La Siria denuncia i massicci saccheggi di reperti antichi da parte di Stati Uniti e Francia

La Siria denuncia i massicci saccheggi di reperti antichi da parte di Stati Uniti e Francia

La Siria denuncia il ruolo degli Stati Uniti, Francia e curdi nel massiccio saccheggio del patrimonio archeologico nel nord del territorio e dei suoi alleati.

Le truppe Usa, Francia e le cosiddette ‘Forze Democratiche siriane’ (FDS) stanno conducendo “scavi illegali” nella città di Manbij ha avvertito il direttore della Direzione Generale delle Antichità e dei Musei di Siria, Mahmud Hamud, citato dall’agenzia di stato siriana SANA.

Hamud ha spiegato che i militari stranieri ed i loro sostenitori locali stanno utilizzando varie squadre tecniche per scoprire un territorio ricco di reperti antichità nelle località di Um al-SARJ vicino Manbij.

Le truppe guidate dagli Usa, aggiunge l’agenzia, stanno portando operazioni appena simili nel “vecchio mercato” e altri siti storici nella provincia settentrionale di Aleppo ora controllata da milizie curde supportate da Washington.

“Gli scavi, saccheggi e rapine si verificano anche nelle tombe archeologiche ad est della città di Manbij”, ha aggiunto Hamud, sostenendo che queste operazioni sono una grave violazione della sovranità siriana e delle convenzioni e standard internazionali.

“Speriamo che l’esercito siriano restituisca presto pace e sicurezza in tutte quelle aree, perché è l’unica forza in grado di proteggere la nostra eredità”, ha aggiunto il funzionario.

Hamud ha anche messo in guardia su un aumento di scavi archeologici in aree controllate da organizzazioni terroristiche nella provincia di Idlib, così come nella regione di Afrin, nord di Aleppo, dominato da gruppi armati sostenuti dalla Turchia.

Fonte: SANA – FOTO Reuters
Notizia del:
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RAPPORTO DA TEHRAN SOTTO LE SANZIONI AMERICANE (English version available)

 di Diego Siragusa

Conoscevo la storia dell’Iran contemporaneo, almeno dal colpo di stato contro Mossadeq fino a oggi, e, soprattutto, avevo seguito con passione  la vicenda della rivoluzione popolare contro lo scià Reza Pahlevi. L’invito rivoltomi dall’Università di Tehran, per un incontro tra addetti ai lavori sul tema del DECLINO DELL’EGEMONIA USA E LE VOCI DI RESISTENZA, non mi ha trovato impreparato. I miei interlocutori conoscevano i miei lavori, libri e articoli, e, in particolare, il mio impegno accanto alla resistenza palestinese a cui l’Iran postrivoluzionario ha sempre dato il proprio sostegno.

A causa di un ritardo dell’aereo partito da Milano Malpensa, ho perso a Doha, in Qatar, la coincidenza per Tehran. Trascorro la notte in un lussuoso albergo e, alle 5 del mattino, ritorno in aeroporto per raggiungere Tehran con un altro volo. Durante il viaggio rivedo la mia relazione di circa 20 minuti sul tema che mi era stato proposto.

All’aeroporto Komeini mi aspetta una persona che, per riservatezza, chiamo Hossein. Molto gentile, mi prende la valigia, mi conduce in hotel e sarà il mio accompagnatore fisso per 5 giorni. Mi promette che, in serata, mi porterà a visitare la MILAD TOWER che domina su tutta la città.

Sapevo alcune notizie su questa torre, alta 435 metri, grazie al mio amico Fabrizio Cassinelli, giornalista dell’ANSA, autore di un pregevole libro che ho recensito nel mio blog: L’iran svelato. Fabrizio racconta la storia della fornitura degli ascensori che fu affidata a una ditta italiana per il valore di 9 milioni di euro. Purtroppo, a causa delle sanzioni imposte all’Iran dagli Stati Uniti, col consenso gregario degli stati europei, l’Italia perse questa fornitura importante. Subentrò una ditta tedesca la quale, richiamata all’obbedienza atlantica dalla signora Merkel, dovette, pur essa, soccombere. Conclusione: una ditta giapponese si aggiudicò la fornitura.

Hossein è orgoglioso della Milad Tower. “L’abbiamo costruita noi iraniani – mi dice – . Tra diversi progetti che sono stati presentati, il migliore era il nostro.”

(I vari progetti di torre)

Ha ragione ad essere orgoglioso, in effetti, il progetto realizzato è il migliore. La torre accoglie diverse sale espositive con opere d’arte e installazioni con manichini di silicone creati con notevole verosimiglianza che riproducono personaggi emeriti della storia persiana: poeti, scienziati, scrittori, atleti, uomini politici e personaggi del clero sciita.

Tehran è una città abitata da circa 8.600.000 persone. Pulita e ben ordinata. Niente scritte sui muri, niente spazzatura. La manutenzione dei viali, dei parchi e dei giardini è costante. Le grandi arterie stradali l’attraversano facilitando il traffico che, verso le ore 17, diventa piuttosto intenso. Osservo che un grande boulevard è dedicato a Nelson Mandela e all’Africa. Hossen mi informa che c’è una grande strada dedicata a Bobby Sands, il militante nordirlandese membro della Provisional Irish Republican Army, morto il 5 maggio 1981 dopo uno sciopero della fame condotto ad oltranza per protesta contro il regime carcerario cui erano sottoposti i detenuti repubblicani. Ne parla con orgoglio Hossein, come per dirmi che l’Iran è vicino ai combattenti dell’indipendenza.

Nella città, spesso in prossimità degli incroci stradali, vi sono delle nicchie col ritratto di ufficiali e soldati semplici morti da martiri durante la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, combattuta dal settembre 1980 all’agosto 1988.

Da quasi 40 anni gli Stati Uniti, e i loro più fedeli alleati, tentano di mettere l’Iran in ginocchio con le sanzioni ma ottenendo deboli risultati. I negozi della città sono pieni di merci, la motorizzazione estesa, rarissimi i mendicanti. L’hotel che mi ospita è lussuoso ed efficiente. Nei ristoranti, spesso affollati, non manca nulla. La Russia, la Cina, l’India, la Corea del Sud e altri paesi si sono sostituiti all’occidente vanificando in buona parte gli effetti delle sanzioni. In questi giorni, il presidente Trump suona le trombe del ripristino duro delle sanzioni che Obama aveva attenuato. Avverto una certa preoccupazione alla quale gli iraniani reagiscono con l’orgoglio e manifestazioni di resistenza. In ogni caso l’ONU ha redarguito le sanzioni in generale ma, soprattutto quelle che riguardano i pezzi di ricambio degli aerei e del macchinario sanitario. L’ONU mette in guardia dal rischio di mettere a repentaglio la sicurezza dell’aviazione civile e di colpire le strutture sanitarie pubbliche che usano macchine sofisticate nelle loro attività terapeutiche. Ma il presidente Trump se ne infischia e prosegue nella sua attività di demolitore di ogni forma di dialogo.

Sabato 4 novembre  

(L’ingresso dell’abitazione di Komeini)

Al mattino visita al quartiere Jamaran, famoso perché qui vi abitò l’imam Komeini. Hossein, che è molto religioso e devoto dell’imam, mi conduce dentro la casa del simbolo della rivoluzione iraniana. Komeini viveva in poco spazio, semplicemente, mangiava pochissimo e in questa modesta casa ricevette il presidenye sovietico Michail Gorbačëv. Al piano inferiore c’è un piccolo museo con molti ritratti e cimeli dell’imam. Mi colpisce la foto di Komeini assiene a mons. Hilarion Capucci, amico mio e indimenticabile combattente della causa palestinese.

(Komeini e mons. Capucci)

Subito dopo, Hossein mi porta a visitare L’EBRAT MUSEUM, un edificio costruito come prigione, progettato da ingegneri e disegnatori tedeschi nel 1932 per ordine di di Reza Shah. L’edificio fu terminato nel 1937 con una struttura per impedire qualsiasi forma di fuga. Le pareti sono insonorizzate per annullare all’esterno le urla dei prigionieri torturati. Hossen mi presenta al direttore del Museo che mi accompagna nella visita mostrandomi tutte le celle, i cimeli dei prigionieri, la squallida sala delle docce, le stanze della tortura con manichini che mostrano le varie tecniche di supplizio a cui i prigionieri furono sottoposti. In alcune salette si proiettano dei cortometraggi con interviste alle vittime sopravvissute alla detenzione e alle torture che raccontano le violenze subite. Anche i rappresentanti del clero sciita entrarono e sostarono  in questa prigione: gli ayatollah Ali Khamenei, Rafsanjani, Ali Rajaee, Beheshti, Motahari e Taleghani.

Gli aguzzini dello scià non risparmiarono nemmeno le donne. Lungo i corridoi osservo le centinaia di fotografie delle detenute, alcune coi segni in volto delle percosse. Questo era il regno della spietata polizia segreta, la famigerata SAVAK addestrata dal MOSSAD, l’altrettanto famigerato servizio segreto israeliano. Uno dei capi della SAVAK, Parviz Sabeti, fuggì in Israele con la sua famiglia all’inizio della rivoluzione e poi si trasferì negli Stati Uniti. E’ ancora vivo, si chiama Peter Sabeti e fa il costruttore edile a Orlando in Florida. Diversa fu la sorte del Direttore della SAVAK, il generale Nematollah Nassiri, che fu arrestato e giustiziato con un processo sommario assieme a 438 agenti.



Domenica 4 novembre

Al mattino è prevista una grande manifestazione per ricordare il 39esimo anniversario dell’assedio dell’ambasciata americana a Tehran e l’ostaggio dei diplomatici. Decine di pullman hanno portato i manifestanti nelle piazze. Sorprendente è il muro perimetrale della ex ambasciata: uno spazio immenso riservato a Sua Maestà gli Stati Uniti d’America che con lo scià Reza Pahlavi oggettivamente controllavano l’Iran permettendo alle corporations americane e inglesi enormi profitti con l’estrazione del petrolio che Mossadeq aveva nazionalizzato, sottraendolo alla Anglo-Iranian Oil Company, e destinando i profitti al popolo iraniano. Un caso da manuale di imperialisno fase suprema del capitalismo, per dirlo con Lenin.

(Mossadeq)

Appena nominato Primo Ministro, Mossadeq mantenne le promesse, sciolse l’Anglo-Iranian Oil Company e costituì la National Iranian Oil Company. Per ritorsione la Gran Bretagna congelò i capitali iraniani che erano in gran parte nelle sue banche, rafforzò la presenza militare nel Golfo Persico, attuò un blocco navale che impediva l’esportazione di petrolio e dispose un embargo commerciale. La questione divenne competenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Mossadeq si recò a New York per difendere il suo Paese e ottenne una vittoria diplomatica sull’Inghilterra. Proseguì il suo viaggio in America con una visita a Washington dove incontrò il Presidente Truman. Per la sua vittoria all’ONU fu proclamato “Uomo dell’anno 1951” dalla rivista “Time”.

A causa della crisi economica e delle resistenze alle sue riforme per modernizzare il Paese, Mossadeq fu abbandonato da molti suoi alleati, e, in particolare, dal clero sciita guidato dall’Ayatollah Kashani. Grandi latifondisti e religiosi, che gestivano immense proprietà, si allearono contro Mossadeq che, nell’agosto del 1953, fu destituito con un colpo di stato militare favorito da un’operazione dei servizi segreti americani e britannici, denominata “Operazione Aiace”. Il ruolo degli Stati Uniti nella crisi è considerato tra le cause della radicalizzazione della rivoluzione islamica, che raggiunse l’apice nella crisi degli ostaggi dell’Ambasciata americana.

(L’ingresso della ex ambasciata americana a Tehran)

Le strade e le piazze attorno alla ex ambasciata sono piene di gente con cartelli su cui si legge “DOWN WITH U.S.A. –  DOWN WITH ISRAEL, VICTORY TO ISLAM”, ABBASSO GLI STATI UNITI, ABBASSO ISRAELE, VITTORIA ALL’ISLAM.Vedo tantissime donne e ragazze che indossano il chador il quale, abolito dallo scià, era diventato per contrasto uno dei simboli della rivoluzione su sollecitazione del clero sciita che lo volle reintrodurre.


Sul chador occorre fare chiarezza. E’ stato utilizzato sulla stampa occidentale, anche con alcune ragionevoli motivazioni, per attaccare l’Iran e gli aspetti più retrivi della religione islamica verso le donne. Questa usanza di nascondere le donne, in Medioriente, è molto antica e ne parlò persino Plutarco nella sua opera Vite Parallele. Oggi solo le donne anziane, sia quelle delle zone urbane sia quelle delle zone agricole, e quelle che praticano la  religione in modo tradizionale, indossano il chador. La grande maggioranza, invece, preferisce il ruwsari, il foulard variamente colorato e disegnato.

(Donne col chador e col foulard)

Osservo che le donne sono presenti in modo notevole nelle attività produttive e nei servizi pubblici. Le giovani generazioni manifestano un alto grado di istruzione, hanno consuetudine con la lingua inglese e conoscono il resto del mondo tramite la televisione.
Mentre mi portava in hotel, Hossein mi ha chiesto di parlargli di Roma, poi, cambiando discorso, mi ha confessato che gli piace il calcio e lo pratica. “Quand’ero giovane – mi dice – mi piaceva Paolo Maldini.”

(Il generale Mohammad Ali Jafari)

Sul palco degli oratori si alternano vari personaggi. Il Gen. Mohammad Ali Jafari, il comandante in capo della Guardia rivoluzionaria paramilitare iraniana, ha fatto un discorso in cui ha promesso che l’Iran “può superare questa guerra economica e il fallimento del progetto di sanzioni è imminente”.

“Mr. Trump! – ha gridato – Non minacciare mai l’Iran perché i gemiti delle forze americane spaventate di Tabas si possono ancora sentire”, ha detto Jafari, riferendosi alla missione americana fallita per salvare gli ostaggi conosciuta come Operazione Artiglio dell’Aquila (Operation Eagle Claw).

Riscuote un certo successo un grande cartello che mostra il generale Qassem Soleimani mentre tiene al guinzaglio Trump e Netanyhau, i nemici mortali dell’Iran. “Generale, – recita il cartello – puoi contare su noi studenti.” Soleimani è un mito, è molto popolare, è la mente della difesa nazionale, l’uomo che dirige le operazioni in Siria. Serio, intelligente, taciturno, preparatissimo, è nel mirino dei servizi segreti avversari.

Mentre ci sono le elezioni di medio-termine, che potrebbero cambiare i rapporti di forza nel Congresso americano, Trump fa l’energumeno dichiarando: “Le sanzioni stanno arrivando”, in Iran si risponde con l’immagine di Qassem Soleimani che replica: “Mi batterò contro di te”.

Al telefono un amico mi chiede come va l’economia. Non lo so. Non ho conoscenze sufficienti. So soltanto che ho cambiato 100 euro per 16.000.000 di rial. Sì, avete letto bene: 16 milioni. Il panorama politico e la dislocazione delle classi? Non mi sono ancora occupato di questi argomenti e sbaglierei a formulare giudizi. Chi conosce l’Iran molto meglio di me mi dice che le riforme sono necessarie e vitali, che il processo di espansione della democrazia e della partecipazione non è rinviabile, che vi è una opposizione annidata tra le classi agiate e occidentalizzate che hanno come modello il liberismo occidentale e gli USA. Soprattutto non è ammissibile una repubblica confessionale, teocratica, come Israele che si è autoproclamato lo stato di soli ebrei.

Hossein si avvicina a una giornalista della TV nazionale che sta raccogliendo una serie di interviste. Non so cosa le abbia detto e come mi abbia presentato. La giovane giornalista si avvicina e mi chiede una intervista mentre il cameraman mi inquadra. La conversazione è tutta in inglese. Le domande riguardano la manifestazione, le sanzioni, il ruolo di Obama e quello di Trump, la presenza iraniana e russa in Siria come muro contro la strategia di dominio totale di Israele e dell’imperialismo americano in Medioriente. Mi pernetto di concludere l’intervista esortando gli iraniani a resistere e dichiarandomi favorevole alla loro bomba atomica utile per annullare la minaccia di Israele, già potenza nucleare.

Alle ore 19, ora locale, il telegiornale ha mandato in onda varie interviste, tra cui la mia, ma solo per circa 8 secondi.

 

Lunedì 5 Novembre

Inaspettatamente, gli amici iraniani mi fanno una sorpresa: visita agli studi televisivi di HISPANTV e PRESSTV.  HISPANTV è un canale televisivo iraniano appartenente all’IRIB (la radiotelevisione pubblica) che trasmette in lingua spagnola. Questo canale, creato il 21 dicembre 2011 per rafforzare i legami del governo iraniano con i paesi dell’America Latina, trasmette notiziari, film e programmi di carattere politico. PRESSTV è una rete televisiva in lingua inglese che trasmette informazione 24 ore su 24. Il canale è di proprietà della IRIB, l’Islamic Republic of Iran Broadcasting, ovvero la compagnia di stato dell’Iran responsabile dei media.



Mi presentano i capi redattori che mi illustrano la loro attività dichiarandomi la loro disponibilità alle collaborazioni esterne. Siccome rilascio abitualmente interviste alla radio iraniana in Italia PARSTODAY, mi sembra di aver capito che sono disponibili a ospitare miei commenti o interviste.

La giornata si conclude con un incontro serale col prof. Foad Izadi che mi ha invitato a questo incontro. E’ famoso in Iran e i suoi commenti politici alle varie televisioni, soprattutto  a RUSSIATODAY, possono essere visti tramite Youtube. Ha studiato negli Stati Uniti e mi invita per un prossimo convegno di studi. Auspica da parte mia articoli, commenti, interviste e libri sull’Iran.

Poche ore dopo, partenza per l’aeroporto Komeini e ritorno a casa. Hossein mi accompagna, paziente, mite e gentilissimo. Mi aiuta a portare la valigia sul nastro trasportatore e mi segue  fino al metal detector. “You are my brother” – mi dice salutandomi, sei mio fratello. “Sì, Hossein, anche tu sei mio fratello”.

ENGLISH VERSION

I knew the history of contemporary Iran, at least from the coup against Mossadeq until today, and, above all, I had followed with passion the story of the popular revolution against the Shah Reza Pahlevi. The invitation sent to me by the University of Tehran, for a meeting between experts on the theme of the DECLINE OF USA EGEMONY AND THE VOICES OF RESISTANCE, did not find me unprepared. My interlocutors were familiar with my work, books and articles, and, in particular, with my commitment alongside the Palestinian resistance to which post-revolutionary Iran has always given its support.

Due to a delay of the plane that left from Milan Malpensa, I lost the connection to Tehran in Doha, Qatar. I spent the night in a luxurious hotel and, at 5 am, return to the airport to reach Tehran with another flight. During the trip, I reviewed my 20-minute report on the subject that was put to me.

At Komeini Airport I have a person who, for confidentiality, I call Hossein. Very kind, he takes my suitcase, takes me to the hotel and will be my permanent companion for 5 days. He promises me that, in the evening, he will take me to visit the MILAD TOWER that dominates the whole city.

I knew some news about this tower, 435 meters high, thanks to my friend Fabrizio Cassinelli, journalist of ANSA, author of a valuable book that I reviewed in my blog: L’iran svelato. Fabrizio tells the story of the supply of lifts that was entrusted to an Italian company for the value of 9 million euros. Unfortunately, because of the sanctions imposed on Iran by the United States, with the gregarious consent of the European states, Italy lost this important supply. A German company took over and, having been called to Atlantic obedience by Mrs. Merkel, it had to succumb as well. Conclusion: A Japanese company won the supply.

Hossein is proud of the Milad Tower. “We Iranians built it,” he says. Among the different projects that were presented, the best was ours. “

He’s right to be proud, in fact, the project realised is the best. The tower hosts several exhibition rooms with works of art and installations with silicone mannequins created with remarkable verisimilitude that reproduce characters from Persian history: poets, scientists, writers, athletes, politicians and characters of the Shiite clergy.

Tehran is a city inhabited by about 8,600,000 people. Clean and tidy. No writing on the walls, no trash. The maintenance of the avenues, parks and gardens is constant. The main roads cross it, facilitating the traffic which, around 5 p.m., becomes quite intense. I note that a large boulevard is dedicated to Nelson Mandela and Africa. Hossen informs me that there is a great road dedicated to Bobby Sands, the Northern Irish militant member of the Provisional Irish Republican Army, who died on 5 May 1981 after a hunger strike conducted to the bitter end in protest against the prison regime to which Republican prisoners were subjected. Hossein speaks proudly about it, as  to tell me that Iran is close to the fighters of independence.

In the city, often near the road junctions, there are niches with portraits of officers and ordinary soldiers who died as martyrs during  the war against Iraq led by Saddam Hussein, which was fought from September 1980 to August 1988.

For almost 40 years the United States, and its most loyal allies, have been trying to bring Iran to its knees with sanctions but with weak results. The shops of the city are full of goods, the motorization extended, very rare beggars. The hotel that houses me is luxurious and efficient. Restaurants are often crowded and nothing is missing. Russia, China, India, South Korea and other countries have replaced the West and the effects of sanctions have largely disappeared. These days, President Trump is playing the trumpets of the hard restoration of the sanctions that Obama had eased. I feel some concern to which the Iranians react with pride and manifestations of resistance. In any case, the UNO has reproached the sanctions in general but, above all, those concerning spare parts for aircraft and medical equipment. The UN warns against endangering the safety of civil aviation and affecting public health facilities that use sophisticated machines in their therapeutic activities. But President Trump gives a damn and continues his activity as a demolisher of all forms of dialogue.

Saturday 4 November 

In the morning visit to the Jamaran district, famous because here lived the imam Komeini. Hossein, who is very religious and devoted to the imam, leads me into the house of the symbol of the Iranian revolution. Komeini lived in little space, he simply ate very little and in this modest house he received the Soviet president Michail Gorbačëv. On the lower floor there is a small museum with many portraits and memorabilia of the imam. I am surprised by the photo of Komeini with Msgr. Hilarion Capucci, my friend and unforgettable fighter of the Palestinian cause.

Immediately after, Hossein takes me to visit the EBRAT MUSEUM, a building built as a prison, designed by German engineers and designers in 1932 by order of Reza Shah. The building was finished in 1937 with a structure to prevent any form of escape. The walls are soundproofed to cancel out the cries of tortured prisoners. Hossein introduces me to the director of the Museum who accompanies me on my visit showing me all the cells, the relics of the prisoners, the squalid room of the showers, the rooms of torture with mannequins that show the various techniques of torture to which the prisoners were subjected. In some rooms, short films are shown with interviews with victims who survived detention and torture that tell the violence suffered. Representatives of the Shiite clergy also entered and stayed in this prison: the Ayatollah Ali Khamenei, Rafsanjani, Ali Rajaee, Beheshti, Motahari and Taleghani.

The Shah’s torturers did not spare the women either. Along the corridors I observe the hundreds of photographs of the inmates, some with signs on the faces of the beatings. This was the reign of the ruthless secret police, the infamous SAVAK trained by MOSSAD, the equally infamous Israeli secret service. One of the leaders of SAVAK, Parviz Sabeti, fled to Israel with his family at the beginning of the revolution and then moved to the United States. He’s still alive, his name is Peter Sabeti, and he’s a building contractor in Orlando, Florida. The fate of the Director of SAVAK, General Nematollah Nassiri, was different. He was arrested and executed in a summary trial together with 438 agents.

Sunday 4 November

In the morning, a large demonstration is scheduled to commemorate the 39th anniversary of the siege of the American embassy in Tehran and the hostage of the diplomats. Dozens of buses took the protesters to the squares. Surprising is the perimeter wall of the former embassy: an immense space reserved for His Majesty the United States of America which, with the Shah Reza Pahlavi, objectively controlled Iran, allowing the American and British corporations enormous profits with the extraction of the oil that Mossadeq had nationalized, taking it away from the Anglo-Iranian Oil Company, and allocating the profits to the Iranian people. A textbook case of imperialist supreme phase of capitalism, to say it with Lenin.

As soon as he was appointed Prime Minister, Mossadeq kept his promises, dissolved the Anglo-Iranian Oil Company and formed the National Iranian Oil Company. In retaliation, Britain froze Iranian funds that were largely in its banks, strengthened its military presence in the Persian Gulf, implemented a naval blockade that prevented the export of oil and ordered a trade embargo. The matter became the responsibility of the United Nations Security Council. Mossadeq travelled to New York to defend his country and won a diplomatic victory over England. He continued his trip to America with a visit to Washington where he met President Truman. For his victory at the UN he was proclaimed “Man of the Year 1951” by the magazine “Time”.

Because of the economic crisis and resistance to his reforms to modernize the country, Mossadeq was abandoned by many of his allies, and, in particular, by the Shiite clergy led by Ayatollah Kashani. Large landowners and religious, who ran huge properties, allied against Mossadeq who, in August 1953, was dismissed by a military coup favoured by an operation of the American and British secret services, called “Operation Ajax”. The role of the United States in the crisis is considered one of the causes of the radicalization of the Islamic revolution, which reached its peak in the crisis of the hostages of the American Embassy.

The streets and squares around the former embassy are full of people with signposts on which you can read “DOWN WITH U.S.A. –  DOWN WITH ISRAEL, VICTORY TO ISLAM”, DOWN WITH ISRAEL, ABBASSO ISRAELE, VITTORIA ALL’ISLAM.I see many women and girls wearing the chador which, abolished by the Shah, had become by contrast one of the symbols of the revolution at the instigation of the Shiite clergy who wanted to reintroduce it.

The chador needs to be clarified. It has been used in the western press, even with some reasonable motives, to attack Iran and the more remunerated aspects of the Islamic religion towards women. This custom of hiding women in the Middle East is very old and even Plutarch spoke about it in his work Parallel Lives. Today only elderly women, both in urban and agricultural areas, and those who practice religion in the traditional way, wear chadors. The vast majority, however, prefer the ruwsari, the scarf variously colored and drawn.

I note that women are very much involved in productive activities and public services. The younger generations have a high level of education, are familiar with the english language and know the rest of the world through television.
While he was driving me to the hotel, Hossein asked me to talk to him about Rome, then, changing the subject, he confessed to me that he likes football and plays it. “When I was young,” he says, “I liked Paolo Maldini.”

On the stage of the speakers, various characters take turns. Gen. Mohammad Ali Jafari, the commander-in-chief of the Iranian paramilitary Revolutionary Guard, made a speech in which he promised that Iran “can overcome this economic war and the failure of the sanctions project is imminent”.

“Mr. Trump! – cried – Never threaten Iran because the moans of the scared American forces of Tabas can still be heard,” said Jafari, referring to the failed American mission to rescue hostages known as Operation Eagle Claw.

A large sign showing General Qassem Soleimani holding Trump and Netanyhau, Iran’s deadly enemies, on a leash is a certain success. “General,” says the sign, “you can count on us students.” Soleimani is a myth, he is very popular, he is the mind of the national defense, the man who directs operations in Syria. Serious, intelligent, taciturn, well-prepared, he is in the sights of the opposing secret services.

While there are medium-term elections, which could change the balance of power in the U.S. Congress, Trump plays the energetic declaring: “Sanctions are coming,” in Iran people answered with the image of Qassem Soleimani who replies: “I will fight against you.”

On the phone, a friend of mine asks me how the economy is going. I don’t know. I don’t know. I don’t have enough knowledge. All I know is that I changed 100 euros for 16,000,000 rials. Yes, you read right: 16 million. The political landscape and the relocation of the classes? I have not yet dealt with these issues and would be wrong to make judgments. Those who know Iran much better than me do tell me that reforms are necessary and vital, that the process of expanding democracy and participation cannot be postponed, that there is an opposition between the wealthy and westernised classes that have Western liberalism and the USA as their models. Above all, a confessional, theocratic republic such as Israel, which has proclaimed itself the state of Jews only, is not acceptable.

Hossein approaches a national TV woman journalist who is collecting a series of interviews. I don’t know what he said to her and how he introduced me. The young woman journalist approaches me and asks me for an interview while the cameraman frames me. The conversation is all in english. The questions concern the demonstration, the sanctions, the role of Obama and that of Trump, the Iranian and Russian presence in Syria as a wall against the strategy of total domination of Israel and American imperialism in the Middle East. I would like to conclude the interview by urging the Iranians to resist and by declaring myself in favour of their atomic bomb, which is useful for cancelling the threat of Israel, which is already a nuclear power.

At 7 p.m., local time, the television broadcast various interviews, including mine, but only for about 8 seconds long.

Monday 5 November

Unexpectedly, Iranian friends surprise me: visit to the television studios of HISPANTV and PRESSTV.  HISPANTV is an Iranian television channel belonging to the IRIB (public radio and television) that broadcasts in Spanish. This channel, created on 21 December 2011 to strengthen the Iranian government’s ties with Latin American countries, broadcasts news, films and political programmes. PRESSTV is an English-language television network that broadcasts information 24 hours a day. The channel is owned by IRIB, the Islamic Republic of Iran Broadcasting, Iran‘s state media company.

They introduce me to the chief editors who explain their work to me and declare their willingness to collaborate externally. Since I usually give interviews to the Iranian radio station PARSTODAY in Italy, it seems to me that I understand that they are available to host my comments or interviews.

The day ended with an evening meeting with Prof. Foad Izadi who invited me to this meeting. He is famous in Iran and his political comments to various television stations, especially to RUSSIATODAY, can be seen through Youtube. He studied in the United States and invites me to an upcoming study conference. He hopes, on my part, production of articles, comments, interviews and books about Iran.

A few hours later, departure for the Komeini airport and return home. Hossein accompanies me, patient, gentle and kind. He helps me carry my suitcase on the conveyor belt and follows me to the metal detector. “You are my brother”, he says to me. “Yes, Hossein, you are my brother too.”

thanks to: Diego Siragusa

Il Glifosato causa il cancro, Bayer Monsanto condannata negli USA e il titolo perde l’11% in borsa.

Bayer Condannata Roundup grano tumore giardiniere

Dopo l’acquisizione di Monsanto da parte di Bayer, l’erbicida glifosato, commercializzato con il nome di Roundup, è passato nelle mani del colosso della farmaceutica tedesco. E così, oltre ai profitti, alla Bayer condannata arrivano anche le richieste di risarcimento.

Sono migliaia in tutto il mondo i giardinieri e i coltivatori che sostengono di aver contratto malattie molto gravi a causa del prodotto. Tra questi Dwayne Johnson, giardiniere californiano, che ha messo sotto accusa il prodotto, sostenendo che gli avrebbe causato un cancro alla pelle.

Dopo una prima sentenza favorevole a Johnson, arrivata in agosto, ieri il verdetto è stato confermato in appello.

Bayer condannata per l’erbicida glifosato Roundup

Come abbiamo visto qualche mese fa, DeWayn “Lee” Johnson è un giardiniere americano di 46 anni, con un cancro alla pelle in fase terminale. Secondo l’accusa, la malattia sarebbe derivata dal contatto diretto con l’erbicida glifosato. Leggi la sua storia qui: https://www.ambientebio.it/societa/allerte-alimentari/marche-di-birra-glifosato-elenco/

Quando lavorava come custode in California, per un malfunzionamento del suo innaffiatore, Johnson si è completamente inzuppato con il RoundUp. Questo avrebbe provocato lo sviluppo di un linfoma non-Hodgkin, diagnosticato nel 2014. Monsanto era stata quindi chiamata in causa: in primo grado, il tribunale di San Francisco ha stabilito un risarcimento di 289 milioni di dollari in favore del giardiniere.

Bayer ha fatto successivamente appello, sostenendo che non ci sono prove tra la malattia dell’uomo e il diserbante. La giudice d’appello, Suzanne Ramos Bolanos, ha confermato ieri la condanna, ma ha ridotto a 78,5 milioni di dollari il risarcimento.

“Dal momento che non esistono prove di una possibile spiegazione alternativa alla malattia, la giuria si è sentita libera” di stabilire che il RoundUp “è un fattore sostanziale nel causare il cancro”, ha spiegato Bolanos.

Dwayne Johnson a questo punto potrebbe non accettare la cifra. Se questo succederà, entro il 7 dicembre di quest’anno sarà avviato un nuovo processo.

bayer condannata glifosato roundup

Il legale del giardiniere: “Riduzione ingiustificata”

Il legale del giardiniere, Brent Wisner, ha commentato così la sentenza d’appello:

«Crediamo che la riduzione del risarcimento sia ingiustificata: ora valuteremo le nostre opzioni. Siamo lieti però che la corte non abbia modificato il verdetto: le prove presentate a questa giuria sono state, francamente, travolgenti».

Wisner ha aggiunto che questa sentenza sarà solo “la punta dell’iceberg” per Bayer. Sono migliaia infatti le persone che accusano l’erbicida glifosato di aver causato gravi danni alla salute.

Sono 8.700 le persone che hanno querelato Monsanto, e quindi Bayer. Tutte sostengono che il glifosato sia causa del loro cancro. Se Bayer venisse condannata per tutte queste cause in corso, con cifre simili al risarcimento di San Francisco, la società dovrebbe sborsare circa 680 miliardi di dollari di danni. Nei prossimi anni, quindi, le battaglie legali si moltiplicheranno.

Tra loro c’è anche l’italiano Fabian Tomasi, che ha raccontato la sua storia alle Iene:

D’altronde, Bayer è abituata alle denunce. Sono 24.300, per esempio, i querelanti che mettono sotto accusa Xarelto, anticoaugulante prodotto da Bayer, che provocherebbe emorragie e persino la morte. Altre 17mila cause sono state avviate contro Essure, anti-concezionale, che causerebbe depressione e isterectomia.

In tutti questi casi, come per l’erbicida glifosato, la Bayer condannata, sostiene di non avere responsabilità.

Scopri tutte le informazioni necessarie sul glifosato e su dove puoi trovarlo nei prodotti di uso quotidiano, con i nostri articoli:

La difesa dell’erbicida glifosato: “La condanna non è supportata da prove”

Secondo i legali della Bayer, la giudice Bolanos non avrebbe sufficienti prove per dimostrare che il RoundUp sia causa del cancro del signor Johnson.

La società ha infatti commentato:

«La decisione della corte di ridurre il risarcimento è un passo nella giusta direzione, ma continuiamo a ritenere che la condanna non sia supportata da prove».

Il vicepresidente della Monsanto, Scott Partridge, ha inoltre dichiarato che “la giuria ha sbagliato” e che la società avrebbe sempre dimostrato la sicurezza dell’erbicida glifosato, impiegato – ricorda Partridge – da più di 40 anni.

Crollo in Borsa per la Bayer condannata dopo la sentenza

Immediatamente dopo la nuova sentenza di condanna, Bayer ha avuto un crollo in Borsa. A Francoforte, il titolo ha perso subito l’8,5 per cento del suo valore. Il colosso farmaceutico è arrivato fino a -11%, prima di risalire, comunque in calo, in torno al -8/9 per cento.

Il verdetto, anche se riduce di molto il risarcimento, mette quindi in dubbio la posizione di Bayer sui mercati. Secondo alcuni analisti, i problemi legati all’erbicida glifosato non sono “destinati a sparire, per ora”.

Come spiega Ian Hilliker, analista finanziario di Jefferies, la cifra del risarcimento “è in ogni caso alta per Bayer. E l’incertezza sul risultato finale e sul prezzo finale da pagare peserà sui titoli di Bayer nei prossimi mesi”.

Fonte: ambientebio

thanks to: UnUniverso

Una brutta settimana per F-22 ed F-35

Military Watch 15 ottobre 2018

Poco dopo il primo incidente di un caccia leggero monomotore di quinta generazione F-35, gli Stati Uniti mettevano a terra l’intera flotta di aviogetti. Seguirono misure analoghe da parte dell’Aeronautica israeliana ed inglese, che dipendono fortemente dall’F-35 per i programmi di ammodernamento della flotta aerea. Ciò getta un’ombra sul programma di armamenti già molto travagliato che affronta diversi gravi inconvenienti e carenze nella sua breve storia. L’importanza dell’F-35 per il futuro della potenza aerea degli Stati Uniti è senza precedenti nella storia recente, pesando gravemente per aviazione, marina e marines con oltre 2500 aviogetti previsti in futuro. I difetti dello sviluppo quindi ha gravi implicazioni per il futuro dell’efficienza bellica del Paese. Poco dopo il finanziamento di diverse centinaia di aviogetti F-35 nel mondo, apparvero notizie probabilmente più serie con implicazioni potenzialmente terribili per la flotta aerea nordamericana: la distruzione di numerosi aviogetti stealth F-22 Raptor sulla costa est degli Stati Uniti, sulla Tyndall Base Air Force, in Florida, dall’uragano Michael. L’F-22 è senza dubbio uno dei caccia più potenti al mondo, e fu progettato come complemento bimotore all’F-35 con capacità di combattimento aria-aria di gran lunga superiori. Tuttavia, in modo molto critico e in netto contrasto coll’F-35, il Raptor è al tempo stesso inestimabile ed insostituibile, le cui linee di produzione sono chiuse da dieci anni e alcun alleato degli statunitensi produce o può produrre un caccia da superiorità aerea di quinta generazione che sostituisca gli aviogetti persi . L’F-22 è l’aereo da combattimento più costoso mai progettato, e fino all’introduzione del J-20 cinese nel 2017 era avanti a tutti i potenziali concorrenti. Qualsiasi perdita rappresenta quindi un notevole colpo per l’aviazione statunitense.
La flotta di F-22 è già pesantemente sovraestesa, con solo 187 dei 750 aviogetti originariamente previsti furono prodotti a causa dei costi estremi del Raptor, in particolare per la manutenzione. Considerando i costi di manutenzione nel corso della vita operativa, ogni F-22 dovrebbe costare circa 750 milioni di dollari, più dei budget annuali perla difesa della maggior parte dei Paesi del mondo. La perdita di almeno una mezza dozzina di Raptor potrebbe quindi essere devastante, e potrebbero essere molto più numerose, considerando in particolare la delicatezza degli aerei e il numero elevato di aerei nella base. Le potenziali implicazioni sono particolarmente cruciali dato il rapido schieramento di caccia di superiorità aerea delle potenze rivali Cina e Russia, che avevano sviluppato sia caccia da superiorità aerea di quinta generazione che avanzati aviogetti di “generazione 4 ++”, tutte minacce che solo il Raptor può affrontare. Il ruolo centrale svolto da F-35 e F-22 nei piani di guerra degli Stati Uniti contro avversari diretti nel teatro Asia-Pacifico, in particolare nell’AirSea Battle, significa che l’ottobre 2018 è presagio sul futuro dei piani per modernizzare la flotta aerea degli USA. Il danno totale alla flotta F-22 rimane da vedere, ma i militari possono tentare di compensare le perdite o aggiornando i vecchi caccia da superiorità aerea F-15 o raddoppiando gli sforzi per sviluppare un caccia di sesta generazione il più rapidamente possibile, per sostituire infine i Raptor. Sull’F-35, è probabile che la produzione continui anche se probabilmente i bug continuano ad affliggere il programma, mentre le carenze potrebbero dissuadere numerosi potenziali clienti dall’acquisire gli aviogetti in grandi quantità, come fecero col predecessore l’F-16.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

thanks to: Aurorasito

Muos: una Sicilia condannata dal Pentagono

Muos – Se i problemi morali passano in secondo piano quando c’è da vincere una guerra, allora questo è proprio il caso delle grandi potenze mondiali che, mascherando interessi bellici con principi intrisi di falsa democrazia, lavorano secondo una strategia abile ad insinuarsi nelle burocrazie degli altri Stati. Dando voce diretta alla storia, grande esempio potrebbe essere quello del compromesso con la mafia siciliana da parte della potenza americana per riuscire a varcare nel 1943, indisturbati, i confini di un’isola troppe volte colonizzata e privata delle sue bellezze: la Sicilia.

Muos

Nei discorsi dei giovani siciliani all’estero emerge una triste consapevolezza di essere tacciati per “mafiosi” nonostante siano lì per studiare, rimboccarsi le maniche e dimostrare una distanza ciclopica dalla mentalità di chi ha contribuito a ridurre il proprio paese in una terra da “corrompere”. Seguendo uno stesso filo d’Arianna, è forse poco noto come  l’accordo ombrello del 20 Ottobre 1954 tra Italia e Stati Uniti abbia contribuito a legittimare la presenza militare Usa in territorio italiano.

Diceva un proverbio: “Dai loro la mano e si prendono il braccio”. E così l’evolversi dei conflitti mondiali e le rispettive vincite e sconfitte dei paesi interessati sfociano adesso in conseguenze assai sottovalutate per anni. Risultato di quella politica marshalliana non fu altro che un nuovo protocollo d’intesa con l’allora ministro della Difesa, Ignazio La Russa, l’ex Presedente del Consiglio Berlusconi e non per ultimo l’ex Presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo, che si sarebbe fatto finanziare il suo partito (Mpa) dalla stessa azienda Gemma Spa al fine di incitare la risposta favorevole  della Regione sull’autorizzazione a costruire il famoso Muos nella zona naturale Sughereta di Niscemi, a Caltanissetta.

Il Mobile User Objective System è infatti un sistema di comunicazioni satellitari ad altissima frequenza composto da quattro satelliti e quattro stazioni di terra, che emanerà onde elettromagnetiche per un raggio di circa 145 Km. Recenti studi, oltre quelli sugli effetti sulla salute di Zucchetti e Coraddu, hanno evidenziato come tali onde siano maggiormente dannose nel raggio compreso tra i 50-60 Km, dove l’intensità si fa più forte. Proprio per questo sono nati numerosi Comitati spontanei di cittadini dei comuni di gran parte della Sicilia, per manifestare il proprio dissenso contro la realizzazione di tale strumento di guerra  soprannominato “MUOStro”.

Numerosi tecnici hanno dimostrato l’effettiva pericolosità di tale installazione e del Muos, ma nello stesso tempo sono stati valutati atti legali con i quali procedere per la revoca delle autorizzazioni. “Area di interesse strategico per la difesa nazionale” è stata definita dall’ex ministro italiano dell’Interno Cancellieri che, insieme alla maggior parte dei politici componenti del Governo nazionale, si sono resi complici di una politica di guerra aggressiva ma nello stesso tempo moderna e tecnologica del Pentagono in gran parte del Medio Oriente.

E’ noto come le grandi potenze mondiali alimentano gli estremismi, nonostante apparentemente li condannino in nome della democrazia, per poi incitarli alla violenza verso il proprio stesso popolo e giustificare successivamente le missioni di “prevenzione” al terrorismo nei Paesi d’origine.

Divenuta una regione fortemente militarizzata (vedi le condizioni non rispettate del Trattato di Parigi, 1947), la Sicilia si espone adesso ad eventuali attacchi nemici: quali sono gli strumenti del nemico da distruggere in caso di guerra se non i sistemi di comunicazione? Intanto continua la suddita complicità dell’intero governo italiano e tutti i consenzienti che di tale scempio dovranno rispondere anche di “crimine verso l’umanità”.

thanks to: ilfarosulmondo

US military grounds all F-35 fighter jets after last month’s crash

 

F-35 Lightning II Joint Strike Fighter (JSF)

F-35 Lightning II Joint Strike Fighter (JSF)

The US military has grounded its entire fleet of F-35 joint strike fighters after the aircraft’ fuel tubes were suspected to be the cause of a crash last month in which the jet was completely destroyed.

The Defense Department made the announcement in a statement issued on Thursday.

“The US Services and international partners have temporarily suspended F-35 flight operations while the enterprise conducts a fleet-wide inspection of a fuel tube within the engine on all F-35 aircraft,” the F-35 Joint Program Office said.

“If suspect fuel tubes are installed, the part will be removed and replaced. If known good fuel tubes are already installed, then those aircraft will be returned to flight status,” it added.

The program office noted that inspections could be completed within the next two days, adding that the inspections were prompted by “initial data from the ongoing investigation of the F-35B that crashed” close to Marine Corps Air Station Beaufort in Beaufort, South Carolina, on September 28.

The expensive aircraft was completely destroyed in the crash during training. According to one official, “It’s a total loss.”

Images posted on social media show a plume of black smoke rising above what users described as the crash site.

It was an F-35 “B” variant, which is used by the Marine Corps, and it is capable of taking off from a short runway and landing vertically.

No serious injury was reported after the incident and according to the Beaufort County Sheriff’s Office, the pilot safely ejected and was being evaluated for injuries.

 “The aircraft mishap board is continuing its work and the US Marine Corps will provide additional information when it becomes available,” the F-35 Joint Program Office said in the Thursday statement.

The US military has had a series of aircraft crashes in the past year, including an emergency landing with a Marine Corps F-35B in April, at Cherry Point, North Carolina.

The program office insisted that it will “take every measure to ensure safe operations while we deliver, sustain and modernize the F-35 for the warfighter and our defense partners.”

The F-35 aircraft will become the main fighter aircraft for the Marine Corps, Air Force and Navy, according to a military official.

Although unit costs vary, the price tag of F-35s is estimated at $100 million each. Future production lots of F-35s are predicted to decrease slightly in price.

The F-35 program, which was first launched in the early 1990s, is regarded as the most expensive weapons system in US history, with its costs estimated to be around $400 billion and a goal to produce 2,500 aircraft in the coming years.

Overall program costs are expected to rise to $1.5 trillion if servicing and maintenance costs are factored in over the aircraft’s lifespan through 2070.

The plane’s state-of-the-art features – radar-dodging stealth technology, supersonic speeds, close air support capabilities, airborne agility and a massive array of sensors – enable pilots to have unparalleled access to information.

However, the program has experienced numerous delays, cost overruns and setbacks, including a mysterious engine fire in 2014 that prompted commanders to temporarily ground the planes.

thanks to: PressTV

Israele attacca il premio Nobel 2018 perchè sostiene i Palestinesi

Il Premio Nobel 2018 nella lista nera dei sostenitori di israele.

Molti di voi avranno letto o sentito i nomi dei vincitori del Premio Nobel 2018 per la Chimica annunciati ieri. Avrete molto probabilmente sentito che uno dei vincitori è George P. Smith, professore di scienze biologiche all’Università del Missouri, Usa. Un nome che giustamente non vi dirà nulla, almeno che non siete del campo. Copertina: Nobel Prize 2018 per la  Chemistry: Frances H Arnold, George P Smith and Gregory P Winter

Roberto Prinzi – 4 ottobre 2018

Molti di voi avranno letto o sentito i nomi dei vincitori del Premio Nobel 2018 per la Chimica annunciati ieri. Avrete molto probabilmente sentito che uno dei vincitori è George P. Smith, professore di scienze biologiche all’Università del Missouri, Usa. Un nome che giustamente non vi dirà nulla, almeno che non siete del campo.

Peccato perché Smith è un intellettuale a tutto tondo ed è un grande attivista. Al di là dei suoi meriti scientifici indiscutibili di cui tutta la stampa nostrana ha parlato, di quest’uomo purtroppo non è stato detto (o meglio non è stato voluto dire) che lui è un accanito sostenitore della Palestina e del movimento Bds (Boicottaggio, Disinvestimenti e Sanzioni contro Israele). Una lacuna informativa non casuale: come si è potuto “dimenticare” di ricordare il suo attivismo per il popolo palestinese che occupa da anni una parte importante della sua attività intellettuale e umana?

E’ un peccato che non siano emerse le sue posizioni politiche: ad esempio le sue recenti condanne ad Israele per la mattanza dei palestinesi e la necessità di boicottare l’autoproclamato stato ebraico. E’ un peccato ancora di più perché, in un mondo istituzionale e accademico che deve essere sempre più ovattato politicamente, dove si ha sempre più paura di prendere posizioni nette e politiche che possano in qualche modo nuocere al mainstream (capitalistico e imperiale), questo maledetto genio si è esposto con coerenza e coraggio a fianco del popolo palestinese. Passando anche numerosi guai: potete facilmente immaginare quali pressioni questo “professore controverso” abbia subito e subisca da parte dei gruppi pro-israeliani che negli Usa sono fortissimi.

Di lui ci sarebbero tante belle storie da raccontare, ma per limiti di spazio mi limiterò a un episodio del 2015 quando tentò di avere un corso su “Prospettive del sionismo” adoperando come testo base il noto libro dello storico israeliano Ilan Pappé “La pulizia etnica della Palestina”. Alla fine, per la pressione dei gruppi sionisti presenti all’università, il suo corso fu cancellato.

Però pensate ora soltanto un attimo a quest’uomo che, sfidando il low profile di gran parte dell’accademica e l’ostilità delle lobby, decide di abbandonare per qualche ora la “sua” materia e incomincia a parlare di come la fondazione dello stato d’Israele si sia basata sulla rimozione, spoliazione e cancellazione del popolo autoctono: quello palestinese.

Sito Canary Mission che “documenta individui e organizzazioni” che promuovono l’odio verso gli Stati Uniti, Israele e gli ebrei nelle università del Nord America.

Ora è stato scritto che “allora sbagliò” perché “uscì fuori tema”, che quello “non era il suo campo di studi”. Secondo me queste sono sciocchezze. In fondo cosa è la biologia se non la scienza che, oltre a studiare i processi fisici, chimici ed emergenti dei fenomeni che caratterizzano i sistemi viventi, si occupa dei processi come l’adattamento, lo sviluppo, l’evoluzione, l’interazione tra gli organismi ed il loro comportamento?

Abituato al rigore del metodo scientifico, Smith non ha fatto e fa altro che applicarlo anche al caso della Palestina. E se si è rigorosi – e se sei biologo lo devi essere – se si analizzano cause e conseguenze, l’interazione tra esseri viventi etc etc, beh allora non puoi prendere una posizione netta e non schierarti con i palestinesi. Senza le solite paraculate di molti “intellettuali” che, nella migliore delle ipotesi, dividono le responsabilità di colpe in parti uguali come se fossero pezzi di torte di compleanno da dividere tra commensali. Smith si schiera. Punto. Poco importa che sta nel Missouri a decine di migliaia dalla Palestina. Poco importa che sulla carta insegna “scienze biologiche”.

Immagini inserite liberamente da Invictapalestina.org

thanks to: Invictapalestina

 

Allarme sui programmi per le armi biologiche statunitensi

Moon of Alabama 6 ottobre 2018

Recenti prove sui test mortali di sostanze biologiche a Tbilisi, Georgia, hanno sollevato l’allarme sulla ricerca di armi biologiche negli Stati Uniti. Scienziati europei sono estremamente preoccupati per un programma di ricerca discutibile finanziato dal Pentagono e che sembra destinato a diffondere malattie con colture, animali e persone all’estero. La creazione di tali armi e di modi speciali per distribuirle è proibita dal diritto nazionale e internazionale. Gli Stati Uniti conducono ricerche sulle armi biologiche in tutto il mondo: “Scienziati della guerra biologica usano la copertura diplomatica per testare virus prodotti dall’uomo nei laboratori biologici del Pentagono in 25 Paesi in tutto il mondo. Tali laboratori biologici statunitensi sono finanziati dalla Defense Threat Reduction Agency (DTRA) nell’ambito di un programma militare da 2,1 miliardi di dollari – Cooperative Biological Engagement Program (CBEP), e si trovano in ex-Paesi dell’Unione Sovietica come Georgia e Ucraina, Medio Oriente, Sud-est asiatico e Africa”. Fino alla metà degli anni ’70, l’esercito statuntinense sperimentò armi da guerra biologica sul popolo degli Stati Uniti, a volte su vaste aree e specifiche razze. Dopo che un’indagine del Congresso lo rivelò, tali test furono trasferiti all’estero. Le compagnie private usano laboratori controllati dal governo degli Stati Uniti in Paesi stranieri per ricerche biologiche segrete su contratto delle forze armate statunitensi, della CIA e del dipartimento della Sicurezza Nazionale. A settembre la giornalista bulgara Dilyana Gaytandzhieva riferì di uno di tali laboratori biologici controllati dagli Stati Uniti: “L’ambasciata USA a Tbilisi trasporta sangue umano congelato e agenti patogeni come carico diplomatico per un programma militare segreto degli Stati Uniti. Documenti interni, implicanti diplomatici statunitensi nel trasporto e sperimentazione di agenti patogeni sotto copertura diplomatica, sono stati svelati da esperti georgiani. Secondo questi documenti, gli scienziati del Pentagono sono dispiegati nella Repubblica di Georgia e hanno l’immunità diplomatica per la ricerca di malattie mortali e insetti infettivi nel Centro di Lugar, il biolaboratorio del Pentagono nella capitale della Georgia, Tbilisi”.
Al-Mayadin TV trasmise il reportage sul laboratorio e i suoi effetti mortali sui “pazienti” georgiani.
La scorsa settimana il Ministero della Difesa e il Ministero degli Esteri russi accusarono gli Stati Uniti di ricerche illegali su armi biologiche nel laboratorio di Tbilisi: “La questione di ciò che potrebbe davvero accadere nella struttura di ricerca segreta sponsorizzata dagli Stati Uniti, ospitata dal vicino meridionale della Russia, veniva sollevata dall’esercito russo dopo aver studiato i file pubblicati online da un ex-ministro georgiano. I documenti registrano la morte di 73 persone in un breve periodo di tempo, indicando un test per “un agente chimico altamente tossico o agenti biologici con un alto tasso di mortalità”, dichiarava Igor Kirillov, comandante del ramo militare responsabile della difesa radiologica, armi chimiche e biologiche delle truppe russe”.
Gli Stati Uniti respingono le affermazioni ma non spiegano i documenti, che tipo di ricerca avviene vicino a Tbilisi e l’insolita segretezza e sicurezza attorno al laboratorio. Non sono solo i russi e i georgiani ad essere preoccupati per la ricerca segreta della guerra biologica negli Stati Uniti. Scienziati tedeschi e francesi hanno recentemente lanciato l’allarme su un altro discutibile programma di ricerca del Pentagono. Nell’ottobre 2016 la Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA) annunciava un nuovo programma chiamato Insect Allies: “Un nuovo programma DARPA è pronto a fornire un’alternativa alla tradizionale risposta alle minacce agricole, utilizzando una terapia genica mirata a proteggere le piante mature in una singola stagione. DARPA propone di sfruttare un vettore in due fasi naturale e molto efficiente per trasferire geni modificati alle piante: i vettori insetti e virus delle piante che trasmettono. Nel processo, DARPA mira a trasformare alcuni insetti parassiti in “insetti alleati”, da cui il nome del nuovo piano”. Lo scenario descritto da DARPA è abbastanza complicato. Se un raccolto, ad esempio il mais, fosse ampiamente infetto da qualche malattia, il virus sarebbe manipolato e applicato al raccolto. Il virus geneticamente modificato modificherebbe geneticamente il raccolto per “curarne” la malattia. Gli insetti infetti sarebbero usati per distribuire virus sui campi. Il programma è gestito dall’Ufficio Tecnologie Biologiche (BTO) della DARPA. Non è economico. Almeno 27 milioni di dollari vi sono stati spesi. Se il programma fosse puramente agricolo, perché la DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency), che fa parte del Pentagono, propone e finanzia tale ricerca? Scienziati del Max Planck Institute for Evolutionary Biology di Plön, in Germania, e dell’Institut des Sciences de l’Evolution di Montpellier, in Francia, insieme agli studiosi legali dell’Università di Friburgo sottolineano che il metodo che DARPA vuole applicare ha poco senso per gli scopi agricoli dichiarati. L’eminente rivista statunitense Science ne ha pubblicato i loro lavori. Gli scienziati si chiedono se il progetto sia ricerca agricola o un nuovo sistema d’arma biologica? “Un programma di ricerca in corso finanziato dall’Agenzia di difesa avanzata dei programmi di difesa degli Stati Uniti (DARPA) mira a disperdere virus infettivi geneticamente modificati progettati per modificare i cromosomi delle colture direttamente nei campi… Nel contesto degli obiettivi dichiarati del programma DARPA, è nostra opinione che la conoscenza da trarre da questo programma appaia molto limitata nella capacità di migliorare l’agricoltura degli Stati Uniti o di rispondere alle emergenze nazionali (a breve o lungo termine). Inoltre, vi era assenza di un’adeguata discussione sui principali ostacoli pratici e normativi alla realizzazione dei benefici agricoli previsti. Di conseguenza, il programma può essere ampiamente percepito come sforzo per sviluppare agenti biologici a fini ostili e i loro vettori che, se fosse vero, costituirebbero una violazione della Convenzione sulle armi biologiche (BWC)”. La risposta al documento scientifico DARPA insiste nuovamente sul fatto che il programma è a scopo puramente agricolo. Ma la risposta non risponde alle domande poste dagli scienziati.
Il meccanismo di diffusione dei virus infettivi geneticamente modificati per modificare geneticamente e “curare” le piante nei campi è esso stesso gravido di problemi e pericoli. Usare gli insetti per la distribuzione di tali virus è irresponsabile. Se si ha accesso ai campi coltivati e se si ha un virus geneticamente modificato per influenzare le piante, perché si dovrebbero usare gli insetti per distribuirlo? Perché non utilizzare il noto processo mirato di irrorazione dei campi interessati, proprio come è ampiamente fatto oggi? Solo quando non si ha accesso ai campi, quando questi si trovano in un Paese straniero a cui gli Stati Uniti non hanno accesso, ha senso usare gli insetti per tali scopi. L’idea che il vero (e illegale) scopo di tali ricerche statunitensi sia la guerra biologica non è affatto inverosimile. Durante la guerra di Corea, gli Stati Uniti sparsero insetti e ratti infetti su Corea del Nord e Cina per infettare le persone con malattie mortali. Vari agenti patogeni, tra cui l’antrace, furono utilizzati contro la popolazione civile. Durante la guerra del Vietnam, gli Stati Uniti dispersero su migliaia di miglia quadrate defolianti velenosi. Testarono armi biologiche sulle popolazioni di Hawaii, Alaska, Maryland, Florida, Canada e Gran Bretagna. Nel 2002 le spore di antrace armate del laboratorio di guerra biologica statunitense di Fort Derrick furono usate per spaventare i politici statunitensi per accettare il Patriot Act. Almeno cinque persone furono uccise. E perché l’US Air Force cerca tessuti sinoviali e campioni di RNA raccolti specificamente dai caucasici in Russia? I programmi di guerra biologica sono estremamente pericolosi. Non solo per “il nemico” ma per la propria popolazione. Le malattie infettive e gli agenti patogeni possono diffondersi in tutto il mondo in pochi giorni. Le modifiche genetiche possono avere effetti secondari imprevedibili. I virus possono saltare la barriera delle specie. Queste sono le ragioni valide per cui tali armi e ricerche sull’uso di esse sono proibite. Il governo degli Stati Uniti dovrebbe seguire la legge e fermare tali programmi. Anche se solo nell’interesse di proteggere la propria gente.

thanks to: Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurorasito

Le “esercitazioni difensive” della NATO

Le “esercitazioni difensive” della NATO

di Fabrizio Poggi

Che la NATO sia “un’alleanza difensiva”, non affatto “diretta contro la Russia”, lo dimostrano le zone delle esercitazioni militari dell’Alleanza e i tipi specifici di manovre. Sbarchi anfibi, attraversamenti di corsi d’acqua in prossimità di confini “nemici”, evacuazione di città, ecc. Ci si esercita, insomma, “alla pace” a oriente, mentre si lanciano bombe qua e là per il mondo.

E così: caccia F-15C “Eagle” e velivoli da trasporto C-130J “Super Hercules” dell’aviazione USA sono in Ucraina, per prendere parte alle manovre “Clear Sky 2018” iniziate ieri e che andranno avanti fino al 19 ottobre nelle aree centro-occidentali (regioni di Vinnitsa e Khmelnitsa) del paese, con la partecipazione di circa 700 uomini di Belgio, Gran Bretagna, Danimarca, Olanda, Estonia, Polonia, Stati Uniti e Romania. A parere del politologo Aleksandr Asafov, da un lato l’Ucraina costituisce “un adeguato campo di addestramento per la NATO”, in cui, tra l’altro non è nemmeno necessario prestare particolare attenzione a possibili incidenti (come quello verificatosi in Estonia lo scorso agosto), dato che già di suo “il paese è oggi territorio di illegalità; dall’altro lato, per l’Ucraina stessa, le manovre sono utili per la pratica vicinanza con truppe NATO”, diverse da quelle che vi stazionano stabilmente (ma non ufficialmente) per addestrare reparti ucraini regolari e battaglioni neonazisti. Secondo Asafov, si tratta non solo di una dimostrazione nei confronti della Russia, ma anche dell’addestramento pratico al combattimento coordinato.

A nome del Comitato per la difesa del Senato russo, Frants Klintsevic ha dichiarato che le “Clear Sky” costituiscono un aperto appoggio a Kiev nell’aggressione alle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk; nel corso delle esercitazioni, potrebbe venir messo a punto un possibile scenario di utilizzo dell’aviazione contro il Donbass, d’altra parte già ipotizzato dal generale Sergej Naev: in tal modo, tutti paesi che prendono parte alle manovre, ha detto Klintsevic, diventerebbero automaticamente parte del conflitto nel Donbass.

A proposito di spazi aerei, nei giorni scorsi un drone dell’aviazione USA RQ-4 Global Hawk, partito da Sigonella, ha sorvolato per circa 11 ore il territorio adiacente alle frontiere centro-settentrionali russe. Sorvolando Ucraina e Polonia, il drone, dallo spazio aereo lituano ha condotto alcune ore di ricognizione della regione di Kaliningrad. Passando poi ai cieli di Estonia e Lettonia, ha condotto oltre tre ore di esplorazione alle frontiere occidentali delle regioni di Leningrado e di Pskov. Il Global Hawk è simile al Lockheed U-2, il famoso aereo spia yankee in servizio sopra i cieli dell’URSS dagli anni ’50, che non ha affatto cessato il proprio “lavoro”, tanto che nei giorni scorsi topwar.ru scriveva dei nuovi sistemi d’addestramento dei piloti, ancor più selettivi che in passato, per adeguarli alle moderne apparecchiature elettroniche dei U-2S.

Tornano alle manovre, quest’anno, da ottobre a dicembre, si svolgono anche le biennali “Anaconda-18”, principalmente in territorio polacco, oltre ad aree di Lituania (tra l’altro, nei giorni scorsi è morto qui un militare tedesco, durante una esercitazione condotta dai famigerati “battaglioni multinazionali”, cui l’Italia partecipa per la Lettonia), Estonia e Lettonia e mar Baltico (in quest’ultimo, nel mese di agosto, la NATO aveva svolto esercitazioni navali con la partecipazione di una squadra giapponese). Per le “Anaconda”, Varsavia ha annunciato la presenza sul proprio territorio di 12.

500 militari, numero che, in base al Protocollo di Vienna, consente alla Polonia di non invitare osservatori stranieri. Suddivise in tre tappe, le manovre prevedono in ottobre il concentramento dei soldati; poi, dal 7 al 16 novembre, le manovre militari e dal 26 novembre al 6 dicembre esercitazioni a livello di comando. Alcuni momenti riguarderanno esercitazioni in ambiente urbano, in centri quali Bia?ystok e Che?m, a nord e a sud della bielorussa Brest, compreso poi l’attraversamento della Vistola da parte dei mezzi corazzati. Un po’ lo stesso “gioco” delle manovre “Saber Strike-2018”, condotte lo scorso giugno in Lituania con la partecipazione di 18.000 soldati di 19 paesi membri e partner della NATO, allorché a esser forzate furono le acque del Nemunas, che scorre in Bielorussia, Lituania e Russia». A metà novembre, poi, nella zona di Wielbark, nel nord della Polonia, le forze aeree si alleneranno ad atterraggi fuori delle piste aeroportuali, ipotizzando che missili russi “Iskander” e “Polonez” mettano fuori uso gli aeroporti polacchi. Nell’area di Bia?ystok, l’esercitazione coinvolgerà indirettamente anche gruppi di civili, allorché guardie di frontiera e difesa territoriale si eserciteranno a evacuare la popolazione dalle aree viciniore alla Bielorussia: fece lo stesso a suo tempo, nota sarcasticamente rusvesna, la Wehrmacht nel 1941 nell’avvicinamento alle frontiere dell’URSS.

Prima di “Anaconda”, dal 9 al 21 settembre si erano svolte il Lettonia le “Steadfast Pyramid 2018” e “Steadfast Pinnacle 2018”, con la partecipazione di una sessantina di alti ufficiali di N??? e Finlandia. Obiettivo formale dell’esercitazione: migliorare l’attitudine dei comandi alla pianificazione e gestione delle operazioni integrate. A sud, dal 2 al 9 settembre, esercitazioni simili – “Agile Spirit-2018 – si erano invece svolte alla base di Senaki, in Georgia, con la partecipazione di 237 ufficiali comandanti di USA, Georgia, Bulgaria, Romania, Estonia, Lettonia, Grecia, Ucraina, Repubblica Ceca e Turchia.

Prima ancora, a giugno, durante le “Baltops”, vascelli NATO avevano scaricato fanteria di marina yankee, rumena e polacca, insieme a cingolati anfibi, carri armati e veicoli ausiliari, che si addestravano a sbarcare sulle coste polacche del mar Baltico.

E il Baltico sarà ancora teatro di manovre dal 25 ottobre al 7 novembre, per le “Trident Juncture” che, quest’anno, tra Norvegia, mar Baltico e Atlantico settentrionale, vedranno impegnati 45.000 uomini di 29 paesi membri NATO, oltre ai due partner Svezia e Finlandia. A quanto pare, quelle di quest’anno, saranno le “Trident Juncture” più estese degli ultimi anni: quelle svoltesi nel 2015, avevano impegnato 36.000 militari; ma anche le più estese (sinora) in assoluto, quelle del 2002, denominate “Strong Resolve”, in Norvegia e Polonia, avevano coinvolto 40.000 soldati. In vista delle “Trident-2018”, i 5.000 uomini della cosiddetta Spearhead Force, altrimenti nota come Task Force Joint ad altissima prontezza, o VJTF, si stanno esercitando in Norvegia.

Come per tutte le altre esercitazioni, anche l’obiettivo delle “Trident Juncture”, come si era preoccupato di sottolineare l’ammiraglio James G. Foggo III, comandante del Joint Force Command di Napoli, presentando l’evento lo scorso giugno, è quello “innanzitutto di dimostrare che la NATO è un’alleanza difensiva”. Pare che ci riesca…

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Il vero “deficit” di cui nessuno parla: i 70 milioni di euro al giorno per le spese militari!

Il vero deficit di cui nessuno parla: i 70 milioni di euro al giorno per le spese militari!

di Manlio Dinucci*, Il Manifesto 2 ottobre 2018

Mercati e Unione europea in allarme, opposizione all’attacco, richiamo del presidente della Repubblica alla Costituzione, perché l’annunciata manovra finanziaria del governo comporterebbe un deficit di circa 27 miliardi di euro.

Silenzio assoluto invece, sia nel governo che nell’opposizione, sul fatto che l’Italia spende in un anno una somma analoga a scopo militare. Quella del 2018 è di circa 25 miliardi di euro, cui si aggiungono altre voci di carattere miitare portandola a oltre 27 miliardi. Sono oltre 70 milioni di euro al giorno, in aumento poiché l’Italia si è impegnata nella Nato a portarli a circa 100 milioni al giorno.

Perché nessuno mette in discussione il crescente esborso di denaro pubblico per armi, forze armate e interventi militari? Perché vorrebbe dire mettersi contro gli Stati uniti, l’«alleato privilegiato» (ossia dominante), che ci richiede un continuo aumento della spesa militare.

Quella statunitense per l’anno fiscale 2019 (iniziato il 1° ottobre 2018) supera i 700 miliardi di dollari, cui si aggiungono altre voci di carattere militare, compresi quasi 200 miliardi per i militari a riposo. La spesa militare complessiva degli Stati uniti sale così a oltre 1.000 miliardi di dollari annui, ossia a un quarto della spesa federale.

Un crescente investimento nella guerra, che permette agli Stati uniti (secondo la motivazione ufficiale del Pentagono) di «rimanere la preminente potenza militare nel mondo, assicurare che i rapporti di potenza restino a nostro favore e far avanzare un ordine internazionale che favorisca al massimo la nostra prosperità».

La spesa militare provocherà però nel budget federale, nell’anno fiscale 2019, un deficit di quasi 1.000 miliardi. Questo farà aumentare ulteriormente il debito del governo federale Usa, salito a circa 21.

500 miliardi di dollari.

Esso viene scaricato all’interno con tagli alle spese sociali e, all’estero, stampando dollari, usati quale principale moneta delle riserve valutarie mondiali e delle quotazioni delle materie prime.

C’è però chi guadagna dalla crescente spesa militare. Sono i colossi dell’industria bellica. Tra le dieci maggiori produttrici mondiali di armamenti, sei sono statunitensi: Lockheed Martin, Boeing, Raytheon Company, Northrop Grumman, General Dynamics, L3 Technologies. Seguono la britannica BAE Systems, la franco-olandese Airbus, l’italiana Leonardo (già Finmeccanica) salita al nono posto, e la francese Thales.

Non sono solo gigantesche aziende produttrici di armamenti. Esse formano il complesso militare-industriale, strettamente integrato con istituzioni e partiti, in un esteso e profondo intreccio di interessi. Ciò crea un vero e proprio establishment delle armi, i cui profitti e poteri aumentano nella misura in cui aumentano tensioni e guerre.

La Leonardo, che ricava l’85% del suo fatturato dalla vendita di armi, è integrata nel complesso militare-industriale statunitense: fornisce prodotti e servizi non solo alle Forze armate e alle aziende del Pentagono, ma anche alle agenzie d’intelligence, mentre in Italia gestisce l’impianto di Cameri dei caccia F-35 della Lockheed Martin.

In settembre la Leonardo è stata scelta dal Pentagono, con la Boeing prima contrattista, per fornire alla US Air Force l’elicottero da attacco AW139.

In agosto, Fincantieri (controllata dalla società finanziaria del Ministero dell’Economia e delle Finanze) ha consegnato alla US Navy, con la Lockheed Martin, altre due navi da combattimento litorale.

Tutto questo va tenuto presente quando ci si chiede perché, negli organi parlamentari e istituzionali italiani, c’è uno schiacciante consenso multipartisan a non tagliare ma ad aumentare la spesa militare.

*Pubblichiamo su gentile concessione dell’Autore 

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