Impatto storico dell’”Aiuto Umanitario” statunitense sul mondo

Negli ultimi 25 anni, gli Stati Uniti hanno giustificato il proprio intervento in altri paesi con il pretesto dell’”aiuto umanitario”.

Diversi media e fonti internazionali hanno voluto sottolineare l’importanza del presunto “aiuto umanitario” inviato dagli Stati Uniti in Venezuela, per non parlare del forte blocco economico e commerciale applicato dalla nazione americana al popolo venezuelano, che danneggia la qualità della vita dei suoi cittadini.

Recentemente, il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, ha avvertito che l’aiuto umanitario degli Stati Uniti è uno spettacolo per nascondere le sue intenzioni di dominio e per appropriarsi della ricchezza della nazione sudamericana.

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L’acqua potabile contaminata di Gaza fa diffondere la “Sindrome del Bambino Blu”

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Al-Jazeera, Imemc. Di Il medico con le occhiaie e la barba incolta entra nel reparto pediatrico dell’ospedale Al-Nassar nella città di Gaza. E’ un giovedì sera, quasi il fine settimana. Il reparto è deserto e stranamente silenzioso, si sente solo il lamento occasionale di qualche bambino.

In ogni letto, separato dall’altro con una tenda, si assiste alla stessa scena: un bambino è sdraiato, collegato a tubi, a fili e ad un generatore, mentre una madre siede accanto come un testimone silenzioso.

Il dott. Mohamad Abu Samia, direttore di Medicina pediatrica dell’ospedale, scambia alcune parole sommesse con una delle madri, poi solleva dolcemente la vestaglia del bambino rivelando una cicatrice dovuta ad un intervento chirurgico al cuore, lunga quasi quanto la metà del suo corpo.

Il posto-letto successivo è occupato da una bambina che soffre di una grave malnutrizione. E’ sdraiata immobile, con il suo piccolo corpo collegato ad un respiratore. Dato che l’elettricità a Gaza funziona solo per quattro ore al giorno, la bambina deve stare qui dove i generatori la possono mantenere in vita.

“Abbiamo troppo lavoro -, afferma sopraffatto il medico -. I bambini soffrono di disidratazione, vomito, diarrea, febbre”. La percentuale altissima di pazienti con diarrea, il secondo più importante killer al mondo di bambini fino ai cinque anni, è sufficiente per far scattare l’allarme.

Ma negli ultimi mesi il dott. Abu Samia ha assistito ad un brusco aumento di gastroenteriti, malattie renali, cancro pediatrico, marasma – una malattia dovuta a grave malnutrizione che compare nei bambini –  e alla “sindrome del bambino blu”, un disturbo che rende labbra, viso e pelle bluastre, e sangue color cioccolato.

Fino ad ora, ha affermato il medico, vedeva “uno o due casi” di sindrome del bambino blu ogni cinque anni. Ora accade il contrario – cinque casi all’anno.

A chi gli chiede se ha a disposizione studi sui quali basarsi che sostengano la sua affermazione, dice: “Viviamo a Gaza, in una situazione di emergenza… Abbiamo solo tempo di mitigare il problema, non di effettuare delle ricerche”.

Tuttavia, le cifre del ministero della Sanità palestinese supportano le conclusioni del medico. Esse mostrano un “raddoppiamento” dei casi di diarrea, arrivata ormai a livello epidemico, così come i picchi dell’estate scorsa di salmonella e persino di febbre tifoidea.

Riviste mediche indipendenti e specializzate hanno documentato, inoltre, l’aumento della mortalità infantile, dell’anemia ed una “dimensione allarmante” nell’arresto della crescita tra i bambini di Gaza.

Uno studio della Rand Corporation ha rivelato che la cattiva qualità dell’acqua è una delle principali cause di mortalità infantile a Gaza.

In parole semplici, i bambini di Gaza stanno affrontando un’epidemia mortale di proporzioni tali che non si erano mai viste in precedenza.

“Tanta sofferenza. E’ una questione di vita o di morte”, dice il dott. Abu Samia.

Le cause di questa crisi sanitaria sono da ricercare in vari fattori, ma gli esperti di medicina concordano su quello che ritengono essere uno dei principali colpevoli: l’acqua potabile di Gaza è scarsa e contaminata, a causa dell’assedio economico di Israele, del suo ripetuto bombardamento di infrastrutture idriche e fognarie e di una falda acquifera in pessime condizioni e di scarsissima qualità, e che, pertanto, il 97% dei pozzi di acqua potabile di Gaza è al disotto degli standard minimi di salute per il consumo umano.

Il dott. Majdi Dhair, direttore della Medicina di prevenzione del ministero della Sanità palestinese, riferisce di un “enorme incremento” delle malattie trasmesse con l’acqua che afferma siano “collegate direttamente all’acqua potabile” e alla contaminazione con le acque fognarie non trattate che vanno a finire, senza alcuna depurazione, direttamente nel Mediterraneo.

Una visita presso il campo rifugiati densamente abitato di Shati’ (o “Spiaggia”) di Gaza aiuta a spiegarne il motivo. Qui, 87.000 rifugiati con le famiglie al seguito – scacciati dalle loro case e villaggi nel 1948 durante la creazione di Israele – sono racchiusi in mezzo chilometro quadrato in strutture di blocchi di cemento, di fianco al Mediterraneo.

“Acqua ed elettricità”? Dimenticatevele, afferma Atef Nimnim che vive con madre, moglie e due generazioni più giovani – 19 Nimnim in tutto – in una piccola abitazione di tre stanze, a Shati’.

L’acqua dell’acquedotto di Gaza che esce dai rubinetti è troppo salata, quasi nessuno a Gaza la beve ancora. Per l’acqua potabile il figlio quindicenne di Atef carica bidoni di plastica su una sedia a rotelle e le porta in una moschea, dove li riempie, “per gentile concessione di Hamas”.

La maggior parte delle famiglie, anche nei campi rifugiati, spende fino a metà del modesto reddito che ha a disposizione nell’acqua desalinizzata proveniente dai pozzi non regolamentati di Gaza. Ma anche questo sacrificio ha un costo.

Contaminazione fecale.

I test dell’Autorità Palestinese per l’Acqua dimostrano che fino al 70% dell’acqua desalinizzata consegnata da un piccolo esercito di camion privati, ed immagazzinata nei contenitori situati sopra ai tetti del campo, è soggetta a contaminazione fecale.

Anche microscopiche quantità di E.Coli possono far sviluppare gravi crisi sanitarie.

La ragione di questo, come spiega Gregor von Medeazza, esperto dell’UNICEF per l’acqua e le infrastrutture igieniche di Gaza, è che maggior tempo l’E.Coli rimane nell’acqua, più “inizia a svilupparsi” e quindi la situazione non fa che peggiorare. Ciò provoca la diarrea cronica, che a sua volta può portare alla scarsa crescita nei bambini di Gaza, come ha documentato di recente una rivista medica britannica. Uno degli effetti, aggiunge von Medeazza, è sullo “sviluppo cerebrale” con un “effetto rilevabile sul QI” dei bambini affetti.

Gli alti livelli di salinità e di nitrati presenti nella malridotta falda acquifera di Gaza, sovra-pompata talmente male da farvi confluire anche acqua di mare – sono alla radice di molti dei problemi sanitari presenti a Gaza. Elevati livelli di nitrati provocano ipertensione e malattie renali, e sono legati direttamente all’incremento della sindrome del bambino blu. Malattie collegate all’acqua, come la diarrea infantile, salmonella e febbre tifoidea, sono provocate dalla contaminazione fecale –  sia dall’acqua desalinizzata immagazzinata sui tetti che dai 110 milioni di litri di liquami grezzi o scarsamente trattati che ogni giorno finiscono nel Mediterraneo.

A causa dell’elettricità che resta staccata per 20 ore al giorno, l’impianto fognario di Gaza è praticamente inutilizzabile, pertanto i liquami arrivano direttamente al mare attraverso lunghe tubature, 24 ore al giorno per 7 giorni, proprio in una spiaggia che si trova a nord della città di Gaza. Nonostante ciò, durante l’estate i bambini continuano a nuotare lungo tutte le spiagge di Gaza.

Nel 2016 Mohammad Al-Sayis, 5 anni, ingoiò acqua di mare contaminata dalle acque reflue, ingerendo batteri fecali che gli provocarono un’infezione fatale al cervello. Mohammad è stato il primo bambino deceduto accertato a Gaza causato dai liquami.

A peggiorare le cose, i missili e le granate israeliane hanno danneggiato o distrutto le torri e le condutture dell’acqua, pozzi ed impianti di depurazione causando danni stimati in circa 34 milioni di dollari. Ciò ha ulteriormente paralizzato la fornitura di acqua pulita e sicura, facendo peggiorare la catastrofe sanitaria di questo luogo. Un impatto ancora maggiore deriva dal blocco economico di Israele, che il dott. Abu Samia ritiene diretto responsabile della dilagante malnutrizione presente a Gaza.

Le gravi carenze di acqua ed elettricità, assieme all’aumento della povertà, hanno danneggiato i livelli nutrizionali, afferma il dott. Abu Samia.

“Sta colpendo i bambini”.

Prima dell’assedio, dice, non aveva nessun paziente malnutrito.

Ora gli capita frequentemente di visitare bambini con malattie dovute alla malnutrizione.

“Stiamo vedendo bambini che soffrono di marasma” – una grave malattia nutrizionale. “Negli ultimi due anni è sempre di più in aumento”.

Gli abitanti di Gaza ricordano molto bene le ciniche parole del ministro israeliano Dov Weissglas pronunciate nel 2006, quando ha tristemente paragonato il blocco ad “un incontro con un dietologo… Dobbiamo farli diventare più magri, ma non troppo da farli morire”.

Gaza diverrà inabitabile dal 2020.

A parte le centinaia di morti dovute ai razzi, missili e proiettili durante le ultime tre guerre scatenate contro Gaza, ora i bambini si ammalano e muoiono anche a causa delle acque contaminate e per le malattie infettive da esse causate.

“L’occupazione e l’assedio sono i principali ostacoli al miglioramento della salute pubblica nella Striscia di Gaza”, ha riportato uno studio del 2018 su Lancet, che parla di “effetti significativi e deleteri sull’assistenza sanitaria”.

Senza un maggiore intervento da parte della comunità internazionale, ed in tempi brevi, le associazioni umanitarie avvertono che Gaza diverrà inabitabile dal 2020 – a mala a pena poco più di un anno da ora.

Il mancato intervento urgente comporterà “un enorme collasso”, dice Adnan Abu Hasna, il portavoce dell’UNRWA a Gaza, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, alla quale l’amministrazione Trump ha recentemente tagliato tutti i finanziamenti degli USA.

In caso contrario Abu Hasna aggiunge che, in meno di due anni, “Gaza non sarà più un posto vivibile”.

E comunque, vivibile o no, la grande maggioranza dei due milioni di abitanti di Gaza non ha altro posto dove andare. Molti di loro stanno semplicemente cercando di vivere la vita nel modo più normale possibile in circostanze estremamente anomale.

Nel crepuscolo di una notte d’estate, su uno sperone di roccia e terra nel mezzo del porto di Gaza, cinque di quei due milioni di persone cercano di godersi qualche minuto di tranquillità.

Attorno ad Ahmad e Rana Dilly ed ai loro tre bambini, il porto si riempie di vita. I pescatori tirano a riva le loro reti. I bambini si mettono in posa per scattare dei selfie su blocchi di cemento distrutti e tondini di ferro – resti di un ormai passato bombardamento.

Rana versa succo di mango; Ahmad insiste nel voler distribuire alcuni wafer al cioccolato.

“Tu stai con i Palestinesi”, sorride, respingendo quelli che li rifiutano.

I loro tre bambini piccoli sgranocchiano le patatine.

La famiglia Dilly ha gli stessi problemi che hanno molte altre famiglie di Gaza.

Ahmad, che lavora come cambiavalute, ha dovuto ricostruire il suo negozio nel 2014 dopo che un missile israeliano lo aveva distrutto.

Come molti altri gazawi, anche questa famiglia deve fare i conti con l’acqua salata che esce dai rubinetti e con i rischi intrinseci delle malattie dovute all’acqua rifornita dai camion sulla quale fanno affidamento. Ma questi problemi sono niente se confrontati con il loro desiderio di sentirsi al sicuro e di poter godere di fugaci momenti di vita come una famiglia normale.

“So che la situazione è orribile, ma io desidero solo che i miei figli possano usufruire di qualche piccolo cambiamento di volta in volta” afferma Ahmad. “Voglio che vedano qualcosa di diverso, voglio che la mia famiglia si senta al sicuro”.

In lontananza echeggia il rumore di un’esplosione. Ahmad si ferma per un breve momento, poi lo ignora.

Aggiunge “Sono venuto qui al mare per dimenticarmi di tutto il resto”.

Traduzione per InfoPal di Aisha Tiziana Bravi

La 1ª parte dell’articolo è reperibile qui.

thanks to: Infopal

Acqua Gran Sasso: indagati vertici Infn e Strada dei Parchi

Un rubinetto di una cucina – RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

Ad un anno dall’avvio dell’inchiesta sul sistema Gran Sasso, in seguito ai presunti sversamenti di sostanze inquinanti, la Procura di Teramo ha iscritto nel registro degli indagati 10 persone tra vertici dell’Infn, Strada dei Parchi e Ruzzo Reti, tutte accusate di inquinamento ambientale. Ad essere raggiunti dall’avviso di garanzia il presidente dell’Infn Fernando Ferroni, il direttore dei Laboratori Stefano Ragazzi, il responsabile del servizio ambiente dei Laboratori Raffaele Adinolfi Falcone, il responsabile della divisione tecnica dei Laboratori Dino Franciotti, il presidente di Strada dei Parchi Lelio Scopa, l’amministratore delegato di Strada dei Parchi Cesare Ramadori, il direttore generale di Strada dei Parchi Igino Lai, il presidente della Ruzzo Reti Antonio Forlini, il responsabile dell’Unità operativa di esercizio della Ruzzo reti Ezio Napolitani e il responsabile del servizio acquedotto della Ruzzo Reti Maurizio Faragalli.

“Su questa vicenda la scienza si è comportata in maniera anti-scientifica, basandosi sull’ipse dixit, ovvero sul fatto che andava tutto bene perché nei laboratori c’erano gli scienziati. Anche gli scienziati a volte sbagliano e la scienza non si fonda sull’oscurantismo, ma sull’analisi dei fatti e sull’apertura mentale”. Così Augusto De Sanctis, del Forum H2o.

L’esponente del Forum H2o definisce “allucinante la situazione che è emersa e che coinvolge il più grande laboratorio di fisica nucleare del mondo. Parliamo di mancanza di impermeabilizzazione, degrado, abbandono – rimarca De Sanctis – e di esperimenti condotti contra legem, perché lo stoccaggio di migliaia di tonnellate di sostanze chimiche pericolose era irregolare fin dall’inizio, visto che la prima legge in materia è del 1988”. L’esponente ambientalista mette in luce anche “le carenze sull’aspetto gestionale, ad esempio sul rispetto della direttiva Seveso per la sicurezza, senza contare che dal 2011 manca il Piano di emergenza per la popolazione”.

L’inchiesta, scrivono i magistrati nel capo di imputazione, avrebbe fatto emergere un “permanente pericolo di inquinamento ambientale e, segnatamente, il pericolo di compromissione o deterioramento significativo e misurabile delle acque sotterranee del massiccio del Gran Sasso”. L’inchiesta, affidata ad un pool di magistrati composta dai pm Stefano Giovagnoni, Greta Aloisi e Davide Rosati e coordinata dal procuratore capo Antonio Guerriero, aveva riunito due differenti fascicoli, con gli accertamenti affidati agli uomini del Noe, coordinati dal maggiore Antonio Spoletini, aperti entrambi dopo alcuni episodi di presunto inquinamento dell’acqua rilevati tra il 2016 e il 2017. L’ultimo a maggio dello scorso anno, quando fu dichiarata la non potabilità, per 32 comuni del Teramano, dell’acqua proveniente dall’invaso del Gran Sasso. Una non potabilità durata appena 12 ore ma che gettò nel panico i cittadini.

L’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) conferma piena fiducia nella magistratura e massimo impegno a collaborare. Il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Marco Bussetti, ha fatto partire una richiesta urgente di chiarimenti ai vertici dell’Infn.

thanks to: RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

Sono andata a vedere il dramma delle colonie inaridite. Ho trovato una piscina

di Amira Hass

 

Mentre Israele ha ridotto le forniture idriche ai palestinesi, ho visitato due colonie in cui gli abitanti si presume stiano anche loro soffrendo.

 

 

Dunque venerdì il deputato della Knesset Bezalel Smotrich (del partito “Casa Ebraica” [della destra ultranazionalista, rappresentante dei coloni fondamentalisti nazional-religiosi. Ndtr.]) ha twittato: “Non si scherza: siamo tornati indietro di 100 anni!” Ha riferito di cinque cisterne d’acqua potabile che erano state piazzate quella mattina nella colonia di Kedumim [prima colonia costruita nella Cisgiordania centro-settentrionale. Ndtr.].

 

Quel giorno il settimanale sionista-religioso Makor Rishon ha pubblicato un articolo intitolato “La crisi dell’acqua in Giudea e Samaria [la Cisgiordania nella denominazione dei nazionalisti israeliani. Ndtr.]: nella colonia di Eli grandi contenitori di acqua potabile sono stati distribuiti ai residenti.”

 

Così sono andata in due insediamenti per testimoniare questa sofferenza. Sono partita prima di vedere il tweet di un tal Avraham Benyamin in risposta a quello di Smotrich: “Stiamo aspettando una serie di articoli solidali su Haartez. Continueremo ad aspettare.”

 

In effetti la scorsa settimana ho iniziato a scrivere la mia serie annuale di articoli sul sistematico furto d’acqua a danno dei palestinesi. Sono rimasta sorpresa di non aver trovato nessun servizio giornalistico sui problemi idrici delle colonie. Non ce n’era nessuno sulla radio dell’esercito né su Radio Israele – che notoriamente sostengono clandestinamente il movimento BDS. Ma non ho trovato nessun riferimento nemmeno sui siti web legati alla lobby dei coloni.

 

Dopo tutto, fin dall’inizio di giugno, quando Mekorot, l’impresa nazionale dell’acqua, ha iniziato a ridurre le forniture idriche del 30% fino al 50% ai palestinesi nelle zone di Salfit e Nablus, i portavoce israeliani hanno sostenuto che era in atto una riduzione anche nelle colonie (o, con le parole per niente asettiche di un impiegato palestinese dell’amministrazione civile [denominazione ufficiale del governo militare israeliano nei territori occupati. Ndtr.]: “Stanno tagliando agli arabi in modo che ci sia acqua per i coloni”).

 

Il giornalista di Makor Rishon Hodaya Karish Hazony ha scritto: “Nelle comunità di Migdalim, Yitzhar, Elon Moreh, Tapuah, Givat Haroeh, Alonei Shiloh ed altre ci sono state interruzioni nell’erogazione dell’acqua. ‘A questo proposito siamo tra la follia e la disperazione,’ ha detto un residente.”

 

Così sono andata a verificare la scarsità d’acqua che sta portando la gente tra la follia e la disperazione ad Eli. Ho cercato persone in fila per l’acqua. Non le ho trovate. Allora ho viaggiato dal centro del lussureggiante insediamento all’isolata “Collina n° 9”, il luogo del sobborgo di Hayovel citato nell’articolo.

 

Lì ho trovato due grandi contenitoti blu pieni dell’Autorità delle Acque, con dei rubinetti attaccati. Una scritta chiedeva di “mantenere l’ordine” nell’attesa e ricordava che “sarebbe stata data priorità agli anziani, ai malati ed ai bambini.”

 

Alle 15 circa non ho visto nessun anziano, malato o bambino in attesa vicino ai rubinetti. Neppure un adulto qualunque. Qualche goccia scendeva dai rubinetti e bagnava l’asfalto. Gente saliva e scendeva dalle auto. Erba artificiale adornava le zone nei pressi delle case prefabbricate del quartiere.

 

Vicino al posto di guardia dei soldati, a circa 50 metri da un contenitore d’acqua, c’era un’area di erba naturale che era assolutamente verde. Lì vicino c’erano alcuni alberelli, e il terreno attorno a loro era bagnato, con parecchie pozzanghere. Un soldato ha detto che durante la settimana ci sono state varie interruzioni del servizio idrico, e pensava che i contenitori fossero stati portati giovedì. L’articolo parlava di mercoledì.

 

In un piccolo edificio pubblico lì vicino, il gabinetto era aperto e perfettamente pulito. Lo sciacquone scorreva abbondantemente, e acqua rinfrescante usciva dal rubinetto del lavandino. Una donna che è uscita dalla sua auto vicino al contenitore pieno d’acqua ha detto, timidamente: “L’ho usata qualche volta.” E perché non più spesso? “E’ sgradevole; l’acqua è tiepida.”

 

Più avanti, nel centro di Eli, ho incrociato ragazze che portavano borse con asciugamani e costumi da bagno. “La piscina è aperta? Dov’è?”, ho chiesto.

 

Seguendo le loro indicazioni sono arrivata alla piscina di Eli. Da dietro la recinzione si potevano sentire il rumore dell’acqua e le grida allegre dei bagnanti. L’erba attorno alla piscina era naturale e verde. Mi sono chiesta: “Dov’è la solidarietà? Perché non prendono l’acqua dal centro di Eli e la portano al quartiere che sta soffrendo a causa dell’altezza [della collina, per la mancanza di pressione nelle tubature. Ndtr.]?

 

Makor Rishon ha citato Meir Shilo, responsabile delle infrastrutture del consiglio regionale di Mateh Binyamin: “Il problema è l’eccessivo consumo dovuto all’aumento della popolazione (dei coloni) e soprattutto, pare, per il consumo dell’acqua per l’agricoltura.”

 

Dror Etkes, un ricercatore indipendente della politica di colonizzazione israeliana, ha detto ad Haaretz che nei blocchi di insediamenti che circondano Shiloh “i coloni stanno coltivando 2.746 dunams (circa 274 ettari, la maggior parte attorno a Shiloh: 260 ettari]. Di questi, 213 ettari sono terre private dei palestinesi.”

 

Il che significa: negli ultimi anni i coloni hanno scoperto che la pirateria (contrapposta al furto di Stato) per fini agricoli facilita l’appropriazione di ancor più terreni palestinesi di quanto facciano la costruzione di ville o di case prefabbricate.

 

L’esercito, impedendo ai legittimi proprietari palestinesi di raggiungere la loro terra, ha reso possibile questa forma di pirateria. E questa agricoltura privata illegale determina anche l’aumento nel consumo di acqua a spese dei palestinesi, della loro agricoltura ed acqua potabile.

 

Da Eli ho viaggiato verso ovest fino alla colonia di Kedumim, dove mi hanno accolta le strade lussureggianti. Ho cercato le cisterne d’acqua di cui aveva parlato Smotrich nel suo tweet.

 

Dal parabrezza della mia auto ho visto un cartello: “La piscina di Kedumin è aperta. Iscriviti adesso.” Forse si sono dimenticati di toglierlo dallo scorso anno.

 

Nel quartiere di Rashi sono arrivata fino ad una cisterna per la distribuzione dell’acqua, sotto la tettoia della sala di studi religiosi di Rashi. Dalla parte opposta c’era un camion con una grande cisterna di acqua. Qualcuno tornava da lì con un secchio e si è diretto alle case prefabbricate in cima alla collina.

 

“Sì, ci sono interruzioni nell’erogazione dell’ acqua,” ha confermato. “Un’opportunità di sperimentare l’assedio di Gerusalemme [durante il quale venne rigidamente razionata anche l’acqua. Ndtr.], ” ha aggiunto, riferendosi agli avvenimenti del 1948.

 

E perché non andare giù per rifornirsi d’acqua nei quartieri bassi di Kedumim? “E’ più comodo in questo modo, vicino a casa,” ha risposto.

 

Al rubinetto c’erano bambini che stavano riempiendo vari contenitori. La ragazza vicino al sacco rosso ha detto all’uomo che la stava fotografando: “Assicurati che nella foto si veda la bottiglia.”

 

( Fonte:zeitun.info/ )

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Acqua, risorsa da rinazionalizzare: Napoli apripista in Italia

Il referendum del giugno 2011 ha stabilito che l’acqua restasse un bene pubblico. Per recepire l’esito referendario (attualmente disatteso e messo in pericolo dalle politiche di questo e dei precedenti governi), Napoli ha costituito l’ABC, braccio operativo del Comune di Napoli, Ente speciale che gestisce il servizio idrico cittadino.

Sorgente: Pressenza – Acqua, risorsa da rinazionalizzare: Napoli apripista in Italia

L’acqua libera sconfigge la Nestlè

Ci sono storie esemplari che vale la pena raccontare. A volte arrivano dagli Stati Uniti e questa volta dall’Oregon, da una piccola cittadina di circa mille abitanti che non a caso si chiama Cascade Blocks. Un posto incantevole circondato da ricchi corsi d’acqua e cascate. Un bel giorno nel 2007 arriva la Nestlè e propone di imbottigliare un po’ di quella ricchezza naturale. Un progetto che prevedeva l’accaparramento di circa cinquecento milioni di litri l’anno di quell’acqua e venderla in 1,6 milioni di bottigliette di plastica l’anno. Come nella migliore tradizione delle multinazionali, il progetto vantava la creazione di circa 50 posti di lavoro, la valorizzazione del territorio e tanti altri benefici. Sindaco e amministrazione dalla parte della Nestlè ma popolazione quanto meno scettica. Un gruppo di donne si organizza, sensibilizza sull’importanza dell’acqua come bene comune, sui rischi per l’ambiente. A loro si uniscono subito diversi soggetti tra i quali gli indiani delle tribù per i quali quell’acqua è sacra. Riescono a indire un referendum cittadino che il 17 maggio scorso ha visto la partecipazione del 68% degli aventi diritto e quel manipolo di cittadini consapevoli ha riportato una vittoria secca con il 69% dei votanti che hanno rifiutato “l’offerta” della Nestlè. È la prima volta che negli USA semplici cittadini riescono a evitare l’imbottigliamento dell’acqua pubblica. Insomma Davide e Golia. Una piccola storia da cui trarre insegnamento. (Fonte: http://www.comune-info.net)

Sorgente: L’acqua libera sconfigge la Nestlè

Ispra, pesticidi nel 64% delle acque di fiumi e laghi. Glifosato nel cocktail

Cresce la percentuale di pesticidi nelle acque: +20% in quelle superficiali, +10% in quelle sotterranee. Lo afferma l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) nell’edizione 2016 del Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque (contenente dati relativi al biennio 2013-2014)  spiegando che le acque superficiali (fiumi, laghi, torrenti) “ospitano” pesticidi nel 63,9% dei 1.284 punti di monitoraggio (nel 2012 era 56,9%); quelle sotterranee nel 31,7% dei 2.463 punti (31% nel 2012). La contaminazione è più ampia nella pianura padano-veneta.

L’analisi dei dati di monitoraggio non evidenzia una diminuzione della contaminazione, spiega l’Ispra precisando che l’aumento di punti contaminati “si spiega in parte col fatto che in vaste aree del centro-sud, solo con ritardo, emerge una contaminazione prima non rilevata”. Durante i controlli sono state trovate 224 sostanze diverse, “un numero sensibilmente più elevato degli anni precedenti (erano 175 nel 2012)”, dice l’Ispra, che indica “una maggiore efficacia delle indagini condotte”.

Secondo l’Ispra, 274 punti di monitoraggio delle acque di superficie hanno “concentrazioni superiori ai limiti di qualità ambientali” e fra le sostanze off-limit c’è il glifosato, l’erbicida più diffuso al mondo su cui si è in attesa di capire se sia cancerogeno o meno visto che c’è divergenza di opinioni e di cui l’autorizzazione al commercio in Europa scade a fine giugno. Ci sono poi i neonicotinoidi, ritenuti fra i principali responsabili della moria di api.

Gli erbicidi sono ancora le sostanze più rinvenute, mentre è aumentata notevolmente la presenza di fungicidi e insetticidi. Nelle acque superficiali, 274 punti di monitoraggio (21,3% del totale) hanno concentrazioni superiori ai limiti di qualità ambientali mentre in quelle sotterranee 170 punti (6,9% del totale) hanno concentrazioni superiori ai limiti di qualità ambientale.

L’Ispra indica che la contaminazione è più ampia nella pianura padano-veneta dove le indagini sono generalmente più efficaci. Nelle cinque regioni dell’area, infatti, si concentra poco meno del 60% dei punti di monitoraggio dell’intera rete nazionale. In alcune regioni la contaminazione è molto più diffusa del dato nazionale, arrivando a oltre il 70% dei punti delle acque superficiali in Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, con punte del 90% in Toscana e del 95% in Umbria. (Tabelle regionali)

Nelle acque sotterranee la diffusione della contaminazione è particolarmente elevata in Lombardia 50% dei punti, in Friuli 68,6%, in Sicilia 76%. Più che in passato, avverte l’Ispra, sono state trovate miscele di sostanze nelle acque, fino a 48 in un singolo campione, quindi con una tossicità più alta rispetto a quella dei singoli componenti.

thanks to: ANSA

Glifosato, primo test in Italia: tracce in pasta e biscotti

Dalla pasta ai biscotti, dai corn flakes alle farine fino all’acqua che arriva nelle nostre case: il glifosato, l’erbicida sviluppato dalla Monsanto (che lo distribuisce con il nome commerciale di Roundup) sembra essere dappertutto. A poco più di una settimana dal discusso voto del Parlamento Europeo che, il 13 aprile scorso, ha chiesto alla Commissione di rinnovare l’autorizzazione all’uso del diserbante per altri 7 anni in agricolura (contro i 15 inizialmente previsti), il Test Salvagente ha illustrato i risultati delle prime analisi italiane effettuate, da laboratori accreditati, su una cinquantina di alimenti che mangiamo (e beviamo) tutti i giorni e che saranno pubblicate sul numero in edicola dal 23 aprile. Svelando quanto sia difficile per i consumatori italiani trovare prodotti senza tracce di questa sostanza.

Sorgente: Glifosato, primo test in Italia: tracce in pasta e biscotti – Repubblica.it

L’inchiesta: il 97% dell’acqua a Gaza non è compatibile con gli standard

get_imgRamallah-PIC. Un’inchiesta palestinese mostra che la porzione individuale dell’acqua a Gaza è scesa da 91,3 litri nel 2013 a 79,7 litri nel 2014. Più del 97% dell’acqua della Striscia non è conforme agli standard dell’Organizzazione mondiale della Sanità per quanto riguarda l’acqua potabile.

L’inchiesta è stata effettuata sia dal dipartimento di statistica centrale palestinese sia dall’Autorità per l’acqua palestinese e diffusa il 22 marzo, Giornata mondiale dell’Acqua. Si rivela che la popolazione di Gaza riceve il livello minimo raccomandato dalla stessa organizzazione che è di 100 litri di acqua al giorno per persona.

L’esercito israeliano controlla le fonti principali di acqua nella zona e impedisce ai palestinesi l’accesso a tali risorse. Le pratiche israeliane impediscono anche la creazione di stazioni per il trattamento delle acque reflue, afferma il rapporto.

Viene anche sottolineato che i palestinesi devono comprare l’acqua dalla Mekorot, compagnia idrica israeliana. L’acqua acquistata ha raggiunto i 63,5 milioni di metri cubi nel 2014, con una percentuale del 18,5% dell’acqua disponibile.

Traduzione di Marta Bettenzoli

thanks to: Infopal

La MM Spa di Milano e l’acqua rubata ai palestinesi

di Michela Sechi

 

A Milano la MM Spa, responsabile degli acquedotti della città, ha stretto un accordo internazionale di collaborazione con la Mekorot, l’azienda di Stato israeliana che gestisce le risorse idriche in Israele.

La Mekorot è un’azienda che viene accusata dai pacifisti israeliani di privare d’acqua i villaggi palestinesi e di praticare dunque “un’apartheid idrica”. L’acqua insomma viene assegnata in base all’etnia: agli israeliani acqua illimitata, ai palestinesi meno acqua a un prezzo più alto.

Gli attivisti hanno anche creato un sito internet che si chiama Stop Mekorot, in cui trovate un video che illustra come opera questa azienda. Non a caso nel 2013 la compagnia idrica olandese ha reciso ogni accordo che aveva con la Mekorot perché la collaborazione era diventata imbarazzante.

In cosa consiste l’accordo di MM Spa con Mekorot? Verrà creata una “Corporate University” con l’obiettivo di uno scambio a tutti i livelli dei “saperi” delle due aziende, per migliorare il livello di servizio ai loro clienti. In pratica ci sarà supporto reciproco per attività di sviluppo, sperimentazione e marketing di tecnologie del settore idrico. Tecnici milanesi andranno a formarsi in Israele e viceversa. MM fa sapere che una delegazione di propri tecnici è già presente da oggi nella sede di Mekorot a Tel Aviv.

Per parlare di qusto accordo è venuto negli studi di Radio Popolare l’israeliano Ronnie Barkan, attivista della campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni). “In Israele/Palestina – ci dice Barkan – c’è un regime di apartheid e anche la Mekorot è parte di questo regime”.

“La Mekorot pratica quella che chiamiamo ‘apartheid dell’acqua’, cioè distribuisce l’acqua in modo differenziato fra israeliani e palestinesi. Preleva l’acqua dalla falda nei territori palestinesi e ne devia la maggior parte verso Israele. Quella che rimane viene venduta ai palestinesi a un prezzo altissimo, sproporzionato. In parole semplici la Mekorot ruba l’acqua ai palestinesi. Tenete conto che è proibito ai palestinesi scavare un pozzo sulla loro terra. Rischiano la prigione, se lo fanno. Dunque Israele non controlla solo la terra palestinese ma controlla anche quello che c’è sotto, ovvero le risorse d’acqua”.

“In alcuni villaggi palestinesi della Cisgiordania in estate non c’è abbastanza acqua neppure per bere. Accanto ci sono colonie israeliane con la piscina, con coltivazioni di datteri e avocado. Queste coltivazioni sono alimentate ‘asciugando’ le risorse idriche dei palestinesi. I tubi che portano l’acqua passano sotto i villaggi palestinesi senza che a questi sia concesso di utilizzarli. Questi tubi portano l’acqua esclusivamente alle colonie riservate agli israeliani”.

Fra pochi giorni comincerà la “Apartheid week”. In Europa sarà dal 29 febbraio al 7 marzo. In che cosa consiste?

“La prima iniziativa di questo tipo è nata dieci anni fa in un campus universitario canadese. Da allora la campagna è cresciuta e quest’anno coinvolgerà oltre 200 università in tutto il mondo che hanno messo in piedi una settimana di iniziative per prendere coscienza della situazione. Io parteciperò all’iniziativa organizzata a Torino il 3 e 4 marzo. Ovunque le persone stanno prendendo posizione contro i crimini di Israele e contro i loro governi che sono complici di questi crimini. Compreso il governo italiano, purtroppo”.

Quali Paesi sono più sensibili a questa campagna per il boicottaggio?

“In Gran Bretagna c’è un grosso sostegno alla lotta palestinese, ma il governo ha varato alcune leggi che rendono le cose più difficili per il boicottaggio. Lo stesso accade in Francia. In Spagna c’è un grosso attivismo nella società civile e anche da parte di alcune amministrazioni locali che hanno aderito alla campagna. Anche in Sudamerica c’è molto impegno, per due motivi: quei Paesi hanno una forte tradizione anticolonialista e non hanno problemi di senso di colpa per l’Olocausto. L’Italia è un po’ indietro, ma ci sono molte persone che non hanno paura di schierarsi per i diritti dei palestinesi. Un’iniziativa molto importante e recente è quella che ha visto 300 doccenti universitari italiani esprimere il loro appoggio, con una lettera, al boicottaggio delle università israeliane e in particolare di una di queste, il Technion, coinvolto nello sviluppo di nuove armi per l’esercito israeliano, armi usate soprattutto a Gaza. Trecento docenti universitari di sei università italiane – comprese quelle di Milano, Roma e Torino – hanno firmato la lettera. Mi appello a ogni docente dotato di coscienza perchè faccia lo stesso e vada sul sito internet di BDS Italia per appoggiare il boicottaggio accademico di Israele”.

Mi sembra che la campagna di boicottaggio del Sudafrica dell’Apartheid abbia avuto molto più successo di quella per il boicottaggio di Israele, che cresce più lentamente. Perché?

“Dobbiamo ricordare che la campagna per il boicottaggio del Sudafrica, cui noi ci ispiriamo, è durata per più di trent’anni prima che diventasse di massa, prima che registrasse i primi successi. La campagna per il boicottaggio di Israele esiste solo da dieci anni e siamo riusciti a ottenere tanto in questo lasso di tempo relativamente breve. Poco è cambiato in sessant’anni di occupazione, mentre negli ultimi dieci anni è cambiata l’immagine di Israele. Dieci anni fa Israele era ancora descritto come l’unica democrazia in Medio Oriente. Oggi i media parlano non solo della mancanza di democrazia in Israele ma stanno anche cominciando a mettere in dubbio la soluzione dei due Stati. Pochi giorni fa Thomas Friedman ha scritto un editoriale sul New York Times dicendo ‘non venitemi più a chiedere della soluzione dei due Stati, non voglio neppure sentirne parlare’. Si sta cominciando a capire che la soluzione dei due Stati è solo un modo di concedere qualcosa ai palestinesi in modo da mantenere la dominazione israeliana sul loro territorio. Adesso i media più diffusi si stanno cominciando a rendere conto che non è vero che ci sono dei liberal in Israele: non esiste una vera sinistra israeliana e non è mai esistita”.

Ritornando alla campagna per il boicottaggio: voi proponete il boicottaggio solo delle colonie o il boicottaggio completo delle merci israeliane?

“L’Unione europea di recente ha preso delle decisioni che consentono di etichettare le merci provenienti dalle colonie. Questo è un passo di portata molto modesta. Ma già questo piccolo passo ha provocato le proteste di Israele che ha aperto una crisi diplomatica con l’Unione europea. In realtà le leggi europee obbligherebbero Bruxelles e ogni Stato membro dell’Unione a smettere di fare affari con Israele. Nello stesso accordo bilaterale fra Israele e Unione europea c’è una clausola vincolante, l’articolo 2, che dice che in presenza di violazioni dei diritti umani l’Unione europea non può continuare a commerciare con Israele come al solito. E non c’è dubbio che in Israele ci siano queste violazioni. L’Unione europea può congelare gli accordi esistenti, può applicare sanzioni: tutto, salvo far finta di niente. Invece chiude gli occhi, guarda dall’altra parte e vìola non solo le leggi internazionali, ma le sue stesse leggi. Dunque tutto quello che chiediamo all’Europa è non di smettere di appoggiare Israele, di non appoggiare i criminali. Chiediamo che tratti Israele come qualsiasi altro Stato del mondo. La campagna BDS è basata sul rispetto dei diritti dei palestinesi protetti da norme internazionali. Se Israele fosse trattato come tutti gli altri Stati del mondo, non sarebbe in grado di portare avanti queste violazioni”.

Tu sei un israeliano e fai campagna per il boicottaggio di Israele. Come è percepito questo tuo impegno in Israele e all’estero?

“Solo parlare di diritti umani in Israele è come bestemmiare. Già quando dico che sono un obiettore di coscienza sono trattato come un traditore e un parassita. In realtà la cosa più estremista che tu possa fare in israele è chiedere l’uguaglianza. Lo Stato israeliano è bastato sulla negazione del concetto di uguaglianza e di democrazia. Anche gli israeliani che sostengono il rispetto dei diritti umani lo fanno finché ciò non va a toccare i loro privilegi di ebrei israeliani. Loro parlano di demografia: quanti siamo noi ebrei e quanti sono loro. Io non voglio parlare di demografia, voglio parlare di democrazia. Chiedere democrazia è la cosa più estremista e radicale che io possa fare in Israele. I servizi segreti israeliani hanno dichiarato apertamente che sorvegliano chiunque agisca contro il carattere ebraico dello Stato. Chiunque supporti la democrazia e l’uguaglianza in Israele è visto come una sorta di minaccia, anche se lo fa legalmente. Non ci sarebbe una reazione così forte se la democrazia non fosse una minaccia così grande per lo Stato israeliano. Chiedere vera democrazia, vera uguaglianza per tutti gli esseri umani che vivono su quel territorio (Israele e i Territori Palestinesi, ndr) è percepito come una minaccia allo Stato. La campagna per il boicottaggio del Sudafrica non aveva come scopo quello di distruggere il Sudafrica. Aveva come scopo distruggere l’Apartaheid. Lo stesso vale per Israele”.

Tu, da israeliano, come sei arrivato a sostenere questa posizione?

“C’è stata una cosa in particolare che è stata per me un punto di svolta. Da piccolo ho subito il lavaggio del cervello come tanti israeliani e – anche se non sono mai stato un nazionalista – pensavo che se non avessi fatto il servizio militare sarei stato considerato un parassita o un traditore. Ho passato sei anni a chiedermi se volevo fare il militare o no. Alla fine sono stato richiamato e quando ho indossato la divisa, ho capito che quello non era il mio posto. Ho capito che posso essere considerato un traditore solo se tradisco l’umanità, se tradisco dei valori universali. È stato il mio punto di svolta. Quando ho capito questo, tutto è stato chiaro e ho smesso di essere un soldato. Ma siccome portavo già la divisa, c’è voluto un anno e mezzo di battaglia con l’esercito per riuscire a liberarmene. Sarei volentieri andato in prigione, ma non mi ci hanno mandato. E quando ho smesso di essere un soldato, ho smesso anche di essere un israeliano. Quello che sono è un essere umano, e questo per me è sufficiente”

Ascolta l’intervista integrale a Ronnie Barkan.

( Fonte: bdsitalia.org )

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