Il nuovo Israele

Un piano sinistro che coinvolge i più famosi oligarchi del mondo, così come FMI ed elementi chiave della lobby sionista globale, si nasconde sotto lo Stato indipendente di fatto creato da uno degli uomini più ricchi d’Inghilterra nel cuore della Patagonia argentina. Whitney Webb, Mint Press, 11 marzo 2019

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Le sfaccettature del continuo colpo di Stato in Venezuela

L’autoproclamazione di Juan Guaidó con il sostegno degli Stati Uniti e il blocco finanziario contro il Venezuela fanno parte del continuo colpo di stato. | Foto: Reuters12 febbraio 2019 Le guarimbas in Venezuela sono state uno strumento di violenza dell’opposizione per raggiungere il potere. Una strategia di colpo di stato che continua anche oggi.

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Venezuela, il popolo scende in piazza a sostegno di Maduro e contro il golpe. Le immagini censurate in Italia

 

Discorso di Maduro in avenida Bolivar dopo la manifestazione di massa per commemorare il 20° anniversario della Rivoluzione Bolivariana e a sostegno della democrazia in Venezuela. In una fase molto delicata per il paese dove è in corso di svolgimento un golpe promosso dagli USA che tramite il burattino Guaidò vogliono spodestare il legittimo presidente…

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La vera ragione del golpe in Venezuela: l’opposizione ha offerto agli USA il 50% dell’industria petrolifera nazionale

Il primo golpe in Venezuela ordito in quel di Washington risale al 2002. Fallì miseramente con il Comandante Chavez che torna in sella a furor di popolo. Le ingerenze di Washington sono state e rimangono una costante nella politica di Caracas. La ricchezza di petrolio e risorse naturali fanno troppo gola all’ingombrante vicino di casa…

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Venezuela. La procura sollecita misure cautelari contro Juan Guaidó presso la Corte Suprema

Venezuela. La procura sollecita misure cautelari contro Juan Guaidó presso la Corte Suprema

Il Procuratore Generale del Venezuela, Tarek William Saab, ha annunciato di aver sollecitato presso la Corte Suprema misure cautelari contro il deputato Juan Guaidó, per proibire la sua uscita dal paese, impedirgli alienare beni mobili e immobili, e bloccare i suoi conti.

“Abbiamo aperto un’indagine di natura preliminare. Abbiamo raggiunto la Corte Suprema di Giustizia affinché bengano emessi provvedimenti cautelari, che, attraverso le indagini che abbiamo fatto contro questo cittadino, permettano (1) il divieto di lasciare il paese; (2) il divieto di tassare e alienare beni mobili e immobili, e (3) il blocco dei suoi conti”, ha dichiarato ai media.

Spiega inoltre che “queste misure di carattere cosiddetto cautelare, che hanno base giuridica e costituzionale, permetteranno alla procura di sviluppare un’indagine e continuare a raccogliere prove sufficienti che permetterebbero fermare gli atti che, dal 22 gennaio hanno danneggiato la pace della Repubblica, della nostra economia e del patrimonio nazionale”.

Quattro elementi per comprendere il collasso statunitense

Mision Verdad 24 settembre 2018

I segni negativi sono sempre più critici nel ventre del Paese chiamato Stati Uniti d’America, divenuti crisi permanente costruita dalle élite del potere transnazionale nella sua burocrazia. Ma non succede nulla per i media aziendali negli Stati Uniti, tutto accade per responsabilità di un solo uomo, Donald Trump, che serve anche da simbolo evidente del decadimento statunitensi. Si prova con diversi strumenti nascondere ciò che realmente accade nelle viscere del sistema che governa gli Stati Uniti. Pertanto, il collasso degli Stati Uniti è dovuto a cause trascendentali in termini politici, economico-finanziari e sociali, continuate dai predecessori dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

Una definizione veloce
Il processo che gli Stati Uniti vivono al collasso di sistema, come attualmente concepito, deriva da recenti analisi e ricerche, negli ultimi anni, che dimostrano il significativo deterioramento dell’ordine vigente nel Paese. Per capire cosa intendiamo per collasso è necessario notare alcune caratteristiche interessanti, secondo il professore universitario Carlos Taibo: “È un processo totale o parziale di scomparsa irreversibile delle istituzioni ed ideologie legittimanti di un certo ordine, sconvolgendo molte relazioni sociali, di potere, economiche, culturali, ecc. Produce alterazioni profonde nella soddisfazione dei bisogni primari di una popolazione, che generalmente ne vede la riduzione aumentare in modo significativo. Sperimenta “una generale perdita di complessità in tutte le aree, accompagnata da crescente frammentazione ed arretramento dei flussi centralizzanti””.
Da parte sua, l’ingegnere e scrittore russo-statunitense Dmitrij Orlov descrive le cinque fasi del collasso di una società che integra tutti gli aspetti quotidiani: finanziaria, commerciale, politica, sociale e culturale. Lo stesso autore chiarisce che queste fasi possono non avvenire in modo progressivo e in ordine, ma simultaneamente, con elementi dinamici strutturali della società da descrivere. In questo caso, il crollo degli Stati Uniti arriva con molte, se non tutte, le caratteristiche indicate da chi ha studiato e approfondito l’argomento. Successivamente, offriamo dati e risorse per una visione generale di ciò che accade nell’impero in declino.

Debito crescente e bancarotta
In realtà, lo stesso Orlov ha ripetuto varie volte che il crollo degli Stati Uniti deriva dalla loro struttura finanziaria ed economica, dato che il debito crescente e il fallimento di alcuni Stati dell’Unione mostrano segni di collasso. Secondo i dati forniti dal dipartimento del Tesoro, quest’anno il debito pubblico USA è salito a oltre 21 miliardi di dollari, di cui 5,6 miliardi sarebbero parte del debito interno, mentre quello degli investitori privati raggiunge i 15,3 miliardi. Con la presidenza Barack Obama, per fare un esempio, solo il debito pubblico passò dai 10,6 miliardi di dollari ai 19,9 miliardi. Del debito pubblico va capito cosa uno Stato ha nei confronti di individui o altri Paesi, un modo per ottenere risorse finanziarie attraverso emissioni di titoli o obbligazioni, le risorse finanziarie che aumenta. Diversi economisti hanno avvertito che la prossima crisi potrebbe essere cruciale nel crollo del sistema statunitense, dato che il dollaro mostra segni di crisi, perché molti investitori li vendono per altri meccanismi di risparmio, secondo il barone Jacob Rothschild, prima dei rischi nelle borse occidentali. Specificatamente, l’economista statunitense Peter Schiff aveva detto a Sputnik che probabilmente i prossimo crollo finanziario”sarà assai peggiore della Grande Depressione (1929). L’economia statunitense non è in condizioni ottimali, è peggiore di un decennio fa”, quando esplose la bolla immobiliare che rovinò diverse banche, compresa l’onnipotente Lehman Brothers. Inoltre, la situazione fiscale di molti Stati del Paese ha un deficit che è aumentato negli anni, a causa delle scarse capacità bancarie, di bilancio, di servizio e di fondi fiduciari. Tra questi, Illinois, Kentucky, Connecticut e New Jersey sono le principali entità a rischio di fallimento, e si avvicinano alla linea rossa del collasso economico-finanziario anche California, New Mexico e Louisiana. Questo era già stato previsto da Laurence Kotlikoff, professore di Economia alla Boston University, in un articolo pubblicato da Bloomberg nel 2010, sentenziando con numeri e argomenti che “il nostro Paese è a pezzi e non possiamo ancora permetterci soluzioni fasulle”.

Nuove patologie sociali
Chi soffre le fasi del crollo sono proprio i cittadini nordamericani, privati della protezione del governo e affondati in una grave situazione economica e finanziaria. Così, alcune patologie sociali mai viste prima dalla specie umana sono sorte, e sono state descritte dall’economista Umair Haque in un saggio tradotto e pubblicato qui (http://misionverdad.com/trama-global/por-que-desestimamos-el-colapso-de-estados-unidos). Tra le più scandalose, ci sono le ripetute sparatorie in spazi pubblici come scuole e centri commerciali, che quest’anno ha visto sangue versato almeno quattro volte, ma dal 2007 si sono verificati circa 10 volte. Ma c’è anche oggi negli Stati Uniti l’”epidemia degli oppiacei”, perché molti muoiono per overdose indotta o accidentale. Nel 2017 più di 70mila nordamericani sono morti e non sembra esserci soluzione a breve termine, dato che il paese perde la guerra contro le dipendenze, conseguenza della politica fallimentare contro la droga. Dal 1979, il numero di morti per droga è raddoppiato ogni otto anni, secondo il rapporto della rivista Science recensito dal Los Angeles Times, che rivelava i seguenti dati sulle overdose dello scorso anno: “Analgesici da prescrizione, eroina e fentanyl sintetico hanno ucciso più di 29000 persone. Cocaina, metanfetamina e altre droghe simili hanno un bilancio delle vittime che raggiungeva 72306 persone”. Queste “morti per disperazione”, come le chiama la rivista Science, sono anche legate ad indigenza, accattonaggio e frattura dei legami sociali diagnosticati da Haque, e che sono parametri non usati negli Stati Uniti, ma che ne rendono maggiormente vulnerabile la società. Dmitrij Orlov parla proprio del crollo sociale, perché consiste nella perdita della fede che le istituzioni sociali locali possano curare le persone, per non parlare del governo, data la crisi permanente fiscale. Il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema, Phillip Alston, dichiarò nel 2018 che 40 milioni di statunitensi vivono in povertà, 18,5 milioni in povertà estrema e 5,3 milioni sopravvivono in uno stato che definisce da “Terzo mondo”. Queste cifre sono coerenti col censimento ufficiale, poiché Alston sostiene che i numeri sono inferiori a quelli dettati dalla realtà del Paese. Ma afferma anche che c’è la crescente criminalizzazione della povertà, producendo sempre più una situazione completamente contraria al benessere spacciata dalla propaganda statunitense. Per lo statunitense medio, il sogno americano è un incubo. Che i politici usano per gli interessi di certe élite opulente.

La lotta politica scade
Pur di mantenere un sistema finanziario indebitato e in bancarotta, la classe politica statunitense apporta modifiche corrispondenti in tale stadio neoliberista, in cui gli stati-nazione hanno poco potere sugli interessi aziendali, i cui poteri aumentano con la crisi al massimo grado di ebollizione. L’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti portò alla lotta interna nell’apparato burocratico di Washington e in altri spazi di potere come media, propaganda e altre istituzioni private nel Paese. Poiché Trump rappresenta una parte dell’élite sminuita dalla corsa del globalismo neoliberista e guerrafondaio, i suoi predecessori e altri agenti e operatori che li supportano continuano una guerra a bassa intensità coll’attuale amministrazione in un Paese dal passato politico carico di assassinii e golpe di vario genere (Kennedy 1963, Nixon 1972, Bush 2001) ed obiettivi diversi. Pertanto, le azioni dell’amministrazione Trump sono messe in discussione e alcuni fattori concorrenti cercano di creare un ambiente adatto all’impeachment del presidente degli Stati Uniti, che potrebbe sovvertire gli Stati Uniti con una logica da guerra civile. Le “elezioni di medio termine”, in cui i politici sono votati al Congresso, Senato e governi statali, sono cruciali perché rappresentano ora il picco della lotta per la struttura burocratica che potrebbe o meno sostenere i piani del governo Trump. Secondo la tesi del giornalista e analista politico Thierry Meyssan, l’attuale presidente degli Stati Uniti punta a “reinvestire il capitale transnazionale nell’economia degli Stati Uniti e a far uscire Pentagono e CIA fuori dall’attuale ruolo imperialista in modo che possano tornare alla difesa nazionale”. Perciò, Trump si libera degli accordi commerciali internazionali che predecessori promulgarono e tenta di ricomporre o, nel migliore dei casi, di dissolvere le strutture intergovernative che mantengono l’ordine imperialista degli USA. Clinton, Obama, Bush e altri personaggi che hanno guidato la politica interna ed estera del Paese verso la sovversione totale in cui l’egemonia degli Stati Uniti cercava d’imporsi con la forza e finanziariamente, sono gli elementi visibili della politica profonda che adotta tale approccio imperiale. Hanno usato la burocrazia statunitense per intraprendere piani per l’ineguale globalizzazione e guerre per risorse e piani geopolitici. Tale lotta è un altro allarme del collasso della classe politica, poiché gli interessi che governano gli attori contendenti sono sempre più denunciati mentre l’establishment politico crolla assieme al collasso economico che rappresenta. L’immagine di uno scivolone sul bordo di una buca profonda e oscura potrebbe validamente indicare il punto di svolta in cui si trova la situazione politica nordamericana.

Isolazionismo o globalismo?
Uno dei problemi cruciali quando si parla di politica estera è il confronto di due visioni che si scontrano ora nell’arena pubblica internazionale. Donald Trump, col suo motto America per prima, prende come bandiera il cosiddetto isolazionismo, dato che cil porta a stabilire una politica di reindustrializzazione nazionale e a ridurre le importazioni per dare impulso alle esportazioni, con una recinzione ben definita dei confini degli Stati Uniti. Ed è lo stesso presidente Trump che è riuscito a trarre profitto dal crollo del vecchio consenso tra i due partiti dominanti (repubblicani e democratici) che presumeva gli Stati Uniti il poliziotto per la salvaguardia della “sicurezza globale”. Sotto tale paradigma, la Casa Bianca negozia con la demonizzata Russia di Vladimir Putin alcuni termini come l’annessione sovrana della Crimea alla Federazione Russa, a firmare un accordo (ambiguo, ma privo di umori) con la Corea democratica, iniziare la guerra il commercio con la Cina nel quadro del piano del Pentagono che riconosce il gigante asiatico come suo “principale concorrente”, minimizzare il riordino della NATO minacciandone il bilancio, violare i grandi accordi commerciali internazionali sviluppati dall’amministrazione Obama (come il Trans Pacifico) e accordarsi con alcune potenze del Medio Oriente (Russia, Iran, Turchia) per la fine della guerra transnazionale alla Siria. L’ordine liberal-neoconservatore che aveva negli Stati Uniti il suo massimo egemone, così difeso dai clan Clinton-Bush-Obama, è messo in discussione dall’isolazionismo nazionalista guidato da Trump. Ecco perché a livello internazionale si mostra la prima potenza mondiale dalla caduta del muro di Berlino come un pugile suonato. Nel quadro dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente Trump ha detto che “non è il presidente del mondo”, esprimendo la politica isolazionista contro quella globalista rappresentata dai presidenti prima di lui. La crisi del “consenso” è un riflesso fedele del collasso descritto rapidamente, e che sembra non avere ritegno, partendo dal presupposto che in primo luogo il collasso si sente negli Stati Uniti, per poi espandersi globalmente, dato che l’internazionalizzazione del sistema statunitense basato sul dollaro e la guerra imperitura toccano tutto il pianeta. In questo senso, molti importanti attori geopolitici, come Cina, Russia, Iran, Turchia, India, e persino Venezuela, cominciano a vedere questo collasso e affrontano in diversi modi (specialmente in campo economico-finanziario e politico) l’attuazione delle riforme necessarie al sistema internazionale dopo il crollo.

thanks to: Traduzione di Alessandro Lattanzio

Aurorasito

GOLPE ANTI-ITALIANO

IL COLPO DI STATO EUROPEISTA SEGNA UNO SPARTIACQUE.

DI AMBROSE EVANS PRITCHARD

telegraph.co.uk

Le élite italiane favorevoli all’euro si sono spinte troppo in avanti. Il Presidente Sergio Mattarella ha creato lo straordinario precedente che nessun movimento politico, o coalizione di partiti, potrà mai prendere il potere se sfida l’ortodossia dell’Unione Monetaria.

Senza rendersi conto, ha inquadrato gli eventi come se fossero una battaglia tra il popolo italiano e un’eterna “casta” fedele ad interessi stranieri, facendo il gioco dei ribelli Grillini e dei nazionalisti antieuro della Lega. Per giustificare il suo veto all’euroscetticismo ha incautamente invocato lo spettro dei mercati finanziari ma, nell’insieme, le sue azioni hanno reso la situazione infinitamente peggiore.

Lo spread sulle obbligazioni italiane a 10 anni è salito di quasi 30 punti base, fino al massimo di 235 (Lunedì), quando gli investitori si sono resi conto delle terribili implicazioni dello spasmo costituzionale: una crisi che durerà tutta l’estate e che potrà concludersi solo con nuove elezioni, che non risolveranno nulla.
Negli ultimi giorni si è fatto molto per ridurre il calo delle azioni bancarie, ma queste stanno ora cedendo in modo ancora più forte. Banca Generali è scesa del 7,2% e Unicredit del 5%.

Che si tratti o meno di un “ colpo di stato morbido”, il terreno resta comunque assai pericoloso. Il Presidente Mattarella ha apertamente dichiarato di non poter accettare come Ministro delle Finanze Paolo Savona, perché le sue passate critiche alla moneta unica “potrebbero provocare l’uscita dell’Italia dall’euro” e portare ad una crisi finanziaria.
In un certo senso questo veto poteva essere previsto. Anche il Governo Berlusconi fu rovesciato nel 2011 da Bruxelles e dalla Banca Centrale Europea. Qualche “informatore” ha rivelato di aver manipolato gli spread sui bond per poter esercitare la massima pressione. L’UE aveva persino provato a reclutare Washington, che però si rifiutò d’intervenire. “Non possiamo sporcare di sangue le nostre mani”, dichiarò il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Tim Geithner. La novità è che la santità dell’euro dovrebbe amaramente essere formalizzata come imperativo costituzionale italiano!

“Abbiamo un problema di democrazia, perché gli italiani sono sovrani e non possono essere governati dallo spread”, ha detto Matteo Salvini, l’uomo forte della Lega, in forte ascesa. “È una questione molto seria il fatto che Mattarella abbia scelto i mercati e le regole dell’Unione Europea invece degli interessi del popolo italiano”.
“Perché non diciamo semplicemente che in questo paese il voto è inutile, visto che sono le agenzie di rating e le lobby finanziarie a decidere i Governi?”, ha dichiarato Luigi di Maio, leader del Movimento Cinque Stelle.

La Costituzione italiana concede al Presidente Mattarella alcuni poteri, per lo più non sperimentati e comunque posti in una zona grigia. Potrebbe anche sostenere che il blitz fiscale Lega-Grillini violi l’art. 80 della Costituzione e che comunque egli ha il dovere di salvaguardare i trattati dell’UE. Tuttavia, non ha alcun mandato diretto conferito dal popolo. Egli fu scelto come compromesso di basso profilo nell’ambito di un accordo preso dietro le quinte. Non ha l’autorità per bloccare in eterno l’Italia nell’euro.

L’onorevole Di Maio sta ora facendo richiesta d’impeachment, ai sensi dell’articolo 90. “Voglio che il Presidente sia processato, voglio che questa crisi istituzionale venga risolta dal Parlamento per evitare che il malcontento popolare sfugga di mano”, ha dichiarato. I ribelli, in effetti, hanno voti sufficienti per poterlo rimuovere.

Ciò che è degno di nota è che le élite pro-euro hanno agito in modo veramente rozzo, spingendo la situazione verso un’impasse pericolosa. Il Ministro delle Finanze proposto, Paolo Savona, non è un testa calda. E’ stato funzionario della Banca d’Italia, Ministro e Presidente di Confindustria, oltre che Direttore di un hedge-fund londinese.

Aveva fatto dichiarazioni concilianti, lasciando cadere la suggestione che l’euro sia una “gabbia tedesca”. Aveva insistito sul fatto che il suo “Piano B” per uscire dalla moneta unica (2015) non era più operativo e che il suo vero obiettivo era tornare ad un euro più equo, radicato nell’art. 3 del Trattato di Lisbona, che prevede crescita economica, creazione di posti di lavoro e solidarietà. Le sue argomentazioni legali erano impeccabili.

Con un po’ di furbizia, i “poteri forti” e i “mandarini” italiani avrebbero potuto collaborare con il Sig. Savona e trovare un modo per attenuare le posizioni della Lega e dei Grillini. La spinta ad escluderlo del tutto – per cercare di soffocare la ribellione euroscettica, come avevano già fatto con Syriza in Grecia – proveniva da Berlino, Bruxelles e dalla struttura di potere dell’UE. Il tempo dirà se hanno preso una cantonata, cadendo in una trappola.

“In un certo senso sono molto felice perché abbiamo finalmente sgombrato il tavolo dalle str…ate”, ha dichiarato Claudio Borghi, portavoce per l’economia della Lega. “Ora sappiamo che si tratta di una scelta fra democrazia e spread. Devi giurare fedeltà al dio dell’euro per poter avere una vita politica, in Italia. E’ peggio di una religione”.

“Quello che stiamo vedendo costituisce il problema fondamentale dell’eurozona: non si può avere un governo che dispiaccia ai mercati o al ‘club dello spread’, la BCE e l’Eurogruppo li utilizzerebbero per annientare la vostra economia. Siete molto fortunati, nel Regno Unito, perché vivete ancora in un paese libero “, ha continuato.

Il Presidente Mattarella ha scelto Carlo Cottarelli – veterano del FMI e simbolo d’austerità – per formare un governo tecnico. Questo tentativo disperato non ha alcuna possibilità di ottenere un voto di fiducia nel Parlamento italiano. Sopravviverà in un limbo costituzionale. “È incredibile che stiano comunque cercando di farlo. Porterà a rivolte e a proteste politiche di massa. Alla stragrande maggioranza degli italiani non gliene frega niente dello spread”, ha concluso Borghi.

Il calcolo di coloro che circondano il Presidente è che gli italiani da loro umiliati, davanti all’abisso finanziario e politico, possano cambiare idea e rinunciare all’insurrezione. La scommessa è che l’attrito politico possa ridisegnare il paesaggio entro Ottobre, considerato il mese più probabile per un nuovo voto. Questo gioco può anche riuscire, ma è in ogni caso una supposizione pericolosa.

La Lega di Matteo Salvini ha già guadagnato otto punti nei sondaggi, dopo le ultime elezioni. Si è impadronita degli eventi delle ultime 24 ore per capitalizzare l’umore nazionalista, come Gabriele d’Annunzio a Fiume nel 1919. “Non saremo mai servi e schiavi dell’Europa”, ha detto Salvini.

Ha già proclamato che il prossimo voto sarà un plebiscito sulla sovranità italiana e un atto di resistenza nazionale contro “Merkel, Macron e i mercati finanziari”.
Ma c’è un altro pericolo. La fuga di capitali ha una sua logica implacabile. È visibile nel crescente tasso di cambio con il franco svizzero. Esiste il rischio che i flussi in uscita accelerino e spingano gli squilibri interni Target2 della BCE verso il punto di rottura.

I crediti Target2 della Bundesbank tedesca sono già a 923 miliardi di euro. È probabile che arriveranno ad 1 trilione di euro in breve tempo, provocando forti richieste da parte di Berlino perché siano congelati. L’Istituto IFO, in Germania, ha già avvertito che devono esserci dei limiti. Ma qualsiasi mossa per limitare i flussi di liquidità significherebbe che la Germania è vicina a staccare la spina dell’Unione Monetaria e questo scatenerebbe un’inarrestabile reazione a catena.

Il Sig. Mattarella affronterà un’estate estenuante. Rischia di andare a sbattere, fra quattro mesi, con la stessa alleanza Lega-Grillini, ma con una maggioranza ancora più ampia e un fragoroso mandato a favore del loro “governo del cambiamento”.

Potrebbe seguire la strada del Presidente legittimista francese Patrice de MacMahon che, sotto la Terza Repubblica, tentò d’imporre il suo “ordine morale” ad un’ostile Camera dei Deputati, negli anni ‘70 dell’Ottocento, invocando i suoi teorici poteri. Il tentativo fallì. Il Parlamento lo affrontò presentandogli un ultimatum: “sottomettersi o dimettersi”.

Prevalse la democrazia.

Ambrose Evans-Pritchard

Sorgente: Il colpo di stato europeo contro l’Italia segna uno spartiacque

https://comedonchisciotte.org/il-colpo-di-stato-europeo-contro-litalia-segna-uno-spartiacque/embed/#?secret=hHFplDBozJ

Fonte: www.telegraph.co.uk

Link: https://www.telegraph.co.uk/business/2018/05/28/europes-soft-coup-detat-italy-watershed-moment/

Come Maduro risponde alla nuova offensiva imperialista

Venezuela Infos 4 maggio 2018

Roger Noriega, ex-assistente del Segretario di Stato per gli affari dell’emisfero occidentale, noto “falco” alleato diretto dei golpista e terroristi della destra latinoamericana, pubblicava sul New York Times un articolo intitolato: “Le opzioni sono esaurite per il Venezuela” dove ribadiva la richiesta di altre politiche repubblicane a favore del colpo di Stato militare per rovesciare il Presidente Nicolas Maduro. Altri funzionari della politica estera degli Stati Uniti rilasciavano dichiarazioni simili a quelle del vicepresidente Mike Pence che annunciava che i prossimi Paesi da liberare saranno “Nicaragua, Venezuela e Cuba”, o Mike Pompeo, ex-capo della CIA e nuovo segretario di Stato degli Stati Uniti, che autorizzava un nuovo gruppo di diplomatici statunitensi nel promuovere il cambio in Venezuela. La giornalista Stella Calloni rilasciava un nuovo documento dal Comando Sud delle Forze Armate statunitensi, firmato dall’ammiraglio Kurt Walter Tidd, che spiega in undici pagine, metodicamente ciò che gli Stati Uniti intendono fare per impedire la vittoria del Presidente Nicolás Maduro alle elezioni del 20 maggio o, in caso di fallimento, usare il potere mediatico per lanciare e giustificare un intervento. Tale piano denunciato dal Presidente Evo Morales fu redatto prima dell’organizzazione delle elezioni presidenziali del 20 maggio, conferisce un ruolo all’opposizione ma ne riconosce anche l’inefficienza data la mancanza di base sociale, e divisioni, prevaricazione e corruzione che vi regnano. L’esercito statunitense parla di “rinascita della democrazia” in America Latina e cita l’esempio di Brasile, Ecuador e Argentina. Ritiene che sia arrivata la volta del Venezuela. Se, come indicano la maggior parte dei sondaggi di aziende private, Nicolás Maduro vince alle urne, verrà schierato ogni strumenti del Pentagono per la guerra psicologica per creare un clima favorevole all’azione militare. A tal fine, afferma il documento, lavorano con Paesi alleati degli Stati Uniti, Brasile, Colombia, Argentina, Panama e Guyana, per preparare una forza congiunta sotto la bandiera dell’OAS, l’Organizzazione degli Stati americani, e sotto la supervisione del suo Segretario Generale Luis Almagro. Il comando meridionale utilizzerà basi in Colombia, strutture di sorveglianza elettronica regionali, ospedali e enclavi nella foresta panamense di Darién, così come le ex-basi di Howard e Albrrok nella zona del canale. La prima fase del piano è già in corso: consiste nell’aggravare i problemi interni del Venezuela, in particolare carenza di cibo e beni di prima necessità, blocco alla valuta estera, esacerbazione della violenze, esaurimento del potere d’acquisto della moneta nazionale e, allo stesso tempo, lanciare l’apparato della propaganda per accusare il governo di Nicolás Maduro delle crisi, e accusar lui e i suoi principali collaboratori di presunta corruzione.
Dopo il fallimento delle “guarimbas” (violenze di estrema destra) organizzate da aprile a luglio 2017 e presentate dai media internazionali come “rivolta popolare”, la destra concentrava gli sforzi sul terreno economico, rafforzando variabili come aumento dei prezzi, tasso di cambio e contrabbando. Di fronte a questa sfaccettata guerra che mira a minare il sostegno popolare al chavismo, il Presidente Nicolas Maduro accelera la risposta moltiplicando la distribuzione di cibo sovvenzionato alla popolazione. Allo stesso tempo, colpisce il cuore del sistema capitalista: i capi della megabanca privata Banesco, impegnata nel massiccio traffico di valuta venezuelana e riciclaggio di denaro, furono arrestati e la banca posta sotto tutela pubblica. All’apice della ricchezza petrolifera, Banesco aprì la via alla fuga di capitali verso paradisi fiscali come Repubblica Dominicana, Colombia, Panama, Porto Rico e Florida (Stati Uniti) dove iniziarono ad apparire filiali della Banesco con un capitale molto più alto, come nel famoso caso Banesco Panamá, rispetto a grandi banche statunitensi come Citibank. Fino a poco tempo prima, l’ascesa di Banesco fu presentata conseguenza delle grandi qualità del suo fondatore, Juan Carlos Escotet. Tuttavia, nel 2015, Banesco Panamá fu multata per 614000 dollari per aver violato le norme sulla prevenzione del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo. Il mito ebbe la sua prima dose di realtà…
Nel frattempo, al confine con la Colombia, l’operazione “mani di carta” smantella il contrabbando di banconote venezuelane e riciclaggio di dollari dalla mafia colombiana per acquistare beni sovvenzionati dal governo bolivariano e rivenderli a 100 volte il prezzo sul mercato colombiano. Le autorità nazionali e regionali hanno scoperto molti hangar con passaggi segreti dove riso, burro, zucchero, olio, fungicidi e una grande quantità di alimenti protetti dallo Stato venezuelano furono raccolti e imballati dai mafiosi con imballaggi colombiani. Per non parlare del massiccio traffico di benzina, una flotta di camion cisterna. Nella capitale furono scoperti depositi di cibo monopolizzato poi ridistribuito alla popolazione dai comitati di approvvigionamento. Per proteggere i salari dei lavoratori, Maduro decretava il 30 aprile l’ulteriore aumento del 95% della retribuzione legale, annunciava l’aumento delle indennità e una copertura del 100% dei pensionati, e moltiplicava le assegnazioni ai più vulnerabili: anziani, studenti, donne incinte, donne che allattano, ecc. La replica delle catene di distribuzione come produzione e vendita, era per l’80% nelle mani private, consisteva nell’aumentare i prezzi il giorno seguente. Maduro annunciava che se sarà rieletto il 20 maggio fermerà la mafia dei supermercati e rilancerà il “governo della piazza”, città per città, rafforzare il controllo della distribuzione da parte dei cittadini e del governo.
Il candidato dell’opposizione presidenziale, Henri Falcon, affermava che con la dollarizzazione del Venezuela, si conquisterebbe la fiducia delle organizzazioni internazionali come Banca mondiale (WB) e Fondo monetario internazionale (FMI). Il Presidente Nicolás Maduro considera al contrario, di rendere il Paese indipendente dal dollaro, creando la divisa Petro: “Che un Paese come il nostro possa avere una propria valuta internazionale sarebbe un successo senza precedenti nel mondo” aggiunse riferendosi al Petro lanciato dal governo bolivariano“.

5 aree di lavoro
Nell’ambito del coordinamento della proposta del Presidente, il Comitato economico stabiliva diverse aree di lavoro: sicurezza e sovranità alimentare, nuova architettura finanziaria per la gestione delle finanze pubbliche, rapporto col capitale straniero, economia di produzione, nuovo modello economico che esponga le motivazioni all’Assemblea costituente e problema dell’energia dai diversi punti deboli. Uno di questi è PDVSA Gas Communal: servizio diretto e distribuzione in bombole parte essenziali del lavoro data l’importanza che hanno nelle case. Inoltre, il problema dei flussi di raffinazione fu enfatizzato per valorizzare lavorazione, sfruttamento ed estrazione del greggio. Alla domanda sul destino delle maggiori riserve petrolifere del mondo, il deputati Paravisini dichiarava che le risorse della Hugo Chávez Orinoco Oil Belt continuano ad essere utilizzate come strumento di geopolitica globale. “Chiunque voglia petrolio deve adattarsi alle condizioni stabilite dallo Stato. Si prevede addirittura di stabilire condizioni più severe con questo rapporto di proprietà: 60% alla Repubblica e 40% all’investitore privato da associare che porta tecnologia oltre al finanziamento“. La democratizzazione della gestione dell’industria deve continuare perché nonostante il controllo del governo su Petróleos de Venezuela (PDVSA) che, prima del colpo di Stato e dello sciopero del 2002-2003 contro il Presidente Hugo Chávez, era controllato da “una casta burocratica” che si faceva chiamare meritocrazia, continua a essere gestita da una struttura strettamente legata ai poteri delle multinazionali. Il decreto presidenziale 3368 pubblicato il 12 aprile nella Gazzetta Ufficiale del Venezuela n. 41376, rappresenta un passo in questa direzione. Lo scopo è riorganizzare le operazioni petrolifere e ridurre al minimo la burocrazia nell’impresa statale e nelle joint venture per ripristinarne la capacità produttiva. “L’attività dell’industria petrolifera si è totalmente distorta. Da una cosiddetta acquisizione di tutte le variabili con la nazionalizzazione del petrolio nel 1975 che in realtà diventò un Ministero del Petrolio molto forte, ma con un’industria in realtà gestita dalle multinazionali attraverso prestanomi, passiamo ad un’altra in cui entrambi i lati vanno controllati dallo Stato“. Ciò ne ha determinato il rafforzamento sul momento, ma in pratica “abbiamo perso il controllo sul problema del petrolio. Oggi, l’abbiamo perso nell’industria e abbiamo perso la forza del ministero“, dichiarava Paravisini, dell’Assemblea costituente. “PDVSA era una creazione dell’imperialismo e della CIA. Rómulo Betancourt, inizialmente, si oppose alla sua creazione e quindi l’accettò a condizione che le compagnie fossero dirette dagli ex-direttori delle transnazionali”, ricordava.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Sorgente: Come Maduro risponde alla nuova offensiva imperialista

Carovana AntiFascista, eccolo il Donbass dopo 4 anni di bombardamenti terroristici sulle aree civili

di Fabrizio Poggi

Mentre Vladimir Putin inaugura la sezione stradale del ponte sullo stretto di Kerc, definito “opera illegale” dai golpisti ucraini e dalla loro claque liberale russa, non accenna a evolvere al meglio la situazione in Donbass, che vede il quotidiano stillicidio e martellamento di bombe di mortaio e d’artiglieria sui villaggi di campagna e sui quartieri periferici delle maggiori città delle Repubbliche popolari.
Bombe di mortaio da 120 mm e colpi sparati da mezzi blindati e lanciagranate automatici hanno colpito ieri nella LNR le propaggini di Kalinovo (nordovest di Stakhanov) e Prisib, una trentina di km a nordovest di Lugansk. Negli ultimi giorni, le forze ucraine avevano tentato di passare all’offensiva nell’area di Gorlovka, nella DNR, colpendo con rinnovata intensità i rioni di Sirokaja Balka e Nikitovskij (in quest’ultimo, una scuola è stata bersagliata anche ieri da colpi di mortaio da 120 mm), ma i contrattacchi delle milizie popolari hanno costretto le truppe di Kiev ad abbandonare le alture chiave a nordovest di Gorlovka, in particolare il villaggio di Cigari, precedentemente occupato nella terra di nessuno.

Il bilancio, provvisorio, è stato di due miliziani morti, nove soldati ucraini morti e cinque feriti. L’agenzia dan-news.info scriveva ieri che l’offensiva su Gorlovka era coincisa con l’arrivo in Ucraina del rappresentante speciale USA Kurt Volker, che, però, Mosca non considera più un interlocutore credibile, tanto da mettere in forse il proseguimento dei colloqui tra lui e il rappresentante (non più per molto) del Cremlino Vladislav Surkov, sullo sfondo dell’ormai lungo stallo del “formato normanno” Berlino-Mosca-Parigi-Kiev.

Novorosinform scrive che i danni più gravi del martellamento ucraino si registrano in queste ore nell’area del villaggio della miniera Glubokaja, con gli abitanti costretti a riparare nei rifugi o sfollare nei rioni più sicuri di Gorlovka, pur se anche quartieri periferici come Zajtsevo e Žovanka rimangono alla portata delle artiglierie ucraine e la stessa Gorlovka è praticamente assediata. D’altro canto, sembra che la manovra attorno a ?igari, potrebbe essere nient’altro che un diversivo per mascherare una prossima offensiva su Gorlovka, Donetsk o Doku?aevsk – tutte allineate sulla stessa traiettoria nordest-sudovest – o, più a sud, in direzione di Novoazovsk.

E’ in questo quadro, che nei giorni scorsi la leadership della DNR ha sollecitato i cosiddetti osservatori OSCE a “prestare maggior attenzione” alle violazioni ucraine del cessate il fuoco lungo la linea di demarcazione; i rappresentanti della DNR al Centro congiunto di controllo e coordinamento hanno informato l’OSCE su 33 violazioni ucraine nella sola giornata del 13 maggio, con il ferimento di due civili a Gorlovka. Le forze di Kiev avevano riversato infatti una pioggia di bombe di mortaio e proiettili d’artiglieria nell’area del villaggio di Šakhta Gagarina, per alleggerire la situazione su ?igari, da cui tentavano di evacuare i reparti sbaragliati dalle milizie.

Nonostante le voci su una presunta stabilizzazione della situazione e una relativa calma, le forze ucraine continuano dunque a violare quotidianamente il cessate il fuoco e ignorare le altre misure militari e politiche previste dagli accordi di Minsk del febbraio 2015. Così che, nota Denis Gaevskij su Svobodnaja Pressa, di fronte a una popolazione ucraina che i sondaggi indicano come sempre più stanca di un conflitto quadriennale, il golpista numero uno, Petro Porošenko, comincia a dar segni di nervosismo, consapevole che le presidenziali del 2019 potrebbero dare la vittoria a quel candidato che avanzi concrete proposte di uscita dal vicolo cieco in cui la junta ha cacciato il paese; tant’è che tra i circoli presidenziali non si escludono manovre per il rinvio delle elezioni al 2020.

Quanto la popolazione ucraina, sottoposta a quattro anni di martellamento ideologico neonazista e oltre venti anni di indottrinamento “indipendentista”, per quanto stanca della guerra, sia d’altra parte veramente propensa a riconoscere il diritto all’autodeterminazione delle Repubbliche popolari del Donbass, è questione quantomeno controversa. I racconti di quanti, in questi ultimi anni, sono stati costretti a emigrare in Russia (come profughi permanenti o anche solo come lavoratori temporanei) fuggendo dal Donbass attaccato da Kiev e anche delle persone con cui è stato possibile intrattenersi nel corso della Carovana antifascista organizzata dalla Banda Bassotti la settimana scorsa nella LNR e nella DNR, parlano di una propaganda nazionalista che ha fatto breccia in larga parte della popolazione ucraina, portando a scontri aperti all’interno di stessi nuclei familiari, ad amicizie troncate definitivamente, tra chi vive da una parte e dall’atra del fronte, a rotture irrevocabili anche tra parenti stretti.

E’ questo il frutto del martellamento psicologico golpista, accompagnato a un’ideologia dell’odio che è parte integrante del dente di lupo sbandierato nelle strade ucraine e che è stata pubblicamente sintetizzata, appena pochi giorni fa, dal console ucraino ad Amburgo, Vasilij Maruš?inets, che su feisbuc ha esortato a uccidere ebrei, “sionisti”, “moskali” (dispregiativo ucraino per indicare i russi), ungheresi e polacchi, da cui liberare le “terre ucraine”, inserire la svastica sullo stemma nazionale e definire ariani gli ucraini. Sono questi, i caporioni nazisti ucraini sulla strada dell’autodeterminazione delle genti di Gorlovka, Makeevka, Al?evsk, Mikhajlovka, Jasinovataja, Avdeevka, Debaltsevo, Ilovajsk, Doku?aevsk, Volnovakha, Stakhanov, Stanitsa Luganskaja.

.. delle popolazioni di tutti quei luoghi attraversati dalla Carovana antifascista o di cui si è semplicemente intravista l’indicazione stradale.
I compagni italiani, russi, catalani, tedeschi, messicani, irlandesi, portoghesi salutati a Makeevka dai musici di “Aurora mineraria” sul resede del Palazzo della cultura della miniera “Butovskaja” si sono inchinati di fronte alle tombe dei civili uccisi dai proiettili ucraini nella grande area circostante l’aeroporto di Donetsk, nel rione Kujbyševskij e nel villaggio Vesëlyj, assieme ai quartieri Petrovskij e Kievskij della città tra i più esposti ai bombardamenti ucraini. Ecco, in lontananza, ciò che resta della torre di controllo dell’aeroporto; ecco le lapidi infrante del cimitero attiguo al rione Kievskij. Ecco le donne di Makeevka che si radunano attorno ai compagni per denunciare il regime di Kiev che ancora ogni giorno, dicono in lacrime, appena scurisce, rinnova i tiri d’artiglieria.

Ecco l’indicazione per Doku?aevsk, in cui ancora lo scorso 28 aprile due uomini sono rimasti uccisi e una donna ferita dai proiettili ucraini. Ma ecco anche le vetture bianche dell’OSCE – pochissime, per la verità, quelle in movimento; mentre numerose sono quelle immobili nel recinto della ricca sede dell’organizzazione – che sfrecciano non si sa per dove. Ecco Mikhajlovka, sulla tragica strada che unisce Al?evsk a Lugansk e in cui nel maggio di tre anni fa fu assassinato Aleksej Mozgovoj, il comandante comunista della brigata “Prizrak”; ecco il cippo sul luogo dell’attentato ed ecco, poi, non lontano, il piccolo cimitero in cui sono sepolti i troppi miliziani della “Prizrak” morti sotto il piombo ucraino o, come nel caso di Mozgovoj, per mano tuttora ignota, almeno a noi.

Eccola, Stakhanov, di cui troppe volte si sono lette le cronache dei bombardamenti, nel 2015, nel 2016 e, a più riprese, nel 2017; eccolo il sindaco, Sergej Ževlakov, dall’aria finalmente distesa, di cui si era visto il volto contratto, ancora nel dicembre scorso, mentre raccontava in TV dell’ultimo bombardamento ucraino sui quartieri periferici della città, che aveva semidistrutto decine di edifici e lasciato migliaia di persone senza energia elettrica e acqua potabile. Ecco l’indicazione per Volnovakha, entrata nella storia del conflitto per la strage di dodici civili causata da una mina a tempo ucraina, fatta brillare al passaggio di un autobus. Era accaduto poco prima dell’attentato alla sede del Charlie Hebdo a Parigi e il golpista Porošenko, ipocritamente e vigliaccamente, aveva addossato alle milizie la responsabilità del massacro di Volnovakha. A Parigi, dopo la famosa marcia a braccetto dei propri tutori occidentali, aveva beffardamente mostrato un pezzo di lamiera, presentandolo come un “frammento dell’autobus distrutto” e poi, tornato a casa, aveva organizzato una veglia con tanto di cartelli “Je suis Volnovakha”, accostando cinicamente le milizie ai terroristi francesi. Ecco Ilovajsk, Debaltsevo, che rammentano le vittorie delle milizie e le pesanti sconfitte di quello che Kiev si ostina a reclamizzare come “il più forte esercito d’Europa”.
Eccolo il Donbass ed ecco la sua gente che, dopo quattro anni di guerra e di bombardamenti terroristici sulle aree civili che, secondo Kiev, avevano lo scopo di spezzare il morale della popolazione e costringere le milizie alla resa, non si stanca di maledire i nuovi nazisti e di aver fiducia nella vittoria. Lo dicono i volti delle migliaia di persone che il 9 maggio, nell’anniversario della vittoria sul nazismo, sfilano nella marcia del Reggimento immortale, gridando contro il fascismo di ieri e di oggi. Lo dicono le parole di quel volontario russo, intervistato mesi fa da una rete moscovita insieme a miliziani tedeschi, francesi, colombiani, che alla domanda su quali motivazioni lo avessero spinto a lasciare il lavoro di controfigura cinematografica e unirsi ai combattenti del Donbass, aveva risposto: “Motivazioni?! Che razza di domanda! Il fascismo non è forse un motivo sufficiente?”.

Sorgente: Carovana AntiFascista, eccolo il Donbass dopo 4 anni di bombardamenti terroristici sulle aree civili

Venezuela: in otto milioni alle urne sfidando le violenze della destra

Nella giornata dedicata al voto per l’Assemblea costituente, barricate, omicidi, minacce e guarimbas di Mud e gruppi paramilitari per far prevalere l’astensione. Il paese rischia di trasformarsi in una Siria latinoamericana. Forte il rischio di un intervento militare statunitense o colombiano giustificato da ragioni umanitarie.

di David Lifodi

Più di otto milioni di venezuelani, su un elettorato di circa 19, ieri si sono recati al voto per eleggere l’Assemblea costituente. Difficile capire cosa accadrà adesso. La percentuale dei votanti, il 41,5%, non è altissima. Probabilmente, per mettere a tacere l’opposizione, la partecipazione elettorale avrebbe dovuto essere senz’altro maggiore, ma, al tempo stesso, considerando che la Mesa de Unidad Democrática (Mud) ha fatto di tutto, dalle barricate alle minacce, passando per gli omicidi mirati e gli assalti ai seggi, pur di far prevalere l’astensionismo, otto milioni di persone alle urne non sono nemmeno un risultato da disprezzare. Chi si è recato a votare lo ha fatto consapevole che avrebbe potuto mettere a repentaglio la sua vita. Il paese risulta diviso a metà, ma, aldilà delle immagini televisive che mostrano solo ed esclusivamente scontri e violenze e non le lunghe file ai seggi per votare, si teme un’ulteriore salto di qualità da parte di Stati uniti e opposizione “democratica”, che da giorni invocano la cosiddetta “Ora 0”, leggi rovesciamento del governo bolivariano.

Un aspetto su cui in pochi si sono soffermati nella giornata di ieri è stato il rifiuto di riconoscere la validità delle elezioni, a prescindere, da parte di stati quali Colombia, Messico, Argentina, Brasile, Perù. Si tratta di paesi che sono politicamente vicini agli Stati uniti e sostenitori della dottrina Usa della “sicurezza democratica”, quindi non sorprende che abbiano avallato la votazione farsa promossa due settimane fa dalla Mud e ritengano irregolare a priori quella per la Costituente. È stato lo stesso direttore della Cia, Pompeo, ad annunciare recentemente che stava lavorando con Messico e Colombia per aiutare i venezuelani a liberarsi di Maduro. Da tempo, per la sua posizione strategica, lo stato venezuelano del Táchira, al confine con la Colombia, si è trasformato in un campo militare privilegiato per le operazioni della destra neofascista e dei paramilitari colombiani, i quali stanno dando man forte alla Mud per spazzare via la rivoluzione bolivariana. È da questo stato, non a caso, che sono partiti la maggior parte di attacchi e sabotaggi condotti da gruppi paramilitari allo scopo di “trasformare il Venezuela in una nuova Siria e lo stato di Táchira in una nuova Aleppo”, come ha dichiarato il ministro della difesa venezuelano Vladimir Padrino López. Il presidente colombiano Juan Manuel Santos, nonostante abbia ricevuto il Nobel per la Pace (immeritato) per i negoziati (in fase di stallo) con la guerriglia delle Farc, si è trasformato, al tempo stesso, in facilitatore delle campagne della destra venezuelana e si è già proposto per eventuali operazioni di assistenza umanitaria. Sotto questa copertura, la stessa che più volte è servita per giustificare gli interventi degli Stati uniti in altri paesi, Santos ha sposato in pieno la causa dell’operazione Venezuela Freedom-2, sponsorizzata dal Pentagono. Non solo. Il legame tra uno dei leader della Mud, Henrique Capriles (governatore dello stato di Miranda) e Santos è tale che tra gli uomini vicini al presidente e, al tempo stesso, consulente dell’opposizione venezuelana, c’è Germán Medina, già collaboratore dell’ex presidente colombiano Uribe e sostenitore di Capriles nel 2013, quando quest’ultimo fu sconfitto alle presidenziali da Maduro. Tra coloro che appoggiano la Mud anche Jorge Quiroga, vecchio esponente dell’estrema destra boliviana, e Vicente Fox, ex presidente messicano alfiere di primo piano del neoliberismo.

Le immagini di ieri, che hanno mostrato volutamente un paese nel caos e in preda di scontri, testimoniano comunque che in Venezuela è in corso un colpo di stato permanente e continuato. Del resto, è stato uno dei dirigenti più oltranzisti della Mud, Freddy Guevara, ad invocare modalità di guerra non convenzionali promosse dagli Stati uniti e ad augurarsi uno scenario simile a quello libico o siriano. Fa parte di questo piano il tentativo di paralizzare la società civile venezuelana tramite l’utilizzo di una violenza totale e indiscriminata contro i civili. Lo stesso numero di morti di questi ultimi mesi, che ha raggiunto purtroppo la cifra di circa 120 persone, è stato acriticamente imputato al governo bolivariano. In realtà, come ha evidenziato Luis Hernández Navarro su La Jornada, i gruppi di incappucciati che hanno messo a ferro e a fuoco Caracas e definiti frettolosamente come esponenti dei colectivos, appartengono in realtà a organizzazioni paramilitari vicine all’opposizione. Ad alcuni sostenitori del chavismo hanno appiccato il fuoco, come accaduto a maggio al giovane Orlando José Figueras, altre persone sono state aggredite con pietre e bastoni pur non essendo militanti bolivariani e in alcuni casi sono stati gli stessi “ribelli” a morire o a provocarsi gravi ferite utilizzando ordigni atti a devastare o a incendiare edifici pubblici. Sempre Navarro ha definito i membri dell’opposizione come apprendisti tropicali dell’Isis ed ha sottolineato come la maggior parte delle vittime della Mud siano afrodiscendenti, segnale della trasformazione della destra venezuelana in una sorta di versione sudamericana del Ku Klux Klan. Anche in occasione dei disordini e delle violenze di ieri, si è parlato di morti e feriti, ma in pochissimi hanno evidenziato che tra gli omicidi compiuti nella giornata del voto a morire è stato un candidato alla Costituente fatto fuori in casa propria da uomini armati a seguito di un’irruzione. Tutto ciò non per fare una macabra conta di morti da attribuire all’una o all’altra fazione, ma per mostrare il livello di intossicazione della comunicazione a proposito di quanto sta accadendo in Venezuela, paese vittima di una feroce guerra mediatica.

È stato lo stesso dissidente della Mud, Enrique Ocha Antich, ad ammettere che l’opposizione punta a creare un potere parallelo a quello istituzionale, allo scopo di far crescere la già forte polarizzazione sociale che da anni sta attraversando il paese e giustificare un intervento di potenze straniere mascherato da motivazioni umanitarie. La destra venezuelana ha compiuto un salto di qualità: sotto le bandiere della non violenza e della battaglia per la democrazia, veicolate da una stampa embedded, ha promosso in realtà le peggiori azioni, a partire dagli incendi dei magazzini dove erano conservati alimenti di prima necessità per i quartieri popolari all’insegna di quella che Luis Hernández Navarro definisce “pedagogia del fuoco”. Peraltro,  quella bolivariana è una dittatura ben strana, visto che gli oppositori possono permettersi di assaltare basi militari, supermercati, ministeri e molto altro senza che la Guardia nazionale bolivariana non faccia nient’altro se non difendersi. Lo stesso Leopoldo López, il leader del partito di ispirazione fascista Voluntad Popular, lo scorso 8 luglio ha ottenuto gli arresti domiciliari e, quando è uscito di prigione, dove in molti avevano diffuso la voce che fosse stato torturato, è sembrato in realtà in ottima forma, tanto da mostrare  un fisico da vero e proprio culturista.

La crescita esponenziale della violenza politica, unita a tentativi sistematici  e quotidiani di destabilizzazione, non permette al governo bolivariano di poter avere un futuro roseo in un paese oggettivamente diviso. Sia detto provocatoriamente, ma l’unico motivo per augurarsi la fine della rivoluzione bolivariana, sarebbe quello di vedere all’opera, con funzioni di governo, un’opposizione divisa su tutto, accomunata solo dall’odio contro il chavismo, ma senza uno straccio di programma. Nel caso in cui questa eventualità, tutt’altro che scontata, si verifichi, è probabile l’apertura di uno scenario non troppo dissimile a quello honduregno, all’insegna della repressione indiscriminata. In quel caso la stampa internazionale griderà ugualmente tutto il suo sdegno? La risposta, purtroppo, è scontata.

L’immagine è di Vincenzo Apicella