Dimenticati e massacrati per lo sfruttamento forestale: i popoli indigeni del Brasile

Intervista a Francinara Barè, attivista indigena brasiliana della Coiab, in prima linea nel difendere l’Amazzonia e i diritti degli indigeni, resistendo alla repressione di Temer

Dinamopress ha incontrato a Roma Francinara Baré, difensora di diritti umani indigena brasiliana e coordinatrice di COIAB (Coordinadora de Organizaciones Indigenas de la Amazônia Brasilera) all’interno della sua visita in Italia coordinata dalla rete In Difesa di e da Greenpeace.

L’attivista ci aiuta a comprendere la situazione molto poco conosciuta delle popolazioni indigene brasiliane, in prima linea per difendere l’Amazzonia dallo scempio dello sfruttamento agroindustriale ed estrattivo e al tempo stesso isolate e dimenticate anche all’interno dello stesso Brasile.

 

Puoi spiegarci il lavoro sociale e ambientale della vostra organizzazione in Brasile?

Sono la coordinatrice generale di Coaib, lavoriamo in nove stati dell’Amazzonia brasiliana, siamo parte della Coica (Coordinazione delle popolazioni indigene del Bacino del Rio delle Amazzoni, che unisce anche indigeni di paesi limitrofi come Perù, Colombia e Bolivia ndr) e il nostro coordinamento nazionale in Brasile è la PIB (Articolazione dei Popoli indigeni del Brasile)

Siamo nati nel 1988, successivamente alla Costituzione. La Costituzione in due articoli specifici garantisce i diritti dei popoli indigeni, sono gli articoli 31 e 32. Il primo ci riconosce come indigeni e riconosce la nostra forma organizzativa originaria. Nonostante questo abbiamo deciso di avere una personalità giuridica, perché per lottare per i nostri diritti dovevamo avere uno strumento istituzionalmente riconosciuto. Nel nostro lavoro principale ci interfacciamo con lo stato per garantire i diritti e l’accesso a una serie di servizi sociali. Difendiamo i diritti degli indigeni, non solo di chi abita in comunità rurali ma anche di chi ha deciso di vivere in città. Siamo presenti a livello statale e regionale, abbiamo anche rappresentanze municipali.

 

Quali sono le principali discriminazioni che vivono oggi i popoli indigeni brasiliani?
La discriminazione più grande è proprio quella di essere indigeni. Il governo brasiliano non riconosce la nostra specificità e le nostre necessità in quanto indigeni. Siamo 365 popoli differenti ma fingono di non vederci e ci lasciano nell’ombra.

Soffriamo di discriminazioni quando lasciamo le nostre comunità e andiamo in città per poter studiare.

Parliamo 275 lingue diverse, ci è difficile spesso avere pronuncia ottima del portoghese e questo ci discrimina molto. Siamo discriminati per il modo di vestire e comportarci. Appena vestiamo scarpe sportive o utilizziamo un cellulare non siamo più riconosciuti come indigeni.

Sono e rimarrò indigena in qualunque luogo di questo mondo. Se ho accesso a tecnologie, come i droni, per poter monitorare la foresta, non smetto di essere indigena e voglio essere riconosciuta come tale.

 

La questione indigena in Brasile come in tutta l’America Latina è molto legata al problema della proprietà della terra, a che punto è il vostro lavoro per tutelare le terre all’interno dell’Amazzonia?

Diciamo sempre che dobbiamo iniziare a lavorare dai libri di storia. Nei nostri libri di scuola la storia parte dall’arrivo degli europei, non prima.  Noi abitavamo quelle terre ben prima del loro arrivo. Gli europei non hanno scoperto il Brasile perché non è mai stato scoperto, è stato invaso e saccheggiato.

Abbiamo una grande biodiversità e infinite risorse naturali. Gli invasori sono arrivati dalla costa e hanno subito distrutto un bioma, la Mata Atlantica, prima parte di foresta Amazzonica a essere distrutta.

La terra genera vita più di quanto facciamo noi con le nostre strumentazioni ma si è voluto distruggere l’ecosistema esistente. Chi è arrivato da fuori ha iniziato a saccheggiare la natura e a cambiare il nostro sistema agricolo.

L’agricoltura è diventata agrobusiness su larga scala ed è ora questa una delle cause principali della deforestazione e una minaccia enorme per la popolazione indigena.

Siamo stati allontanati dalle nostre terre perché erano ottime per monoculture e allevamenti.

Dividiamo la nostra storia in tre momenti fondamentali, prima, durante e dopo la Costituzione.
Prima della Costituzione sono stati gli anni più difficili, siamo stati massacrati in modo atroce, perché il piano del governo brasiliano era quello di incorporare l’Amazzonia al Brasile uccidendo chi vi abitava. Prima della scrittura della Costituzione, a causa di queste violenze, abbiamo iniziato ad andare a Brasilia e chiedere i nostri diritti. Nel 1988 ci hanno finalmente accolto e hanno incluso i due articoli nella Costituzione.

Tra il 1987 e il 1988 viene deciso che tutte le terre dei popoli indigeni devono essere riconosciute di nostra proprietà collettiva attraverso un procedimento di demarcazione, con una deadline di 10 anni per chiudere il processo. Numerosi attivisti sono morti nel processo che ha permesso questo risultato.

Nel 2018 tuttavia sono ancora molto poche le terre indigene riconosciute. Lottiamo perché ciù avvenga, ma l’obbiettivo è ancora molto lontano dalla realtà. Oggi il processo di demarcazione delle terre che permetterebbe il nostro riconoscimento si è paralizzato. Per questo ci troviamo ad affrontare megaprogetti: dighe, ferrovie, passaggi fluviali costruiti per trasportare la soya, abbiamo visto negli ultimi anni un preoccupante aumento della deforestazione legale all’interno delle terre dei popoli indigeni.

Dal primo invasore a oggi il nostro grande slogan è “Resistere”. Dobbiamo tenere duro nonostante la situazione così difficile.

 

In Italia si è parlato di Marielle Franco, e Dinamopress ha seguito con molti articoli quanto è accaduto. Il suo caso è uno specchio di quanto si vive in Brasile?

Marielle è un esempio di quello che può succedere in Brasile. L’elemento straordinario è che è accaduto in una città. In questo caso il suo destino è stato molto simile a quello che accade ogni giorno nella foresta amazzonica.

È stata uccisa perché aveva denunciato la violenza della polizia contro la popolazione delle favelas di Rio e contro l’immenso potere del narcotraffico rispetto alla polizia stessa. Pur nella sua tragicità, per fortuna, essendo accaduto in città e a una donna nera l’omicidio ha ottenuto visibilità e se ne è potuto parlare e ci sono state grandi proteste. Purtroppo ci sono molte donne e uomini indigeni che vengono uccisi in tutto il Brasile rurale e nella foresta, nessuno ne parla, neppure all’interno del paese.

 

Ci sono statistiche sul numero di morti indigeni?

Non ci sono numeri precisi. Non c’è nessun sistema di sostegno per chi difende i diritti umani degli indigeni ci grandi difficoltà organizzative logistiche per reperire numeri e raccogliere le testimonianze.

La visibilità è un problema enorme, non riusciamo a portare l’attenzione sui nostri problemi. A Brasilia, quando ci raduniamo, affrontiamo gas, pallottole a salve, gas al peperoncino che la polizia utilizza contro di noi.

Ancora più tremendo è quello che accade nella foresta. Quando lì cerchiamo di contrastare l’avanzata dell’agrobusiness ci troviamo davanti a pallottole vere e alla morte.

Alle Nazioni Unite hanno presentato alcuni dati sulla situazione dei diritti umani nel paese, ma le statistiche sono sempre divise tra bianchi e neri:  gli indigeni non sono considerati.

Il governo non ci riconosce e non classifica i nostri dati. Ci stiamo organizzando con una banca dati indipendente e cerchiamo di compensare la mancanza di dati da parte istituzionale.

 

Ritieni che la condizione dei popoli indigeni sia peggiorata da quando Temer ha preso il potere?

Ora siamo molto più perseguitati. Facciamo molta più fatica a riunirci e ad avere spazio nel Congresso per farlo. Parte del nostro abbigliamento tradizionale (archi, frecce) è ora considerata “arma bianca” e se più di una persona che ha con sé quegli oggetti si riunisce viene accusata di associazione a delinquere

Siamo molto più criminalizzati e a causa della criminalizzazione veniamo arrestati con frequenza.
Abbiamo avuto più visibilità in questioni ambientali come la Renca, (riserva ambientale amazzonica che Temer voleva aprire allo sfruttamento minerario e che è stata fermata grazie a un intervento della magistratura, ndr), ma in tema di diritti umani nessuno parla di noi.

Spesso le leggi che sta promuovendo Temer vanno contro i nostri interessi e vengono discusse in momenti in cui non siamo presenti o non siamo stati avvisati.

Cerchiamo di comunicare i dati che stiamo raccogliendo sulla repressione e sulla devastazione dell’Amazzonia. Ci rendiamo conto che veniamo ascoltati di più all’estero, anche perché c’è grande differenza tra i dati che presentiamo noi e quelli che il governo brasiliano comunica al resto del mondo.

Sorgente: Dimenticati e massacrati per lo sfruttamento forestale: i popoli indigeni del Brasile – DINAMOpress

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Honduras: arrestato il probabile mandante dell’assassinio di Berta Cáceres

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) saluta l’arresto di Castillo Mejia, ex-presidente dell’impresa edilizia Desarollos  Energeticos SA (Desa), ex-membro dei servizi segreti militari honduregni e probabile mandante dell’assassinio di Berta Cáceres. Castillo Mejia è stato arrestato all’aeroporto di San Pedro Sula mentre cercava di fuggire all’estero.

A due anni dalla violenta morte dell’attivista per i diritti umani insignita anche del prestigioso premio Goldman, l’arresto del potente ex capo di DESA è un primo segnale che non vi può essere impunità per i crimini commessi contro gli attivisti per i diritti umani. La morte di Berta Cáceres purtroppo però rappresenta solo la punta di un iceberg di violenze commesse soprattutto contro donne indigene attiviste per i diritti umani. In Honduras, Brasile, Guatemala e in molti altri paesi le donne indigene che decidono di lottare per i propri diritti e per quelli dei loro popoli sono particolarmente minacciate e vittime di violenza.

Ora l’Honduras deve dimostrare di voler fare sul serio nel porre fine all’impunità e dimostrare la colpevolezza di Castillo Mejia in un processo giusto.

Berta Cáceres è stata barbaramente uccisa in casa sua da un commando di sicari nella notte del 2 marzo 2016. Tenace difensora dei diritti indigeni, con la sua organizzazione si era opposta alla costruzione da parte di DESA di una diga sul fiume Gualcarque che, oltre ad essere sacro per la popolazione indigena dei Lenca, ne costituisce anche la base vitale. Per il suo impegno era stata insignita del prestigioso Premio Goldman, ma le è valso anche numerose minacce di morte. Cáceres
aveva più volte espresso la sua preoccupazione di fronte agli ottimi contatti di Mejia con gli ambiti militari del paese.

La modalità in cui Berta Cáceres è stata uccisa ha fatto subito sospettare un coinvolgimento dell’impresa di costruzione DESA ma nonostante l’indignazione mondiale che il crimine aveva suscitato, le istituzioni honduregne hanno per molto tempo ritardato e rallentato le indagini. DESA di fatto gode di ottimi appoggi politici tant’è che il direttivo dell’impresa può contare tra i suoi membri un ex-ministro della giustizia e membri delle più influenti famiglie del paese. Chi in Honduras chiedeva giustizia per la morte di Berta Cáceres rischiava la vita e di fatto è grazie alla persistenza della famiglia di Berta e alla pressione internazionale se le indagini sono continuate.

Attualmente altre otto persone sono agli arresti per la morte di Berta Cáceres; il processo dovrebbe iniziare in giugno 2018.

Vedi anche in gfbv.it: http://www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150807it.html
http://www.gfbv.it/2c-stampa/03-2/030808it.html |
http://www.gfbv.it/3dossier/ind-voelker/caceres-it.html |
http://www.gfbv.it/3dossier/ind-voelker/woman2011-it.html |
http://www.gfbv.it/3dossier/ind-voelker/sud2010-it.html
in www: copinhenglish.blogspot.it 

Honduras: arrestato il probabile mandante dell’assassinio di Berta Cáceres – Pressenza

I 900 mila indigeni del Brasile

Maria Gobern

Il Brasile è il paese con più popoli indigeni isolati al mondo. Circa 240 tribù di circa 900.000 persone abitano in Brasile, lo 0,4% della popolazione brasiliana. La tribù più piccola consiste di un solo uomo, che vive nella sua casa nell’ovest del Brasile.

Il Governo ha riconosciuto 690 territori ai suoi abitanti indigeni, che abbracciano approssimativamente il 13% della superficie del paese. Quasi tutta questa riserva territoriale (il 98,5%) si trova nell’Amazonia. Nonostante ciò, approssimativamente la metà degli indigeni del Brasile vive fuori di questa zona, di modo che queste tribù occupano solo l’1,5% del totale del territorio riservato agli indigeni nel paese.

Insediati nell’Amazonia brasiliana, questi gruppi sopravvivono grazie alla selva, ma la maggior parte sta venendo spianata dal disboscamento, dall’agricoltura e dall’allevamento, dalle mega dighe, dalle strade o dalle esplorazioni di idrocarburi.

Questi gruppi indigeni di solito non hanno nessun contatto pacifico con nessun altro della società maggioritaria o dominante. La  ONG Survival Internacional segnala che, in generale, la sua decisione di non mantenere contatti con altri popoli indigeni o con forestieri è dovuta ai “precedenti disastrosi incontri e alla continua distruzione della selva”.

Alcune tribù hanno una popolazione con più di un centinaio di persone e vivono in recondite zone limitrofe allo stato di Acre e in territori protetti come la Valle del Javarí, vicino alla frontiera peruviana. Altri sono gruppi dispersi, sopravvissuti di antiche tribù andate in frantumi, a causa della febbre del caucciù e dell’espansione agricola.

La storia dei popoli indigeni del Brasile è stata segnata dalla brutalità, dalla schiavitù, dalla violenza, dalle malattie e dal genocidio, e così lo documenta l’ONG Survival. Quando i primi colonizzatori europei giunsero nell’anno 1500, quello che ora è il Brasile lo abitavano circa 11 milioni di indigeni di 2.000 differenti tribù. Durante il primo secolo di contatto il 90% risultò annichilito, principalmente a causa delle malattie portate dai colonizzatori, come l’influenza, il morbillo o la varicella. Nei secoli seguenti, altre migliaia morirono schiavizzati nelle piantagioni di canna da zucchero e di caucciù. Dopo 500 anni che gli europei giunsero in Brasile, i popoli indigeni hanno perso la maggior parte della propria terra, subendo un genocidio di massa. Oggigiorno il Brasile continua a disboscare con aggressivi piani per sviluppare e industrializzare l’Amazonia, inclusi i territori più remoti si trovano ora in pericolo. Vari complessi di dighe idroelettriche stanno venendo costruite vicino a gruppi indigeni isolati, nel 2016 la selva amazzonica ha perso circa 800.000 ettari, un record dal 2008. Secondo uno studio dell’Università di Cambridge pubblicato l’anno scorso, le iniziative di conservazione che sono guidate dai gruppi indigeni dell’Amazonia sono più efficaci di quelle del governo.

Centinaia di indigeni sono scesi nelle strade del Brasile a manifestare quando il governo brasiliano ha aperto all’attività mineraria un parco nazionale della dimensione della Danimarca, chiamato Riserva Nazionale del Rame e i suoi Associati (Renca), ottenendo che lo scorso settembre la giustizia brasiliana annunciasse che gli indigeni dovranno essere consultati prima di autorizzare qualsiasi impianto e le conclusioni dovranno essere dibattute nel Congresso Nazionale. Ancora piccoli risultati, in Brasile esiste un endemico razzismo verso gli indigeni. Il Brasile è uno dei due unici paesi dell’America del Sud che non riconosce il diritto territoriale indigeno.

Gli indigeni brasiliani lottano contro le invasioni illegali, i progetti su grande scala nelle loro terre come dighe, strade, miniere, ecc. e sognano il controllo sui propri territori. Si stima che in Brasile si sia estinta in media una tribù ogni anno lungo l’ultimo secolo, intere comunità che affrontano la propria estinzione.

9 gennaio 2018

El Salto

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Maria GobernLos 900 mil indígenas de Brasil” pubblicato il 09-01-2018 El Saltosu [https://elsaltodiario.com/gsnotaftershave/los-900000-indigenas-de-brasil] ultimo accesso 30-01-2018.

thanks to: Comitato Carlos Fonseca

Risuona il grido: l’Amazzonia è nostra

Carolina da Silveira Bueno e Thais Bannwart

Gli aggiustamenti economici e l’annuncio del nuovo pacchetto fiscale promossi dal governo Temer acutizzano la crisi brasiliana. Subiamo un deterioramento dei servizi pubblici, specialmente nella sanità e nell’educazione, un aumento della disoccupazione e della popolazione senza tetto. Come dire, gli aggiustamenti promossi dal governo consolidano privilegi e tagliano diritti. Si tratta di un gruppo che ha un progetto di paese elitario e di smantellamento dei beni e dei servizi pubblici garantiti dalla Costituzione del 1988.

La politica di austerità -politica di riduzione della dimensione dello stato- realizzata dal governo Temer ha raggiunto un limite inaccettabile. Pochi giorni fa, nel settore socio-ambientale, il governo ha soppresso la Riserva Nazionale del Rame (Renca) per rendere possibile lo sfruttamento minerario da parte di compagnie private. Si tratta di un’area di 47.000 km2 di bosco chiuso dell’Amazzonia, equivalente alla superficie dello stato di Espírito Santo.

La riserva è fondamentalmente ricca di oro, ma possiede anche tantalio, minerale di ferro, nichel, manganese e altri minerali. Ospita, inoltre, nove aree protette: il Parco Nazionale Montagne del Tumucumaque, le Selve Statali del Paru e dell’Amapá, la Riserva Biologica di Maicuru, la Stazione Ecologica del Jari, la Riserva Estrattivista del Río Cajari, la Riserva di Sviluppo Sostenibile del Río Iratapuru e le Terre Indigene Waiãpi e Río Paru d’Este.

Con meno di un 5% di sostegno popolare, il minore di un presidente dalla ridemocratizzazione del paese, Michel Temer ha messo fine, mediante un decreto, ad una norma che stabiliva che soltanto la Compagnia di Ricerca delle Risorse Minerarie (CPRM), appartenente al ministero delle Miniere e dell’Energia, poteva fare esplorazioni minerarie nell’area. Lo squilibrio socio-ambientale, che può giungere a prodursi se le compagnie minerarie private cominciano lo sfruttamento di quella regione, avrà innegabili conseguenze catastrofiche.

La selva amazzonica costituisce un ecosistema di singolare importanza per la regolazione climatica del Brasile e del mondo.

Ricerche effettuate dalla Fondazione di Supporto alla Ricerca dello Stato di San Paolo in associazione con l’INPE (Istituto Nazionale di Ricerche Spaziali), mostrano che la selva amazzonica produce un fenomeno conosciuto come “fiumi volanti”. I fiumi volanti sono fiumi aerei di vapore pompati verso l’atmosfera dalla selva e spiegano il fatto che la regione del quadrilatero i cui vertici sono Cuiabá, Buenos Aires, San Paulo e le Ande sia una regione verde e umida, mentre altre regioni della medesima latitudine del mondo sono estesi deserti.

I fiumi volanti sono i servizi ecosistemici, forniscono le condizioni climatiche adeguate affinché quel quadrilatero sia responsabile del 70% del PIL dell’America del Sud, dove si concentra la maggior parte della produzione agricola e industriale e dove sono i grandi centri urbani.

La deforestazione inerente allo sfruttamento minerario in un’area della dimensione della Renca, ovviamente contribuirà allo squilibrio dell’invisibile dinamica dei fiumi volanti, compromettendo la produzione di alimenti, le attività industriali e il rifornimento d’acqua nelle regioni incluse nel quadrilatero. Così importante come la perturbazione della dinamica climatica promossa dai fiumi volanti saranno gli impatti ambientali nella regione della riserva: la contaminazione del suolo e delle risorse acquee e la distruzione della biodiversità.

Togliere il diritto a lavorare nella regione ad una istituzione di ricerca nazionale e favorire l’entrata di imprese che distruggeranno la biodiversità, nella misura in cui l’Amazonia ha migliaia di specie endemiche che ancora non sono state scoperte, quello è il grande crimine. Il Brasile è il paese del mondo con maggiore biodiversità (patrimonio genetico). Ci sono molte piante e specie che esistono solo in quel pezzo di selva, e alcune possono dare una risposta a molti problemi. Lo sfruttamento minerario, in cambio, lascia molto poco nel paese.

Nonostante che il decreto di estinzione della Renca mantenga le norme che regolano le unità di conservazione e le terre indigene, ci sono esempi storici sugli impatti negativi dell’attività mineraria nelle regioni amazzoniche. La presenza di un’attività con elevato rischio di impatto in una regione permeata da unità di conservazione rende fragile l’integrità di quelle aree, colpendo la sua funzione di conservazione della flora e della fauna ed espone le popolazioni tradizionali alla violenza e alle malattie.

La soppressione della Renca è un’altra di una lunga serie di misure arbitrarie dell’attuale governo che aumentano oltremodo i problemi socio-ambientali ed economici. Preservare il patrimonio genetico e garantire la biodiversità in Brasile è un dovere di tutta la cittadinanza. È fondamentale che la società brasiliana, dalla campagna alle grandi città, gridi: L’Amazzonia è nostra!

*Carolina da Silveira Bueno è una ricercatrice del Nucleo di Economia Agricola dell’Ambiente dell’Università di Campinas (Unicamp) e dottoranda nell’Istituto di Economia dell’Unicamp.

*Thais Bannwart è aiutante di ricerca nell’Istituto di Ricerca Ambientale dell’Amazzonica e laureata dall’Istituto di Economia dell’Unicamp.

29/08/2017

Brasil Debate

http://brasildebate.com.br/ecoa-o-grito-a-amazonia-e-nossa/

Tradotto dal portoghese per Rebelión da Alfredo Iglesias Diéguez

Rebelión

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Carolina da Silveira Bueno y Thais Bannwart, Resuena el grito: la Amazonia es nuestra” pubblicato il 29-08-2017 in Rebeliónsu [http://www.rebelion.org/noticia.php?id=230935&titular=resuena-el-grito:-la-amazonia-es-nuestra-] ultimo accesso 04-09-2017.

 

Sorgente: Risuona il grido: l’Amazzonia è nostra «

Diritti dei popoli indigeni: tra negazioni e riabilitazioni

Diritti dei popoli indigeni: tra negazioni e riabilitazioni
(Foto di http://www.survival.it)

Lo scorso 2 giugno quasi 250 abitazioni del popolo Jumma, gli abitanti indigeni delle Colline Chittagong del Bangladesh, sono state rase al suolo dal fuoco appiccato da alcuni coloni bengalesi dopo il ritrovamento del corpo senza vita di un motociclista bengalese, Nurul Islam Nayon. La popolazione locale ha accusato gli Jumma del decesso. L’incendio che ha causato la morte di un’anziana donna che è rimasta intrappolata in casa per Survival International è avvenuto mentre “l’esercito e la polizia sono rimasti a guardare e non sono intervenuti quando i coloni che protestavano contro la morte del signor Nayon si sono scatenati, dando fuoco alle case degli Jumma e ai negozi in tre diversi villaggi”.

Il governo del Bangladesh ha trasferito per più di 60 anni coloni bengalesi nelle terre degli Jumma che sono passati dall’essere praticamente i soli abitanti delle Hill Tracts a essere, oggi, una minoranza. Il 4 giugno la polizia e l’esercito hanno violentemente disperso una protesta pacifica degli jumma nata per chiedere che i piromani fossero consegnati alla giustizia. Per questo Survival ha lanciato un appello perché i responsabili dell’incendio e della morte di Nurul Islam Nayon siano consegnati alla giustizia ed ha sollecitato il governo del Bangladesh “affinché indaghi con urgenza sul ruolo delle forze di sicurezza durante l’attacco ai tre villaggi e durante la conseguente protesta pacifica”.

Ma la violazione dei diritti dei popoli indigeni non è una prerogativa solo del Bangladesh. Un’inchiesta istituita dai parlamentari brasiliani che rappresentano gli interessi di grandi allevatori e agricoltori ha appena pubblicato un rapporto in cui si chiede la chiusura del Dipartimento agli Affari Indiani (Funai) perché è ormai diventato “ostaggio di interessi esterni” e chiede che decine dei suoi funzionari vengano perseguiti per aver appoggiato quelle che definisce “demarcazioni illegali dei territori indigeni”. Ad oggi il Funai ha già subito grossi tagli al suo bilancio, che hanno portato alla riduzione di molte delle squadre responsabili della protezione dei territori delle tribù incontattate lasciando alcuni dei popoli più vulnerabili del pianeta alle mercé di taglialegna e sicari armati e senza scrupoli. “Negli ultimi cinque mesi, il Funai ha cambiato tre presidenti. All’inizio di questo mese il secondo presidente, Antonio Costa, è stato destituito” per aver criticato il Presidente Temer e Osmar Serraglio, il Ministro della Giustizia, ha ricordato Survival, affermando che “non solo vogliono eliminare il Funai, ma anche le politiche pubbliche come la demarcazione della terra [indigena]”. Le conclusioni del rapporto sono state accolte con indignazione e incredulità sia in Brasile che fuori. “Uccidere il Funai equivale a uccidere noi, i popoli indigeni – ha affermato Francisco Runja, un portavoce Kaingang – è un’istituzione cruciale per noi, per la nostra sopravvivenza, per la nostra resistenza, ed è una garanzia per la demarcazione dei nostri territori ancestrali.” Mentre per lo sciamano e portavoce Yanomami Davi Kopenawa “Il Funai è rotto… è già morto. Lo hanno ucciso. Esiste solo di nome. Un bel nome, ma non ha più il potere di aiutarci”.

Ma il presente ed il futuro dei popoli indigeni non è costellato solo di brutte notizie. Anni di lotte e rivendicazione dei propri diritti hanno portato in questi mesi anche ad importanti successi. Un caso esemplare è quello dei Boscimani che lo scorso 11 maggio hanno ricordato il ventesimo anniversario dallo sgombero dalle loro terre, nel cuore della Central Kalahari Game Reserve (CKGR), al campo di reinsediamento di New Xade, rinominato dai Boscimani “luogo di morte”. Fu la prima di un’ondata di sfratti effettuati dal governo del Botswana, determinato ad aprire le loro terre ancestrali all’estrazione dei diamanti e al turismo. Per molti osservatori, il trattamento disumano che il governo ha riservato ai Boscimani ricorda il regime di apartheid del vicino Sud Africa, dove le comunità nere venivano sistematicamente sfrattate dalle loro case per essere spostate in baracche sovraffollate alle periferie delle città. Nel 2006, però, i Boscimani che furono sfrattati dalla riserva nel 2002 hanno vinto uno storico processo presso la Corte Suprema del Botswana, grazie anche al sostegno di Survival International, che ha stabilito che questo popolo era stato sfrattato illegalmente e aveva il diritto di vivere e cacciare nella riserva. “Finalmente centinaia di Boscimani stanno lasciando gli odiati campi di reinsediamento e ritornano a casa” ha spiegato Survival, e anche se non sono rare le violenze e le torture da parte dei guardaparco quando esercitano il loro diritto alla caccia, “oggi è chiaro che i Boscimani non sono bracconieri, ma cacciano per sopravvivere, senza minacciare in alcun modo la fauna locale”.

All’inizio di giugno, con una decisione senza precedenti, anche la Corte Africana per i diritti dell’uomo ha stabilito che il governo del Kenya ha violato i diritti degli Ogiek, una tribù di cacciatori-raccoglitori che vive nella Foresta Mau, nella Rift Valley in Kenya, sfrattandoli ripetutamente dalle loro terre ancestrali. Il tribunale, dopo che gli Ogiek avevano citato in giudizio il governo per la violazione del loro diritto alla vita, alla terra, alla proprietà, allo sviluppo e alla non-discriminazione, ha riscontrato che il Governo ha violato sette articoli della Carta Africana e ha ordinato di prendere “tutte le misure del caso” per rimediare alla violazione. Il caso era stato sollevato per la prima volta otto anni fa dall’Ogiek Peoples Development Program (OPDP), il Centro per lo Sviluppo dei Diritti delle Minoranze (CEMIRIDE) e dal Gruppo Internazionale per i Diritti delle Minoranze. “Per gli Ogiek, è una svolta storica. La questione dei loro diritti territoriali è stata finalmente affrontata e il caso gli ha dato più forza. Il governo ha ora l’opportunità di restituire loro la Foresta di Mau e la loro dignità di popolo Ogiek” ha dichiarato Daniel Kobei, direttore dell’OPDP. La speranza è che quest’ultima sentenza costituisca un importante precedente per altri casi legati ai diritti territoriali indigeni, non solo in Africa.

 

Alessandro Graziadei

Sorgente: Pressenza – Diritti dei popoli indigeni: tra negazioni e riabilitazioni

Brasile: ‘ondate’ di taglialegna invadono la foresta dei Kawahiva incontattati

Ondate di taglialegna stanno invadendo il territorio di uno dei popoli più vulnerabili del pianeta. Sono gli ultimi Kawahiva, i sopravvissuti di una tribù più grande i cui membri sono stati uccisi o sono morti per malattie.

Di recente i funzionari del FUNAI, il Dipartimento agli Affari Indigeni del Brasile, hanno fermato un gruppo di taglialegna. Ma poiché questi hanno il sostegno dei politici locali e i funzionari del FUNAI non hanno il potere di arrestare i sospetti, gli uomini sono stati rilasciati. Da allora nel territorio sono arrivate altre ondate di taglialegna.

La crisi ha fatto crescere la preoccupazione tra gli attivisti, che temono che la tribù e la sua foresta ancestrale vengano distrutte completamente.

"I funzionari del FUNAI lavorano in molte aree del Brasile per proteggere i territori indigeni da taglialegna e altre minacce."

“I funzionari del FUNAI lavorano in molte aree del Brasile per proteggere i territori indigeni da taglialegna e altre minacce.”

© Mário Vilela/FUNAI

Nell’aprile 2016, il Ministro della Giustizia brasiliano aveva firmato un decreto per creare un territorio indigeno protetto nella terra della tribù, e tenere fuori taglialegna e altri estranei. È stato un importante passo avanti per le terre e le vite dei Kawahiva, arrivato a seguito delle pressioni esercitate da tutto il mondo dai sostenitori di Survival. Il decreto, però, non è stato ancora adeguatamente implementato e oggi il piccolo team che sta lavorando sul campo per proteggere il territorio rischia di subire gravi tagli al suo budget.

“I Kawahiva sono in trappola. Se ci sarà un contatto, per loro sarà devastante. L’unico modo per garantire la loro sopravvivenza è mappare la loro terra e istituire una squadra di protezione permanente del territorio” ha dichiarato Jair Candor, un funzionario esperto del FUNAI. “Altrimenti saranno relegati ai libri di storia, proprio come tanti altri popoli indigeni di questa regione.”

Il premio Oscar Mark Rylance ha prestato la sua voce per narrare un video che denuncia la difficile situazione della tribù.

“Il Brasile si è impegnato a proteggere la terra dei Kawahiva in aprile, ma il governo si mostra recalcitrante e rischia di verificarsi una crisi umanitaria urgente e terribile” ha commentato oggi Stephen Corry, Direttore generale di Survival. “La terra dei Kawahiva è ancora invasa e la loro foresta viene ancora distrutta. È arrivato il momento che il Brasile intervenga come ha promesso di fare, prima che sia completato il genocidio di un intero popolo.”

Sorgente: Brasile: ‘ondate’ di taglialegna invadono la foresta dei Kawahiva incontattati – Survival International

Brasile: i popoli indigeni, il “Re della soia” e gli altri…

 

La sua famiglia ha guadagnato miliardi dal saccheggio delle foreste e della terra indigena e si è sempre dichiarato contrario al riconoscimento dei territori indigeni, a favorevole a dighe e di altri mega progetti che violano i diritti dei popoli indigeni. Chi è? Prima era “solo” Blairo Maggi, un potente imprenditore brasiliano, dalle chiare origini italiane, capace di diventare il governatore del Mato Grosso e contemporaneamente (sarà un caso?) il più grande produttore mondiale di soia, commercializzando da solo circa il 26% della produzione di tutto lo Stato del Mato Grosso. Oggi è il neo Ministro dell’Agricoltura del presidente ad interim Michel Temer i cui ministri, sembrano fare a gara per tentare di aggirare le leggi a tutela delle terre indigene e quelli dei suoi abitanti.

Molti dei ministri del Governo ad interim, infatti, come Maggi, sono membri della lobby agricola che sta cercando di indebolire i diritti territoriali indigeni e ha proposto, tra gli altri, un emendamento costituzionale noto come PEC 215. “Se approvato, il PEC 215 potrebbe rendere quasi impossibili le future demarcazioni territoriali, ridurre la dimensione dei territori esistenti e aprirli alle attività minerarie, a progetti di estrazione del petrolio o del gas, a strade, a basi militari, e altri progetti di sviluppo che potrebbero essere letali per i popoli indigeni” ha spiegato Survival International. Sì perché nonostante Dilma Rousseff sia stata spesso criticata per aver demarcato meno territori indigeni di qualunque suo predecessore dalla fine della dittatura militare, in realtà nelle settimane prima del pretestuoso impeachment del 12 maggio scorso aveva firmato diversi decreti di protezione territoriale, che adesso il Ministro della Giustizia ad interim Alexandre de Moraes ha annunciato rivedrà, scatenando proteste e manifestazioni in tutto il paese.

In maggio, infatti, più di 1.000 indigeni hanno manifestato a Brasilia. In una dura lettera aperta indirizzata a Michel Temer, l’APIB, cioè la rete dei Popoli Indigeni del Brasile, ha dichiarato: “Rifiutiamo ogni tentativo di riportare indietro le nostre conquiste e chiediamo il rispetto totale per i nostri diritti fondamentali, sanciti dalla costituzione federale”. Come ha ricordato Survival “Centinaia di migliaia di Indiani in tutto il paese dipendono dalla terra per sopravvivere. La costituzione brasiliana e la legge internazionale garantiscono la protezione delle loro terre per il loro uso esclusivo, ma le leggi vengono spesso violate e alcune tribù rischiano il genocidio”. Dilma anche per questo aveva finalmente riconosciuto i diritti indigeni per la terra dei Kawahiva incontrastati, uno dei popoli più vulnerabili del pianeta, per le terre degli Avá Canoeiro, degli Arara, dei Mura, dei Munduruku e per buona parte del territorio Guarani che era stato rubato agli Indiani lasciandoli in condizioni terribili.

Ma l’offensiva contro i diritti dei popoli indigeni non è solo politica e in queste settimane si registrano crescenti tentativi da parte di potenti agricoltori e allevatori locali, che per Survival sono “strettamente legati al governo ad interim nominato di recente”, di sfrattare illegalmente i Guarani dalla loro terra ancestrale e intimidirli con il ricorso alla violenza e al razzismo. Proprio nella comunità guarani di Tey’i Jusu, nel Brasile meridionale, lo scorso 14 giugno un gruppo di sicari ha attaccato uccidendo Clodiodi Aquileu, un ventenne della comunità, che aveva il ruolo di operatore sanitario e ha ferito almeno altre cinque persone, tra cui un bambino. Per Survival, che prima in Europa ha rimbalzato la notizia, “È solo l’ultimo di una serie di assalti violenti alla tribù agli abitanti Guarani Kaiowá” che questa volta sono riusciti a filmare l’attacco da lontano. Intanto un’altra comunità guarani nella stessa regione, conosciuta come Apy Ka’y, rischia lo sfratto dopo aver rioccupato la sua terra sotto la guida della leader Damiana Cavanha nel 2013. “Le nove famiglie della comunità avevano ricevuto un’ordinanza di sfratto, ma non è ancora noto se siano riuscite a restare nella loro terra che gli spetta di diritto secondo la legge brasiliana e quella internazionale” ha spiegato Survival. “È in corso un lento genocidio. C’è una guerra contro di noi. Abbiamo paura” ha aggiunto il mese scorso il leader guarani Tonico Benites in occasione di una visita in Europa. “Uccidono i nostri capi, nascondono i loro corpi, ci intimidiscono e ci minacciano”.

Negli ultimi decenni, i Guarani hanno subito violenza genocida, schiavitù e razzismo da parte di chi vuole derubarli di terre, risorse e forza lavoro. Per tentare di arginare questa ondata di violenza in aprile Survival ha lanciato la campagna “Fermiamo il genocidio in Brasile”, per portare all’attenzione del mondo questa crisi terribile e urgente, e dare alle tribù brasiliane un palcoscenico da cui parlare al mondo nell’anno delle Olimpiadi. “Assistiamo a un attacco brutale e continuato ai Guarani, che sta crescendo di intensità. Persone potenti in Brasile stanno cercando di ridurre al silenzio i membri della tribù, terrorizzandoli affinché rinuncino alle loro rivendicazioni territoriali” ha dichiarato il Direttore generale di Survival, Stephen Corry. “Ma i Guarani non si fermeranno. Sanno di rischiare la morte cercando di tornare alla loro terra ancestrale, ma l’alternativa è così terribile che non hanno altra scelta se non quella di affrontare i sicari e le loro pallottole”. Ma per ora, purtroppo, il Governo ad interim del Brasile non sembra aver posto limiti al tentativo di impossessarsi delle riserve Guarani e di quelle degli altri popoli indigeni.

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Olimpiadi Brasile 2016, i media del mondo rompano il silenzio sul massacro degli indios

Olimpiadi Brasile 2016, i media del mondo rompano il silenzio sul massacro degli indios

La rovina del Brasile non è nulla in confronto al massacro in atto nei confronti di numerose etnie indigene dall’Amazzonia fino agli stati del sud. Un genocidio lento e inesorabile che sta passando sotto silenzio. Nessuno, a parte Survival e alcuni attivisti, ne sta parlando. L’informazione interna, controllata dallo Stato in Brasile, non dice una parola. All’estero non trapela quasi nulla. Una vergogna oscena. E l’assurdo è che, al di là della violazione dei diritti umani, gli ignoranti responsabili di tale scempio stanno distruggendo le radici stesse, la cultura ancestrale e il nutrimento spirituale di tutta l’umanità.

cerimonia indigena a rioDue grandi scienziati, Fritjof Capra e Pier Luigi Luisi, nel loro recente libro divulgativo “Vita e Natura – Una visione sistemica” spiegano a più riprese come le più recenti ricerche dimostrino la natura sistemica e cooperativa della vita. In tale contesto concetti come biodiversità, crescita biologica, diversità etnica e culturale, vita sostenibile assumono un ruolo centrale in una concezione articolata, profonda e articolata di sviluppo dell’umanità e del pianeta. I due autori tirano in ballo in continuazione grandi ricercatori che hanno dato grandi contenuti a questo stile di pensiero, come Ilya Prigogine e Vandana Shiva, ma anche enti strategici come lo Schumacher College nel Devon, Gran Bretagna. In un simile contesto le etnie indigene sono considerate addirittura strategiche per il futuro. E non solo sul piano filosofico e spirituale, ma anche in termini di conoscenza della terra, degli equilibri, delle comunità botaniche e zoologiche.

Discorsi che il governo brasiliano, ben inserito all’interno dell’inetto antico concetto di sviluppo che classifica i paesi come “sviluppati”, “sottosviluppati” e in “via di sviluppo”, stenta non solo a capire, ma anche ad ascoltare. Fantascienza. Qui lo sviluppo sono tanti centri commerciali che vendono cianfrusaglie inutili, punto.

Xowá Tapuya Fulni-ô,Per mantenere illuminati questi centri e far girare tante auto esiste una sola strada: devastare il pianeta per recuperare disperatamente energia, con coltivazioni esaustive, tipo canna da zucchero, e dighe che distruggono interi paradisi tropicali, purtroppo gli ultimi.

Uno di questi territori è la terra dei Munduruku, un’etnia profondamente legata alla foresta in possesso di conoscenze antichissime. Qui il governo brasiliano intende realizzare la mega diga di São Luiz do Tapajós. Questa diga è la prima delle 43 previste sul fiume Tapajos, avrebbe un bacino di 729 chilometri quadri (circa l’estensione di New York) e sommergerebbe 400 chilometri quadri di foresta pluviale incontaminata, portando inoltre alla deforestazione di un’area di 2.200 chilometri quadri. Qui per info e per firmare la petizione di Greenpeace.

Ma non finisce qui. Gli indios, in tutto il bacino amazzonico e fino agli stati del sud sono vessati in tutto il Brasile. Un esempio, l’azienda Belo Sun alla quale sono stati venduti i diritti per lo sfruttamento dell’oro dello Xingù, un parco culturale indigeno.

Gli indigeni si trovano letteralmente ogni giorno a dover affrontare gli attacchi armati e letali dei ricchi fazenderos, nient’altro che gli stessi corrotti governanti che occupano gli scranni dei governi che dovrebbero difenderli.

In un recente articolo di Survival viene spiegato come per esempio i Guarany, una etnia del sud del Paese, che un tempo viveva su un area di 350.000 kmq oggi è ridotta a sopravvivere in minuscole riserve. Strappati sistematicamente dal loro ambiente hanno raggiunto un tasso di suicidi intollerabile, come sta avvenendo per gli Inuit del Canada.

io con Sabino, Pajé Huni KuinIo stesso ho affrontato una permanenza nella riserva indigena di Aguas Belas in Pernambuco, presso i Fulni-o. Sono distrutti, sebbene siano gli unici che hanno saputo mantenere costumi spirituali millenari. Sono seriamente minacciati e le “Acque Belle” sono oggi una discarica di rifiuti. Il meraviglioso Rio Ipanema dove si trovavano è seccato definitivamente grazie a un’altra diga, costruita negli anni ’50, la Paulo Alfonso.

In realtà gli indios, come gli indigeni di tutto il mondo, sono una risorsa senza uguali per ricostruire un rapporto con la natura degno di questo nome. Vengono uccisi e deportati senza pietà, sradicati senza ritegno dalle terre che hanno abitato per millenni e che conoscono in profondità nelle piante, nei frutti, negli animali, negli spiriti. Terre che potrebbero contribuire a salvare e che invece sono destinate alla distruzione per arricchire le multinazionali. E che potrebbero anche essere una risorsa formidabile per un turismo culturale di qualità.

Altro che la prostituzione sulle coste del nordest. Il mondo non ha idea di cosa stia succedendo in Amazzonia, poiché i media mainstream non ne parla più. Men che meno i media brasiliani, conniventi con il governo che ha tutto l’interesse a nascondere questo stato di cose che in realtà sarebbe di profondo interesse per tutta l’umanità, visto che l’Amazzonia e la natura, così come la diversità sono di tutti.

La Funai, l’organizzazione che dovrebbe proteggere gli indios, è quantomeno ambigua: gli indios non si fidano affatto, ci sarà un motivo.

Se queste Olimpiadi devono servire a qualcosa è alzare il velo sul vergognoso silenzio del governo e dei media brasiliani.

Gli indios che non si suicidano vengono uccisi, gli altri lentamente si spengono. Alcuni continuano a resistere e a lottare come leoni. Le persone consapevoli dovrebbero prendere coscienza di tutto questo e avere il coraggio di schierarsi dalla loro parte.

thanks to: Il Fatto Quotidiano

I Bororo: sedentarizzazione o ben-essere?

La fine delle recriminazioni dei Bororo non è proprio imminente. Il divario infrastrutturale tra questi nomadi sedentarizzati e le popolazioni ospitanti è molto grande, al limite dell’emarginazione e dell’incuria.

I Bororo in Camerun costituiscono un grande gruppo etnico unico, che parla la stessa lingua e che fa parte dei cosiddetti gruppi di minoranza. Giunti dal nord del Camerun e sparsi nel Nord-Ovest, nell’Ovest e nell’Est. In queste zone subiscono regolarmente la violazione dei loro diritti. Venuti dalle regioni settentrionali del Camerun da decenni, si sono stabiliti in molte parti del paese, dove hanno trovato possibilità di pascolo per il loro bestiame. La coabitazione con le popolazioni ospitanti è stata finora sempre tranquilla, a parte vessazioni, come quelle viste negli ultimi anni nel dipartimento del Ndé, regione del Camerun occidentale.

Ingannati
Visitando le comunità dei Bororo, ci si rende conto che non hanno sempre accesso ai servizi e alle infrastrutture essenziali per il loro sviluppo. Per esempio, andando nella comunità Bororo di Binjeng, nel dipartimento di Donga Mantung, abbiamo visto che non hanno accesso all’acqua potabile. Ruscelli, fiumi e falde acquifere sono i loro principali punti di approvvigionamento di acqua potabile. Il terreno è favorevole alla realizzazione di riserve d’acqua; “Pertanto si può costruire una vasca di recupero su questo ruscello e installarvi una pompa a pressione che pomperà l’acqua in alto fino alle nostre case”, dice Ardo Sele, capo della comunità bororo di Binjeng. Per la loro insistente volontà di dotare la comunità di acqua potabile, sono stati contattati nel 2014 da un politico della zona che si era impegnato a fare arrivare il prezioso liquido nei loro terreni con un canale da collegare a una rete già esistente di acqua potabile a 5 km di distanza.
Ma quest’opera poteva diventare realtà solo se i destinatari vi contribuivano in denaro. Così hanno pagato la somma di 600.000 franchi CFA, come richiesto dal loro “benefattore”, ma quest’ultimo è poi “evaporato”… Ciò che resta oggi a Bijeng di questo progetto fallito è uno scavo di dieci metri lineari ricoperti di erba.

Dimenticati
Il vento ha in seguito spazzato via il tetto dell’ unica scuola pubblica. In mancanza di mezzi propri per ripararlo, questa scuola di due aule resta sempre senza tetto. Gli alumni e i loro insegnanti scrutano ogni giorno il cielo per vedere se il tempo sarà clemente o no.

Divisi
Consapevoli del fatto che devono adottare delle misure per superare l’emarginazione e l’isolamento, i Bororo avevano creato una solida associazione, denominata MBOSCUDA, per ottenere il massimo riconoscimento dei loro diritti e promuovere lo sviluppo della loro comunità. Diverse comunità bororo sono oggi dotate di strumenti di trivellazione grazie a questa associazione, che agisce coi soli mezzi di cui dispone. Questa volontà dei MBOSCUDA di fare uscire i Bororo dall’ombra è stata ostacolata da poco più di un anno da un’altra organizzazione, un gruppo di pressione nato sotto l’impulso di un ricchissimo uomo d’affari bororo. I Bororo avevano intravvisto in questa associazione il proposito di divisione, da cui le recriminazioni di alcuni che si lamentavano perché si chiedeva di dare un bue per aderire alla nuova associazione. Quel criterio era stato considerato esagerato da più d’uno. Ma questi sono Camerunesi a pieno titolo, che contribuiscono a modo loro allo sviluppo di questo paese attraverso le loro attività pastorali. Anche se la Costituzione è chiara sulla questione delle minoranze e degli indigeni: “lo Stato deve garantire, nel rispetto della legge, la tutela delle minoranze insieme alla salvaguardia dei diritti degli indigeni”.

Traduzione dal Francese di Maria Pia Salmaso

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Finalmente il Canada riconosce la dichiarazione delle Nazioni Unite sui popoli indigeni

Con ben nove anni di ritardo, Canada finalmente riconosciuto dichiarazione ONU per lo sui popoli indigeni. Nel 2007 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato una mozione che riconosce i diritti umani fondamentali dei popoli indigeni tra cui i diritti all’autodeterminazione, la lingua, l’uguaglianza e la terra e richiede che sia richiesto il consenso preventivo, libero e informato (free, prior and informed consent – “FPIC”) prima di approvare progetti che hanno impatto sui loro territori ancestrali o sulle loro risorse. Solo quattro paesi si sono rifiutati di firmare la dichiarazione: Australia, Stati Uniti, Nuova Zelanda e Canada. Nel 2010 il Canada è rimasto da solo a rifiutarsi di riconoscere i diritti indigeni.

 

La scorsa settimana, il ministro degli indigeni Carolyn Bennett ha annunciato che il Canada riconoscerà  documento. L’annuncio arriva proprio mentre il governo viene aspramente criticato per a pessima gestione delle riserve aborigene, molte delle quali non hanno neppure accesso adeguato all’acqua potabile, e in cui le condizioni di vita sono scadenti, e i tassi di suicidio dei giovani sono alle stelle. Il governo liberale di Justin Trudeau ha annunciato di voler ricostruire i rapporti con le popolazioni indigene del Canada.

Sorgente: Finalmente: il Canada riconosce la dichiarazione delle Nazioni Unite sui popoli indigeni – Salva le Foreste