Nell’Amazzonia a rischio il “polmone verde del mondo” per l’apertura alle imprese minerarie

Redazione Desinformémonos

Il governo brasiliano ha deciso, mediante un decreto presidenziale, di aprire le porte di una gigantesca riserva naturale dell’Amazzonia alle imprese minerarie. Questa decisione è “un grave arretramento nella lotta” per proteggere il polmone verde del mondo, ha denunciato un gruppo di attivisti del WWF.

“È il maggiore attacco all’Amazzonia degli ultimi 50 anni. Nemmeno la dittatura militare osò tanto”, dichiara ai media locali il senatore ambientalista Randolfe Rodrigues.

Michel Temer ha recentemente autorizzato l’estinzione di una riserva naturale di più di 47 mila chilometri quadrati situati tra gli stati brasiliani del Pará e del Amapá per l’estrazione di oro e di altri minerali nobili. Da 33 anni, l’attività mineraria e commerciale della zona era a carico della Compagnia Brasiliana di Risorse Minerali e delle imprese autorizzate da questa.

La Riserva Nazionale di Rame e Associati (Renca), fu creata nel 1984 durante il regime militare di João Figueiredo. Lì attualmente si sfrutta il rame, ma studi geologici segnalano che c’è oro, manganese, ferro e altri minerali. L’area, ricca di oro e altri minerali, ingloba nove aree protette: il Parco Nazionale Montagne del Tumucumaque, i Boschi Statali del Parú e dell’Amapá, la Riserva Biologica di Maicuru, la Stazione Ecologica del Jari, la Riserva Estrattiva Río Cajari, la Riserva di Sviluppo Sostenibile del Río Iratapuru e le terre indigene Waiãpi e Río Paru d`Este.

Organizzazioni non governative, come il WWF, considerano la misura un arretramento nella protezione dell’Amazonia, “questa decisione mette a rischio nove aree protette, fatto che potrebbe causare impatti irreversibili all’ambiente e ai popoli della regione”. La riserva conta, inoltre, su due territori indigeni, nei quali non è possibile fare attività mineraria, per cui si fa pressione su una regione intatta dell’Amazonia. Quando si apre all’attività mineraria, oltre all’attività formale, si incentivano attività di estrazione illegale, invasione di terre pubbliche, deforestazione e sorgono conflitti sociali con i popoli indigeni” ha dichiarato Mauricio Voivodi, direttore esecutivo del WWF Brasile.

“L’estinzione della riserva naturale può promuove l’invasione di terre e fare pressione affinché le comunità indigene facciano degli accordi con le attività clandestine di minatori illegali”, ha aggiunto Voivodic.

Dopo la pubblicazione del decreto presidenziale dell’estinzione Renca (Riserva Nazionale di Rame e Associati), otto senatori hanno presentato un progetto di legge per bloccarla. “Il decreto presuppone il maggiore attacco all’Amazonia degli ultimi 50 anni. Nemmeno la dittatura militare osò tanto”, ha dichiarato ai media locali, il senatore Randolfe Rodrigues.

Il legislativo sostiene che “l’obiettivo è quello di attrarre investimenti, con la creazione di ricchezza per il paese, di lavoro e di reddito per la società, basato sempre sui precetti della sostenibilità”.

“Oltre allo sfruttamento demografico, alla deforestazione, alla perdita della biodiversità e allo smisurato sfruttamento delle risorse idriche, sorgeranno i conflitti agrari, l’espulsione dei popoli indigeni dai loro territori” aggiungono gli esperti del WWF.

Ricercatori annunciano l’imminente distruzione della conca delle Amazzoni

Da parte loro, dei ricercatori guidati da Edgardo Latrubesse, hanno avvertito in un loro studio chiamato Indice di Vulnerabilità Ambientale delle Dighe (DEVI, nella sua sigla in inglese) che portando a termine l’iniziativa di soddisfare le necessità energetiche mediante 428 dighe idroelettriche si mette a rischio l’Amazonia, modificando il flusso di nutrienti che portano i fiumi, la biologia e anche il clima del luogo.

“I principali fattori di deterioramento degli ecosistemi sono la deforestazione, le alterazioni del flusso dei fiumi, la massiccia perdita della biodiversità e l’erosione del suolo”, segnalano gli esperti.

La dimensione dell’impatto può essere non solo regionale, ma anche a livello dell’emisfero. I valori DEVI più alti (che quantificano la vulnerabilità di un’area su una scala da 0 a 100) si trovano nel fiume Maeira (80 punti), e i fiumi Marañón e Ucayali, rispettivamente di 72 e 61 punti, con 104 e 47 dighe progettate o costruite.

La cosa più allarmante è la conclusione a cui è giunto Edgardo Latrubesse: “La dimensione degli impatti può essere non solo regionale, ma anche a livello dell’emisfero. Se si costruiscono tutte le dighe previste nella conca, i loro effetto cumulativo provocherà un cambiamento nei sedimenti che fluiscono nell’Oceano Atlantico, fatto che potrebbe ostacolare il clima regionale”.

Con informazioni di Telesur e RT in spagnolo

27 agosto 2017

Desinformémonos

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Redacción DesinformémonosEn riesgo el “pulmón verde del mundo” en el Amazonas por apertura a mineras” pubblicato il 27-08-2017 in Desinformémonossu [https://desinformemonos.org/riesgo-pulmon-verde-del-mundo-amazonas-apertura-mineras/] ultimo accesso 28-08-2017.

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Risuona il grido: l’Amazzonia è nostra

Carolina da Silveira Bueno e Thais Bannwart

Gli aggiustamenti economici e l’annuncio del nuovo pacchetto fiscale promossi dal governo Temer acutizzano la crisi brasiliana. Subiamo un deterioramento dei servizi pubblici, specialmente nella sanità e nell’educazione, un aumento della disoccupazione e della popolazione senza tetto. Come dire, gli aggiustamenti promossi dal governo consolidano privilegi e tagliano diritti. Si tratta di un gruppo che ha un progetto di paese elitario e di smantellamento dei beni e dei servizi pubblici garantiti dalla Costituzione del 1988.

La politica di austerità -politica di riduzione della dimensione dello stato- realizzata dal governo Temer ha raggiunto un limite inaccettabile. Pochi giorni fa, nel settore socio-ambientale, il governo ha soppresso la Riserva Nazionale del Rame (Renca) per rendere possibile lo sfruttamento minerario da parte di compagnie private. Si tratta di un’area di 47.000 km2 di bosco chiuso dell’Amazzonia, equivalente alla superficie dello stato di Espírito Santo.

La riserva è fondamentalmente ricca di oro, ma possiede anche tantalio, minerale di ferro, nichel, manganese e altri minerali. Ospita, inoltre, nove aree protette: il Parco Nazionale Montagne del Tumucumaque, le Selve Statali del Paru e dell’Amapá, la Riserva Biologica di Maicuru, la Stazione Ecologica del Jari, la Riserva Estrattivista del Río Cajari, la Riserva di Sviluppo Sostenibile del Río Iratapuru e le Terre Indigene Waiãpi e Río Paru d’Este.

Con meno di un 5% di sostegno popolare, il minore di un presidente dalla ridemocratizzazione del paese, Michel Temer ha messo fine, mediante un decreto, ad una norma che stabiliva che soltanto la Compagnia di Ricerca delle Risorse Minerarie (CPRM), appartenente al ministero delle Miniere e dell’Energia, poteva fare esplorazioni minerarie nell’area. Lo squilibrio socio-ambientale, che può giungere a prodursi se le compagnie minerarie private cominciano lo sfruttamento di quella regione, avrà innegabili conseguenze catastrofiche.

La selva amazzonica costituisce un ecosistema di singolare importanza per la regolazione climatica del Brasile e del mondo.

Ricerche effettuate dalla Fondazione di Supporto alla Ricerca dello Stato di San Paolo in associazione con l’INPE (Istituto Nazionale di Ricerche Spaziali), mostrano che la selva amazzonica produce un fenomeno conosciuto come “fiumi volanti”. I fiumi volanti sono fiumi aerei di vapore pompati verso l’atmosfera dalla selva e spiegano il fatto che la regione del quadrilatero i cui vertici sono Cuiabá, Buenos Aires, San Paulo e le Ande sia una regione verde e umida, mentre altre regioni della medesima latitudine del mondo sono estesi deserti.

I fiumi volanti sono i servizi ecosistemici, forniscono le condizioni climatiche adeguate affinché quel quadrilatero sia responsabile del 70% del PIL dell’America del Sud, dove si concentra la maggior parte della produzione agricola e industriale e dove sono i grandi centri urbani.

La deforestazione inerente allo sfruttamento minerario in un’area della dimensione della Renca, ovviamente contribuirà allo squilibrio dell’invisibile dinamica dei fiumi volanti, compromettendo la produzione di alimenti, le attività industriali e il rifornimento d’acqua nelle regioni incluse nel quadrilatero. Così importante come la perturbazione della dinamica climatica promossa dai fiumi volanti saranno gli impatti ambientali nella regione della riserva: la contaminazione del suolo e delle risorse acquee e la distruzione della biodiversità.

Togliere il diritto a lavorare nella regione ad una istituzione di ricerca nazionale e favorire l’entrata di imprese che distruggeranno la biodiversità, nella misura in cui l’Amazonia ha migliaia di specie endemiche che ancora non sono state scoperte, quello è il grande crimine. Il Brasile è il paese del mondo con maggiore biodiversità (patrimonio genetico). Ci sono molte piante e specie che esistono solo in quel pezzo di selva, e alcune possono dare una risposta a molti problemi. Lo sfruttamento minerario, in cambio, lascia molto poco nel paese.

Nonostante che il decreto di estinzione della Renca mantenga le norme che regolano le unità di conservazione e le terre indigene, ci sono esempi storici sugli impatti negativi dell’attività mineraria nelle regioni amazzoniche. La presenza di un’attività con elevato rischio di impatto in una regione permeata da unità di conservazione rende fragile l’integrità di quelle aree, colpendo la sua funzione di conservazione della flora e della fauna ed espone le popolazioni tradizionali alla violenza e alle malattie.

La soppressione della Renca è un’altra di una lunga serie di misure arbitrarie dell’attuale governo che aumentano oltremodo i problemi socio-ambientali ed economici. Preservare il patrimonio genetico e garantire la biodiversità in Brasile è un dovere di tutta la cittadinanza. È fondamentale che la società brasiliana, dalla campagna alle grandi città, gridi: L’Amazzonia è nostra!

*Carolina da Silveira Bueno è una ricercatrice del Nucleo di Economia Agricola dell’Ambiente dell’Università di Campinas (Unicamp) e dottoranda nell’Istituto di Economia dell’Unicamp.

*Thais Bannwart è aiutante di ricerca nell’Istituto di Ricerca Ambientale dell’Amazzonica e laureata dall’Istituto di Economia dell’Unicamp.

29/08/2017

Brasil Debate

http://brasildebate.com.br/ecoa-o-grito-a-amazonia-e-nossa/

Tradotto dal portoghese per Rebelión da Alfredo Iglesias Diéguez

Rebelión

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Carolina da Silveira Bueno y Thais Bannwart, Resuena el grito: la Amazonia es nuestra” pubblicato il 29-08-2017 in Rebeliónsu [http://www.rebelion.org/noticia.php?id=230935&titular=resuena-el-grito:-la-amazonia-es-nuestra-] ultimo accesso 04-09-2017.

 

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Dalla foresta amazzonica duemila nuove specie animali e vegetali scoperte in sedici anni

Inia Araguaiaensis — delfino rosa
Potamotrygon limai – razza con celle esagonali
 Zimmerius chicomendesi — uccello il cui nome e’ in onore di
Chico Mendes, ambientalista del Brasile 
Nystalus obamai — uccello il cui nome e’ in onore di Barack Obama
 Plecturocebus miltoni — scimmia dalla coda arancione
primatologo e veterniario del Brasile
 

Hypocnemis rondoni — uccello il cui nome e’ in onore di  
Marechal Cândido Rondon, antropologo ed esploratore
 Tolmomyias sucunduri — uccello scoperto nella regione
Sucunduri, in un area protetta

Nei due anni 2014 e 2015 sono state scoperte ben 381 specie nuove, animali o vegetali, sulla terra, tutte dalla foresta amazzonica.

381. Una specie nuova ogni due giorni!

Fra queste scoperte recenti, un delfino fluviale rosa, una scimmia con la coda arancione, una razza con la pelle a nido d’ape, un uccello tropicale chiamato in onore di Obama (Nystalus obamai).

E’ un tasso straordinario di scoperta, che mostra quanto poco sappiamo del nostro pianeta, quanta ricca sia la nostra biodiversita’ e quanto abbiamo ancora da imparare.

Tutto questo mentre la foresta Amazzonica viene distrutta dalla nostra avidita’, senza che neanche ce ne rendiamo conto.

Il rapporto sulle nuove scoperte arriva dal Mamiraua’ Institute for Sustainable Development ed elenca per la precisione 216 piante, 93 pesci, 32 anfibi, 20 mammiferi, 19 rettili ed un uccello.

Le annate 2014-2015 sono state straordinarie, ma non e’ che negli anni precedenti non si scoprisse niente, anzi, lo stesso gruppo riporta che fra il 1999 e il 2013, il tasso di specie nuove scoperte e’ stato di circa 110 animali o piante l’anno.

Cioe’ se mettiamo tutto assieme, fra il 1999 e il 2015, in sedici anni sono state scoperte piu’ di duemila specie animali e vegetali nuove.

Duemila!!

L’Amazzonia contiene circa un terzo delle foreste tropicali rimaste sul pianeta, nonostante rappresenti l’uno per cento della superficie terrestre.

Ci sono qui il 10% di tutte le piante (note!) sul pianeta.

Si stima che adesso conosciamo solo il 20% di tutte le piante sulla terra e che il restante 80% e’ ancora ignoto.

Come mai tutte queste specie arrivano dall’Amazzonia? Perche’ a causa della sua grandezza e’ difficile penetrarla tutta, e a causa della sua ricchezza, anche addentrarsi in zone poco distanti dai centri e dai fiumi principali gia’ porta ad enormi scoperte. E infatti, la maggior parte di quello che sappiamo si trova vicino alle zone piu’ antropizzate e/o trafficate, come appunto strade e fiumi navigabili. Altre invece arrivano dalle poche zone ufficiali di studio dentro la foresta.

E quindi ogni volta che ci si addentra in posti remoti, si scoprono le meraviglie della natura. Dopotutto non e’ un mistero che qui ci siano ancora comunita’ di umani mai contattate dalla nostra civilta’.

Nel frattempo il tasso di estinzione causato dall’uomo e’ di circa mille-diecimila volte in piu’ rispetto al tasso naturale. Cioe’ per colpa nostra, le specie scompaiono mille-diecimila volte piu’ in fretta di quanto madre natura abbia inteso.

Ricardo Mello e’ il coordinatore del programma del WWF per la “ri-scoperta” dell’Amazzonia in Brasile e dice che nonostante la scarsita’ di risorse nuove specie continuano a venire alla luce con cosi tanta frequenza. Questo vuol dire che davvero i segreti e la ricchezza dell’Amazzonia sono straordinari.

Che fare di tutta questa nuova conoscenza?
Proteggerla, certo!
Non e’ accettabile continuare a disboscare, disboscare, trivellare, abbattere, scavare senza neanche sapere cosa si sta uccidendo. La biodiversita’ va protetta e studiata,  per amore della conoscenza, del creato ma anche perche’ queste specie potrebbero darci nuove idee per cure di malattie o per alimentazione futura.
Il primo passo e’ sempre la conoscenza, e la popolarizzazione in modo che possano essere presi passi adeguati per la conservazione. Credo sia imporante che noi tutti capiamo quanto vitale sia la foresta amazzonica, e quanto prezioso sia in realta’ il nostro pianeta tutto, in modo da poterci scandalizzare ogni volta che sentiamo notizie traumatiche per lo sfruttamento scellerato della natura. E se distruggiamo l’Amazzonia, con tutta questa ricchezza e bellezza, figuriamoci con quanta non-chalance distruggiamo terre e foreste meno famose e meno spettacolari.
Ecco, sono davvero numeri sbalorditivi.
Duemila nuove specie scoperte in sedici anni.
Dalla sola foresta amazzonica.
Credo che abbiamo il dovere di proteggere cosi tanta bellezza e di dover essere grati del fatto che ne siamo consci.

Sorgente: No all’Italia petrolizzata: Dalla foresta amazzonica duemila nuove specie animali e vegetali scoperte in sedici anni

Perù: ritorna il progetto della famigerata ‘strada della morte’ promosso da un prete italiano

“Un uomo Mastanahua contattato di recente. Se il progetto della strada avrà il via libera, molti altri popoli indigeni alla frontiera dell’Amazzonia incontattata rischieranno la catastrofe del primo contatto.”
© David Hill/Survival

Le terre abitate da diverse tribù isolate nel cuore della frontiera dell’Amazzonia incontattata potrebbero essere tagliate in due da una nuova “strada della morte”, promossa con forza da un controverso prete italiano.

La strada – che correrà per 270 km nelle aree protette a più alta biodiversità dell’Amazzonia – dovrebbe essere approvata a breve dal Congresso del Perù.

A sostenere da anni il piano è Padre Miguel Piovesan, un prete cattolico che ha definito i popoli indigeni locali ‘preistorici’ e ha criticato le ONG internazionali per aver espresso le proprie preoccupazioni sul progetto.

Il piano di costruzione della strada era stato respinto dal Congresso peruviano nel 2012. Tuttavia, i lavori sono continuati illegalmente per anni e ora il progetto è stato ripresentato dal deputato Carlos Tubino, del partito Fuerza Popular.

"Padre Miguel Piovesan, il più grande promotore della strada, con l’ex presidente peruviano Ollanta Humala."

“Padre Miguel Piovesan, il più grande promotore della strada, con l’ex presidente peruviano Ollanta Humala.”
© Anon

Le tribù incontattate sono i popoli più vulnerabili del pianeta. Si stima che in Perù ci siano circa 15 popoli incontattati, molti dei quali vivono nella regione dove sarà costruita la strada.

Survival International ha presentato un’Istanza alle Nazioni Unite, denunciando l’impatto catastrofico che il progetto avrà sugli Indiani incontattati e sollecitando il governo peruviano a porre il veto.

Nell’area vivono 3.000-4.000 persone, di cui circa l’80% sono indigeni. La maggior parte di loro sono contrari alla strada.

“Rifiutiamo categoricamente questa strada. Noi indigeni non avremo benefici, li avranno solo i taglialegna, i minatori, le compagnie petrolifere e i narcotrafficanti” ha detto Emilio Montes, presidente dell’organizzazione indigena FECONAPU, con sede a Puerto Esperanza. “La strada minaccia le vite dei nostri parenti isolati, come i Mashco Piro. Distruggerà i nostri animali e le piante. Dovrebbero rispettare i nostri territori ancestrali. Abbiamo sempre vissuto qui, e i nostri figli devono poter continuare a farlo. Lo sviluppo che serve è un altro, capace di gestire le nostre risorse in modo sostenibile: per vivere bene e per il nostro futuro.”

“Se la strada avrà il via libera, le tribù incontattate saranno distrutte, e il loro presunto ‘sviluppo’ avrà fine, per sempre. Survival ha combattuto per decenni contro l’apertura di strade in questa parte dell’Amazzonia” ha dichiarato il Direttore generale di Survival Stephen Corry. “Chi dovrebbe beneficiarne? Se il Perù ha un minimo di rispetto per i fondamentali diritti umani e per la legge, deve fermare immediatamente questi progetti.”

© Jean-Paul Van Belle

Background
– La strada collegherà Puerto Esperanza all’autostrada inter-oceanica, che corre tra Perù e Brasile. Quest’area fa parte della frontiera dell’Amazzonia Incontattata, la regione lungo il confine tra Perù e Brasile dove vive la più alta concentrazione di tribù incontattate al mondo.
– Se la strada sarà costruita, molti popoli incontattati potrebbero essere spazzati via. Tra questi i Mashco Piro, i Chitonahua, i Mastanahua e i Sapanawa, tribù nomadi che vivono da generazioni nella regione. Negli ultimi anni, esterni come i missionari e i taglialgena hanno costretto diversi gruppi a entrare in contatto.
– In altre aree dell’Amazzonia, progetti di “sviluppo” come le strade hanno permesso ai coloni di accedere ad aree remote, e di minacciare la vita e le terre di popoli incontattati.
– Diverse organizzazioni indigene del Perù hanno diffuso una dichiarazione in cui condannano il progetto della strada.
– Padre Piovesan ha più volte negato l’esistenza dei popoli incontattati. Nella newsletter della sua parrocchia si legge: “L’isolamento non è un desiderio naturale. Non possiamo dimostrare che i popoli isolati esistono. Sono un’invenzione di chi conosce i popoli indigeni di vista, o di chi basa le sue ricerche su ipotesi non verificate sul campo.”
– Gli Indiani incontattati hanno espresso chiaramente il loro desiderio di restare isolati. Non è possibile ottenere il loro consenso al progetto e questo comporta una violazione del loro diritto a determinare il proprio futuro.

"La frontiera dell’Amazzonia Incontattata è l'area in cui vive la più alta concentrazione di tribù incontattate al mondo."

“La frontiera dell’Amazzonia Incontattata è l’area in cui vive la più alta concentrazione di tribù incontattate al mondo.”

© Survival International

Delle tribù incontattate sappiamo molto poco. Ma sappiamo che nel mondo ce ne sono oltre un centinaio. E sappiamo che intere popolazioni sono sterminate dalla violenza genocida di stranieri che le derubano di terre e risorse, e da malattie, come l’influenza e il morbillo, verso cui non hanno difese immunitarie.

I popoli incontattati non sono arretrati o primitivi, né reliquie di un passato remoto. Sono nostri contemporanei e rappresentano una parte essenziale della diversità umana. Quando i loro diritti sono rispettati, continuano a prosperare.

Se le loro terre non saranno protette, per i popoli incontattati sarà la catastrofe. Survival International sta facendo tutto il possibile per rendere le loro terre sicure, e dare loro la possibilità di determinare autonomamente il proprio futuro.

Sorgente: Perù: ritorna il progetto della famigerata ‘strada della morte’ promosso da un prete italiano – Survival International

Brasile: i popoli indigeni, il “Re della soia” e gli altri…

 

La sua famiglia ha guadagnato miliardi dal saccheggio delle foreste e della terra indigena e si è sempre dichiarato contrario al riconoscimento dei territori indigeni, a favorevole a dighe e di altri mega progetti che violano i diritti dei popoli indigeni. Chi è? Prima era “solo” Blairo Maggi, un potente imprenditore brasiliano, dalle chiare origini italiane, capace di diventare il governatore del Mato Grosso e contemporaneamente (sarà un caso?) il più grande produttore mondiale di soia, commercializzando da solo circa il 26% della produzione di tutto lo Stato del Mato Grosso. Oggi è il neo Ministro dell’Agricoltura del presidente ad interim Michel Temer i cui ministri, sembrano fare a gara per tentare di aggirare le leggi a tutela delle terre indigene e quelli dei suoi abitanti.

Molti dei ministri del Governo ad interim, infatti, come Maggi, sono membri della lobby agricola che sta cercando di indebolire i diritti territoriali indigeni e ha proposto, tra gli altri, un emendamento costituzionale noto come PEC 215. “Se approvato, il PEC 215 potrebbe rendere quasi impossibili le future demarcazioni territoriali, ridurre la dimensione dei territori esistenti e aprirli alle attività minerarie, a progetti di estrazione del petrolio o del gas, a strade, a basi militari, e altri progetti di sviluppo che potrebbero essere letali per i popoli indigeni” ha spiegato Survival International. Sì perché nonostante Dilma Rousseff sia stata spesso criticata per aver demarcato meno territori indigeni di qualunque suo predecessore dalla fine della dittatura militare, in realtà nelle settimane prima del pretestuoso impeachment del 12 maggio scorso aveva firmato diversi decreti di protezione territoriale, che adesso il Ministro della Giustizia ad interim Alexandre de Moraes ha annunciato rivedrà, scatenando proteste e manifestazioni in tutto il paese.

In maggio, infatti, più di 1.000 indigeni hanno manifestato a Brasilia. In una dura lettera aperta indirizzata a Michel Temer, l’APIB, cioè la rete dei Popoli Indigeni del Brasile, ha dichiarato: “Rifiutiamo ogni tentativo di riportare indietro le nostre conquiste e chiediamo il rispetto totale per i nostri diritti fondamentali, sanciti dalla costituzione federale”. Come ha ricordato Survival “Centinaia di migliaia di Indiani in tutto il paese dipendono dalla terra per sopravvivere. La costituzione brasiliana e la legge internazionale garantiscono la protezione delle loro terre per il loro uso esclusivo, ma le leggi vengono spesso violate e alcune tribù rischiano il genocidio”. Dilma anche per questo aveva finalmente riconosciuto i diritti indigeni per la terra dei Kawahiva incontrastati, uno dei popoli più vulnerabili del pianeta, per le terre degli Avá Canoeiro, degli Arara, dei Mura, dei Munduruku e per buona parte del territorio Guarani che era stato rubato agli Indiani lasciandoli in condizioni terribili.

Ma l’offensiva contro i diritti dei popoli indigeni non è solo politica e in queste settimane si registrano crescenti tentativi da parte di potenti agricoltori e allevatori locali, che per Survival sono “strettamente legati al governo ad interim nominato di recente”, di sfrattare illegalmente i Guarani dalla loro terra ancestrale e intimidirli con il ricorso alla violenza e al razzismo. Proprio nella comunità guarani di Tey’i Jusu, nel Brasile meridionale, lo scorso 14 giugno un gruppo di sicari ha attaccato uccidendo Clodiodi Aquileu, un ventenne della comunità, che aveva il ruolo di operatore sanitario e ha ferito almeno altre cinque persone, tra cui un bambino. Per Survival, che prima in Europa ha rimbalzato la notizia, “È solo l’ultimo di una serie di assalti violenti alla tribù agli abitanti Guarani Kaiowá” che questa volta sono riusciti a filmare l’attacco da lontano. Intanto un’altra comunità guarani nella stessa regione, conosciuta come Apy Ka’y, rischia lo sfratto dopo aver rioccupato la sua terra sotto la guida della leader Damiana Cavanha nel 2013. “Le nove famiglie della comunità avevano ricevuto un’ordinanza di sfratto, ma non è ancora noto se siano riuscite a restare nella loro terra che gli spetta di diritto secondo la legge brasiliana e quella internazionale” ha spiegato Survival. “È in corso un lento genocidio. C’è una guerra contro di noi. Abbiamo paura” ha aggiunto il mese scorso il leader guarani Tonico Benites in occasione di una visita in Europa. “Uccidono i nostri capi, nascondono i loro corpi, ci intimidiscono e ci minacciano”.

Negli ultimi decenni, i Guarani hanno subito violenza genocida, schiavitù e razzismo da parte di chi vuole derubarli di terre, risorse e forza lavoro. Per tentare di arginare questa ondata di violenza in aprile Survival ha lanciato la campagna “Fermiamo il genocidio in Brasile”, per portare all’attenzione del mondo questa crisi terribile e urgente, e dare alle tribù brasiliane un palcoscenico da cui parlare al mondo nell’anno delle Olimpiadi. “Assistiamo a un attacco brutale e continuato ai Guarani, che sta crescendo di intensità. Persone potenti in Brasile stanno cercando di ridurre al silenzio i membri della tribù, terrorizzandoli affinché rinuncino alle loro rivendicazioni territoriali” ha dichiarato il Direttore generale di Survival, Stephen Corry. “Ma i Guarani non si fermeranno. Sanno di rischiare la morte cercando di tornare alla loro terra ancestrale, ma l’alternativa è così terribile che non hanno altra scelta se non quella di affrontare i sicari e le loro pallottole”. Ma per ora, purtroppo, il Governo ad interim del Brasile non sembra aver posto limiti al tentativo di impossessarsi delle riserve Guarani e di quelle degli altri popoli indigeni.

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Ancora una diga per affogare l’Amazzonia

E’ la diga di São Luiz do Tapajós, un progetto devastante, che inonderà parte delle loro terre distruggendo una vasta area della foresta amazzonica. La diga di São Luiz do Tapajós, la più grande delle 43 dighe previste sul fiume Tapajos, avrebbe un bacino di 729 chilometri quadri (circa l’estensione di New York!) e sommergerebbe 400 chilometri quadri di foresta pluviale incontaminata, portando inoltre alla deforestazione di un’area di 2.200 chilometri quadrati!

Il fiume Tapajós scorre nel cuore dell’Amazzonia brasiliana. Nelle sue acque nuotano i delfini rosa, mentre le sue rive sono l’habitat di centianaia di uccelli, rettili, angibi e mammiferi, come il giaguaro e l’ocelot. Queste sono anche le terre del popolo indigeno dei Munduruku che da più di trent’anni si battono per difendere la valle del Tapajós dalla minaccia dei megaprogetti idroelettrici. Lo scorso aprile l’Agenzia brasiliana per le popolazioni indigene (FUNAI) ha riconosciuto i territori dei Munduruku, fornendo la base legale per richiedere la sospensione della costruzione della mega diga. Si tratta però solo di una sospensione temporanea che non equivale alla cancellazione del progetto: questa avverrà infatti solo nel caso in cui il governo brasiliano confermi la decisione del FUNAI di tutelare le terre Munduruku.
Greenpeace ha simbolicamente fornito i Munduruku di pannelli solari per dimostrare che non è necessario distruggere l’Amazzonica per portare elettricità nelle aree remote. E chiede alle multinazionali di abbandonare il progetto. Ad esempio, l’azienda tedesca Siemens negli ultimi anni da un lato ha rafforzato la sua presenza nel settore delle rinnovabili, ma d’altra parte ha partecipato anche alla realizzazione della diga di Belo Monte, sul fiume Xingu, che ha devastato un ampio tratto di foresta amazzonica.Chiediamo a Siemens di confermare che non sarà coinvolta in alcun modo nella realizzazione della diga di São Luiz do Tapajós, un’operazione che sarebbe in netto contrasto con l’immagine “green” che pretende di mostrare.

Sorgente: Ancora una diga per affogare l’Amazzonia – Salva le Foreste

Assassini in Amazzonia

Raimundo Santos Rodrigues, noto come José dos Santos, è l’ultima vittima dell’assalto alla foresta nell’assenza delle istituzioni che dovrebbero proteggerla. José dos Santos è stato ucciso il 25 agosto nella città di Bom Jardim, in Maranhão, per aver denunciato i taglialegna e per aver difeso la propria comunità, anche in qualità di membro del sindacato dei lavoratori rurali (STTR) di Bom Jardim.

Sorgente: Assassini in Amazzonia – Salva le Foreste

Amazon: no growth after deforestation. A new study

Monday, 20 May 2013

Deforestation has no winners. The large-scale expansion of agriculture in the Amazon through deforestation will not create economic growth. In fact, deforestation will lead to local climate changes that will erode pastures and croplands, according to a new study. Published in IOP Publishing’s journal Environmental Research Letters. According to the scientists, deforestation will not only reduce the capacity of the Amazon’s natural carbon sink, but will also inflict climate feedbacks that will decrease the productivity of pasture and soybeans.

 The researchers used model simulations to assess how the agricultural yield of the Amazon would be affected under two different land-use scenarios: a business-as-usual scenario where recent deforestation trends continue and new protected areas are not created; and a governance scenario which assumes Brazilian environmental legislation is implemented. They predict that by 2050, a decrease in precipitation caused by deforestation in the Amazon will reduce pasture productivity by 30 per cent in the governance scenario and by 34 per cent in the business-as-usual scenario.

Furthermore, increasing temperatures could cause a reduction in soybean yield by 24 per cent in a governance scenario and by 28 per cent under a business-as-usual scenario. Through a combination of the forest biomass removal itself, and the resulting climate change, which feeds back on the ecosystem productivity, the researchers calculate that biomass on the ground could decline by up to 65 per cent for the period 2041-2060.

Brazil faces a huge challenge as pressure mounts to convert forestlands to croplands and cattle pasturelands in the Amazon. A fine balance must be struck, however, as the natural ecosystems sustain food production, maintain water and forest resources, regulate climate and air quality, and ameliorate infectious diseases. Lead author of the study, Dr Leydimere Oliveira, said: “We were initially interested in quantifying the environmental services provided by the Amazon and their replacement by agricultural output. “We expected to see some kind of compensation or off put, but it was a surprise to us that high levels of deforestation could be a no-win scenario — the loss of environmental services provided by the deforestation may not be offset by an increase in agriculture production.”

The researchers, from the Federal University of Viçosa, Federal University of Pampa, Federal University of Minas Gerais and the Woods Hole Research Center, show that the effects of deforestation will be felt most in the eastern Pará and northern Maranhão regions. Here the local precipitation appears to depend strongly on forests and changes in land cover would drastically affect the local climate, possibly to a point where agriculture becomes unviable.

“There may be a limit for expansion of agriculture in Amazonia. Below this limit, there are not important economic consequences of this expansion.. Beyond this limit, the feedbacks that we demonstrated start to introduce significant losses in the agriculture production,” continued Dr Oliveira.

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