The Palestine Nakba: Decolonising History, Narrating the Subaltern, Reclaiming Memory

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via The Palestine Nakba: Decolonising History, Narrating the Subaltern, Reclaiming Memory — FALASTIN Press

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Perché commemoriamo la giornata della terra?

Di Sulaiman Hijazi. Perché commemoriamo la giornata della terra? Le prime proteste che sarebbero poi state ricordate come “Giornata della Terra” si svolsero il 30 marzo 1976. Il ministero israeliano delle Finanze aveva confiscato 5500 ettari di terra palestinese tra i villaggi palestinesi di Sakhnin e Arraba, in Galilea,  per costruire 8 villaggi industriali sionisti progettati sul terreno sequestrato.

Il 30 marzo del 1976, le città palestinesi dal Negev alla Galilea lanciarono una giornata di proteste nonviolente e scioperi in solidarietà con Sakhnin e Arraba: sei civili palestinesi furono uccisi e più di 100 feriti dalle forze armate e polizia israeliane che repressero violentemente le proteste. Quel giorno, Khair Mohammad Yasin, Raja Husein Abu Ria, Khader Abd Khalaileh, Khadijeh Shawahneh, Mohammad Yousef Taha e Rafat Al Zuheiri persero la vita per difendere i loro diritti. In 300 furono arrestati.

Ogni anno, dal 1976, i Palestinesi ricordano quegli eventi attraverso la Giornata della Terra, o Youm al-Ard, in arabo.

© Agenzia stampa Infopal

Sorgente: Perché commemoriamo la giornata della terra? | Infopal

Gli Israeliani vogliono avere una vita normale. L’unico popolo che può garantirgli questo sono i Palestinesi.

 

al panel “Memorie e Identità”del CONVEGNO L’eredità di Edward Said in Palestina,

TORINO 1-2 MARZO 2018

Aula Magna Campus Luigi Einaudi*

Sono un professore di storia e vedendo qui studenti, non studenti e professori nei banchi, credo che farò una lezione molto storica… è nel mio DNA! Metto da parte le questioni più concettuali e teoriche, e avrò un approccio più storico.

Ho appena firmato un contratto per un libro, che non ho ancora scritto (un errore!), l’unica cosa che so è il titolo che avrà: “Qual è il senso della storia?”. Ho scelto questo titolo perché negli ultimi 30-40 anni c’è stato un grande dibattito tra gli storici e gli accademici, non su cosa sia il senso della storia, ma su cosa sia la storia. Abbiamo distrutto cinque belle foreste in Brasile per farne dei libri su cui scrivere centinaia di pagine, per dire che cosa è la storia, e oggi non ne sappiamo molto di più. Abbiamo avuto delle scuole di pensiero nel 1900, e sono ancora le stesse. Ancora non sappiamo esattamente che cosa è la storia. I relativisti e gli empiristi stanno ancora dibattendo se si può o non si può conoscere esattamente ciò che è accaduto nel passato. Vico soleva dire “Ciò che sapete del passato è in realtà ciò che sapete del presente, non di più.” La maggior parte di noi si colloca nel mezzo tra un punto di vista relativista ed il suo opposto. È tempo di affrontare un altro problema: quale è il significato della storia.

Il motivo è che la questione palestinese è diventata un nodo che riporta ad un problema molto più ampio: che cosa è stata la Palestina negli ultimi 30-40 anni; è diventata un simbolo, o un oggetto di ricerca, di questioni che vanno molto al di là della Palestina stessa, come la giustizia sociale, o la decolonizzazione. Inoltre la Palestina è diventata importante per la discussione di che cosa sia il senso della storia. Noi viviamo in una società e in un ambiente neoliberale e anche l’università è vittima di questo tipo di percezione ideologica ed economica: da un punto di vista neoliberale l’insegnamento della storia è inutile e non molto importante. L’insegnamento della letteratura, la cultura, in generale l’umanesimo non sono considerati molto importanti. In Gran Bretagna, dove insegno, c’è una nuova idea di rendere la laurea in materie umanistiche e in scienze sociali molto più economica di quella in materie scientifiche, perché sono considerate meno importanti, per cui si paga meno per una laurea in sociologia o storia e molto di più per laurearsi in legge o in medicina. Non me lo sto inventando, è ciò che avverrà in Gran Bretagna nei prossimi anni.

Credo sia importante lottare per l’importanza della storia, non solo per il passato, ma per tutti noi. Sappiamo tutti che se c’è un vuoto nella storia, se l’università e gli storici non vengono considerati come una parte essenziale della nostra società, sappiamo da chi verrà colmato questo grande gap nella società: lo si è visto in Italia, dove stanno tornando i nuovi fascisti, quando la storia non viene raccontata correttamente e quando non viene considerata come questione morale: allora ci sono persone che propongono una loro narrazione e creano la base per politiche razziste ed immorali, in questo paese come anche altrove. Perciò credo che dobbiamo lottare per il diritto di parlare dell’importanza della storia e non vi è un altro caso che richieda un così serio approccio quanto il caso della Palestina. Voglio perciò fornirvi un approccio storico alla lotta contro la cancellazione della memoria della Palestina.

Il punto di partenza, che è già stato citato dai due amici che mi hanno preceduto, è che cerchiamo di guardare al sionismo di Israele oggi come ad un progetto di colonialismo di insediamento. Sono sicuro che tutti voi avete già sentito questo termine, colonialismo di insediamento, ma per essere certo che siamo sulla stessa lunghezza d’onda, chiariamo la differenza tra colonialismo e colonialismo di insediamento. Quest’ultimo non è il classico colonialismo. Il colonialismo di insediamento è stato creato dai rifugiati, da quelli che hanno dovuto fuggire dall’Europa con l’aiuto di un altro potere colonialista ed in realtà non volevano tornare in Europa, non cercavano solo una nuova casa, ma una nuova patria. E tra le sfide in cui potevano imbattersi dovunque andassero, in America, Australia, Africa o Palestina, la maggiore era che vi fossero persone che già vivevano là, in un territorio che gli apparteneva, che per loro era invece il territorio dove costruire una propria nuova identità. In molti casi questi incontri con popoli indigeni andarono a finire con il genocidio dei nativi. Nel caso del Sudafrica e della Palestina vi furono la pulizia etnica, l’apartheid, ed altre atrocità che dopo la seconda guerra mondiale sono state considerate crimini di guerra contro l’umanità.

Fin dall’inizio la storia è molto importante per il colonialismo di insediamento. Questo intende dire ai popoli indigeni “inferiori, voi non avete una storia”. Gli indigeni sono stati rimossi dai libri di storia dei coloni, prima ancora di essere espulsi fisicamente dalla loro terra. Per esempio, se considerate i pittori sionisti nelle prime fasi del progetto sionista, alla fine del diciannovesimo secolo – inizio del ventesimo, se leggete le loro poesie o i loro racconti, ma penso che soprattutto la pittura sia significativa, potete vedere che i pittori sionisti guardavano la collina dove noi sappiamo che c’era un villaggio palestinese, ma nel dipinto o nel disegno il villaggio non c’è. Il villaggio è stato fisicamente distrutto nel 1948, ma non c’era già più nel 1910. Si tratta dello stesso approccio, attraverso il disegno, di rimuovere i nativi prima di eliminarli fisicamente che si trova… per chi di voi ha visto il muro israeliano intorno a Gerusalemme, là ci sono dei graffiti israeliani (no, non di Bansky…) di ciò che si può vedere al di là del muro, perché gli israeliani di Gerusalemme si lamentavano di dover passare da una parte all’altra della città attraverso un muro molto brutto, quindi qualcuno ha detto “bene, dipingiamolo e ci disegneremo un paesaggio che sta oltre il muro”, per cui si possono vedere le colline, ma non ci sono villaggi né città palestinesi. In realtà ci sono ancora e noi che abbiamo coscienza sappiamo che è un brutto segno che nei graffiti israeliani sul muro i villaggi che ancora esistono, nel disegno non ci sono, il che significa che loro hanno un piano diverso.

Prendiamo in considerazione il colonialismo di insediamento, non solo quello sionista, ma dovunque. Prima che abbiano il potere di espellere la popolazione indigena, la rimuovono dalla narrazione; ma fanno anche altro, lo sappiamo riguardo agli Stati Uniti. Si appropriano della storia degli indigeni come fosse la propria. Prendono la storia dei palestinesi, dei nativi d’America, degli aborigeni e sostengono che in realtà quella è la loro storia. Questo è parte di un progetto che costringe i nativi, la popolazione locale, a lottare per qualcosa che ai loro occhi è evidente, quindi ci vuole molto tempo prima che i palestinesi si rendano conto che devono difendere qualcosa che a loro appare un concetto naturale. Perché dovevano spiegare alle Nazioni Unite nel 1947 che appartenevano alla Palestina? Perché la popolazione di Torino dovrebbe spiegare all’Unione Europea che fa parte di Torino? È un esercizio inutile. Eppure ai palestinesi venne chiesto dalle Nazioni Unite nel 1947: ‘Diteci, siete voi il popolo della Palestina?’ Risposero ‘Sì, noi siamo palestinesi, siamo il popolo della Palestina.’

‘Sì, ma voi non lo avete articolato bene, perché ci sono i sionisti che hanno detto di essere loro il popolo della Palestina.’ Con un’assenza di 2000 anni, è vero, ma …

Questa sorta di de-indigenizzazione, o di negazione dell’identità indigena dei nativi, la pretesa che la loro storia sia la vostra, è una potente azione di cancellazione e ridefinizione della memoria e dobbiamo capire che la difesa della memoria inizia dal primo momento in cui un colono ebreo venne in Palestina alla fine dell’800.

I coloni ebrei, soprattutto quelli arrivati con la seconda ondata, tra il 1905 e il 1920, divennero il gruppo dal quale più tardi nacque la leadership israeliana fino al 1990, forse fino ad oggi. Molti di loro sono morti, ma la maggioranza di coloro che hanno impostato il sistema politico ed economico israeliano erano arrivati in quell’ondata, ciò che chiamiamo in ebraico la seconda Aliyah, la seconda ondata. Non era un grande gruppo, ma era molto qualificato. Quelle persone hanno scritto riguardo a qualunque cosa, ci hanno lasciato montagne di diari e di giornali ed hanno continuato a scrivere dal momento in cui sono arrivati, non è sfuggito nulla alla loro attenzione, ogni puntura di zanzara, ogni goccia d’acqua, se gli piacesse o no, ci hanno riferito tutto di quel periodo. Ciò che è stupefacente riguardo a questi coloni è che non erano mai stati prima in Palestina e solitamente hanno passato la prima notte nella città di Jaffa, dove tra l’altro i palestinesi li hanno ospitati, perché erano molto poveri; non sapevano dove stare a Jaffa per cui i palestinesi gli hanno permesso di rimanere gratis almeno per i primi due giorni prima di tentare di raggiungere le più vecchie colonie nel nord o nel centro della Palestina. Di notte, probabilmente usando lampade a petrolio (non c’era elettricità) scrivevano del loro primo arrivo nei diari o nelle lettere a casa. Erano davvero stupefatti perché in Polonia o in Russia, da dove provenivano, gli avevano detto che quando fossero arrivati avrebbero trovato una terra vuota, ma poi hanno scoperto che non era vuota, quindi vi è già una narrazione della storia che gli israeliani avrebbero poi portato avanti fino ad oggi, nel 2018. E la narrazione è: noi siamo ospitati da alieni, siamo ospitati da stranieri della nostra patria, che hanno preso la terra dei nostri antenati, e noi siamo venuti a riscattarla, quindi la generosità dei palestinesi, la loro umanità, vengono totalmente ignorate. Ciò che importa è che qui c’è una sfida, c’è una contraddizione tra l’idea che la terra che era deserta da 2000 anni doveva essere vuota, ma se ci sono esseri umani non possono far parte della patria, perciò sono stranieri. Questa idea che i palestinesi siano stranieri non è mai cambiata nella concezione degli israeliani, nemmeno di quelli di sinistra oggi: quando ragionano di compromesso coi palestinesi o quando parlano della cosiddetta pace con loro, li pensano sostanzialmente come stranieri in Palestina; anche se da un punto di vista liberale o socialista intendono arrivare ad un compromesso o a tollerarli in una piccola parte della Palestina, non li riconosceranno mai come indigeni. E questo fa parte del sistema educativo israeliano ancora oggi: noi siamo gli indigeni e chiunque altro è un immigrato, magari ebreo, che si accoglie, oppure è uno straniero. Anche l’ebraismo ha un ben noto modo di dire, che bisogna trattare bene lo straniero, quindi c’è un’idea religiosa che dice che si possono integrare gli stranieri, ma il profondo concetto dei palestinesi come stranieri esiste fin dall’inizio e i palestinesi hanno dovuto combatterlo fin dal primo momento.

Negli anni Trenta per la prima volta la comunità internazionale si è resa conto che la storia ha svolto un ruolo nel destino palestinese. Come saprete, negli anni Trenta gli inglesi che occupavano la Palestina dal 1918 cominciarono a pensare che c’era un problema in Palestina fra le promesse fatte agli ebrei con la Dichiarazione Balfour, che si sarebbe creata una casa per loro in Palestina, e il fatto che sul terreno c’era quella che si può definire una popolazione locale, un popolo che costituiva la schiacciante maggioranza della popolazione [96%], che aveva aspirazioni diverse rispetto alla terra, all’identità collettiva e che esistevano già movimenti di liberazione, gruppi di resistenza all’occupazione. Insomma gli inglesi capirono di dover trovare un modo per conciliare questi contrasti e non sapevano bene come rapportarsi alla Storia in merito. Se avessero utilizzato criteri universali nel 1936, e cioè quante persone, democraticamente, vogliono che la Palestina sia la Palestina, quante vogliono che la Palestina sia uno stato arabo, insomma usando i criteri che le nazioni legalmente usano per stabilire i diritti delle persone all’autodeterminazione, era molto chiaro che al massimo i coloni ebrei avrebbero potuto avere una qualche autonomia culturale nelle loro colonie e che l’aspirazione ebrea di avere una patria a spese dei palestinesi già nel 1936 non andava d’accordo con il diritto internazionale all’indipendenza e all’autodeterminazione. È molto chiaro, come ha detto anche Jamil Khader, che a causa del sionismo cristiano e di altri elementi in gioco, chi perseguiva quel disegno ha visto l’occasione di mettere in dubbio il diritto dei palestinesi alla Palestina attraverso la narrazione di un ritorno in patria dopo 2000 anni di esilio, che di base quella è la patria degli ebrei e i palestinesi sono stranieri. Ma non funzionò tanto bene, ci furono delle pressioni sul movimento sionista affinché provasse non solo che la Palestina fosse disabitata ma anche una continua presenza degli ebrei dall’epoca Romana. Gli inglesi dissero loro che se avessero potuto dimostrare una continuità questo avrebbe rafforzato la loro richiesta della Palestina. Ci fu un famoso incontro, fra David Ben Gurion, capo della comunità ebrea durante il periodo del mandato inglese, e lo storico più importante della comunità ebraica Ben-Zion Dinaburg, più tardi Ben-Zion Dinur, il secondo Ministro all’Istruzione dello Stato israeliano. Ben Gurion chiamò questo eminente storico sionista e gli disse “Voglio che tu faccia un grande progetto di ricerca: dimostra, indaga se c’è stata una presenza continua degli ebrei in Palestina dall’epoca Romana ai nostri giorni.” – cioè gli anni Trenta. Ben-Zion era un serio storico professionista e disse “È un grande progetto e mi piace! Mi darai i fondi?” – ciò che qualsiasi accademico avrebbe chiesto – e Ben Gurion disse “Certo! Tutto ciò di cui hai bisogno!” e poi gli chiese “Quanto tempo pensi di metterci per darci i risultati?” e Ben Zion disse “È un grande progetto, penso una decina d’anni… epoche differenti, lingue diverse, devo raccogliere un gruppo di ricerca ecc.” e Ben Gurion disse: “Non capisci. Una commissione d’inchiesta inglese, la Commissione Peel, arriverà tra un paio di settimane e dunque hai due settimane per trovare le prove che gli ebrei hanno sempre vissuto in Palestina; poi avrai altri dieci anni per sostanziare il tuo lavoro.” E in effetti se leggete il documento ebreo, sionista, consegnato alla Commissione Peel, c’è questa incredibile falsificazione di una continua presenza degli ebrei in Palestina, poiché questo avrebbe fornito la giustificazione morale al diritto degli ebrei di costruire una loro nazione in Palestina. I palestinesi all’epoca non capirono affatto la spaventosa sfida che dovevano affrontare: lo vediamo quando gli inglesi ne ebbero abbastanza della Palestina e demandarono il problema all’ONU e l’ONU creò una speciale commissione di inchiesta, l’UNSCOP, e anche UNSCOP era interessato alla Storia. Voleva capire i racconti, le narrazioni storiche di entrambe le parti. I palestinesi dissero – ed è probabilmente comprensibile – “Non vogliamo fornirvi la narrazione storica, non abbiamo intenzione di fornire le giustificazioni morali” – come penso sappiate, i palestinesi boicottarono la commissione speciale d’inchiesta dell’ONU, pensando “Noi siamo palestinesi in Palestina, perché dovremmo aver bisogno di andare all’ONU a dimostrare che è così!?” Ma quando sei un colonizzatore con il progetto di insediarti, sei bravissimo in storia, e la ricostruzione storica che il movimento sionista consegnò all’UNSCOP è un documento impressionante, di invenzione e falsificazione, ma comunque un documento impressionante: più note a pié pagina di quanto in Italia un dottorando metterebbe nella sua tesi, un mucchio di note, incredibile, è così sostenuto e comprovato e con tanti e tali riferimenti incrociati che prenderebbe 100 su 100 come lavoro storico se sottoposto ad una giuria accademica – quanto alla validità delle affermazioni… lasciamo stare. Era chiaro già nel 1946 allo stesso movimento sionista come alla comunità internazionale che fosse essenziale una narrazione storica, quand’anche falsa e inventata, per giustificare l’immorale idea di dare la Palestina al popolo ebreo come ricompensa in generale per l’antisemitismo e in particolare per l’Olocausto. Non si può procedere direttamente dall’argomento morale: non basta che gli ebrei meritino una patria a causa dell’antisemitismo, bisogna motivare perché in Palestina e a spese dei palestinesi e ottimi storici erano presenti sia nel movimento sionista che alle Nazioni Unite nel 1946… e dunque qual è il senso della storia? di fornire giustificazione morale ad azioni di disumanizzazione [riduzione demografica], pulizia etnica, colonizzazione, che hanno fatto davvero tante vittime umane. Allora “Storia” non è soltanto il nome di una pratica accademica, è anche la narrazione che giustifica l’umanità [nel suo agire]. Dopo il 1948, per la prima volta vediamo i palestinesi rivolgersi di nuovo alla storia, specialmente alla storia recente. I palestinesi, malgrado il trauma dei fatti del 1948, cercarono di spiegare al mondo, con libri storici, cosa era accaduto in quel 1948 – fra questi uno famoso è quello di Walid Khalid [All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948]. Ma nel 1949 e nemmeno negli anni cinquanta il mondo era minimamente interessato a sentire la versione storica di un palestinese, che fosse di uno storico professionista o di livello amatoriale. È molto interessante: Walid l’ha studiata per tutta la vita, è considerato oggi uno storico palestinese dei più importanti e voleva fare un PhD a Oxford, nel 1949-’50, usando la sua memoria ancora molto fresca dei fatti accaduti in Palestina e anche ricostruendo una narrazione e spiegando chiaramente quali fossero i risultati della risoluzione dell’ONU e dell’atteggiamento internazionale rispetto alla Palestina. Fu però convinto dal suo professore della prestigiosa università inglese a non trattare di quei fatti perché erano troppo politici, troppo emotivi, troppo vicini nel tempo, e lui fece un PhD su un altro argomento. Anni dopo avrebbe contribuito alla nostra conoscenza storica della Palestina, ma nei tardi anni quaranta e cinquanta, nella memoria degli studi universitari la versione degli israeliani era considerata professionale, valida, accademica, mentre gli storici palestinesi… chi erano? erano considerati degli emotivi, orientali, che lavoravano su visioni di fantasia piuttosto che sui fatti. Ma è incredibile che gli israeliani scrissero un numero incredibile di libri, specialmente i generali che avevano partecipato alle pulizie etniche del 1948 scrissero le proprie memorie, erano chiamati “i libri della Brigata” in Israele, una letteratura enormemente vasta che uscì in ebraico nel 1950 e ’51, in base a cui infatti qualcuno di noi – ma nessuno di noi lo fece – insomma se qualcuno fra gli ebrei vivo e abbastanza cosciente nel 1951 avesse voluto, avrebbe potuto scrivere quella che fu in seguito chiamata la “nuova storia” del 1948, avrebbe potuto farlo nel 1950 senza un solo documento degli Archivi israeliani. Sapete, il mito che dovessimo aspettare la desecretazione degli archivi nel 1978 per sapere cosa fosse accaduto in Palestina nel 1948, è un’assurdità: nel 1950 i generali, i militari, le truppe che avevano preso parte alla pulizia etnica della Palestina scrissero molto onestamente di ciò che avevano fatto, ma quando non hai le giuste lenti ideologiche, morali, non leggi correttamente quella produzione di conoscenza, non capisci che la parola “nemico” vuol dire “donne e bambini”, non capisci che la parola “base nemica” vuol dire “un villaggio o un quartiere”, non capisci che l’espressione “eliminare il nemico” vuol dire “distruggere un’intera comunità”; è solo dopo, quando il dizionario ideologico cambia e si inizia a rileggere queste fonti – disponibili, non desecretate – capisci che non era necessario aspettare il 1978, che già nel 1950 era possibile scrivere la vera storia del 1948. Ma di certo Israele allora era protetto da quella nuova idea degli storici che un documento in un archivio scritto da un politico, un militare – il genere di persone più inattendibili che ci sia al mondo – insomma che questo scritto, già coperto dalla polvere di 30 anni, non debba essere altro che la verità e nient’altro che la verità e questa era una cosa su cui anche i palestinesi sfortunatamente cominciarono a riflettere più tardi, quando la nuova storia di Israele cominciò ad apparire. Cominciarono a tenere in considerazione i documenti dell’esercito israeliano sui fatti del 1948, pensando che contenessero la sola versione possibile degli eventi rispetto alle testimonianze orali o ad altri mezzi che si usano per ricostruire cosa accadde nel passato. Per questo la nostra battaglia contro il memoriale è anche la nostra battaglia contro la gerarchia, che considera dei documenti politici e militari desecretati possedere una sorta di validità che ogni altra fonte che usiamo per ricordare e rammentare non possiede. Penso a questo proposito al lavoro di Jacques Derrida e di Michel Foucault sugli archivi, che aiutano molto a invalidare gli Archivi Nazionali in quanto deposito di fatti manipolati e aggiustati dallo Stato, e non una via diretta alla verità del passato.

Procedo verso il prossimo punto, con cui concluderò. Una cosa importante da ricordare riguardo ad Edward Said è che scrisse un libro, The Question of Palestine, pubblicato negli anni Settanta e dunque prima che si avesse accesso agli archivi israeliani, o agli archivi britannici o americani. E questo perché lui aveva idea che ciò che è importante dei fatti sia il loro significato piuttosto che la loro autenticità; lui fu in grado per la prima volta di articolare in modo molto chiaro una narrativa palestinese, che naturalmente compare più tardi nell’atto costitutivo dell’OLP e nella Dichiarazione di Indipendenza nel 1988; per la prima volta i lettori inglesi ebbero a disposizione una narrazione concisa, che conteneva ciò che è importante in una narrazione e cioé non i dettagli, ma lo scheletro della storia, una storia di colonizzazione, spossessamento – non una storia complicata, infatti è il primo a dire che ciò che fa Israele erige anche uno schermo di complessità. Penso che ognuno di voi che abbia discusso in veste ufficiale o con un portavoce informale di Israele sa che il maggiore genere di rivendicazione di Israele è che la cosa è troppo complessa, voi non riuscirete mai a capire, solo Israele la capirebbe. E questa complessità della storia è costruita, perché purtroppo la storia non è affatto complessa, di gente che arriva e caccia via altra gente, è già accaduto e purtroppo accadrà ancora, e la domanda è se si possa fermare piuttosto che se si possa comprendere. Come sapete negli anni ottanta capitarono due cose, e con questo concludo. Apparve il grande articolo di Edward Said che hanno menzionato i miei colleghi, Permission to Narrate, un articolo molto importante che vi raccomando di leggere se non l’avete già fatto, che Said scrisse immediatamente dopo l’invasione israeliana del Libano, nel 1982. Dopo l’invasione del Libano del 1982, che in Israele è chiamata la Prima Guerra del Libano, l’ONU nominò una commissione d’inchiesta con a capo una persona di nome Sean McCright, un irlandese che era famoso nel mondo come l’avvocato più autorevole per i Diritti Umani, e fu nominato dall’ONU anche perché aveva effettivamente a livello internazionale la reputazione di persona integra e questo avvocato produsse un report molto incriminatorio della guerra in Libano, specialmente [delle azioni] contro i campi profughi palestinesi, report che fu completamente ignorato dalle Nazioni Unite, dai media internazionali e questo irritò molto Said. E fu così che iniziò a scrivere il suo articolo.

E la seconda cosa che successe, che lo irritò, fu che il buon amico Noam Chomsky scrisse un libro intitolato Il triangolo palestinese e concludeva il libro dicendo che, riguardo alla questione palestinese, se si guardavano realmente le cose in faccia, i palestinesi non avrebbero avuto proprio alcuna possibilità di cambiare la realtà. Non so che cosa l’abbia irritato di più, se il report di McCright o le conclusioni di Chomsky, ma scrisse l’articolo con molta rabbia, questo è evidente. E nell’articolo dice, e questo è molto importante, che non solo i palestinesi hanno il permesso di avere la loro narrazione, e che anche se l’equilibrio di potere è contro di te, non hai il potere militare, non hai il potere economico, non hai il potere diplomatico, nessuno può toglierti il potere di raccontare la tua storia.

Ma questo non è il punto principale, il punto principale è che Said ha detto a Chomsky: se i fatti sono così deprimenti devi raccontarli in modo che si possa scegliere di venirne fuori. Il ruolo della Storia non è quello di dire le cose così come sono state, la Storia racconta le storie del passato con una visione di cambiamento della realtà nel futuro. Certo, così dicendo Said entrava in conflitto con la percezione professionale accademica del lavoro della Storia in quanto imparziale, oggettiva, priva di agenda politica, e diceva: la gente non ha un’agenda politica, una posizione morale e se si ricostruisce la storia della Palestina senza alcun impegno, si finisce certo con il rappresentare dei fatti che perpetuano la realtà. Mentre le persone che scrivono assumendosi un impegno, possono anche contribuire scrivendo a produrre un cambiamento nella realtà.

Lui credeva che la penna possa a volte essere più potente dei pensieri; la maggior parte di voi è molto giovane e magari non sa che cos’è una penna, allora diciamo che una tastiera può essere più potente dei pensieri…..Ma Said da più punti di vista non era certo naïf su questo, semplicemente pensava che questa fosse una parte importante della lotta. Permettetemi di finire dicendo che oggi in Palestina, in Israele, nei Territori Occupati e all’interno della comunità palestinese Said lancia un appello al permesso di narrare, e cioè “io ho il diritto di raccontare la mia storia anche se sono occupato, anche se sono colonizzato e anche se sono rifugiato”, e ho il diritto come storico professionista di essere un attivista. Queste sono le due raccomandazioni di Said per il futuro per noi storici professionisti. Lui viene preso molto sul serio dalla società civile, ma ancora non abbastanza sul serio dalla comunità accademica, purtroppo. Quindi molte delle cose che Said avrebbe voluto veder accadere in ambito accademico – cioè che avremmo fatto lezioni sul 1948 come pulizia etnica, che avremmo fatto lezioni sulla Palestina nei nostri corsi sul colonialismo, che avremmo fatto lezioni su Gaza nei nostri corsi sul genocidio, negli studi sul genocidio – non è successo. Questo non è successo, né in Italia, né in Inghilterra, in nessun posto, quindi non sentitevi esclusi. In nessuna parte del mondo è facile cambiare il piano di studi in modo che rappresenti il tema Palestina come una conquista nella produzione accademica di conoscenza.

Ma nella società civile, che è meno inibita dalla nuova scuola di pensiero liberale, lo stanno facendo, e in Palestina potete vedere progetti di storia orale, progetti di ricostruzione di modelli dei villaggi distrutti, il racconto di storie attraverso interviste individuali o spettacoli o folclore. Il permesso di narrare è ciò che Gramsci probabilmente chiamava resistenza culturale, come prova concessa alla resistenza politica. Come sapete Gramsci diceva che se non si può fare resistenza politica, si fa una resistenza culturale nel senso che questa è il banco di prova concesso alla resistenza politica. E da più punti di vista gli Israeliani stanno iniziando a capire il progetto culturale di memoria che i giovani palestinesi hanno intrapreso non solo in Israele, ma anche in altri paesi, in Palestina e fuori dalla Palestina, e improvvisamente stanno capendo, senza comprendere appieno il perché, che si sentono spaventati da questo molto più che dai missili che Hamas lancia contro di loro da Gaza o dai missili di Hezbollah ed è per questo che hanno approvato delle leggi, di cui la più famosa è la legge sulla Nakba, hanno approvato una legge che dice che i palestinesi non hanno il permesso di fare riferimento agli eventi del 1948 come Nakba. Credo che persino George Orwell non avrebbe potuto inventare una legge di questo tipo, voglio dire che è incredibile il modo in cui lo fanno, ma lo fanno perchè percepiscono che in qualche modo la società civile palestinese, non quella accademica, ricorda il 1948 come un evento contemporaneo. Come ha detto Jamil Khader a questo proposito, è la “Al-Nabka al-Mustamirra” [“La Nakba ininterrotta”, ndt], voglio dire che non sono riusciti nonostante i fatti, nonostante abbiamo cancellato i villaggi e le foreste ora coltivate con alberi europei, nonostante il fatto che abbiano costruito le colonie, eliminando quartieri e villaggi, nonostante tutto lo smantellamento che hanno fatto e continuano a fare, non possono controllare un progetto di questo tipo, che riporta e ripete la storia di Israele in modo da dimostrargli che il loro progetto di spopolare la Palestina dei palestinesi non è riuscito.

E questo richiede un grosso sforzo ed ottimismo, lo so, ed i tempi non ci offrono una buona ragione per essere ottimisti, ma ritengo che Said, il permesso di narrare di Said, ci dimostri che qualsiasi sia l’equilibrio di potere – e nessuno può pensare uno squilibrio di potere peggiore tra i palestinesi e gli Israeliani, non me ne viene in mente uno, almeno non nella storia contemporanea –, qualunque sia lo squilibrio, un fatto resta innegabile: gli Israeliani vogliono avere una vita normale, essere accettati come una normale parte organica della Palestina – cosa che potrebbe anche diminuire la possibilità di una prevedibile terza ondata di coloni – ed essere parte del Medio Oriente, gli Israeliani vogliono questo tipo di normalità. L’unico popolo che può garantirgli questo, sfortunatamente per loro, sono i palestinesi, non gli americani, non i cinesi, non gli indiani, non gli europei. È in qualche modo assurdo, perchè i palestinesi sono le vittime principali, sono stati oppressi, colonizzati, è stata fatta una pulizia etnica nei loro confronti, ma sono l’unico popolo che può dar loro legittimità; ora certo gli Israeliani hanno sufficiente potere per fare a meno della legittimità, ma lo potete vedere nella reazione alla campagna del BDS: la delegittimazione è qualcosa con cui gran parte degli Israeliani non sarebbe in grado di coesistere per lungo tempo. E questo è qualcosa che noi dovremmo comprendere, è qualcosa che noi dovremmo utilizzare e non perdere la speranza, nonostante la discordia, lo squilibrio di potere, una comunità internazionale indifferente, nonostante tutto questo, perché ciò che è successo in quell’area del mondo non si dovrebbe mai permettere che accada, pensando positivamente alla Palestina, nonostante tutto questo o il colonialismo dei coloni è trionfante, come in caso di genocidio, o alla fine è destinato a perdere, come è successo in Algeria o in Sud Africa.

Quella è la speranza, che la Palestina nel 2055 sia insegnata in questa università come caso della possibilità di sconfitta del progetto colonialista.

Grazie!

(traduzione di Cristiana Cavagna, Luciana Galliano e Paola Merlo)

vers. orig. https://www.youtube.com/watch?v=e2Y7ZH27Tt4,video a cura di Invicta Palestina

*Il seminario “L’eredità di Edward Said in Palestina” è stato organizzato dagli studenti del Progetto Palestina e si è svolto nei giorni del 1 e 2 marzo con quattro panel con tre relatori ciascuno.

thanks to: Zeitun

Professore dell’università ebraica: ogni “colono” è un terrorista

“Per definizione, ogni colono è un terrorista”, afferma il dottor Amiram Goldblum che in un post su Facebook attacca l’ex capo del Consiglio di Yesha.

 

 

David Rosenberg, 17/07/17 10:22

 

Un professore dell’Università Ebraica di Gerusalemme ha dichiarato che tutti gli ebrei che vivono in Giudea e Samaria sono terroristi e ha accusato Israele di essere uno stato di apartheid.

 

Amiram Goldblum, ricercatore e docente del dipartimento di chimica medicinale dell’università, ha sfidato gli ebrei che vivono in Giudea e Samaria, scrivendo in un post di Facebook venerdì che proprio per la loro residenza nel cuore della storica isola ebraica, qualsiasi israeliano che vive oltre Il confine pre-1967 è un “terrorista”.

 

“Per definizione, ogni colone è un terrorista”, ha scritto Goldblum.

 

Il professore ha anche preso di mira un ex capo del Consiglio di Yesha (Judea e Samaria), Shlomo Filber, che precedentemente ha diretto il Ministero delle Comunicazioni, definendolo   “terrorista,   bugiardo e criminale”.

 

“Come qualcuno che è stato colonizzatore e direttore generale del Consiglio di Yesha, è stato responsabile di crimini contro l’umanità [e fatti collegati] direttamente ai reati contro il popolo palestinese e dovrebbe quindi essere sottoposto a processo da parte del tribunale internazionale dell’Aja “.

 

“Israele deve iniziare a purificarsi da personaggi sporchi come Shlomo Filber e il suo emblema”.

 

Filber è stato accusato della scomparsa di documenti della società di telecomunicazioni Bezeq durante illuso incarico come Direttore Generale del Ministero delle Comunicazioni.

 

La scorsa settimana su internet non è stata la prima sfida di Goldblum in controversie politiche. All’inizio di quest’anno, Goldblum definì  Benzi Gopstein l’attivista anti-assimilazione  come “neo-nazista”.

 

Nella pagina Facebook di Goldblum è presente una mappa dello Stato d’Israele, con le parole ” West Bank Apartheid sotto il controllo israeliano”.

 

Nel 2015, Goldblum ha paragonato il creatore di un video virale che critica le ONG di sinistra con Julius Streicher, fondatore ed editore del settimanale violentemente antisemita Der Stürmer.

 

“Ma sembra che sia comunque un legame, naturalmente non genetico”, ha scritto Goldblum. “Sono entrambi delle mele particolarmente marce sull’albero umano, entrambi sono istigatori spregevoli, entrambi servono organizzazioni fasciste e private. C’è una piccola differenza: Streicher ha creato l’ideologia, Klughaft unisce ideologia e prostituzione”.

 

“Non so se Klughaft viaggiasse per studiare i metodi di Streicher nel quotidiano più spregevole mai pubblicato nella storia umana, ma non c’è dubbio che sta avanzando in questa direzione: forse Streicher appare nei sogni di Klughaft?”

 

In passato, Goldblum ha lavorato come portavoce dell’organizzazione radicale di Peace Now, membro del consiglio di amministrazione del Fondo New Israel. Nel 2013, Goldblum correva per la Knesset con il partito di sinistra Meretz.

 

Il mese scorso, un altro professore dell’università ebraica è stato criticato per  aver paragonato Israele alla Germania nazista.

 

Ofer Cassif, membro del dipartimento di scienze politiche dell’università ebraica, ha avvertito che Israele è “su un pendio scivoloso verso il fascismo”.

 

“Non c’è molto da argomentare”, ha aggiunto Cassif. ”

 

“Sono sicuro che se fossimo seduti … all’Università di Friburgo nel 1933, e ci fosse  un professore che osasse dire le cose che ho detto io, anche lì, alcuni  studenti  avrebbero detto “Beh, questo è un tuo pensiero”. Ragazzi, no, non lo è. Solo perché qualcosa è troppo forte da sentire  non è accettata come opinione.”

 

 

thanks to: trad. Invictapalestina.org

Fonte: http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/232574

Biafra, punto su indipendenza, IPOB e Nnamdi Kanu

Abbiamo contattato Ace Nnorom, un docente britannico di diritto pubblico e internazionale, per capire quali sono le ragioni della nuova fiamma secessionista per ripristinare la Nazione del Biafra. Il sig. Nnorom  racconta a Pressenza Italia la crisi che c’è all’interno di IPOB e parla anche di Nnamdi Kanu e il suo Business Partner Uchenna Alphonsus Okafor-Mefor.
Signor Nnorom, grazie per aver accettato il nostro invito a fare questa intervista con Pressenza Italia. Puo parlarci un po di sé in modo che i nostri lettori abbiano un’idea chiara su chi sia e del suo ruolo nel movimento secessionistico del Biafra.
Una correzione: Il movimento del Biafra non è una secessione ma è un movimento per il restauro del Biafra. Mi chiamo Ace Nnorom sono un cittadino britannico maa di origine biafrana. Non ho nessun passaporto della Nigeria. Non sono un nigeriano. I miei genitori sono del Biafra. Mio padre ha combattuto durante la guerra del Biafra e poi è immigrato in Camerun dove sono nato. Attualmente sto lavorando per aiutare a restaurare la Nazione del Biafra. Sto aiutando i popoli indigeni del Biafra perché io stesso sono un biafrano.
 
Grazie per aver chiarito la questione “secessione”. Puo dirci alcuni elementi della storia del Biafra, della sua gente e delle relazioni con la Gran Bretagna e la Nigeria?
La storia del Biafra è molto semplice. Prima dell’arrivo degli europei, l’arrivo degli Inglesi in Nigeria per essere precisi, il Biafra era una nazione indipendente. Poi Frederick Lugard mise insieme Biafra, Oduduwa (Yoruba) e Arewa (Hausa) e ha formato la Nigeria odierna. Il Biafra comprende i seguenti stati: Rivers State, Cross River, Akwa Ibom, Ebonyi, Imo, Anambra, Abia, Enugu, Bayelsa, Delta, Efik, Ibibio, Annang, Ejagham, Eket, Ibeno e Ijaw.
Con questo lei vuole dire che il Biafra non è degli Igbo? Perché in Italia, quando parliamo di Biafra, pensiamo subito alle persone di origine Igbo.
No! Il Biafra non è soltanto degli Igbo. La stessa parola ‘Biafra’ è  un nome Ijaw. Il nome è stato dato da un uomo di origine Ijaw e non Igbo. Quando si guarda la mappa del 1885 del Biafra (Nigeria orientale) si ha: Abor, Aba, Owerri, Umuahia, Olu, Ikote, Ekpene, Uyo Eket, Calabar, Ogoja oji, River, Akwa, Oka, Onitsha, Innewi, Okigwe, Anan, Abakiliki, Yenegua, Warri, Asaba and Ugheli.
 
Il 30 maggio 2017 è stato il giorno della commemorazione del cinquantesimo anniversario dalla guerra e genocidio del Biafra. Perché dopo 50 anni dalla guerra civile stiamo ancora parlando di Biafra?
Come vi ho detto fin dall’inizio, Biafra è una Nazione che esiste all’ombra della Nigeria. In Nigeria ce la stessa situazone e motivi che hanno causato la guerra, cioè ingiustizie, discriminazioni, persecuzione e uccisioni brutali dei biafrani; io la chiamo pulizia e sterminio etnico. Ora abbiamo anche i pastori Fulani che uccidono i biafrani in Biafra. Uccidono anche i non-biafrani come nel Benue State. I biafrani sono discriminati sul lavoro, vengono continuamente uccisi dagli Hausa-Fulani e la polizia nigeriana e il governo non possono fare nulla. Le ingiustizie in Nigeria contro i popoli del Biafra sono così gravi che i biafrani non vedono alcun modo di sopravvivere e vogliono che il Biafra sia restaurato. Ecco perché dopo 50 anni stiamo ancora parlando del Biafra. Non siamo contenti sotto la Nigeria e chiediamo alla comunità internazionale di aiutarci. Nel 1914, quando ci fu l’unificazione della Nigeria, Frederick Lugard disse che dopo 100 anni dal 1914 la “fusione” della Nigeria poteva essere sciolta. Il contratto di unione di 100 anni è scaduto a gennaio 2014. Ora vogliamo la nostra libertà e il nostro paese, il Biafra.
Nnorom, molti analisti internazionali e organizzazioni per i diritti umani temono una nuova guerra civile. Hanno ragione di preoccuparsi?
Non devono preoccuparsi di una nuova guerra perché non ci sarà nessuna guerra. La guerra si è verificata solo perché la comunità internazionale ha consigliato la Nigeria in quel senso. La Nigeria sta ricevendo consigli da parte delle Nazioni Unite e del Regno Unito perché la Gran Bretagna appoggia la Nigeria come paese unico e indivisibile e questo è sbagliato. I biafriani stanno continuando in modo molto pacifico di cercare di stabilire una nazione e questa volta stanno lavorando con una “road map” che li porterà alle Nazioni Unite e verso un Referendum monitorato dall’ONU e altre nazioni. Non ci è stata data la possibilità di scegliere di stare in Nigeria nel 1914. Ora è il momento di darci quella scelta attraverso un referendum monitorato dalle Nazioni Unite. Se ci sarà qualche guerra sarà una guerra forzata contro i biafrani. I biafrani sono persone che amano la pace.
Che relazioni c’e tra il popolo del Biafra e i nigeriani?
 
I biafrani continuano a fare affari in Nigeria, ma quello che bisogna capire è che la gente nigeriana è un po strana in questa loro aggressività verso i biafrani. I biafrani dicono solo che non vogliono far parte di questo paese chiamato Nigeria. Abbiamo avuto la nostra nazione. Abbiamo dichiarato la nostra indipendenza nel 1960.
La Nigeria è uno Stato multietnico, come molti stati africani,  questa multietnicità viene riconosciuta politicamente? Ci sono leggi che proteggono le minoranze in Nigeria?
 
Secondo la tua prospettiva esterna Nigeria dovrebbe essere uno Stato multietnico. In Nigeria la multietnicità non può funzionare proprio come il modo in cui non si possono mescolare acqua e olio insieme. A causa delle discriminazioni e del razzismo contro i biafrani da parte dei nigeriani, specialmente nel nord, non c’è modo che la Nigeria possa essere un felice stato multietnico.  I Nigeriani non credono nella comunità multietnica. La Nigeria è un oggetto, una giungla. Ecco perché Nnamdi Kanu ed i suoi seguaci hanno deciso di chiamare la Nigeria uno Zoo. E con l’elezione di Muhammado Buhari tutto è peggiorato.
Voglio chiederti qualcosa visto hai citato Buhari, l’attuale Presidente della Nigeria. Quando Goodluck Jonathan era presidente della Nigeria, lui ha ignorato completamente la lotta per restaurare Biafra, ma perché con Buhari tutto è diverso? Pensi che Buhari ha contribuito a rendere più popolare la lotta del Biafra?
 
Bisogna capire che Jonathan non ha ignorato la lotta del Biafra. Nella vita la gente ha il proprio interesse e le proprie ambizioni. Penso che Jonathan non sapesse cosa fare perciò ha deciso di rimanere come ipresidente della Nigeria invece di aiutare il suo popolo, i biafrani; perché lui è  biafrano.
 
I media italiani e le ONG erano molto pro con la lotta del Biafra. Ci sono molti articoli provenienti dall’Italia e hanno aiutato con la consapevolezza del Biafra agli italiani. Ora però alcuni giornalisti e ONG in Italia non si fidano piu di IPOB sotto la guida di Nnamdi Kanu perché dopo diverse indagini hanno scoperto cose sul movimento, hanno detto che c’è troppo fanatismo malato e culto della personalità.  Quali sono le tue opinioni in merito?
Beh, quello che devi sapere è che IPOB non è sotto una leadership. Ci sono molti gruppi che combattono e lavorano per il restauro del Biafra. Nnamdi Kanu ha pilotato il nome IPOB. IPOB sta per popoli indigeni del Biafra. IPOB appartiene a tutti i cittadini del Biafra. Tutti dalla regione inferiore del Niger sono persone indigene. Ma ci sono persone che hanno ascoltato ciò che Nnamdi Kanu stava dicendo sulla Radio Biafra London (RBL) e credono che Nnamdi Kanu sta parlando per loro e dice le cose che loro non sono in grado di dire. E quando lo ascoltano alcuni di loro diventano pazzi, eccentrici e talmente felici da credere che lui sia loro. Nnamdi Kanu è solo una persona e per lui stesso definirsi leader “supremo” non va bene. Non esiste nessuno come il leader supremo nella nostra terra Biafra e cultura. I biafrani sono repubblicani. Nnamdi Kanu è di origine Igbo e anche in Igboland non c’è niente come il leader supremo. Magari Nnamdi Kanu uscendo dalla prigione di recente è forse stato toccato nel senso che il suo stato mentale in realtà non può essere conosciuto poiché lui consente alle persone di inchinarsi davanti a lui e chiamarlo “Re, Dio, Salvatore e Supremo”. All’interno di IPOB nessuno riconosce Kanu come un leader supremo. Abbiamo molti capi in IPOB. Il gruppo che coordina IPOB ora è conosciuto come DOS (Direzione dello Stato) e il capo del DOS è sig Uchenna Asiegbu. DOS è come il parlamento del Biafra. Poi abbiamo  Radio Biafra International (RBi) che è diversa da Radio Biafra London (RBL) di Nnamdi Kanu. Radio Biafra Londra (RBL) dove Nnamdi Kanu propagava è di proprietà di Nnamdi Kanu e Uchenna Alphonsus Okafor-Mefor. Radio Biafra Londra (RBL) è un’attività privata il quale il 75% della quota di RBL appartiene a Nnamdi Kanu e il 35% appartiene al suo partner e vice Uchenna Alphonsus Okafor-Mefor. Quella radio è un’attività privata di  Nnamdi Kanu e Uchenna Alphonsus Okafor-Mefor. Nnamdi Kanu e Mefor e la loro Radio Biafra London (RBL) propagano bugie, notizie false, discorsi di odio e assassinio di personaggi anche su Facebook. L’unica radio dei biafrani che lavora per il restauro del Biafra ora è Radio Biafra International (RBi) perché i biafrani sono sparsi in tutto il mondo e per questo RBi li rappresenta tutti. In IPOB/DOS e RBi nessuno è un leader. I cittadini del Biafra sono uguali agli occhi di Dio, quindi non c’è niente come il leader supremo nella nostra lotta e in IPOB.
 
La ringrazio per aver messo un po di luci e chiarimenti sulla crisi in IPOB. Infine lo scopo del movimento pan-africano era quello di stabilire l’indipendenza tra le nazioni africane e promuovere l’unità tra tutti i popoli neri del mondo. Il movimento  è iniziato nel XIX secolo ma è stato rafforzato da diverse conferenze tenutesi a Londra tra il 1900 e il 1923. Cosa ne pensa del movimento pan-africano? Possono aiutare il vostro movimento?
Il pan-Africanismo non è mai stato forte ed ha sempre favorito e allargato i confini coloniali. Il Pan-fricanismo non ha mai combattuto per l’autodeterminazione dei popoli indigeni, quindi non vedo come possa aiutare a restaurare Biafra. A mio parere il movimento Pan-Africano è spesso controllato da maestri coloniali.
 

Sorgente: Pressenza – Biafra: Ace Nnorom fa il punto su indipendenza, IPOB e Nnamdi Kanu

8 Myths and Atrocities About Christopher Columbus and Columbus Day

On the second Monday of October each year, Native Americans cringe at the thought of honoring a man who committed atrocities against Indigenous Peoples.

Columbus Day was conceived by the Knights of Columbus, a Catholic Fraternal organization, in the 1930s because they wanted a Catholic hero. After President Franklin D. Roosevelt signed the day into law as a federal holiday in 1937, the rest has been history.

In an attempt to further thwart the celebration of this “holiday,” we at ICTMN have outlined eight misnomers and bloody, greedy, sexually perverse and horrendous atrocities committed by Columbus and his men.

FULL BIBLIOGRAPHY AND SOURCES  USED FOR THIS ARTICLE HERE – Christopher Columbus’s Top Atrocities: The Annotated List 

On the Way—Columbus Stole a Sailor’s Reward

After obtaining funding for his explorations to reach Asia from the seizure and sale of properties from Spanish Jews and Muslims by order of King Ferdinand and Queen Isabella, Columbus headed out to explore a new world with money and ships.

Brimming with the excitement of discovering new land, Columbus offered a reward of 10,000 maravedis or about $540 (a sailor’s yearly salary) for the first person to discover such land. Though another sailor saw the land in October 1492, Columbus retracted the reward he had previously offered because he claimed he had seen a dim light in the west.

Replicas of the Niña, Pinta and Santa Maria in the North River, New York. They crossed from Spain to be present at the World's Fair at Chicago. (Andrews, E. Benjamin. History of the United States, volume V. Charles Scribner’s Sons, New York. 1912/Wikimedia)
Replicas of the Niña, Pinta and Santa Maria in the North River, New York. They crossed from Spain to be present at the World’s Fair at Chicago. (Andrews, E. Benjamin. History of the United States, volume V. Charles Scribner’s Sons, New York. 1912/Wikimedia)

Columbus Never Landed on American Soil—Not in 1492, Not Ever

We’re not talking about the Leif Ericson Viking explorer story.  We mean Columbus didn’t land on the higher 48—ever. Columbus quite literally landed in what is now known as the Bahamas and later Hispaniola, present-day Haiti and the Dominican Republic.

Upon arrival, Columbus and his expedition of weapon laden Spaniards met the Arawaks, Tainos and Lucayans—all friendly, according to Columbus’ writings. Soon after arriving, Columbus wrecked the Santa Maria and the Arawaks worked for hours to save the crew and cargo.

Impressed with the friendliness of the native people, Columbus seized control of the land in the name of Spain. He also helped himself to some locals. In his journal he wrote:

“As soon as I arrived in the Indies, on the first Island which I found, I took some of the natives by force in order that they might learn and might give me information of whatever there is in these parts.”

RELATED: American History Myths Debunked: Columbus Discovered America

The four voyages of Columbus are shown here. (Wikimedia Commons)
The four voyages of Columbus are shown here. (Wikimedia Commons)

Columbus Painted a Horrible Picture of Peaceful Natives

When Columbus first saw the Native Arawaks that came to greet him and his crew he spoke with a peaceful and admiring tone.

“They … brought us parrots and balls of cotton and spears and many other things… They willingly traded everything they owned…  They were well-built, with good bodies and handsome features…. They do not bear arms, and do not know them, for I showed them a sword, they took it by the edge and cut themselves out of ignorance. They have no iron. Their spears are made of cane… . They would make fine servants…. With fifty men we could subjugate them all and make them do whatever we want.”

After several months in the Caribbean, on January 13, 1493 two Natives were murdered during trading. Columbus, who had otherwise described the Natives as gentle people wrote “(they are) evil and I believe they are from the island of Caribe, and that they eat men.” He also described them as “savage cannibals, with dog-like noses that drink the blood of their victims.”

The cannibal story is taught as fact in some of today’s schools.

Columbus’ Men Were Rapists and Murderers

On Columbus’s first trip to the Caribbean, he later returned to Spain and left behind 39 men who went ahead and helped themselves to Native women. Upon his return the men were all dead.With 1,200 more soldiers at his disposal, rape and pillaging became rampant as well as tolerated by Columbus.

This is supported by a reported close friend of Columbus, Michele de Cuneo who wrote the first disturbing account of a relation between himself and a Native female gift given to him by Columbus.

“While I was in the boat I captured a very beautiful Carib woman, whom the said Lord Admiral gave to me, and with whom, having taken her into my cabin, she being naked according to their custom, I conceived desire to take pleasure. I wanted to put my desire into execution but she did not want it and treated me with her finger nails in such a manner that I wished I had never begun. But seeing that (to tell you the end of it all), I took a rope and thrashed her well, for which she raised such unheard of screams that you would not have believed your ears. Finally we came to an agreement in such manner that I can tell you that she seemed to have been brought up in a school of harlots.”

Several accounts of cruelty and murder include Spaniards testing the sharpness of blades on Native people by cutting them in half, beheading them in contests and throwing Natives into vats of boiling soap. There are also accounts of suckling infants being lifted from their mother’s breasts by Spaniards, only to be dashed headfirst into large rocks.

Bartolome De Las Casas, a former slave owner who became Bishop of Chiapas, described these exploits. “Such inhumanities and barbarisms were committed in my sight as no age can parallel,” he wrote. “My eyes have seen these acts so foreign to human nature that now I tremble as I write.”

Columbus Enslaved the Native People for Gold

Because Columbus reported a plethora of Natives for slaves, rivers of gold and fertile pastures to Queen Isabella and King Ferdinand, Columbus was given 17 ships and more than 1,200 men on his next expedition. However, Columbus had to deliver. In the next few years, Columbus was desperate to fulfill those promises—hundreds of Native slaves died on their way back to Spain and gold was not as bountiful as expected.

Christopher Columbus presents Native Americans to Queen Isabella.
Christopher Columbus presents Native Americans to Queen Isabella.

Columbus forced the Natives to work in gold mines until exhaustion. Those who opposed were beheaded or had their ears cut off.

In the provinces of Cicao all persons over 14 had to supply at least a thimble of gold dust every three months and were given copper necklaces as proof of their compliance. Those who did not fulfill their obligation had their hands cut off, which were tied around their necks while they bled to death—some 10,000 died handless.

In two years’ time, approximately 250,000 Indians on Haiti were dead. Many deaths included mass suicides or intentional poisonings or mothers killing their babies to avoid persecution.

According to Columbus, in a few years before his death, “Gold is the most precious of all commodities; gold constitutes treasure, and he who possesses it has all he needs in the world, as also the means of rescuing souls from purgatory, and restoring them to the enjoyment of paradise.”

Columbus Provided Native Sex Slaves to His Men

In addition to putting the Natives to work as slaves in his gold mines, Columbus also sold sex slaves to his men—some as young as 9. Columbus and his men also raided villages for sex and sport.

In the year 1500, Columbus wrote: “A hundred castellanoes are as easily obtained for a woman as for a farm, and it is very general and there are plenty of dealers who go about looking for girls; those from nine to ten are now in demand.”

Columbus’ Men Used Native People as Dog Food

In the early years of Columbus’ conquests there were butcher shops throughout the Caribbean where Indian bodies were sold as dog food. There was also a practice known as the montería infernal, the infernal chase, or manhunt, in which Indians were hunted by war-dogs.

These dogs—who also wore armor and had been fed human flesh, were a fierce match for the Indians. Live babies were also fed to these war dogs as sport, sometimes in front of horrified parents.

Columbus Returned to Spain in Shackles—But Was Pardoned

After a multitude of complaints against Columbus about his mismanagement of the island of Hispaniola, a royal commissioner arrested Columbus in 1500 and brought him back to Spain in chains.

Though he was stripped of his governor title, he was pardoned by King Ferdinand, who then subsidized a fourth voyage.

RELATED: Christopher Columbus, The Myths Behind the Man

Sorgente: 8 Myths and Atrocities About Christopher Columbus and Columbus Day – ICTMN.com

Pope Francis criticizes Western interference in Middle East, Africa

Pope Francis has criticized Western powers for attempting to export democracy to countries in the Middle East and Africa without paying attention to local political cultures. The pontiff was speaking to the French Catholic newspaper, La Croix.

Faced with current Islamist terrorism, we should question the way a model of democracy that was too Western was exported to countries where there was a strong power, as in Iraq, or Libya, where there was a tribal structure,” the pontiff .

We cannot advance without taking these cultures into account. As a Libyan said some time ago: ‘We used to have one Gaddafi, now we have 50 of them!’” he added, pointing to how Western interference influenced the states he mentioned.

Libya’s former leader Muammar Gaddafi was killed back in 2011, during an uprising that resulted in the Libyan Civil War, with NATO’s military intervention bringing about the government’s downfall.

he pontiff has often discussed Western policies, or “cultural colonialism” as he put it, criticizing these policies for attempting to impose Western values in exchange for financial aid.

As to the roots of these Western policies, the pontiff claims they barely stem from Christian values, as Europe has always been multicultural – and therefore multi-religious.

We must talk about the roots in plural because there are so many of them. When I hear about the Christian roots of Europe, I sometimes fear the tone, which can be triumphalist or vengeful. This then becomes colonialism.

Europe, yes, has Christian roots, but in a spirit of service and washing of feet. The duty of Christianity for Europe is the service. And not colonization.

Speaking of the increasing number of migrants from Middle Eastern countries flooding Europe, Pope Francis said EU countries should treat immigrants better, touting the election of the new Muslim mayor of London as a successful step to take immigrants out of their cultural and social “ghetto.”

Sorgente: Pope Francis criticizes Western interference in Middle East, Africa — RT News

La ricolonizzazione della Libia

Omar el-Mukhtar

Omar el-Mukhtar

Nella commedia degli equivoci per il teatrino della politica, il primo attore Renzi ha detto che in Libia «l’Italia farà la sua parte», quindi – appena il Pentagono ha annunciato che l’Italia assumerà il «ruolo guida» – ha dichiarato: «Non è all’ordine del giorno la missione militare italiana in Libia», mentre in realtà è già iniziata con le forze speciali che il parlamento ha messo agli ordini del premier. Questi, per dare il via ufficiale, aspetta che in Libia si formi «un governo strasolido che non ci faccia rifare gli errori del passato». In attesa che nel deserto libico facciano apparire il miraggio di un «governo strasolido», diamo uno sguardo al passato.

 

Nel 1911 l’Italia occupò la Libia con un corpo di spedizione di 100mila uomini, Poco dopo lo sbarco, l’esercito italiano fucilò e impiccò 5mila libici e ne deportò migliaia. Nel 1930, per ordine di Mussolini, metà della popolazione cirenaica, circa 100mila persone, fu deportata in una quindicina di campi di concentramento, mentre l’aviazione, per schiacciare la resistenza, bombardava i villaggi con armi chimiche e la regione veniva recintata con 270 km di filo spinato. Il capo della resistenza, Omar al-Mukhtar, venne catturato e impiccato nel 1931. Fu iniziata la colonizzazione demografica della Libia, sequestrando le terre più fertili e relegando le popolazioni in terre aride. Nei primi anni Quaranta, all’Italia sconfitta subentrarono in Libia Gran Bretagna e Stati uniti. L’emiro Idris al-Senussi, messo sul trono dagli inglesi nel 1951, concesse a queste potenze l’uso di basi aeree, navali e terrestri. Wheelus Field, alle porte di Tripoli, divenne la principale base aerea e nucleare Usa nel Mediterraneo.

 

Con l’Italia re Idris concluse nel 1956 un accordo, che la scagionava dai danni arrecati alla Libia e permetteva alla comunità italiana di mantenere il suo patrimonio. I giacimenti petroliferi libici, scoperti negli anni ‘50, finirono nelle mani della britannica British Petroleum, della statunitense Esso e dell’italiana Eni. La ribellione dei nazionalisti, duramente repressa, sfociò in un colpo di stato incruento attuato nel 1969, sul modello nasseriano, dagli «ufficiali liberi» capeggiati da Muammar Gheddafi.

 

Abolita la monarchia, la Repubblica araba libica costrinse Usa e Gran Bretagna a evacuare le basi militari e nazionalizzò le proprietà straniere. Nei decenni successivi, la Libia raggiunse, secondo la Banca mondiale, «alti indicatori di sviluppo umano», con una crescita del pil del 7,5% annuo, un reddito pro capite medio-alto, l’accesso universale all’istruzione primaria e secondaria e del 46% alla terziaria. Vi trovavano lavoro oltre 2 milioni di immigrati africani. Questo Stato, che costituiva un fattore di stabilità e sviluppo in Nordafrica, aveva favorito con i suoi investimenti la nascita di organismi che avrebbero creato l’autonomia finanziaria e una moneta indipendente dell’Unione africana.

 

Usa e Francia – provano le mail di Hillary Clinton – decisero di bloccare «il piano di Gheddafi di creare una moneta africana», in alternativa al dollaro e al franco Cfa. Per questo e per impadronirsi del petrolio e del territorio libici, la Nato sotto comando Usa lanciava la campagna contro Gheddafi, a cui in Italia partecipava in prima fila l’«opposizione di sinistra». Demoliva quindi con la guerra lo Stato libico, attaccandolo anche dall’interno con forze speciali e gruppi terroristi. Il conseguente disastro sociale, che ha fatto più vittime della guerra stessa soprattutto tra i migranti, ha aperto la strada alla riconquista e spartizione della Libia. Dove rimette piede quell’Italia che, calpestando la Costituzione, ritorna al passato coloniale.

Fonte
Il Manifesto (Italia)

thanks to: Voltairenet

Acqua “privata” in Africa: la lotta della Nigeria contro la Banca Mondiale

Il nuovo colonialismo in Africa non sta solo derubando il continente delle terre, si sta anche impadronendo delle risorse primarie, tra cui l’acqua. I fondi della Banca Mondiale sono legati a doppio filo alle privatizzazioni e molti governi ormai, corrotti o con il cappio al collo, condannano le popolazioni a una nuova schiavitù.

di Redazione – 13 Agosto 2015

Non bastavano il Mali, il Sud Africa (6 Corporation hanno contratti), il Ghana (dove dopo la privatizzazione il costo dell’acqua è aumentato del 95% e un terzo della popolazione non ha accesso ad acqua pulita), la Namibia. Ora la Banca Mondiale preme sulla Nigeria per permettere a una partnership pubblico-privata di mantenere e ampliare la gestione dell’erogazione dell’acqua aumentandone i costi. Ma la popolazione si sta opponendo con tutte le sue forze. La capitale Lagos, che conta 21 milioni di abitanti, è il “boccone” che le Corporations si sono servite in tavola e bramano il resto della preda. «Da decenni la Banca Mondiale sta facendo di tutto per impedire lo sviluppo di un sistema pubblico di gestione – spiega Akinbode Oluwafemi, responsabile per i diritti ambientali di Friends of the Earth Nigeria – tanto che oggi nove persone su dieci non hanno accesso ad acqua potabile. Sappiamo bene quali interessi si nascondono dietro la trasformazione dell’acqua in un bene di mercato. Nel mio villaggio ho realizzato una pompa che permette ai vicini di avere libero accesso a questa preziosa risorsa e per questo ho ricevuto minacce dalle società che invece l’acqua la vogliono vendere a peso d’oro, poiché stavo mettendo a rischio i loro profitti. Ma non farò retromarcia. La Banca Mondiale ora sta tentando di convincere le comunità anche al di fuori della capitale che la privatizzazione dell’acqua è la risposta ai problemi della gente, se ne infischia dei processi democratici. Abbiamo ospitato a Lagos in questi giorni attivisti ed esperti per il Lagos Water Summit, co-promosso insieme a Corporate Accountability International. Ma abbiamo bisogno di far sentire la nostra voce anche oltre confine, anche nel resto del mondo. Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti, per questo chiediamo ad ogni cittadini in ogni nazione di scrivere alla Banca Mondiale sollecitando lo stop al processo di privatizzazione (qui trovate la lettera da mandare e le istruzioni). Il nostro movimento vuole crescere nei prossimo mesi, ma abbiamo bisogno che il nostro problema diventi il problema di tutti». E Akinbode Oluwafemi sa bene come sia in corso non solo in Africa (con effetti assolutamente devastanti), ma anche negli altri paesi del mondo il processo di privatizzazione dell’acqua. In Italia la situazione non è affatto migliore. «C’è un preciso piano attraverso il quale il Governo intende rilanciare con forza il processo di privatizzazione e finanziarizzazione dei beni comuni ma ciò avviene in maniera molto più subdola degli anni passati – ha spiegato Paolo Carsetti, del Forum italiano dei Movimenti per l’acqua–  Tutti i provvedimenti elencati non esplicitano un attacco diretto all’acqua o ai servizi pubblici locali come fatto nel 2009 dal governo Berlusconi, l’attacco è strisciante, non si pronuncia la parola privatizzazione perchè è un tema su cui si è già registrato una sconfitta epocale ma la sostanza è la stessa. Il governo si muove dietro la propaganda che prova a descrivere uno scenario come quello della necessità di riduzione della spesa pubblica anche attraverso la razionalizzazione delle cosiddette partecipate o ex municipalizzate che sarebbero coacervo di sprechi, clientele e malapolitica. È la retorica che sta dietro a questa propaganda, con la quale si prova a raggiungere il medesimo obiettivo del governo Berlusconi: cedere al mercato la gestione dei servizi pubblici e dei beni connessi».

«L’acqua è un bene comune e tale deve rimanere – aggiunge Shayda Naficy, direttore della Campagna Internazionale per l’Acqua di Corporate Accountability International (CAI) – quando se ne impadroniscono i privati, ecco che nascono fortissime disparità nell’accesso e nei costi».  Eppure, malgrado la Banca Mondiale continui a preere per la privatizzazione dell’acqua soprattutto nei paesi del Terzo Mondo, i dati rivelano che un’eleveta percentuale dei suoi progetto è in condizioni di distress. Il database dell’ente internazionale documenta un 34% di fallimenti.

Nel 2013 il CAI ha inviato una lettera aperta alla Banca Mondiale per chiedere lo stop al sostegno dato ai progetti di privatizzazione, ma nulla è cambiato.

Ma come si può dimenticare che l’accesso e il diritto all’acqua pulita sono la base della vita stessa?

 thanks to: il Cambiamento

Genocidi in Africa: “Per Non Dimenticare”

Le motivazioni delle violenze in Africa

Da diversi anni l’Occidente è raggiunto da flussi di migranti provenienti dalle zone più disparate del mondo, soprattutto dall’Africa. Gli immigrati fuggono dalla miseria e in particolare da regimi oppressivi. La violenza dei Paesi occidentali un tempo colonizzatori dell’Africa è la ragione e la causa di questo imponente flusso migratorio.
Infatti l’invasione migratoria pacifica nei ricchi paesi occidentali è stata preceduta da invasioni coloniali che si sono protratte per secoli e sono state condotte con spietata aggressività, appunto da parte dei paesi occidentali.
Le colonizzazioni occidentali hanno trascinato milioni di schiavi dall’Africa all’America, rapinando materie prime, con l’imposizione di regimi sanguinari.
La lunga storia del colonialismo culmina con l’imperialismo della seconda metà dell’Ottocento.
Sui processi di colonizzazione e in seguito di decolonizzazione, ossia di abbandono delle terre occupate e sottomesse da parte dei paesi occidentali, hanno pesato gli interessi del capitalismo mondiale, per il controllo delle fonti energetiche, petrolifere e per il dominio sulle materie prime.
L’arretratezza e la dipendenza economica dei paesi poveri, sottomessi e occupati, non è stata superata.
Molti paesi dell’Africa sono sprofondati in una miseria ancora più terribile, in seguito alle manovre predatorie occidentali.

AFRICA – Somalia, Congo, Sudan, Nigeria: le violenze rendono impossibili gli interventi umanitari. 
Attualmente si susseguono gli appelli delle organizzazioni umanitarie internazionali, affinché sia reso possibile il loro intervento in diverse situazioni di crisi nel continente africano.
Numerose ONG (Organizzazioni Non Governative) chiedono alla comunità internazionale una maggiore attenzione alla Somalia, dove la situazione sta rapidamente deteriorando a causa della violenza degli scontri.
Secondo le agenzie di notizie, migliaia di persone sono costrette ad abbandonare ogni mese le proprie case a Mogadiscio, a causa degli scontri e dei combattimenti.
Un milione di persone sono sfollate e due milioni hanno bisogno di assistenza e aiuti a causa della carestia che ha colpito molte zone.
Gli operatori umanitari vengono uccisi durante i conflitti armati e gli aiuti umanitari vengono razziati: tutto questo rende sempre più difficile il soccorso delle ONG, che hanno avvisato del rischio di una “catastrofe umanitaria imminente”.
L’Organizzazione umanitaria Medici Senza Frontiere denuncia il perpetrarsi di violenze nella regione occidentale del Bas-Congo, nella Repubblica Democratica del Congo, dove è spesso impossibile raggiungere i feriti.
Da quando la polizia congolese ha iniziato la repressione dei membri del Bundu Dia Kongo, l’ovest della Repubblica Democratica del Congo è teatro di violenti scontri.
Il coordinamento di Medici Senza Frontiere denuncia una situazione d’urgenza, dove tutti i feriti devono essere curati, indipendentemente dalla loro appartenenza politica o religiosa.
Un comunicato dell’UNICEF riporta che la comunità delle organizzazioni umanitarie in Sudan condanna fermamente gli intollerabili attacchi nella regione di Darfur (Sudan).
Il conflitto armato mette a rischio le operazioni umanitarie e la sicurezza della popolazione.

Genocidi in Africa: “Per Non Dimenticare”

Appunto, la regione del Darfur, nel Sudan occidentale, dal 2003, è teatro di un conflitto armato che gli Stati Uniti e alcuni media e studiosi considerano come genocidio.
Un gruppo di miliziani, appoggiati dal governo, uccidono sistematicamente determinati gruppi etnici come i Fur.
Altri genocidi si sono verificati a Zanzibar, in Tanzania, con migliaia di vittime, nel 1964.
E ancora in Nigeria nel 1966, il governo centrale reagì duramente ai tentativi secessionisti del popolo Igbo, che aveva proclamato la nascita della Repubblica del Biafra.
La guerra civile e la conseguente carestia hanno causato migliaia di morti e questa immane tragedia è stata considerata un genocidio.
Nel 1994 il peggiore genocidio africano avvenne in Ruanda ad opera di milizie e bande Hutu contro la minoranza Tutsi e contro tutti coloro che erano sospettati di favorirli.
Le vittime ammontarono a circa un milione e furono spesso uccise con armi rudimentali.
Nel 1962, migliaia di Tutsi erano già stati massacrati per gli stessi motivi che avrebbero condotto al genocidio del 1994; inoltre, molteplici massacri occasionali si verificarono per tutta la seconda metà del Novecento, anche dopo il 1994.
Nei territori interessati dalla colonizzazione, numerosi popoli indigeni, anche e soprattutto in Africa, hanno subito una forte diminuzione numerica. Nel complesso, agirono diversi fattori di sterminio, come il lavoro forzato, condizioni di sfruttamento e ancora carestie naturali o provocate ed epidemie causate da nuovi agenti patogeni, introdotti dai coloni e soprattutto da cambiamenti sociali ed economici radicali, prodotti dal violento confronto fra i dominatori occidentali e i popoli colonizzati.
Il Congo è uno dei paesi più ricchi al mondo di risorse naturali: il sottosuolo ne trabocca letteralmente. Ma i suoi 66 milioni di abitanti muoiono di fame, di malattie e di stenti, senza poter usufruire di tali straordinarie ricchezze.
Del resto, rapina, saccheggio, miseria, corruzione e impunità in Congo sono sempre attuali da oltre un secolo. Da quando, nel 1885, Leopoldo II, re del Belgio, creò il cosiddetto “Stato Libero del Congo”, un elegante eufemismo per non dovere ammettere che terre, foreste, persone e risorse naturali, tutto diventava, da quel momento, esclusiva proprietà privata del re belga, si verificarono ogni sorta di eccidi. Il Belgio depredò brutalmente il Congo di materie prime. La politica del re belga Leopoldo II ha provocato la morte di 10 milioni di persone, attraverso la militarizzazione del lavoro forzato e un duro sistema di quote di produzione e crudeli punizioni, come l’amputazione degli arti.

Africa coloniale: uno dei tanti inferni che hanno anticipato Lager e Gulag

Trattando di totalitarismi e genocidi risulta necessario ampliare la riflessione storica all’epoca del colonialismo e agli altri “inferni”, “olocausti”, genocidi e pulizie etniche che precedettero il Lager e il Gulag, utilizzando tali termini per estensione.
Non è necessario raccogliere crimini e genocidi, avvenuti in epoche diverse e nei luoghi più disparati, in un’unica categoria, iscrivendoli all’interno della classificazione generica del “Male”, ancora più astratta dell’accezione di “Totalitarismo”.
Occorre, invece, invitare ad evitare facili rimozioni della memoria, sulle reali basi che sono servite alla civiltà europea e occidentale per emanciparsi e diventare tale. Come ha ricordato giustamente il filosofo Domenico Losurdo, il Novecento non è “il secolo in cui per la prima volta hanno fatto la loro apparizione i fenomeni della deportazione, del campo di concentramento, del genocidio, bensì il secolo in cui tutto questo orrore ha fatto irruzione anche in Europa”.
L’ONU ha sempre considerato le crisi di questi paesi africani, come le peggiori tragedie al mondo, ma non ha speso il proprio peso politico affinché questi stati accettino una presenza multinazionale di Pace. Questi genocidi sono avvenuti nel silenzio e nel disinteresse totale dei mezzi di comunicazione di massa occidentali.
La storia dei genocidi in Africa è marchiata dall’indifferenza dell’Occidente di fronte ad eventi percepiti come distanti dai propri interessi.
E’ necessario liberare l’Africa dall’oppressione colonialista del mondo capitalistico occidentale e restituirla agli indigeni, ai suoi abitanti, agli africani, per una gestione collettiva delle immense risorse naturali presenti nel continente.

L’ONU e la gestione della missione in Centrafrica

La Repubblica Centrafricana è ancora sconvolta dalla distruzione e dalla “guerra di religione”. L’ambasciatore americano all’ONU, Samantha Power, descrive un quadro terrificante, denunciando la distruzione di oltre 400 moschee per mano delle bande armate degli anti-balaka, per la maggior parte di religione cristiana. L’ambasciatore denuncia anche che i residenti dell’unico quartiere musulmano ancora esistente a Bangui, la Capitale della Repubblica Centrafricana, sono impauriti, terrorizzati, denutriti e necessitano di cure mediche. Inoltre la paura di uscire di casa è così forte che addirittura le donne incinte preferiscono partorire nel proprio letto, piuttosto che recarsi in ospedale. Ovunque si percepisce paura, terrore, assenza di sicurezza. L’ONU interviene con la missione chiamata Minusca, con le mansioni di corpo di pace, la cui priorità è quella di proteggere i civili, riportare nel Paese la legalità, avviarlo verso un nuovo processo politico di stabilità, democrazia e sviluppo, che lo porti a libere elezioni nei primi mesi del 2015. Ban Ki-Moon, nel suo comunicato, ha sottolineato l’importanza del ruolo della mediazione internazionale e l’assistenza dei partner internazionali, per riportare lo stato di diritto nella Repubblica Centrafricana e assicurare la tutela dei diritti umani, esprimendo un suo profondo disappunto per le incessanti violenze. Ban Ki-Moon ha lanciato un appello a tutte le parti in causa, perchè fermino gli attacchi contro la popolazione civile, chiedendo di rispettare gli accordi firmati a Brazzaville nel Luglio del 2014. In Centrafrica oltre 2 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria immediata. Gli sfollati e i rifugiati nei paesi confinanti ammontano a oltre 650mila unità. I Séléka, ossia i miliziani musulmani, non hanno ratificato il trattato di pace di Brazzaville. Dunque la missione ONU Minusca incontrerà molte difficoltà per disarmare tali miliziani. Le truppe ONU dovranno anche controllare le campagne, farsi consegnare le armi da tutti i gruppi belligeranti coinvolti nel conflitto e mettere sotto controllo diretto le risorse di oro e diamanti per impedire che i Séléka e gli anti- balaka, ossia le milizie cristiane, si finanzino attraverso la vendita al mercato nero delle risorse minerarie. Una crisi umanitaria di dimensioni catastrofiche. La gente muore perchè in balia delle bande armate cristiane anti-balaka e di quelle musulmane, i Séléka. Spesso si muore per fame: una delle peggiori armi in guerra. La fame non aspetta. Uccide.

Il terrorismo in Africa

Una inquietante espansione del terrorismo era uno dei principali timori e le notizie di questi giorni confermano che le preoccupazioni erano (e sono) fondate. Il riferimento è al fatto che avvenisse un collegamento geografico, politico e strategico tra le formazioni del terrorismo che operano a nord del Sahel e quelle del sud, cioè quelle del territorio dell’Africa Occidentale che si affaccia sul Golfo di Guinea.

Quel collegamento sembra ormai operativo e lo si deduce dal fatto che le formazioni che hanno rivendicato azioni nel Maghreb ora riescono anche a spingersi in realtà dove ci erano arrivate solo sporadicamente.

L’esempio eclatante di questi giorni è l’attentato in Mali, nella capitale Bamakò, al ristorante “La Terrasse”, dove sono rimasti uccisi da un commando, pare, di tre persone cinque maliani e un francese e un belga. Quell’attentato è stato rivendicato da un personaggio che ha sempre operato per la formazione Al Qaeda per il Maghreb Islamico ed ha firmato operazioni al massimo nel deserto nigerino e maliano.

Il personaggio è un certo Mokhtar Belmokhtar che aveva firmato un clamoroso attacco, con una sessantina di morti, molti stranieri nel centro gasifero di Amenas, nel remoto deserto algerino. In quell’attacco erano stati reclutati combattenti dal Niger, dalla Libia e anche dalla Nigeria.

Se si guarda una carta geografica ci si può rendere conto di cosa significhi un collegamento tra nord e sud, cioè tra Africa del Maghreb e Africa sud Saheliana: c’è una linea che collega il remoto sud della Mauritania, i deserti del Niger e del Mali, l’intersezione di quattro paesi intorno al Lago Tchad (dove opera Boko Haram), cioè Nigeria, Niger, Tchad e Camerun.

Insomma le formazioni terroristiche (pur di diversa matrice) hanno ormai realizzato un collegamento operativo che rende una vasta regione totalmente impraticabile e impercorribile dal punto di vista turistico, economico e commerciale.

Se si pensa che a nord, sulle coste del Mediterraneo, c’è il Maghreb instabile, travagliato e percorso da formazioni di tutti i tipi non si può non concludere che abbondino le ragioni per essere preoccupati.

Africa e terrorismo: il Kenia

La scena questa volta è toccata al Kenya. Ma in Africa il terrorismo è ormai una realtà assolutamente non limitata a quel tratto di costa orientale del continente al confine tra Somalia e Kenya.

Innanzi tutto i miliziani Al Shebab operano ben oltre quel tratto di costa, si può dire che tengono sotto attacco tutto il Kenya. Basta pensare al Westgate. Contro gli Shebab non l’ha avuta vinta una operazione militare di 17 mila uomini (nulla da invidiare a Restore Hope di venti anni prima, con carri armati, aerei, marina militare e droni americani).

Gli Shebab sono ancora lì e sicuramente dai loro santuari nel quartiere somalo di Nairobi, o nel campo profughi di Dadab (che è diventato la seconda città kenyana con i suoi 500 mila rifugiati della guerra in Somalia), o dai territori intorno alla città somala di Kisimayo stanno già pensando al prossimo obiettivo. Insomma il terrorismo ha ormai cambiato volto all’Africa. E, evidentemente, l’Africa per il terrorismo significa molto perché mai come oggi si può constatare un tentativo di penetrazione così agguerrito e dotato di mezzi.

Boko Haram in Nigeria nel 2009 combatteva con machete e bastoni, non aveva nessun seguito. Oggi combattenti addestrati, armi automatiche in quantità, una buona capacità logistica, esplosivo in dosi industriali e esperti capaci di usarlo con dovizia.

E che dire del Mali? Da quando le truppe francesi hanno arrestato l’avanzata dei qaedisti verso Bamako il paese non è più lo stesso. Era il paese della tolleranza ed è diventato un paese pericoloso e nonostante il dispiegamento di truppe straniere, e quelle di Parigi che non sono mai riuscite a venire via, non è mai tornato quello di prima.

E poi ci sono casi meno eclatanti ma ugualmente significativi: il Centrafrica dove i musulmani sono sempre stati una minoranza ora sono una delle parti in guerra. Nella regione dei Grandi Laghi, estranea all’Islam ora ci sono anche formazioni guerrigliere di questa matrice. E poi il Sudan, e poi Zanzibar….

Insomma l’Africa è cambiata. E in politica i cambiamenti non sono mai spontanei, quasi sempre sono teleguidati, rispondono ad interessi espressi da lobby di potere. Insomma per creare Boko Haram, per tenere in vita gli Shebab, per surgelare il Mali ci vogliono soldi. Tanti.

La domanda è: chi ce li mette? Chi investe nel terrorismo religioso? Chi ha interesse a cambiare l’Africa, chi vuole ridisegnare l’assetto geo-politico del Medio Oriente e dell’Asia Minore? Chi ha scelto gli sciiti a danno dei sunniti?

Una risposta semplice e schematica è quella che individua in questo gioco la potenza finanziaria di lobby economiche interne a paesi come il Qatar, l’Arabia Saudita, le monarchie del Golfo. Sicuramente non sono le sole perché in questi anni c’è stato l’Afghanistan e l’Iraq, e oggi c’è la Siria e la Libia.

Insomma, per restare in Africa si può dire che il continente è conteso e che il blocco degli interessi arabi, quello delle potenze emergenti asiatiche, e le vecchie potenze occidentali non hanno ancora raggiunto una intesa. E in questo gioco vale tutto, anche i colpi bassi.

La Nigeria nell’Internazionale del terrore

Boko Haram, da una locuzione hausa che letteralmente significa «l’istruzione occidentale è proibita» è un’organizzazione terroristica jihadista diffusa nel nord della Nigeria. L’organizzazione ha alla fine scelto a quale delle formazioni del terrorismo internazionale aderire. Lo ha fatto con un video scovato in rete da “site” il sito americano che monitora l’uscita sul web di rivendicazioni o proclami da parte delle formazioni del terrorismo internazionale.

A dare comunicazione di questa adesione è stato ovviamente il sanguinario leader di Boko Haram, Abubakar Shekau con le seguenti parole: “Annunciamo la nostra alleanza con il Califfato al quale obbediremo in tempi difficili e in tempi di prosperità”, ha annunciato Shekau, che poi ha continuato: “ci impegniamo perché non esiste una cura per mettere fine alle divisioni della umma (comunità dei musulmani) se non il califfato. Chiamiamo tutti i musulmani a unirsi a noi”.

Già la costituzione del Califfato era una sorta di adesione allo stato Islamico, ma Abubakar Shekau qualche settimana fa aveva già lanciato un appello ai grandi leader del terrorismo internazionale. Lo aveva fatto con il mezzo che gli è più congegnale, cioè con un altro video.

Chiamandoli fratelli in Allah, Shekau aveva lanciato un appello a tutti, cioè ad Abu Bakr Al Baghdadi, leader dello Stato Islamico, appunto, ma anche al leader dei talebani afghani, il Mullah Omar, e al leader di Al Qaeda Al Zarkawi. L’appello si proponeva di portare tutti insieme il Jihad in l’Africa e instaurare l’Umma, cioè l’unione dei territori abitati dai fedeli nei quali instaurare la comunità degli islamici.

L’annuncio di queste ore è un segnale: evidentemente a rispondere – probabilmente con promesse di aiuti, di armi e certamente anche di combattenti – è stato il leader dello Stato Islamico.

Questa affiliazione fa entrare la Nigeria nel grande gioco degli equilibri del terrorismo internazionale, ma soprattutto fa diminuire il peso specifico delle influenze interne rispetto a quelle esterne. Chi sperava che dopo le elezioni del 28 marzo Boko Haram perdesse di mordente e di aggressività si deve un po’ ricredere, probabilmente.

A pochi giorni dalle elezioni finalmente le Forze Armate nigeriane possono vantare una serie di incontestabili successi contro Boko Haram che sembrava invincibile.

L’esercito nigeriano ha annunciato di avere riconquistato cinque cittadine compresa Gamboru, la più grande. L’operazione di terra è stata condotta da truppe nigeriane ma le postazioni degli jihadisti sono state prima martellate dall’aviazione del Ciad. Poi le truppe di questo paese sono penetrate in territorio nigeriano con una colonna di carri armati e blindati e solo dopo avere aperto la strada l’esercito nigeriano ha potuto “conquistare” la città.

Si tratta, comunque, di un importante successo per il presidente uscente Goodluck Jonathan che continuava a perdere consensi a favore del suo più accreditato rivale, l’ex generale ed ex dittatore Muhammadu Buhari. Di fatto per ottenere questa vittoria ci sono voluti aerei ciadiani e, a terra, duemila soldati scelti di Njamena appoggiati da carri armati e blindati; alcune migliaia di soldati camerunensi che hanno bloccato vie di fuga oltre frontiera per i miliziani di Boko Haram e diverse migliaia di soldati e blindati nigeriani.

Le forze in campo consentono di dedurre la capacità bellica di Boko Haram. Non si tratta di qualche invasato miliziano che può contare sul fervore religioso, ma di combattenti addestrati e preparati capaci di operare in situazione di guerra tradizionale e di conflitti di bassa intensità, cioè di guerriglia e terrorismo. Boko Haram, per quel che se ne sa, controlla ancora il suo califfato, un territorio grande più o meno come il Belgio. Sta mostrando di avere la capacità di compiere attacchi e attentati quotidiani e ha in mano decine di ostaggi. E’ tutt’altro che sconfitta.

E del resto, più che una sconfitta militare Boko Haram teme che dalle elezioni nigeriane possa emergere un presidente e una classe politica che ottenga il consenso delle lobby militari ed economiche occulte che hanno sostenuto la nascita e la crescita di questa setta che sarà surreale ma che ha svolto una innegabile funzione nella politica interna nigeriana.

di Laura Tussi

Articolo realizzato in collaborazione con Raffaele Masto

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