Corte Suprema israeliana dà il via libera a demolizione di scuola palestinese

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Betlemme-PIC. La Corte Suprema israeliana ha dato il via libera alla demolizione della scuola palestinese di Tahadi 5, nel villaggio di Beit Ta’mur, ad est di Betlemme.

Il direttore del comitato anti-colonie di Betlemme, Hasan Brijiya, ha affermato che la sentenza del tribunale ha dato il via libera alla demolizione della scuola da parte dell’esercito e dei coloni israeliani.

L’avvocato Emil Mashreki presenterà un ricorso al tribunale centrale israeliano per impedire la demolizione.

Brijiya ha affermato che i palestinesi locali si manterranno vigili nell’area, in modo da stare in guardia contro qualsiasi tentativo di demolizione.

In una chiara violazione di tutte le leggi e dei principi dei diritti umani, incluso il diritto all’istruzione e all’accesso alle istituzioni educative, molte scuole nei villaggi palestinesi e nelle comunità beduine sono attaccate da soldati e coloni israeliani.

thanks to: InfoPal

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

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Israele tra crimini e privilegi

Israele tra crimini e privilegi

Restituzione del corpo di Muhammed Zaghlul Rimaw (Foto di http://www.bocchescucite.org)

Che fine ha fatto la scuola di gomme? Quella del villaggio di Khan al Ahmar a est di Gerusalemme che Israele vuole demolire? Abbiamo seguito con attenzione e con preoccupata apprensione l’iter degli eventi. Cinque giorni fa, alla vigilia della minacciata demolizione, abbiamo scritto su questa testata che si sperava nel miracolo. La scuola e il villaggio sono ancora lì. Forse il miracolo si chiama Angela Merkel, la cancelliera tedesca che ha fatto rischiare a Israele un incidente diplomatico in caso di demolizione.

Chi se lo sarebbe aspettato che proprio dalla Germania, così attenta per i suoi trascorsi di metà ‘900, a non urtare Israele, sarebbe venuto quest’altolà allo Stato ebraico!

Il rispetto dei diritti umani, che è alla base dei nostri valori, ci faceva temere che Israele per l’ennesima volta si sarebbe macchiato della loro violazione. Vogliamo sperare che anche l’Alto Commissario UE Federica Mogherini abbia contribuito al “miracolo” promettendo di dar seguito ai suoi avvertimenti circa le sanzioni contro Israele, configurandosi come crimine di guerra l’eventuale demolizione e deportazione degli abitanti del villaggio.

Ma forse Israele sta solo prolungando l’agonia di Khan Al Ahmar giocando il crudele gioco del gatto col topo, contando sulla sua forza e sugli interessi diffusi che fanno suoi alleati i tanti governi sedicenti democratici.  Comunque la demolizione della scuola di gomme e del villaggio che la ospita al momento non c’è ancora stata, quindi l’unione delle due illegali colonie di Maale Adumin e Kfar Adumin che avrebbe illegittimamente diviso in due la Cisgiordania aspetta momenti migliori per realizzarsi.

Ma intanto Israele non perde tempo e soprattutto non lo fa perdere ai suoi soldati che, arroganti nella loro risaputa impunità, aggrediscono, picchiano e  ignorano con sprezzo le riprese video fatte da normali turisti a Gerusalemme o in altre zone della Cisgiordania che denunciano, come casuali testimoni oculari, la violenza gratuita e inaudita che questi delinquenti in divisa esercitano contro un qualunque palestinese gli capiti a tiro.

Per quanto riguarda Khan Al Ahmar, visto che la Merkel ha imposto a Israele di non demolire il villaggio, pena l’annullamento della sua visita e le connesse conseguenze diplomatiche, lo Stato ebraico governato da Netanyahu e influenzato da gente come i ministri Lieberman e Bennet davanti ai quali impallidirebbe l’italico Caradonna e altri squadristi del secolo scorso, ha sospeso l’esecuzione della sentenza da parte dei suoi militari ma al loro posto si sono mossi i coloni, cioè i fuorilegge che hanno occupato i Territori palestinesi, e si sono “attivati” inondando il villaggio di acque reflue.

Se la stampa mainstream non avesse timore di urtare i suoi padroni sionisti o filosionisti denuncerebbe con sdegno e preoccupazione queste azioni di stampo squadristico. Ma la stampa mainstream non lo fa. Discretamente ignora, così come discretamente ha ignorato alcuni giorni fa la restituzione della salma di un palestinese torturato a morte nelle galere dello Stato di Israele, non certo per ignorare la restituzione della salma che, anzi, sarebbe stata occasione per ossequiare Israele, ma per coprire le cause della morte del giovane Muhammed Zaghlul Rimawi provocata da percosse e torture. E’ il terzo palestinese ucciso più o meno come il nostro Stefano Cucchi dall’inizio dell’anno. Ma sono così tanti i palestinesi uccisi, chi sotto tortura, chi fucilato direttamente, chi per mancanza di cure mediche, che non fanno più notizia e quindi, per i parametri del bravo giornalista, vengono “giustamente” ignorati dai media mainstream.

Israele, se per uno di quei giochi di ruolo che piacciono tanto agli psicologi, potesse cambiare di nome per un solo momento, sarebbe immediatamente identificato come Stato canaglia in quanto oggettivamente, vestito solo della realtà dei suoi crimini, non potrebbe apparire in altro modo. Ma, come nella favola del “re nudo” servirebbe l’irriverente innocenza di uno spirito libero a dichiararlo tale, sciogliendo l’incantesimo che porta a ripetere coattivamente che Israele ha diritto alla sicurezza e a giustificare ogni sua abietta azione in nome di questo mantra a dir poco strumentale.

A noi il ruolo di quello spirito libero ci aggrada e ci appartiene e quindi, mentre seguitiamo a sperare che il villaggio di Khan al Ahmar venga risparmiato, non per generosità dello Stato canaglia, ma per le sanzioni che per la prima volta verrebbe a subire per il suo ennesimo sopruso, non ignoriamo quello che i soldati di T’sahal commettono quotidianamente sia in Cisgiordania che a Gaza. Non ignoriamo che vengono fucilati come nel più fascista dei regimi, coloro che manifestano per ottenere diritti dovuti e riconosciuti dall’Onu da circa  70 anni, non ignoriamo che Israele ha distrutto infrastrutture di ogni tipo, compresi aeroporti, centrali elettriche e fabbriche nella Striscia di Gaza dove seguita a uccidere e invalidare centinaia di giovani. Non ignoriamo che le sue violazioni del Diritto internazionale sono ferite profonde al corpo giuridico comunitario e quindi anche noi.

Noi, come il bambino che grida “il re è nudo” abbiamo il dovere morale e il diritto di dire a voce alta “Israele è uno Stato canaglia” e potrà avere un abito democratico vero solo se entrerà, cosa che in 70 anni non ha MAI fatto, nell’alveo del Diritto internazionale a partire dal riconoscimento delle Risoluzioni Onu nei confronti delle quali ha sempre mostrato il massimo disprezzo senza aver mai avuto in cambio alcuna sanzione.

Se la battaglia di Khan Al Ahmar sarà vinta dalla comunità Jahalin e, parallelamente, da Vento di Terra (la ong italiana che ha costruito la scuola di gomme e che sta sostenendo la comunità anche con la presenza fisica dei suoi membri) Israele capirà che non sempre paga la forza, ma qualche volta ha la meglio il Diritto e questo sarà un bene non soltanto per la Palestina, ma anche per quella piccola parte ancora sana della comunità israeliana e sarà un bene anche per noi che giorno per giorno siamo costretti a vedere l’inutilità di una democrazia che non sa difendersi da chi, nei fatti, la vuole demolire.

thanks to: Patrizia CecconiPressenza

Vietato criticare la scuola militarizzata! Mazzeo colpito da provvedimento disciplinare

Antonio Mazzeo, giornalista noto per la sua battaglia antimilitarista e per le sue indagine sulla borghesia mafiosa del messinese, è anche un docente dell’ICS “Cannizzaro-Galatti”. La scuola dove insegna – come molte altre nel territorio italiano – aveva organizzato un evento con la presenza di corpi militari, in questo caso quelli della Brigata Aosta. Il giornalista, in una sua ricostruzione pubblicata nel suo blog, scrive: «Con una lettera ai dirigenti di tutte le scuole statali e paritarie della Sicilia, l’Ufficio Scolastico Regionale del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha invitato ad aderire e partecipare alle “Celebrazioni del centenario della Grande Guerra” organizzate dal Comando della Brigata Meccanizzata “Aosta” in sinergia con il Comando Militare dell’Esercito “Sicilia”. Si tratta nello specifico di “un insieme di eventi con lo scopo di coinvolgere gli studenti delle scuole secondarie di I e II grado della Regione Sicilia per rievocare i fatti salienti del Primo conflitto mondiale».

La “finalità formativa”, espressa dall’Ufficio scolastico regionale, è quella di «favorire, attraverso la partecipazione all’evento commemorativo, una conoscenza più approfondita della grande Guerra e la valorizzazione del contributo di una generazione di giovani italiani al conflitto bellico».

A queste parole dell’USR Mazzeo affianca il suo duro commento: «Ovviamente nessun accenno agli immani massacri di quella orribile guerra o ai comportamenti di tanti generali dell’esercito che mandarono a morire inutilmente i propri uomini in impossibili attacchi lanciati contro le trincee nemiche o, peggio, che decretarono la condanna a morte di chi ebbe l’ardire di dire signor no.

La “celebrazione” di fine maggio segue di qualche settimana gli eventi di occupazione da parte della brigata “Aosta” di alcune scuole di Messina per l’ennesima operazione di manipolazione storica sulla Grande Guerra con il progetto “Esercito e studenti uniti nel Tricolore”, realizzato in sinergia con i dirigenti scolastici “per promuovere tra i giovani il valore dell’identità nazionale”». Evidentemente, questa capacità di critica non può essere ammessa nella “buona scuola” che non brilla certo per il peso che dà allo sviluppo del senso critico non solo negli allievi, ma nemmeno nei suoi dirigenti e spesso nei suoi insegnanti, passivi ricettori di ordini dall’alto, resi “professionali” dall’essere dei passacarte ministeriali.

Iniziative come quelle denunciate da Mazzeo si ripetono ormai a centinaia nelle scuole italiane e vengono spacciate come iniziative “formative”. Iniziative in cui vengono coinvolti non solo i corpi militari e di polizia italiani, ma anche quelli dei contingenti USA.

Forse qualcuno lo ricorderà, ma circa 5 anni fa fu proprio in occasione di un’iniziativa simile in cui l’arma dei Carabinieri del luogo si era presentata in una scuola della Val Susa per tenere un corso su cyberbullismo e i pericoli di internet. Peccato che i ragazzi a un certo punto si videro propinare un video di 20 minuti sulla storia dei Carabinieri (“Nei secoli fedeli”, anche al governo che varò le leggi razziali). Fu in quella occasione che una studentessa di 11 anni sollevò qualche dubbio sulla correttezza morale di chi andava a sparare lacrimogeni ai manifestanti No Tav. Scoppiò un caso locale che divenne nazionale e finì sulle pagine di “Repubblica” e “Il fatto quotidiano”.

Al carabiniere che contestava la legalità dei cortei notturni dei No Tav, la ragazza rispose “Ma a me sembra che i primi ad essere illegali siete voi. Sparate dei gas lacrimogeni che sono vietati da tutto il mondo, proprio voi che dovreste essere legali”…

La lotta antimilitarista di Mazzeo, che ha da sempre documentato tutti i rapporti tra scuola e corpi militari e i rapporti tra università, centri di ricerca, industrie militari e apparati militari, non è unica nel suo genere.

Dal suo versante, quell’organizzazione estremistica che è Paxchristi da cinque anni porta avanti la campagna “Scuole Smilitarizzate”. Anche il movimento No Muos ha assunto tra i suoi temi pure questo tema e il prossimo campeggio di agosto lo affronterà in una platea di centinaia di studenti proveniente un po’ da tutta Italia.

Si tratta di un problema sentito tra la società civile e nei movimenti. Mazzeo è noto per la sua produzione e per le sue posizioni. Sembra che a voler essere colpita sia la posizione politica, più che un atteggiamento dannoso verso l’istituzione…

Immediate sono arrivate le manifestazioni di solidarietà dei sindacati di base, in particolare dei COBAS, che ha lanciato una campagna in sostegno dell’insegnante. Solidarietà sta piano piano arrivando da altri sindacati, movimenti e organizzazioni politiche.

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La risposta ONU a Israele per la chiusura del caso sull’attacco aereo alla scuola dell’UNRWA nel 2014

Betlemme-Ma’an. Venerdì, le Nazioni Unite hanno risposto con un comunicato all’annuncio di mercoledì di Israele,  secondo il quale l’esercito è esonerato da ogni accusa per l’attacco missilistico a una scuola dell’UNRWA, a Rafah, durante la guerra di Gaza nel 2014, che uccise 15 persone. L’agenzia Onu ha evidenziato che il caso solleva “seri dubbi” sulla condotta militare israeliana in relazione al diritto internazionale.

Secondo la dichiarazione rilasciata dal portavoce dell’Unrwa, Chris Gunness, nel corso di una devastante offensiva militare di 51 giorni contro la Striscia di Gaza assediata, il 3 agosto 2014 le forze israeliane lanciarono un missile sulla strada in cui si trovava una scuola dell’UNRWA, che era stata designata come ricovero di emergenza per i profughi palestinesi il 18 luglio e all’epoca dava riparo ad almeno 2.900 Palestinesi.

L’attacco uccise 15 civili, mentre almeno altri 30 rimasero feriti.

Secondo la dichiarazione, i funzionari dell’ONU avevano avvertito l’esercito israeliano con 33 comunicazioni separate che la scuola era usata per dar rifugio ai Palestinesi sfollati a causa degli attacchi aerei israeliani, aggiungendo di aver avvertito le autorità israeliane di nuovo un’ora prima del devastante attacco.

“Ciò solleva seri dubbi sulla condotta delle operazioni militari in relazione agli obblighi di diritto internazionale umanitario e al rispetto per l’inviolabilità e la sacralità degli edifici delle Nazioni Unite ai sensi del diritto internazionale”, ha affermato Gunness nel rapporto.

Gunness ha sottolineato che l’ONU ha continuamente richiesto l’assunzione di responsabilità dei crimini commessi dai militari israeliani durante l’offensiva israeliana del 2014, aggiungendo che “l’indicazione che la responsabilità è stata elusa sarebbe una questione di grave preoccupazione”.

“Prendiamo atto che non è stata accettata alcuna responsabilità penale per i casi riguardanti gli edifici dell’UNRWA – ha aggiunto Gunness -. Le famiglie colpite non hanno ricevuto alcun risarcimento effettivo e, dal loro punto di vista, questo è certamente visto come un’ulteriore negazione dei loro diritti”.

Secondo la dichiarazione, l’Agenzia Onu non ha ancora ricevuto alcun aggiornamento da parte dell’esercito israeliano riguardo le indagini penali in corso per gli attacchi aerei sui rifugi d’emergenza dell’UNRWA a Beit Hanoun e Jabalia che causarono 29 morti tra i civili.

Mercoledì scorso, l’esercito israeliano ha annunciato in un comunicato che sono stati chiusi 13 indagini penali sui casi di soldati israeliani che commisero violazioni contro i civili palestinesi durante l’attacco israeliano del 2014 nella Striscia di Gaza assediata. Altri 80 sono stati archiviati.

L’attacco aereo nei pressi della struttura dell’UNRWA a Rafah è stato chiuso senza richiedere un’indagine penale, perché “l’esercito israeliano aveva osservato tre presunti militari palestinesi su una motocicletta vicino alla scuola”. Secondo la dichiarazione ONU, l’esercito israeliano aveva deciso di effettuare l’attacco aereo dopo aver svolto “sorveglianza aerea sul percorso della moto” e rilevato “un ampio raggio del percorso stimato della moto, per minimizzare il rischio di danni ai civili sulla strada o nelle sue  prossimità”.

L’esercito israeliano ha ritenuto questo attacco accettabile in base al diritto nazionale e internazionale di Israele.

Secondo un rapporto pubblicato a maggio dal gruppo israeliano per i diritti umani, B’Tselem, dopo l’inizio della seconda Intifada, alla fine del 2000, delle 739 denunce presentate dall’organizzazione, i Palestinesi uccisi, feriti, usati come scudi umani, o le cui proprietà sono state danneggiate dalle forze israeliane, circa il 70 per cento ha portato a un’indagine in cui non è stata intrapresa alcuna azione, o a un’indagine mai aperta.

Solo il 3 per cento dei casi ha portato ad accuse dirette contro i soldati.

L’offensiva israeliana di 51 giorni, “Operazione margine di protezione”, provocò l’uccisione di 1.462 civili palestinesi, un terzo dei quali erano bambini, secondo le Nazioni Unite.

La Striscia di Gaza ha sofferto a causa del blocco militare israeliano dal 2007, quando Hamas ha assunto il governo del territorio. I residenti di Gaza soffrono di alti tassi di disoccupazione e di povertà, e delle conseguenze di tre guerre devastanti di Israele dal 2008.

L’ONU ha avvertito che il territorio palestinese assediato potrebbe diventare “inabitabile” entro il 2020, con i suoi 1,8 milioni di abitanti che vivono in estrema povertà a causa del quasi decennale blocco israeliano che ha paralizzato l’economia.

Gli abitanti hanno continuato a sperimentare traumi nella loro vita quotidiana dopo l’offensiva israeliana del 2014, e gli sforzi per la ricostruzione hanno ritmi drammaticamente lenti. Circa 75.000 Palestinesi sono ancora sfollati dopo aver perso la casa nel 2014.

(Nella foto: ragazzine palestinesi camminano fra le macerie di edifici nel quartiere orientale di Shejaiya nella città di Gaza distrutta durante la guerra di 50 giorni tra Israele e militanti  di Hamas  nel 2014).

Traduzione di Edy Meroli

Sorgente: La risposta ONU a Israele per la chiusura del caso sull’attacco aereo alla scuola dell’UNRWA nel 2014 | Infopal

Malala: i soldi del Nobel alle scuole di Gaza

“Senza istruzione non ci sarà mai pace”. Con queste parole la giovane pachistana ha donato 50mila dollari per la ricostruzione delle strutture scolastiche nella Striscia. Sono 24 gli istituti totalmente distrutti, decine quelli danneggiati e ancora inagibli. Per 500mila studenti palestinesi quest’anno studiare sarà davvero difficile

malala

della redazione

Roma, 30 ottobre 2014, Nena News – La premio Nobel per la Pace, Malala Yousafzai, studentessa pachistana di17 anni, ha deciso di donare tutti i soldi (50mila dollari) ricevuti in premio per la ricostruzione delle scuole nella Striscia di Gaza.

Gli edifici scolastici dell’enclave palestinese non sono stati risparmiati dai 52 giorni di bombardamenti israeliani contro Gaza, in cui sono morti circa 2.200 palestinesi, tra cui 505 bambini. Le scuole sono state prese di mira dall’aviazione e dall’artiglieria israeliane per ragioni di “sicurezza” e negli attacchi hanno perso la vita tanti sfollati che vi avevano trovato rifugio. Sono 24 le strutture scolastiche totalmente distrutte, come quella del martoriato centro abitato di Al-Shijaeyyah, raso al suolo dalle bombe.

“Sono onorata di annunciare che tutti i soldi ricevuti in premio andranno agli studenti e alle scuole di un posto in particolare difficoltà: Gaza”, ha detto Malala parlando a Stoccolma alle cerimonia per il ritiro del premio che condivide con Kailash Satyarthi, attivista indiano impegnato a liberare i bambini dalla schiavitù. “I bisogni sono enormi. Oltre metà della popolazione di Gaza ha meno di 18 anni. (Questi giovani) hanno il diritto di ricevere un’istruzione di qualità, la speranza e reali opportunità per costruire il loro futuro. Questi soldi serviranno a ricostruire 65 scuole danneggiate nel recente conflitto”. “Senza istruzione non ci sarà mai la pace”, ha concluso.

La giovane Malala è stata insignita del Premio Nobel per il suo impegno a favore del diritto all’istruzione delle donne e per questo nel 2012 fu vittima di un attentato che l’ha fatta conoscere in tutto il mondo. La sua donazione servirà alla riabilitazione delle scuole Unrwa. Secondo l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, 138 studenti che frequentavano i suoi istituti sono rimasti uccisi durante l’offensiva israeliana, mentre 814 sono stati feriti e 560 hanno perso uno o entrambi i genitori. Inoltre, sarà necessaria un’assistenza specifica per tutti i bambini che hanno subito danni gravi e adesso soffrono di disabilità permanenti.

Secondo i dati riportati dal sito Middle East Eye, ci sono circa 500mila studenti a Gaza e di questi circa 24.000 frequentano le 91 scuole gestite dall’Onu, mentre gli altri vanno in quelle pubbliche gestite dal governo, che sono 187. Sono stati danneggiati anche diversi istituti privati: 49 scuole, 5 college e l’Università Islamica di Gaza, oltre a 75 asili e centri diurni.

A Gaza la scuola è ricominciata a metà settembre. Le lezioni danno una parvenza di normalità ai bambini della Striscia, ma negli edifici ci sono ancora sfollati e la carenza di strutture agibili costringe gli istituti ai doppi turni e a formare classi sovraffollate. Inoltre, per la maggioranza degli studenti universitari tornare a studiare sarà un’impresa difficile anche dal punto di vista economico. In tanti hanno perso la casa, oltre ad amici e parenti, nei bombardamenti. Le bombe hanno distrutto anche il diritto allo studio.

thanks to: Nena News

Lacrime, devastazione: ecco il rientro a scuola dei bambini di Gaza

17/9/2014

10365850_10153178708080760_139713264181760818_nGaza-AFP. Mentre centinaia di migliaia di bambini palestinesi ritornavano a scuola domenica scorsa, Azhar recitava una poesia per ricordare suo padre, ucciso dai bombardamenti israeliani durante il recente conflitto contro la Striscia di Gaza.

“Papà, cosa posso dirti, se ti dico che ti amo non è abbastanza”, la bambina di nove anni, che sta per cominciare il quarto anno, ha letto la poesia davanti alla classe affollata di compagni in lacrime.

“Oggi è il primo giorno di scuola, quindi anche se il mio papà è morto martire in guerra – sono felice”, ha dichiarato all’AFP con un sorriso.

Azhar, i suoi compagni e un altro mezzo milione di bambini di Gaza sono tornati a scuola con tre settimane di ritardo a causa del conflitto durato 50 giorni che ha devastato l’enclave, lasciando più di 2.140 Palestinesi uccisi.

Quest’anno il ritorno in classe, hanno affermato insegnanti e presidi, si concentrerà prima di tutto nel trattare il dramma emotivo che molti bambini stanno ancora soffrendo.

“Abbiamo ascoltato le loro esperienze durante le vacanze (estive): alcune storie ci hanno fatto ridere, altre ci hanno fatto piangere. Noi li incoraggiamo a parlarne il più possibile”, ha affermato l’insegnante di Azhar, Rima Abu Khatla.

Tamer Jundiyeh, il padre di Azhar, è stato ucciso durante un bombardamento aereo nel quartiere di Shujaiyeh, lasciando orfani lei ed altri cinque fratelli più giovani.

“Ho paura che la guerra ricominci di nuovo”, ha detto all’AFP, mentre le tornavano alla mente i missili lanciati dagli aerei israeliani che hanno colpito la sua casa ed ucciso suo padre.

La compagna di classe di Azhar, Isra, è traumatizzata mentre parla del raid israeliano che ha ucciso suo nonno e sua zia.

“I martiri ed i feriti stavano morendo davanti a noi, eravamo molto impauriti”, ha affermato la bambina di nove anni all’AFP, “mio nonno e mia zia Layla sono stati uccisi, li ho visti nella nostra casa”.

Un’altra compagna, Doa, ha perso l’uniforme scolastica dopo che la sua casa è stata distrutta e si è presentata in classe con vestiti normali.

“Abbiamo abbandonato la nostra casa quando è stata bombardata e quando siamo tornati era stata distrutta”, da dichiarato all’AFP.

24 scuole distrutte

L’agenzia delle Nazioni Unite per gli aiuti ai rifugiati Palestinesi (UNRWA), che possiede 245 scuole a Gaza, ha fornito formazione specializzata agli insegnanti, stimando che circa 373.000 bambini di Gaza avranno “bisogno di supporto psico-sociale diretto e specializzato” durante questo anno scolastico.

L’ultimo conflitto contro Israele, iniziato l’8 luglio, è stato il peggiore da quando, nel 2005, Israele si è ritirato dai territori occupati, e ha causato la morte di più di 500 bambini, secondo i dati delle Nazioni Unite.

Migliaia di strutture, incluse le scuole, sono state rase al suolo dai bombardamenti.

Samia al-Zaalane, il preside della scuola di Shujaiyeh frequentata da Azhar, ha detto che molti studenti hanno dovuto essere trasferiti nella sua scuola, dove nove delle 18 classi sono state completamente distrutte.

“Abbiamo dovuto unire le classi – invece di 35 scolari per classe, ora ne abbiamo 60”, ha dichiarato all’AFP.

Il ministro dell’educazione di Gaza ha affermato che 24 scuole sono state distrutte dai bombardamenti israeliani, assieme ad altre 190 parzialmente danneggiate nell’enclave impoverita, dove quasi il 45% della popolazione di 1,8 milioni di abitanti ha meno di 14 anni.

Il gruppo israeliano per i diritti, Gisha, ha affermato che prima della guerra a Gaza mancavano già 259 scuole, in parte a causa delle restrizioni imposte da Israele sulla consegna del materiale da costruzione.

Ed anche se l’anno scolastico sta iniziando, circa 65.000 Palestinesi stanno vivendo ancora nelle scuole dell’UNRWA dove si erano rifugiati per scappare ai bombardamenti che hanno distrutto 20.000 case, con soluzione abitative alternative molto lente ad arrivare.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

thanks to: Infopal

Israele bombarda un’altra scuola dell’Unrwa: 10 morti

3/8/2014

Maan. Domenica, 10 palestinesi sono stati uccisi a seguito del bombardamento di una scuola dell’Onu a Rafah, dove a migliaia avevano trovato rifugio dagli attacchi israeliani in corso. Almeno 30 persone sono rimaste ferite, secondo i dati forniti dal portavoce del ministero della Sanità, Ashraf al-Qidra.

Chris Gunness, portavoce dell’Unrwa, l’Agenzia Onu per i Rifugiati palestinesi, ha dichiarato che la scuola ospitava migliaia di rifugiati interni che erano stati costretti a fuggire dalle proprie case a cause delle violenze in corso a Gaza.

thanks to: Infopal

GAZA. Emergenza umanitaria: oltre un milione senza acqua

La testimonianza di una cooperante nella Striscia: l’80% della popolazione ha elettricità solo 4 ore al giorno, danneggiati e distrutti ospedali e scuole. L’impegno italiano.

 Gaza

di Meri Calvelli* – Il Manifesto

Gaza City, 26 luglio 2014, Nena News – In questi giorni la Striscia di Gaza sta subendo l’ennesimo attacco militare con una potenza di fuoco lanciata sulla popolazione civile, che più di ogni altro obiettivo mirato, ne paga le conseguenze.

Sin dall’inizio dell’operazione israeliana la situazione più drammatica dello scontro militare, è stato l’alto numero di morti e feriti civili, che rimangono colpiti pesantemente in numeri crescenti. Il secondo dato riguarda le condizioni delle persone costrette a sfollare le aree coinvolte nelle operazioni militari, e che – oltre ai familiari – hanno perso ogni cosa per la quale avevano lavorato e vissuto tutta una vita.

L’attacco alla scuola dell’Unrwa a Beit Hanoun porta a 120 il numero di strutture scolastiche che hanno subito danni dall’inizio degli attacchi; 85 impianti dell’Unrwa hanno subito danneggiamenti (centri sanitari, pompa dell’acqua, il Centro di Riabilitazione per Ipovedenti e magazzini contenenti le scorte vitali per le operazioni dell’Unrwa). 615 immobili residenziali (compresi negozi, e edifici a più piani) sono stati completamente distrutti o gravemente danneggiati.

Ad oggi, almeno 42 famiglie hanno perso tre o più familiari nello stesso incidente, per un totale di 253 decessi, a partire dall’inizio dell’emergenza. Sono oltre 149.000 le persone sfollate (fonte Ocha/Unrwa) in 18 giorni di guerra. 1.200.000 persone hanno accesso poco o molto limitato all’acqua e ai servizi sanitari; l’80% della popolazione riceve l’elettricità per solo 4 ore al giorno, 120 scuole sono state danneggiate, 18 strutture sanitarie parzialmente danneggiate, 3.330 unità abitative totalmente o severamente danneggiate.

Ad aiutare la popolazione civile, ci sono le agenzie internazionali, che sono pronte ad intervenire con programmi di emergenza immediata, per i bisogni primari. Gli aiuti di emergenza italiani sono stati subito preparati dai cooperanti delle Organizzazioni non Governative attraverso una raccolta di fondi, lanciata in Italia per l’acquisto immediato di medicine e supporto degli ospedali e delle cliniche mediche che da subito hanno lanciato l’appello per il rischio di «collasso sanitario».

Attraverso un conto corrente sono stati raccolti fondi e acquistato i materiali da far entrare a Gaza. Ad oggi sono stati acquistati 20.000 euro di medicinali e sono già stati allocati nelle strutture sanitarie della Striscia. Anche la Cooperazione Italiana allo Sviluppo, con fondi di emergenza «in diretta», ha fatto pervenire medicinali e materiale sanitario, materassi e coperte per la popolazione locale.

Con il Centro italiano di Scambio Culturale «Vik», con sede a Gaza e sostenuto da una cordata di associazioni italiane, con associazioni di volontari palestinesi, sono state organizzate raccolte di beni di prima necessità , ma anche medicinali e cibo, immediatamente distribuiti alle prime famiglie che già dall’inizio del conflitto sono rimaste prive di abitazione.

Ogni bomba che cade, ogni boato che produce, incute terrore e distruzione. I danni poi sono molti e chi resta in vita si trova con tutto distrutto e perduto.

*cooperante della ong italiana Acs

thanks to: Meri Calvelli

Il Manifesto

Nena News