata con la videocamera, un comportamento offensivo tenuto da alcuni soldati israeliani nei nostri confronti. Per questo quei soldati sono stati arrestati. Un giorno abbiamo incontrato un loro amico. La prima volta che lo abbiamo visto ci ha attaccato a urla, urlandoci contro, dicendo che manipolavamo la situazione e che non era giusto che i suoi amici fossero in galera per colpa nostra. Una volta si è sfogato un po’ così e noi siamo rimasti lì a prenderci gli insulti praticamente. Dopo essersi sfogato si è un po’ calmato e ha iniziato a parlare, noi eravamo tesissimi, ci ha chiesto un po’ cosa ne pensavamo, cioè di dire un po’ la nostra, da lì noi abbiamo cominciato a raccontare chi siamo e la cosa bella è stata quando gli ho raccontato dell’Operazione Colomba, della presenza, dello spirito della Colomba, della riconciliazione, della presenza da entrambe le parti. Questa cosa qui lo ha colpito perché lui pensava che fossimo solo lì a sostegno della comunità palestinese e che non ce ne fregasse niente di quello che pensavano loro, anzi che fossimo contro di loro. Invece si è creato uno spazio di dialogo e tutte le volte successive che veniva a fare la scorta con i bambini, si è sempre fermato cinque o dieci minuti a chiacchierare: come va, come non va. Finché dopo un paio di settimane ci è venuto a salutare dopo una scorta. Ha detto: “Domani io vado via, mi sono fatto trasferire”. Gli abbiamo chiesto perché si fosse fatto trasferire e lui ha detto “perché questo posto mi manda proprio in confusione, qui non riesco più a capire chi sono i buoni e i cattivi e non riesco più a gestire la situazione per cui mi sono fatto trasferire sul fronte, in un posto dove è chiaro, mi hanno detto che di fronte a me ci sono i cattivi e devo sparare in quella direzione. Questa cosa qui mi fa fare meno domande”. Un po’ come dire: non vedo in faccia il mio nemico per cui vado meno in confusione. Questa cosa è pesantissima, farsi trasferire perché in quella situazione lui non riusciva più a capire chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Ed era lo scopo nostro, quello di fargli capire che non ci sono i buoni e i cattivi, che il mondo non è diviso in due. Quello pur nella delusione, quando lui ci ha detto che si sarebbe fatto trasferire, perché d’istinto mi veniva da dire: “Cavoli, proprio adesso”, quindi nella tristezza della scelta che aveva fatto lui, mi è venuto da dire “Però un semino lo abbiamo buttato”, sperando che lui magari non regga molto la situazione neanche là e cambi drasticamente». Gli esiti positivi raggiunti motivano la popolazione palestinese a portare avanti la resistenza nonviolenta nonostante le difficoltà. Infatti gli attori in lotta sono disincentivati a sostenere la realizzazione del processo di pace nel momento in cui i loro sforzi di riavvicinamento non producono un impatto decisivo nel modificare la situazione contingente (Ramsbotham, 2010; Kelman, 2005). L’adozione dello strumento di lotta nonviolento si è rivelato efficace nel superare questa difficoltà. Inoltre una parte di popolazione israeliana si sta sempre più profondamente rendendo conto delle conseguenze negative dovute all’uso della forza nel conflitto. H. asserisce: «Le persone di At-Tuwani hanno continuato nella scelta nonviolenta perché ne vedono i risultati e i giovani imparano dalla nostra lotta quotidiana. Questo mantiene alta la speranza delle persone perché è una lotta che durerà tutta la vita». F. afferma: «Credo che una parte della gente comune, da entrambe le parti, non ne può più. Penso proprio che la gente comune si è resa conto che con la violenza non si ottiene niente. Gente comune che vive nei villaggi, ma anche israeliani. Io ho avuto la fortuna di studiare ebraico in una scuola ebraica tendenzialmente frequentata da israeliani e internazionali, quindi sapere che i giovani hanno voglia di vivere una vita decente, normale, insomma questa è una speranza. Inoltre se tu chiedi “com’è andata finora ti va bene?”, non c’è nessuno da entrambe le parti che ti possa dire di sì. Per cui se come è andata finora non va bene, non ti sta bene, evidentemente qualcosa bisognerà cambiare e non è che puoi dire: “deve cambiare l’altro”, devi cambiare te. Il fatto di dire questa cosa qui ad ognuna delle due parti, lentamente sta funzionando». Il Comitato Popolare di Resistenza Nonviolenta delle South Hebron Hills non ha richiesto alcun appoggio dal punto di vista politico. Il timore di subire strumentalizzazioni a livello politico comprometterebbe l’intero operato svolto e i risultati raggiunti. Il movimento che sostiene la resistenza nonviolenta nell’area è una novità rispetto alle strategie di lotta armata adottate dalla parte palestinese. In questo senso, tale scelta deve essere il più possibile promossa. H. afferma: «Noi siamo assolutamente indipendenti dal punto di vista politico e non vogliamo avere alcun rapporto con i partiti politici. Perché? Perché le persone sono indipendenti. Noi vogliamo stare lontani dal discorso politico palestinese. Noi dobbiamo salvarci e sopravvivere e la scelta nonviolenta è una scelta di vita. Il movimento nonviolento in Palestina è una cosa molto nuova. È cominciata poco tempo fa sui problemi della terra in particolare a Masafer Yatta, ad At- Tuwani e a Bil’in. Deve essere promosso, diffuso e conosciuto perché funziona». L’instaurazione del dialogo tra le parti è una condizione fondamentale affinché il processo di riconciliazione possa realizzarsi. La resistenza nonviolenta attuata nelle South Hebron Hills favorisce la costruzione di uno spazio di dialogo tra gli attori. Infatti la strategia nonviolenta viene effettuata attraverso il coinvolgimento e il sostegno diretto dei propri nemici. In questo modo gli sforzi atti a promuovere il processo di pace sono sostenuti dalla collaborazione di entrambi gli attori in lotta. Inoltre la lotta nonviolenta basandosi sull’aggressione morale dell’avversario non provoca danni alla controparte. In questo modo gli oppressori non hanno la possibilità di fare alcun tipo di rivendicazione perché i propri diritti non vengono intaccati. Bensì i perpetratori hanno la possibilità di riscattare la propria condotta partecipando attivamente al processo di pace. Infine la nonviolenza diventa uno strumento positivo di gestione del conflitto per entrambe le comunità implicate. Attraverso la resistenza nonviolenta, la popolazione palestinese dell’area può sfogare costruttivamente la propria rabbia e le proprie frustrazioni per le ingiustizie subite. Così gli abitanti delle South Hebron Hills riescono a dimostrare l’esistenza e la validità della nonviolenza come alternativa alla lotta armata. Le organizzazioni pacifiste israeliane hanno invece la possibilità di combattere in modo nonviolento contro la strategia politica di occupazione e di violenza condotta dal governo israeliano assumendosene in parte le responsabilità. Entrambe le parti riescono quindi a smantellare la stereotipizzazione del nemico prodotta dalla logica di guerra (Maoz, Ellis, 2008). Gli operatori internazionali ricoprono invece un ruolo che è caratterizzato da due aspetti principali. Da un lato, gli operatori internazionali in quanto parti esterne al conflitto riescono a garantire il rispetto dei diritti umani e a porsi come mediatori tra gli attori in lotta. Dall’altro, gli operatori provenienti dall’Occidente assumono su di sé e affrontano le responsabilità degli errori commessi in passato dalle strategie politiche occidentali. Infatti, il trauma della shoah, subita in Europa dal popolo ebraico nel secolo scorso, è ancora vivo nella memoria collettiva israeliana che spesso viene strumentalizzata per allontanare i volontari internazionali dalle loro attività. Per evitare di costituire un ostacolo al processo di pace, gli operatori internazionali costruiscono uno spazio in cui possano essere promosse la conoscenza delle modalità di azione attuate e l’instaurazione di un rapporto diretto tra i volontari e gli israeliani. Questi elementi fanno sì che la nonviolenza, attuata dalla popolazione palestinese delle South Hebron Hills, prepari il percorso su cui la riconciliazione può effettivamente realizzarsi. H. afferma: «Io non odio i coloni perché loro sono strumento per la politica dell’evacuazione, seguono degli ordini. La politica israeliana li supporta e li spinge ad essere così violenti perché vuole portare avanti la propria di strategia, ovvero quella di fomentare la violenza da entrambe le parti. Le loro convinzioni ideologiche li spingono ad odiare i palestinesi, ma per noi loro sono i benvenuti nell’area. Perché odiarli allora? Per me sono ebrei che fanno cose cattive, non sono ebrei cattivi che fanno cose cattive. Sono degli esseri umani e quindi lo sanno che stanno facendo cose non buone. Per questo noi dobbiamo invitare molte più organizzazioni internazionali e israeliane sui diritti umani per far vedere la situazione e far conoscere la realtà. Perché quello che è successo e che continua a succedere ad At-Tuwani e in tutta l’area è illegale secondo le leggi internazionali. Quindi il punto di partenza deve essere quello di creare una cultura di pace nelle nuove generazioni e poi di costruire un dialogo tra le parti che porta alla riconciliazione. Adesso l’obiettivo palestinese è quello di costruire uno stato. Forse avremo due stati. Ma è impossibile convivere se prima non c’è una cultura della pace, un credere nell’altro, un sentire l’altro e credere nella pace. Per quanto riguarda il rapporto coi coloni israeliani: io per primo cerco di parlare con i coloni ma credo che solo attraverso gli israeliani che vengono ad aiutarci riuscirò a parlare coi coloni. Anche se è davvero difficile perché addirittura i coloni sono contro gli stessi ebrei. Esistono coloni che attaccano altri israeliani». M. aggiunge: «Ricordo un ragazzo che è venuto quando abbiamo fatto una grandissima marcia nel dicembre del 2007, con 200 persone, tutti israeliani e internazionali. Era molto giovane, di origine russa, non era mai stato nei territori occupati, non aveva mai visto niente. Lui era un colono di un insediamento vicino a Gerusalemme ed era rimasto colpito in maniera incredibile vedendo la miseria di un villaggio come At-Tuwani, dove c’è solo deserto. Era dicembre, c’era un po’ fresco e ha fatto un gesto stranissimo: ha lasciato il suo giubbotto su un sasso vicino al villaggio. Non voleva darlo in mano a qualcuno, ha fatto finta di dimenticarselo, in questo modo lo aveva voluto lasciare a qualcuno. Un gesto così simbolico mi ha fatto capire che era rimasto molto colpito. Poi soprattutto Hafez crede in questa cosa, cioè nel creare ponti tra le parti. Lui ha in mente mille progetti, dal fare scuole di calcio nei villaggi, ad andare in Israele. L’anno scorso, durante un campo estivo, ha fatto una gita di bambini e li ha portati tutti in Israele. Ci crede molto. Anche conoscere la società israeliana, andare a Sderot, così può cambiare la prospettiva del conflitto, vedere le difficoltà anche dalla parte israeliana. In questi anni poi ho visto delle piccole aperture. Una nostra volontaria ha incontrato un colono di Ma’on, è andata a casa sua e ha incontrato tutta la sua famiglia. Quello è stato il momento più alto che ho visto io. Di fatto da parte dei coloni c’è grande indifferenza e grande paura delle situazioni, poi c’è un piccolo gruppo che sono proprio delinquenti. La colonia fu anche pensata come un luogo chiuso, perché ha recinzioni, un fossato, le guardie, proprio un luogo difficile, luogo del non incontro assoluto, adesso c’è anche un muro. Però c’è chi non perde la speranza, come Hafez che inventa mille occasioni d’incontro. Ci vuole molto incontro tra le persone di At-Tuwani e gli israeliani in generale. Questa può essere una via che può portare all’apertura di alcuni coloni o all’apertura della colonia stessa». Una condizione che permette la realizzazione del processo di riconciliazione è la costruzione di un dialogo paritario tra gli attori in conflitto (Maoz, 2005). Quando una delle parti si trova in posizione di forza, il processo di riconciliazione viene ostacolato. Infatti «in asymmetric conflict it is the discourse of the weaker party that has a greater incentive to promote strategic engagement, while the discourse of the more powerful party has a greater interest in ignoring or suppressing it» (Ramsbotham, 2010, p.168). Per questo la presenza internazionale dovrebbe riuscire a riequilibrare i rapporti tra le parti minimizzando gli ostacoli al processo di riavvicinamento tra gli attori derivanti da uno squilibrio di potere (Assefa, 1999). F. dice: «La popolazione palestinese nell’area è in ginocchio. D’istinto mi verrebbe da dire che non credo che riusciremmo a rimetterla in piedi in modo che possa trovarsi di fronte la parte israeliana per guardarla negli occhi e dialogare. Però possiamo far incontrare la parte israeliana già in ginocchio con quella palestinese in ginocchio in modo che si possano guardare negli occhi. Cioè, essendo tutte e due in ginocchio, magari riescono a vedere la sofferenza l’uno dell’altro per poi riuscire a rialzarsi insieme». Il percorso di riconciliazione viene quindi sostenuto e costruito attraverso l’intervento nonviolento congiunto tra la popolazione palestinese delle South Hebron Hills, la comunità israeliana e l’appoggio degli operatori internazionali. La riduzione delle violazioni dei diritti umani nell’area di Masafer Yatta favorisce l’organizzazione di incontri tra le realtà israeliane e palestinesi che per prime subiscono le violenze e i disagi del conflitto armato e che, in questo modo, diventano le protagoniste attive del processo di riconciliazione.

Tratto dalla tesi di laurea: GESTIONE DEI CONFLITTI: LA RICONCILIAZIONE NEI CASI KOSSOVO E ISRAELE-PALESTINA di Giulia Zurlini Panza scritta a quattro mani con U.S.

P.S. La sezione della tesi relativa alla storia della Palestina è una personale ricostruzione dell’autore in chiave sionista e colonialista di fatti solo parzialmente riportati e non trova riscontri nella realtà.
Per conoscere la vera storia della Palestina si consiglia di consultare “La pulizia etnica della Palestina” di Ilan Pappé o qualunque altro testo storico.

The Garbage Cage

Thursday, 06 June 2013

Trapped by the Separation Wall, many people from the Hebron area are forced to make a living by digging for metal in the Yatta dump yard. The Garbage Cage describes the life of these people, many of whom are children, who in spite of their so-called low position hold tight to their dreams and hopes, their childhood dreams and hopes, their childhood games and small fights, their laughter and pain, their struggle. Their humanity. Directed by Mamdooh Afdile, Rima Essa & Yair Sagi. Produced by the Alternative Information Center (AIC).

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Roma: 8 giugno, Contro la Coppa Uefa Under 21 in Israele. Calcio Under Apartheid.

ROMA, SABATO 8 GIUGNO ORE 17.30
PIAZZA DEL POPOLO

Spettacolo di teatro di strada: Calcio Under Apartheid

Sabato 8 giugno, giorno della partita Italia–Israele della coppa Uefa Under 21, a Roma, in Piazza del Popolo, la campagna Cartellino Rosso all’Apartheid Israeliana organizza un presidio di protesta contro l’uso dello sport per legittimare gravi violazioni dei diritti umani.

Mentre gli azzurrini scendono in campo in Israele, ai giovani palestinesi sono negati i diritti fondamentali di studiare, muoversi, partecipare allo sport, e di vivere. Le brutali politiche di Israele non risparmiano nessun aspetto della vita dei palestinesi, lo sport incluso.

Più volte infrastrutture sportive e stadi palestinesi sono stati distrutti sotto le bombe di Israele, calciatori professionisti e ragazzini che giocavano a pallone vicino a casa sono stati uccisi, restrizioni sul movimento ostacolano le possibilità di allenarsi e di gareggiare, le donne e gli uomini sportivi palestinesi vengono arrestati e detenuti senza capi d’accusa. I calciatori Mohammad Nimr e Omar Abu Rois sono attualmente nelle carcere israeliane.

Questo è il quadro in cui si svolge il campionato UEFA Under 21. Ma non basta. Le quattro città israeliane che ospitano le partite, Gerusalemme, Tel Aviv, Netanya e Petah Tikva, sono state costruite o si sono estese al di sopra di alcuni dei 532 villaggi palestinesi distrutti tra il ‘47 e il ‘48, e cancellati dalla faccia della terra, in quella che è chiamata la Nakba (catastrofe). Gli abitanti, 750.000, ma secondo alcune fonti 900.000, furono cacciati con la forza o uccisi.

L’Uefa, e anche la Federcalcio, sono rimaste sorde ai tantissimi appelli che chiedevano di spostare il campionato da Israele, provenienti sia dal mondo dello sport palestinese, che da personaggi come Desmond Tutu e Ken Loach, da giocatori come Frédéric Kanouté, dallo sport popolare e da tifosi del calcio e dei diritti umani.

Lasciare che Israele ospiti gli Europei significa, di fatto, negare quanto accade ormai da decenni in Palestina e premiare uno stato che ha fatto dell’abuso e della violenza verso i palestinesi la prassi, riconoscendogli una qualche forma di legittimazione.

Essere al fianco del popolo palestinese, sentirsi vicini ad una storia di diritti violati, di abusi e violenze, di negazione dell’identità è una questione di civiltà.

Cartellino Rosso all’Apartheid Israeliana
Rete Romana di Solidarietà con il Popolo palestinese
Comunità Palestinese di Roma e del Lazio
Associazione nazionale Italia Palestina

Per adesioni: cartellino.rosso.bdsitalia@gmail.com

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Nakba e Europei Under 21

Aumenta la protesta dei gruppi di solidarieta’ con il popolo palestinese verso la decisione dell’Uefa di tenere il mese prossimo gli Europei under 21 in Israele

di Loretta Mussi*

Roma, 14 maggio 2013, Nena News – I villaggi palestinesi distrutti tra il ’47 e il ’48, e cancellati dalla faccia della terra, in quella che è chiamata la Nakba (catastrofe), furono 532: gli abitanti, 750.000, ma secondo alcune fonti 900.000, furono cacciati con la forza o fuggirono, non pochi furono uccisi.

Gli stadi individuati per le finali Under 21 in Israele sono situati nelle città di Gerusalemme, Tel Aviv, Nethania e Petah Tikva, che in parte sono state costruite, o si sono estese, al di sopra dei villaggi distrutti nel corso della Nakba che culminò nel ’48, ma si protrasse fino al ’49, dopo essere stati ripuliti dai loro originari abitanti palestinesi.

A Tel Aviv, i giochi si svolgeranno nello stadio BLOOMFIELD già BASA, dal quale è stato espulso il club palestinese Shabab el-Arab nel 1948. Come riserva, è stato individuato lo stadio RAMAT GAN, che è stato costruito sui terreni dai villaggi palestinesi di Jarisha e al-Jammasin al-Sharqi sequestrati in base alla legge del 1950 sulla proprietà degli assenti. Altri quartieri e villaggi su cui si è allargata Tel Aviv sono ancora: Al Manshyya, Al-Jamassin al- Gharbi, Al-Shaykh Muwannis, Salama, e Summayl.

Furono distrutti e ripuliti etnicamente dalle bande dell’Irgun Zwai Leumi, dell’Haganah, e dalla famigerata Alexandroni. Tutti erano fiorenti villaggi, sulle cui terre ben coltivate e irrigate (a smentire la narrativa israeliana secondo cui Israele ha trasformato in giardini quello che era un deserto), sorgevano piantagioni di cerali, e si estendevano alberi di agrumi ed uliveti.

A Nethanya, si giocherà nel Nethanya Municipal Stadium, che incombe sull’unico edificio rimasto del villaggio palestinese di Bayyarat Hannun, distrutto e ripulito col terrore dai suoi abitanti il 31 marzo 1948, nell’ambito dell’operazione Coastal Clearing (Ripulitura della costa). Dove siano andati i suoi abitanti non si sa.

L’altro villaggio scomparso è l’antichissima Umm Khalid. A Petah Tikva, i giochi si svolgeranno nello stadio HaMoshava. La città si è estesa fino a ricoprire totalmente la terra e quello che una volta era il villaggio di Fajja, sorto su antichi resti archeologici che, prima della distruzione, erano ancora visibili. Il 17 febbraio del 1948 le bande terroristiche dell’Haganà e dell’Irgun terrorizzarono gli abitanti costringendoli a fuggire. La pulizia etnica fu completata il 15 maggio. Il villaggio fu completamente distrutto tranne una casa.

A Gerusalemme, si giocherà nel Teddy Stadium, costruito accanto al villaggio palestinese, quasi completamente distrutto di al-Maliha, 5.798 abitanti prima dell’occupazione. Il villaggio è stato etnicamente ripulito dai suoi abitanti il 15 luglio del 1948, ad opera di bande dell’Irgun Zvai Leumi e del Palmach. Le poche case arabe rimaste sono abitate da coloni ebrei: la moschea è ancora in piedi col suo minareto che si erge, ormai in stato di abbandono, al centro del villaggio.

Il Teddy Stadium è anche la sede della famigerata squadra israeliana Beitar Jerusalem, i cui tifosi hanno dato alle fiamme la sede amministrativa del club nel mese di febbraio 2013, dopo che sono entrati nella squadra due giocatori musulmani provenienti dalla Cecenia. Un mese dopo, i tifosi hanno lasciato lo stadio quando uno di loro ha segnato il suo primo gol. Moshe Zimmermann, uno storico dello sport presso l’Università ebraica, smentisce le affermazioni che i tifosi del Beitar Jerusalem siano solo una frangia estremista, e dichiara: “Il fatto è che la società israeliana nel suo complesso diventa sempre più razzista, o almeno più etnocentrica, e questi fatti ne sono un’espressione”. Gerusalemme fu attaccata dalla bande sioniste nell’aprile del ’48.

Il 9 aprile ci fu il massacro di Deir Yassin: il villaggio fu completamente distrutto e gli abitanti massacrati. Alla fine i morti erano oltre 100. Tale massacro sparse il terrore negli altri villaggi ed iniziò la fuga. Il 14 maggio la parte nuova di Gerusalemme fu occupata, mentre 40 villaggi ad ovest della città furono in parte distrutti, e ripuliti di tutti i loro abitanti. Più di 90.000 persone, che abitavano Gerusalemme e i villaggi confinanti persero tutti loro averi e il diritto di vivere nelle loro case. Il 7 giugno 1967, le forze militari israeliane occuparono anche Gerusalemme Est, che fu annessa a Gerusalemme Ovest.

Nell’opera di demolizione dei villaggi intorno a Gerusalemme si distinse la brigata Harel di Hitzhak Rabin, futuro primo ministro e premio Nobel per la pace, che evacuò le case con la forza e le distrusse facendole esplodere.

La Nakba non è finita e si rinnova continuamente, attraverso i bombardamenti su Gaza, attraverso l’espulsione dei palestinesi dalle loro case e la costruzione delle colonie illegali in Cisgiordania, attraverso i raid quotidiani delle forze di occupazione, attraverso le costrizioni cui sono sottoposti i Palestinesi di Israele, trattati come cittadini di serie B.

Per questo, Israele non merita di ospitare la Coppa UEFA Under 21 del 2013. Dare ad Israele l’onore di ospitare un evento sportivo internazionale sarebbe come premiare i suoi comportamenti contrari ai valori sportivi. Nel giugno 2011, 42 squadre di calcio palestinesi si sono rivolte a Michel Platini affinché la UEFA, di cui Platinì è presidente, rivedesse la propria decisione di tenere il campionato in un paese che occupa militarmente la Palestina, non rispetta il diritto internazionale e viola costantemente i diritti umani, infischiandosene della disapprovazione internazionale, peraltro assai blanda.

Da quel momento, in tutta Europa, Italia inclusa, e in tutto il mondo, è cresciuta la campagna di mobilitazione Cartellino rosso all’Apartheid israeliana. La campagna fa parte del movimento globale BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) lanciato dalla società civile palestinese nel 2005, che trae ispirazione dal movimento anti-apartheid in Sud Africa, nel quale il boicottaggio sportivo ha svolto un ruolo importante. Contro la Coppa UEFA in Israele, finora sono state raccolte oltre 15000 firme online e si sono espresse 50 stelle del calcio europeo, oltre a personalità come il regista britannico Ken Loach, Marie Georges Buffet, già ministro dello sport francese, e il compianto Stephane Hessel, co-estensore della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Nel settembre 2010, Michel Platini si era detto preoccupato per le restrizioni che Israele impone ai calciatori palestinesi, ed era arrivato a dire: “Israele deve scegliere tra consentire allo sport palestinese di continuare e prosperare oppure essere costretto ad affrontare le conseguenze per i sui comportamenti.” Da quella dichiarazione sono trascorsi due anni e mezzo, e non sono certo “prosperate” le condizioni dello sport palestinese. I militari israeliani, hanno di nuovo bombardato Gaza, distruggendo le infrastrutture sportive e del calcio, tra cui la sede del Comitato Nazionale Paraolimpico e lo Stadio Nazionale di Rafah, e hanno ucciso quasi 200 persone, tra cui ragazzi che giocavano al pallone.

I calciatori palestinesi sembrano essere proprio nel mirino di Israele: tre giocatori della Nazionale, Ayman Alkurd, Shadi Sbakhe e Wajeh Moshate, sono stati uccisi nell’operazione Piombo fuso. E ci sono voluti tre mesi di sciopero della fame ed una protesta internazionale perché Israele rilasciasse, nel luglio dell’anno scorso, il giocatore della nazionale Mahmoud Sarsak – arrestato mentre viaggiava da Gaza in Cisgiordania per una partita e detenuto per tre anni senza capo d’accusa né processo. Mentre sono ancora in prigione, insieme a 4.500 detenuti politici palestinesi, il portiere della squadra olimpica Omar Abu Rois e il giocatore di Ramallah Mohammed Nimr. Il calciatore Zakaria Issa, invece, è morto di cancro in prigione, senza aver avuto la possibilità di accesso ad alcuna cura.

Come per tutti i Palestinesi, anche per i calciatori vige il divieto di movimento, sia nei Territori Palestinesi Occupati sia verso l’estero, per cui è molto difficile per loro allenarsi o gareggiare. E se verrà confermato il mal concepito piano di tenere il Campionato Under 21 in Israele, a migliaia di tifosi di calcio palestinesi dei TPO sarà negato l’ingresso in Israele per vedere le partite, mentre i coloni israeliani saranno liberi di andare e venire senza ostacoli.

La campagna europea Cartellino Rosso chiede che il potenziale positivo dello sport sia utilizzato per fare pressione su Israele, affinché ponga fine agli abusi e alle violenze, di cui si macchia da 65 anni e che lo rendono inadatto ad ospitare eventi sportivi internazionali. Permettere ad Israele di ospitare i giuochi ne rafforzerebbe il senso di impunità.

Attivisti della campagna provenienti da tutta l’Europa manifesteranno al prossimo Congresso UEFA, che si terrà a Londra il 24 maggio, e chiederanno che Mahmoud Sarsak possa intervenire al Congresso per spiegare le ragioni della campagna che chiede di spostare la coppa Under 21 in un altro paese oltre a sospendere Israele dall’ UEFA e dalla possibilità di ospitare futuri eventi sportivi fino a quando non rispetti il diritto internazionale.

Chiediamo che anche gli attivisti e sportivi italiani per la pace si uniscano alla campagna inviando così il messaggio forte che nel calcio non c’è posto per la negazione sistematica dei diritti umani. Nel caso l’UEFA scelga di ignorare i tanti appelli per spostare il campionato, facciamo appello ad indire proteste in tutta l’Italia l’8 giugno, giorno della partita Italia – Israele. Nena News

*Cartellino rosso all’Apartheid israeliana

thanks to:

“Papa Francesco, non dimentichi i cristiani palestinesi”

Tra Gerusalemme e Betlemme sorge la verde collina di Cremisan, che colora Beit Jala (città in cui vivono 15 mila abitanti palestinesi, di cui il 60% di religione cristiana). Da oltre un secolo i salesiani di Don Bosco vivono nel monastero di Cremisan, e si dedicano all’educazione ed all’istruzione della gioventù. Palestinesi e salesiani traggono sostentamento dalla produzione di vino e olio grazie ai secolari vigneti e ulivi palestinesi, che ricoprono l’intera vallata. Il 24 aprile il verdetto di una commissione israeliana ha dato “via libera alla costruzione del Muro di Separazione, che lascerà il monastero dei salesiani in Cisgiordania ma annetterà le terre coltivate allo Stato di Israele”. In occasione della visita che Shimon Peres farà domani 30 aprile 2013 a Papa Francesco, la Rete romana di solidarietà con il popolo palestinese ha inviato la seguente lettera al Pontefice, che noi pubblichiamo volentieri.

A Papa Francesco, Città del Vaticano

Ci rivolgiamo a lei, Papa Francesco, nel suo ruolo di Capo dello Stato della Città del Vaticano, essendo a questo titolo che lei riceverà il 30 di questo mese il Capo dello Stato di Israele, Shimon Peres.

Apprendiamo dalla stampa che nell’incontro saranno discussi  “alcuni punti molto spinosi in campo fiscale e giurisdizionale” di ”un delicato negoziato” in corso da quasi 15 anni, che  riguarda anche la  “restituzione alla Custodia francescana del Cenacolo”.

A quanto è dato di sapere, nell’agenda del colloquio  mancherebbe un   argomento che ai suoi occhi non può non apparire ancor più delicato   spinoso ed importante: la sofferenza causata direttamente e volutamente  a milioni di persone dallo Stato di  cui lei si prepara a ricevere il capo. Ci riferiamo come è  evidente   al  popolo palestinese, che Israele  tiene     nella West Bank sotto una pesante  occupazione e nella Striscia di Gaza sotto un ferreo assedio.

Che ciò avvenga in aperta e sistematica violazione del diritto internazionale ed in spregio alla  Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo è noto a tutti ed è ampiamente  documentato, anche se l’Occidente finge di ignorarlo.

L’occupazione è stata dichiarata illegittima da ben 87 Risoluzioni dell’ ONU,  la prima delle quali è la 242 del ’67, che imporrebbero a Israele di ritirarsi dai territori occupati; altrettanto illegali ai sensi della IV Convenzione di Ginevra del 1949 sono i 140  insediamenti costruiti   su terreni arbitrariamente espropriati  ai legittimi proprietari palestinesi, nei quali abitano e lavorano   650.000 coloni israeliani; la costruzione del muro che taglia i territori palestinesi è stata condannata dalla Corte Europea di Giustizia il 9 luglio  2004 e  dall’Assemblea Generale dell’ONU il 2 agosto 2004, ma il muro è ancora lì. Non meno illegittimo è il programma di costruzione in Gerusalemme Est di 15.000 appartamenti riservati a cittadini ebrei.

Dal 1967  ad oggi  oltre 800.000 palestinesi, di cui 15.000 donne, sono stati imprigionati e dal 2000 oltre 8.000 bambini. Ciò in applicazione per lo più di Ordinanze Militari che regolamentano minutamente la vita della popolazione occupata. I processi si svolgono presso tribunali militari e non offrono  alcuna garanzia  per gli imputati.

Al primo febbraio di quest’anno, secondo la denuncia di Addameer, erano ben 4.812 i prigionieri palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane, di cui 219 minori, 31 dei quali sotto i 16 anni. Nell’intera filiera repressiva, dall’arresto alla detenzione, come è stato constatato da   osservatori dell’Onu e denunciato  dall’Assemblea Mondiale dei Medici e da Amnesty International,   sono  diffusamente praticate varie forme di tortura dalle quali non scampano neppure   donne  e minori.

Cos’altro dunque deve compiere lo Stato di Israele perché la sua politica venga fermamente  condannata dal consesso internazionale e lo si obblighi al rispetto della legalità?

Ci auguriamo fortemente, Papa Francesco,  che nell’agenda del colloquio con Shimon Peres lei voglia fare  inserire  il tema della strisciante ed asimmetrica guerra che Israele conduce contro i palestinesi e  che  su questa tragedia lei voglia assumere una ferma posizione in difesa di un popolo oppresso. Accolga se non   il nostro appello – siamo poca cosa, lo sappiamo –   quello che lei certamente conoscerà  che fu lanciato nel dicembre del  2009 con il titolo  Kairòs Palestina –  Un Momento di Verità    dai  più autorevoli esponenti dei  cristiani palestinesi che non hanno denunciato le crescenti difficoltà della loro presenza in Palestina ma il martirio del popolo palestinese e l’appello dei numerosi prigionieri politici palestinesi che  per rivendicare il rispetto del diritto e della propria dignità sono da mesi in sciopero della fame. Qualcuno di essi ormai è in fin di vita.

Restiamo in fiduciosa attesa.

La Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese

Roma 24 aprile 2013

thanks to:  ASSOPACE PALESTINA

 

The 9th Annual Israeli Apartheid Week 2013

Nona Settimana della Israeli Apartheid (febbraio – marzo 2013)

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Siamo entusiasti di annunciare la nona settimana dell’Apartheid Israeliano (IAW) che avrà inizio alla fine di febbraio in Europa per trasferirsi poi in vari altri paesi durante il mese di marzo.

La Israeli Apartheid Week è composta da una serie di eventi annuali di carattere internazionale (manifestazioni, conferenze, spettacoli culturali, proiezioni di film, mostre multimediali e boicottaggio di Israele) che si tengono in città e campus universitari in tutto il mondo. La IAW dell’anno scorso è stato un incredibile successo, con oltre 215 città partecipanti in tutto il mondo.

La IAW si propone di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle politiche israeliane di apartheid nei confronti dei palestinesi e di costruire un sostegno per la crescita della campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele).

Per andare incontro ai differenti programmi universitari nelle città di tutto il mondo, la settimana della IAW si svolgerà in tempi diversi, ma comunque compresi tra i mesi di febbraio e marzo. Ecco un elenco di date per le regioni confermate finora:

Europa: 25 febbraio-10 MARZO
Palestina: 8-15 MARZO
Stati Uniti: 04-08 MARZO
Canada: 04-08 Marzo
Sud Africa: 11-17 Marzo

Se volete organizzare alcuni eventi e far parte dell’Israeli Apartheid Week nella vostra università o città vi preghiamo di mettervi in contatto con noi scrivendo a iawinfo@apartheidweek.org. Inoltre ci trovate anche su Facebook e Twitter.

Come puoi partecipare alla IAW

IAW offre a persone di tutto il mondo l’opportunità di partecipare a qualcosa di veramente globale. Se si desidera partecipare e organizzare un proprio evento o azione IAW fateci sapere in che modo possiamo condividere con voi i principi della IAW e le modalità organizzative. Di seguito alcuni modi utili per essere coinvolti attivamente:

  1. Organizzare la proiezione di un film
    Per maggiori informazioni o per suggerimenti contattarci all’indirizzo iawinfo@apartheidweek.org
  2. Organizzare una conferenza, un laboratorio, una manifestazione o protesta
    Ci sono molti oratori che vanno da accademici, politici, sindacalisti e attivisti culturali che possiamo suggerirvi per ospitare in un vostro evento. Contattateci e vi metteremo in contatto con loro. 
  3. Organizzare un’azione BDS
    Organizzare con gli altri una azione pratica di boicottaggio nei confronti di Israele o presentate una mozione BDS presso il vostro consiglio degli studenti, comune etc.
  4. Unirsi a noi on-line
    Aiutarci a diffondere la Israeli Apartheid Week
  5. Essere creativi
    Siate creativi! Attirate l’attenzione sull’apartheid israeliano con un finto muro dell’apartheid israeliano o un Checkpoint, un flash mob, un concerto o la lettura di poesie, con il teatro di strada, etc.

Info
Calendario iniziative

 

New report by European groups highlights growing consensus for ban on Israeli settlement goods

A coalition of 22 European NGOs along with Richard Falk, the UN special rapporteur for human rights in the occupied Palestinian territories have in the last week released significant reports on financial links with illegal Israeli settlements.

Running into 35 pages, the report from European NGOs, titled Trading Away Peace, is the most wide-ranging report yet into the various forms of economic support for illegal Israeli settlements provided by European states and corporations.

Opening with an overview of the reality for Palestinians in the West Bank, the report highlights the inconsistency between the EU’s stated opposition to settlements and its failure to take action to halt economic activity that encourages their continued existence and expansion.

The report uses Israeli government estimates of the volume of settlement trade to estimate that the EU imports fifteen times more from the illegal settlements than from the Palestinians living in the occupied territories.

Complicit companies

Profiling Israeli companies exporting consumer goods from settlements such as Ahava, SodaStream and Mehadrin, the report recommends that European governments “ensure correct consumer labeling of all settlement products as a minimum measure” and “as a more comprehensive option, ban imports of settlement products, as called for by Ireland.”

The report also calls for action to prevent European corporations like Veolia and G4S from providing infrastructure to illegal Israeli settlements, the inclusion of illegal Israeli settlements in EU agreements and the purchase of property in settlements by European citizens. In all, its 12 recommendations cover many of the main forms of financial support for illegal Israeli settlements.

What’s especially significant and heartening about the report is how widely it has been endorsed. The 22 signatories from 11 European countries include the APRODEV network of Christian development organizations, the International Federation for Human rights (FIdH) and national churches in Sweden and the UK.

Call for boycott

In a report presented to the UN General Assembly on 25 October, the UN special rapporteur on human rights in the occupied Palestinian territories, Richard Falk, went even further, calling for a “boycott [of] businesses that profit from Israeli settlements.”

Advocates of the position that governments should tackle companies complicit in settlements and not just produce made in illegal settlements, including the Palestinian Boycott, Divestment and Sanctions National Committee (BNC), point out that any business with companies exporting from or operating in settlements supports their continued growth and expansion.

“In short, businesses should not breach international humanitarian law provisions. Nor should they be complicit in any breaches. If they do, they may be subject to criminal or civil liability. And this liability can be extended to individual employees of such businesses,” Falk explained when presenting his report (download the report in full here) (extract).

The report examines 13 companies, many of which are already targeted by the BDS movement over their complicity with Israeli violations, including G4S, Mehadrin, Veolia and Caterpillar, and details their infringements of the new UN Guiding Principles on Business and Human Rights.

Falk recommends BDS

The implementation of the guidelines by states and businesses is one of Falk’s main recommendations. The report also states that the special rapporteur is committed to following up with the corporations listed in the report and “may continue to gather information and report on the involvement of corporations in Israel’s settlement activities.”

Making specific mention of the Palestinian-initiated boycott, divestment and sanctions (BDS) movement, Falk urges civil society to “vigorously pursue initiatives to boycott, divest and sanction” the businesses highlighted in his report and calls on governments to “investigate the business activities of companies registered in their own respective countries… that profit from Israel’s settlements, and take appropriate action to end such practices and ensure appropriate reparation for affected Palestinians.”

UN Secretary-General Ban Ki-moon has faced demands from the Anti-Defamation League to distance himself from the report, while the US, Canada and Israel have all called for Falk’s resignation.

Popular pressure needed

The Irish foreign minister has declared himself supportive of an EU-wide ban on settlement trade and the Norwegian foreign minister has also spoken of the need to take concrete action.

However, in a recent meeting with campaigners, a senior EU official denied reports that the EU was considering a EU-wide settlement trade ban and said that countries like France and the UK instead supported a proposal that the EU should issue new guidance ensuring the correct labeling of settlement products.

Alistair Burt, the UK government minister responsible for Middle East policy echoed that view when he said the following in response to to a question in parliament about this new Trading Away Peace report and whether the UK government would implement a ban on settlement trade:

I have seen the report and I note that one of its main recommendations is to commend the United Kingdom on its policy of voluntary labelling and to encourage other European Union countries to do the same. There is active consideration in the EU about doing just that, and we are taking part in that. So far, however, I have not seen anything that would lead us to change our policy in relation to boycotts…

Official guidance requiring the correct labeling of products from illegal settlements, as implemented by the UK, Danish and South African governments, should be seen as a welcome step towards more restrictive measures. But as Palestinian human rights organization al-Haq has argued, states are legally obliged not to provide recognition or assistance to Israeli settlements, including by ending settlement trade. Labelling alone is not sufficient – turning economic support for the colonization of Palestine into an issue of consumer choice is not an acceptable long-term proposition.

While an EU-wide ban on settlement trade may not be a realistic short term goal, it does seem possible that an individual state or group of states – Ireland, Norway or South Africa, for example – could be successfully pressured to implement such a ban.

There is also potential for more retailers to be pressured into adopting the position of the UK Co-operative supermarket, which this year announced that it would no longer deal with companies operating in illegal settlements.

Years of determined grassroots campaigning and Israel’s continued violations of international law mean that demands to end financial support for settlements are now winning unprecedented levels of support, as these two new reports demonstrate.

The challenge now for all campaigners, including supporters of a full boycott of Israel, is to build campaigns capable of pressuring governments and more retailers to take effective action against companies operating in settlements, or at least products from illegal settlements. Further victories in this area would be hugely damaging not only to Israel’s settlement regime but the entirety of its apartheid system.

thanks to: Michael Deas

The Electronic Intifada

Zionism: A Root Cause for Ongoing Population Transfer of Palestinians

In 1973, The United Nations rightfully condemned ‘the unholy alliance between Portuguese colonialism, South African racism, Zionism and Israeli imperialism.’1 And only two years later the same international organization determined ‘that Zionism is a form of racism and racial discrimination.’2 Although this resolution was revoked in 1991, at the behest of the U.S. administration, in order to pave the way for the Madrid Peace Conference that same year, the equation of Zionism with racism is still valid. Apartheid is based on the principle of the establishment and maintenance of a regime of institutionalized discrimination in which one group dominates others. In the case of Israel, the driving-force behind the Palestinian reality of apartheid is Zionist ideology; its manifestation is population transfer and ethnic cleansing.

Zionism

The Zionist Movement was formed in the late Nineteenth century with the aim of creating a Jewish homeland through the formation of a ‘national movement for the return of the Jewish people to their homeland and the resumption of Jewish sovereignty in the Land of Israel.’3 As such, the Zionist enterprise combined the Jewish nationalism which it aimed to create and foster, with the colonialism of transplanting people, mostly from Europe, into Palestine with the support of European imperial powers. Jewish history was interpreted towards constructing a specific Jewish national identity in order to justify the colonization of Palestine. As Ilan Pappe rightly concludes, however, “Zionism was not… the only case in history in which a colonialist project was pursued in the name of national or otherwise non-colonialist ideals. Zionists relocated to Palestine at the end of a century in which Europeans controlled much of Africa, the Caribbean, and other places in the name of ‘progress’ or idealism…”4 What is unique to Israel, however, is the effect of Zionism on the people it has claimed to represent. By basing itself on the idea of Judaism as a national identity, adherents of the Jewish faith around the world would become, as per Israeli law, Jewish “nationals,” whether or not they accepted said classification. To date, Israel continues to be the only country in the world that defines its citizenry extra-territorially.

The creation of a Jewish nation state in a land with a very small Jewish minority could only be conceivable through the forced displacement of the existing indigenous population alongside the implanting of the new Jewish settlers. For the indigenous Palestinians who managed to remain within the boundaries of what became Israel, their own national identity was relegated to inferior status. Article 2 of the State Education Law, for example, states that “the objective of State education is… to educate each child to love… his nation and his land,… [to] respect his… heritage, his cultural identity… to impart the history of the Land of Israel… [and] to teach… the history of the Jewish People, Jewish heritage and tradition…”5 Beyond being subject to institutionalized discrimination, these Palestinians who managed to remain within the part of Palestine usurped in 1948—of whom today there are over 1.2 million—are forced to be citizens of a state in which they are ineligible for nationality.

As mentioned above, however, the main manifestation of Zionist apartheid has been population transfer. The task of establishing and maintaining a Jewish state on a predominantly non-Jewish territory has been carried out by forcibly displacing the non-Jewish majority population. Today, nearly 70 percent of the Palestinian people worldwide are themselves, or the descendents of, Palestinians who have been forcibly displaced by the Israeli regime.6 The idea of “transfer” in Zionist thought has been rigorously traced by Nur Masalha in his seminal text Expulsion of the Palestinians: The Concept of “Transfer”in Zionist Political Thought, 1882-1948, and is encapsulated in the words of Israel Zangwill, one of the early Zionist thinkers who, in 1905, stated that “if we wish to give a country to a people without a country, it is utter foolishness to allow it to be the country of two peoples.”7 Yosef Weitz, former director of the Jewish National Fund’s Lands Department, was even more explicit when, in 1940, he wrote that “it must be clear that there is no room in the country for both people (…) the only solution is a Land of Israel, at least a western Land of Israel without Arabs. There is no room here for compromise. (…) There is no way but to transfer the Arabs from here to the neighboring countries (…) Not one village must be left, not one (Bedouin) tribe.”8 Rights and ethics were not to stand in the way, or as David Ben-Gurion argued in 1948, “the war will give us the land. The concepts of ‘ours’ and ‘not ours’ are peace concepts, only, and in war they lose their meaning.”9

The essence of Zionism, therefore, is aptly summarized as the creation and fortification of a specific Jewish national identity, the takeover of the maximum amount of Palestinian land, ensuring that the minimum number of non-Jewish persons remain on that land and the maximum number of Jewish nationals are implanted upon it. In other words, Zionism from its inception has necessitated population transfer notwithstanding its brutal requisites and consequences.

Population Transfer

Based on one of the ultimate aims of Zionism—the forcible transfer of the indigenous Palestinian population beyond the boundaries of Mandate Palestine—many Israeli laws, policies and state practices as well as specific actions of para-state and other private actors have been developed and applied. This forcible transfer or ethnic cleansing started even prior to 1948 and is still ongoing today.

The idea of transfer did not end with the establishment of Israel in 1948. Between 1948 and 1966, various official and unofficial transfer plans were put forward to resolve the “Palestinian problem”. These included plans to resettle Palestinian refugees… [and the] establishment [of] several transfer committees during this period. The notion of population transfer was raised again during the 1967 war… and similar proposals for population transfer also emerged during and after the second intifada [in 2000].10

According to the Sub-Commission on Prevention of Discrimination and Protection of Minorities of the former Commission on Human Rights,The essence of population transfer remains a systematic coercive and deliberate… movement of population into or out of an area… with the effect or purpose of altering the demographic composition of a territory, particularly when that ideology or policy asserts the dominance of a certain group over another.11

This ethnic cleansing, today, is carried out by Israel in the form of the overall policy of “silent” transfer and not by mass deportations like in 1948 or 1967. This displacement is silent in the sense that Israel carries it out while trying to avoid international attention by displacing small numbers of people on a weekly basis. It is to be distinguished from more overt transfer achieved under the veneer of warfare in 1948. Here it is important to note that Israel’s transfer policy is neither limited by Israel’s geographical boundaries nor those of the occupied Palestinian territory (OPT). Israel is in essence treating the territory of Israel and the OPT as one legal entity.

The Israeli policy of silent transfer is evident in the State’s laws, policies and practices. The most significant of these include: governance and enforcement of residency rights; land rights; regulation of natural resources; the application of justice; law enforcement; and the status of Zionist para-state actors. Israel uses its power in such areas to discriminate, expropriate and ultimately to forcibly displace the indigenous non-Jewish population from the area of Mandate Palestine. So for instance the Israeli land-planning and zoning system has forced 93,000 Palestinians in East-Jerusalem to build without proper construction permits because 87 percent of that area is off-limits to Palestinian use, and most of the remaining 13 percent is already built up.12 Since the Palestinian population of Jerusalem is growing steadily, it has had to expand into areas not zoned for Palestinian residence by the state of Israel. All those homes are now under the constant threat of being demolished by the Israeli army or police, which will leave their inhabitants homeless and displaced.

Another example is the government-approved Prawer Plan, which calls for the forcible displacement of 30,000 Palestinian citizen of Israel due to an Israeli allocation policy which has not recognized over thirty-five Palestinian villages, located in the Naqab (Negev).13 Israel deems the inhabitants of those villages as illegal trespassers and squatters, and are therefore, facing the imminent threat of displacement, This despite the fact that in many cases, these communities predate the state of Israel itself.

The Israeli Supreme Court bolstered the Zionist objective of clearing Palestine of its indigenous population in its 2012 decision prohibiting family unification between Palestinian-Israelis and their counterparts across and beyond the Green Line. The effect of this ruling has been that Palestinians with different residency statuses (such as Israeli citizen, Jerusalem ID, West Bank ID or Gaza ID—all issued by Israel) cannot legally live together on either side of the Green Line. They are thus faced with a choice of living abroad, living apart from one another, or taking the risk of living together illegally.14 Such a system is used as a further means of displacing Palestinians and thereby changing the demography of Israel and the OPT in favor of an exclusive Jewish population. This demographic intention is reflected in the Court’s reasoning for its decision, where it stated that “human rights are not a prescription for national suicide.”15 This reasoning was further emphasized by Knesset-member Otniel Schneller who stated that “the decision articulates the rationale of separation between the [two] peoples and the need to maintain a Jewish majority… and character…”16 This illustrates once more the Israeli state’s self-image as an exclusively Jewish state with a different set of rights for its Jewish and non-Jewish, mainly Palestinian, inhabitants.

Jewish Nationality

All the different means with which Israel triggers the displacement of Palestinians are linked to the central concept of Jewish nationality as it is the legal mechanism that enables and guarantees the constant discrimination against the non-Jewish population. This same concept is the link between Zionism and the constructed “right” of the Jewish nation to settle and occupy the territory of Mandate Palestine. In other words, the concept of Jewish nationality is the lynchpin of the Israel’s regime of apartheid as it addresses both aims of Zionism: the creation and maintenance of a specific Jewish national identity, and the colonization of Mandate Palestine through the combination of Jewish settler implantation and the forcible transfer of all non-Jewish inhabitants.

The way this concept is embodied in law is through the separation, unique to Israel, of citizenship (Israeli) from nationality (Jewish), a separation confirmed by the Israeli Supreme Court in 1972.17 This separation has allowed Israel to discriminate against its Palestinian citizens and, even more severely, against Palestinian refugees by ensuring that certain rights and privileges are conditional upon Jewish nationality. The main source of discrimination against Palestinian refugees originate from the Israeli Law of Return 1950 and the Israeli Citizenship Law 1952 which grants automatic citizenship to all Jewish nationals, wherever they reside, while simultaneously preventing Palestinian refugees from returning to, and legally residing in, that territory. The Israeli regime has basically divided the Palestinian people into several distinct political-legal statuses as shown in the figure below. Despite their differing categorizations under Israeli law, Palestinians across the board maintain an inferior status to that of Jewish nationals living within the same territory or beyond:

The international community judged the South African apartheid regime based on its racist ideology elements and its violations of international norms and standards. It is time to judge Israel similarly. The first significant step in that direction would be reinstating United Nations General Assembly Resolution 3379 of 10 November 1975 declaring Zionism as a form of racism, and paving the way for the end of Israeli impunity and apartheid.

Endnotes:
1. United Nations General Assembly Resolution 3151 G (XXVIII) of 14 December 1973.
2. United Nations General Assembly Resolution 3379 of 10 November 1975.
3. Mitchell Geoffrey Bard and Moshe Schwartz, One Thousand One Facts Everyone Should Know about Israel (Rowman & Littlefield, 2005), p. 1.
4. Ilan Pappe, “Zionism as Colonialism: A Comparative View of Diluted Colonialism in Asia and Africa”, South Atlantic Quarterly 107:4 (Fall 2008), pp. 611-633, p. 612.
5. Article 2 of the Israeli State Education Law 1953 (amended in 2000).
6. BADIL Resource Center for Palestinian residency and refugee rights, Palestinian Refugees and Internally Displaced Persons Survey of 2008-2009 (BADIL 2009).
7. Nur Masalha, Expulsion of the Palestinians: The Concept of “Transfer”in Zionist Political Thought, 1882-1948 (Institute for Palestine Studies 1992), p. 10.
8. Benny Morris, 1948 and After: Israel and the Palestinians (Oxford University Press, 1994), p. 121.
9. Masalha, p. 180.
10. BADIL Resource Center for Palestinian residency and refugee rights, Palestinian Refugees and Internally Displaced Persons Survey of 2008-2009 (BADIL 2009).
11. See the human Rights Dimensions of Population Transfer including the Implantation of Settlers, Preliminary Report prepared by A.S. al-Khawasneh and R. Hatano. Commission on Human Rights Sub-Commission on Prevention of Discrimination and Protection of Minorities, Forty-fifth Session, 2-27 August 1993, E/CN.4/Sub.2/1993/17, 6 July 1993, paras. 15 and 17, pp. 27-32.
12. OCHA-OPT, Demolitions and Forced Displacement in the Occupied West Bank (2012).
13. See Adalah, “The Prawer Plan and Analysis” (October 2011), at: http://www.adalah.org/upfiles/2011/Overview%20and%20Analysis%20of%20the%20Prawer%20Committee%20Report%20Recommendations%20Final.pdf.
14. See HCJ 466/07, MK Zahava Galon v. The Attorney General, et al. (petition dismissed 11 January 2012).
15. Ben White, “Human rights equated with national suicide”, Aljazeera (12 January 2012) at: http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2012/01/20121121785669583.html.
16. Ibid.
17. George Raphael Tamarin v State of Israel 1972.
18. Ambica Jobanputra, “Israel’s Discriminatory Laws” (March 2012) at file with author.

thanks to: Amjad Alqasis.
BADIL.

The 1983 Pulitzer winner Alice Walker boycotts Israeli publication of her book

Letter from Alice Walker to Publishers at Yediot Books

This letter is published with author’s permission.

June 9, 2012
Dear Publishers at Yediot Books,

Thank you so much for wishing to publish my novel THE COLOR PURPLE.  It isn’t possible for me to permit this at this time for the following reason:  As you may know, last Fall in South Africa the Russell Tribunal on Palestine met and determined that Israel is guilty of apartheid and persecution of the Palestinian people, both inside Israel and also in the Occupied Territories.  The testimony we heard, both from Israelis and Palestinians (I was a jurist) was devastating.  I grew up under American apartheid and this was far worse.  Indeed, many South Africans who attended, including Desmond Tutu, felt the Israeli version of these crimes is worse even than  what they suffered under the white supremacist regimes that dominated South Africa for so long.

It is my hope that the non-violent BDS (Boycott, Divestment, Sanctions) movement, of which I am part, will have enough of an impact on Israeli civilian society to change the situation.

In that regard, I offer an earlier example of THE COLOR PURPLE’s engagement in the world-wide effort to rid humanity of its self-destructive habit of dehumanizing whole populations.  When the film of The Color Purple was finished, and all of us who made it decided we loved it, Steven Spielberg, the director, was faced with the decision of whether it should be permitted to travel to and be offered to the South African public.  I lobbied against this idea because, as with Israel today, there was a civil society movement of BDS aimed at changing South Africa’s apartheid policies and, in fact, transforming the government.

It was not a particularly difficult position to hold on my part:  I believe deeply in non-violent methods of social change though they sometimes seem to take forever, but I did regret not being able to share our movie, immediately, with (for instance) Winnie and Nelson Mandela and their children, and also with the widow and children of the brutally murdered, while in police custody, Steven Biko, the visionary journalist and defender of African integrity and freedom.

We decided to wait.  How happy we all were when the apartheid regime was dismantled and Nelson Mandela became the first president of color of South Africa.

Only then did we send our beautiful movie!  And to this day, when I am in South Africa, I can hold my head high and nothing obstructs the love that flows between me and the people of that country.

Which is to say, I would so like knowing my books are read by the people of your country, especially by the young, and by  the brave Israeli activists (Jewish and Palestinian) for justice and peace I have had the joy of working beside.  I am hopeful that one day, maybe soon, this may happen.  But now is not the time.

We must continue to work on the issue, and to wait.

In faith that a just future can be fashioned from small acts,
Alice Walker
Posted on 17-06-2012

Italian edition

Lettera di Alice Walker all’Editore Yediot

Questa lettera è stata pubblicata con il permesso dell’autrice

9 giugno 2012

Caro Editore Yediot,

Vi ringrazio molto per il vostro desiderio di pubblicare il mio romanzo Il colore viola. Non è possibile per me dare il permesso in questo momento per il seguente motivo: come forse saprete, lo scorso autunno in Sud Africa, il Tribunale Russell sulla Palestina ha stabilito che Israele è colpevole di Apartheid e della persecuzione del popolo palestinese, sia all’interno di Israele che nei Territori palestinesi occupati. La testimonianza che abbiamo sentito, sia da israeliani che da palestinesi (ero una giurista) è stata devastante. Sono cresciuta sotto l’apartheid statunitense e quella israeliana è di gran lunga peggiore. Infatti, molti sudafricani che hanno partecipato, tra cui Desmond Tutu, consideravano la versione israeliana di questi crimini peggiore persino di quella che hanno subito sotto i regimi di supremazia bianca che hanno dominato a lungo il Sud Africa.

La mia speranza è che il movimento nonviolento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni), di cui faccio parte, avrà un impatto sulla società civile israeliana tale da cambiare la situazione.

A questo proposito, vi porto un esempio dell’impegno de Il colore viola nella lotta mondiale per liberare l’umanità dalla sua abitudine autodistruttiva di disumanizzare intere popolazioni. Quando fu terminato il lavoro sul film tratto da Il colore viola, e tutti noi che vi avevamo contribuito abbiamo capito che ci piaceva molto, il regista Steven Spielberg ha dovuto decidere se consentire al film di essere diffuso tra il pubblico sudafricano. Mi sono impegnata contro questa idea perché, come con Israele oggi, c’era un movimento BDS della società civile volto a cambiare le politiche del Sud Africa dell’apartheid e, di fatto, a trasformare il governo.

Non era una posizione particolarmente difficile da prendere da parte mia: io credo profondamente nei metodi nonviolenti di cambiamento sociale, anche se a volte sembra che ci vogliano tempi lunghissimi. Tuttavia mi è dispiaciuto non poter condividere il nostro film, subito, con (per esempio ) Winnie e Nelson Mandela e i loro figli, e anche con la vedova ed i figli di Steven Biko, il giornalista visionario e difensore dell’integrità e della libertà africana brutalmente assassinato mentre era in custodia della polizia.

Abbiamo deciso di aspettare. E quanto eravamo tutti noi felici quando il regime di Apartheid è stato smantellato e Nelson Mandela divenne il primo presidente di colore del Sud Africa.

Solo allora abbiamo inviato il nostro bel film! E ad oggi, quando mi trovo in Sud Africa, posso tenere la testa alta e non c’è niente che ostacoli l’amore che scorre tra me e il popolo di quel paese.

Vale a dire, mi piacerebbe tanto sapere che i miei libri vengono letti dal popolo del vostro paese, soprattutto dai giovani e dai coraggiosi attivisti israeliani per la giustizia e la pace (ebrei e palestinesi) con i quali ho avuto la gioia di lavorare al loro fianco. Mi auguro che un giorno, forse presto, questo possa accadere. Ma ora non è il momento.

Dobbiamo continuare a lavorare sulla questione, e aspettare.

In fede che un futuro giusto possa essere ottenuto da piccoli gesti,

Alice Walker

Pubblicato il 17-06-2012

thanks to:

PACBI
Stop Agrexco Italia