Il Glifosato causa il cancro, Bayer Monsanto condannata negli USA e il titolo perde l’11% in borsa.

Bayer Condannata Roundup grano tumore giardiniere

Dopo l’acquisizione di Monsanto da parte di Bayer, l’erbicida glifosato, commercializzato con il nome di Roundup, è passato nelle mani del colosso della farmaceutica tedesco. E così, oltre ai profitti, alla Bayer condannata arrivano anche le richieste di risarcimento.

Sono migliaia in tutto il mondo i giardinieri e i coltivatori che sostengono di aver contratto malattie molto gravi a causa del prodotto. Tra questi Dwayne Johnson, giardiniere californiano, che ha messo sotto accusa il prodotto, sostenendo che gli avrebbe causato un cancro alla pelle.

Dopo una prima sentenza favorevole a Johnson, arrivata in agosto, ieri il verdetto è stato confermato in appello.

Bayer condannata per l’erbicida glifosato Roundup

Come abbiamo visto qualche mese fa, DeWayn “Lee” Johnson è un giardiniere americano di 46 anni, con un cancro alla pelle in fase terminale. Secondo l’accusa, la malattia sarebbe derivata dal contatto diretto con l’erbicida glifosato. Leggi la sua storia qui: https://www.ambientebio.it/societa/allerte-alimentari/marche-di-birra-glifosato-elenco/

Quando lavorava come custode in California, per un malfunzionamento del suo innaffiatore, Johnson si è completamente inzuppato con il RoundUp. Questo avrebbe provocato lo sviluppo di un linfoma non-Hodgkin, diagnosticato nel 2014. Monsanto era stata quindi chiamata in causa: in primo grado, il tribunale di San Francisco ha stabilito un risarcimento di 289 milioni di dollari in favore del giardiniere.

Bayer ha fatto successivamente appello, sostenendo che non ci sono prove tra la malattia dell’uomo e il diserbante. La giudice d’appello, Suzanne Ramos Bolanos, ha confermato ieri la condanna, ma ha ridotto a 78,5 milioni di dollari il risarcimento.

“Dal momento che non esistono prove di una possibile spiegazione alternativa alla malattia, la giuria si è sentita libera” di stabilire che il RoundUp “è un fattore sostanziale nel causare il cancro”, ha spiegato Bolanos.

Dwayne Johnson a questo punto potrebbe non accettare la cifra. Se questo succederà, entro il 7 dicembre di quest’anno sarà avviato un nuovo processo.

bayer condannata glifosato roundup

Il legale del giardiniere: “Riduzione ingiustificata”

Il legale del giardiniere, Brent Wisner, ha commentato così la sentenza d’appello:

«Crediamo che la riduzione del risarcimento sia ingiustificata: ora valuteremo le nostre opzioni. Siamo lieti però che la corte non abbia modificato il verdetto: le prove presentate a questa giuria sono state, francamente, travolgenti».

Wisner ha aggiunto che questa sentenza sarà solo “la punta dell’iceberg” per Bayer. Sono migliaia infatti le persone che accusano l’erbicida glifosato di aver causato gravi danni alla salute.

Sono 8.700 le persone che hanno querelato Monsanto, e quindi Bayer. Tutte sostengono che il glifosato sia causa del loro cancro. Se Bayer venisse condannata per tutte queste cause in corso, con cifre simili al risarcimento di San Francisco, la società dovrebbe sborsare circa 680 miliardi di dollari di danni. Nei prossimi anni, quindi, le battaglie legali si moltiplicheranno.

Tra loro c’è anche l’italiano Fabian Tomasi, che ha raccontato la sua storia alle Iene:

D’altronde, Bayer è abituata alle denunce. Sono 24.300, per esempio, i querelanti che mettono sotto accusa Xarelto, anticoaugulante prodotto da Bayer, che provocherebbe emorragie e persino la morte. Altre 17mila cause sono state avviate contro Essure, anti-concezionale, che causerebbe depressione e isterectomia.

In tutti questi casi, come per l’erbicida glifosato, la Bayer condannata, sostiene di non avere responsabilità.

Scopri tutte le informazioni necessarie sul glifosato e su dove puoi trovarlo nei prodotti di uso quotidiano, con i nostri articoli:

La difesa dell’erbicida glifosato: “La condanna non è supportata da prove”

Secondo i legali della Bayer, la giudice Bolanos non avrebbe sufficienti prove per dimostrare che il RoundUp sia causa del cancro del signor Johnson.

La società ha infatti commentato:

«La decisione della corte di ridurre il risarcimento è un passo nella giusta direzione, ma continuiamo a ritenere che la condanna non sia supportata da prove».

Il vicepresidente della Monsanto, Scott Partridge, ha inoltre dichiarato che “la giuria ha sbagliato” e che la società avrebbe sempre dimostrato la sicurezza dell’erbicida glifosato, impiegato – ricorda Partridge – da più di 40 anni.

Crollo in Borsa per la Bayer condannata dopo la sentenza

Immediatamente dopo la nuova sentenza di condanna, Bayer ha avuto un crollo in Borsa. A Francoforte, il titolo ha perso subito l’8,5 per cento del suo valore. Il colosso farmaceutico è arrivato fino a -11%, prima di risalire, comunque in calo, in torno al -8/9 per cento.

Il verdetto, anche se riduce di molto il risarcimento, mette quindi in dubbio la posizione di Bayer sui mercati. Secondo alcuni analisti, i problemi legati all’erbicida glifosato non sono “destinati a sparire, per ora”.

Come spiega Ian Hilliker, analista finanziario di Jefferies, la cifra del risarcimento “è in ogni caso alta per Bayer. E l’incertezza sul risultato finale e sul prezzo finale da pagare peserà sui titoli di Bayer nei prossimi mesi”.

Fonte: ambientebio

thanks to: UnUniverso

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Una brutta settimana per F-22 ed F-35

Military Watch 15 ottobre 2018

Poco dopo il primo incidente di un caccia leggero monomotore di quinta generazione F-35, gli Stati Uniti mettevano a terra l’intera flotta di aviogetti. Seguirono misure analoghe da parte dell’Aeronautica israeliana ed inglese, che dipendono fortemente dall’F-35 per i programmi di ammodernamento della flotta aerea. Ciò getta un’ombra sul programma di armamenti già molto travagliato che affronta diversi gravi inconvenienti e carenze nella sua breve storia. L’importanza dell’F-35 per il futuro della potenza aerea degli Stati Uniti è senza precedenti nella storia recente, pesando gravemente per aviazione, marina e marines con oltre 2500 aviogetti previsti in futuro. I difetti dello sviluppo quindi ha gravi implicazioni per il futuro dell’efficienza bellica del Paese. Poco dopo il finanziamento di diverse centinaia di aviogetti F-35 nel mondo, apparvero notizie probabilmente più serie con implicazioni potenzialmente terribili per la flotta aerea nordamericana: la distruzione di numerosi aviogetti stealth F-22 Raptor sulla costa est degli Stati Uniti, sulla Tyndall Base Air Force, in Florida, dall’uragano Michael. L’F-22 è senza dubbio uno dei caccia più potenti al mondo, e fu progettato come complemento bimotore all’F-35 con capacità di combattimento aria-aria di gran lunga superiori. Tuttavia, in modo molto critico e in netto contrasto coll’F-35, il Raptor è al tempo stesso inestimabile ed insostituibile, le cui linee di produzione sono chiuse da dieci anni e alcun alleato degli statunitensi produce o può produrre un caccia da superiorità aerea di quinta generazione che sostituisca gli aviogetti persi . L’F-22 è l’aereo da combattimento più costoso mai progettato, e fino all’introduzione del J-20 cinese nel 2017 era avanti a tutti i potenziali concorrenti. Qualsiasi perdita rappresenta quindi un notevole colpo per l’aviazione statunitense.
La flotta di F-22 è già pesantemente sovraestesa, con solo 187 dei 750 aviogetti originariamente previsti furono prodotti a causa dei costi estremi del Raptor, in particolare per la manutenzione. Considerando i costi di manutenzione nel corso della vita operativa, ogni F-22 dovrebbe costare circa 750 milioni di dollari, più dei budget annuali perla difesa della maggior parte dei Paesi del mondo. La perdita di almeno una mezza dozzina di Raptor potrebbe quindi essere devastante, e potrebbero essere molto più numerose, considerando in particolare la delicatezza degli aerei e il numero elevato di aerei nella base. Le potenziali implicazioni sono particolarmente cruciali dato il rapido schieramento di caccia di superiorità aerea delle potenze rivali Cina e Russia, che avevano sviluppato sia caccia da superiorità aerea di quinta generazione che avanzati aviogetti di “generazione 4 ++”, tutte minacce che solo il Raptor può affrontare. Il ruolo centrale svolto da F-35 e F-22 nei piani di guerra degli Stati Uniti contro avversari diretti nel teatro Asia-Pacifico, in particolare nell’AirSea Battle, significa che l’ottobre 2018 è presagio sul futuro dei piani per modernizzare la flotta aerea degli USA. Il danno totale alla flotta F-22 rimane da vedere, ma i militari possono tentare di compensare le perdite o aggiornando i vecchi caccia da superiorità aerea F-15 o raddoppiando gli sforzi per sviluppare un caccia di sesta generazione il più rapidamente possibile, per sostituire infine i Raptor. Sull’F-35, è probabile che la produzione continui anche se probabilmente i bug continuano ad affliggere il programma, mentre le carenze potrebbero dissuadere numerosi potenziali clienti dall’acquisire gli aviogetti in grandi quantità, come fecero col predecessore l’F-16.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

thanks to: Aurorasito

Muos: una Sicilia condannata dal Pentagono

Muos – Se i problemi morali passano in secondo piano quando c’è da vincere una guerra, allora questo è proprio il caso delle grandi potenze mondiali che, mascherando interessi bellici con principi intrisi di falsa democrazia, lavorano secondo una strategia abile ad insinuarsi nelle burocrazie degli altri Stati. Dando voce diretta alla storia, grande esempio potrebbe essere quello del compromesso con la mafia siciliana da parte della potenza americana per riuscire a varcare nel 1943, indisturbati, i confini di un’isola troppe volte colonizzata e privata delle sue bellezze: la Sicilia.

Muos

Nei discorsi dei giovani siciliani all’estero emerge una triste consapevolezza di essere tacciati per “mafiosi” nonostante siano lì per studiare, rimboccarsi le maniche e dimostrare una distanza ciclopica dalla mentalità di chi ha contribuito a ridurre il proprio paese in una terra da “corrompere”. Seguendo uno stesso filo d’Arianna, è forse poco noto come  l’accordo ombrello del 20 Ottobre 1954 tra Italia e Stati Uniti abbia contribuito a legittimare la presenza militare Usa in territorio italiano.

Diceva un proverbio: “Dai loro la mano e si prendono il braccio”. E così l’evolversi dei conflitti mondiali e le rispettive vincite e sconfitte dei paesi interessati sfociano adesso in conseguenze assai sottovalutate per anni. Risultato di quella politica marshalliana non fu altro che un nuovo protocollo d’intesa con l’allora ministro della Difesa, Ignazio La Russa, l’ex Presedente del Consiglio Berlusconi e non per ultimo l’ex Presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo, che si sarebbe fatto finanziare il suo partito (Mpa) dalla stessa azienda Gemma Spa al fine di incitare la risposta favorevole  della Regione sull’autorizzazione a costruire il famoso Muos nella zona naturale Sughereta di Niscemi, a Caltanissetta.

Il Mobile User Objective System è infatti un sistema di comunicazioni satellitari ad altissima frequenza composto da quattro satelliti e quattro stazioni di terra, che emanerà onde elettromagnetiche per un raggio di circa 145 Km. Recenti studi, oltre quelli sugli effetti sulla salute di Zucchetti e Coraddu, hanno evidenziato come tali onde siano maggiormente dannose nel raggio compreso tra i 50-60 Km, dove l’intensità si fa più forte. Proprio per questo sono nati numerosi Comitati spontanei di cittadini dei comuni di gran parte della Sicilia, per manifestare il proprio dissenso contro la realizzazione di tale strumento di guerra  soprannominato “MUOStro”.

Numerosi tecnici hanno dimostrato l’effettiva pericolosità di tale installazione e del Muos, ma nello stesso tempo sono stati valutati atti legali con i quali procedere per la revoca delle autorizzazioni. “Area di interesse strategico per la difesa nazionale” è stata definita dall’ex ministro italiano dell’Interno Cancellieri che, insieme alla maggior parte dei politici componenti del Governo nazionale, si sono resi complici di una politica di guerra aggressiva ma nello stesso tempo moderna e tecnologica del Pentagono in gran parte del Medio Oriente.

E’ noto come le grandi potenze mondiali alimentano gli estremismi, nonostante apparentemente li condannino in nome della democrazia, per poi incitarli alla violenza verso il proprio stesso popolo e giustificare successivamente le missioni di “prevenzione” al terrorismo nei Paesi d’origine.

Divenuta una regione fortemente militarizzata (vedi le condizioni non rispettate del Trattato di Parigi, 1947), la Sicilia si espone adesso ad eventuali attacchi nemici: quali sono gli strumenti del nemico da distruggere in caso di guerra se non i sistemi di comunicazione? Intanto continua la suddita complicità dell’intero governo italiano e tutti i consenzienti che di tale scempio dovranno rispondere anche di “crimine verso l’umanità”.

thanks to: ilfarosulmondo

US military grounds all F-35 fighter jets after last month’s crash

 

F-35 Lightning II Joint Strike Fighter (JSF)

F-35 Lightning II Joint Strike Fighter (JSF)

The US military has grounded its entire fleet of F-35 joint strike fighters after the aircraft’ fuel tubes were suspected to be the cause of a crash last month in which the jet was completely destroyed.

The Defense Department made the announcement in a statement issued on Thursday.

“The US Services and international partners have temporarily suspended F-35 flight operations while the enterprise conducts a fleet-wide inspection of a fuel tube within the engine on all F-35 aircraft,” the F-35 Joint Program Office said.

“If suspect fuel tubes are installed, the part will be removed and replaced. If known good fuel tubes are already installed, then those aircraft will be returned to flight status,” it added.

The program office noted that inspections could be completed within the next two days, adding that the inspections were prompted by “initial data from the ongoing investigation of the F-35B that crashed” close to Marine Corps Air Station Beaufort in Beaufort, South Carolina, on September 28.

The expensive aircraft was completely destroyed in the crash during training. According to one official, “It’s a total loss.”

Images posted on social media show a plume of black smoke rising above what users described as the crash site.

It was an F-35 “B” variant, which is used by the Marine Corps, and it is capable of taking off from a short runway and landing vertically.

No serious injury was reported after the incident and according to the Beaufort County Sheriff’s Office, the pilot safely ejected and was being evaluated for injuries.

 “The aircraft mishap board is continuing its work and the US Marine Corps will provide additional information when it becomes available,” the F-35 Joint Program Office said in the Thursday statement.

The US military has had a series of aircraft crashes in the past year, including an emergency landing with a Marine Corps F-35B in April, at Cherry Point, North Carolina.

The program office insisted that it will “take every measure to ensure safe operations while we deliver, sustain and modernize the F-35 for the warfighter and our defense partners.”

The F-35 aircraft will become the main fighter aircraft for the Marine Corps, Air Force and Navy, according to a military official.

Although unit costs vary, the price tag of F-35s is estimated at $100 million each. Future production lots of F-35s are predicted to decrease slightly in price.

The F-35 program, which was first launched in the early 1990s, is regarded as the most expensive weapons system in US history, with its costs estimated to be around $400 billion and a goal to produce 2,500 aircraft in the coming years.

Overall program costs are expected to rise to $1.5 trillion if servicing and maintenance costs are factored in over the aircraft’s lifespan through 2070.

The plane’s state-of-the-art features – radar-dodging stealth technology, supersonic speeds, close air support capabilities, airborne agility and a massive array of sensors – enable pilots to have unparalleled access to information.

However, the program has experienced numerous delays, cost overruns and setbacks, including a mysterious engine fire in 2014 that prompted commanders to temporarily ground the planes.

thanks to: PressTV

Israele attacca il premio Nobel 2018 perchè sostiene i Palestinesi

Il Premio Nobel 2018 nella lista nera dei sostenitori di israele.

Molti di voi avranno letto o sentito i nomi dei vincitori del Premio Nobel 2018 per la Chimica annunciati ieri. Avrete molto probabilmente sentito che uno dei vincitori è George P. Smith, professore di scienze biologiche all’Università del Missouri, Usa. Un nome che giustamente non vi dirà nulla, almeno che non siete del campo. Copertina: Nobel Prize 2018 per la  Chemistry: Frances H Arnold, George P Smith and Gregory P Winter

Roberto Prinzi – 4 ottobre 2018

Molti di voi avranno letto o sentito i nomi dei vincitori del Premio Nobel 2018 per la Chimica annunciati ieri. Avrete molto probabilmente sentito che uno dei vincitori è George P. Smith, professore di scienze biologiche all’Università del Missouri, Usa. Un nome che giustamente non vi dirà nulla, almeno che non siete del campo.

Peccato perché Smith è un intellettuale a tutto tondo ed è un grande attivista. Al di là dei suoi meriti scientifici indiscutibili di cui tutta la stampa nostrana ha parlato, di quest’uomo purtroppo non è stato detto (o meglio non è stato voluto dire) che lui è un accanito sostenitore della Palestina e del movimento Bds (Boicottaggio, Disinvestimenti e Sanzioni contro Israele). Una lacuna informativa non casuale: come si è potuto “dimenticare” di ricordare il suo attivismo per il popolo palestinese che occupa da anni una parte importante della sua attività intellettuale e umana?

E’ un peccato che non siano emerse le sue posizioni politiche: ad esempio le sue recenti condanne ad Israele per la mattanza dei palestinesi e la necessità di boicottare l’autoproclamato stato ebraico. E’ un peccato ancora di più perché, in un mondo istituzionale e accademico che deve essere sempre più ovattato politicamente, dove si ha sempre più paura di prendere posizioni nette e politiche che possano in qualche modo nuocere al mainstream (capitalistico e imperiale), questo maledetto genio si è esposto con coerenza e coraggio a fianco del popolo palestinese. Passando anche numerosi guai: potete facilmente immaginare quali pressioni questo “professore controverso” abbia subito e subisca da parte dei gruppi pro-israeliani che negli Usa sono fortissimi.

Di lui ci sarebbero tante belle storie da raccontare, ma per limiti di spazio mi limiterò a un episodio del 2015 quando tentò di avere un corso su “Prospettive del sionismo” adoperando come testo base il noto libro dello storico israeliano Ilan Pappé “La pulizia etnica della Palestina”. Alla fine, per la pressione dei gruppi sionisti presenti all’università, il suo corso fu cancellato.

Però pensate ora soltanto un attimo a quest’uomo che, sfidando il low profile di gran parte dell’accademica e l’ostilità delle lobby, decide di abbandonare per qualche ora la “sua” materia e incomincia a parlare di come la fondazione dello stato d’Israele si sia basata sulla rimozione, spoliazione e cancellazione del popolo autoctono: quello palestinese.

Sito Canary Mission che “documenta individui e organizzazioni” che promuovono l’odio verso gli Stati Uniti, Israele e gli ebrei nelle università del Nord America.

Ora è stato scritto che “allora sbagliò” perché “uscì fuori tema”, che quello “non era il suo campo di studi”. Secondo me queste sono sciocchezze. In fondo cosa è la biologia se non la scienza che, oltre a studiare i processi fisici, chimici ed emergenti dei fenomeni che caratterizzano i sistemi viventi, si occupa dei processi come l’adattamento, lo sviluppo, l’evoluzione, l’interazione tra gli organismi ed il loro comportamento?

Abituato al rigore del metodo scientifico, Smith non ha fatto e fa altro che applicarlo anche al caso della Palestina. E se si è rigorosi – e se sei biologo lo devi essere – se si analizzano cause e conseguenze, l’interazione tra esseri viventi etc etc, beh allora non puoi prendere una posizione netta e non schierarti con i palestinesi. Senza le solite paraculate di molti “intellettuali” che, nella migliore delle ipotesi, dividono le responsabilità di colpe in parti uguali come se fossero pezzi di torte di compleanno da dividere tra commensali. Smith si schiera. Punto. Poco importa che sta nel Missouri a decine di migliaia dalla Palestina. Poco importa che sulla carta insegna “scienze biologiche”.

Immagini inserite liberamente da Invictapalestina.org

thanks to: Invictapalestina

 

Allarme sui programmi per le armi biologiche statunitensi

Moon of Alabama 6 ottobre 2018

Recenti prove sui test mortali di sostanze biologiche a Tbilisi, Georgia, hanno sollevato l’allarme sulla ricerca di armi biologiche negli Stati Uniti. Scienziati europei sono estremamente preoccupati per un programma di ricerca discutibile finanziato dal Pentagono e che sembra destinato a diffondere malattie con colture, animali e persone all’estero. La creazione di tali armi e di modi speciali per distribuirle è proibita dal diritto nazionale e internazionale. Gli Stati Uniti conducono ricerche sulle armi biologiche in tutto il mondo: “Scienziati della guerra biologica usano la copertura diplomatica per testare virus prodotti dall’uomo nei laboratori biologici del Pentagono in 25 Paesi in tutto il mondo. Tali laboratori biologici statunitensi sono finanziati dalla Defense Threat Reduction Agency (DTRA) nell’ambito di un programma militare da 2,1 miliardi di dollari – Cooperative Biological Engagement Program (CBEP), e si trovano in ex-Paesi dell’Unione Sovietica come Georgia e Ucraina, Medio Oriente, Sud-est asiatico e Africa”. Fino alla metà degli anni ’70, l’esercito statuntinense sperimentò armi da guerra biologica sul popolo degli Stati Uniti, a volte su vaste aree e specifiche razze. Dopo che un’indagine del Congresso lo rivelò, tali test furono trasferiti all’estero. Le compagnie private usano laboratori controllati dal governo degli Stati Uniti in Paesi stranieri per ricerche biologiche segrete su contratto delle forze armate statunitensi, della CIA e del dipartimento della Sicurezza Nazionale. A settembre la giornalista bulgara Dilyana Gaytandzhieva riferì di uno di tali laboratori biologici controllati dagli Stati Uniti: “L’ambasciata USA a Tbilisi trasporta sangue umano congelato e agenti patogeni come carico diplomatico per un programma militare segreto degli Stati Uniti. Documenti interni, implicanti diplomatici statunitensi nel trasporto e sperimentazione di agenti patogeni sotto copertura diplomatica, sono stati svelati da esperti georgiani. Secondo questi documenti, gli scienziati del Pentagono sono dispiegati nella Repubblica di Georgia e hanno l’immunità diplomatica per la ricerca di malattie mortali e insetti infettivi nel Centro di Lugar, il biolaboratorio del Pentagono nella capitale della Georgia, Tbilisi”.
Al-Mayadin TV trasmise il reportage sul laboratorio e i suoi effetti mortali sui “pazienti” georgiani.
La scorsa settimana il Ministero della Difesa e il Ministero degli Esteri russi accusarono gli Stati Uniti di ricerche illegali su armi biologiche nel laboratorio di Tbilisi: “La questione di ciò che potrebbe davvero accadere nella struttura di ricerca segreta sponsorizzata dagli Stati Uniti, ospitata dal vicino meridionale della Russia, veniva sollevata dall’esercito russo dopo aver studiato i file pubblicati online da un ex-ministro georgiano. I documenti registrano la morte di 73 persone in un breve periodo di tempo, indicando un test per “un agente chimico altamente tossico o agenti biologici con un alto tasso di mortalità”, dichiarava Igor Kirillov, comandante del ramo militare responsabile della difesa radiologica, armi chimiche e biologiche delle truppe russe”.
Gli Stati Uniti respingono le affermazioni ma non spiegano i documenti, che tipo di ricerca avviene vicino a Tbilisi e l’insolita segretezza e sicurezza attorno al laboratorio. Non sono solo i russi e i georgiani ad essere preoccupati per la ricerca segreta della guerra biologica negli Stati Uniti. Scienziati tedeschi e francesi hanno recentemente lanciato l’allarme su un altro discutibile programma di ricerca del Pentagono. Nell’ottobre 2016 la Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA) annunciava un nuovo programma chiamato Insect Allies: “Un nuovo programma DARPA è pronto a fornire un’alternativa alla tradizionale risposta alle minacce agricole, utilizzando una terapia genica mirata a proteggere le piante mature in una singola stagione. DARPA propone di sfruttare un vettore in due fasi naturale e molto efficiente per trasferire geni modificati alle piante: i vettori insetti e virus delle piante che trasmettono. Nel processo, DARPA mira a trasformare alcuni insetti parassiti in “insetti alleati”, da cui il nome del nuovo piano”. Lo scenario descritto da DARPA è abbastanza complicato. Se un raccolto, ad esempio il mais, fosse ampiamente infetto da qualche malattia, il virus sarebbe manipolato e applicato al raccolto. Il virus geneticamente modificato modificherebbe geneticamente il raccolto per “curarne” la malattia. Gli insetti infetti sarebbero usati per distribuire virus sui campi. Il programma è gestito dall’Ufficio Tecnologie Biologiche (BTO) della DARPA. Non è economico. Almeno 27 milioni di dollari vi sono stati spesi. Se il programma fosse puramente agricolo, perché la DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency), che fa parte del Pentagono, propone e finanzia tale ricerca? Scienziati del Max Planck Institute for Evolutionary Biology di Plön, in Germania, e dell’Institut des Sciences de l’Evolution di Montpellier, in Francia, insieme agli studiosi legali dell’Università di Friburgo sottolineano che il metodo che DARPA vuole applicare ha poco senso per gli scopi agricoli dichiarati. L’eminente rivista statunitense Science ne ha pubblicato i loro lavori. Gli scienziati si chiedono se il progetto sia ricerca agricola o un nuovo sistema d’arma biologica? “Un programma di ricerca in corso finanziato dall’Agenzia di difesa avanzata dei programmi di difesa degli Stati Uniti (DARPA) mira a disperdere virus infettivi geneticamente modificati progettati per modificare i cromosomi delle colture direttamente nei campi… Nel contesto degli obiettivi dichiarati del programma DARPA, è nostra opinione che la conoscenza da trarre da questo programma appaia molto limitata nella capacità di migliorare l’agricoltura degli Stati Uniti o di rispondere alle emergenze nazionali (a breve o lungo termine). Inoltre, vi era assenza di un’adeguata discussione sui principali ostacoli pratici e normativi alla realizzazione dei benefici agricoli previsti. Di conseguenza, il programma può essere ampiamente percepito come sforzo per sviluppare agenti biologici a fini ostili e i loro vettori che, se fosse vero, costituirebbero una violazione della Convenzione sulle armi biologiche (BWC)”. La risposta al documento scientifico DARPA insiste nuovamente sul fatto che il programma è a scopo puramente agricolo. Ma la risposta non risponde alle domande poste dagli scienziati.
Il meccanismo di diffusione dei virus infettivi geneticamente modificati per modificare geneticamente e “curare” le piante nei campi è esso stesso gravido di problemi e pericoli. Usare gli insetti per la distribuzione di tali virus è irresponsabile. Se si ha accesso ai campi coltivati e se si ha un virus geneticamente modificato per influenzare le piante, perché si dovrebbero usare gli insetti per distribuirlo? Perché non utilizzare il noto processo mirato di irrorazione dei campi interessati, proprio come è ampiamente fatto oggi? Solo quando non si ha accesso ai campi, quando questi si trovano in un Paese straniero a cui gli Stati Uniti non hanno accesso, ha senso usare gli insetti per tali scopi. L’idea che il vero (e illegale) scopo di tali ricerche statunitensi sia la guerra biologica non è affatto inverosimile. Durante la guerra di Corea, gli Stati Uniti sparsero insetti e ratti infetti su Corea del Nord e Cina per infettare le persone con malattie mortali. Vari agenti patogeni, tra cui l’antrace, furono utilizzati contro la popolazione civile. Durante la guerra del Vietnam, gli Stati Uniti dispersero su migliaia di miglia quadrate defolianti velenosi. Testarono armi biologiche sulle popolazioni di Hawaii, Alaska, Maryland, Florida, Canada e Gran Bretagna. Nel 2002 le spore di antrace armate del laboratorio di guerra biologica statunitense di Fort Derrick furono usate per spaventare i politici statunitensi per accettare il Patriot Act. Almeno cinque persone furono uccise. E perché l’US Air Force cerca tessuti sinoviali e campioni di RNA raccolti specificamente dai caucasici in Russia? I programmi di guerra biologica sono estremamente pericolosi. Non solo per “il nemico” ma per la propria popolazione. Le malattie infettive e gli agenti patogeni possono diffondersi in tutto il mondo in pochi giorni. Le modifiche genetiche possono avere effetti secondari imprevedibili. I virus possono saltare la barriera delle specie. Queste sono le ragioni valide per cui tali armi e ricerche sull’uso di esse sono proibite. Il governo degli Stati Uniti dovrebbe seguire la legge e fermare tali programmi. Anche se solo nell’interesse di proteggere la propria gente.

thanks to: Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurorasito

Le “esercitazioni difensive” della NATO

Le “esercitazioni difensive” della NATO

di Fabrizio Poggi

Che la NATO sia “un’alleanza difensiva”, non affatto “diretta contro la Russia”, lo dimostrano le zone delle esercitazioni militari dell’Alleanza e i tipi specifici di manovre. Sbarchi anfibi, attraversamenti di corsi d’acqua in prossimità di confini “nemici”, evacuazione di città, ecc. Ci si esercita, insomma, “alla pace” a oriente, mentre si lanciano bombe qua e là per il mondo.

E così: caccia F-15C “Eagle” e velivoli da trasporto C-130J “Super Hercules” dell’aviazione USA sono in Ucraina, per prendere parte alle manovre “Clear Sky 2018” iniziate ieri e che andranno avanti fino al 19 ottobre nelle aree centro-occidentali (regioni di Vinnitsa e Khmelnitsa) del paese, con la partecipazione di circa 700 uomini di Belgio, Gran Bretagna, Danimarca, Olanda, Estonia, Polonia, Stati Uniti e Romania. A parere del politologo Aleksandr Asafov, da un lato l’Ucraina costituisce “un adeguato campo di addestramento per la NATO”, in cui, tra l’altro non è nemmeno necessario prestare particolare attenzione a possibili incidenti (come quello verificatosi in Estonia lo scorso agosto), dato che già di suo “il paese è oggi territorio di illegalità; dall’altro lato, per l’Ucraina stessa, le manovre sono utili per la pratica vicinanza con truppe NATO”, diverse da quelle che vi stazionano stabilmente (ma non ufficialmente) per addestrare reparti ucraini regolari e battaglioni neonazisti. Secondo Asafov, si tratta non solo di una dimostrazione nei confronti della Russia, ma anche dell’addestramento pratico al combattimento coordinato.

A nome del Comitato per la difesa del Senato russo, Frants Klintsevic ha dichiarato che le “Clear Sky” costituiscono un aperto appoggio a Kiev nell’aggressione alle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk; nel corso delle esercitazioni, potrebbe venir messo a punto un possibile scenario di utilizzo dell’aviazione contro il Donbass, d’altra parte già ipotizzato dal generale Sergej Naev: in tal modo, tutti paesi che prendono parte alle manovre, ha detto Klintsevic, diventerebbero automaticamente parte del conflitto nel Donbass.

A proposito di spazi aerei, nei giorni scorsi un drone dell’aviazione USA RQ-4 Global Hawk, partito da Sigonella, ha sorvolato per circa 11 ore il territorio adiacente alle frontiere centro-settentrionali russe. Sorvolando Ucraina e Polonia, il drone, dallo spazio aereo lituano ha condotto alcune ore di ricognizione della regione di Kaliningrad. Passando poi ai cieli di Estonia e Lettonia, ha condotto oltre tre ore di esplorazione alle frontiere occidentali delle regioni di Leningrado e di Pskov. Il Global Hawk è simile al Lockheed U-2, il famoso aereo spia yankee in servizio sopra i cieli dell’URSS dagli anni ’50, che non ha affatto cessato il proprio “lavoro”, tanto che nei giorni scorsi topwar.ru scriveva dei nuovi sistemi d’addestramento dei piloti, ancor più selettivi che in passato, per adeguarli alle moderne apparecchiature elettroniche dei U-2S.

Tornano alle manovre, quest’anno, da ottobre a dicembre, si svolgono anche le biennali “Anaconda-18”, principalmente in territorio polacco, oltre ad aree di Lituania (tra l’altro, nei giorni scorsi è morto qui un militare tedesco, durante una esercitazione condotta dai famigerati “battaglioni multinazionali”, cui l’Italia partecipa per la Lettonia), Estonia e Lettonia e mar Baltico (in quest’ultimo, nel mese di agosto, la NATO aveva svolto esercitazioni navali con la partecipazione di una squadra giapponese). Per le “Anaconda”, Varsavia ha annunciato la presenza sul proprio territorio di 12.

500 militari, numero che, in base al Protocollo di Vienna, consente alla Polonia di non invitare osservatori stranieri. Suddivise in tre tappe, le manovre prevedono in ottobre il concentramento dei soldati; poi, dal 7 al 16 novembre, le manovre militari e dal 26 novembre al 6 dicembre esercitazioni a livello di comando. Alcuni momenti riguarderanno esercitazioni in ambiente urbano, in centri quali Bia?ystok e Che?m, a nord e a sud della bielorussa Brest, compreso poi l’attraversamento della Vistola da parte dei mezzi corazzati. Un po’ lo stesso “gioco” delle manovre “Saber Strike-2018”, condotte lo scorso giugno in Lituania con la partecipazione di 18.000 soldati di 19 paesi membri e partner della NATO, allorché a esser forzate furono le acque del Nemunas, che scorre in Bielorussia, Lituania e Russia». A metà novembre, poi, nella zona di Wielbark, nel nord della Polonia, le forze aeree si alleneranno ad atterraggi fuori delle piste aeroportuali, ipotizzando che missili russi “Iskander” e “Polonez” mettano fuori uso gli aeroporti polacchi. Nell’area di Bia?ystok, l’esercitazione coinvolgerà indirettamente anche gruppi di civili, allorché guardie di frontiera e difesa territoriale si eserciteranno a evacuare la popolazione dalle aree viciniore alla Bielorussia: fece lo stesso a suo tempo, nota sarcasticamente rusvesna, la Wehrmacht nel 1941 nell’avvicinamento alle frontiere dell’URSS.

Prima di “Anaconda”, dal 9 al 21 settembre si erano svolte il Lettonia le “Steadfast Pyramid 2018” e “Steadfast Pinnacle 2018”, con la partecipazione di una sessantina di alti ufficiali di N??? e Finlandia. Obiettivo formale dell’esercitazione: migliorare l’attitudine dei comandi alla pianificazione e gestione delle operazioni integrate. A sud, dal 2 al 9 settembre, esercitazioni simili – “Agile Spirit-2018 – si erano invece svolte alla base di Senaki, in Georgia, con la partecipazione di 237 ufficiali comandanti di USA, Georgia, Bulgaria, Romania, Estonia, Lettonia, Grecia, Ucraina, Repubblica Ceca e Turchia.

Prima ancora, a giugno, durante le “Baltops”, vascelli NATO avevano scaricato fanteria di marina yankee, rumena e polacca, insieme a cingolati anfibi, carri armati e veicoli ausiliari, che si addestravano a sbarcare sulle coste polacche del mar Baltico.

E il Baltico sarà ancora teatro di manovre dal 25 ottobre al 7 novembre, per le “Trident Juncture” che, quest’anno, tra Norvegia, mar Baltico e Atlantico settentrionale, vedranno impegnati 45.000 uomini di 29 paesi membri NATO, oltre ai due partner Svezia e Finlandia. A quanto pare, quelle di quest’anno, saranno le “Trident Juncture” più estese degli ultimi anni: quelle svoltesi nel 2015, avevano impegnato 36.000 militari; ma anche le più estese (sinora) in assoluto, quelle del 2002, denominate “Strong Resolve”, in Norvegia e Polonia, avevano coinvolto 40.000 soldati. In vista delle “Trident-2018”, i 5.000 uomini della cosiddetta Spearhead Force, altrimenti nota come Task Force Joint ad altissima prontezza, o VJTF, si stanno esercitando in Norvegia.

Come per tutte le altre esercitazioni, anche l’obiettivo delle “Trident Juncture”, come si era preoccupato di sottolineare l’ammiraglio James G. Foggo III, comandante del Joint Force Command di Napoli, presentando l’evento lo scorso giugno, è quello “innanzitutto di dimostrare che la NATO è un’alleanza difensiva”. Pare che ci riesca…

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Il vero “deficit” di cui nessuno parla: i 70 milioni di euro al giorno per le spese militari!

Il vero deficit di cui nessuno parla: i 70 milioni di euro al giorno per le spese militari!

di Manlio Dinucci*, Il Manifesto 2 ottobre 2018

Mercati e Unione europea in allarme, opposizione all’attacco, richiamo del presidente della Repubblica alla Costituzione, perché l’annunciata manovra finanziaria del governo comporterebbe un deficit di circa 27 miliardi di euro.

Silenzio assoluto invece, sia nel governo che nell’opposizione, sul fatto che l’Italia spende in un anno una somma analoga a scopo militare. Quella del 2018 è di circa 25 miliardi di euro, cui si aggiungono altre voci di carattere miitare portandola a oltre 27 miliardi. Sono oltre 70 milioni di euro al giorno, in aumento poiché l’Italia si è impegnata nella Nato a portarli a circa 100 milioni al giorno.

Perché nessuno mette in discussione il crescente esborso di denaro pubblico per armi, forze armate e interventi militari? Perché vorrebbe dire mettersi contro gli Stati uniti, l’«alleato privilegiato» (ossia dominante), che ci richiede un continuo aumento della spesa militare.

Quella statunitense per l’anno fiscale 2019 (iniziato il 1° ottobre 2018) supera i 700 miliardi di dollari, cui si aggiungono altre voci di carattere militare, compresi quasi 200 miliardi per i militari a riposo. La spesa militare complessiva degli Stati uniti sale così a oltre 1.000 miliardi di dollari annui, ossia a un quarto della spesa federale.

Un crescente investimento nella guerra, che permette agli Stati uniti (secondo la motivazione ufficiale del Pentagono) di «rimanere la preminente potenza militare nel mondo, assicurare che i rapporti di potenza restino a nostro favore e far avanzare un ordine internazionale che favorisca al massimo la nostra prosperità».

La spesa militare provocherà però nel budget federale, nell’anno fiscale 2019, un deficit di quasi 1.000 miliardi. Questo farà aumentare ulteriormente il debito del governo federale Usa, salito a circa 21.

500 miliardi di dollari.

Esso viene scaricato all’interno con tagli alle spese sociali e, all’estero, stampando dollari, usati quale principale moneta delle riserve valutarie mondiali e delle quotazioni delle materie prime.

C’è però chi guadagna dalla crescente spesa militare. Sono i colossi dell’industria bellica. Tra le dieci maggiori produttrici mondiali di armamenti, sei sono statunitensi: Lockheed Martin, Boeing, Raytheon Company, Northrop Grumman, General Dynamics, L3 Technologies. Seguono la britannica BAE Systems, la franco-olandese Airbus, l’italiana Leonardo (già Finmeccanica) salita al nono posto, e la francese Thales.

Non sono solo gigantesche aziende produttrici di armamenti. Esse formano il complesso militare-industriale, strettamente integrato con istituzioni e partiti, in un esteso e profondo intreccio di interessi. Ciò crea un vero e proprio establishment delle armi, i cui profitti e poteri aumentano nella misura in cui aumentano tensioni e guerre.

La Leonardo, che ricava l’85% del suo fatturato dalla vendita di armi, è integrata nel complesso militare-industriale statunitense: fornisce prodotti e servizi non solo alle Forze armate e alle aziende del Pentagono, ma anche alle agenzie d’intelligence, mentre in Italia gestisce l’impianto di Cameri dei caccia F-35 della Lockheed Martin.

In settembre la Leonardo è stata scelta dal Pentagono, con la Boeing prima contrattista, per fornire alla US Air Force l’elicottero da attacco AW139.

In agosto, Fincantieri (controllata dalla società finanziaria del Ministero dell’Economia e delle Finanze) ha consegnato alla US Navy, con la Lockheed Martin, altre due navi da combattimento litorale.

Tutto questo va tenuto presente quando ci si chiede perché, negli organi parlamentari e istituzionali italiani, c’è uno schiacciante consenso multipartisan a non tagliare ma ad aumentare la spesa militare.

*Pubblichiamo su gentile concessione dell’Autore 

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La Cina sospende “totalmente” l’acquisto di greggio statunitense

La Cina sospende totalmente l'acquisto di greggio statunitense

Le spedizioni di petrolio dagli Stati Uniti La Cina è stata sospesa. Ad annunciarlo è stato ieri il presidente della China hants Energy Shipping Co, Xie Chunlin. “Siamo uno dei più grandi vettori di petrolio greggio dagli Stati Uniti alla Cina, abbiamo avuto tanti affari, ma ora è tutto completamente fermo”, ha dichiarato.

Sebbene il petrolio non sia incluso negli elenchi dei prodotti statunitensi sanzionati con i nuove dazi contro la Cina, gli importatori di petrolio non hanno effettuato nuovi ordini. “Purtroppo è successo. La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, probabilmente avrà ripercussioni nell’industria dei trasporti”, ha aggiunto Xie Chunlin, che ha anche sottolineato come la disputa commerciale costringa la Cina ad acquistare soia da altri fornitori, quindi ora il suo paese acquisisce la maggior parte di quel prodotto in Sud America.

Unipec, il ramo commerciale dell’azienda statale cinese Sinopec, ha congelato le importazioni di petrolio statunitense per via della guerra commerciale in atto tra Washington e Pechino. Secondo quanto riportava ieri Reuters, non è chiaro quanto durerà lo stop anche se le fonti interpellate ammettono che Unipec non ha in programma acquisti di greggio Usa almeno fino a ottobre.

A giugno, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva imposto dazi per 50 miliardi di dollari contro le importazioni di beni cinesi. In risposta, Pechino ha adottato una tariffa del 25% su 659 prodotti statunitensi, anch’essi del valore complessivo di 50 miliardi di dollari.

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Quattro elementi per comprendere il collasso statunitense

Mision Verdad 24 settembre 2018

I segni negativi sono sempre più critici nel ventre del Paese chiamato Stati Uniti d’America, divenuti crisi permanente costruita dalle élite del potere transnazionale nella sua burocrazia. Ma non succede nulla per i media aziendali negli Stati Uniti, tutto accade per responsabilità di un solo uomo, Donald Trump, che serve anche da simbolo evidente del decadimento statunitensi. Si prova con diversi strumenti nascondere ciò che realmente accade nelle viscere del sistema che governa gli Stati Uniti. Pertanto, il collasso degli Stati Uniti è dovuto a cause trascendentali in termini politici, economico-finanziari e sociali, continuate dai predecessori dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

Una definizione veloce
Il processo che gli Stati Uniti vivono al collasso di sistema, come attualmente concepito, deriva da recenti analisi e ricerche, negli ultimi anni, che dimostrano il significativo deterioramento dell’ordine vigente nel Paese. Per capire cosa intendiamo per collasso è necessario notare alcune caratteristiche interessanti, secondo il professore universitario Carlos Taibo: “È un processo totale o parziale di scomparsa irreversibile delle istituzioni ed ideologie legittimanti di un certo ordine, sconvolgendo molte relazioni sociali, di potere, economiche, culturali, ecc. Produce alterazioni profonde nella soddisfazione dei bisogni primari di una popolazione, che generalmente ne vede la riduzione aumentare in modo significativo. Sperimenta “una generale perdita di complessità in tutte le aree, accompagnata da crescente frammentazione ed arretramento dei flussi centralizzanti””.
Da parte sua, l’ingegnere e scrittore russo-statunitense Dmitrij Orlov descrive le cinque fasi del collasso di una società che integra tutti gli aspetti quotidiani: finanziaria, commerciale, politica, sociale e culturale. Lo stesso autore chiarisce che queste fasi possono non avvenire in modo progressivo e in ordine, ma simultaneamente, con elementi dinamici strutturali della società da descrivere. In questo caso, il crollo degli Stati Uniti arriva con molte, se non tutte, le caratteristiche indicate da chi ha studiato e approfondito l’argomento. Successivamente, offriamo dati e risorse per una visione generale di ciò che accade nell’impero in declino.

Debito crescente e bancarotta
In realtà, lo stesso Orlov ha ripetuto varie volte che il crollo degli Stati Uniti deriva dalla loro struttura finanziaria ed economica, dato che il debito crescente e il fallimento di alcuni Stati dell’Unione mostrano segni di collasso. Secondo i dati forniti dal dipartimento del Tesoro, quest’anno il debito pubblico USA è salito a oltre 21 miliardi di dollari, di cui 5,6 miliardi sarebbero parte del debito interno, mentre quello degli investitori privati raggiunge i 15,3 miliardi. Con la presidenza Barack Obama, per fare un esempio, solo il debito pubblico passò dai 10,6 miliardi di dollari ai 19,9 miliardi. Del debito pubblico va capito cosa uno Stato ha nei confronti di individui o altri Paesi, un modo per ottenere risorse finanziarie attraverso emissioni di titoli o obbligazioni, le risorse finanziarie che aumenta. Diversi economisti hanno avvertito che la prossima crisi potrebbe essere cruciale nel crollo del sistema statunitense, dato che il dollaro mostra segni di crisi, perché molti investitori li vendono per altri meccanismi di risparmio, secondo il barone Jacob Rothschild, prima dei rischi nelle borse occidentali. Specificatamente, l’economista statunitense Peter Schiff aveva detto a Sputnik che probabilmente i prossimo crollo finanziario”sarà assai peggiore della Grande Depressione (1929). L’economia statunitense non è in condizioni ottimali, è peggiore di un decennio fa”, quando esplose la bolla immobiliare che rovinò diverse banche, compresa l’onnipotente Lehman Brothers. Inoltre, la situazione fiscale di molti Stati del Paese ha un deficit che è aumentato negli anni, a causa delle scarse capacità bancarie, di bilancio, di servizio e di fondi fiduciari. Tra questi, Illinois, Kentucky, Connecticut e New Jersey sono le principali entità a rischio di fallimento, e si avvicinano alla linea rossa del collasso economico-finanziario anche California, New Mexico e Louisiana. Questo era già stato previsto da Laurence Kotlikoff, professore di Economia alla Boston University, in un articolo pubblicato da Bloomberg nel 2010, sentenziando con numeri e argomenti che “il nostro Paese è a pezzi e non possiamo ancora permetterci soluzioni fasulle”.

Nuove patologie sociali
Chi soffre le fasi del crollo sono proprio i cittadini nordamericani, privati della protezione del governo e affondati in una grave situazione economica e finanziaria. Così, alcune patologie sociali mai viste prima dalla specie umana sono sorte, e sono state descritte dall’economista Umair Haque in un saggio tradotto e pubblicato qui (http://misionverdad.com/trama-global/por-que-desestimamos-el-colapso-de-estados-unidos). Tra le più scandalose, ci sono le ripetute sparatorie in spazi pubblici come scuole e centri commerciali, che quest’anno ha visto sangue versato almeno quattro volte, ma dal 2007 si sono verificati circa 10 volte. Ma c’è anche oggi negli Stati Uniti l’”epidemia degli oppiacei”, perché molti muoiono per overdose indotta o accidentale. Nel 2017 più di 70mila nordamericani sono morti e non sembra esserci soluzione a breve termine, dato che il paese perde la guerra contro le dipendenze, conseguenza della politica fallimentare contro la droga. Dal 1979, il numero di morti per droga è raddoppiato ogni otto anni, secondo il rapporto della rivista Science recensito dal Los Angeles Times, che rivelava i seguenti dati sulle overdose dello scorso anno: “Analgesici da prescrizione, eroina e fentanyl sintetico hanno ucciso più di 29000 persone. Cocaina, metanfetamina e altre droghe simili hanno un bilancio delle vittime che raggiungeva 72306 persone”. Queste “morti per disperazione”, come le chiama la rivista Science, sono anche legate ad indigenza, accattonaggio e frattura dei legami sociali diagnosticati da Haque, e che sono parametri non usati negli Stati Uniti, ma che ne rendono maggiormente vulnerabile la società. Dmitrij Orlov parla proprio del crollo sociale, perché consiste nella perdita della fede che le istituzioni sociali locali possano curare le persone, per non parlare del governo, data la crisi permanente fiscale. Il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema, Phillip Alston, dichiarò nel 2018 che 40 milioni di statunitensi vivono in povertà, 18,5 milioni in povertà estrema e 5,3 milioni sopravvivono in uno stato che definisce da “Terzo mondo”. Queste cifre sono coerenti col censimento ufficiale, poiché Alston sostiene che i numeri sono inferiori a quelli dettati dalla realtà del Paese. Ma afferma anche che c’è la crescente criminalizzazione della povertà, producendo sempre più una situazione completamente contraria al benessere spacciata dalla propaganda statunitense. Per lo statunitense medio, il sogno americano è un incubo. Che i politici usano per gli interessi di certe élite opulente.

La lotta politica scade
Pur di mantenere un sistema finanziario indebitato e in bancarotta, la classe politica statunitense apporta modifiche corrispondenti in tale stadio neoliberista, in cui gli stati-nazione hanno poco potere sugli interessi aziendali, i cui poteri aumentano con la crisi al massimo grado di ebollizione. L’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti portò alla lotta interna nell’apparato burocratico di Washington e in altri spazi di potere come media, propaganda e altre istituzioni private nel Paese. Poiché Trump rappresenta una parte dell’élite sminuita dalla corsa del globalismo neoliberista e guerrafondaio, i suoi predecessori e altri agenti e operatori che li supportano continuano una guerra a bassa intensità coll’attuale amministrazione in un Paese dal passato politico carico di assassinii e golpe di vario genere (Kennedy 1963, Nixon 1972, Bush 2001) ed obiettivi diversi. Pertanto, le azioni dell’amministrazione Trump sono messe in discussione e alcuni fattori concorrenti cercano di creare un ambiente adatto all’impeachment del presidente degli Stati Uniti, che potrebbe sovvertire gli Stati Uniti con una logica da guerra civile. Le “elezioni di medio termine”, in cui i politici sono votati al Congresso, Senato e governi statali, sono cruciali perché rappresentano ora il picco della lotta per la struttura burocratica che potrebbe o meno sostenere i piani del governo Trump. Secondo la tesi del giornalista e analista politico Thierry Meyssan, l’attuale presidente degli Stati Uniti punta a “reinvestire il capitale transnazionale nell’economia degli Stati Uniti e a far uscire Pentagono e CIA fuori dall’attuale ruolo imperialista in modo che possano tornare alla difesa nazionale”. Perciò, Trump si libera degli accordi commerciali internazionali che predecessori promulgarono e tenta di ricomporre o, nel migliore dei casi, di dissolvere le strutture intergovernative che mantengono l’ordine imperialista degli USA. Clinton, Obama, Bush e altri personaggi che hanno guidato la politica interna ed estera del Paese verso la sovversione totale in cui l’egemonia degli Stati Uniti cercava d’imporsi con la forza e finanziariamente, sono gli elementi visibili della politica profonda che adotta tale approccio imperiale. Hanno usato la burocrazia statunitense per intraprendere piani per l’ineguale globalizzazione e guerre per risorse e piani geopolitici. Tale lotta è un altro allarme del collasso della classe politica, poiché gli interessi che governano gli attori contendenti sono sempre più denunciati mentre l’establishment politico crolla assieme al collasso economico che rappresenta. L’immagine di uno scivolone sul bordo di una buca profonda e oscura potrebbe validamente indicare il punto di svolta in cui si trova la situazione politica nordamericana.

Isolazionismo o globalismo?
Uno dei problemi cruciali quando si parla di politica estera è il confronto di due visioni che si scontrano ora nell’arena pubblica internazionale. Donald Trump, col suo motto America per prima, prende come bandiera il cosiddetto isolazionismo, dato che cil porta a stabilire una politica di reindustrializzazione nazionale e a ridurre le importazioni per dare impulso alle esportazioni, con una recinzione ben definita dei confini degli Stati Uniti. Ed è lo stesso presidente Trump che è riuscito a trarre profitto dal crollo del vecchio consenso tra i due partiti dominanti (repubblicani e democratici) che presumeva gli Stati Uniti il poliziotto per la salvaguardia della “sicurezza globale”. Sotto tale paradigma, la Casa Bianca negozia con la demonizzata Russia di Vladimir Putin alcuni termini come l’annessione sovrana della Crimea alla Federazione Russa, a firmare un accordo (ambiguo, ma privo di umori) con la Corea democratica, iniziare la guerra il commercio con la Cina nel quadro del piano del Pentagono che riconosce il gigante asiatico come suo “principale concorrente”, minimizzare il riordino della NATO minacciandone il bilancio, violare i grandi accordi commerciali internazionali sviluppati dall’amministrazione Obama (come il Trans Pacifico) e accordarsi con alcune potenze del Medio Oriente (Russia, Iran, Turchia) per la fine della guerra transnazionale alla Siria. L’ordine liberal-neoconservatore che aveva negli Stati Uniti il suo massimo egemone, così difeso dai clan Clinton-Bush-Obama, è messo in discussione dall’isolazionismo nazionalista guidato da Trump. Ecco perché a livello internazionale si mostra la prima potenza mondiale dalla caduta del muro di Berlino come un pugile suonato. Nel quadro dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente Trump ha detto che “non è il presidente del mondo”, esprimendo la politica isolazionista contro quella globalista rappresentata dai presidenti prima di lui. La crisi del “consenso” è un riflesso fedele del collasso descritto rapidamente, e che sembra non avere ritegno, partendo dal presupposto che in primo luogo il collasso si sente negli Stati Uniti, per poi espandersi globalmente, dato che l’internazionalizzazione del sistema statunitense basato sul dollaro e la guerra imperitura toccano tutto il pianeta. In questo senso, molti importanti attori geopolitici, come Cina, Russia, Iran, Turchia, India, e persino Venezuela, cominciano a vedere questo collasso e affrontano in diversi modi (specialmente in campo economico-finanziario e politico) l’attuazione delle riforme necessarie al sistema internazionale dopo il crollo.

thanks to: Traduzione di Alessandro Lattanzio

Aurorasito