Lapidata a morte da coloni israeliani

Quella che vi raccontiamo oggi è solo una delle tante atrocità che si consumano quotidianamente contro il popolo palestinese. Ieri sera, una donna palestinese è stata lapidata a morte dai coloni israeliani nella parte settentrionale della Cisgiordania occupata.

lapidata

Aisha Mohammed Aravi, 47 anni, stava guidando il suo veicolo in compagnia del marito, vicino a un checkpoint della Cisgiordania, a sud di Nablus, quando sono stati attaccati da coloni israeliani che hanno iniziato a lanciare grosse pietre sulla macchina della coppia.

Gli aggressori hanno rotto il parabrezza dell’auto, colpendo la coppia più volte nella testa e nella parte superiore del corpo con una raffica di pietre. Aisha, della città di Bidya, ha perso la vita a causa di un grave trauma alla testa. I media palestinesi hanno riferito che anche il marito di Aisha ha subito gravi lesioni durante la vile aggressione.

Il tragico incidente è arrivato due giorni dopo che un gruppo di coloni israeliani della colonia di Yitzhar ha fatto irruzione in una scuola superiore nel villaggio di Urif, nel sud di Nablus, e ha iniziato a lanciare sassi contro studenti seduti nelle loro classi. Decine di studenti sono rimasti feriti durante l’attacco, oltre ai gravi danni materiali causati alla scuola.

Pochi minuti dopo l’incidente, anche le forze militari israeliane sono entrate nella scuola superiore e hanno fornito protezione ai coloni mentre li scortavano fuori dalla zona. Le truppe hanno anche sparato proiettili di acciaio rivestiti di gomma e bombolette lacrimogene contro gli studenti. Diversi giovani sono rimasti intossicati a causa dell’inalazione di gas lacrimogeno. Dalla Palestina occupata è tutto.

thanks to: ilfarosulmondo

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La verità su Cristoforo Colombo

La verità su Cristoforo Colombo

Oggi Cristoforo Colombo è celebrato come un mitico eroe – con tanto di canzoni, poesie, e fictions – sulla sua grande avventura attraverso l’Atlantico per esplorare la terra maestosa che sarebbe stata poi chiamata America. Negli USA ci sono cinquantaquattro comunità che prendono il nome dall’esploratore, incluso il distretto della Columbia. “Salve, Colombia” è stato l’inno nazionale non ufficiale degli Stati Uniti fino al 1931. Una festa federale, il “Columbus Day”, si celebra ogni anno il secondo lunedì di ottobre.

Nonostante tutto ciò, gli storici hanno iniziato a demolire il mito di Colombo:
– che abbia scoperto l’America;
– che abbia dimostrato che il mondo non era piatto (cosa ben nota per più di un millennio prima di Colombo. In effetti, gli studiosi avevano una buona stima della circonferenza della Terra, e ciò motivava parte del dissenso contro la proposta di viaggio di Colombo – egli pensava che l’Asia fosse più estesa di quello che è, e il mondo molto più piccolo, così uno degli studiosi commissionati dalla monarchia a indagare sulla plausibilità del viaggio di Colombo, disse che era “improponibile per qualsiasi persona istruita”);
– che fosse venuto in America in nome dell’esplorazione;
– infine, che fosse venuto in pace.

Molto semplicemente, la maggior parte di questi “fatti” sono inequivocabilmente falsi o mezze verità. Colombo solcò l’oceano blu per cercare ricchezze e, ufficialmente, in nome della Cristianità. Però, per lo più schiavizzò e violentò gli indigeni che incontrò, vendette ragazze per essere prostituite (perfino bambine di nove anni per sua stessa ammissione), e compì numerose azioni tanto atroci da farlo forzatamente esautorare e rimandare in Spagna in catene. Cristoforo Colombo era brutale, anche relativamente agli standard del suo tempo, il che spinse Bartolomeo de las Casas, che aveva accompagnato Colombo in uno dei suoi viaggi, a scrivere nella sua Storia delle Indie: “Sono state commesse sotto i miei occhi azioni tanto inumane e barbare da non trovare uguali in nessuna epoca… I miei occhi hanno visto atti così estranei alla natura umana che tremo anche ora a scriverne”.

Nell’agosto del 1492, Colombo lasciò la Spagna con tre navi: Santa Maria, Pinta e Santa Clara (soprannominata “Nina”). Dopo due mesi in alto mare, la terra fu avvistata. Ora, prima che partissero, il re Ferdinando e la regina Isabella avevano promesso che chi avesse avvistato terra per primo sarebbe stato ricompensato con una giacca di seta e una rendita di diecimila maravedi. Rodrigo de Triana stava di vedetta sulla Pinta e fu il primo ad avvistare la terra. Egli gridò al resto dell’equipaggio in basso, e il capitano della Pinta annunciò l’avvistamento con un colpo di cannone. Ma quando giunse il momento di ricevere il premio, Colombo disse di aver visto una luce in lontananza molte ore prima del grido di Triana, “ma era così indistinto che non ebbi il coraggio di affermare che fosse terra”.
Risulta che il premio andò a Colombo.

Sbarcato sull’isola, che avrebbe chiamato San Salvador (l’attuale Bahamas), Colombo si mise subito a cercare oro e a schiavizzare le popolazioni indigene. In particolare Colombo, dopo aver visto gli Arawak (i popoli della regione) uscire dalle foreste spaventati dalle spade dei visitatori, ma con doni, scrisse nel suo diario:
Non portavano armi e non le conoscevano, perché mostrai loro una spada e la prendevano per la lama e si tagliavano tanto erano ignoranti. Sarebbero stati buoni servitori… con cinquanta uomini avremmo potuto soggiogarli tutti e fargli fare tutto ciò che volevamo.

Come altri osservatori europei avrebbero osservato, gli Arawak erano leggendari per la loro ospitalità e il loro desiderio di condividere. Di nuovo Colombo a proposito degli Arawak:
“sono così ingenui e così liberi con i loro beni che nessuno che non li abbia conosciuti potrebbe crederci. Quando chiedi qualcosa che possiedono, non dicono mai di no. Al contrario, offrono di condividerlo con chiunque”.

Colombo ne approfittò rapidamente. Vedendo che portavano borchie d’oro agli orecchi, radunò un certo numero di Arawak e si fece condurre dove si trovava l’oro. Il viaggio li portò alle attuali Cuba e Haiti (ma Colombo credeva che fosse Asia) dove trovarono granelli d’oro nei fiumi, ma non gli enormi “campi” che Colombo si aspettava. Ciò nonostante, scrisse un rapporto in Spagna secondo cui “Ci sono molte spezie e grandi miniere d’oro e altri metalli”. Questo rapporto gli procurò il finanziamento per un secondo viaggio, questa volta con 13 navi e milleduecento uomini. Mentre non riuscì mai a riempire quelle navi d’oro, le riempì con un’altra “valuta”, una valuta che avrebbe avuto un effetto orrendo sull’evoluzione della società: schiavi.

Nel 1495, Colombo ritornò nel Nuovo Mondo e immediatamente fece prigionieri 1500 Arawaks. Di quei 1500, ne scelse 500 per essere rispediti in Spagna come schiavi (circa duecento morirono nel tragitto), dando il via al commercio transatlantico di schiavi. Gli altri mille furono forzati a cercare quel po’ di oro che c’era nella regione. Secondo il noto storico Howard Zinn, chiunque avesse più di 14 anni doveva procacciare una quota d’oro. Se non avesse trovato abbastanza oro, gli avrebbero mozzato le mani.

Alla fine, quando capirono che non c’era molto oro nella regione, Colombo e i suoi uomini presero il resto come schiavi e li misero al lavoro nelle loro fattorie appena stabilite nella regione. Molti nativi morirono e il loro numero diminuì. Gli storici moderni stimano che nel XV secolo ci fossero circa 300.000 Arawak. Nel 1515 ne erano rimasti solo 50.000. Nel 1531, 600; e nel 1650 sulle isole non erano più rimasti Arawaks purosangue.

Il modo in cui Colombo e i suoi uomini trattavano le donne e i bambini di quelle popolazioni era anche peggiore. Colombo usava abitualmente lo stupro delle donne come “ricompensa” per i suoi luogotenenti. Ad esempio, ecco il resoconto di un amico e compatriota di Colombo, Michele da Cuneo, che accompagnò Colombo nel suo secondo viaggio nel Nuovo Mondo, su ciò che Michele fece con una ‘donna Carib’ indigena. Michele scrisse:
Quando stavo nella nave catturai una bellissima donna caraibica, che il Signor Ammiraglio [Colombo] mi concesse e, dopo averla portata nella mia cabina, essendo nuda secondo la loro usanza, concepii il desiderio di provare piacere.Volevo attuare il mio desiderio, ma lei non voleva e mi graffiò con le sue unghie in modo tale da farmi desiderare di non aver mai cominciato. Ma visto ciò (per dirti la fine di tutto), presi una corda e la picchiai per bene, facendola urlare tanto che non avresti creduto alle tue orecchie. Finalmente arrivò a più miti consigli al punto che, posso dirti, sembrava fosse stata istruita in una scuola di puttane…

Andando oltre, Colombo scrisse in una lettera del 1500:

Si possono facilmente ricavare cento castellani per una donna come per una fattoria, è un affare molto diffuso e ci sono molti commercianti che vanno in cerca di ragazze; quelle dai nove ai dieci anni sono ora le più richieste.

Come illustrato in un rapporto di 48 pagine recentemente scoperto negli archivi spagnoli, scritto da Francisco De Bobadilla (incaricato di indagare sul governo di Colombo per volere della regina Isabella e del re Ferdinando, che erano turbati dalle accuse circa alcune azioni di Colombo), una donna che aveva insultato la famiglia di Colombo fu spogliata nuda e costretta a cavalcare su un mulo attorno alla colonia. Ultimato il giro, la sua lingua fu tagliata per ordine del fratello di Colombo, Bartolomeo, con cui Colombo poi si congratulò per aver difeso con successo l’onore della famiglia. Inutile dire che questi e numerosi altri atti simili indussero infine De Bobadilla a esautorare Colombo e a rimandato in Spagna in catene.

Dopo che Colombo fu cacciato, gli spagnoli replicarono la sua politica di schiavitù e violenza. Nel 1552, lo storico e frate spagnolo Bartolomeo de las Casas pubblicò vari volumi con il titolo Storia delle Indie. Qui egli descrisse il collasso della popolazione non europea. Egli scrive che, poiché gli uomini venivano catturati e costretti a lavorare nelle miniere in cerca d’oro, raramente o mai tornavano a casa, e ciò ebbe un impatto significativo sul tasso di natalità. Se una donna partoriva, essendo oberata di lavoro e malnutrita, spesso non riusciva a produrre abbastanza latte per il bambino. De Las Casas riferisce anche che alcune donne “affogarono i loro bambini per pura disperazione”.

Ci sono molti altri esempi, scritti, e ricerche che indicano un fatto: Cristoforo Colombo era un individuo deplorevole. Nessuno è perfetto – se ci limitassimo a coloro che non avevano difetti importanti, avremmo pochi uomini da celebrare – ed è estremamente importante vedere le cose nel contesto del tempo in cui gli individui vivevano. Ma anche nella sua epoca, molti dei suoi atti erano considerati deplorevoli dai suoi pari, il che costituisce buona parte dei motivi per cui Colombo fu arrestato per la sua condotta nel Nuovo Mondo. Se si aggiunge che il suo reale impatto storico e generale fu incidentale rispetto a quello che egli stava effettivamente cercando di fare (rendendo un po’ arduo celebrarlo anche per quel lato della sua vita), forse è ora che lasciamo perdere i miti su Cristoforo Colombo appresi alle elementari e smettiamo di celebrare l’uomo Colombo.

L’articolo originale è pubblicato su Today I found out

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

Traduzione dall’Inglese di Leopoldo Salmaso

thanks to: Pressenza

Il debito pubblico della Francia sulla pelle di 14 ex colonie africane

Ecco come la Francia fa la rigorista in Europa sulla pelle di 14 ex colonie africane

Costa d’Avorio, Mali, Niger, Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Benin, Burkina Faso, Guinea Bissau, Niger, Senegal e Togo. Sembra una geografia di altri tempi e altri luoghi, eppure è’ questo l’elenco dei paesi africani, ex colonie francesi, sui quali la Francia esercita ancora oggi un controllo praticamente assoluto. Con tanto di presenza di soldati sul terreno e di intervento militare qualora un capo di stato deragli dall’asfissiante perimetro economico e geopolitico deciso da Parigi. L’ex presidente ivoriano Gbagbo, nel 2011 in contemporanea all’aggressione alla Libia, è stato deposto militarmente con l’aiuto dei soldati francesi ed è ancora in carcere in attesa di un processo ovviamente “per crimini contro l’umanità”.

Lo strumento intorno al quale ruota l’intero sistema del controllo francese sui 14 Paesi africani è il franco coloniale, detto franco Cfa, moneta che la Francia ha imposto alle sue colonie nel 1945, subito dopo l’accordo di Bretton Woods, che ha regolato il sistema monetario dopo la Seconda guerra mondiale. L’acronimo Cfa inizialmente stava a significare “Colonie francesi d’Africa”, ma negli anni Sessanta, a seguito della decolonizzazione e dell’indipendenza dei paesi africani anche della “francofonia” il suo significato è diventato: “Comunità finanziaria africana”.

Ma la fine del regime coloniale si è rivelata solo formale, in quanto il franco Cfa ha conservato tutti i vincoli ferrei che aveva fin dall’inizio sulle economie locali. Stiamo parlando di 14 Stati dell’area subsahariana e del Centro Africa, con una popolazione di circa 160 milioni di unità, per i quali la moneta ufficiale è il franco Cfa, che viene però coniata e stampata in Francia, che ne ha stabilito le caratteristiche e ne detiene il monopolio.

Ma quali sono questi vincoli ferrei ai quali sono sottoposte le ex colonie francesi in Africa? Il primo vincolo del franco Cfa è l’obbligo per i 14 paesi africani di depositare il 50% delle loro riserve monetarie presso il Tesoro francese. In pratica, quando uno dei 14 paesi del franco Cfa esporta verso un paese diverso dalla Francia, e incassa dollari o euro, ha l’obbligo di trasferire il 50% di quanto incassato presso la Banca di Francia.

All’inizio la quota che i paesi africani dovevano trasferire in Francia era pari al 100% dell’incasso, nel tempo (1973) è scesa al 65%, infine nel 2005 è scesa al 50%. Scrive il quotidiano economico Italia Oggi che, per esempio, “se il Camerun, previo un esplicito permesso francese, esporta vestiti confezionati verso gli Stati Uniti per un valore di 50mila dollari, deve trasferirne 25 mila alla Banca centrale francese”.

Non solo. Gli accordi monetari sul franco Cfa prevedono che vi siano rappresentati dello Stato francese, con diritto di veto, sia nei consigli d’amministrazione che in quelli di sorveglianza delle istituzioni finanziarie delle 14 ex colonie.

Grazie a questo trasferimento di ricchezza monetaria, la Francia gestisce praticamente il 50% delle valute estere delle 14 ex colonie, investendoli massicciamente in titoli di Stato francesi. Anche grazie a questi Parigi ha potuto finanziare per decenni una spesa pubblica generosa, anche forzando vincoli di Maastricht.

thanks to: Stefano Porcari – Contropiano

Lo Stato d’Israele si sgretolerà e vedremo una libera Palestina democratica prima di quanto immaginato

Stuart Littlewood, AHTribune

Miko Peled, figlio di un generale israeliano e lui stesso un ex-militare, è oggi un noto attivista per la pace e instancabile lavoratore per la giustizia in Terra Santa. È considerato una delle voci più chiare a richiedere il sostegno al BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) contro il regime sionista e per la creazione di una democrazia unica con uguali diritti su tutta la Palestina storica. Sarà alla Conferenza del partito laburista a Liverpool il 23-26 settembre. Ho avuto la fortuna d’intervistarlo, nella settimana che segna il 70° anniversario dell’assassinio di Folke Bernadotte e del 36 ° anniversario del massacro genocida nel campo profughi di Sabra e Shatila, atrocità commesse per perseguire l’ambizione sionista, ciò che dice Miko potrebbe dovrebbe far riflettere chi segue il dettato della lobby israeliana.

Stuart Littlewood: Miko, è cresciuto in una famiglia sionista con un regime sionista. Cosa le è successo per uscirne?
Miko Peled: Come il titolo del mio libro di memorie ‘Il Figlio del Generale’ suggerisce, sono nato da un padre che era generale dell’IDF e poi, come sottolinea il sottotitolo, intrapresi il “Viaggio di un israeliano in Palestina” . Il viaggio è definisce a me, e attraverso di me si spera che definisca al lettore, cosa sia “Israele” e cosa sia “Palestina”. È un viaggio dal lato dell’oppressore privilegiato e dell’occupante (Israele) a quello degli oppressi (Palestina) e dei nativi della Palestina. Ho scoperto che è, in effetti, lo stesso Paese: Israele che occupa la Palestina. Ma senza il viaggio, non l’avrei capito. Questo per me era la chiave. Mi ha permesso di vedere ingiustizia, privazione, privazione di acqua e diritti e così via. Quanto più mi permisi, e continuo a permettermi di avventurarmi in questo viaggio, più potevo vedere cos’è veramente il sionismo, Israele e chi sono io.

Molti mesi fa avvertì che Israele avrebbe “fatto tutto il possibile, avrebbe imbrattato, provato tutto il possibile per fermare Corbyn”, e la ragione per cui l’antisemitismo viene usato è che non hanno altri argomenti. Questo si è avverato con Jeremy Corbyn con un attacco feroce e prolungato anche dall’ex-rabbino capo Lord Sacks. Come dovrebbe comportarsi Corbyn e quali contromisure suggerirebbe?
Jeremy Corbyn ha chiarito durante la conferenza laburista dello scorso anno che non permetterà che accuse d’antisemitismo interferiscano col suo lavoro di leader del partito laburista e uomo dedito alla creazione di una società giusta nel Regno Unito e di un mondo giusto. In quel discorso, disse qualcosa che nessun leader occidentale avrebbe osato dire: “Dobbiamo porre fine all’oppressione del popolo palestinese”. Ha sempre avuto sempre i mezzi e il suo sostegno cresce. Credo che stia facendo la cosa giusta. Mi aspetto che continui.

E cosa ne pensa dello sfogo di Sacks?
Non sorprende che un razzista che sostiene Israele se ne esca così, non rappresenta nessuno.

L’organo governativo del Partito laburista, il NEC, ha adottato la definizione dell’IHRA di armamentario dell’antisemitismo, nonostante gli avvertimenti di esperti legali e la raccomandazione d’includere dei caveat al Comitato di selezione degli affari interni della Camera dei Comuni. Questa decisione è vista come una spaccatura per pressione esterna e ovviamente influenzare la libertà di parola sancita dalla legge inglese e garantita dalle convenzioni internazionali. In che modo influenzerà la credibilità laburista?
Accettare la definizione dell’IHRA è stato un errore e sono certo che vivranno subendo l’afflizione della vergogna che ciò pone a coloro chi ne ha votato l’adozione. Ci sono almeno due avvisi già dalla comunità ebraica ultra-ortodossa, che costituisce dal 25% al 30% degli ebrei del Regno Unito, che respingono l’idea che JC sia antisemita, rifiutando il sionismo e la definizione dell’IHRA.

Sull’Occupazione, affermò che Israele ha raggiunto lo scopo di rendere irreversibile l’occupazione della Cisgiordania 25 anni fa. Perché pensa che le potenze occidentali si aggrappino ancora all’idea di una soluzione a due Stati? Come crede si sviluppi la situazione?
Gli Stati Uniti, e in particolare l’attuale amministrazione, accettano che Israele abbia ingoiato tutta la Palestina del Mandato e non c’è spazio per i non ebrei nel Paese. Non fanno altre affermazioni. Gli europei si trovano in una situazione diversa. I politici in Europa vogliono placare Israele e accettarlo così com’è. I loro elettori, tuttavia, chiedono giustizia per i palestinesi, quindi, con un codardo compromesso, i Paesi dell’UE secondo un autentico post-colonialismo trattano l’Autorità palestinese come se fosse Stato palestinese. Ecco perché, credo, gli europei andranno avanti “riconoscendo” il cosiddetto Stato della Palestina, anche se non esiste. Lo fanno per placare i loro elettori senza realmente fare nulla per promuovere la causa della giustizia in Palestina. Questi riconoscimenti non hanno aiutato un palestinese, non hanno liberato un solo prigioniero da una prigione israeliana, non hanno salvato un bambino dai bombardamenti su Gaza, non hanno alleviato sofferenza e privazione dei palestinesi nel deserto del Naqab o nei campi profughi. È un gesto vuoto, codardo. Ciò che gli europei dovrebbero fare è adottare il BDS. Dovrebbero riconoscere che la Palestina è occupata, che i palestinesi vivono sotto un regime di apartheid nella propria terra, sono vittime della pulizia etnica e del genocidio e che questo deve finire, e l’occupazione sionista deve finire completamente e senza condizioni. Credo che lo Stato di Israele si sgretolerà e che vedremo una Palestina democratica libera dal Fiume al Mare prima di quanto la maggior parte della gente pensi. L’attuale realtà è insostenibile, due milioni di persone a Gaza non se ne vanno, Israele ha appena annunciato, ancora. che due milioni di cittadini non ebrei non sono graditi in questo Stato, e il BDS è al lavoro.

Le IDF si definiscono l’esercito più morale del mondo. Ha prestato servizio nell’IDF. Quanto è credibile tale affermazione?
È una bugia. Non esiste un esercito morale e l’IDF sono impegnate nella pulizia etnica, nel genocidio e nel far rispettare un regime d’apartheid da sette decenni. Di fatto, le IDF sono una delle forze terroristiche meglio equipaggiate,addestrate, finanziate e sostenute del mondo. Anche se hanno generali, belle uniformi e armi avanzate, non sono altro che bande armate di teppisti e il loro scopo principale è terrorizzare e uccidere i palestinesi. I loro ufficiali e soldati eseguono con entusiasmo brutalità e spietatezza crudelmente inflitte nella vita quotidiana ai palestinesi.

Breaking the Silence è un’organizzazione di veterani dell’IDF impegnati a denunciare la verità su un esercito straniero che cerca di controllare una popolazione oppressa sotto un’occupazione illegale. Dicono che il loro scopo è porre fine all’occupazione. Come valuta le loro possibilità di successo?
Loro e altre ONG come loro potrebbero fare la differenza. Sfortunatamente, non vanno lontano, non invitano i giovani israeliani a rifiutarsi di servire nelle IDF, e non rifiutano il sionismo. Senza questi due elementi, ritengo che il loro lavoro sia superficiale e conti poco.

Gli israeliani accusano spesso il sistema educativo palestinese di creare futuri terroristi. Come lo confronta coll’istruzione in Israele?
Il sistema educativo palestinese attraverso un accurato processo di controllo, quindi tali affermazioni d’insegnare l’odio sono infondate. Israele, tuttavia, fa un ottimo lavoro nell’insegnare ai palestinesi di essere oppressi e non avere altra scelta che resistere. Lo fa usando militari, polizia segreta, burocrazia dell’apartheid, innumerevoli permessi, divieti e restrizioni sulle loro vite. Le corti israeliane insegnano ai palestinesi che non c’è giustizia per loro sotto il sistema israeliano e che non sono considerate come nulla. Non ho incontrato palestinesi che esprimano odio, ma se qualcuno lo fa è a causa dell’istruzione da Israele, non a causa di un libro di testo palestinese. Gli israeliani subiscono un’approfondita educazione razzista ben documentata in un libro di mia sorella, la prof.ssa Nurit Peled-Elhanan, intitolata Palestina nei libri di testo israeliani.

Le comunità cristiane in Terra Santa si riducono rapidamente. Gli israeliani sostengono che i musulmani li espellono, ma i cristiani dicono che è la crudeltà dell’occupazione che ha spinto così tanti a lasciare. Qual è la sua opinione? Gli israeliani cercano d’inserire un cuneo tra cristiani e musulmani? C’è una guerra religiosa in atto per cacciare i cristiani?
I cristiani rappresentavano il 12% della popolazione in Palestina, ora sono appena il 2%. Non c’è nessuno da incolparne se non Israele. Israele ha distrutto comunità e chiese cristiane palestinesi proprio come ha distrutto i musulmani. Per Israele gli arabi sono arabi e non hanno posto nella terra d’Israele. Raccomando caldamente l’eccellente relazione di Bob Simon su CBS 60 Minutes del 2012 intitolato Christians in the Holy Land. Alla fine, affronta l’ex-ambasciatore d’Israele a Washington DC che volle annullare la trasmissione.

Si definisce persona religiosa oggi?
Non lo sono mai stata.

Conosce Gaza. Come giudica Hamas sul suo governo? E attori onesti potrebbero lavorare con loro per la pace?
Non ho modo di giudicare Hamas in un modo o nell’altro. Ho parlato con persone che hanno lavorato a Gaza per anni, palestinesi e stranieri, e loro valutano che, sul governo e tenendo in considerazione le gravi condizioni in cui vivono, vanno lodati.

Alcuni dicono che il pubblico israeliano è in gran parte inconsapevole degli orrori dell’occupazione e protetto dalla verità. Se è vero, inizia a cambiare?
Gli israeliani sono pienamente consapevoli delle atrocità e le approvano. Gli israeliani votano e votano in gran numero e per sette decenni continuano a votare per chi inviano loro e i loro figli a commettere tali atrocità, che non sono commesse da mercenari stranieri ma da ragazzi e ragazze israeliani che operano con orgoglio. L’unica cosa che è cambiata è il discorso. In passato, c’era una facciata civile in Israele, e oggi non c’è più. Dire che Israele deve uccidere sempre più palestinesi è una dichiarazione perfettamente accettabile oggi. In passato, si era alquanto imbarazzati ad ammetterlo.

Israele ha compiuto una serie di assalti armati in acque internazionali su imbarcazioni umanitarie che portavano aiuti medici e non militari alla popolazione assediata di Gaza. Equipaggi e passeggeri vengono regolarmente picchiati e gettati in prigione, e alcuni uccisi. Gli organizzatori ora dovrebbero rinunciare o raddoppiare gli sforzi usando tattiche diverse?
Le flottiglie di Gaza sono certamente encomiabili, ma se l’obiettivo è raggiungere le coste di Gaza sono destinate a fallire. Il loro valore è solo nel fatto che sono espressione di solidarietà e ci si deve chiedere se tempo e sforzi, rischi e spese lo giustifichino. Israele si assicurerà che nessuno riesca a passare e che il mondo non presti attenzione. A mio parere, le flottiglie non sono la migliore forma d’azione. Nessun problema della tragedia in Palestina può essere risolto da solo. Non l’assedio a Gaza, non i prigionieri politici, non la questione dell’acqua o le leggi razziste, ecc. Solo una strategia mirata e ben coordinata per delegittimare e abbattere il regime sionista può portare giustizia alla Palestina. Il BDS ha la migliore possibilità, ma non viene utilizzato abbastanza e troppo tempo vine sprecato per argomentarne i meriti. Sicuramente uno dei punti deboli di chi si preoccupano di aver giustizia in Palestina è che abbia un’idea semplicemente del “darsi da fare”. C’è poca coordinazione e quasi alcuna strategia sulla questione cruciale su come liberare la Palestina. Israele è riuscito a creare un senso di impotenza e a legittimare se stesso e il sionismo in generale, e questa è una seria sfida.

Questa settimana era il 70° anniversario dell’assassinio del diplomatico svedese Conte Folke Bernadotte da parte di una squadra sionista, mentre era mediatore del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel conflitto arabo-israeliano. Tutti sono stranamente silenziosi su questo, anche agli svedesi.
Questo fa parte di una serie di numerosi omicidi politici perpetrati da bande terroristiche sioniste in cui nessuno fu ritenuto responsabile. Il primo fu nel 1924 quando assassinarono Yaakov Dehan. Poi, nel 1933 assassinarono Chaim Arlozorov. Il massacro del 1946 al King David Hotel fu naturalmente motivato politicamente e provocò circa cento morti, la maggior parte innocenti che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Poi, nel settembre 1948, l’assassinio a Gerusalemme dell’intermediario delle Nazioni Unite e membro della famiglia reale svedese, Folke Bernadotte, che apparentemente arrivò coi piani per porre fine alle violenze in Palestina, sapendo che i capi sionisti non l’avrebbero accettato. Bernadotte è sepolto in un’umile tomba di famiglia a Stoccolma, non sono previsti servizi commemorativi che io sappia o che questo anniversario sia menzionato da un’organizzazione ufficiale svedese. Mio nonno fu il primo ambasciatore israeliano in Svezia. Questo poco dopo l’assassinio e fece un ottimo lavoro assicurandosi che il governo svedese tacesse sulla questione. Ci furono molti, molti altri omicidi e massacri, penso all’attacco alla USS Liberty e il ruolo giocato dalla brutalità dell’apparato sionista che vede l’assassinio come strumento legittimo per raggiungere i suoi obiettivi politici. Poco si sa o si ricorda di tali omicidi brutali. Innumerevoli leader, scrittori, poeti, ecc. palestinesi sono stati assassinati da Israele.

Molta speranza è riposta sul BDS dalla solidarietà della Palestina. Quanto è efficace il BDS e in che modo la società civile può aumentare la pressione?
Il BDS è un processo molto efficace ma lento. Non funzionerà per magia od intervento divino. Le persone devono accettarlo pienamente, lavorare duramente, chiedere l’espulsione di tutti i diplomatici israeliani e il totale isolamento di Israele. C’è troppa tolleranza per chi promuove il sionismo, Israele e l’esercito israeliano e va cambiato. I funzionari eletti devono essere costretti ad accettare interamente il BDS. I gruppi di solidarietà della Palestina devono passare dalla solidarietà alla piena resistenza e il BDS è la forma perfetta di resistenza disponibile.

Ci sono altri problemi chiave che affronta in questo momento?
Passare dalla solidarietà alla resistenza è, a mio avviso, la chiave in questo momento. Utilizzando gli strumenti che abbiamo, come il BDS, è fondamentale. Il passaggio della legge sullo Stato della nazione israeliana è un’opportunità per riunire i cittadini palestinesi d’Israele col resto dei palestinesi. Dovremmo sforzarci di portare alla totale unità tra rifugiati di Cisgiordania, Gaza e 1948, e chiedere la piena parità dei diritti e la sostituzione del regime sionista che terrorizza la Palestina da sette decenni con una Palestina libera e democratica. Si spera che questa opportunità venga colta.

Infine, Miko, come vanno i tuoi libri: “Il figlio del generale” e “L’ingiustizia: storia della Quinta Fondazione della Terra Santa”? Mi sembra che quest’ultimo, che racconta di come il sistema giudiziario negli Stati Uniti sia stato indebolito a vantaggio degli interessi israeliani, debba essere una lettura obbligata qui nel Regno Unito dove la stessa cosa accade nelle nostre istituzioni politiche e parlamentari e potrebbe arrivare ai tribunali.
Bene, vanno bene, anche se non sono ancora dei best seller, e dato che siamo sul lato meno popolare del problema, è dura. “Il figlio del generale” è uscito in seconda edizione, quindi va bene, e mi piacerebbe sicuramente vederlo, e l’Ingiustizia arriva a più persone. Purtroppo però, non abbastanza persone si rendono conto di come l’occupazione in Palestina ne influenzi la vita, in occidente, a causa del lavoro dei gruppi di sorveglianza sionisti come Board of Deputies nel Regno Unito e AIPAC e ADL negli Stati Uniti. Solo per questo, cinque innocenti scontano lunghe condanne nelle prigioni federali negli Stati Uniti, solo perché palestinesi.

Molte grazie, Miko, apprezzo il fatto che tu abbia dedicato del tempo a condividere le tue opinioni.
Tra le molte idee positive che ricevo dall’incontro con Miko, c’è soprattutto la necessità degli attivisti di cambiare marcia e accelerare dalla solidarietà alla resistenza totale. Ciò implicherà un coinvolgimento più ampio, un migliore coordinamento, un indirizzo aggiornato e una strategia precisa. In effetti un BDS Mk2, sovralimentato da un elevato numero di ottani. In secondo luogo, dovremmo trattare il sionismo e chi lo promuove e sostiene con molta meno tolleranza. Come Miko ha detto in un’altra occasione, “Se l’opposizione ad Israele è antisemitismo, allora come si chiama il sostegno a uno Stato dedito a una brutale pulizia etnica da settant’anni?” Se Jeremy Corbyn leggesse questo, sì, farebbe bene ad ignorare i suoi persecutori, compresi i veri antisemiti schiumanti, ma deve anche eliminare dal partito laburista l’altrettanto spregevole tendenza sionista. E questo vale per tutti i nostri partiti politici.

thanks to: Traduzione di Alessandro Lattanzio

Aurorasito

Quattro elementi per comprendere il collasso statunitense

Mision Verdad 24 settembre 2018

I segni negativi sono sempre più critici nel ventre del Paese chiamato Stati Uniti d’America, divenuti crisi permanente costruita dalle élite del potere transnazionale nella sua burocrazia. Ma non succede nulla per i media aziendali negli Stati Uniti, tutto accade per responsabilità di un solo uomo, Donald Trump, che serve anche da simbolo evidente del decadimento statunitensi. Si prova con diversi strumenti nascondere ciò che realmente accade nelle viscere del sistema che governa gli Stati Uniti. Pertanto, il collasso degli Stati Uniti è dovuto a cause trascendentali in termini politici, economico-finanziari e sociali, continuate dai predecessori dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

Una definizione veloce
Il processo che gli Stati Uniti vivono al collasso di sistema, come attualmente concepito, deriva da recenti analisi e ricerche, negli ultimi anni, che dimostrano il significativo deterioramento dell’ordine vigente nel Paese. Per capire cosa intendiamo per collasso è necessario notare alcune caratteristiche interessanti, secondo il professore universitario Carlos Taibo: “È un processo totale o parziale di scomparsa irreversibile delle istituzioni ed ideologie legittimanti di un certo ordine, sconvolgendo molte relazioni sociali, di potere, economiche, culturali, ecc. Produce alterazioni profonde nella soddisfazione dei bisogni primari di una popolazione, che generalmente ne vede la riduzione aumentare in modo significativo. Sperimenta “una generale perdita di complessità in tutte le aree, accompagnata da crescente frammentazione ed arretramento dei flussi centralizzanti””.
Da parte sua, l’ingegnere e scrittore russo-statunitense Dmitrij Orlov descrive le cinque fasi del collasso di una società che integra tutti gli aspetti quotidiani: finanziaria, commerciale, politica, sociale e culturale. Lo stesso autore chiarisce che queste fasi possono non avvenire in modo progressivo e in ordine, ma simultaneamente, con elementi dinamici strutturali della società da descrivere. In questo caso, il crollo degli Stati Uniti arriva con molte, se non tutte, le caratteristiche indicate da chi ha studiato e approfondito l’argomento. Successivamente, offriamo dati e risorse per una visione generale di ciò che accade nell’impero in declino.

Debito crescente e bancarotta
In realtà, lo stesso Orlov ha ripetuto varie volte che il crollo degli Stati Uniti deriva dalla loro struttura finanziaria ed economica, dato che il debito crescente e il fallimento di alcuni Stati dell’Unione mostrano segni di collasso. Secondo i dati forniti dal dipartimento del Tesoro, quest’anno il debito pubblico USA è salito a oltre 21 miliardi di dollari, di cui 5,6 miliardi sarebbero parte del debito interno, mentre quello degli investitori privati raggiunge i 15,3 miliardi. Con la presidenza Barack Obama, per fare un esempio, solo il debito pubblico passò dai 10,6 miliardi di dollari ai 19,9 miliardi. Del debito pubblico va capito cosa uno Stato ha nei confronti di individui o altri Paesi, un modo per ottenere risorse finanziarie attraverso emissioni di titoli o obbligazioni, le risorse finanziarie che aumenta. Diversi economisti hanno avvertito che la prossima crisi potrebbe essere cruciale nel crollo del sistema statunitense, dato che il dollaro mostra segni di crisi, perché molti investitori li vendono per altri meccanismi di risparmio, secondo il barone Jacob Rothschild, prima dei rischi nelle borse occidentali. Specificatamente, l’economista statunitense Peter Schiff aveva detto a Sputnik che probabilmente i prossimo crollo finanziario”sarà assai peggiore della Grande Depressione (1929). L’economia statunitense non è in condizioni ottimali, è peggiore di un decennio fa”, quando esplose la bolla immobiliare che rovinò diverse banche, compresa l’onnipotente Lehman Brothers. Inoltre, la situazione fiscale di molti Stati del Paese ha un deficit che è aumentato negli anni, a causa delle scarse capacità bancarie, di bilancio, di servizio e di fondi fiduciari. Tra questi, Illinois, Kentucky, Connecticut e New Jersey sono le principali entità a rischio di fallimento, e si avvicinano alla linea rossa del collasso economico-finanziario anche California, New Mexico e Louisiana. Questo era già stato previsto da Laurence Kotlikoff, professore di Economia alla Boston University, in un articolo pubblicato da Bloomberg nel 2010, sentenziando con numeri e argomenti che “il nostro Paese è a pezzi e non possiamo ancora permetterci soluzioni fasulle”.

Nuove patologie sociali
Chi soffre le fasi del crollo sono proprio i cittadini nordamericani, privati della protezione del governo e affondati in una grave situazione economica e finanziaria. Così, alcune patologie sociali mai viste prima dalla specie umana sono sorte, e sono state descritte dall’economista Umair Haque in un saggio tradotto e pubblicato qui (http://misionverdad.com/trama-global/por-que-desestimamos-el-colapso-de-estados-unidos). Tra le più scandalose, ci sono le ripetute sparatorie in spazi pubblici come scuole e centri commerciali, che quest’anno ha visto sangue versato almeno quattro volte, ma dal 2007 si sono verificati circa 10 volte. Ma c’è anche oggi negli Stati Uniti l’”epidemia degli oppiacei”, perché molti muoiono per overdose indotta o accidentale. Nel 2017 più di 70mila nordamericani sono morti e non sembra esserci soluzione a breve termine, dato che il paese perde la guerra contro le dipendenze, conseguenza della politica fallimentare contro la droga. Dal 1979, il numero di morti per droga è raddoppiato ogni otto anni, secondo il rapporto della rivista Science recensito dal Los Angeles Times, che rivelava i seguenti dati sulle overdose dello scorso anno: “Analgesici da prescrizione, eroina e fentanyl sintetico hanno ucciso più di 29000 persone. Cocaina, metanfetamina e altre droghe simili hanno un bilancio delle vittime che raggiungeva 72306 persone”. Queste “morti per disperazione”, come le chiama la rivista Science, sono anche legate ad indigenza, accattonaggio e frattura dei legami sociali diagnosticati da Haque, e che sono parametri non usati negli Stati Uniti, ma che ne rendono maggiormente vulnerabile la società. Dmitrij Orlov parla proprio del crollo sociale, perché consiste nella perdita della fede che le istituzioni sociali locali possano curare le persone, per non parlare del governo, data la crisi permanente fiscale. Il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema, Phillip Alston, dichiarò nel 2018 che 40 milioni di statunitensi vivono in povertà, 18,5 milioni in povertà estrema e 5,3 milioni sopravvivono in uno stato che definisce da “Terzo mondo”. Queste cifre sono coerenti col censimento ufficiale, poiché Alston sostiene che i numeri sono inferiori a quelli dettati dalla realtà del Paese. Ma afferma anche che c’è la crescente criminalizzazione della povertà, producendo sempre più una situazione completamente contraria al benessere spacciata dalla propaganda statunitense. Per lo statunitense medio, il sogno americano è un incubo. Che i politici usano per gli interessi di certe élite opulente.

La lotta politica scade
Pur di mantenere un sistema finanziario indebitato e in bancarotta, la classe politica statunitense apporta modifiche corrispondenti in tale stadio neoliberista, in cui gli stati-nazione hanno poco potere sugli interessi aziendali, i cui poteri aumentano con la crisi al massimo grado di ebollizione. L’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti portò alla lotta interna nell’apparato burocratico di Washington e in altri spazi di potere come media, propaganda e altre istituzioni private nel Paese. Poiché Trump rappresenta una parte dell’élite sminuita dalla corsa del globalismo neoliberista e guerrafondaio, i suoi predecessori e altri agenti e operatori che li supportano continuano una guerra a bassa intensità coll’attuale amministrazione in un Paese dal passato politico carico di assassinii e golpe di vario genere (Kennedy 1963, Nixon 1972, Bush 2001) ed obiettivi diversi. Pertanto, le azioni dell’amministrazione Trump sono messe in discussione e alcuni fattori concorrenti cercano di creare un ambiente adatto all’impeachment del presidente degli Stati Uniti, che potrebbe sovvertire gli Stati Uniti con una logica da guerra civile. Le “elezioni di medio termine”, in cui i politici sono votati al Congresso, Senato e governi statali, sono cruciali perché rappresentano ora il picco della lotta per la struttura burocratica che potrebbe o meno sostenere i piani del governo Trump. Secondo la tesi del giornalista e analista politico Thierry Meyssan, l’attuale presidente degli Stati Uniti punta a “reinvestire il capitale transnazionale nell’economia degli Stati Uniti e a far uscire Pentagono e CIA fuori dall’attuale ruolo imperialista in modo che possano tornare alla difesa nazionale”. Perciò, Trump si libera degli accordi commerciali internazionali che predecessori promulgarono e tenta di ricomporre o, nel migliore dei casi, di dissolvere le strutture intergovernative che mantengono l’ordine imperialista degli USA. Clinton, Obama, Bush e altri personaggi che hanno guidato la politica interna ed estera del Paese verso la sovversione totale in cui l’egemonia degli Stati Uniti cercava d’imporsi con la forza e finanziariamente, sono gli elementi visibili della politica profonda che adotta tale approccio imperiale. Hanno usato la burocrazia statunitense per intraprendere piani per l’ineguale globalizzazione e guerre per risorse e piani geopolitici. Tale lotta è un altro allarme del collasso della classe politica, poiché gli interessi che governano gli attori contendenti sono sempre più denunciati mentre l’establishment politico crolla assieme al collasso economico che rappresenta. L’immagine di uno scivolone sul bordo di una buca profonda e oscura potrebbe validamente indicare il punto di svolta in cui si trova la situazione politica nordamericana.

Isolazionismo o globalismo?
Uno dei problemi cruciali quando si parla di politica estera è il confronto di due visioni che si scontrano ora nell’arena pubblica internazionale. Donald Trump, col suo motto America per prima, prende come bandiera il cosiddetto isolazionismo, dato che cil porta a stabilire una politica di reindustrializzazione nazionale e a ridurre le importazioni per dare impulso alle esportazioni, con una recinzione ben definita dei confini degli Stati Uniti. Ed è lo stesso presidente Trump che è riuscito a trarre profitto dal crollo del vecchio consenso tra i due partiti dominanti (repubblicani e democratici) che presumeva gli Stati Uniti il poliziotto per la salvaguardia della “sicurezza globale”. Sotto tale paradigma, la Casa Bianca negozia con la demonizzata Russia di Vladimir Putin alcuni termini come l’annessione sovrana della Crimea alla Federazione Russa, a firmare un accordo (ambiguo, ma privo di umori) con la Corea democratica, iniziare la guerra il commercio con la Cina nel quadro del piano del Pentagono che riconosce il gigante asiatico come suo “principale concorrente”, minimizzare il riordino della NATO minacciandone il bilancio, violare i grandi accordi commerciali internazionali sviluppati dall’amministrazione Obama (come il Trans Pacifico) e accordarsi con alcune potenze del Medio Oriente (Russia, Iran, Turchia) per la fine della guerra transnazionale alla Siria. L’ordine liberal-neoconservatore che aveva negli Stati Uniti il suo massimo egemone, così difeso dai clan Clinton-Bush-Obama, è messo in discussione dall’isolazionismo nazionalista guidato da Trump. Ecco perché a livello internazionale si mostra la prima potenza mondiale dalla caduta del muro di Berlino come un pugile suonato. Nel quadro dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente Trump ha detto che “non è il presidente del mondo”, esprimendo la politica isolazionista contro quella globalista rappresentata dai presidenti prima di lui. La crisi del “consenso” è un riflesso fedele del collasso descritto rapidamente, e che sembra non avere ritegno, partendo dal presupposto che in primo luogo il collasso si sente negli Stati Uniti, per poi espandersi globalmente, dato che l’internazionalizzazione del sistema statunitense basato sul dollaro e la guerra imperitura toccano tutto il pianeta. In questo senso, molti importanti attori geopolitici, come Cina, Russia, Iran, Turchia, India, e persino Venezuela, cominciano a vedere questo collasso e affrontano in diversi modi (specialmente in campo economico-finanziario e politico) l’attuazione delle riforme necessarie al sistema internazionale dopo il crollo.

thanks to: Traduzione di Alessandro Lattanzio

Aurorasito

“Ong, il cavallo di Troia del capitalismo globale”. Il libro che mancava, finalmente c’è

Ong, il cavallo di Troia del capitalismo globale. Il libro che mancava, finalmente c'è
Presentiamo con molto piacere un editoriale di Sonia Savioli, autrice di “Ong, il cavallo di troia del capitalismo globale”, edito da Zambon. Libro che consigliamo caldamente di leggere, rileggere e approfondire nel dettaglio. All’interno troverete molte delle risposte che cercavate.di Sonia Savioli

Pare che un certo numero di paesi africani non voglia più i nostri abiti usati. Che ingrati! Perché voi pensavate forse che glieli regalassimo. No, non proprio. Glieli vendiamo. Ma, naturalmente, glieli vendiamo per aiutarli, come testimoniano le molto e molte benevolenti ONG che se ne occupano. e infatti rientrano in qualche modo nei nostri “aiuti allo sviluppo”.

 

 

 

 
https://www.researchgate.net/publication/5094672_Used_Clothes_as_Development_Aid_The_Political_Economy_of_Rags
In che modo, se glieli vendiamo? In uno si quei modi ingegnosi e pieni di fantasia che il capitalismo globale e le sue organizzazioni sovranazionali hanno inventato perché noi comuni mortali si prendano fischi per fiaschi e si viva nella confusione perenne.
Ma cominciamo dall’inizio e cioè proprio dagli “aiuti allo sviluppo”. Che hanno il nome giusto e appropriato. Aiutano veramente uno sviluppo, quello delle multinazionali di ogni tipo, alcune delle quali si sviluppano proprio grazie a questi aiuti. Facciamo un esempio, non troppo ipotetico, di un “aiuto allo sviluppo”. La Banca Mondiale o/e l’Unione Europea offrono a un paese africano (con una pistola in una mano e una mazzetta di banconote nell’altra, come offerte alternative al governo del non molto ipotetico paese africano) il prestito per costruire delle dighe. L’ipotetico ma non troppo governo africano sceglie la mazzetta e lo sviluppo. Una multinazionale “de noantri”, mettiamo l’Impregilo, costruisce le dighe https://www.salini-impregilo.com/it/lavori/in-corso/dighe-impianti-idroelettrici/grand-ethiopian-renaissance-dam-project.html
https://www.survival.it/notizie/11871 e si pappa i soldi del prestito della Banca Mondiale e/o Unione Europea. Il paese africano paga gli interessi e si tiene il debito (questo è un esempio di come gli stati si indebitino in proporzione inversa e uguale a quanto le multinazionali e le finanziarie globali si arricchiscono); l’Impregilo, o chi per lei, si “sviluppa” al ritmo di una vacca d’allevamento intensivo nutrita di mais OGM, melassa e ormoni. La diga fatta, per esempio, prendiamo un paese non a caso, in Etiopia, produce decine di migliaia di sfollati, che prima abitavano felicemente nelle valli che saranno allagate e sulle rive del fiume che sparirà o quasi; però fornisce acqua per irrigare ed energia elettrica a decine (senza le migliaia) di multinazionali che si accaparrano le terre a valle della diga, producendo altre migliaia di sfollati depredati delle loro terre e delle loro vite. Tuttavia le multinazionali si “sviluppano”, con le terre pagate una cocuzza, l’acqua gratis e i lavoratori (ex depredati) quasi gratis. Così si aiuta lo sviluppo nei paesi del cosiddetto terzo mondo, con il benevolo e infaticabile intervento di Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Unione Europea e, last but not least come dicono gli inglesi, cioè ultime ma non per importanza relativa, fondazioni filantropiche e ONG.

Cosa c’entrano le ONG e i filantropi con le dighe? Un po’ di pazienza e ci arriviamo.
Nell’organizzazione sociale umana in tempi di dominio globale tutto è collegato, come nell’universo. Però dobbiamo procedere per ipotetici esempi, altrimenti la faremmo troppo lunga. Seguiamo il filo. Esempio non a caso. Le lavoratrici schiavizzate a 60 centesimi di dollaro al giorno nelle serre dalla multinazionale olandese vivaistica Sher (non ipotetica, questa), che usa l’acqua delle dighe per irrigare i suoi fiori coltivati nelle terre sottratte ai contadini, si ammalano a causa dei pesticidi dati a gogò nelle serre senza alcuna regola e precauzione nei confronti di chi ci lavora. http://www.reportafrica.it/reportages.php?reportage=254 Piccolo inciso: i pesticidi sono sempre “sviluppo”, in questo caso delle multinazionali dell’agrochimica. Allora la multinazionale olandese Sher costruisce un bell’ospedale (una sorta di lungo prefabbricato a ridosso delle sterminate distese di serre) per curarle. Così si diventa filantropi, e ci si guadagna qualcosa. Non il Paradiso ma un riconoscimento da parte della Fondazione Fair Trade Max Havelaar di “commercio equo”; un riconoscimento che dà una carta in più nel commercio iniquo di fiori e piante da giardino prodotti sulle depredate terre africane. https://afriflora.nl/en/about-us/certification/
E i vestiti usati? I vestiti arrivano dopo.
Arrivano quando milioni di africani, cacciati dalle loro terre da multinazionali varie, che ci coltivano o ci allevano o ci estraggono quel che serve ai paesi ricchi o ci fanno resort per i ricchi in vacanza, e dagli “aiuti allo sviluppo” delle istituzioni sovranazionali, affluiscono verso le africane città.

“Fuggono dalla povertà delle campagne” dicono i missionari italiani, ma non dicono quali sono le cause di tale povertà, che comunque li aspetta a piè fermo anche in città, o meglio nelle baraccopoli che la circondano, e in cui vivono decine di migliaia di abitanti. Lagos nel 1980 aveva due milioni e mezzo di abitanti, nel 2016 erano più di dodici milioni, Kinshasa ne aveva due milioni e nel 2016 erano più di undici milioni. Evidentemente la globalizzazione è il progresso delle baraccopoli e dei ghetti. In tali agglomerati (come altro chiamarli) non ci sono fogne né acqua corrente ma tutti indossano abiti occidentali. I nostri abiti usati. E perché li indossano? Forse che prima, in campagna, andavano nudi? In campagna indossavano i “loro” abiti, tessuti e cuciti in Africa con il cotone africano. Ma i nostri costano di meno e, dato che sono “fuggiti dalla povertà” che li ha inseguiti con successo in città, non possono più permettersi gli abiti tradizionali. Dopo una generazione, poi, non li vogliono nemmeno più, perché hanno capito che “bianco è meglio” dato che i bianchi sono ricchi e dominano il mondo, e quindi conviene imitarli. http://achouka.mondoblog.org/2015/07/13/immigration-pourquoi-les-camerounais-partent-en-aventure/
Intanto la nostra carità, veicolata dalle benevolenti ONG di ogni tipo, che raccolgono i nostri abiti usati, finanziate in questa loro opera misericordiosa dai suddetti “aiuti allo sviluppo”, oltre che svilupparsi, hanno rovinato l’industria tessile africana, che è artigianale e di qualità e non può competere coi nostri stracci usati, da noi gratuitamente ceduti. Nel 2017 sono arrivati in Africa 1.200.000 tonnellate di indumenti usati. Se pensate che una tonnellata sono mille chili e che una camicia o una gonna pesano pochi etti, capirete che si tratta di un’inondazione che non poteva risparmiare nessuno. I nostri vestiti usati hanno rovinato la loro industria tessile, così come i nostri “aiuti alimentari” rovinano i loro agricoltori. Perché gli “aiuti alimentari” che la filantropia occidentale formato ONG distribuisce ai presunti affamati, non vengono mai dai contadini locali ma sempre dalle eccedenze della nostra industria agroalimentare.
Riusciranno ora gli stati africani a fermare la valanga di abiti usati che li sommerge dall’Occidente? Sembrerebbe di no. I loro governi sono stati subito messi sotto pressione e ricatto dai potentati economici e dalle istituzioni sovranazionali del capitalismo globale, e abbiamo visto che in genere i governi africani non sono così resistenti da resistere alle pressioni.
Un altro piccolo (ma non troppo piccolo) inciso. I nostri “aiuti” di ogni genere convogliano nei paesi poveri, e in genere nelle loro zone più povere, anche tonnellate di plastica e altre schifezze sintetiche: quelle di cui sono fatti e quelle in cui sono confezionati per l’invio. E lì non c’è la raccolta differenziata e nemmeno gli inceneritori, il più delle volte non c’è nessuna raccolta e nessuna discarica. La “discarica” è il fiume o il mare che lambiscono le baraccopoli. Così non avete più bisogno di domandarvi da dove arrivino i continenti di plastica che stanno distruggendo gli oceani: arrivano dagli aiuti allo sviluppo. Un altro esempio di come nella società umana al tempo del capitalismo globale tutto sia collegato, e l’ingiustizia e il dominio tra umani siano collegati alla distruzione del pianeta che abitiamo.
Che fare con le nostre deboli forze? Ma sono così deboli? Le nostre forze appaiono titaniche nel distruggere il pianeta. Sono nostri tutti quei vestiti buttati negli appositi cassonetti dentro i nostri appositi sacchi di plastica. Perché ci piace cambiare, adeguarci alla moda che cambia ogni stagione, e poi buttare. Perché siamo in competizione con noi stessi e con tutti anche nel vestirci. Perché risparmiare, conservare, aggiustare sono verbi riservati ai poveracci perdenti, ai matti alternativi nella cultura globale. Perché un’umanità ormai de-mente (senza offesa, per carità, solo in senso etimologico) consuma senza un perché, se non quello di una teleguidata nevrosi competitiva.
Che fare? Indossare i vestiti “vecchi” finchè non sono davvero stracci (tanto, è di moda indossare stracci); rammendare, allungare, scambiare, regalare e, alla fine, trasformare davvero in stracci, che in casa servono sempre.
Infine, permettetemi un davvero ultimo e davvero piccolo inciso. Perché i cassonetti delle varie e benevolenti ONG che raccolgono abiti usati, e che si danno tutto quel da fare per aiutare i poveri, sono fatti in modo che il povero che ci passa accanto, magari in una gelida notte d’inverno milanese, e cerca al loro interno una giacca o un cappotto per salvarsi la ghirba dal congelamento, ci finisce schiacciato a morte? http://www.repubblica.it/2006/05/sezioni/cronaca/ucciso-cassonetto/ucciso-cassonetto/ucciso-cassonetto.html
Forse perché il mercato degli abiti usati rende complessivamente quasi tre miliardi di dollari? E questo fa sì che i poveri che prelevano autonomamente dai cassonetti qualcosa siano dei ladri.

La guerra in Libia da maggio 2017 a settembre 2018

Alessandro Lattanzio

Nel sud dell’Egitto, nella provincia di Minya, il 26 maggio i terroristi del SIIL uccidevano 28 pellegrini cristiani in viaggio su un autobus. Il Presidente Abdalfatah al-Sisi dichiarava che avrebbe colpito il terrorismo sponsorizzato dall’estero, colpendo le basi dei terroristi, all’interno o all’estero. “L’attentato di oggi non sarà ignorato. Puntiamo ai campi in cui vengono addestrati i terroristi. L’Egitto non esiterà a colpire tutti i campi che ospitano o addestrano terroristi, sia all’interno dell’Egitto che all’estero”. Gli attacchi aerei avvenivano in Libia alcune ore dopo l’attentato. Le forze di sicurezza egiziane avevano distrutto circa 300 autoveicoli dei terroristi in due mesi. L’Egitto aveva effettuato 6 attacchi aerei presso Derna in Libia orientale, “dopo averne confermato il coinvolgimento nella pianificazione e nell’attacco terroristico nel governatorato di Minya”. Il 26 maggio scoppiavano scontri a sud di Tripoli, ad Abu Salim, dove 17 miliziani del GNA furono giustiziati presso la prigione al-Hadhaba dalle milizie islamiste rivali del Fajr al-Lybia di Qalifa Ghwayl e Salah Badi. Negli scontri si avevano 52 morti e più di 100.
L’avvocato di Sayf al-Islam Muammar Gaddafi, Qalid al-Zaydi, dichiarava che il figlio del defunto leader libico è un uomo libero, in conformità con l’amnistia approvata dal “Parlamento libico”, e che Sayf al-Islam aveva lasciato Zintan. Qalid al-Zaydi affermava che Sayf al-Islam ha rispetto e gratitudine per tutti i Paesi arabi, tra cui l’Arabia Saudita, secondo cui la fine del leader Muammar Gaddafi nel 2011 suscitò una grave minaccia per il regno, che verrebbe diviso da agenti influenzati dal Qatar. Secondo il Consiglio supremo delle tribù libiche di Mahmudi al-Baghdadi, Sayf al-Islam si sarebbe recato nella parte orientale del Paese, dato che gli anziani del Consiglio di Bayda avevano detto ai capi di Zintan che, in caso di rilascio, l’avrebbero accolto come “un secondo figlio”.
Il 28 giugno, aerei da guerra egiziani distruggevano un convoglio di 12 autoveicoli carichi di armi, munizioni e esplosivi provenienti dalla Libia.
Il feldmaresciallo Qalifa Haftar, leader dell’Esercito nazionale libico (LNA), il 6 luglio dichiarava la liberazione completa di Bengasi. “Le nostre forze armate dichiarano la liberazione di Bengasi dal terrorismo, piena liberazione e vittoria della dignità sul terrorismo. L’LNA si congratula con il popolo libico e ringrazia tutte le forze di sostegno e i vicini che ci hanno sostenuti. Bengasi entrerà in una nuova era di sicurezza, stabilità, prosperità e pace. Gli sfollati ritorneranno a casa”. L’LNA aveva liberato il Suq al-Hut e Sabri, nella città vecchia di Bengasi.
Il 16 luglio, l’Aeronautica egiziana distruggeva 15 autoveicoli dei terroristi entrati nel confine occidentale dell’Egitto dalla Libia. Inoltre, la 3.za Armata egiziana e l’Aeronautica egiziana sventavano un attacco terroristico nel Sinai, distruggendo un’auto carica di esplosivi, eliminando i 6 terroristi a bordo, in una zona montuosa del Sinai centrale.
Il 22 luglio, l’Esercito nazionale libico si scontrava con gruppi islamisti a Bengasi, mentre le forze LNA effettuato attacchi aerei presso Derna. Le forze speciali effettuavano un attacco alle ultime sacche del Majlis Shura Thuwar, nella zona di Quraybish, eliminando 6 terroristi.
Il 25 luglio, il presidente francese Emmanual Macron ospitava a Parigi Qalifa Haftar e Fayaz al-Saraj, per un accordo che impegnasse un cessate il fuoco in Libia e a tenere le elezioni nazionali nella primavera 2018. “Macron vuole essere molto più coinvolto in Libia, va bene, ma ci ha spazzato via, non siamo stati consultati. C’è molta rabbia su questo”, affermava un diplomatico nel ministero degli Esteri italiano. Il 29 luglio 1 MiG-21 del LNA si schiantava a Zuhr al-Haram, a sud ovest di Darna. I due piloti si eiettarono, ma il colonnello Adil Jihani veniva ucciso.
Il 14 agosto, Il leader dell’Esercito Nazionale Libico Nazionale Qalifa Haftar si recava a Mosca per colloqui con il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov. Haftar dichiarava: “Confermiamo il nostro desiderio di continuare a costruire la nostra amicizia con la Russia e la cooperazione con il vostro Paese in tutte i campi. I nostri Paesi hanno una storia di forti relazioni e ci aspettiamo di continuare a costruire la partnership. La Russia può svolgere un ruolo nella riconciliazione della crisi libica e saremo lieti se le azioni della Russia saranno utili… Non abbiamo concordato un particolare ruolo della Russia, ma vorremmo accogliere qualunque ruolo che Mosca giocherà nel processo”.
Il 15 agosto, il Generale Qalifa Haftar visitava Mosca incontrando i Ministri degli Esteri Lavrov e della Difesa Shojgu della Federazione Russa. Era la terza visita in Russia. Haftar sottolineava il ruolo dell’esercito nazionale libico nella lotta al terrorismo, affermando che “circa il 90 per cento del Paese è stato liberato”, nonostante l’embargo sulle armi e “un supporto finanziario e militare illimitato dei terroristi”. Lavrov osservava che “Purtroppo, la situazione in Libia rimane complicata, la minaccia dell’estremismo nella vostra patria non è ancora superata. Tuttavia, siamo consapevoli dei passi intrapresi e sosteniamo attivamente il processo… per la riconciliazione politica, il pieno ripristino della stato nel vostro Paese di tutte le forze politiche, tribù e regioni principali. È stato anche confermato che la Russia è pronta a fornire ulteriori assistenza per promuovere il processo politico, contattando tutti i partiti libici”. Haftar dichiarava che “L’esito dei colloqui è molto positivo. Abbiamo informato Lavrov sui nostri problemi, descrivendo il quadro completo. Naturalmente, i russi pensano a come partecipare nelle decisioni necessarie. Saremmo lieti se la Russia continui a parteciparvi. Sì, abbiamo discusso dell’aiuto militare. Sono certo che la Russia rimane un nostro buon amico e non rifiuterà di aiutarci”. Dopo l’incontro con Lavrov, Haftar incontrava il Ministro della Difesa Sergej Shojgu, dove l’attenzione si concentrava sugli sviluppi in Nord Africa, con particolare attenzione alla situazione in Libia.
Il 18 agosto, per la prima volta in sette anni, un aereo siriano atterrava sull’aeroporto Benina di Bengasi, inaugurando i voli regolari tra Damasco e Bengasi. Questo era anche il primo aereo estero ad atterrare a Bengasi dal 2014.
Il 4 settembre, il Generale Qalifa Haftar vietava ai funzionari del Governo dell’Assemblea Nazionale (GNA) e del Consiglio Presidenziale guidati da Fayaz al-Saraj l’ingresso nell’est della Libia, ciò poche ore dopo che al-Saraj aveva nominato il comandante delle Forze Speciali Faraj Iqaym, segretario del ministro degli Interni del GNA. I membri del Consiglio presidenziale di Saran, Fathi al-Mijibri, Ali al-Gutrani e Umar al-Asuad sostenevano la decisione di Haftar, e invitavano la missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia, a condannare al-Saraj per attentato all’unità della Libia, e riconoscere solo la Camera dei Rappresentanti in Tobruq e le Forze Armate guidate da Haftar.
I leader dell’Esercito nazionale libico si recavano a Cairo per incontrare il Capo di Stato Maggiore egiziano Mahmud Hijazi, poiché “i capi dell’Esercito nazionale libico hanno scelto l’Egitto come punto di partenza per la riorganizzazione dell’esercito libico, nel quadro degli sforzi egiziani per porre fine allo stato di divisione e unificare l’esercito libico. La delegazione militare libica ha discusso con lo Stato Maggiore egiziano tutte le fasi della crisi affrontata dall’istituzione militare in Libia negli ultimi sette anni”. La delegazione dell’Esercito nazionale libico ha dichiarato d’impegnarsi “a creare uno Stato moderno, democratico e civile basato sui principi del trasferimento pacifico del potere, del consenso e dell’accettazione dell’altro, nonché del rifiuto di ogni forme di emarginazione e di esclusione di qualsiasi parte libica”. Egitto e Libia “formano comitati tecnici congiunti per discutere i meccanismi di unificazione dell’istituzione militare in Libia e studiare tutte le questioni che potrebbero sostenerla. Oltre a lavorare sull’unità della istituzione militare libica e sulla responsabilità dell’esercito libico su sicurezza e sovranità dello Stato, nonché combattere estremismo e terrorismo e respingere le interferenze estere negli affari libici”.
Il 28 settembre l’Aeronautica egiziana distruggevano almeno 10 autoveicoli dei terroristi carichi di armi provenienti dalla Libia, mentre il 25 settembre l’esercito egiziano eliminava 6 terroristi e 6 autobombe a sud di Zuayd, nel nord del Sinai.
Il 29 settembre, a Sabratha si avevano scontri tra l’Esercito nazionale libico (LNA) e le forze del governo dell’accordo nazionale di al-Faraj. Lo sceicco a capo della Fratellanza musulmana, e agente di Roma, il Gran Muftì Sadiq al-Ghariani, incitava le milizie della Fratellanza musulmana a combattere l’LNA, come “prosecuzione della battaglia per Bengasi” e invitava i cosiddetti “rivoluzionari libici” (la Fratellanza musulmana) a supportare il governo di al-Faraj e a unirsi contro l’LNA, che “combatte contro la rivoluzione”.
Il 23 ottobre, 8 autoveicoli islamisti venivano distrutti da attacchi aerei egiziani sul confine libico-egiziano.
Il 1° novembre 2017, l’aeronautica egiziana eliminava in una zona montuosa ad ovest di Fayum, a sud di Cairo, una base dei terroristi, assieme a 3 autoveicoli che trasportavano armi, munizioni ed esplosivo. Combattimenti scoppiavano nel Warshafana, Libia occidentale, tra gruppi armati locali e le forze militari del Maggior-Generale Usama Juayli, nominato da Fayaz Mustafa al-Saraj, presidente del Consiglio presidenziale della Libia e Primo Ministro del Governo di Accordo Nazionale (GNA). La Brigata dei rivoluzionari di Tripoli (TRB) prendeva parte all’operazione, assieme alle brigata Zintan di Haytham Tajuri, del consiglio militare di Zintan, contro Jafra e Aziziya, nel Warshafana. In realtà tali forze si scontravano con la 4.ta Brigata del LNA. Il 7 novembre, la 4.ta Brigata veniva dispersa e il LNA perse le posizioni nella regione. Si consolidava così l’alleanza tra le suddette forze islamiste e le milizie Janzur e Zawiya, dietro si delinea la regia dell’Italia.
Il 18 dicembre, il comandante dell’Esercito nazionale libico Feldmaresciallo Qalifa Haftar denunciava la fine degli accordi di Shqirat del 17 dicembre 2015, firmati in Marocco, nonostante l’opposizione dell’ONU alla mossa di Haftar, che aveva dichiarato: “la legalità di tale cosiddetto accordo politico è scaduto insieme a tutte le strutture create con esso. Le forze armate non seguiranno gli ordini di alcun partito che non abbia ricevuto legittimità dal popolo libico”, sottolineando che il Comando supremo delle Forze Armate libiche colloquia direttamente con la comunità internazionale per la risoluzione della crisi libica. Due giorni prima, a Bengasi si ebbe la prima dimostrazione che chiedeva ad Haftar di prendere il potere, ed altre piccole manifestazioni si svolgevano a Shahat e Marj, ad est, mentre il sindaco islamista e filo-turco di Misurata, Muhamad Shatui, un fratello mussulmano collegato all’Italia, veniva liquidato a poche centinaia di metri dall’aeroporto della città base operativa delle unità dell’esercito italiano schierate in Libia. In tale contesto, i ministri degli Esteri di Algeria, Tunisia ed Egitto s’incontravano a Tunisi il 17 dicembre per chiedere ai partiti libici di “assumersi le proprie responsabilità per porre fine rapidamente alla fase di transizione, creando un clima politico e di sicurezza che permetta l’organizzazione di elezioni presidenziali e legislative”, e inoltre sottolineavano l’importanza di unificare tutte le istituzioni libiche, compreso l’Esercito nazionale libico. Haftar quindi dichiarava illegale il governo-fantoccio di F. al-Saraj, posto al potere in Libia dai governi Renzi e Gentiloni. Ciò significava che l’Esercito nazionale libico era pronto al conflitto armato contro il governo al-Saraj, burattino dell’UE, in particolare di Francia e Italia. In questa situazione, Sayf al-Islam Gheddafi annunciava l’intenzione di partecipare alle elezioni presidenziali in Libia del 2018. Subito dopo, il ministro degli Esteri france Le Drian incontrava a Tripoli Saraj, e a Bengasi Haftar, “per discutere del processo politico in Libia e della guerra al terrorismo guidata dall’esercito libico”. Le Drian chiedeva ad Haftar e all’ENL di rispettare l’Accordo politico libico (LPA) di Shqirat. “Le Drian, le Nazioni Unite e le potenze occidentali ancora non capiscono che l’LPA è respinto dal popolo libico come totalmente illegittimo ed irrilevante per il processo di pace”. Haftar non cedeva, sottolineando l’importanza del riconoscimento da parte delle Nazioni Unite e della comunità internazionale dell’azione dell’LNA contro il terrorismo, e concludeva, “Togliere l’embargo sulle armi all’esercito, se deciso dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sarà molto apprezzato”. Haftar riteneva che tale embargo serviva a dare una leva alla fazione di Saraj e agli islamisti in Libia, di cui Saraj è un agente.
Il 14 gennaio 2018, si avevano combattimenti presso l’aeroporto di Tripoli tra la “forza di deterrenza” del governo, che controllava l’aeroporto e il carcere, e la milizia di Tajura, con la morte di almeno 20 miliziani e un aereo di linea A319 e altri quattro velivoli danneggiati. L’attacco alla prigione presso l’aeroporto Mitiga, aveva come obiettivo la liberazione dei terroristi di al-Qaida e SIIL detenuti nella prigione gestita dalla forza RADA di Abdarauf Qara. Le milizie che avevano attaccato la prigione era forze fedeli al governo nominato dall’ONU di Fayaz Seraj ed alleate anche all’ex-primo ministro islamista Qalifa al-Gual e del Gran Mufti dei Fratelli musulmani al-Ghariani. Inizialmente la RADA aveva contrastato l’attacco con l’aiuto di almeno 10 milizie filo-governative guidate da Haitam Tajuri e di un aereo da ricognizione statunitense decollato da Sigonella, che aveva sorvolato Tripoli all’inizio dei combattimenti. A metà dicembre a Mosca il Viceministro degli Esteri Mikhail Bogdanov incontrava Bashir Salah, ex-Capo di Stato Maggiore del Colonnello Muammar Gheddafi, per discutere come sviluppare i contatti nella regione del Fizan, dove Salah è alleato con le tribù locali. Il presidente del gruppo di contatto russo-libico è Lev Dengov, consigliere del presidente ceceno Ramzan Kadyrov, che ha contatti regolari con fazioni di Tripoli e Misurata.
Il 19 gennaio, il Comitato per la difesa della Camera dei rappresentanti di Tobruq deplorava il voto del Parlamento italiano per aumentare le forze italiane presenti a Misurata, considerandola una violazione della sovranità della Libia. Il comitato dichiarava che l’aumento di forze italiane un Libia è il riconoscimento del Parlamento italiano della presenza di truppe italiane, fatto che l’Italia aveva finora negato.
Il 21 gennaio l’esercito nazionale libico (LNA) compiva attacchi aerei nel sud-est della Libia, presso Rabiana, distruggendo un convoglio di 15 autoveicoli dell’opposizione sudanese e ciadiana, tre giorni dopo che il Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza sudanese aveva ucciso 6 soldati dell’LNA nell’oasi di Jaqabub.
Il 22 gennaio 2 autobombe esplodevano a Bengasi, facendo 50 morti e 100 feriti nel quartiere Salmani, frequentato dai combattenti della 210.ma brigata, composta da salafiti. Tra i morti vi era Ahmad al-Fituri, capo della brigata salafita al-Tuhid, alleata dell’Esercito Nazionale Libico. Ahmad al-Fituri era stato anche membro della Brigata di Difesa di Bengasi (BDB) contraria ad Haftar. La BDB massacrò oltre 140 uomini, donne e bambini il 18 maggio 2017, a Braq al-Shati.
Il 3 maggio si verificavano potenti esplosioni presso la sede della Commissione elettorale nazionale di Tripoli, uccidendo oltre 15 persone, in coincidenza del ritorno di Qalifa Haftar da Parigi, in Libia. dopo due settimane di degenza. Inoltre, Aqila Salah, presidente del parlamento di Tobruq, la Camera dei rappresentanti (HoR), chiese le elezioni presidenziali tra settembre e dicembre 2018, ottenendo il sostegno do Francia ed Egitto.
L’8 maggio, il comandante dell’Esercito nazionale libico (LNA), Maresciallo Qalifa Haftar, avviava le operazioni per liberare Darna, occupata dai terroristi di al-Qaida dal 2011. Derna era considerata l’ultima roccaforte dei terroristi nell’est del Paese. Infatti, quando il Feldmaresciallo Qalifa Haftar tornò da Parigi, dichiarò “l’ora zero per liberare Darna” dal controllo della “Mujahideen Shura Council” (DMSC), una coalizione di fazioni islamiste.
Il 7 maggio veniva avviata l’offensiva del LNA su Darna, liberando aree rurali e montagnose nei pressi della città, e i quartieri periferici di Fatayah, Bab Tobruq e Tamasaqat. All’operazione dell’LNA partecipavano i battaglioni 101.mo, 102.mo, 106.mo e 309.mo, le brigate Tariq bin Ziyad e Tobruq Muqatila (coi battaglioni 104.mo, 159.mo, 409.mo e 501.mo, la Brigata delle forze speciali al-Sayqa, in totale oltre 1000 uomini. I velivoli impiegati comprendevano 1 Beechcraft B350 da ricognizione, che decollava dalla base aerea Qadim, 6 turboelica antiguerriglia AT-802, 2 UAV GJ-1 Wing Long dell’aeronautica degli EAU. Non mancava la componente navale costituita dal pattugliatore d’altura al-Qarama e dal pattugliatore costiero Damen Stan 1605, che avrebbero affondato 3 motoscafi che fuggivano da Darna con a bordo i capi del Consiglio e della liwa Shahin Abu Salim. Gli scontri avvenivano contro i gruppi islamisti di al-Qaida e Fratellanza Musulmana e fazioni a sostegno di Saraj, come i mujahidin del Consiglio della Shura di Darna (MCSD) e delle Forze di Protezione di Darna (FPD), nei quartieri Shiha e Sahal al-Sharqi. LNA impiegava cannoni D-30, M-1938, lanciarazzi BM-21 e mortai M-37, per distruggere depositi di armi e postazioni islamiste, a coprire l’avanzata dei carri T-54 e T-62 del 106.mo Battaglione che, supportato da velivoli MiG-21MF e MiG-23 avanzava su Shiha, Sahal, Qadija e Lamis, liberando il 70% della città, mentre gli islamisti tenevano al-Balad e Jabala. Il 15 giugno, l’Esercito nazionale libico (LNA) liberava a Darna i quartieri al-Qala, al-Muahshah, Shabiat Ghazi, la scuola al-Umar, Jabal al-Aqdar, Daman al-Ijitmai e Qab al-Ali. I droni statunitensi avevano lanciato in Libia, nei primi sei mesi del 2018, 243 missili anticarro Hellfire, oltre il 20% del totale di tutti i missili Hellfire lanciati in 14 anni.
Il 21 giugno, l’Esercito nazionale libico liberava la cosiddetta “mezzaluna petrolifera”, le aree petrolifere delle coste libiche da Tobruq a Sidra. L’Esercito nazionale libico al comando di Qalifa Haftar prendeva il controllo completo della “mezzaluna petrolifera” libica, dopo aver liberato i porti petroliferi di Ras Lanuf e al-Sidra, costringendo i gruppi terroristici filo-NATO, guidati da Ibrahim al-Jadran, a ritirarsi verso Misurata. Il capo della compagnia petrolifera libica NOC Mustafa Sanala dichiarava al vertice OPEC di Vienna, che le attività dei porti sarebbero riprese entro due giorni.
Il 29 giugno, il comandante Qalifa Haftar annunciava la liberazione della città di Darna dai terroristi di al-Qaida. “Annunciamo con orgoglio la liberazione di Darna, città cara a tutti i libici”. Darna, una città costiera di 150000 abitanti, segnava un importante passo del LNA per consolidare il controllo sulla regione.
Il 1° settembre, mentre avanzava verso Tripoli la 7.ma Brigata ‘Qanyat‘ di Tarhuna (guidata dai fratelli Qani), un razzo Grad colpiva l’ex-campo IDP di Tawargha a Tripoli, e ignoti liberavano dalla prigione di Ruaymi centinaia di prigionieri (probabilmente ex-ufficiali e funzionari della Jamahiryia Libica). Le milizie islamiste accusavano le forze di Tarhuna di essere forze combattenti leali a Gheddafi, mentre le forze dall’ex-capo di Fajir al-Libya, Salah Badi, avanzavano verso la periferia di Tripoli. L’avanzata delle forze di Tarhuna si scontrava coll’alleanza delle milizie islamiste di Misurata e Zintani, collegate alle intelligence italiana, saudita, qatariota e turca. Le forze di Tarhuna si scontravano quindi con gli islamisti delle brigate rivoluzionarie di Tripoli (TRB) di Haytham Tajuri, appena tornato dal pellegrinaggio in Arabia Saudita, a cui sottraevano la caserma Yarmuq, della forza di deterrenza centrale di Qanua Qiqli e della brigata Halbus 301 presso l’aeroporto, Qalat al-Furjan e Salahudin. Ciononostante, le forze di Tarhuna raggiungevano i quartieri Furnaj, Ayn Zara e Siahiya, dalla popolazione amazigh, mobilitandone quindi la Forza Mobile, altra milizia collegata all’intelligence italiana. Le forze islamiste di Zintani, guidate da Imad Trabalsi, occupavano una caserma presso l’Islamic Call Society, ad al-Jib, Tripoli. La forza di Trabalsi prende ordini dal Consiglio di Presidenza di Fayaz Saraj, che li aveva invitati a Tripoli per combattere come “forza neutrale” le forze di Tarhuna.
Muhamad al-Hadad, comandante della zona militare centrale, che era stato rapito nella città di Misurata, era stato appena nominato da Saraj comandante supremo dell’esercito di Tripoli, insieme a Usama Juayli, comandante della zona militare occidentale. I combattimenti avevano ignorato un simulacro di cessate il fuoco concordato il 31 agosto a Tripoli. Risultato ultimo dell’inefficienza del Consiglio della Presidenza e del Governo di Accordo Nazionale di Fayaz Saraj. Intanto Tripoli veniva bombardata nei quartieri Dahra, Bin Ashur e Qut Shal. Le forze di Tarhuna accusavano Saraj di aver tentato di “comprarle” durante i colloqui di mediazione, affermando di avergli offerto 250 dollari USA per ritirarsi da Tripoli; risposero rifiutando la “bustarella” e chiedendo lo scioglimento delle milizie per creare un esercito nazionale e una polizia unificata.
Il Supremo Consiglio delle tribù e città libiche nella regione occidentale dichiarava che “ciò che accade nella capitale Tripoli negli ultimi 8 anni non è altro che ingerenza delle milizie e del loro controllo sulle articolazioni dello Stato, con l’aiuto dei terroristi e guidati da capi stranieri”. Il Consiglio dichiarava che tali milizie usavano l’immigrazione clandestina come fonte di reddito, assieme a contrabbando di droga e carburante, furto di fondi bancari, e che ricorrevano all’intervento straniero, culminato nella violazione della sovranità nazionale della Libia. La dichiarazione condannava l’attacco aereo straniero sulla città di Tarhuna, uccidendo civili e soldati dell’esercito popolare. Il Consiglio esprimeva stupore per la Missione delle Nazioni Unite in Libia che aveva lasciato i prigionieri politici della Jamahiriya ed ufficiali dell’Esercito popolare nelle mani delle milizie, mentre si preoccupava dei migranti illegali e del loro desiderio di allontanarli dalle aree degli scontri, mostrando così la doppia morale della Missione ONU. Il consiglio dichiarava infine che le tribù marceranno libereranno i loro figli dalle prigioni delle milizie nel caso la missione delle Nazioni Unite non si assumesse le proprie responsabilità nei loro confronti, confermando di sostenere i fratelli di Tarhuna e che qualsiasi aggressione su Tarhuna sarà considerata come diretta contro le tribù e le città dell’ovest libico.

Thanks to: Alessandro Lattanzio

UE: Un Nazismo Senza Militarismo

DI PAOLO SAVONA

sollevazione.blogspot.it

«L’Italia è in una nuova condizione coloniale…. siamo in presenza di un fascismo senza dittatura e, in economia, di un nazismo senza militarismo».
(Paolo Savona)

Presentiamo ai lettori alcuni significativi stralci del libro di Paolo Savona “Come un incubo come un sogno” (Rubbettino) in libreria nei prossimi giorni. Sarà chiaro perché gli euroinomani lo detestano e Mattarella non vuole nominarlo ministro.

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COME CI FICCAMMO NEI GUAI…

«Il mancato perseguimento degli obiettivi conduce a uno stato permanente di tensione all’interno dell’Europa per le ingiustizie che implica: i cittadini non sono tutti uguali nei diritti, ma solo nei doveri. L’esprit d’Europe si attenua e vengono meno le componenti sociali della pace, la vera forza che ha
trainato all’inizio l’idea di Europa. I motivi di questa situazione sono due: l’unione non era ancora maturata nella coscienza dei popoli europei finendo con il peggiorarla per le cattive performance registrate nei momenti di crisi e perché le istituzioni create confliggevano con gli obiettivi. La scelta fu decisa da un’élite che procedette illudendo il popolo con le promesse contenute nell’articolo 3 riportato. Per l’euro, invece, la volontà delle élite divergeva e fu necessario un compromesso che assegnò compiti limitati all’eurosistema e condusse a una sua nascita prematura rispetto all’indispensabile unione politica. Le preoccupazioni erano dovute al fatto che l’assegnazione di poteri più ampi alla Banca centrale europea non avrebbe garantito un’inflazione contenuta e poteva condurre a una mutualizzazione dei debiti pubblici, entrambi aspetti che la Germania non intendeva accettare. Fu un atto di debolezza dovuto alla fretta».

ITALIA COLONIA (TEDESCA)…

«Al di là dei difetti in materia “economica”, i modi in cui l’Ue è nata, con poca preparazione dei cittadini europei e in assenza di un referendum in molti dei paesi firmatari, sono la manifestazione più chiara della filosofia politica più ingiusta e pericolosa per l’affermarsi della democrazia: quella che gli elettori non sanno scegliere, mentre sarebbero capaci di farlo per loro conto solo gruppi dirigenti “illuminati” che, guarda caso, coincidono con quelli al potere. Tra questi Paesi vi è l’Italia, dove la Costituzione decisa dai padri della Repubblica contiene la più chiara violazione del principio democratico, quello che i trattati internazionali non possono essere oggetto di referendum. Conosciamo le origini di questa grave
limitazione, ma esse non valgono più dalla caduta del comunismo sovietico; torna comodo tenersi la proibizione per imporre la volontà dei gruppi dirigenti economici e politici. Posso testimoniare personalmente che i sostenitori del Trattato di Maastricht, in particolare per quanto riguarda la cessione della sovranità monetaria, erano coscienti dei difetti insiti negli accordi firmati, ma la sfiducia che essi avevano maturato sulla possibilità di collocare l’Italia nel nuovo contesto geopolitico hanno indotto il Parlamento a seguire i loro consigli, compiendo un atto che sarebbe potuto essere favorevole al Paese se l’assetto istituzionale dell’Ue avesse condotto a un’unione politica vera e propria e non avesse i gravi difetti di architettura istituzione e di politeia indicati…Poiché l’unione commerciale e monetaria non ha condotto all’unione politica come sperato, questi gruppi dirigenti ci hanno lasciato un’eredità negativa che, sommandosi ai difetti culturali e politici del Paese, fa scivolare l’Italia in una nuova condizione coloniale, quella stessa sperimentata dalla Grecia».

FASCISMO SENZA DITTATURA…

«L’Italia era impreparata nel 1992 ed è ancor più impreparata oggi, per le difficoltà che si sono accumulate e perché ha capito con quali compagni di strada si è messa. Non accuso la sola dirigenza italiana della scelta errata, ma anche quella europea, che era ben conscia, anche spingendosi oltre la realtà fattuale, che l’Italia non fosse preparata per stare nella moneta unica così come era stata concepita. Nella riunione del 24 marzo 1997, tenutasi a Francoforte, l’Italia era fuori dall’euro, nonostante Ciampi, ministro del Tesoro del governo Prodi, avesse varato il 30 dicembre precedente una manovra fiscale di 4.300 miliardi di lire, imponendo quella che è ricordata come “eurotassa” per rientrare nei parametri fiscali concordati. L’Italia aveva chiesto inutilmente di prorogare l’avvio dell’euro, ma la Germania si oppose. Un anno dopo, il 28 marzo, l’Italia venne accettata nel gruppo di testa dei Paesi aderenti all’euro. Non si conosce che cosa sia esattamente successo nel corso di quell’anno; forse ha contato l’impegno della diplomazia monetaria, dove la Banca d’Italia svolgeva un ruolo importante, o forse il fatto che, fatti bene i calcoli, i Paesi-membri hanno compreso che, tenendoci fuori, avrebbero patito la nostra concorrenza sul cambio e, accettandoci, avrebbero bardato il nostro sviluppo. Ora la nuova sovranità da espugnare è quella fiscale con le stesse modalità che hanno ispirato la cessione della sovranità monetaria, ossia secondo una visione di parte, pregiudiziale, del suo funzionamento, accompagnata dalla solita dichiarazione che servirebbe a migliorare il benessere generale. Essa non sarebbe un passo verso un’unione dove i cittadini godono degli stessi diritti ma per consentire una buona performance dell’euro e del mercato unico che causa una divisione tra essi. L’uomo al servizio delle istituzioni e non viceversa, una concezione sovietica dietro il paravento della liberaldemocrazia. Semmai si decidesse di farlo — e i gruppi dirigenti italiani, la stessa cultura accademica prevalente sono pronti ad accettarlo — si rafforzerebbero ancor più le forme di coordinamento obbligatorio, di tipo burocratico, diminuendo quello spontaneo garantito dal mercato unico creato con gli Accordi di Roma del 1957. Il problema dell’Ue non è l’autonomia delle sovranità fiscali nazionali, peraltro già vincolate dai parametri di Maastricht e rafforzate con il fiscal compact, ma l’assenza di un’unione politica in una delle forme conosciute di Stato. Spiace doverlo evidenziare, ma, cavalcando l’ideale elevato di porre fine alle guerre tra Paesi europei, non potendo procedere per via politica, i gruppi dirigenti hanno deciso di seguire una soluzione dove i principi democratici non hanno accoglienza. La conseguenza di questa scelta ha i contenuti di un fascismo senza dittatura e, in economia, di un nazismo senza militarismo».

SE QUALCOSA NON FUNZIONA SI CAMBIA…

I gruppi dirigenti apprezzano l’inversione dei rapporti di forza favorevole che l’Ue stabilisce tra loro e il popolo, in particolare i lavoratori, con i media che esaltano quasi quotidianamente “le magnifiche e progressive sorti” dell’Unione europea per il Paese, anche se esse non emergono dalla realtà. L’enigma (peraltro di facile soluzione) è a quale parte del Paese si riferiscono? Purtroppo la risposta è quella parte che già sta bene e sa difendersi, essendo in larga maggioranza. Siamo tornati indietro di secoli nelle conquiste raggiunte nella convivenza civile democratica. Poiché una politica monetaria comune non si adatta a tutte le esigenze o condizioni di fatto dei Paesi che aderiscono alla moneta unica, l’aggiustamento dovrebbe essere attuato con adeguate politiche fiscali, le quali, come si è ricordato, sono restate nelle mani dei singoli Paesi, ma sono vincolate da limiti ben precisi posti ai deficit del bilancio pubblico e al livello del debito sovrano sul Pil. Soprattutto per i Paesi, come l’Italia, che fin dall’inizio avevano una posizione squilibrata rispetto a questi due parametri fiscali (oltre il 7% nel deficit di bilancio e oltre il 100% nel rapporto debito pubblico/Pil), gli spazi per queste politiche sono di fatto attribuiti in modo asimmetrico, positivi per chi rientra nei parametri concordati, negativi per gli altri. L’ingiustizia è innata negli accordi (…) Non c’è verso di convincere i leader dell’Unione europea di seguire il principio di Franklin Delano Roosevelt che se qualcosa non funziona, si cambia. Ma il cambiamento richiede preparazione scientifica, fantasia creatrice e coraggio per intraprenderlo. Nell’Ue le forze della conservazione prevalgono. La storia economica brevemente percorsa suggerisce che è necessario mutare le politiche riguardanti gli investimenti, soprattutto pubblici, e la tutela del risparmio operando sui tassi dell’interesse e sul rischio, nonché il funzionamento del sistema monetario internazionale ed europeo, affrontando con adeguate politiche i divari di produttività tra aree geografiche, settori produttivi e dimensioni di impresa. Se non lo fa, la società prima o dopo si vendicherà, seguendo i movimenti di protesta non perché siano preparati ad affrontare il problema, ma solo perché insoddisfatti delle politiche seguite dai partiti tradizionali».

IL RISCHIO CHE ARRIVI LA TROIKA…

«Non ho mai chiesto di uscire dall’euro, ma di essere preparati a farlo se, per una qualsiasi ragione, fossimo costretti volenti o nolenti (il piano B da me invocato). Ritengo che uscire dall’euro comporti difficoltà altrettanto gravi di quelle che abbiamo sperimentato e sperimenteremo per restare. Il problema consiste nel fatto che non abbiamo né piano A, né B. Il piano A dell’Italia è quello della Ue con le conseguenze indicate. Ho il timore che il piano B sia quello di consegnare la sovranità fiscale alla “triade” (Fmi-Bce-Commissione) se le cose peggiorano, infilandoci nella soluzione greca. Il Paese è in un vicolo cieco. Le autorità hanno il dovere di approntare e attuare due diversi piani, quello necessario per restare nell’Ue e nell’euro, e quello per uscire se gli accordi non cambiano e i danni crescono. Invece si insiste nella loro inutilità essendo l’euro irreversibile e si è disposti a pagare qualsiasi costo pur di stare nell’eurosistema. La prima dichiarazione viene fatta a voce alta, la seconda raramente, ma viene comunque pensata dagli ideologi dell’Ue e dell’euro, ben sapendo che questo costo non verrebbe pagato da loro, ma da una minoranza, sia pure di dimensione significativa».

Paolo Savona
Fonte: http://sollevazione.blogspot.it
Link: http://sollevazione.blogspot.it/2018/05/un-nazismo-senza-militarismo-di-paolo.html
26.05.2018

Sorgente: UE: Un Nazismo Senza Militarismo – Come Don Chisciotte – Controinformazione – Informazione alternativa

Il nostro vicino nucleare

La così detta Françafrique è ancora oggi il pilastro del neocolonialismo francese e della sua stessa grandezza economico/militare
11 maggio 2018 – Rossana De Simone

soldati francesi nella repubblica Centrafricana

di Gregorio Piccin

La grandeur a tempo di Brexit.
A partire dal 2019 il Regno Unito sarà a tutti gli effetti fuori dall’Unione europea. A dire il vero la sua adesione è sempre stata alquanto ambigua e molto parziale considerato il mantenimento della sovranità monetaria e il reale collocamento strategico/militare (più spostato verso Usa e Commonwealth che interno all’asse franco-tedesco europeo).
Tuttavia, indipendentemente dal profilo sfuggente del Regno Unito, in Europa la politica estera comune non è mai esistita: ogni Paese si fa gli affari suoi e dove necessario, li difende anche militarmente in concorrenza con gli altri. Questa è ancora la realtà materiale delle relazioni internazionali. E poco conta se dagli anni novanta si sia astrattamente creduto ad una presunta “fine degli Stati” a fronte dei fenomeni di globalizzazione e finanziarizzazione. Nella grande maggioranza dei casi, gli Stati stanno semplicemente dismettendo la loro funzione regolatrice per concentrarsi sulla funzione repressiva interna e di proiezione militare verso l’esterno.
Lo schema neocoloniale, in sintesi, rappresenta la versione aggiornata e perfezionata del colonialismo e dell’imperialismo novecenteschi: multinazionali di bandiera e grandi banche > ricerca scientifica e tecnologica > professionalizzazione delle Forze armate > controllo dei mercati, della forza lavoro e delle materie prime.
Si è di fatto passati a piè pari dalla “civilizzazione” della Belle epoque alla “democratizzazione” post ’89 e la Francia, in questo senso, è grande maestra.
Se consideriamo il paniere delle devastanti aggressioni militari occidentali dell’ultimo venticinquennio ogni Paese ha infatti partecipato o meno a seconda degli interessi materialmente in campo.
Fa eccezione l’Italia che si è sempre indistintamente buttata nella mischia, a prescindere persino da qualsiasi valutazione di così detto interesse nazionale, per dimostrare “responsabilità e prestigio” ovvero un imbarazzante servilismo nei confronti di Washington.
La Brexit ha quindi consegnato alla Francia l’indiscusso primato militare in Europa.
Questo Paese è infatti una media potenza militare, con potere di veto all’Onu, con autonome capacità nucleari, con estesi interessi neocoloniali in Africa e in Medio oriente, con basi, avamposti e pezzi di “territorio nazionale” in diversi continenti ed oceani e con conseguenti spiccate capacità di proiezione della forza militare.

Vive la France (afrique)!
La così detta Françafrique è ancora oggi il pilastro del neocolonialismo francese e della sua stessa grandezza economico/militare.
Dopo aver perso Laos, Cambogia e Vietnam nel 1954, la Francia perde anche la più prossima Algeria nel 1962 dopo quattro anni di guerra di sterminio: almeno 300.000 algerini vennero uccisi e circa 3.000.000 deportati in campi di prigionia, a fronte di una popolazione complessiva di dieci milioni.
E’ proprio nel bel mezzo di questa guerra che il generale De Gaulle (presidente della repubblica nel decennio ’59-’69) comprende che il vecchio colonialismo andava rapidamente sostituito con qualcosa di nuovo, più accettabile per l’opinione pubblica ma soprattutto che potesse scongiurare la perdita totale del controllo francese sulle sue stesse colonie.
Nel 1960 De Gaulle concede unilateralmente l’indipendenza a tutte le colonie africane francofone e contemporaneamente crea le così dette “reti Foccart”, composte da soggetti economici, politici, militari e dei servizi segreti. Lo scopo di queste reti politico-affaristiche era quello di controllare direttamente due grandi risorse strategiche come le materie prime e i nuovi fondi per lo sviluppo.
La Francia, per presidiare questo controllo nel tempo, ha utilizzato sia la finanza che le forze armate: da una parte l’imposizione del franco CFA (il così detto franco africano) come moneta direttamente convertibile con quella della “madre patria” e dall’altro il mantenimento di basi militari con annessa “cooperazione” ossia addestramento e controllo degli eserciti locali.
Dopo quasi sessant’anni la Francia è ancora presente nella Françafrique con multinazionali, banche, basi e forze armate, mercenari ma soprattutto con il CFA, oggi convertito in euro.
Il risultato di questa prodigiosa “decolonizzazione”? Un pesante indebitamento di questi Paesi principalmente verso il sistema bancario francese, corruzione strutturale, sistematica perdita di controllo sulle risorse strategiche (tra cui petrolio e uranio), disastri ambientali, l’assenza di qualsiasi prospettiva di sviluppo, migrazioni disumane.

Libia insidiosa
La pretestuosa aggressione alla Libia nel 2011, di cui la Francia fu promotrice e capofila (insieme al Regno unito), è stata un chiaro esempio di “difesa” della propria area di interesse strategico. Nel caso della Libia si è trattato principalmente di neutralizzare il progetto di Gheddafi di mettere in gioco le ingenti riserve auree, il petrolio e il gas libico per costruire una moneta panafricana (e un sistema bancario) che potesse insidiare il CFA tuttora in uso nella Françafrique.
Anche in altri Paesi si è tentata la strada dell’indipendenza economica ma è chiaro che la grandeur non può stare in piedi senza il pilastro della Françafrique: più della metà degli 87 colpi di stato che si sono susseguiti nel continente africano negli ultimi 50 anni si sono verificati nell’Africa francofona.
E proprio l’Africa, in particolare quella centro-occidentale, sembra essere diventata ultimamente il terreno di una ricomposizione di interessi a livello di alcuni Paesi dell’eurozona. Da quando il franco francese è scomparso, il CFA è stato infatti agganciato all’euro mantenendo il sistema bancario francese come centro drenante dei capitali provenienti dalla Françafrique.
La convertibilità CFA/euro ha portato con sé almeno due conseguenze importanti: la prima è che i Paesi sottoposti a questa sorta di vessazione finanziaria hanno sviluppato economie dipendenti dalle importazioni europee e con una capacità d’acquisto della popolazione strutturalmente depressa; la seconda è che la Francia non può più sostenere l’esclusiva.
Ecco spiegato come mai, dal 2015, la Germania ha inviato in Mali un suo contingente che conta oggi più di mille soldati mentre l’Italia ha tentato maldestramente d’inviare il suo in Niger nel quadro della così detta “Coalizione per il Sahel” lanciata dal governo Macron in un vertice a Parigi lo scorso 13 dicembre.

Il nuovo ruolo militare della Francia: verso il 2% del P.i.l
Macron eredita da Hollande il rilancio del protagonismo francese nel continente africano. Parigi intende infatti consolidare la presenza militare in Africa dalla Costa Atlantica fino all’Oceano Indiano, dal Senegal a Gibuti, passando per il Sahel e quindi ricongiungersi con altre basi e avamposti già presenti nei due oceani. Questa visione strategica espansionista, aggressiva e molto ambiziosa richiede un concorso negli “oneri per la sicurezza” che la Germania offre già da anni.

La capacità di proiezione globale (condivisa come piattaforma con gli alleati) offre all’industria bellica francese prospettive senza fine.
Il ruolo di capofila richiede però alla Francia (e a tutti i francesi) un forte aumento della spesa militare: con la nuova Legge di Programmazione Militare (LPM 2019-2025), Macron intende stanziare la somma di 295 miliardi di euro, ben 105 miliardi in più rispetto al quinquennio precedente.
L’8 febbraio scorso, nel presentare la LPM il ministro della difesa Parly ha giustificato questo forte aumento definendolo “…necessario per mantenere l’influenza globale della Francia ed intervenire in ogni luogo del globo in cui vengano minacciati gli interessi della Nazione e la stabilità internazionale…” (RID, aprile 2018, pag.68).
Il piano ha l’ambizione di garantire “l’autonomia strategica” nazionale ed europea. Oltre alle nuove acquisizioni (sommergibili nucleari, fregate, droni, satelliti, aerei ed elicotteri) la LPM prevede un corposo aumento del personale: 6.000 unità per le forze armate di cui 1.500 per i servizi segreti e 1.000 operatori per la cybersicurezza più 750 funzionari da impiegare nella “divisione vendite” nella Direction Générale de l’Armement.
In Francia infatti è lo stesso governo ad occuparsi dell’export dei prodotti dell’industria bellica nazionale, dalle pistole ai caccia.
Un servizio che secondo Alessandro Profumo (a.d Leonardo), anche lo Stato italiano dovrebbe fornire all’industria bellica nostrana per avere maggiore rappresentatività di fronte alla domanda internazionale.
La Francia intende inoltre aggiornare la sua capacità nucleare: la LPM stanzia 25 miliardi di euro in cinque anni per conferire ai caccia Rafale capacità di bombardamento, sviluppare un nuovo missile balistico intercontinentale e un nuovo sommergibile con capacità di lancio.
Non c’è dubbio che la grandeur stia attraversando una fase di poderoso slancio, favorita dalla Brexit e sostenuta dalla Pesco.
La nuova Legge di Programmazione Militare, che vorrebbe garantire l’”autonomia strategica” attraverso la difesa degli interessi della nazione, fa il paio con la dichiarata intenzione di raggiungere, entro il 2025, la soglia del 2% del p.i.l per le spese militari.
In questo modo il governo Macron persegue l’intenzione di dirigere lo scomposto neocolonialismo europeo con il ruolo di capofila militare-industriale e nucleare. Per il momento, sempre all’ombra della Nato.

Sorgente: Il nostro vicino nucleare

Perché commemoriamo la giornata della terra?

Di Sulaiman Hijazi. Perché commemoriamo la giornata della terra? Le prime proteste che sarebbero poi state ricordate come “Giornata della Terra” si svolsero il 30 marzo 1976. Il ministero israeliano delle Finanze aveva confiscato 5500 ettari di terra palestinese tra i villaggi palestinesi di Sakhnin e Arraba, in Galilea,  per costruire 8 villaggi industriali sionisti progettati sul terreno sequestrato.

Il 30 marzo del 1976, le città palestinesi dal Negev alla Galilea lanciarono una giornata di proteste nonviolente e scioperi in solidarietà con Sakhnin e Arraba: sei civili palestinesi furono uccisi e più di 100 feriti dalle forze armate e polizia israeliane che repressero violentemente le proteste. Quel giorno, Khair Mohammad Yasin, Raja Husein Abu Ria, Khader Abd Khalaileh, Khadijeh Shawahneh, Mohammad Yousef Taha e Rafat Al Zuheiri persero la vita per difendere i loro diritti. In 300 furono arrestati.

Ogni anno, dal 1976, i Palestinesi ricordano quegli eventi attraverso la Giornata della Terra, o Youm al-Ard, in arabo.

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