Quattro elementi per comprendere il collasso statunitense

Mision Verdad 24 settembre 2018

I segni negativi sono sempre più critici nel ventre del Paese chiamato Stati Uniti d’America, divenuti crisi permanente costruita dalle élite del potere transnazionale nella sua burocrazia. Ma non succede nulla per i media aziendali negli Stati Uniti, tutto accade per responsabilità di un solo uomo, Donald Trump, che serve anche da simbolo evidente del decadimento statunitensi. Si prova con diversi strumenti nascondere ciò che realmente accade nelle viscere del sistema che governa gli Stati Uniti. Pertanto, il collasso degli Stati Uniti è dovuto a cause trascendentali in termini politici, economico-finanziari e sociali, continuate dai predecessori dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

Una definizione veloce
Il processo che gli Stati Uniti vivono al collasso di sistema, come attualmente concepito, deriva da recenti analisi e ricerche, negli ultimi anni, che dimostrano il significativo deterioramento dell’ordine vigente nel Paese. Per capire cosa intendiamo per collasso è necessario notare alcune caratteristiche interessanti, secondo il professore universitario Carlos Taibo: “È un processo totale o parziale di scomparsa irreversibile delle istituzioni ed ideologie legittimanti di un certo ordine, sconvolgendo molte relazioni sociali, di potere, economiche, culturali, ecc. Produce alterazioni profonde nella soddisfazione dei bisogni primari di una popolazione, che generalmente ne vede la riduzione aumentare in modo significativo. Sperimenta “una generale perdita di complessità in tutte le aree, accompagnata da crescente frammentazione ed arretramento dei flussi centralizzanti””.
Da parte sua, l’ingegnere e scrittore russo-statunitense Dmitrij Orlov descrive le cinque fasi del collasso di una società che integra tutti gli aspetti quotidiani: finanziaria, commerciale, politica, sociale e culturale. Lo stesso autore chiarisce che queste fasi possono non avvenire in modo progressivo e in ordine, ma simultaneamente, con elementi dinamici strutturali della società da descrivere. In questo caso, il crollo degli Stati Uniti arriva con molte, se non tutte, le caratteristiche indicate da chi ha studiato e approfondito l’argomento. Successivamente, offriamo dati e risorse per una visione generale di ciò che accade nell’impero in declino.

Debito crescente e bancarotta
In realtà, lo stesso Orlov ha ripetuto varie volte che il crollo degli Stati Uniti deriva dalla loro struttura finanziaria ed economica, dato che il debito crescente e il fallimento di alcuni Stati dell’Unione mostrano segni di collasso. Secondo i dati forniti dal dipartimento del Tesoro, quest’anno il debito pubblico USA è salito a oltre 21 miliardi di dollari, di cui 5,6 miliardi sarebbero parte del debito interno, mentre quello degli investitori privati raggiunge i 15,3 miliardi. Con la presidenza Barack Obama, per fare un esempio, solo il debito pubblico passò dai 10,6 miliardi di dollari ai 19,9 miliardi. Del debito pubblico va capito cosa uno Stato ha nei confronti di individui o altri Paesi, un modo per ottenere risorse finanziarie attraverso emissioni di titoli o obbligazioni, le risorse finanziarie che aumenta. Diversi economisti hanno avvertito che la prossima crisi potrebbe essere cruciale nel crollo del sistema statunitense, dato che il dollaro mostra segni di crisi, perché molti investitori li vendono per altri meccanismi di risparmio, secondo il barone Jacob Rothschild, prima dei rischi nelle borse occidentali. Specificatamente, l’economista statunitense Peter Schiff aveva detto a Sputnik che probabilmente i prossimo crollo finanziario”sarà assai peggiore della Grande Depressione (1929). L’economia statunitense non è in condizioni ottimali, è peggiore di un decennio fa”, quando esplose la bolla immobiliare che rovinò diverse banche, compresa l’onnipotente Lehman Brothers. Inoltre, la situazione fiscale di molti Stati del Paese ha un deficit che è aumentato negli anni, a causa delle scarse capacità bancarie, di bilancio, di servizio e di fondi fiduciari. Tra questi, Illinois, Kentucky, Connecticut e New Jersey sono le principali entità a rischio di fallimento, e si avvicinano alla linea rossa del collasso economico-finanziario anche California, New Mexico e Louisiana. Questo era già stato previsto da Laurence Kotlikoff, professore di Economia alla Boston University, in un articolo pubblicato da Bloomberg nel 2010, sentenziando con numeri e argomenti che “il nostro Paese è a pezzi e non possiamo ancora permetterci soluzioni fasulle”.

Nuove patologie sociali
Chi soffre le fasi del crollo sono proprio i cittadini nordamericani, privati della protezione del governo e affondati in una grave situazione economica e finanziaria. Così, alcune patologie sociali mai viste prima dalla specie umana sono sorte, e sono state descritte dall’economista Umair Haque in un saggio tradotto e pubblicato qui (http://misionverdad.com/trama-global/por-que-desestimamos-el-colapso-de-estados-unidos). Tra le più scandalose, ci sono le ripetute sparatorie in spazi pubblici come scuole e centri commerciali, che quest’anno ha visto sangue versato almeno quattro volte, ma dal 2007 si sono verificati circa 10 volte. Ma c’è anche oggi negli Stati Uniti l’”epidemia degli oppiacei”, perché molti muoiono per overdose indotta o accidentale. Nel 2017 più di 70mila nordamericani sono morti e non sembra esserci soluzione a breve termine, dato che il paese perde la guerra contro le dipendenze, conseguenza della politica fallimentare contro la droga. Dal 1979, il numero di morti per droga è raddoppiato ogni otto anni, secondo il rapporto della rivista Science recensito dal Los Angeles Times, che rivelava i seguenti dati sulle overdose dello scorso anno: “Analgesici da prescrizione, eroina e fentanyl sintetico hanno ucciso più di 29000 persone. Cocaina, metanfetamina e altre droghe simili hanno un bilancio delle vittime che raggiungeva 72306 persone”. Queste “morti per disperazione”, come le chiama la rivista Science, sono anche legate ad indigenza, accattonaggio e frattura dei legami sociali diagnosticati da Haque, e che sono parametri non usati negli Stati Uniti, ma che ne rendono maggiormente vulnerabile la società. Dmitrij Orlov parla proprio del crollo sociale, perché consiste nella perdita della fede che le istituzioni sociali locali possano curare le persone, per non parlare del governo, data la crisi permanente fiscale. Il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema, Phillip Alston, dichiarò nel 2018 che 40 milioni di statunitensi vivono in povertà, 18,5 milioni in povertà estrema e 5,3 milioni sopravvivono in uno stato che definisce da “Terzo mondo”. Queste cifre sono coerenti col censimento ufficiale, poiché Alston sostiene che i numeri sono inferiori a quelli dettati dalla realtà del Paese. Ma afferma anche che c’è la crescente criminalizzazione della povertà, producendo sempre più una situazione completamente contraria al benessere spacciata dalla propaganda statunitense. Per lo statunitense medio, il sogno americano è un incubo. Che i politici usano per gli interessi di certe élite opulente.

La lotta politica scade
Pur di mantenere un sistema finanziario indebitato e in bancarotta, la classe politica statunitense apporta modifiche corrispondenti in tale stadio neoliberista, in cui gli stati-nazione hanno poco potere sugli interessi aziendali, i cui poteri aumentano con la crisi al massimo grado di ebollizione. L’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti portò alla lotta interna nell’apparato burocratico di Washington e in altri spazi di potere come media, propaganda e altre istituzioni private nel Paese. Poiché Trump rappresenta una parte dell’élite sminuita dalla corsa del globalismo neoliberista e guerrafondaio, i suoi predecessori e altri agenti e operatori che li supportano continuano una guerra a bassa intensità coll’attuale amministrazione in un Paese dal passato politico carico di assassinii e golpe di vario genere (Kennedy 1963, Nixon 1972, Bush 2001) ed obiettivi diversi. Pertanto, le azioni dell’amministrazione Trump sono messe in discussione e alcuni fattori concorrenti cercano di creare un ambiente adatto all’impeachment del presidente degli Stati Uniti, che potrebbe sovvertire gli Stati Uniti con una logica da guerra civile. Le “elezioni di medio termine”, in cui i politici sono votati al Congresso, Senato e governi statali, sono cruciali perché rappresentano ora il picco della lotta per la struttura burocratica che potrebbe o meno sostenere i piani del governo Trump. Secondo la tesi del giornalista e analista politico Thierry Meyssan, l’attuale presidente degli Stati Uniti punta a “reinvestire il capitale transnazionale nell’economia degli Stati Uniti e a far uscire Pentagono e CIA fuori dall’attuale ruolo imperialista in modo che possano tornare alla difesa nazionale”. Perciò, Trump si libera degli accordi commerciali internazionali che predecessori promulgarono e tenta di ricomporre o, nel migliore dei casi, di dissolvere le strutture intergovernative che mantengono l’ordine imperialista degli USA. Clinton, Obama, Bush e altri personaggi che hanno guidato la politica interna ed estera del Paese verso la sovversione totale in cui l’egemonia degli Stati Uniti cercava d’imporsi con la forza e finanziariamente, sono gli elementi visibili della politica profonda che adotta tale approccio imperiale. Hanno usato la burocrazia statunitense per intraprendere piani per l’ineguale globalizzazione e guerre per risorse e piani geopolitici. Tale lotta è un altro allarme del collasso della classe politica, poiché gli interessi che governano gli attori contendenti sono sempre più denunciati mentre l’establishment politico crolla assieme al collasso economico che rappresenta. L’immagine di uno scivolone sul bordo di una buca profonda e oscura potrebbe validamente indicare il punto di svolta in cui si trova la situazione politica nordamericana.

Isolazionismo o globalismo?
Uno dei problemi cruciali quando si parla di politica estera è il confronto di due visioni che si scontrano ora nell’arena pubblica internazionale. Donald Trump, col suo motto America per prima, prende come bandiera il cosiddetto isolazionismo, dato che cil porta a stabilire una politica di reindustrializzazione nazionale e a ridurre le importazioni per dare impulso alle esportazioni, con una recinzione ben definita dei confini degli Stati Uniti. Ed è lo stesso presidente Trump che è riuscito a trarre profitto dal crollo del vecchio consenso tra i due partiti dominanti (repubblicani e democratici) che presumeva gli Stati Uniti il poliziotto per la salvaguardia della “sicurezza globale”. Sotto tale paradigma, la Casa Bianca negozia con la demonizzata Russia di Vladimir Putin alcuni termini come l’annessione sovrana della Crimea alla Federazione Russa, a firmare un accordo (ambiguo, ma privo di umori) con la Corea democratica, iniziare la guerra il commercio con la Cina nel quadro del piano del Pentagono che riconosce il gigante asiatico come suo “principale concorrente”, minimizzare il riordino della NATO minacciandone il bilancio, violare i grandi accordi commerciali internazionali sviluppati dall’amministrazione Obama (come il Trans Pacifico) e accordarsi con alcune potenze del Medio Oriente (Russia, Iran, Turchia) per la fine della guerra transnazionale alla Siria. L’ordine liberal-neoconservatore che aveva negli Stati Uniti il suo massimo egemone, così difeso dai clan Clinton-Bush-Obama, è messo in discussione dall’isolazionismo nazionalista guidato da Trump. Ecco perché a livello internazionale si mostra la prima potenza mondiale dalla caduta del muro di Berlino come un pugile suonato. Nel quadro dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente Trump ha detto che “non è il presidente del mondo”, esprimendo la politica isolazionista contro quella globalista rappresentata dai presidenti prima di lui. La crisi del “consenso” è un riflesso fedele del collasso descritto rapidamente, e che sembra non avere ritegno, partendo dal presupposto che in primo luogo il collasso si sente negli Stati Uniti, per poi espandersi globalmente, dato che l’internazionalizzazione del sistema statunitense basato sul dollaro e la guerra imperitura toccano tutto il pianeta. In questo senso, molti importanti attori geopolitici, come Cina, Russia, Iran, Turchia, India, e persino Venezuela, cominciano a vedere questo collasso e affrontano in diversi modi (specialmente in campo economico-finanziario e politico) l’attuazione delle riforme necessarie al sistema internazionale dopo il crollo.

thanks to: Traduzione di Alessandro Lattanzio

Aurorasito

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GOLPE ANTI-ITALIANO

IL COLPO DI STATO EUROPEISTA SEGNA UNO SPARTIACQUE.

DI AMBROSE EVANS PRITCHARD

telegraph.co.uk

Le élite italiane favorevoli all’euro si sono spinte troppo in avanti. Il Presidente Sergio Mattarella ha creato lo straordinario precedente che nessun movimento politico, o coalizione di partiti, potrà mai prendere il potere se sfida l’ortodossia dell’Unione Monetaria.

Senza rendersi conto, ha inquadrato gli eventi come se fossero una battaglia tra il popolo italiano e un’eterna “casta” fedele ad interessi stranieri, facendo il gioco dei ribelli Grillini e dei nazionalisti antieuro della Lega. Per giustificare il suo veto all’euroscetticismo ha incautamente invocato lo spettro dei mercati finanziari ma, nell’insieme, le sue azioni hanno reso la situazione infinitamente peggiore.

Lo spread sulle obbligazioni italiane a 10 anni è salito di quasi 30 punti base, fino al massimo di 235 (Lunedì), quando gli investitori si sono resi conto delle terribili implicazioni dello spasmo costituzionale: una crisi che durerà tutta l’estate e che potrà concludersi solo con nuove elezioni, che non risolveranno nulla.
Negli ultimi giorni si è fatto molto per ridurre il calo delle azioni bancarie, ma queste stanno ora cedendo in modo ancora più forte. Banca Generali è scesa del 7,2% e Unicredit del 5%.

Che si tratti o meno di un “ colpo di stato morbido”, il terreno resta comunque assai pericoloso. Il Presidente Mattarella ha apertamente dichiarato di non poter accettare come Ministro delle Finanze Paolo Savona, perché le sue passate critiche alla moneta unica “potrebbero provocare l’uscita dell’Italia dall’euro” e portare ad una crisi finanziaria.
In un certo senso questo veto poteva essere previsto. Anche il Governo Berlusconi fu rovesciato nel 2011 da Bruxelles e dalla Banca Centrale Europea. Qualche “informatore” ha rivelato di aver manipolato gli spread sui bond per poter esercitare la massima pressione. L’UE aveva persino provato a reclutare Washington, che però si rifiutò d’intervenire. “Non possiamo sporcare di sangue le nostre mani”, dichiarò il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Tim Geithner. La novità è che la santità dell’euro dovrebbe amaramente essere formalizzata come imperativo costituzionale italiano!

“Abbiamo un problema di democrazia, perché gli italiani sono sovrani e non possono essere governati dallo spread”, ha detto Matteo Salvini, l’uomo forte della Lega, in forte ascesa. “È una questione molto seria il fatto che Mattarella abbia scelto i mercati e le regole dell’Unione Europea invece degli interessi del popolo italiano”.
“Perché non diciamo semplicemente che in questo paese il voto è inutile, visto che sono le agenzie di rating e le lobby finanziarie a decidere i Governi?”, ha dichiarato Luigi di Maio, leader del Movimento Cinque Stelle.

La Costituzione italiana concede al Presidente Mattarella alcuni poteri, per lo più non sperimentati e comunque posti in una zona grigia. Potrebbe anche sostenere che il blitz fiscale Lega-Grillini violi l’art. 80 della Costituzione e che comunque egli ha il dovere di salvaguardare i trattati dell’UE. Tuttavia, non ha alcun mandato diretto conferito dal popolo. Egli fu scelto come compromesso di basso profilo nell’ambito di un accordo preso dietro le quinte. Non ha l’autorità per bloccare in eterno l’Italia nell’euro.

L’onorevole Di Maio sta ora facendo richiesta d’impeachment, ai sensi dell’articolo 90. “Voglio che il Presidente sia processato, voglio che questa crisi istituzionale venga risolta dal Parlamento per evitare che il malcontento popolare sfugga di mano”, ha dichiarato. I ribelli, in effetti, hanno voti sufficienti per poterlo rimuovere.

Ciò che è degno di nota è che le élite pro-euro hanno agito in modo veramente rozzo, spingendo la situazione verso un’impasse pericolosa. Il Ministro delle Finanze proposto, Paolo Savona, non è un testa calda. E’ stato funzionario della Banca d’Italia, Ministro e Presidente di Confindustria, oltre che Direttore di un hedge-fund londinese.

Aveva fatto dichiarazioni concilianti, lasciando cadere la suggestione che l’euro sia una “gabbia tedesca”. Aveva insistito sul fatto che il suo “Piano B” per uscire dalla moneta unica (2015) non era più operativo e che il suo vero obiettivo era tornare ad un euro più equo, radicato nell’art. 3 del Trattato di Lisbona, che prevede crescita economica, creazione di posti di lavoro e solidarietà. Le sue argomentazioni legali erano impeccabili.

Con un po’ di furbizia, i “poteri forti” e i “mandarini” italiani avrebbero potuto collaborare con il Sig. Savona e trovare un modo per attenuare le posizioni della Lega e dei Grillini. La spinta ad escluderlo del tutto – per cercare di soffocare la ribellione euroscettica, come avevano già fatto con Syriza in Grecia – proveniva da Berlino, Bruxelles e dalla struttura di potere dell’UE. Il tempo dirà se hanno preso una cantonata, cadendo in una trappola.

“In un certo senso sono molto felice perché abbiamo finalmente sgombrato il tavolo dalle str…ate”, ha dichiarato Claudio Borghi, portavoce per l’economia della Lega. “Ora sappiamo che si tratta di una scelta fra democrazia e spread. Devi giurare fedeltà al dio dell’euro per poter avere una vita politica, in Italia. E’ peggio di una religione”.

“Quello che stiamo vedendo costituisce il problema fondamentale dell’eurozona: non si può avere un governo che dispiaccia ai mercati o al ‘club dello spread’, la BCE e l’Eurogruppo li utilizzerebbero per annientare la vostra economia. Siete molto fortunati, nel Regno Unito, perché vivete ancora in un paese libero “, ha continuato.

Il Presidente Mattarella ha scelto Carlo Cottarelli – veterano del FMI e simbolo d’austerità – per formare un governo tecnico. Questo tentativo disperato non ha alcuna possibilità di ottenere un voto di fiducia nel Parlamento italiano. Sopravviverà in un limbo costituzionale. “È incredibile che stiano comunque cercando di farlo. Porterà a rivolte e a proteste politiche di massa. Alla stragrande maggioranza degli italiani non gliene frega niente dello spread”, ha concluso Borghi.

Il calcolo di coloro che circondano il Presidente è che gli italiani da loro umiliati, davanti all’abisso finanziario e politico, possano cambiare idea e rinunciare all’insurrezione. La scommessa è che l’attrito politico possa ridisegnare il paesaggio entro Ottobre, considerato il mese più probabile per un nuovo voto. Questo gioco può anche riuscire, ma è in ogni caso una supposizione pericolosa.

La Lega di Matteo Salvini ha già guadagnato otto punti nei sondaggi, dopo le ultime elezioni. Si è impadronita degli eventi delle ultime 24 ore per capitalizzare l’umore nazionalista, come Gabriele d’Annunzio a Fiume nel 1919. “Non saremo mai servi e schiavi dell’Europa”, ha detto Salvini.

Ha già proclamato che il prossimo voto sarà un plebiscito sulla sovranità italiana e un atto di resistenza nazionale contro “Merkel, Macron e i mercati finanziari”.
Ma c’è un altro pericolo. La fuga di capitali ha una sua logica implacabile. È visibile nel crescente tasso di cambio con il franco svizzero. Esiste il rischio che i flussi in uscita accelerino e spingano gli squilibri interni Target2 della BCE verso il punto di rottura.

I crediti Target2 della Bundesbank tedesca sono già a 923 miliardi di euro. È probabile che arriveranno ad 1 trilione di euro in breve tempo, provocando forti richieste da parte di Berlino perché siano congelati. L’Istituto IFO, in Germania, ha già avvertito che devono esserci dei limiti. Ma qualsiasi mossa per limitare i flussi di liquidità significherebbe che la Germania è vicina a staccare la spina dell’Unione Monetaria e questo scatenerebbe un’inarrestabile reazione a catena.

Il Sig. Mattarella affronterà un’estate estenuante. Rischia di andare a sbattere, fra quattro mesi, con la stessa alleanza Lega-Grillini, ma con una maggioranza ancora più ampia e un fragoroso mandato a favore del loro “governo del cambiamento”.

Potrebbe seguire la strada del Presidente legittimista francese Patrice de MacMahon che, sotto la Terza Repubblica, tentò d’imporre il suo “ordine morale” ad un’ostile Camera dei Deputati, negli anni ‘70 dell’Ottocento, invocando i suoi teorici poteri. Il tentativo fallì. Il Parlamento lo affrontò presentandogli un ultimatum: “sottomettersi o dimettersi”.

Prevalse la democrazia.

Ambrose Evans-Pritchard

Sorgente: Il colpo di stato europeo contro l’Italia segna uno spartiacque

https://comedonchisciotte.org/il-colpo-di-stato-europeo-contro-litalia-segna-uno-spartiacque/embed/#?secret=hHFplDBozJ

Fonte: www.telegraph.co.uk

Link: https://www.telegraph.co.uk/business/2018/05/28/europes-soft-coup-detat-italy-watershed-moment/

Come Maduro risponde alla nuova offensiva imperialista

Venezuela Infos 4 maggio 2018

Roger Noriega, ex-assistente del Segretario di Stato per gli affari dell’emisfero occidentale, noto “falco” alleato diretto dei golpista e terroristi della destra latinoamericana, pubblicava sul New York Times un articolo intitolato: “Le opzioni sono esaurite per il Venezuela” dove ribadiva la richiesta di altre politiche repubblicane a favore del colpo di Stato militare per rovesciare il Presidente Nicolas Maduro. Altri funzionari della politica estera degli Stati Uniti rilasciavano dichiarazioni simili a quelle del vicepresidente Mike Pence che annunciava che i prossimi Paesi da liberare saranno “Nicaragua, Venezuela e Cuba”, o Mike Pompeo, ex-capo della CIA e nuovo segretario di Stato degli Stati Uniti, che autorizzava un nuovo gruppo di diplomatici statunitensi nel promuovere il cambio in Venezuela. La giornalista Stella Calloni rilasciava un nuovo documento dal Comando Sud delle Forze Armate statunitensi, firmato dall’ammiraglio Kurt Walter Tidd, che spiega in undici pagine, metodicamente ciò che gli Stati Uniti intendono fare per impedire la vittoria del Presidente Nicolás Maduro alle elezioni del 20 maggio o, in caso di fallimento, usare il potere mediatico per lanciare e giustificare un intervento. Tale piano denunciato dal Presidente Evo Morales fu redatto prima dell’organizzazione delle elezioni presidenziali del 20 maggio, conferisce un ruolo all’opposizione ma ne riconosce anche l’inefficienza data la mancanza di base sociale, e divisioni, prevaricazione e corruzione che vi regnano. L’esercito statunitense parla di “rinascita della democrazia” in America Latina e cita l’esempio di Brasile, Ecuador e Argentina. Ritiene che sia arrivata la volta del Venezuela. Se, come indicano la maggior parte dei sondaggi di aziende private, Nicolás Maduro vince alle urne, verrà schierato ogni strumenti del Pentagono per la guerra psicologica per creare un clima favorevole all’azione militare. A tal fine, afferma il documento, lavorano con Paesi alleati degli Stati Uniti, Brasile, Colombia, Argentina, Panama e Guyana, per preparare una forza congiunta sotto la bandiera dell’OAS, l’Organizzazione degli Stati americani, e sotto la supervisione del suo Segretario Generale Luis Almagro. Il comando meridionale utilizzerà basi in Colombia, strutture di sorveglianza elettronica regionali, ospedali e enclavi nella foresta panamense di Darién, così come le ex-basi di Howard e Albrrok nella zona del canale. La prima fase del piano è già in corso: consiste nell’aggravare i problemi interni del Venezuela, in particolare carenza di cibo e beni di prima necessità, blocco alla valuta estera, esacerbazione della violenze, esaurimento del potere d’acquisto della moneta nazionale e, allo stesso tempo, lanciare l’apparato della propaganda per accusare il governo di Nicolás Maduro delle crisi, e accusar lui e i suoi principali collaboratori di presunta corruzione.
Dopo il fallimento delle “guarimbas” (violenze di estrema destra) organizzate da aprile a luglio 2017 e presentate dai media internazionali come “rivolta popolare”, la destra concentrava gli sforzi sul terreno economico, rafforzando variabili come aumento dei prezzi, tasso di cambio e contrabbando. Di fronte a questa sfaccettata guerra che mira a minare il sostegno popolare al chavismo, il Presidente Nicolas Maduro accelera la risposta moltiplicando la distribuzione di cibo sovvenzionato alla popolazione. Allo stesso tempo, colpisce il cuore del sistema capitalista: i capi della megabanca privata Banesco, impegnata nel massiccio traffico di valuta venezuelana e riciclaggio di denaro, furono arrestati e la banca posta sotto tutela pubblica. All’apice della ricchezza petrolifera, Banesco aprì la via alla fuga di capitali verso paradisi fiscali come Repubblica Dominicana, Colombia, Panama, Porto Rico e Florida (Stati Uniti) dove iniziarono ad apparire filiali della Banesco con un capitale molto più alto, come nel famoso caso Banesco Panamá, rispetto a grandi banche statunitensi come Citibank. Fino a poco tempo prima, l’ascesa di Banesco fu presentata conseguenza delle grandi qualità del suo fondatore, Juan Carlos Escotet. Tuttavia, nel 2015, Banesco Panamá fu multata per 614000 dollari per aver violato le norme sulla prevenzione del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo. Il mito ebbe la sua prima dose di realtà…
Nel frattempo, al confine con la Colombia, l’operazione “mani di carta” smantella il contrabbando di banconote venezuelane e riciclaggio di dollari dalla mafia colombiana per acquistare beni sovvenzionati dal governo bolivariano e rivenderli a 100 volte il prezzo sul mercato colombiano. Le autorità nazionali e regionali hanno scoperto molti hangar con passaggi segreti dove riso, burro, zucchero, olio, fungicidi e una grande quantità di alimenti protetti dallo Stato venezuelano furono raccolti e imballati dai mafiosi con imballaggi colombiani. Per non parlare del massiccio traffico di benzina, una flotta di camion cisterna. Nella capitale furono scoperti depositi di cibo monopolizzato poi ridistribuito alla popolazione dai comitati di approvvigionamento. Per proteggere i salari dei lavoratori, Maduro decretava il 30 aprile l’ulteriore aumento del 95% della retribuzione legale, annunciava l’aumento delle indennità e una copertura del 100% dei pensionati, e moltiplicava le assegnazioni ai più vulnerabili: anziani, studenti, donne incinte, donne che allattano, ecc. La replica delle catene di distribuzione come produzione e vendita, era per l’80% nelle mani private, consisteva nell’aumentare i prezzi il giorno seguente. Maduro annunciava che se sarà rieletto il 20 maggio fermerà la mafia dei supermercati e rilancerà il “governo della piazza”, città per città, rafforzare il controllo della distribuzione da parte dei cittadini e del governo.
Il candidato dell’opposizione presidenziale, Henri Falcon, affermava che con la dollarizzazione del Venezuela, si conquisterebbe la fiducia delle organizzazioni internazionali come Banca mondiale (WB) e Fondo monetario internazionale (FMI). Il Presidente Nicolás Maduro considera al contrario, di rendere il Paese indipendente dal dollaro, creando la divisa Petro: “Che un Paese come il nostro possa avere una propria valuta internazionale sarebbe un successo senza precedenti nel mondo” aggiunse riferendosi al Petro lanciato dal governo bolivariano“.

5 aree di lavoro
Nell’ambito del coordinamento della proposta del Presidente, il Comitato economico stabiliva diverse aree di lavoro: sicurezza e sovranità alimentare, nuova architettura finanziaria per la gestione delle finanze pubbliche, rapporto col capitale straniero, economia di produzione, nuovo modello economico che esponga le motivazioni all’Assemblea costituente e problema dell’energia dai diversi punti deboli. Uno di questi è PDVSA Gas Communal: servizio diretto e distribuzione in bombole parte essenziali del lavoro data l’importanza che hanno nelle case. Inoltre, il problema dei flussi di raffinazione fu enfatizzato per valorizzare lavorazione, sfruttamento ed estrazione del greggio. Alla domanda sul destino delle maggiori riserve petrolifere del mondo, il deputati Paravisini dichiarava che le risorse della Hugo Chávez Orinoco Oil Belt continuano ad essere utilizzate come strumento di geopolitica globale. “Chiunque voglia petrolio deve adattarsi alle condizioni stabilite dallo Stato. Si prevede addirittura di stabilire condizioni più severe con questo rapporto di proprietà: 60% alla Repubblica e 40% all’investitore privato da associare che porta tecnologia oltre al finanziamento“. La democratizzazione della gestione dell’industria deve continuare perché nonostante il controllo del governo su Petróleos de Venezuela (PDVSA) che, prima del colpo di Stato e dello sciopero del 2002-2003 contro il Presidente Hugo Chávez, era controllato da “una casta burocratica” che si faceva chiamare meritocrazia, continua a essere gestita da una struttura strettamente legata ai poteri delle multinazionali. Il decreto presidenziale 3368 pubblicato il 12 aprile nella Gazzetta Ufficiale del Venezuela n. 41376, rappresenta un passo in questa direzione. Lo scopo è riorganizzare le operazioni petrolifere e ridurre al minimo la burocrazia nell’impresa statale e nelle joint venture per ripristinarne la capacità produttiva. “L’attività dell’industria petrolifera si è totalmente distorta. Da una cosiddetta acquisizione di tutte le variabili con la nazionalizzazione del petrolio nel 1975 che in realtà diventò un Ministero del Petrolio molto forte, ma con un’industria in realtà gestita dalle multinazionali attraverso prestanomi, passiamo ad un’altra in cui entrambi i lati vanno controllati dallo Stato“. Ciò ne ha determinato il rafforzamento sul momento, ma in pratica “abbiamo perso il controllo sul problema del petrolio. Oggi, l’abbiamo perso nell’industria e abbiamo perso la forza del ministero“, dichiarava Paravisini, dell’Assemblea costituente. “PDVSA era una creazione dell’imperialismo e della CIA. Rómulo Betancourt, inizialmente, si oppose alla sua creazione e quindi l’accettò a condizione che le compagnie fossero dirette dagli ex-direttori delle transnazionali”, ricordava.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Sorgente: Come Maduro risponde alla nuova offensiva imperialista

Carovana AntiFascista, eccolo il Donbass dopo 4 anni di bombardamenti terroristici sulle aree civili

di Fabrizio Poggi

Mentre Vladimir Putin inaugura la sezione stradale del ponte sullo stretto di Kerc, definito “opera illegale” dai golpisti ucraini e dalla loro claque liberale russa, non accenna a evolvere al meglio la situazione in Donbass, che vede il quotidiano stillicidio e martellamento di bombe di mortaio e d’artiglieria sui villaggi di campagna e sui quartieri periferici delle maggiori città delle Repubbliche popolari.
Bombe di mortaio da 120 mm e colpi sparati da mezzi blindati e lanciagranate automatici hanno colpito ieri nella LNR le propaggini di Kalinovo (nordovest di Stakhanov) e Prisib, una trentina di km a nordovest di Lugansk. Negli ultimi giorni, le forze ucraine avevano tentato di passare all’offensiva nell’area di Gorlovka, nella DNR, colpendo con rinnovata intensità i rioni di Sirokaja Balka e Nikitovskij (in quest’ultimo, una scuola è stata bersagliata anche ieri da colpi di mortaio da 120 mm), ma i contrattacchi delle milizie popolari hanno costretto le truppe di Kiev ad abbandonare le alture chiave a nordovest di Gorlovka, in particolare il villaggio di Cigari, precedentemente occupato nella terra di nessuno.

Il bilancio, provvisorio, è stato di due miliziani morti, nove soldati ucraini morti e cinque feriti. L’agenzia dan-news.info scriveva ieri che l’offensiva su Gorlovka era coincisa con l’arrivo in Ucraina del rappresentante speciale USA Kurt Volker, che, però, Mosca non considera più un interlocutore credibile, tanto da mettere in forse il proseguimento dei colloqui tra lui e il rappresentante (non più per molto) del Cremlino Vladislav Surkov, sullo sfondo dell’ormai lungo stallo del “formato normanno” Berlino-Mosca-Parigi-Kiev.

Novorosinform scrive che i danni più gravi del martellamento ucraino si registrano in queste ore nell’area del villaggio della miniera Glubokaja, con gli abitanti costretti a riparare nei rifugi o sfollare nei rioni più sicuri di Gorlovka, pur se anche quartieri periferici come Zajtsevo e Žovanka rimangono alla portata delle artiglierie ucraine e la stessa Gorlovka è praticamente assediata. D’altro canto, sembra che la manovra attorno a ?igari, potrebbe essere nient’altro che un diversivo per mascherare una prossima offensiva su Gorlovka, Donetsk o Doku?aevsk – tutte allineate sulla stessa traiettoria nordest-sudovest – o, più a sud, in direzione di Novoazovsk.

E’ in questo quadro, che nei giorni scorsi la leadership della DNR ha sollecitato i cosiddetti osservatori OSCE a “prestare maggior attenzione” alle violazioni ucraine del cessate il fuoco lungo la linea di demarcazione; i rappresentanti della DNR al Centro congiunto di controllo e coordinamento hanno informato l’OSCE su 33 violazioni ucraine nella sola giornata del 13 maggio, con il ferimento di due civili a Gorlovka. Le forze di Kiev avevano riversato infatti una pioggia di bombe di mortaio e proiettili d’artiglieria nell’area del villaggio di Šakhta Gagarina, per alleggerire la situazione su ?igari, da cui tentavano di evacuare i reparti sbaragliati dalle milizie.

Nonostante le voci su una presunta stabilizzazione della situazione e una relativa calma, le forze ucraine continuano dunque a violare quotidianamente il cessate il fuoco e ignorare le altre misure militari e politiche previste dagli accordi di Minsk del febbraio 2015. Così che, nota Denis Gaevskij su Svobodnaja Pressa, di fronte a una popolazione ucraina che i sondaggi indicano come sempre più stanca di un conflitto quadriennale, il golpista numero uno, Petro Porošenko, comincia a dar segni di nervosismo, consapevole che le presidenziali del 2019 potrebbero dare la vittoria a quel candidato che avanzi concrete proposte di uscita dal vicolo cieco in cui la junta ha cacciato il paese; tant’è che tra i circoli presidenziali non si escludono manovre per il rinvio delle elezioni al 2020.

Quanto la popolazione ucraina, sottoposta a quattro anni di martellamento ideologico neonazista e oltre venti anni di indottrinamento “indipendentista”, per quanto stanca della guerra, sia d’altra parte veramente propensa a riconoscere il diritto all’autodeterminazione delle Repubbliche popolari del Donbass, è questione quantomeno controversa. I racconti di quanti, in questi ultimi anni, sono stati costretti a emigrare in Russia (come profughi permanenti o anche solo come lavoratori temporanei) fuggendo dal Donbass attaccato da Kiev e anche delle persone con cui è stato possibile intrattenersi nel corso della Carovana antifascista organizzata dalla Banda Bassotti la settimana scorsa nella LNR e nella DNR, parlano di una propaganda nazionalista che ha fatto breccia in larga parte della popolazione ucraina, portando a scontri aperti all’interno di stessi nuclei familiari, ad amicizie troncate definitivamente, tra chi vive da una parte e dall’atra del fronte, a rotture irrevocabili anche tra parenti stretti.

E’ questo il frutto del martellamento psicologico golpista, accompagnato a un’ideologia dell’odio che è parte integrante del dente di lupo sbandierato nelle strade ucraine e che è stata pubblicamente sintetizzata, appena pochi giorni fa, dal console ucraino ad Amburgo, Vasilij Maruš?inets, che su feisbuc ha esortato a uccidere ebrei, “sionisti”, “moskali” (dispregiativo ucraino per indicare i russi), ungheresi e polacchi, da cui liberare le “terre ucraine”, inserire la svastica sullo stemma nazionale e definire ariani gli ucraini. Sono questi, i caporioni nazisti ucraini sulla strada dell’autodeterminazione delle genti di Gorlovka, Makeevka, Al?evsk, Mikhajlovka, Jasinovataja, Avdeevka, Debaltsevo, Ilovajsk, Doku?aevsk, Volnovakha, Stakhanov, Stanitsa Luganskaja.

.. delle popolazioni di tutti quei luoghi attraversati dalla Carovana antifascista o di cui si è semplicemente intravista l’indicazione stradale.
I compagni italiani, russi, catalani, tedeschi, messicani, irlandesi, portoghesi salutati a Makeevka dai musici di “Aurora mineraria” sul resede del Palazzo della cultura della miniera “Butovskaja” si sono inchinati di fronte alle tombe dei civili uccisi dai proiettili ucraini nella grande area circostante l’aeroporto di Donetsk, nel rione Kujbyševskij e nel villaggio Vesëlyj, assieme ai quartieri Petrovskij e Kievskij della città tra i più esposti ai bombardamenti ucraini. Ecco, in lontananza, ciò che resta della torre di controllo dell’aeroporto; ecco le lapidi infrante del cimitero attiguo al rione Kievskij. Ecco le donne di Makeevka che si radunano attorno ai compagni per denunciare il regime di Kiev che ancora ogni giorno, dicono in lacrime, appena scurisce, rinnova i tiri d’artiglieria.

Ecco l’indicazione per Doku?aevsk, in cui ancora lo scorso 28 aprile due uomini sono rimasti uccisi e una donna ferita dai proiettili ucraini. Ma ecco anche le vetture bianche dell’OSCE – pochissime, per la verità, quelle in movimento; mentre numerose sono quelle immobili nel recinto della ricca sede dell’organizzazione – che sfrecciano non si sa per dove. Ecco Mikhajlovka, sulla tragica strada che unisce Al?evsk a Lugansk e in cui nel maggio di tre anni fa fu assassinato Aleksej Mozgovoj, il comandante comunista della brigata “Prizrak”; ecco il cippo sul luogo dell’attentato ed ecco, poi, non lontano, il piccolo cimitero in cui sono sepolti i troppi miliziani della “Prizrak” morti sotto il piombo ucraino o, come nel caso di Mozgovoj, per mano tuttora ignota, almeno a noi.

Eccola, Stakhanov, di cui troppe volte si sono lette le cronache dei bombardamenti, nel 2015, nel 2016 e, a più riprese, nel 2017; eccolo il sindaco, Sergej Ževlakov, dall’aria finalmente distesa, di cui si era visto il volto contratto, ancora nel dicembre scorso, mentre raccontava in TV dell’ultimo bombardamento ucraino sui quartieri periferici della città, che aveva semidistrutto decine di edifici e lasciato migliaia di persone senza energia elettrica e acqua potabile. Ecco l’indicazione per Volnovakha, entrata nella storia del conflitto per la strage di dodici civili causata da una mina a tempo ucraina, fatta brillare al passaggio di un autobus. Era accaduto poco prima dell’attentato alla sede del Charlie Hebdo a Parigi e il golpista Porošenko, ipocritamente e vigliaccamente, aveva addossato alle milizie la responsabilità del massacro di Volnovakha. A Parigi, dopo la famosa marcia a braccetto dei propri tutori occidentali, aveva beffardamente mostrato un pezzo di lamiera, presentandolo come un “frammento dell’autobus distrutto” e poi, tornato a casa, aveva organizzato una veglia con tanto di cartelli “Je suis Volnovakha”, accostando cinicamente le milizie ai terroristi francesi. Ecco Ilovajsk, Debaltsevo, che rammentano le vittorie delle milizie e le pesanti sconfitte di quello che Kiev si ostina a reclamizzare come “il più forte esercito d’Europa”.
Eccolo il Donbass ed ecco la sua gente che, dopo quattro anni di guerra e di bombardamenti terroristici sulle aree civili che, secondo Kiev, avevano lo scopo di spezzare il morale della popolazione e costringere le milizie alla resa, non si stanca di maledire i nuovi nazisti e di aver fiducia nella vittoria. Lo dicono i volti delle migliaia di persone che il 9 maggio, nell’anniversario della vittoria sul nazismo, sfilano nella marcia del Reggimento immortale, gridando contro il fascismo di ieri e di oggi. Lo dicono le parole di quel volontario russo, intervistato mesi fa da una rete moscovita insieme a miliziani tedeschi, francesi, colombiani, che alla domanda su quali motivazioni lo avessero spinto a lasciare il lavoro di controfigura cinematografica e unirsi ai combattenti del Donbass, aveva risposto: “Motivazioni?! Che razza di domanda! Il fascismo non è forse un motivo sufficiente?”.

Sorgente: Carovana AntiFascista, eccolo il Donbass dopo 4 anni di bombardamenti terroristici sulle aree civili

Venezuela: in otto milioni alle urne sfidando le violenze della destra

Nella giornata dedicata al voto per l’Assemblea costituente, barricate, omicidi, minacce e guarimbas di Mud e gruppi paramilitari per far prevalere l’astensione. Il paese rischia di trasformarsi in una Siria latinoamericana. Forte il rischio di un intervento militare statunitense o colombiano giustificato da ragioni umanitarie.

di David Lifodi

Più di otto milioni di venezuelani, su un elettorato di circa 19, ieri si sono recati al voto per eleggere l’Assemblea costituente. Difficile capire cosa accadrà adesso. La percentuale dei votanti, il 41,5%, non è altissima. Probabilmente, per mettere a tacere l’opposizione, la partecipazione elettorale avrebbe dovuto essere senz’altro maggiore, ma, al tempo stesso, considerando che la Mesa de Unidad Democrática (Mud) ha fatto di tutto, dalle barricate alle minacce, passando per gli omicidi mirati e gli assalti ai seggi, pur di far prevalere l’astensionismo, otto milioni di persone alle urne non sono nemmeno un risultato da disprezzare. Chi si è recato a votare lo ha fatto consapevole che avrebbe potuto mettere a repentaglio la sua vita. Il paese risulta diviso a metà, ma, aldilà delle immagini televisive che mostrano solo ed esclusivamente scontri e violenze e non le lunghe file ai seggi per votare, si teme un’ulteriore salto di qualità da parte di Stati uniti e opposizione “democratica”, che da giorni invocano la cosiddetta “Ora 0”, leggi rovesciamento del governo bolivariano.

Un aspetto su cui in pochi si sono soffermati nella giornata di ieri è stato il rifiuto di riconoscere la validità delle elezioni, a prescindere, da parte di stati quali Colombia, Messico, Argentina, Brasile, Perù. Si tratta di paesi che sono politicamente vicini agli Stati uniti e sostenitori della dottrina Usa della “sicurezza democratica”, quindi non sorprende che abbiano avallato la votazione farsa promossa due settimane fa dalla Mud e ritengano irregolare a priori quella per la Costituente. È stato lo stesso direttore della Cia, Pompeo, ad annunciare recentemente che stava lavorando con Messico e Colombia per aiutare i venezuelani a liberarsi di Maduro. Da tempo, per la sua posizione strategica, lo stato venezuelano del Táchira, al confine con la Colombia, si è trasformato in un campo militare privilegiato per le operazioni della destra neofascista e dei paramilitari colombiani, i quali stanno dando man forte alla Mud per spazzare via la rivoluzione bolivariana. È da questo stato, non a caso, che sono partiti la maggior parte di attacchi e sabotaggi condotti da gruppi paramilitari allo scopo di “trasformare il Venezuela in una nuova Siria e lo stato di Táchira in una nuova Aleppo”, come ha dichiarato il ministro della difesa venezuelano Vladimir Padrino López. Il presidente colombiano Juan Manuel Santos, nonostante abbia ricevuto il Nobel per la Pace (immeritato) per i negoziati (in fase di stallo) con la guerriglia delle Farc, si è trasformato, al tempo stesso, in facilitatore delle campagne della destra venezuelana e si è già proposto per eventuali operazioni di assistenza umanitaria. Sotto questa copertura, la stessa che più volte è servita per giustificare gli interventi degli Stati uniti in altri paesi, Santos ha sposato in pieno la causa dell’operazione Venezuela Freedom-2, sponsorizzata dal Pentagono. Non solo. Il legame tra uno dei leader della Mud, Henrique Capriles (governatore dello stato di Miranda) e Santos è tale che tra gli uomini vicini al presidente e, al tempo stesso, consulente dell’opposizione venezuelana, c’è Germán Medina, già collaboratore dell’ex presidente colombiano Uribe e sostenitore di Capriles nel 2013, quando quest’ultimo fu sconfitto alle presidenziali da Maduro. Tra coloro che appoggiano la Mud anche Jorge Quiroga, vecchio esponente dell’estrema destra boliviana, e Vicente Fox, ex presidente messicano alfiere di primo piano del neoliberismo.

Le immagini di ieri, che hanno mostrato volutamente un paese nel caos e in preda di scontri, testimoniano comunque che in Venezuela è in corso un colpo di stato permanente e continuato. Del resto, è stato uno dei dirigenti più oltranzisti della Mud, Freddy Guevara, ad invocare modalità di guerra non convenzionali promosse dagli Stati uniti e ad augurarsi uno scenario simile a quello libico o siriano. Fa parte di questo piano il tentativo di paralizzare la società civile venezuelana tramite l’utilizzo di una violenza totale e indiscriminata contro i civili. Lo stesso numero di morti di questi ultimi mesi, che ha raggiunto purtroppo la cifra di circa 120 persone, è stato acriticamente imputato al governo bolivariano. In realtà, come ha evidenziato Luis Hernández Navarro su La Jornada, i gruppi di incappucciati che hanno messo a ferro e a fuoco Caracas e definiti frettolosamente come esponenti dei colectivos, appartengono in realtà a organizzazioni paramilitari vicine all’opposizione. Ad alcuni sostenitori del chavismo hanno appiccato il fuoco, come accaduto a maggio al giovane Orlando José Figueras, altre persone sono state aggredite con pietre e bastoni pur non essendo militanti bolivariani e in alcuni casi sono stati gli stessi “ribelli” a morire o a provocarsi gravi ferite utilizzando ordigni atti a devastare o a incendiare edifici pubblici. Sempre Navarro ha definito i membri dell’opposizione come apprendisti tropicali dell’Isis ed ha sottolineato come la maggior parte delle vittime della Mud siano afrodiscendenti, segnale della trasformazione della destra venezuelana in una sorta di versione sudamericana del Ku Klux Klan. Anche in occasione dei disordini e delle violenze di ieri, si è parlato di morti e feriti, ma in pochissimi hanno evidenziato che tra gli omicidi compiuti nella giornata del voto a morire è stato un candidato alla Costituente fatto fuori in casa propria da uomini armati a seguito di un’irruzione. Tutto ciò non per fare una macabra conta di morti da attribuire all’una o all’altra fazione, ma per mostrare il livello di intossicazione della comunicazione a proposito di quanto sta accadendo in Venezuela, paese vittima di una feroce guerra mediatica.

È stato lo stesso dissidente della Mud, Enrique Ocha Antich, ad ammettere che l’opposizione punta a creare un potere parallelo a quello istituzionale, allo scopo di far crescere la già forte polarizzazione sociale che da anni sta attraversando il paese e giustificare un intervento di potenze straniere mascherato da motivazioni umanitarie. La destra venezuelana ha compiuto un salto di qualità: sotto le bandiere della non violenza e della battaglia per la democrazia, veicolate da una stampa embedded, ha promosso in realtà le peggiori azioni, a partire dagli incendi dei magazzini dove erano conservati alimenti di prima necessità per i quartieri popolari all’insegna di quella che Luis Hernández Navarro definisce “pedagogia del fuoco”. Peraltro,  quella bolivariana è una dittatura ben strana, visto che gli oppositori possono permettersi di assaltare basi militari, supermercati, ministeri e molto altro senza che la Guardia nazionale bolivariana non faccia nient’altro se non difendersi. Lo stesso Leopoldo López, il leader del partito di ispirazione fascista Voluntad Popular, lo scorso 8 luglio ha ottenuto gli arresti domiciliari e, quando è uscito di prigione, dove in molti avevano diffuso la voce che fosse stato torturato, è sembrato in realtà in ottima forma, tanto da mostrare  un fisico da vero e proprio culturista.

La crescita esponenziale della violenza politica, unita a tentativi sistematici  e quotidiani di destabilizzazione, non permette al governo bolivariano di poter avere un futuro roseo in un paese oggettivamente diviso. Sia detto provocatoriamente, ma l’unico motivo per augurarsi la fine della rivoluzione bolivariana, sarebbe quello di vedere all’opera, con funzioni di governo, un’opposizione divisa su tutto, accomunata solo dall’odio contro il chavismo, ma senza uno straccio di programma. Nel caso in cui questa eventualità, tutt’altro che scontata, si verifichi, è probabile l’apertura di uno scenario non troppo dissimile a quello honduregno, all’insegna della repressione indiscriminata. In quel caso la stampa internazionale griderà ugualmente tutto il suo sdegno? La risposta, purtroppo, è scontata.

L’immagine è di Vincenzo Apicella

Manlio Di Stefano (M5S) a Laura Boldrini sulla Turchia: “Ma perch Erdogan solo ora un dittatore?”

Manlio Di Stefano (M5S) a Laura Boldrini sulla Turchia:

Dov’erano i moralisti di oggi quando, alle Nazioni Unite, l’Ambasciatore russo Churkin mostrava al mondo le prove di come Ankara addestrasse combattenti terroristi in Siria e del traffico continuo di armi e munizioni nei territori siriani sotto controllo dell’ISIS?”

di Manlio Di Stefano*

“L’accordo per i migranti è stato un errore”, chiosa da ultimo Laura Boldrini. “Scene rivoltanti di giustizia arbitraria e vendetta”, “l’introduzione della pena di morte sarebbe la fine dei negoziati con l’Unione Europea” avevano in precedenza dichiarato tutti coloro, dalla Merkel alla Mogherini, che trattano e osannano il TTIP con quegli Stati Uniti della pena di morte e di Guantanamo.

La repressione di Erdogan, dopo il colpo di stato tentato una settimana fa, è brutale, violenta e tremenda. L’aggiornamento delle “liste di proscrizioni” ha toccato il numero di 60 mila persone. Ma non è certo la sospensione (non confermata) della Carta Europea dei Diritti dell’Uomo, mai rispettata da Ankara e da tanti altri Paesi membri, il punto di indignazione sulla Turchia come ci vogliono far credere.

L’immensa purga che Erdogan sta applicando a migliaia di persone tra le forze dell’ordine, magistrati e giornalisti, supera chiaramente il limite di ciò che si richiede ad un paese dell’Unione Europea.

Mi chiedo allora: due settimane fa la Turchia era sulla giusta strada? Erdogan, l’uomo che Angela Merkel per conto di tutta l’Europa aveva scelto come alleato di riferimento per la gestione dei flussi dei migranti, ha preso solo adesso una via dittatoriale?

I sei/nove miliardi di euro che i Paesi dell’UE hanno deciso di investire in Turchia sono solo ora una scelta sbagliata?

La liberalizzazione dei visti rappresenta soltanto adesso un errore?

Negli ultimi anni la Turchia di Erdogan ha varato una serie di riforme liberticide che hanno conferito pieni poteri ai servizi segreti, tolto alla magistratura gran parte dell’indipendenza, ridotto enormemente il diritto alla libera espressione, umiliato quotidianamente la libertà di stampa e i diritti civili, represso, infine, tutti gli oppositori interni.

Dov’erano i moralisti di oggi quando l'Unione Europea imponeva ai suoi membri l’accordo con una Turchia che faceva tutto questo?

Dov’erano i moralisti di oggi quando, alle Nazioni Unite, l’Ambasciatore russo Churkin mostrava al mondo le prove di come Ankara addestrasse combattenti terroristi in Siria e del traffico continuo di armi e munizioni nei territori siriani sotto controllo dell’ISIS?

Dov’erano quando venivano mostrate al mondo le prove del contrabbando delle opere d’arte e del petrolio provenienti dai territori controllati dall’ISIS?

E, dov’erano, infine, i moralisti di oggi quando alle Nazioni Unite venivano denunciate specifiche aziende turche per aver conferito all’ISIS tutte le componenti necessarie alla costruzione di ordigni esplosivi?

Ve lo dico io, erano a lodare e pontificare Erdogan come l’uomo giusto al momento giusto.

Stati Uniti, Unione Europea e NATO sapevano tutto nel dettaglio, da sempre: la Turchia è, infatti, il secondo esercito della NATO e nel Paese sono distribuite decine di basi militari atlantiche.

Allora, però, non si preoccupavano degli “alti standard” nemmeno di fronte alla repressione brutale nelle regioni curde o al transito delle decine di migliaia di “foreign fighters” che attraversavano il confine per andare a sterminare le popolazioni di Siria e di Iraq.

La NATO degli “alti standard” si impegnava, anzi, a proteggere Erdogan con il suo velo militare.
Vi sembrerà strano ma ciò accadeva pochissimi giorni fa.

Continua a leggere qui:

*Capogruppo della Commissione Affari Esteri del Movimento 5 Stelle

Notizia del: 22/07/2016

Sorgente: Manlio Di Stefano (M5S) a Laura Boldrini sulla Turchia: “Ma perch Erdogan solo ora un dittatore?” – World Affairs – L’Antidiplomatico

L’Argentina scarica l’opposizione venezuelana. Dopo la sconfitta all’OSA gli Usa preparano la “Freedom-2”

Il 31 maggio, dopo l’intervento del Segretario Generale dell’OSA (1), Luis Almagro, l’opposizione venezuelana dichiarava che il governo del presidente Maduro doveva essere sostituito da “un governo di transizione”. Passate 48 ore, durante le quali Luis Almagro è stato criticato nel mondo intero, il quadro politico è totalmente cambiato.

L’Argentina ha bocciato la relazione di Almagro, il presidente del Consiglio Permanente dell’OSA ha cestinato il documento dell’opposizione con un categorico “no necesariamente sirve”, mentre le eccellenze della Casa Bianca, in preda ad una crisi isterica puntavano al tutto per tutto con la “Freedom 2”.

Giovedì sera, 2 di giugno, Henry Ramos Allup, il presidente del Parlamento venezuelano e capo indiscusso della coalizione di opposizione MUD (2), alla presenza dei corrispondenti esteri apostrofava con rabbia e volgarità il governo argentino di Maurizio Macri per aver scaricato l’opposizione venezuelana, dopo che il presidente del Consiglio Permanente dell’OSA, l’ambasciatore argentino Juan José Arcuri, aveva sconfessato l’intervento del Segretario Generale dell’OSA, Luis Almagro, che con una relazione riproponeva il 31 maggio il dossier del “Foro Penal Venezolano” – un gruppo di pressione creato e controllato da Freedom House (3).

Per l’opposizione venezuelana e, soprattutto per la Casa Bianca, la “reviravuelta” dell’ambasciatore argentino Juan José Arcuri è stata un brutto colpo, che in meno di 48 ore ha annullato il successo dell’operazione di sovversione istituzionale denominata “Freedom”, organizzata con molta pazienza dalla CIA e messa in campo dall’ambasciatore degli USA nell’OSA, Michael Fitzpatric.

Purtroppo, nonostante lo smacco, l’ambasciatore Michael Fitzpatric mandava una “velina” al “Washington Post” e al “Los Angeles Times”, in cui era riaffermata la necessità di continuare l’operazione “Freedom” attraverso il piano B “Freedom-2”, proprio come era stata pianificata dall’ex-comandante del South Atlantic Command John Kelly, e poi attualizzata dall’ammiraglio Kurt Tidd. Infatti, prevedendo il successo del Segretario Generale dell’OSA, Luis Almagro, nella seduta del 31 maggio – a metà marzo l’ammiraglio Kurt Tidd aveva ordinato la mobilitazione preventiva della “Task Force Bravo”, nella base di Palmerola, a Comayaguas, in Honduras e quella dei reparti speciali della “Joint Interagency Task Force South Jafts” localizzati nelle basi di Rainha Beatriz (isola di Aruba), Hato Rey (isola di Curaçao) e in tutte le 6 basi FOL (Operazione Avanzate) che gli USA hanno in Colombia (Arauca, Florencia, Larandia, Leticia, Puerto Leguizamo e Tre Esquinas).

Nello stesso tempo, l’ammiraglio Kurt Tidd richiedeva anche l’eventuale trasferimento del Primo Battaglione 228 del reggimento aereo verso la base di Hato Rey, nell’isola di Curaçao che, tuttora, è un dominio olandese e quindi soggetto all’autorità militare della NATO. In questa base, che è poco distante dall’aeroporto internazionale della capitale, Willemstad, dovrebbero aver sostato i 18 aerei incursori RC-135 Combat, i 30 elicotteri UH-60 Blackhawak e i tradizionali CH-47 per il trasporto di truppe e della logistica militare.

Da ricordare che la base di Hato Rey , nell’isola di Curaçao, dista solo un centinaio di chilometri da Maracaibo, che oltre ad essere la seconda città del Venezuela, capitale dello stato di Zulia è, anche, il cuore dell’industria petrolifera del paese (4). Per questo, sfruttando il ruolo dell’Olanda nella NATO, l’uso della base di Hato Rey e “la collaborazione” dei militari olandesi è d’importanza strategica per garantire il funzionamento della “CME”. Vale a dire le “contromisure d’intercettazione elettronica”, con cui è possibile decifrare tutte le comunicazioni venezuelane militari e quelle considerate “confidenziali”, oltre a poter provocare il “caos nelle reti di comunicazione radio, telefoniche e internet” del Venezuela e, quindi riuscire a isolare i comandi delle Forze Armate di Caracas.

Queste informazioni, pubblicate oggi su quasi tutti i siti e giornali che si occupano di Venezuela, smentiscono apertamente la “grande stampa” statunitense e soprattutto quella spagnola, confermando quello che il presidente Nicolas Maduro e lo Stato Maggiore delle Forze Armate Bolivariane avevano detto a partire del 15 marzo denunciando “…la preparazione di un piano eversivo che si doveva concludere con l’intervento di unità degli Stati Uniti…”. E’ opportuno ricordare che autorevoli giornali come il The New York Times, il Wall Street Jornal ed El Pais come pure le televisioni CNN, FOX, BBC e quelle dei gruppi mediatici News Corporation di Rupert Murdoch e AOL Time Warner nei suoi editoriali dicevano che “…Il presidente Maduro aveva inventato la storia dell’intervento straniero per giustificare la realizzazione di un auto-golpe in Venezuela!”.

Oggi, invece, tutti sanno che l’operazione “Freedom” era e continua ad essere un progetto che giustifica l’intervento militare delle unità del South Atlantic Command per “…riordinare la società venezuelana dopo l’implosione della dittatura chavista!”.

Un’operazione che fa ricordare il blocco contro Cuba e le invasioni di Granada e poi di Haiti e che, oggi – nonostante sia stato smascherata dai giornali statunitensi -, a causa dell’instabilità nel Brasile e in funzione dello scontro elettorale tra Donald Trump e Hillary Clinton, ambedue nemici di sangue del governo chavista, continua inalterata con il suo piano B, “Freedom-2”, insistendo nella “strategia di accerchiamento e asfissia del governo bolivariano”.

Freedom – 2: la fiction e la realtà

Il lavoro di talpa dell’ambasciatore statunitense nell’OSA, Michael Fitzpatrick e quello del Segretario Generale dell’OSA, l’uruguaiano Luis Almagro, – considerato dalla diplomazia cinese un “tipo sospetto”, quando era ambasciatore dell’Uruguay a Pechino – oggi sembra una fiction fantapolitica, costruita nello stesso tempo in cui le antenne della CIA orchestravano in Brasile “l’impeachment” golpista contro la presidente Dilma Rousseff.

Infatti, il colpo di stato istituzionale in Brasile è servito per rompere l’asse geo-strategico che legava il paese di Lula al Venezuela bolivariano. Da ricordare che, il 2 dicembre del 2002, quando gli oligarchi venezuelani, dopo essersi appropriati della PDVSA e aver sabotato la centrale elettronica della rete di oleodotti, con la conseguente paralisi della distribuzione urbana dei prodotti raffinati (gas, benzina e nafta), proclamavano il “Grande Paro Petrolifero” chiedendo a Chavez di rinunciare. Fu, appunto il Brasile che salvò Chavez e il governo bolivariano con l’invio, durante una settimana, di una ventina di super-petroliere cariche di benzina, gas e nafta.

Di conseguenza, il rischio di un’esplosione popolare in Brasile, dove è in preparazione uno sciopero generale contro il golpe di Temer e contro l’ingerenza degli Stati Uniti e la possibile rivolta popolare in Venezuela contro i settori ricchi della società e il possibile intervento armato degli Stati Uniti, hanno determinato l’opportuna “reviravuelta” del governo di destra di Maurizio Macri.

A questo proposito bisogna ricordare che subito dopo la sua elezione, Maurizio Macri aveva raffreddato tutti i rapporti con il governo bolivariano, al punto di oscurare il segnale satellitare di Telesur, minacciando anche l’esclusione del Venezuela dal Mercosur. Da parte sua, la ministra degli esteri, Susanna Malcorra, pochi giorni prima di assumere l’incarico s’incontrava a Caracas con Diosdado Cabello per proporre un eventuale accordo con l’opposizione. Tanto che Diosdado Cabello, pubblicamente qualificò la ministra argentina come “…la personificazione fisica della CIA”.

Subito dopo rappresentanti del MUD, tra cui lo stesso Henry Ramos Allup, intrecciavano relazioni così forti con la presidenza e il ministro degli esteri dell’Argentina che molti politologi, tra i quali Leopoldo Puchi e Maryclén Stelling ammettevano che “…il ritorno degli USA in America Latina passa per il rafforzamento del governo di Maurizio Macri e della sua sfera di influenze nel continente, vista la situazione confusa del Brasile…”

Quindi per quali motivi l’ambasciatore argentino Juan José Arcuri, presidente del Consiglio Permanente dell’OSA, rigettava la fiction dell’ambasciatore statunitense nell’OSA, Michael Fitzpatrick? Perché il presidente argentino, Maurizio Macri ha trasgredito l’ordine imperiale di Barack Obama? Perché il ministro degli esteri argentino, Susanna Malcorra, ha scaricato l’opposizione venezuelana, tanto osannata fino al 31 maggio?

Quello che è certo è che le ultime grandi manifestazioni realizzate dalla CTA e dalla CGT a Buenos Aires, Cordoba e Rosario, hanno dimostrato che il governo Macri continua in bilico tra governabilità e instabilità, considerando che il rischio di una ribellione popolare guidata dai peronisti è sempre presente. Per questo la ministra degli esteri, Susanna Malcorra, non ha voluto correre rischi ed ha ordinato all’ambasciatore argentino Juan José Arcuri, presidente del Consiglio Permanente dell’OSA, di rigettare la “fiction” dell’ambasciatore statunitense nell’OSA, Michael Fitzpatrick.

D’altra parte erano le stesse “eccellenze” della CIA che, dopo il “Flop” del 2 giugno nell’OSA, dicevano in anteprima il rischio di una possibile ribellione popolare in Venezuela contro il settore privato che stava affamando il popolo. Nello stesso tempo le “eccellenze” della Casa Bianca criticavano le eterne divisioni dell’opposizione e si lamentavano per la quasi incomunicabilità tra i tre maggiori partiti oppositori (5).

Da segnalare che le rivelazioni sui legami dei differenti capi dell’opposizione con le attività dei gruppi mafiosi, dediti all’usura, al contrabbando e soprattutto alla speculazione sui prezzi dei generi di prima necessità e dei medicinali hanno sempre più allontanato dall’opposizione quei i settori popolari che nel passato mese di gennaio votarono per i candidati del MUD. Un sentimento che si è rafforzato quando le autorità e lo stesso presidente Maduro hanno denunciato la scoperta di magazzini strapieni di generi alimentari e di medicinali, che poi erano rivenduti a prezzi di usura in qualsiasi negozio privato meno che nei supermercati. Per esempio, secondo la giornalista Concepcion Barrero in una officina dell’Avenida Urdaneta, dove si riparano moto o automobili di lusso, i “Bachaqueros” avevano organizzato un posto di vendita per rivendere decine di prodotti “introvabili”, come per esempio dal latte in polvere, allo zucchero, dai pannolini infantili, agli antibiotici etc.

E’ evidente che i “Bachaqueros” sono un fenomeno di mafia locale che sfrutta la situazione di crisi per arricchirsi con la speculazione. Però è anche vero che questi “Bachaqueros” sono i tentacoli di un capitalismo arrogante – asservito alle multinazionali – che per anni ha truffato il governo bolivariano e che adesso si arricchisce con il “desabastecimiento”. Una classe di impresari, che pur sapendo di essere incapace di governare un paese come il Venezuela è altrettanto incapace di mobilitare in termini politici il popolo venezuelano contro il governo bolivariano. Una classe che, a tutti i costi, vuole annullare l’immagine e l’ideologia del chavismo spingendo il paese sempre più nel caos.

Un contesto complesso e compromettente che non è sfuggito al ministro degli esteri argentino, Susanna Malcorra, che ha subito appoggiato la proposta del presidente di UNASUR, Ernesto Samper secondo cui l’opposizione dovrebbe: “…riaprire il dialogo con il governo di Nicolas Maduro per risolvere i gravi problemi economici determinati negli ultimi mesi!”.

Il fenomeno del “desabastecimiento” e la complicità con l’opposizione

Un errore del chavismo è stato quello di credere che gli oligarchi dell’industria privata, della distribuzione commerciale, del sistema bancario e i rappresentanti delle multinazionali avrebbero rispettato la democrazia e la Costituzione bolivariana, poiché cittadini venezuelani. Cioè un grande patriota come Chavez non poteva immaginare che gli oligarchi, pur di arricchirsi, arrivassero al punto di tradire la patria venezuelana. Per questo il governo, in molti casi, ha finanziato i servizi eseguiti dalle imprese private così come gli introiti del petrolio erano usati per realizzare le riforme sociali e le infrastrutture per modernizzare il paese. L’industria privata non è stata mai pregiudicata dal chavismo e tantomeno il governo ha esercitato un controllo repressivo sul settore commerciale privato.

Comunque la ripetizione dei casi di corruzione obbligò il governo Chavez a essere più vigile e per questo nel 2011 cominciò a sospettare che alcuni settori dell’industria privata stessero truffando il governo. Però, l’euforia del prezzo del barile del petrolio salito fino a 120 dollari, minimizzò questi dubbi, poiché prevalse la certezza che si trattava di situazioni particolari e non di un progetto politico gestito dagli oligarchi della Federcamera (6).

In realtà, la truffa diventò progetto politico, subito dopo la quarta vittoria consecutiva di Chavez nelle elezioni presidenziali del 2012, quando il comandante, a causa del tumore, dovette ritirarsi gradualmente dalla scena politica, per poi morire nel 2013. Un periodo nel quale l’opposizione riprese forza con Henrique Capriles Randoski, governatore dello stato di Miranda fin dal 2008, Leopoldo Lopez, leader del partito “Voluntad Popular” e Henry Ramos Allup, a capo della vecchia ” Acciòn Democratica”.

Fu appunto nel 2012 che gli oligarchi dell’industria decisero di ridurre gradualmente la produzione, che però nel settore di paste alimentari – egemonizzato dalla multinazionale Cargill e dalle industrie venezuelane Empresas Alimentares Polar, Pastas Sindoni e Mary – soffrirà una immediata riduzione del 60%. Per questo, il governo dovette autorizzare un aumento di 6 miliardi di dollari nelle importazioni di generi di prima necessità che, nel 2012, passarono da 33 a 39 miliardi di dollari. Da non dimenticare che le imprese private legate alle importazioni erano tutte di proprietà della multinazionale Cargil, e dei gruppi venezuelani Empresas Alimentares Polar, Pastas Sindoni e Mary.

Quindi, e non per casualità, è nel 2012 che cominciano i primi problemi di “desabastecimiento”, dei prodotti alimentari, di quelli igienici e dei medicinali. Prodotti che le grandi imprese di distribuzione – come per esempio la Polar che oltre a produrre controlla il 31% della distribuzione dei generi alimentari – cominciano a nasconderli in magazzini lontani dalle città o addirittura lungo la frontiera colombiana associandosi ai narcos.

La scomparsa dei medicinali e dei prodotti per gli ospedali diventò drammatica nel 2013, quando le multinazionali Pfizer, Merck, Bayer, Abbot e Novartis pur avendo ricevuto dal governo il pagamento di 434 milioni di dollari, consegnarono alle farmacie e agli ospedali soltanto il 50,8% delle importazioni fatturate, il che equivale a una truffa di 213 milioni di dollari, realizzata dalle suddette imprese. Nel 2014, il governo Maduro, preoccupato con la mancanza di medicinali nelle farmacie e negli ospedali, decise di risolvere in maniera definitiva il “desabastecimiento” pagando alle imprese Pfizer, Merck, Bayer, Abbot e Novartis un totale di 500 milioni di dollari. Purtroppo il risultato fu lo stesso: il 60% dei medicinali acquistati non arrivavano nelle farmacie e negli ospedali!

Purtroppo nell’Encuesta de Condiciones de Vida del 2015, realizzata dall’Università Cattolica Andrés Bello, nella relazione della Red Defendamos la Epidemologia Nacional, nei dossier prodotti dal Foro Penal Venezolano, dal Observatorio Venezolano de Conflitividad Social e dalla Relatoria Especial para la Liberdad de Expresion del la CIDH (7) non si dice che queste imprese in soli due anni hanno truffato il governo per un valore di quasi 500 milioni di dollari, provocando negli ospedali decine e decine di decessi a causa della mancanza di medicine, soprattutto quelle che limitano la moltiplicazione delle cellule tumorali maligne nei bambini e negli anziani.

La mafia dei “Bachaqueros”

Pochi giorni dopo la scoperta nello stato di Aragua, nel mese di aprile, di immensi magazzini ripieni di medicinali e di prodotti di ogni tipo per gli ospedali – dai bisturi alle sedie a rotelle – il sindaco di uno dei municipi metropolitani di Caracas (8), Jorge Rodríguez, denunciava l’esistenza di una rete mafiosa, denominata dal popolo “Bachaqueros”.

Una rete costituita da impensabili punti vendita dove si esercita alla luce del giorno la vendita di tutti quei generi di prima necessità che per i media sono introvabili. La denuncia di Jorge Rodríguez, in realtà, ha aperto un nuovo capitolo sulla false tesi diffuse dai media, secondo cui la scarsità dei prodotti sarebbe stata causata dalla burocrazia e dall’incapacità delle cooperative di gestire le reti di distribuzione. In realtà, i gruppi mafiosi dei Bachaqueros, dopo aver ricevuto dalle industrie i prodotti, li nascondono all’interno del paese, per poi organizzare la vendita selettiva degli stessi con prezzi aumentati fino al 1000%. In questo modo i gruppi mafiosi hanno usato il progetto politico del “desabastecimiento” per moltiplicare i propri guadagni.

Infatti, Jorge Rodríguez spiega che tutti i generi alimentari e quelli di prima necessità nascosti e poi ridistribuiti dai Bachaqueros sono in vendita nelle ferramenta, nelle tintorie, nelle cartolerie, nelle officine, nei bar, nei ristoranti, cioè in tutti i tipi di negozi commerciali che non siano supermercati. Lì si trova di tutto, anche i medicinali, ma logicamente a prezzi di usura o in dollari. Per questo, il sindaco del municipio Libertador ricorda che “…Oggi, dopo due anni e mezzo di desabastecimiento, i gruppi mafiosi che in passato erano associati ai narcos colombiani per smerciare le bustine di cocaina nelle strade di Caracas, nelle spiagge di Maracaibo e nelle città di Valencia, Cumana, Maturin, Barquisimeto, Maracay e Petare, adesso controllano tutta la distribuzione clandestina dei generi di prima necessità. Però il “The New York Times” e lo spagnolo “El Pais” continuano a dire che c’è il desabastecimiento perché il governo ha nazionalizzato le fabbriche. Purtroppo l’errore che abbiamo fatto è stato proprio quello di non averle nazionalizzate come dicono!”.

Fino a quando durerà la pazienza dei chavisti?

Subito dopo il fallito tentativo di imporre al Venezuela l’articolo 20 della Carta Democratica dell’OSA, alcuni analisti della CIA confessavano ai giornalisti del “Washington Post” e del “Los Angeles Post” che, adesso, quello che più temevano era una ribellione generalizzata da parte delle vittime del “desabastecimiento”, non contro il governo Maduro, ma soprattutto contro chi aveva appoggiato, provocato e ridotto alla fame il popolo con il sabotaggio dell’economia, cioè gli impresari e la parte ricca della società venezuelana.

Nello stesso tempo il direttore della CIA, John O Brennan, aveva inviato alla Casa Bianca una relazione in cui si avvisava che: a) le relazioni all’interno dei gruppi dell’opposizione e dello stesso MUD nell’Assemblea Nazionale erano sempre più confuse e settarie, in seguito allo sganciamento del governo Macri e a causa delle rivelazioni sul piano “Freedom”; b) l’opposizione non è mai riuscita a bloccare con le sue manifestazioni la capitale, Caracas, soprattutto dopo il fallito tentativo di sollevazione popolare annunciato, in aprile, dal governatore di Miranda, Henrique Capriles Randoski; c) l’arresto dei 187 “guarimbas” e la confessione di essere stati pagati dal cassiere di “Voluntad Popular”, il partito di Leopoldo Lopez, anche lui in prigione, ha ridotto al minimo la possibilità di provocare la Polizia e, soprattutto le Forze Armate Bolivariane con fenomeni di guerriglia urbana: d) la dichiarazione del generale Cliver Alcalà, capo della REDIG (Rete Strategica di Difesa Integrale Guayana) secondo cui l’attuale ricerca dal parte del governo Maduro di un dialogo e di una pacificazione, in realtà era utilizzata dall’opposizione e dagli USA per promuovere sempre più il caos nel paese, era un avviso estremamente pericoloso per la futura sopravvivenza dell’opposizione; e) la relazione si concludeva con un’emblematica constatazione in base alla quale, John O Brennan sottolineava: “…Sappiamo che le Forze Armate Bolivariane non interverranno mai contro eventuali rivolte popolari dirette per riappropriarsi dei generi alimentari nascosti nei negozi dei Bachaqueros, per cui fino a quando gli abitanti dei Barrios e dei “Ranchos” più poveri di Caracas accetteranno in silenzio gli effetti del “desabastecimiento”?

Questa è una domanda a cui nessun analista del “Center for Intelligence George Bush” a Langley o nella Casa Bianca vuole o può rispondere, anche perché sanno che un “estalido popular”( 9) a Caracas può determinare altri “estalidos” con gravi ripercussioni soprattutto in Brasile, in Argentina, in Colombia e in Paraguay!

*Achille Lollo è giornalista di “Contropiano”, corrispondente in Italia di di “Brasil de Fato”, articolista del giornale “Correio da Cidadania” e editor del programma TV “Contrappunto Internazionale”. Collabora con la rivista “Nuestra America”.

Note:

(1) OSA, in italiano significa Organizzazione degli Stati Americani che è formata da 34 paesi, tra cui gli Stati Uniti. La sede della Segreteria Generale e del Consiglio Permanente è in Washington.

(2) MUD (Mesa de la Unidad Democratica – Tavolo dell’Unità democratica) fu creato nel 2008, ristrutturato nel 2009 con la partecipazione di 18 partiti dell’opposizione, a cui si sommano altri 15 gruppi oppositori anti-chavisti, che però non hanno accettato allinearsi con i partiti della destra di Henrique Capriles Radonski, Leopoldo Lopez e Henry Ramos Allup. Nel 30 luglio 2014 ci fu un’altra divisione con l’abbandono di Ramon Guillermo Aveledo dalla Segreteria Esecutiva del movimento.

(3) Freedom House è un’organizzazione (ufficialmente) non governativa, creata nel 1941 per affermare “la leadership americana negli affari internazionali che è essenziale per la causa dei diritti umani e della libertà“. Per questo 90% dei suoi finanziamenti provengono dal Dipartimento di Stato e il 10% dalle fondazioni statunitensi: Bradley , Smith Richardson Foundation, Nicholas B. Ottaway Foundation, John D. and Catherine T. MacArthur Foundation, John S. & James L., Knight Foundation e la John Hurford Foundation.

(4) La grande produzione di gas e petrolio (3,5 milioni di barili al giorno) a Maracaibo spinse la PDVSA a costruire la mega-raffineria di El Tablazo, dove oltre all’etanolo, al propano e al butano del gas naturale si producono fertilizzanti, alcool isopropilico ed una intera filiera di materie plastiche, tra cui il polietilene e il poli-vinile cloruro (PVC). C’è pure un’immensa miniera di carbone a cielo aperto. Più di 40% della struttura industriale del Venezuela è concentrata nella provincia di Maracaibo.

(5) L’opposizione è divisa in tre grandi partiti “Primero Justicia” del governatore dello stato di Miranda, Henrique Capriles Radonski, “Voluntad Popular” di Leopoldo Lopez e “Acciòn Democratica” e “Un Nuevo Tiempo” di , Henry Ramos Allup.

(6) Federcamera è l’equivalente venezuelana della Confindustria italiana.

(7) Queste ONGs sono state create in Venezuela con finanziamenti del Dipartimento di Stato e della Freedom House.

(8) Il “Municipio Bolivar Libertador” è uno de cinque municipi del Distretto Metropolitano di Caracas, di cui José Rodríguez è il sindaco .

(9) “Estalido” nel dialetto popolare di Caracas rappresenta l’inizio della rivolta popolare contri i ricchi della città. Infatti Caracas è circondata da due costoni interamente occupati da Barrios popolari e dai Ranchos, cioè le baraccopoli dei più poveri.

6 giugno 2016

Contropiano

“L’Argentina scarica l’opposizione venezuelana. Dopo la sconfitta all’OSA gli Usa preparano la Freedom-2pubblicato il 06-06-2016 in Contropiano, su [http://contropiano.org/news/internazionale-news/2016/06/06/argentina-opposizione-venezuelana-080083] ultimo accesso 07-06-2016.

 

Sorgente: L’Argentina scarica l’opposizione venezuelana. Dopo la sconfitta all’OSA gli Usa preparano la “Freedom-2” «

Kill List: Smashing the ‘B’ in BRICS

The stakes could not be higher. Not only the future of the BRICS, but the future of a new multipolar world is in the balance. And it all hinges on what happens in Brazil in the next few months.

Let’s start with the Kafkaesque internal turmoil. The coup against President Dilma Rousseff remains an unrivalled media theatre/political tragicomedy gift that keeps on giving. It also doubles as a case of information war converted into a strategic tool of political control.

A succession of appalling audio leaks has revealed that key sectors of the Brazilian military as well as selected Supreme Court justices have legitimized the coup against a President that has always protected the two-year-old Car Wash corruption investigation. Even Western mainstream media was forced to admit that Dilma did not steal anything but is being impeached by a bunch of thieves. Their agenda; to stifle the Car Wash investigation, which may eventually throw many of them in jail.

The leaks also unveiled a nasty internecine carnage between Brazilian comprador elites — peripheral and mainstream. Essentially the peripherals were used as lowly paperboys in Congress for the dirty work. But now they may be about to become road kill – along the illegitimate, unpopular, interim Michel Temer “government”, led by a bunch of corrupt-to-the-core PMDB politicians, the party that is heir to the sole opposition outfit tolerated during the 1960s-1980s military dictatorship.

Meet the vassal chancellor

An insidious character in the current golpeachment scam is the interim Minister of Foreign Relations, senator Jose Serra of the PSDB party, the social democrats turned neoliberal enforcers. In the 2002 presidential election – which he lost to Lula — Serra had already tried to get rid of peripheral Brazilian oligarchies.

Yet now he’s incarnating another role — perfectly positioned not only to retrograde Brazilian foreign policy to some point around the 1964 military coup, but mostly as the Beltway’s point man inside the coup racket.

Exceptionalistan’s key ally in Brazil is the oligarchy in Sao Paulo, the wealthiest state and home to the financial capital of Latin America. This is Brazil’s A-list. It’s from their ranks that an eventual “national savior” may eventually spring up.

Once the peripherals are history, then no holds would be barred to criminalize – and imprison – an array of leftist leaders, Lula included, as well as manufacture a fake election legitimized by a noxious Supreme Court justice, Gilmar Mendes, a PSDB stooge.

It all hinges on what happens in the next two months. The prosecutor general finally asked the Supreme Court to throw three top peripherals in jail; they are all accused of plotting to derail the Car Wash investigation — an extremely complex juridical-political-police network of myriad concentric/parallel circles.

Meanwhile, the final judgment of Dilma’s impeachment at the Senate is bound to happen on August 16 – 11 days after the start of the Olympic Games. The coup plotters suffered a heavy blow as they were trying hard to accelerate the proceedings. As it stands, the outcome is uncertain; after the leaks, four to five senators are already wavering, as the leaks also implicate Temer personally. The “leader” of a zero-credibility, corruption-crammed scam, he’s among the targets of several corruption investigations and has just been banned from running to political office for the next 8 years.

The Brazilian mainstream media monopoly (five families) – popularly referred to as PIG, the Brazilian acronym for Pro-Coup Media Party – has changed its anti-left tune and is now also going after selected members of the Temer racket.

According to the constitution, if both the Presidency and Vice-Presidency are vacated in the last two years of a given term, it’s up to Congress to elect the new President.

This implies two possible scenarios. If Dilma is not impeached, it’s increasingly likely she will call for new presidential elections before the end of the year.

If she is impeached, the PIG will tolerate the stooge-crammed Temer interim racket until January 2017 at the most. The next step would be what Serra and about-to-be-jailed Senate leader Renan Calheiros are campaigning for; the end of direct presidential elections and the onset of Brazilian-style parliamentarianism.

The man best positioned to be the national savior in this case is former president Fernando Henrique Cardoso – also former “Prince of Sociology” and a major star (during the 1960s and early 1970s) of the dependency theory, then metamorphosed into an avid neoliberal. Cardoso is a very close pal of both Bill Clinton and Tony Blair. The Beltway/Wall Street axis loves him. Cardoso would be “elected” mostly by the pack of Congress hyenas who got the Dilma impeachment rolling on April 17.

The hard node of golpeachment goes way beyond peripheral Brazilian elites. It is comprised of a political party (the PSDB); the Globo media empire; the Federal Police (very cozy with the FBI); the Public Ministry; most of the Supreme Court; and sectors of the military. Only the Beltway/Wall Street axis has the means and the necessary pull to regiment all these players – by hard cash, blackmail or promises of glory.

And that ties in with key unanswered questions regarding the recent audio leaks. Who taped the conversations. Who leaked them. Why now. Who profits from a nation in total political/economic/juridical chaos, with virtually all institutions totally discredited.

Neoliberalism or chaos

Those were the days when Washington could mastermind, with impunity, an old-fashioned military coup in its backyard – as in Brazil 1964. Or as in Chile during the original 9/11 – in 1973, as seen through crack Chilean film maker Patricio Guzman’s moving documentary about Salvador Allende.

History, predictably, now repeats itself as farce as the 2016 coup has turned Brazil – the 7th largest economy in the world and a key Global South player – into a Honduras or Paraguay (where recent US-supported coups were successful).

I have shown how the coup in Brazil is an extremely sophisticated Hybrid War operation going way beyond unconventional warfare (UW); four generation warfare (4GW); color revolutions; and R2P (“responsibility to protect”), all the way to the summit of smart power; a political-financial-judicial-mainstream media soft coup unveiled in slow motion. This is the beauty of a coup when promoted by democratic institutions.

Neoliberalism may have failed, as even the IMF research wing has concluded. But its rotten corpse still encumbers the whole planet. Neoliberalism is not only an economic model; it surreptitiously takes over the juridical realm as well. In another perverse facet of shock doctrine, neoliberalism cannot prevail without a juridical framework.

When constitutional attributions are redirected to Congress that keeps the Executive under control while generating a culture of political corruption. Politics is subordinated to economics. Companies engage in campaign financing and buy politicians to be able to influence the political powers that be.

That’s how Washington works. And that’s also the key to understand the role of former leader of the Brazilian lower house Eduardo Cunha; he ran a campaign financing racket out of Congress itself, controlling dozens of politicians while profiting from proverbially fat state contracts.

The Three Stooges in what I called the Provisional Banana Scoundrel Republic are Cunha, Calheiros and Temer. Temer is a mere puppet while Cunha remains a sort of shadow Prime Minister, running the show. But not for long. He’s already been suspended as the speaker in Congress; he bagged millions of US dollars in kickbacks for those fat contracts and stashed the loot in secret Swiss accounts; now it’s a matter of time before the Supreme Court has the balls – it’s not a given — to throw him in the slammer.

NATO vs. BRICS, all across the spectrum

And that brings us once again to The Big Picture, as we proceed in parallel with an analysis by Rafael Bautista, the head of a decolonization study group in La Paz, Bolivia. He’s one of the best and brightest in South America who’s very much alert to the fact that whatever happens in Brazil in the next few months will drive the future not only of South America but the whole Global South.

Exceptionalistan’s project for Brazil is no less than the imposition of a remixed Monroe doctrine. The main target of a planned neoliberal restoration is to cut off South America from the BRICS – as in, essentially, the Russia-China strategic partnership.

It’s a short window of opportunity after all those years under the Bush-Obama continuum where Washington was obsessed with MENA (Middle East/Northern Africa), a.k.a. the Greater Middle East. Now South America is back in a starring role in the geopolitical (soft) war theatre. Getting rid of Dilma, Lula, the Workers’ Party, by all means available, is only the start.

It all comes back to the same, defining 21st century war; NATO against the BRICS; the Shanghai Cooperation Organization (SCO); and ultimately the Russia-China strategic partnership. Smashing the “B” in BRICS carries with it the bonus of smashing Mercosur (the South American common market); Unasur (the political Union of South American Nations); ALBA (the Bolivarian Alliance); and South American integration as a whole, compounded with integration with key emerging Global South players such as Iran.

The ongoing destabilization of “Syraq” fits the Empire of Chaos; when there’s no regional integration, the only other possibility is balkanization. And yet Russia graphically demonstrated to Beltway planners they cannot win a war in Syria while Iran demonstrated after the nuclear deal that it won’t become a Washington vassal. So the Empire of Chaos might as well secure its own backyard.

A new geopolitical framework had to be part of the package. That’s where the concept of “North America” fits in, backed by the Council on Foreign Relations and devised mostly by former Iraq surge superstar David Petraeus and former World Bank honcho Bob Zoellick, now with Goldman Sachs. Call it a mini who’s who of Exceptionalistan.

You won’t see it enounced in public, but the Petraeus/Zoellick concept of “North America” presupposes regime changing and gobbling up Venezuela. The Caribbean is seen as a Mare Nostrum, an American lake. “North America” is in fact a strategic offensive.

It implies controlling the massive oil and water wealth of the Orinoco and the Amazonas, something that would forever guarantee Exceptionalistan’s preeminence south of the border.

The Caribbean is already a done deal; after all Washington controls CAFTA. South America is a tougher nut to crack, roughly polarized by what’s left of ALBA and the US-driven Pacific Alliance. With Brazil falling to a neoliberal restoration, it’s over as a promoter of regional integration. Mercosur would eventually be absorbed into the Pacific Alliance – especially with a man like Serra as Brazil’s top diplomat. So, politically, South America must be annulled at all costs.

What’s left for South America would be its aggregation — as marginal players, part of the US-driven Pacific Alliance — to those NATO on trade deals, the TPP and TTIP. The “pivot to Asia” – of which TPP is the trade arm — is the Obama doctrine’s push for containment of China, not only in Asia but also across Asia-Pacific. Thus it’s natural that China (Brazil’s number one trade partner) should also be contained in the hegemon’s backyard, South America.

From the Atlantic to the Pacific, and beyond

It’s never enough to stress the geo-economic importance of South America. The only way South America can be fully integrated to the multipolar world is by opening up to the Pacific, boosting its strategic connection with Asia, especially China. That’s where the Chinese push to invest in a massive high-speed rail project uniting the Brazilian Atlantic coast with Peru in the Pacific fits in. That’s South American interconnectivity in a nutshell. If Brazil is politically annulled, none of this will ever happen.

So every coup is now literally allowed in South America; indirect attacks to the Brazilian currency, the real; bribing local comprador elites with the backing of the global financial system; a concerted attempt at the implosion, simultaneously, of the top three economies: Brazil, Argentina and Venezuela. SOUTHCOM went so far as to produce a report on “Venezuela Freedom” earlier this year, signed by commander Kurt Tidd, which proposes a “strategy of tension”, complete with “encirclement” and “suffocation” techniques and allowing to mix street action with a “calculated” use of armed violence. Echoes of Chile 1973 do apply.

South America is now arguably the prime geopolitical space where Exceptionalistan is laying the bases to restore its unrivalled hegemony — as part of a multi-dimensional, geo-finance war against the BRICS bent on perpetuating the unipolar world.

All previous moves have lead to this geostrategy of imploding the BRICS and reducing South America to an appendix of North America.

Wikileaks revealed how the NSA spied on Petrobras. In 2008 Brazil came up with its own National Defense Strategy, focused on two key areas; the South Atlantic and the Amazon. This did not sit well with SOUTHCOM. Unasur should have developed it to a continental level, but they didn’t.

Lula decided to award to Petrobras the prime exploitation of the pre-salt deposits – the largest oil discovery of the 21st century. Dilma’s administration gave a firm push to the BRICS’s New Development Bank (based on the Brazilian BNDES) and also decided to accept Iranian payments bypassing the US dollar. Anyone involved in South-South trade bypassing the US dollar enters a kill list.

Hillary Clinton is the presidential candidate of Wall Street, the Pentagon, the industrial-military complex and the neocons. She is the Goddess of War – and in a Bush-Obama-Clinton continuum she will go to war against any player in the Global South that dares to defy Exceptionalistan.

So the die is cast. We will know for sure by the time there’s a new US President — and arguably a new, unelected Brazilian President — in early 2017. The geostrategic game though remains the same; Brazil must fall so BRICS-led integration must fall, and Exceptionalistan may concentrate all its firepower in an all-out confrontation against Russia-China.

The views expressed in this article are solely those of the author and do not necessarily reflect the official position of Sputnik.

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Wall Street dietro il Colpo di Stato in Brasile

Prof. Michel Chossudovsky, Global Research, 1 giugno 2016

Il controllo sulla politica monetaria e la riforma macroeconomica è l’obiettivo del colpo di Stato. Gli obiettivi principali di Wall Street sono la Banca Centrale, che domina la politica monetaria nonché le operazioni di cambio, il Ministero delle Finanze e la Banca del Brasile (Banco do Brasil). A nome di Wall Street e del “consenso di Washington”, il “governo” ad interim post-golpe di Michel Temer ha nominato un ex-amministratore delegato di Wall Street (con cittadinanza statunitense) a capo del Ministero delle Finanze. Henrique de Campos Meirelles, ex-presidente della FleetBoston Financial Global Banking (1999-2002) ed ex-capo della Banca centrale sotto la presidenza di Lula è stato nominato ministro delle Finanze il 12 maggio. Il nuovo presidente della Banca Centrale del Brasile, Ilan Goldfajn (Goldfein) è stato capo economista della Itaú, la maggiore banca privata del Brasile. Goldfajn ha stretti legami con FMI e Banca Mondiale, ed è amico intimo finanziario di Meirelles.

Cenni storici
Il sistema monetario brasiliano del real è fortemente dollarizzato. Le operazioni di debito interno portano ad un aumento del debito estero. Wall Street è intenta mantenere sul Brasile una camicia di forza monetaria. Dal governo di Fernando Henrique Cardoso, Wall Street ha esercitato il controllo sugli elementi economici chiave, come Ministero delle Finanze, Banca del Brasile e Banca centrale. Sotto i governi di Fernando Henrique Cardoso e Luis Ignacio da Silva (Lula), la nomina del governatore della Banca Centrale venne approvata dal Wall Street.

Cardoso, Lula, Temer nominati per conto di Wall Street
Arminio Fraga: presidente della Banca Centrale (4 Marzo 1999 – 1 gennaio 2003) manager degli hedge fund e socio di George Soros nel Quantum Fund di New York, dalla doppia cittadinanza Brasile-Stati Uniti.
Henrique de Campos Meirelles, Presidente della Banca centrale, (1 gennaio 2003-1 gennaio 2011). Doppia cittadinanza Brasile-Stati Uniti. Presidente e CEO della Boston Bank (1996-1999) e Presidente della FleetBoston Financial Global Banking (1999-2002). Nel 2004, FleetBoston si fuse con Bank America. Prima della fusione FleetBoston era la settima banca negli Stati Uniti. Bank America è attualmente la seconda banca degli Stati Uniti. Dopo essere stato licenziato da Dilma nel 2010, Meirelles ritorna venendo nominato ministro delle Finanze dal “presidente ad interim” Michel Temer.
Ilan Goldfajn, capo economista della Itaú, la maggiore banca privata del Brasile. Goldfajn è stato nominato dal “governo” ad interim di Michel Temer a capo della Banca centrale (16 maggio 2016). Doppia cittadinanza Israele-Brasile. Goldfajn aveva precedentemente lavorato presso la Banca centrale di Arminio Fraga ed Henrique Mereilles. Ha stretti legami personali col Prof. Stanley Fischer, attualmente vicepresidente della Federal Reserve. Inutile dire che la nomina di Golfajn alla Banca centrale è stata approvata da FMI, Tesoro degli Stati Uniti, Wall Street e Federal Reserve. Va notato che Stanley Fischer aveva già ricoperto la carica di di vicedirettore generale del Fondo monetario internazionale e di Governatore della Banca centrale d’Israele. Sia Fischer che Goldfajn sono cittadini israeliani, con legami con la lobby pro-Israele.

Incaricato da Dilma Rousseff alla Banca centrale, non approvato da Wall Street
Alexandre Tombini Antônio, Governatore della Banca Centrale (2011-2016), funzionario di carriera presso il Ministero delle Finanze. Cittadinanza: Brasile.

Sfondo storico
All’inizio del 1999, sulla scia immediata dell’attacco speculativo contro la valuta nazionale brasiliana (Real), il presidente della Banca centrale, Professor Francisco Lopez (nominato il 13 gennaio 1999, Mercoledì Nero) fu licenziato e sostituito da Arminio Fraga, cittadino degli Stati Uniti e dipendente del Quantum Fund di George Soros a New York.

“La volpe nominata a guardia del pollaio”.
Più concretamente, gli speculatori di Wall Street venivano incaricati della politica monetaria del Brasile. Sotto Lula, Henrique de Campos Meirelles è stato nominato Presidente della Banca Centrale del Brasile. Fu in precedenza presidente e CEO di una delle più grandi istituzioni finanziarie di Wall Street. FleetBoston era il secondo maggiore creditore del Brasile, dopo Citigroup. A dire il vero, era in conflitto di interessi. La nomina fu concordata prima dell’adesione di Lula alla presidenza. Henrique Meirelles era un convinto sostenitore del controverso Piano Cavallo argentino degli anni ’90: un “piano di stabilizzazione” di Wall Street che rase al suolo l’Argentina economicamente e socialmente. La struttura essenziale del Piano Cavallo argentino fu replicata in Brasile nell’ambito del Piano Real, applicando una moneta nazionale convertibile dollarizzata (Real). Ciò che tale piano implicava è che il debito interno diveniva debito estero denominato in dollari. Al momento dell’adesione di Dilma alla presidenza nel 2011, a Meirielles non fu rinnovata la presidenza della Banca centrale.

La sovranità nella politica monetaria
Il ministro delle Finanze Mereilles del “governo” ad interim supporta la cosiddetta “indipendenza della Banca centrale”. L’applicazione di tale falso concetto implica che il governo non dovrebbe intervenire nelle decisioni della banca centrale. Ma non ci sono restrizioni alle “volpi di Wall Street”. La questione della sovranità nella politica monetaria è cruciale. L’obiettivo del colpo di Stato è negare la sovranità del Brasile nella formulazione della politica macroeconomica.

Le volpi di Wall Street
Sotto Dilma, la “tradizionale” scelta di una “volpe di Wall Street” fu abbandonata con la nomina di Alexandre Tombini Antônio, funzionario governativo di carriera che guidò la Banca Centrale del Brasile dal 2011 al maggio 2016. Al momento dell’adesione di Michel Temer a “presidente ad interim”, Henrique de Campos Meirelles veniva nominato a capo del Ministero delle Finanze. A sua volta, Meirelles ha nominato i suoi compari a capo della Banca centrale e del Banco do Brasil. Meirelles viene descritto dai media statunitensi come “amico del mercato”.

Nomine economiche di Michel Temer:
– Henrique de Campos Meirelles, Ministro delle Finanze,
– Ilan Golfajn, Presidente della Banca Centrale del Brasile, socio nominato da Meirelles
– Paolo Caffarelli, Banca del Brasile, socio nominato da Meirelles.

Conclusioni
Ciò che è in gioco con vari meccanismi, anche operazioni d’intelligence, manipolazione finanziaria e propaganda mediatica, è la destabilizzazione della struttura statale e dell’economia nazionale del Brasile, per non parlare dell’impoverimento di massa del popolo brasiliano. Gli Stati Uniti non vogliono affrontare o negoziare un governo nazionalista riformista sovrano. Quello che vogliono è un loro Stato-fantoccio. Lula era “accettabile” perché seguiva le istruzioni di Wall Street e FMI. Mentre l’agenda politica neoliberista non ha prevalso con Rousseff, che implementava un’agenda riformista-populista scacciando il pilastro macroeconomico sponsorizzato da Wall Street durante la presidenza Lula. Secondo il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale Heinrich Koeller (2003) Lula è stato “Il nostro miglior presidente”: “Sono entusiasta (dell’amministrazione Lula); ma è meglio dire che sono profondamente colpito dal Presidente Lula” (Conferenza stampa del FMI, 2003).
Sotto Lula non c’era bisogno del “cambio di regime”. Luis Ignacio da Silva aveva approvato il “Washington Consensus”. La scomparsa temporanea di Henrique de Campos Meirelles dopo l’elezione di Dilma Rousseff è stata fondamentale. Wall Street non approvò le nomine di Dilma a Banca centrale e Ministero delle Finanze. Se Dilma avesse scelto di mantenere Henrique de Campos Meirelles, il colpo di Stato molto probabilmente non ci sarebbe stato.

Il regime dei fantocci degli Stati Uniti a Brasilia
Un ex-CEO/presidente di una delle più grandi istituzioni finanziarie statunitensi (e cittadino degli Stati Uniti) controlla le importanti istituzioni finanziarie del Brasile e definisce l’agenda macroeconomica e monetaria di un Paese di oltre 200 milioni di persone. Si chiama colpo di Stato… di Wall Street.

Ilan Goldfajn

Ilan Goldfajn

La credibilità di Temer crolla subendo per 8 anni il divieto a cariche pubbliche
Glenn Greenwald, Global Research, 4 giugno 2016
Brazil-Coup-Appointment-Of-President-Michel-Temer-Called-Farce-680x382Era evidente fin dall’inizio che obiettivo fondamentale dell’impeachment della Presidentessa del Brasile Dilma Rousseff era sostenere i veri ladri a Brasilia e consentirgli di impedire, ostacolare e in ultima analisi uccidere l’indagine CarWash (così come d’imporre un programma neoliberale di privatizzazioni e austerità radicali). A 20 giorni dalla presa del potere del presidente “ad interim” Michel Temer, schiaccianti prove della sua corruzione sono emerse dimostratesi vere: già due dei ministri intermedi del gabinetto tutto bianco e maschile di Temer, tra cui il ministro anticorruzione, sono stati costretti a dimettersi dopo la pubblicazione di registrazioni segrete che dimostrano il loro complotto per ostacolare le indagini (in cui, insieme a un terzo elemento del gabinetto, sono coinvolti personalmente). Ma lo stillicidio della corruzione dei ministri di Temer serve ad oscurare la sua. Anche lui è implicato in numerose indagini di corruzione e ora è formalmente accusato di aver violato le leggi elettorali e, per punizione, gli sono vietate le cariche politiche per otto anni. Ieri, un tribunale elettorale regionale a San Paolo, da dove proviene, ha emesso la sentenza dichiarandolo “non ammissibile” a qualsiasi carica politica, avendo ad oggi una “fedina sporca” nelle elezioni. Temer è stato riconosciuto colpevole di spendere più fondi per la campagna di quanto la legge consenta. Dati intrighi, corruzione ed illegalità del governo ad interim di Temer, la violazione della legge non è il peggiore reato. Ma simboleggia potentemente la truffa antidemocratica che le élite brasiliane tentano di perpetrare. In nome della corruzione hanno rimosso la leader democraticamente eletta del Paese e la sua sostituzione, con qualcuno che, anche se non legalmente vietato, è ora escluso per otto anni dalla carica che vuole occupare. Poche settimane fa, l’impeachment di Dilma è apparsa inevitabile. I media oligarchici del Brasile avevano efficacemente focalizzato l’attenzione esclusivamente su di lei. Ma poi, tutti hanno cominciato a guardare chi congegnava il suo impeachment, chi avrebbe avuto il potere e per quali motivazioni, e tutto è cambiato. Ora il suo impeachment, anche se ancora probabile, non sembra inevitabile: la scorsa settimana, O Globo ha riferito che due senatori già a favore ora ci ripensavano alla luce dei “fatti nuovi” (i nastri rivelati sui ministri di Temer) e ieri anche Folha riferiva che numerosi senatori tendono a ripensarci. In particolare, i media brasiliani non pubblicano più i sondaggi sull’opinione pubblica su Temer e l’impeachment di Dilma. Nel frattempo, l’opposizione cresce contro tale attacco alla democrazia, sia a livello nazionale che internazionale. Le proteste contro Temer sono sempre più grandi e intense. Due dozzine di parlamentari inglesi hanno denunciato l’impeachment come colpo di Stato. Tre dozzine di europarlamentari hanno sollecitato la cessazione dei negoziati commerciali con il governo ad interim del Brasile per mancanza di legittimità. Il gruppo anti-corruzione Transparency International ha annunciato di por fine al dialogo con il nuovo governo finché non elimina la corruzione dai nuovi ministeri. Il New York Times parla delle dimissioni del ministro anti-corruzione a soli 20 giorni dalla nomina, descritta come “un altro colpo a un governo zoppicante per uno scandalo, a poche settimane da quando Temer ha sostituito Dilma Rousseff”. Ma forse niente indica più la farsa pericolosa che le élite brasiliane tentano di perpetrare quanto il fatto che il loro capo è ormai bandito dalla carica in cui è stato installato, poiché condannato per aver infranto la legge. Questa non è solo la distruzione della democrazia nel quinto Paese più popoloso del mondo, né l’imposizione di un ordine del giorno di privatizzazioni e attacchi ai poveri a vantaggio dei plutocrati internazionali. E’ letteralmente l’affermazione di sporchi corrotti criminosi che cinicamente sono al potere in nome della lotta alla corruzione.
Ieri sera, a un evento a Rio de Janeiro mi è stato chiesto, come sempre in questi casi, del possibile coinvolgimento degli Stati Uniti nel cambio di governo. Qui i quattro minuti della mia risposta:

Sorgente: Wall Street dietro il Colpo di Stato in Brasile | Aurora

Hillary’s Secrets: What Was Hidden in Clinton’s Emails

U.S. presidential candidate and former Secretary of State Hillary Clinton speaks with the media after sitting down with workers and management of Whitney Brothers children's toy and furniture factory during a round table while campaigning for the 2016 Democratic presidential nomination in Keene, New Hampshire April 20, 2015

Former Secretary of State Hillary Clinton is the frontrunner to win the US Democratic Party’s presidential nomination. However, her triumphant march to the White House might be overshadowed by her email scandal.

Here are some controversial facts we’ve learned from emails addressed to and sent by US presidential candidate Hillary Clinton:

Revelation 1: Google and Al-Jazeera interfered in the Syrian events and collaborated with each other in an attempt to overthrow Syrian President Bashar-al-Assad.

According to an email from the head of “Google Ideas” Jared Cohen, received by the US State Department in 2012, the company was trying to support insurgents by urging representatives of Syrian power structures to take the side of the opposition.

“Given how hard it is to get information into Syria right now, we are partnering with Al-Jazeera who will take primary ownership over the tool we have built, track the data, verify it, and broadcast it back into Syria,” Cohen wrote in the e-mail.

Revelation 2: Following the 2011 Libyan intervention, France decided to seize the country’s oil industry and “reassert itself as a military power”.

An e-mail on the issue was written by Clinton family friend Sidney Blumenthal. He wrote that France was trying to establish control over Libyan oil immediately after the coup in 2011. Moreover, France was exerting pressure on the new Libyan government and demanding exclusive rights to 35% of the country’s oil industry in exchange for political support.

“In return for this assistance, the DGSE officers indicated that they expected the new government of Libya to favor French firms and national interests, particularly regarding the oil industry in Libya,” the email said.

Revelation 3: The US tried to conceal the fact that it helped Turkey to fight the Kurdistan Workers’ Party.

An email addressed to Clinton said that the US government tried to exert pressure on the Washington Post to amend an article on cooperation between American and Turkish intelligence in the fight against Kurdish rebels.

“Despite our efforts, WaPo will proceed with its story on US-Turkey intel cooperation against PKK,” the message said, referring to the Kurdistan Workers’ Party. “They will not make redactions we requested so expect the Wikileaks cables to be published in full.”

Revelation 4: The last revelation is more of a personal nature and concerns Clinton’s poor knowledge of modern technology. Thus, her email correspondence shows that she frequently needed assistance with daily activities such as faxing, charging her iPad or searching for a Wi-Fi network.

thanks to: Sputniknews