L’America Latina invisibile

Alfredo Serrano Mancilla

Temer continua ad essere presidente del Brasile senza un voto nelle urne. Macri, quello dei Panama Papers, tiene Milagro Sala in un carcere argentino come prigioniera politica. Santos è coinvolto nello scandalo della Odebrecht perché nel 2014 avrebbe ricevuto un milione di dollari per la sua campagna presidenziale in Colombia. Per quanto riguarda la gestione di Peña Nieto, in Messico sono stati assassinati 36 giornalisti, per aver fatto il proprio lavoro di informazione. L’anno scorso Kuczynski ha governato il Perù con 112 decreti evitando così di passare attraverso il potere legislativo.

Nonostante ciò, nulla di questo è importante. L’unico paese che richiama l’attenzione è il Venezuela. I panni sporchi che macchiano le democrazie di Brasile, Argentina, Colombia, Messico e Perù sono assolti da quella che viene chiamata comunità internazionale. L’asse conservatore è esente dal dover dare spiegazioni di fronte alla mancanza di elezioni, alla persecuzione politica, agli scandali di corruzione, alla mancanza di libertà di stampa o alla violazione della separazione dei poteri. Possono fare ciò che vogliono perché nulla sarà trasmesso in pubblico. Tutto rimane del tutto sepolto dai grandi media e da molte organizzazioni internazionali autoproclamatesi guardiane degli altri. E anche senza la necessità di essere sottoposti a nessuna pressione finanziaria internazionale; piuttosto, tutto il contrario.

In questi paesi la democrazia ha troppe crepe per dare lezioni all’estero. Una concezione di bassa intensità democratica gli permette di normalizzare tutte le proprie mancanze senza la necessità di dare molte spiegazioni. E nella maggioranza delle occasioni questo è accompagnato dall’avallo e dalla propaganda di determinati indicatori enigmatici che non sappiamo nemmeno come siano ottenuti.

Uno dei migliori esempi è quello calcolato dalla “prestigiosa” Unità di Intelligence del The Economist che ottiene il proprio “indice di democrazia” sulla base di risposte corrispondenti alle “valutazioni di esperti”, senza che lo stesso rapporto dia dettagli né precisazioni circa loro. Così la democrazia è circoscritta ad una cassa nera nella quale vince chi ha più potere mediatico.

Ma c’è ancor di più: questo blocco conservatore non può nemmeno vantarsi della democrazia nell’ambito economico. Non ci può essere reale democrazia in paesi che escludono tanta gente dalla soddisfazione dei diritti sociali fondamentali per godere di una vita degna. Più di otto milioni di poveri in Colombia, più di 6,5 milioni in Perù, più di 55 milioni in Messico, più di 1,5 milioni di nuovi poveri nell’era Macri, e circa 3,5 milioni di nuovi poveri in questa gestione di Temer. Il fatto curioso del caso è che questi aggiustamenti (tagli, ndt) contro la cittadinanza nemmeno gli servono a presentare modelli economici  efficaci. Tutte queste economie sono in recessione e senza barlumi di recupero.

Questa America Latina invisibilizzata non deve servirci da scusa per non occuparci delle sfide all’interno dei processi di cambiamento. Nonostante ciò, in questa epoca di grande fibrillazione geopolitica, dobbiamo far sì che l’invisibile non sia sinonimo di inesistente. Quell’altra America Latina fallita deve essere messa allo scoperto e problematizzata.

14 agosto 2017

Cubadebate

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Alfredo Serrano MancillaLa América Latina invisible” pubblicato il 14-08-2017 in Cubadebatesu [http://www.cubadebate.cu/opinion/2017/08/14/la-america-latina-invisible/#.WZVGIK1abBK] ultimo accesso 30-08-2017.

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Nell’Amazzonia a rischio il “polmone verde del mondo” per l’apertura alle imprese minerarie

Redazione Desinformémonos

Il governo brasiliano ha deciso, mediante un decreto presidenziale, di aprire le porte di una gigantesca riserva naturale dell’Amazzonia alle imprese minerarie. Questa decisione è “un grave arretramento nella lotta” per proteggere il polmone verde del mondo, ha denunciato un gruppo di attivisti del WWF.

“È il maggiore attacco all’Amazzonia degli ultimi 50 anni. Nemmeno la dittatura militare osò tanto”, dichiara ai media locali il senatore ambientalista Randolfe Rodrigues.

Michel Temer ha recentemente autorizzato l’estinzione di una riserva naturale di più di 47 mila chilometri quadrati situati tra gli stati brasiliani del Pará e del Amapá per l’estrazione di oro e di altri minerali nobili. Da 33 anni, l’attività mineraria e commerciale della zona era a carico della Compagnia Brasiliana di Risorse Minerali e delle imprese autorizzate da questa.

La Riserva Nazionale di Rame e Associati (Renca), fu creata nel 1984 durante il regime militare di João Figueiredo. Lì attualmente si sfrutta il rame, ma studi geologici segnalano che c’è oro, manganese, ferro e altri minerali. L’area, ricca di oro e altri minerali, ingloba nove aree protette: il Parco Nazionale Montagne del Tumucumaque, i Boschi Statali del Parú e dell’Amapá, la Riserva Biologica di Maicuru, la Stazione Ecologica del Jari, la Riserva Estrattiva Río Cajari, la Riserva di Sviluppo Sostenibile del Río Iratapuru e le terre indigene Waiãpi e Río Paru d`Este.

Organizzazioni non governative, come il WWF, considerano la misura un arretramento nella protezione dell’Amazonia, “questa decisione mette a rischio nove aree protette, fatto che potrebbe causare impatti irreversibili all’ambiente e ai popoli della regione”. La riserva conta, inoltre, su due territori indigeni, nei quali non è possibile fare attività mineraria, per cui si fa pressione su una regione intatta dell’Amazonia. Quando si apre all’attività mineraria, oltre all’attività formale, si incentivano attività di estrazione illegale, invasione di terre pubbliche, deforestazione e sorgono conflitti sociali con i popoli indigeni” ha dichiarato Mauricio Voivodi, direttore esecutivo del WWF Brasile.

“L’estinzione della riserva naturale può promuove l’invasione di terre e fare pressione affinché le comunità indigene facciano degli accordi con le attività clandestine di minatori illegali”, ha aggiunto Voivodic.

Dopo la pubblicazione del decreto presidenziale dell’estinzione Renca (Riserva Nazionale di Rame e Associati), otto senatori hanno presentato un progetto di legge per bloccarla. “Il decreto presuppone il maggiore attacco all’Amazonia degli ultimi 50 anni. Nemmeno la dittatura militare osò tanto”, ha dichiarato ai media locali, il senatore Randolfe Rodrigues.

Il legislativo sostiene che “l’obiettivo è quello di attrarre investimenti, con la creazione di ricchezza per il paese, di lavoro e di reddito per la società, basato sempre sui precetti della sostenibilità”.

“Oltre allo sfruttamento demografico, alla deforestazione, alla perdita della biodiversità e allo smisurato sfruttamento delle risorse idriche, sorgeranno i conflitti agrari, l’espulsione dei popoli indigeni dai loro territori” aggiungono gli esperti del WWF.

Ricercatori annunciano l’imminente distruzione della conca delle Amazzoni

Da parte loro, dei ricercatori guidati da Edgardo Latrubesse, hanno avvertito in un loro studio chiamato Indice di Vulnerabilità Ambientale delle Dighe (DEVI, nella sua sigla in inglese) che portando a termine l’iniziativa di soddisfare le necessità energetiche mediante 428 dighe idroelettriche si mette a rischio l’Amazonia, modificando il flusso di nutrienti che portano i fiumi, la biologia e anche il clima del luogo.

“I principali fattori di deterioramento degli ecosistemi sono la deforestazione, le alterazioni del flusso dei fiumi, la massiccia perdita della biodiversità e l’erosione del suolo”, segnalano gli esperti.

La dimensione dell’impatto può essere non solo regionale, ma anche a livello dell’emisfero. I valori DEVI più alti (che quantificano la vulnerabilità di un’area su una scala da 0 a 100) si trovano nel fiume Maeira (80 punti), e i fiumi Marañón e Ucayali, rispettivamente di 72 e 61 punti, con 104 e 47 dighe progettate o costruite.

La cosa più allarmante è la conclusione a cui è giunto Edgardo Latrubesse: “La dimensione degli impatti può essere non solo regionale, ma anche a livello dell’emisfero. Se si costruiscono tutte le dighe previste nella conca, i loro effetto cumulativo provocherà un cambiamento nei sedimenti che fluiscono nell’Oceano Atlantico, fatto che potrebbe ostacolare il clima regionale”.

Con informazioni di Telesur e RT in spagnolo

27 agosto 2017

Desinformémonos

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Redacción DesinformémonosEn riesgo el “pulmón verde del mundo” en el Amazonas por apertura a mineras” pubblicato il 27-08-2017 in Desinformémonossu [https://desinformemonos.org/riesgo-pulmon-verde-del-mundo-amazonas-apertura-mineras/] ultimo accesso 28-08-2017.

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Risuona il grido: l’Amazzonia è nostra

Carolina da Silveira Bueno e Thais Bannwart

Gli aggiustamenti economici e l’annuncio del nuovo pacchetto fiscale promossi dal governo Temer acutizzano la crisi brasiliana. Subiamo un deterioramento dei servizi pubblici, specialmente nella sanità e nell’educazione, un aumento della disoccupazione e della popolazione senza tetto. Come dire, gli aggiustamenti promossi dal governo consolidano privilegi e tagliano diritti. Si tratta di un gruppo che ha un progetto di paese elitario e di smantellamento dei beni e dei servizi pubblici garantiti dalla Costituzione del 1988.

La politica di austerità -politica di riduzione della dimensione dello stato- realizzata dal governo Temer ha raggiunto un limite inaccettabile. Pochi giorni fa, nel settore socio-ambientale, il governo ha soppresso la Riserva Nazionale del Rame (Renca) per rendere possibile lo sfruttamento minerario da parte di compagnie private. Si tratta di un’area di 47.000 km2 di bosco chiuso dell’Amazzonia, equivalente alla superficie dello stato di Espírito Santo.

La riserva è fondamentalmente ricca di oro, ma possiede anche tantalio, minerale di ferro, nichel, manganese e altri minerali. Ospita, inoltre, nove aree protette: il Parco Nazionale Montagne del Tumucumaque, le Selve Statali del Paru e dell’Amapá, la Riserva Biologica di Maicuru, la Stazione Ecologica del Jari, la Riserva Estrattivista del Río Cajari, la Riserva di Sviluppo Sostenibile del Río Iratapuru e le Terre Indigene Waiãpi e Río Paru d’Este.

Con meno di un 5% di sostegno popolare, il minore di un presidente dalla ridemocratizzazione del paese, Michel Temer ha messo fine, mediante un decreto, ad una norma che stabiliva che soltanto la Compagnia di Ricerca delle Risorse Minerarie (CPRM), appartenente al ministero delle Miniere e dell’Energia, poteva fare esplorazioni minerarie nell’area. Lo squilibrio socio-ambientale, che può giungere a prodursi se le compagnie minerarie private cominciano lo sfruttamento di quella regione, avrà innegabili conseguenze catastrofiche.

La selva amazzonica costituisce un ecosistema di singolare importanza per la regolazione climatica del Brasile e del mondo.

Ricerche effettuate dalla Fondazione di Supporto alla Ricerca dello Stato di San Paolo in associazione con l’INPE (Istituto Nazionale di Ricerche Spaziali), mostrano che la selva amazzonica produce un fenomeno conosciuto come “fiumi volanti”. I fiumi volanti sono fiumi aerei di vapore pompati verso l’atmosfera dalla selva e spiegano il fatto che la regione del quadrilatero i cui vertici sono Cuiabá, Buenos Aires, San Paulo e le Ande sia una regione verde e umida, mentre altre regioni della medesima latitudine del mondo sono estesi deserti.

I fiumi volanti sono i servizi ecosistemici, forniscono le condizioni climatiche adeguate affinché quel quadrilatero sia responsabile del 70% del PIL dell’America del Sud, dove si concentra la maggior parte della produzione agricola e industriale e dove sono i grandi centri urbani.

La deforestazione inerente allo sfruttamento minerario in un’area della dimensione della Renca, ovviamente contribuirà allo squilibrio dell’invisibile dinamica dei fiumi volanti, compromettendo la produzione di alimenti, le attività industriali e il rifornimento d’acqua nelle regioni incluse nel quadrilatero. Così importante come la perturbazione della dinamica climatica promossa dai fiumi volanti saranno gli impatti ambientali nella regione della riserva: la contaminazione del suolo e delle risorse acquee e la distruzione della biodiversità.

Togliere il diritto a lavorare nella regione ad una istituzione di ricerca nazionale e favorire l’entrata di imprese che distruggeranno la biodiversità, nella misura in cui l’Amazonia ha migliaia di specie endemiche che ancora non sono state scoperte, quello è il grande crimine. Il Brasile è il paese del mondo con maggiore biodiversità (patrimonio genetico). Ci sono molte piante e specie che esistono solo in quel pezzo di selva, e alcune possono dare una risposta a molti problemi. Lo sfruttamento minerario, in cambio, lascia molto poco nel paese.

Nonostante che il decreto di estinzione della Renca mantenga le norme che regolano le unità di conservazione e le terre indigene, ci sono esempi storici sugli impatti negativi dell’attività mineraria nelle regioni amazzoniche. La presenza di un’attività con elevato rischio di impatto in una regione permeata da unità di conservazione rende fragile l’integrità di quelle aree, colpendo la sua funzione di conservazione della flora e della fauna ed espone le popolazioni tradizionali alla violenza e alle malattie.

La soppressione della Renca è un’altra di una lunga serie di misure arbitrarie dell’attuale governo che aumentano oltremodo i problemi socio-ambientali ed economici. Preservare il patrimonio genetico e garantire la biodiversità in Brasile è un dovere di tutta la cittadinanza. È fondamentale che la società brasiliana, dalla campagna alle grandi città, gridi: L’Amazzonia è nostra!

*Carolina da Silveira Bueno è una ricercatrice del Nucleo di Economia Agricola dell’Ambiente dell’Università di Campinas (Unicamp) e dottoranda nell’Istituto di Economia dell’Unicamp.

*Thais Bannwart è aiutante di ricerca nell’Istituto di Ricerca Ambientale dell’Amazzonica e laureata dall’Istituto di Economia dell’Unicamp.

29/08/2017

Brasil Debate

http://brasildebate.com.br/ecoa-o-grito-a-amazonia-e-nossa/

Tradotto dal portoghese per Rebelión da Alfredo Iglesias Diéguez

Rebelión

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Carolina da Silveira Bueno y Thais Bannwart, Resuena el grito: la Amazonia es nuestra” pubblicato il 29-08-2017 in Rebeliónsu [http://www.rebelion.org/noticia.php?id=230935&titular=resuena-el-grito:-la-amazonia-es-nuestra-] ultimo accesso 04-09-2017.

 

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Brasile: ‘ondate’ di taglialegna invadono la foresta dei Kawahiva incontattati

Ondate di taglialegna stanno invadendo il territorio di uno dei popoli più vulnerabili del pianeta. Sono gli ultimi Kawahiva, i sopravvissuti di una tribù più grande i cui membri sono stati uccisi o sono morti per malattie.

Di recente i funzionari del FUNAI, il Dipartimento agli Affari Indigeni del Brasile, hanno fermato un gruppo di taglialegna. Ma poiché questi hanno il sostegno dei politici locali e i funzionari del FUNAI non hanno il potere di arrestare i sospetti, gli uomini sono stati rilasciati. Da allora nel territorio sono arrivate altre ondate di taglialegna.

La crisi ha fatto crescere la preoccupazione tra gli attivisti, che temono che la tribù e la sua foresta ancestrale vengano distrutte completamente.

"I funzionari del FUNAI lavorano in molte aree del Brasile per proteggere i territori indigeni da taglialegna e altre minacce."

“I funzionari del FUNAI lavorano in molte aree del Brasile per proteggere i territori indigeni da taglialegna e altre minacce.”

© Mário Vilela/FUNAI

Nell’aprile 2016, il Ministro della Giustizia brasiliano aveva firmato un decreto per creare un territorio indigeno protetto nella terra della tribù, e tenere fuori taglialegna e altri estranei. È stato un importante passo avanti per le terre e le vite dei Kawahiva, arrivato a seguito delle pressioni esercitate da tutto il mondo dai sostenitori di Survival. Il decreto, però, non è stato ancora adeguatamente implementato e oggi il piccolo team che sta lavorando sul campo per proteggere il territorio rischia di subire gravi tagli al suo budget.

“I Kawahiva sono in trappola. Se ci sarà un contatto, per loro sarà devastante. L’unico modo per garantire la loro sopravvivenza è mappare la loro terra e istituire una squadra di protezione permanente del territorio” ha dichiarato Jair Candor, un funzionario esperto del FUNAI. “Altrimenti saranno relegati ai libri di storia, proprio come tanti altri popoli indigeni di questa regione.”

Il premio Oscar Mark Rylance ha prestato la sua voce per narrare un video che denuncia la difficile situazione della tribù.

“Il Brasile si è impegnato a proteggere la terra dei Kawahiva in aprile, ma il governo si mostra recalcitrante e rischia di verificarsi una crisi umanitaria urgente e terribile” ha commentato oggi Stephen Corry, Direttore generale di Survival. “La terra dei Kawahiva è ancora invasa e la loro foresta viene ancora distrutta. È arrivato il momento che il Brasile intervenga come ha promesso di fare, prima che sia completato il genocidio di un intero popolo.”

Sorgente: Brasile: ‘ondate’ di taglialegna invadono la foresta dei Kawahiva incontattati – Survival International

Brasile: la ‘tribù dell’Aquila Arpia’ e i suoi vicini incontattati a rischio sterminio

Orde di allevatori e altri coloni stanno invadendo, con l’aiuto di politici locali, il territorio degli Uru Eu Wau Wau, una tribù brasiliana contattata di recente. Nella regione questa viene descritta come “la peggiore invasione territoriale degli ultimi decenni” e potrebbe spazzare via i popoli incontattati che vivono nella zona.

Gli Uru Eu Wau Wau sono conosciuti come il “popolo dell’Aquila Arpia” perché utilizzano le grandi piume di questo uccello per realizzare frecce e copricapi. Chiamano i loro vicini incontattati Jururei, “i coraggiosi”.

Delle tribù incontattate sappiamo molto poco, ma sappiamo che intere popolazioni sono sterminate dalla violenza genocida di stranieri che le derubano di terre e risorse, e da malattie, come l’influenza e il morbillo, verso cui non hanno difese immunitarie. Gli Uru Eu Wau Wau sono stati decimati a seguito del primo contatto, avvenuto negli anni Ottanta.

"Fotografia aerea scattata dalla ONG brasiliana Kaninde del disboscamento e degli incendi nello stato di Rondonia, vicino agli Indiani incontattati e agli Uru Eu Wau Wau."

“Fotografia aerea scattata dalla ONG brasiliana Kaninde del disboscamento e degli incendi nello stato di Rondonia, vicino agli Indiani incontattati e agli Uru Eu Wau Wau.”

© Kaninde

Il governo dello stato di Rondonia ha in atto da tempo un programma di colonizzazione vicino al territorio della tribù. Ora i coloni stanno cominciando a entrare nel territorio – nonostante questo sia parte di un parco nazionale e in esso vivano tre gruppi di Indiani incontattati. I proprietari terrieri e i politici locali stanno promuovendo una nuova ondata di invasioni.

Le immagini aeree mostrano che vaste aree del territorio della tribù sono state bruciate e disboscate dai coloni. Oltre a essere la casa di numerosi popoli indigeni, nella regione vi sono pini amazzonici unici e un caratteristico paesaggio ricco di cascate, grotte e altipiani. Inoltre, diverse specie in pericolo di estinzione – come l’opossum dalle spalle nere, l’armadillo gigante e l’hocco becco a rasoio – dipendono da questi ambienti per sopravvivere.

L’8 agosto scorso alcuni membri della tribù hanno scritto alla polizia federale, ma le autorità non sono ancora intervenute. “Siamo molto preoccupati perché le invasioni sono vicine ai nostri villaggi e mettono a rischio la vita di donne, anziani, bambini e uomini… La situazione è estremamente seria e gli invasori devono essere allontanati velocemente prima che qualcuno muoia durante gli scontri all’interno del territorio indigeno”, hanno affermato gli indigeni nella lettera.

"Villaggi Uru Eu Wau Wau isolati visti dall’alto, in Brasile."

“Villaggi Uru Eu Wau Wau isolati visti dall’alto, in Brasile.”
© Survival

La tribù degli Uru Eu Wau Wau fu contattata dai funzionari del governo brasiliano nel 1981 e fu così esposta a malattie infettive. La politica ufficiale all’epoca era infatti quella di forzare il contatto con i popoli isolati.

Nonostante i diritti territoriali della tribù siano stati riconosciuti ufficialmente nel 1991, gli attivisti temono che non si stia facendo abbastanza per proteggere la loro terra ancestrale, caratterizzata da un’altissima biodiversità. Le tribù incontattate sono i popoli più vulnerabili del pianeta e se le loro terre non saranno protette, per loro sarà la catastrofe.

“Il furto di terra è uno dei problemi più gravi che i popoli indigeni devono affrontare. In tutto il mondo, le società industrializzate rubano le terre indigene per profitto perpetuando l’invasione e il genocidio che hanno caratterizzato la colonizzazione europea delle Americhe e dell’Australia. Il diritto dei popoli incontattati alle loro terre è protetto sia dalla legge brasiliana che da quella internazionale e deve essere rispettato, o le conseguenze umanitarie saranno terribili”, ha dichiarato Stephen Corry, il Direttore Generale di Survival International.

Sorgente: Brasile: la ‘tribù dell’Aquila Arpia’ e i suoi vicini incontattati a rischio sterminio – Survival International

Brasile: i popoli indigeni, il “Re della soia” e gli altri…

 

La sua famiglia ha guadagnato miliardi dal saccheggio delle foreste e della terra indigena e si è sempre dichiarato contrario al riconoscimento dei territori indigeni, a favorevole a dighe e di altri mega progetti che violano i diritti dei popoli indigeni. Chi è? Prima era “solo” Blairo Maggi, un potente imprenditore brasiliano, dalle chiare origini italiane, capace di diventare il governatore del Mato Grosso e contemporaneamente (sarà un caso?) il più grande produttore mondiale di soia, commercializzando da solo circa il 26% della produzione di tutto lo Stato del Mato Grosso. Oggi è il neo Ministro dell’Agricoltura del presidente ad interim Michel Temer i cui ministri, sembrano fare a gara per tentare di aggirare le leggi a tutela delle terre indigene e quelli dei suoi abitanti.

Molti dei ministri del Governo ad interim, infatti, come Maggi, sono membri della lobby agricola che sta cercando di indebolire i diritti territoriali indigeni e ha proposto, tra gli altri, un emendamento costituzionale noto come PEC 215. “Se approvato, il PEC 215 potrebbe rendere quasi impossibili le future demarcazioni territoriali, ridurre la dimensione dei territori esistenti e aprirli alle attività minerarie, a progetti di estrazione del petrolio o del gas, a strade, a basi militari, e altri progetti di sviluppo che potrebbero essere letali per i popoli indigeni” ha spiegato Survival International. Sì perché nonostante Dilma Rousseff sia stata spesso criticata per aver demarcato meno territori indigeni di qualunque suo predecessore dalla fine della dittatura militare, in realtà nelle settimane prima del pretestuoso impeachment del 12 maggio scorso aveva firmato diversi decreti di protezione territoriale, che adesso il Ministro della Giustizia ad interim Alexandre de Moraes ha annunciato rivedrà, scatenando proteste e manifestazioni in tutto il paese.

In maggio, infatti, più di 1.000 indigeni hanno manifestato a Brasilia. In una dura lettera aperta indirizzata a Michel Temer, l’APIB, cioè la rete dei Popoli Indigeni del Brasile, ha dichiarato: “Rifiutiamo ogni tentativo di riportare indietro le nostre conquiste e chiediamo il rispetto totale per i nostri diritti fondamentali, sanciti dalla costituzione federale”. Come ha ricordato Survival “Centinaia di migliaia di Indiani in tutto il paese dipendono dalla terra per sopravvivere. La costituzione brasiliana e la legge internazionale garantiscono la protezione delle loro terre per il loro uso esclusivo, ma le leggi vengono spesso violate e alcune tribù rischiano il genocidio”. Dilma anche per questo aveva finalmente riconosciuto i diritti indigeni per la terra dei Kawahiva incontrastati, uno dei popoli più vulnerabili del pianeta, per le terre degli Avá Canoeiro, degli Arara, dei Mura, dei Munduruku e per buona parte del territorio Guarani che era stato rubato agli Indiani lasciandoli in condizioni terribili.

Ma l’offensiva contro i diritti dei popoli indigeni non è solo politica e in queste settimane si registrano crescenti tentativi da parte di potenti agricoltori e allevatori locali, che per Survival sono “strettamente legati al governo ad interim nominato di recente”, di sfrattare illegalmente i Guarani dalla loro terra ancestrale e intimidirli con il ricorso alla violenza e al razzismo. Proprio nella comunità guarani di Tey’i Jusu, nel Brasile meridionale, lo scorso 14 giugno un gruppo di sicari ha attaccato uccidendo Clodiodi Aquileu, un ventenne della comunità, che aveva il ruolo di operatore sanitario e ha ferito almeno altre cinque persone, tra cui un bambino. Per Survival, che prima in Europa ha rimbalzato la notizia, “È solo l’ultimo di una serie di assalti violenti alla tribù agli abitanti Guarani Kaiowá” che questa volta sono riusciti a filmare l’attacco da lontano. Intanto un’altra comunità guarani nella stessa regione, conosciuta come Apy Ka’y, rischia lo sfratto dopo aver rioccupato la sua terra sotto la guida della leader Damiana Cavanha nel 2013. “Le nove famiglie della comunità avevano ricevuto un’ordinanza di sfratto, ma non è ancora noto se siano riuscite a restare nella loro terra che gli spetta di diritto secondo la legge brasiliana e quella internazionale” ha spiegato Survival. “È in corso un lento genocidio. C’è una guerra contro di noi. Abbiamo paura” ha aggiunto il mese scorso il leader guarani Tonico Benites in occasione di una visita in Europa. “Uccidono i nostri capi, nascondono i loro corpi, ci intimidiscono e ci minacciano”.

Negli ultimi decenni, i Guarani hanno subito violenza genocida, schiavitù e razzismo da parte di chi vuole derubarli di terre, risorse e forza lavoro. Per tentare di arginare questa ondata di violenza in aprile Survival ha lanciato la campagna “Fermiamo il genocidio in Brasile”, per portare all’attenzione del mondo questa crisi terribile e urgente, e dare alle tribù brasiliane un palcoscenico da cui parlare al mondo nell’anno delle Olimpiadi. “Assistiamo a un attacco brutale e continuato ai Guarani, che sta crescendo di intensità. Persone potenti in Brasile stanno cercando di ridurre al silenzio i membri della tribù, terrorizzandoli affinché rinuncino alle loro rivendicazioni territoriali” ha dichiarato il Direttore generale di Survival, Stephen Corry. “Ma i Guarani non si fermeranno. Sanno di rischiare la morte cercando di tornare alla loro terra ancestrale, ma l’alternativa è così terribile che non hanno altra scelta se non quella di affrontare i sicari e le loro pallottole”. Ma per ora, purtroppo, il Governo ad interim del Brasile non sembra aver posto limiti al tentativo di impossessarsi delle riserve Guarani e di quelle degli altri popoli indigeni.

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Ancora una diga per affogare l’Amazzonia

E’ la diga di São Luiz do Tapajós, un progetto devastante, che inonderà parte delle loro terre distruggendo una vasta area della foresta amazzonica. La diga di São Luiz do Tapajós, la più grande delle 43 dighe previste sul fiume Tapajos, avrebbe un bacino di 729 chilometri quadri (circa l’estensione di New York!) e sommergerebbe 400 chilometri quadri di foresta pluviale incontaminata, portando inoltre alla deforestazione di un’area di 2.200 chilometri quadrati!

Il fiume Tapajós scorre nel cuore dell’Amazzonia brasiliana. Nelle sue acque nuotano i delfini rosa, mentre le sue rive sono l’habitat di centianaia di uccelli, rettili, angibi e mammiferi, come il giaguaro e l’ocelot. Queste sono anche le terre del popolo indigeno dei Munduruku che da più di trent’anni si battono per difendere la valle del Tapajós dalla minaccia dei megaprogetti idroelettrici. Lo scorso aprile l’Agenzia brasiliana per le popolazioni indigene (FUNAI) ha riconosciuto i territori dei Munduruku, fornendo la base legale per richiedere la sospensione della costruzione della mega diga. Si tratta però solo di una sospensione temporanea che non equivale alla cancellazione del progetto: questa avverrà infatti solo nel caso in cui il governo brasiliano confermi la decisione del FUNAI di tutelare le terre Munduruku.
Greenpeace ha simbolicamente fornito i Munduruku di pannelli solari per dimostrare che non è necessario distruggere l’Amazzonica per portare elettricità nelle aree remote. E chiede alle multinazionali di abbandonare il progetto. Ad esempio, l’azienda tedesca Siemens negli ultimi anni da un lato ha rafforzato la sua presenza nel settore delle rinnovabili, ma d’altra parte ha partecipato anche alla realizzazione della diga di Belo Monte, sul fiume Xingu, che ha devastato un ampio tratto di foresta amazzonica.Chiediamo a Siemens di confermare che non sarà coinvolta in alcun modo nella realizzazione della diga di São Luiz do Tapajós, un’operazione che sarebbe in netto contrasto con l’immagine “green” che pretende di mostrare.

Sorgente: Ancora una diga per affogare l’Amazzonia – Salva le Foreste

Olimpiadi Brasile 2016, i media del mondo rompano il silenzio sul massacro degli indios

Olimpiadi Brasile 2016, i media del mondo rompano il silenzio sul massacro degli indios

La rovina del Brasile non è nulla in confronto al massacro in atto nei confronti di numerose etnie indigene dall’Amazzonia fino agli stati del sud. Un genocidio lento e inesorabile che sta passando sotto silenzio. Nessuno, a parte Survival e alcuni attivisti, ne sta parlando. L’informazione interna, controllata dallo Stato in Brasile, non dice una parola. All’estero non trapela quasi nulla. Una vergogna oscena. E l’assurdo è che, al di là della violazione dei diritti umani, gli ignoranti responsabili di tale scempio stanno distruggendo le radici stesse, la cultura ancestrale e il nutrimento spirituale di tutta l’umanità.

cerimonia indigena a rioDue grandi scienziati, Fritjof Capra e Pier Luigi Luisi, nel loro recente libro divulgativo “Vita e Natura – Una visione sistemica” spiegano a più riprese come le più recenti ricerche dimostrino la natura sistemica e cooperativa della vita. In tale contesto concetti come biodiversità, crescita biologica, diversità etnica e culturale, vita sostenibile assumono un ruolo centrale in una concezione articolata, profonda e articolata di sviluppo dell’umanità e del pianeta. I due autori tirano in ballo in continuazione grandi ricercatori che hanno dato grandi contenuti a questo stile di pensiero, come Ilya Prigogine e Vandana Shiva, ma anche enti strategici come lo Schumacher College nel Devon, Gran Bretagna. In un simile contesto le etnie indigene sono considerate addirittura strategiche per il futuro. E non solo sul piano filosofico e spirituale, ma anche in termini di conoscenza della terra, degli equilibri, delle comunità botaniche e zoologiche.

Discorsi che il governo brasiliano, ben inserito all’interno dell’inetto antico concetto di sviluppo che classifica i paesi come “sviluppati”, “sottosviluppati” e in “via di sviluppo”, stenta non solo a capire, ma anche ad ascoltare. Fantascienza. Qui lo sviluppo sono tanti centri commerciali che vendono cianfrusaglie inutili, punto.

Xowá Tapuya Fulni-ô,Per mantenere illuminati questi centri e far girare tante auto esiste una sola strada: devastare il pianeta per recuperare disperatamente energia, con coltivazioni esaustive, tipo canna da zucchero, e dighe che distruggono interi paradisi tropicali, purtroppo gli ultimi.

Uno di questi territori è la terra dei Munduruku, un’etnia profondamente legata alla foresta in possesso di conoscenze antichissime. Qui il governo brasiliano intende realizzare la mega diga di São Luiz do Tapajós. Questa diga è la prima delle 43 previste sul fiume Tapajos, avrebbe un bacino di 729 chilometri quadri (circa l’estensione di New York) e sommergerebbe 400 chilometri quadri di foresta pluviale incontaminata, portando inoltre alla deforestazione di un’area di 2.200 chilometri quadri. Qui per info e per firmare la petizione di Greenpeace.

Ma non finisce qui. Gli indios, in tutto il bacino amazzonico e fino agli stati del sud sono vessati in tutto il Brasile. Un esempio, l’azienda Belo Sun alla quale sono stati venduti i diritti per lo sfruttamento dell’oro dello Xingù, un parco culturale indigeno.

Gli indigeni si trovano letteralmente ogni giorno a dover affrontare gli attacchi armati e letali dei ricchi fazenderos, nient’altro che gli stessi corrotti governanti che occupano gli scranni dei governi che dovrebbero difenderli.

In un recente articolo di Survival viene spiegato come per esempio i Guarany, una etnia del sud del Paese, che un tempo viveva su un area di 350.000 kmq oggi è ridotta a sopravvivere in minuscole riserve. Strappati sistematicamente dal loro ambiente hanno raggiunto un tasso di suicidi intollerabile, come sta avvenendo per gli Inuit del Canada.

io con Sabino, Pajé Huni KuinIo stesso ho affrontato una permanenza nella riserva indigena di Aguas Belas in Pernambuco, presso i Fulni-o. Sono distrutti, sebbene siano gli unici che hanno saputo mantenere costumi spirituali millenari. Sono seriamente minacciati e le “Acque Belle” sono oggi una discarica di rifiuti. Il meraviglioso Rio Ipanema dove si trovavano è seccato definitivamente grazie a un’altra diga, costruita negli anni ’50, la Paulo Alfonso.

In realtà gli indios, come gli indigeni di tutto il mondo, sono una risorsa senza uguali per ricostruire un rapporto con la natura degno di questo nome. Vengono uccisi e deportati senza pietà, sradicati senza ritegno dalle terre che hanno abitato per millenni e che conoscono in profondità nelle piante, nei frutti, negli animali, negli spiriti. Terre che potrebbero contribuire a salvare e che invece sono destinate alla distruzione per arricchire le multinazionali. E che potrebbero anche essere una risorsa formidabile per un turismo culturale di qualità.

Altro che la prostituzione sulle coste del nordest. Il mondo non ha idea di cosa stia succedendo in Amazzonia, poiché i media mainstream non ne parla più. Men che meno i media brasiliani, conniventi con il governo che ha tutto l’interesse a nascondere questo stato di cose che in realtà sarebbe di profondo interesse per tutta l’umanità, visto che l’Amazzonia e la natura, così come la diversità sono di tutti.

La Funai, l’organizzazione che dovrebbe proteggere gli indios, è quantomeno ambigua: gli indios non si fidano affatto, ci sarà un motivo.

Se queste Olimpiadi devono servire a qualcosa è alzare il velo sul vergognoso silenzio del governo e dei media brasiliani.

Gli indios che non si suicidano vengono uccisi, gli altri lentamente si spengono. Alcuni continuano a resistere e a lottare come leoni. Le persone consapevoli dovrebbero prendere coscienza di tutto questo e avere il coraggio di schierarsi dalla loro parte.

thanks to: Il Fatto Quotidiano

Kill List: Smashing the ‘B’ in BRICS

The stakes could not be higher. Not only the future of the BRICS, but the future of a new multipolar world is in the balance. And it all hinges on what happens in Brazil in the next few months.

Let’s start with the Kafkaesque internal turmoil. The coup against President Dilma Rousseff remains an unrivalled media theatre/political tragicomedy gift that keeps on giving. It also doubles as a case of information war converted into a strategic tool of political control.

A succession of appalling audio leaks has revealed that key sectors of the Brazilian military as well as selected Supreme Court justices have legitimized the coup against a President that has always protected the two-year-old Car Wash corruption investigation. Even Western mainstream media was forced to admit that Dilma did not steal anything but is being impeached by a bunch of thieves. Their agenda; to stifle the Car Wash investigation, which may eventually throw many of them in jail.

The leaks also unveiled a nasty internecine carnage between Brazilian comprador elites — peripheral and mainstream. Essentially the peripherals were used as lowly paperboys in Congress for the dirty work. But now they may be about to become road kill – along the illegitimate, unpopular, interim Michel Temer “government”, led by a bunch of corrupt-to-the-core PMDB politicians, the party that is heir to the sole opposition outfit tolerated during the 1960s-1980s military dictatorship.

Meet the vassal chancellor

An insidious character in the current golpeachment scam is the interim Minister of Foreign Relations, senator Jose Serra of the PSDB party, the social democrats turned neoliberal enforcers. In the 2002 presidential election – which he lost to Lula — Serra had already tried to get rid of peripheral Brazilian oligarchies.

Yet now he’s incarnating another role — perfectly positioned not only to retrograde Brazilian foreign policy to some point around the 1964 military coup, but mostly as the Beltway’s point man inside the coup racket.

Exceptionalistan’s key ally in Brazil is the oligarchy in Sao Paulo, the wealthiest state and home to the financial capital of Latin America. This is Brazil’s A-list. It’s from their ranks that an eventual “national savior” may eventually spring up.

Once the peripherals are history, then no holds would be barred to criminalize – and imprison – an array of leftist leaders, Lula included, as well as manufacture a fake election legitimized by a noxious Supreme Court justice, Gilmar Mendes, a PSDB stooge.

It all hinges on what happens in the next two months. The prosecutor general finally asked the Supreme Court to throw three top peripherals in jail; they are all accused of plotting to derail the Car Wash investigation — an extremely complex juridical-political-police network of myriad concentric/parallel circles.

Meanwhile, the final judgment of Dilma’s impeachment at the Senate is bound to happen on August 16 – 11 days after the start of the Olympic Games. The coup plotters suffered a heavy blow as they were trying hard to accelerate the proceedings. As it stands, the outcome is uncertain; after the leaks, four to five senators are already wavering, as the leaks also implicate Temer personally. The “leader” of a zero-credibility, corruption-crammed scam, he’s among the targets of several corruption investigations and has just been banned from running to political office for the next 8 years.

The Brazilian mainstream media monopoly (five families) – popularly referred to as PIG, the Brazilian acronym for Pro-Coup Media Party – has changed its anti-left tune and is now also going after selected members of the Temer racket.

According to the constitution, if both the Presidency and Vice-Presidency are vacated in the last two years of a given term, it’s up to Congress to elect the new President.

This implies two possible scenarios. If Dilma is not impeached, it’s increasingly likely she will call for new presidential elections before the end of the year.

If she is impeached, the PIG will tolerate the stooge-crammed Temer interim racket until January 2017 at the most. The next step would be what Serra and about-to-be-jailed Senate leader Renan Calheiros are campaigning for; the end of direct presidential elections and the onset of Brazilian-style parliamentarianism.

The man best positioned to be the national savior in this case is former president Fernando Henrique Cardoso – also former “Prince of Sociology” and a major star (during the 1960s and early 1970s) of the dependency theory, then metamorphosed into an avid neoliberal. Cardoso is a very close pal of both Bill Clinton and Tony Blair. The Beltway/Wall Street axis loves him. Cardoso would be “elected” mostly by the pack of Congress hyenas who got the Dilma impeachment rolling on April 17.

The hard node of golpeachment goes way beyond peripheral Brazilian elites. It is comprised of a political party (the PSDB); the Globo media empire; the Federal Police (very cozy with the FBI); the Public Ministry; most of the Supreme Court; and sectors of the military. Only the Beltway/Wall Street axis has the means and the necessary pull to regiment all these players – by hard cash, blackmail or promises of glory.

And that ties in with key unanswered questions regarding the recent audio leaks. Who taped the conversations. Who leaked them. Why now. Who profits from a nation in total political/economic/juridical chaos, with virtually all institutions totally discredited.

Neoliberalism or chaos

Those were the days when Washington could mastermind, with impunity, an old-fashioned military coup in its backyard – as in Brazil 1964. Or as in Chile during the original 9/11 – in 1973, as seen through crack Chilean film maker Patricio Guzman’s moving documentary about Salvador Allende.

History, predictably, now repeats itself as farce as the 2016 coup has turned Brazil – the 7th largest economy in the world and a key Global South player – into a Honduras or Paraguay (where recent US-supported coups were successful).

I have shown how the coup in Brazil is an extremely sophisticated Hybrid War operation going way beyond unconventional warfare (UW); four generation warfare (4GW); color revolutions; and R2P (“responsibility to protect”), all the way to the summit of smart power; a political-financial-judicial-mainstream media soft coup unveiled in slow motion. This is the beauty of a coup when promoted by democratic institutions.

Neoliberalism may have failed, as even the IMF research wing has concluded. But its rotten corpse still encumbers the whole planet. Neoliberalism is not only an economic model; it surreptitiously takes over the juridical realm as well. In another perverse facet of shock doctrine, neoliberalism cannot prevail without a juridical framework.

When constitutional attributions are redirected to Congress that keeps the Executive under control while generating a culture of political corruption. Politics is subordinated to economics. Companies engage in campaign financing and buy politicians to be able to influence the political powers that be.

That’s how Washington works. And that’s also the key to understand the role of former leader of the Brazilian lower house Eduardo Cunha; he ran a campaign financing racket out of Congress itself, controlling dozens of politicians while profiting from proverbially fat state contracts.

The Three Stooges in what I called the Provisional Banana Scoundrel Republic are Cunha, Calheiros and Temer. Temer is a mere puppet while Cunha remains a sort of shadow Prime Minister, running the show. But not for long. He’s already been suspended as the speaker in Congress; he bagged millions of US dollars in kickbacks for those fat contracts and stashed the loot in secret Swiss accounts; now it’s a matter of time before the Supreme Court has the balls – it’s not a given — to throw him in the slammer.

NATO vs. BRICS, all across the spectrum

And that brings us once again to The Big Picture, as we proceed in parallel with an analysis by Rafael Bautista, the head of a decolonization study group in La Paz, Bolivia. He’s one of the best and brightest in South America who’s very much alert to the fact that whatever happens in Brazil in the next few months will drive the future not only of South America but the whole Global South.

Exceptionalistan’s project for Brazil is no less than the imposition of a remixed Monroe doctrine. The main target of a planned neoliberal restoration is to cut off South America from the BRICS – as in, essentially, the Russia-China strategic partnership.

It’s a short window of opportunity after all those years under the Bush-Obama continuum where Washington was obsessed with MENA (Middle East/Northern Africa), a.k.a. the Greater Middle East. Now South America is back in a starring role in the geopolitical (soft) war theatre. Getting rid of Dilma, Lula, the Workers’ Party, by all means available, is only the start.

It all comes back to the same, defining 21st century war; NATO against the BRICS; the Shanghai Cooperation Organization (SCO); and ultimately the Russia-China strategic partnership. Smashing the “B” in BRICS carries with it the bonus of smashing Mercosur (the South American common market); Unasur (the political Union of South American Nations); ALBA (the Bolivarian Alliance); and South American integration as a whole, compounded with integration with key emerging Global South players such as Iran.

The ongoing destabilization of “Syraq” fits the Empire of Chaos; when there’s no regional integration, the only other possibility is balkanization. And yet Russia graphically demonstrated to Beltway planners they cannot win a war in Syria while Iran demonstrated after the nuclear deal that it won’t become a Washington vassal. So the Empire of Chaos might as well secure its own backyard.

A new geopolitical framework had to be part of the package. That’s where the concept of “North America” fits in, backed by the Council on Foreign Relations and devised mostly by former Iraq surge superstar David Petraeus and former World Bank honcho Bob Zoellick, now with Goldman Sachs. Call it a mini who’s who of Exceptionalistan.

You won’t see it enounced in public, but the Petraeus/Zoellick concept of “North America” presupposes regime changing and gobbling up Venezuela. The Caribbean is seen as a Mare Nostrum, an American lake. “North America” is in fact a strategic offensive.

It implies controlling the massive oil and water wealth of the Orinoco and the Amazonas, something that would forever guarantee Exceptionalistan’s preeminence south of the border.

The Caribbean is already a done deal; after all Washington controls CAFTA. South America is a tougher nut to crack, roughly polarized by what’s left of ALBA and the US-driven Pacific Alliance. With Brazil falling to a neoliberal restoration, it’s over as a promoter of regional integration. Mercosur would eventually be absorbed into the Pacific Alliance – especially with a man like Serra as Brazil’s top diplomat. So, politically, South America must be annulled at all costs.

What’s left for South America would be its aggregation — as marginal players, part of the US-driven Pacific Alliance — to those NATO on trade deals, the TPP and TTIP. The “pivot to Asia” – of which TPP is the trade arm — is the Obama doctrine’s push for containment of China, not only in Asia but also across Asia-Pacific. Thus it’s natural that China (Brazil’s number one trade partner) should also be contained in the hegemon’s backyard, South America.

From the Atlantic to the Pacific, and beyond

It’s never enough to stress the geo-economic importance of South America. The only way South America can be fully integrated to the multipolar world is by opening up to the Pacific, boosting its strategic connection with Asia, especially China. That’s where the Chinese push to invest in a massive high-speed rail project uniting the Brazilian Atlantic coast with Peru in the Pacific fits in. That’s South American interconnectivity in a nutshell. If Brazil is politically annulled, none of this will ever happen.

So every coup is now literally allowed in South America; indirect attacks to the Brazilian currency, the real; bribing local comprador elites with the backing of the global financial system; a concerted attempt at the implosion, simultaneously, of the top three economies: Brazil, Argentina and Venezuela. SOUTHCOM went so far as to produce a report on “Venezuela Freedom” earlier this year, signed by commander Kurt Tidd, which proposes a “strategy of tension”, complete with “encirclement” and “suffocation” techniques and allowing to mix street action with a “calculated” use of armed violence. Echoes of Chile 1973 do apply.

South America is now arguably the prime geopolitical space where Exceptionalistan is laying the bases to restore its unrivalled hegemony — as part of a multi-dimensional, geo-finance war against the BRICS bent on perpetuating the unipolar world.

All previous moves have lead to this geostrategy of imploding the BRICS and reducing South America to an appendix of North America.

Wikileaks revealed how the NSA spied on Petrobras. In 2008 Brazil came up with its own National Defense Strategy, focused on two key areas; the South Atlantic and the Amazon. This did not sit well with SOUTHCOM. Unasur should have developed it to a continental level, but they didn’t.

Lula decided to award to Petrobras the prime exploitation of the pre-salt deposits – the largest oil discovery of the 21st century. Dilma’s administration gave a firm push to the BRICS’s New Development Bank (based on the Brazilian BNDES) and also decided to accept Iranian payments bypassing the US dollar. Anyone involved in South-South trade bypassing the US dollar enters a kill list.

Hillary Clinton is the presidential candidate of Wall Street, the Pentagon, the industrial-military complex and the neocons. She is the Goddess of War – and in a Bush-Obama-Clinton continuum she will go to war against any player in the Global South that dares to defy Exceptionalistan.

So the die is cast. We will know for sure by the time there’s a new US President — and arguably a new, unelected Brazilian President — in early 2017. The geostrategic game though remains the same; Brazil must fall so BRICS-led integration must fall, and Exceptionalistan may concentrate all its firepower in an all-out confrontation against Russia-China.

The views expressed in this article are solely those of the author and do not necessarily reflect the official position of Sputnik.

Sorgente: Kill List: Smashing the ‘B’ in BRICS

Wall Street dietro il Colpo di Stato in Brasile

Prof. Michel Chossudovsky, Global Research, 1 giugno 2016

Il controllo sulla politica monetaria e la riforma macroeconomica è l’obiettivo del colpo di Stato. Gli obiettivi principali di Wall Street sono la Banca Centrale, che domina la politica monetaria nonché le operazioni di cambio, il Ministero delle Finanze e la Banca del Brasile (Banco do Brasil). A nome di Wall Street e del “consenso di Washington”, il “governo” ad interim post-golpe di Michel Temer ha nominato un ex-amministratore delegato di Wall Street (con cittadinanza statunitense) a capo del Ministero delle Finanze. Henrique de Campos Meirelles, ex-presidente della FleetBoston Financial Global Banking (1999-2002) ed ex-capo della Banca centrale sotto la presidenza di Lula è stato nominato ministro delle Finanze il 12 maggio. Il nuovo presidente della Banca Centrale del Brasile, Ilan Goldfajn (Goldfein) è stato capo economista della Itaú, la maggiore banca privata del Brasile. Goldfajn ha stretti legami con FMI e Banca Mondiale, ed è amico intimo finanziario di Meirelles.

Cenni storici
Il sistema monetario brasiliano del real è fortemente dollarizzato. Le operazioni di debito interno portano ad un aumento del debito estero. Wall Street è intenta mantenere sul Brasile una camicia di forza monetaria. Dal governo di Fernando Henrique Cardoso, Wall Street ha esercitato il controllo sugli elementi economici chiave, come Ministero delle Finanze, Banca del Brasile e Banca centrale. Sotto i governi di Fernando Henrique Cardoso e Luis Ignacio da Silva (Lula), la nomina del governatore della Banca Centrale venne approvata dal Wall Street.

Cardoso, Lula, Temer nominati per conto di Wall Street
Arminio Fraga: presidente della Banca Centrale (4 Marzo 1999 – 1 gennaio 2003) manager degli hedge fund e socio di George Soros nel Quantum Fund di New York, dalla doppia cittadinanza Brasile-Stati Uniti.
Henrique de Campos Meirelles, Presidente della Banca centrale, (1 gennaio 2003-1 gennaio 2011). Doppia cittadinanza Brasile-Stati Uniti. Presidente e CEO della Boston Bank (1996-1999) e Presidente della FleetBoston Financial Global Banking (1999-2002). Nel 2004, FleetBoston si fuse con Bank America. Prima della fusione FleetBoston era la settima banca negli Stati Uniti. Bank America è attualmente la seconda banca degli Stati Uniti. Dopo essere stato licenziato da Dilma nel 2010, Meirelles ritorna venendo nominato ministro delle Finanze dal “presidente ad interim” Michel Temer.
Ilan Goldfajn, capo economista della Itaú, la maggiore banca privata del Brasile. Goldfajn è stato nominato dal “governo” ad interim di Michel Temer a capo della Banca centrale (16 maggio 2016). Doppia cittadinanza Israele-Brasile. Goldfajn aveva precedentemente lavorato presso la Banca centrale di Arminio Fraga ed Henrique Mereilles. Ha stretti legami personali col Prof. Stanley Fischer, attualmente vicepresidente della Federal Reserve. Inutile dire che la nomina di Golfajn alla Banca centrale è stata approvata da FMI, Tesoro degli Stati Uniti, Wall Street e Federal Reserve. Va notato che Stanley Fischer aveva già ricoperto la carica di di vicedirettore generale del Fondo monetario internazionale e di Governatore della Banca centrale d’Israele. Sia Fischer che Goldfajn sono cittadini israeliani, con legami con la lobby pro-Israele.

Incaricato da Dilma Rousseff alla Banca centrale, non approvato da Wall Street
Alexandre Tombini Antônio, Governatore della Banca Centrale (2011-2016), funzionario di carriera presso il Ministero delle Finanze. Cittadinanza: Brasile.

Sfondo storico
All’inizio del 1999, sulla scia immediata dell’attacco speculativo contro la valuta nazionale brasiliana (Real), il presidente della Banca centrale, Professor Francisco Lopez (nominato il 13 gennaio 1999, Mercoledì Nero) fu licenziato e sostituito da Arminio Fraga, cittadino degli Stati Uniti e dipendente del Quantum Fund di George Soros a New York.

“La volpe nominata a guardia del pollaio”.
Più concretamente, gli speculatori di Wall Street venivano incaricati della politica monetaria del Brasile. Sotto Lula, Henrique de Campos Meirelles è stato nominato Presidente della Banca Centrale del Brasile. Fu in precedenza presidente e CEO di una delle più grandi istituzioni finanziarie di Wall Street. FleetBoston era il secondo maggiore creditore del Brasile, dopo Citigroup. A dire il vero, era in conflitto di interessi. La nomina fu concordata prima dell’adesione di Lula alla presidenza. Henrique Meirelles era un convinto sostenitore del controverso Piano Cavallo argentino degli anni ’90: un “piano di stabilizzazione” di Wall Street che rase al suolo l’Argentina economicamente e socialmente. La struttura essenziale del Piano Cavallo argentino fu replicata in Brasile nell’ambito del Piano Real, applicando una moneta nazionale convertibile dollarizzata (Real). Ciò che tale piano implicava è che il debito interno diveniva debito estero denominato in dollari. Al momento dell’adesione di Dilma alla presidenza nel 2011, a Meirielles non fu rinnovata la presidenza della Banca centrale.

La sovranità nella politica monetaria
Il ministro delle Finanze Mereilles del “governo” ad interim supporta la cosiddetta “indipendenza della Banca centrale”. L’applicazione di tale falso concetto implica che il governo non dovrebbe intervenire nelle decisioni della banca centrale. Ma non ci sono restrizioni alle “volpi di Wall Street”. La questione della sovranità nella politica monetaria è cruciale. L’obiettivo del colpo di Stato è negare la sovranità del Brasile nella formulazione della politica macroeconomica.

Le volpi di Wall Street
Sotto Dilma, la “tradizionale” scelta di una “volpe di Wall Street” fu abbandonata con la nomina di Alexandre Tombini Antônio, funzionario governativo di carriera che guidò la Banca Centrale del Brasile dal 2011 al maggio 2016. Al momento dell’adesione di Michel Temer a “presidente ad interim”, Henrique de Campos Meirelles veniva nominato a capo del Ministero delle Finanze. A sua volta, Meirelles ha nominato i suoi compari a capo della Banca centrale e del Banco do Brasil. Meirelles viene descritto dai media statunitensi come “amico del mercato”.

Nomine economiche di Michel Temer:
– Henrique de Campos Meirelles, Ministro delle Finanze,
– Ilan Golfajn, Presidente della Banca Centrale del Brasile, socio nominato da Meirelles
– Paolo Caffarelli, Banca del Brasile, socio nominato da Meirelles.

Conclusioni
Ciò che è in gioco con vari meccanismi, anche operazioni d’intelligence, manipolazione finanziaria e propaganda mediatica, è la destabilizzazione della struttura statale e dell’economia nazionale del Brasile, per non parlare dell’impoverimento di massa del popolo brasiliano. Gli Stati Uniti non vogliono affrontare o negoziare un governo nazionalista riformista sovrano. Quello che vogliono è un loro Stato-fantoccio. Lula era “accettabile” perché seguiva le istruzioni di Wall Street e FMI. Mentre l’agenda politica neoliberista non ha prevalso con Rousseff, che implementava un’agenda riformista-populista scacciando il pilastro macroeconomico sponsorizzato da Wall Street durante la presidenza Lula. Secondo il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale Heinrich Koeller (2003) Lula è stato “Il nostro miglior presidente”: “Sono entusiasta (dell’amministrazione Lula); ma è meglio dire che sono profondamente colpito dal Presidente Lula” (Conferenza stampa del FMI, 2003).
Sotto Lula non c’era bisogno del “cambio di regime”. Luis Ignacio da Silva aveva approvato il “Washington Consensus”. La scomparsa temporanea di Henrique de Campos Meirelles dopo l’elezione di Dilma Rousseff è stata fondamentale. Wall Street non approvò le nomine di Dilma a Banca centrale e Ministero delle Finanze. Se Dilma avesse scelto di mantenere Henrique de Campos Meirelles, il colpo di Stato molto probabilmente non ci sarebbe stato.

Il regime dei fantocci degli Stati Uniti a Brasilia
Un ex-CEO/presidente di una delle più grandi istituzioni finanziarie statunitensi (e cittadino degli Stati Uniti) controlla le importanti istituzioni finanziarie del Brasile e definisce l’agenda macroeconomica e monetaria di un Paese di oltre 200 milioni di persone. Si chiama colpo di Stato… di Wall Street.

Ilan Goldfajn

Ilan Goldfajn

La credibilità di Temer crolla subendo per 8 anni il divieto a cariche pubbliche
Glenn Greenwald, Global Research, 4 giugno 2016
Brazil-Coup-Appointment-Of-President-Michel-Temer-Called-Farce-680x382Era evidente fin dall’inizio che obiettivo fondamentale dell’impeachment della Presidentessa del Brasile Dilma Rousseff era sostenere i veri ladri a Brasilia e consentirgli di impedire, ostacolare e in ultima analisi uccidere l’indagine CarWash (così come d’imporre un programma neoliberale di privatizzazioni e austerità radicali). A 20 giorni dalla presa del potere del presidente “ad interim” Michel Temer, schiaccianti prove della sua corruzione sono emerse dimostratesi vere: già due dei ministri intermedi del gabinetto tutto bianco e maschile di Temer, tra cui il ministro anticorruzione, sono stati costretti a dimettersi dopo la pubblicazione di registrazioni segrete che dimostrano il loro complotto per ostacolare le indagini (in cui, insieme a un terzo elemento del gabinetto, sono coinvolti personalmente). Ma lo stillicidio della corruzione dei ministri di Temer serve ad oscurare la sua. Anche lui è implicato in numerose indagini di corruzione e ora è formalmente accusato di aver violato le leggi elettorali e, per punizione, gli sono vietate le cariche politiche per otto anni. Ieri, un tribunale elettorale regionale a San Paolo, da dove proviene, ha emesso la sentenza dichiarandolo “non ammissibile” a qualsiasi carica politica, avendo ad oggi una “fedina sporca” nelle elezioni. Temer è stato riconosciuto colpevole di spendere più fondi per la campagna di quanto la legge consenta. Dati intrighi, corruzione ed illegalità del governo ad interim di Temer, la violazione della legge non è il peggiore reato. Ma simboleggia potentemente la truffa antidemocratica che le élite brasiliane tentano di perpetrare. In nome della corruzione hanno rimosso la leader democraticamente eletta del Paese e la sua sostituzione, con qualcuno che, anche se non legalmente vietato, è ora escluso per otto anni dalla carica che vuole occupare. Poche settimane fa, l’impeachment di Dilma è apparsa inevitabile. I media oligarchici del Brasile avevano efficacemente focalizzato l’attenzione esclusivamente su di lei. Ma poi, tutti hanno cominciato a guardare chi congegnava il suo impeachment, chi avrebbe avuto il potere e per quali motivazioni, e tutto è cambiato. Ora il suo impeachment, anche se ancora probabile, non sembra inevitabile: la scorsa settimana, O Globo ha riferito che due senatori già a favore ora ci ripensavano alla luce dei “fatti nuovi” (i nastri rivelati sui ministri di Temer) e ieri anche Folha riferiva che numerosi senatori tendono a ripensarci. In particolare, i media brasiliani non pubblicano più i sondaggi sull’opinione pubblica su Temer e l’impeachment di Dilma. Nel frattempo, l’opposizione cresce contro tale attacco alla democrazia, sia a livello nazionale che internazionale. Le proteste contro Temer sono sempre più grandi e intense. Due dozzine di parlamentari inglesi hanno denunciato l’impeachment come colpo di Stato. Tre dozzine di europarlamentari hanno sollecitato la cessazione dei negoziati commerciali con il governo ad interim del Brasile per mancanza di legittimità. Il gruppo anti-corruzione Transparency International ha annunciato di por fine al dialogo con il nuovo governo finché non elimina la corruzione dai nuovi ministeri. Il New York Times parla delle dimissioni del ministro anti-corruzione a soli 20 giorni dalla nomina, descritta come “un altro colpo a un governo zoppicante per uno scandalo, a poche settimane da quando Temer ha sostituito Dilma Rousseff”. Ma forse niente indica più la farsa pericolosa che le élite brasiliane tentano di perpetrare quanto il fatto che il loro capo è ormai bandito dalla carica in cui è stato installato, poiché condannato per aver infranto la legge. Questa non è solo la distruzione della democrazia nel quinto Paese più popoloso del mondo, né l’imposizione di un ordine del giorno di privatizzazioni e attacchi ai poveri a vantaggio dei plutocrati internazionali. E’ letteralmente l’affermazione di sporchi corrotti criminosi che cinicamente sono al potere in nome della lotta alla corruzione.
Ieri sera, a un evento a Rio de Janeiro mi è stato chiesto, come sempre in questi casi, del possibile coinvolgimento degli Stati Uniti nel cambio di governo. Qui i quattro minuti della mia risposta:

Sorgente: Wall Street dietro il Colpo di Stato in Brasile | Aurora

I golpisti hanno mostrato i loro obiettivi

João Pedro Stedile

Il Brasile e il mondo hanno capito subito la natura di questo governo illegittimo. Sono bastate alcune ore o giorni perché il governo provvisorio dei golpisti  facesse le sue scelte per mostrare subito con quali obiettivi sono arrivati, attraverso la composizione del governo, i piani annunciati e le dichiarazioni pubbliche.

Il senato aveva appena deciso il temporaneo allontanamento della presidente  Dilma Roussef e  il signor Michel Temer si era appena provvisoriamente insediato. Per alcuni giuristi, a rigore, secondo la Costituzione, il vice-presidente non avrebbe potuto cambiare il governo. Avrebbe soltanto dovuto prendere in mano gli atti amministrativi fino al giudizio di merito. Ma l’ultima cosa che i golpisti e il connivente Supremo Tribunale Federale stanno facendo è rispettare la Costituzione. Ora tutto è permesso. Come ha detto Lula, è come se voi viaggiaste e lasciaste casa vostra provvisoriamente nelle mani di qualcuno che dovrebbe occuparsi di sorvegliarla e quello cambiasse tutto a casa vostra e addirittura la vendesse.

Il governo dei golpisti è una barzelletta. Un vero festival dei topi di partito. Tutti uomini, bianchi, ipocriti e corrotti. La Rete Globo ha fatto una campagna martellante, negli ultimi mesi, suggerendo che la presidente Dilma doveva essere deposta per i livelli di corruzione presenti nel governo. La piccola borghesia, per le strade, invocava il ritorno della dittatura militare per farla finita con i corrotti del PT. Ebbene, tra gli attuali ministri di Temer, almeno sette sono implicati nell’Operazione Lava-Jato e in altri processi di corruzione. Come ha detto un uomo esperto come Ciro Gomes, “hanno consegnato il governo al sindacato dei ladroni” e nessuno ha avuto il coraggio di processarlo.

Le misure annunciate o già assunte dal governo golpista sono una tragedia per la vita e il futuro del popolo brasiliano. Ma sono coerenti con il loro piano neoliberista di ridurre il costo del lavoro, dar via le nostre ricchezze, privatizzare quel che possono e destinare le risorse pubbliche, che andavano a educazione, salute e previdenza agli imprenditori. Come ha avvertito il ricercatore Márcio Pochmann, “è in gioco l’appropriazione privata del 10% del PIL, in risorse pubbliche!”.

Hanno emesso una Misura Provvisoria che prevede la possibilità di privatizzazione di tutte le imprese statali, come la Petrobras, imprese di energia elettrica, porti e aeroporti che ancora erano restati al pubblico. Probabilmente cominceranno dall’energia elettrica e dalle riserve del Pre-sal. Di fronte a questo, il prossimo 6 giugno ci sarà una manifestazione nazionale a   Rio de Janeiro per denunciare questo attacco alla sovranità nazionale.

Per quanto riguarda la previdenza vogliono imporre il pensionamento con un’età minima di 65 anni per uomini e donne delle campagne e delle città, svincolata dal salario minimo. Sarà molto duro per la classe lavoratrice.

In relazione alla salute, annunciano tagli nel Sistema Sanitario e la fine del programma “Più Medici” che assiste 50 milioni di brasiliani poveri delle nostre periferie e di tutti quei luoghi isolati e scomodi da raggiungere, dove non era mai arrivato nessun camice bianco. Parlano perfino di tagliare il servizio mobile di assistenza d’urgenza.

In relazione ai tassi di interesse, neanche una parola sui R$ 500 miliardi destinati tutti gli anni ai banchieri come pagamento degli interessi sul debito interno. Per questo hanno messo due banchieri a proteggere il pollaio:   il Sr. Henrique Meirelles (Ministero dell’Economia) e il Sr. Illan Goldfajn (Banca Centrale). La famiglia di quest’ultimo vive in Israele considerando il Brasile un paese insicuro… poveri noi,  210 milioni di esseri umani che viviamo qui.

Rispetto ad agricoltura e riforma agraria, oltre alle misure sociali di cui ho detto, che colpiscono duramente i più poveri delle campagne, non hanno avuto nessun problema a eliminare il Ministero dello Sviluppo Agrario (MDA) e i suoi programmi che riguardano i contadini, come il programma di Acquisto degli Alimenti (PAA) e i programmi di Assistenza Tecnica (ATER).

Il governo golpista è stato realmente didattico. Ha fatto capire chiaramente al popolo quali sono i suoi interessi e i suoi modi di agire.

Per questo, tutti i movimenti popolari e le organizzazione che fanno parte di Fronte Brasile Popolare e Popolo Senza Paura, così come di altre reti, si sono unite nella parola d’ordine “No al Golpe, Fuori Temer!”

Nessuno accetterà processi di negoziazione o si sederà a un tavolo con rappresentanti di un governo golpista, illegittimo e  senza patria.

Per fortuna la società brasiliana e la comunità internazionale hanno capito rapidamente la natura di questo governo illegittimo. E il grido “No al Golpe, Fuori Temer!” è risuonato in moltissimi eventi, atti pubblici, cerimonie.

All’estero, ci sono centinaia di manifestazione di fronte alle ambasciate del Brasile. I media internazionali, che ancora seguono la regola di ascoltare le due campane, hanno messo in crisi i media brasiliani, sostenendo in editoriali e articoli il carattere di Golpe di quanto avvenuto in Brasile. Personalità di tutto il mondo si sono espresse contro questo evento. Papa Francesco ha richiamato l’attenzione sui golpe bianchi in alcuni paesi, anche se non ha citato direttamente il Brasile.

Il noto intellettuale statunitense Noam Chomski, così come vincitori del premio Nobel per la Pace, come  Adolfo Pérez Esquivel e Rigoberta Menchu, e perfino artisti presenti a Cannes hanno espresso la loro solidarietà, denunciando il golpe.

In Brasile, si moltiplicano manifestazioni pubbliche di diversi settori,  come gli studenti della scuola superiore, di artisti e intellettuali, che hanno occupato, per la prima volta nella storia, più di 20 edifici della Funarte in tutto il paese, obbligando i golpisti a reinsediare il Ministero della Cultura che avevano eliminato. La gioventù è tornata in strada a protestare.

Ma dove stanno i sostenitori del golpe? I giallo-verdi contro la corruzione? Si vergognano e stanno a casa, poichè hanno collaborato a consegnare il formaggio ai Jucás, Padilhas, Gedeis e ad altri specialisti nel mangiare risorse pubbliche. Sono scomparsi.

Certamente da ora in avanti le mobilitazioni popolari aumenteranno secondo le dimensioni e la quantità di settori coinvolti.

Il Fronte Brasile Popolare ha organizzato un calendario di mobilitazioni e attività in tutto il paese, nei prossimi mesi. Nel movimento sindacale cominciano a battere i tamburi, in preparazione di uno sciopero generale che paralizzi le attività produttive contro le misure del governo golpista.

Cresce anche la solidarietà alla presidente Dilma, nonostante tutte le critiche che abbiamo fatto in relazioni agli ultimi anni di governo. Sarà invitata a partecipare a moltissime attività di massa in tutto il paese, nelle quali diremo ad alta voce che 54 milioni di elettori, la maggioranza del popolo brasiliano, l’ha scelta perchè governasse fino al dicembre del 2018.

23 maggio 2016

Brasil de Fato

traduzione di Serena Romagnoli

tratto da Amig@s MST – Italia

Traduzione di Serena Romagnoli:
João Pedro Stedile, I golpisti hanno mostrato i loro obiettivi” pubblicato il 23-05-2016 in Amig@s MST – Italia, su [http://www.comitatomst.it/node/1149] ultimo accesso 28-05-2016.

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Bilancio del governo provvisorio: ritorno al passato in sette giorni

Pedro Rafael Vilela

Temer annuncia un’agenda rifiutata nelle urne, apre il cammino alle privatizzazioni e al taglio dei programmi sociali.

In una sola settimana di esistenza, la gestione del presidente Michel Temer (PMDB) già colleziona critiche e una grande insoddisfazione popolare. E non solo di settori sostenitori del PT e del governo di Dilma, ma anche delle stesse componenti che hanno appoggiato il processo di impeachment.

La linea del governo provvisorio è stata concepita durante le prime ore da Temer, come capo del Potere Esecutivo Federale, e giorno dopo giorno una nuova misura o annuncio ha creato ancor più instabilità per il suo governo –considerato da ampi settori come illegittimo– che corre contro il tempo per mostrare la propria opera di fronte al giudizio finale, da parte del Senato, sull’allontanamento definitivo o no della presidente Dilma Rousseff, la quale può riprendere il mandato. Tutto questo in mezzo ad una serie di manifestazioni popolari che continuano ad occupare le strade di diverse città del Brasile chiedendo “Fuori, Temer”.

Brasil de Fato ha sollevato le principali polemiche e decisioni del governo provvisorio, applicate fino ad ora.

Diversità

Annunciando una composizione ministeriale formata solo da uomini, tutti bianchi e ricchi, il presidente provvisorio è riuscito a disgustare greci e troiani, venendo contestato perfino dai suoi alleati. L’assenza di donne, qualcosa che non avveniva dalla presidenza del generale Ernesto Geisel, durante la Dittatura Militare, oltre alla mancanza di persone nere in primo piano, sono state oggetto di critiche in diversi mezzi di comunicazione stranieri e ha dominato i temi nelle reti sociali. Donne e popolazione nera sono maggioranza in Brasile. Uno dei principali quotidiani dell’Inghilterra, The Guardian, per esempio, ha descritto il ministero di Temer come “molto testosterone e poca melanina”. Secondo il quotidiano, la composizione del nuovo governo mostra che la “vecchia élite del Brasile è di nuovo al comando”.

Le ripercussioni sono state così negative che Temer è passato ad esigere indicazioni di donne per gli altri posti chiave del governo. In un episodio indicativo, niente meno che cinque donne, tra loro la cantante Daniela Mercury e la giornalista Marília Gabriela, hanno rifiutato l’offerta dell’incarico di segretaria nazionale della Cultura, fatta dal presidente provvisorio, dimostrando insoddisfazione con i percorsi del suo governo.

Riduzione di portafogli

La riduzione del numero dei ministeri, misura normalmente difesa dal mercato finanziario, ha finito con l’essere un contraccolpo, ripercuotendosi in modo negativo in alcuni gruppi e categorie. È il caso del Ministero della Cultura unito al Ministero dell’Educazione –una ripetizione di ciò che fece l’ex presidente Fernando Collor nel 1990– che è stato duramente criticato da riconosciuti artisti come Caetano Veloso e Wagner Muora.

Anche la lotta alla corruzione è stata lasciata in secondo piano con la decisione di abolire il Revisorato Generale dell’Unione (CGU) della struttura della Presidenza della Repubblica e unirlo al Ministero per la Trasparenza, l’Indagine e il Controllo recentemente creato. Secondo degli specialisti, la CGU ha perso lo status di super ministero legato alla Presidenza e, con questo, lo stato ha ridotto la capacità di effettuare la revisione dei conti negli altri organismi dell’amministrazione federale e di indagare sull’uso delle risorse pubbliche concesse a imprese e altri enti federali.

Ministri al di sopra di ogni sospetto

Michel Temer non ha esitato anche a nominare per il suo ministero nomi coinvolti in scandali di corruzione. Due di loro sono direttamente indagati per l’Operazione Lava Jato (Lavaggio a pressione), che sta andando avanti su presunti casi di corruzione nell’impresa statale Petrobras: Romero Jucá (Programazione) ed Henrique Alves (Turismo). Altri titolari del governo sono stati citati nel sistema di corruzione nella Petrobras, come Geddel Vieira Lima (Casa Civile), Bruno Araújo (Città), Mendonça Filho (Educazione e Cultura), Raul Jungmann (Difesa) e Ricardo Barros (Sanità). Gli ultimi quattro appaiono nella “lista Odebrecht”, sequestrata nella 24ª fase dell’Operazione Lava Jato, e che riunisce più di 200 politici che avrebbero ricevuto donazioni, che potrebbero essere “fondi neri”, dalla maggiore impresa di costruzioni del paese

Privatizzazione nella Sanità ed Educazione

I nuovi titolari del portafoglio della Sanità e dell’Educazione e Cultura hanno fatto questa settimana delle controverse dichiarazioni. Ricardo Barros (PR), ministro della Sanità, ha affermato in una intervista che il governo non riesce più a sostenere i diritti fondamentali dei cittadini, come l’accesso universale alla sanità. Ha annunciato che mancano risorse e che il governo federale non avrebbe coperture finanziarie per dare questo tipo di garanzia ai brasiliani. Ha anche difeso che la popolazione passi ai programmi sanitari privati, a detrimento del Sistema Unico di Sanità (SUS), che è pubblico. Barros ha avuto la sua campagna elettorale finanziata da una assicurazione privata.

Nel Ministero dell’Educazione e della Cultura, Mendonça Filho (DEM), ha detto che appoggerà la riscossione di rate nelle università federali per programmi di specializzazione e di post laurea. Il ministro appartiene al partito che è stato contro la politica delle quote raziali e sociali nelle università, ed è giunto ad entrare nel Supremo Tribunale Federale per tagliare il Programma Università per Tutti (ProUni), creato durante il governo di Lula, che ha dato più di un milione di borse di studio a studenti poveri nelle facoltà private.

Ripercussioni internazionali

Temer ha anche affrontato, in questa prima settimana, la reazione internazionale di fronte all’allontanamento temporaneo di Dilma Rousseff dall’incarico. Ecuador, Cuba, Nicaragua, Cile, Bolivia, Uruguay, El Salvador e Venezuela hanno fatto le dichiarazioni più dure contro il governo provvisorio. Perfino lo stesso silenzio degli Stati Uniti ha messo in imbarazzo Temer, ci si aspettava una telefona di Barack Obama per riconoscere il nuovo governo.

Solo l’Argentina ha manifestato rispetto al presidente in carica, ma ha messo in evidenza, in una nota, la preoccupazione per i malcontenti sulla legittimità del processo contro Dilma. Oltre a questi governi, anche l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) e l’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) hanno manifestato preoccupazione.

In Europa, i partiti dei primi ministri dell’Italia, Matteo Renzi, e della Germania, Angela Merkel, oltre la partito del presidente della Francia, François Hollande, hanno considerato un abuso la procedura adottata per allontanare Dilma.

19 maggio 2016

Brasil de Fato / Resumen Latinoamericano

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Pedro Rafael Vilela, “Balance del gobierno interino: vuelta al pasado en siete díaspubblicato il 19-05-2016 in Resumen Latinoamericano, su [http://www.resumenlatinoamericano.org/2016/05/19/brasil-balance-del-gobierno-interino-vuelta-al-pasado-en-siete-dias/] ultimo accesso 25-05-2016.

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Torna il golpismo in America Latina

Torna il golpismo in America Latina

 

Venezuela e Brasile sono lo scenario di un nuovo tipo di colpo di stato che farebbe arretrare l’agenda politica del continente ai suoi tempi peggiori. Intanto in Argentina avanza il brutale modello di demolizione della democrazia sostenuto dalla destra oligarchica continentale e dalle forze egemoniche dell’imperialismo degli Stati Uniti nella regione.

Come si vede nelle avvisaglie che mettono alla prova la memoria storica dei popoli del continente, è difficile accettare che i nuovi modelli di colpo di stato siano davvero più blandi e segreti di quelli che ha subito per tanto tempo l’America Latina.

Ciò che abbiamo visto finora in Argentina non ha nulla da invidiare, in termini di disprezzo per le masse, ai colpi di stato che hanno introdotto le dittature sanguinose ai tempi dell’Operazione Condor (il complesso di interventi, compreso il ricorso sistematico alla tortura e all’omicidio, con cui fu osteggiato l’avanzamento del socialismo in ogni stato dell’America Latina durante l’amminsitrazione Nixon-Kissinger -NDT).

In Venezuela il leader dell’opposizione nell’Assemblea Nazionale, Henry Ramos, apertamente dichiara che, data la gravità della crisi economica, egli non prevede che Maduro possa concludere il suo mandato e aggiunge che entro sei mesi si dovrà por fine al legittimo governo di Nicolas Maduro. Tanto gravi minacce non hanno indotto il segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani, Luis Almagro, a formulare la benché minima ricusazione, così si capisce che stiamo tornando ai tempi del golpismo aperto e brutale nel cortile degli Stati Uniti.

Intanto, in Argentina, il neo eletto presidente Mauricio Macri avvia l’attuazione del suo “modello democratico” con una demolizione brutale di tutto ciò che aveva fatto progredire la nazione dopo il crollo subito a causa della crisi economica e politica neoliberale, dalla quale era stata riscattata per opera dei successivi governi popolari di Nestor e di Cristina Kirchner.

La scrittrice e giornalista investigativa argentina Stella Calloni sottolinea che il colpo di stato in corso in Argentina iniziò il giorno stesso in cui è salito al potere Macri, un uomo d’affari di estrema destra che dal 2007 (secondo WikiLeaks) ha offerto i suoi servizi all’ambasciata degli Stati Uniti a Buenos Aires. “L’offensiva golpista è iniziata con i decreti che hanno instaurato istituzioni e misure assolutamente illegali, come la nomina per decreto di due giudici della Corte suprema. Tutte le misure economiche favoriscono i potenti e segnano un percorso di esclusione del popolo”, afferma la Calloni.

Violando la costituzione e le leggi, e governando per decreti di necessità e urgenza (DNU) dal dicembre 2015, Macri ha iniziato un percorso che mira evidentemente a distruggere un lavoro che valse all’Argentina ammirazione e rispetto da tutto il mondo, e a consegnare il paese al potere egemonico globale, ai sinistri piani del Fondo monetario internazionale e di altre agenzie, banche e istituzioni straniere. “L’opposizione negativa al Congresso in Venezuela è parte del colpo di stato che gli Stati Uniti e le loro marionette locali stanno compiendo contro quel paese”, dice la Calloni.

Mentre gli Stati Uniti e la loro rete di soci e dipendenti locali sostengono i decretacci incostituzionali di Macri, tanto applauditi dal potere egemonico, in Venezuela il decreto di “emergenza economica”, firmato dal presidente Nicolas Maduro è stato respinto dalla opposizione giudiziaria, con il compiacimento di quello stesso potere. Mai prima d’ora la destra è stata più disposta a violare la Costituzione e a chiamare alla rivolta, ha avvertito l’ex vice presidente e giornalista venezuelano Jose Vicente Rangel. “Raramente nel nostro paese era stato annunciato un colpo di stato in modo così chiaro e, allo stesso tempo, così sfuggente; l’opzione sarebbe l’impeachment, ma si allude solo di sfuggita a quella opzione che l’attuale costituzione prevede”.

Secondo Rangel, l’opposizione naviga su due acque dicendo, da un lato, che in sei mesi Nicolas Maduro sarà sloggiato dal Palazzo di Miraflores (sede del governo) con mezzi pacifici e costituzionali e, dall’altro, che non aspetterano la scadenza per scagliarsi contro il presidente.

“la destra è ringalluzzita per la vittoria elettorale dello scorso 6 dicembre. Ma ricorda ancora il fallito colpo di stato del 2002, un fallimento clamoroso che la costrinse a passare a mezzi pacifici per rovesciare il potere socialista, come apparentemente cerca di fare ora. “Ma non si possono fare impunemente né colpi morbidi, né mascherate carnevalesche usate per confondere, né golpe violenti”, conclude José Vicente Rangel.

Traduzione dallo spagnolo di Leopoldo Salmaso.
L’originale di Manuel E. Yepe Menéndez si trova qui

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‘Fermiamo il genocidio in Brasile’: la campagna di Survival nell’anno delle Olimpiadi

Con le Olimpiadi di Rio 2016 all’orizzonte, Survival International lancia la campagna per prevenire lo sterminio dei popoli indigeni del Brasile e lo fa proprio oggi in occasione della Giornata Nazionale dell’Indio, una ricorrenza istituita dal paese per celebrare le lotte e le culture indigene.

A prescindere dal caos politico che sta travolgendo il Brasile, Survival denuncia con forza le gravi violazioni dei diritti umani e le minacce che subiscono i popoli indigeni del paese. Minacce che persistono anche nell’attuale clima politico.

Sorgente: ‘Fermiamo il genocidio in Brasile’: la campagna di Survival nell’anno delle Olimpiadi – Survival International

Brasile: polizia militare e guardie private uccidono due contadini

Giovedì scorso la polizia federale e la security privata della piantagione di legno di Arapuel hanno assaltato l’accampamento di contadini del Movimento Sem Terra (senza terra) nel comune di Quedas do Iguaçu, nello stato del Paraná. Nel campo vivevano diverse famiglie di contadini, due dei quali sono rimasti uccisi. Vilmar Bordim, di 44 anni, sposato e con tre figli, e Leomar Bhorbak, di 25 anni, che lascia la moglie al nono mese di gravidanza. Almeno altri sette contadini sono rimasti feriti.

Il campo “Thomas D. Baldwin”  era abitato da duemila e cinquecento famiglie che occupavano terre di cui si era impossessata illegalmente dalla the Araupel. Si trattava in fatti di terre pubbliche destinate alla riforma agraria, secondo quanto sancito da un verdetto della magistratura.

Sorgente: Brasile: polizia militare e guardie private uccidono due contadini – Salva le Foreste

Olimpiadi 2016 a Rio de Janeiro: quando lo sport uccide

La situazione a un centinaio di giorni dall’apertura delle Olimpiadi di Rio 2016 è nera, anzi la tonalità ha il colore rosso sangue. Quel rosso è il sangue delle vittime della bonifica che il Governo brasiliano insieme alla sua polizia sta portando avanti a spese della vita dei “meninos de rua”.

Continuano infatti gli omicidi da parte delle forze di polizia di Rio, a pagarne le spese sono soprattutto i bambini che vivono per strada e nelle favelas. Il piano del Governo brasiliano da almeno un paio di anni a questa parte è stato quello di cercare di dare un giro di vite in occasione delle Olimpiadi. Cercare in tutti i modi di allontanare dagli occhi del Comitato Centrale per le Olimpiadi quella situazione mai sanata che fa delle favelas un ritorno d’immagine non certo proponibile persino per lo stesso Comitato Olimpico.

Sorgente: Olimpiadi 2016 a Rio de Janeiro: quando lo sport uccide

ULTIM’ORA: Guarani di nuovo sotto attacco

Una comunità guarani sta subendo gravi attacchi nello stato del Mato Grosso do Sul, nel Brasile meridionale.

Un gruppo di sicari, al soldo degli allevatori locali, sono arrivati con circa dieci furgoni e hanno sparato ripetutamente contro un villaggio guarani. Avrebbero anche dato fuoco a diverse case. Gli attacchi sono ancora in corso.

Una decina di giorni fa i Guarani avevano cercato di rioccupare una porzione del loro territorio, e si pensa che questo attacco sia una ritorsione degli allevatori. Nonostante la costituzione brasiliana e la legge internazionale riconoscano il diritto dei Guarani alla terra ancestrale, infatti, le comunità sono state derubate delle loro terre per far spazio ad allevamenti e piantagioni. Spesso, nel tentativo di tenerli lontani dal territorio, gli allevatori assoldano dei sicari per attaccare i Guarani e uccidere i loro leader.

Il 13 gennaio i Guarani hanno ricordato il tredicesimo anniversario dell’assassinio di Marcos Veron, leader indigeno ucciso dagli allevatori a Takuara, la stessa comunità vittima dell’attacco in corso in questi giorni.

Le forze di sicurezza di frontiera (DOF) sono sul posto ma non sono ancora intervenute per impedire le violenze in quest’area, che i Guarani descrivono come una “zona di conflitto”. I Guarani accusano le forze DOF di sostenere gli allevatori.

I Guarani sono stati derubati della terra ancestrale per far spazio all’agro-industria.

I Guarani sono stati derubati della terra ancestrale per far spazio all’agro-industria.

© Fiona Watson/Survival

Il comportamento delle forze di sicurezza ha spinto il Capo della Commissione per i Diritti Umani del Congresso brasiliano a dire che la DOF “agisce come una forza di sicurezza privata… a fianco degli allevatori, per intimidire i leader [Guarani].” E ha aggiunto che “è assolutamente possibile risolvere il problema. Tutti ne dovrebbero parlare.”

“Chiediamo aiuto alle persone di tutto il mondo” ha detto il leader guarani Valdelice Veron. “Siamo qui nella nostra terra ancestrale e non ce ne andremo.”

Questa è solo l’ultimo episodio di una guerra intentata dagli allevatori contro i Guarani. L’imprenditoria agricola li sottopone a violenza genocida, a schiavitù e razzismo per rubare loro terre, risorse e forza lavoro.

Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, chiede la fine di queste violenze e il rispetto del diritto dei Guarani a vivere nella loro terra ancestrale. In questo modo gli indigeni potranno difendere le loro vite, proteggere le loro terre e determinare autonomamente il loro futuro.

“Non si tratta di un attacco isolato, bensì dell’ennesimo atto di crudeltà in un ciclo infinito di violenze contro i Guarani. La violenza è sistemica e sistematica, ed è aggravata dal fatto che con il loro comportamento le forze di sicurezza brasiliane permettano deliberatamente il verificarsi di questi attacchi” ha dichiarato oggi il Direttore generale di Survival, Stephen Corry. “Questa cultura dell’impunità è letale per i Guarani e li sta distruggendo. Il Brasile deve restituire la terra alla tribù, è l’unica soluzione possibile.”

Sorgente: ULTIM’ORA: Guarani di nuovo sotto attacco – Survival International

Gli ultimi Kawahiva: Survival lancia una campagna per salvarli

I Kawahiva sono uno dei popoli più vulnerabili del pianeta. La loro foresta è invasa da taglialegna armati, da minatori e potenti allevatori – in una regione del Mato Grosso tristemente nota per le sue violenze, il dilagare del disboscamento e dell’accaparramento di terra illegali.

Sorgente: Gli ultimi Kawahiva: Survival lancia una campagna per salvarli – Survival International

Massacro a Gaza, l’America Latina contro Israele

Si fa sempre più frontale e determinata la mobilitazione dei governi dell’America Latina contro Israele, anche al di là del loro colore politico.
La portata e l’intensità delle operazioni israeliane a Gaza “violano il principio di proporzionalità nell’uso della forza” e pertanto non rispettano “norme fondamentali del diritto internazionale umanitario”: con questa motivazione il governo del Cile ha richiamato ieri per consultazioni il suo ambasciatore a Tel Aviv, Jorge Montero. “Non sappiamo quanto tempo resterà a Santiago, dovremo valutarlo” ha detto il capo della diplomazia di Santiago, Heraldo Muñoz, da Caracas, dove partecipa al vertice del Mercosur (Mercato comune sudamericano). Allo stesso summit, il Brasile, capofila della condanna latinoamericana all’offensiva su Gaza, chiederà formalmente il sostegno dei suoi soci – Argentina, Paraguay, Uruguay e Venezuela – dopo essere stato aspramente contestato da Israele.

Di pari passo con il Cile, anche il Perù ha annunciato il richiamo del suo ambasciatore, José Salinas: “Non può protrarsi una situazione in cui tanti civili e tanti bambini stanno morendo…Guardavamo con grande speranza alla tregua dichiarata, sperando che fosse la cessazione dell’ostilità e l’inizio di negoziati. Purtroppo non è stato così” ha detto il ministro degli Esteri di Lima, Gonzalo Gutiérrez. La decisione, ha aggiunto, è stata presa contemporaneamente al Cile, come dimostrato sulla perfetta sincronia con cui sono stati diffusi i relativi comunicati.

E anche il Salvador si è unito a Cile e Perù, dando istruzioni per il richiamo per consultazioni del suo ambasciatore in Israele, Susana Edith Gun de Hasenson, “fino a nuovo ordine”. “Esprimiamo la nostra solidarietà con i bambini, le bambine, le donne, gli uomini, gli anziani che sono vittime dei bombardamenti indiscriminati nella Striscia di Gaza, mentre allo stesso tempo condanniamo nel modo più energico queste azioni” ha detto il presidente Salvador Sánchez Cerén, parlando a margine del summit del Mercosur. In modo analogo si erano comportati nei giorni scorsi anche Ecuador e Brasile mentre sia nei governi che nella società civile di vari paesi dell’America Latina cresce la richiesta che il Mercosur sospenda immediatamente il trattato di libero commercio in vigore con Israele, dando così un segnale tangibile e pesante che possa condizionare in qualche modo il cosiddetto ‘stato ebraico’.

Fonte: Contropiano.org

#Brasile : proposta una legge per occupare i territori indigeni #Italia

Il Congresso brasiliano sta discutendo un controverso progetto di legge per aprire i territori indigeni ad attività minerarie, dighe, basi militari e altri progetti industriali. La maggior parte dei popoli indigeni dipende dalle terre per il proprio sostentamento, fisico e culturale. Gli Indiani incontattati sono particolarmente vulnerabili: se le loro foreste non resteranno intatte, non potranno sopravvivere.

La costituzione brasiliana riconosce agli Indiani il diritto all’uso esclusivo della loro terra, con l’eccezione di circostanze estreme di “importante interesse pubblico”. La nuova proposta è conosciuta come proposta di legge 227 e fa parte di una serie di manovre volte a indebolire i diritti indigeni, dietro cui si cela la potente lobby agraria del Brasile. La legge è sostenuta da diversi membri del Congresso, alcuni dei quali avrebbero ricevuto fondi da compagnie agricole e minerarie, tra cui figura anche la Bunge, che si rifornisce di canna da zucchero nelle terre dei Guarani.

Secondo quanto riporta Survival, i popoli indigeni del paese stanno manifestando ovunque la propria opposizione alla proposta di legge. Le tribù dello stato di Rondonia, nella parte occidentale dell’Amazzonia brasiliana, l’hanno ribattezzata “manovra anti-indigeni”. “Vogliamo che il paese e il mondo ascoltino la nostra rabbia per questa grave minaccia ai nostri diritti costituzionali…” affermano. “[Il governo] uccide i fiumi, le foreste e gli esseri umani nel nome del ‘progresso’… Noi continueremo a resistere e a combattere per costruire un nuovo sistema di politiche indigene; un sistema democratico e in linea con le nostre aspirazioni.”

La Presidente Roussef ha incontrato i leader Indiani all’inizio del mese: è stata la prima volta da quando si è insediata nel 2011. Ha promesso di ascoltare i popoli indigeni e di essere al loro fianco nella lotta contro la legislazione che viola i loro diritti. Nessun popolo indigeno è stato consultato su questa proposta di legge.

viaBrasile: proposta una legge per occupare i territori indigeni – Salva le Foreste.

Da Carlo (Zaquini) a (papa) Francesco: Non dimenticare gli Indios

Da Carlo Miglietta
di CO. RO. ONLUS
(Comitato Roraima di solidarietà con i Popoli Indigeni del Brasile)

Il Brasile di oggi più che mai contro gli Indios?

Cari amici,

raramente siamo arrivati a un punto così tragico della situazione dei Popoli Indigeni in Brasile. Fratel Carlo Zacquini recentemente ci ha inondato di articoli che descrivono il momento. Vi dò un sunto di alcuni aspetti che più mi hanno colpito:

“Recentemente è stato casualmente ritrovato lo storico rapporto Figueiredo, che documenta gli spaventosi crimini commessi contro i popoli tribali del Brasile tra gli anni ‘40 e ‘60. Quelle pagine intrise di sangue avrebbero dovuto scuotere le coscienze della classe dirigente mettendo fine a questa crisi umanitaria, ma di fronte alle violenze dilaganti, all’assassinio continuo degli indigeni e alla caparbia negazione dei loro diritti, restiamo attoniti e indignati.

Tempi difficili per gli abitanti indigeni della più grande democrazia del Sudamerica… Non subivano una tale aggressione ai loro diritti fondamentali sin dai giorni bui della dittatura militare, quando i popoli indigeni erano considerati un “ostacolo al progresso” e le loro terre furono aperte a imponenti progetti di sviluppo industriale.

Da un lato, una Presidente intransigente, con una visione unilaterale dello sviluppo orientata a trasformare l’Amazzonia in un polo industriale capace di sostenere la veloce crescita economica del Brasile. Dall’altro, 238 tribù determinate a difendere i diritti costituzionali faticosamente conquistati, e a proteggere le loro terre e i loro mezzi di sostentamento per le generazioni future. Forse non è un caso se, dalla caduta della dittatura del 1985, Dilma Rousseff è l’unico Presidente brasiliano a non aver mai incontrato una rappresentanza indigena” (F. Watson). Anzi, la scorsa settimana ha poi per la prima volta incontrato una delegazione indigena, ma non per ascoltarne le sacrosante rivendicazioni, ma solo per avvertire i Popoli Indigeni che i loro diritti sarebbero ormai stati subordinati agli interessi economici del Brasile. La Presidente del Brasile Dilma, tempo fa é andata su tutte le furie perché l’OEA (Organizzazione degli Stati Americani) ha fatto un esposto, facendole notare che stava violando un trattato dell’OIL (OIT in Brasiliano: Organizzazione Internazionale del Lavoro), non consultando le comunità indigene che erano presenti in territori oggetto di costruzioni di dighe, che avrebbero causato un impatto notevole sulla loro vita. Questa consultazione é obbligatoria secondo il trattato 169 dell’OIL; inoltre, il trattato é stato sottoscritto dal Governo Brasiliano, nel 2002. In rappresaglia, Dilma ha fatto sospendere i versamenti che il Brasile deve fare annualmente per detto organismo.

“L’attuale governo sta cercando di imporci il suo stile colonialista e dominatore… Con progetti di legge e decreti, molti dei quali incostituzionali, ha causato danni irreversibili ai popoli indigeni” ha dichiarato Coiab, l’organismo di coordinamento delle organizzazioni indigene dell’Amazzonia brasiliana.

Uno dei progetti di legge in discussione vuole proibire l’espansione dei territori indigeni, e colpirà in particolare le tribù che vivono nelle zone agricole meridionali e centro-occidentali…

Un altro emendamento costituzionale vorrebbe dare al Congresso (dominato dalla lobby agricola e mineraria) il potere di partecipare al processo di demarcazione della terra indigena, sottraendola al ministero della Giustizia, e così compromettendo o ritardando così ulteriormente la protezione dei territori. Se la proposta passerà, il lupo sarà messo a guardia delle pecore.

Contemporaneamente nello stato di Roraima, ricco di minerali, alcuni politici stanno appoggiando un progetto di legge sull’attività estrattiva che, se approvato dal Congresso, aprirà per la prima volta i territori indigeni allo sfruttamento minerario su larga scala. Sulla sola terra del popolo Yanomami, il territorio indigeno forestale più grande del mondo, pendono 654 richieste di concessioni minerarie. Davi Kopenawa, portavoce degli Yanomami, ha detto a Survival International che le miniere “distruggeranno i ruscelli e i fiumi, uccideranno il pesce, l’ambiente… e anche noi!”” (Fiona Watson).

Questa settimana un vero tentativo di “golpe” contro gli Indigeni: con la proposta di legge 227/2012, il relatore ruralista Moreira Mendes (PSD-RO) richiede di legalizzare l’esproprio delle terrre indigene, proprietà dell’Unione, a beneficio del latifondo (agroalimentare), di strade private, dell’attuazione di progetti di energia idroelettrica, di nuove città, di estrazione di minerali. Gli autori del disegno di legge, presentato come provvedimento di urgenza e quindi senza discussione, prevedono di utilizzare l’articolo 231, paragrafo 6, per consumare un ulteriore decreto di sterminio contro gli indiani, in base a questo comma che impone eccezioni all’uso esclusivo da parte degli indigeni delle terre tradizionali in caso di rilevante interesse pubblico dell’Unione. Strateghi di tale attacco sono figure come il rappresentante degli agricoltori Paulo Cesar Quartieiro (DEM / RR), l’eterno avversario dell’omologazione della Terra Indigena Serra do Sol (RR).

Insomma, in base a “Ordine e Progresso”, il motto del Brasile, un attacco micidiale sferrato da più parti contro i Popoli Indigeni sempre più umiliati e avviliti.

In questo contesto, fratel Zacquini ha scritto una Lettera aperta a Papa Francesco, attualmente in Brasile per la Giornata Mondiale della Gioventù. Di seguito troverete il commovente scritto.

Carlo Miglietta


LETTERA DI FRATEL CARLO ZAQUINI A PAPA FRANCESCO

Boa Vista (Roraima), 22 luglio 2013
Caro Papa Francesco,

so che tu non puoi permetterti di passare qualche giorno in un villaggio Yanomami come ha fatto il re della Norvegia, ma forse potresti consigliarlo a qualcuno dei discendenti di europei o di persone di altri continenti che hanno popolato questo “grande “ Paese, il Brasile, e lo stanno facendo diventare una potenza mondiale, non solo nel calcio, nel carnevale…, ma più recentemente nell’economia.

Forse, se qualche Roussef, Hoffmann, Adams, Padilha, Mercadante, Alves…, basta così, solo per dare qualche esempio di nomi presi a caso, se qualcuno di loro, dicevo, volesse passare qualche giorno in un villaggio yanomami, anche senza essere obbligato a mangiare scimmie o altro che li potesse ripugnare, comincerebbero a capire perché un buon numero di persone, non solo missionari o antropologi, apprezzano queste popolazioni e le loro culture. Anche la lettura del Rapporto Figueiredo, tornato alla luce recentemente, potrebbe aiutarli a capire alcuni aspetti; non sarebbe nemmeno necessario che leggessero altri scritti di secoli fa di alcuni dei loro antenati, per capire quanto tutti noi siamo debitori a queste popolazioni.

Forse, dunque, in quel caso, comincerebbero a capire che le dimostrazioni di ripudio e di rivolta che si ripercuotono sui mezzi di comunicazione, specialmente quelli alternativi, non sono effetto di allucinazioni di alcuni esaltati, non nascondono interessi di misteriose multinazionali, non sono nemmeno legati a interessi economici personali; ma guardano al bene delle popolazioni indigene e a quello del resto dell’umanità. Davi Kopenawa, leader Yanomami, dice sovente: “Non ci sono altri mondi, ce n’è solo uno”.

Come può un Paese, la cui grandissima maggioranza si dice Cristiana, trattare i diritti umani in questo modo? Ma non sono solo quelli a corto termine che ci preoccupano; noi pensiamo anche al futuro della Vita, al benessere di tutta l’umanità. Il Brasile fa pur parte di essa!

Grazie Papa Francesco per aver letto queste poche righe: io lo so che tu ci vuoi bene!

Con rispetto e affetto

Sono Carlo, un povero missionario in Amazzonia, in mezzo agli Yanomami da quasi cinquant’anni.

Fratel Carlo Zacquini, Missionario della Consolata (Roraima – Brasile)

CO. RO. ONLUS

(Comitato Roraima di solidarietà con i Popoli Indigeni del Brasile)

C. De Gasperi 20, 10129 Torino – Tel. 011-595657; 335-6931882

 

Ulteriori informazioni sono disponibili sul sito www.giemmegi.org

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Fratel Zaquini a proposito del Rapporto Fiugueredo sui crimini contro gli Indios

Fratel Zaquini a proposito del Rapporto Fiugueredo sui crimini contro gli Indios

Boa Vista (Roraima), 27 luglio 2013

Carissimo/a,

            ho finalmente dato un’occhiata al Rapporto Figueiredo: per la precisione il rapporto di Jáder de Figueiredo Correia, Procuratore della Repubblica.

            Il rapporto è stato stilato nel 1967 ed è il risultato delle indagini a lui affidate dal Ministro degli Interni, dopo che una Commissione Parlamentare di Inchiesta (CPI) aveva denunciato gravi irregolarità nel Servizio di Protezione degli Indios (SPI). Le indagini hanno analizzato le attività di questo ente, che per sua natura avrebbe dovuto “proteggere” gli indigeni, nel periodo tra gli anni ‘40 e ‘67, soprattutto quelle dal 1950 in poi.

            Il Procuratore Jáder de Correia Figueiredo e il gruppo dei suoi collaboratori hanno visitato personalmente i locali dove lo SPI attuava, raccogliendo tutti i documenti inerenti alla sua attività e ogni possibile testimonianza in merito. L’inchiesta è durata sessanta giorni più trenta, cioè il massimo tempo possibile previsto per questo tipo di inchiesta.

            Il Rapporto è veramente esplosivo, ed è sorprendente che si tratti di un documento ufficiale di quell’epoca; tanto più se si pensa che eravamo già in periodo di dittatura militare (la dittatura in Brasile è cominciata il 31 marzo del 1964).

            Non penso nemmeno di riuscire a fare un riassunto di quel pochissimo che ho letto, ma citerò solo poche frasi; forse questo potrà incentivare qualcuno a leggerlo.

“Dall’esame dei documenti si deduce che il Servizio di Protezione degli Indios, SPI, fu un antro di corruzione indicibile durante molti anni.”
“Gli indios furono vittime di veri scellerati”.
“Riaffermiamo che pare inverosimile che ci siano uomini, detti civilizzati, che freddamente possano agire in modo così barbaro.”
“… gli atti più abbietti e umilianti furono praticati per ordine di donne”
“… la sua storia cruenta, perfino crocifissione …”
“… il SPI può considerarsi il maggior scandalo amministrativo del Brasile.”
“… Il SPI degenerò al punto di perseguitarli fino allo sterminio.”
“Si ricordano qui i vari massacri, molti dei quali denunciati con scandalo, senza tuttavia meritare il maggior interesse delle autorità”

             Aggiungo solo che vi risparmio la descrizione di alcuni fatti, perché veramente nauseanti.

            Questo Rapporto era misteriosamente, ed “opportunamente” dico io, sparito senza lasciare tracce, e altrettanto misteriosamente è recentemente riapparso senza creare nessuno scompiglio.

            Nella mia permanenza fra gli indios, io pensavo di aver saputo e testimoniato cose gravissime e atroci, ma qui devo ammettere che non arrivavo a immaginare che fosse tale la vastità del marciume che circonda questa tragedia dell’umanità.

            Le popolazioni indigene continuano ad essere considerate degli intralci. E i comportamenti attuali del Governo e del Congresso brasiliani, non fanno che ripetere le stesse cose, naturalmente in forme più raffinate, leggermente meno brutali, ma molto determinate ed evidenti. Esse si manifestano in forme subdole, col procrastinare all’infinito le misure efficaci per il riconoscimento dei diritti alla terra, alla salute e a un’educazione di qualità; col reprimere e criminalizzare le manifestazioni indigene di rivolta; nel cercare di cooptare il maggior numero di indigeni, specialmente di giovani. Queste azioni convivono con vecchie forme distruttive, come quella di non reprimere le attività che danneggiano sia la vita che la cultura di questi popoli, tollerando per esempio la presenza nelle terre indigene di nuclei formali o informali di non indigeni che aggrediscono le culture, il patrimonio e sovente anche la vita di queste popolazioni. Vorrei qui portare esempi, ma questo farebbe diventare troppo lungo questo messaggio che ha già superato l’idea che mi ero proposto.

            So che chi leggerà queste righe potrà anche rimanere perplesso di  fronte a tante accuse, spero di non star rovinando le vostre meritate vacanze. Chi vive a contatto diretto con i popoli indigeni sa che queste cose sono vere e sa anche che quando vengono divulgate provocano normalmente reazioni che tentano di screditare chi le divulga, sotto varie forme e normalmente con calunnie.

            Sono veramente disgustato da quel che vedo, e angustiato, perché non riesco a trovare forme efficienti per aiutare a cambiare la situazione di questi popoli che amo da tanti anni.

Vi abbraccio con affetto.

Fratel Carlo Zacquini, Missionario della Consolata (Roraima – Brasile)

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DAMOCRACY

DAMOCRACY: A documentary that debunks the myth of large-scale dams as clean energy and a solution to climate change. It records the priceless cultural and natural heritage the world would lose in the Amazon and Mesopotamia if two planned large-scale dams are built, Belo Monte dam in Brazil, and Ilisu dam in Turkey. DAMOCRACY is a story of resistance by the thousands of people who will be displaced, and a call to world to support their struggle.

More info at damocracy.org

Traffico di organi. Arrestato ex ufficiale israeliano

Un ex ufficiale israeliano, trafficante di organi umani, latitante dal 2010 é stato arrestato ieri dalla Polizia di Frontiera di Fiumicino in collaborazione con l’Interpol. Inchiesta su un traffico di cui fanno le spese i palestinesi, ma non solo.

L’ex alto ufficiale israeliano –Tauber Gedalya,– era ricercato da tutte le polizie del mondo, e’ stato arrestato all’aerporto Leonardo da Vinci di Roma  e si trova ora nel carcere di Civitavecchia.
Dai controlli è emerso Gedalya era inseguito da un mandato di cattura internazionale emesso da un tribunale brasiliano: era stato condannato all’ergastolo per il reato di traffico di organi umani. Dal gennaio 2002, nello stato del Pernambuco, Gedalya, in complicità, con alcuni cittadini brasiliani avrebber organizzato l’asportazione di organi umani di almeno 19 cittadini della zona nord est del Brasile.
Il coinvolgimento di ambienti israeliani nel traffico di organi umani, non è però una notizia che deve destare sorpresa.
Nel 2004 in Brasile una commissione legislativa riferì che “Almeno 30 brasiliani hanno venduto i loro reni a un giro internazionale di trafficanti d’organi umani per trapianti eseguiti in Sudafrica e finanziati per lo più da israeliani”.
Secondo una notizia diffusa dall’agenzia IPS: “I riceventi erano soprattutto israeliani, che hanno diritto a rimborsi dell’assicurazione sanitaria di 70-80.000 dollari per interventi salvavita eseguiti all’estero”. L’IPS riporta ancora che i brasiliani venivano reclutati nei quartieri più poveri del paese e venivano pagati 10.000 dollari a rene, “ma con l’aumento dell”offerta’ i prezzi crollarono a soli 3000 dollari”. Il traffico era stato organizzato da un poliziotto israeliano in pensione, il quale disse che “non pensava di commettere un crimine, visto che la transazione è considerata legale dal governo di questo paese”.
L’ambasciata israeliana diffuse una dichiarazione smentendo qualsiasi forma di partecipazione del governo israeliano al traffico illegale di organi umani, ma riconoscendo che i suoi cittadini, in casi d’emergenza, potevano sottoporsi a trapianti di organi all’estero, “legalmente, nel rispetto delle norme internazionali” e con il sostegno finanziario della loro assicurazione medica.
Tuttavia l’IPS scrive che il capo della commissione definì la posizione di Israele “perlomeno ‘anti-etica’, aggiungendo che il traffico può avvenire su vasta scala solo se esiste una grossa fonte di finanziamento, come il sistema sanitario israeliano”. Affermò poi che le risorse fornite dal sistema sanitario israeliano “erano un fattore determinante” che rendeva possibile il funzionamento della rete.

Un piccola inchiesta può aiutarci a capire le connessioni più ampie di questo traffico.

Nel maggio dello scorso anno la polizia israeliana aveva scovato alcune cellule di israeliani coinvolti nel traffico di organi in Israele. “Dieci individui sospettati dell’organizzazione e della mediazione del traffico di organi in Israele e verso l’estero sono stati arrestati”, ha confermato il portavoce della polizia israeliana, Luba Samari.
Nel settembre del 2011, il ministro palestinese per gli Affari dei Prigionieri, ‘Issa Qaraqe’, aveva affermato: “In Israele ha sede il più vasto centro di commercio internazionale di organi, proprio a causa del costante traffico degli organi dei detenuti palestinesi deceduti”. In occasione della giornata nazionale della Campagna per la restituzione dei corpi di palestinesi e di arabi trattenuti da Israele, e per la sorte degli scomparsi in Israele, Qaraqe’ ha dichiarato che “continuando a trattenere i resti dei palestinesi, Israele viola la legge internazionale, gli accordi e le norme”.

Il giornalista palestinese Khalid Amayreh  in un articolo pubblicato nel 2009 per CCUN (Cross Cultural Understanding) scrive:“Nel gennaio del 2002 un ministro del governo israeliano ammise tacitamente che degli organi presi dai corpi di vittime palestinesi potrebbero essere stati usati per trapianti effettuati su pazienti ebrei senza che i familiari di tali vittime nel fossero a conoscenza. “Il ministro, Nessim Dahan, rispondendo a una domanda posta da un membro arabo della Knesset, disse che non non poteva smentire né confermare che organi di giovani e bambini palestinesi uccisi dall’esercito israeliano venissero prelevati a scopo di trapianto o di ricerca scientifica.“‘Non potrei dire con certezza che una cosa simile non è accaduta”.
Amayreh scrive che il membro della Knesset che aveva posto la domanda sosteneva “aver ricevuto ‘prove credibili che i dottori israeliani all’istituto di anatomopatologia di Abu Kabir estraevao organi vitali come cuore, reni e fegato dai corpi di giovani e bambini palestinesi uccisi dall’esercito israeliano a Gaza e in Cisgiordania”.

Nel 2009 il caso esplode anche sulla stampa occidentale. L’Aftonbladet, uno dei princiapli quotidiani svedesi, pubblicava un lungo reportage di Donald Bostroem che suscitò scandalo, polemiche e levate di scudi da parte israeliana.

Nell’articolo “Si rubano gli organi dei nostri figli”, il giornalista Donald Bostroem scriveva che i palestinesi “nutrono forti sospetti nei confronti di Israele per il sequestro di giovani da usare come riserva di organi del paese – accusa estremamente grave, con sufficienti punti interrogativi da giustificare l’apertura da parte del Tribunale Penale Internazionale di un’inchiesta su possibili crimini di guerra”.

Un esercito di funzionari israeliani e di apologeti era subito sceso in campo, accusando di “antisemitismo” Boström e la redazione del quotidiano. Il ministro degli esteri israeliano si dichiarò  “inorridito” e definì “un esempio infamante di accusa del sangue”. Un alto funzionario israeliano l’ha chiamato “pornografia dell’odio”. Molti hanno paragonato l’articolo all’“accusa del sangue” medievale (storie ampiamente confutate di ebrei che uccidevano per usare il sangue delle vittime a scopo rituale). Perfino alcuni scrittori pro-palestinesi si sono uniti al coro di critiche esprimendo scetticismo. Il fatto è, tuttavia, che da molti anni venivano ampiamente riferite prove fondate di traffico pubblico e privato di organi, e anche peggio.

Secondo l’Economist, tra il 2001 e il 2003 in Sudafrica fiorì un racket dei reni. “I donatori venivano reclutati in Brasile, Israele e Romania offrendo loro da 5000 a 20.000 dollari per andare a Durban e donare un rene. I 109 destinatari, per lo più israeliani, pagarono 12.000 dollari ciascuno per una ‘vacanza del trapianto’; fingevano di essere parenti dei donatori e sostennero che non c’era stato alcun passaggio di denaro”.

Tornando al Brasile – vicenda che vede coinvolto l’ex alto ufficiale israeliano arrestato a Fiumicino – l’agenzia IPS  ricorda che “Nancy Scheper-Hughes, che dirige il progetto Organs Watch (Osservatorio sugli Organi)   all’Università di Berkeley, California, ha testimoniato davanti alla commissione legislativa di Pernambuco che il traffico internazionale di organi umani cominciò circa 12 anni fa e fu promosso da Zacki Shapira, ex direttore di un ospedale di Tel Aviv.

“Shapira ha eseguito più di 300 trapianti di rene, talvolta accompagnando i suoi pazienti in altri paesi, come la Turchia. I riceventi sono molto ricchi o hanno buone assicurazioni mediche, e i ‘donatori’ sono persone molto povere dell’Europa Orientale, delle Filippine e di altri paesi in via di sviluppo, ha detto Scheper-Hughes, che è specializzata in antropologia medica”.

Nel 2007 il quotidiano israeliano Ha’aretz riferì che due uomini avevano confessato di avere convinto “arabi della Galilea e del centro di Israele che erano mentalmente handicappati o soffrivano di grave patologie mentali di acconsentire a cedere un rene in cambio di denaro”. Poi si rifiutavano di pagarli.

Il quotidiano riferiva che i due facevano parte di una banda criminale che comprendeva un chirurgo israeliano. Secondo l’accusa, il chirurgo vendeva i reni così raccolti per somme che oscillavano tra i 125.000 e i 135.000 dollari.

Sempre quell’anno un altro quotidiano israeliano, il Jerusalem Post, scrisse che erano stati arrestati dieci membri di un giro israeliano di trafficanti d’organi che prendeva di mira gli ucraini.

In un altro articolo del 2007, il Jerusalem Post scriveva che “Il Professor Zaki Shapira, uno dei maggiori chirurghi israeliani specializzati in trapianti, è stato arrestato giovedì in Turchia perché sospettato di coinvolgimento in un giro di trafficanti d’organi. Secondo quanto riferito, i trapianti venivano organizzati in Turchia ed eseguiti in ospedali privati di Istanbul”.

Zaki Shapira, ex capo dell’unità trapianti del Centro Rabin di Petah Tikva, nei pressi di Tel Aviv, è stato arrestato in seguito una sparatoria in una clinica privata di Istanbul nel maggio del 2007, quando quattro uomini armati hanno attaccato l’edificio per esigere un rimborso. Dopo l’incidente la polizia ha aperto un’indagine e ha scoperto che il tribunale aveva ordinato la chiusura della clinica più di un mese prima per prelievo illegale d’organi. La clinica aveva ricevuto molti preavvisi. Al momento dell’incidente, quattro pazienti erano in attesa di un trapianto.

fonte: http://www.tlaxcala.es

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