Sono andata a vedere il dramma delle colonie inaridite. Ho trovato una piscina

di Amira Hass

 

Mentre Israele ha ridotto le forniture idriche ai palestinesi, ho visitato due colonie in cui gli abitanti si presume stiano anche loro soffrendo.

 

 

Dunque venerdì il deputato della Knesset Bezalel Smotrich (del partito “Casa Ebraica” [della destra ultranazionalista, rappresentante dei coloni fondamentalisti nazional-religiosi. Ndtr.]) ha twittato: “Non si scherza: siamo tornati indietro di 100 anni!” Ha riferito di cinque cisterne d’acqua potabile che erano state piazzate quella mattina nella colonia di Kedumim [prima colonia costruita nella Cisgiordania centro-settentrionale. Ndtr.].

 

Quel giorno il settimanale sionista-religioso Makor Rishon ha pubblicato un articolo intitolato “La crisi dell’acqua in Giudea e Samaria [la Cisgiordania nella denominazione dei nazionalisti israeliani. Ndtr.]: nella colonia di Eli grandi contenitori di acqua potabile sono stati distribuiti ai residenti.”

 

Così sono andata in due insediamenti per testimoniare questa sofferenza. Sono partita prima di vedere il tweet di un tal Avraham Benyamin in risposta a quello di Smotrich: “Stiamo aspettando una serie di articoli solidali su Haartez. Continueremo ad aspettare.”

 

In effetti la scorsa settimana ho iniziato a scrivere la mia serie annuale di articoli sul sistematico furto d’acqua a danno dei palestinesi. Sono rimasta sorpresa di non aver trovato nessun servizio giornalistico sui problemi idrici delle colonie. Non ce n’era nessuno sulla radio dell’esercito né su Radio Israele – che notoriamente sostengono clandestinamente il movimento BDS. Ma non ho trovato nessun riferimento nemmeno sui siti web legati alla lobby dei coloni.

 

Dopo tutto, fin dall’inizio di giugno, quando Mekorot, l’impresa nazionale dell’acqua, ha iniziato a ridurre le forniture idriche del 30% fino al 50% ai palestinesi nelle zone di Salfit e Nablus, i portavoce israeliani hanno sostenuto che era in atto una riduzione anche nelle colonie (o, con le parole per niente asettiche di un impiegato palestinese dell’amministrazione civile [denominazione ufficiale del governo militare israeliano nei territori occupati. Ndtr.]: “Stanno tagliando agli arabi in modo che ci sia acqua per i coloni”).

 

Il giornalista di Makor Rishon Hodaya Karish Hazony ha scritto: “Nelle comunità di Migdalim, Yitzhar, Elon Moreh, Tapuah, Givat Haroeh, Alonei Shiloh ed altre ci sono state interruzioni nell’erogazione dell’acqua. ‘A questo proposito siamo tra la follia e la disperazione,’ ha detto un residente.”

 

Così sono andata a verificare la scarsità d’acqua che sta portando la gente tra la follia e la disperazione ad Eli. Ho cercato persone in fila per l’acqua. Non le ho trovate. Allora ho viaggiato dal centro del lussureggiante insediamento all’isolata “Collina n° 9”, il luogo del sobborgo di Hayovel citato nell’articolo.

 

Lì ho trovato due grandi contenitoti blu pieni dell’Autorità delle Acque, con dei rubinetti attaccati. Una scritta chiedeva di “mantenere l’ordine” nell’attesa e ricordava che “sarebbe stata data priorità agli anziani, ai malati ed ai bambini.”

 

Alle 15 circa non ho visto nessun anziano, malato o bambino in attesa vicino ai rubinetti. Neppure un adulto qualunque. Qualche goccia scendeva dai rubinetti e bagnava l’asfalto. Gente saliva e scendeva dalle auto. Erba artificiale adornava le zone nei pressi delle case prefabbricate del quartiere.

 

Vicino al posto di guardia dei soldati, a circa 50 metri da un contenitore d’acqua, c’era un’area di erba naturale che era assolutamente verde. Lì vicino c’erano alcuni alberelli, e il terreno attorno a loro era bagnato, con parecchie pozzanghere. Un soldato ha detto che durante la settimana ci sono state varie interruzioni del servizio idrico, e pensava che i contenitori fossero stati portati giovedì. L’articolo parlava di mercoledì.

 

In un piccolo edificio pubblico lì vicino, il gabinetto era aperto e perfettamente pulito. Lo sciacquone scorreva abbondantemente, e acqua rinfrescante usciva dal rubinetto del lavandino. Una donna che è uscita dalla sua auto vicino al contenitore pieno d’acqua ha detto, timidamente: “L’ho usata qualche volta.” E perché non più spesso? “E’ sgradevole; l’acqua è tiepida.”

 

Più avanti, nel centro di Eli, ho incrociato ragazze che portavano borse con asciugamani e costumi da bagno. “La piscina è aperta? Dov’è?”, ho chiesto.

 

Seguendo le loro indicazioni sono arrivata alla piscina di Eli. Da dietro la recinzione si potevano sentire il rumore dell’acqua e le grida allegre dei bagnanti. L’erba attorno alla piscina era naturale e verde. Mi sono chiesta: “Dov’è la solidarietà? Perché non prendono l’acqua dal centro di Eli e la portano al quartiere che sta soffrendo a causa dell’altezza [della collina, per la mancanza di pressione nelle tubature. Ndtr.]?

 

Makor Rishon ha citato Meir Shilo, responsabile delle infrastrutture del consiglio regionale di Mateh Binyamin: “Il problema è l’eccessivo consumo dovuto all’aumento della popolazione (dei coloni) e soprattutto, pare, per il consumo dell’acqua per l’agricoltura.”

 

Dror Etkes, un ricercatore indipendente della politica di colonizzazione israeliana, ha detto ad Haaretz che nei blocchi di insediamenti che circondano Shiloh “i coloni stanno coltivando 2.746 dunams (circa 274 ettari, la maggior parte attorno a Shiloh: 260 ettari]. Di questi, 213 ettari sono terre private dei palestinesi.”

 

Il che significa: negli ultimi anni i coloni hanno scoperto che la pirateria (contrapposta al furto di Stato) per fini agricoli facilita l’appropriazione di ancor più terreni palestinesi di quanto facciano la costruzione di ville o di case prefabbricate.

 

L’esercito, impedendo ai legittimi proprietari palestinesi di raggiungere la loro terra, ha reso possibile questa forma di pirateria. E questa agricoltura privata illegale determina anche l’aumento nel consumo di acqua a spese dei palestinesi, della loro agricoltura ed acqua potabile.

 

Da Eli ho viaggiato verso ovest fino alla colonia di Kedumim, dove mi hanno accolta le strade lussureggianti. Ho cercato le cisterne d’acqua di cui aveva parlato Smotrich nel suo tweet.

 

Dal parabrezza della mia auto ho visto un cartello: “La piscina di Kedumin è aperta. Iscriviti adesso.” Forse si sono dimenticati di toglierlo dallo scorso anno.

 

Nel quartiere di Rashi sono arrivata fino ad una cisterna per la distribuzione dell’acqua, sotto la tettoia della sala di studi religiosi di Rashi. Dalla parte opposta c’era un camion con una grande cisterna di acqua. Qualcuno tornava da lì con un secchio e si è diretto alle case prefabbricate in cima alla collina.

 

“Sì, ci sono interruzioni nell’erogazione dell’ acqua,” ha confermato. “Un’opportunità di sperimentare l’assedio di Gerusalemme [durante il quale venne rigidamente razionata anche l’acqua. Ndtr.], ” ha aggiunto, riferendosi agli avvenimenti del 1948.

 

E perché non andare giù per rifornirsi d’acqua nei quartieri bassi di Kedumim? “E’ più comodo in questo modo, vicino a casa,” ha risposto.

 

Al rubinetto c’erano bambini che stavano riempiendo vari contenitori. La ragazza vicino al sacco rosso ha detto all’uomo che la stava fotografando: “Assicurati che nella foto si veda la bottiglia.”

 

( Fonte:zeitun.info/ )

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Acqua, risorsa da rinazionalizzare: Napoli apripista in Italia

Il referendum del giugno 2011 ha stabilito che l’acqua restasse un bene pubblico. Per recepire l’esito referendario (attualmente disatteso e messo in pericolo dalle politiche di questo e dei precedenti governi), Napoli ha costituito l’ABC, braccio operativo del Comune di Napoli, Ente speciale che gestisce il servizio idrico cittadino.

Sorgente: Pressenza – Acqua, risorsa da rinazionalizzare: Napoli apripista in Italia

L’acqua libera sconfigge la Nestlè

Ci sono storie esemplari che vale la pena raccontare. A volte arrivano dagli Stati Uniti e questa volta dall’Oregon, da una piccola cittadina di circa mille abitanti che non a caso si chiama Cascade Blocks. Un posto incantevole circondato da ricchi corsi d’acqua e cascate. Un bel giorno nel 2007 arriva la Nestlè e propone di imbottigliare un po’ di quella ricchezza naturale. Un progetto che prevedeva l’accaparramento di circa cinquecento milioni di litri l’anno di quell’acqua e venderla in 1,6 milioni di bottigliette di plastica l’anno. Come nella migliore tradizione delle multinazionali, il progetto vantava la creazione di circa 50 posti di lavoro, la valorizzazione del territorio e tanti altri benefici. Sindaco e amministrazione dalla parte della Nestlè ma popolazione quanto meno scettica. Un gruppo di donne si organizza, sensibilizza sull’importanza dell’acqua come bene comune, sui rischi per l’ambiente. A loro si uniscono subito diversi soggetti tra i quali gli indiani delle tribù per i quali quell’acqua è sacra. Riescono a indire un referendum cittadino che il 17 maggio scorso ha visto la partecipazione del 68% degli aventi diritto e quel manipolo di cittadini consapevoli ha riportato una vittoria secca con il 69% dei votanti che hanno rifiutato “l’offerta” della Nestlè. È la prima volta che negli USA semplici cittadini riescono a evitare l’imbottigliamento dell’acqua pubblica. Insomma Davide e Golia. Una piccola storia da cui trarre insegnamento. (Fonte: http://www.comune-info.net)

Sorgente: L’acqua libera sconfigge la Nestlè

Ispra, pesticidi nel 64% delle acque di fiumi e laghi. Glifosato nel cocktail

Cresce la percentuale di pesticidi nelle acque: +20% in quelle superficiali, +10% in quelle sotterranee. Lo afferma l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) nell’edizione 2016 del Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque (contenente dati relativi al biennio 2013-2014)  spiegando che le acque superficiali (fiumi, laghi, torrenti) “ospitano” pesticidi nel 63,9% dei 1.284 punti di monitoraggio (nel 2012 era 56,9%); quelle sotterranee nel 31,7% dei 2.463 punti (31% nel 2012). La contaminazione è più ampia nella pianura padano-veneta.

L’analisi dei dati di monitoraggio non evidenzia una diminuzione della contaminazione, spiega l’Ispra precisando che l’aumento di punti contaminati “si spiega in parte col fatto che in vaste aree del centro-sud, solo con ritardo, emerge una contaminazione prima non rilevata”. Durante i controlli sono state trovate 224 sostanze diverse, “un numero sensibilmente più elevato degli anni precedenti (erano 175 nel 2012)”, dice l’Ispra, che indica “una maggiore efficacia delle indagini condotte”.

Secondo l’Ispra, 274 punti di monitoraggio delle acque di superficie hanno “concentrazioni superiori ai limiti di qualità ambientali” e fra le sostanze off-limit c’è il glifosato, l’erbicida più diffuso al mondo su cui si è in attesa di capire se sia cancerogeno o meno visto che c’è divergenza di opinioni e di cui l’autorizzazione al commercio in Europa scade a fine giugno. Ci sono poi i neonicotinoidi, ritenuti fra i principali responsabili della moria di api.

Gli erbicidi sono ancora le sostanze più rinvenute, mentre è aumentata notevolmente la presenza di fungicidi e insetticidi. Nelle acque superficiali, 274 punti di monitoraggio (21,3% del totale) hanno concentrazioni superiori ai limiti di qualità ambientali mentre in quelle sotterranee 170 punti (6,9% del totale) hanno concentrazioni superiori ai limiti di qualità ambientale.

L’Ispra indica che la contaminazione è più ampia nella pianura padano-veneta dove le indagini sono generalmente più efficaci. Nelle cinque regioni dell’area, infatti, si concentra poco meno del 60% dei punti di monitoraggio dell’intera rete nazionale. In alcune regioni la contaminazione è molto più diffusa del dato nazionale, arrivando a oltre il 70% dei punti delle acque superficiali in Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, con punte del 90% in Toscana e del 95% in Umbria. (Tabelle regionali)

Nelle acque sotterranee la diffusione della contaminazione è particolarmente elevata in Lombardia 50% dei punti, in Friuli 68,6%, in Sicilia 76%. Più che in passato, avverte l’Ispra, sono state trovate miscele di sostanze nelle acque, fino a 48 in un singolo campione, quindi con una tossicità più alta rispetto a quella dei singoli componenti.

thanks to: ANSA

Glifosato, primo test in Italia: tracce in pasta e biscotti

Dalla pasta ai biscotti, dai corn flakes alle farine fino all’acqua che arriva nelle nostre case: il glifosato, l’erbicida sviluppato dalla Monsanto (che lo distribuisce con il nome commerciale di Roundup) sembra essere dappertutto. A poco più di una settimana dal discusso voto del Parlamento Europeo che, il 13 aprile scorso, ha chiesto alla Commissione di rinnovare l’autorizzazione all’uso del diserbante per altri 7 anni in agricolura (contro i 15 inizialmente previsti), il Test Salvagente ha illustrato i risultati delle prime analisi italiane effettuate, da laboratori accreditati, su una cinquantina di alimenti che mangiamo (e beviamo) tutti i giorni e che saranno pubblicate sul numero in edicola dal 23 aprile. Svelando quanto sia difficile per i consumatori italiani trovare prodotti senza tracce di questa sostanza.

Sorgente: Glifosato, primo test in Italia: tracce in pasta e biscotti – Repubblica.it

L’inchiesta: il 97% dell’acqua a Gaza non è compatibile con gli standard

get_imgRamallah-PIC. Un’inchiesta palestinese mostra che la porzione individuale dell’acqua a Gaza è scesa da 91,3 litri nel 2013 a 79,7 litri nel 2014. Più del 97% dell’acqua della Striscia non è conforme agli standard dell’Organizzazione mondiale della Sanità per quanto riguarda l’acqua potabile.

L’inchiesta è stata effettuata sia dal dipartimento di statistica centrale palestinese sia dall’Autorità per l’acqua palestinese e diffusa il 22 marzo, Giornata mondiale dell’Acqua. Si rivela che la popolazione di Gaza riceve il livello minimo raccomandato dalla stessa organizzazione che è di 100 litri di acqua al giorno per persona.

L’esercito israeliano controlla le fonti principali di acqua nella zona e impedisce ai palestinesi l’accesso a tali risorse. Le pratiche israeliane impediscono anche la creazione di stazioni per il trattamento delle acque reflue, afferma il rapporto.

Viene anche sottolineato che i palestinesi devono comprare l’acqua dalla Mekorot, compagnia idrica israeliana. L’acqua acquistata ha raggiunto i 63,5 milioni di metri cubi nel 2014, con una percentuale del 18,5% dell’acqua disponibile.

Traduzione di Marta Bettenzoli

thanks to: Infopal

La MM Spa di Milano e l’acqua rubata ai palestinesi

di Michela Sechi

 

A Milano la MM Spa, responsabile degli acquedotti della città, ha stretto un accordo internazionale di collaborazione con la Mekorot, l’azienda di Stato israeliana che gestisce le risorse idriche in Israele.

La Mekorot è un’azienda che viene accusata dai pacifisti israeliani di privare d’acqua i villaggi palestinesi e di praticare dunque “un’apartheid idrica”. L’acqua insomma viene assegnata in base all’etnia: agli israeliani acqua illimitata, ai palestinesi meno acqua a un prezzo più alto.

Gli attivisti hanno anche creato un sito internet che si chiama Stop Mekorot, in cui trovate un video che illustra come opera questa azienda. Non a caso nel 2013 la compagnia idrica olandese ha reciso ogni accordo che aveva con la Mekorot perché la collaborazione era diventata imbarazzante.

In cosa consiste l’accordo di MM Spa con Mekorot? Verrà creata una “Corporate University” con l’obiettivo di uno scambio a tutti i livelli dei “saperi” delle due aziende, per migliorare il livello di servizio ai loro clienti. In pratica ci sarà supporto reciproco per attività di sviluppo, sperimentazione e marketing di tecnologie del settore idrico. Tecnici milanesi andranno a formarsi in Israele e viceversa. MM fa sapere che una delegazione di propri tecnici è già presente da oggi nella sede di Mekorot a Tel Aviv.

Per parlare di qusto accordo è venuto negli studi di Radio Popolare l’israeliano Ronnie Barkan, attivista della campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni). “In Israele/Palestina – ci dice Barkan – c’è un regime di apartheid e anche la Mekorot è parte di questo regime”.

“La Mekorot pratica quella che chiamiamo ‘apartheid dell’acqua’, cioè distribuisce l’acqua in modo differenziato fra israeliani e palestinesi. Preleva l’acqua dalla falda nei territori palestinesi e ne devia la maggior parte verso Israele. Quella che rimane viene venduta ai palestinesi a un prezzo altissimo, sproporzionato. In parole semplici la Mekorot ruba l’acqua ai palestinesi. Tenete conto che è proibito ai palestinesi scavare un pozzo sulla loro terra. Rischiano la prigione, se lo fanno. Dunque Israele non controlla solo la terra palestinese ma controlla anche quello che c’è sotto, ovvero le risorse d’acqua”.

“In alcuni villaggi palestinesi della Cisgiordania in estate non c’è abbastanza acqua neppure per bere. Accanto ci sono colonie israeliane con la piscina, con coltivazioni di datteri e avocado. Queste coltivazioni sono alimentate ‘asciugando’ le risorse idriche dei palestinesi. I tubi che portano l’acqua passano sotto i villaggi palestinesi senza che a questi sia concesso di utilizzarli. Questi tubi portano l’acqua esclusivamente alle colonie riservate agli israeliani”.

Fra pochi giorni comincerà la “Apartheid week”. In Europa sarà dal 29 febbraio al 7 marzo. In che cosa consiste?

“La prima iniziativa di questo tipo è nata dieci anni fa in un campus universitario canadese. Da allora la campagna è cresciuta e quest’anno coinvolgerà oltre 200 università in tutto il mondo che hanno messo in piedi una settimana di iniziative per prendere coscienza della situazione. Io parteciperò all’iniziativa organizzata a Torino il 3 e 4 marzo. Ovunque le persone stanno prendendo posizione contro i crimini di Israele e contro i loro governi che sono complici di questi crimini. Compreso il governo italiano, purtroppo”.

Quali Paesi sono più sensibili a questa campagna per il boicottaggio?

“In Gran Bretagna c’è un grosso sostegno alla lotta palestinese, ma il governo ha varato alcune leggi che rendono le cose più difficili per il boicottaggio. Lo stesso accade in Francia. In Spagna c’è un grosso attivismo nella società civile e anche da parte di alcune amministrazioni locali che hanno aderito alla campagna. Anche in Sudamerica c’è molto impegno, per due motivi: quei Paesi hanno una forte tradizione anticolonialista e non hanno problemi di senso di colpa per l’Olocausto. L’Italia è un po’ indietro, ma ci sono molte persone che non hanno paura di schierarsi per i diritti dei palestinesi. Un’iniziativa molto importante e recente è quella che ha visto 300 doccenti universitari italiani esprimere il loro appoggio, con una lettera, al boicottaggio delle università israeliane e in particolare di una di queste, il Technion, coinvolto nello sviluppo di nuove armi per l’esercito israeliano, armi usate soprattutto a Gaza. Trecento docenti universitari di sei università italiane – comprese quelle di Milano, Roma e Torino – hanno firmato la lettera. Mi appello a ogni docente dotato di coscienza perchè faccia lo stesso e vada sul sito internet di BDS Italia per appoggiare il boicottaggio accademico di Israele”.

Mi sembra che la campagna di boicottaggio del Sudafrica dell’Apartheid abbia avuto molto più successo di quella per il boicottaggio di Israele, che cresce più lentamente. Perché?

“Dobbiamo ricordare che la campagna per il boicottaggio del Sudafrica, cui noi ci ispiriamo, è durata per più di trent’anni prima che diventasse di massa, prima che registrasse i primi successi. La campagna per il boicottaggio di Israele esiste solo da dieci anni e siamo riusciti a ottenere tanto in questo lasso di tempo relativamente breve. Poco è cambiato in sessant’anni di occupazione, mentre negli ultimi dieci anni è cambiata l’immagine di Israele. Dieci anni fa Israele era ancora descritto come l’unica democrazia in Medio Oriente. Oggi i media parlano non solo della mancanza di democrazia in Israele ma stanno anche cominciando a mettere in dubbio la soluzione dei due Stati. Pochi giorni fa Thomas Friedman ha scritto un editoriale sul New York Times dicendo ‘non venitemi più a chiedere della soluzione dei due Stati, non voglio neppure sentirne parlare’. Si sta cominciando a capire che la soluzione dei due Stati è solo un modo di concedere qualcosa ai palestinesi in modo da mantenere la dominazione israeliana sul loro territorio. Adesso i media più diffusi si stanno cominciando a rendere conto che non è vero che ci sono dei liberal in Israele: non esiste una vera sinistra israeliana e non è mai esistita”.

Ritornando alla campagna per il boicottaggio: voi proponete il boicottaggio solo delle colonie o il boicottaggio completo delle merci israeliane?

“L’Unione europea di recente ha preso delle decisioni che consentono di etichettare le merci provenienti dalle colonie. Questo è un passo di portata molto modesta. Ma già questo piccolo passo ha provocato le proteste di Israele che ha aperto una crisi diplomatica con l’Unione europea. In realtà le leggi europee obbligherebbero Bruxelles e ogni Stato membro dell’Unione a smettere di fare affari con Israele. Nello stesso accordo bilaterale fra Israele e Unione europea c’è una clausola vincolante, l’articolo 2, che dice che in presenza di violazioni dei diritti umani l’Unione europea non può continuare a commerciare con Israele come al solito. E non c’è dubbio che in Israele ci siano queste violazioni. L’Unione europea può congelare gli accordi esistenti, può applicare sanzioni: tutto, salvo far finta di niente. Invece chiude gli occhi, guarda dall’altra parte e vìola non solo le leggi internazionali, ma le sue stesse leggi. Dunque tutto quello che chiediamo all’Europa è non di smettere di appoggiare Israele, di non appoggiare i criminali. Chiediamo che tratti Israele come qualsiasi altro Stato del mondo. La campagna BDS è basata sul rispetto dei diritti dei palestinesi protetti da norme internazionali. Se Israele fosse trattato come tutti gli altri Stati del mondo, non sarebbe in grado di portare avanti queste violazioni”.

Tu sei un israeliano e fai campagna per il boicottaggio di Israele. Come è percepito questo tuo impegno in Israele e all’estero?

“Solo parlare di diritti umani in Israele è come bestemmiare. Già quando dico che sono un obiettore di coscienza sono trattato come un traditore e un parassita. In realtà la cosa più estremista che tu possa fare in israele è chiedere l’uguaglianza. Lo Stato israeliano è bastato sulla negazione del concetto di uguaglianza e di democrazia. Anche gli israeliani che sostengono il rispetto dei diritti umani lo fanno finché ciò non va a toccare i loro privilegi di ebrei israeliani. Loro parlano di demografia: quanti siamo noi ebrei e quanti sono loro. Io non voglio parlare di demografia, voglio parlare di democrazia. Chiedere democrazia è la cosa più estremista e radicale che io possa fare in Israele. I servizi segreti israeliani hanno dichiarato apertamente che sorvegliano chiunque agisca contro il carattere ebraico dello Stato. Chiunque supporti la democrazia e l’uguaglianza in Israele è visto come una sorta di minaccia, anche se lo fa legalmente. Non ci sarebbe una reazione così forte se la democrazia non fosse una minaccia così grande per lo Stato israeliano. Chiedere vera democrazia, vera uguaglianza per tutti gli esseri umani che vivono su quel territorio (Israele e i Territori Palestinesi, ndr) è percepito come una minaccia allo Stato. La campagna per il boicottaggio del Sudafrica non aveva come scopo quello di distruggere il Sudafrica. Aveva come scopo distruggere l’Apartaheid. Lo stesso vale per Israele”.

Tu, da israeliano, come sei arrivato a sostenere questa posizione?

“C’è stata una cosa in particolare che è stata per me un punto di svolta. Da piccolo ho subito il lavaggio del cervello come tanti israeliani e – anche se non sono mai stato un nazionalista – pensavo che se non avessi fatto il servizio militare sarei stato considerato un parassita o un traditore. Ho passato sei anni a chiedermi se volevo fare il militare o no. Alla fine sono stato richiamato e quando ho indossato la divisa, ho capito che quello non era il mio posto. Ho capito che posso essere considerato un traditore solo se tradisco l’umanità, se tradisco dei valori universali. È stato il mio punto di svolta. Quando ho capito questo, tutto è stato chiaro e ho smesso di essere un soldato. Ma siccome portavo già la divisa, c’è voluto un anno e mezzo di battaglia con l’esercito per riuscire a liberarmene. Sarei volentieri andato in prigione, ma non mi ci hanno mandato. E quando ho smesso di essere un soldato, ho smesso anche di essere un israeliano. Quello che sono è un essere umano, e questo per me è sufficiente”

Ascolta l’intervista integrale a Ronnie Barkan.

( Fonte: bdsitalia.org )

Sorgente: 25-2-16_MM-Spa

Acqua “privata” in Africa: la lotta della Nigeria contro la Banca Mondiale

Il nuovo colonialismo in Africa non sta solo derubando il continente delle terre, si sta anche impadronendo delle risorse primarie, tra cui l’acqua. I fondi della Banca Mondiale sono legati a doppio filo alle privatizzazioni e molti governi ormai, corrotti o con il cappio al collo, condannano le popolazioni a una nuova schiavitù.

di Redazione – 13 Agosto 2015

Non bastavano il Mali, il Sud Africa (6 Corporation hanno contratti), il Ghana (dove dopo la privatizzazione il costo dell’acqua è aumentato del 95% e un terzo della popolazione non ha accesso ad acqua pulita), la Namibia. Ora la Banca Mondiale preme sulla Nigeria per permettere a una partnership pubblico-privata di mantenere e ampliare la gestione dell’erogazione dell’acqua aumentandone i costi. Ma la popolazione si sta opponendo con tutte le sue forze. La capitale Lagos, che conta 21 milioni di abitanti, è il “boccone” che le Corporations si sono servite in tavola e bramano il resto della preda. «Da decenni la Banca Mondiale sta facendo di tutto per impedire lo sviluppo di un sistema pubblico di gestione – spiega Akinbode Oluwafemi, responsabile per i diritti ambientali di Friends of the Earth Nigeria – tanto che oggi nove persone su dieci non hanno accesso ad acqua potabile. Sappiamo bene quali interessi si nascondono dietro la trasformazione dell’acqua in un bene di mercato. Nel mio villaggio ho realizzato una pompa che permette ai vicini di avere libero accesso a questa preziosa risorsa e per questo ho ricevuto minacce dalle società che invece l’acqua la vogliono vendere a peso d’oro, poiché stavo mettendo a rischio i loro profitti. Ma non farò retromarcia. La Banca Mondiale ora sta tentando di convincere le comunità anche al di fuori della capitale che la privatizzazione dell’acqua è la risposta ai problemi della gente, se ne infischia dei processi democratici. Abbiamo ospitato a Lagos in questi giorni attivisti ed esperti per il Lagos Water Summit, co-promosso insieme a Corporate Accountability International. Ma abbiamo bisogno di far sentire la nostra voce anche oltre confine, anche nel resto del mondo. Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti, per questo chiediamo ad ogni cittadini in ogni nazione di scrivere alla Banca Mondiale sollecitando lo stop al processo di privatizzazione (qui trovate la lettera da mandare e le istruzioni). Il nostro movimento vuole crescere nei prossimo mesi, ma abbiamo bisogno che il nostro problema diventi il problema di tutti». E Akinbode Oluwafemi sa bene come sia in corso non solo in Africa (con effetti assolutamente devastanti), ma anche negli altri paesi del mondo il processo di privatizzazione dell’acqua. In Italia la situazione non è affatto migliore. «C’è un preciso piano attraverso il quale il Governo intende rilanciare con forza il processo di privatizzazione e finanziarizzazione dei beni comuni ma ciò avviene in maniera molto più subdola degli anni passati – ha spiegato Paolo Carsetti, del Forum italiano dei Movimenti per l’acqua–  Tutti i provvedimenti elencati non esplicitano un attacco diretto all’acqua o ai servizi pubblici locali come fatto nel 2009 dal governo Berlusconi, l’attacco è strisciante, non si pronuncia la parola privatizzazione perchè è un tema su cui si è già registrato una sconfitta epocale ma la sostanza è la stessa. Il governo si muove dietro la propaganda che prova a descrivere uno scenario come quello della necessità di riduzione della spesa pubblica anche attraverso la razionalizzazione delle cosiddette partecipate o ex municipalizzate che sarebbero coacervo di sprechi, clientele e malapolitica. È la retorica che sta dietro a questa propaganda, con la quale si prova a raggiungere il medesimo obiettivo del governo Berlusconi: cedere al mercato la gestione dei servizi pubblici e dei beni connessi».

«L’acqua è un bene comune e tale deve rimanere – aggiunge Shayda Naficy, direttore della Campagna Internazionale per l’Acqua di Corporate Accountability International (CAI) – quando se ne impadroniscono i privati, ecco che nascono fortissime disparità nell’accesso e nei costi».  Eppure, malgrado la Banca Mondiale continui a preere per la privatizzazione dell’acqua soprattutto nei paesi del Terzo Mondo, i dati rivelano che un’eleveta percentuale dei suoi progetto è in condizioni di distress. Il database dell’ente internazionale documenta un 34% di fallimenti.

Nel 2013 il CAI ha inviato una lettera aperta alla Banca Mondiale per chiedere lo stop al sostegno dato ai progetti di privatizzazione, ma nulla è cambiato.

Ma come si può dimenticare che l’accesso e il diritto all’acqua pulita sono la base della vita stessa?

 thanks to: il Cambiamento

Striscia di Gaza, il 40% dei casi di malattia è dovuto all’inquinamento idrico

Secondo un esperto ambientale palestinese, il problema delle acque rappresenta una delle più importanti sfide che minacciano l’incolumità del popolo palestinese, dato che il settore idrico fa fronte a gravi crisi ed è sottoposto a continui colpi a causa delle politiche adottate dall’occupazione israeliana.

Il direttore del Dipartimento delle acque e dell’ambiente della Striscia di Gaza, Adnan Ayesh, ha aggiunto che le ripercussioni della crescente crisi idrica aumentano a ogni nuova aggressione israeliana, e che qualsiasi rinvio per risolvere il problema porterà a un ulteriore deterioramento della situazione. A causa dell’inquinamento delle acque, la sicurezza idrica viene a mancare, provocando numerosi casi di malattie gravi come il cancro, l’insufficienza renale, anemia e altre.

Fa notare, inoltre, che le stime delle autorità idriche indicano che circa il 40% dei casi di malattie nella Striscia di Gaza è riconducibile, in un modo o nell’altro, all’inquinamento dell’acqua potabile.

In un comunicato stampa, diramato giovedì 23 ottobre, lo stesso Ayesh ha ribadito che gli enti competenti devono assumersi le proprie responsabilità, e ha sottolineato l’importanza del monitoraggio degli impianti commerciali di dissalazione e il follow-up dei distributori d’acqua per i cittadini. Ha indicato, infine, che secondo un precedente studio condotto dal Dipartimento in collaborazione con l’UNICEF, il 73% di quelle acque è biologicamente contaminato e il 95% non è potabile.

( Fonte: Infopal.it )

thanks to: forumpalestina

Gaza, alla ricerca di una goccia di acqua…

Gaza-Younes Arar. I bambini palestinesi cercano disperatamente acqua per riempire bottiglie…
La Striscia di Gaza sta soffrendo per una grave crisi idrica, a seguito della recente aggressione israeliana, che ha distrutto pozzi e fonti idriche, e impianti di potabilizzazione.

Inoltre, lo stato sionista sottrae le risorse idriche palestinesi: l’80% dell’acqua palestinese viene rubata da Israele a favre delle colonie illegali.

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thanks to: Infopal

GAZA. Emergenza umanitaria: oltre un milione senza acqua

La testimonianza di una cooperante nella Striscia: l’80% della popolazione ha elettricità solo 4 ore al giorno, danneggiati e distrutti ospedali e scuole. L’impegno italiano.

 Gaza

di Meri Calvelli* – Il Manifesto

Gaza City, 26 luglio 2014, Nena News – In questi giorni la Striscia di Gaza sta subendo l’ennesimo attacco militare con una potenza di fuoco lanciata sulla popolazione civile, che più di ogni altro obiettivo mirato, ne paga le conseguenze.

Sin dall’inizio dell’operazione israeliana la situazione più drammatica dello scontro militare, è stato l’alto numero di morti e feriti civili, che rimangono colpiti pesantemente in numeri crescenti. Il secondo dato riguarda le condizioni delle persone costrette a sfollare le aree coinvolte nelle operazioni militari, e che – oltre ai familiari – hanno perso ogni cosa per la quale avevano lavorato e vissuto tutta una vita.

L’attacco alla scuola dell’Unrwa a Beit Hanoun porta a 120 il numero di strutture scolastiche che hanno subito danni dall’inizio degli attacchi; 85 impianti dell’Unrwa hanno subito danneggiamenti (centri sanitari, pompa dell’acqua, il Centro di Riabilitazione per Ipovedenti e magazzini contenenti le scorte vitali per le operazioni dell’Unrwa). 615 immobili residenziali (compresi negozi, e edifici a più piani) sono stati completamente distrutti o gravemente danneggiati.

Ad oggi, almeno 42 famiglie hanno perso tre o più familiari nello stesso incidente, per un totale di 253 decessi, a partire dall’inizio dell’emergenza. Sono oltre 149.000 le persone sfollate (fonte Ocha/Unrwa) in 18 giorni di guerra. 1.200.000 persone hanno accesso poco o molto limitato all’acqua e ai servizi sanitari; l’80% della popolazione riceve l’elettricità per solo 4 ore al giorno, 120 scuole sono state danneggiate, 18 strutture sanitarie parzialmente danneggiate, 3.330 unità abitative totalmente o severamente danneggiate.

Ad aiutare la popolazione civile, ci sono le agenzie internazionali, che sono pronte ad intervenire con programmi di emergenza immediata, per i bisogni primari. Gli aiuti di emergenza italiani sono stati subito preparati dai cooperanti delle Organizzazioni non Governative attraverso una raccolta di fondi, lanciata in Italia per l’acquisto immediato di medicine e supporto degli ospedali e delle cliniche mediche che da subito hanno lanciato l’appello per il rischio di «collasso sanitario».

Attraverso un conto corrente sono stati raccolti fondi e acquistato i materiali da far entrare a Gaza. Ad oggi sono stati acquistati 20.000 euro di medicinali e sono già stati allocati nelle strutture sanitarie della Striscia. Anche la Cooperazione Italiana allo Sviluppo, con fondi di emergenza «in diretta», ha fatto pervenire medicinali e materiale sanitario, materassi e coperte per la popolazione locale.

Con il Centro italiano di Scambio Culturale «Vik», con sede a Gaza e sostenuto da una cordata di associazioni italiane, con associazioni di volontari palestinesi, sono state organizzate raccolte di beni di prima necessità , ma anche medicinali e cibo, immediatamente distribuiti alle prime famiglie che già dall’inizio del conflitto sono rimaste prive di abitazione.

Ogni bomba che cade, ogni boato che produce, incute terrore e distruzione. I danni poi sono molti e chi resta in vita si trova con tutto distrutto e perduto.

*cooperante della ong italiana Acs

thanks to: Meri Calvelli

Il Manifesto

Nena News

Cresce la protesta contro l’accordo tra l’ACEA e l’israeliana Mekorot

Un appello sottoscritto da oltre 4000 persone, da associazioni e sindacati, tra cui i movimenti per l’acqua pubblica, la FIOM-CGIL, l’ARCI e il Sindaco di Napoli De Magistris. Dalla Palestina un invito a rispettare gli obblighi secondo il diritto internazionale.

Il Comitato No Accordo ACEA-MEKOROT ha raccolto in pochi giorni oltre 4000 firme su una petizione (http://chn.ge/1jmWN8X) contro il protocollo di intesa firmato lo scorso 2 dicembre 2013 tra l’ACEA, società di servizi controllata dal Comune di Roma, e la MEKOROT, la società idrica nazionale di Israele. L’appello è stato condiviso anche da oltre 50 organizzazioni tra cui la FIOM-CGIL, l’ARCI, il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e il Coordinamento Romano Acqua Pubblica. Tra le adesioni individuali il Sindaco di Napoli Luigi De Magistris, Luisa Morgantini già Vice Presidente del Parlamento Europeo, Haidi Gaggio Giuliani, madre di Carlo Giuliani, e gli ex senatori Giovanni Russo Spena e Vincenzo Vita.

I promotori dell’appello sottolineano che la Mekorot è il braccio esecutivo delle politiche israeliane che sottraggono acqua ai palestinesi e ne negano il diritto all’accesso nei Territori Palestinesi Occupati, come documentate da organizzazioni internazionali, (quali Amnesty International e ONU), Palestinesi (Al Haq) ed israeliane (Who Profits e B’Tselem).[1] La Mekorot, infatti, alla quale sono state “trasferite” nel 1982 tutte le infrastrutture idriche palestinesi dalle autorità militari israeliane, pratica una sistematica discriminazione nella distribuzione dell’acqua. Riduce e raziona le forniture idriche ai palestinesi a favore delle colonie illegali e dell’agricoltura intensiva israeliana, creando nella regione una vera e propria “apartheid dell’acqua”. Il consumo pro capite giornaliero dei coloni israeliani è dì 369 litri [2] mentre quello dei loro vicini palestinesi è di 73 litri, al di sotto della quantità minima raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (100 litri).

Per queste ragioni, la società idrica Vitens, il primo fornitore di acqua in Olanda, a seguito delle indicazioni del suo governo ha recentemente interrotto un accordo di collaborazione con la Mekorot, motivando la decisione con l’impegno verso la legalità internazionale. Un impegno assunto anche da altre imprese europee nelle ultime settimane, che vogliono evitare legami con le colonie israeliane, come il fondo pensione olandese PGGM, la Danske Bank, la più grande banca danese, e il fondo statale norvegese.

Una lettera firmata da organizzazioni della società civile palestinese impegnate sulle questioni di acqua, agricoltura e ambiente ricorda l’obbligo legale degli Stati e delle sue istituzioni di “non dare copertura o assistenza alle violazioni israeliane del diritto internazionale” ribadendo che la “proposta di collaborazione tra ACEA e Mekorot equivale a una violazione di tale obbligo giuridico”.

I promotori della campagna sottolineano che questa iniziativa, come le altre che in tutto il mondo chiedono il boicottaggio economico e commerciale, il disinvestimento e le sanzioni verso Israele (BDS), è tesa a sviluppare una sempre maggiore pressione sul governo di Israele affinché rispetti il diritto internazionale, ed in particolare la Convenzione dell’Aja e la IV Convenzione di Ginevra che vietano alla potenza occupante di sfruttare le risorse del paese occupato. Il movimento BDS sostiene la parità di diritti per tutti e perciò si oppone ad ogni forma di razzismo, fascismo, sessismo, antisemitismo, islamofobia, discriminazione etnica e religiosa.

La campagna contro l’intesa tra ACEA e Mekorot, che ha trovato un convinto sostegno nei movimenti per l’acqua pubblica impegnati nella lotta contro la minacciata completa privatizzazione di ACEA, si svilupperà nelle prossime settimane con iniziative di pressione sul Comune di Rome e sull’ACEA perché non dia seguito al memorandum di intesa con la società israeliana.

PER INFO:
Comitato No Accordo Acea – Mekorot
fuorimekorotdallacea@gmail.com

[1] Jad Isaac & Jane Hilal (2011): Palestinian landscape and the Israeli––Palestinian conflict, International Journal of Environmental Studies, 68:4, 413-429 – http://dx.doi.org/10.1080/00207233.2011.582700
[2] Amnesty International, Troubled Waters: Palestinians Denied Fair Access to Water (2009)
OCHA, How Disposession Happens (2012)
Human Rights Watch, Separate and Unequal: Israel’s Discriminatory Treatment of Palestinians in the Occupied Palestinian Territories (2010)
Al Haq, Water For one People only: Discriminatory Access and ‘Water-Apartheid’ in the OPT (2013)
Who Profits, Il coinvolgimento della Mekorot nell’occupazione israeliana (2013)
B’Tselem, The Water Crisis (2011)

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La tortura dell’acqua per i palestinesi. La discriminazione nell’accesso all’acqua

di Amira Hass

La discriminazione nell’accesso all’acqua è un altro mezzo utilizzato per logorare i palestinesi dal punto di vista sociale e politico.

Perché la classe politica israeliana e’ così impegnata a negare l’esistenza della discriminazione nell’accesso all’acqua? Poichè questa volta il gruppo di potere israeliano non può rifarsi alle solite scuse sulla sicurezza [ma] fa ricorso ad altri tipi di palese discriminazione.

Quando si arriva alla situazione relativa all’acqua, la macchina della propaganda di Israele ed i suoi sostenitori, le lobby sioniste della Diaspora, si trovano in gravi difficoltà, come si è chiaramente dimostrato quando il tedesco Martin Schulz ha avuto l’audacia di chiedere alla Knesset –quell’oasi di speculatori sull’Olocausto- se le voci che ha sentito siano vere [ha chiesto se agli israeliani fosse destinata una quantità di acqua quattro volte superiore a quella per i palestinesi].

La sistematica discriminazione nella distribuzione dell’acqua a danno dei palestinesi non è una voce falsa. L’abbondanza idrica israeliana non dipende da ciò, ma senza quello tutto l’affare degli insediamenti sarebbe molto più costoso, e forse addirittura impossibile da mantenere in piedi per i suoi attuali e futuri scopi.

Non c’è da stupirsi che Habayit Hayehudi, il partito che più si identifica con i coloni, abbia accolto in modo così infuriato le critiche di Schulz e sia uscito dalla Knesset.

La discriminazione nell’accesso all’acqua è un altro mezzo usato dal governo per logorare i palestinesi dal punto di vista sociale e politico.

In Cisgiordania decine di migliaia di famiglie dedicano un sacco di tempo, denaro ed energie fisiche e mentali solo per occuparsi di faccende essenziali come farsi una doccia, lavare i vestiti, i pavimenti e i piatti. Quando non c’è acqua negli sciacquoni dei bagni, persino le visite tra famiglie diventano un evento raro.

Le famiglie nella valle del Giordano devono portarsi l’acqua potabile da lontano dentro delle taniche, e in modo furtivo- per paura di essere scoperti dall’Amministrazione Civile- benché vivano proprio accanto alle condutture della Mekorot Water Company’ [la compagnia israeliana che gestisce il servizio idrico], che convogliano abbondante acqua alle fattorie degli insediamenti dei coloni che coltivano ortaggi per l’esportazione.

Gaza, che si trova appena di fronte alla fattoria Sycamore, che una volta era di Sharon, e del kibbutz Be’eri, dipende dagli impianti di purificazione dell’acqua che divorano elettricità – spesso scarsa; potrebbe benissimo essere l’India.

Il tempo, il denaro e l’energia dedicati a procurarsi l’acqua è a scapito di altre attività sia sul piano individuale che su quello comunitario: lezioni supplementari per i bambini, un computer, una gita in famiglia, progetti di sviluppo industriale, di attività turistiche, agricoltura biologica, attività politiche e sociali.

Gli impiegati dell’autorità palestinese per l’acqua, che passano il loro tempo in logoranti controversie con la burocrazia dell’occupante israeliano per ottenere l’autorizzazione per ogni conduttura d’acqua, sono visti come menefreghisti, poco professionali ed inefficienti. Che bel risultato.

La realtà di enclave palestinesi, isolate l’una dall’altra, che Israele sta creando, è il risultato– attraverso il vario intrico di leggi e e a successivi ampliamenti tra i due lati della Linea verde- del furto della terra e delle sorgenti d’acqua e della negazione della libertà di movimento.

La religione della sicurezza, che è utilizzata per giustificare il furto di terreni, i posti di blocco e il divieto di movimento, non riesce ancora a spiegare perché un bambino palestinese ha diritto a meno acqua di un bambino ebreo.

Che cosa possono dire gli esperti della diplomazia? Che a Jenin la disponibilità media pro capite è di 38 litri per consumo domestico, perché la città è una roccaforte della Jihad islamica, che minaccia il nostro piccolo paese? Che d’estate non c’è una regolare fornitura d’acqua perché il servizio di sicurezza dello Shin Bet è impegnato a riempire le carceri di militanti armati, e che a Gaza più del 90% dell’acqua non è potabile perché i capi di Hamas stanno pianificando attacchi terroristici in Cisgiordania?

Persino per le comunità ebraiche che più appoggiano Israele sarebbe molto difficile giustificare questa evidente differenza. E così i nostri dirigenti hanno ideato un piano di attacco in quattro punti:

1. Bombardare i media con statistiche parziali e false;

2. Oscurare la causa prima del problema: Israele controlla le sorgenti d’acqua. In base agli accordi provvisori di Oslo, che da allora sono diventati permanenti, i palestinesi sono vincolati rispetto alla quantità di acqua che possono estrarre in modo indipendente da quelle sorgenti ed ai miglioramenti che possono apportare alle infrastrutture idriche;

3. Contare sul fronte interno, che smentisce i rapporti dei palestinesi e ignora quelli delle organizzazioni come B’Tselem – il Centro israeliano per i diritti umani nei territori occupati ed il documentario “La valle che scompare” di Irit Gal, e gli studi pubblicati dalla Banca Mondiale e da Amnesty International;

4. Contare sul fatto che la maggioranza degli israeliani non si preoccupa di andare almeno a vedere con i propri occhi l’attuale situazione. E se lo fanno, e scoprono che là c’è una vergognosa discriminazione, allora contare sul fatto che dicano: “E allora?”

 

thanks to: Haaretz

Traduzione di BDS Italia

I movimenti licenziano i vertici di Acea (report sul presidio del 30 gennaio) del Coordinamento romano Acqua Pubblica

Questa mattina (giovedì 30 gennaio, ndr) i comitati per l’acqua pubblica di Roma e Lazio, insieme alla rete per la Palestina e a numerosi attivisti dei movimenti per il diritto all’abitare, hanno dato vita ad un presidio di centinaia di persone sotto la sede della multinazionale Acea, per contestare la gestione del bene comune acqua da parte dell’azienda.
Ogni anno infatti milioni di dividendi (64 nel 2012) finiscono nelle tasche di azionisti e dirigenti della Società, mentre il servizio peggiora a vista d’occhio e il diritto all’acqua non viene garantito.

Per questo stamattina sono state consegnate due lettere di licenziamento, firmate da decine di utenti e indirizzate all’Ad Paolo Gallo e al Presidente Cremonesi.
Il provvedimento è stato basato su una serie di “giuste cause”, che vanno dalla dubbia legittimità di molti aspetti della gestione, passando per la fornitura di acqua all’arsenico in diversi comuni e per i distacchi selvaggi effettuati anche per poche decine di euro di morosità.
Il tutto a fronte di un indebitamento dell’azienda sempre maggiore, con risorse destinate ad appalti fumosi ad aziende di cui non è dato conoscere il nome, forse per non far emergere la loro comune connessione con i soliti gruppi dell’imprenditoria romana.

Non vorremmo infatti che, come nelle recenti vicende legate alla gestione dei rifiuti, le ragioni dei comitati rimangano inascoltate per poi riemergere nei documenti giudiziari.

A queste “note” criticità si è aggiunto il vergognoso accordo tra Acea e Mekorot, azienda israeliana che si è resa responsabile di gravi violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani, sottraendo illegalmente acqua dalle falde acquifere in territorio palestinese.

Quella di stamattina è stata dunque una tappa di una lotta che continua da tempo e che non ha intenzione di fermarsi, ribadiremo quindi le nostre richieste anche al Comune di Roma, principale azionista Acea e responsabile dei servizi pubblici nei confronti dei cittadini:

– l’immediata sospensione della pratica dei distacchi per morosità incolpevole e l’apertura di un tavolo specifico su questo tema che coinvolga Comune di Roma, Prefetto, AceaAto2 Spa e movimenti.
– l’eliminazione della quota di profitto dalla bolletta
– la rescissione dell’accordo con la Mekorot (firma l’appello)
– la pubblicazione di tutte le informazioni riguardanti le aziende appaltanti dei servizi affidati ad Acea

L’iniziativa di oggi si è svolta nell’ambìto di un presidio permanente presso la Presidenza della Regione Lazio per la gestione pubblica e partecipata dell’acqua e dei beni comuni nei nostri territori, che vedrà oggi pomeriggio un incontro ufficiale tra comitati e Assessore Refrigeri, e domani pomeriggio un’assemblea pubblica sulle vertenze che animano la nostra regione.

Diritto all’acqua per tutte e tutti – Fuori i privati da Acea

Coordinamento romano Acqua Pubblica

No ai ladri d’acqua in Palestina. No all’accordo Acea-Mekorot.

Comunicati del Comitato nazionale palestinese per il boicottaggio (BNC), del PACBI e di BDS Italia

Firma per esigere che l’Acea receda dall’accordo con la Mekorot, società idrica nazionale di Israele che si è macchiata di gravi violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani. Mekorot sottrae acqua illegalmente dalle falde palestinesi, fornisce l’acqua saccheggiata alle colonie israeliane illegali e pratica l’Apartheid dell’acqua nei confronti della popolazione palestinese.

Ogni firma manda una mail all’Acea e al Comune di Roma.

firma

Segue l’appello (per le adesioni collettive: fuorimekorotdallacea@gmail.com)

No ai ladri d’acqua in Palestina. No all’accordo Acea-Mekorot
Acqua pubblica sì, ma anche limpida e libera

Il 2 dicembre 2013, durante il vertice Italia-Israele, l’Acea, principale operatore italiano nel settore idrico, e la Mekorot, società idrica nazionale di Israele, hanno sottoscritto un Memorandum d’intesa. L’accordo prevede la collaborazione nel settore delle risorse idriche con lo scambio di esperienze e competenze.

L’esperienza che la Mekorot ha maturato, però, è fatta di gravi violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani. Come documentato nel rapporto dell’organizzazione palestinese per i diritti umani, Al Haq, la Mekorot sottrae acqua illegalmente dalle falde palestinesi, provocando il prosciugamento delle risorse idriche, per poi fornire l’acqua saccheggiata alle colonie israeliane in Cisgiordania e a Gerusalemme est occupate.

Inoltre, la Mekorot, alla quale sono state “trasferite” nel 1982 dalle autorità militari israeliane tutte le infrastrutture idriche palestinesi per il prezzo simbolico di uno shekel (Euro 0,20), pratica una sistematica discriminazione nelle forniture di acqua alla popolazione palestinese, costretta a comprare la propria acqua dalla ditta israeliana a prezzi decisi da Israele. Riduce regolarmente le forniture idriche ai palestinesi, fino al 50 per cento, a favore delle colonie illegali e dell’agricoltura intensiva israeliana, creando quello che Al Haq chiama “l’apartheid dell’acqua”. Il consumo pro capite dei coloni israeliani, infatti, è dì 369 litri al giorno mentre quello dei palestinesi è di 73 litri, al di sotto della quantità minima raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità di 100 litri.

Organizzazioni internazionali, quali Human Rights Watch e Amnesty International, hanno documentato come Israele eserciti un controllo totale sulle risorse idriche palestinesi e come le politiche israeliane dell’acqua siano uno strumento di espulsione, che impediscono lo sviluppo e costringono le popolazioni palestinesi a lasciare le proprie terre. L’organizzazione israeliana Who Profits definisce la Mekorot come “il braccio esecutivo del governo israeliano” per le questioni idriche nei Territori palestinesi occupati ed afferma che “è attivamente impegnata nella conduzione e nel mantenimento” della occupazione militare della Palestina.

Per queste ragioni, la società idrica Vitens, il primo fornitore di acqua in Olanda, a seguito delle indicazioni del Governo ha recentemente interrotto un accordo di collaborazione con la Mekorot motivando la decisione con il proprio impegno verso la legalità internazionale.

Sottoscrivendo l’accordo con la Mekorot, l’Acea si rende complice di queste gravi violazioni. Contravviene anche al proprio Codice Etico, che cita la sua adesione al Global Compact dell’ONU sulla responsabilità sociale delle imprese, il quale mette al primo posto la tutela dei diritti umani. Inoltre, la collaborazione ipotizzata tra Acea e la Mekorot va nel senso di uno sfruttamento commerciale delle risorse idriche, in contrasto con la gestione pubblica di un bene universale come l’acqua.

Con il presente appello noi che abbiamo a cuore il diritto fondamentale dell’accesso all’acqua e la tutela dei diritti umani:

  • Esigiamo che l’Acea segua l’esempio della Vitens e receda immediatamente dall’accordo stipulato con la Mekorot.
  • Chiediamo al Comune di Roma, in quanto azionista di maggioranza, di intraprendere tutte le azioni necessarie perché l’Acea interrompa ogni attività di collaborazione con la Mekorot.
  • Ci appelliamo a tutti gli enti locali il cui servizio idrico è affidato a società partecipate da Acea affinché si attivino per far ritirare l’accordo.
  • Chiediamo al governo italiano di impegnarsi come ha fatto il governo olandese e scoraggiare attivamente i legami commerciali con chi viola il diritto internazionale.

Il nostro impegno non è solo per l’acqua pubblica, ma anche per un’acqua limpida e libera.

Comitato No Accordo Acea – Mekorot

Aderiscono:
Coordinamento Romano Acqua Pubblica
Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua
Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese
BDS Roma
Amici della Mezzaluna rossa Palestinese
Associazione Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze
Associazione per la Pace Nazionale
AssoPace Palestina
BDS Firenze
Cobas Acea
Cobas Lavoro Privato
Confederazione Cobas
Comitato “Con la Palestina nel cuore”, Roma
Comitato Monteverde per la Palestina, Roma
Comitato No Expo
Comitato Piazza Carlo Giuliani Onlus
Comunità di base di San Paolo, Roma
Consiglio Metropolitano, Roma
Coordinamento Campagna BDS Bologna
Forum Palestina
Gazzella Onlus
Palestina Rossa
Rete di Solidarietà con la Palestina – Milano
Rete Ebrei contro l’occupazione
Rete Radiè Resh nazionale
SCI Italia
Transform Italia
U.S. Citizens for Peace & Justice, Roma
Un ponte per…

Adesioni personali:
Prof. Angelo Baracca, Firenze
Luigi de Magistris, Sindaco di Napoli
Nicoletta Dosio, Val Susa
Elena Giuliani, Genova
Haidi Gaggio Giuliani, già Senatrice
Luisa Morgantini, già Vice Presidente, Parlamento Europeo
Paola Staccioli, Roma
Vincenzo Vita, già Senatore

Fonti:
Al Haq, Water For one People only: Discriminatory Access and ‘Water-Apartheid’ in the OPT (2013)
Who Profits, Il coinvolgimento della Mekorot nell’occupazione israeliana (2013)
Human Rights Watch, Separate and Unequal: Israel’s Discriminatory Treatment of Palestinians in the Occupied Palestinian Territories (2010)
Amnesty International, Troubled Waters: Palestinians Denied Fair Access to Water (2009)