Dimenticati e massacrati per lo sfruttamento forestale: i popoli indigeni del Brasile

Intervista a Francinara Barè, attivista indigena brasiliana della Coiab, in prima linea nel difendere l’Amazzonia e i diritti degli indigeni, resistendo alla repressione di Temer

Dinamopress ha incontrato a Roma Francinara Baré, difensora di diritti umani indigena brasiliana e coordinatrice di COIAB (Coordinadora de Organizaciones Indigenas de la Amazônia Brasilera) all’interno della sua visita in Italia coordinata dalla rete In Difesa di e da Greenpeace.

L’attivista ci aiuta a comprendere la situazione molto poco conosciuta delle popolazioni indigene brasiliane, in prima linea per difendere l’Amazzonia dallo scempio dello sfruttamento agroindustriale ed estrattivo e al tempo stesso isolate e dimenticate anche all’interno dello stesso Brasile.

 

Puoi spiegarci il lavoro sociale e ambientale della vostra organizzazione in Brasile?

Sono la coordinatrice generale di Coaib, lavoriamo in nove stati dell’Amazzonia brasiliana, siamo parte della Coica (Coordinazione delle popolazioni indigene del Bacino del Rio delle Amazzoni, che unisce anche indigeni di paesi limitrofi come Perù, Colombia e Bolivia ndr) e il nostro coordinamento nazionale in Brasile è la PIB (Articolazione dei Popoli indigeni del Brasile)

Siamo nati nel 1988, successivamente alla Costituzione. La Costituzione in due articoli specifici garantisce i diritti dei popoli indigeni, sono gli articoli 31 e 32. Il primo ci riconosce come indigeni e riconosce la nostra forma organizzativa originaria. Nonostante questo abbiamo deciso di avere una personalità giuridica, perché per lottare per i nostri diritti dovevamo avere uno strumento istituzionalmente riconosciuto. Nel nostro lavoro principale ci interfacciamo con lo stato per garantire i diritti e l’accesso a una serie di servizi sociali. Difendiamo i diritti degli indigeni, non solo di chi abita in comunità rurali ma anche di chi ha deciso di vivere in città. Siamo presenti a livello statale e regionale, abbiamo anche rappresentanze municipali.

 

Quali sono le principali discriminazioni che vivono oggi i popoli indigeni brasiliani?
La discriminazione più grande è proprio quella di essere indigeni. Il governo brasiliano non riconosce la nostra specificità e le nostre necessità in quanto indigeni. Siamo 365 popoli differenti ma fingono di non vederci e ci lasciano nell’ombra.

Soffriamo di discriminazioni quando lasciamo le nostre comunità e andiamo in città per poter studiare.

Parliamo 275 lingue diverse, ci è difficile spesso avere pronuncia ottima del portoghese e questo ci discrimina molto. Siamo discriminati per il modo di vestire e comportarci. Appena vestiamo scarpe sportive o utilizziamo un cellulare non siamo più riconosciuti come indigeni.

Sono e rimarrò indigena in qualunque luogo di questo mondo. Se ho accesso a tecnologie, come i droni, per poter monitorare la foresta, non smetto di essere indigena e voglio essere riconosciuta come tale.

 

La questione indigena in Brasile come in tutta l’America Latina è molto legata al problema della proprietà della terra, a che punto è il vostro lavoro per tutelare le terre all’interno dell’Amazzonia?

Diciamo sempre che dobbiamo iniziare a lavorare dai libri di storia. Nei nostri libri di scuola la storia parte dall’arrivo degli europei, non prima.  Noi abitavamo quelle terre ben prima del loro arrivo. Gli europei non hanno scoperto il Brasile perché non è mai stato scoperto, è stato invaso e saccheggiato.

Abbiamo una grande biodiversità e infinite risorse naturali. Gli invasori sono arrivati dalla costa e hanno subito distrutto un bioma, la Mata Atlantica, prima parte di foresta Amazzonica a essere distrutta.

La terra genera vita più di quanto facciamo noi con le nostre strumentazioni ma si è voluto distruggere l’ecosistema esistente. Chi è arrivato da fuori ha iniziato a saccheggiare la natura e a cambiare il nostro sistema agricolo.

L’agricoltura è diventata agrobusiness su larga scala ed è ora questa una delle cause principali della deforestazione e una minaccia enorme per la popolazione indigena.

Siamo stati allontanati dalle nostre terre perché erano ottime per monoculture e allevamenti.

Dividiamo la nostra storia in tre momenti fondamentali, prima, durante e dopo la Costituzione.
Prima della Costituzione sono stati gli anni più difficili, siamo stati massacrati in modo atroce, perché il piano del governo brasiliano era quello di incorporare l’Amazzonia al Brasile uccidendo chi vi abitava. Prima della scrittura della Costituzione, a causa di queste violenze, abbiamo iniziato ad andare a Brasilia e chiedere i nostri diritti. Nel 1988 ci hanno finalmente accolto e hanno incluso i due articoli nella Costituzione.

Tra il 1987 e il 1988 viene deciso che tutte le terre dei popoli indigeni devono essere riconosciute di nostra proprietà collettiva attraverso un procedimento di demarcazione, con una deadline di 10 anni per chiudere il processo. Numerosi attivisti sono morti nel processo che ha permesso questo risultato.

Nel 2018 tuttavia sono ancora molto poche le terre indigene riconosciute. Lottiamo perché ciù avvenga, ma l’obbiettivo è ancora molto lontano dalla realtà. Oggi il processo di demarcazione delle terre che permetterebbe il nostro riconoscimento si è paralizzato. Per questo ci troviamo ad affrontare megaprogetti: dighe, ferrovie, passaggi fluviali costruiti per trasportare la soya, abbiamo visto negli ultimi anni un preoccupante aumento della deforestazione legale all’interno delle terre dei popoli indigeni.

Dal primo invasore a oggi il nostro grande slogan è “Resistere”. Dobbiamo tenere duro nonostante la situazione così difficile.

 

In Italia si è parlato di Marielle Franco, e Dinamopress ha seguito con molti articoli quanto è accaduto. Il suo caso è uno specchio di quanto si vive in Brasile?

Marielle è un esempio di quello che può succedere in Brasile. L’elemento straordinario è che è accaduto in una città. In questo caso il suo destino è stato molto simile a quello che accade ogni giorno nella foresta amazzonica.

È stata uccisa perché aveva denunciato la violenza della polizia contro la popolazione delle favelas di Rio e contro l’immenso potere del narcotraffico rispetto alla polizia stessa. Pur nella sua tragicità, per fortuna, essendo accaduto in città e a una donna nera l’omicidio ha ottenuto visibilità e se ne è potuto parlare e ci sono state grandi proteste. Purtroppo ci sono molte donne e uomini indigeni che vengono uccisi in tutto il Brasile rurale e nella foresta, nessuno ne parla, neppure all’interno del paese.

 

Ci sono statistiche sul numero di morti indigeni?

Non ci sono numeri precisi. Non c’è nessun sistema di sostegno per chi difende i diritti umani degli indigeni ci grandi difficoltà organizzative logistiche per reperire numeri e raccogliere le testimonianze.

La visibilità è un problema enorme, non riusciamo a portare l’attenzione sui nostri problemi. A Brasilia, quando ci raduniamo, affrontiamo gas, pallottole a salve, gas al peperoncino che la polizia utilizza contro di noi.

Ancora più tremendo è quello che accade nella foresta. Quando lì cerchiamo di contrastare l’avanzata dell’agrobusiness ci troviamo davanti a pallottole vere e alla morte.

Alle Nazioni Unite hanno presentato alcuni dati sulla situazione dei diritti umani nel paese, ma le statistiche sono sempre divise tra bianchi e neri:  gli indigeni non sono considerati.

Il governo non ci riconosce e non classifica i nostri dati. Ci stiamo organizzando con una banca dati indipendente e cerchiamo di compensare la mancanza di dati da parte istituzionale.

 

Ritieni che la condizione dei popoli indigeni sia peggiorata da quando Temer ha preso il potere?

Ora siamo molto più perseguitati. Facciamo molta più fatica a riunirci e ad avere spazio nel Congresso per farlo. Parte del nostro abbigliamento tradizionale (archi, frecce) è ora considerata “arma bianca” e se più di una persona che ha con sé quegli oggetti si riunisce viene accusata di associazione a delinquere

Siamo molto più criminalizzati e a causa della criminalizzazione veniamo arrestati con frequenza.
Abbiamo avuto più visibilità in questioni ambientali come la Renca, (riserva ambientale amazzonica che Temer voleva aprire allo sfruttamento minerario e che è stata fermata grazie a un intervento della magistratura, ndr), ma in tema di diritti umani nessuno parla di noi.

Spesso le leggi che sta promuovendo Temer vanno contro i nostri interessi e vengono discusse in momenti in cui non siamo presenti o non siamo stati avvisati.

Cerchiamo di comunicare i dati che stiamo raccogliendo sulla repressione e sulla devastazione dell’Amazzonia. Ci rendiamo conto che veniamo ascoltati di più all’estero, anche perché c’è grande differenza tra i dati che presentiamo noi e quelli che il governo brasiliano comunica al resto del mondo.

Sorgente: Dimenticati e massacrati per lo sfruttamento forestale: i popoli indigeni del Brasile – DINAMOpress

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I 900 mila indigeni del Brasile

Maria Gobern

Il Brasile è il paese con più popoli indigeni isolati al mondo. Circa 240 tribù di circa 900.000 persone abitano in Brasile, lo 0,4% della popolazione brasiliana. La tribù più piccola consiste di un solo uomo, che vive nella sua casa nell’ovest del Brasile.

Il Governo ha riconosciuto 690 territori ai suoi abitanti indigeni, che abbracciano approssimativamente il 13% della superficie del paese. Quasi tutta questa riserva territoriale (il 98,5%) si trova nell’Amazonia. Nonostante ciò, approssimativamente la metà degli indigeni del Brasile vive fuori di questa zona, di modo che queste tribù occupano solo l’1,5% del totale del territorio riservato agli indigeni nel paese.

Insediati nell’Amazonia brasiliana, questi gruppi sopravvivono grazie alla selva, ma la maggior parte sta venendo spianata dal disboscamento, dall’agricoltura e dall’allevamento, dalle mega dighe, dalle strade o dalle esplorazioni di idrocarburi.

Questi gruppi indigeni di solito non hanno nessun contatto pacifico con nessun altro della società maggioritaria o dominante. La  ONG Survival Internacional segnala che, in generale, la sua decisione di non mantenere contatti con altri popoli indigeni o con forestieri è dovuta ai “precedenti disastrosi incontri e alla continua distruzione della selva”.

Alcune tribù hanno una popolazione con più di un centinaio di persone e vivono in recondite zone limitrofe allo stato di Acre e in territori protetti come la Valle del Javarí, vicino alla frontiera peruviana. Altri sono gruppi dispersi, sopravvissuti di antiche tribù andate in frantumi, a causa della febbre del caucciù e dell’espansione agricola.

La storia dei popoli indigeni del Brasile è stata segnata dalla brutalità, dalla schiavitù, dalla violenza, dalle malattie e dal genocidio, e così lo documenta l’ONG Survival. Quando i primi colonizzatori europei giunsero nell’anno 1500, quello che ora è il Brasile lo abitavano circa 11 milioni di indigeni di 2.000 differenti tribù. Durante il primo secolo di contatto il 90% risultò annichilito, principalmente a causa delle malattie portate dai colonizzatori, come l’influenza, il morbillo o la varicella. Nei secoli seguenti, altre migliaia morirono schiavizzati nelle piantagioni di canna da zucchero e di caucciù. Dopo 500 anni che gli europei giunsero in Brasile, i popoli indigeni hanno perso la maggior parte della propria terra, subendo un genocidio di massa. Oggigiorno il Brasile continua a disboscare con aggressivi piani per sviluppare e industrializzare l’Amazonia, inclusi i territori più remoti si trovano ora in pericolo. Vari complessi di dighe idroelettriche stanno venendo costruite vicino a gruppi indigeni isolati, nel 2016 la selva amazzonica ha perso circa 800.000 ettari, un record dal 2008. Secondo uno studio dell’Università di Cambridge pubblicato l’anno scorso, le iniziative di conservazione che sono guidate dai gruppi indigeni dell’Amazonia sono più efficaci di quelle del governo.

Centinaia di indigeni sono scesi nelle strade del Brasile a manifestare quando il governo brasiliano ha aperto all’attività mineraria un parco nazionale della dimensione della Danimarca, chiamato Riserva Nazionale del Rame e i suoi Associati (Renca), ottenendo che lo scorso settembre la giustizia brasiliana annunciasse che gli indigeni dovranno essere consultati prima di autorizzare qualsiasi impianto e le conclusioni dovranno essere dibattute nel Congresso Nazionale. Ancora piccoli risultati, in Brasile esiste un endemico razzismo verso gli indigeni. Il Brasile è uno dei due unici paesi dell’America del Sud che non riconosce il diritto territoriale indigeno.

Gli indigeni brasiliani lottano contro le invasioni illegali, i progetti su grande scala nelle loro terre come dighe, strade, miniere, ecc. e sognano il controllo sui propri territori. Si stima che in Brasile si sia estinta in media una tribù ogni anno lungo l’ultimo secolo, intere comunità che affrontano la propria estinzione.

9 gennaio 2018

El Salto

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Maria GobernLos 900 mil indígenas de Brasil” pubblicato il 09-01-2018 El Saltosu [https://elsaltodiario.com/gsnotaftershave/los-900000-indigenas-de-brasil] ultimo accesso 30-01-2018.

thanks to: Comitato Carlos Fonseca

L’America Latina invisibile

Alfredo Serrano Mancilla

Temer continua ad essere presidente del Brasile senza un voto nelle urne. Macri, quello dei Panama Papers, tiene Milagro Sala in un carcere argentino come prigioniera politica. Santos è coinvolto nello scandalo della Odebrecht perché nel 2014 avrebbe ricevuto un milione di dollari per la sua campagna presidenziale in Colombia. Per quanto riguarda la gestione di Peña Nieto, in Messico sono stati assassinati 36 giornalisti, per aver fatto il proprio lavoro di informazione. L’anno scorso Kuczynski ha governato il Perù con 112 decreti evitando così di passare attraverso il potere legislativo.

Nonostante ciò, nulla di questo è importante. L’unico paese che richiama l’attenzione è il Venezuela. I panni sporchi che macchiano le democrazie di Brasile, Argentina, Colombia, Messico e Perù sono assolti da quella che viene chiamata comunità internazionale. L’asse conservatore è esente dal dover dare spiegazioni di fronte alla mancanza di elezioni, alla persecuzione politica, agli scandali di corruzione, alla mancanza di libertà di stampa o alla violazione della separazione dei poteri. Possono fare ciò che vogliono perché nulla sarà trasmesso in pubblico. Tutto rimane del tutto sepolto dai grandi media e da molte organizzazioni internazionali autoproclamatesi guardiane degli altri. E anche senza la necessità di essere sottoposti a nessuna pressione finanziaria internazionale; piuttosto, tutto il contrario.

In questi paesi la democrazia ha troppe crepe per dare lezioni all’estero. Una concezione di bassa intensità democratica gli permette di normalizzare tutte le proprie mancanze senza la necessità di dare molte spiegazioni. E nella maggioranza delle occasioni questo è accompagnato dall’avallo e dalla propaganda di determinati indicatori enigmatici che non sappiamo nemmeno come siano ottenuti.

Uno dei migliori esempi è quello calcolato dalla “prestigiosa” Unità di Intelligence del The Economist che ottiene il proprio “indice di democrazia” sulla base di risposte corrispondenti alle “valutazioni di esperti”, senza che lo stesso rapporto dia dettagli né precisazioni circa loro. Così la democrazia è circoscritta ad una cassa nera nella quale vince chi ha più potere mediatico.

Ma c’è ancor di più: questo blocco conservatore non può nemmeno vantarsi della democrazia nell’ambito economico. Non ci può essere reale democrazia in paesi che escludono tanta gente dalla soddisfazione dei diritti sociali fondamentali per godere di una vita degna. Più di otto milioni di poveri in Colombia, più di 6,5 milioni in Perù, più di 55 milioni in Messico, più di 1,5 milioni di nuovi poveri nell’era Macri, e circa 3,5 milioni di nuovi poveri in questa gestione di Temer. Il fatto curioso del caso è che questi aggiustamenti (tagli, ndt) contro la cittadinanza nemmeno gli servono a presentare modelli economici  efficaci. Tutte queste economie sono in recessione e senza barlumi di recupero.

Questa America Latina invisibilizzata non deve servirci da scusa per non occuparci delle sfide all’interno dei processi di cambiamento. Nonostante ciò, in questa epoca di grande fibrillazione geopolitica, dobbiamo far sì che l’invisibile non sia sinonimo di inesistente. Quell’altra America Latina fallita deve essere messa allo scoperto e problematizzata.

14 agosto 2017

Cubadebate

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Alfredo Serrano MancillaLa América Latina invisible” pubblicato il 14-08-2017 in Cubadebatesu [http://www.cubadebate.cu/opinion/2017/08/14/la-america-latina-invisible/#.WZVGIK1abBK] ultimo accesso 30-08-2017.

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Nell’Amazzonia a rischio il “polmone verde del mondo” per l’apertura alle imprese minerarie

Redazione Desinformémonos

Il governo brasiliano ha deciso, mediante un decreto presidenziale, di aprire le porte di una gigantesca riserva naturale dell’Amazzonia alle imprese minerarie. Questa decisione è “un grave arretramento nella lotta” per proteggere il polmone verde del mondo, ha denunciato un gruppo di attivisti del WWF.

“È il maggiore attacco all’Amazzonia degli ultimi 50 anni. Nemmeno la dittatura militare osò tanto”, dichiara ai media locali il senatore ambientalista Randolfe Rodrigues.

Michel Temer ha recentemente autorizzato l’estinzione di una riserva naturale di più di 47 mila chilometri quadrati situati tra gli stati brasiliani del Pará e del Amapá per l’estrazione di oro e di altri minerali nobili. Da 33 anni, l’attività mineraria e commerciale della zona era a carico della Compagnia Brasiliana di Risorse Minerali e delle imprese autorizzate da questa.

La Riserva Nazionale di Rame e Associati (Renca), fu creata nel 1984 durante il regime militare di João Figueiredo. Lì attualmente si sfrutta il rame, ma studi geologici segnalano che c’è oro, manganese, ferro e altri minerali. L’area, ricca di oro e altri minerali, ingloba nove aree protette: il Parco Nazionale Montagne del Tumucumaque, i Boschi Statali del Parú e dell’Amapá, la Riserva Biologica di Maicuru, la Stazione Ecologica del Jari, la Riserva Estrattiva Río Cajari, la Riserva di Sviluppo Sostenibile del Río Iratapuru e le terre indigene Waiãpi e Río Paru d`Este.

Organizzazioni non governative, come il WWF, considerano la misura un arretramento nella protezione dell’Amazonia, “questa decisione mette a rischio nove aree protette, fatto che potrebbe causare impatti irreversibili all’ambiente e ai popoli della regione”. La riserva conta, inoltre, su due territori indigeni, nei quali non è possibile fare attività mineraria, per cui si fa pressione su una regione intatta dell’Amazonia. Quando si apre all’attività mineraria, oltre all’attività formale, si incentivano attività di estrazione illegale, invasione di terre pubbliche, deforestazione e sorgono conflitti sociali con i popoli indigeni” ha dichiarato Mauricio Voivodi, direttore esecutivo del WWF Brasile.

“L’estinzione della riserva naturale può promuove l’invasione di terre e fare pressione affinché le comunità indigene facciano degli accordi con le attività clandestine di minatori illegali”, ha aggiunto Voivodic.

Dopo la pubblicazione del decreto presidenziale dell’estinzione Renca (Riserva Nazionale di Rame e Associati), otto senatori hanno presentato un progetto di legge per bloccarla. “Il decreto presuppone il maggiore attacco all’Amazonia degli ultimi 50 anni. Nemmeno la dittatura militare osò tanto”, ha dichiarato ai media locali, il senatore Randolfe Rodrigues.

Il legislativo sostiene che “l’obiettivo è quello di attrarre investimenti, con la creazione di ricchezza per il paese, di lavoro e di reddito per la società, basato sempre sui precetti della sostenibilità”.

“Oltre allo sfruttamento demografico, alla deforestazione, alla perdita della biodiversità e allo smisurato sfruttamento delle risorse idriche, sorgeranno i conflitti agrari, l’espulsione dei popoli indigeni dai loro territori” aggiungono gli esperti del WWF.

Ricercatori annunciano l’imminente distruzione della conca delle Amazzoni

Da parte loro, dei ricercatori guidati da Edgardo Latrubesse, hanno avvertito in un loro studio chiamato Indice di Vulnerabilità Ambientale delle Dighe (DEVI, nella sua sigla in inglese) che portando a termine l’iniziativa di soddisfare le necessità energetiche mediante 428 dighe idroelettriche si mette a rischio l’Amazonia, modificando il flusso di nutrienti che portano i fiumi, la biologia e anche il clima del luogo.

“I principali fattori di deterioramento degli ecosistemi sono la deforestazione, le alterazioni del flusso dei fiumi, la massiccia perdita della biodiversità e l’erosione del suolo”, segnalano gli esperti.

La dimensione dell’impatto può essere non solo regionale, ma anche a livello dell’emisfero. I valori DEVI più alti (che quantificano la vulnerabilità di un’area su una scala da 0 a 100) si trovano nel fiume Maeira (80 punti), e i fiumi Marañón e Ucayali, rispettivamente di 72 e 61 punti, con 104 e 47 dighe progettate o costruite.

La cosa più allarmante è la conclusione a cui è giunto Edgardo Latrubesse: “La dimensione degli impatti può essere non solo regionale, ma anche a livello dell’emisfero. Se si costruiscono tutte le dighe previste nella conca, i loro effetto cumulativo provocherà un cambiamento nei sedimenti che fluiscono nell’Oceano Atlantico, fatto che potrebbe ostacolare il clima regionale”.

Con informazioni di Telesur e RT in spagnolo

27 agosto 2017

Desinformémonos

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Redacción DesinformémonosEn riesgo el “pulmón verde del mundo” en el Amazonas por apertura a mineras” pubblicato il 27-08-2017 in Desinformémonossu [https://desinformemonos.org/riesgo-pulmon-verde-del-mundo-amazonas-apertura-mineras/] ultimo accesso 28-08-2017.

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Risuona il grido: l’Amazzonia è nostra

Carolina da Silveira Bueno e Thais Bannwart

Gli aggiustamenti economici e l’annuncio del nuovo pacchetto fiscale promossi dal governo Temer acutizzano la crisi brasiliana. Subiamo un deterioramento dei servizi pubblici, specialmente nella sanità e nell’educazione, un aumento della disoccupazione e della popolazione senza tetto. Come dire, gli aggiustamenti promossi dal governo consolidano privilegi e tagliano diritti. Si tratta di un gruppo che ha un progetto di paese elitario e di smantellamento dei beni e dei servizi pubblici garantiti dalla Costituzione del 1988.

La politica di austerità -politica di riduzione della dimensione dello stato- realizzata dal governo Temer ha raggiunto un limite inaccettabile. Pochi giorni fa, nel settore socio-ambientale, il governo ha soppresso la Riserva Nazionale del Rame (Renca) per rendere possibile lo sfruttamento minerario da parte di compagnie private. Si tratta di un’area di 47.000 km2 di bosco chiuso dell’Amazzonia, equivalente alla superficie dello stato di Espírito Santo.

La riserva è fondamentalmente ricca di oro, ma possiede anche tantalio, minerale di ferro, nichel, manganese e altri minerali. Ospita, inoltre, nove aree protette: il Parco Nazionale Montagne del Tumucumaque, le Selve Statali del Paru e dell’Amapá, la Riserva Biologica di Maicuru, la Stazione Ecologica del Jari, la Riserva Estrattivista del Río Cajari, la Riserva di Sviluppo Sostenibile del Río Iratapuru e le Terre Indigene Waiãpi e Río Paru d’Este.

Con meno di un 5% di sostegno popolare, il minore di un presidente dalla ridemocratizzazione del paese, Michel Temer ha messo fine, mediante un decreto, ad una norma che stabiliva che soltanto la Compagnia di Ricerca delle Risorse Minerarie (CPRM), appartenente al ministero delle Miniere e dell’Energia, poteva fare esplorazioni minerarie nell’area. Lo squilibrio socio-ambientale, che può giungere a prodursi se le compagnie minerarie private cominciano lo sfruttamento di quella regione, avrà innegabili conseguenze catastrofiche.

La selva amazzonica costituisce un ecosistema di singolare importanza per la regolazione climatica del Brasile e del mondo.

Ricerche effettuate dalla Fondazione di Supporto alla Ricerca dello Stato di San Paolo in associazione con l’INPE (Istituto Nazionale di Ricerche Spaziali), mostrano che la selva amazzonica produce un fenomeno conosciuto come “fiumi volanti”. I fiumi volanti sono fiumi aerei di vapore pompati verso l’atmosfera dalla selva e spiegano il fatto che la regione del quadrilatero i cui vertici sono Cuiabá, Buenos Aires, San Paulo e le Ande sia una regione verde e umida, mentre altre regioni della medesima latitudine del mondo sono estesi deserti.

I fiumi volanti sono i servizi ecosistemici, forniscono le condizioni climatiche adeguate affinché quel quadrilatero sia responsabile del 70% del PIL dell’America del Sud, dove si concentra la maggior parte della produzione agricola e industriale e dove sono i grandi centri urbani.

La deforestazione inerente allo sfruttamento minerario in un’area della dimensione della Renca, ovviamente contribuirà allo squilibrio dell’invisibile dinamica dei fiumi volanti, compromettendo la produzione di alimenti, le attività industriali e il rifornimento d’acqua nelle regioni incluse nel quadrilatero. Così importante come la perturbazione della dinamica climatica promossa dai fiumi volanti saranno gli impatti ambientali nella regione della riserva: la contaminazione del suolo e delle risorse acquee e la distruzione della biodiversità.

Togliere il diritto a lavorare nella regione ad una istituzione di ricerca nazionale e favorire l’entrata di imprese che distruggeranno la biodiversità, nella misura in cui l’Amazonia ha migliaia di specie endemiche che ancora non sono state scoperte, quello è il grande crimine. Il Brasile è il paese del mondo con maggiore biodiversità (patrimonio genetico). Ci sono molte piante e specie che esistono solo in quel pezzo di selva, e alcune possono dare una risposta a molti problemi. Lo sfruttamento minerario, in cambio, lascia molto poco nel paese.

Nonostante che il decreto di estinzione della Renca mantenga le norme che regolano le unità di conservazione e le terre indigene, ci sono esempi storici sugli impatti negativi dell’attività mineraria nelle regioni amazzoniche. La presenza di un’attività con elevato rischio di impatto in una regione permeata da unità di conservazione rende fragile l’integrità di quelle aree, colpendo la sua funzione di conservazione della flora e della fauna ed espone le popolazioni tradizionali alla violenza e alle malattie.

La soppressione della Renca è un’altra di una lunga serie di misure arbitrarie dell’attuale governo che aumentano oltremodo i problemi socio-ambientali ed economici. Preservare il patrimonio genetico e garantire la biodiversità in Brasile è un dovere di tutta la cittadinanza. È fondamentale che la società brasiliana, dalla campagna alle grandi città, gridi: L’Amazzonia è nostra!

*Carolina da Silveira Bueno è una ricercatrice del Nucleo di Economia Agricola dell’Ambiente dell’Università di Campinas (Unicamp) e dottoranda nell’Istituto di Economia dell’Unicamp.

*Thais Bannwart è aiutante di ricerca nell’Istituto di Ricerca Ambientale dell’Amazzonica e laureata dall’Istituto di Economia dell’Unicamp.

29/08/2017

Brasil Debate

http://brasildebate.com.br/ecoa-o-grito-a-amazonia-e-nossa/

Tradotto dal portoghese per Rebelión da Alfredo Iglesias Diéguez

Rebelión

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Carolina da Silveira Bueno y Thais Bannwart, Resuena el grito: la Amazonia es nuestra” pubblicato il 29-08-2017 in Rebeliónsu [http://www.rebelion.org/noticia.php?id=230935&titular=resuena-el-grito:-la-amazonia-es-nuestra-] ultimo accesso 04-09-2017.

 

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Brasile: ‘ondate’ di taglialegna invadono la foresta dei Kawahiva incontattati

Ondate di taglialegna stanno invadendo il territorio di uno dei popoli più vulnerabili del pianeta. Sono gli ultimi Kawahiva, i sopravvissuti di una tribù più grande i cui membri sono stati uccisi o sono morti per malattie.

Di recente i funzionari del FUNAI, il Dipartimento agli Affari Indigeni del Brasile, hanno fermato un gruppo di taglialegna. Ma poiché questi hanno il sostegno dei politici locali e i funzionari del FUNAI non hanno il potere di arrestare i sospetti, gli uomini sono stati rilasciati. Da allora nel territorio sono arrivate altre ondate di taglialegna.

La crisi ha fatto crescere la preoccupazione tra gli attivisti, che temono che la tribù e la sua foresta ancestrale vengano distrutte completamente.

"I funzionari del FUNAI lavorano in molte aree del Brasile per proteggere i territori indigeni da taglialegna e altre minacce."

“I funzionari del FUNAI lavorano in molte aree del Brasile per proteggere i territori indigeni da taglialegna e altre minacce.”

© Mário Vilela/FUNAI

Nell’aprile 2016, il Ministro della Giustizia brasiliano aveva firmato un decreto per creare un territorio indigeno protetto nella terra della tribù, e tenere fuori taglialegna e altri estranei. È stato un importante passo avanti per le terre e le vite dei Kawahiva, arrivato a seguito delle pressioni esercitate da tutto il mondo dai sostenitori di Survival. Il decreto, però, non è stato ancora adeguatamente implementato e oggi il piccolo team che sta lavorando sul campo per proteggere il territorio rischia di subire gravi tagli al suo budget.

“I Kawahiva sono in trappola. Se ci sarà un contatto, per loro sarà devastante. L’unico modo per garantire la loro sopravvivenza è mappare la loro terra e istituire una squadra di protezione permanente del territorio” ha dichiarato Jair Candor, un funzionario esperto del FUNAI. “Altrimenti saranno relegati ai libri di storia, proprio come tanti altri popoli indigeni di questa regione.”

Il premio Oscar Mark Rylance ha prestato la sua voce per narrare un video che denuncia la difficile situazione della tribù.

“Il Brasile si è impegnato a proteggere la terra dei Kawahiva in aprile, ma il governo si mostra recalcitrante e rischia di verificarsi una crisi umanitaria urgente e terribile” ha commentato oggi Stephen Corry, Direttore generale di Survival. “La terra dei Kawahiva è ancora invasa e la loro foresta viene ancora distrutta. È arrivato il momento che il Brasile intervenga come ha promesso di fare, prima che sia completato il genocidio di un intero popolo.”

Sorgente: Brasile: ‘ondate’ di taglialegna invadono la foresta dei Kawahiva incontattati – Survival International

Brasile: la ‘tribù dell’Aquila Arpia’ e i suoi vicini incontattati a rischio sterminio

Orde di allevatori e altri coloni stanno invadendo, con l’aiuto di politici locali, il territorio degli Uru Eu Wau Wau, una tribù brasiliana contattata di recente. Nella regione questa viene descritta come “la peggiore invasione territoriale degli ultimi decenni” e potrebbe spazzare via i popoli incontattati che vivono nella zona.

Gli Uru Eu Wau Wau sono conosciuti come il “popolo dell’Aquila Arpia” perché utilizzano le grandi piume di questo uccello per realizzare frecce e copricapi. Chiamano i loro vicini incontattati Jururei, “i coraggiosi”.

Delle tribù incontattate sappiamo molto poco, ma sappiamo che intere popolazioni sono sterminate dalla violenza genocida di stranieri che le derubano di terre e risorse, e da malattie, come l’influenza e il morbillo, verso cui non hanno difese immunitarie. Gli Uru Eu Wau Wau sono stati decimati a seguito del primo contatto, avvenuto negli anni Ottanta.

"Fotografia aerea scattata dalla ONG brasiliana Kaninde del disboscamento e degli incendi nello stato di Rondonia, vicino agli Indiani incontattati e agli Uru Eu Wau Wau."

“Fotografia aerea scattata dalla ONG brasiliana Kaninde del disboscamento e degli incendi nello stato di Rondonia, vicino agli Indiani incontattati e agli Uru Eu Wau Wau.”

© Kaninde

Il governo dello stato di Rondonia ha in atto da tempo un programma di colonizzazione vicino al territorio della tribù. Ora i coloni stanno cominciando a entrare nel territorio – nonostante questo sia parte di un parco nazionale e in esso vivano tre gruppi di Indiani incontattati. I proprietari terrieri e i politici locali stanno promuovendo una nuova ondata di invasioni.

Le immagini aeree mostrano che vaste aree del territorio della tribù sono state bruciate e disboscate dai coloni. Oltre a essere la casa di numerosi popoli indigeni, nella regione vi sono pini amazzonici unici e un caratteristico paesaggio ricco di cascate, grotte e altipiani. Inoltre, diverse specie in pericolo di estinzione – come l’opossum dalle spalle nere, l’armadillo gigante e l’hocco becco a rasoio – dipendono da questi ambienti per sopravvivere.

L’8 agosto scorso alcuni membri della tribù hanno scritto alla polizia federale, ma le autorità non sono ancora intervenute. “Siamo molto preoccupati perché le invasioni sono vicine ai nostri villaggi e mettono a rischio la vita di donne, anziani, bambini e uomini… La situazione è estremamente seria e gli invasori devono essere allontanati velocemente prima che qualcuno muoia durante gli scontri all’interno del territorio indigeno”, hanno affermato gli indigeni nella lettera.

"Villaggi Uru Eu Wau Wau isolati visti dall’alto, in Brasile."

“Villaggi Uru Eu Wau Wau isolati visti dall’alto, in Brasile.”
© Survival

La tribù degli Uru Eu Wau Wau fu contattata dai funzionari del governo brasiliano nel 1981 e fu così esposta a malattie infettive. La politica ufficiale all’epoca era infatti quella di forzare il contatto con i popoli isolati.

Nonostante i diritti territoriali della tribù siano stati riconosciuti ufficialmente nel 1991, gli attivisti temono che non si stia facendo abbastanza per proteggere la loro terra ancestrale, caratterizzata da un’altissima biodiversità. Le tribù incontattate sono i popoli più vulnerabili del pianeta e se le loro terre non saranno protette, per loro sarà la catastrofe.

“Il furto di terra è uno dei problemi più gravi che i popoli indigeni devono affrontare. In tutto il mondo, le società industrializzate rubano le terre indigene per profitto perpetuando l’invasione e il genocidio che hanno caratterizzato la colonizzazione europea delle Americhe e dell’Australia. Il diritto dei popoli incontattati alle loro terre è protetto sia dalla legge brasiliana che da quella internazionale e deve essere rispettato, o le conseguenze umanitarie saranno terribili”, ha dichiarato Stephen Corry, il Direttore Generale di Survival International.

Sorgente: Brasile: la ‘tribù dell’Aquila Arpia’ e i suoi vicini incontattati a rischio sterminio – Survival International

Brasile: i popoli indigeni, il “Re della soia” e gli altri…

 

La sua famiglia ha guadagnato miliardi dal saccheggio delle foreste e della terra indigena e si è sempre dichiarato contrario al riconoscimento dei territori indigeni, a favorevole a dighe e di altri mega progetti che violano i diritti dei popoli indigeni. Chi è? Prima era “solo” Blairo Maggi, un potente imprenditore brasiliano, dalle chiare origini italiane, capace di diventare il governatore del Mato Grosso e contemporaneamente (sarà un caso?) il più grande produttore mondiale di soia, commercializzando da solo circa il 26% della produzione di tutto lo Stato del Mato Grosso. Oggi è il neo Ministro dell’Agricoltura del presidente ad interim Michel Temer i cui ministri, sembrano fare a gara per tentare di aggirare le leggi a tutela delle terre indigene e quelli dei suoi abitanti.

Molti dei ministri del Governo ad interim, infatti, come Maggi, sono membri della lobby agricola che sta cercando di indebolire i diritti territoriali indigeni e ha proposto, tra gli altri, un emendamento costituzionale noto come PEC 215. “Se approvato, il PEC 215 potrebbe rendere quasi impossibili le future demarcazioni territoriali, ridurre la dimensione dei territori esistenti e aprirli alle attività minerarie, a progetti di estrazione del petrolio o del gas, a strade, a basi militari, e altri progetti di sviluppo che potrebbero essere letali per i popoli indigeni” ha spiegato Survival International. Sì perché nonostante Dilma Rousseff sia stata spesso criticata per aver demarcato meno territori indigeni di qualunque suo predecessore dalla fine della dittatura militare, in realtà nelle settimane prima del pretestuoso impeachment del 12 maggio scorso aveva firmato diversi decreti di protezione territoriale, che adesso il Ministro della Giustizia ad interim Alexandre de Moraes ha annunciato rivedrà, scatenando proteste e manifestazioni in tutto il paese.

In maggio, infatti, più di 1.000 indigeni hanno manifestato a Brasilia. In una dura lettera aperta indirizzata a Michel Temer, l’APIB, cioè la rete dei Popoli Indigeni del Brasile, ha dichiarato: “Rifiutiamo ogni tentativo di riportare indietro le nostre conquiste e chiediamo il rispetto totale per i nostri diritti fondamentali, sanciti dalla costituzione federale”. Come ha ricordato Survival “Centinaia di migliaia di Indiani in tutto il paese dipendono dalla terra per sopravvivere. La costituzione brasiliana e la legge internazionale garantiscono la protezione delle loro terre per il loro uso esclusivo, ma le leggi vengono spesso violate e alcune tribù rischiano il genocidio”. Dilma anche per questo aveva finalmente riconosciuto i diritti indigeni per la terra dei Kawahiva incontrastati, uno dei popoli più vulnerabili del pianeta, per le terre degli Avá Canoeiro, degli Arara, dei Mura, dei Munduruku e per buona parte del territorio Guarani che era stato rubato agli Indiani lasciandoli in condizioni terribili.

Ma l’offensiva contro i diritti dei popoli indigeni non è solo politica e in queste settimane si registrano crescenti tentativi da parte di potenti agricoltori e allevatori locali, che per Survival sono “strettamente legati al governo ad interim nominato di recente”, di sfrattare illegalmente i Guarani dalla loro terra ancestrale e intimidirli con il ricorso alla violenza e al razzismo. Proprio nella comunità guarani di Tey’i Jusu, nel Brasile meridionale, lo scorso 14 giugno un gruppo di sicari ha attaccato uccidendo Clodiodi Aquileu, un ventenne della comunità, che aveva il ruolo di operatore sanitario e ha ferito almeno altre cinque persone, tra cui un bambino. Per Survival, che prima in Europa ha rimbalzato la notizia, “È solo l’ultimo di una serie di assalti violenti alla tribù agli abitanti Guarani Kaiowá” che questa volta sono riusciti a filmare l’attacco da lontano. Intanto un’altra comunità guarani nella stessa regione, conosciuta come Apy Ka’y, rischia lo sfratto dopo aver rioccupato la sua terra sotto la guida della leader Damiana Cavanha nel 2013. “Le nove famiglie della comunità avevano ricevuto un’ordinanza di sfratto, ma non è ancora noto se siano riuscite a restare nella loro terra che gli spetta di diritto secondo la legge brasiliana e quella internazionale” ha spiegato Survival. “È in corso un lento genocidio. C’è una guerra contro di noi. Abbiamo paura” ha aggiunto il mese scorso il leader guarani Tonico Benites in occasione di una visita in Europa. “Uccidono i nostri capi, nascondono i loro corpi, ci intimidiscono e ci minacciano”.

Negli ultimi decenni, i Guarani hanno subito violenza genocida, schiavitù e razzismo da parte di chi vuole derubarli di terre, risorse e forza lavoro. Per tentare di arginare questa ondata di violenza in aprile Survival ha lanciato la campagna “Fermiamo il genocidio in Brasile”, per portare all’attenzione del mondo questa crisi terribile e urgente, e dare alle tribù brasiliane un palcoscenico da cui parlare al mondo nell’anno delle Olimpiadi. “Assistiamo a un attacco brutale e continuato ai Guarani, che sta crescendo di intensità. Persone potenti in Brasile stanno cercando di ridurre al silenzio i membri della tribù, terrorizzandoli affinché rinuncino alle loro rivendicazioni territoriali” ha dichiarato il Direttore generale di Survival, Stephen Corry. “Ma i Guarani non si fermeranno. Sanno di rischiare la morte cercando di tornare alla loro terra ancestrale, ma l’alternativa è così terribile che non hanno altra scelta se non quella di affrontare i sicari e le loro pallottole”. Ma per ora, purtroppo, il Governo ad interim del Brasile non sembra aver posto limiti al tentativo di impossessarsi delle riserve Guarani e di quelle degli altri popoli indigeni.

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Ancora una diga per affogare l’Amazzonia

E’ la diga di São Luiz do Tapajós, un progetto devastante, che inonderà parte delle loro terre distruggendo una vasta area della foresta amazzonica. La diga di São Luiz do Tapajós, la più grande delle 43 dighe previste sul fiume Tapajos, avrebbe un bacino di 729 chilometri quadri (circa l’estensione di New York!) e sommergerebbe 400 chilometri quadri di foresta pluviale incontaminata, portando inoltre alla deforestazione di un’area di 2.200 chilometri quadrati!

Il fiume Tapajós scorre nel cuore dell’Amazzonia brasiliana. Nelle sue acque nuotano i delfini rosa, mentre le sue rive sono l’habitat di centianaia di uccelli, rettili, angibi e mammiferi, come il giaguaro e l’ocelot. Queste sono anche le terre del popolo indigeno dei Munduruku che da più di trent’anni si battono per difendere la valle del Tapajós dalla minaccia dei megaprogetti idroelettrici. Lo scorso aprile l’Agenzia brasiliana per le popolazioni indigene (FUNAI) ha riconosciuto i territori dei Munduruku, fornendo la base legale per richiedere la sospensione della costruzione della mega diga. Si tratta però solo di una sospensione temporanea che non equivale alla cancellazione del progetto: questa avverrà infatti solo nel caso in cui il governo brasiliano confermi la decisione del FUNAI di tutelare le terre Munduruku.
Greenpeace ha simbolicamente fornito i Munduruku di pannelli solari per dimostrare che non è necessario distruggere l’Amazzonica per portare elettricità nelle aree remote. E chiede alle multinazionali di abbandonare il progetto. Ad esempio, l’azienda tedesca Siemens negli ultimi anni da un lato ha rafforzato la sua presenza nel settore delle rinnovabili, ma d’altra parte ha partecipato anche alla realizzazione della diga di Belo Monte, sul fiume Xingu, che ha devastato un ampio tratto di foresta amazzonica.Chiediamo a Siemens di confermare che non sarà coinvolta in alcun modo nella realizzazione della diga di São Luiz do Tapajós, un’operazione che sarebbe in netto contrasto con l’immagine “green” che pretende di mostrare.

Sorgente: Ancora una diga per affogare l’Amazzonia – Salva le Foreste

Olimpiadi Brasile 2016, i media del mondo rompano il silenzio sul massacro degli indios

Olimpiadi Brasile 2016, i media del mondo rompano il silenzio sul massacro degli indios

La rovina del Brasile non è nulla in confronto al massacro in atto nei confronti di numerose etnie indigene dall’Amazzonia fino agli stati del sud. Un genocidio lento e inesorabile che sta passando sotto silenzio. Nessuno, a parte Survival e alcuni attivisti, ne sta parlando. L’informazione interna, controllata dallo Stato in Brasile, non dice una parola. All’estero non trapela quasi nulla. Una vergogna oscena. E l’assurdo è che, al di là della violazione dei diritti umani, gli ignoranti responsabili di tale scempio stanno distruggendo le radici stesse, la cultura ancestrale e il nutrimento spirituale di tutta l’umanità.

cerimonia indigena a rioDue grandi scienziati, Fritjof Capra e Pier Luigi Luisi, nel loro recente libro divulgativo “Vita e Natura – Una visione sistemica” spiegano a più riprese come le più recenti ricerche dimostrino la natura sistemica e cooperativa della vita. In tale contesto concetti come biodiversità, crescita biologica, diversità etnica e culturale, vita sostenibile assumono un ruolo centrale in una concezione articolata, profonda e articolata di sviluppo dell’umanità e del pianeta. I due autori tirano in ballo in continuazione grandi ricercatori che hanno dato grandi contenuti a questo stile di pensiero, come Ilya Prigogine e Vandana Shiva, ma anche enti strategici come lo Schumacher College nel Devon, Gran Bretagna. In un simile contesto le etnie indigene sono considerate addirittura strategiche per il futuro. E non solo sul piano filosofico e spirituale, ma anche in termini di conoscenza della terra, degli equilibri, delle comunità botaniche e zoologiche.

Discorsi che il governo brasiliano, ben inserito all’interno dell’inetto antico concetto di sviluppo che classifica i paesi come “sviluppati”, “sottosviluppati” e in “via di sviluppo”, stenta non solo a capire, ma anche ad ascoltare. Fantascienza. Qui lo sviluppo sono tanti centri commerciali che vendono cianfrusaglie inutili, punto.

Xowá Tapuya Fulni-ô,Per mantenere illuminati questi centri e far girare tante auto esiste una sola strada: devastare il pianeta per recuperare disperatamente energia, con coltivazioni esaustive, tipo canna da zucchero, e dighe che distruggono interi paradisi tropicali, purtroppo gli ultimi.

Uno di questi territori è la terra dei Munduruku, un’etnia profondamente legata alla foresta in possesso di conoscenze antichissime. Qui il governo brasiliano intende realizzare la mega diga di São Luiz do Tapajós. Questa diga è la prima delle 43 previste sul fiume Tapajos, avrebbe un bacino di 729 chilometri quadri (circa l’estensione di New York) e sommergerebbe 400 chilometri quadri di foresta pluviale incontaminata, portando inoltre alla deforestazione di un’area di 2.200 chilometri quadri. Qui per info e per firmare la petizione di Greenpeace.

Ma non finisce qui. Gli indios, in tutto il bacino amazzonico e fino agli stati del sud sono vessati in tutto il Brasile. Un esempio, l’azienda Belo Sun alla quale sono stati venduti i diritti per lo sfruttamento dell’oro dello Xingù, un parco culturale indigeno.

Gli indigeni si trovano letteralmente ogni giorno a dover affrontare gli attacchi armati e letali dei ricchi fazenderos, nient’altro che gli stessi corrotti governanti che occupano gli scranni dei governi che dovrebbero difenderli.

In un recente articolo di Survival viene spiegato come per esempio i Guarany, una etnia del sud del Paese, che un tempo viveva su un area di 350.000 kmq oggi è ridotta a sopravvivere in minuscole riserve. Strappati sistematicamente dal loro ambiente hanno raggiunto un tasso di suicidi intollerabile, come sta avvenendo per gli Inuit del Canada.

io con Sabino, Pajé Huni KuinIo stesso ho affrontato una permanenza nella riserva indigena di Aguas Belas in Pernambuco, presso i Fulni-o. Sono distrutti, sebbene siano gli unici che hanno saputo mantenere costumi spirituali millenari. Sono seriamente minacciati e le “Acque Belle” sono oggi una discarica di rifiuti. Il meraviglioso Rio Ipanema dove si trovavano è seccato definitivamente grazie a un’altra diga, costruita negli anni ’50, la Paulo Alfonso.

In realtà gli indios, come gli indigeni di tutto il mondo, sono una risorsa senza uguali per ricostruire un rapporto con la natura degno di questo nome. Vengono uccisi e deportati senza pietà, sradicati senza ritegno dalle terre che hanno abitato per millenni e che conoscono in profondità nelle piante, nei frutti, negli animali, negli spiriti. Terre che potrebbero contribuire a salvare e che invece sono destinate alla distruzione per arricchire le multinazionali. E che potrebbero anche essere una risorsa formidabile per un turismo culturale di qualità.

Altro che la prostituzione sulle coste del nordest. Il mondo non ha idea di cosa stia succedendo in Amazzonia, poiché i media mainstream non ne parla più. Men che meno i media brasiliani, conniventi con il governo che ha tutto l’interesse a nascondere questo stato di cose che in realtà sarebbe di profondo interesse per tutta l’umanità, visto che l’Amazzonia e la natura, così come la diversità sono di tutti.

La Funai, l’organizzazione che dovrebbe proteggere gli indios, è quantomeno ambigua: gli indios non si fidano affatto, ci sarà un motivo.

Se queste Olimpiadi devono servire a qualcosa è alzare il velo sul vergognoso silenzio del governo e dei media brasiliani.

Gli indios che non si suicidano vengono uccisi, gli altri lentamente si spengono. Alcuni continuano a resistere e a lottare come leoni. Le persone consapevoli dovrebbero prendere coscienza di tutto questo e avere il coraggio di schierarsi dalla loro parte.

thanks to: Il Fatto Quotidiano