Attivisti israeliani costruiscono altare per sacrifici di animali a Gerusalemme

Gerusalemme occupata-PIC. Alcuni attivisti ebrei, che sperano di vedere il Monte del Tempio costruito al posto della moschea al-Aqsa, hanno inaugurato un nuovo altare, questo lunedì, nella Gerusalemme occupata, il quale si dice sia destinato ad essere posto sul monte dopo la rimozione della moschea, e sarà usato per offrire sacrifici di animali.

Secondo il quotidiano Haaretz, questi attivisti, che si stanno preparando per un tempio ricostruito ricreando alcuni degli antichi strumenti usati durante rituali nei templi, hanno praticato, nell’ultimo decennio, l’offerta di sacrifici nei giorni precedenti alla Pasqua.

Lunedì, gli attivisti hanno voluto usare l’altare, ma si sono dovuti “accontentare” di realizzare soltanto una parte del rituale, perché la municipalità israeliana di Gerusalemme ha rifiutato di permettere loro di tagliare la gola ad un animale in un luogo pubblico.

“Alla fine, ci sarà un altare più grande, ma per ora abbiamo questo, e nel momento in cui verranno aperti i cancelli saremo pronti a portarlo nel Monte del Tempio”, ha dichiarato l’attivista Shimshon Elboim al quotidiano.

Finora le sessioni hanno incluso l’uccisione di animali e l’offerta dei loro cadaveri su un altare temporaneo costruito in legno, in un’area vicino al muro occidentale della moschea.

Lunedì, gli attivisti hanno voluto eseguire il rituale dopo aver ricevuto un permesso dalla polizia, ma il consulente legale del comune ha respinto la richiesta per l’uccisione di un animale in un luogo pubblico al di fuori dalle mura della Città Vecchia, quindi la pecora destinata a questo scopo è stata portate in un altro luogo per il rituale.

“Quello che dobbiamo ancora fare è risvegliare la gente”, ha affermato Elboim. “I progressi sono lenti ma sicuri, e se le autorità lo permetteranno, domani potremo fare tutto il servizio”.

 

thanks to: Agenzia stampa Infopal

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Rete sionista gestiva turismo sessuale per pedofili in Colombia! Molteplici arresti, sequestrati beni e valori per decine di milioni di dollari!

Certe “elette” attività suscitano la riprovazione e l’intervento persino dei peggiori e più corrotti narco-regimi filo-yankee dell’America Latina.

Le forze dell’ordine in Colombia hanno smantellato una rete di 12 cittadini dell’entità illegale sionista che gestivano una rete di traffico sessuale minorile insieme a due colombiani. L’ufficio del Procuratore Generale della Colombia ha dichiarato che otto dei sospettati sono stati arrestati, compresi sei sionisti.

Il presunto anello per il traffico sessuale forniva ai viaggiatori di Tel Aviv “pacchetti turistici” che includevano prostitute minorenni, che ricevevano tra 200.000 pesos ($ 63) e 400.000 pesos ($ 126) in cambio di servizi sessuali.

Tra le accuse contro i membri del gruppo di trafficanti ci sono omicidio, cospirazione, traffico di esseri umani, traffico di minori, produzione di droga, fornitura di servizi di prostituzione e riciclaggio di denaro. Il leader del ‘clan’ era Mor Zohar, riferiscono i media in Colombia, mentre uno degli arrestati è un poliziotto colombiano.

L’ufficio del Procuratore Generale ha dichiarato che durante l’inchiesta sono stati sequestrati 150 miliardi di pesos ($ 47,3 milioni) tra valori e immobili, compresi alberghi, ostelli e altre attività legate al turismo.

L’indagine è iniziata dopo l’omicidio del sionista Shai Azran a Medellin nel giugno 2016. La polizia in Colombia sospetta che l’assassino sia Assi Ben-Mosh, un altro sionista di 44 anni che ha operato in Colombia dal 2009. Ben-Mosh è stato arrestato in 2003 nei Paesi Bassi con l’accusa di guidare una rete internazionale di traffico di droga.

Le autorità colombiane monitorarono le attività di Ben-Mosh nella nazione sudamericana e scoprirono che possedeva un hotel a Santa Marta, l’Hotel Benjamin, e offrì “pacchetti turistici” e feste organizzate in cui la droga e il sesso sarebbero stati venduti – in collaborazione con Zohar.

La rete è sospettata di operare in un certo numero di città in Colombia, tra cui la capitale Bogotà, Medellin, Cartagena e Santa Marta.

thanks to: Palaestina Felix

Lapidata a morte da coloni israeliani

Quella che vi raccontiamo oggi è solo una delle tante atrocità che si consumano quotidianamente contro il popolo palestinese. Ieri sera, una donna palestinese è stata lapidata a morte dai coloni israeliani nella parte settentrionale della Cisgiordania occupata.

lapidata

Aisha Mohammed Aravi, 47 anni, stava guidando il suo veicolo in compagnia del marito, vicino a un checkpoint della Cisgiordania, a sud di Nablus, quando sono stati attaccati da coloni israeliani che hanno iniziato a lanciare grosse pietre sulla macchina della coppia.

Gli aggressori hanno rotto il parabrezza dell’auto, colpendo la coppia più volte nella testa e nella parte superiore del corpo con una raffica di pietre. Aisha, della città di Bidya, ha perso la vita a causa di un grave trauma alla testa. I media palestinesi hanno riferito che anche il marito di Aisha ha subito gravi lesioni durante la vile aggressione.

Il tragico incidente è arrivato due giorni dopo che un gruppo di coloni israeliani della colonia di Yitzhar ha fatto irruzione in una scuola superiore nel villaggio di Urif, nel sud di Nablus, e ha iniziato a lanciare sassi contro studenti seduti nelle loro classi. Decine di studenti sono rimasti feriti durante l’attacco, oltre ai gravi danni materiali causati alla scuola.

Pochi minuti dopo l’incidente, anche le forze militari israeliane sono entrate nella scuola superiore e hanno fornito protezione ai coloni mentre li scortavano fuori dalla zona. Le truppe hanno anche sparato proiettili di acciaio rivestiti di gomma e bombolette lacrimogene contro gli studenti. Diversi giovani sono rimasti intossicati a causa dell’inalazione di gas lacrimogeno. Dalla Palestina occupata è tutto.

thanks to: ilfarosulmondo

#DecretoSalvini contro l’immigrazione selvaggia

E’ fondamentale regolare l’immigrazione. In Palestina gli ebrei sono arrivati come richiedenti asilo, perchè scappavano dai pogrom dell’est Europa. Una volta sul territorio palestinese hanno cominciato ad organizzarsi, ad armarsi, hanno attaccato i Palestinesi e li hanno cacciati dal loro paese. In Italia ci sono quasi 7 milioni di immigrati. Sono troppi. E’ già un numero pericoloso. Bisogna fermarli finchè siamo in tempo altrimenti faremo la fine dei Palestinesi.

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A cura di Parallelo Palestina.

Da “La pulizia etnica della Palestina” , di Ilan Pappe, pag. 106-111.

La Consulta aveva esaminato la bozza del Piano Dalet nella seconda metà di febbraio del 1948. Secondo il diario di Ben Gurion, era domenica 29 febbraio anche se uno storico militare israeliano riporta la data del 14 febbraio81. Il Piano Dalet fu completato agli inizi di marzo. In base ai ricordi di molti generali dell’esercito di quel periodo, la storiografia israeliana in genere afferma che il marzo del 1948 fu il più difficile nella storia della guerra. Ma questa valutazione si basa solo su un aspetto del conflitto imminente: gli attacchi dell’ALA ai convogli ebraici verso i loro insediamenti isolati che agli inizi di marzo sortirono un certo effetto. Inoltre, alcuni ufficiali dell’ALA cercarono a quel tempo di resistere alle offensive ebraiche nei villaggi misti oppure facendo delle rappresaglie e terrorizzando le zone ebraiche con una serie di miniraid. Due di questi attacchi diedero al pubblico la (falsa) impressione che dopo tutto l’ALA avrebbe potuto organizzare una certa resistenza in vista di un attacco ebraico.

Infatti, nel marzo del 1948, iniziò l’ultimo tentativo militare palestinese di breve durata per proteggere la propria comunità.

Le forze ebraiche non erano ancora sufficientemente ben organizzate per poter reagire immediatamente e con successo a ogni contrattacco, e questo spiega il senso di sconforto in alcune parti della comunità ebraica. Tuttavia, la Consulta aveva sempre la situazione sotto controllo. Quando si riunirono di nuovo agli inizi di marzo, non presero nemmeno in esame il contrattacco dell’ALA né pensarono che la situazione in generale fosse particolarmente preoccupante. Invece, sotto la guida di Ben Gurion, stavano preparando un master plan finale.

Alcuni membri della Consulta proposero di continuare con la pulizia etnica come mezzo più efficace per difendere le strade che portavano agli insediamenti isolati. La più pericolosa era la strada Tel Aviv-Gerusalemme, ma Ben Gurion stava già pensando a qualcosa di più ampio. La conclusione che egli aveva tratto dal periodo tra la fine di novembre del 1947 e gli inizi di marzo del 1948 era che, malgrado tutti i tentativi giunti dall’alto, mancasse ancora un comando capace sul terreno. A suo avviso, i tre piani precedenti preparati dall’Haganà per l’occupazione della Palestina mandataria – uno del 1937, gli altri due del 1946 – dovevano essere aggiornati. Quindi ordinò una revisione dei piani, e i due più recenti assunsero il nome in codice di Piano B e Piano C.

Non sappiamo quello che disse Ben Gurion a proposito della pulizia etnica alla Consulta nel regolare incontro del mercoledì pomeriggio, il 10 marzo 1948, ma abbiamo il piano che essi misero a punto, che fu approvato dall’Alto Comando dell’Haganà e successivamente inviato come ordine militare alle truppe in Campo.

Il nome ufficiale del Piano Dalet era piano Yehoshua. Yehoshua Globerman era nato nel 1905 in Bielorussia e imprigionato negli anni Venti per attività anticomunista; fu rilasciato dopo aver trascorso tre anni in una prigione sovietica quando Massimo Gorki, amico dei suoi genitori, intervenne in suo favore.

Globerman fu comandante dell’Haganà in varie zone della Palestina e fu ucciso da sconosciuti che gli spararono in macchina nel dicembre del 1947. Era destinato a diventare uno dei comandanti in Capo dell’esercito israeliano, ma la sua morte prematura significò che il suo nome sarebbe stato associato non alle sue capacità militari ma al master plan sionista per la pulizia etnica della Palestina. Era talmente stimato dai colleghi che gli fu conferito alla memoria il grado di generale dopo la creazione dello Stato ebraico.

Pochi giorni dopo l’uccisione di Globerman, l’unità dei servizi segreti dell’Haganà preparo le bozze di un piano per i mesi seguenti. Col nome in codice di Piano D, esso conteneva sia i parametri geografici di un futuro Stato ebraico (quel 68 per cento a cui mirava Ben Gurion), ma anche il destino di un milione di palestinesi che vivevano in quella zona:

Queste operazioni potranno essere svolte in uno dei seguenti modi: o distruggendo i villaggi (incendiandoli o facendoli saltare in aria e poi mettendo delle mine nei detriti), soprattutto i centri abitati che sono difficili da controllare in modo permanente; oppure con operazioni di setacciamento e controllo con le seguenti modalità: si accerchia il villaggio e si fanno perquisizioni. Se c’è resistenza, le milizie armate dovranno essere eliminate e la popolazione espulsa al di fuori dei confini dello Stato.82 I villaggi dovevano essere completamente evacuati o perché si trovavano in luoghi strategici oppure perché poteva verificarsi una qualche forma di resistenza. Questi ordini furono dati quando fu chiaro che l’occupazione avrebbe sempre provocato una certa resistenza e che quindi nessun villaggio sarebbe stato risparmiato, o a causa della sua posizione o a causa del rifiuto all’occupazione. Questo fu il master plan per l’espulsione di tutti i villaggi nella Palestina rurale. Istruzioni simili furono date, in termini quasi identici, per le azioni che avevano come obiettivo i centri urbani palestinesi.

Gli ordini che arrivavano alle unità sul campo erano più specifici. Il paese era diviso in zone secondo il numero di brigate; per cui le quattro brigate originali dell’Haganà divennero dodici in modo da facilitare la realizzazione del piano. Ogni comandante di brigata ricevette un elenco dei villaggi o quartieri da occupare, distruggere e da cui espellere gli abitanti, con date precise.

Alcuni comandanti mostrarono un eccesso di zelo nell’eseguire gli ordini e presero di mira anche altre località. Alcuni ordini, d’altra parte, si rivelarono troppo ambiziosi e non fu possibile eseguirli nei tempi prestabiliti. Questo significò che alcuni villaggi lungo la costa che avrebbero dovuto essere occupati in maggio non furono distrutti fino a luglio. E i villaggi nella zona Wadi Ara -la vallata che collegava Hadera a Marj Ibn Amir (Emeq Izrael) e Afula (oggi Route 65) – riuscirono a sopravvivere ai ripetuti attacchi ebraici durante tutta la guerra. Ma erano l’eccezione: infatti 531 villaggi, 11 quartieri urbani e città furono distrutti e gli abitanti espulsi per ordine preciso della Consulta, emanato nel marzo del 1948. Allora erano gia stati eliminati 30 villaggi.

Pochi giorni dopo la messa a punto del Piano D, esso fu distribuito ai comandanti delle dodici brigate ora incorporate nell’Haganà.L’elenco che ogni comandante ricevette comprendeva una descrizione dettagliata dei villaggi di sua competenza e la loro sorte: occupazione, distruzione ed espulsione. I documenti israeliani rilasciati dagli archivi IDF alla fine degli anni Novanta indicano chiaramente che, contrariamente a quanto hanno affermato storici come Morris, il Piano Dalet fu inviato ai Comandanti delle brigate non come generiche linee guida da eseguire, ma come precisi ordini operativi83,

A differenza delle bozze generali inviate ai leader politici, gli elenchi dei villaggi che i comandanti militari ricevettero non davano indicazioni dettagliate riguardo l’esecuzione della distruzione o dell’espulsione. Non veniva specificato come i villaggi avrebbero potuto salvarsi, ad esempio con una resa incondizionata, che era invece contemplata nel documento generale. Appare anche un’altra differenza tra la bozza inviata ai politici e quella ricevuta dai comandanti militari: la bozza ufficiale indicava che il piano sarebbe stato attivato solo dopo la fine del Mandato; gli ufficiali in campo ricevettero l’ordine di iniziare le operazioni pochi giorni dopo la sua adozione. Questa dicotomia è tipica del rapporto che esiste in Israele tra l’esercito e i politici ancora oggi. Spesso l’esercito non dà ai politici le giuste informazioni relative alle proprie intenzioni: e quanto fecero Moshe Dayan nel 1956, Ariel Sharon nel 1982 e Shaul Mofaz nel 2000.

Ma la versione politica del Piano Dalet e le direttive militari avevano in comune l’obiettivo generale del piano. In altre parole, anche prima che gli ordini arrivassero alle truppe dispiegate, esse sapevano gia cosa avrebbero dovuto fare. Quella coraggiosa e stimata sostenitrice israeliana dei diritti civili, Shulamit Aloni, a quel tempo ufficiale dell’esercito, ricorda che ufficiali politici speciali andavano di persona a incitare le truppe demonizzando i palestinesi e invocando l’Olocausto come punto di riferimento per le operazioni future, spesso proprio il giorno successivo alla seduta di indottrinamento84.

Dopo l’approvazione della Consulta del Piano Dalet, il capo di Stato maggiore, Yigael Yadin, convocò gli ufficiali dell’intelligence dell’Haganà nella sede del servizio sanitario pubblico, Kupat Holim, in via Zamenhof a Tel Aviv (ancora oggi sede del servizio, di fronte a un noto ristorante indiano). Centinaia di ufficiali affollarono una Sala che normalmente è quella di ricevimento per i pazienti.

Yadin non li informò del Piano Dalet: gli ordini erano stati impartiti quella settimana ai Comandanti delle brigate, ma egli comunicò loro un’idea generale che non doveva lasciare dubbio alcuno sulla capacità delle loro truppe di eseguire il Piano. Gli ufficiali dell’intelligence erano anchein un certo senso politruk (“Commissari politici”), e Yadin si rese conto che doveva spiegare la discrepanza tra le dichiarazioni pubbliche della leadership sull’imminente “secondo Olocausto” e la realtà che le forze ebraiche non avrebbero incontrato resistenza nell’evacuazione pianificata di un territorio che sarebbe stato trasformato nel loro Stato ebraico. Yadin, teatrale come sempre, cercò di colpire i suoi ascoltatori: poiché a loro sarebbero stati impartiti ordini di occupare, conquistare ed espellere una popolazione, meritavano di ricevere una spiegazione sul da farsi, visto poi che si leggeva sui giornali e si sentiva dire dai politici che essi stessi erano “in pericolo di annientamento”. Yadin, alto e snello, che sarebbe diventato una figura ben conosciuta a tutti gli israeliani, informò con orgoglio il pubblico: “Oggi abbiamo tutte le armi che ci servono; sono già state imbarcate e gli inglesi se ne stanno andando via, e appena avremo queste armi la situazione sulle frontiere cambierà del tutto85.

In altre parole, mentre Yigael Yadin descrive le ultime settimane di marzo del 1948 come il periodo più duro della guerra, potremmo invece pensare che la comunità ebraica in Palestina non correva in realtà il pericolo di annientamento: stava solo affrontando alcuni ostacoli sul percorso del piano di pulizia etnica. Queste difficoltà erano la relativa mancanza di armi e l’isolamento di insediamenti ebraici all’interno dello Stato arabo. Particolarmente vulnerabili risultavano alcuni insediamenti nella Cisgiordania e quelli nelle zone nord-occidentali del Negev (Negba, Yad Mordechai, Nizanim e Gat). Questi quattro insediamenti sarebbero rimasti isolati anche dopo l’entrata dell’esercito egiziano in Palestina che li occupò per breve tempo.

Anche alcuni insediamenti nell’alta Galilea non poterono essere raggiunti o difesi facilmente poiché erano circondati da molti villaggi palestinesi che ebbero la fortuna di essere protetti da diverse centinaia di volontari dell’ALA. Lnfine, la Strada per Gerusalemme fu sottoposta a un pesante fuoco di cecchini palestine si, tanto da far si che in quel mese si diffondesse un senso di assedio nelle zone ebraiche della città.

Il mese di aprile del 1948, secondo la storiografia ufficiale israeliana, fu un momento di svolta. Secondo questa Versione, la comunità ebraica isolata e minacciata in Palestina si spostava dalla difesa all’attacco, dopo essere scampata alla sconfitta. La realtà della situazione non avrebbe potuto essere più diversa: lo squilibrio militare, politico ed economico delle due comunità era tale che non solo la maggioranza degli ebrei non correva alcun pericolo, anzi, tra gli inizi del dicembre del 1947 e la fine di marzo del 1948, il loro esercito aveva portato a termine la prima fase della pulizia etnica in Palestina, ancora prima che il master plan fosse messo in pratica. La svolta in aprile fu lo spostamento da attacchi e contrattacchi sporadici contro la popolazione civile palestinese verso la sistematica megaoperazione di pulizia etnica che sarebbe seguita.

thanks to: Infopal

Perché i palestinesi sono trattati oggi come gli ebrei nel 1940.

Perché oggi non si levano voci per denunciare i metodi altamente fascisti di Israele contro i Palestinesi?

Guillermo Saavedra, 31 agosto 2018

Quando i nazisti derubarono il popolo ebraico, confiscarono tutte le loro proprietà e ricchezze. Appropriazione ed espropriazione di opere d’arte, conti bancari, abbigliamento … Prigione, tortura, persecuzione.

Il saccheggio dei nazisti non ebbe  limiti.

Perché oggi non si levano voci per denunciare i metodi altamente fascisti di Israele contro i Palestinesi?

Questa può essere allo stesso tempo una domanda filosofica e un grido d’angoscia. La prima è una richiesta di chiarezza ed esige una risposta intellettuale. Ma se le parole sono un’espressione di angoscia, qualsiasi spiegazione razionale non solo sarebbe irrilevante,, ma anche assolutamente insensibile. Un’espressione di dolore richiede empatia e non risposte; silenzio, non parole

Nota del grande filosofo Darío Sztajnszrajber –  Sztajnszrajber fa una fantastica descrizione della sensazione di angoscia. Ma che si fa dopo aver compreso questo sentimento?

L’Ufficio Centrale di Statistiche Palestinese ha rivelato che nel 2017 Israele si è appropriato di 2.100 dunam di terra palestinese (un dunam equivale a 1.000 metri quadrati) in diverse parti della Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme.

Secondo un rapporto pubblicato alla vigilia della Giornata della Terra, che ha avuto luogo il 30 Marzo 2018 nei Territori Occupati, le terre sono state espropriate principalmente per stabilirvi controlli militari israeliani, punti di osservazione vicino a insediamenti ebraici o per annetterle  a insediamenti ebraici,

Secondo l’Ufficio Centrale di Statistica, Israele controlla attualmente più del 90% della superficie della Valle del Giordano, il che rappresenta il 29% della superficie totale della Cisgiordania. Rileva inoltre che alla fine del 2016 il numero di insediamenti, enclave selvagge e basi militari israeliane in Cisgiordania hanno  raggiunto il  numero di 425, incluse 150 colonie e 107 enclave selvagge. Il rapporto stima che ci siano 636.000 coloni in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme, il che significa che ci sono 21,4 coloni per 100 palestinesi.

Nel 2017, Israele ha demolito 433 edifici palestinesi nei Territori Occupati,  il 46% dei quali a Gerusalemme.

Il 21 novembre 2016  il relatore delle Nazioni Unite per i Territori Occupati, Michael Lynk, accusò il Parlamento israeliano di voler “rubare” la proprietà privata dei Palestinesi con l’approvazione di una legge che legalizzava gli insediamenti ebraici nei Territori.

Il 16 novembre 2017 erano stati legalizzati più di 100 insediamenti ebraici temporanei stabiliti illegalmente su terra palestinese privata in Cisgiordania, nonostante  gli ordini contrari della Corte Suprema israeliana.

Ciò era stato possibile grazie alla nuova legge dello Stato di Israele che legalizzava l’appropriazione  delle terre private palestinesi e la loro  regolarizzazione,  destinandole all’uso dei coloni ebrei.  Argomentazione vietata dal diritto internazionale.

Michael Lynk denunciò che questi insediamenti minano il diritto all’autodeterminazione dei Palestinesi, violando il loro diritto di proprietà, di  libertà di movimento e di sviluppo. Così come lo Stato di Israele continua a confinare i Palestinesi  in porzioni  di terra  sempre più piccole e non contigue tra di loro .

Ma la comunità internazionale ha paura di sfidare il governo israeliano. Sebbene l’annessione dei Territori Occupati costituisca una profonda violazione del diritto internazionale. I Palestinesi dal canto loro sono molto pacifici di fronte alla rapina organizzata.

Se Israele continua con le annessioni, la comunità internazionale dovrebbe essere pronta non solo a condannare queste azioni, ma anche ad adottare  misure appropriate per porre rimedio a queste violazioni.

La Storia ha dimostrato che il solo responsabile della situazione in Palestina è il “Sionismo”.

Il pantheon dei personaggi biblici e coranici in Palestina  nasce da credenze e tradizioni del folclore nativo locale. Sono i Palestinesi musulmani che l’hanno creato e conservato come valore sacro della Palestina.

I luoghi sacri della Palestina  situati nel sottosuolo e dedicati alla memoria dei profeti e dei santi della tradizione ebraica, cristiana e islamica, sono stati conservati dalla popolazione araba palestinese locale come santuari per il pellegrinaggio che a sua volta generava atti di culto religioso e popolare nei villaggi ove sono ubicati..

Dal 1948, sin dall’inizio della politica di pulizia etnica, della distruzione dei villaggi e dell’espulsione dei loro abitanti,  tutti questi siti sono stati sottratti al popolo palestinese. Ci sono casi specifici che stupiscono per come il Sionismo, attraverso lo stato di Israele, si sia appropriato del culto  di quelli  che mai aveva considerato come luoghi di pellegrinaggio e devozione di sacri personaggi delle religioni abramitiche.

Storia di alcuni Regni europei, in cui gli Ebrei sono stati privati dei loro beni, delle loro ricchezze ed espulsi: Regno di Francia, anno 1182, espulsione e confisca dei beni ordinati dal re Filippo Augusto; Regno d’Inghilterra, anno 1290, ordinata dal re Edoardo I, l’espulsione degli Ebrei fu la prima grande espulsione del Medioevo; Spagna dei re cattolici di Castiglia e Aragona, confisca di beni ed espulsione degli Ebrei nel 1492.

In  Francia, paese dei Lumi, il governo di Vichy consegnò  ai nazisti 75.000 Ebrei perché fossero uccisi nelle camere a gas.

Oggi i Palestinesi hanno tutto il diritto di difendere il loro territorio e non possono essere considerati dei “terroristi”,  parola molto di moda all’interno di una comunità internazionale guidata dagli Stati Uniti.

thanks to:

Traduzione: Simonetta lambertini – Invictapalestina.org

Fonte:https://blogs.mediapart.fr/guillermo-saavedra/blog/310818/pourquoi-les-palestiniens-sont-traites-aujourdhui-comme-les-juifs-en-1940?utm_source=facebook

Un film censurato rivela la campagna segreta di “The Israel Project” su Facebook

“The Israel Project” (Il Progetto Israele), un importante gruppo di pressione con base a Washington, sta conducendo una campagna segreta su Facebook per influenzare gli utenti. Copertina: i palestinesi si esibiscono durante uno spettacolo equestre presso la spiaggia di Gaza City, il 9 marzo. (Immagini di Ashraf Amra / APA)

Ali Abunimah e Asa Winstanley – 13 settembre 2018

Lo rivela “The Lobby – USA”, un documentario realizzato sotto copertura da Al Jazeera , mai stato trasmesso a causa della censura del Qatar, sottoposto a pressioni da parte delle organizzazioni filo-israeliane.

Il video qui sopra, in esclusiva per “The Electronic Intifada”, mostra gli ultimi stralci trapelati dal documentario.

I precedenti filmati pubblicati da “The Electronic Intifada” e “Grayzone Project” avevano già rivelato l’utilizzo di tattiche subdole da parte di gruppi anti-palestinesi, pianificate ed eseguite in collusione con il governo israeliano.

In quest’ultimo filmato, David Hazony, amministratore delegato di “The Israel Project”, viene sentito dire al reporter sotto copertura di Al Jazeera: “Alcune delle cose che facciamo sono completamente segrete. Lavoriamo insieme a molte altre organizzazioni. ”

“Produciamo contenuti che poi pubblicano con il loro nome”, aggiunge Hazony.

Una parte importante dell’operazione è la creazione di una rete di “comunità” di Facebook incentrate sulla storia, sull’ambiente, sulle notizie internazionali e sul femminismo che sembrano non avere alcun collegamento con la causa pro-Israele, ma che sono utilizzate da “The Israel Project” per diffondere messaggi pro- Israele.

“La cosa segreta”

La pagina Facebook di “Cup of Jane” afferma di essere “Sugar, spice and everything nice”. È gestita da “The Israel Project” come parte di una campagna d’influenza “segreta”

In una conversazione presente anche negli estratti video trapelati, Jordan Schachtel, che all’epoca lavorava per The Israel Project, racconta al giornalista sotto copertura di Al Jazeera della logica e dell’estensione dell’operazione segreta su Facebook.

Il reporter in incognito, noto come “Tony”, fingeva di essere uno stagista presso “The Israel Project”.

“Stiamo mettendo insieme molti media pro-Israele attraverso vari canali di social media che non sono i canali propri di “The Israel Project”, afferma Schachtel. “Quindi abbiamo molti progetti collaterali con i quali stiamo cercando di influenzare il dibattito pubblico”.

“Ecco perché è una cosa segreta”, aggiunge Schachtel. “Perché non vogliamo che le persone sappiano che questi progetti collaterali sono associati a “The Israel Project.”

Tony chiede se l’idea nel “trattare tutto ciò che non è israeliano, sia quella di permettere alle cose che riguardano di Israele di “passare” meglio”.

“È solo che ci piace confonderci “, spiega Schachtel.

Una di queste pagine di Facebook, “Cup of Jane”, ha quasi mezzo milione di followers.

La pagina “Informazioni ” di “Cup of Jane” dice che si tratta di “Sugar, spice and everything nice.” (Zucchero, spezie e tutto ciò che è bello).

Non vi è alcuna dichiarazione sul fatto che sia una pagina per promuovere Israele.

La pagina identifica sì “Cup of Jane” come “una comunità lanciata da TIP’s Future Media Project in DC”. Tuttavia, non vi è alcuna menzione diretta ed esplicita di Israele o l’indicazione che “TIP” stia per “The Israel Project”.

“The Electronic Intifada” suppone che anche questo vago riconoscimento di chi c’è dietro la pagina, sia stato aggiunto solo dopo che “The Israel Project” ha appreso dell’esistenza del documentario sotto copertura di Al Jazeera e presumibilmente prevedendo di essere smascherato.

“The Israel Project” ha anche aggiunto sul proprio sito Web che è lui a gestire le pagine di Facebook. Tuttavia, il sito non è collegato alle pagine.

Prima del maggio 2017 non ci sono prove dell’esistenza della pagina nell’archivio Internet – mesi dopo che la cover di “Tony” era saltata.

Secondo Schachtel, “The Israel Project” sta investendo notevoli risorse nella produzione di “Cup of Jane” e in una rete di pagine simili.

“Abbiamo una squadra di 13 persone. Stiamo lavorando su molti video informativi”, dice a Tony nel documentario di Al Jazeera. “Molti di questi sono solo argomenti casuali e solo il 25 percento tratta di Israele e di temi che riguardano gi Ebrei”.

Nel documentario Al Jazeera afferma che ” abbiamo contattato tutti coloro presenti in questo programma. Nessuna delle organizzazioni pro-Israele o persone che lavorano per loro hanno risposto alle nostre accuse “.

Falsi progressi

“Cup of Jane” cerca di costruirsi una progressiva credibilità pubblicando foto e citazioni di icone femministe come Maya Angelou e Ida B. Wells, di cui la pagina ha celebrato il compleanno definendola “pensatrice rivoluzionaria, scrittrice e attivista”.

Ci sono anche post sulla pioniera dell’ecologismo Rachel Carson e su Emma Gonzalez, che insieme ai compagni di classe ha lanciato una campagna nazionale per il controllo delle armi dopo essere sopravvissuta al massacro della scuola superiore a Parkland, in Florida, nel febbraio 2018

Intrecciati nel flusso di notizie dal sapore progressista, ci sono gli attacchi ai movimenti progressisti attuali, come la Dyke March di Chicago, i cui organizzatori hanno subito una campagna diffamatoria da parte di Israele dopo aver chiesto ai provocatori pro-Israele di lasciare la loro marcia nel 2017.

In mezzo a un flusso continuo di post innocui, la pagina Facebook “The Cup of Jane” di “The Israel Project” pubblicizza il militarismo israeliano come carino e femminista.

E un post dell’ottobre 2016, subito dopo il lancio della pagina “Cup of Jane”, ha tentato di ritrarre il militarismo israeliano come carino e fonte di potere per le donne.

“L’Aeronautica israeliana ha dipinto i caccia di rosa in sostegno al “Mese per la Prevenzione del Cancro al Seno”. Non è fantastico? ” afferma il post, accompagnato da una foto di un jet da combattimento israeliano. “Non è aggressivo?  A proposito: le donne avrebbero  bisogno di una forza aerea tutta loro “, continua “Cup of Jane”, aggiungendo una faccina sorridente.

Altre pagine che il documentario censurato di Al Jazeera ha identificato come gestite da “The Israel Project” includono “Soul Mama”, “History Bites”, “We Have Only One Earth” e “This Explains That”.

Alcune di queste pagine hanno centinaia di migliaia di seguaci.

“History Bites” non rivela la sua affiliazione a “The Israel Project”, nemmeno con la vaga formula usata da “Cup of Jane” e dalle altre pagine.

“History Bites” si descrive semplicemente come una pagina che racconta “Il fantastico della Storia in piccoli pezzi facilmente masticabili!”

La pagina ha condiviso un post di “Cup of Jane” che presentava Golda Meir, il primo ministro israeliano che ha attuato politiche razziste e violente contro i Palestinesi e che considerava le donne palestinesi incinte una minaccia esistenziale, come un’eroina femminista.

Un video del 2016 di “This Explains That “ha diffuso false notizie su una presunta protesta di Israele contro l’agenzia culturale dell’UNESCO per aver “cancellato” la venerazione ebraica e cristiana per i luoghi santi di Gerusalemme.

“History Bites” ha ripubblicato il video lo scorso dicembre affermando che “sembra sostenere la dichiarazione del presidente Trump che Gerusalemme è la capitale dello Stato ebraico di Israele”.

Il video ha ricevuto quasi cinque milioni di visualizzazioni.

Un altro video pubblicato da “History Bites” tenta di giustificare l’attacco a sorpresa d’Israele all’Egitto nel 1967, attacco che diede inizio alla guerra in cui Israele occupò la West Bank, la Striscia di Gaza, la penisola del Sinai in Egitto e le alture del Golan in Siria.

Il video descrive l’occupazione militare israeliana di Gerusalemme Est come la “riunificazione” e la “liberazione” della città.

Il marchio tossico di Israele

Il ricorso di “The Israel Project” al proverbiale cucchiaio di zucchero per cercare di far ingoiare più facilmente i messaggi pro-Israele, è un riconoscimento di quanto possa essere difficile vendere uno Stato di apartheid.

Come Ali Abunimah, uno degli autori di questo articolo, afferma nel documentario di Al Jazeera, “Il marchio israeliano è sempre più tossico, quindi non puoi vendere direttamente Israele. Devi avere altre cose trendy da proporre, argomenti innocui, divertenti, e di tanto in tanto farci scivolare in mezzo qualcosa su Israele “.

I tentativi di “The Israel Project” di cooptare la sensibilità progressista al servizio di Israele, anche se le sue stesse politiche sono politiche di una destra estrema, si inseriscono in una più ampia strategia, che cerca di dividere la sinistra e indebolire la solidarietà nei confronti della Palestina.

Diretto da Josh Block, ex funzionario dell’amministrazione Clinton ed ex stratega senior della potente lobby israeliana AIPAC, uno degli obiettivi principali di “The Israel Project” era quello di far naufragare l’accordo nucleare internazionale con l’Iran.

La campagna segreta di Facebook di “The Israel Project” è evidentemente manipolativa, ma è ancora più cinica se si considera che la sua mente è Gary Rosen.

Per anni Rosen ha pubblicato un account Twitter violentemente islamofobico chiamato @ArikSharon – il soprannome del compianto primo ministro israeliano Ariel Sharon, responsabile dell’invasione israeliana del Libano del 1982 e dei massacri nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila nello stesso anno .

Nella trascrizione di una registrazione fatta dal giornalista sotto copertura di Al Jazeera vista da “The Electronic Intifada”, Rosen riconosce che l’operazione @ArikSharon è un “account segreto”.

Rosen fu assunto dalla società di pubblicità globale Saatchi & Saatchi, ma nel novembre 2013 entrò a far parte di “The Israel Project”, dove è responsabile della strategia digitale.

Rosen ha cancellato molti dei tweet più offensivi dal feed Twitter @ArikSharon dopo che nel 2013 uno degli autori di questo articolo lo indicò come la persona che curava l’account.

Ma mentre gestisce le pagine segrete di Facebook tentando di normalizzare il sostegno a Israele tra il pubblico progressista, Rosen continua a utilizzare l’account Twitter di @ArikSharon per diffondere messaggi di destra e filo-israeliani.

Annunci anonimi svelati

Questo non è l’unico sforzo segreto della lobby israeliana nell’usare Facebook per raggiungere i suoi obiettivi.

Un rapporto congiunto di “The Forward” e “ProPublica” rivela che “Israel on Campus Coalition” ha pubblicatp annunci Facebook anonimi che diffamavano Remi Kanazi, un poeta americano palestinese, prima delle sue apparizioni nei campus degli Stati Uniti.

“The Electronic Intifada” è stata la prima a pubblicare le rivelazioni del video di Al Jazeera su come gli sforzi di “ Israel on Campus Coalition” per diffamare e molestare gli attivisti in solidarietà con la Palestina, siano segretamente coordinati dal governo israeliano.

Un portavoce di Facebook ha dichiarato a “The Forward” e “ProPublica” che i post di “Israel on Campus Coalition” indirizzati a Kanazi “violano le nostre politiche sulle false dichiarazioni e sono stati rimossi”.

Nel 2012, “The Electronic Intifada” rivelò un piano del sindacato nazionale studentesco, sostenuto dal governo israeliano, per pagare gli studenti che avessero diffuso su Facebook propaganda filo-israeliana. Tuttavia l’attuale sforzo segreto gestito da “The Israel Project” sembra essere molto più sofisticato.

A partire dalle elezioni presidenziali americane del 2016, Facebook è stato accusato di aver utilizzato la sua piattaforma per una propaganda manipolativa sponsorizzata dalla Russia volta a influenzare la politica e l’opinione pubblica.

Nonostante il clamore, queste accuse sono state grossolanamente esagerate o infondate.

Tuttavia, Facebook ha stretto una partnership con il Consiglio Atlantico nel tentativo apparente di reprimere i “falsi profili” e la “disinformazione”.

Il Consiglio Atlantico è un gruppo di esperti con sede a Washington finanziato dalla NATO, dalle forze armate statunitensi, dai governi brutalmente repressivi dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrain, dai governi dell’Unione Europea, e dal “chi è chi” delle ditte di investimento, delle compagnie petrolifere, dei produttori di armi e di altri profittatori di guerra.

Come risultato apparente di questa partnership, un certo numero di account di social media completamente innocui, con pochi o nessun follower, è stato recentemente eliminato.

Più preoccupante, le pagine gestite da notiziari di sinistra incentrati sui Paesi presi di mira dal governo degli Stati Uniti, come “Venezuela Analysis” e “teleSUR”, sono state sospese, anche se successivamente ripristinate.

Ora, con solide prove della campagna di manipolazione di “The Israel Project”, ben finanziata e di ampio impatto su Facebook, resta da vedere se il gigante dei social media agirà per garantire che gli utenti inconsapevoli siano resi consapevoli che ciò cui sono esposti è la propaganda progettata per sostenere e mascherare lo Stato d’Israele.

In risposta a una richiesta di commento, un portavoce di Facebook ha dichiarato a “The Electronic Intifada” che l’azienda avrebbe esaminato la questione.

thanks to:

Traduzione: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” Invictapalestina.org

Fonte: https://electronicintifada.net/content/censored-film-reveals-israel-projects-secret-facebook-campaign/25486

L’odio ebraico continua a seminare morte

Nel villaggio di Nabi Saleh, assurto alcuni mesi fa agli onori della cronaca per l’arresto della giovane Ahed Tamimi, della mamma, colpevole di andare a chiedere sue notizie, della cugina, colpevole a sua volta di aver gridato contro i soldati occupanti e del cugino, colpito e devastato da un proiettile in pieno volto e poi arrestato, i soldati hanno fatto una nuova vittima in modo al tempo stesso assurdo e crudele.

Izz Abdelafez Tamimi, un ragazzino di 15 anni della stessa grande e sfortunata famiglia,  è stato colpito alla gola da un soldato israeliano.

E’ una morte di “routine”, non farebbe neanche notizia se il caso non ci avesse portato ad assistere all’incredibile dinamica che ha reso ancora una volta evidente la crudeltà dei soldati dell’esercito che, a nessun titolo, viene definito il più morale del mondo.

Incredibile non in sé, purtroppo la morte da queste parti è sempre in agguato, ma soltanto perché si tratta dell’azione di soldati di uno Stato che ambisce ad essere definito democratico. E’ vero che anche nei “democratici” States, di queste esecuzioni, generalmente contro uomini di origine africana ce ne sono a volontà e a nessuno viene in mente di privare gli USA della qualifica di nazione democratica, ma questo non impedisce, a chi al termine attribuisce un significato autentico, di notarne l’orrore e le contraddizioni.

Una cosa unisce gli USA ad Israele, anche mettendo da parte la protezione (ormai fattasi pubblicamente vera e propria connivenza) dei primi sul secondo. Ciò che li unisce è un sottile e sempre riaffiorante razzismo. Per gli Usa lo è verso i neri, come attestano i numerosi casi che riescono ad emergere grazie a chi questo razzismo lo detesta e lo denuncia filmandolo, per Israele lo è nei confronti dei palestinesi come mostrano i casi quotidiani, sia quando si tratta di immotivati assassinii, sia quando si tratta di arresti, sia quando si tratta di mortificazioni quotidiane come quelle cui abbiamo il “privilegio” di assistere stando qui, ad esempio tra la gente che prende i bus pubblici e che, se palestinese, è costretta a scendere a comando dei soldati per essere controllata fuori del bus, allineata come gregge alla mercé dei controllori e dei loro capricci.

Stamattina i soldati dell’IDF hanno dato ulteriore prova di questo loro sentire, non solo sparando al collo di un ragazzo colpevole di aver lanciato dei sassi contro le camionette che andavano a devastare il suo villaggio cercando la preda quotidiana, ma impedendo ai suoi familiari di soccorrerlo e portarlo in ospedale.

Video girati clandestinamente col cellulare, certo non di buona qualità, ma inattaccabili come testimonianza, mostrano la crudeltà inutile dei soldati in risposta al dolore e alla rabbia degli abitanti che gridano mustashfà, cioè ospedale, e che provano a ripetere in inglese, come fosse un problema di lingua, la richiesta di portare subito il ragazzo in ospedale. No, semmai verrà arrestato, perché non è la prima volta che i soldati israeliani arrestano ragazzi moribondi, ma tanto una ferita al collo è un colpo destinato ad uccidere e ci sarebbe stato poco da fare.

Quello che colpisce noi, osservatori casuali dell’omicidio, ma conoscitori da tanti anni della realtà palestinese, è la totale mancanza di pietas. Quel sovrappiù che si aggiunge alla già illegale e crudele occupazione e allo stesso omicidio, commesso come fosse la pratica burocratica di un annoiato impiegato del catasto.

Questa disumanizzazione dell’altro, tipica dei regimi di apartheid, occulta o manifesta che sia, non solo è un’officina di odio, ma ha un effetto specchio: disumanizzando la vittima, disumanizza il carnefice. Questo è ciò che si percepisce sempre di più vivendo nei Territori palestinesi occupati e quindi, per necessità, a continuo contatto con Israele.

L’omicidio del giovane Izz Abdel Tamimi, che forse verrà ignorato dai media mainstream, o forse verrà infilato nella categoria “scontri” sempre adatta a giustificare i killer, è un’ulteriore conferma di questa perdita costante di decenza  umana dalla quale Israele sembra ormai affetto senza possibilità di cura. Gli stessi, pochi israeliani, che manifestano contro questi avvenimenti vengono dileggiati o ignorati, e questo è un altro sintomo del male.

Per oggi da Ramallah è tutto, ma la giornata è ancora lunga e il nuovo martire non aiuta certo a sperare che la pace sia dietro l’angolo.

Sorgente: Da Ramallah. Ancora sangue e odio sparati su un ragazzino – Pressenza

La foto che inchioda Israele per il barbaro assassinio dell’infermiera palestinese di 21 anni Razan

di Paola Di Lullo

Ha fatto e continua a fare il giro del Web la foto della giovane infermiera Razan Ashraf al Najjar, 21 anni, assassinata da una cecchina dell’IDF, che si reca al border con le braccia alzate ed il camice bianco per prestare soccorso ai gazawi feriti.

Questa immagine, ove mai ce ne fosse bisogno, conferma quanto scritto dall’inizio della Great Return March. Israele spara per uccidere, non per difesa. Quale minaccia poteva rappresentare per i cecchini schierati al border una giovane infermiera, armata di volontà, determinazione, sorriso, garze, bende e mascherine? Per di più, con le mani alzate? Sparare ad una persona che alza le mani, quando si era già allontanata dal confine, ed in pieno petto, è omicidio, senza se e senza ma. È crimine di guerra. Senza appello, senza giustificazioni né possibili motivazioni. Israele non può invocare alcun diritto all’autodifesa, semplicemente perché Razan, e la postazione medica di cui faceva parte ed in cui si trovava quando è stata colpita, non costituivano una minaccia né incombente né remota, per i soldati israeliani.

Di quanto è accaduto venerdì, avevo scritto qui, ma oggi, corre l’obbligo di riportare, ancora, due articoli di due diverse Convenzioni Internazionali che condannano Israele senza processo.
Uno, della IV Convenzione di Ginevra del 1949, cui naturalmente Israele non ha aderito, ma che stabilisce in base al diritto umanitario internazionale, i comportamenti delle parti “belligeranti”.

Art. 18 :

Gli ospedali civili organizzati per prestare cure ai feriti, ai malati, agli infermi e alle puerpere non potranno, in nessuna circostanza, essere fatti segno ad attacchi; essi saranno, in qualsiasi tempo, rispettati e protetti dalle Parti belligeranti,
Ed ancora, un paragrafo dell’articolo 8 dello Statuto della Corte Penale Internazionale, istituita dallo Statuto di Roma, firmato nel 1998, entrato in vigore nel 2002 e modificato nel 2010, allo scopo di istituire un tribunale sovranazionale in grado di tutelare e garantire la pace nel mondo. Israele, anche in questo caso, non ha aderito.

Art. 8 –  par. 2 – b 3
Agli effetti dello Statuto, si intende per «crimini di guerra»:
dirigere deliberatamente attacchi contro personale, installazioni materiale, unità o veicoli utilizzati nell’ambito di una missione di soccorso umanitario o di mantenimento della pace in conformità della Carta delle Nazioni Unite, nella misura in cui gli stessi abbiano diritto.

Ora, il fatto che Israele non abbia aderito alle più importanti Convenzioni Internazionali, non solo non lo scagiona, ma lo rende doppiamente colpevole, sebbene i membri della Knesset pensino di potersi scrivere articoli di diritto internazionale nelle loro riunioni di gabinetto. Ed è vero che Israele, in quanto stato, non può essere portato dinanzi alla CPI, ma i singoli, politici e vertici militari, sì.

E sarebbe ora che il presidente Abbas, eletto nel gennaio del 2005, con scadenza nel 2009, unilateralmente posticipata al 2010, ma ancora in carica, per sua unilaterale decisione, prendesse adeguate misure in merito alle denunce alla CPI.

È, invece, del tutto ridicolo inviare a l’Aia il primo ministro Rami Hamdallah allo scopo di denunciare Israele per crimini di guerra. È un farsa, un’ennesima presa in giro per un popolo che si sente non solo non rappresentato, ma tradito dalla leadership palestinese.

E mentre Gaza tutta si stringe intorno alla famiglia di Razan e piange la sua perdita, Israele fa sapere di aver aperto un’indagine sull’accaduto. Troppe ne hanno viste i palestinesi per poter credere che l’indagine sarà equa e giusta e non stabilirà, come sempre è accaduto, che i soldati hanno rispettato le regole.

I commentatori più maligni continuano a dare la colpa dei 118 morti e dei 13.300 feriti dei dieci giorni della Marcia ad Hamas, che userebbe il popolo di Gaza come scudo. Prescindendo per un attimo dal fatto che la Great Return March non è stata organizzata né voluta da Hamas, ma dal Coordinating Committee of the March of Return (Comitato di Coordinamento della Marcia di Ritorno), come già scritto qui e ripetuto decine di volte, prescindendo da ciò, dicevo, e dal fatto che vi abbiano aderito gazawi di tutte le fazioni politiche, di tutte le età ed estrazioni sociali, esattamente quali sarebbero le ragioni per incolpare Hamas se Israele spara per uccidere? Supponiamo che sia vero, che Hamas abbia chiamato a raccolta i gazawi e li abbia mandati al border, a manifestare pacificamente, ebbene questo giustificherebbe la reazione israeliana?  Basta nominare Hamas per assolvere Israele? Con cosa avrebbe armato i palestinesi, Hamas? Molotov, copertoni incendiari, fionde? Vogliamo davvero paragonarle alle armi del terzo esercito meglio armato al mondo? Li avete visti sparare contro civili o soldati israeliani, i palestinesi? Quanti ne hanno ammazzati? Nessuno. Contro 118.

Questa è malafede, ossia sionismo. Che nulla ha a che vedere con l’autodifesa perennemente invocata da Israele. Autodifesa da chi? Da un popolo ridotto allo stremo, dopo 11 anni di embargo totale e tre massicci bombardamenti? Da una ragazzina che prestava soccorso volontario, senza essere remunerata, perché credeva nelle istanze del suo popolo ed offriva il suo aiuto come più le era congeniale? Una ragazza che, ho dovuto leggere, forse era imbottita di esplosivo. Certo, per farsi saltare in aria tra i suoi connazionali! Cosa non ci si inventa pur di tutelare i sionisti. Se non funziona l’autodifesa, si gioca la carta dell’olocausto, quello stesso olocausto che i discendenti degli ebrei, uccisi dai nazisti nei campi di concentramento, stanno perpetrando da 70 anni contro i palestinesi.

E che fascino esercita l’IDF! Un’altra foto che sta facendo il giro del Web, mostra Rebecca, ebrea americana di Boston che ha scelto di vivere in Israele e di servire nell’ esercito. È lei la cecchina che ha ucciso con un colpo al petto Razan. Una vigliacca, a voler essere gentile, ben nascosta ed armata, cui auguro di sognare il dolce volto di Razan ogni notte della sua schifosissima vita.

Sorgente: La foto che inchioda Israele per il barbaro assassinio dell’infermiera palestinese di 21 anni Razan

Gaza, tre giorni di fuoco

Gaza, tre giorni di fuoco

I primi bombardamenti nella notte tra sabato e domenica. Secondo il sito ebraico Yediot Ahronot la pioggia di oltre 25 missili che si sono abbattuti su Rafah e Khan Younis, sud di Gaza, era la risposta all’introduzione di quattro uomini in territori israeliano

di Paola Di Lullo

Da domenica notte alla notte scorsa, la Striscia ed i gazawi hanno vissuto tre giorni di fuoco. Il che, in gergo comune, vorrebbe significare tre giorni pesanti, impegnativi, difficili. Invece in questo caso bisogna leggere alla lettera. Tre giorni di fuoco vero da cielo, mare e terra. Gaza vive da undici anni sotto embargo israeliano, con tutte le conseguenze che lo stesso comporta, ed è bloccata via cielo, via mare, via terra. Da tutti e tre i settori si sono abbattuti sulla Striscia missili e colpi di mortaio.

I primi bombardamenti nella notte tra sabato e domenica. Secondo il sito ebraico Yediot Ahronot la pioggia di oltre 25 missili che si sono abbattuti su Rafah e Khan Younis, sud di Gaza, era la risposta all’introduzione di quattro uomini in territori israeliano.
La stazione televisiva di Hamas, Al Aqsa, aveva mandato in onda un filmato in cui si vedevano, nella mattina di sabato, 4 giovani palestinesi attraversare il confine e dar fuoco ad una postazione dell’IDF.
I palestinesi avevano lasciato scritto su una tenda “March of Return. Returning to lands of Palestine”, prima di rientrare nella Striscia. Tutta l’operazione sarebbe durata un minuto circa.
Il link del video mandato in onda dalla stazione televisiva palestinese https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=1995469107154229&id=129653250402500
Il link del video dei bombardamenti
https://www.facebook.com/eyeonpalestine2011/videos/1928170290538536/

La risposta era arrivata, appunto, nella notte, colpendo postazioni di Hamas.
Tre i morti, tutti a Rafah, uccisi da una cannonata sparata da un carro armato.
Due di essi erano combattenti delle Brigate di al-Quds, l’ala militare del Jihad Islamico, Hussein Samir al-Umour, 25 anni, e Abd al-Halim Abd al-Karim al-Naqa, 28 anni.
Il terzo palestinese ferito e poi morto era Nassim Marwan al-Umour, 25 anni.

Le Brigate al-Quds promettono vendetta.

Lunedì sera, i carri armati israeliani erano tornati in azione, bombardando diversi presunti siti militari di Hamas nella parte settentrionale della Striscia.
Secondo il portavoce del ministero della salute di Gaza, Ashraf al-Qudra, Muhammad Masoud al-Radie, 25 anni, membro delle Brigate al-Qassam, l’ala militare del movimento di Hamas, è stato ucciso in un bombardamento a Beit Lahiya.
Colpi di mortaio contro la cittadina sarebbero stati sparati per colpire tre siti di Hamas.

La risposta del Jihad islamico arriva martedì mattina. Una trentina di colpi di mortaio, di cui due, non intercettati dall’Iron dome, caduti in zona di confine, a Sderot ed Eshkol, dove sono risuonate le sirene e migliaia di abitanti sono stati costretti a recarsi nei rifugi.

Ed allora Israele si scatena sulla Striscia, colpendo, prevalentemente Zaytoun e Shiajeia, Il peggior bombardamento dai tempi di Protective Edge.

I video dei bombardamenti :

 

Ma ieri era anche la giornata della Freedom Ship, due pescherecci che, salpando dal porto di Gaza, si prefiggevano lo scopo di rompere, in uscita, l’embargo israeliano. Trasportavano 35 persone, tra cui malati, feriti, studenti e disoccupati. Dopo aver superato il limite di nove miglia imposto da Israele, i pescherecci sono stati avvicinati dalle navi da guerra israeliane e si è interrotto ogni tipo di collegamento. A 12 miglia dalla costa uno dei pescherecci è stato abbordato e condotto nel porto di Ashdod con le 17 persone che erano a bordo, tutti tratti in arresto. In serata, sono stati rilasciati i passeggeri della Freedom Ship, tra cui una donna, 4 feriti e 4 malati di cancro. Ancora in arresto il capitano, Suhail al-Amoudi.

 

Mentre le barche palestinesi si avviavano in acque internazionali, Israele bombardava ancora Gaza.
Colpito con sette missili un sito della Brigate al Quds, braccio armato del Jihad islamico, al centro della Striscia. Bombardata anche Khan Younis.
Il video del bombardamento
https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=1954175444616253&id=100000714496988

 

Gli F16 israeliani hanno lanciato anche tre raid su terreni vuoti nei pressi dell’Aeroporto Internazionale di Arafat, a est di Rafah.
Preso di mira un sito ad est di al-Maghazi e un altro a est di Deir al-Balah, centro di Gaza Strip.
La maggior parte dei siti colpiti, almeno 35, appartenevano alla resistenza palestinese, soprattutto alle Brigate Al-Quds, l’ala armata del Jihad islamico, ma anche ad Hamas. Fin dalla mattina, razzi palestinesi erano arrivati in territorio israeliano. Sarebbero sei gli israeliani feriti nella esplosioni, tra cui tre soldati.

 

In nottata, Israele ha ripreso i bombardamenti sulla Striscia. La Resistenza ha risposto e le sirene hanno suonano in tutti gli insediamenti al confine con Gaza.
Il video dei bombardamenti https://www.facebook.com/palinfo/videos/1736586339710767/
Alle 4,00, ora locale, grazie alla mediazione dell’Egitto arriva un accordo di cessate il fuoco e la fine, per adesso dei bombardamenti israeliani.

 

I 118 morti della Great Return March e gli oltre 13.000 feriti, di cui 332 in gravi condizioni, non hanno placato la sete di sangue del vampiro.

 

Per la stampa mainstream, pedissequo pappagallo di Israele, la marcia sarebbe stata organizzata da Hamas per implementare disordini ed agitazioni al border. Per chi non avesse letto prima, ribadisco ancora che, invece, la marcia, ideata e coordinata dal Coordinating Committee of the March of Return (Comitato di Coordinamento della Marcia di Ritorno) è nata da un’istanza tutta e solo popolare, di tutto il popolo gazawi, al di là delle fazioni politiche. Le marce, i sit in e le veglie, hanno mostrato un popolo armato solo della sua volontà di ottenere giustizia ed il rispetto delle norme internazionali, prima tra tutte la risoluzione 194, che spingeva i rifugiati ad esercitare il loro diritto al ritorno. Israele ha schierato cecchini che hanno colpito indistintamente uomini, donne, bambini, handicappati, giornalisti, medici, paramedici. Hanno sparato per uccidere. Alle spalle, alla testa, al torace, in pieno volto. Hanno usato i proiettili ad espansione, o dum dum, vietati dalla Convenzione di Ginevra. Molti dei feriti sono in pericolo di vita, altri hanno subito l’amputazione di uno o più arti. Per la stessa stampa, Israele ha esercitato il suo diritto a difendersi. Hanno parlato di “scontri”, di “battaglia” tra Israele e Gaza, ma scontri e battaglie presupporrebbero, quantomeno, un minimo di parità di forze dispiegate sul campo. Israele è il terzo esercito meglio armato al mondo, i palestinesi disponevano di pietre, copertoni incendiari e qualche molotv.

 

L’Organizzazione per i diritti umani dell’Onu ha definito eccessivo l’uso della forza da parte di Israele, e – udite udite! – anche Amnesty International, da sempre fin troppo tenera con Israele, ha chiesto ai governi di tutto il mondo di imporre un embargo globale sulle armi a Israele in seguito alla sproporzionata risposta del paese alle manifestazioni di massa lungo la recinzione che lo separano dalla Striscia di Gaza.

 

FONTI : Ma’an News in arabic

Ma’an News Agency

Shehab News Agency

Quds Network

Palinfo
Notizia del: 31/05/2018

 

‘Bruciateli, sparategli, uccideteli’: gli israeliani esultano a Gerusalemme mentre i palestinesi vengono uccisi a Gaza

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Di Hind Khoudary, Lubna Masarwa, Chloé BenoistMiddle East Eye.

Mentre gli Stati Uniti trasferivano ufficialmente la loro ambasciata a Gerusalemme, le forze israeliane uccidevano decine di manifestanti a Gaza

Lunedì il contrasto tra Gerusalemme e Gaza non poteva essere più stridente, anche se le separano solo 75 chilometri.

Mentre i dirigenti americani ed israeliani inauguravano il trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme – una vittoria di Israele rispetto al rifiuto della comunità internazionale della sua pretesa di avere Gerusalemme come propria capitale – le forze armate israeliane sparavano sui manifestanti a Gaza, con un bilancio di morti che è cresciuto inesorabilmente nel corso della giornata.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha salutato con entusiasmo il trasferimento dell’ambasciata come un momento “storico”.

“Amici, che giorno di gloria, ricordatevi questo giorno”, ha detto il leader israeliano lunedì in un discorso trionfante. “Questa è storia. Signor Trump, riconoscendo la storia, voi avete fatto la storia. Tutti noi siamo profondamente commossi e grati. L’ambasciata della Nazione più potente del mondo, gli Stati Uniti d’America, è stata aperta qui.”

Il genero e principale consigliere di Trump, Jared Kushner, ha tenuto anch’egli un discorso durante la cerimonia, nel corso della quale ha ribadito il sostegno degli USA ad Israele, mettendo a quanto pare da parte le preoccupazioni riguardo alle azioni dell’esercito israeliano a Gaza che avvenivano in concomitanza con il suo discorso.

“Noi stiamo dalla parte di Israele perché entrambi noi crediamo nei diritti umani, nel fatto che la democrazia vada difesa e siamo convinti che questa sia la cosa giusta da fare”, ha detto Kushner.

Nel frattempo, proprio fuori dalla nuova ambasciata, i manifestanti palestinesi a Gerusalemme venivano brutalmente repressi dalle forze israeliane.

MEE è stato testimone di decine di palestinesi disarmati picchiati ed arrestati dalle forze di sicurezza israeliane fuori dalla ambasciata, suscitando gli applausi dei manifestanti israeliani venuti ad appoggiare l’apertura dell’ambasciata.

“Bruciateli”, “sparategli”, “uccideteli”, scandivano gli israeliani.

Intanto l’ex portavoce dell’esercito israeliano Peter Lerner si è lamentato sui social media, sottintendendo che le morti di palestinesi a Gaza erano un tentativo di rovinare la festa a Israele.

Ma a Gaza i palestinesi hanno manifestato la propria profonda rabbia e incredulità per i festeggiamenti che si tenevano a Gerusalemme mentre a centinaia venivano indiscriminatamente colpiti dalle forze israeliane.

Alle 19,30 ora locale erano stati uccisi dalle forze israeliane 52 palestinesi e feriti 2.410, l’epilogo sanguinoso delle 6 settimane della “Grande Marcia per il Ritorno” a Gaza, che era già costata 49 vite prima di lunedì.

Dal 30 marzo durante le manifestazioni a Gaza sono stati uccisi in totale 101 palestinesi.

Lo scenario a Gaza nella zona vicina alla barriera di separazione tra la piccola enclave palestinese ed Israele è stato di caos e sangue fin dal mattino, con numerosi dimostranti colpiti alla testa, al collo o al petto.

Molti corpi sono rimasti bloccati nei pressi della barriera, poiché il fuoco dell’esercito era troppo intenso perché le ambulanze potessero raggiungerli.

“Moltissimi palestinesi sono morti oggi in nome della protesta pacifica dei palestinesi e noi non rinunceremo a lottare per il sangue che hanno versato”, ha detto a Middle East Eye il cinquantaduenne Wadee Masri. “Sono venuto qui per partecipare alla marcia, per dimostrare che sono una persona che ha diritto a ritornare nella sua terra.

Gli odierni festeggiamenti a Gerusalemme mi rattristano per ciò che gli USA hanno fatto contro i palestinesi”, ha aggiunto. “Non c’è pace senza Gerusalemme. Noi vivremo e moriremo lottando per Gerusalemme.”

Associazioni internazionali hanno descritto la situazione a Gaza come un “bagno di sangue”.

Human Rights Watch ha dichiarato: “La politica delle autorità israeliane di aprire il fuoco contro i manifestanti palestinesi a Gaza, imprigionati da dieci anni e sotto occupazione da mezzo secolo, prescindendo dal fatto che vi sia una minaccia immediata alla vita, ha condotto ad un bagno di sangue che chiunque avrebbe potuto prevedere.”

Jamal Zahalka [deputato del parlamento israeliano del partito arabo israeliano di sinistra Balad, ndt.], un leader politico dei palestinesi cittadini di Israele, ha detto a MEE che Israele e gli USA sono i responsabili della violenza a Gaza.

“È una violazione del diritto internazionale. Trump e gli USA sono responsabili di tutto il sangue che è stato versato a partire dalla decisione degli Stati Uniti”, ha detto Zahalka.

“Quelli che oggi stanno festeggiando (l’inaugurazione dell’ambasciata USA) hanno le mani sporche di sangue.”

Ma nonostante il trauma della giornata più sanguinosa a Gaza dalla guerra del 2014, Samira Mohsen, una manifestante ventisettenne della zona est di Gaza, nonostante il pesante bilancio delle manifestazioni della giornata continua ad avere un atteggiamento di sfida.

“Un giorno festeggeremo a Gerusalemme, pregheremo là, nessuno ce lo impedirà”, ha detto a MEE. “Il mio sogno è di vedere Gerusalemme. Gerusalemme è la capitale della Palestina e Trump e gli USA non possono decidere di consegnare la nostra terra ai sionisti.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

thanks to: zeitun.info