L’odio ebraico continua a seminare morte

Nel villaggio di Nabi Saleh, assurto alcuni mesi fa agli onori della cronaca per l’arresto della giovane Ahed Tamimi, della mamma, colpevole di andare a chiedere sue notizie, della cugina, colpevole a sua volta di aver gridato contro i soldati occupanti e del cugino, colpito e devastato da un proiettile in pieno volto e poi arrestato, i soldati hanno fatto una nuova vittima in modo al tempo stesso assurdo e crudele.

Izz Abdelafez Tamimi, un ragazzino di 15 anni della stessa grande e sfortunata famiglia,  è stato colpito alla gola da un soldato israeliano.

E’ una morte di “routine”, non farebbe neanche notizia se il caso non ci avesse portato ad assistere all’incredibile dinamica che ha reso ancora una volta evidente la crudeltà dei soldati dell’esercito che, a nessun titolo, viene definito il più morale del mondo.

Incredibile non in sé, purtroppo la morte da queste parti è sempre in agguato, ma soltanto perché si tratta dell’azione di soldati di uno Stato che ambisce ad essere definito democratico. E’ vero che anche nei “democratici” States, di queste esecuzioni, generalmente contro uomini di origine africana ce ne sono a volontà e a nessuno viene in mente di privare gli USA della qualifica di nazione democratica, ma questo non impedisce, a chi al termine attribuisce un significato autentico, di notarne l’orrore e le contraddizioni.

Una cosa unisce gli USA ad Israele, anche mettendo da parte la protezione (ormai fattasi pubblicamente vera e propria connivenza) dei primi sul secondo. Ciò che li unisce è un sottile e sempre riaffiorante razzismo. Per gli Usa lo è verso i neri, come attestano i numerosi casi che riescono ad emergere grazie a chi questo razzismo lo detesta e lo denuncia filmandolo, per Israele lo è nei confronti dei palestinesi come mostrano i casi quotidiani, sia quando si tratta di immotivati assassinii, sia quando si tratta di arresti, sia quando si tratta di mortificazioni quotidiane come quelle cui abbiamo il “privilegio” di assistere stando qui, ad esempio tra la gente che prende i bus pubblici e che, se palestinese, è costretta a scendere a comando dei soldati per essere controllata fuori del bus, allineata come gregge alla mercé dei controllori e dei loro capricci.

Stamattina i soldati dell’IDF hanno dato ulteriore prova di questo loro sentire, non solo sparando al collo di un ragazzo colpevole di aver lanciato dei sassi contro le camionette che andavano a devastare il suo villaggio cercando la preda quotidiana, ma impedendo ai suoi familiari di soccorrerlo e portarlo in ospedale.

Video girati clandestinamente col cellulare, certo non di buona qualità, ma inattaccabili come testimonianza, mostrano la crudeltà inutile dei soldati in risposta al dolore e alla rabbia degli abitanti che gridano mustashfà, cioè ospedale, e che provano a ripetere in inglese, come fosse un problema di lingua, la richiesta di portare subito il ragazzo in ospedale. No, semmai verrà arrestato, perché non è la prima volta che i soldati israeliani arrestano ragazzi moribondi, ma tanto una ferita al collo è un colpo destinato ad uccidere e ci sarebbe stato poco da fare.

Quello che colpisce noi, osservatori casuali dell’omicidio, ma conoscitori da tanti anni della realtà palestinese, è la totale mancanza di pietas. Quel sovrappiù che si aggiunge alla già illegale e crudele occupazione e allo stesso omicidio, commesso come fosse la pratica burocratica di un annoiato impiegato del catasto.

Questa disumanizzazione dell’altro, tipica dei regimi di apartheid, occulta o manifesta che sia, non solo è un’officina di odio, ma ha un effetto specchio: disumanizzando la vittima, disumanizza il carnefice. Questo è ciò che si percepisce sempre di più vivendo nei Territori palestinesi occupati e quindi, per necessità, a continuo contatto con Israele.

L’omicidio del giovane Izz Abdel Tamimi, che forse verrà ignorato dai media mainstream, o forse verrà infilato nella categoria “scontri” sempre adatta a giustificare i killer, è un’ulteriore conferma di questa perdita costante di decenza  umana dalla quale Israele sembra ormai affetto senza possibilità di cura. Gli stessi, pochi israeliani, che manifestano contro questi avvenimenti vengono dileggiati o ignorati, e questo è un altro sintomo del male.

Per oggi da Ramallah è tutto, ma la giornata è ancora lunga e il nuovo martire non aiuta certo a sperare che la pace sia dietro l’angolo.

Sorgente: Da Ramallah. Ancora sangue e odio sparati su un ragazzino – Pressenza

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La foto che inchioda Israele per il barbaro assassinio dell’infermiera palestinese di 21 anni Razan

di Paola Di Lullo

Ha fatto e continua a fare il giro del Web la foto della giovane infermiera Razan Ashraf al Najjar, 21 anni, assassinata da una cecchina dell’IDF, che si reca al border con le braccia alzate ed il camice bianco per prestare soccorso ai gazawi feriti.

Questa immagine, ove mai ce ne fosse bisogno, conferma quanto scritto dall’inizio della Great Return March. Israele spara per uccidere, non per difesa. Quale minaccia poteva rappresentare per i cecchini schierati al border una giovane infermiera, armata di volontà, determinazione, sorriso, garze, bende e mascherine? Per di più, con le mani alzate? Sparare ad una persona che alza le mani, quando si era già allontanata dal confine, ed in pieno petto, è omicidio, senza se e senza ma. È crimine di guerra. Senza appello, senza giustificazioni né possibili motivazioni. Israele non può invocare alcun diritto all’autodifesa, semplicemente perché Razan, e la postazione medica di cui faceva parte ed in cui si trovava quando è stata colpita, non costituivano una minaccia né incombente né remota, per i soldati israeliani.

Di quanto è accaduto venerdì, avevo scritto qui, ma oggi, corre l’obbligo di riportare, ancora, due articoli di due diverse Convenzioni Internazionali che condannano Israele senza processo.
Uno, della IV Convenzione di Ginevra del 1949, cui naturalmente Israele non ha aderito, ma che stabilisce in base al diritto umanitario internazionale, i comportamenti delle parti “belligeranti”.

Art. 18 :

Gli ospedali civili organizzati per prestare cure ai feriti, ai malati, agli infermi e alle puerpere non potranno, in nessuna circostanza, essere fatti segno ad attacchi; essi saranno, in qualsiasi tempo, rispettati e protetti dalle Parti belligeranti,
Ed ancora, un paragrafo dell’articolo 8 dello Statuto della Corte Penale Internazionale, istituita dallo Statuto di Roma, firmato nel 1998, entrato in vigore nel 2002 e modificato nel 2010, allo scopo di istituire un tribunale sovranazionale in grado di tutelare e garantire la pace nel mondo. Israele, anche in questo caso, non ha aderito.

Art. 8 –  par. 2 – b 3
Agli effetti dello Statuto, si intende per «crimini di guerra»:
dirigere deliberatamente attacchi contro personale, installazioni materiale, unità o veicoli utilizzati nell’ambito di una missione di soccorso umanitario o di mantenimento della pace in conformità della Carta delle Nazioni Unite, nella misura in cui gli stessi abbiano diritto.

Ora, il fatto che Israele non abbia aderito alle più importanti Convenzioni Internazionali, non solo non lo scagiona, ma lo rende doppiamente colpevole, sebbene i membri della Knesset pensino di potersi scrivere articoli di diritto internazionale nelle loro riunioni di gabinetto. Ed è vero che Israele, in quanto stato, non può essere portato dinanzi alla CPI, ma i singoli, politici e vertici militari, sì.

E sarebbe ora che il presidente Abbas, eletto nel gennaio del 2005, con scadenza nel 2009, unilateralmente posticipata al 2010, ma ancora in carica, per sua unilaterale decisione, prendesse adeguate misure in merito alle denunce alla CPI.

È, invece, del tutto ridicolo inviare a l’Aia il primo ministro Rami Hamdallah allo scopo di denunciare Israele per crimini di guerra. È un farsa, un’ennesima presa in giro per un popolo che si sente non solo non rappresentato, ma tradito dalla leadership palestinese.

E mentre Gaza tutta si stringe intorno alla famiglia di Razan e piange la sua perdita, Israele fa sapere di aver aperto un’indagine sull’accaduto. Troppe ne hanno viste i palestinesi per poter credere che l’indagine sarà equa e giusta e non stabilirà, come sempre è accaduto, che i soldati hanno rispettato le regole.

I commentatori più maligni continuano a dare la colpa dei 118 morti e dei 13.300 feriti dei dieci giorni della Marcia ad Hamas, che userebbe il popolo di Gaza come scudo. Prescindendo per un attimo dal fatto che la Great Return March non è stata organizzata né voluta da Hamas, ma dal Coordinating Committee of the March of Return (Comitato di Coordinamento della Marcia di Ritorno), come già scritto qui e ripetuto decine di volte, prescindendo da ciò, dicevo, e dal fatto che vi abbiano aderito gazawi di tutte le fazioni politiche, di tutte le età ed estrazioni sociali, esattamente quali sarebbero le ragioni per incolpare Hamas se Israele spara per uccidere? Supponiamo che sia vero, che Hamas abbia chiamato a raccolta i gazawi e li abbia mandati al border, a manifestare pacificamente, ebbene questo giustificherebbe la reazione israeliana?  Basta nominare Hamas per assolvere Israele? Con cosa avrebbe armato i palestinesi, Hamas? Molotov, copertoni incendiari, fionde? Vogliamo davvero paragonarle alle armi del terzo esercito meglio armato al mondo? Li avete visti sparare contro civili o soldati israeliani, i palestinesi? Quanti ne hanno ammazzati? Nessuno. Contro 118.

Questa è malafede, ossia sionismo. Che nulla ha a che vedere con l’autodifesa perennemente invocata da Israele. Autodifesa da chi? Da un popolo ridotto allo stremo, dopo 11 anni di embargo totale e tre massicci bombardamenti? Da una ragazzina che prestava soccorso volontario, senza essere remunerata, perché credeva nelle istanze del suo popolo ed offriva il suo aiuto come più le era congeniale? Una ragazza che, ho dovuto leggere, forse era imbottita di esplosivo. Certo, per farsi saltare in aria tra i suoi connazionali! Cosa non ci si inventa pur di tutelare i sionisti. Se non funziona l’autodifesa, si gioca la carta dell’olocausto, quello stesso olocausto che i discendenti degli ebrei, uccisi dai nazisti nei campi di concentramento, stanno perpetrando da 70 anni contro i palestinesi.

E che fascino esercita l’IDF! Un’altra foto che sta facendo il giro del Web, mostra Rebecca, ebrea americana di Boston che ha scelto di vivere in Israele e di servire nell’ esercito. È lei la cecchina che ha ucciso con un colpo al petto Razan. Una vigliacca, a voler essere gentile, ben nascosta ed armata, cui auguro di sognare il dolce volto di Razan ogni notte della sua schifosissima vita.

Sorgente: La foto che inchioda Israele per il barbaro assassinio dell’infermiera palestinese di 21 anni Razan

Gaza, tre giorni di fuoco

Gaza, tre giorni di fuoco

I primi bombardamenti nella notte tra sabato e domenica. Secondo il sito ebraico Yediot Ahronot la pioggia di oltre 25 missili che si sono abbattuti su Rafah e Khan Younis, sud di Gaza, era la risposta all’introduzione di quattro uomini in territori israeliano

di Paola Di Lullo

Da domenica notte alla notte scorsa, la Striscia ed i gazawi hanno vissuto tre giorni di fuoco. Il che, in gergo comune, vorrebbe significare tre giorni pesanti, impegnativi, difficili. Invece in questo caso bisogna leggere alla lettera. Tre giorni di fuoco vero da cielo, mare e terra. Gaza vive da undici anni sotto embargo israeliano, con tutte le conseguenze che lo stesso comporta, ed è bloccata via cielo, via mare, via terra. Da tutti e tre i settori si sono abbattuti sulla Striscia missili e colpi di mortaio.

I primi bombardamenti nella notte tra sabato e domenica. Secondo il sito ebraico Yediot Ahronot la pioggia di oltre 25 missili che si sono abbattuti su Rafah e Khan Younis, sud di Gaza, era la risposta all’introduzione di quattro uomini in territori israeliano.
La stazione televisiva di Hamas, Al Aqsa, aveva mandato in onda un filmato in cui si vedevano, nella mattina di sabato, 4 giovani palestinesi attraversare il confine e dar fuoco ad una postazione dell’IDF.
I palestinesi avevano lasciato scritto su una tenda “March of Return. Returning to lands of Palestine”, prima di rientrare nella Striscia. Tutta l’operazione sarebbe durata un minuto circa.
Il link del video mandato in onda dalla stazione televisiva palestinese https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=1995469107154229&id=129653250402500
Il link del video dei bombardamenti
https://www.facebook.com/eyeonpalestine2011/videos/1928170290538536/

La risposta era arrivata, appunto, nella notte, colpendo postazioni di Hamas.
Tre i morti, tutti a Rafah, uccisi da una cannonata sparata da un carro armato.
Due di essi erano combattenti delle Brigate di al-Quds, l’ala militare del Jihad Islamico, Hussein Samir al-Umour, 25 anni, e Abd al-Halim Abd al-Karim al-Naqa, 28 anni.
Il terzo palestinese ferito e poi morto era Nassim Marwan al-Umour, 25 anni.

Le Brigate al-Quds promettono vendetta.

Lunedì sera, i carri armati israeliani erano tornati in azione, bombardando diversi presunti siti militari di Hamas nella parte settentrionale della Striscia.
Secondo il portavoce del ministero della salute di Gaza, Ashraf al-Qudra, Muhammad Masoud al-Radie, 25 anni, membro delle Brigate al-Qassam, l’ala militare del movimento di Hamas, è stato ucciso in un bombardamento a Beit Lahiya.
Colpi di mortaio contro la cittadina sarebbero stati sparati per colpire tre siti di Hamas.

La risposta del Jihad islamico arriva martedì mattina. Una trentina di colpi di mortaio, di cui due, non intercettati dall’Iron dome, caduti in zona di confine, a Sderot ed Eshkol, dove sono risuonate le sirene e migliaia di abitanti sono stati costretti a recarsi nei rifugi.

Ed allora Israele si scatena sulla Striscia, colpendo, prevalentemente Zaytoun e Shiajeia, Il peggior bombardamento dai tempi di Protective Edge.

I video dei bombardamenti :

 

Ma ieri era anche la giornata della Freedom Ship, due pescherecci che, salpando dal porto di Gaza, si prefiggevano lo scopo di rompere, in uscita, l’embargo israeliano. Trasportavano 35 persone, tra cui malati, feriti, studenti e disoccupati. Dopo aver superato il limite di nove miglia imposto da Israele, i pescherecci sono stati avvicinati dalle navi da guerra israeliane e si è interrotto ogni tipo di collegamento. A 12 miglia dalla costa uno dei pescherecci è stato abbordato e condotto nel porto di Ashdod con le 17 persone che erano a bordo, tutti tratti in arresto. In serata, sono stati rilasciati i passeggeri della Freedom Ship, tra cui una donna, 4 feriti e 4 malati di cancro. Ancora in arresto il capitano, Suhail al-Amoudi.

 

Mentre le barche palestinesi si avviavano in acque internazionali, Israele bombardava ancora Gaza.
Colpito con sette missili un sito della Brigate al Quds, braccio armato del Jihad islamico, al centro della Striscia. Bombardata anche Khan Younis.
Il video del bombardamento
https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=1954175444616253&id=100000714496988

 

Gli F16 israeliani hanno lanciato anche tre raid su terreni vuoti nei pressi dell’Aeroporto Internazionale di Arafat, a est di Rafah.
Preso di mira un sito ad est di al-Maghazi e un altro a est di Deir al-Balah, centro di Gaza Strip.
La maggior parte dei siti colpiti, almeno 35, appartenevano alla resistenza palestinese, soprattutto alle Brigate Al-Quds, l’ala armata del Jihad islamico, ma anche ad Hamas. Fin dalla mattina, razzi palestinesi erano arrivati in territorio israeliano. Sarebbero sei gli israeliani feriti nella esplosioni, tra cui tre soldati.

 

In nottata, Israele ha ripreso i bombardamenti sulla Striscia. La Resistenza ha risposto e le sirene hanno suonano in tutti gli insediamenti al confine con Gaza.
Il video dei bombardamenti https://www.facebook.com/palinfo/videos/1736586339710767/
Alle 4,00, ora locale, grazie alla mediazione dell’Egitto arriva un accordo di cessate il fuoco e la fine, per adesso dei bombardamenti israeliani.

 

I 118 morti della Great Return March e gli oltre 13.000 feriti, di cui 332 in gravi condizioni, non hanno placato la sete di sangue del vampiro.

 

Per la stampa mainstream, pedissequo pappagallo di Israele, la marcia sarebbe stata organizzata da Hamas per implementare disordini ed agitazioni al border. Per chi non avesse letto prima, ribadisco ancora che, invece, la marcia, ideata e coordinata dal Coordinating Committee of the March of Return (Comitato di Coordinamento della Marcia di Ritorno) è nata da un’istanza tutta e solo popolare, di tutto il popolo gazawi, al di là delle fazioni politiche. Le marce, i sit in e le veglie, hanno mostrato un popolo armato solo della sua volontà di ottenere giustizia ed il rispetto delle norme internazionali, prima tra tutte la risoluzione 194, che spingeva i rifugiati ad esercitare il loro diritto al ritorno. Israele ha schierato cecchini che hanno colpito indistintamente uomini, donne, bambini, handicappati, giornalisti, medici, paramedici. Hanno sparato per uccidere. Alle spalle, alla testa, al torace, in pieno volto. Hanno usato i proiettili ad espansione, o dum dum, vietati dalla Convenzione di Ginevra. Molti dei feriti sono in pericolo di vita, altri hanno subito l’amputazione di uno o più arti. Per la stessa stampa, Israele ha esercitato il suo diritto a difendersi. Hanno parlato di “scontri”, di “battaglia” tra Israele e Gaza, ma scontri e battaglie presupporrebbero, quantomeno, un minimo di parità di forze dispiegate sul campo. Israele è il terzo esercito meglio armato al mondo, i palestinesi disponevano di pietre, copertoni incendiari e qualche molotv.

 

L’Organizzazione per i diritti umani dell’Onu ha definito eccessivo l’uso della forza da parte di Israele, e – udite udite! – anche Amnesty International, da sempre fin troppo tenera con Israele, ha chiesto ai governi di tutto il mondo di imporre un embargo globale sulle armi a Israele in seguito alla sproporzionata risposta del paese alle manifestazioni di massa lungo la recinzione che lo separano dalla Striscia di Gaza.

 

FONTI : Ma’an News in arabic

Ma’an News Agency

Shehab News Agency

Quds Network

Palinfo
Notizia del: 31/05/2018

 

‘Bruciateli, sparategli, uccideteli’: gli israeliani esultano a Gerusalemme mentre i palestinesi vengono uccisi a Gaza

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Di Hind Khoudary, Lubna Masarwa, Chloé BenoistMiddle East Eye.

Mentre gli Stati Uniti trasferivano ufficialmente la loro ambasciata a Gerusalemme, le forze israeliane uccidevano decine di manifestanti a Gaza

Lunedì il contrasto tra Gerusalemme e Gaza non poteva essere più stridente, anche se le separano solo 75 chilometri.

Mentre i dirigenti americani ed israeliani inauguravano il trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme – una vittoria di Israele rispetto al rifiuto della comunità internazionale della sua pretesa di avere Gerusalemme come propria capitale – le forze armate israeliane sparavano sui manifestanti a Gaza, con un bilancio di morti che è cresciuto inesorabilmente nel corso della giornata.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha salutato con entusiasmo il trasferimento dell’ambasciata come un momento “storico”.

“Amici, che giorno di gloria, ricordatevi questo giorno”, ha detto il leader israeliano lunedì in un discorso trionfante. “Questa è storia. Signor Trump, riconoscendo la storia, voi avete fatto la storia. Tutti noi siamo profondamente commossi e grati. L’ambasciata della Nazione più potente del mondo, gli Stati Uniti d’America, è stata aperta qui.”

Il genero e principale consigliere di Trump, Jared Kushner, ha tenuto anch’egli un discorso durante la cerimonia, nel corso della quale ha ribadito il sostegno degli USA ad Israele, mettendo a quanto pare da parte le preoccupazioni riguardo alle azioni dell’esercito israeliano a Gaza che avvenivano in concomitanza con il suo discorso.

“Noi stiamo dalla parte di Israele perché entrambi noi crediamo nei diritti umani, nel fatto che la democrazia vada difesa e siamo convinti che questa sia la cosa giusta da fare”, ha detto Kushner.

Nel frattempo, proprio fuori dalla nuova ambasciata, i manifestanti palestinesi a Gerusalemme venivano brutalmente repressi dalle forze israeliane.

MEE è stato testimone di decine di palestinesi disarmati picchiati ed arrestati dalle forze di sicurezza israeliane fuori dalla ambasciata, suscitando gli applausi dei manifestanti israeliani venuti ad appoggiare l’apertura dell’ambasciata.

“Bruciateli”, “sparategli”, “uccideteli”, scandivano gli israeliani.

Intanto l’ex portavoce dell’esercito israeliano Peter Lerner si è lamentato sui social media, sottintendendo che le morti di palestinesi a Gaza erano un tentativo di rovinare la festa a Israele.

Ma a Gaza i palestinesi hanno manifestato la propria profonda rabbia e incredulità per i festeggiamenti che si tenevano a Gerusalemme mentre a centinaia venivano indiscriminatamente colpiti dalle forze israeliane.

Alle 19,30 ora locale erano stati uccisi dalle forze israeliane 52 palestinesi e feriti 2.410, l’epilogo sanguinoso delle 6 settimane della “Grande Marcia per il Ritorno” a Gaza, che era già costata 49 vite prima di lunedì.

Dal 30 marzo durante le manifestazioni a Gaza sono stati uccisi in totale 101 palestinesi.

Lo scenario a Gaza nella zona vicina alla barriera di separazione tra la piccola enclave palestinese ed Israele è stato di caos e sangue fin dal mattino, con numerosi dimostranti colpiti alla testa, al collo o al petto.

Molti corpi sono rimasti bloccati nei pressi della barriera, poiché il fuoco dell’esercito era troppo intenso perché le ambulanze potessero raggiungerli.

“Moltissimi palestinesi sono morti oggi in nome della protesta pacifica dei palestinesi e noi non rinunceremo a lottare per il sangue che hanno versato”, ha detto a Middle East Eye il cinquantaduenne Wadee Masri. “Sono venuto qui per partecipare alla marcia, per dimostrare che sono una persona che ha diritto a ritornare nella sua terra.

Gli odierni festeggiamenti a Gerusalemme mi rattristano per ciò che gli USA hanno fatto contro i palestinesi”, ha aggiunto. “Non c’è pace senza Gerusalemme. Noi vivremo e moriremo lottando per Gerusalemme.”

Associazioni internazionali hanno descritto la situazione a Gaza come un “bagno di sangue”.

Human Rights Watch ha dichiarato: “La politica delle autorità israeliane di aprire il fuoco contro i manifestanti palestinesi a Gaza, imprigionati da dieci anni e sotto occupazione da mezzo secolo, prescindendo dal fatto che vi sia una minaccia immediata alla vita, ha condotto ad un bagno di sangue che chiunque avrebbe potuto prevedere.”

Jamal Zahalka [deputato del parlamento israeliano del partito arabo israeliano di sinistra Balad, ndt.], un leader politico dei palestinesi cittadini di Israele, ha detto a MEE che Israele e gli USA sono i responsabili della violenza a Gaza.

“È una violazione del diritto internazionale. Trump e gli USA sono responsabili di tutto il sangue che è stato versato a partire dalla decisione degli Stati Uniti”, ha detto Zahalka.

“Quelli che oggi stanno festeggiando (l’inaugurazione dell’ambasciata USA) hanno le mani sporche di sangue.”

Ma nonostante il trauma della giornata più sanguinosa a Gaza dalla guerra del 2014, Samira Mohsen, una manifestante ventisettenne della zona est di Gaza, nonostante il pesante bilancio delle manifestazioni della giornata continua ad avere un atteggiamento di sfida.

“Un giorno festeggeremo a Gerusalemme, pregheremo là, nessuno ce lo impedirà”, ha detto a MEE. “Il mio sogno è di vedere Gerusalemme. Gerusalemme è la capitale della Palestina e Trump e gli USA non possono decidere di consegnare la nostra terra ai sionisti.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

thanks to: zeitun.info

“Israele, come potrai dimenticare?” L’ultimo commento di Roger Waters sulla Palestina è da applausi

“Non posso esprimere adeguatamente i miei sentimenti in questo giorno della Nakba.

I miei sentimenti di profonda tristezza per tutti coloro che furono costretti a lasciare le loro case, minacciati di morte, 70 anni fa.

I miei sentimenti di compassione per tutte le madri, i padri, le sorelle, i fratelli, le zie, gli zii, i nonni morti durante tutti questi anni.

I miei sentimenti di assoluto disprezzo per il Presidente Trump e per Ivanka, Kushner, Adelson e il resto di quella odiosa e mortifera cricca.

I miei sentimenti di amore per i miei fratelli e le mie sorelle in Palestina e per i rifugiati palestinesi in ogni altro luogo.

I miei sentimenti di amore per le mie sorelle e i miei fratelli ebrei, specialmente di 

facebook.com/JewishVoiceforPeace/?fref=mentions”>Jewish Voice for Peace. Vi riconosco, potrei piangere oggi per la vostra grande e continua umanità.

I miei sentimenti di ammirazione sconfinata per per tutte le persone di Gaza e della Cisgiordania per la loro eroica resistenza non violenta alla brutale occupazione israeliana.

I miei sentimenti di gratitudine per il Sud Africa, la Turchia e la Repubblica di Irlanda per avere ritirato in questo giorno i propri ambasciatori da Tel Aviv in protesta per il massacro di innocenti in corso.

I miei sentimenti di imponderabile pietà per Israele.

Israele, come potrai dimenticare?”

Roger Waters

Traduzione di Antonio Perillo

Sorgente: “Israele, come potrai dimenticare?” L’ultimo commento di Roger Waters sulla Palestina è da applausi

AL NAKBA E LA MATTANZA ISRAELIANA DEL POPOLO PALESTINESE

AL NAKBA E LA MATTANZA ISRAELIANA DEL POPOLO PALESTINESE

di Paola Di Lullo

Mentre scrivo le agenzie riportano 59 martiri a Gaza. Purtroppo, anche stamattina, mi compaiono solo i 43 nomi già scritti, più un altro.

Leila al-Ghandour, 8 mesi, morta stanotte per eccessiva inalazione di gas lacrimogeni. Otto mesi, infanticidio.

Erano 900 i feriti da inalazione. Ma ciò che conta e che in molti non sanno è che i lacrimogeni sparati dai cecchini israeliani, che si aprono all’impatto con il suolo o direttamente in aria, non contengono solo elementi urticanti, ma agenti altamente tossici che, se inalati per tempo più o meno prolungato, portano ad un arresto respiratorio. Per questo motivo, i villaggi della Cisgiordania, dove ogni venerdì si svolgono manifestazioni che vorrebbero essere pacifiche, ma che vengono disperse dall’uso delle armi israeliane, hanno sempre un’ambulanza dotata di attrezzi per la rianimazione. Il gas penetra nelle vie aeree ed in un primo momento brucia e chiude la gola. Mi direte, scappa, no? E no, perché bruciano e si chiudono anche gli occhi. E stavolta la fonte sono io.

Naturalmente, Leila non poteva scappare. Forse nemmeno dare segno di sofferenza. Forse, quando i genitori se ne sono accorti, era troppo tardi. Sono ipotesi, ma non tropo azzardate.
Ora, la domanda è : davvero Israele ha mirato i “terroristi”? O ha usato indiscriminatamente la sua forza armata?

Vi segnalo un altro caso, Fadi Abu Salmi. Nel 2008, durante Cast Lead aveva perso entrambe le gambe ma la sua menomazione fisica non ha mai domato la sua sete di giustizia. E così, per cinque venerdì si è recato al border, armato della sua piccola fionda. Dev’essere stato un duro affronto per i soldatini israeliani, la sfida di quest’uomo! Con che ardire si permetteva di sfidare loro, lui povero storpio?

E così ieri hanno fatto fuoco. Per uccidere. E con Fadi, chiunque abbia premuto il grilletto, ha perso la sua dignità e la sua umanità, posto ne fosse dotato. Adesso mi piacerebbe non leggere su Breaking the Silence, associazione israeliana che fa un lavoro pregevole, che il soldatino è pentito. Breaking the Silence è stata preziosa fonte di informazioni, almeno per me, durante Protective Edge, l’offensiva israeliana del 2014 contro la Striscia. Tramite i racconti dei soldati presenti all’invasione di terra, e non solo, è stato possibile sapere come erano indottrinati. Ma oggi no. Sei un soldato, presumibilmente nemmeno di leva? Il tuo superiore ti ordina ti sparare ad un handicappato che MAI potrà nuocere né a te né al tuo paese? Diserta, affronta il carcere, salva la faccia, non sporcarti le mani ancor più di quanto non ti facciano credere sia necessario. Non mi serve sapere che dopo aver ucciso Fadi a sangue freddo hai pianto, sei andato ad ubriacarti in uno dei lussuosi bar di Tel Aviv, hai abbracciato mammina e papino. E non serve alla famiglia di Fadi. E non ci fai più pena e rabbia, ma schifo.

Stessa sorte era toccata il 14 dicembre scorso ad Ibrahim Nayef Ibrahim Abu Thurayeh, 20 anni, gambe amputate e cieco. Ibrahim era al border a manifestare contro la decisione di Trump di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Anche in quel caso, un uomo senza gambe fu ritenuto un pericolo imminente per la salvezza dei cecchini che lo freddarono. L’Alto commissario ONU per i diritti umani, Zeid Raad Al Hussein, “scioccato” per il fatto, chiese un’inchiesta indipendente.

Ieri, Il Kuwait, piccolo Paese arabo del Golfo e membro non permanente del Consiglio di Sicurezza, ha annunciato oggi che presenterà una richiesta per una riunione di emergenza dell’organismo esecutivo dell’Onu per i fatti a Gaza. Il Consiglio dovrebbe riunirsi oggi, dopo che Gli Stati Uniti hanno bloccato l’adozione di un comunicato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che chiedeva un’inchiesta indipendente sugli scontri mortali nella Striscia di Gaza.

Nella bozza di testo che la France Presse è riuscita a ottenere, “il Consiglio di Sicurezza esprime indignazione e tristezza di fronte alla morte di civili palestinesi che esercitano il loro diritto a manifestare pacificamente”.

Il Consiglio “chiede un’inchiesta indipendente e trasparente su queste azioni per garantire” che sia fatta luce a riguardo, ha aggiunto il testo.

Intanto, il Sudafrica ha convocato il proprio ambasciatore, il ministro degli Esteri iraniano,  Mohammad Javad Zarif, ha dichiarato che  “Il regime israeliano massacra innumerevoli palestinesi a sangue freddo mentre protestano nella più grande prigione a cielo aperto del mondo e nel frattempo (il presidente Usa Donald) Trump celebra lo spostamento del’ambasciata illegale Usa. Un giorno di grande vergogna”.

Francia ed Italia condannano le violenze, ma oltre non vanno.

La Turchia ha invece accusato gli Stati Uniti di essere “complici” di Israele per il “massacro” a Gaza, dove oltre 50 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane mentre stavano protestando contro il trasferimento del ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. “Purtroppo, gli Stati Uniti si sono messi a fianco del governo israeliano nel massacro di civili e sono diventati complici di questo crimine contro l’umanità”, ha detto ai giornalisti il primo ministro turco Binali Yildirim ad Ankara. “Condanniamo fermamente questo vile massacro”. In precedenza, il portavoce del governo turco Bekir Bozdag ha dichiarato su Twitter che “l’amministrazione statunitense è responsabile quanto Israele per questo massacro”.
Ed Abu Mazen? Il presidente palestinese si è limitato a  proclamare tre giorni di lutto e  ad affermare che “gli Stati Uniti non sono più un mediatore in Medio Oriente” e che la nuova ambasciata equivale a “un nuovo avamposto coloniale americano” a Gerusalemme.

Davvero di più non si poteva? Davvero una denuncia per crimini di guerra, dopo l’istruttoria presentata a L’Aia nel 2015, di cui io ho perso le tracce, non sarebbe stata più adeguata? Che ne è stato della I istruttoria? Congelata, ritirata o boicottata? Non sarebbe giusto che il mondo sapesse se gli eletti governano anche a L’Aia?

Intanto oggi ricorre anche il 70° anniversario della Nakba e sono attesi nuovi scontri, dal momento che nel febbraio 2010 la Knesset ha varato una legge che proibisce ai palestinesi in Palestina di manifestare pubblicamente lutto e dolore in questa data.

Al Nakba, la Catastrofe, è  il temine che sta a designare l’esodo forzoso della popolazione Palestinese costretta ad abbandonare le proprie terre e le proprie case, all’indomani della fine del mandato britannico in Palestina e della fondazione dello stato d’Israele, secondo quanto previsto dal Piano di Partizione della Palestina ( risoluzione 181 del 29 novembre 1947 ). Il 14 maggio 1948, alla scadenza del mandato britannico, David Ben Gurion autoproclamò lo Stato d’Israele.

Il 15 maggio del 1948 l’esercito sionista invase i territori palestinesi, impossessandosi delle terre, delle case e del futuro del popolo palestinese.
L’Inghilterra facilitò la strada agli ebrei, arrivati da Europa, Russia e America, per creare il proprio stato su terreni altrui, per colonizzare lentamente Il territorio palestinese, a poco a poco e con ogni possibile mezzo e modo.

Se risulta vero che immigrazioni di ebrei in Palestina, si erano già registrate sin dagli inizi del 1900, è altrettanto vero che, con la Dichiarazione di Balfour, del 2 novembre 1917, esse si intensificarono. L’allora ministro degli esteri inglese, Arthur Balfour scriveva a Lord Rothschild, principale rappresentante della comunità ebraica inglese, e referente del movimento sionista, di guardare con favore alla creazione di un “focolare ebraico” in Palestina, in vista della colonizzazione ebraica del suo territorio. Tale posizione del governo emerse all’interno della riunione di gabinetto del 31 ottobre 1917.

Al Nakba è stato il giorno in cui il popolo Palestinese si è trasformato in una nazione di rifugiati, in cui almeno 750.000 persone, l’85% dei palestinesi, sono state espulse dalle loro case e costrette a vivere nei campi profughi, sono state cacciate dalla terra che divenne Israele. Molti di quelli che non sono riusciti a scappare, o si sono ribellati, o in qualche modo rappresentavano una minaccia per il progetto sionista, sono stati uccisi.

La comunità internazionale era al corrente di questa pulizia etnica, ma decise, soprattutto in occidente, di non scontrarsi con la comunità ebraica in Palestina dopo l’Olocausto. Le operazioni di pulizia etnica non consistono solo nell’annientare una popolazione e cacciarla dalla terra. Perché la pulizia etnica sia efficace è necessario cancellare quel popolo dalla storia e dalla memoria. Sulle rovine dei villaggi palestinesi gli israeliani costruiscono insediamenti per i coloni chiamandoli con nomi che richiamano quello precedente. Un monito ai palestinesi: ora il territorio è nelle nostre mani e non c’è possibilità di far tornare indietro l’orologio. Oppure costruiscono spazi ricreativi che sono l’opposto della commemorazione: vivere la vita, goderla nel divertimento e nel piacere. È un strumento formidabile per un atto di “memoricidio”.

Si conoscono più di 530 villaggi palestinesi che sono stati evacuati e distrutti completamente, con annesso il tentativo di cancellare addirittura l’esistenza di quegli agglomerati, eliminando foto dell’epoca, documenti e testimonianze di vita e cultura palestinese. Israele oggi continua ad impedire il ritorno a casa di circa otto milioni di rifugiati e continua ad espellere i palestinesi dalla loro terra, attraverso politiche razziste degne del peggiore apartheid. Il tutto sotto lo sguardo complice della “comunità internazionale”.

Queste operazioni assumono di volta in volta forme e nomi diversi, attualmente vengono chiamati “trasferimenti”. I rifugiati palestinesi sono fuggiti in diversi posti e la maggior parte di questi vive nel raggio di 100 miglia dai confini d’Israele, ospite negli stati arabi confinanti; alcuni sono fuggiti nei paesi limitrofi intorno alla Palestina, altri sono fuggiti all’interno della Palestina ed hanno vissuto nei campi profughi, costruiti appositamente per loro dalle agenzie ONU, e altri si sono dispersi in vari paesi del mondo.

Tutti i rifugiati hanno un sogno in comune: ritornare nelle loro case di origine, e questo sogno è sancito da una risoluzione ONU, la 194, una delle oltre 70 che Israele continua impunemente a violare.

Le parole di Abu Mazen e l’ipocrisia dei governi sul sionismo

di Sergio Cararo

Come prevedibile, dopo Usa e Israele, anche l’Unione Europea ha condannato il presidente dell’Anp Abu Mazen per il suo discorso al Consiglio Nazionale Palestinese. “Il discorso pronunciato il 30 aprile dal presidente palestinese Abu Mazen conteneva commenti inaccettabili sulle origini dell’Olocausto e sulla legittimità di Israele. Tale retorica gioverà solo a chiunque non voglia una soluzione a due Stati, che il presidente Abu Mazen ha ripetutamente sostenuto”.

Quando sentiamo che la parola d’ordine “pace in Medio Oriente, due popoli due stati” è regolarmente alla base delle dichiarazioni di leader politici europei e di chi vuole la pace, della sinistra e della destra europea, non possiamo non chiederci se c’è qualcosa che non quadra. Come mai un progetto così definito e con un consenso così unanime non ha mai fatto un passo in avanti negli ultimi venticinque anni dagli accordi di Oslo?

Prima Israele e Usa sostenevano che l’ostacolo era Arafat. Ma Abu Ammar è stato prima isolato, assediato e poi forse ucciso. Poi l’ostacolo era diventato Hamas che aveva vinto le elezioni. Poi era il contenuto delle preghiere del venerdi alla moschea di Al Aqsa a Gerusalemme o il contenuto dei libri di testo degli alunni palestinesi.
Adesso è diventato il discorso di Abu Mazen al Consiglio Nazionale Palestinese. Potrebbe andare avanti ancora per anni ma il risultato concreto prodotto vede, nei fatti, la negazione di ogni possibilità di nascita di uno Stato palestinese indipendente, con confini definiti, sovrani e riconosciuti internazionalmente.
La questione l’ha già liquidata Trump mesi fa quando ha detto che l’idea di uno Stato palestinese era ormai obsoleta e da rivedere. Ma l’ha liquidata pochi giorni fa anche il principe ereditario saudita Bin Salman quando, in visita negli Usa dove ha incontrato esponenti di rilievo dell’ebraismo statunitense, ha affermato che “i palestinesi devono accettare quello gli viene offerto, punto e basta”. Non solo, Bin Salman ha reso esplicita anche l’alleanza strategica tra Arabia Saudita e Israele affermando che il nemico dell’Arabia Saudita non è Israele ma l’Iran.
Noi dobbiamo rovesciare la logica ed anche rovesciare il tavolo dove ci vorrebbero costringere a ragionare ed agire.
Se in Medio Oriente il problema sono i rapporti di forza con Israele e la solitudine dei palestinesi traditi dai regimi arabi reazionari e filoimperialisti, il problema qui da noi – nei nostri dibattiti e nella nostra azione politica – è anche rompere il tabù del dibattito sul sionismo per affrontarlo in quanto ideologia e progetto politico coloniale perfettamente aderente alla logica colonialista nata proprio qui in Europa.
Dieci anni fa, in occasione del 60 anniversario della fondazione dello Stato di Israele, le elite dominanti in Italia hanno voluto dedicare la Fiera del Libro di Torino a Israele senza parlare della Palestina. Pensavano di poterlo fare senza problemi e con grande normalità, consumando così un vero e proprio politicidio della cultura, della identità e della storia dei palestinesi come se non esistessero, come se i popoli colonizzati fossero un dettaglio irrilevante della storia contemporanea. Ma fortunatamente glielo dieci anni fa glielo abbiamo impedito con una campagna politica efficace.
Tra pochi giorni, in occasione del 70° anniversario della fondazione dello Stato israeliano, ci proveranno nuovamente facendo partire il Giro d’Italia da Israele e proprio da “capitale a capitale”, cioè partenza da una Gerusalemme contesa e contestata come capitale di Israele e arrivo a Roma, capitale del paese organizzatore dell’evento.
Una operazione ben congegnata dagli apparati ideologici di stato israeliano e che, fortunatamente, anche in questa occasione sta incontrando proteste nel nostro paese da parte di chi vuole impedire il politicidio dei palestinesi.
Ma la grancassa suonata e amplificata sul discorso di Abu Mazen, sta rimettendo in moto anche un’altra impossibile simmetria contro cui dobbiamo batterci apertamente e cioè che chi è antisionista è anche antiebraico (non uso la categoria antisemitismo perché è sbagliata in tutti i sensi).
Partiamo da una domanda semplice semplice. Ma chi si oppone alla destra nel nostro paese e alla sua ideologia xenofoba, razzista, prevaricatrice è forse anti-italiano?
O chi lotta contro i neoconservatori statunitensi è forse antiamericano?
Ormai si arriva a negare che la politica, le ideologie, il diverso posizionamento politico, la storia, abbiano una loro logica e un loro ruolo negli sviluppo degli avvenimenti.
I sionisti italiani (che non sono necessariamente ebrei ma sono coloro che aderiscono appunto ad un progetto politico) sostengono che il sionismo sia come il Risorgimento italiano. Anche su questo occorre discutere di almeno un paio di questioni.
La prima è che va detto che non tutti gli ebrei europei fossero o siano sionisti. Nel primo Novecento c’erano infatti anche i Bundisti (che avevano l’egemonia fino agli anni Trenta essendo legati alle correnti ideologiche del movimento operaio in crescita in tutta Europa). Vogliamo dirlo che i sionisti hanno collaborato con le forze più reazionarie europee per indebolire e annientare i bundisti? Vogliamo dirlo che l’insurrezione del Ghetto di Varsavia è stata guidata dai bundisti e dai comunisti anche contro quei sionisti che collaboravano con l’occupazione nazista?
Secondo. Se il Risorgimento italiano ha portato ad una delicata (e oggi vediamo ancora quanto fragile) unità nazionale del paese, possiamo negare che quella del Tirolo e di alcuni parti della Slovenia e della Croazia è stata una annessione colonialista prima e fascista poi? Che il Risorgimento e il nazionalismo di stampo liberale hanno prodotto anche il colonialismo italiano in Africa, l’ideologia della Quarta Sponda e della Grande Proletaria che si è mossa?
Dentro la storia, le forze in campo si dividono per classi sociali, per ideologia, per interessi materiali e ambizioni politiche. L’unicità dell’ebraismo intorno al sionismo e dunque intorno al progetto di uno stato ebraico in Israele, è una menzogna smentita dalla storia e dall’attualità.
Ci sono stati nella storia e ci sono oggi migliaia di ebrei in Israele e nel mondo che non sono affatto sionisti e al contrario si battono – in quanto soggetti politici – contro il progetto sionista.
Il peso dello sterminio degli ebrei in Europa da un lato ha trasformato un orrore indiscutibile in uno standard acritico che devia e condiziona continuamente il dibattito sulla questione palestinese, dall’altro ha innescato un blocco nel dibattito e nell’analisi storica, che ha privato la sinistra di ogni supporto intellettualmente attivo, che l’ha inchiodata alla ritirata culturale e politica davanti alla spregiudicatezza degli apparati ideologici dello stato israeliano.
Avendo accettato senza reagire che gli storici, i giornalisti, gli intellettuali, i registi italiani, europei, israeliani e palestinesi venissero ostracizzati o ridotti al silenzio dagli anatemi dei gruppi sionisti, la sinistra da dove poteva attingere le idee per rinnovare una identità internazionalista adeguata alle sfide del XXI° Secolo?
Le ultime edizioni delle manifestazioni del 25 aprile a Roma o la campagna per il boicottaggio della Fiera del Libro di Torino dedicata a Israele dieci anni fa, hanno dimostrato che se c’è ed agisce concretamente una soggettività attiva, una rete di associazioni, attivisti, intellettuali con una logica internazionalista che “tiene il punto”, che non abbassa la testa e non capitola davanti agli assalti del blocco sionista in Italia, può accadere che gli intellettuali, i giornalisti, il popolo della sinistra e finanche qualche dirigente politico prenda coraggio e che i palestinesi si sentano – finalmente – meno soli nella loro lotta di liberazione.
Alcuni anni fa Gino Strada disse una cosa importante: “Oggi è come ti schieri contro guerra e non sulla pace la vera discriminante”. Per questo non dobbiamo arretrare di un millimetro dalla tesi che nessuna pace sia possibile o accettabile in Medio Oriente senza rendere giustizia al popolo palestinese.

( Fonte: Contropiano.org )

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La bufala di Abu Mazen “antisemita”. Fact-checking delle sue dichiarazioni

I mass media occidentali, zeppi di giornalisti asserviti ai poteri forti occidentali ed al loro alleato Israele, si sono scatenati su alcune dichiarazioni di Abu Mazen bollandolo come razzista antisemita.

di Vincenzo Brandi

Il più grande popolo semita della Terra è il popolo arabo del Medio Oriente. Ma perché un suo rappresentante, il palestinese Mohamed Abbas, detto Abu Mazen, dovrebbe fare dichiarazioni antisemite?
I mass media occidentali, zeppi di giornalisti asserviti ai poteri forti occidentali ed al loro alleato Israele, si sono scatenati su alcune dichiarazioni di Abu Mazen bollandolo come razzista antisemita. Ma cosa ha detto esattamente il notoriamente moderato rappresentante palestinese? Egli è certamente esacerbato dal fallimento di 20 anni di inutili trattative con Israele, la cui politica diventa sempre più spietata verso la popolazione palestinese cacciata, espropriata, assediata e sottoposta ad occupazione militare, e sempre più guerrafondaia con le continue provocazioni e gli attacchi contro Siria, Libano e Iran. Ma le dichiarazioni di Abu Mazen in realtà espongono con chiarezza fatti noti che si cerca di oscurare con un fuoco di sbarramento fatto di false accuse infamanti.

Il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese ha ricordato che Israele è una realtà coloniale creata dall’Impero Britannico. Ed infatti è noto che la Palestina, dopo la caduta dell’Impero Ottomano, fu data in custodia coloniale (o “mandato”) alla Gran Bretagna che ne profittò per far affluire nell’area un gran numero di immigrati ebrei conquistati dall’ideologia sionista che predicava il “ritorno” in Palestina. La cosa era stata concordata tra il ministro inglese Lord Balfour ed i dirigenti sionisti.

Affluirono così in Palestina, paese allora abitato quasi esclusivamente da Arabi, centinaia di migliaia di coloni ebrei sionisti. Le proteste e le rivolte palestinesi tra il 1936 ed il 1939 furono represse con migliaia di morti dall’esercito britannico spalleggiato da milizie ebraiche.

Abu Mazen ha giustamente ricordato che la maggior parte di questi coloni non avevano nulla a che fare con gli antichi Ebrei (antiche tribù semite simili agli Arabi), ma erano Askenaziti, ovvero popolazioni di origini turco-ucraine. Per chi non vuole crederci consiglio di leggere il bel libro del professore ordinario di storia dell’Università di Tel Aviv, l’israeliano ebreo Shlomo Sand: “L’Invenzione del Popolo Ebraico”. Sand ricordava che altri Ebrei moderni sono di origine berbera (i Sefarditi), o etiopica (i Falashah). Solo una minoranza è semita (quella di origine araba!).

Dopo la seconda guerra mondiale, nel 1947, sotto la spinta degli Stati Uniti, l’ONU propose una spartizione truffaldina della Palestina: il 55% del territorio doveva andare ai coloni ebrei, che allora erano meno del 30% della popolazione.

Intere zone abitate solo da Arabi venivano assegnate al progettato stato ebraico. Questo fu il segnale per le ben organizzate milizie ebraiche e per i gruppi terroristi ebraici guidati da Begin e Shamir per iniziare una feroce pulizia etnica delle popolazione arabe, che continuò nel 1948 con la cacciata di due terzi della popolazione araba, finita profuga nei paesi vicini. Il 15 maggio 1948 fu proclamato lo stato di Israele su quasi il 78% della Palestina, ben oltre i confini previsti dalla stessa ONU. Questo avvenimento è giustamente ricordato dai Palestinesi come la “Nakba”, cioè la catastrofe. Il tardivo e debole intervento di alcuni stati arabi non modificò la situazione.
Nel 1967 l’occupazione della Palestina fu completata con la guerra dei 6 giorni ed iniziò l’ulteriore colonizzazione di quel 22% di territorio rimasto ai Palestinesi, compresa Gerusalemme Est, cioè la parte araba di Gerusalemme.

I soliti giornalisti ed i sionisti fanatici, come la nota Fiammetta Nierestein, residente come colona a Gerusalemme Est, si sono accaniti in particolare contro una frase di Abu Mazen che ricordava come le passate persecuzioni contro le comunità ebraiche in Europa (ma non nei paesi arabi dove gli Ebrei potevano vivere tranquillamente!) erano legate anche a fattori non religiosi, ma sociali, come la pratica del prestito ad interesse che era praticato da alcuni rappresentanti delle comunità ebraiche, essendo vietata nel Medio Evo ai Cristiani. Sul perché delle passate persecuzioni, che nessuno nega, ci sarebbe da discutere, ma profittare di questa frase per gettare fango su un esponente sempre molto moderato e fin troppo disponibile come Abu Mazen è ridicolo.

Ci sarebbe da discutere anche sui motivi di più recenti persecuzioni, come quella operata dai Nazisti in Germania. Si può pensare che abbia giocato un motivo cinicamente demagogico come quello di gettare sugli Ebrei (che in realtà erano molto ben inseriti nella società tedesca) la colpa delle difficoltà economiche in cui versavano il proletariato e la piccola borghesia tedesca, fidando sul consenso della parte meno cosciente del proletariato e della piccola borghesia sciovinista. Questo però non giustifica la feroce occupazione e la pulizia etnica della Palestina (così ben descritta nel classico libro di un altro noto storico israeliano, Ilan Pappe) operata contro una popolazione che mai aveva perseguitato gli Ebrei.

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Comunità ebraiche con la memoria di Netanyahu

di Moni Ovadia

La pantomima delle comunità ebraiche (di Roma e non solo) che non partecipano alla Manifestazione unitaria del 25 aprile, giorno della liberazione dal nazifascismo, si ripete mestamente. Uguale il gesto sdegnato, uguale la delirante motivazione.

E la delirante motivazione è che «nella manifestazione sfilano le bandiere di coloro che settanta anni fa furono alleati dei carnefici nazisti». Quali? Quelle dei risorgenti partiti neonazisti est europei polacchi, ungheresi, ucraini?

No, quelle dei palestinesi, che secondo la pagliaccesca propaganda di Benjamin Netanyahu avrebbero convinto il «mansueto» Führer Adolf Hitler, contro la sua volontà e disponibilità verso gli ebrei, a sterminarne invece sei milioni.

Anche 500.000 Rom e Sinti, tre milioni di slavi, decine di migliaia di disabili (inferiori rispetto alla «razza pura»), di antifascisti, migliaia di omosessuali, testimoni di Geova e di socialmente emarginati, senza dimenticare milioni e milioni di civili sovietici. Ma costoro poco interessano ai dirigenti delle comunità ebraiche. Che accetterebbero volentieri i vessilli di ogni altro popolo oppresso che volesse sfilare nelle manifestazioni del 25 aprile per rivendicare i propri diritti. Ma i palestinesi no! E perché no? Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista del premier israeliano Netanyahu.

Che in alleanza con i peggiori fanatici religiosi intende far sparire i palestinesi in quanto popolo e nazione, per dare legittimità alla grande Israele fondata sul logoro mitologema della «Terra promessa» e poi ridurli in minuscoli bantustan concessi dall’effendi israeliano.

Ho già scritto a questo proposito, proprio sul manifesto in occasione della stessa manifestazione dello scorso anno.

Ma in questo anniversario vorrei aprire una prospettiva altra. Gli organizzatori dell’evento del 25 aprile dovrebbero disinteressarsi delle decisioni della comunità ebraica di Roma o di altre comunità ebraiche. Dichiarino la piena e naturale apertura alla partecipazione del mondo ebraico ma non si facciano condizionare da esso su chi debba partecipare o meno al corteo. Il 25 aprile è soprattutto e più di tutto il giorno degli antifascisti di qualsivoglia orientamento.

Le comunità dell’ebraismo siano le benvenute in quanto tali, ma se non tali e se si comportano da ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica nello stato di Israele, non hanno motivo di sfilare con l’antifascismo.

Un governo antifascista non opprimerebbe mai un altro popolo, non lo deprederebbe delle sue legittime risorse, non ruberebbe il futuro ai suoi figli, non colonizzerebbe le terre assegnategli dalla legalità internazionale come sistematicamente e perversamente fa il governo Netanyahu sorretto dal presidente americano Trump che si appresta all’affronto di spostare a est l’ambasciata Usa a Gerusalemme (occupata a Est).

E se qualcuno pensa che questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, «ebreo antisemita», si legga le dichiarazioni del presidente del Congresso Mondiale Ebraico, Ronald Lauder, ebreo americano aderente al partito repubblicano, pubblicate dal New York Times in questi giorni con questo titolo: Israel’s self inflicted wounds (le ferite autoinflitte di Israele), nel quale cui dopo una premessa fatta di dichiarazioni d’amore legittimo per Israele e captazio benevolentiae, condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi come suicidaria e invisa alla vasta maggioranza di ebrei della diaspora.

Alla faccia degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo.

( Fonte: Ilmanifesto.it )

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Natalie Portman, scioccata da uccisioni a Gaza, non ritira il Nobel ebraico

di Michele Giorgio

Gerusalemme, 21 aprile 2018, Nena News – Natalie Portman ha rovinato al governo Netanyahu i festeggiamenti per il 70esimo anniversario della proclamazione ‎di Israele. L’attrice, regista e produttrice cinematografica israelo-statunitense, ha fatto sapere ‎che non verrà a Gerusalemme a ritirare il Genesis Prize, il Nobel ebraico.

A spingerla a fare un ‎passo indietro sono stati, ha fatto sapere, ‎«gli ultimi eventi per lei estremamente dolorosi e che ‎non si sente a suo agio a partecipare ad eventi pubblici in Israele‎». Portman non cita la ‎Striscia di Gaza ma è stato chiaro a tutti che la sua decisione è una reazione alle decine di ‎palestinesi uccisi nelle ultime settimane dal fuoco dei tiratori scelti dell’esercito israeliano ‎dispiegati lungo le linee di demarcazione con Gaza per contrastare la “Marcia del Ritorno”. ‎

L’ira della destra al governo in Israele è scattata immediata. La ministra della cultura Miri ‎Regev ha accusato la Portman di essersi schierata con il Bds, la campagna di boicottaggio di ‎Israele a causa delle sue politiche nei confronti dei palestinesi. ‎«Nathalie, un’attrice ebrea che è ‎nata in Israele, si è unita a coloro che vedono il meraviglioso successo della rinascita d’Israele ‎come “una storia di tenebra e tenebra”‎», ha ironizzato Regev, parafrasando il titolo del libro ‎‎”Una storia d’amore e di tenebra di Amos Oz”, dal quale Portman ha tratto un film da lei ‎diretto.

Il deputato del Likud, Oren Hazan, uno degli esponenti di punta dell’estremismo di ‎destra, ha invocato la revoca della nazionalità israeliana all’attrice. «Portman è un’ebrea ‎israeliana che da una parte usa cinicamente le sue origini per far progredire la sua carriera e ‎dall’altra si vanta di aver evitato di essere arruolata nell’Idf (l’esercito)‎», ha commentato ‎Hazan. Per Rachel Azaria, del partito Kalanu, la decisione dell’attrice Usa sarebbe il riflesso di ‎un cambio di atteggiamento degli americani ebrei nei confronti di Israele‏.‏

‎ Portman aveva detto di voler devolvere i due milioni del Genesis Prize ad associazioni ‎delle donne e, stando a quanto riferito ieri sera dal quotidiano Haaretz, non restituirà la ‎somma.

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