La Sapienza: Je suis Charlie? No Je suis grattachecca.

Comunicato stampa

La libertà di espressione vale solo per le vignette, non se si parla di Palestina

L’iniziativa che doveva tenersi Mercoledì 4 marzo, nell’aula 10 della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Roma La Sapienza, con la proiezione del film THE FADING VALLEY (La valle che muore), della regista israeliana Irit Gal, non si terrà più. Il film, in cui si parla della fertile Valle del Giordano nella Cisgiordania occupata, dove i pascoli dei contadini palestinesi sono stati dichiarati zona militare, i loro pozzi sono sigillati e l’acqua deviata alle colonie israeliane avrebbe testimoniato la vita di questi agricoltori i cui diritti sono stati spazzati via e che sono considerati “illegali” nella propria terra.

È bastata una telefonata dall’ambasciata israeliana e la protesta di qualche studente perché il preside della facoltà si adeguasse, negando l’aula e così anche la possibilità di far conoscere agli studenti e al pubblico questa realtà della Palestina.

L’episodio è sconcertante e fa seguito ad uno analogo di alcuni giorni fa allorché, il rettore dell’Università Roma 3, ritirò l’autorizzazione già concessa all’uso di una delle proprie sedi per una conferenza di Ilan Pappe, storico israeliano e professore all’Università di Exeter, autore del libro La pulizia etnica della Palestina, insieme ad altri accademici italiani e internazionali.

L’iniziativa a La Sapienza era organizzata dal Comitato No all’Accordo Acea Mekorot, che si oppone alla collaborazione tra la società idrica di Roma e la israeliana Mekorot, responsabile del furto di acqua, come documentato da Amnesty International, e come ben illustrato nel film. Essa rientrava tra le iniziative per la Settimana internazionale contro l’Apartheid Israeliana, che si organizza da 10 anni nei campus universitari in tutto il mondo.

Non essendo in grado di giustificare le sue ampiamente documentate violazioni dei diritti della popolazione palestinese, Israele cerca di azzittire sempre di più le iniziative negli spazi pubblici e mette in marcia la macchina della propaganda, come sta facendo attraverso il proprio padiglione a Expo2015 di Milano in cui si magnificano le sue presunte capacità di trasformazione di una terra arida in campi fertili, laddove in realtà l’agricoltura palestinese già fioriva da decenni.

È intollerabile che la sua ambasciata intervenga così pesantemente nelle scelte delle università italiane. Peggio ancora, è disonorevole e vergognoso che le istituzioni accademiche italiane si adeguino ai suoi diktat.

Tutto ciò ci sprona ancora di più a lottare affinché l’università recuperi il suo ruolo di formazione-informazione e si affermi la libertà di espressione in questo paese, e a mobilitarci per dare voce alla Palestina.

Comitato No all’Accordo Acea Mekorot
bdsitalia.org/no-mekorot
fuorimekorotdallacea@gmail.com

thanks to: BDS Italia

“Je suis Charlie” ma…non su Palestina-Israele. Liberta’ accademica tra censure, cesure e dissenso

di Ruba Salih (School of Oriental and African Studies, University of London)

Roma, 16 Febbraio 2016 – Qualche mese fa venne pubblicata una storia abbastanza inusuale sulla rivista Yedioth Hakibbutz, la rivista del kibbutz Degania. La prima pagina recitava: “Abbiamo espulso, bombardato e ucciso”. Il titolo richiamava una intervista di tre pagine contenuta all’interno della rivista con l’ex combattente dell’ allora Palmach, e residente del Kibbutz, Mr Kahanovich, nella quale appunto quest’ultimo raccontava dalla Guerra del 1948 e confessava il suo ruolo e la sua partecipazione alla espulsione e uccisione di civili palestinesi durante gli eventi.

Qualche mese prima, Kahanovich fu intervistato come parte di un progetto portato avanti dalla organizzazione no-profit e pacifista Zochorot (ricordare), una associazione culturale che in Israele si propone di ricordare gli avvenimenti della Nakba dai punti di vista sia israeliano che palestinese. La testimonianza di Kahanovich attiro’ appunto l’attenzione dei redattori della rivista del Kibbutz.

La testimoniaza di Kahavonich, ovviamente, tocca uno degli eventi piu’ duri della Guerra del 1948: l’uccisione a sangue freddo di civili palestinesi che scappavano e cercavano rifugio dai combattimenti all’interno della moschea di Lod.

Kahanovich racconto’ che gli era stato ordinato di uccidere qualunque palestinese avesse tentato di fuggire dalla processione di rifugiati che marciavano fuori dai loro villaggi nel tentativo di tornare alla propria casa o villaggio. Anche se in alcuni tratti dell’intervista Kahanovich mostra onesto rimorso, in altri brani spiega di non “avere avuto scelta”: “Fin dal principio l’intenzione era di espellerli, questi erano gli ordini dei capi, Yigal Alon and Yitzhak Sadeh. Altre volte avevamo ordini di sparare ad uno o due civili, cosi’ che gli altri potessero capire il messaggio e andarsene di propria volonta”. “Bisogna capire’, continua Kahanovich: “Se non avessimo distrutto la casa dell’Arabo, ci sarebbe stato per sempre un suo desiderio di ritorno. Se non c’e piu’ la tua casa, non c’e’ piu’ il tuo villaggio, non c’e luogo a cui volere e poter ritornare”.

Ci sono varie ragioni per cui ho deciso di cominciare il mio breve intervento e dialogo con Ilan citando questa dura testimonianza.

La prima, per sottolineare come nella sfera pubblica israeliana stiano trovando spazio testimonianze e racconti di protagonisti degli eventi del 1948 che sottolineano apertamente come l’espulsione dei palestinesi non fosse stata il risultato accidentale degli eventi bellici, come sostengono alcuni storici israeliani, ma fosse parte di precisi ordini e disegni militari, come da lungo tempo denuncia Ilan Pappe’ nei suoi numerosi lavori storiografici sulla pulizia etnica della Palestina.

Una seconda ragione ha a che vedere con il bisogno di riflettere e comprendere le ragioni per le quali in alcuni luoghi supposti liberali, che pongono la liberta’ di pensiero, di informazione e di parola come sacra, il dibattito storiografico, o anche semplicemente tracce di testimonianze come quella di Kahanovich, sembrano divenire sempre piu’ rari o, dove esistono o resistono, sono sotto continuo attacco. (Certamente il problema della censura rispetto a questa giornata di studi e riflessioni ne e’ una triste prova). Per quali ragioni il dibattito su alcuni temi e fatti, a partire dal 1948 fino ad arrivare alle piu’ recenti guerre su Gaza, e’ soggetto ad anacronistiche cesure, censure o autocensure?

Vorrei proporre alcune sollecitazioni in tal senso, e complicare la classica, ancorche’ non priva di verita’, interpretazione per cui questi silenziamenti attorno alla natura del conflitto e alle sofferenze dei palestinesi siano da attribuire alla mera asimmetria di potere sul campo oggi. Credo che il silenziamento – e le retoriche che lo accompagnano nel tentativo di legittimarlo – ci parlino di qualcosa di piu’ profondo, di una sorta di tabu’ costitutivo, di una profonda incapacita’ auto-rilfessiva rispetto ai paradossi della storia moderna europea. Una modernita’ che, come ci ricorda il sociologo Zygmunt Bauman nei suoi vari e fondamentali saggi, ha al contempo prodotto i diritti umani e il genocidio, ha portato ordine ed emancipazione al posto del chaos, ma al prezzo della rinuncia verso alcune liberta’ fondamentali. Ha dato vita e liberta’ ad alcuni a prezzo dell’esclusione di altri. Liberta’, empancipazione stato di diritto quindi di pari passo a colonialismo, genocidio, nazi-fascismo. Serve quindi una riflessione profonda sui legami tra silenziamenti e narrazioni, tra dicibile e indicibile.

Le cesure e censure in molti luoghi mainstream delle sfere pubbliche liberali, sulle responsabilita’ e i torti di Israele e le sofferenze e i diritti negati ai palestinesi, possono essere letti come metafora della incapacita’ di fare luce e superare le grandi ambivalenze della storia del 900, ambivalenze che riverberano negli eventi contemporanei: da Charlie Hebdo, all’attacco di Copenhagen, dall’ Islamophobia dilagante alle guerre neo-coloniali, oggi chiamate ‘umanitarie’, e che vengono auspicate come difesa dei principi liberali quando il ‘chaos’ arriva vicino o nasce dentro il cuore dell’Europa.

Tornando alla citazione di Kahanovich, c’e’ un altra ragione per cui la ho scelta. Negli ultimi anni si viene sempre piu’ naturalizzando un “paradigma” che fa eco ad un curioso fondamentalismo positivista per cui chi produce sapere critico su Israele e sulla questione palestinese viene tacciato di “essere di parte”, di avere un’ agenda politica, di essere ancora peggio “ideologico”, di usare le fonti e le testimonanze (se siamo antropologi) a fini politici e di propaganda e, se originario o legato a vario titolo a quelle terre, di essere cosi’ emotivamente coinvolto da non essere in grado di produrre rappresentazioni “oggettive”. In sostanza, di non sapere o volere operare una distinzione tra il personale e il politico, tra se’ e il mondo che ci circonda e di cui siamo parte. Questo richiamo selettivo all’oggettivita’ e’ tanto piu’ grottesco in quanto ripropone criteri epistemologici di separazione tra soggettivita’ e oggettivita’ che si pensavano superati da decenni nelle scienze sociali ed umanistiche, dove le responsabilita’ etiche, politiche e morali dell’intellettuale non sono piu’ concepite come in antitesi con il rigore scientifico del metodo e dei criteri delle discipline a cui ognuno di noi e’ ancorato.

In realta’ questi non sono che tentativi di limitare la liberta’ di discussione e il pensiero critico, ma che rivelano una miopia storica ed epistemologica facilmente smascherabile. Alla scorso meeting annuale della American Anthropology Association, nel Dicembre 2014, un gruppo di accademici ha proposto una mozione mirante a porre fine sul nascere alla discussione sull’ eventuale appoggio degli antropologi, e della associazione stessa, al boiccotaggio delle istituzioni accademiche israeliane (BDS). Alcuni degli interventi hanno sostenuto con convinzione che il mondo accademico non possa essere il luogo principe per dibattiti di natura ‘politica’.

Dall’altra parte si sono levate numerosissime voci che hanno ricordato come fin dalla mobilitazione contro la guerra in Vietnam negli anni ‘60 e ’70, passando per l’invasione di Israele del sud del Libano agli inizi degli anni ’80, o l’Apartheid in Sudafrica, i meeting della AAA siano stati tradizionalmente luoghi di discussione politica, mobilitazione e dibattiti che duravano fino a tarda notte. Altri hanno sottolineato come la maggioranza delle istituzioni accademiche in Israele siano legate a doppio filo alla dimensione politica con investimenti diretti nel settore militare, ricerca scientifica sullo sviluppo di tecniche di controllo e distruzione messe in atto nei Territori Occupati, finanziamento di universita’ e progetti di ricerca negli insediamenti, per citare solo alcuni esempi. Allo stesso modo, le universita’ palestinesi sono targets costanti delle forze di occupazione israeliane le quali, regolarmente negli ultimi anni, hanno distrutto le infrastutture universitarie palestinesi, impedito il regolare svolgimento della attivita’ accademica e represso la mobilita’ di studenti e docenti palestinesi.

La votazione mirante a censurare il dibattito e’ stata sconfitta da 653 voti contro una sparuto gruppo di 27 votanti a favore. Lo stesso risultato si era avuto il mese precedente alla conferenza annuale della Middle East Studies Association, dove una minoranza di accademici ha tentato di fare passare una simile mozione, incontrando la resistenza di circa 500 studiosi dell’area. Naturalamente, queste votazioni non possono essere lette con la semplice lente che oppone accademici “pro-Bds ad accademici “anti-Bds”, ma piuttosto come una netta difesa, da parte di centinaia di studiosi, della liberta’ e dignita’ accademica, un chiaro richiamo alla responsabilita’ civile e politica, al dissenso e alla mobilitazione politica nei luoghi deputati alla produzione e diffusione di sapere.

Come ebbe a dire March Bloch, il grande storico sociale francese, fondatore delle Annales in Francia e della storia sociale: “L’ignoranza del passato non solo nuoce alla conoscenza del presente ma compromette nel presente l’azione medesima.”

Ricostruire la storia del conflitto, e dei ruoli, delle idee e delle ideologie in esso coinvolte, non puo’ essere un esercizio puramente accademico o intellettuale, un esercizio fine a se stesso, artificialemente astratto dalla necessita’ dell’azione. Tale esercizio puo’ e deve trascendere i perimetri delle aule universitarie e delle biblioteche perche’ e’ il terreno su cui si deve osare e pensare gli scenari di coesistenza in Palestina ed Israele.

In questo contesto, allora, la separazione tra cultura e sapere critico, e tra produzione accademica e posizionamento individuale diviene pretestuosa. Non solo si propone l’idea di un mondo accademico sconnesso da quello reale, un a-storico feticismo dell’ “oggettivo” che prescinde dalla nostra esistenza. Ma si nega la storicamente viva e vera natura della produzione del sapere. Come accademici non solo siamo parte integrante e frutto del mondo in cui viviamo, ma abbiamo responsabilita’ fondamentali nei confronti della realta’ storica, sociale e politica che studiamo e che cerchiamo di capire. Sarebbe operazione artificiale ed arbitraria pensare di poterci astrarre dalla realta’ che contribuiamo a creare con la nostra azione o inazione e che ci investe eticamente, moralmente, umanamente e politicamente.

Mi piace ricordare che Marc Bloch fu cacciato dalla Sorbona delle leggi razziali durante il nazismo. L’atmosfera politica lo spinse a buttarsi nella resistenza, di cui divento’ un capo. Bloch fu successivamente arrestato e torturato e poi ucciso dalla Gestapo nel 1944. Quando Hannah Arendt scrisse la “Banalita’ del Male”, in cui trovano vita le sue riflessioni anti-egemoniche e coraggiose sul processo e sulla figura di Albert Eichmann, non fu per puro diletto filosofico. Furono la sua posizione di ebrea perseguitata ed esiliata, la sua sofferenza personale e politica, a rappresentare le fondamentali spinte ad osservare, capire e denunciare la natura banale dell’orrore e della violenza da lei stessa vissuta nei campi di concentramento. La sua ebraicita’ e la sua mobilitazione per aiutare la causa degli ebrei in fuga dall’Europa nazista furono il cuore, il motore propulsore, della sua opera e delle sue idee. Zygmunt Bauman, il grande sociologo di origine polacca, fu un ardente marxista ma soffri l’espulsione dalla Polonia per le sue idee e il suo marxismo gramsciano, critico dell establishment comunista.

Vorrei allora sollecitare questa giornata di studi ad una riflessione sui motivi che oggi portano alcune universita’ e luoghi del sapere, in Europa come negli Stati Uniti, ad essere sempre piu’ impauriti dal confronto e dal dibattito nascondendosi dietro paradigmi storicamente superati ed anacronistici come quelli della separazione tra sapere, posizionamento individuale e responsabilita’ politica e civile. Una separazione tra “Storia” e “storie” che si pensava superata almeno dagli anni quaranta.

Una breve riflessione merita anche il carattere selettivo di queste cesure e paradigmi. Perche’ certi silenzi riguardano, per tornare a noi, molto piu’ una parte del conflitto che un’altra? Una risposta la fornisce la teorica politica americana Judith Butler quando scrive nel suo Frames of War che non tutti contano come vite umane, ‘not all lives are grievable’. Quando – ci spinge ad interrogarci Judith Butler – una vita e’ degna di lutto e quando una vita e’ vita? Il problema vero della vita politica contemporanea e’ che alcune vite non contano come altre, alcune vite non sono costitutive di soggettivita’. Credo che quella proposta da Butler sia una della questioni fondamentali attraverso cui leggere questo conflitto e le parole, le censure e le cesure che lo accompagnano da piu’ di sessanta anni. Quando i bambini palestinesi sono descritti come scudi umani sono gia’ iscritti inerosabilmente nel regno del non umano, sono gia divenuti oggetti e legittimi target di guerra, privati di soggettivita’. Sono non vite, o vite che si possono perdere, per garantire la vita di coloro che esistono.

Come si evince dalle parole di Kahanovich nella sua intervista, il palestinese, o meglio l’Arabo, e’ la non vita in questo conflitto, la vita che si deve e si puo’ perdere per proteggere quella del soggetto che esiste, la cui vita, solo la sua, “e’ grievable”.

L’ottica butleriana ci offre spunti, e costituisce una metafora, per leggere la questione palestinese anche in chiave storica, a partire dalla spartizione e divisione del Medio Oriente, all’indomani della sconfitta dell’Impero Ottomano, in stati nazionali o protettorati europei, spartizioni che lasciarono I palestinesi stateless. Questa stateless-ness sancisce simbolicamente e metaforicamente la non grievability dei palestinesi, che sono divenuti storicamente la non vita, coloro la cui dignita’ politica, la cui aspirazione ad una vita sovrana, possono essere sacrificate per garantire la vita degli altri.

thanks to: AssopacePalestina

Je suis Charlie Koulibaly

Mercoledì, 14 Gennaio 2015 12:27
Federico Rucco

Libertà di espressione in Francia? Fermato il comico dieudonne

Il contestato comico francese Dieudonné è in stato di fermo per apologia del terrorismo. Il provvedimento nei suoi confronti è scattato alle 7 di questa mattina.
L’iniziativa è probalmente legata ad un post del comico su fb nel quale dichiarava di essere “Charlie-Koulibaly”: il primo riferito al settimanale francese colpito dagli jihadisti, il secondo è il cognome di uno dei tre membri del gruppo che ha realizzato gli attacchi dei giorni scorsi a Parigi. In realtà contro il comico, anche lui un franco-africano, da anni è in corso una campagna d’opinione e giudiziaria che lo accusa di antiebraismo per alcuni sketch dei suoi spettacoli. La comunità ebraica francese da tempo conduce contro Dieudionnè una campagna di criminalizzazione che spesso ha trovato riscontro nei tribunali, nelle autorità ed anche nella gauche. Dieudionnè, nel frattempo, si è sempre più avvicinato alla estrema destra francese, anche se in passato si era prestato a iniziative della sinistra, soprattutto sulla Palestina e contro Israele, cosa che però non ha impedito una presa di distanze e l’ostracismo della gauche francese.

Al di là di cosa si possa pensare nello specifico del comico francese, in questi giorni appare evidente come la pubblica esecrazione e le misure giudiziarie contro Deudionnè rischino di rappresentare un serissimo boomerang per la Republique che ha difeso la libertà di espressione nel caso delle vignette islamofobiche di Charlie Hebdo ma che si rifiuta di farlo in altri casi. Se si arrivasse alla conclusione che fare satira contro gli islamici è politicamente e giudiziariamente corretto e farla invece contro gli ebrei non lo è, si paleserebbe quel doppio standard che è il tarlo che rode da dentro la pretesa del mondo occidentale di essere un modello di civiltà universale.

Certo, al momento c’è una differenza che pesa come una montagna. I vignettisti e i redattori di Charlie Hebdo sono stati falciati dai fucili d’assalto di un gruppo jihadista islamico mentre a Deudionnè sono arrivate solo minacce, restrizioni e sanzioni economiche e giudiziarie da parte delle autorità. Ma, sul piano dei principi di laicità della Repubblica Francese, appare difficile decretare che una vignetta dissacrante sia legittima e una battuta in uno spettacolo invece non lo sia. A meno di voler accettare due pesi e due misure, appunto.

Libertà di espressione in Francia? Fermato il comico dieudonne – contropiano.org.

Je suis Charlie Netanyahu

o già scritto della buf­fo­ne­sca figura dei Grandi Potenti della Terra, tutti uniti insieme a sfi­lare a Parigi DA SOLI, con il vuoto die­tro di loro, nel nulla cau­sato dalla loro distanza dalla gente che dovreb­bero rap­pre­sen­tare, che invece mani­fe­stava — e pare fos­sero un milione o più — lon­tano da loro.

Fra i mani­fe­stanti, quelli veri, nel milione o più, gente di tutte le “razze” e di tutte le “reli­gioni”. Mol­tis­simi uomini e donne di reli­gione isla­mica. Credo feli­cis­simi se aves­sero saputo che, ai fini media­tici, il cor­teo era gui­dato da colui il quale ha più gua­da­gnato poli­ti­ca­mente da q

viaJe suis Charlie Netanyahu | blog il manifesto.

Regione Veneto, assessore razzista usa Charlie Hebdo per fare propaganda

11.01.2015 Luca Cellini
La radice della violenza
(Foto di Archivio Pressenza)

C’è una circolare datata 9 Gennaio,  proveniente direttamente dall’Assessorato all’Istruzione della Regione Veneto firmata da Elena Donazzan ed indirizzata a tutti i dirigenti scolastici della Regione.

Nell’oggetto si legge: “Terrorismo islamico parliamone soprattutto a scuola”.

La comunicazione Inizia con il classico cappello ideologico in cui si citano i principi fondanti della nostra civiltà basati su fondamenti  di tolleranza, uguaglianza libertà e fratellanza.

Terminato il dovuto antefatto, la circolare comincia col  sottolineare l’enorme distanza culturale fra la nostra civiltà e quella degli Stati a matrice islamica, ponendo l’accento,  sulla pericolosa vicinanza geografica che abbiamo con essi.

Si continua marcando le differenze e  parlando di  “una cultura (chiaramente riferita a quella islamica) che predica l’odio verso la nostra cultura, la nostra mentalità, il nostro stile di vita,” odio che si manifesta  “fino ad arrivare all’estremo gesto terrorista”.

Poco dopo si ribadisce che “solo una forte presa di coscienza” di quanto detto sopra “potrà farci arginare un pericolo tanto grave e imprevedibile”.

Nelle righe successive si rafforza il concetto di, islamico uguale violento, associando la disgrazia  del padre di un ragazzino veneto che è stato accoltellato da un 14enne tunisino, mentre difendeva il figlio da atti di bullismo.

Si discrimina palesemente affermando “soprattutto a loro (riferito agli immigrati)  dobbiamo rivolgere il messaggio di richiesta di una condanna di questi atti, perché se hanno deciso di venire a vivere in Europa, in Italia, in Veneto devono sapere che sono accolti in una civiltà con principi e valori”.

Si scivola poi  quasi nel ridicolo con frasi deliranti che fanno riferimento al fallimento del modello d’integrazione proposto  e s’invita a un cambio,dove il primo cambio di rotta é una ferma condanna senza alcun distinguo tra italiani, francesi o islamici se questi ultimi vogliono veramente essere considerati diversi dai terroristi che agiscono gridando “Allah è grande”.

Infine si chiude il cerchio del postulato, islamico uguale terrorista,  affermando che “non si può dire che tutti gli islamici sono terroristi ma che è vero però che tutti i terroristi sono islamici”.

La “circolare” conclude appellandosi alla popolazione invitandola a ritrovare la forza per indignarsi, reagire e  condannare moralmente.

Chiunque, con un minimo di senso civico e democratico,  leggendo e ragionando su queste affermazioni  credo resti esterrefatto, basito, non solo per i continui richiami al concetto: islamico uguale terrorista, ma per il richiamo a reagire e condannare.

Così, se da una parte tutti hanno ovviamente e giustamente condannato la strage di Charlie Hebdo, dall’altra leggendo la comunicazione  viene da domandarsi:  i destinatari finali della circolare, ovvero gli studenti e le loro famiglie, contro chi si dovrebbero indignare? Forse contro  gli altri studenti  presenti nelle nostre scuole e provenienti da paesi di matrice islamica?

E ancora, contro chi si dovrebbe reagire con forza? Forse contro le loro famiglie, semplicemente perché di fede islamica?

E così invece di passare una circolare scolastica dove si invita a parlare della violenza in generale e delle forme per prevenirla si coglie l’occasione della strage e la si usa come un piede di porco  per fare un parallelismo, musulmano  uguale violento, uguale terrorista e così colpevolizzare tutti gli studenti di provenienza islamica e le loro famiglie presenti nel nostro territorio.  Come se loro fosse la colpa della tremenda strage perpetrata da 3 individui che d’islamico nulla avevano eccetto che il nome.

I contenuti della comunicazione oltre che altamente discriminatori e razzisti, instillano paura, diffidenza, soffiano sul fuoco e appaiono come un forte e preciso atto di accusa, formulato nei confronti di colpevoli da condannare e dai quali difendersi, colpevoli che pur non avendo commesso nulla, lo sono comunque, in quanto appartenenti alla cultura islamica o più semplicemente ancora, identificati come persone e famiglie violente, avendo come unica colpa quella di discendere da una determinata etnia.

Allo stesso modo mi domando, perché una circolare simile non è stata già fatta in precedenza quando ci sono state innumerevoli stragi? Ad esempio in occasione delle 77 vittime della strage di Utoya in Norvegia, realizzata da un biondo e occidentale  norvegese che si rifaceva ad un’ideologia dichiaratamente nazista, e ancora in ordine cronologico:

Svizzera,  27 settembre 2001, dove durante una sessione dell’assemblea locale un uomo armato uccide 14 membri del parlamento e del governo del cantone di Zug.

Francia,  27 marzo 2002, dove  un uomo aprendo il fuoco sui membri del consiglio municipale di Nanterre, uccide 8 persone e ne ferisce altre 19.

Germania 26 aprile 2002, dove un diciannovenne di Erfurt entra in un liceo e uccide 16 persone, di cui 12 insegnanti.

Finlandia, 7 novembre 2007, dove un diciottenne uccide alcune persone in un liceo di Tuusula (sud), prima di togliersi la vita.

Finlandia, 23 settembre 2008, dove uno studente di 22 anni fa irruzione in un istituto professionale di Kauhajoki e uccide 9 studenti e un insegnante.

Germania, 11 marzo 2009, dove un giovanissimo diciassettenne, ex studente dell’istituto, irrompe armato in un collegio di Winnenden e uccide  15 persone, 9 studenti e 3 insegnanti, e inoltre 3 passanti.

Gran Bretagna, 2 giugno 2010, dove un tassista in Cumbria Inghilterra travolge e uccide 12 persone, durante una folle corsa in macchina.

E perché non cogliere l’occasione di una circolare di denuncia quando gli eserciti occidentali in nome della nostra “democrazia”  hanno commesso stragi  infami come  quella di Falluja in Iraq  dove migliaia di persone sono morte atrocemente bruciate vive, oppure quando tutti i bambini di uno scuolabus Afgano sono morti centrati da un missile del nostro “fuoco amico” (come se si potesse distinguere tra un missile amico e un missile nemico) o ancora perché non passare una circolare sui generis ogni volta che viene compiuta una strage ai danni delle popolazioni palestinesi, curde, cecene, bosniache, kosovare.

La mia opinione è che, affermazioni sui generis come quelle che si sente ripetere a più riprese da partiti come la lega o come  alcune contenute in questa circolare, hanno forti richiami al fascismo, all’autoritarismo più bieco che portò il mondo intero in guerra per affermare quale fosse l’ideologia, la cultura o la razza superiore alle altre. E come dimenticare i fatti della ex-Jugoslavia dove sono stato testimone prima, durante e dopo la guerra, in cui ho visto coi miei stessi occhi come e con quali strumenti è stato possibile prima dividere la popolazione instillare in essa le radici della violenza, della discriminazione, dell’odio etnico e poi rifornire le persone di armi e scatenare una  sanguinosissima guerra civile che produsse 250.000 morti, più di 2 milioni di profughi oltre alla disgregazione del paese.

Ciò che più è  preoccupante  è il salto di livello di questo razzismo strisciante, che è evidente in quanto la comunicazione viene direttamente da un assessorato Regionale ed è  indirizzata a tutte le scuole Statali della Regione Veneto. Credo inoltre ci siano gli estremi affinché il nostro ministero dell’istruzione possa intervenire e impedire che una tale comunicazione ufficiale e istituzionale possa circolare all’interno delle scuole statali italiane.

I corpi dei ragazzi di Charlie Hebdo non sono ancora stati seppelliti che già si comincia ad usarli per gettare benzina sul fuoco e seminare sentimenti di odio, diffidenza, condanna e discriminazione, proprio quello che questi coraggiosi giornalisti hanno sempre combattuto. 

Si arriva al surreale citando prima concetti d’uguaglianza, tolleranza, fratellanza e libertà, pretendendo grazie a questi principi di poter mettere la nostra cultura occidentale in una posizione ideologica predominante rispetto alle altre culture, salvo poi contraddire questi ideali d’uguaglianza fratellanza e tolleranza, disconoscendoli solo poche righe dopo.

Come non dare ragione all’amico Karim  Metref  che solo due giorni fa  nella sua bellissima lettera, io non mi dissocio, scriveva,  “in questi giorni saremo messi sotto torchio e le prossime campagne elettorali saranno fatte sulla nostra schiena. Gli xenofobi di tutta Europa vanno in brodo di giuggiole per la gioia e anche gli establishment europei che non hanno risposte da dare per la crisi saranno contenti di resuscitare il vecchio spauracchio per far rientrare le pecore spaventate nel recinto”.

La cruda realtà che ostinatamente  non si vuol vedere è che la violenza dilaga, perché si è costantemente seminato violenza, una violenza che non è solo quella fisica  ma è anche discriminatoria, economica, religiosa, etnica, culturale, psicologica. Non c’è modo di fermare questa violenza che è stata seminata negli anni e instillata negli animi delle persone, non c’è difesa, né argine esterno, né condanna, né principio formale che la possano fermare.

Soltanto noi possiamo fermare la violenza, interrompendone la radice che è già  dentro di noi,  invertendo la rotta, smettendo di discriminare, di isolare, di giudicare, di approfittarsi del prossimo e delle sue disgrazie.  Solo all’interno di ognuno di noi è possibile disinnescare questa bomba ad orologeria, non dando più forza alla paura, rifiutando la diffidenza verso il  prossimo, verso il  “diverso”.

L’amara ironia  è che c’è un principio universale, un profondo e antico messaggio di pace e nonviolenza che ritroviamo espresso all’interno di tutte le religioni, filosofie e dottrine universali e che si racchiude nelle  frasi, “Non uccidere”, “Ama il prossimo tuo come ami te stesso”, “Custodisci e proteggi la vita”, “Sii compassionevole”, “Tollera e perdona a fondamento di tutti i diritti umani”,  “Se vuoi la pace prepara la pace”,  “Tratta gli altri come vorresti essere trattato”.

Principi,  questi che basterebbe semplicemente mettere in pratica a partire da noi stessi per far rientrare l’onda di odio, violenza e paura che sta montando.

Chiudo con una semplice proposta, invece di aspettare la prossima strage, qualunque matrice essa possa avere, perché non istituire in tutte le scuole, un’ora settimanale dove si parli delle radici della violenza, di come essa si manifesti in tutte le sue forme e di come prevenirla parlando di pace, nonviolenza, non discriminazione e solidarietà?      

Qui la petizione dell’Associazione Studenti Universitari che chiede le dimissioni di Elena Donazzan.

thanks to: pressenza

Che fine ha fatto Calderoli? Di questi tempi non si sa mai…

Vignette, 11 morti durante la protesta davanti al consolato italiano di Bengasi
(17 febbraio 2006)

A far esplodere la contestazione il comportamento del ministro Calderoli che ha indossato in tv una maglietta con una vignetta su Maometto
Secondo fonti ufficiali, tra i libici ci sono anche almeno 25 feriti
Il personale italiano si è rifugiato in un albergo, la folla è poi stata dispersa

BENGASI – Undici libici morti e 25 feriti a Bengasi, cittadina sul mare Mediterraneo nel golfo della Sirte a 1000 chilometri da Tripoli, durante una manifestazione di protesta davanti al consolato italiano. Una protesta contro l’iniziativa del ministro italiano per le Riforme, Roberto Calderoli, di indossare nei giorni scorsi una maglietta anti Islam sulla quale era stampata una delle vignette satiriche su Maometto. Il presidente del Consiglio Berlusconi si è detto totalmente in disaccordo con l’iniziativa di Calderoli, e ha chiesto le dimissioni del ministro leghista.

Ad assaltare il consolato, secondo quanto ha detto il console generale Giovanni Pirrello, raggiunto telefonicamente nell’edificio dove è stato portato dalla polizia assieme alla moglie e agli altri dipendenti, sono state “un migliaio” di persone: le forze dell’ordine, una sessantina di agenti, sono state praticamente travolte e non sono riuscite a contenere la protesta.

La manifestazione. I dimostranti a Bengasi sono arrivati a centinaia poco prima delle 17 davanti al consolato e hanno rotto il cordone di polizia che lo proteggeva, hanno dato fuoco a quattro automobili tra cui quella del console generale Giovanni Pirrello.

Hanno poi spaccato i vetri di molte stanze del piano terra, tentando di gettarvi dentro latte di benzina; hanno anche tentato di forzare la porta d’ingresso senza riuscirci. La polizia libica ha messo in salvo in un albergo il console e tutto il personale che si trovava all’interno: tra gli italiani non ci sono vittime.


“Hanno cercato di sfondare il portone del consolato con una specie di ariete e di appiccargli il fuoco, gridavano slogan contro gli italiani”, ha raccontato Pirrello. “Hanno demolito la garitta della polizia libica, poi hanno incendiato quattro automobili nel parcheggio del consolato, tra cui la mia. Noi ce ne siamo andati quando è stato chiaro che c’era il pericolo che facessero irruzione nell’edificio”, ha detto ancora.

All’interno del consolato è rimasto solo un addetto, l’italo-portoghese Antonio Simoeshgon Calves: “Stanno cercando di sfondare la porta. Potrebbero entrare da un momento all’altro. Arrivano da tutte le parti, come i funghi”, ha raccontato Calves, contattato telefonicamente da Sky Tv. “Sono dovuto rimanere – ha spiegato Calves – per cercare di evitare che i dimostranti entrino. Se me ne fossi andato anch’io, nessuno avrebbe sbarrato le porte da dentro, sarebbero già entrati e avrebbero fatto a pezzi tutto”.

In serata, attorno al Consolato Generale la folla si è riunita nuovamente. La polizia libica è però riuscita a disperderla. “La calma è tornata in tarda serata e il consolato è presidiato dalle forze dell’ordine” ha detto un portavoce dell’ambasciata italiana a Tripoli.

La condanna delle autorità libiche.
Un comunicato delle autorità della città di Bengasi, ripreso dall’agenzia libica Jana, “denuncia energicamente gli atti irresponsabili di quelle persone, che non esprime la moralità del popolo libico ed il suo comportamento civile e la sua fermezza nei confronti delle offese cui sono sottoposti l’Islam ed i musulmani, sia che si tratti di ciò che è stato pubblicato dalla stampa danese, o di ciò che è stato dichiarato dal ministro italiano per le Riforme”.

Proteste anche a Herat e a Nassiriya. Sermoni di protesta per l’iniziativa del ministro Roberto Calderoli si sono tenuti oggi in diverse moschee, durante le preghiere del venerdì in Iraq e in Afghanistan, a Nassiriya e ad Herat, due città dove sono presenti i militari italiani. Ai sermoni, dai toni genericamente minacciosi, non è seguito alcun atto ostile nei confronti dei contingenti.

La protesta non scatenata da Calderoli? Tuttavia, l’ambasciatore italiano a Tripoli, Francesco Paolo Trupiano, ha escluso inizialmente che la protesta scoppiata a Bengasi sia stata innescata dall’iniziativa di Calderoli. Secondo il diplomatico, la manifestazione è partita da un sermone del venerdì “contro la pubblicazione delle vignette satiriche su Maometto”. “Ma non escludo che altri fattori a noi vicini abbiano potuto influire”, ha detto in seguito Trupiano.

La versione dell’ambasciatore è confermata da Al Jazera: secondo quanto riferisce l’inviato della Tv araba, infatti, la manifestazione è iniziata lontano dal luogo nel quale si trova il consolato italiano e riguardava solo la protesta contro le vignette pubblicate dalla stampa danese. Alla fine del corteo, alcuni manifestanti avrebbero saputo delle dichiarazioni del ministro per le Riforme italiano, Roberto Calderoli, ed avrebbero deciso di dirigersi verso gli uffici della nostra rappresentanza diplomatica.

Nuove misure di sicurezza. Dopo le violenze a Bengasi, è stato disposto da intelligence e antiterrorismo l’immediato potenziamento della vigilanza nelle sedi istituzionali in Italia, comprese quelle di partiti politici, e nei consolati italiani all’estero.

In tarda serata Berlusconi si è riunito a Palazzo Chigi con il il vicepresidente del consiglio e ministro degli Esteri Gianfranco Fini e il sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta, per seguire l’evolversi della situazione a Bengasi.

thanks to: La Repubblica

GESU’ MI HA DETTO: NON PIANGERE I MORTI FRANCESI IN QUESTO MONDO.

(Mr 12:40; Lu 11:38-52)
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché divorate le case delle vedove e fate lunghe preghiere per mettervi in mostra; perciò riceverete maggior condanna.

Mi rifiuto di piangere la morte dei satiristi francesi finché la stessa condanna internazionale, le stesse facce dei potenti, e le stesse ‘belle anime’ che marciano oggi con candele accese, non compiranno gli stessi atti, verseranno le stesse lacrime, e grideranno uguale per le migliaia di bambini palestinesi torturati o bruciati vivi dal fosforo del Terrorista America, Israele. Finché non compiranno gli stessi atti, verseranno le stesse lacrime, e grideranno uguale per gli adolescenti afghani rapiti dagli USA, torturati per 8 anni a Guantanamo, ed erano innocenti. Finché non compiranno gli stessi atti, verseranno le stesse lacrime, e grideranno uguale per i milioni di morti africani innocenti uccisi con la armi che noi Occidentali gli vendiamo.

Gesù mi ha appena ammonito contro gli IPOCRITI.

BIG CALM

thanks to: Paolo Barnard