Venezuela, giovane partorisce in strada. L’ultima fake news di Repubblica diventa virale

Venezuela, giovane partorisce in strada. L'ultima fake news di Repubblica diventa virale
Il quotidiano in prima fila nel sostenere la propaganda di chi vuole l’intervento armato in Venezuela

di Fabrizio Verde

Col passar del tempo sembra scendere inesorabilmente la qualità delle bufale, o fake news per usare i termini maggiormente in voga, diffuse ad arte per screditare il Venezuela. Risulta così semplice smontarle che quasi non c’è gusto nel farlo. Finanche la persona più lontana e avulsa dai fatti che accadono in Venezuela sentirebbe lontano un miglio l’inconfondibile puzza di bufala che accompagna certe notizie.

 

L’ultima in ordine di tempo riguarda una donna che avrebbe partorito in strada perché rifiutata da una clinica in quanto senza denaro. La notizia è diffusa da un giornalista Carlos Julio Rojas, militante del partito di opposizione Vente Venezuela. L’uomo fu arrestato nel 2017 perché coinvolto nell’assalto a una caserma nella zona nord di Caracas.

 

La (non)notizia inizia a rimbalzare su vari siti venezuelani di opposizione e la ritroviamo, come sempre accade in questi casi, pari pari, sui principali media mainstream. Da ‘Repubblica’ al ‘Corriere della Sera’ passando per ‘Il Fatto Quotidiano’.

 

Una bufala che riesce anche a contraddirsi quando ‘Repubblica’ scrive: «Rojas ha riferito che poco dopo il fatto, sul posto è giunta una volante della polizia che ha prelevato la giovane e l’ha portata in un centro medico».

 

La verità è che i soldi c’entrano ben poco in questa storia visto che in Venezuela la sanità è pubblica e gratuita. Mentre c’entra molto il fatto che Repubblica lavora sempre per propagandare neoliberismo e privatizzazioni.

 

In Venezuela non può accadere quel che viene denunciato da Usa Today: in Messico donne indigene e povere sono costrette a partorire in prati e parcheggi perché rifiutate dagli ospedali.

 

«Non si tratta di casi isolati. Registriamo una tendenza. Non stiamo parlando di una donna: ce ne sono molte e non viene fatto nulla per risolvere il problema», denuncia Regina Tames, direttrice del Reproductive Choice Information Group, organizzazione non governativa con sede a Città del Messico. Ma questo Repubblica non ve lo racconta.

 

In Venezuela non può accadere quel che invece accade nella culla della democrazia, gli Stati Uniti, dove esistono casi di famiglie letteralmente mandate sul lastrico dalle spese sostenute per il parto. Uno dei migliori studi sull’argomento redatto negli Usa rivela che sono circa 56mila le famiglie che annualmente finiscono in bancarotta dopo aver accolto un nuovo bambino. Ma questo Repubblica non ve lo racconta.

Notizia del:
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Luisa Morgantini: “L’ipocrisia internazionale e l’impunità israeliana”

“Ponti di pace” per restituire la dignità al popolo palestinese: è l’auspicio di una donna instancabile, protagonista infaticabile  in difesa dei diritti umani nel mondo. Luisa Morgantini, già vice Presidente del Parlamento europeo, sembra non conoscere limiti quando si tratta di giustizia: affermare la pace è possibile, prima di tutto è però indispensabile ”conoscere la realtà, rompere gli stereotipi”.

luisa-morgantiniLuisa Morgantini è stata eletta parlamentare europea nel 1999 e riconfermata nel 2004, ricevendo oltre 29mila preferenze. Nel 2007 è stata eletta Vicepresidente del Parlamento Europeo con l’incarico delle politiche europee per l’Africa e per i diritti umani, è stata membro della Delegazione per le relazioni con il Consiglio legislativo palestinese. Candidata al Premio Nobel per la Pace, la Morgantini ha risposto autorevolmente alla nostra intervista riguardo l’occupazione israeliana dei territori palestinesi.

“Una terra senza popolo per un popolo senza terra”: partiamo da una frase che caratterizzò l’inizio di una vicenda, quella del conflitto israelo-palestinese, destinata a ricoprire un ruolo centrale nei rapporti tra le potenze mondiali fino ai giorni d’oggi. Cosa l’ha spinta ad occuparsi così attivamente del conflitto, portando sempre con se la parola Pace?

Ed invece quella terra è stata  popolata da sempre anche da popoli e credenti di religioni diverse. Quella frase, una mistificazione che tende a cancellare l’esistenza del popolo palestinese, a cancellare la memoria  e la presenza di  chi non è di religione ebraica. Ciò che mi ha spinta ad essere attiva in questo conflitto, è l’amore (non ho paura di essere retorica) per la giustizia e per i diritti di tutti e tutte. Giustizia e diritti calpestati dalla colonizzazione dei territori palestinesi da parte di Israele. L’orrore del massacro di Sabra e Chatila nel 1982 è quello che mi ha mostrato per la prima volta il calvario del popolo palestinese, i milioni di profughi, la distruzione, nel 48, di 493 villaggi palestinesi, l’occupazione delle case palestinesi, la continua demolizione di abitazioni palestinesi per far posto a coloni, il furto delle terre e dell’acqua, la tortura e la prigione, la separazione delle famiglie, la costruzione di un muro di apartheid e di annessione coloniale.

Insomma la profonda ingiustizia e l’ipocrisia della comunità internazionale che sa, conosce le violazioni della legalità internazionale e i crimini commessi da parte Israele, ma continua solo a deplorare e non ad  agire affinché Israele non sia un paese al di sopra della legge, ma diventi un paese che rispetta i diritti degli altri, definisca i suoi confini e cessi l’occupazione militare della Cisgiordania, Gaza e delle alture del Golan.

AssoPace Palestina, un’associazione molto attiva che dal 1988 organizza viaggi in Palestina e Israele “per una pacifica coesistenza tra i due popoli”: quale il più profondo messaggio che tale realtà si propone di dare al mondo?

Che è possibile costruire ponti di pace ad azioni comuni per affermare la pace  e la giustizia. Penso a quei palestinesi e israeliani che lottano insieme per farla finita con l’occupazione militare e la violenza. Persone che hanno saputo decostruire la figura del nemico e rifiutarsi di essere nemici, guardandosi nelle rispettive realtà, riconoscendo l’asimmetria tra l’essere un popolo occupato militarmente (i palestinesi) e un popolo ed uno Stato (gli israeliani), il cui esercito occupa militarmente un altro popolo e la sua terra.

Noi andiamo in Palestina e Israele per conoscere la realtà, rompere gli stereotipi, vedere con i propri occhi che cosa significa essere cacciati dalle proprie terre e dalle proprie case, vedere la quotidianità dell’occupazione militare, incontrare bambini che vengono picchiati ed arrestati dai soldati israeliani. Quando torniamo vogliamo essere messaggeri di verità, raccontare quello che abbiamo visto, continuare le nostre  relazioni, sostenere la resistenza popolare non violenta come quella dei comitati popolari che si sono costituiti a partire dal 2002 subito dopo l’inizio della costruzione del muro di apartheid e di annessione coloniale, condannato dalla corte internazionale dell’Aja nel 2004 ma che Israele ha continuato a costruire sottraendo terra ed acqua ai palestinesi, dividendo le famiglie palestinesi. I palestinesi che incontriamo ci dicono di volere la pace, ma una pace giusta, una pace con libertà, dignità e terra.

È sul “vittimismo” che troppo spesso si giustifica l’influenza politica di un Paese su altri. Possiamo dirlo anche per l’Unione Europea? Come ha reagito questa, soprattutto negli anni in cui lei ha ricoperto una carica importante all’interno, riguardo le violazione delle risoluzioni Onu da parte di Israele?

Non c’è dubbio che la politica israeliana fa uso del vittimismo e dell’Olocausto per agire impunemente nell’oppressione del popolo palestinese. L’ olocausto è stato aberrante così come lo è qualsiasi atteggiamento antisemita. Ma nessuno può usare la persecuzione e le sofferenze subite per soggiogare e cancellare l’identità di altri. Israele è impunita e questa impunità la rende ancora più arrogante.

I governi che si sono succeduti dopo l’assassinio di Rabin da parte di un estremista ebreo, sono diventati sempre più di destra e praticato una politica di continua usurpazione di terre di ampliamento delle colonie. Oggi nel governo israeliano la fanno da padroni ortodossi e coloni. L’Unione Europea continua a deplorare e a condannare, l’ampliamento delle colonie, la condizione dei prigionieri nelle carceri, l’arresto di difensori dei diritti umani, deplorazioni continue, ma non osa fare l’unica cosa credibile e che possa fare pressione su Israele: interrompere le relazioni economiche privilegiate, non vendere o acquistare armi da Israele, che nessun prodotto delle colonie entri in Europa, applicare l’articolo 2 dell’accordo di associazione Italia-Israele che sostiene la sospensione di quell’accordo nel caso in cui il governo contraente non rispettassi i diritti umani. E’ dal 1980 che dichiara di sostenere due popoli e due stati ma ha permesso ad Israele di far si che la terra sulla quale fare lo Stato palestinese sia un territorio devastato da colonie e da strade fatte solo per i coloni, uno Stato che assomiglia ai bantustan sud africani.

Quali vantaggi, di diversa natura, ne ricava la società israeliana dall’occupazione dei territori?

Penso che a parte i vantaggi economici che derivano dallo sfruttamento delle terre palestinesi, dell’acqua, del fatto che l’occupazione militare non è un costo perché, anche qui violando la legalità internazionale che dice che un paese occupante è responsabile del benestare delle popolazione occupata, Israele è riuscito a rifilare il peso economico dell’occupazione sulla comunità internazionale che paga al posto di Israele, i vantaggi sono di un estensione dei territori, di recuperare la terra biblica israelita (a parte che anche in quel periodo vivevano anche altri popoli su quel territorio). Ma penso che invece gli svantaggi siano enormi, Israele è sempre di più una società malata, con profonde divisioni al suo interno: il razzismo verso i palestinesi ha contaminato anche i rapporti tra ebrei ortodossi, secolari, asefarditi, askenazi. Il melting pot dei primi anni dello Stato israeliano si è scomposto, oggi le divisioni sono enormi, e la comunità russa è diventata uno Stato nello Stato, così come i coloni. Chi occupa militarmente un altro popolo e pratica la violenza non può uscirne immune. Per fortuna d’Israele ci sono ancora voci di israeliani come quelle di Nurit Peled, Uri Avnery, Gideon levy, Michel Warshasky, Lea Tsemel e centiniaia e centiniaia di giovani israeliani che partecipano alle lotta insieme ai palestinesi per farla finita con il regime coloniale e di apartheid, o come quelli che rifiutano di prestare servizio militare. Sono la salvezza morale di Israele.

Vittorio Arrigoni, il giovane attivista italiano ucciso anni fa a Gaza, auspicava ad una soluzione binazionale, quindi Stato unico, per una risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Quali invece le sue prospettive, il suo auspicio per una Palestina libera e l’instaurazione della Pace?

Mah, il mio auspicio per tutti i popoli del mondo è che non vi siano frontiere. Certamente sarebbe bello se  le persone che abitano il territorio della Palestina storica (quella prima della partizione dell’Onu del ’47) potessero vivere tutti insieme in uno Stato laico e democratico. Ma forse ci vorranno mille anni per realizzarlo, vale comunque la pena enunciarlo.

Io mi augurerei che Israele cessasse l’occupazione militare dei territori del 1967, che Gerusalemme fosse una capitale condivisa per due popoli e due Stati, che ci fosse il riconoscimento da parte di Israele delle sue responsabilità di fronte ai profughi cacciati nel ’48 e nel ’67, e la possibilità del ritorno, che i coloni se ne andassero, oppure nel caso volessero rimanere dovrebbero essere cittadini palestinesi, così come ci sono più di un milione e 800mila palestinesi, cittadini israeliani (trattati con estreme discriminazioni). Quello che davvero vorrei è che i palestinesi potessero finalmente essere liberi e autodeterminati.

Emma Bonino scrisse anni fa una nota in cui spiegava perché fosse positivo fare “entrare Israele nell’Ue”: che strada pensa possa prendere adesso la politica italiana riguardo i rapporti Israele-Palestina?

Non solo Emma Bonino ma in parecchi hanno sostenuto questo. Io penso invece, visto che Israele esiste nel vicino Medio Oriente o Africa, che debba diventare un Paese normale all’interno di quell’area, che accetti il piano di pace dei paesi arabi proposto già nel 2002, che in cambio della fine dell’occupazione militare dei territori palestinesi occupati nel 1967, prevede la totale disponibilità economica e politica e il riconoscimento di Israele. In realtà i leader israeliani si riconoscono nelle aree del mondo occidentale e per avere il loro aiuto devono continuare con la propaganda dell’essere a rischio di distruzione da parte di tanti paesi nemici che li circondano. Non vedo nella diplomazia e nella politica italiana la possibilità di cambiare atteggiamento e reclamare da Israele il rispetto della legalità internazionale.

E mentre penso che sia indispensabile da parte dei movimenti, associazioni che credono nel rispetto dei diritti per tutte e tutti, continuare a lavorare per far conoscere la realtà e cercare di far cambiare politica ai nostri governi, sono anche consapevole delle nostre debolezze. Ma non abbiamo il diritto di desistere, ce lo insegnano milioni di palestinesi che ogni giorno resistono in modo non violento per non essere cancellati nella loro identità e cacciati dalla loro terra. Hanno il diritto alla libertà, giustizia e dignità.

thanks to: ilfarosulmondo

Dream Defenders & partner per i diritti di Ahed Tamimi e per la lotta di liberazione palestinese

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Diversi artisti, studiosi e figure per i diritti civili famosi hanno firmato una lettera a sostegno dell’adolescente palestinese Ahed Tamimi e di altri bambini palestinesi imprigionati da Israele.

I firmatari includono attori di spicco come Danny Glover, Rosario Dawson, la star di Grey’s Anatomy, Jesse Williams e LisaGay Hamilton di The Practice; musicisti come Vic Mensa, Talib Kweli e Tom Morello, di Rage Against the Machine; i leader dei diritti civili Patrisse Cullors e Alicia Garza (co-fondatori di Black Lives Matter), Angela Davis, Michelle Alexander e Alice Walker; i commentatori politici Marc Lamont-Hill e Angela Rye; ed il guardalinee della difesa della Seattle Seahawk e campione del super bowl, Michael Bennett.

Ahed Tamimi è stata arrestata per aver affrontato dei soldati israeliani che avevano invaso il cortile della sua casa, subito dopo aver sparato e ferito gravemente suo cugino, di 15 anni, colpito in faccia. Il processo della giovane è ancora in corso.

La storia di Tamimi ha attirato l’attenzione globale e sia Amnesty International che Human Rights Watch hanno chiesto la sua liberazione.

I promotori della lettera sono i “Dream Defenders“, un gruppo membro del “Movement for Black Lives” fondato dopo l’omicidio di Trayvon Martin. Traccia parallelismi tra le esperienze della comunità nera e della comunità palestinese, evidenziando l’impatto del razzismo, della violenza di stato e dell’arresto di massa su entrambi i popoli.

“Troppi nostri bambini imparano presto che possono essere imprigionati o uccisi semplicemente per quello che sono. Da Trayvon Martin a Mohammed Abu Khdeir e Khalif Browder fino a Ahed Tamimi – il razzismo, la violenza di stato e l’incarcerazione di massa hanno derubato la nostra gente della loro infanzia e del loro futuro”, si legge nella lettera.

“Noi sottoscritti chiediamo a tutti i rappresentanti degli Stati Uniti di firmare questa lettera e proteggere la vita e l’infanzia dei bambini palestinesi.

La famiglia Tamimi resiste alla brutalità d’Israele perché crede che i palestinesi, come TUTTI, debbano essere liberi. Dream Defenders è con loro e con tutti i palestinesi nella loro giusta lotta. Ora, e sempre, ci impegniamo a costruire un mondo più giusto e amorevole per tutti noi. #FreeAhed #nowaytotreatachild”.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

 

thanks to: Agenzia stampa Infopal

Israele colpevole di crimini di guerra

di Eleonora Pochi

 

Tutti gli articoli della IV Convenzione di Ginevra per la tutela delle persone civili in tempo di guerra violati dalle Forze armate israeliane negli ultimi 24 giorni di operazioni militari nella Striscia

“E’ stato violato il diritto internazionale”, ha dichiarato oggi Navy Pillay, alto commassario Onu per i Diritti Umani, in riferimento al massacro della popolazione civile della Striscia, aggiungendo che “questi attacchi non sembrano affatto accidentali”.

Si tratta di violazioni delle norme stabilite dalla IV Convenzione di Ginevra per la protezione delle persone civili in tempo di guerra. La presente convenzione, così come gran parte della normativa internazionale a tutela dei Diritti Umani, fu stipulata nel 1949, subito dopo le atrocità commesse durante la seconda Guerra mondiale, per stabilire regole precise in riguardo ai conflitti armati, in particolare per la protezione dei civili.

L’articolo 15 della suddetta convenzione stabilisce che “Ognuna delle Parti in conflitto potrà, sia direttamente, sia per il tramite di uno Stato neutrale o di un ente umanitario, proporre alla Parte avversaria la costituzione nelle regioni dove si svolgono combattimenti, di zone neutralizzate destinate a porre al riparo dai pericoli dei combattimenti, senza distinzione alcuna, le persone seguenti:

a) i feriti e i malati, combattenti, o non combattenti;

b) le persone civili che non partecipano alle ostilità e che non compiono alcun lavoro di carattere militare durante il loro soggiorno in dette zone. Non appena le Parti in conflitto si saranno intese su l’ubicazione geografica, l’amministrazione, il vettovagliamento e il controllo della zona neutralizzata prevista, sarà stabilito per iscritto e firmato dai rappresentanti delle Parti in conflitto un accordo, che fisserà l’inizio e la durata della neutralizzazione della zona”.

Il bombardamento della scuola UNRWA a Beith Hanoun e poi l’attacco di un’altra scuola delle Nazioni Unite a Jabaliya rappresentano violazioni del presente articolo. Non ci sono zone neutralizzate in tutta la Striscia in cui i civili possano essere al sicuro. Tra le vittime molti bambini. “Nulla è più vergognoso che attaccare dei bambini mentre dormono” ha dichiarato in merito Ban Ki-moon, segretario generale Onu. Il 77% delle vittime dell’operazione militare israeliana in atto, sono civili.

L’articolo 16 riguarda la tutela dei feriti e dei malati: “I feriti e i malati, come pure gli infermi e le donne incinte fruiranno di una protezione e di un rispetto particolari. Per quanto le esigenze militari lo consentano, ognuna delle Parti in conflitto favorirà i provvedimenti presi per ricercare i morti o i feriti, per soccorrere i naufraghi e altre persone esposte ad un grave pericolo e proteggerle contro il saccheggio e i cattivi trattamenti”.

Dall’inizio dell’operazione Protective Edge, l’IDF ha bombardato quattro ospedali: l’European General Hospital, l’ospedale di Al Aqsa, quello di Beit Hanoun e quello di Gaza City, Al Shifa. Medici senza Frontiere, presente sul campo, ha espresso più volte la grave illegalità alla base di questi attacchi militari: “Un membro del nostro staff internazionale si trovava nell’edificio (Al Shifa, ndr) quando l’ambulatorio dell’ospedale è stato bombardato – denuncia Tommaso Fabbri, capo missione di MSF in Palestina -. Al Shifa è il quarto ospedale colpito dall’8 luglio. Attaccare gli ospedali e le aree circostanti è del tutto inaccettabile e rappresenta una grave violazione del diritto internazionale umanitario. In qualunque circostanza, e soprattutto in tempo di guerra, le strutture sanitarie e il personale medico devono essere protetti e rispettati. Ma oggi a Gaza gli ospedali non sono il rifugio sicuro che dovrebbero essere”.

In riguardo al soccorso umanitario d’emergenza, c’è l’articolo 20: “ Il personale regolarmente ed unicamente adibito al funzionamento o all’amministrazione degli ospedali civili, compreso quello incaricato della ricerca, della raccolta, del trasporto e della cura dei feriti e malati civili, degli infermi e delle puerpere, sarà rispettato e protetto”.

Sono tristemente note la difficoltà che gli operatori umanitari stanno incontrando in questi giorni. Oltra agli ospedali, sono state bombardate ambulanze e non sono state rispettate le tregue umanitarie, necessarie alla ricerca e al trasposto di feriti e cadaveri. Il video del ragazzo palestinese ucciso mentre con altri operatori cercava feriti sotto le macerie, ha fatto il giro del web.

Inoltre, secondo il New Weapons Research Committee, gruppo di scienziati che studia gli effetti delle armi non convenzionali sulle persone nel medio e lungo periodo, “ Israele sta sperimentando nuove armi non convenzionali contro la popolazione civile di Gaza”. Fosforo bianco, DIME (Dense Inert Metal Explosive) e ordigni termobarici. Mads Gilbert, medico norvegese operativo nell’ospedale di Shifa, a Gaza City, ha fatto notare che “moltissime persone possiedono ferite sospette, che dimostrano l’uso di armi illegali”.

( Fonte: NenaNews )

25 anni fa, il Frayba.

La Jornada – Sabato 29 marzo 2014

Con le parole: Non può essere così! 25 anni fa il Frayba ha cominciato a farsi sentire

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 28 marzo. Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas, Frayba, è pioniere in Messico dell’esercizio della difesa dei diritti umani, della quale nessuno Stato che si dica democratico si può disinteressare. Fondato nel marzo del 1989 dal vescovo Samuel Ruiz García in Calle 5 de Febrero di questa città, nasce in un contesto locale di allarmante disuguaglianza, discriminazione e sfruttamento verso i popoli maya di un Chiapas ancora feudale. La vita degli indios non valeva più di quella di una gallina, secondo l’espressione di un allevatore ancora nel 1993. Fino a poco tempo fa qui esistevano ancora l’acasillamiento, il diritto alla prima notte, la brutalità deliberata, la schiavitù.

Ma si andava anche sviluppando un sempre meno isolato processo di coscienza, organizzazione, rivendicazione di identità e diritti collettivi tra i popoli tzotzil, chol, tzeltal, tojolabal. Attori chiave in questo processo sono stati il vescovo e l’organizzazione molto originale della sua diocesi, sul versante del Concilio Vaticano II° che col tempo si sarebbe chiamato della liberazione; ed anche organizzazioni contadine indipendenti legate a movimenti nazionali. Un altro attore, controverso, furono le chiese cristiane, in maggioranza diffuse inizialmente da missionari statunitensi, che promuovevano la ricerca della prosperità sulla base di valori individualisti, in contraddizione con il comunitarismo ancestrale che il cattolicesimo non ha sradicato.

Presieduto dal combattivo Raúl Vera López, ex vescovo ausiliare di Samuel Ruiz ed oggi titolare della diocesi di Saltillo, il Frayba si è emancipato dalla struttura ecclesiastica e si inserisce nello spazio urbano nelle montagne del Chiapas senza tradire il suo obiettivo originale del 1989: la difesa dei diritti delle persone, individuali e comunitarie, preferibilmente dei poveri. Comincia con il sessennio di Carlos Salinas de Gortari. E quello di Patrocinio González Garrido in Chiapas.

La prima cosa che denuncia il Frayba è il carattere antidemocratico ed anticostituzionale delle riforme del codice penale del dicembre del 1988 in Chiapas, e descrive la situazione di allora prendendo come punto di svolta il Congresso Nazionale Indigeno realizzato a San Andrés Larráinzar nel 1974, dove molti analisti collocano l’avvio del processo di liberazione dei popoli. Cita le rappresaglie: Questa situazione trova il suo punto algido agli inizi degli anni ’80, quando a Wolonchán la popolazione viene selvaggiamente repressa con un saldo di molti morti (nessuno li contò) e feriti. A El Paraíson, di Venustiano Carranza, vengono crudelmente massacrati nove contadini.

La storia grigia del Chiapas, disse il Frayba nel suo primo giorno, è difficile da valutare. Secondo fonti pubbliche, solo tra il gennaio del 1974 e luglio 1987 furono presentati 4.731 casi di azioni repressive: omicidi, ferimenti e lesioni, arresti, sequestri e torture, scomparsi, attentati, espulsioni di famiglie, violenze, percosse, sgomberi, violazioni di domicilio, saccheggio di uffici ed archivi, persecuzioni della polizia, furto di documenti agrari, repressione di manifestazioni, distruzione di abitazioni, chiese e scuole. Tutto un programma. Il lavoro era combattere contro il silenzio.

Indignazione e ribellione

Ci scontriamo con una realtà ingiusta e disumanizzante che provoca in noi un’indignazione ed una ribellione che ci fa dire: Non può essere! Sono le prime parole del Frayba 25 anni fa, quando una squadra, alla quale partecipavano Concepción Villafuerte, Gonzalo Ituarte e Francisco Hernández de los Santos comincia a raccontare le storie e risvegliare la memoria degli oltraggi e dell’illegalità del potere.

Nella capitale del paese nascevano centri simili. Lo stesso governo dovette creare la propria Commissione Nazionale dei Diritti Umani. Ma la difesa dei diritti umani in Chiapas era pericolosa quanto le lotte e la mera esistenza dei popoli indio. Senza l’ombrello della Chiesa cattolica non sarebbe stata possibile. Nel gennaio del 1994 le circostanze cambiarono drammaticamente per il centro con l’insurrezione dell’EZLN e la partecipazione del vescovo alla mediazione tra i ribelli ed il governo. Il Frayba, guidato dall’allora sacerdote Pablo Romo, è nell’occhio del ciclone. Ora doveva difendere i diritti dei popoli in mezzo ad una guerra che, sebbene i combattimenti durarono 12 giorni, si è protratta occulta su vari fronti, senza tregua per 20 anni con la militarizzazione.

Gonzalo Ituarte, stretto collaboratore di don Samuel, c nei giorni scorsi ha ricordato il contributo del Frayba all’evoluzione del Chiapas e del Messico, all’azione ed il pensiero dei popoli, delle comunità, della società civile e della Chiesa stessa. Oltre a coprire l’ambito della promozione e della difesa dei diritti umani, “con la sua azione ha portato al rafforzamento di iniziative popolari, di organismi non governativi, di attività di mediazione – in particolare con la Conai (Commissione Nazionale di Intermediazione) – con un ruolo molto rilevante e non sufficientemente analizzato nella complessità del conflitto armato non risolto in Chiapas ed i suoi multipli effetti colaterali”.

Acquisisce legittimità

A partire dal 1996 il Frayba è formato solo da laici, alcuni di loro indigeni. Lo dirigono successivamente due donne (Marina Patricia Jiménez e Blanca Martínez Bustos). Affronta le grandi tragedie del periodo (Chenalhó, El Bosque, la zona Nord) ed accresce la sua legittimità di fronte ai poveri, compresi i popoli zapatisti. Lo Stato si vede obbligato a prenderlo sul serio e per i successivi governatori si trasformerà in un’ossessione, come tutto ciò che sfugge dal suo radar propagandistico. Roberto Albores Guillén, Pablo Salazar Mendiguchía e Juan Sabines Guerrero, così come i servizi segreti federali, non lesinano risorse per controllarlo, intimidirlo, diffamarlo. I tentativi di cooptazione sono intensi e due ex direttori (Marina Patricia Jiménez e Diego Cadenas) si inseriscono nei governi statali, cosa che rafforza l’indipendenza del progetto collettivo come voce, accompagnatore, consulente, difensore legale di popoli e individui determinati a scuotersi dall’oppressione, l’abuso e l’umiliazione.

thanks to: jornada.unam.mx

Comitato Chiapas “Maribel”

Israele detiene 210 bambini palestinesi in condizioni disumane

Fuad al-Khafash, direttore del centro al-Ahrar per gli studi sui detenuti e i diritti umani, ha rivelato che 210 bambini palestinesi sono rinchiusi, in condizioni disumane, nelle carceri israeliane.

In un suo rapporto, al-Khafash riferisce che circa 210 bambini palestinesi sono rinchiusi nelle carceri israeliane attualmente. Nel dettaglio, egli spiega che “all’inizio del 2013, a gennaio, 223 bambini palestinesi si trovavano nelle carceri israeliane. A febbraio e marzo, il loro numero è salito a 238. Mentre ad aprile era 236, 223 bambini a maggio, 193 a giugno e 195 a luglio. Per risalire ancora a 210 nel mese di agosto”.

L’attivista palestinese ha anche condannato “i crimini israeliani commessi contro i bambini palestinesi nelle prigioni, sia per quanto riguarda i metodi di detenzione che per le condanne inflitte”.

Al-Khafash ha esortato le agenzie dell’Onu, i centri di protezione dell’infanzia e il Consiglio di Sicurezza ad assumersi le loro responsabilità morali e legali verso i bambini palestinesi “sottoposti alle incessanti violazioni israeliane, che non accennano ad arrestarsi, anzi, si intensificano giorno dopo giorno, senza che nessuno sottoponga l’occupazione a qualsiasi tipo di processo per i crimini commessi”.

L’attivista ha quindi citato l’ultima violazione commessa da Israele nei confronti dei bambini palestinesi. Si è trattato della condanna ad un anno e mezzo di carcere, inflitta a due bambini di 14 anni, Mohammad e Ayman Abbasi.

Ha anche sottolineato che il crimine israeliano -la cui notizia ha fatto il giro dei media di tutto il mondo- dell’arresto di un bambino palestinese, prelevato dalla sua casa dopo la mezzanotte, nonostante supplicasse le forze israeliane di permettergli di poter dare i suoi esami scolastici, “avrebbe dovuto portare i leader israeliani direttamente nei tribunali internazionali, se ci fosse stato qualcuno che se ne occupi”.

Al-Khafash ha quindi criticato l’inettitudine delle istituzioni dell’Autorità palestinese (Anp) nel registrare e documentare le violazioni contro i bambini palestinesi, e di conseguenza punire i responsabili. Ha anche deplorato la negligenza delle istituzioni dell’infanzia in Palestina e nel mondo, che “dovrebbero assolvere i propri compiti, anziché limitarsi alle condanne e le denunce”.

“Se uno solo di questi crimini dell’occupazione fosse stato commesso in qualsiasi parte del mondo, ciò avrebbe suscitato un polverone. Tuttavia, quando le vittime sono palestinesi e il colpevole è Israele, il mondo diventa cieco e sordo e tace sui diritti dei palestinesi, pur sapendo che essi vengono detenuti in condizioni disumane”, ha concluso l’attivista palestinese.

thanks to: Infopal

Il prigioniero Akram ar-Rikhawi, in gravi condizioni di salute, continua a scioperare oltre il 92° giorno

Jasmine ar-Rikhawi fa sentire la sua voce, e lo fa solo per amore del padre Akram, al 92° giorno di sciopero della fame in una prigione israeliana. Le sue condizioni di salute si aggravano di ora in ora.

L’uomo, 40enne, è al centro delle preoccupazioni della sua famiglia perchè, da adesso, è entrato nel rischio della morte. Anche Akram sta segnando un altro record nella storia degli scioperi della fame tra i detenuti palestinesi.

Il detenuto si trova in un letto della prigione di Ramle, non può muoversi e, come accade nei casi più gravi, le autorità carcerarie israeliane stanno dimostrando  per lui come per tutti i detenuti palestinesi che si spengono nei letti dei suoi penitenziari.

Il ricordo dell’arresto. Ar-Rikhawi è sposato con 8 figli: 5 femmine e 3 maschi.
Yasmin oggi ha 26 anni e racconta il giorno dell’arresto del padre: “Era il 6 luglio 2004 quando mio padre fu bloccato ad Abu Huli, posto di blocco di collegamento tra il sud e il centro di Gaza. Gaza era ancora occupata dagli insediamenti israeliani. Israele lo condannò a 10 anni di carcere e, ad oggi, ne ha scontati otto. All’epoca avevo 18 anni e, da allora, non ho smesso di sognare di poterlo riabbracciare”.

Divieto di visita. Come il resto dei familiari dei detenuti di Gaza, anche ad ar-Rikhawi Israele vieta di ricevere le visite. Il divieto è stato sollevato dal 2006 e fu pensato come punzione collettiva per il sequestro dell’allora caporale israeliano Gil’ad Shalit.

“Cos’è se non la negazione di un dirittto fondamentale?”, si chiede Yasmin, oggi più ansiosa che mai perchè Akram, in sciopero da oltre 3 mesi, di recente ha anche avuto un ictus.

La malattia del padre. “Prima dell’arresto mio padre aveva sofferto di un dolore acuto al petto poi, in seguito all’arresto, continuò a stare male e fu portato all’ospedale della prigione di Ramle, ma lì il personale israeliano si è sempre rifiutato di fargli le iniezioni che già faceva prima dell’arresto”.

La negligenza medica sul problema di Akram insieme alla noncuranza israeliana su altri problemi di salute del detenuto, ne hanno peggiorato le condizioni di salute, facendolo diventare sofferente cronico. Da quando è in detenzione israeliana infatti, Akram è diventato diabetico e ha seri problemi di osteoporosi.

“Per le ripercussioni psicologiche che mio padre ha subito in detenzione dagli israeliani invece, le autorità carcerarie gli hanno somministrato fino a 29 farmaci al giorno. Prima dell’arresto mio padre pesava 70 Kg, ora pare sia arrivato a pesare 40 Kg. Praticamente vive su una sedia a rotelle”.

Ma ar-Rikhawi non sospende lo sciopero. Yasmin si dice sicura che, nonostate tutto, il padre sarà forte e non sospenderà lo sciopero come gli chiede di fare l’amministrazione carceraria israeliana.

Similmente a quanto avevano dichiarato risoluti molti altri detenuti nelle condizioni di Akram, giunto a questo punto, anche per lui vale il motto “libertà o martirio”.

Verso la fine dell’intervista, Ysmine confida un particolare di Akram. Il detenuto palestinese ama scrivere. “So che mio padre scriveva molto sulla condizione dei prigionieri, in particolare di quelli sofferenti e malati. Aveva scritto della sua esperienza nell’ospedale e della negligenza medica. Per questo Israele lo aveva punito, spedendolo in detenzione in isolamento”.

Per mettere in salvo la vita del padre, la ragazza si rivolge alla leadership dei prigionieri che avevano raggiunto un accordo con Israele alla presenza dell’ambasciatore egiziano. Il suo appello è indirizzato pure alle organizzazioni per i Diritti Umani.

Il silenzio dei mass media. A tutte le parti palestinesi Yasmine chiede impegno e pubblicizzazione del caso del padre. “Mi preoccupa molto l’inadeguatezza della copertura mediatica sul caso di mio padre. Essa non è proporzionale alla gravità del suo caso, né di tutti i prigionieri malati. Chiedo ai mezzi dell’informazione di porla invece in testa alle priorità e di fare luce su quanto accade realmente dietro le sbarre delle prigioni di Israele”.

Appello addameer.org

  • Firma questa lettera rivolta alle autorità israeliane per chiederne il rilascio qui.
  • Brigadier General Danny Efroni
    Military Judge Advocate General
    6 David Elazar Street
    Harkiya, Tel Aviv
    Israel
    Fax: +972 3 608 0366; +972 3 569 4526
    Email: arbel@mail.idf.il; avimn@idf.gov.il
  • Maj. Gen. Nitzan Alon
    OC Central Command Nehemia Base, Central Command
    Neveh Yaacov, Jerusalam
    Fax: +972 2 530 5741
  • Deputy Prime Minister and Minister of Defense Ehud Barak
    Ministry of Defense
    37 Kaplan Street, Hakirya
    Tel Aviv 61909, Israel
    Fax: +972 3 691 6940 / 696 2757
  • Col. Eli Bar On
    Legal Advisor of Judea and Samaria PO Box 5
    Beth El 90631
    Fax: +972 2 9977326
  • Firma questa lettera, diffusa da UFREE, ai membri del Parlamento europeo per richiedere un’azione per salvare la vita di Akram Rikhawi qui.
  • Partecipa a una protesta o a una manifestazione per i prigionieri palestinesi davanti a un consolato israeliano. Molti gruppi e organizzazioni stanno promuovendo eventi – partecipa a  uno di essi o contribuisci a organizzarne uno. Stai preparando un’azione, un evento o un forum sui prigionieri palestinesi nella tua città o campus? Utilizza questo modulo per contattarci e noi pubblicizzeremo ampiamente l’evento. Se hai bisogno di suggerimenti, materiali o oratori per l’iniziativa, contattaci all’indirizzo. (Ireland Palestine Solidarity Campaign ha ottimi materiali, disponibili a questo indirizzo).
  • Contatta i membri del tuo governo e chiedi la fine del silenzio internazionale e della complicità con la repressione dei prigionieri politici palestinesi.

 

 

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