Dati statistici sui prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane

A cura dei Giovani Palestinesi d’Italia.

Dati statistici di gennaio 2018:

 

 

 

 

 

Numero totale di prigionieri politici = 6119
Numero di detenuti amministrativi = 450 tra cui 7 deputati del PLC.
Numero di bambini detenuti = 330
Numero di detenute = 59
Prigionieri dei Territori palestinesi del 1948 = 70
Prigionieri di Gerusalemme est = 550
Prigionieri di Gaza = 320
Membri del consiglio legislativo palestinese = 11
Prigionieri prima del trattato di Oslo (1993) = 30
Prigionieri condannati al di sopra dei 20 anni = 522
Prigionieri condannati all’ergastolo = 525
Prigionieri condannati più di 25 anni = 21

Sorgente: Dati statistici sui prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane | Infopal

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Tortura in Israele

A cura di Parallelo Palestina. Tortura in Israele. Un report a cura delle ONG israeliane B’Tselem e HaMoked.

https://www.ibs.it/tortura-in-israele-libro-vari/e/9788898582433?inventoryId=62691096

Il rapporto mette in risalto le violazioni dei diritti umani che lo Stato israeliano infligge alla popolazione palestinese; crimini impuniti e – come abbiamo visto in altre circostanze – fomentati dal fondamentalismo religioso dei rabbini di estrema destra. Questo importante documento è stato pubblicato per la prima volta nel 2015 con il titolo “Autorizzato dal sistema. Abusi e torture nel centro per gli interrogatori di Shikma” e si basa sulle testimonianze di ben 116 palestinesi – tutti maschi e cinque minorenni – arrestati per sospetti reati. L’intero documento mette in risalto la netta contrapposizione fra l’atteggiamento dell’Agenzia di Sicurezza Israeliana (ISA) e le normative di diritto internazionale che puniscono severamente la tortura. Raggirando il diritto positivo, i militari israeliani si dimostrano maestri nella repressione.

Il libro Tortura in Israele è stato pubblicato per la prima volta in Italia dall’Editore Zambon da sempre attento a queste tematiche e siccome la fonte stessa della denuncia è israeliana, costituisce un’arma preziosa per sollevare il problema della violazione dei diritti umani, denunciando i crimini delle grandi potenze imperialistiche quasi mai – per colpa dei media di regime – sul banco degli imputati

Le procedure dell’arresto e le violenze durante il trasferimento

Dobbiamo subito sottolineare che dei 93 prigionieri arrestati a casa, ben 88 di questi sono stati fatti prigionieri dopo la mezzanotte. I militari israeliani danno una particolare importanza all’effetto sorpresa unitamente al distacco forzato dalla propria famiglia. Ad alcuni è stata rifiutata anche la possibilità di congedarsi dai proprio familiari. Una prassi violenta che il rapporto sottolinea: ‘’Nelle loro dichiarazioni giurate, i prigionieri hanno riferito di aver subito uno shock, di essere stati umiliati e spaventati e che le modalità di arresto a casa propria, nel cuore della notte, aveva violato la loro privacy’’ ( pag. 15 ). Le violenze durante l’arresto ed il trasferimento sono, il più delle volte, tanto brutali quanto illegali secondo le stesse leggi israeliane.

Brano tratto dalla testimonianza di Mujammad Zama’arah, 23 anni, studente di Halhul:

‘’Sulla jeep i soldati mi hanno colpito gli occhi bendati, il viso e la testa. Per una malattia genetica, ho subito un intervento chirurgico a entrambi gli occhi. Loro hanno voluto colpirmi appositamente lì. Ho visto le stelle, è stato lancinante. Mi hanno picchiato e spinto con la faccia in giù sul pavimento della jeep, con le mani legate che puntavano verso l’alto. Un soldato mi ha messo la canna del fucile tra le natiche, minacciando di sparare. Soffrivo ma non gridavo aiuto, mentre tutti attorno a me ridevano e sghignazzavano, offendevano il nome di mia madre e si approfittavano della mia debolezza’’ ( pag. 20; pag. 21 ).

La legge militare procedurale per l’’’incarcerazione di un prigioniero in un centro di detenzione’’ contiene un articolo in cui viene descritto il ‘’trattamento’’, ‘’dei prigionieri che arrivano feriti’’. Secondo questa sezione, a ogni prigioniero deve essere posta la domanda ‘’E’ stato regolare l’arresto?’’, se la risposta è negativa il prigioniero deve essere consultato ed invitato a scrivere un rapporto riguardante le irregolarità commesse. Il documento rivela che ‘’Nessuno dei detenuti coinvolti in questa relazione, ha detto di aver ricevuto la domanda se durante l’arresto gli fosse stata usata violenza e nemmeno se avesse specificatamente menzionato l’accaduto a un funzionario o a un medico ‘’. ( pag. 94 ). Possiamo concludere che il sistema repressivo israeliano si basa sulla sistematica violazione dei regolamenti nazionali ed internazionali.

Condizioni della detenzione nel centro per gli interrogatori di Shikma

I detenuti palestinesi vennero rinchiusi in piccolissime celle senza finestre in cui veniva immessa aria artificiale con un condizionatore, questo soffiava aria molto fredda anche d’inverno. Dal rapporto emerge che: ‘’Le celle erano illuminate tutto il giorno con lampadine, che emanavano una luce giallastra. In alcuni casi, la luce era anche arancione o rosa. Secondo quanto da essi riportato, era difficile dormire con quella luce che, tra l’altro, causava dolori agli occhi e mal di testa. Alcuni hanno raccontato come di notte tentassero di coprire le lampadine, cosa che peraltro era ostacolata dalle guardie carcerarie’’ ( pag. 27 ). I militari israeliani mirano a debilitare ( ed a volte anche a menomare ) il corpo dei detenuti palestinesi. Una carcerazione di massa – un quarto dei palestinesi è passato per le prigioni israeliane – ha dietro, per forza di cose, un progetto neocoloniale più complesso rispetto al colonialismo classico.

Brano tratto dalla testimonianza di Nur al-Atrash, 21 anni, impiegato di un autolavaggio di Hebron:

‘’Una cella di isolamento: è come una tomba con la luce gialla. Pompano dentro aria fredda, ci si sente impotenti. Ci sono stati momenti in cui ho iniziato a sbattere la testa contro il muro. Non sapevo che altro fare’’ ( pag. 28 ).

Le celle erano sporche, puzzavano in modo insopportabile ed erano piene di sciami d’insetti. I materassi e le coperte erano sporche, maleodoranti e pieni di polvere. Durante la detenzione, i prigionieri lamentavano mal di testa, stanchezza e febbre alta. Durante gli interrogatori 14 di loro hanno sviluppato problemi dermatologici come infezioni fungine, eruzioni cutanee e prurito. L’umiliazione è fisica e psicologica insieme; i detenuti, in questo modo, vengono resi innocui ed incapaci di reagire alle ingiustizie subite.

Brano tratto dalla testimonianza di Ibrahim Sabah, 19 anni, venditore in un mercato di Betlemme:

‘’La cella era piena di scarafaggi, molto sporca. Le coperte puzzavano. Dopo circa 10 giorni, ho avuto un’eruzione cutanea su tutto il corpo. Mi graffiavo fino a sanguinare’’ ( pag. 31 ).

Brano tratto dalla testimonianza di D.S., 24 anni, lavoratore edile del campo profughi di Al-Arrub:

‘’Mi hanno autorizzato a fare la doccia il terzo giorno dalla mia richiesta. Mi hanno dato un asciugamano ma, dato che uno straccio per strada era più pulito, ho usato i miei vestiti per asciugarmi. Le prime volte che mi è stato permesso di fare la doccia, mi hanno dato del sapone, ma dalla quarta doccia in poi, dovevo arrangiarmi con qualcosa di simile a olio. Mi sentivo sempre sporco ‘’ ( pag. 33 ).

Il cibo è immangiabile e molti detenuti arrivano a perdere anche 20 kg. Messi in isolamento, privati della possibilità di parlare con un avvocato, i detenuti sono in balia dei loro carcerieri duranti gli interrogatori.

Brano tratto dalla testimonianza di Muhammad’Awad, 26 anni, giornalista di Budrus:

‘’A volte mi afferravano per la camicia trascinandomi in avanti. Ero legato, per cui questo mi causava dolori a schiena e articolazioni, che già mi facevano male […] Mi hanno gridato molto forte nelle orecchie; mi hanno afferrato diverse volte per la camicia e mi hanno scosso. […] Un inferno che è durato sette o otto giorni’’ ( pag 50; pag. 51 ).

Osservando l’estrazione sociale dei detenuti vediamo che si tratta per lo più di di operai e studenti, comunque di estrazione popolare.  Possiamo dunque rilevare la natura classista della repressione che, al contrario, cerca nella borghesia compradora araba collaboratori e persone facili da corrompere.

Un altro aspetto che dobbiamo rilevare è la natura militaristica dello Stato israeliano, dal momento che i militari godono di una impunità che può farsi beffe del diritto. E’ quindi evidente come Israele sia una ‘’democrazia per soli ebrei’’ ( democrazia etnica ) nei territori che le Nazioni Unite gli hanno assegnato mentre impone un regime di polizia nelle regioni illegalmente occupate.

Impiego di informatori

La maggior parte dei prigionieri ha detto che nei loro interrogatori sono stati utilizzati degli informatori palestinesi che collaboravano con l’ISA e che si dichiaravano detenuti normali per spingere gli altri a rivelare informazioni oppure a confessare, o che supportavano gli agenti in altri modi durante gli interrogatori. In che modo i detenuti vengono avvicinati dagli informatori? Leggiamo: ‘’I prigionieri venivano alloggiati in una grande cella, con nove-undici altri detenuti, la maggior parte dei quali erano informatori, che sembravano essere rigorosi musulmani praticanti. Di solito, uno di loro si presentava come un ‘’incaricato dell’Organizzazione’’.

Gli informatori facevano domande al nuovo detenuto, lo invitavano a rivelare tutto per poterlo proteggere, minacciandolo che altrimenti la sua reputazione sarebbe stata danneggiata o sarebbe stato sospettato dall’Organizzazione di essere un collaboratore di Israele. Minacciavano di isolarlo se non avesse parlato, e gli promettevano di poter contattare la sua famiglia. Quando un prigioniero veniva portato via da quest’ala, era condotto direttamente nella stanza degli interrogatori, dove gli inquirenti facevano il confronto tra le loro informazioni e quelle rese agli informatori’’ ( pag. 55 ). Israele fa affidamento su una fitta rete di collaboratori, spie e vassalli locali. Arrivati a questo punto possiamo introdurre il capitolo dedicato all’Autorità Nazionale Palestinese ed alla sua collaborazione con Israele. Il tema è fondamentale.

Ricorso all’ANP per praticare la tortura prima degli interrogatori

La collaborazione fra ANP ed Israele, in materia di repressione, va avanti da molti anni. Una semplice citazione dal documento ci chiarisce gli aspetti più importanti della vicenda:‘’Dei 32 che hanno riferito della data del loro arresto da parte dell’ANP, 17 sono stati arrestati dallo Stato di Israele dopo meno di un mese dal loro rilascio da parte dell’ANP, sette, da uno a quattro mesi dopo il loro rilascio, quattro da sei mesi a un anno da tale data, e quattro sono stati arrestati dall’ISA dopo più di un anno dal rilascio da parte dell’ANP’’ (pag. 75 ).

Quattordici dei detenuti già arrestati dall’ANP hanno dichiarato di essere stati torturati durante gli interrogatori. Il rapporto ci dà una informazione interessante: ‘’Dei 14 detenuti che hanno riferito di essere stati torturati dall’ANP, 11 hanno indicato la data del loro interrogatorio. Da queste informazioni, risulta che 10 di loro sono stati tenuti sotto arresto da parte dello Stato di Israele da due a 35 giorni dopo il loro rilascio da un carcere dell’ANP. Un altro prigioniero è stato arrestato dopo 90 giorni. Undici dei detenuti torturati dall’ANP hanno detto di aver visto che gli inquirenti israeliani erano in possesso del materiali degli interrogatori dell’ANP. In 10 casi, gli inquirenti hanno espressamente indicato i dossier dell’ANP o hanno mostrato al prigioniero parte degli atti prodotti dai colleghi palestinesi’’ ( pag. 76 ). I militari israeliani – stando a queste informazioni – sono in stretto contatto con gli apparati di sicurezza dell’ANP.

Brano tratto dalla testimonianza di Muhammad Abu ‘Arqud, 21 anni, studente di Huwara:

‘’Sono stato trattenuto dal PPS per circa 66 giorni, dei quali 51 in isolamento. L’interrogatorio è stato durissimo e accompagnato da botte […]. Gli agenti [nel centro Shikma] ad Ashkelon hanno detto che mi avevano preso con una documentazione già completa sul mio caso, e che quindi sarebbe stato inutile negare. L’inquirente mi ha detto: ‘’L’hai raccontato all’ANP’’. Il dossier era del tutto simile a quello dell’ANP, c’erano anche le stesse foto’’ pag. 78 ).

L’ANP è di fatto da tempo uno strumento dell’imperialismo israeliano finalizzato a reprimere il giovane proletariato palestinese impedendogli di aderire alle organizzazioni rivoluzionarie socialiste, patriottiche o islamiche. Israele – sottolinea questa ONG progressista – ha perfezionato i metodi di tortura della CIA facendo carta straccia delle costituzioni democratiche ed antifasciste. Il sionismo non può fare a meno delle torture illegali? Pare proprio di sì e qui parliamo del rapporto proveniente da una fonte israeliana.  Israele calpesta il diritto internazionale e ricorre a prassi di ‘’sicurezza’’ ( sicurezza o repressione? ) disumane.

La legalità nello Stato sionista non esiste: non c’è Costituzione, non c’è integrazione e la società israeliana è intrisa di razzismo. Sarà per questo che i neonazisti guardano all’imperialismo di Tel Aviv? Il sionismo piace molto alle forze conservatrici ( e neofasciste ) e ne capiamo perfettamente la ragione.

Un sistema repressivo ingiusto ed autoritario

Israele è uno Stato autoritario e militarizzato. Il gruppo progressista B’Tselem ha confrontato la prassi dei militari con le sentenze della Corte Suprema israeliana: nonostante il diritto israeliano vieti tali crimini l’IDF ne esce sempre impunito. L’impunità di Israele su scala internazionale è proporzionale a quella dei suoi politici e del suo esercito a livello locale.

Il rapporto sui diritti umani dice che: ‘’I resoconti dei prigionieri fanno desumere che le condizioni vigenti nell’ala degli interrogatori di Shikma siano ben lontane dall’attenersi alle disposizioni previste, tanto meno si conformino alle condizioni prescritte per i detenuti in stato di sicurezza. Si menzionano celle strette e sovraffollate, materassi sottili e coperte fetide, negazione del diritto di fare la doccia per diversi giorni, mancanza di un cambio vestiti, di asciugamano e sapone, cibo scadente, caldo estremo e soffocante o, al contrario, aria fredda’’ ( pag. 98 ). Aggiungo anche che i palestinesi arrestati non avevano commesso nessun reato ma la loro detenzione era, semplicemente, finalizzata ad intimidirli, spingerli a mettersi da parte non aderendo a nessuna organizzazione antimperialista. In questa prospettiva si spiega la collaborazione con l’ANP e la borghesia araba.

La conclusione merita d’essere riportata e sottolineata: ‘’Il sistema degli interrogatori basato su questi metodi – sia per l’interrogatorio in sé sia per le condizioni in cui le persone arrestate sono tenute in custodia – è deciso dallo Stato di Israele e non è il frutto dell’iniziativa di un singolo inquirente o guardia carceraria. Queste azioni non sono messe in atto da cosiddette ‘’mele marce’’ né costituiscono eccezioni che devono essere portate davanti la Giustizia. Il trattamento crudele, inumano e degradante verso i detenuti palestinesi è insito nelle prassi di interrogatorio messe in atto dall’ISA, che sono imposte dall’alto e non da chi interroga in concreto ‘’ ( pag. 110 ).

Si può “de-sionistizzare” Israele? Una battaglia democratica difficile da portare a termine. Ebrei illuminati ed antimperialisti come Israel Shahak hanno sostenuto che l’unica soluzione è il sostegno incondizionato alle Resistenze anti-colonialiste. Una posizione coraggiosa e condivisibile.

thanks to: Infopal

La più giovane prigioniera del mondo racconta la storia del suo arresto e delle torture nelle carceri israeliane

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PIC. Dima al-Wawi, 12 anni, la più giovane prigioniera del mondo, non ci poteva credere di essere finalmente libera e riunita con la propria famiglia, dopo 75 giorni di detenzione.
Lo sguardo di Dima al momento della scarcerazione era triste, pieno di orrore e d’innocenza repressa; mentre ispezionava le facce di coloro che l’hanno accolta, la sua voce era piena di desiderio di vivere e di sogni per il futuro. Desiderava uscire di casa dopo aver patito lunghi giorni dietro le sbarre.
Sicura di sé, Dima rispondeva alle domande dei giornalisti, dei corrispondenti televisivi e dei sostenitori, sia a casa sia al telefono.
La madre di Dima, Um Rashid, ha raccontato a PIC che il 9 febbraio è stato un giorno di profondo dolore: “Siamo rimasti attoniti sentendo alla radio la notizia dell’arresto di Dima, mentre la credevamo nella sua scuola vicino a casa”.
Dima ha raccontato ai reporter di PIC che l’occupazione israeliana ha impiegato diversi metodi di tortura contro di lei, come spruzzarle addosso acqua fredda durante i giorni di freddo pungente, oltre alle tecniche di minaccia e intimidazione e ai continui interrogatori.
Ha anche raccontato che, mentre entrava e usciva dalla prigione durante le udienze in tribunale, ha visto prigionieri bambini feriti che languivano in carcere.
Ha aggiunto di aver passato il tempo in prigione ricamando a punto e croce, pregando e leggendo libri.
Abu Rashid, il padre di Dima, ha detto che la sua assenza da casa è stata uno shock ed “è stata difficile per noi per via della sua giovane età; e, nonostante abbia sei sorelle e tre fratelli, Dima è la gioia della casa”.
“Ciò che ha lenito il nostro dolore sono state le campagne di solidarietà dei comitati e delle organizzazioni per i diritti umani, che hanno fatto pressione sull’occupazione israeliana, costringendola a liberarla”.
La madre ha raccontato che Dima è tornata a casa come una farfalla che rifiuti di essere contenuta dalle mura; lei vuole volare fuori dalla casa, coglie ogni occasione per uscire e respirare aria fresca, ma la sofferenza è evidente sul suo volto e lei parla, strilla e geme nel sonno, come se stesse vivendo un incubo.
L’avvocato militare Amjad Al Najjar, direttore della Società dei Prigionieri palestinesi, ha dichiarato: “Il crimine dei procedimenti giudiziari contri i bambini commesso dall’occupazione israeliana si va ad aggiungere alla serie di crimini commessi dall’esercito israeliano contro i palestinesi”.
Ha aggiunto: “Questo crimine è commesso in conformità alla legge militare israeliana – che si applica ai palestinesi che vivono sotto l’occupazione militare in Cisgiordania – che permette azioni giudiziarie contro bambini dai 12 anni in su”. Dima è stata arrestata sotto questa legge.
L’avvocato ha dichiarato che l’occupazione ha fronteggiato la pressione internazionale per il rilascio di Dima al-Wawi, perché la detenzione di bambini fra i 12 e i 16 anni è vietata dalla legge internazionale e dalla legge israeliana, mentre la legge militare israeliana l’autorizza. Questa pressione ha costretto il tribunale israeliano a rilasciare la bambina due mesi in anticipo, con una multa di 8mila shekel (2.100 dollari).

 

Traduzione di F.G.

 

 

  thanks to: Agenzia stampa Infopal

Dossier sui prigionieri palestinesi 2015

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“Siamo contro un colonialisimo che investe tutti gli aspetti della vita e che si basa sulle forme più estreme di violenza che sono convenzionalmete associate con l’occupazionee e che si combina con una politica di apartheid. E l’ostilità che il popolo palestinese deve affrontare si estende a tutta la nostra popolazione, ovunque essa si trovi.”
Ahmad Sa’adat, Journal of Palestine Studies, Vol. 43, No. 4 (Summer 2014), p. 55.

 

«Non sono un terrorista, ma non sono neppure un pacifista. Sono semplicemente un palestinese normale, che difende la causa che ogni oppresso difende: il diritto di difendersi in assenza di ogni altro aiuto che possa venire da altre parti».
Marwan Barghuti, alla conclusione del suo processo (2004)

 

“Veniamo dalla terra, noi le offriamo il nostro amore e le nostre fatiche, lei in cambio ci nutre.
Quando moriamo, torniamo alla terra. In un certo senso, lei ci possiede. Così, la Palestina ci possiede e noi apparteniamo a lei “.
Susan Albulhawa, Ogni mattina a Jenin (2011)

 

“Quasi tutti loro (i palestinesi) sono stati condannati da tribunali militari, che hanno con i tribunali civili la stessa relazione che può avere la musica militare con il resto della musica. Tutti questi prigionieri, nel gergo israeliano, hanno ‘sangue sulle loro mani’. Ma chi, di noi israeliani, non ha sangue sulle proprie mani?”
Uri Avnery 1 , Everybody’s Son (2011)

 

ELENCO E MAPPA DELLE PRIGIONI IN ISRAELE E NELLA CISGIORDANIA
Le strutture di detenzione per i prigionieri palestinesi dei Territori Occupati (TPO) sono costituite da 4 centri per gli interrogatori, 4 centri di detenzione militare, e circa 17 prigioni. Mentre i 4 centri per gli interrogatori militari si trovano all’interno degli TPO, tutti i centri per gli interrogatori e le prigioni – ad eccezione di una prigione, Ofer – si trovano all’interno dei territori occupati nel 1948 cioè nello Stato di Israele.

 

ELENCO DELLE PRIGIONI E CENTRI DI DETENZIONE
Blocco Nord: Carmel Prison (Oren Junction), Damun Prison, Gilbo’a Prison (HaShita Junction), Hermon Prison (North Tzalmon Creek Junction), Megiddo Prison (Megiddo Junction), Shata prison (HaShita Junction), Tzalmon Prison (North Tzalmon Creek Junction).
Blocco Centrale: Ashmoret Prison (HaSharon Junction), Ayalon Prison (Ramla), Giv’on Prison (Ramla), HaSharon Prison (Hadarim Interchange), Maasiyahu Prison (Ramla), Magen Prison (Ramla), Neve Tirtza Prison (Ramla), Ofek Juvenile Prison (Even Yehuda), Rimon Prison (Even Yehuda), Dekel Prison
Blocco Sud: Eshel Prison, Ktzi’ot Prison (Ktzi’ot Junction), Nafha Prison, Ofer Prison (Atarot area), Ramon Prison, Shikma Prison (Ashkelon)

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In allegato dossier della rete romana di solidarietà con la Palestina.

Vite di palestinesi nelle carceri di Israele 2015

thanks to: Assopace Palestina

Una nuova vittoria per i prigionieri in lotta!

Khader Adnan, prigioniero politico palestinese in sciopero della fame per un lungo periodo, ha ottenuto la vittoria per la seconda volta con la sua lotta e determinazione.

Nel primo mattino del 29 giugno, dopo 55 giorni di sciopero della fame per protestare contro la sua detenzione amministrativa senza né accusa né processo, la moglie di Adnan, Randa, ha annunciato che è stato raggiunto un accordo con i carcerieri israeliani per la sua liberazione che avverrà il 12 luglio.

Una nuova vittoria per i prigionieri in lotta! | Palestina Rossa.

Monsignor Capucci: “Rendo omaggio alla fermezza di tutti i prigionieri palestinesi”

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Memo. ​L’Arcivescovo melchita, Hilarion Capucci, ha inviato una lettera circolare di solidarietà ai palestinesi prigionieri nelle carceri israeliane, specialmente quelli in sciopero della fame.

Nella lettera, divulgata dal Comitato per gli Affari dei Prigionieri, Capucci ha detto: “Rendo omaggio alla fermezza di tutti i prigionieri palestinesi che difendono il diritto del loro popolo di vivere in pace, senza occupazione e sofferenza. I miei saluti a tutti i prigionieri in sciopero della fame che combattono contro i loro torturatori e oppressori della libertà, della dignità e dell’umanità”.
“Ritornerò alla mia Gerusalemme molto presto. Ritornerò in una Gerusalemme libera. A Gerusalemme, la città della coesistenza, della pace e dell’unità sociale, dove la bandiera palestinese verrà alzata contro la politica di ebraicizzazione, deportazione, arresti e colonie”.
Capucci ha invitato a sostenere i prigionieri palestinesi nella loro situazione critica e a sostenere le loro famiglie e bambini.
L’arcivescovo Hilarion Capucci è diventato vescovo della Chiesa Cattolica Romana a Gerusalemme nel 1965 ed è conosciuto per la sua opposizione all’occupazione israeliana.
Venne arrestato nel 1974 sotto l’accusa di sostenere la resistenza palestinese.
Una corte militare israeliana lo condannò a 12 anni di prigione, venne rilasciato dopo quattro e espulso dalla Palestina nel 1978.​

thanks to: Infopal

Intervista ad Ahmad Sa’adat: “Cessare i negoziati, rinnovare l’unità nazionale e ricostruire la resistenza”

Nella primavera del 2002, al culmine della seconda intifada in Cisgiordania[…] le forze israeliane portarono avanti campagne di arresti ad ampio raggio in tutti i territori occupati e invasioni su larga scala di numerose città palestinesi. Ahmad Sa’adat […] [rappresenta una ] delle figure politiche palestinesi più importanti e conosciute arrestate in quella campagna, diventando nel tempo anche un leader del movimento dei prigionieri.

Ahmad Sa’adat è il segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) ed ex membro del Consiglio Legislativo Palestinese (CLP). È il funzionario di più alto rango appartenente a una fazione palestinese attualmente imprigionato dal regime israeliano di occupazione. La prigionia di Saadat non è atipica per i leader politici in Palestina, molti dei quali sono stati arrestati e detenuti, con o senza accuse, da Israele. Tuttavia, ad essere uniche erano le circostanze dell’arresto iniziale di Saadat ed i primi quattro anni della sua detenzione.

Uno degli aspetti critici degli arresti del 2002 era la collaborazione di sicurezza tra l’Autorità Palestinese (AP) e le forze di occupazione israeliane. Grazie al suo alto profilo e al livello di coinvolgimento dell’AP, l’arresto di Saadat si distingue in particolare come uno degli esempi più eloquenti di questa stretta cooperazione. […]

Giudicato da un tribunale militare israeliano nel 2006, Saadat è stato condannato come leader di un’organizzazione terroristica illegale. Nel periodo di detenzione israeliana, tra cui tre anni di isolamento, Saadat ha partecipato a numerosi scioperi della fame per migliorare le condizioni dei detenuti, e dal 2011 è stato uno dei leader più risoluti del movimento dei prigionieri. Nella politica palestinese, Saadat è diventato il simbolo di molte cose: il militante tenace (munadil), la vittima del tradimento dell’AP, il leader del partito, il prigioniero, e altro ancora. Ma Saadat è anche un fratello, un marito, un padre e ora un nonno. Come molti prigionieri, anche lui ha subito una serie di restrizioni non solo al suo lavoro politico, ma anche alla possibilità della sua famiglia di fargli visita in carcere e, come prolungamento della pena israeliana, alla loro [dei membri della famiglia, ndt] possibilità di ottenere permessi per viaggi personali e, pertanto, ai loro movimenti quotidiani. […]

In che modo la prigione ha cambiato la tua vita personale? Qual è il significato della tua vita? Come vedi e come ti tieni aggiornato sulla situazione politica? Puoi scrivere?

La mia esperienza carceraria ha forgiato ed ha temprato allo stesso tempo la mia visione politica e la mia appartenenza di partito, ma il tempo che ho trascorso in prigione è stato anche arricchito dalla mia esperienza di lotta vissuta al di fuori [della prigione, ndt]. A intermittenza, ho trascorso un totale di 24 anni in carcere, ed eccomi qui, incarcerato ancora una volta con il resto dei miei compagni. Passo il mio tempo a leggere e ad impegnarmi in attività legate alla nostra lotta di prigionieri, che comprende l’istruzione dei miei compagni e l’insegnamento di un corso di storia all’interno del programma dell’Università di Al-Aqsa. La maggior parte dei miei scritti riguarda le esigenze dell’organizzazione dei prigionieri del PFLP e le questioni di interesse nazionale. Cerco anche di sostenere i membri della dirigenza del FPLP all’esterno ogni volta che posso. Se dovessi descrivere in che modo la detenzione attuale mi ha cambiato, lo riassumerei dicendo che osservo gli eventi politici con più distacco in quanto mi è stata offerta l’opportunità di non essere immerso nei piccoli problemi quotidiani del lavoro politico e di organizzazione all’esterno. Questa prospettiva non ha fatto altro che rafforzare la mia convinzione della solidità della visione del FPLP dal punto di vista ideologico, politico o in termini pratici, comprese le sue posizioni sulle questioni urgenti ed esistenziali attualmente al centro della polemica: i negoziati, la riconciliazione [intra-palestinese] e le prospettive di uscita dalla crisi e dall’impasse attuale.

Sei stato arrestato nel 2002 e detenuto in una prigione dell’AP di Gerico sotto la supervisione di guardie americane e britanniche. Nel marzo 2006, sei stato trasferito in una prigione israeliana e condannato a trent’anni. Puoi fare un confronto tra la tua esperienze sotto “custodia internazionale” e nelle prigioni israeliane?

In breve, la detenzione sotto controllo britannico e americano ha reso evidenti le aberrazioni causate dal processo di Oslo. Sotto il cosiddetto Accordo Gaza-Gerico, sono stato messo in prigione a Gerico dall’AP, per conto degli israeliani, sotto la supervisione americana.

Per ragioni politiche, in particolare per la campagna elettorale del partito Kadima di quell’anno, il governo israeliano dichiarò nel 2006 che ero di loro competenza, svelando il vero significato del termine “al-Himaya” [1] – l’appellativo usato per descrivere l’ondata di arresti politici eseguiti dall’AP in conformità con i dettami israeliani di sicurezza. Il termine fu propinato dall’AP al pubblico per giustificare l’ondata di arresti.

In sostanza, la mia opinione è che [a Gerico], gli americani e gli inglesi si siano accordati con gli israeliani, e le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese si siano arrese, mettendoci nell’impossibilità di difenderci o di combattere per la nostra libertà. Mi duole dire che da questo assurdo episodio non è stata imparata alcuna lezione né è stata tratta alcuna conclusione e che, sotto diversi nomi, continuano ad essere svolte altre operazioni ugualmente sbagliate.

In pratica, a gestire la prigione di Gerico erano sorveglianti stranieri, e il ruolo dei funzionari palestinesi, dal ministro degli Interni al più umile poliziotto, era semplicemente quello di far rispettare le direttive e le condizioni base degli israeliani. Questo ha condotto alla nostra detenzione ma anche all’arresto di decine di altri militanti, rastrellati sia a Gerico che in altri luoghi. Essere in una prigione israeliana è un’esperienza completamente diversa: lì ci troviamo di fronte alla deliberata politica israeliana di spezzare la nostra volontà, calpestare i nostri diritti umani e fiaccare le nostre energie da militanti. Per i detenuti in generale, e per i capi del movimento dei prigionieri in particolare, la prigione diventa a tutti gli effetti un altro campo di battaglia contro l’occupazione.

Puoi descrivere il rapporto con la tua famiglia durante il periodo di detenzione, e il rapporto con il tuo nuovo nipote?

Per me come essere umano, la mia famiglia, per quanto stretta o larga la si possa intendere, è stata e rimane la parte maggiormente lesa. Hanno pagato un prezzo pesante per i miei continui arresti, pur rimanendo una delle principali fonti di sostegno per me come militante.

Mio fratello, Muhammad, è caduto nel fiore della sua giovinezza; i miei genitori, i miei fratelli e i miei figli sono tutti stati privati ​​del mio amore per loro. Fatta eccezione per mia moglie, Abla, e mio figlio maggiore, Ghassan, le cui carte di identità di Gerusalemme permettono loro di viaggiare fino al carcere senza bisogno di un permesso da parte degli israeliani, negli otto anni trascorsi dal mio ultimo arresto la mia famiglia non ha potuto farmi visita. Per quattro anni e mezzo, tre dei quali trascorsi in isolamento, perfino Abla e Ghassan non hanno potuto visitarmi, e la mia comunicazione con loro si limitava alle lettere.

In breve, ho gravemente trascurato i miei doveri nei confronti della mia famiglia. Spero che arrivi il giorno in cui potrò farmi perdonare, per quanto tardivamente. Per quanto riguarda la mia nipotina, lei ha ereditato i geni della “minaccia per la sicurezza”, così, in assenza di una parentela di primo grado [2], le è stato impedito di visitarmi – per non parlare naturalmente delle onnipresenti “ragioni di sicurezza”.

Come passi le tue giornate in prigione? E come tieni il passo con gli affari del FPLP? La prigionia ti limita in questo proposito? Fai affidamento sulla leadership esterna per guidare il partito?

Cerco di conciliare i miei impegni di partito con i miei impegni globali di nazionalista sia in carcere che all’esterno. Naturalmente, il fatto che io sia in prigione limita la mia capacità di adempiere ai miei doveri di segretario generale del FPLP: perciò faccio affidamento sullo spirito collegiale dei miei compagni nella direzione del partito e sui processi democratici che regolano l’esercizio della loro leadership. Questi due fattori hanno contribuito all’iniezione di sangue fresco nelle nostre file. I giovani rappresentavano oltre la metà dei partecipanti al nostro recente congresso.

Il FPLP ha recentemente tenuto il suo congresso nazionale [3]. Anche se i risultati e le risoluzioni non sono stati resi pubblici, è trapelata la notizia di un grande dissenso che ha offuscato l’incontro e ha portato alle dimissioni di ‘Abd al-Rahim Malluh, il vice Segretario generale, nonché di alcuni funzionari di alto rango. Abbiamo anche sentito che il congresso ha insistito sulla tua candidatura come leader del partito. Non credi che la detenzione prolungata ostacoli la tua leadership del partito e perché il FPLP non ha proposto ad altri di unirsi alla leadership?

Dato che siamo un partito democratico di sinistra, le differenze di opinione e di giudizio all’interno della leadership sono solo naturali. Non siamo l’uno la fotocopia dell’altro, il che sarebbe contro natura. Tuttavia, non è a causa delle nostre differenze che un certo numero di compagni ha lasciato la leadership del partito – e non uso la parola “dimissioni” perché sono ancora membri del PFLP. Il partito beneficerà ancora della loro presenza e partecipazione, dal momento che continueranno a dare il loro contributo grazie alla loro preziosa e variegata esperienza di militanti. Come hanno affermato in diversi media, il motivo che li ha spinti a lasciare i posti che occupavano è stato quello di aprire la strada dei vertici della dirigenza ad una serie di giovani quadri.

Qui devo ribadire la mia stima e il mio apprezzamento per questa iniziativa, che ha ulteriormente consolidato il percorso già intrapreso dai nostri leader fondatori, tra i quali George Habash, Abu Maher al-Yamani e Salah Salah. Per quanto riguarda la mia rielezione come segretario generale nonostante la mia reclusione: questa non è stata una mia scelta personale, ma la scelta dei miei compagni – i delegati al congresso ed i quadri del partito. Considero mio dovere rispettare la loro fiducia in me, e raddoppiare i miei sforzi nell’adempiere alle sfide derivanti dalle mie responsabilità.

Pensi che il Documento dei prigionieri (Documento di riconciliazione nazionale) [4] sia ancora valido? E se sì, che cosa ostacola la sua attuazione? Se il documento ha bisogno di modifiche, quali cambiamenti proponete?

Il documento dei prigionieri resta una base politicamente valida per arrivare alla riconciliazione e rinnovare l’unità nazionale. Inoltre, esso stabilisce il quadro generale della struttura organizzativa, con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) come avanguardia, fondata sul nazionalismo democratico, vale a dire, ove possibile, elezioni democratiche e partecipazione popolare.

In realtà, il documento è già stato modificato dagli accordi scaturiti da anni di colloqui bilaterali tra Fatah e Hamas. Questo comporta necessariamente la revisione e la ricostruzione delle istituzioni dell’OLP, in particolare il Consiglio Nazionale Palestinese (CNP). Inoltre, favorirà il consolidamento del documento e ci permetterà di passare dalla co-esistenza politica nell’arena di palestinese alla vera unità nazionale, sia in termini di azioni che di programmi.

A causa delle circostanze che hanno portato alla sua creazione, il testo del documento dei prigionieri presenta alcune ambiguità in alcuni punti, in particolare per quanto riguarda l’approccio ai negoziati e la strategia più efficace da adottare nel contrastare l’occupazione.

Venti anni dopo Oslo, non c’è né la pace né uno stato – solamente trattative e divisione politica. Come si supera questo stallo?

Trascorsi due decenni, gli esiti dei negoziati hanno definitivamente dimostrato che è inutile continuare il processo secondo il quadro di Oslo.

Per quanto mi riguarda, la continuazione degli inutili negoziati e l’attuale divisione nella classe politica palestinese sono indistinguibili. Il presupposto per la creazione e il consolidamento dell’unità nazionale è nell’impegno unanime verso una piattaforma politica chiara e unitaria fondata su un compromesso tra le varie forze e correnti all’interno del movimento nazionale palestinese.

Pertanto, se vogliamo superare l’attuale fase di stallo, dobbiamo smettere di puntare tutto sui negoziati e non prendervi più parte. Se queste dovessero continuare, allora come minimo il gruppo interessato deve riportare i negoziati sulla pista giusta tenendo fede ai principi e alle condizioni già definite, e cioè: la fine degli insediamenti, il ricorso alle risoluzioni delle Nazioni Unite e il rilascio dei prigionieri e dei detenuti. Questo presuppone ripartire dal successo ottenuto con la nostra adesione alle Nazioni Unite come Stato non membro al fine di elaborare un approccio globale per cui la questione palestinese viene essere risolta sulla base del diritto internazionale, come espresso nelle dichiarazioni e nelle risoluzioni delle Nazioni Unite alle quali Israele deve conformarsi; e infine, insistere nella nostra richiesta di adesione a tutte le istituzioni delle Nazioni Unite, in particolare alla Corte Internazionale di Giustizia.

Infine, dobbiamo lavorare per attuare i termini dell’accordo di riconciliazione formando subito un governo di riconciliazione nazionale e mettendo in piedi una struttura direzionale di transizione. Il compito di questa istituzione transitoria sarebbe quello di impegnarsi nella ricostruzione e nel rafforzamento dell’OLP e nell’organizzazione delle elezioni legislative e presidenziali dell’AP, nonché delle elezioni del Consiglio nazionale palestinese [CNP] entro sei mesi (anche se questo lasso di tempo può essere esteso, se necessario). L’aspetto di gran lunga più importante, però, è che la popolazione deve essere mobilitata intorno ad una piattaforma politica unitaria di resistenza nazionale in tutte le sue forme.

Dove ci porteranno i negoziati in corso secondo lei?

Chi ha seguito le posizioni del governo israeliano e statunitense capisce che le probabilità di raggiungere un accordo politico sancito dal diritto internazionale e dalle risoluzioni delle Nazioni Unite, vale a dire, in conformità con i diritti del popolo palestinese al ritorno, all’autodeterminazione e all’indipendenza nazionale, sono pari a zero.

Credo che nessun leader palestinese, non importa quanto flessibile, sia in grado di soddisfare le richieste israeliane o americane e abbandonare questi principi fondamentali. Tutt’al più, i negoziati non faranno altro che prolungare la gestione delle crisi fornendo una copertura per i progetti israeliani di insediamento coloniale sul terreno, per scongiurare il biasimo internazionale e per imporre la propria visione di un soggetto politico palestinese pari a poco più che un protettorato. Inoltre, i negoziati consentono agli Stati Uniti di disinnescare le tensioni e contenere il conflitto in Palestina, e di concentrarsi sulle questioni regionali che ritiene fondamentali, vale a dire la Siria e l’Iran.

Il movimento nazionale palestinese deve essere ricostruito. In che modo e con quali prospettive politiche?

Sono d’accordo con te che il movimento nazionale palestinese ha bisogno di essere ricostruito. Credo che il punto di partenza debba essere la riconfigurazione di tutte le fazioni, sia nazionaliste che islamiste, al fine di razionalizzare programmi e punti di discussione e rafforzare il nostro riesame del modo migliore di procedere nella lotta contro l’occupazione. Ciò include una rivalutazione dell’OLP sia come organo sia come organizzazione quadro che rappresenta tutti i palestinesi, ovunque si trovino, e qualsiasi prospettiva sociale o politica abbiano. Organizzato come un vasto fronte nazionale e democratico, questa struttura sarebbe investita della massima autorità politica per guidare la nostra lotta.

Considero le nostre prospettive politiche le seguenti: a livello strategico, dobbiamo ripristinare quegli elementi del nostro programma nazionale che sono stati smantellati dalla leadership dominante dell’OLP a favore dell’opportunismo pragmatico, e ricollegare gli obiettivi storici dell’organizzazione per quanto riguarda il conflitto con quelli attuali: in sintesi, la creazione di un unico stato democratico in tutta la Palestina storica. A livello tattico, dovremmo unirci intorno ad una piattaforma comune con la componente islamista del movimento nazionale palestinese su un terreno comune, vale a dire il diritto al ritorno, all’autodeterminazione e alla creazione di uno Stato palestinese con Gerusalemme come sua capitale.

La resistenza popolare viene propagandata come alternativa alla resistenza armata. C’è un conflitto tra le due? E, se sono metodi complementari, come possono essere combinati?

La lotta quotidiana del movimento dei prigionieri è parte della più ampia lotta palestinese. Chiunque abbia seguito l’attivismo popolare palestinese nel corso degli ultimi tre anni o giù di lì scoprirà che esso ha ruotato in larga parte attorno al sostegno alle battaglie del movimento nazionale dei prigionieri. E questa non è una novità – in ogni fase della nostra lotta nazionale i prigionieri hanno svolto un ruolo di primo piano e di incitamento all’azione. Quanto meno, agli uomini e alle donne del FPLP, sia nella base sia nella direzione, prometto di impegnarmi, insieme con i miei compagni del PFLP in carcere, per soddisfare le loro speranze ed aspettative, in particolare per quanto riguarda la mobilitazione del Fronte [FPLP], rafforzando la sua presenza, e il sostegno al movimento nazionale palestinese in generale.

Come dimostrato altrove dalle rivoluzioni popolari, abbracciare la resistenza popolare non significa favorire una forma di lotta ad un’altra. Confinare la resistenza popolare alla sola lotta nonviolenta svuota la resistenza del suo contenuto rivoluzionario. L’intifada palestinese è stata un modello per la resistenza popolare, oltre ad essere la nostra bussola mentre percorrevamo diverse ed efficaci forme di resistenza: pacifica, violenta, popolare, di fazione, economica, politica e culturale. Non solo la letteratura accademica rifiuta la logica di spezzare la resistenza in varie forme e metodi, ma la realtà delle sfide che il popolo palestinese si trova ad affrontare nella sua lotta contro l’occupazione israeliana esclude un approccio del genere: noi ci troviamo ad affrontare una forma globale di colonialismo di insediamento che si basa sulle forme più estreme di violenza convenzionalmente associate con l’occupazione, combinate con politiche di apartheid. E l’ostilità in cui si imbattono [i palestinesi] si estende a tutti i segmenti della nostra popolazione, ovunque si trovino.

È quindi necessaria la combinazione creativa e l’integrazione di tutti i metodi di lotta legittimi che ci permettono di impiegare qualsiasi tipo o metodo di resistenza in relazione alle condizioni specifiche delle diverse congiunture politiche. Al livello nazionale più ampio, abbiamo bisogno di un programma politico unitario che, in primo luogo, fornisca i mezzi per mettere in pratica la resistenza. Occorrono posizioni politiche e discorsi che siano allo stesso modo uniti intorno alla resistenza. Infine, abbiamo bisogno di un quadro nazionale generale reciprocamente concordato, che definisca le principali forme di resistenza che determineranno poi tutte le azioni di resistenza. Dobbiamo essere capaci di proporre questa o quella forma con particolare attenzione alle circostanze specifiche, e in base alle esigenze di una situazione o di un momento politico specifico, senza escludere alcuna forma di resistenza.

Gli inviti alla resistenza popolare nonviolenta e gli slogan sullo stato di diritto e sul monopolio dell’uso delle armi all’AP sono meri pretesti per giustificare l’attacco alla resistenza e rispondere ai dettami di sicurezza israeliani. Lo stato di diritto è privo di significato se posto in contrasto con il nostro diritto di resistere all’occupazione e se nega la logica di tale resistenza. E per quanto riguarda il monopolio dell’uso della forza, non ha senso se questa forza non è diretta contro il nemico.

Qual è la tua lettura delle rivolte arabe, e quali sono state le ripercussioni sulla causa palestinese?

Le rivolte arabe nascono in risposta alla necessità popolare di cambiamento democratico e rivoluzionario dei sistemi politici di ogni paese arabo. Sebbene questo sia il quadro generale di riferimento per comprendere queste rivoluzioni, le particolarità di ciascun paese variano, così come le conclusioni che si raggiungono. Penso che le rivoluzioni tunisina ed egiziana rientrino nel quadro sopra descritto. In ogni caso, questi cambiamenti rapidi e dinamici contraddistinti dall’azione collettiva di massa hanno spostato l’equilibrio interno del potere, inaugurando un periodo di transizione.

Altrove, condizioni analoghe hanno portato la gente a sollevarsi e a chiedere il cambiamento, ma in quei casi, gli Stati Uniti e i suoi agenti nella regione hanno compiuto notevoli sforzi per condizionare e intervenire a sostegno del “Progetto per il Nuovo Medio Oriente” degli Stati Uniti [5].Pertanto, occorre una certa precisione nel valutare le rivolte e nel trarre conclusioni. Bisogna distinguere attentamente tra i propositi e le richieste di cambiamento democratico e di giustizia sociale che rappresentano la legittima volontà delle popolazioni arabe di riappropriarsi della loro dignità, dei diritti e delle libertà, da un lato; e, dall’altro, le forze internazionali e regionali che sfruttano la potenza scatenata da questi movimenti popolari per i propri fini, fomentando efficacemente la contro-rivoluzione, come è avvenuto in Libia e in Siria.

In generale, tuttavia, le rivolte arabe hanno ampliato le prospettive di una transizione con potenziale a lungo termine. Hanno agitato ciò che una volta era stagnante, aprendo la strada a diversi possibili scenari, nessuno dei quali prevede un ritorno al passato, cosa che credo sia ormai impossibile. A mio avviso, qualsiasi movimento popolare che conduca i popoli arabi più vicini al raggiungimento delle loro libertà e dei loro diritti democratici pone le basi per una lotta fondata su principi veramente democratici e costituzionali, che sono i presupposti per una società democratica e civile. Tutti questi obiettivi sono d’importanza strategica sia per la causa nazionale palestinese sia per il progetto di un rinnovamento arabo.

Note:

[1] Letteralmente, “protezione”, in arabo.

[2] Solo i parenti di primo grado (genitori, fratelli, coniugi e figli) sono autorizzati a visitare i loro parenti in carcere.

[3] Eletto per un mandato di quattro anni, il congresso nazionale è il supremo organo di governo del FPLP. Formula e modifica la strategia, il programma del partito e il regolamento interno, discute e decide in merito ai rapporti del comitato ed elegge il comitato centrale (esecutivo).

[4] Il Documento di riconciliazione nazionale, largamente conosciuto come Documento dei prigionieri, è stato pubblicato l’ 11 maggio 2006. Redatto da detenuti palestinesi nelle carceri israeliane in rappresentanza di Hamas, Fatah, Jihad islamica, FPLP e FDLP, al fine di risolvere la faida tra Fatah e Hamas e unificare le fila palestinesi. È il documento alla che è stato alla base di ogni successivo tentativo di riconciliazione palestinese. http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/page/documento-dei-prigionieri

[5] Una neologismo usato dall’allora Segretario di Stato americano Condoleezza Rice in una conferenza stampa a Washington DC il 21 luglio 2006: “Quello che stiamo vedendo qui, in un certo senso, è la crescita – le doglie di un nuovo Medio Oriente e qualunque cosa facciamo, dobbiamo essere certi che stiamo portando avanti il nuovo Medio Oriente e non stiamo tornando al vecchio.” Vedi: Condoleezza Rice,” Briefing speciale sul viaggio in Medio Oriente e in Europa”, 21 Luglio 2006, trascrizione a cura di US Department of of State Archive, http://2001-2009.state.gov.

Pubblicato su Institute for Palestine Studies
Traduzione per Palestina Rossa a cura di Enrico Bartolomei (*)


(*) ricercatore e attivista della Campagna di solidarietà per la Palestina – Marche

 

thanks to: Palestina Rossa

La guerra d’Israele contro i bambini palestinesi: 21 sequestrati in due settimane

 

Cisgiordania – Pic e Quds Press. In un rapporto divulgato mercoledì dal ministro dell’Informazione palestinese viene reso noto che 21 minorenni sono stati sequestrati dalle forze di occupazione israeliane nella prima metà del mese di ottobre.

La Società per i Prigionieri palestinesi, da parte sua, ha denunciato l’attuale stato di detenzione di603827_149953528515735_1709227122_n 250 minorenni palestinesi. A91E0858B2Thousands of Palestinians, including children, suffer in Israeli jailschild-prisoner
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