Natalie Portman, scioccata da uccisioni a Gaza, non ritira il Nobel ebraico

di Michele Giorgio

Gerusalemme, 21 aprile 2018, Nena News – Natalie Portman ha rovinato al governo Netanyahu i festeggiamenti per il 70esimo anniversario della proclamazione ‎di Israele. L’attrice, regista e produttrice cinematografica israelo-statunitense, ha fatto sapere ‎che non verrà a Gerusalemme a ritirare il Genesis Prize, il Nobel ebraico.

A spingerla a fare un ‎passo indietro sono stati, ha fatto sapere, ‎«gli ultimi eventi per lei estremamente dolorosi e che ‎non si sente a suo agio a partecipare ad eventi pubblici in Israele‎». Portman non cita la ‎Striscia di Gaza ma è stato chiaro a tutti che la sua decisione è una reazione alle decine di ‎palestinesi uccisi nelle ultime settimane dal fuoco dei tiratori scelti dell’esercito israeliano ‎dispiegati lungo le linee di demarcazione con Gaza per contrastare la “Marcia del Ritorno”. ‎

L’ira della destra al governo in Israele è scattata immediata. La ministra della cultura Miri ‎Regev ha accusato la Portman di essersi schierata con il Bds, la campagna di boicottaggio di ‎Israele a causa delle sue politiche nei confronti dei palestinesi. ‎«Nathalie, un’attrice ebrea che è ‎nata in Israele, si è unita a coloro che vedono il meraviglioso successo della rinascita d’Israele ‎come “una storia di tenebra e tenebra”‎», ha ironizzato Regev, parafrasando il titolo del libro ‎‎”Una storia d’amore e di tenebra di Amos Oz”, dal quale Portman ha tratto un film da lei ‎diretto.

Il deputato del Likud, Oren Hazan, uno degli esponenti di punta dell’estremismo di ‎destra, ha invocato la revoca della nazionalità israeliana all’attrice. «Portman è un’ebrea ‎israeliana che da una parte usa cinicamente le sue origini per far progredire la sua carriera e ‎dall’altra si vanta di aver evitato di essere arruolata nell’Idf (l’esercito)‎», ha commentato ‎Hazan. Per Rachel Azaria, del partito Kalanu, la decisione dell’attrice Usa sarebbe il riflesso di ‎un cambio di atteggiamento degli americani ebrei nei confronti di Israele‏.‏

‎ Portman aveva detto di voler devolvere i due milioni del Genesis Prize ad associazioni ‎delle donne e, stando a quanto riferito ieri sera dal quotidiano Haaretz, non restituirà la ‎somma.

Sorgente: Natalie Portman, scioccata da uccisioni a Gaza, non ritira il Nobel ebraico

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Il Diritto di boicottare Israele – Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni: un legittimo movimento per i diritti umani

dossier-headerPubblichiamo il dossier “Il Diritto di boicottare Israele – Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni: un legittimo movimento per i diritti umani”, a cura di BDS Italia con il sostegno di AssoPace Palestina, Centro Studi Sereno Regis, Pax Christi Italia, Rete Ebrei Contro l’occupazione, Servizio Civile Internazionale Italia e Un ponte per…

Lo scopo del documento è di chiarire le ragioni e gli obiettivi del movimento globale nonviolento per il BDS, che si propone di esercitare pressione su Israele fino a quando non rispetterà il diritto internazionale e i diritti umani del popolo palestinese.

Il dossier è corredato da una ricca documentazione che presenta le basi giuridiche della legittimità del movimento e una rassegna delle prese di posizione da parte di governi, organizzazioni della società civile ed esperti che sostengono il pieno diritto del BDS ad essere esercitato.

Contiene inoltre una consistente sezione sugli attacchi che, a livello internazionale, vengono mossi al movimento e agli attivisti in esso impegnati, che, per Amnesty International, sono “difensori dei diritti umani.”

Il dossier si conclude con alcune raccomandazioni alle istituzioni italiane affinché siano tutelati i diritti alla libertà di espressione, di associazione e di riunione, come sancito nella nostra Costituzione, e sia rispettato e garantito il diritto di contribuire al raggiungimento dei diritti umani del popolo palestinese attraverso la pacifica promozione del BDS.

Il dossier sarà uno strumento utile per la stampa, le istituzioni, la politica e chiunque voglia un’informazione obiettiva sul movimento BDS, recentemente nominato da un parlamentare norvegese al Premio Nobel per la Pace.

Il BDS, sostenuto da milioni di uomini e donne in tutto il mondo, incluse personalità come l’Arcivescovo Desmond Tutu, Premio Nobel per la pace, Naomi Klein, Roger Waters, Angela Davis e Judith Butler, si sta rivelando uno strumento efficace nella lotta per porre fine al sistema di occupazione militare, colonizzazione e apartheid che Israele impone ai palestinesi.

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thanks to: BDS Italia

“Supremacy”, il brano di Roger Waters per i palestinesi

 

L’ex componente della storica band dei Pink Floyd ha voluto esprimere, tra le  altre cose, la sua protesta contro la decisione del presidente Usa, Donald Trump, di riconoscere, lo scorso 6 dicembre, Gerusalemme come capitale di Israele

Roger Waters (foto Afp)

della redazione

Roma, 16 marzo 2018, Nena NewsSi intitola “Supremacy” il nuovo brano a sostegno dei palestinesi di Roger Waters, ex componente della storica band dei Pink Floyd, che con esso ha voluto esprimere la sua protesta contro la decisione del presidente Usa, Donald Trump, di riconoscere, lo scorso 6 dicembre, Gerusalemme come capitale di Israele.

“Supremacy” paragona la storia dei soprusi sui palestinesi a quella dei coloni americani contro gli indiani d’America. Il brano è stato realizzato con la collaborazione del trio di musicisti “Joubran” che ha messo in musica i versi del poema “Il penultimo discorso del pellerossa all’uomo bianco” del grande poeta palestinese Mahmoud Darwish.

Waters è considerato un nemico dal governo Netanyahu perché è un attivista del movimento Bds, movimento internazionale che esorta al boicottaggio di Israele, ed assieme ad altre personalità del mondo dell’arte e dello spettacolo, tra le quali il regista Ken Loach, condanna le politiche di occupazione nei territori palestinesi praticate da Tel Aviv. Tra le sue ultime iniziative ci sono le lettere aperte contro i musicisti che accettano di tenere tour in Israele nonostante la repressione della popolazione palestinese. Hanno fatto notizia quelle indirizzate ai Radiohead e a Nick Cave.

Il musicista si è avvicinato molto alla causa palestinese dopo il 2002, in seguito alla costruzione del Muro di separazione israeliano nella Cisgiordania occupata e intorno a Gerusalemme. Una barriera che ha condannato con forza in molteplici occasioni, in particolare durante le sue visite nei Territori occupati, e che ha accostato ai contenuti espressi nel capolavoro dei Pink Floyd, “The Wall”.

thanks to: Nena News

La Nakba continua: 70 anni di Resistenza – Settimana contro l’apartheid israeliana 2018

Anche quest’anno torna in Italia e nel mondo la Settimana contro l’apartheid israeliana (Israeli Apartheid Week – IAW).

La IAW è un’iniziativa internazionale, giunta alla sua quattordicesima edizione, che ha l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle politiche di occupazione militare, colonizzazione e apartheid attuate da Israele contro i palestinesi e di promuovere le campagne del movimento BDS per fare pressione su Israele al rispetto dei diritti umani e la legalità internazionale.

Lanciata nel 2005 da un gruppo di studenti di Toronto (Canada),  nel corso degli anni si è diffusa in tutto il mondo fino a toccare oltre 200 città.

A 70 anni dalla Nakba del 1948, la pulizia etnica che ha privato i palestinesi della libertà e della terra con la fondazione dello stato di Israele, la resistenza popolare palestinese continua contro l’occupazione militare, per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza.

Nonostante gli attacchi e la propaganda di Israele contro il BDS, la IAW e il movimento BDS continuano a costruire legami e solidarietà internazionale con il popolo Palestinese, per l’affermazione della legalità internazionale.

Partecipa alle iniziative!

A Roma, BDS Italia organizza la presentazione del dossier Il Diritto di boicottare Israele – BDS: un legittimo movimento per i diritti umani, giovedì, 22 marzo, ore 16.00 presso l’Ufficio in Italia del Parlamento europeo in via IV Novembre, 149. Interverranno l’europarlamentare Eleonora Forenza, l’Avv. Fausto Gianelli dei Giuristi Democratici, e Vera Pegna, scrittrice e traduttrice.

**È necessario confermare la partecipazione: info@bdsitalia.org

Il dossier è a cura di BDS Italia con il sostegno di AssoPace Palestina, Centro Studi Sereno Regis, Pax Christi Italia, Rete Ebrei Contro l’occupazione, Servizio Civile Internazionale Italia e Un ponte per…

Il programma per IAW in tutta Italia

Bologna – dibattiti all’università, proiezioni e incontri sull’informazione

Cagliari – La XV edizione dell’Al Ard Doc Film Festival

Milano – coming soon…

Napoli –  Proiezione del documentario Roadmap to Apartheid

Pisa – incontro all’università

Roma – incontro per ricordare Rachel Corrie e presentazione del dossier sul diritto al boicottaggio

Torino – proiezioni, dibattiti all’università e concerti

Udine – mostra, proiezioni, letture

Per informazioni sulla IAW nel mondo: www.apartheidweek.org

thanks to: BDS Italia

Gli Israeliani vogliono avere una vita normale. L’unico popolo che può garantirgli questo sono i Palestinesi.

 

al panel “Memorie e Identità”del CONVEGNO L’eredità di Edward Said in Palestina,

TORINO 1-2 MARZO 2018

Aula Magna Campus Luigi Einaudi*

Sono un professore di storia e vedendo qui studenti, non studenti e professori nei banchi, credo che farò una lezione molto storica… è nel mio DNA! Metto da parte le questioni più concettuali e teoriche, e avrò un approccio più storico.

Ho appena firmato un contratto per un libro, che non ho ancora scritto (un errore!), l’unica cosa che so è il titolo che avrà: “Qual è il senso della storia?”. Ho scelto questo titolo perché negli ultimi 30-40 anni c’è stato un grande dibattito tra gli storici e gli accademici, non su cosa sia il senso della storia, ma su cosa sia la storia. Abbiamo distrutto cinque belle foreste in Brasile per farne dei libri su cui scrivere centinaia di pagine, per dire che cosa è la storia, e oggi non ne sappiamo molto di più. Abbiamo avuto delle scuole di pensiero nel 1900, e sono ancora le stesse. Ancora non sappiamo esattamente che cosa è la storia. I relativisti e gli empiristi stanno ancora dibattendo se si può o non si può conoscere esattamente ciò che è accaduto nel passato. Vico soleva dire “Ciò che sapete del passato è in realtà ciò che sapete del presente, non di più.” La maggior parte di noi si colloca nel mezzo tra un punto di vista relativista ed il suo opposto. È tempo di affrontare un altro problema: quale è il significato della storia.

Il motivo è che la questione palestinese è diventata un nodo che riporta ad un problema molto più ampio: che cosa è stata la Palestina negli ultimi 30-40 anni; è diventata un simbolo, o un oggetto di ricerca, di questioni che vanno molto al di là della Palestina stessa, come la giustizia sociale, o la decolonizzazione. Inoltre la Palestina è diventata importante per la discussione di che cosa sia il senso della storia. Noi viviamo in una società e in un ambiente neoliberale e anche l’università è vittima di questo tipo di percezione ideologica ed economica: da un punto di vista neoliberale l’insegnamento della storia è inutile e non molto importante. L’insegnamento della letteratura, la cultura, in generale l’umanesimo non sono considerati molto importanti. In Gran Bretagna, dove insegno, c’è una nuova idea di rendere la laurea in materie umanistiche e in scienze sociali molto più economica di quella in materie scientifiche, perché sono considerate meno importanti, per cui si paga meno per una laurea in sociologia o storia e molto di più per laurearsi in legge o in medicina. Non me lo sto inventando, è ciò che avverrà in Gran Bretagna nei prossimi anni.

Credo sia importante lottare per l’importanza della storia, non solo per il passato, ma per tutti noi. Sappiamo tutti che se c’è un vuoto nella storia, se l’università e gli storici non vengono considerati come una parte essenziale della nostra società, sappiamo da chi verrà colmato questo grande gap nella società: lo si è visto in Italia, dove stanno tornando i nuovi fascisti, quando la storia non viene raccontata correttamente e quando non viene considerata come questione morale: allora ci sono persone che propongono una loro narrazione e creano la base per politiche razziste ed immorali, in questo paese come anche altrove. Perciò credo che dobbiamo lottare per il diritto di parlare dell’importanza della storia e non vi è un altro caso che richieda un così serio approccio quanto il caso della Palestina. Voglio perciò fornirvi un approccio storico alla lotta contro la cancellazione della memoria della Palestina.

Il punto di partenza, che è già stato citato dai due amici che mi hanno preceduto, è che cerchiamo di guardare al sionismo di Israele oggi come ad un progetto di colonialismo di insediamento. Sono sicuro che tutti voi avete già sentito questo termine, colonialismo di insediamento, ma per essere certo che siamo sulla stessa lunghezza d’onda, chiariamo la differenza tra colonialismo e colonialismo di insediamento. Quest’ultimo non è il classico colonialismo. Il colonialismo di insediamento è stato creato dai rifugiati, da quelli che hanno dovuto fuggire dall’Europa con l’aiuto di un altro potere colonialista ed in realtà non volevano tornare in Europa, non cercavano solo una nuova casa, ma una nuova patria. E tra le sfide in cui potevano imbattersi dovunque andassero, in America, Australia, Africa o Palestina, la maggiore era che vi fossero persone che già vivevano là, in un territorio che gli apparteneva, che per loro era invece il territorio dove costruire una propria nuova identità. In molti casi questi incontri con popoli indigeni andarono a finire con il genocidio dei nativi. Nel caso del Sudafrica e della Palestina vi furono la pulizia etnica, l’apartheid, ed altre atrocità che dopo la seconda guerra mondiale sono state considerate crimini di guerra contro l’umanità.

Fin dall’inizio la storia è molto importante per il colonialismo di insediamento. Questo intende dire ai popoli indigeni “inferiori, voi non avete una storia”. Gli indigeni sono stati rimossi dai libri di storia dei coloni, prima ancora di essere espulsi fisicamente dalla loro terra. Per esempio, se considerate i pittori sionisti nelle prime fasi del progetto sionista, alla fine del diciannovesimo secolo – inizio del ventesimo, se leggete le loro poesie o i loro racconti, ma penso che soprattutto la pittura sia significativa, potete vedere che i pittori sionisti guardavano la collina dove noi sappiamo che c’era un villaggio palestinese, ma nel dipinto o nel disegno il villaggio non c’è. Il villaggio è stato fisicamente distrutto nel 1948, ma non c’era già più nel 1910. Si tratta dello stesso approccio, attraverso il disegno, di rimuovere i nativi prima di eliminarli fisicamente che si trova… per chi di voi ha visto il muro israeliano intorno a Gerusalemme, là ci sono dei graffiti israeliani (no, non di Bansky…) di ciò che si può vedere al di là del muro, perché gli israeliani di Gerusalemme si lamentavano di dover passare da una parte all’altra della città attraverso un muro molto brutto, quindi qualcuno ha detto “bene, dipingiamolo e ci disegneremo un paesaggio che sta oltre il muro”, per cui si possono vedere le colline, ma non ci sono villaggi né città palestinesi. In realtà ci sono ancora e noi che abbiamo coscienza sappiamo che è un brutto segno che nei graffiti israeliani sul muro i villaggi che ancora esistono, nel disegno non ci sono, il che significa che loro hanno un piano diverso.

Prendiamo in considerazione il colonialismo di insediamento, non solo quello sionista, ma dovunque. Prima che abbiano il potere di espellere la popolazione indigena, la rimuovono dalla narrazione; ma fanno anche altro, lo sappiamo riguardo agli Stati Uniti. Si appropriano della storia degli indigeni come fosse la propria. Prendono la storia dei palestinesi, dei nativi d’America, degli aborigeni e sostengono che in realtà quella è la loro storia. Questo è parte di un progetto che costringe i nativi, la popolazione locale, a lottare per qualcosa che ai loro occhi è evidente, quindi ci vuole molto tempo prima che i palestinesi si rendano conto che devono difendere qualcosa che a loro appare un concetto naturale. Perché dovevano spiegare alle Nazioni Unite nel 1947 che appartenevano alla Palestina? Perché la popolazione di Torino dovrebbe spiegare all’Unione Europea che fa parte di Torino? È un esercizio inutile. Eppure ai palestinesi venne chiesto dalle Nazioni Unite nel 1947: ‘Diteci, siete voi il popolo della Palestina?’ Risposero ‘Sì, noi siamo palestinesi, siamo il popolo della Palestina.’

‘Sì, ma voi non lo avete articolato bene, perché ci sono i sionisti che hanno detto di essere loro il popolo della Palestina.’ Con un’assenza di 2000 anni, è vero, ma …

Questa sorta di de-indigenizzazione, o di negazione dell’identità indigena dei nativi, la pretesa che la loro storia sia la vostra, è una potente azione di cancellazione e ridefinizione della memoria e dobbiamo capire che la difesa della memoria inizia dal primo momento in cui un colono ebreo venne in Palestina alla fine dell’800.

I coloni ebrei, soprattutto quelli arrivati con la seconda ondata, tra il 1905 e il 1920, divennero il gruppo dal quale più tardi nacque la leadership israeliana fino al 1990, forse fino ad oggi. Molti di loro sono morti, ma la maggioranza di coloro che hanno impostato il sistema politico ed economico israeliano erano arrivati in quell’ondata, ciò che chiamiamo in ebraico la seconda Aliyah, la seconda ondata. Non era un grande gruppo, ma era molto qualificato. Quelle persone hanno scritto riguardo a qualunque cosa, ci hanno lasciato montagne di diari e di giornali ed hanno continuato a scrivere dal momento in cui sono arrivati, non è sfuggito nulla alla loro attenzione, ogni puntura di zanzara, ogni goccia d’acqua, se gli piacesse o no, ci hanno riferito tutto di quel periodo. Ciò che è stupefacente riguardo a questi coloni è che non erano mai stati prima in Palestina e solitamente hanno passato la prima notte nella città di Jaffa, dove tra l’altro i palestinesi li hanno ospitati, perché erano molto poveri; non sapevano dove stare a Jaffa per cui i palestinesi gli hanno permesso di rimanere gratis almeno per i primi due giorni prima di tentare di raggiungere le più vecchie colonie nel nord o nel centro della Palestina. Di notte, probabilmente usando lampade a petrolio (non c’era elettricità) scrivevano del loro primo arrivo nei diari o nelle lettere a casa. Erano davvero stupefatti perché in Polonia o in Russia, da dove provenivano, gli avevano detto che quando fossero arrivati avrebbero trovato una terra vuota, ma poi hanno scoperto che non era vuota, quindi vi è già una narrazione della storia che gli israeliani avrebbero poi portato avanti fino ad oggi, nel 2018. E la narrazione è: noi siamo ospitati da alieni, siamo ospitati da stranieri della nostra patria, che hanno preso la terra dei nostri antenati, e noi siamo venuti a riscattarla, quindi la generosità dei palestinesi, la loro umanità, vengono totalmente ignorate. Ciò che importa è che qui c’è una sfida, c’è una contraddizione tra l’idea che la terra che era deserta da 2000 anni doveva essere vuota, ma se ci sono esseri umani non possono far parte della patria, perciò sono stranieri. Questa idea che i palestinesi siano stranieri non è mai cambiata nella concezione degli israeliani, nemmeno di quelli di sinistra oggi: quando ragionano di compromesso coi palestinesi o quando parlano della cosiddetta pace con loro, li pensano sostanzialmente come stranieri in Palestina; anche se da un punto di vista liberale o socialista intendono arrivare ad un compromesso o a tollerarli in una piccola parte della Palestina, non li riconosceranno mai come indigeni. E questo fa parte del sistema educativo israeliano ancora oggi: noi siamo gli indigeni e chiunque altro è un immigrato, magari ebreo, che si accoglie, oppure è uno straniero. Anche l’ebraismo ha un ben noto modo di dire, che bisogna trattare bene lo straniero, quindi c’è un’idea religiosa che dice che si possono integrare gli stranieri, ma il profondo concetto dei palestinesi come stranieri esiste fin dall’inizio e i palestinesi hanno dovuto combatterlo fin dal primo momento.

Negli anni Trenta per la prima volta la comunità internazionale si è resa conto che la storia ha svolto un ruolo nel destino palestinese. Come saprete, negli anni Trenta gli inglesi che occupavano la Palestina dal 1918 cominciarono a pensare che c’era un problema in Palestina fra le promesse fatte agli ebrei con la Dichiarazione Balfour, che si sarebbe creata una casa per loro in Palestina, e il fatto che sul terreno c’era quella che si può definire una popolazione locale, un popolo che costituiva la schiacciante maggioranza della popolazione [96%], che aveva aspirazioni diverse rispetto alla terra, all’identità collettiva e che esistevano già movimenti di liberazione, gruppi di resistenza all’occupazione. Insomma gli inglesi capirono di dover trovare un modo per conciliare questi contrasti e non sapevano bene come rapportarsi alla Storia in merito. Se avessero utilizzato criteri universali nel 1936, e cioè quante persone, democraticamente, vogliono che la Palestina sia la Palestina, quante vogliono che la Palestina sia uno stato arabo, insomma usando i criteri che le nazioni legalmente usano per stabilire i diritti delle persone all’autodeterminazione, era molto chiaro che al massimo i coloni ebrei avrebbero potuto avere una qualche autonomia culturale nelle loro colonie e che l’aspirazione ebrea di avere una patria a spese dei palestinesi già nel 1936 non andava d’accordo con il diritto internazionale all’indipendenza e all’autodeterminazione. È molto chiaro, come ha detto anche Jamil Khader, che a causa del sionismo cristiano e di altri elementi in gioco, chi perseguiva quel disegno ha visto l’occasione di mettere in dubbio il diritto dei palestinesi alla Palestina attraverso la narrazione di un ritorno in patria dopo 2000 anni di esilio, che di base quella è la patria degli ebrei e i palestinesi sono stranieri. Ma non funzionò tanto bene, ci furono delle pressioni sul movimento sionista affinché provasse non solo che la Palestina fosse disabitata ma anche una continua presenza degli ebrei dall’epoca Romana. Gli inglesi dissero loro che se avessero potuto dimostrare una continuità questo avrebbe rafforzato la loro richiesta della Palestina. Ci fu un famoso incontro, fra David Ben Gurion, capo della comunità ebrea durante il periodo del mandato inglese, e lo storico più importante della comunità ebraica Ben-Zion Dinaburg, più tardi Ben-Zion Dinur, il secondo Ministro all’Istruzione dello Stato israeliano. Ben Gurion chiamò questo eminente storico sionista e gli disse “Voglio che tu faccia un grande progetto di ricerca: dimostra, indaga se c’è stata una presenza continua degli ebrei in Palestina dall’epoca Romana ai nostri giorni.” – cioè gli anni Trenta. Ben-Zion era un serio storico professionista e disse “È un grande progetto e mi piace! Mi darai i fondi?” – ciò che qualsiasi accademico avrebbe chiesto – e Ben Gurion disse “Certo! Tutto ciò di cui hai bisogno!” e poi gli chiese “Quanto tempo pensi di metterci per darci i risultati?” e Ben Zion disse “È un grande progetto, penso una decina d’anni… epoche differenti, lingue diverse, devo raccogliere un gruppo di ricerca ecc.” e Ben Gurion disse: “Non capisci. Una commissione d’inchiesta inglese, la Commissione Peel, arriverà tra un paio di settimane e dunque hai due settimane per trovare le prove che gli ebrei hanno sempre vissuto in Palestina; poi avrai altri dieci anni per sostanziare il tuo lavoro.” E in effetti se leggete il documento ebreo, sionista, consegnato alla Commissione Peel, c’è questa incredibile falsificazione di una continua presenza degli ebrei in Palestina, poiché questo avrebbe fornito la giustificazione morale al diritto degli ebrei di costruire una loro nazione in Palestina. I palestinesi all’epoca non capirono affatto la spaventosa sfida che dovevano affrontare: lo vediamo quando gli inglesi ne ebbero abbastanza della Palestina e demandarono il problema all’ONU e l’ONU creò una speciale commissione di inchiesta, l’UNSCOP, e anche UNSCOP era interessato alla Storia. Voleva capire i racconti, le narrazioni storiche di entrambe le parti. I palestinesi dissero – ed è probabilmente comprensibile – “Non vogliamo fornirvi la narrazione storica, non abbiamo intenzione di fornire le giustificazioni morali” – come penso sappiate, i palestinesi boicottarono la commissione speciale d’inchiesta dell’ONU, pensando “Noi siamo palestinesi in Palestina, perché dovremmo aver bisogno di andare all’ONU a dimostrare che è così!?” Ma quando sei un colonizzatore con il progetto di insediarti, sei bravissimo in storia, e la ricostruzione storica che il movimento sionista consegnò all’UNSCOP è un documento impressionante, di invenzione e falsificazione, ma comunque un documento impressionante: più note a pié pagina di quanto in Italia un dottorando metterebbe nella sua tesi, un mucchio di note, incredibile, è così sostenuto e comprovato e con tanti e tali riferimenti incrociati che prenderebbe 100 su 100 come lavoro storico se sottoposto ad una giuria accademica – quanto alla validità delle affermazioni… lasciamo stare. Era chiaro già nel 1946 allo stesso movimento sionista come alla comunità internazionale che fosse essenziale una narrazione storica, quand’anche falsa e inventata, per giustificare l’immorale idea di dare la Palestina al popolo ebreo come ricompensa in generale per l’antisemitismo e in particolare per l’Olocausto. Non si può procedere direttamente dall’argomento morale: non basta che gli ebrei meritino una patria a causa dell’antisemitismo, bisogna motivare perché in Palestina e a spese dei palestinesi e ottimi storici erano presenti sia nel movimento sionista che alle Nazioni Unite nel 1946… e dunque qual è il senso della storia? di fornire giustificazione morale ad azioni di disumanizzazione [riduzione demografica], pulizia etnica, colonizzazione, che hanno fatto davvero tante vittime umane. Allora “Storia” non è soltanto il nome di una pratica accademica, è anche la narrazione che giustifica l’umanità [nel suo agire]. Dopo il 1948, per la prima volta vediamo i palestinesi rivolgersi di nuovo alla storia, specialmente alla storia recente. I palestinesi, malgrado il trauma dei fatti del 1948, cercarono di spiegare al mondo, con libri storici, cosa era accaduto in quel 1948 – fra questi uno famoso è quello di Walid Khalid [All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948]. Ma nel 1949 e nemmeno negli anni cinquanta il mondo era minimamente interessato a sentire la versione storica di un palestinese, che fosse di uno storico professionista o di livello amatoriale. È molto interessante: Walid l’ha studiata per tutta la vita, è considerato oggi uno storico palestinese dei più importanti e voleva fare un PhD a Oxford, nel 1949-’50, usando la sua memoria ancora molto fresca dei fatti accaduti in Palestina e anche ricostruendo una narrazione e spiegando chiaramente quali fossero i risultati della risoluzione dell’ONU e dell’atteggiamento internazionale rispetto alla Palestina. Fu però convinto dal suo professore della prestigiosa università inglese a non trattare di quei fatti perché erano troppo politici, troppo emotivi, troppo vicini nel tempo, e lui fece un PhD su un altro argomento. Anni dopo avrebbe contribuito alla nostra conoscenza storica della Palestina, ma nei tardi anni quaranta e cinquanta, nella memoria degli studi universitari la versione degli israeliani era considerata professionale, valida, accademica, mentre gli storici palestinesi… chi erano? erano considerati degli emotivi, orientali, che lavoravano su visioni di fantasia piuttosto che sui fatti. Ma è incredibile che gli israeliani scrissero un numero incredibile di libri, specialmente i generali che avevano partecipato alle pulizie etniche del 1948 scrissero le proprie memorie, erano chiamati “i libri della Brigata” in Israele, una letteratura enormemente vasta che uscì in ebraico nel 1950 e ’51, in base a cui infatti qualcuno di noi – ma nessuno di noi lo fece – insomma se qualcuno fra gli ebrei vivo e abbastanza cosciente nel 1951 avesse voluto, avrebbe potuto scrivere quella che fu in seguito chiamata la “nuova storia” del 1948, avrebbe potuto farlo nel 1950 senza un solo documento degli Archivi israeliani. Sapete, il mito che dovessimo aspettare la desecretazione degli archivi nel 1978 per sapere cosa fosse accaduto in Palestina nel 1948, è un’assurdità: nel 1950 i generali, i militari, le truppe che avevano preso parte alla pulizia etnica della Palestina scrissero molto onestamente di ciò che avevano fatto, ma quando non hai le giuste lenti ideologiche, morali, non leggi correttamente quella produzione di conoscenza, non capisci che la parola “nemico” vuol dire “donne e bambini”, non capisci che la parola “base nemica” vuol dire “un villaggio o un quartiere”, non capisci che l’espressione “eliminare il nemico” vuol dire “distruggere un’intera comunità”; è solo dopo, quando il dizionario ideologico cambia e si inizia a rileggere queste fonti – disponibili, non desecretate – capisci che non era necessario aspettare il 1978, che già nel 1950 era possibile scrivere la vera storia del 1948. Ma di certo Israele allora era protetto da quella nuova idea degli storici che un documento in un archivio scritto da un politico, un militare – il genere di persone più inattendibili che ci sia al mondo – insomma che questo scritto, già coperto dalla polvere di 30 anni, non debba essere altro che la verità e nient’altro che la verità e questa era una cosa su cui anche i palestinesi sfortunatamente cominciarono a riflettere più tardi, quando la nuova storia di Israele cominciò ad apparire. Cominciarono a tenere in considerazione i documenti dell’esercito israeliano sui fatti del 1948, pensando che contenessero la sola versione possibile degli eventi rispetto alle testimonianze orali o ad altri mezzi che si usano per ricostruire cosa accadde nel passato. Per questo la nostra battaglia contro il memoriale è anche la nostra battaglia contro la gerarchia, che considera dei documenti politici e militari desecretati possedere una sorta di validità che ogni altra fonte che usiamo per ricordare e rammentare non possiede. Penso a questo proposito al lavoro di Jacques Derrida e di Michel Foucault sugli archivi, che aiutano molto a invalidare gli Archivi Nazionali in quanto deposito di fatti manipolati e aggiustati dallo Stato, e non una via diretta alla verità del passato.

Procedo verso il prossimo punto, con cui concluderò. Una cosa importante da ricordare riguardo ad Edward Said è che scrisse un libro, The Question of Palestine, pubblicato negli anni Settanta e dunque prima che si avesse accesso agli archivi israeliani, o agli archivi britannici o americani. E questo perché lui aveva idea che ciò che è importante dei fatti sia il loro significato piuttosto che la loro autenticità; lui fu in grado per la prima volta di articolare in modo molto chiaro una narrativa palestinese, che naturalmente compare più tardi nell’atto costitutivo dell’OLP e nella Dichiarazione di Indipendenza nel 1988; per la prima volta i lettori inglesi ebbero a disposizione una narrazione concisa, che conteneva ciò che è importante in una narrazione e cioé non i dettagli, ma lo scheletro della storia, una storia di colonizzazione, spossessamento – non una storia complicata, infatti è il primo a dire che ciò che fa Israele erige anche uno schermo di complessità. Penso che ognuno di voi che abbia discusso in veste ufficiale o con un portavoce informale di Israele sa che il maggiore genere di rivendicazione di Israele è che la cosa è troppo complessa, voi non riuscirete mai a capire, solo Israele la capirebbe. E questa complessità della storia è costruita, perché purtroppo la storia non è affatto complessa, di gente che arriva e caccia via altra gente, è già accaduto e purtroppo accadrà ancora, e la domanda è se si possa fermare piuttosto che se si possa comprendere. Come sapete negli anni ottanta capitarono due cose, e con questo concludo. Apparve il grande articolo di Edward Said che hanno menzionato i miei colleghi, Permission to Narrate, un articolo molto importante che vi raccomando di leggere se non l’avete già fatto, che Said scrisse immediatamente dopo l’invasione israeliana del Libano, nel 1982. Dopo l’invasione del Libano del 1982, che in Israele è chiamata la Prima Guerra del Libano, l’ONU nominò una commissione d’inchiesta con a capo una persona di nome Sean McCright, un irlandese che era famoso nel mondo come l’avvocato più autorevole per i Diritti Umani, e fu nominato dall’ONU anche perché aveva effettivamente a livello internazionale la reputazione di persona integra e questo avvocato produsse un report molto incriminatorio della guerra in Libano, specialmente [delle azioni] contro i campi profughi palestinesi, report che fu completamente ignorato dalle Nazioni Unite, dai media internazionali e questo irritò molto Said. E fu così che iniziò a scrivere il suo articolo.

E la seconda cosa che successe, che lo irritò, fu che il buon amico Noam Chomsky scrisse un libro intitolato Il triangolo palestinese e concludeva il libro dicendo che, riguardo alla questione palestinese, se si guardavano realmente le cose in faccia, i palestinesi non avrebbero avuto proprio alcuna possibilità di cambiare la realtà. Non so che cosa l’abbia irritato di più, se il report di McCright o le conclusioni di Chomsky, ma scrisse l’articolo con molta rabbia, questo è evidente. E nell’articolo dice, e questo è molto importante, che non solo i palestinesi hanno il permesso di avere la loro narrazione, e che anche se l’equilibrio di potere è contro di te, non hai il potere militare, non hai il potere economico, non hai il potere diplomatico, nessuno può toglierti il potere di raccontare la tua storia.

Ma questo non è il punto principale, il punto principale è che Said ha detto a Chomsky: se i fatti sono così deprimenti devi raccontarli in modo che si possa scegliere di venirne fuori. Il ruolo della Storia non è quello di dire le cose così come sono state, la Storia racconta le storie del passato con una visione di cambiamento della realtà nel futuro. Certo, così dicendo Said entrava in conflitto con la percezione professionale accademica del lavoro della Storia in quanto imparziale, oggettiva, priva di agenda politica, e diceva: la gente non ha un’agenda politica, una posizione morale e se si ricostruisce la storia della Palestina senza alcun impegno, si finisce certo con il rappresentare dei fatti che perpetuano la realtà. Mentre le persone che scrivono assumendosi un impegno, possono anche contribuire scrivendo a produrre un cambiamento nella realtà.

Lui credeva che la penna possa a volte essere più potente dei pensieri; la maggior parte di voi è molto giovane e magari non sa che cos’è una penna, allora diciamo che una tastiera può essere più potente dei pensieri…..Ma Said da più punti di vista non era certo naïf su questo, semplicemente pensava che questa fosse una parte importante della lotta. Permettetemi di finire dicendo che oggi in Palestina, in Israele, nei Territori Occupati e all’interno della comunità palestinese Said lancia un appello al permesso di narrare, e cioè “io ho il diritto di raccontare la mia storia anche se sono occupato, anche se sono colonizzato e anche se sono rifugiato”, e ho il diritto come storico professionista di essere un attivista. Queste sono le due raccomandazioni di Said per il futuro per noi storici professionisti. Lui viene preso molto sul serio dalla società civile, ma ancora non abbastanza sul serio dalla comunità accademica, purtroppo. Quindi molte delle cose che Said avrebbe voluto veder accadere in ambito accademico – cioè che avremmo fatto lezioni sul 1948 come pulizia etnica, che avremmo fatto lezioni sulla Palestina nei nostri corsi sul colonialismo, che avremmo fatto lezioni su Gaza nei nostri corsi sul genocidio, negli studi sul genocidio – non è successo. Questo non è successo, né in Italia, né in Inghilterra, in nessun posto, quindi non sentitevi esclusi. In nessuna parte del mondo è facile cambiare il piano di studi in modo che rappresenti il tema Palestina come una conquista nella produzione accademica di conoscenza.

Ma nella società civile, che è meno inibita dalla nuova scuola di pensiero liberale, lo stanno facendo, e in Palestina potete vedere progetti di storia orale, progetti di ricostruzione di modelli dei villaggi distrutti, il racconto di storie attraverso interviste individuali o spettacoli o folclore. Il permesso di narrare è ciò che Gramsci probabilmente chiamava resistenza culturale, come prova concessa alla resistenza politica. Come sapete Gramsci diceva che se non si può fare resistenza politica, si fa una resistenza culturale nel senso che questa è il banco di prova concesso alla resistenza politica. E da più punti di vista gli Israeliani stanno iniziando a capire il progetto culturale di memoria che i giovani palestinesi hanno intrapreso non solo in Israele, ma anche in altri paesi, in Palestina e fuori dalla Palestina, e improvvisamente stanno capendo, senza comprendere appieno il perché, che si sentono spaventati da questo molto più che dai missili che Hamas lancia contro di loro da Gaza o dai missili di Hezbollah ed è per questo che hanno approvato delle leggi, di cui la più famosa è la legge sulla Nakba, hanno approvato una legge che dice che i palestinesi non hanno il permesso di fare riferimento agli eventi del 1948 come Nakba. Credo che persino George Orwell non avrebbe potuto inventare una legge di questo tipo, voglio dire che è incredibile il modo in cui lo fanno, ma lo fanno perchè percepiscono che in qualche modo la società civile palestinese, non quella accademica, ricorda il 1948 come un evento contemporaneo. Come ha detto Jamil Khader a questo proposito, è la “Al-Nabka al-Mustamirra” [“La Nakba ininterrotta”, ndt], voglio dire che non sono riusciti nonostante i fatti, nonostante abbiamo cancellato i villaggi e le foreste ora coltivate con alberi europei, nonostante il fatto che abbiano costruito le colonie, eliminando quartieri e villaggi, nonostante tutto lo smantellamento che hanno fatto e continuano a fare, non possono controllare un progetto di questo tipo, che riporta e ripete la storia di Israele in modo da dimostrargli che il loro progetto di spopolare la Palestina dei palestinesi non è riuscito.

E questo richiede un grosso sforzo ed ottimismo, lo so, ed i tempi non ci offrono una buona ragione per essere ottimisti, ma ritengo che Said, il permesso di narrare di Said, ci dimostri che qualsiasi sia l’equilibrio di potere – e nessuno può pensare uno squilibrio di potere peggiore tra i palestinesi e gli Israeliani, non me ne viene in mente uno, almeno non nella storia contemporanea –, qualunque sia lo squilibrio, un fatto resta innegabile: gli Israeliani vogliono avere una vita normale, essere accettati come una normale parte organica della Palestina – cosa che potrebbe anche diminuire la possibilità di una prevedibile terza ondata di coloni – ed essere parte del Medio Oriente, gli Israeliani vogliono questo tipo di normalità. L’unico popolo che può garantirgli questo, sfortunatamente per loro, sono i palestinesi, non gli americani, non i cinesi, non gli indiani, non gli europei. È in qualche modo assurdo, perchè i palestinesi sono le vittime principali, sono stati oppressi, colonizzati, è stata fatta una pulizia etnica nei loro confronti, ma sono l’unico popolo che può dar loro legittimità; ora certo gli Israeliani hanno sufficiente potere per fare a meno della legittimità, ma lo potete vedere nella reazione alla campagna del BDS: la delegittimazione è qualcosa con cui gran parte degli Israeliani non sarebbe in grado di coesistere per lungo tempo. E questo è qualcosa che noi dovremmo comprendere, è qualcosa che noi dovremmo utilizzare e non perdere la speranza, nonostante la discordia, lo squilibrio di potere, una comunità internazionale indifferente, nonostante tutto questo, perché ciò che è successo in quell’area del mondo non si dovrebbe mai permettere che accada, pensando positivamente alla Palestina, nonostante tutto questo o il colonialismo dei coloni è trionfante, come in caso di genocidio, o alla fine è destinato a perdere, come è successo in Algeria o in Sud Africa.

Quella è la speranza, che la Palestina nel 2055 sia insegnata in questa università come caso della possibilità di sconfitta del progetto colonialista.

Grazie!

(traduzione di Cristiana Cavagna, Luciana Galliano e Paola Merlo)

vers. orig. https://www.youtube.com/watch?v=e2Y7ZH27Tt4,video a cura di Invicta Palestina

*Il seminario “L’eredità di Edward Said in Palestina” è stato organizzato dagli studenti del Progetto Palestina e si è svolto nei giorni del 1 e 2 marzo con quattro panel con tre relatori ciascuno.

thanks to: Zeitun

Deputata UE chiede un’inchiesta sulle calunnie della lobby israeliana

Ali Abunimah

9 marzo 2018, Electronic Intifada

Un’importante esponente del Parlamento Europeo sta chiedendo un’inchiesta ufficiale sul ruolo di una funzionaria di alto livello dell’Unione Europea in una campagna di diffamazione della lobby israeliana che l’ha presa di mira.

Ana Gomes, una parlamentare portoghese di centro-sinistra, è stata denunciata da gruppi della lobby filoisraeliana come antisemita dopo che li ha pubblicamente criticati per aver tentato di bloccare il suo invito al militante per i diritti umani dei palestinesi Omar Barghouti per una conferenza al Parlamento Europeo la scorsa settimana a Bruxelles.

Le accuse dei gruppi della lobby filoisraeliana sono state poi amplificate da Katharina von Schnurbein, la più importante funzionaria dell’UE incaricata di combattere l’antisemitismo, e dall’ambasciata UE a Tel Aviv, nota ufficialmente come la “Delegazione dell’Unione Europea in Israele”.

Gomes ha fatto la sua richiesta mercoledì con una lettera a Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione Europea – il governo dell’UE – e alla responsabile della diplomazia dell’UE Federica Mogherini. “Chiedo un’inchiesta sulla campagna diffamatoria diretta contro di me, in quanto MEP (membro del Parlamento Europeo) eletta, da parte di qualcuno della Delegazione UE in Israele e dalla signora von Schnurbein,” afferma la lettera.

Gomes vuole l’indagine per definire se questi funzionari abbiano violato i loro doveri in base al regolamento del personale e alle norme dell’UE sui social media.

In linea con la prassi comune nei sistemi democratici, ai funzionari dell’UE viene richiesto di rimanere politicamente neutrali, il che rende l’attacco pubblico a Gomes – una politica eletta – da parte di von Schnurbein e dell’ambasciata UE a Tel Aviv una grave violazione del loro dovere.

Gomes ha anche sporto la propria denuncia al difensore civico europeo, un ente indipendente incaricato di indagare su accuse di comportamento scorretto presso le istituzioni europee.

Una “lobby perversa”

Il 28 febbraio Gomes ha ospitato un seminario sul movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) [contro Israele] con Omar Barghouti.

Barghouti è uno dei fondatori della campagna di base non violenta per i diritti umani e vincitore nel 2017 del “Gandhi Peace Award” [Premio Gandhi per la Pace].

All’inizio del seminario Gomes ha sottolineato che discussioni sui diritti umani dei palestinesi erano molto più frequenti, “ma sono diventate sempre più rare in questo parlamento in seguito ad una lobby molto perversa che tenta di intimidire le persone.”

Gomes ha aggiunto di essere stata sottoposta a simili pressioni nei giorni precedenti il seminario da parte di gruppi che “dicono molte falsità” e “fraintendono le parole di molti studiosi.”

In risposta l’“AJC Transatlantic Institute” [Istituto Transatlantico AJC] ha denunciato le notazioni di Gomes come “antisemite”, sostenendo che lei stava “demonizzando le organizzazioni della società civile ebraica” e ha chiesto “un’azione disciplinare” contro di lei da parte del suo gruppo parlamentare.

L’ “AJC Transatlantic Institute” è l’ufficio di Bruxelles dell’”American Jewish Committee” [Commissione Ebraica Americana], un’organizzazione lobbystica che afferma di “appoggiare Israele ai più alti livelli” dai “corridoi dell’ONU a New York a quelli dell’Unione Europea.”

Una delle sue principali attività è insabbiare i crimini di guerra israeliani.

Katharina von Schnurbein, dell’UE, ha ritwittato l’attacco dell’“AJC Transatlantic Institute”, sostenendo che le obiezioni di Gomes per essere stata censurata da gruppi politici che lavorano per Israele rappresentano “abominevoli espressioni antisemite.”

A loro volta, i tweet di von Schnurbein che attaccavano Gomes sono stati ritwittati da @EUinIsrael, l’account ufficiale dell’ambasciata UE a Tel Aviv.

In almeno uno dei propri tweet, l’ambasciata ha fornito il proprio appoggio implicito alle critiche a Gomes.

Allineata con Israele

In realtà uno dei suoi [di von Schnurbein] principali obiettivi è stato aiutare la lobby filoisraeliana a combattere l’attivismo solidale con i palestinesi diffamando come antisemite le critiche contro l’occupazione, la colonizzazione di insediamento e l’apartheid di Israele.

Ha sostenuto senza prove che le attività del BDS hanno portato ad un incremento di episodi antisemiti nei campus universitari.

In risposta ad una richiesta di informazioni da parte di “Electronic Intifada”, la Commissione Europea ha fornito il proprio pieno appoggio a von Schnurbein in seguito al suo attacco contro Gomes.

“La Commissione Europea rimane ferma contro l’antisemitismo – così come più in generale contro il razzismo e la xenofobia – e il lavoro della coordinatrice nella lotta contro l’antisemitismo è una parte importante dei nostri sforzi a questo proposito,” ha detto un portavoce.

Questa settimana von Schnurbein era a Londra per partecipare alla cena di un gruppo lobbystico israeliano, il “Community Security Trust”, insieme all’ambasciatore israeliano Mark Regev.

L’ambasciata UE a Tel Aviv si è anche schierata con opinioni di estrema destra: lo scorso anno ha ingaggiato un sostenitore israeliano del genocidio dei palestinesi perché comparisse in un video in cui reclamizzava i benefici della cooperazione tra UE ed Israele.

Tentativi di bloccare la conferenza

Nella lettera in cui chiede l’inchiesta, Gomes afferma che l’annuncio del seminario con Barghouti “ha provocato tentativi da parte di alcune organizzazioni di bloccarlo, di etichettare esso, il signor Barghouti e me con l’insulto di “antisemiti”.

Oltre all’”AJC Transatlantic Institute”, Gomes afferma che le “organizzazioni che hanno condotto questa campagna diffamatoria” includono gruppi della lobby filoisraeliana come l’“European Coalition for Israel”, l’“European Jewish Congress” e l’“European Leadership Network”.

Come riportato da Electronic Intifada, l’“European Leadership Network” ha una politica di collaborazione con politici dell’estrema destra europea, compresi neonazisti e negazionisti dell’Olocausto, nella misura in cui sono filoisraeliani.

Anche l’“Israel Project”, un’importante organizzazione antipalestinese, si è dato da fare contro la conferenza di Barghouti, definendo “vergognoso” che il Parlamento Europeo “legittimi il suo antisemitismo.”

Coraggio morale

“Insistendo perché io parlassi al Parlamento Europeo, resistendo alle intimidazioni ed ai tentativi menzogneri della lobby dell’UE filoisraeliana, Ana Gomes ha dimostrato il proprio coraggio morale e il suo fermo impegno per i diritti umani,” ha detto Barghouti a “Electronic Intifada”.

Ha aggiunto: “Lei ha anche rappresentato la crescente ripulsa della società civile europea e di base nei confronti delle gravissime violazioni dei diritti umani da parte di Israele contro il popolo palestinese e, in modo decisivo, della complicità dell’UE nel consentire e rafforzare il sistema pluridecennale di oppressione coloniale e apartheid di Israele.”

Nella sua conferenza al seminario – il cui testo Gomes ha postato sul suo sito – Barghouti ha detto che “solo consistenti pressioni da parte della società civile europea possono porre fine a questa complicità dell’UE.”

Anche Israele lo sa, ed è la ragione per cui i lobbysti di Bruxelles ed i loro alleati all’interno della burocrazia dell’UE appaiono così determinati a calunniare chiunque resista loro.

(traduzione di Amedeo Rossi)

Sorgente: Deputata UE chiede un’inchiesta sulle calunnie della lobby israeliana – Zeitun

Pedalando per i diritti palestinesi: 20 città in tutto il mondo chiedono a UCI e Giro di Italia: #CambiaGiro / #RelocateTheRace

Ciclisti e sostenitori dei diritti umani dei palestinesi sono scesi in strada in 20 città in tutto il mondo sabato 10 marzo 2018 per la Giornata internazionale di azione #CambiaGiro / #RelocateTheRace.

Manifestazioni in bicicletta e azioni hanno chiesto all’Unione Ciclistica Internazionale (UCI), l’organo direttivo del ciclismo, di spostare la partenza del famoso evento ciclistico Giro d’Italia, fissata per il 4 maggio da Gerusalemme. I partecipanti hanno sottolineato la negazione da parte di Israele dei diritti dei palestinesi, compresa la libertà di movimento, e il suo uso della corsa per coprire con lo sport il suo regime di occupazione e apartheid.

La giornata di azione è cominciata in Palestina, con la partecipazione di dozzine di giovani uomini e donne palestinesi ad una corsa “Contro Giro” in Cisgiordania da Ramallah a Qalandia, una località rinchiusa dal muro dell’apartheid e dai checkpoint militari di Israele. La corsa faceva parte degli eventi della Israeli Apartheid Week (Settimana contro l’apartheid israeliana) e ha sottolineato la continua distruzione di case e fattorie palestinesi da parte di Israele.

In Svizzera, ciclisti hanno pedalato fino alla sede centrale dell’UCI a Aigle. Malgrado numerosi lettere e appelli per spostare l’inizio della corsa che citavano lo stesso codice etico dell’UCI, l’organizzazione non ha intrapreso azioni per impedire al ciclismo professionistico di essere complice nelle violazioni israeliane del diritto internazionale.

No al Giro d’Italia nell’Israele dell’#Apartheid! #RelocateTheRace #DéplacezLaCourse

Inviato da BDS Svizzera lunedì 12 marzo 2018

A Kuala Lumpur, più di 50 persone, giovani e vecchi, singoli e famiglie, studenti e ciclisti, si sono radunati sabato mattina per invitare la Federazione Ciclistica Malesiana, un membro del direttivo dell’UCI, a prendere le misure per assicurare che l’UCI sposti la corsa.

Proteste si sono tenute in più di 10 città in tutta Italia. A Roma, dozzine di ciclistisi sono radunati per una parodia di una cerimonia di premiazione vicino al Colosseo, dove sarà il traguardo finale del Giro d’Italia. Il fornitore elettrico italiano ENEL è stato “premiato” come “Migliore Sponsor dell’Apartheid Israeliana”. All’UCI è stato dato il “Premio dello struzzo” per avere tenuto la sua testa nella sabbia. Gli organizzatori del Giro, che a quanto risulta hanno ricevuto 10 milioni di euro da Israele, sono stai premiati come “Migliori approfittatori delle violazioni di diritti umani”. La squadra ciclistica israeliana è stata premiata per la “Migliore copertura ciclistica dei crimini israeliani”.

In Sicilia, attivisti hanno tenuto una assemblea pubblica a Catania per preparare le proteste al Giro d’ Italia. Le prime tappe italiane della corsa saranno sull’isola. Manifestazioni in bicicletta sono state tenute inoltre a Bologna, Milano, Napoli, Ravenna, Torino, Udine, Vicenza e Venezia.

Nei Paesi Bassi, circa 80 ciclisti hanno partecipato  a un “Giro Alternativo” a L’Aia, pedalando dal Parlamento al Palazzo della Pace e alla Corte Criminale Internazionale, rimarcando la lunga lista di crimini di guerra e violazioni dei diritti umani di Israele.

A Manchester, ciclisti del Grande Giro per la Palestina hanno pedalato fino alla Sede Centrale della Federazione Ciclistica Britannicae al Consolato italiano, gridando “Salvate la faccia! Spostate la corsa!

In Francia, ciclisti a Parigi sono andati dalla Torre Eiffel fino all’emittente francese del Giro L’Equipe. Manifestazioni in bicicletta si sono tenute anche a Saint-Étienne e a Marsiglia, dove gli attivisti hanno distribuito oltre 1500 volantini.

In Belgio, attivisti a Lovanio hanno distribuito bandierine per bici con scritto “Andate in bici per la pace e la libertà, non per l’apartheid israeliana” ad un pubblico che ha risposto in maniera incredibilmente favorevole e ha protestato contro l’uso del ciclismo per nascondere gli abusi verso i diritti umani da parte di Israele.

Israele si è lungamente ispirato al regime di apartheid in Sudafrica, usando lo sport per mascherare il suo regime decennale di occupazione militare e di apartheid.

I sostenitori dei diritti dei palestinesi in tutto il mondo sono impegnati a continuare la pressione nei confronti del ciclismo professionistico fino a che non porrà fine alla sua partnership con il governo israeliano, che permette che una delle più importanti gare di ciclismo sia sfruttata per fini politici.

Sorgente: Pedalando per i diritti palestinesi: 20 città in tutto il mondo chiedono a UCI e Giro di Italia: #CambiaGiro / #RelocateTheRace – BDS Italia – Boicotta Israele

Stephen Hawking e Hamas: come uno scienziato ha preso la parola a favore dei palestinesi

Redazione di MEE

mercoledì 14 marzo 2018,Middle East Eye

Nel 2006 il fisico, morto mercoledì, incontrò il primo ministro israeliano Ehud Olmert, ma auspicò colloqui tra Israele ed Hamas dopo la guerra contro Gaza del 2008-09

Mercoledì si sono resi omaggi al famoso fisico inglese Stephen Hawking – ricordandolo non solo per la genialità della sua mente come scienziato, ma anche come appassionato attivista che ha prestato la propria impareggiabile voce a cause come il diritto dei palestinesi a resistere e per chiedere la fine della guerra in Siria.

Hawking, morto mercoledì mattina a 76 anni, raggiunse la fama internazionale in seguito alla pubblicazione nel 1988 di “Una breve storia del tempo”, il suo libro sulla ricerca di fisica teorica per una teoria unitaria che permettesse di risolvere [la contraddizione tra] la relatività generale e la meccanica quantistica.

Il libro arrivò a vendere più di 10 milioni di copie e trasformò Hawking in uno dei più rinomati scienziati al mondo.

A quel tempo Hawking era costretto su una sedia a rotelle e in grado di parlare solo tramite il suo particolare sintetizzatore vocale, poiché all’età di 22 anni gli venne diagnosticata una patologia neuronale.

Tra quanti hanno postato sui social media omaggi alla sua memoria ci sono stati i militanti per i diritti dei palestinesi, che hanno ricordato il suo appoggio al movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS), che chiede il boicottaggio accademico di Israele.

Nel 2013 Hawking si è ritirato da una conferenza a Gerusalemme sul futuro di Israele, affermando di aver deciso di “rispettare il boicottaggio” in base al parere di accademici palestinesi.

Hawking è stato condannato da sostenitori di Israele ; un portavoce del ministero degli Esteri israeliano ha detto: “Mai uno scienziato di una tale importanza ha boicottato Israele.”

Israel Maimon, il presidente della conferenza, ha affermato: “Il boicottaggio accademico di Israele secondo noi è vergognoso e scorretto, sicuramente da parte di una persona per la quale lo spirito di libertà è alla base della propria missione umana e accademica.”

Nel gennaio 2009, parlando con Al Jaazera dell’invasione israeliana di Gaza, “Piombo fuso”, in cui vennero uccisi più di 1.000 palestinesi, Hawking disse: “Un popolo sotto occupazione continuerà a resistere in ogni modo possibile. Se Israele vuole la pace dovrà parlare con Hamas come la Gran Bretagna ha parlato con l’IRA (l’Irish Republican Army) [il gruppo armato degli indipendentisti irlandesi, ndt.].”

“Hamas è il rappresentante democraticamente eletto del popolo palestinese e non può essere ignorato.”

In quel periodo la posizione di Hawking sulla Palestina sembrò essersi radicalizzata, dai tempi della visita di otto giorni in Israele nel 2006, quando si incontrò con l’allora primo ministro Ehud Olmert.

Durante quel viaggio Hawking tenne anche una lezione presso l’Università Ebraica di Gerusalemme e visitò l’università [palestinese] di Birzeit nella Cisgiordania illegalmente occupata.

Hawking ha anche utilizzato la sua pagina Facebook per appoggiare gli scienziati palestinesi, chiedendo lo scorso anno ai suoi followers di donare fondi per sostenere l’apertura di una seconda scuola palestinese di studi di fisica avanzata.

Nel 2014 Hawking ha anche fatto sentire la propria voce sulla guerra in Siria, come parte di una campagna di “Save the Children”, per ricordare quello che allora era il terzo anno del conflitto, dando voce alle esperienze dei bambini colpiti dagli scontri.

Hawking ha affermato: “Quello che sta avvenendo in Siria è un abominio che il mondo sta guardando impotente dall’esterno. Dobbiamo lavorare insieme per porre fine a questa guerra e per proteggere i bambini siriani.”

Nel 2003 Hawking si espresse anche contro l’invasione dell’Iraq guidata dagli USA.

Nel 2004, rivolgendosi ad un raduno contro la guerra, Hawking disse che la guerra era stata giustificata sulla base delle “due menzogne”, secondo cui l’Iraq possedeva ordigni di distruzione di massa e insinuazioni su legami tra il governo di Saddam Hussein e gli attacchi dell’11 settembre 2001 contro gli USA.

“È stata una tragedia per tutte le famiglie. Se questo non è un crimine di guerra, che cos’è?” disse Hawking. “Mi scuso per la mia pronuncia. Il mio sintetizzatore vocale non è stato impostato per i nomi iracheni.”

(traduzione di Amedeo Rossi)

thanks to: Zeitun

Boicottare Israele è un dovere morale anche per il M5S

(Ringraziamenti per l’immagine: IMEU)

I 30 momenti principali del BDS nel 2017

GOVERNO E PARTITI POLITICI

  1. Un rapporto commissionato dall’ONU ha stabilito che Israele ha imposto un sistema di apartheid all’intero popolo palestinese ed ha fatto appello per misure BDS per porre termine a questo regime di apartheid.
  2. Il Sudafrica ha dato ancora al mondo una lezione su come concretamente resistere all’ingiustizia quando l’African National Congress (ANC) al governo ha votato all’unanimità, al suo congresso generale, per declassare i legami diplomatici del Sudafrica con Israele.
  3. I Socialisti Democratici d’America, forti di 25.000 membri, hanno dichiarato il loro pieno sostegno per la lotta dei palestinesi ed hanno deciso di appoggiare il movimento BDS.
  4. Il parlamento spagnolo ha affermato che il diritto a sostenere i diritti dei palestinesi attraverso il BDS è protetto nel quadro della libertà di parola e di associazione. Centinaia di funzionari eletti nello stato spagnolo hanno deciso di appoggiare il BDS per i diritti dei palestinesi.
  5. Il consiglio comunale di Barcellona ha deciso di sostenere i diritti dei palestinesi adottando linee-guida etiche sugli acquisti che escludono le aziende coinvolte nell’occupazione militare da parte di Israele. L’anno scorso, dozzine di consigli comunali in tutto lo stato spagnolo si sono dichiarati “Zone libere dall’apartheid israeliana”.
  6. Il governo britannico è stato sconfitto in tribunale dalla Palestine Solidarity Campaign e dai suoi alleati con una sentenza che giudica illegale la limitazione da parte del governo del diritto delle autorità locali di disinvestire da aziende complici nelle violazioni israeliane dei diritti umani dei palestinesi.
  7. Il parlamento svizzero ha bloccato i tentativi della lobby israeliana di criminalizzare il sostegno al BDS.

CULTURA, SPORT E MUSICA

  1. Sei giocatori della Lega Nazionale di Football americano (NFL) negli Stati Uniti hanno rifiutato un viaggio di propaganda, sponsorizzato e completamente pagato del governo israeliano, organizzato per ripulire l’immagine sempre più velocemente deteriorata di Israele.
  2. L’artista vincitrice del Grammy Award, Lorde ha annullato il suo concerto a Tel Aviv, così come la rapper e giovane icona femminista Princess Nokia (Destiny Nicole Frasqueri), in seguito all’appello degli attivisti BDS di rispettare i limiti stabiliti dai palestinesi. Più di 100 rinomati artisti hanno scritto a sostegno del diritto di Lorde di seguire la sua coscienza ed esercitare il suo diritto a boicottare.
  3. Un’ondata di boicottaggi ha colpito il film festival LGBT israeliano e ha dimostrato il rispetto crescente per i limiti stabiliti dal BDS palestinese.
  4. Nove performance musicali si sono ritirate dal Pop-Kultur festival a Berlino dopo che i sostenitori dei diritti dei palestinesi hanno evidenziato che il festival violava i limiti stabiliti dal BDS palestinese.
  5. Rinomati fotografi portoghesi hanno annunciato un impegno a rifiutare inviti professionali o finanziamenti da Israele e a rifiutare di collaborare con le istituzioni culturali israeliane finché Israele non “osserverà il diritto internazionale e rispetterà i diritti umani dei palestinesi”.

CHIESE

  1. Il Consiglio delle Chiese Sudafricano (SACC) e il Consiglio delle Chiese Indipendenti Africane (CAIC), che rappresentano più di un milione di cristiani in Sudafrica, hanno annunciato il loro sostegno alla lotta palestinese e al movimento BDS.
  2. La Chiesa Mennonita degli USA ha votato con una maggioranza schiacciante del 98% per disinvestire dalle aziende che traggono profitto dall’occupazione israeliana, seguendo parecchie chiese principali che hanno adottato politiche simili negli ultimi anni, compreso la Chiesa Presbiteriana degli USA, la Chiesa Unita di Cristo e la Chiesa Metodista Unita.
  3. 23 chiese statunitensi si sono dichiarate “libere da HP” in seguito agli appelli dei cristiani palestinesi a boicottare l’azienda per la sua complicità nelle violazioni dei diritti umani dei palestinesi da parte di Israele.

SINDACATI E MOVIMENTI SOCIALI

  1. La più grande federazione sindacale della Norvegia, LO, che rappresenta circa un milione di lavoratori, ha approvato un boicottaggio completo di Israele per ottenere i diritti palestinesi secondo il diritto internazionale.
  2. Un sindacato nazionale degli agricoltori in India con 16 milioni di membri, il All India Kisan Sabha (AIKS), si è unito al movimento BDS.
  3. Il più grande sindacato dei lavoratori canadese nel settore privato (Unifor), che rappresenta più di 310.000 membri, ha sostenuto il diritto di utilizzare le tattiche del BDS per porre termine all’occupazione militare israeliana.
  4. Il BDS del Golfo ha tenuto la sua prima conferenza regionale di anti-normalizzazione a Kuwait City, con una vasta partecipazione di relatori, organizzazioni, attivisti e figure politiche dall’intera regione del Golfo arabo.
  5. I principali movimenti sociali, organizzazioni e sindacati colombiani si sono uniti al movimento BDS e hanno lanciato un appello per un sostegno parallelo alla loro lotta per la libertà e i diritti umani.
  6. Più di 200 organizzazioni, coalizioni, movimenti sociali e personalità dell’America Latina hanno pubblicato una lettera indirizzata al consiglio di amministrazione dell’azienda multinazionale messicana Cemex, che richiede ai suoi membri di porre termine alla complicità dell’azienda nelle violazioni di diritti umani da parte di Israele nel territorio palestinese occupato. I loro sforzi fanno parte di una campagna #StopCemex che si sta sviluppando.

AZIENDE

  1. G4S ha sofferto ulteriori perdite in tutto il mondo a causa della sua complicità costante con i crimini israeliani. UN Women è diventata la quinta agenzia dell’ONU in Giordania a interrompere i suoi contratti con G4S in seguito a una campagna locale degli attivisti BDS, e sette aziende private e pubbliche in Giordania hanno posto un termine ai loro contratti di servizio con G4S.

Il sindacato dei medici libanesi ha abbandonato G4S, in seguito a una campagna degli attivisti del boicottaggio in Libano. G4S inoltre ha subito la sua prima perdita in Ecuador, dove un istituto di ricerca ha interrotto il suo contratto con l’azienda in seguito a una campagna BDS.

Un consiglio dei trasporti in California ha interrotto il suo contratto con G4S dopo che una coalizione sui diritti umani e sul lavoro, che include attivisti BDS, ha evidenziato il ruolo dell’azienda nella violazione dei diritti umani in Palestina e negli Stati Uniti.

  1. Il terzo più grande fondo pensione della Danimarca “Sampension” ha escluso quattro banche e aziende dal suo portafoglio, menzionando i loro investimenti nelle colonie illegali israeliane.Queste sono state identificate come due banche israeliane, Hapoalim and Leumi, l’azienda di costruzioni tedesca Heidelberg Cement, e Bezeq, la più grande azienda di telecomunicazioni di Israele, che possiede attrezzature per le telecomunicazioni installate all’interno delle colonie.
  2. Il più grande operatore del trasporto pubblico di Israele “Egged” ha perso un contratto di 190 milioni di euro per la gestione del trasporto pubblico nei Paesi Bassi.
  3. Air Canada ha interrotto un contratto di manutenzione del valore di diecine di milioni di dollari con la ditta israeliana “Israel Aerospace Industries” due anni prima del termine del contratto.
  4. Una delle più grandi organizzazioni di medicina aeronautica nel mondo, la Royal Flying Doctors (RFDS) dell’Australia, ha rifiutato servizi dall’azienda militare e tecnologica Elbit Systems. Elbit Systems produce l’85% dei droni usati dai militari israeliani, compresi quelli usati per attacare i civili palestinesi a Gaza da 2009 al 2014.

UNIVERSITÀ

  1. La più grande università residenziale del Sudafrica, la Tshwane University of Technology (TUT), con oltre 60.000 studenti, ha approvato il boicottaggio accademico di Israele.
  2. Due università cilene hanno annullato eventi sponsorizzati dall’ambasciata israeliana. Inoltre, gli studenti di medicina della più grande università del Cile hanno votato per interrompere i legami istituzionali con le università israeliane.
  3. 7 consigli studenteschi di università statunitensi hanno votato per disinvestire dalle aziende che traggono profitto dall’occupazione israeliana. Questi includono la Tufts University, la University of Michigan, la California State University di Long Beach, il De Anza College, il Pitzer College, la University of South Florida, la University of Wisconsin-Madison.
  4. La prestigiosa Università Cattolica di Lovanio in Belgio ha annunciato il suo ritiro dal LAW TRAIN, un progetto complice di cooperazione per la ricerca finanziato dall’UE con la polizia israeliana ed il ministero israeliano di sicurezza pubblica. Questo ritiro segue un precedente ritiro di sostegno di alto profilo da parte del ministero della giustizia portoghese.

thanks to: Traduzione BDS Italia

Fonte https://bdsmovement.net/news/top-30-bds-moments-2017

 

33 gruppi per i diritti umani chiedono all’ONU di pubblicare la lista di società collegate alle colonie

MEMO. Più di 30 gruppi ed organizzazioni internazionali e palestinesi per i diritti umani hanno sollecitato l’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite a rendere pubblica una lista di società collegate alle colonie illegali israeliane.

In una lettera congiunta indirizzata all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Ra’ad al-Hussein, le organizzazioni hanno accolto con favore l’aggiornamento di gennaio da parte dell’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani (OHCHR), sul lavoro svolto per produrre un database di imprese collegate alle colonie.

I firmatari chiedono quindi all’OHCHR di “rilasciare ed elencare le compagnie che sono state debitamente vagliate e contattate, in particolare quelle che hanno respinto il mandato dell’OHCHR a tale riguardo e che non hanno risposto entro i 60 giorni previsti”.

I firmatari della lettera includono Addameer, Amnesty International, DCI-Palestina, la Federazione internazionale per i diritti umani (FIDH), gli Avvocati per i diritti umani palestinesi, il Centro palestinese per i diritti umani e Trocaire.

Secondo un comunicato stampa del firmatario al-Haq, “la lettera sottolinea ulteriormente la necessità di accettare il database come meccanismo vivente che deve essere continuamente sviluppato e fornito di risorse adeguate a tale scopo”.

La lettera sottolinea che il database sarebbe un importante precedente per garantire “responsabilità per le multinazionali coinvolte in violazioni dei diritti umani in tutto il mondo e come strumento per incoraggiare ed assistere gli Stati nel far sì che le compagnie all’interno della loro giurisdizione rispettino i principi guida delle Nazioni Unite sui diritti umani, diritti umani internazionali e diritto umanitario”.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Sorgente: 33 gruppi per i diritti umani chiedono all’ONU di pubblicare la lista di società collegate alle colonie | Infopal

Impara a conoscere le spie che iniettano propaganda israeliana nella tua fonte di notizie

Gli attivisti di solidarietà per la Palestina “combattono per i cuori e le menti della base popolare”, ha detto e ha affermato, “ci siamo appena svegliati [col BDS] e dobbiamo fare molto velocemente.”  Copertina – Sima Vaknin-Gil, ora responsabile della direzione del ministero anti-BDS di Israele, un tempo era direttrice della censura militare. (Wikipedia)

di Asa Winstanley, 24 gennaio 2018

Quando all’inizio del 2016 Sima Vaknin-Gil è diventata direttrice generale del Ministero degli Affari strategici israeliano, un fatto cruciale è passato ampiamente inosservato.

Per anni è stata un ufficiale di alto grado in un’agenzia di spionaggio israeliana.

Ciò significa che negli ultimi due anni un ex ufficiale dei servizi segreti ha gestito la guerra globale israeliana contro il BDS, il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni.

Il suo capo al ministero è Gilad Erdan, un alleato chiave del primo ministro Benjamin Netanyahu.

Il mese scorso hanno rivelato di aver speso enormi somme per la creazione di una propaganda anti-BDS indirizzata ai social media e ai media.

Dovrebbe suonare forte la sveglia a tutti i difensori della libertà di parola e dei diritti umani quando una pacifica campagna della società civile è presa di mira da agenzie di spionaggio responsabili di pirateria informatica, torture, rapimenti e omicidi in Palestina e in tutto il mondo.

Servizi segreti militari

Pur non essendo un segreto, il retroterra di Vaknin-Gil è stato appena considerato dalla copertura dei media dopo la sua nomina fondata sul suo precedente ruolo di capo della censura di Israele.

Un’attenta ricerca è arrivata a un solo articolo – un’intervista del dicembre 2015 alla rivista israeliana Army Defense – che parlava della sua carriera nell’intelligence.

L’intervista fu rilasciata alla vigilia della sua nomina come massimo funzionario in quello che è effettivamente il ministero anti-BDS di Israele. Rivelò di avere trascorso più di 20 anni come spia nell’intelligence dell’aviazione israeliana, arrivando al grado di generale di brigata – una posizione che mantiene ancora come riservista.

In quel periodo, dichiara la rivista, lavorò “a stretto contatto con i funzionari statunitensi e gli ufficiali più alti in grado dell’intelligence israeliana”.

Nel 2005, ha iniziato il suo percorso di dieci anni come capo della censura militare, un ruolo che ha richiesto un coordinamento regolare con le principali spie e leader militari israeliani, tra cui il capo dell’intelligence militare, il capo del Mossad e il capo dello stato maggiore dell’esercito.

“Inondare internet”

“Voglio creare una comunità di combattenti”, ha detto Vaknin-Gil poco dopo la sua nomina al ministero degli affari strategici.

Ha detto di avere programmato di “inondare internet” con una propaganda israeliana che avrebbe pubblicamente preso le distanze dal governo.

Recentemente, durante una conferenza del Jerusalem Post, ha annunciato solo di sfuggita di provenire “dall’intelligence dell’IDF,” l’esercito israeliano.

Trasmesso in live streaming su YouTube, il dibattito di dicembre 2017 è stato una discussione su come combattere al meglio il BDS.

Vaknin-Gil ha ammesso che gli argomenti dei diritti umani degli attivisti BDS risultano molto convincenti per la base popolare in Europa e negli Stati Uniti al punto che “laggiù, a meno che non si faccia qualcosa, perderemo”.

Ha attribuito ai sostenitori dei diritti dei palestinesi un “comportamento molto, molto intelligente”.

Gli attivisti di solidarietà per la Palestina “combattono per i cuori e le menti della base popolare”, ha detto e ha affermato, “ci siamo appena svegliati [col BDS] e dobbiamo fare molto velocemente.”

Il co-fondatore del movimento BDS Omar Barghouti ha dichiarato a The Electronic Intifada che Israele non è riuscito a vincere “la battaglia per i cuori e le menti al livello della base popolare”.

Secondo Barghouti, Israele sta “cercando disperatamente di sopprimere l’enorme crescita del movimento BDS per i diritti palestinesi nel mainstream passando a misure draconiane di repressione ed esportandole attraverso i suoi gruppi di pressione nei governi occidentali”.

I profondi legami del Ministero con lo spionaggio

L’agenda ufficiale del ministro per gli affari strategici Gilad Erdan del 2016, arrivata nelle mani di attivisti israeliani e tradotta da The Electronic Intifada, conferma gli stretti legami del suo dipartimento con le agenzie di spionaggio del paese.

L’agenda riporta un incontro del 17 gennaio con il capo dello Shin Bet, la polizia segreta israeliana. L’agenzia ha una lunga storia di molestie, rapimenti, torture e uccisioni di attivisti palestinesi.

L’agenda mostra anche che il 16 febbraio 2016 Erdan ha pranzato con il capo del Mossad, l’agenzia d’oltremare israeliana di spionaggio e assassinio.

E il 20 marzo Erdan a quanto pare ha incontrato il “capo degli 8200” – riferimento all’Unità 8200, le spie israeliane responsabili dei principalmente impegnati nella guerra cibernetica.

Secondo i veterani dell’Unità 8200, le sue attività includono intercettazione delle comunicazioni di civili palestinesi che vivono sotto occupazione israeliana per persecuzione politica o per trovare informazioni personali o sessuali imbarazzanti che potrebbero essere utilizzate per ricattarli a collaborare.

Corruzione della stampa

Il piano di Vaknin-Gil di “inondare internet” rispecchia precedenti segreti tentativi di diffondere propaganda filo-israeliana.

Nel 2014, The Electronic Intifada ha scoperto un complotto proveniente dal sito digitale Israel21c studiato per piazzare i suoi pezzi fasulli online e nei media con l’uso di metodi ingannevoli.

Con Vaknin-Gil – un esperto in censura della stampa – il ministero sta invece cercando di corrompere gli editori.

L’osservatorio dei media israeliani The Seventh Eye ha riferito il mese scorso che il ministero che Vaknin- Gil gestisce ha pagato l’editore del quotidiano più venduto in Israele 100.000 dollari per pubblicare articoli e video che attaccano il BDS come “antisemita”.

Pubblicato in ebraico e in inglese da Yediot Ahronot e dal suo sito web Ynet, gli articoli non hanno rivelato esplicitamente che erano contenuti a pagamento.

Un articolo inglese ha accennato vagamente al fatto che erano il risultato dell’”unione delle forze” del ministero e dell’editore, mentre due articoli ebraici affermavano che erano “in collaborazione” con il ministero.

Guerra di propaganda

The Seventh Eye ha spiegato che questa propaganda era “destinata ad influenzare i lettori a sostenere una campagna che Israele sta conducendo contro i suoi critici.”

Oltre a Yediot, il ministero ha anche comprato un finto giornalismo con lo scopo di ottenere l’appoggio di un pubblico globale, compreso quello di Times of Israel e del The Jerusalem Post.

L’agenda 2016 di Erdan si allinea a questo, riportando “un incontro del 18 luglio con l’editore del quotidiano The Jerusalem Post, Yaakov Katz.” La voce non registra l’argomento dell’incontro.

Gli articoli a pagamento facevano parte di una più ampia campagna del ministero degli affari strategici, che comprendeva un budget di 740.000 dollari “per promuovere contenuti sui social media e sui motori di ricerca, tra cui Google, Twitter, Facebook e Instagram”, ha riferito The Seventh Eye.

FOTO – Il sito web creato dal Ministero degli affari strategici per aiutare gli utenti della sua app “Act.il” a diffondere propaganda israeliana online.

Altri 570.000 dollari sono stati spesi per la realizzazione di Act.il, un’app anti-BDS, ed è stata incoraggiata la diffusione online della produzione di video di sostegno.

Una delle “missioni” assegnate ai soldati israeliani della propaganda attraverso l’utilizzo dell’app Act.il lo scorso novembre, secondo The Jewish Daily Forward, “è stata quella di commentare un post specifico sulla pagina Facebook del sito web filopalestinese Electronic Intifada”.

Gli addetti alle pubbliche relazioni di Israele volevano contrastare l’impatto di The Electronic Intifada sull’appoggio del governo olandese a una promozione da parte della catena di supermercati israeliani Shufersal che fanno affari con gli insediamenti.

L’app Act.il è stata finanziata in gran parte dal miliardario dei casinò Sheldon Adelson – un importante donatore per cause anti-palestinesi e per la campagna presidenziale di Donald Trump.

Il ministero degli affari strategici è stato costretto a rendere note a The Seventh Eye le informazioni sul finanziamento in base alle leggi israeliane sulla libertà di informazione.

Ma la rivelazione potrebbe essere una delle ultime di questo tipo se il ministero si farà strada.

Ministero segreto

Il parlamento israeliano in luglio ha dato l’approvazione preliminare ad un disegno di legge che esime il Ministero degli Affari strategici dalla libertà di diritto di informazione.

Erdan ha argomentato sul disegno di legge, redatto dal suo ministero, sostenendo che il BDS è un “fronte di battaglia come qualsiasi altro” e c’è bisogno di mantenere “segreti i nostri metodi di azione”.

Una voce del 7 novembre sull’agenda 2016 di Erdan indica che l’ex spia Vaknin-Gil è stata direttamente coinvolta nella stesura di leggi israeliane contro il BDS.

Con oggetto “Legge BDS”, la voce recita, “Un incontro con Liat e Sima sugli emendamenti legislativi alla legge sul boicottaggio.” (il personale di Erdan al ministero è riportato in tutta l’agenda con il solo nome).

Se la legge verrà approvata, metterà il ministero di Erdan sullo stesso piano di Mossad e Shin Bet, anch’essi esenti dalla libertà di informazione.

Dato che il ministero di Erdan è sempre più gestito come un’agenzia di spionaggio centrata a livello globale piuttosto che un dipartimento governativo convenzionale, forse questa non dovrebbe essere una grossa sorpresa.

Haaretz ha descritto il ministero come “un luogo la cui terminologia interna viene dal mondo dello spionaggio e della sicurezza; le sue figure di spicco sembrano considerarsi i capi di un’unità di commando degli affari pubblici impegnata su più fronti.”

Oltre ad essere guidato da una, il ministero è in gran parte formato da ex spie.

Il predecessore di Vaknin-Gil come direttore generale è stato Ram Ben Barak, ex vice capo del Mossad.

Come ha rivelato The Electronic Intifada l’anno scorso, il direttore della sezione “intelligence” del ministero è Shai Har-Zvi, tenente-colonnello dell’esercito israeliano e probabilmente un’altra ex spia.

Senza fare nomi, un giornalista esperto di intelligence israeliana, Yossi Melman, aveva precedentemente riferito che la posizione era occupata una volta da “un ex investigatore nel sistema di sicurezza.”

“Fonti nascoste”, attività illegali

Melman – che ha confermato la rivelazione di The Electronic Intifada del nome di Har-Zvi – ha scritto che il ruolo della sua sezione “è quello di raccogliere informazioni e dati sul BDS e sui suoi attivisti da fonti sia pubbliche che nascoste”.

Melman ha scritto anche che il ministero ha assunto 25 dipendenti “in gran parte ex ufficiali dei servizi segreti israeliani” i cui nomi sono riservati.

Quali sono queste “fonti segrete” di cui si sta avvalendo la rete di spie di Erdan? Coinvolgono attività illegali? E stanno infrangendo le leggi di altri paesi in cui operano?

“Vogliamo che la maggior parte del lavoro del ministero rimanga riservata”, ha detto Vaknin-Gil al parlamento israeliano nel settembre 2016, quando ha riconosciuto che “una parte importante di ciò che facciamo rimane sotto i radar”.

Erdan ha anche ammesso l’uso da parte del suo ministero di gruppi di facciata internazionali – uno strumento storico delle agenzie di spionaggio israeliane. “La maggior parte delle azioni del ministero non sono del ministero, ma fatte attraverso corpi in tutto il mondo che non vogliono rendere pubblica il loro collegamento con lo stato”, ha detto l’anno scorso.

Un ministro rivale nel 2016 ha accusato Erdan e il suo feudo di “aver gestito organizzazioni ebraiche britanniche alle spalle dell’ambasciata [israeliana] in un modo che potrebbe metterle in violazione della legge britannica”.

E Melman nel 2016 ha rivelato che il ministero è coinvolto in “operazioni oscure” contro il movimento per la giustizia in Palestina.

E’ stato riferito anche da Haaretz che il ministero stava costituendo una “unità di offuscamento” per diffondere menzogne su attivisti BDS.

Minacce di morte e hackeraggio

In un articolo per il giornale ebraico Maariv, Melman ha indicato attacchi ai siti web del Comitato nazionale BDS della Palestina e ad altri gruppi per i diritti umani, suggerendo che gli attacchi potrebbero essere collegati al ministero di Erdan.

Ha anche riportato di minacce di morte contro Nada Kiswanson, un’avvocatessa del gruppo per i diritti umani Al-Haq, che aveva lavorato a L’Aia per raccogliere prove dei crimini di guerra israeliani per la Corte penale internazionale.

Le autorità olandesi hanno indagato sulle minacce. Melman sottintendeva che anche queste potevano essere legate al ministero.

Oltre a molestie e sabotaggi, i gruppi palestinesi sono stati attaccati con campagne diffamatorie volte a minare il loro sostegno politico e finanziario.

Al-Haq e Al Mezan, altro gruppo palestinese per i diritti umani che ha contribuito a raccogliere prove di crimini di guerra, hanno affrontato negli ultimi due anni una sostenuta campagna di diffamazione.

Tutto questo è venuto sia pubblicamente da funzionari israeliani, sia con campagne diffamatorie, false dichiarazioni rilasciate in loro nome, minacce di morte e altre vessazioni nei confronti del loro personale.

La guerra segreta di Israele sembra colpire anche gli attivisti di solidarietà dei paesi occidentali.

Gettare la maschera

A luglio, i membri di una delegazione interreligiosa in Palestina erano stati esclusi dai voli dallo staff di Lufthansa che agiva su ordini israeliani.

Il rabbino di Jewish Voice for Peace, Alissa Wise, ha dichiarato a The Electronic Intifada che lo staff della compagnia aerea ha letto nomi di attivisti che non erano mai stati annunciati pubblicamente come parte della delegazione e che non avevano i biglietti. Ha detto che questo ha dimostrato che a Lufthansa è stata data una lista di persone ottenuta dalla sorveglianza israeliana sulle comunicazioni fra attivisti.

Mentre la campagna segreta di Israele mira a sopprimere le informazioni negative sulle sue violazioni dei diritti dei palestinesi, la campagna stessa appanna ulteriormente la sua immagine malconcia.

Con le sue misure repressive contro la solidarietà per la Palestina, il co-fondatore del BDS, Omar Barghouti, ha detto che Israele “sta gettando la maschera della democrazia e del liberalismo e sta rivelando il suo vero volto come un regime di occupazione e apartheid”.

“Israele sta destinando centinaia di milioni di dollari, dedicando un intero ministero del governo, usando i suoi servizi di intelligence e mostrando i suoi muscoli politici a tutto il mondo per combattere il movimento”, ha aggiunto Barghouti. “Ma questa è una dura battaglia che Israele non può che perdere.”

traduzione: Simonetta Lambertini – invictapalestina

fonte: https://electronicintifada.net/blogs/asa-winstanley/meet-spies-injecting-israeli-propaganda-your-news-feed

thanks to: InvictaPalestina

BDS, movimento per i diritti dei palestinesi proposto per il premio Nobel per la pace

Il movimento BDS cerca di porre fine a mezzo secolo di governo militare israeliano su 4,5 milioni di palestinesi, incluso il devastante assedio illegale di dieci anni che punisce e soffoca collettivamente circa 2 milioni di palestinesi a Gaza. Copertina: Bjørnar Moxnes è un membro del parlamento norvegese.

di Bjørnar Moxnes

OSLO, Norvegia, 2 febbraio, 2018 (IPS) – In qualità di membro del parlamento norvegese con orgoglio uso la mia autorità come deputato eletto per proporre il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) per i diritti dei palestinesi per il Premio Nobel per la Pace.

Proporre il movimento BDS per questo riconoscimento è perfettamente in linea con i principi che io e il mio partito abbiamo molto cari. Come il movimento BDS, siamo pienamente impegnati nel fermare una politica sempre più in ascesa, razzista e di destra che investe il nostro mondo e a garantire libertà, giustizia e uguaglianza per tutte le persone.
Ispirato al movimento anti-apartheid sudafricano e al movimento americano per i diritti civili, il movimento BDS guidato dai palestinesi è un movimento pacifico e globale per i diritti umani che sollecita l’uso dei boicottaggi economico e culturale per porre fine alle violazioni israeliane dei diritti umani palestinesi e del diritto internazionale.

Il movimento BDS cerca di porre fine a mezzo secolo di governo militare israeliano su 4,5 milioni di palestinesi, incluso il devastante assedio illegale di dieci anni che punisce e soffoca collettivamente circa 2 milioni di palestinesi a Gaza, alle continue espulsioni forzate di palestinesi dalle loro case e al furto di terra palestinese con la costruzione di colonie illegali nella Cisgiordania occupata.

Cerca eguali diritti per i cittadini palestinesi di Israele, attualmente discriminati da decine di leggi razziste, e di garantire il diritto legale riconosciuto internazionalmente ai profughi palestinesi di tornare alle case e alle terre da cui sono stati espulsi.

I profughi palestinesi costituiscono quasi il 50% di tutti i palestinesi e viene loro negato il diritto al ritorno, garantito dal diritto a tutti i profughi, semplicemente a causa della loro appartenenza etnica.

Gli obiettivi e le aspirazioni del movimento BDS per i diritti umani fondamentali sono irreprensibili. Dovrebbero essere sostenuti senza riserve da parte di tutte le persone e degli stati democraticamente orientati.
La comunità internazionale ha una lunga storia di sostegno a misure pacifiche come il boicottaggio e il disinvestimento contro le aziende che traggono profitto dalle violazioni dei diritti umani. Il sostegno internazionale a tali misure è stato fondamentale nella lotta contro l’apartheid in Sud Africa e il regime coloniale razzista nell’ex Rhodesia.

Se la comunità internazionale si impegna a sostenere il BDS per porre fine all’occupazione del territorio palestinese e all’oppressione del popolo palestinese, si aprirà una nuova speranza per una pace giusta per palestinesi, israeliani e tutti i popoli del Medio Oriente.

Il movimento BDS è stato sostenuto da personaggi di spicco, tra cui gli ex vincitori del premio Nobel per la pace Desmond Tutu e Mairead Maguire. Sta guadagnando il sostegno di sindacati, associazioni accademiche, chiese e movimenti di base per i diritti dei profughi, degli immigrati, dei lavoratori, delle donne, delle popolazioni indigene e della comunità LGBTQI. È sempre più abbracciato da gruppi progressisti ebraici e da movimenti antirazzisti in tutto il mondo.

Undici anni dopo il lancio del BDS, è giunto il momento per noi di impegnarci a non fare del male, e per tutti gli stati di ritirare la loro complicità nell’occupazione militare israeliana, al regime razzista di apartheid, al furto in corso di terra palestinese e ad altre gravi violazioni dei diritti umani.
Assegnare un premio Nobel per la pace al movimento BDS sarebbe un segno potente che dimostra che la comunità internazionale è impegnata a sostenere una pace giusta in Medio Oriente e l’utilizzo di mezzi pacifici per porre fine al dominio militare e alle più ampie violazioni del diritto internazionale.

La mia speranza è che questa nomina possa essere un passo umile ma necessario per portare avanti un futuro più dignitoso e bello per tutti i popoli della regione.

Traduzione: Simonetta Lambertini – invictapalestina
Fonte: http://www.ipsnews.net/2018/02/bds-movement-palestinian-rights-nominated-nobel-peace-prize/

Sorgente: BDS, movimento per i diritti dei palestinesi proposto per il premio Nobel per la pace – Invictapalestina

Boycott Israel & you won’t get aid donations, Hurricane Harvey victims told

Dickinson residents cannot claim funds for Hurricane Harvey relief unless they agree to not boycott Israel.

Residents in a Houston suburb will not receive funds donated for Hurricane Harvey relief efforts if they support boycotting Israel, according to a funding application form issued in the wake of the devastating storm.

The city of Dickinson, Texas, told individuals and businesses on Monday that they are now accepting applications for “grants from the fund generously donated to the Dickinson Harvey Relief Fund” for storm damage repair.

In order to apply for the grant, however, applicants must agree to a number of clauses, one of which is asserting that they do not boycott Israel.

By executing this Agreement below, the Applicant verifies that the Applicant: (1) does not boycott Israel; and (2) will not boycott Israel during the term of this Agreement,” read the application form.

The American Civil Liberties Union (ACLU) criticized the city’s condition as a violation of free speech rights.

Dickinson’s requirement is an egregious violation of the First Amendment, reminiscent of McCarthy-era loyalty oaths requiring Americans to disavow membership in the Communist party and other forms of ‘subversive’ activity,” said ACLU of Texas Legal Director Andre Segura.

The clause likely stems from a Texas law passed in May that requires all state contractors to certify that they are not participating in boycotts of Israel.

As Israel’s No. 1 trading partner in the United States, Texas is proud to reaffirm its support for the people of Israel and we will continue to build on our historic partnership… Anti-Israel policies are anti-Texas policies, and we will not tolerate such actions against an important ally,” said Governor Greg Abbott at the signing ceremony.

Dickinson is one of the hardest hit towns in the Houston area, according to a September report from KTRK. Some 7,000 homes and 88 businesses were seriously damaged, said the local police department. The small town is home to just 20,000 people.

RT.com has reached out to representatives of the City of Dickinson for comment.

Sorgente: Boycott Israel & you won’t get aid donations, Hurricane Harvey victims told — RT America

L’ONU intraprende un primo passo concreto affinché Israele sia ritenuto responsabile per le violazioni dei diritti umani dei palestinesi

Zeid Ra’ad Al Hussein, Alto Commissario dell’ONU per i Diritti Umani, stringe la mano ai delegati prima dell’apertura della trentaseiesima sessione del Consiglio dei Diritti Umani, nella sede europea delle Nazioni Unite. Grazie a: Laurent Gillieron/AP

 

L’ONU intraprende un primo passo concreto affinché Israele sia ritenuta responsabile per le violazioni dei diritti umani dei palestinesi

 

27 settembre 2017 — Informazioni pubblicate oggi dai media hanno rivelato che l’Alto Commissario dell’ONU per i Diritti Umani due settimane fa ha iniziato a inviare lettere a 150 aziende in Israele e nel mondo, avvertendole che potrebbero essere aggiunte a una banca dati delle aziende complici che fanno affari nelle colonie illegali israeliane basate nella Cisgiordania palestinese occupata, compresa Gerusalemme Est.

Le lettere hanno ricordato a queste aziende che le loro attività nelle e con le colonie illegali israeliane sono in violazione di “diritto internazionale e contrarie alle risoluzioni dell’ONU”. Inoltre hanno chiesto che queste aziende rispondano con chiarimenti riguardo a tali attività.

Secondo funzionari israeliani di alto livello, alcune delle aziende hanno già risposto all’Alto Commissario dell’ONU per i Diritti Umani dicendo che non rinnoveranno i loro contratti o non ne firmeranno di nuovi in Israele. “Questo potrebbe trasformarsi in una valanga”, ha detto con preoccupazione un funzionario israeliano.

Delle 150 aziende, circa 30 sono ditte americane e un certo numero sono di nazioni che includono la Germania, la Corea del sud e la Norvegia. La metà restante sono aziende israeliane, compreso il gigante farmaceutico Teva, l’azienda telefonica nazionale Bezeq, l’azienda di autobus Egged, l’azienda idrica nazionale Mekorot, le due maggiori banche del paese Hapoalim e Leumi, la grande azienda militare e tecnologica Elbit Systems, Coca-Cola, Africa-Israel, IDB e Netafim.

Le aziende americane che hanno ricevuto le lettere includono Caterpillar, Priceline.com, TripAdvisor e Airbnb.

A quanto riferito, l’amministrazione Trump sta cercando di impedire la pubblicazione della lista.

 

Omar Barghouti, co-fondatore del movimento BDS, ha commentato:

Dopo decenni di deprivazione dei palestinesi e di occupazione militare e apartheid da parte di Israele, le Nazioni Unite hanno intrapreso un primo passo concreto e pratico per assicurare che Israele sia ritenuta responsabile per le sue continue violazioni dei diritti umani dei palestinesi. I palestinesi accolgono calorosamente questo passo.

Speriamo che il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU sia inflessibile e pubblichi la sua lista completa delle aziende che operano illegalmente nelle, o con, le colonie israeliane sulla terra palestinese rubata, e che elaborerà questa lista come richiesto dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU nel marzo 2016.

Può essere troppo ambizioso aspettarsi che questa misura coraggiosa dell’ONU concernente la responsabilità possa “fare scendere dal piedistallo” Israele, come il leader anti-apartheid sudafricano, arcivescovo Desmond Tutu ha richiesto una volta. Ma se attuata correttamente, questa banca dati dell’ONU sulle aziende che sono complici in alcune delle violazioni di diritti umani da parte di Israele può presagire l’inizio della fine dell’impunità criminale di Israele.

 

Il Comitato Nazionale BDS palestinese (BNC) è la più grande coalizione della società civile palestinese. Guida e sostiene il movimento globale di Boicottaggio, Divestimento e Sanzioni. Visitate il nostro sito Internet e seguiteci su Facebook e Twitter @BDSmovement.

 

thanks to:  Comitato Nazionale BDS palestinese (BNC)  

Traduzione di BDS Italia

 

 

UN takes first concrete step to hold Israel accountable for violating Palestinian human rights

Zeid Ra’ad Al Hussein, UN High Commissioner for Human Rights, shakes hand with delegates before the opening of the 36th session of the Human Rights Council, at the European headquarters of the United Nations. Credit: Laurent Gillieron/AP

September 27, 2017  — Today’s media reports revealed that the UN High Commissioner for Human Rights began sending letters two weeks ago to 150 companies in Israel and around the globe, warning them that they could be added to a database of complicit companies doing business in illegal Israeli settlements based in the occupied Palestinian West Bank, including East Jerusalem.

The letters reminded these companies that their operations in and with illegal Israeli settlements are in violation of “international law and in opposition of UN resolutions.” They also requested that these companies respond with clarifications about such operations.

According to senior Israeli officials, some of the companies have already responded to the UN High Commissioner for Human Rights by saying they won’t renew their contracts or sign new ones in Israel. “This could turn into a snowball,” worried an Israeli official.

Of the 150 companies, some 30 are American firms, and a number are from nations including Germany, South Korea and Norway. The remaining half are Israeli companies, including pharmaceutical giant Teva, the national phone company Bezeq, bus company Egged, the national water company Mekorot, the county’s two biggest banks Hapoalim and Leumi, the large military and technology company Elbit Systems, Coca-Cola, Africa-Israel, IDB and Netafim.

American companies that received letters include Caterpillar, Priceline.com, TripAdvisor and Airbnb.

The Trump administration is reportedly trying to prevent the list’s publication.

Omar Barghouti, co-founder of the BDS movement, commented:

After decades of Palestinian dispossession and Israeli military occupation and apartheid, the United Nations has taken its first concrete, practical step to secure accountability for ongoing Israeli violations of Palestinian human rights. Palestinians warmly welcome this step.

We hope the UN Human Rights Council will stand firm and publish its full list of companies illegally operating in or with Israeli settlements on stolen Palestinian land, and will develop this list as called for by the UN Human Rights Council in March 2016.

It may be too ambitious to expect this courageous UN accountability measure to effectively take Israel “off the pedestal,” as South African anti-apartheid leader Archbishop Desmond Tutu once called for. But if implemented properly, this UN database of companies that are complicit in some of Israel’s human rights violations may augur the beginning of the end of Israel’s criminal impunity.

The Palestinian BDS National Committee (BNC) is the largest coalition in Palestinian civil society. It leads and supports the global Boycott, Divestment and Sanctions movement. Visit our website and follow us on  Facebook and Twitter @BDSmovement.

thanks to: BDSmovement

UN’s list of companies linked to settlements to be published despite Israeli, US pressure

BETHLEHEM (Ma’an) — The United Nations Human Rights Council reportedly plans to go ahead with the publication of a list of companies operating in illegal Israeli settlements in the occupied Palestinian territory and the Golan Heights, in spite of immense diplomatic pressure from the United States and Israel.

According to a report published Tuesday by Israel’s Channel 2, the full list will be published in December, and will include some of the biggest firms in the Israeli industry as well as major US companies, a translation of the report from Times of Israel said.
Some of the international companies on the list reportedly include Coca-Cola, TripAdvisor, Airbnb, Priceline, and Caterpillar, in addition to Israeli companies such as pharmaceutical giant Teva, the national phone company Bezeq, bus company Egged, the national water company Mekorot, and the country’s two largest banks, Hapoalim and Leumi.
The list was recently delivered to the Foreign Ministry, the report said.
Last year, the United Nations Human Rights Council passed a resolution to support forming a database of all companies conducting business in illegal Israeli settlements in the occupied West Bank, amid fierce opposition by the United States and Israel.
The Washington Post previously reported that Zeid Raad al-Hussein, the UN high commissioner for human rights, said that the UN planned to publish the list by the end of this year, which prompted the Donald Trump administration to work with Israel to obstruct its publication.
However, according to the US newspaper, Israel and the United States had unsuccessfully attempted to block funding for the database.
PLO Executive Committee Member Hanan Ashrawi condemned the US and Israeli efforts at the UN as “morally repugnant” at the time.
The attempt “exposes the complicity of Israeli and international businesses in Israel’s military occupation and the colonization of Palestinian land,” Ashrawi said. “This is a clear indication of Israel’s persistent impunity and sense of entitlement and privilege.”
Ashrawi highlighted in her statement that Israel’s settlement activities constituted a “war crime” and were in direct violation of international law and several UN resolutions. “Any company that chooses to do business in the illegal settlements becomes complicit in the crime and therefore liable to judicial accountability,” she said.
Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu has complained that the list unfairly targets Israel and has noted that it was part of the larger Boycott, Divestment, and Sanctions (BDS) movement, which targets specific companies profiting off of Israel’s occupation of Palestinian territory and falls within the traditions of the nonviolent boycott movement against the apartheid regime in South Africa.
Israel and the United States have been starkly opposed to any move that could give weight to the BDS movement, and have often claimed that any support of a boycott against Israel amounts to anti-Semitism.
Israel has tightened the noose on the BDS movement in recent months, most notably by passing the anti-BDS law, which bans foreign individuals who have openly called for a boycott of Israel from entering the country.
Furthermore, Israel has routinely condemned the UN for what it sees as their anti-Israel stance, as numerous resolutions have been passed in recent months condemning Israel’s half-century occupation of the West Bank, including East Jerusalem, and its relentless settlement enterprise that has dismembered the Palestinian territory.
However, Palestinians and activists have long pointed out that nonviolent movements, expressed both in BDS activities and raising awareness on the international stage, are some of the last spaces to challenge Israel’s occupation, as Israeli forces have clamped down on popular movements in the Palestinian territory, leaving many Palestinians with diminished hope for the future.

 

Sorgente: UN’s list of companies linked to settlements to be published despite Israeli, US pressure

 

 

Teva China API plant smacked by FDA warning letter, adding to drugmaker’s burdens

The FDA has nailed another Teva manufacturing facility with a warning letter, this time for an API facility in China.

The Israel-based drugmaker in a short SEC filing said the letter had been issued April 10, following an inspection of the facility in September that found issues with the plant’s manufacturing control and sampling processes.

Teva said it is already taking steps to deal with the FDA concerns “as well as the underlying causes of those concerns.” It said it will provide the FDA a full response by May 1.

Later in the day, a Teva spokeswoman responded by email, repeating the language of the public filing but adding that, “As a matter of practice, Teva manufactures according to the highest quality and compliance standards.” She said no supply interruptions are anticipated as a result of the warning letter.

We do not anticipate any disruption in the supply of products to patients.

This is Teva’s second warning letter in the last six months. In October, the FDA cited a Teva sterile injectables plant in Hungary, noting significant sterility concerns. The agency had earlier banned the plant from shipping any more products to the United States.

The newest citation adds to the burdens of the floundering company, which recently jettisoned its CEO and is reportedly looking at cutting as many as 6,000 jobs after Passover ends next week. It has been trying to significantly squeeze its costs following its $40.5 billion buyout of Allergan’s generic drug business last year.

Sorgente: Teva China API plant smacked by FDA warning letter, adding to drugmaker’s burdens | FiercePharma

La Coop e il Conad vendono datteri sporchi di sangue.

Con l’arrivo delle feste natalizie Coop e Conad hanno ripreso la vendita di datteri sporchi di sangue. Datteri provenienti dalle colonie israeliane illegali presenti in Cisgiordania, su terre rubate ai legittimi proprietari palestinesi, che sfruttano le risorse naturali e la manodopera palestinese, anche minorile.

Nonostante in passato Coop e Conad avessero deciso di non supportare l’apartheid israeliano sospendendo gli approvvigionamenti di merci prodotte nei territori occupati ma etichettate come prodotti di Israele, oggi apprendiamo da alcune nostre fonti che nei suddetti supermercati è possibile trovare ancora datteri illegali.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

In particolare presso la Unicoop Tirreno sono in vendita datteri medjoul di marca King Solomon e Jordan River distribuiti in Italia con marchio Fatina dalla Murano S.p.a. di Pomigliano d’Arco in provincia di Napoli, ma confezionati in Israele da Hadiklaim Date Growers LTD.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Hadiklaim è uno dei principali esportatori di datteri israeliani, prodotti in varie colonie illegali della Valle del Giordano, del Mar Morto e delle Alture del Golan.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

L’importatore e distributore per l’Italia, la Murano S.p.a., ha aggiunto sulla scatola un adesivo con la dicitura ARDOC denominazione di origine controllata, che dovrebbe indicare la produzione dei datteri nella valle Arava a sud del mar Morto, in territorio israeliano. Ma non esiste alcuna D.O.C. denominazione di origine controllata di prodotti israeliani. Il termine è solo un modo per trarre in inganno l’acquirente visto che è utilizzato soltanto in Italia. Inoltre sull’etichetta è indicata la sede dell’impacchettamento ma non è possibile risalire a quella di coltivazione.

Dal 2015 è obbligatorio indicare sull’etichetta la provenienza dalle colonie israeliane dei prodotti agricoli. Decisione ribadita dall’Unione Europea nel 2016. Hadiklaim vende in Europa datteri confezionati in territorio israeliano per cercare di aggirare la normativa, la quale però prevede che gli stati membri applichino sanzioni efficaci, proporzionali e dissuasive per chi non indica l’esatta origine del prodotto.

Come mai la Unicoop Tirreno vende datteri che potrebbero provenire dalle colonie israeliane illegali e che tra l’altro violano la normativa UE sulla tracciabilità dei prodotti agricoli?

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Ma non si comporta meglio Conad. Nei supermercati Conad aderenti alla PAC 2000A è possibile trovare in vendita datteri di qualità medjoul di provenienza israeliana con codice a barre italiano.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Al Conad si possono trovare datteri ramati naturali distribuiti da Life S.r.l. di Sommariva Perno in provincia di Cuneo. Questi datteri di qualità medjoul sono importati da Israele senza indicare dove sono stati coltivati e nemmeno riportare quale azienda li ha esportati verso l’Italia, ma il codice a barre italiano che inizia per 800, li identifica come prodotto italiano.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Addirittura la Noberasco S.p.a. di Albenga in provincia di Savona distribuisce presso Conad datteroni premium selection ovvero datteri di qualità medjoul che non solo riportano un codice a barre italiano ma che non indicano nemmeno il paese di importazione. Come se i datteri venissero coltivati in Italia. In realtà si tratta di datteri made in Israel come si evince dal loro sito internet.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Siccome Israele non fa distinzioni tra territorio israeliano e colonie israeliane illegali, come fa un acquirente del Conad a capire se questi datteri rispettano la normativa europea sulla tracciabilità dei prodotti agricoli provenienti dalle colonie israeliane illegali? Perchè la PAC 2000A vende datteri che potrebbero essere coltivati sulle terre che i coloni ebrei hanno rubato ai palestinesi?

Non sarebbe meglio evitare di proporre ai propri clienti prodotti così controversi visto che già in passato sia Coop che Conad si sono dimostrati contrari alla vendita di merci provenienti dalle colonie israeliane illegali?

Oppure se suddette catene di supermercati volessero a tutti i costi vendere datteri di qualità medjoul non sarebbe meglio importarli da aziende palestinesi certificate che non violano nessuna legge internazionale come quelle associate alla Ong PARC (Palestinian Agricultural Relief Committee)?

In attesa di qualche risposta inviamo i nostri più calorosi auguri di Buon Natale a tutti gli amici di Unicoop Tirreno e PAC 2000A. Che i datteri israeliani vi possano andare di traverso.

Boycott Israeli Dates

KEY FACTS

  • Israel is the world’s 3rd largest ($) exporter of dates worth $151 million in 2014.
  • The UK is Israel’s 3rd largest market for dates worth $23 million in 2014 (10,000 tons).
  • 60% of the world’s Medjool dates are produced in Israel (2013).
  • 60% of Israeli dates are grown on illegal settlement plantations in the Jordan Valley (2014).

If you buy a Medjool date, there’s a strong possibility that it is from an illegal settlement – grown on stolen land.


Boycott Israeli Dates leaflet (front)

 

SETTLEMENTS

Israeli settlements built on stolen Palestinian land have been ruled illegal by the International Court of Justice. Nearly half of the settlements in the Jordan Valley grow dates, it’s their most profitable crop, and contributes significantly to their economic viability. 80% of settlement dates are exported, making up some 40% of all dates exported from Israel. If you oppose the settlements then target their dates.


Palestinian child working in illegal Israeli settlement.
Out of desperate poverty Palestinian families are forced
to take their children out of school and hand them over
to the settlers to work for a pittance
(source: Channel4 news 7 July 2008)

 

EXPLOITATION

Picking of the dates is hard work, Israeli settlers bring in low paid Palestinian labourers to do this back breaking work. During the pruning season, workers are dropped on the date palm trees by a hoisting crane at 5 in the morning, left perched on palms that soar to heights of 12 metres – a 4 storey building, left there swaying in the wind for up to 8 hours without even a toilet break, with no means to come down until the crane returns at the end of the day, the workers cling to the tree with one arm and work with the other to meet their quota. If they fall behind they will lose their jobs.

CHILD LABOUR

The Israelis prefer to employ children – even issuing them official work permits, as they can climb trees faster, work for less and it’s easier to cheat and humiliate them. Out of desperate poverty Palestinian families are forced to take their children out of school and hand them over to the settlers to work for a pittance.

GUILTY COMPANIES

Every year Israel expands its share of the global dates market – up 16% in 2011; up 23% in 2012, it surpassed Saudi Arabia to now become the world’s 3rd largest exporter of dates ($ terms) after Tunisia and Iran with an export value of $151 million in 2014. After the Netherlands and France, the UK is Israel’s largest market for dates worth $23 million in 2014 with nearly 10,000 tons of Israeli dates being exported to the UK.Hadiklaim, the Israeli Date Growers Cooperative, which includes illegal settler plantations in the Jordan Valley, sells 65% of all Israeli dates. Its brand names include Jordan River, King Solomon, Tamara Barhi Dates, Desert Diamond, Rapunzel, Bomaja, Shams and Delilah. They also supply Israeli dates to supermarkets who market them under their own brand. These include Marks & Spencer, Sainsbury’s, Tesco, Asda, Morrisons and Waitrose. Sometimes they are labelled “produced in the West Bank”, remember these are not Palestinian dates. Hadiklaim have also sold South African dates with profits going to Israel, but due to the boycott their South African partner Karsten Farms have cut ties and vowed never to partner with any Israeli entity complicit in the occupation.

Mehadrin, Israel’s largest fresh produce exporter, boasted of doubling their Medjoul date sales sighting strong demand in Ramadan! Their dates have brand names Premium Medjoul, Fancy Medjoul, Royal Treasure, Red Sea, and Bonbonierra. Sometimes their packaging states “Grown by Palestinian Farmers”, this refers to Palestinian ‘slave’ labourers found on Israeli plantations.

Tnuvot Field (Field Produce Marketing Ltd) is Israels 3rd largest exporter of Medjool dates. Its brand names include Paradise dates, and Star dates.

READING LABEL NOT ENOUGH

Unfortunately reading the label is no longer enough as Hadiklaim admit that from 2012 they have been shipping dates from the Jordan Valley labelled ‘Produce of Palestine’ to Europe and Dubai. It’s unclear how much of this is from Palestinian farms and how much is from illegal Israeli settlements.An Al-Jazeera report from August 2012 interviewed an Israeli agricultural export manager in Mahola settlement, one of the illegal Israeli colonies on the West Bank where Hadiklaim sources its Medjool dates. He explained a pallet of dates boxes in his packing warehouse labelled “Palestine – Jericho” by saying that “sometimes the British object [to buying from us].. We just avoid writing ‘Israel’ on the boxes.. we often print special boxes at the request of the client.. sometimes they ask us to change the name of the country of origin on the boxes.”

There are also reports of Palestinian ministry of economy intercepting 20 tons of Israeli settlement dates on their way to Palestinian packing houses for repackaging for export under the “Made in Palestine” label. Reporters from the Anadolu news in Sept 2014 interviewed several Palestinian merchants in Ariha involved in this nefarious activity. The collaborators admitted “We do trade in dates of the settlements, which we buy at prices that are 40 per cent lower than the market price. And in order to be able to market the dates, we clean and re-package them and choose the best in preparation for selling them in the local market, as well as the Arab and European markets” They estimate the annual volume of his seasonal sales of dates is nearly 350 tons. They use licensed companies that are registered officially. The export process takes place after the official bodies check the quality and specifications of the product, ensuring the product’s conformity with European specifications and international standards. It is then exported under the “Made in Palestine” label.

So now even the ‘Made in Palestine’ label is no longer a guarantee that you are not buying Israeli occupation dates! We would caution against buying any Medjool dates from the region unless they are from trusted Palestinian sources like Zaytoun or Yaffa.


Checking the label is not enough – label says Palestine – Jericho, but the dates are produced in illegal Israeli settlement of Mahola

 

BDS CALL

In 2005 Palestinian civil society initiated a call for people of conscience around the world to Boycott, Divest and Sanction Israel until it complies with international law and Palestinian rights. The call was endorsed by over 170 Palestinian organisations representing all aspects of society including farmers.

PLEA FROM PALESTINE

Activists visiting the Palestinian village of Fasayl in the Jordan Valley discovered that villagers are slowly being forced off their land by the Israeli army for settlement expansion. The only livelihood left open to them is to work for those same Israeli settlements. These Palestinians whose land had been stolen and were forced to work for the settlements (including two children under the age of 12), in order to feed their families – they had a message for the activists, a plea for anyone who would listen – ‘take action against the companies that support Israeli apartheid!’ What excuse is left for us not to boycott Israel?

Help Us Distribute Boycott Israeli Dates Leaflets

Its simple – you don’t need to join any groups, just get a couple of friends together, order your free leaflets and start distributing!

With Ramadan rapidly approaching we need your help to get the message out to our people – Do Not Buy Israeli Dates. We need your help to distribute ‘Boycott Israeli Dates’ leaflets in your Mosques, your campuses, and your communities.

Its simple – you don’t need to join any organisations or facebook groups, just get a couple of friends together and order your leaflets. The leaflets are sent free of charge, just let us know how many you can distribute and we will send them.

This Ramadan don’t just think of the Palestinians, but act!

Our beloved Prophet (SAW) has said “The Ummah are like one body: if the eye is in pain then the whole body is in pain..”.

Today Palestine is bleeding…

 

Distributing on the internet

We also need your help creating awareness for the campaign on the internet, on social networking sites , etc. Included below are jpegs of the leaflet in various sizes so that you can start sharing them on your favourite websites, blogs, mailing lists, facebook and twitter.


Boycott Israeli Dates leaflet (1200px, both sides)

Boycott Israeli Dates leaflet (800px, back)

 

 

Educating Shopkeepers

When approaching shops that are selling Israel dates make sure you ask to speak to the owner – the person behind the till might just be a worker who has no say in what the shop sells. Always remember to be polite, remember you have the moral high ground so reason with them and give them a way forward without them loosing face.

Common responses from shop keepers and sample replies:

1. Everyone is selling them, why are you picking on my little corner shop, Tesco’s sells them why dont you go there?

There are campaigns all year around targeting supermarkets that sell Israeli goods. There has been a picket outside M&S for over 12 years now, we are not picking on you. If you know other stores selling Israeli dates let us know and we will also speak to them. Give the storeowner a leaflet – it includes logos of all the guilty supermarkets.

2. My customers ask for it. I also sell Tunisian dates, I provide choice – the customer decides, its a free country.

These dates are grown on stolen land, Palestinian families have been thrown off their land in order to grow these dates. If these dates contributed to YOUR families suffering, YOUR children’s suffering would you still sell them because customers ask for it? Is a Palestinian child worth less than YOUR child?

If your customers insist on Mejoul dates, why not order Palestinian Mejoul dates, these are now readily available in the UK from Zaytoun.org and Yaffa.co.uk.

3. Everything is Israeli, it wont make any difference to boycott israeli dates.

Following a global boycott campaign Agrexco, Israel’s largest exporter of fresh produce which was half owned by the Israeli government actually went bust, our actions – ordinary people like you and me, can make a difference. The boycott helped end apartheid in South Africa and it can do the same in Palestine.

4. These dates are not Israeli, they are South African it says so on the box [ pointing to Kalahari Karsten Farms Mejoul dates box ]

Israel’s Hadiklaim cooperative which includes illegal settler plantation has struck a deal with Kartsen Farms in South Africa to market its dates in Europe, in this way the Israeli date company can supply dates through out the year, even when the Israeli date season is gone. Yes, whilst the dates are South African, but the profits still go to Israel, to those illegal settlement plantations, so please boycott them.

5. I do it for the Palestinians, I know that poor Palestinians are working on those Israeli farms. At least this was they will get a little money, so they dont starve over Ramadan.

When activists went to the Jordan valley and talked to these deprived Palestinian labourers who are forced to work for the Israeli settlements for their survival, some whose children as young as 12 years old were doing backbreaking work for the Israelis, they asked them what can we do to help? The reply was swift and unequivocal – the Palestinians urged them to take actions against these settlement companies that have taken their land and abused them – they asked us to boycott them. By buying those dates you are perpetuating this settlement ‘slavery’.

 

Sample letter to give shopkeepers

Dear Shopkeeper,Greeting of peace,Please spare a few minutes to read this important letter, thank you.

As a customer of yours I wish to draw your attention to something which is very dear to my heart and I am sure to many of your other customers and hopefully to yours as well, namely the plight of the Palestinian people.

For 60 years now they have lived under brutal Israeli occupation, their land stolen from them, their homes demolished and their children murdered in front of their eyes. The United Nations has condemned Israel on many, many occasions, and the International Court of Justice has ruled the Israeli settlements are illegal – built on stolen Palestinian land, and those that lived through the horror of apartheid in South Africa have described Israel as practising a much worse form of apartheid than anything they suffered under. And yet despite all this, the oppression continues, nothing changes.

So in 2005 Palestinian civil society, over a 170 organisations representing every aspect of society including farmers, teachers and labourers, issued a call asking ordinary people around the world, people on conscience like us – you and I, to help by respecting their call to boycott Israeli goods until Israel complies with international law and respects Palestinian rights.

It is in this endeavour that I humbly urge you, as your customer, please do not help oppress the Palestinians by selling Israeli goods, in particular please do not sell Israeli dates this Ramadan. Every year just before Ramadan, Israel especially targets small retailers who serve the Muslim community in to stocking its dates. The included leaflet lists which brands of dates are Israeli and should be avoided, it also includes details of the suffering Palestinians undergo in the production of these dates. This Ramadan please think of the Palestinians.

Thank you

PS As your customers, we will be frequenting your store, please do not disappoint – thank you


 


Boycott Israeli Dates leaflet (back)

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BOYCOTT ISRAELI DATES: BACKGROUND

In 2004 the International Court of Justice ruled that the Israeli settlements are illegal – they are built on stolen Palestinian land. Growing dates is one of the major agricultural activities carried out by nearly half of the illegal Israeli settlements located in the Jordan Valley – it’s their most profitable crop , and contributes significantly to their economic viability.

Picking of the dates is hard work, so the Israeli settlers bring in Palestinian labourers to do this back breaking work. During the pruning season the workers are dropped on the date palm trees by a hoisting crane at 5 o’clock in the morning, left perched on palms that soar to a height of 10 or even 12 meters – the height of a three- or four-story building, left there swaying in the wind for up to 8 hours without a break and with no means to come down until the crane returns at the end of the day, the workers cling to the tree with one arm and work with the other to meet their quota. They can’t even take a break to go to the toilet. If they complain or fall behind their quota they will lose their jobs and their families will starve.


Palestinian child working in illegal Israeli settlement.
Out of desperate poverty Palestinian families are forced
to take their children out of school and hand them over
to the settlers to work for a pittance
(source: Channel4 news 7 July 2008)

But the Israelis prefer to employ children – even issuing them official work permits, as they are quick and light, can climb trees faster, work for less and it’s easier to cheat and humiliate them. Out of desperate poverty Palestinian families are forced to take their children out of school and hand them over to the settlers to work for a pittance.

Most of the Israeli date crop – up to 80%, is exported, mainly to Europe where it has around 10% market share. In 2005, dates were Israel’s leading fruit export.

The two major Israeli companies involved are Agrexco and Hadiklaim.

Agrexco, half owned by the Israeli government, handles 60-70% of all goods produced in the illegal Settlements. Its dates have brand names Carmel, Jordan Plains and Jordan Valley. Last September, a week before the start of Ramadan, Carmel boasted in their press release that they had managed an early crop of dates in order to meet the Ramadan demand for dates from Europe’s Muslims!

Hadiklaim sells 65 percent of the all dates produced in Israel. Its dates have brand names King Solomon and Jordan River. They also supply Israeli dates to supermarkets and retail chains who market them under their own brand names. These include Marks & Spencer’s, Sainsbury’s, Tesco’s, and Waitrose.


Sainsburys Medjool Dates
produced in the illegal Israeli settlement
of Netiv Hagdud in the West Bank

Sometimes they are labelled “produced in the West Bank” – this just confirms they are grown in the illegal Israeli settlements.

Peace activists who visited the Palestinian village of Fasayl in the Jordan Valley last year discovered that villagers are slowly being forced off their land by the Israeli army. The only livelihood left open to them is to work for Carmel Agrexco. The activists even spoke to two Palestinian children under the age of 12 who were working for Carmel. The Palestinian workers whose land had been stolen and were forced to work for Carmel in order to feed their families – they had a message for the peace activists, a plea for anyone who would listen – they urged them to take action against Carmel Agrexco and such companies that support Israeli apartheid. What excuse is left for us not to boycott Israel? If you oppose the illegal settlements target their dates. Boycotting can make a real difference.

BOYCOTT ISRAELI DATES: CAMPAIGN

Innovative Minds and the Islamic Human Rights Commission are calling on campaigners to create awareness in their communities about the boycott of Israeli goods, and in particular Israeli dates, this Ramadan.

In order to educate our communities on this issue two videos and a leaflet has been produced.

“Zaynab’s Story” explores the connection between an ordinary person living in Britain and what is happening in Palestine – how our actions as consumers in this country effects what happens to the Palestinians. It’s a heart wrenching video which exposes the brutality of the occupation as it touches the lives of ordinary people in Palestine. It then traces exactly how our buying habits help sustain this occupation, and ends by exploring ways in which we can start supporting the Palestinians. The boycott of Israeli dates forms its central theme. Its premier both in this country and overseas has been very well received. It duration is 36 minutes, and its available both as a DVD, or as a downloadable AVI for screening in a mosque, community centre or student society, and as streaming video on Youtube for personal viewing.

 

ZAYNAB’S STORY – A CALL TO BOYCOTT ISRAEL

DownloadZaynab’s Story Video (480×360,700kbps AVI) (221Mb)

“Boycott Israeli Dates” was specifically created for screening at venues with time restrictions which would not permit the screening of “Zaynab’s Story”. It duration is only 18 minutes, and concentrates solely on the boycott of Israeli dates. It is available both for downloading (hi-res AVI) or streaming (low-res Youtube).

Please help us reach the widest possible audience by making copies of the videos, DVDs and passing them to your friends, placing them on your websites, etc.

BOYCOTT ISRAELI DATES A5 LEAFLET

Boycott Israeli dates leaflets can be obtained by contacting the Islamic Human Rights Commission on 02089040222. Alternatively the original PDFs used for printing the leaflets are available for download should you wish to do your own printing ( rough guide to printing cost in the UK: 10,000 leaflets £125 inc delivery ).


Boycott Israeli Dates leaflet (front)

Boycott Israeli Dates leaflet (back)

DownloadBoycott Israeli Dates Leaflet (A5 ready-to-print PDF) (5Mb)We have also produced a sample letter to give to local grocery shops, greengrocers, etc. that serve the Muslim community. The letter politely asks the the shopkeeper not stock Israeli dates this Ramadan. Only one letter, with perhaps 3-6 people signing it, needs to be given to each shop (along with a leaflet which identifies the brands to avoid).

Dear Shopkeeper,Greeting of peace,Please spare a few minutes to read this important letter, thank you.

As a customer of yours I wish to draw your attention to something which is very dear to my heart and I am sure to many of your other customers and hopefully to yours as well, namely the plight of the Palestinian people.

For 60 years now they have lived under brutal Israeli occupation, their land stolen from them, their homes demolished and their children murdered in front of their eyes. The United Nations has condemned Israel on many, many occasions, and the International Court of Justice has ruled the Israeli settlements are illegal – built on stolen Palestinian land, and those that lived through the horror of apartheid in South Africa have described Israel as practising a much worse form of apartheid than thing they suffered under. And yet despite all this, the oppression continues, nothing changes.

It is now left for us ordinary people to put pressure on Israel by boycotting its goods, by boycotting the fruits and vegetables it grows on land stolen from the Palestinians. It is in this endeavour that I humbly urge you, as your customer, please do not help oppress the Palestinians by selling Israeli goods, in particular please do not sell Israeli dates this Ramadan. Every year just before Ramadan, Israel especially targets small retailers who serve the Muslim community in to stocking its dates. The included leaflet lists which brands of dates are Israeli and should be avoided, it also includes details of the suffering Palestinians undergo in the production of these dates. This Ramadan please think of the Palestinians.

Thank you

DownloadSample letter to shopkeepers (Word DOC) (100Kb)
The idea is for activists to arrange a Boycott Israel awareness event in their community where they show one of the videos, give out the leaflets and ask people to sign the letters addressed to local shops serving the community (print out only one letter per shop which everyone signs like a petition).

If you do initiate a Boycott Israeli Dates campaign in your community please do contact us via the feedback form (on the left column of this page) and share your experience with us.

This Ramadan there is no excuse for any Muslim in the world to open their fast with an Israeli date.

Sorgente: Boycott Israeli Dates Campaign