Dimenticati e massacrati per lo sfruttamento forestale: i popoli indigeni del Brasile

Intervista a Francinara Barè, attivista indigena brasiliana della Coiab, in prima linea nel difendere l’Amazzonia e i diritti degli indigeni, resistendo alla repressione di Temer

Dinamopress ha incontrato a Roma Francinara Baré, difensora di diritti umani indigena brasiliana e coordinatrice di COIAB (Coordinadora de Organizaciones Indigenas de la Amazônia Brasilera) all’interno della sua visita in Italia coordinata dalla rete In Difesa di e da Greenpeace.

L’attivista ci aiuta a comprendere la situazione molto poco conosciuta delle popolazioni indigene brasiliane, in prima linea per difendere l’Amazzonia dallo scempio dello sfruttamento agroindustriale ed estrattivo e al tempo stesso isolate e dimenticate anche all’interno dello stesso Brasile.

 

Puoi spiegarci il lavoro sociale e ambientale della vostra organizzazione in Brasile?

Sono la coordinatrice generale di Coaib, lavoriamo in nove stati dell’Amazzonia brasiliana, siamo parte della Coica (Coordinazione delle popolazioni indigene del Bacino del Rio delle Amazzoni, che unisce anche indigeni di paesi limitrofi come Perù, Colombia e Bolivia ndr) e il nostro coordinamento nazionale in Brasile è la PIB (Articolazione dei Popoli indigeni del Brasile)

Siamo nati nel 1988, successivamente alla Costituzione. La Costituzione in due articoli specifici garantisce i diritti dei popoli indigeni, sono gli articoli 31 e 32. Il primo ci riconosce come indigeni e riconosce la nostra forma organizzativa originaria. Nonostante questo abbiamo deciso di avere una personalità giuridica, perché per lottare per i nostri diritti dovevamo avere uno strumento istituzionalmente riconosciuto. Nel nostro lavoro principale ci interfacciamo con lo stato per garantire i diritti e l’accesso a una serie di servizi sociali. Difendiamo i diritti degli indigeni, non solo di chi abita in comunità rurali ma anche di chi ha deciso di vivere in città. Siamo presenti a livello statale e regionale, abbiamo anche rappresentanze municipali.

 

Quali sono le principali discriminazioni che vivono oggi i popoli indigeni brasiliani?
La discriminazione più grande è proprio quella di essere indigeni. Il governo brasiliano non riconosce la nostra specificità e le nostre necessità in quanto indigeni. Siamo 365 popoli differenti ma fingono di non vederci e ci lasciano nell’ombra.

Soffriamo di discriminazioni quando lasciamo le nostre comunità e andiamo in città per poter studiare.

Parliamo 275 lingue diverse, ci è difficile spesso avere pronuncia ottima del portoghese e questo ci discrimina molto. Siamo discriminati per il modo di vestire e comportarci. Appena vestiamo scarpe sportive o utilizziamo un cellulare non siamo più riconosciuti come indigeni.

Sono e rimarrò indigena in qualunque luogo di questo mondo. Se ho accesso a tecnologie, come i droni, per poter monitorare la foresta, non smetto di essere indigena e voglio essere riconosciuta come tale.

 

La questione indigena in Brasile come in tutta l’America Latina è molto legata al problema della proprietà della terra, a che punto è il vostro lavoro per tutelare le terre all’interno dell’Amazzonia?

Diciamo sempre che dobbiamo iniziare a lavorare dai libri di storia. Nei nostri libri di scuola la storia parte dall’arrivo degli europei, non prima.  Noi abitavamo quelle terre ben prima del loro arrivo. Gli europei non hanno scoperto il Brasile perché non è mai stato scoperto, è stato invaso e saccheggiato.

Abbiamo una grande biodiversità e infinite risorse naturali. Gli invasori sono arrivati dalla costa e hanno subito distrutto un bioma, la Mata Atlantica, prima parte di foresta Amazzonica a essere distrutta.

La terra genera vita più di quanto facciamo noi con le nostre strumentazioni ma si è voluto distruggere l’ecosistema esistente. Chi è arrivato da fuori ha iniziato a saccheggiare la natura e a cambiare il nostro sistema agricolo.

L’agricoltura è diventata agrobusiness su larga scala ed è ora questa una delle cause principali della deforestazione e una minaccia enorme per la popolazione indigena.

Siamo stati allontanati dalle nostre terre perché erano ottime per monoculture e allevamenti.

Dividiamo la nostra storia in tre momenti fondamentali, prima, durante e dopo la Costituzione.
Prima della Costituzione sono stati gli anni più difficili, siamo stati massacrati in modo atroce, perché il piano del governo brasiliano era quello di incorporare l’Amazzonia al Brasile uccidendo chi vi abitava. Prima della scrittura della Costituzione, a causa di queste violenze, abbiamo iniziato ad andare a Brasilia e chiedere i nostri diritti. Nel 1988 ci hanno finalmente accolto e hanno incluso i due articoli nella Costituzione.

Tra il 1987 e il 1988 viene deciso che tutte le terre dei popoli indigeni devono essere riconosciute di nostra proprietà collettiva attraverso un procedimento di demarcazione, con una deadline di 10 anni per chiudere il processo. Numerosi attivisti sono morti nel processo che ha permesso questo risultato.

Nel 2018 tuttavia sono ancora molto poche le terre indigene riconosciute. Lottiamo perché ciù avvenga, ma l’obbiettivo è ancora molto lontano dalla realtà. Oggi il processo di demarcazione delle terre che permetterebbe il nostro riconoscimento si è paralizzato. Per questo ci troviamo ad affrontare megaprogetti: dighe, ferrovie, passaggi fluviali costruiti per trasportare la soya, abbiamo visto negli ultimi anni un preoccupante aumento della deforestazione legale all’interno delle terre dei popoli indigeni.

Dal primo invasore a oggi il nostro grande slogan è “Resistere”. Dobbiamo tenere duro nonostante la situazione così difficile.

 

In Italia si è parlato di Marielle Franco, e Dinamopress ha seguito con molti articoli quanto è accaduto. Il suo caso è uno specchio di quanto si vive in Brasile?

Marielle è un esempio di quello che può succedere in Brasile. L’elemento straordinario è che è accaduto in una città. In questo caso il suo destino è stato molto simile a quello che accade ogni giorno nella foresta amazzonica.

È stata uccisa perché aveva denunciato la violenza della polizia contro la popolazione delle favelas di Rio e contro l’immenso potere del narcotraffico rispetto alla polizia stessa. Pur nella sua tragicità, per fortuna, essendo accaduto in città e a una donna nera l’omicidio ha ottenuto visibilità e se ne è potuto parlare e ci sono state grandi proteste. Purtroppo ci sono molte donne e uomini indigeni che vengono uccisi in tutto il Brasile rurale e nella foresta, nessuno ne parla, neppure all’interno del paese.

 

Ci sono statistiche sul numero di morti indigeni?

Non ci sono numeri precisi. Non c’è nessun sistema di sostegno per chi difende i diritti umani degli indigeni ci grandi difficoltà organizzative logistiche per reperire numeri e raccogliere le testimonianze.

La visibilità è un problema enorme, non riusciamo a portare l’attenzione sui nostri problemi. A Brasilia, quando ci raduniamo, affrontiamo gas, pallottole a salve, gas al peperoncino che la polizia utilizza contro di noi.

Ancora più tremendo è quello che accade nella foresta. Quando lì cerchiamo di contrastare l’avanzata dell’agrobusiness ci troviamo davanti a pallottole vere e alla morte.

Alle Nazioni Unite hanno presentato alcuni dati sulla situazione dei diritti umani nel paese, ma le statistiche sono sempre divise tra bianchi e neri:  gli indigeni non sono considerati.

Il governo non ci riconosce e non classifica i nostri dati. Ci stiamo organizzando con una banca dati indipendente e cerchiamo di compensare la mancanza di dati da parte istituzionale.

 

Ritieni che la condizione dei popoli indigeni sia peggiorata da quando Temer ha preso il potere?

Ora siamo molto più perseguitati. Facciamo molta più fatica a riunirci e ad avere spazio nel Congresso per farlo. Parte del nostro abbigliamento tradizionale (archi, frecce) è ora considerata “arma bianca” e se più di una persona che ha con sé quegli oggetti si riunisce viene accusata di associazione a delinquere

Siamo molto più criminalizzati e a causa della criminalizzazione veniamo arrestati con frequenza.
Abbiamo avuto più visibilità in questioni ambientali come la Renca, (riserva ambientale amazzonica che Temer voleva aprire allo sfruttamento minerario e che è stata fermata grazie a un intervento della magistratura, ndr), ma in tema di diritti umani nessuno parla di noi.

Spesso le leggi che sta promuovendo Temer vanno contro i nostri interessi e vengono discusse in momenti in cui non siamo presenti o non siamo stati avvisati.

Cerchiamo di comunicare i dati che stiamo raccogliendo sulla repressione e sulla devastazione dell’Amazzonia. Ci rendiamo conto che veniamo ascoltati di più all’estero, anche perché c’è grande differenza tra i dati che presentiamo noi e quelli che il governo brasiliano comunica al resto del mondo.

Sorgente: Dimenticati e massacrati per lo sfruttamento forestale: i popoli indigeni del Brasile – DINAMOpress

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I 900 mila indigeni del Brasile

Maria Gobern

Il Brasile è il paese con più popoli indigeni isolati al mondo. Circa 240 tribù di circa 900.000 persone abitano in Brasile, lo 0,4% della popolazione brasiliana. La tribù più piccola consiste di un solo uomo, che vive nella sua casa nell’ovest del Brasile.

Il Governo ha riconosciuto 690 territori ai suoi abitanti indigeni, che abbracciano approssimativamente il 13% della superficie del paese. Quasi tutta questa riserva territoriale (il 98,5%) si trova nell’Amazonia. Nonostante ciò, approssimativamente la metà degli indigeni del Brasile vive fuori di questa zona, di modo che queste tribù occupano solo l’1,5% del totale del territorio riservato agli indigeni nel paese.

Insediati nell’Amazonia brasiliana, questi gruppi sopravvivono grazie alla selva, ma la maggior parte sta venendo spianata dal disboscamento, dall’agricoltura e dall’allevamento, dalle mega dighe, dalle strade o dalle esplorazioni di idrocarburi.

Questi gruppi indigeni di solito non hanno nessun contatto pacifico con nessun altro della società maggioritaria o dominante. La  ONG Survival Internacional segnala che, in generale, la sua decisione di non mantenere contatti con altri popoli indigeni o con forestieri è dovuta ai “precedenti disastrosi incontri e alla continua distruzione della selva”.

Alcune tribù hanno una popolazione con più di un centinaio di persone e vivono in recondite zone limitrofe allo stato di Acre e in territori protetti come la Valle del Javarí, vicino alla frontiera peruviana. Altri sono gruppi dispersi, sopravvissuti di antiche tribù andate in frantumi, a causa della febbre del caucciù e dell’espansione agricola.

La storia dei popoli indigeni del Brasile è stata segnata dalla brutalità, dalla schiavitù, dalla violenza, dalle malattie e dal genocidio, e così lo documenta l’ONG Survival. Quando i primi colonizzatori europei giunsero nell’anno 1500, quello che ora è il Brasile lo abitavano circa 11 milioni di indigeni di 2.000 differenti tribù. Durante il primo secolo di contatto il 90% risultò annichilito, principalmente a causa delle malattie portate dai colonizzatori, come l’influenza, il morbillo o la varicella. Nei secoli seguenti, altre migliaia morirono schiavizzati nelle piantagioni di canna da zucchero e di caucciù. Dopo 500 anni che gli europei giunsero in Brasile, i popoli indigeni hanno perso la maggior parte della propria terra, subendo un genocidio di massa. Oggigiorno il Brasile continua a disboscare con aggressivi piani per sviluppare e industrializzare l’Amazonia, inclusi i territori più remoti si trovano ora in pericolo. Vari complessi di dighe idroelettriche stanno venendo costruite vicino a gruppi indigeni isolati, nel 2016 la selva amazzonica ha perso circa 800.000 ettari, un record dal 2008. Secondo uno studio dell’Università di Cambridge pubblicato l’anno scorso, le iniziative di conservazione che sono guidate dai gruppi indigeni dell’Amazonia sono più efficaci di quelle del governo.

Centinaia di indigeni sono scesi nelle strade del Brasile a manifestare quando il governo brasiliano ha aperto all’attività mineraria un parco nazionale della dimensione della Danimarca, chiamato Riserva Nazionale del Rame e i suoi Associati (Renca), ottenendo che lo scorso settembre la giustizia brasiliana annunciasse che gli indigeni dovranno essere consultati prima di autorizzare qualsiasi impianto e le conclusioni dovranno essere dibattute nel Congresso Nazionale. Ancora piccoli risultati, in Brasile esiste un endemico razzismo verso gli indigeni. Il Brasile è uno dei due unici paesi dell’America del Sud che non riconosce il diritto territoriale indigeno.

Gli indigeni brasiliani lottano contro le invasioni illegali, i progetti su grande scala nelle loro terre come dighe, strade, miniere, ecc. e sognano il controllo sui propri territori. Si stima che in Brasile si sia estinta in media una tribù ogni anno lungo l’ultimo secolo, intere comunità che affrontano la propria estinzione.

9 gennaio 2018

El Salto

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Maria GobernLos 900 mil indígenas de Brasil” pubblicato il 09-01-2018 El Saltosu [https://elsaltodiario.com/gsnotaftershave/los-900000-indigenas-de-brasil] ultimo accesso 30-01-2018.

thanks to: Comitato Carlos Fonseca

Nell’Amazzonia a rischio il “polmone verde del mondo” per l’apertura alle imprese minerarie

Redazione Desinformémonos

Il governo brasiliano ha deciso, mediante un decreto presidenziale, di aprire le porte di una gigantesca riserva naturale dell’Amazzonia alle imprese minerarie. Questa decisione è “un grave arretramento nella lotta” per proteggere il polmone verde del mondo, ha denunciato un gruppo di attivisti del WWF.

“È il maggiore attacco all’Amazzonia degli ultimi 50 anni. Nemmeno la dittatura militare osò tanto”, dichiara ai media locali il senatore ambientalista Randolfe Rodrigues.

Michel Temer ha recentemente autorizzato l’estinzione di una riserva naturale di più di 47 mila chilometri quadrati situati tra gli stati brasiliani del Pará e del Amapá per l’estrazione di oro e di altri minerali nobili. Da 33 anni, l’attività mineraria e commerciale della zona era a carico della Compagnia Brasiliana di Risorse Minerali e delle imprese autorizzate da questa.

La Riserva Nazionale di Rame e Associati (Renca), fu creata nel 1984 durante il regime militare di João Figueiredo. Lì attualmente si sfrutta il rame, ma studi geologici segnalano che c’è oro, manganese, ferro e altri minerali. L’area, ricca di oro e altri minerali, ingloba nove aree protette: il Parco Nazionale Montagne del Tumucumaque, i Boschi Statali del Parú e dell’Amapá, la Riserva Biologica di Maicuru, la Stazione Ecologica del Jari, la Riserva Estrattiva Río Cajari, la Riserva di Sviluppo Sostenibile del Río Iratapuru e le terre indigene Waiãpi e Río Paru d`Este.

Organizzazioni non governative, come il WWF, considerano la misura un arretramento nella protezione dell’Amazonia, “questa decisione mette a rischio nove aree protette, fatto che potrebbe causare impatti irreversibili all’ambiente e ai popoli della regione”. La riserva conta, inoltre, su due territori indigeni, nei quali non è possibile fare attività mineraria, per cui si fa pressione su una regione intatta dell’Amazonia. Quando si apre all’attività mineraria, oltre all’attività formale, si incentivano attività di estrazione illegale, invasione di terre pubbliche, deforestazione e sorgono conflitti sociali con i popoli indigeni” ha dichiarato Mauricio Voivodi, direttore esecutivo del WWF Brasile.

“L’estinzione della riserva naturale può promuove l’invasione di terre e fare pressione affinché le comunità indigene facciano degli accordi con le attività clandestine di minatori illegali”, ha aggiunto Voivodic.

Dopo la pubblicazione del decreto presidenziale dell’estinzione Renca (Riserva Nazionale di Rame e Associati), otto senatori hanno presentato un progetto di legge per bloccarla. “Il decreto presuppone il maggiore attacco all’Amazonia degli ultimi 50 anni. Nemmeno la dittatura militare osò tanto”, ha dichiarato ai media locali, il senatore Randolfe Rodrigues.

Il legislativo sostiene che “l’obiettivo è quello di attrarre investimenti, con la creazione di ricchezza per il paese, di lavoro e di reddito per la società, basato sempre sui precetti della sostenibilità”.

“Oltre allo sfruttamento demografico, alla deforestazione, alla perdita della biodiversità e allo smisurato sfruttamento delle risorse idriche, sorgeranno i conflitti agrari, l’espulsione dei popoli indigeni dai loro territori” aggiungono gli esperti del WWF.

Ricercatori annunciano l’imminente distruzione della conca delle Amazzoni

Da parte loro, dei ricercatori guidati da Edgardo Latrubesse, hanno avvertito in un loro studio chiamato Indice di Vulnerabilità Ambientale delle Dighe (DEVI, nella sua sigla in inglese) che portando a termine l’iniziativa di soddisfare le necessità energetiche mediante 428 dighe idroelettriche si mette a rischio l’Amazonia, modificando il flusso di nutrienti che portano i fiumi, la biologia e anche il clima del luogo.

“I principali fattori di deterioramento degli ecosistemi sono la deforestazione, le alterazioni del flusso dei fiumi, la massiccia perdita della biodiversità e l’erosione del suolo”, segnalano gli esperti.

La dimensione dell’impatto può essere non solo regionale, ma anche a livello dell’emisfero. I valori DEVI più alti (che quantificano la vulnerabilità di un’area su una scala da 0 a 100) si trovano nel fiume Maeira (80 punti), e i fiumi Marañón e Ucayali, rispettivamente di 72 e 61 punti, con 104 e 47 dighe progettate o costruite.

La cosa più allarmante è la conclusione a cui è giunto Edgardo Latrubesse: “La dimensione degli impatti può essere non solo regionale, ma anche a livello dell’emisfero. Se si costruiscono tutte le dighe previste nella conca, i loro effetto cumulativo provocherà un cambiamento nei sedimenti che fluiscono nell’Oceano Atlantico, fatto che potrebbe ostacolare il clima regionale”.

Con informazioni di Telesur e RT in spagnolo

27 agosto 2017

Desinformémonos

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Redacción DesinformémonosEn riesgo el “pulmón verde del mundo” en el Amazonas por apertura a mineras” pubblicato il 27-08-2017 in Desinformémonossu [https://desinformemonos.org/riesgo-pulmon-verde-del-mundo-amazonas-apertura-mineras/] ultimo accesso 28-08-2017.

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Risuona il grido: l’Amazzonia è nostra

Carolina da Silveira Bueno e Thais Bannwart

Gli aggiustamenti economici e l’annuncio del nuovo pacchetto fiscale promossi dal governo Temer acutizzano la crisi brasiliana. Subiamo un deterioramento dei servizi pubblici, specialmente nella sanità e nell’educazione, un aumento della disoccupazione e della popolazione senza tetto. Come dire, gli aggiustamenti promossi dal governo consolidano privilegi e tagliano diritti. Si tratta di un gruppo che ha un progetto di paese elitario e di smantellamento dei beni e dei servizi pubblici garantiti dalla Costituzione del 1988.

La politica di austerità -politica di riduzione della dimensione dello stato- realizzata dal governo Temer ha raggiunto un limite inaccettabile. Pochi giorni fa, nel settore socio-ambientale, il governo ha soppresso la Riserva Nazionale del Rame (Renca) per rendere possibile lo sfruttamento minerario da parte di compagnie private. Si tratta di un’area di 47.000 km2 di bosco chiuso dell’Amazzonia, equivalente alla superficie dello stato di Espírito Santo.

La riserva è fondamentalmente ricca di oro, ma possiede anche tantalio, minerale di ferro, nichel, manganese e altri minerali. Ospita, inoltre, nove aree protette: il Parco Nazionale Montagne del Tumucumaque, le Selve Statali del Paru e dell’Amapá, la Riserva Biologica di Maicuru, la Stazione Ecologica del Jari, la Riserva Estrattivista del Río Cajari, la Riserva di Sviluppo Sostenibile del Río Iratapuru e le Terre Indigene Waiãpi e Río Paru d’Este.

Con meno di un 5% di sostegno popolare, il minore di un presidente dalla ridemocratizzazione del paese, Michel Temer ha messo fine, mediante un decreto, ad una norma che stabiliva che soltanto la Compagnia di Ricerca delle Risorse Minerarie (CPRM), appartenente al ministero delle Miniere e dell’Energia, poteva fare esplorazioni minerarie nell’area. Lo squilibrio socio-ambientale, che può giungere a prodursi se le compagnie minerarie private cominciano lo sfruttamento di quella regione, avrà innegabili conseguenze catastrofiche.

La selva amazzonica costituisce un ecosistema di singolare importanza per la regolazione climatica del Brasile e del mondo.

Ricerche effettuate dalla Fondazione di Supporto alla Ricerca dello Stato di San Paolo in associazione con l’INPE (Istituto Nazionale di Ricerche Spaziali), mostrano che la selva amazzonica produce un fenomeno conosciuto come “fiumi volanti”. I fiumi volanti sono fiumi aerei di vapore pompati verso l’atmosfera dalla selva e spiegano il fatto che la regione del quadrilatero i cui vertici sono Cuiabá, Buenos Aires, San Paulo e le Ande sia una regione verde e umida, mentre altre regioni della medesima latitudine del mondo sono estesi deserti.

I fiumi volanti sono i servizi ecosistemici, forniscono le condizioni climatiche adeguate affinché quel quadrilatero sia responsabile del 70% del PIL dell’America del Sud, dove si concentra la maggior parte della produzione agricola e industriale e dove sono i grandi centri urbani.

La deforestazione inerente allo sfruttamento minerario in un’area della dimensione della Renca, ovviamente contribuirà allo squilibrio dell’invisibile dinamica dei fiumi volanti, compromettendo la produzione di alimenti, le attività industriali e il rifornimento d’acqua nelle regioni incluse nel quadrilatero. Così importante come la perturbazione della dinamica climatica promossa dai fiumi volanti saranno gli impatti ambientali nella regione della riserva: la contaminazione del suolo e delle risorse acquee e la distruzione della biodiversità.

Togliere il diritto a lavorare nella regione ad una istituzione di ricerca nazionale e favorire l’entrata di imprese che distruggeranno la biodiversità, nella misura in cui l’Amazonia ha migliaia di specie endemiche che ancora non sono state scoperte, quello è il grande crimine. Il Brasile è il paese del mondo con maggiore biodiversità (patrimonio genetico). Ci sono molte piante e specie che esistono solo in quel pezzo di selva, e alcune possono dare una risposta a molti problemi. Lo sfruttamento minerario, in cambio, lascia molto poco nel paese.

Nonostante che il decreto di estinzione della Renca mantenga le norme che regolano le unità di conservazione e le terre indigene, ci sono esempi storici sugli impatti negativi dell’attività mineraria nelle regioni amazzoniche. La presenza di un’attività con elevato rischio di impatto in una regione permeata da unità di conservazione rende fragile l’integrità di quelle aree, colpendo la sua funzione di conservazione della flora e della fauna ed espone le popolazioni tradizionali alla violenza e alle malattie.

La soppressione della Renca è un’altra di una lunga serie di misure arbitrarie dell’attuale governo che aumentano oltremodo i problemi socio-ambientali ed economici. Preservare il patrimonio genetico e garantire la biodiversità in Brasile è un dovere di tutta la cittadinanza. È fondamentale che la società brasiliana, dalla campagna alle grandi città, gridi: L’Amazzonia è nostra!

*Carolina da Silveira Bueno è una ricercatrice del Nucleo di Economia Agricola dell’Ambiente dell’Università di Campinas (Unicamp) e dottoranda nell’Istituto di Economia dell’Unicamp.

*Thais Bannwart è aiutante di ricerca nell’Istituto di Ricerca Ambientale dell’Amazzonica e laureata dall’Istituto di Economia dell’Unicamp.

29/08/2017

Brasil Debate

http://brasildebate.com.br/ecoa-o-grito-a-amazonia-e-nossa/

Tradotto dal portoghese per Rebelión da Alfredo Iglesias Diéguez

Rebelión

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Carolina da Silveira Bueno y Thais Bannwart, Resuena el grito: la Amazonia es nuestra” pubblicato il 29-08-2017 in Rebeliónsu [http://www.rebelion.org/noticia.php?id=230935&titular=resuena-el-grito:-la-amazonia-es-nuestra-] ultimo accesso 04-09-2017.

 

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Brasile: ‘ondate’ di taglialegna invadono la foresta dei Kawahiva incontattati

Ondate di taglialegna stanno invadendo il territorio di uno dei popoli più vulnerabili del pianeta. Sono gli ultimi Kawahiva, i sopravvissuti di una tribù più grande i cui membri sono stati uccisi o sono morti per malattie.

Di recente i funzionari del FUNAI, il Dipartimento agli Affari Indigeni del Brasile, hanno fermato un gruppo di taglialegna. Ma poiché questi hanno il sostegno dei politici locali e i funzionari del FUNAI non hanno il potere di arrestare i sospetti, gli uomini sono stati rilasciati. Da allora nel territorio sono arrivate altre ondate di taglialegna.

La crisi ha fatto crescere la preoccupazione tra gli attivisti, che temono che la tribù e la sua foresta ancestrale vengano distrutte completamente.

"I funzionari del FUNAI lavorano in molte aree del Brasile per proteggere i territori indigeni da taglialegna e altre minacce."

“I funzionari del FUNAI lavorano in molte aree del Brasile per proteggere i territori indigeni da taglialegna e altre minacce.”

© Mário Vilela/FUNAI

Nell’aprile 2016, il Ministro della Giustizia brasiliano aveva firmato un decreto per creare un territorio indigeno protetto nella terra della tribù, e tenere fuori taglialegna e altri estranei. È stato un importante passo avanti per le terre e le vite dei Kawahiva, arrivato a seguito delle pressioni esercitate da tutto il mondo dai sostenitori di Survival. Il decreto, però, non è stato ancora adeguatamente implementato e oggi il piccolo team che sta lavorando sul campo per proteggere il territorio rischia di subire gravi tagli al suo budget.

“I Kawahiva sono in trappola. Se ci sarà un contatto, per loro sarà devastante. L’unico modo per garantire la loro sopravvivenza è mappare la loro terra e istituire una squadra di protezione permanente del territorio” ha dichiarato Jair Candor, un funzionario esperto del FUNAI. “Altrimenti saranno relegati ai libri di storia, proprio come tanti altri popoli indigeni di questa regione.”

Il premio Oscar Mark Rylance ha prestato la sua voce per narrare un video che denuncia la difficile situazione della tribù.

“Il Brasile si è impegnato a proteggere la terra dei Kawahiva in aprile, ma il governo si mostra recalcitrante e rischia di verificarsi una crisi umanitaria urgente e terribile” ha commentato oggi Stephen Corry, Direttore generale di Survival. “La terra dei Kawahiva è ancora invasa e la loro foresta viene ancora distrutta. È arrivato il momento che il Brasile intervenga come ha promesso di fare, prima che sia completato il genocidio di un intero popolo.”

Sorgente: Brasile: ‘ondate’ di taglialegna invadono la foresta dei Kawahiva incontattati – Survival International

Brasile: la ‘tribù dell’Aquila Arpia’ e i suoi vicini incontattati a rischio sterminio

Orde di allevatori e altri coloni stanno invadendo, con l’aiuto di politici locali, il territorio degli Uru Eu Wau Wau, una tribù brasiliana contattata di recente. Nella regione questa viene descritta come “la peggiore invasione territoriale degli ultimi decenni” e potrebbe spazzare via i popoli incontattati che vivono nella zona.

Gli Uru Eu Wau Wau sono conosciuti come il “popolo dell’Aquila Arpia” perché utilizzano le grandi piume di questo uccello per realizzare frecce e copricapi. Chiamano i loro vicini incontattati Jururei, “i coraggiosi”.

Delle tribù incontattate sappiamo molto poco, ma sappiamo che intere popolazioni sono sterminate dalla violenza genocida di stranieri che le derubano di terre e risorse, e da malattie, come l’influenza e il morbillo, verso cui non hanno difese immunitarie. Gli Uru Eu Wau Wau sono stati decimati a seguito del primo contatto, avvenuto negli anni Ottanta.

"Fotografia aerea scattata dalla ONG brasiliana Kaninde del disboscamento e degli incendi nello stato di Rondonia, vicino agli Indiani incontattati e agli Uru Eu Wau Wau."

“Fotografia aerea scattata dalla ONG brasiliana Kaninde del disboscamento e degli incendi nello stato di Rondonia, vicino agli Indiani incontattati e agli Uru Eu Wau Wau.”

© Kaninde

Il governo dello stato di Rondonia ha in atto da tempo un programma di colonizzazione vicino al territorio della tribù. Ora i coloni stanno cominciando a entrare nel territorio – nonostante questo sia parte di un parco nazionale e in esso vivano tre gruppi di Indiani incontattati. I proprietari terrieri e i politici locali stanno promuovendo una nuova ondata di invasioni.

Le immagini aeree mostrano che vaste aree del territorio della tribù sono state bruciate e disboscate dai coloni. Oltre a essere la casa di numerosi popoli indigeni, nella regione vi sono pini amazzonici unici e un caratteristico paesaggio ricco di cascate, grotte e altipiani. Inoltre, diverse specie in pericolo di estinzione – come l’opossum dalle spalle nere, l’armadillo gigante e l’hocco becco a rasoio – dipendono da questi ambienti per sopravvivere.

L’8 agosto scorso alcuni membri della tribù hanno scritto alla polizia federale, ma le autorità non sono ancora intervenute. “Siamo molto preoccupati perché le invasioni sono vicine ai nostri villaggi e mettono a rischio la vita di donne, anziani, bambini e uomini… La situazione è estremamente seria e gli invasori devono essere allontanati velocemente prima che qualcuno muoia durante gli scontri all’interno del territorio indigeno”, hanno affermato gli indigeni nella lettera.

"Villaggi Uru Eu Wau Wau isolati visti dall’alto, in Brasile."

“Villaggi Uru Eu Wau Wau isolati visti dall’alto, in Brasile.”
© Survival

La tribù degli Uru Eu Wau Wau fu contattata dai funzionari del governo brasiliano nel 1981 e fu così esposta a malattie infettive. La politica ufficiale all’epoca era infatti quella di forzare il contatto con i popoli isolati.

Nonostante i diritti territoriali della tribù siano stati riconosciuti ufficialmente nel 1991, gli attivisti temono che non si stia facendo abbastanza per proteggere la loro terra ancestrale, caratterizzata da un’altissima biodiversità. Le tribù incontattate sono i popoli più vulnerabili del pianeta e se le loro terre non saranno protette, per loro sarà la catastrofe.

“Il furto di terra è uno dei problemi più gravi che i popoli indigeni devono affrontare. In tutto il mondo, le società industrializzate rubano le terre indigene per profitto perpetuando l’invasione e il genocidio che hanno caratterizzato la colonizzazione europea delle Americhe e dell’Australia. Il diritto dei popoli incontattati alle loro terre è protetto sia dalla legge brasiliana che da quella internazionale e deve essere rispettato, o le conseguenze umanitarie saranno terribili”, ha dichiarato Stephen Corry, il Direttore Generale di Survival International.

Sorgente: Brasile: la ‘tribù dell’Aquila Arpia’ e i suoi vicini incontattati a rischio sterminio – Survival International

Ancora una diga per affogare l’Amazzonia

E’ la diga di São Luiz do Tapajós, un progetto devastante, che inonderà parte delle loro terre distruggendo una vasta area della foresta amazzonica. La diga di São Luiz do Tapajós, la più grande delle 43 dighe previste sul fiume Tapajos, avrebbe un bacino di 729 chilometri quadri (circa l’estensione di New York!) e sommergerebbe 400 chilometri quadri di foresta pluviale incontaminata, portando inoltre alla deforestazione di un’area di 2.200 chilometri quadrati!

Il fiume Tapajós scorre nel cuore dell’Amazzonia brasiliana. Nelle sue acque nuotano i delfini rosa, mentre le sue rive sono l’habitat di centianaia di uccelli, rettili, angibi e mammiferi, come il giaguaro e l’ocelot. Queste sono anche le terre del popolo indigeno dei Munduruku che da più di trent’anni si battono per difendere la valle del Tapajós dalla minaccia dei megaprogetti idroelettrici. Lo scorso aprile l’Agenzia brasiliana per le popolazioni indigene (FUNAI) ha riconosciuto i territori dei Munduruku, fornendo la base legale per richiedere la sospensione della costruzione della mega diga. Si tratta però solo di una sospensione temporanea che non equivale alla cancellazione del progetto: questa avverrà infatti solo nel caso in cui il governo brasiliano confermi la decisione del FUNAI di tutelare le terre Munduruku.
Greenpeace ha simbolicamente fornito i Munduruku di pannelli solari per dimostrare che non è necessario distruggere l’Amazzonica per portare elettricità nelle aree remote. E chiede alle multinazionali di abbandonare il progetto. Ad esempio, l’azienda tedesca Siemens negli ultimi anni da un lato ha rafforzato la sua presenza nel settore delle rinnovabili, ma d’altra parte ha partecipato anche alla realizzazione della diga di Belo Monte, sul fiume Xingu, che ha devastato un ampio tratto di foresta amazzonica.Chiediamo a Siemens di confermare che non sarà coinvolta in alcun modo nella realizzazione della diga di São Luiz do Tapajós, un’operazione che sarebbe in netto contrasto con l’immagine “green” che pretende di mostrare.

Sorgente: Ancora una diga per affogare l’Amazzonia – Salva le Foreste

Olimpiadi Brasile 2016, i media del mondo rompano il silenzio sul massacro degli indios

Olimpiadi Brasile 2016, i media del mondo rompano il silenzio sul massacro degli indios

La rovina del Brasile non è nulla in confronto al massacro in atto nei confronti di numerose etnie indigene dall’Amazzonia fino agli stati del sud. Un genocidio lento e inesorabile che sta passando sotto silenzio. Nessuno, a parte Survival e alcuni attivisti, ne sta parlando. L’informazione interna, controllata dallo Stato in Brasile, non dice una parola. All’estero non trapela quasi nulla. Una vergogna oscena. E l’assurdo è che, al di là della violazione dei diritti umani, gli ignoranti responsabili di tale scempio stanno distruggendo le radici stesse, la cultura ancestrale e il nutrimento spirituale di tutta l’umanità.

cerimonia indigena a rioDue grandi scienziati, Fritjof Capra e Pier Luigi Luisi, nel loro recente libro divulgativo “Vita e Natura – Una visione sistemica” spiegano a più riprese come le più recenti ricerche dimostrino la natura sistemica e cooperativa della vita. In tale contesto concetti come biodiversità, crescita biologica, diversità etnica e culturale, vita sostenibile assumono un ruolo centrale in una concezione articolata, profonda e articolata di sviluppo dell’umanità e del pianeta. I due autori tirano in ballo in continuazione grandi ricercatori che hanno dato grandi contenuti a questo stile di pensiero, come Ilya Prigogine e Vandana Shiva, ma anche enti strategici come lo Schumacher College nel Devon, Gran Bretagna. In un simile contesto le etnie indigene sono considerate addirittura strategiche per il futuro. E non solo sul piano filosofico e spirituale, ma anche in termini di conoscenza della terra, degli equilibri, delle comunità botaniche e zoologiche.

Discorsi che il governo brasiliano, ben inserito all’interno dell’inetto antico concetto di sviluppo che classifica i paesi come “sviluppati”, “sottosviluppati” e in “via di sviluppo”, stenta non solo a capire, ma anche ad ascoltare. Fantascienza. Qui lo sviluppo sono tanti centri commerciali che vendono cianfrusaglie inutili, punto.

Xowá Tapuya Fulni-ô,Per mantenere illuminati questi centri e far girare tante auto esiste una sola strada: devastare il pianeta per recuperare disperatamente energia, con coltivazioni esaustive, tipo canna da zucchero, e dighe che distruggono interi paradisi tropicali, purtroppo gli ultimi.

Uno di questi territori è la terra dei Munduruku, un’etnia profondamente legata alla foresta in possesso di conoscenze antichissime. Qui il governo brasiliano intende realizzare la mega diga di São Luiz do Tapajós. Questa diga è la prima delle 43 previste sul fiume Tapajos, avrebbe un bacino di 729 chilometri quadri (circa l’estensione di New York) e sommergerebbe 400 chilometri quadri di foresta pluviale incontaminata, portando inoltre alla deforestazione di un’area di 2.200 chilometri quadri. Qui per info e per firmare la petizione di Greenpeace.

Ma non finisce qui. Gli indios, in tutto il bacino amazzonico e fino agli stati del sud sono vessati in tutto il Brasile. Un esempio, l’azienda Belo Sun alla quale sono stati venduti i diritti per lo sfruttamento dell’oro dello Xingù, un parco culturale indigeno.

Gli indigeni si trovano letteralmente ogni giorno a dover affrontare gli attacchi armati e letali dei ricchi fazenderos, nient’altro che gli stessi corrotti governanti che occupano gli scranni dei governi che dovrebbero difenderli.

In un recente articolo di Survival viene spiegato come per esempio i Guarany, una etnia del sud del Paese, che un tempo viveva su un area di 350.000 kmq oggi è ridotta a sopravvivere in minuscole riserve. Strappati sistematicamente dal loro ambiente hanno raggiunto un tasso di suicidi intollerabile, come sta avvenendo per gli Inuit del Canada.

io con Sabino, Pajé Huni KuinIo stesso ho affrontato una permanenza nella riserva indigena di Aguas Belas in Pernambuco, presso i Fulni-o. Sono distrutti, sebbene siano gli unici che hanno saputo mantenere costumi spirituali millenari. Sono seriamente minacciati e le “Acque Belle” sono oggi una discarica di rifiuti. Il meraviglioso Rio Ipanema dove si trovavano è seccato definitivamente grazie a un’altra diga, costruita negli anni ’50, la Paulo Alfonso.

In realtà gli indios, come gli indigeni di tutto il mondo, sono una risorsa senza uguali per ricostruire un rapporto con la natura degno di questo nome. Vengono uccisi e deportati senza pietà, sradicati senza ritegno dalle terre che hanno abitato per millenni e che conoscono in profondità nelle piante, nei frutti, negli animali, negli spiriti. Terre che potrebbero contribuire a salvare e che invece sono destinate alla distruzione per arricchire le multinazionali. E che potrebbero anche essere una risorsa formidabile per un turismo culturale di qualità.

Altro che la prostituzione sulle coste del nordest. Il mondo non ha idea di cosa stia succedendo in Amazzonia, poiché i media mainstream non ne parla più. Men che meno i media brasiliani, conniventi con il governo che ha tutto l’interesse a nascondere questo stato di cose che in realtà sarebbe di profondo interesse per tutta l’umanità, visto che l’Amazzonia e la natura, così come la diversità sono di tutti.

La Funai, l’organizzazione che dovrebbe proteggere gli indios, è quantomeno ambigua: gli indios non si fidano affatto, ci sarà un motivo.

Se queste Olimpiadi devono servire a qualcosa è alzare il velo sul vergognoso silenzio del governo e dei media brasiliani.

Gli indios che non si suicidano vengono uccisi, gli altri lentamente si spengono. Alcuni continuano a resistere e a lottare come leoni. Le persone consapevoli dovrebbero prendere coscienza di tutto questo e avere il coraggio di schierarsi dalla loro parte.

thanks to: Il Fatto Quotidiano

Kill List: Smashing the ‘B’ in BRICS

The stakes could not be higher. Not only the future of the BRICS, but the future of a new multipolar world is in the balance. And it all hinges on what happens in Brazil in the next few months.

Let’s start with the Kafkaesque internal turmoil. The coup against President Dilma Rousseff remains an unrivalled media theatre/political tragicomedy gift that keeps on giving. It also doubles as a case of information war converted into a strategic tool of political control.

A succession of appalling audio leaks has revealed that key sectors of the Brazilian military as well as selected Supreme Court justices have legitimized the coup against a President that has always protected the two-year-old Car Wash corruption investigation. Even Western mainstream media was forced to admit that Dilma did not steal anything but is being impeached by a bunch of thieves. Their agenda; to stifle the Car Wash investigation, which may eventually throw many of them in jail.

The leaks also unveiled a nasty internecine carnage between Brazilian comprador elites — peripheral and mainstream. Essentially the peripherals were used as lowly paperboys in Congress for the dirty work. But now they may be about to become road kill – along the illegitimate, unpopular, interim Michel Temer “government”, led by a bunch of corrupt-to-the-core PMDB politicians, the party that is heir to the sole opposition outfit tolerated during the 1960s-1980s military dictatorship.

Meet the vassal chancellor

An insidious character in the current golpeachment scam is the interim Minister of Foreign Relations, senator Jose Serra of the PSDB party, the social democrats turned neoliberal enforcers. In the 2002 presidential election – which he lost to Lula — Serra had already tried to get rid of peripheral Brazilian oligarchies.

Yet now he’s incarnating another role — perfectly positioned not only to retrograde Brazilian foreign policy to some point around the 1964 military coup, but mostly as the Beltway’s point man inside the coup racket.

Exceptionalistan’s key ally in Brazil is the oligarchy in Sao Paulo, the wealthiest state and home to the financial capital of Latin America. This is Brazil’s A-list. It’s from their ranks that an eventual “national savior” may eventually spring up.

Once the peripherals are history, then no holds would be barred to criminalize – and imprison – an array of leftist leaders, Lula included, as well as manufacture a fake election legitimized by a noxious Supreme Court justice, Gilmar Mendes, a PSDB stooge.

It all hinges on what happens in the next two months. The prosecutor general finally asked the Supreme Court to throw three top peripherals in jail; they are all accused of plotting to derail the Car Wash investigation — an extremely complex juridical-political-police network of myriad concentric/parallel circles.

Meanwhile, the final judgment of Dilma’s impeachment at the Senate is bound to happen on August 16 – 11 days after the start of the Olympic Games. The coup plotters suffered a heavy blow as they were trying hard to accelerate the proceedings. As it stands, the outcome is uncertain; after the leaks, four to five senators are already wavering, as the leaks also implicate Temer personally. The “leader” of a zero-credibility, corruption-crammed scam, he’s among the targets of several corruption investigations and has just been banned from running to political office for the next 8 years.

The Brazilian mainstream media monopoly (five families) – popularly referred to as PIG, the Brazilian acronym for Pro-Coup Media Party – has changed its anti-left tune and is now also going after selected members of the Temer racket.

According to the constitution, if both the Presidency and Vice-Presidency are vacated in the last two years of a given term, it’s up to Congress to elect the new President.

This implies two possible scenarios. If Dilma is not impeached, it’s increasingly likely she will call for new presidential elections before the end of the year.

If she is impeached, the PIG will tolerate the stooge-crammed Temer interim racket until January 2017 at the most. The next step would be what Serra and about-to-be-jailed Senate leader Renan Calheiros are campaigning for; the end of direct presidential elections and the onset of Brazilian-style parliamentarianism.

The man best positioned to be the national savior in this case is former president Fernando Henrique Cardoso – also former “Prince of Sociology” and a major star (during the 1960s and early 1970s) of the dependency theory, then metamorphosed into an avid neoliberal. Cardoso is a very close pal of both Bill Clinton and Tony Blair. The Beltway/Wall Street axis loves him. Cardoso would be “elected” mostly by the pack of Congress hyenas who got the Dilma impeachment rolling on April 17.

The hard node of golpeachment goes way beyond peripheral Brazilian elites. It is comprised of a political party (the PSDB); the Globo media empire; the Federal Police (very cozy with the FBI); the Public Ministry; most of the Supreme Court; and sectors of the military. Only the Beltway/Wall Street axis has the means and the necessary pull to regiment all these players – by hard cash, blackmail or promises of glory.

And that ties in with key unanswered questions regarding the recent audio leaks. Who taped the conversations. Who leaked them. Why now. Who profits from a nation in total political/economic/juridical chaos, with virtually all institutions totally discredited.

Neoliberalism or chaos

Those were the days when Washington could mastermind, with impunity, an old-fashioned military coup in its backyard – as in Brazil 1964. Or as in Chile during the original 9/11 – in 1973, as seen through crack Chilean film maker Patricio Guzman’s moving documentary about Salvador Allende.

History, predictably, now repeats itself as farce as the 2016 coup has turned Brazil – the 7th largest economy in the world and a key Global South player – into a Honduras or Paraguay (where recent US-supported coups were successful).

I have shown how the coup in Brazil is an extremely sophisticated Hybrid War operation going way beyond unconventional warfare (UW); four generation warfare (4GW); color revolutions; and R2P (“responsibility to protect”), all the way to the summit of smart power; a political-financial-judicial-mainstream media soft coup unveiled in slow motion. This is the beauty of a coup when promoted by democratic institutions.

Neoliberalism may have failed, as even the IMF research wing has concluded. But its rotten corpse still encumbers the whole planet. Neoliberalism is not only an economic model; it surreptitiously takes over the juridical realm as well. In another perverse facet of shock doctrine, neoliberalism cannot prevail without a juridical framework.

When constitutional attributions are redirected to Congress that keeps the Executive under control while generating a culture of political corruption. Politics is subordinated to economics. Companies engage in campaign financing and buy politicians to be able to influence the political powers that be.

That’s how Washington works. And that’s also the key to understand the role of former leader of the Brazilian lower house Eduardo Cunha; he ran a campaign financing racket out of Congress itself, controlling dozens of politicians while profiting from proverbially fat state contracts.

The Three Stooges in what I called the Provisional Banana Scoundrel Republic are Cunha, Calheiros and Temer. Temer is a mere puppet while Cunha remains a sort of shadow Prime Minister, running the show. But not for long. He’s already been suspended as the speaker in Congress; he bagged millions of US dollars in kickbacks for those fat contracts and stashed the loot in secret Swiss accounts; now it’s a matter of time before the Supreme Court has the balls – it’s not a given — to throw him in the slammer.

NATO vs. BRICS, all across the spectrum

And that brings us once again to The Big Picture, as we proceed in parallel with an analysis by Rafael Bautista, the head of a decolonization study group in La Paz, Bolivia. He’s one of the best and brightest in South America who’s very much alert to the fact that whatever happens in Brazil in the next few months will drive the future not only of South America but the whole Global South.

Exceptionalistan’s project for Brazil is no less than the imposition of a remixed Monroe doctrine. The main target of a planned neoliberal restoration is to cut off South America from the BRICS – as in, essentially, the Russia-China strategic partnership.

It’s a short window of opportunity after all those years under the Bush-Obama continuum where Washington was obsessed with MENA (Middle East/Northern Africa), a.k.a. the Greater Middle East. Now South America is back in a starring role in the geopolitical (soft) war theatre. Getting rid of Dilma, Lula, the Workers’ Party, by all means available, is only the start.

It all comes back to the same, defining 21st century war; NATO against the BRICS; the Shanghai Cooperation Organization (SCO); and ultimately the Russia-China strategic partnership. Smashing the “B” in BRICS carries with it the bonus of smashing Mercosur (the South American common market); Unasur (the political Union of South American Nations); ALBA (the Bolivarian Alliance); and South American integration as a whole, compounded with integration with key emerging Global South players such as Iran.

The ongoing destabilization of “Syraq” fits the Empire of Chaos; when there’s no regional integration, the only other possibility is balkanization. And yet Russia graphically demonstrated to Beltway planners they cannot win a war in Syria while Iran demonstrated after the nuclear deal that it won’t become a Washington vassal. So the Empire of Chaos might as well secure its own backyard.

A new geopolitical framework had to be part of the package. That’s where the concept of “North America” fits in, backed by the Council on Foreign Relations and devised mostly by former Iraq surge superstar David Petraeus and former World Bank honcho Bob Zoellick, now with Goldman Sachs. Call it a mini who’s who of Exceptionalistan.

You won’t see it enounced in public, but the Petraeus/Zoellick concept of “North America” presupposes regime changing and gobbling up Venezuela. The Caribbean is seen as a Mare Nostrum, an American lake. “North America” is in fact a strategic offensive.

It implies controlling the massive oil and water wealth of the Orinoco and the Amazonas, something that would forever guarantee Exceptionalistan’s preeminence south of the border.

The Caribbean is already a done deal; after all Washington controls CAFTA. South America is a tougher nut to crack, roughly polarized by what’s left of ALBA and the US-driven Pacific Alliance. With Brazil falling to a neoliberal restoration, it’s over as a promoter of regional integration. Mercosur would eventually be absorbed into the Pacific Alliance – especially with a man like Serra as Brazil’s top diplomat. So, politically, South America must be annulled at all costs.

What’s left for South America would be its aggregation — as marginal players, part of the US-driven Pacific Alliance — to those NATO on trade deals, the TPP and TTIP. The “pivot to Asia” – of which TPP is the trade arm — is the Obama doctrine’s push for containment of China, not only in Asia but also across Asia-Pacific. Thus it’s natural that China (Brazil’s number one trade partner) should also be contained in the hegemon’s backyard, South America.

From the Atlantic to the Pacific, and beyond

It’s never enough to stress the geo-economic importance of South America. The only way South America can be fully integrated to the multipolar world is by opening up to the Pacific, boosting its strategic connection with Asia, especially China. That’s where the Chinese push to invest in a massive high-speed rail project uniting the Brazilian Atlantic coast with Peru in the Pacific fits in. That’s South American interconnectivity in a nutshell. If Brazil is politically annulled, none of this will ever happen.

So every coup is now literally allowed in South America; indirect attacks to the Brazilian currency, the real; bribing local comprador elites with the backing of the global financial system; a concerted attempt at the implosion, simultaneously, of the top three economies: Brazil, Argentina and Venezuela. SOUTHCOM went so far as to produce a report on “Venezuela Freedom” earlier this year, signed by commander Kurt Tidd, which proposes a “strategy of tension”, complete with “encirclement” and “suffocation” techniques and allowing to mix street action with a “calculated” use of armed violence. Echoes of Chile 1973 do apply.

South America is now arguably the prime geopolitical space where Exceptionalistan is laying the bases to restore its unrivalled hegemony — as part of a multi-dimensional, geo-finance war against the BRICS bent on perpetuating the unipolar world.

All previous moves have lead to this geostrategy of imploding the BRICS and reducing South America to an appendix of North America.

Wikileaks revealed how the NSA spied on Petrobras. In 2008 Brazil came up with its own National Defense Strategy, focused on two key areas; the South Atlantic and the Amazon. This did not sit well with SOUTHCOM. Unasur should have developed it to a continental level, but they didn’t.

Lula decided to award to Petrobras the prime exploitation of the pre-salt deposits – the largest oil discovery of the 21st century. Dilma’s administration gave a firm push to the BRICS’s New Development Bank (based on the Brazilian BNDES) and also decided to accept Iranian payments bypassing the US dollar. Anyone involved in South-South trade bypassing the US dollar enters a kill list.

Hillary Clinton is the presidential candidate of Wall Street, the Pentagon, the industrial-military complex and the neocons. She is the Goddess of War – and in a Bush-Obama-Clinton continuum she will go to war against any player in the Global South that dares to defy Exceptionalistan.

So the die is cast. We will know for sure by the time there’s a new US President — and arguably a new, unelected Brazilian President — in early 2017. The geostrategic game though remains the same; Brazil must fall so BRICS-led integration must fall, and Exceptionalistan may concentrate all its firepower in an all-out confrontation against Russia-China.

The views expressed in this article are solely those of the author and do not necessarily reflect the official position of Sputnik.

Sorgente: Kill List: Smashing the ‘B’ in BRICS

Wall Street dietro il Colpo di Stato in Brasile

Prof. Michel Chossudovsky, Global Research, 1 giugno 2016

Il controllo sulla politica monetaria e la riforma macroeconomica è l’obiettivo del colpo di Stato. Gli obiettivi principali di Wall Street sono la Banca Centrale, che domina la politica monetaria nonché le operazioni di cambio, il Ministero delle Finanze e la Banca del Brasile (Banco do Brasil). A nome di Wall Street e del “consenso di Washington”, il “governo” ad interim post-golpe di Michel Temer ha nominato un ex-amministratore delegato di Wall Street (con cittadinanza statunitense) a capo del Ministero delle Finanze. Henrique de Campos Meirelles, ex-presidente della FleetBoston Financial Global Banking (1999-2002) ed ex-capo della Banca centrale sotto la presidenza di Lula è stato nominato ministro delle Finanze il 12 maggio. Il nuovo presidente della Banca Centrale del Brasile, Ilan Goldfajn (Goldfein) è stato capo economista della Itaú, la maggiore banca privata del Brasile. Goldfajn ha stretti legami con FMI e Banca Mondiale, ed è amico intimo finanziario di Meirelles.

Cenni storici
Il sistema monetario brasiliano del real è fortemente dollarizzato. Le operazioni di debito interno portano ad un aumento del debito estero. Wall Street è intenta mantenere sul Brasile una camicia di forza monetaria. Dal governo di Fernando Henrique Cardoso, Wall Street ha esercitato il controllo sugli elementi economici chiave, come Ministero delle Finanze, Banca del Brasile e Banca centrale. Sotto i governi di Fernando Henrique Cardoso e Luis Ignacio da Silva (Lula), la nomina del governatore della Banca Centrale venne approvata dal Wall Street.

Cardoso, Lula, Temer nominati per conto di Wall Street
Arminio Fraga: presidente della Banca Centrale (4 Marzo 1999 – 1 gennaio 2003) manager degli hedge fund e socio di George Soros nel Quantum Fund di New York, dalla doppia cittadinanza Brasile-Stati Uniti.
Henrique de Campos Meirelles, Presidente della Banca centrale, (1 gennaio 2003-1 gennaio 2011). Doppia cittadinanza Brasile-Stati Uniti. Presidente e CEO della Boston Bank (1996-1999) e Presidente della FleetBoston Financial Global Banking (1999-2002). Nel 2004, FleetBoston si fuse con Bank America. Prima della fusione FleetBoston era la settima banca negli Stati Uniti. Bank America è attualmente la seconda banca degli Stati Uniti. Dopo essere stato licenziato da Dilma nel 2010, Meirelles ritorna venendo nominato ministro delle Finanze dal “presidente ad interim” Michel Temer.
Ilan Goldfajn, capo economista della Itaú, la maggiore banca privata del Brasile. Goldfajn è stato nominato dal “governo” ad interim di Michel Temer a capo della Banca centrale (16 maggio 2016). Doppia cittadinanza Israele-Brasile. Goldfajn aveva precedentemente lavorato presso la Banca centrale di Arminio Fraga ed Henrique Mereilles. Ha stretti legami personali col Prof. Stanley Fischer, attualmente vicepresidente della Federal Reserve. Inutile dire che la nomina di Golfajn alla Banca centrale è stata approvata da FMI, Tesoro degli Stati Uniti, Wall Street e Federal Reserve. Va notato che Stanley Fischer aveva già ricoperto la carica di di vicedirettore generale del Fondo monetario internazionale e di Governatore della Banca centrale d’Israele. Sia Fischer che Goldfajn sono cittadini israeliani, con legami con la lobby pro-Israele.

Incaricato da Dilma Rousseff alla Banca centrale, non approvato da Wall Street
Alexandre Tombini Antônio, Governatore della Banca Centrale (2011-2016), funzionario di carriera presso il Ministero delle Finanze. Cittadinanza: Brasile.

Sfondo storico
All’inizio del 1999, sulla scia immediata dell’attacco speculativo contro la valuta nazionale brasiliana (Real), il presidente della Banca centrale, Professor Francisco Lopez (nominato il 13 gennaio 1999, Mercoledì Nero) fu licenziato e sostituito da Arminio Fraga, cittadino degli Stati Uniti e dipendente del Quantum Fund di George Soros a New York.

“La volpe nominata a guardia del pollaio”.
Più concretamente, gli speculatori di Wall Street venivano incaricati della politica monetaria del Brasile. Sotto Lula, Henrique de Campos Meirelles è stato nominato Presidente della Banca Centrale del Brasile. Fu in precedenza presidente e CEO di una delle più grandi istituzioni finanziarie di Wall Street. FleetBoston era il secondo maggiore creditore del Brasile, dopo Citigroup. A dire il vero, era in conflitto di interessi. La nomina fu concordata prima dell’adesione di Lula alla presidenza. Henrique Meirelles era un convinto sostenitore del controverso Piano Cavallo argentino degli anni ’90: un “piano di stabilizzazione” di Wall Street che rase al suolo l’Argentina economicamente e socialmente. La struttura essenziale del Piano Cavallo argentino fu replicata in Brasile nell’ambito del Piano Real, applicando una moneta nazionale convertibile dollarizzata (Real). Ciò che tale piano implicava è che il debito interno diveniva debito estero denominato in dollari. Al momento dell’adesione di Dilma alla presidenza nel 2011, a Meirielles non fu rinnovata la presidenza della Banca centrale.

La sovranità nella politica monetaria
Il ministro delle Finanze Mereilles del “governo” ad interim supporta la cosiddetta “indipendenza della Banca centrale”. L’applicazione di tale falso concetto implica che il governo non dovrebbe intervenire nelle decisioni della banca centrale. Ma non ci sono restrizioni alle “volpi di Wall Street”. La questione della sovranità nella politica monetaria è cruciale. L’obiettivo del colpo di Stato è negare la sovranità del Brasile nella formulazione della politica macroeconomica.

Le volpi di Wall Street
Sotto Dilma, la “tradizionale” scelta di una “volpe di Wall Street” fu abbandonata con la nomina di Alexandre Tombini Antônio, funzionario governativo di carriera che guidò la Banca Centrale del Brasile dal 2011 al maggio 2016. Al momento dell’adesione di Michel Temer a “presidente ad interim”, Henrique de Campos Meirelles veniva nominato a capo del Ministero delle Finanze. A sua volta, Meirelles ha nominato i suoi compari a capo della Banca centrale e del Banco do Brasil. Meirelles viene descritto dai media statunitensi come “amico del mercato”.

Nomine economiche di Michel Temer:
– Henrique de Campos Meirelles, Ministro delle Finanze,
– Ilan Golfajn, Presidente della Banca Centrale del Brasile, socio nominato da Meirelles
– Paolo Caffarelli, Banca del Brasile, socio nominato da Meirelles.

Conclusioni
Ciò che è in gioco con vari meccanismi, anche operazioni d’intelligence, manipolazione finanziaria e propaganda mediatica, è la destabilizzazione della struttura statale e dell’economia nazionale del Brasile, per non parlare dell’impoverimento di massa del popolo brasiliano. Gli Stati Uniti non vogliono affrontare o negoziare un governo nazionalista riformista sovrano. Quello che vogliono è un loro Stato-fantoccio. Lula era “accettabile” perché seguiva le istruzioni di Wall Street e FMI. Mentre l’agenda politica neoliberista non ha prevalso con Rousseff, che implementava un’agenda riformista-populista scacciando il pilastro macroeconomico sponsorizzato da Wall Street durante la presidenza Lula. Secondo il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale Heinrich Koeller (2003) Lula è stato “Il nostro miglior presidente”: “Sono entusiasta (dell’amministrazione Lula); ma è meglio dire che sono profondamente colpito dal Presidente Lula” (Conferenza stampa del FMI, 2003).
Sotto Lula non c’era bisogno del “cambio di regime”. Luis Ignacio da Silva aveva approvato il “Washington Consensus”. La scomparsa temporanea di Henrique de Campos Meirelles dopo l’elezione di Dilma Rousseff è stata fondamentale. Wall Street non approvò le nomine di Dilma a Banca centrale e Ministero delle Finanze. Se Dilma avesse scelto di mantenere Henrique de Campos Meirelles, il colpo di Stato molto probabilmente non ci sarebbe stato.

Il regime dei fantocci degli Stati Uniti a Brasilia
Un ex-CEO/presidente di una delle più grandi istituzioni finanziarie statunitensi (e cittadino degli Stati Uniti) controlla le importanti istituzioni finanziarie del Brasile e definisce l’agenda macroeconomica e monetaria di un Paese di oltre 200 milioni di persone. Si chiama colpo di Stato… di Wall Street.

Ilan Goldfajn

Ilan Goldfajn

La credibilità di Temer crolla subendo per 8 anni il divieto a cariche pubbliche
Glenn Greenwald, Global Research, 4 giugno 2016
Brazil-Coup-Appointment-Of-President-Michel-Temer-Called-Farce-680x382Era evidente fin dall’inizio che obiettivo fondamentale dell’impeachment della Presidentessa del Brasile Dilma Rousseff era sostenere i veri ladri a Brasilia e consentirgli di impedire, ostacolare e in ultima analisi uccidere l’indagine CarWash (così come d’imporre un programma neoliberale di privatizzazioni e austerità radicali). A 20 giorni dalla presa del potere del presidente “ad interim” Michel Temer, schiaccianti prove della sua corruzione sono emerse dimostratesi vere: già due dei ministri intermedi del gabinetto tutto bianco e maschile di Temer, tra cui il ministro anticorruzione, sono stati costretti a dimettersi dopo la pubblicazione di registrazioni segrete che dimostrano il loro complotto per ostacolare le indagini (in cui, insieme a un terzo elemento del gabinetto, sono coinvolti personalmente). Ma lo stillicidio della corruzione dei ministri di Temer serve ad oscurare la sua. Anche lui è implicato in numerose indagini di corruzione e ora è formalmente accusato di aver violato le leggi elettorali e, per punizione, gli sono vietate le cariche politiche per otto anni. Ieri, un tribunale elettorale regionale a San Paolo, da dove proviene, ha emesso la sentenza dichiarandolo “non ammissibile” a qualsiasi carica politica, avendo ad oggi una “fedina sporca” nelle elezioni. Temer è stato riconosciuto colpevole di spendere più fondi per la campagna di quanto la legge consenta. Dati intrighi, corruzione ed illegalità del governo ad interim di Temer, la violazione della legge non è il peggiore reato. Ma simboleggia potentemente la truffa antidemocratica che le élite brasiliane tentano di perpetrare. In nome della corruzione hanno rimosso la leader democraticamente eletta del Paese e la sua sostituzione, con qualcuno che, anche se non legalmente vietato, è ora escluso per otto anni dalla carica che vuole occupare. Poche settimane fa, l’impeachment di Dilma è apparsa inevitabile. I media oligarchici del Brasile avevano efficacemente focalizzato l’attenzione esclusivamente su di lei. Ma poi, tutti hanno cominciato a guardare chi congegnava il suo impeachment, chi avrebbe avuto il potere e per quali motivazioni, e tutto è cambiato. Ora il suo impeachment, anche se ancora probabile, non sembra inevitabile: la scorsa settimana, O Globo ha riferito che due senatori già a favore ora ci ripensavano alla luce dei “fatti nuovi” (i nastri rivelati sui ministri di Temer) e ieri anche Folha riferiva che numerosi senatori tendono a ripensarci. In particolare, i media brasiliani non pubblicano più i sondaggi sull’opinione pubblica su Temer e l’impeachment di Dilma. Nel frattempo, l’opposizione cresce contro tale attacco alla democrazia, sia a livello nazionale che internazionale. Le proteste contro Temer sono sempre più grandi e intense. Due dozzine di parlamentari inglesi hanno denunciato l’impeachment come colpo di Stato. Tre dozzine di europarlamentari hanno sollecitato la cessazione dei negoziati commerciali con il governo ad interim del Brasile per mancanza di legittimità. Il gruppo anti-corruzione Transparency International ha annunciato di por fine al dialogo con il nuovo governo finché non elimina la corruzione dai nuovi ministeri. Il New York Times parla delle dimissioni del ministro anti-corruzione a soli 20 giorni dalla nomina, descritta come “un altro colpo a un governo zoppicante per uno scandalo, a poche settimane da quando Temer ha sostituito Dilma Rousseff”. Ma forse niente indica più la farsa pericolosa che le élite brasiliane tentano di perpetrare quanto il fatto che il loro capo è ormai bandito dalla carica in cui è stato installato, poiché condannato per aver infranto la legge. Questa non è solo la distruzione della democrazia nel quinto Paese più popoloso del mondo, né l’imposizione di un ordine del giorno di privatizzazioni e attacchi ai poveri a vantaggio dei plutocrati internazionali. E’ letteralmente l’affermazione di sporchi corrotti criminosi che cinicamente sono al potere in nome della lotta alla corruzione.
Ieri sera, a un evento a Rio de Janeiro mi è stato chiesto, come sempre in questi casi, del possibile coinvolgimento degli Stati Uniti nel cambio di governo. Qui i quattro minuti della mia risposta:

Sorgente: Wall Street dietro il Colpo di Stato in Brasile | Aurora

I golpisti hanno mostrato i loro obiettivi

João Pedro Stedile

Il Brasile e il mondo hanno capito subito la natura di questo governo illegittimo. Sono bastate alcune ore o giorni perché il governo provvisorio dei golpisti  facesse le sue scelte per mostrare subito con quali obiettivi sono arrivati, attraverso la composizione del governo, i piani annunciati e le dichiarazioni pubbliche.

Il senato aveva appena deciso il temporaneo allontanamento della presidente  Dilma Roussef e  il signor Michel Temer si era appena provvisoriamente insediato. Per alcuni giuristi, a rigore, secondo la Costituzione, il vice-presidente non avrebbe potuto cambiare il governo. Avrebbe soltanto dovuto prendere in mano gli atti amministrativi fino al giudizio di merito. Ma l’ultima cosa che i golpisti e il connivente Supremo Tribunale Federale stanno facendo è rispettare la Costituzione. Ora tutto è permesso. Come ha detto Lula, è come se voi viaggiaste e lasciaste casa vostra provvisoriamente nelle mani di qualcuno che dovrebbe occuparsi di sorvegliarla e quello cambiasse tutto a casa vostra e addirittura la vendesse.

Il governo dei golpisti è una barzelletta. Un vero festival dei topi di partito. Tutti uomini, bianchi, ipocriti e corrotti. La Rete Globo ha fatto una campagna martellante, negli ultimi mesi, suggerendo che la presidente Dilma doveva essere deposta per i livelli di corruzione presenti nel governo. La piccola borghesia, per le strade, invocava il ritorno della dittatura militare per farla finita con i corrotti del PT. Ebbene, tra gli attuali ministri di Temer, almeno sette sono implicati nell’Operazione Lava-Jato e in altri processi di corruzione. Come ha detto un uomo esperto come Ciro Gomes, “hanno consegnato il governo al sindacato dei ladroni” e nessuno ha avuto il coraggio di processarlo.

Le misure annunciate o già assunte dal governo golpista sono una tragedia per la vita e il futuro del popolo brasiliano. Ma sono coerenti con il loro piano neoliberista di ridurre il costo del lavoro, dar via le nostre ricchezze, privatizzare quel che possono e destinare le risorse pubbliche, che andavano a educazione, salute e previdenza agli imprenditori. Come ha avvertito il ricercatore Márcio Pochmann, “è in gioco l’appropriazione privata del 10% del PIL, in risorse pubbliche!”.

Hanno emesso una Misura Provvisoria che prevede la possibilità di privatizzazione di tutte le imprese statali, come la Petrobras, imprese di energia elettrica, porti e aeroporti che ancora erano restati al pubblico. Probabilmente cominceranno dall’energia elettrica e dalle riserve del Pre-sal. Di fronte a questo, il prossimo 6 giugno ci sarà una manifestazione nazionale a   Rio de Janeiro per denunciare questo attacco alla sovranità nazionale.

Per quanto riguarda la previdenza vogliono imporre il pensionamento con un’età minima di 65 anni per uomini e donne delle campagne e delle città, svincolata dal salario minimo. Sarà molto duro per la classe lavoratrice.

In relazione alla salute, annunciano tagli nel Sistema Sanitario e la fine del programma “Più Medici” che assiste 50 milioni di brasiliani poveri delle nostre periferie e di tutti quei luoghi isolati e scomodi da raggiungere, dove non era mai arrivato nessun camice bianco. Parlano perfino di tagliare il servizio mobile di assistenza d’urgenza.

In relazione ai tassi di interesse, neanche una parola sui R$ 500 miliardi destinati tutti gli anni ai banchieri come pagamento degli interessi sul debito interno. Per questo hanno messo due banchieri a proteggere il pollaio:   il Sr. Henrique Meirelles (Ministero dell’Economia) e il Sr. Illan Goldfajn (Banca Centrale). La famiglia di quest’ultimo vive in Israele considerando il Brasile un paese insicuro… poveri noi,  210 milioni di esseri umani che viviamo qui.

Rispetto ad agricoltura e riforma agraria, oltre alle misure sociali di cui ho detto, che colpiscono duramente i più poveri delle campagne, non hanno avuto nessun problema a eliminare il Ministero dello Sviluppo Agrario (MDA) e i suoi programmi che riguardano i contadini, come il programma di Acquisto degli Alimenti (PAA) e i programmi di Assistenza Tecnica (ATER).

Il governo golpista è stato realmente didattico. Ha fatto capire chiaramente al popolo quali sono i suoi interessi e i suoi modi di agire.

Per questo, tutti i movimenti popolari e le organizzazione che fanno parte di Fronte Brasile Popolare e Popolo Senza Paura, così come di altre reti, si sono unite nella parola d’ordine “No al Golpe, Fuori Temer!”

Nessuno accetterà processi di negoziazione o si sederà a un tavolo con rappresentanti di un governo golpista, illegittimo e  senza patria.

Per fortuna la società brasiliana e la comunità internazionale hanno capito rapidamente la natura di questo governo illegittimo. E il grido “No al Golpe, Fuori Temer!” è risuonato in moltissimi eventi, atti pubblici, cerimonie.

All’estero, ci sono centinaia di manifestazione di fronte alle ambasciate del Brasile. I media internazionali, che ancora seguono la regola di ascoltare le due campane, hanno messo in crisi i media brasiliani, sostenendo in editoriali e articoli il carattere di Golpe di quanto avvenuto in Brasile. Personalità di tutto il mondo si sono espresse contro questo evento. Papa Francesco ha richiamato l’attenzione sui golpe bianchi in alcuni paesi, anche se non ha citato direttamente il Brasile.

Il noto intellettuale statunitense Noam Chomski, così come vincitori del premio Nobel per la Pace, come  Adolfo Pérez Esquivel e Rigoberta Menchu, e perfino artisti presenti a Cannes hanno espresso la loro solidarietà, denunciando il golpe.

In Brasile, si moltiplicano manifestazioni pubbliche di diversi settori,  come gli studenti della scuola superiore, di artisti e intellettuali, che hanno occupato, per la prima volta nella storia, più di 20 edifici della Funarte in tutto il paese, obbligando i golpisti a reinsediare il Ministero della Cultura che avevano eliminato. La gioventù è tornata in strada a protestare.

Ma dove stanno i sostenitori del golpe? I giallo-verdi contro la corruzione? Si vergognano e stanno a casa, poichè hanno collaborato a consegnare il formaggio ai Jucás, Padilhas, Gedeis e ad altri specialisti nel mangiare risorse pubbliche. Sono scomparsi.

Certamente da ora in avanti le mobilitazioni popolari aumenteranno secondo le dimensioni e la quantità di settori coinvolti.

Il Fronte Brasile Popolare ha organizzato un calendario di mobilitazioni e attività in tutto il paese, nei prossimi mesi. Nel movimento sindacale cominciano a battere i tamburi, in preparazione di uno sciopero generale che paralizzi le attività produttive contro le misure del governo golpista.

Cresce anche la solidarietà alla presidente Dilma, nonostante tutte le critiche che abbiamo fatto in relazioni agli ultimi anni di governo. Sarà invitata a partecipare a moltissime attività di massa in tutto il paese, nelle quali diremo ad alta voce che 54 milioni di elettori, la maggioranza del popolo brasiliano, l’ha scelta perchè governasse fino al dicembre del 2018.

23 maggio 2016

Brasil de Fato

traduzione di Serena Romagnoli

tratto da Amig@s MST – Italia

Traduzione di Serena Romagnoli:
João Pedro Stedile, I golpisti hanno mostrato i loro obiettivi” pubblicato il 23-05-2016 in Amig@s MST – Italia, su [http://www.comitatomst.it/node/1149] ultimo accesso 28-05-2016.

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Bilancio del governo provvisorio: ritorno al passato in sette giorni

Pedro Rafael Vilela

Temer annuncia un’agenda rifiutata nelle urne, apre il cammino alle privatizzazioni e al taglio dei programmi sociali.

In una sola settimana di esistenza, la gestione del presidente Michel Temer (PMDB) già colleziona critiche e una grande insoddisfazione popolare. E non solo di settori sostenitori del PT e del governo di Dilma, ma anche delle stesse componenti che hanno appoggiato il processo di impeachment.

La linea del governo provvisorio è stata concepita durante le prime ore da Temer, come capo del Potere Esecutivo Federale, e giorno dopo giorno una nuova misura o annuncio ha creato ancor più instabilità per il suo governo –considerato da ampi settori come illegittimo– che corre contro il tempo per mostrare la propria opera di fronte al giudizio finale, da parte del Senato, sull’allontanamento definitivo o no della presidente Dilma Rousseff, la quale può riprendere il mandato. Tutto questo in mezzo ad una serie di manifestazioni popolari che continuano ad occupare le strade di diverse città del Brasile chiedendo “Fuori, Temer”.

Brasil de Fato ha sollevato le principali polemiche e decisioni del governo provvisorio, applicate fino ad ora.

Diversità

Annunciando una composizione ministeriale formata solo da uomini, tutti bianchi e ricchi, il presidente provvisorio è riuscito a disgustare greci e troiani, venendo contestato perfino dai suoi alleati. L’assenza di donne, qualcosa che non avveniva dalla presidenza del generale Ernesto Geisel, durante la Dittatura Militare, oltre alla mancanza di persone nere in primo piano, sono state oggetto di critiche in diversi mezzi di comunicazione stranieri e ha dominato i temi nelle reti sociali. Donne e popolazione nera sono maggioranza in Brasile. Uno dei principali quotidiani dell’Inghilterra, The Guardian, per esempio, ha descritto il ministero di Temer come “molto testosterone e poca melanina”. Secondo il quotidiano, la composizione del nuovo governo mostra che la “vecchia élite del Brasile è di nuovo al comando”.

Le ripercussioni sono state così negative che Temer è passato ad esigere indicazioni di donne per gli altri posti chiave del governo. In un episodio indicativo, niente meno che cinque donne, tra loro la cantante Daniela Mercury e la giornalista Marília Gabriela, hanno rifiutato l’offerta dell’incarico di segretaria nazionale della Cultura, fatta dal presidente provvisorio, dimostrando insoddisfazione con i percorsi del suo governo.

Riduzione di portafogli

La riduzione del numero dei ministeri, misura normalmente difesa dal mercato finanziario, ha finito con l’essere un contraccolpo, ripercuotendosi in modo negativo in alcuni gruppi e categorie. È il caso del Ministero della Cultura unito al Ministero dell’Educazione –una ripetizione di ciò che fece l’ex presidente Fernando Collor nel 1990– che è stato duramente criticato da riconosciuti artisti come Caetano Veloso e Wagner Muora.

Anche la lotta alla corruzione è stata lasciata in secondo piano con la decisione di abolire il Revisorato Generale dell’Unione (CGU) della struttura della Presidenza della Repubblica e unirlo al Ministero per la Trasparenza, l’Indagine e il Controllo recentemente creato. Secondo degli specialisti, la CGU ha perso lo status di super ministero legato alla Presidenza e, con questo, lo stato ha ridotto la capacità di effettuare la revisione dei conti negli altri organismi dell’amministrazione federale e di indagare sull’uso delle risorse pubbliche concesse a imprese e altri enti federali.

Ministri al di sopra di ogni sospetto

Michel Temer non ha esitato anche a nominare per il suo ministero nomi coinvolti in scandali di corruzione. Due di loro sono direttamente indagati per l’Operazione Lava Jato (Lavaggio a pressione), che sta andando avanti su presunti casi di corruzione nell’impresa statale Petrobras: Romero Jucá (Programazione) ed Henrique Alves (Turismo). Altri titolari del governo sono stati citati nel sistema di corruzione nella Petrobras, come Geddel Vieira Lima (Casa Civile), Bruno Araújo (Città), Mendonça Filho (Educazione e Cultura), Raul Jungmann (Difesa) e Ricardo Barros (Sanità). Gli ultimi quattro appaiono nella “lista Odebrecht”, sequestrata nella 24ª fase dell’Operazione Lava Jato, e che riunisce più di 200 politici che avrebbero ricevuto donazioni, che potrebbero essere “fondi neri”, dalla maggiore impresa di costruzioni del paese

Privatizzazione nella Sanità ed Educazione

I nuovi titolari del portafoglio della Sanità e dell’Educazione e Cultura hanno fatto questa settimana delle controverse dichiarazioni. Ricardo Barros (PR), ministro della Sanità, ha affermato in una intervista che il governo non riesce più a sostenere i diritti fondamentali dei cittadini, come l’accesso universale alla sanità. Ha annunciato che mancano risorse e che il governo federale non avrebbe coperture finanziarie per dare questo tipo di garanzia ai brasiliani. Ha anche difeso che la popolazione passi ai programmi sanitari privati, a detrimento del Sistema Unico di Sanità (SUS), che è pubblico. Barros ha avuto la sua campagna elettorale finanziata da una assicurazione privata.

Nel Ministero dell’Educazione e della Cultura, Mendonça Filho (DEM), ha detto che appoggerà la riscossione di rate nelle università federali per programmi di specializzazione e di post laurea. Il ministro appartiene al partito che è stato contro la politica delle quote raziali e sociali nelle università, ed è giunto ad entrare nel Supremo Tribunale Federale per tagliare il Programma Università per Tutti (ProUni), creato durante il governo di Lula, che ha dato più di un milione di borse di studio a studenti poveri nelle facoltà private.

Ripercussioni internazionali

Temer ha anche affrontato, in questa prima settimana, la reazione internazionale di fronte all’allontanamento temporaneo di Dilma Rousseff dall’incarico. Ecuador, Cuba, Nicaragua, Cile, Bolivia, Uruguay, El Salvador e Venezuela hanno fatto le dichiarazioni più dure contro il governo provvisorio. Perfino lo stesso silenzio degli Stati Uniti ha messo in imbarazzo Temer, ci si aspettava una telefona di Barack Obama per riconoscere il nuovo governo.

Solo l’Argentina ha manifestato rispetto al presidente in carica, ma ha messo in evidenza, in una nota, la preoccupazione per i malcontenti sulla legittimità del processo contro Dilma. Oltre a questi governi, anche l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) e l’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) hanno manifestato preoccupazione.

In Europa, i partiti dei primi ministri dell’Italia, Matteo Renzi, e della Germania, Angela Merkel, oltre la partito del presidente della Francia, François Hollande, hanno considerato un abuso la procedura adottata per allontanare Dilma.

19 maggio 2016

Brasil de Fato / Resumen Latinoamericano

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Pedro Rafael Vilela, “Balance del gobierno interino: vuelta al pasado en siete díaspubblicato il 19-05-2016 in Resumen Latinoamericano, su [http://www.resumenlatinoamericano.org/2016/05/19/brasil-balance-del-gobierno-interino-vuelta-al-pasado-en-siete-dias/] ultimo accesso 25-05-2016.

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In Brasile, ora la vittoria o la sconfitta si gioca nelle strade

Carlos Aznárez

Il colpo di stato è già stato consumato. Il Brasile passa a far parte, insieme all’Honduras e al Paraguay, della lista di paesi dove l’Impero ha provato, come se fosse un gigantesco laboratorio, la nuova formula destituente di governi neo-sviluppisti. Una ricetta “moderata” secondo alcuni analisti che la vivono sulla propria carne, ma brutale, come è il capitalismo nella sua vera essenza, se la si misura tenendo conto dell’esempio argentino, dove in pochi mesi decine di migliaia di persone hanno perso il proprio lavoro e le speranze di costruire un futuro più o meno stabile. Un attacco che in prima istanza è regionale e mondiale se si pensa in termini assoluti, giacché da vari anni sta venendo impiegata per recuperare il tempo che ha portato gli strateghi di Washington a constatare che quello che hanno cercato in Medio Oriente -distruggendo un paese dopo l’altro- in Latinoamerica lo potevano ottenere più facilmente.

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‘Fermiamo il genocidio in Brasile’: la campagna di Survival nell’anno delle Olimpiadi

Con le Olimpiadi di Rio 2016 all’orizzonte, Survival International lancia la campagna per prevenire lo sterminio dei popoli indigeni del Brasile e lo fa proprio oggi in occasione della Giornata Nazionale dell’Indio, una ricorrenza istituita dal paese per celebrare le lotte e le culture indigene.

A prescindere dal caos politico che sta travolgendo il Brasile, Survival denuncia con forza le gravi violazioni dei diritti umani e le minacce che subiscono i popoli indigeni del paese. Minacce che persistono anche nell’attuale clima politico.

Sorgente: ‘Fermiamo il genocidio in Brasile’: la campagna di Survival nell’anno delle Olimpiadi – Survival International

Brasile: polizia militare e guardie private uccidono due contadini

Giovedì scorso la polizia federale e la security privata della piantagione di legno di Arapuel hanno assaltato l’accampamento di contadini del Movimento Sem Terra (senza terra) nel comune di Quedas do Iguaçu, nello stato del Paraná. Nel campo vivevano diverse famiglie di contadini, due dei quali sono rimasti uccisi. Vilmar Bordim, di 44 anni, sposato e con tre figli, e Leomar Bhorbak, di 25 anni, che lascia la moglie al nono mese di gravidanza. Almeno altri sette contadini sono rimasti feriti.

Il campo “Thomas D. Baldwin”  era abitato da duemila e cinquecento famiglie che occupavano terre di cui si era impossessata illegalmente dalla the Araupel. Si trattava in fatti di terre pubbliche destinate alla riforma agraria, secondo quanto sancito da un verdetto della magistratura.

Sorgente: Brasile: polizia militare e guardie private uccidono due contadini – Salva le Foreste

Olimpiadi 2016 a Rio de Janeiro: quando lo sport uccide

La situazione a un centinaio di giorni dall’apertura delle Olimpiadi di Rio 2016 è nera, anzi la tonalità ha il colore rosso sangue. Quel rosso è il sangue delle vittime della bonifica che il Governo brasiliano insieme alla sua polizia sta portando avanti a spese della vita dei “meninos de rua”.

Continuano infatti gli omicidi da parte delle forze di polizia di Rio, a pagarne le spese sono soprattutto i bambini che vivono per strada e nelle favelas. Il piano del Governo brasiliano da almeno un paio di anni a questa parte è stato quello di cercare di dare un giro di vite in occasione delle Olimpiadi. Cercare in tutti i modi di allontanare dagli occhi del Comitato Centrale per le Olimpiadi quella situazione mai sanata che fa delle favelas un ritorno d’immagine non certo proponibile persino per lo stesso Comitato Olimpico.

Sorgente: Olimpiadi 2016 a Rio de Janeiro: quando lo sport uccide

ULTIM’ORA: Guarani di nuovo sotto attacco

Una comunità guarani sta subendo gravi attacchi nello stato del Mato Grosso do Sul, nel Brasile meridionale.

Un gruppo di sicari, al soldo degli allevatori locali, sono arrivati con circa dieci furgoni e hanno sparato ripetutamente contro un villaggio guarani. Avrebbero anche dato fuoco a diverse case. Gli attacchi sono ancora in corso.

Una decina di giorni fa i Guarani avevano cercato di rioccupare una porzione del loro territorio, e si pensa che questo attacco sia una ritorsione degli allevatori. Nonostante la costituzione brasiliana e la legge internazionale riconoscano il diritto dei Guarani alla terra ancestrale, infatti, le comunità sono state derubate delle loro terre per far spazio ad allevamenti e piantagioni. Spesso, nel tentativo di tenerli lontani dal territorio, gli allevatori assoldano dei sicari per attaccare i Guarani e uccidere i loro leader.

Il 13 gennaio i Guarani hanno ricordato il tredicesimo anniversario dell’assassinio di Marcos Veron, leader indigeno ucciso dagli allevatori a Takuara, la stessa comunità vittima dell’attacco in corso in questi giorni.

Le forze di sicurezza di frontiera (DOF) sono sul posto ma non sono ancora intervenute per impedire le violenze in quest’area, che i Guarani descrivono come una “zona di conflitto”. I Guarani accusano le forze DOF di sostenere gli allevatori.

I Guarani sono stati derubati della terra ancestrale per far spazio all’agro-industria.

I Guarani sono stati derubati della terra ancestrale per far spazio all’agro-industria.

© Fiona Watson/Survival

Il comportamento delle forze di sicurezza ha spinto il Capo della Commissione per i Diritti Umani del Congresso brasiliano a dire che la DOF “agisce come una forza di sicurezza privata… a fianco degli allevatori, per intimidire i leader [Guarani].” E ha aggiunto che “è assolutamente possibile risolvere il problema. Tutti ne dovrebbero parlare.”

“Chiediamo aiuto alle persone di tutto il mondo” ha detto il leader guarani Valdelice Veron. “Siamo qui nella nostra terra ancestrale e non ce ne andremo.”

Questa è solo l’ultimo episodio di una guerra intentata dagli allevatori contro i Guarani. L’imprenditoria agricola li sottopone a violenza genocida, a schiavitù e razzismo per rubare loro terre, risorse e forza lavoro.

Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, chiede la fine di queste violenze e il rispetto del diritto dei Guarani a vivere nella loro terra ancestrale. In questo modo gli indigeni potranno difendere le loro vite, proteggere le loro terre e determinare autonomamente il loro futuro.

“Non si tratta di un attacco isolato, bensì dell’ennesimo atto di crudeltà in un ciclo infinito di violenze contro i Guarani. La violenza è sistemica e sistematica, ed è aggravata dal fatto che con il loro comportamento le forze di sicurezza brasiliane permettano deliberatamente il verificarsi di questi attacchi” ha dichiarato oggi il Direttore generale di Survival, Stephen Corry. “Questa cultura dell’impunità è letale per i Guarani e li sta distruggendo. Il Brasile deve restituire la terra alla tribù, è l’unica soluzione possibile.”

Sorgente: ULTIM’ORA: Guarani di nuovo sotto attacco – Survival International

Indigenous Villagers Fight “Evil Spirit” of Hydropower Dam in Brazil

 

At dusk on the Tapajós River, one of the main tributaries of the Amazon River in northern Brazil, the Mundurukú indigenous people gather to bathe and wash clothes in these waters rich in fish, the staple of their diet. But the “evil spirit”, as they refer in their language to the Sao Luiz Tapajós dam, threatens to leave most of their territory – and their way of life – under water.

“The river is like our mother. She feeds us with her fish. Just as our mothers fed us with their milk, the river also feeds us,” said Delsiano Saw, the teacher in the village of Sawré Muybu, between the municipalities of Itaituba and Trairao in the northern Brazilian state of Pará.

“It will fill up the river, and the animals and the fish will disappear. The plants that the fish eat, the turtles, will also be gone. Everything will vanish when they flood this area because of the hydroelectric dam,” he told IPS.

The dam will flood 330 sq km of land – including the area around this village of 178 people.

Sorgente: Indigenous Villagers Fight “Evil Spirit” of Hydropower Dam in Brazil | Inter Press Service

Gli Stati Uniti provano a distruggere il mercato cinese perché i BRICS lanciano la Nuova Banca di Sviluppo?

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Mahdi Darius Nazemroaya Strategic Culture Foundation 07/13/20150a0bf9290f535eb177d0be089db0e3987a0c7998La marea muta, il mondo non è più dominato da Stati Uniti, Europa occidentale e Giappone. Il Gruppo degli Otto (G8), ritornato Gruppo dei Sette (G7) nel 2014, è stato sostituito dai BRICS, motivo per cui la Russia non è stata disturbata quando fu espulsa dal circolo della chiacchiera G8/G7 da Stati Uniti, Germania, Giappone, Canada, Gran Bretagna, Francia e Italia. Nel mondo, imprese e governi prevedono la normalizzazione del commercio con l’Iran, con o senza accordo nucleare tra Teheran e il gruppo permanente 5 + 1 (o EU3 + 3). I BRICS si istituzionalizzano superando la fase del forum di coordinamento tra Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. La Nuova Via della Seta della Cina accelera mentre l’Unione economica eurasiatica (UEE) è diventata realtà nel gennaio 2015. Inoltre, dopo quindici anni, la Shanghai Cooperation Organization (SCO) si amplia.

viaCombattere la Comunità del destino russa e cinese | Aurora.