RAPPORTO DA TEHRAN SOTTO LE SANZIONI AMERICANE (English version available)

 di Diego Siragusa

Conoscevo la storia dell’Iran contemporaneo, almeno dal colpo di stato contro Mossadeq fino a oggi, e, soprattutto, avevo seguito con passione  la vicenda della rivoluzione popolare contro lo scià Reza Pahlevi. L’invito rivoltomi dall’Università di Tehran, per un incontro tra addetti ai lavori sul tema del DECLINO DELL’EGEMONIA USA E LE VOCI DI RESISTENZA, non mi ha trovato impreparato. I miei interlocutori conoscevano i miei lavori, libri e articoli, e, in particolare, il mio impegno accanto alla resistenza palestinese a cui l’Iran postrivoluzionario ha sempre dato il proprio sostegno.

A causa di un ritardo dell’aereo partito da Milano Malpensa, ho perso a Doha, in Qatar, la coincidenza per Tehran. Trascorro la notte in un lussuoso albergo e, alle 5 del mattino, ritorno in aeroporto per raggiungere Tehran con un altro volo. Durante il viaggio rivedo la mia relazione di circa 20 minuti sul tema che mi era stato proposto.

All’aeroporto Komeini mi aspetta una persona che, per riservatezza, chiamo Hossein. Molto gentile, mi prende la valigia, mi conduce in hotel e sarà il mio accompagnatore fisso per 5 giorni. Mi promette che, in serata, mi porterà a visitare la MILAD TOWER che domina su tutta la città.

Sapevo alcune notizie su questa torre, alta 435 metri, grazie al mio amico Fabrizio Cassinelli, giornalista dell’ANSA, autore di un pregevole libro che ho recensito nel mio blog: L’iran svelato. Fabrizio racconta la storia della fornitura degli ascensori che fu affidata a una ditta italiana per il valore di 9 milioni di euro. Purtroppo, a causa delle sanzioni imposte all’Iran dagli Stati Uniti, col consenso gregario degli stati europei, l’Italia perse questa fornitura importante. Subentrò una ditta tedesca la quale, richiamata all’obbedienza atlantica dalla signora Merkel, dovette, pur essa, soccombere. Conclusione: una ditta giapponese si aggiudicò la fornitura.

Hossein è orgoglioso della Milad Tower. “L’abbiamo costruita noi iraniani – mi dice – . Tra diversi progetti che sono stati presentati, il migliore era il nostro.”

(I vari progetti di torre)

Ha ragione ad essere orgoglioso, in effetti, il progetto realizzato è il migliore. La torre accoglie diverse sale espositive con opere d’arte e installazioni con manichini di silicone creati con notevole verosimiglianza che riproducono personaggi emeriti della storia persiana: poeti, scienziati, scrittori, atleti, uomini politici e personaggi del clero sciita.

Tehran è una città abitata da circa 8.600.000 persone. Pulita e ben ordinata. Niente scritte sui muri, niente spazzatura. La manutenzione dei viali, dei parchi e dei giardini è costante. Le grandi arterie stradali l’attraversano facilitando il traffico che, verso le ore 17, diventa piuttosto intenso. Osservo che un grande boulevard è dedicato a Nelson Mandela e all’Africa. Hossen mi informa che c’è una grande strada dedicata a Bobby Sands, il militante nordirlandese membro della Provisional Irish Republican Army, morto il 5 maggio 1981 dopo uno sciopero della fame condotto ad oltranza per protesta contro il regime carcerario cui erano sottoposti i detenuti repubblicani. Ne parla con orgoglio Hossein, come per dirmi che l’Iran è vicino ai combattenti dell’indipendenza.

Nella città, spesso in prossimità degli incroci stradali, vi sono delle nicchie col ritratto di ufficiali e soldati semplici morti da martiri durante la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, combattuta dal settembre 1980 all’agosto 1988.

Da quasi 40 anni gli Stati Uniti, e i loro più fedeli alleati, tentano di mettere l’Iran in ginocchio con le sanzioni ma ottenendo deboli risultati. I negozi della città sono pieni di merci, la motorizzazione estesa, rarissimi i mendicanti. L’hotel che mi ospita è lussuoso ed efficiente. Nei ristoranti, spesso affollati, non manca nulla. La Russia, la Cina, l’India, la Corea del Sud e altri paesi si sono sostituiti all’occidente vanificando in buona parte gli effetti delle sanzioni. In questi giorni, il presidente Trump suona le trombe del ripristino duro delle sanzioni che Obama aveva attenuato. Avverto una certa preoccupazione alla quale gli iraniani reagiscono con l’orgoglio e manifestazioni di resistenza. In ogni caso l’ONU ha redarguito le sanzioni in generale ma, soprattutto quelle che riguardano i pezzi di ricambio degli aerei e del macchinario sanitario. L’ONU mette in guardia dal rischio di mettere a repentaglio la sicurezza dell’aviazione civile e di colpire le strutture sanitarie pubbliche che usano macchine sofisticate nelle loro attività terapeutiche. Ma il presidente Trump se ne infischia e prosegue nella sua attività di demolitore di ogni forma di dialogo.

Sabato 4 novembre  

(L’ingresso dell’abitazione di Komeini)

Al mattino visita al quartiere Jamaran, famoso perché qui vi abitò l’imam Komeini. Hossein, che è molto religioso e devoto dell’imam, mi conduce dentro la casa del simbolo della rivoluzione iraniana. Komeini viveva in poco spazio, semplicemente, mangiava pochissimo e in questa modesta casa ricevette il presidenye sovietico Michail Gorbačëv. Al piano inferiore c’è un piccolo museo con molti ritratti e cimeli dell’imam. Mi colpisce la foto di Komeini assiene a mons. Hilarion Capucci, amico mio e indimenticabile combattente della causa palestinese.

(Komeini e mons. Capucci)

Subito dopo, Hossein mi porta a visitare L’EBRAT MUSEUM, un edificio costruito come prigione, progettato da ingegneri e disegnatori tedeschi nel 1932 per ordine di di Reza Shah. L’edificio fu terminato nel 1937 con una struttura per impedire qualsiasi forma di fuga. Le pareti sono insonorizzate per annullare all’esterno le urla dei prigionieri torturati. Hossen mi presenta al direttore del Museo che mi accompagna nella visita mostrandomi tutte le celle, i cimeli dei prigionieri, la squallida sala delle docce, le stanze della tortura con manichini che mostrano le varie tecniche di supplizio a cui i prigionieri furono sottoposti. In alcune salette si proiettano dei cortometraggi con interviste alle vittime sopravvissute alla detenzione e alle torture che raccontano le violenze subite. Anche i rappresentanti del clero sciita entrarono e sostarono  in questa prigione: gli ayatollah Ali Khamenei, Rafsanjani, Ali Rajaee, Beheshti, Motahari e Taleghani.

Gli aguzzini dello scià non risparmiarono nemmeno le donne. Lungo i corridoi osservo le centinaia di fotografie delle detenute, alcune coi segni in volto delle percosse. Questo era il regno della spietata polizia segreta, la famigerata SAVAK addestrata dal MOSSAD, l’altrettanto famigerato servizio segreto israeliano. Uno dei capi della SAVAK, Parviz Sabeti, fuggì in Israele con la sua famiglia all’inizio della rivoluzione e poi si trasferì negli Stati Uniti. E’ ancora vivo, si chiama Peter Sabeti e fa il costruttore edile a Orlando in Florida. Diversa fu la sorte del Direttore della SAVAK, il generale Nematollah Nassiri, che fu arrestato e giustiziato con un processo sommario assieme a 438 agenti.



Domenica 4 novembre

Al mattino è prevista una grande manifestazione per ricordare il 39esimo anniversario dell’assedio dell’ambasciata americana a Tehran e l’ostaggio dei diplomatici. Decine di pullman hanno portato i manifestanti nelle piazze. Sorprendente è il muro perimetrale della ex ambasciata: uno spazio immenso riservato a Sua Maestà gli Stati Uniti d’America che con lo scià Reza Pahlavi oggettivamente controllavano l’Iran permettendo alle corporations americane e inglesi enormi profitti con l’estrazione del petrolio che Mossadeq aveva nazionalizzato, sottraendolo alla Anglo-Iranian Oil Company, e destinando i profitti al popolo iraniano. Un caso da manuale di imperialisno fase suprema del capitalismo, per dirlo con Lenin.

(Mossadeq)

Appena nominato Primo Ministro, Mossadeq mantenne le promesse, sciolse l’Anglo-Iranian Oil Company e costituì la National Iranian Oil Company. Per ritorsione la Gran Bretagna congelò i capitali iraniani che erano in gran parte nelle sue banche, rafforzò la presenza militare nel Golfo Persico, attuò un blocco navale che impediva l’esportazione di petrolio e dispose un embargo commerciale. La questione divenne competenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Mossadeq si recò a New York per difendere il suo Paese e ottenne una vittoria diplomatica sull’Inghilterra. Proseguì il suo viaggio in America con una visita a Washington dove incontrò il Presidente Truman. Per la sua vittoria all’ONU fu proclamato “Uomo dell’anno 1951” dalla rivista “Time”.

A causa della crisi economica e delle resistenze alle sue riforme per modernizzare il Paese, Mossadeq fu abbandonato da molti suoi alleati, e, in particolare, dal clero sciita guidato dall’Ayatollah Kashani. Grandi latifondisti e religiosi, che gestivano immense proprietà, si allearono contro Mossadeq che, nell’agosto del 1953, fu destituito con un colpo di stato militare favorito da un’operazione dei servizi segreti americani e britannici, denominata “Operazione Aiace”. Il ruolo degli Stati Uniti nella crisi è considerato tra le cause della radicalizzazione della rivoluzione islamica, che raggiunse l’apice nella crisi degli ostaggi dell’Ambasciata americana.

(L’ingresso della ex ambasciata americana a Tehran)

Le strade e le piazze attorno alla ex ambasciata sono piene di gente con cartelli su cui si legge “DOWN WITH U.S.A. –  DOWN WITH ISRAEL, VICTORY TO ISLAM”, ABBASSO GLI STATI UNITI, ABBASSO ISRAELE, VITTORIA ALL’ISLAM.Vedo tantissime donne e ragazze che indossano il chador il quale, abolito dallo scià, era diventato per contrasto uno dei simboli della rivoluzione su sollecitazione del clero sciita che lo volle reintrodurre.


Sul chador occorre fare chiarezza. E’ stato utilizzato sulla stampa occidentale, anche con alcune ragionevoli motivazioni, per attaccare l’Iran e gli aspetti più retrivi della religione islamica verso le donne. Questa usanza di nascondere le donne, in Medioriente, è molto antica e ne parlò persino Plutarco nella sua opera Vite Parallele. Oggi solo le donne anziane, sia quelle delle zone urbane sia quelle delle zone agricole, e quelle che praticano la  religione in modo tradizionale, indossano il chador. La grande maggioranza, invece, preferisce il ruwsari, il foulard variamente colorato e disegnato.

(Donne col chador e col foulard)

Osservo che le donne sono presenti in modo notevole nelle attività produttive e nei servizi pubblici. Le giovani generazioni manifestano un alto grado di istruzione, hanno consuetudine con la lingua inglese e conoscono il resto del mondo tramite la televisione.
Mentre mi portava in hotel, Hossein mi ha chiesto di parlargli di Roma, poi, cambiando discorso, mi ha confessato che gli piace il calcio e lo pratica. “Quand’ero giovane – mi dice – mi piaceva Paolo Maldini.”

(Il generale Mohammad Ali Jafari)

Sul palco degli oratori si alternano vari personaggi. Il Gen. Mohammad Ali Jafari, il comandante in capo della Guardia rivoluzionaria paramilitare iraniana, ha fatto un discorso in cui ha promesso che l’Iran “può superare questa guerra economica e il fallimento del progetto di sanzioni è imminente”.

“Mr. Trump! – ha gridato – Non minacciare mai l’Iran perché i gemiti delle forze americane spaventate di Tabas si possono ancora sentire”, ha detto Jafari, riferendosi alla missione americana fallita per salvare gli ostaggi conosciuta come Operazione Artiglio dell’Aquila (Operation Eagle Claw).

Riscuote un certo successo un grande cartello che mostra il generale Qassem Soleimani mentre tiene al guinzaglio Trump e Netanyhau, i nemici mortali dell’Iran. “Generale, – recita il cartello – puoi contare su noi studenti.” Soleimani è un mito, è molto popolare, è la mente della difesa nazionale, l’uomo che dirige le operazioni in Siria. Serio, intelligente, taciturno, preparatissimo, è nel mirino dei servizi segreti avversari.

Mentre ci sono le elezioni di medio-termine, che potrebbero cambiare i rapporti di forza nel Congresso americano, Trump fa l’energumeno dichiarando: “Le sanzioni stanno arrivando”, in Iran si risponde con l’immagine di Qassem Soleimani che replica: “Mi batterò contro di te”.

Al telefono un amico mi chiede come va l’economia. Non lo so. Non ho conoscenze sufficienti. So soltanto che ho cambiato 100 euro per 16.000.000 di rial. Sì, avete letto bene: 16 milioni. Il panorama politico e la dislocazione delle classi? Non mi sono ancora occupato di questi argomenti e sbaglierei a formulare giudizi. Chi conosce l’Iran molto meglio di me mi dice che le riforme sono necessarie e vitali, che il processo di espansione della democrazia e della partecipazione non è rinviabile, che vi è una opposizione annidata tra le classi agiate e occidentalizzate che hanno come modello il liberismo occidentale e gli USA. Soprattutto non è ammissibile una repubblica confessionale, teocratica, come Israele che si è autoproclamato lo stato di soli ebrei.

Hossein si avvicina a una giornalista della TV nazionale che sta raccogliendo una serie di interviste. Non so cosa le abbia detto e come mi abbia presentato. La giovane giornalista si avvicina e mi chiede una intervista mentre il cameraman mi inquadra. La conversazione è tutta in inglese. Le domande riguardano la manifestazione, le sanzioni, il ruolo di Obama e quello di Trump, la presenza iraniana e russa in Siria come muro contro la strategia di dominio totale di Israele e dell’imperialismo americano in Medioriente. Mi pernetto di concludere l’intervista esortando gli iraniani a resistere e dichiarandomi favorevole alla loro bomba atomica utile per annullare la minaccia di Israele, già potenza nucleare.

Alle ore 19, ora locale, il telegiornale ha mandato in onda varie interviste, tra cui la mia, ma solo per circa 8 secondi.

 

Lunedì 5 Novembre

Inaspettatamente, gli amici iraniani mi fanno una sorpresa: visita agli studi televisivi di HISPANTV e PRESSTV.  HISPANTV è un canale televisivo iraniano appartenente all’IRIB (la radiotelevisione pubblica) che trasmette in lingua spagnola. Questo canale, creato il 21 dicembre 2011 per rafforzare i legami del governo iraniano con i paesi dell’America Latina, trasmette notiziari, film e programmi di carattere politico. PRESSTV è una rete televisiva in lingua inglese che trasmette informazione 24 ore su 24. Il canale è di proprietà della IRIB, l’Islamic Republic of Iran Broadcasting, ovvero la compagnia di stato dell’Iran responsabile dei media.



Mi presentano i capi redattori che mi illustrano la loro attività dichiarandomi la loro disponibilità alle collaborazioni esterne. Siccome rilascio abitualmente interviste alla radio iraniana in Italia PARSTODAY, mi sembra di aver capito che sono disponibili a ospitare miei commenti o interviste.

La giornata si conclude con un incontro serale col prof. Foad Izadi che mi ha invitato a questo incontro. E’ famoso in Iran e i suoi commenti politici alle varie televisioni, soprattutto  a RUSSIATODAY, possono essere visti tramite Youtube. Ha studiato negli Stati Uniti e mi invita per un prossimo convegno di studi. Auspica da parte mia articoli, commenti, interviste e libri sull’Iran.

Poche ore dopo, partenza per l’aeroporto Komeini e ritorno a casa. Hossein mi accompagna, paziente, mite e gentilissimo. Mi aiuta a portare la valigia sul nastro trasportatore e mi segue  fino al metal detector. “You are my brother” – mi dice salutandomi, sei mio fratello. “Sì, Hossein, anche tu sei mio fratello”.

ENGLISH VERSION

I knew the history of contemporary Iran, at least from the coup against Mossadeq until today, and, above all, I had followed with passion the story of the popular revolution against the Shah Reza Pahlevi. The invitation sent to me by the University of Tehran, for a meeting between experts on the theme of the DECLINE OF USA EGEMONY AND THE VOICES OF RESISTANCE, did not find me unprepared. My interlocutors were familiar with my work, books and articles, and, in particular, with my commitment alongside the Palestinian resistance to which post-revolutionary Iran has always given its support.

Due to a delay of the plane that left from Milan Malpensa, I lost the connection to Tehran in Doha, Qatar. I spent the night in a luxurious hotel and, at 5 am, return to the airport to reach Tehran with another flight. During the trip, I reviewed my 20-minute report on the subject that was put to me.

At Komeini Airport I have a person who, for confidentiality, I call Hossein. Very kind, he takes my suitcase, takes me to the hotel and will be my permanent companion for 5 days. He promises me that, in the evening, he will take me to visit the MILAD TOWER that dominates the whole city.

I knew some news about this tower, 435 meters high, thanks to my friend Fabrizio Cassinelli, journalist of ANSA, author of a valuable book that I reviewed in my blog: L’iran svelato. Fabrizio tells the story of the supply of lifts that was entrusted to an Italian company for the value of 9 million euros. Unfortunately, because of the sanctions imposed on Iran by the United States, with the gregarious consent of the European states, Italy lost this important supply. A German company took over and, having been called to Atlantic obedience by Mrs. Merkel, it had to succumb as well. Conclusion: A Japanese company won the supply.

Hossein is proud of the Milad Tower. “We Iranians built it,” he says. Among the different projects that were presented, the best was ours. “

He’s right to be proud, in fact, the project realised is the best. The tower hosts several exhibition rooms with works of art and installations with silicone mannequins created with remarkable verisimilitude that reproduce characters from Persian history: poets, scientists, writers, athletes, politicians and characters of the Shiite clergy.

Tehran is a city inhabited by about 8,600,000 people. Clean and tidy. No writing on the walls, no trash. The maintenance of the avenues, parks and gardens is constant. The main roads cross it, facilitating the traffic which, around 5 p.m., becomes quite intense. I note that a large boulevard is dedicated to Nelson Mandela and Africa. Hossen informs me that there is a great road dedicated to Bobby Sands, the Northern Irish militant member of the Provisional Irish Republican Army, who died on 5 May 1981 after a hunger strike conducted to the bitter end in protest against the prison regime to which Republican prisoners were subjected. Hossein speaks proudly about it, as  to tell me that Iran is close to the fighters of independence.

In the city, often near the road junctions, there are niches with portraits of officers and ordinary soldiers who died as martyrs during  the war against Iraq led by Saddam Hussein, which was fought from September 1980 to August 1988.

For almost 40 years the United States, and its most loyal allies, have been trying to bring Iran to its knees with sanctions but with weak results. The shops of the city are full of goods, the motorization extended, very rare beggars. The hotel that houses me is luxurious and efficient. Restaurants are often crowded and nothing is missing. Russia, China, India, South Korea and other countries have replaced the West and the effects of sanctions have largely disappeared. These days, President Trump is playing the trumpets of the hard restoration of the sanctions that Obama had eased. I feel some concern to which the Iranians react with pride and manifestations of resistance. In any case, the UNO has reproached the sanctions in general but, above all, those concerning spare parts for aircraft and medical equipment. The UN warns against endangering the safety of civil aviation and affecting public health facilities that use sophisticated machines in their therapeutic activities. But President Trump gives a damn and continues his activity as a demolisher of all forms of dialogue.

Saturday 4 November 

In the morning visit to the Jamaran district, famous because here lived the imam Komeini. Hossein, who is very religious and devoted to the imam, leads me into the house of the symbol of the Iranian revolution. Komeini lived in little space, he simply ate very little and in this modest house he received the Soviet president Michail Gorbačëv. On the lower floor there is a small museum with many portraits and memorabilia of the imam. I am surprised by the photo of Komeini with Msgr. Hilarion Capucci, my friend and unforgettable fighter of the Palestinian cause.

Immediately after, Hossein takes me to visit the EBRAT MUSEUM, a building built as a prison, designed by German engineers and designers in 1932 by order of Reza Shah. The building was finished in 1937 with a structure to prevent any form of escape. The walls are soundproofed to cancel out the cries of tortured prisoners. Hossein introduces me to the director of the Museum who accompanies me on my visit showing me all the cells, the relics of the prisoners, the squalid room of the showers, the rooms of torture with mannequins that show the various techniques of torture to which the prisoners were subjected. In some rooms, short films are shown with interviews with victims who survived detention and torture that tell the violence suffered. Representatives of the Shiite clergy also entered and stayed in this prison: the Ayatollah Ali Khamenei, Rafsanjani, Ali Rajaee, Beheshti, Motahari and Taleghani.

The Shah’s torturers did not spare the women either. Along the corridors I observe the hundreds of photographs of the inmates, some with signs on the faces of the beatings. This was the reign of the ruthless secret police, the infamous SAVAK trained by MOSSAD, the equally infamous Israeli secret service. One of the leaders of SAVAK, Parviz Sabeti, fled to Israel with his family at the beginning of the revolution and then moved to the United States. He’s still alive, his name is Peter Sabeti, and he’s a building contractor in Orlando, Florida. The fate of the Director of SAVAK, General Nematollah Nassiri, was different. He was arrested and executed in a summary trial together with 438 agents.

Sunday 4 November

In the morning, a large demonstration is scheduled to commemorate the 39th anniversary of the siege of the American embassy in Tehran and the hostage of the diplomats. Dozens of buses took the protesters to the squares. Surprising is the perimeter wall of the former embassy: an immense space reserved for His Majesty the United States of America which, with the Shah Reza Pahlavi, objectively controlled Iran, allowing the American and British corporations enormous profits with the extraction of the oil that Mossadeq had nationalized, taking it away from the Anglo-Iranian Oil Company, and allocating the profits to the Iranian people. A textbook case of imperialist supreme phase of capitalism, to say it with Lenin.

As soon as he was appointed Prime Minister, Mossadeq kept his promises, dissolved the Anglo-Iranian Oil Company and formed the National Iranian Oil Company. In retaliation, Britain froze Iranian funds that were largely in its banks, strengthened its military presence in the Persian Gulf, implemented a naval blockade that prevented the export of oil and ordered a trade embargo. The matter became the responsibility of the United Nations Security Council. Mossadeq travelled to New York to defend his country and won a diplomatic victory over England. He continued his trip to America with a visit to Washington where he met President Truman. For his victory at the UN he was proclaimed “Man of the Year 1951” by the magazine “Time”.

Because of the economic crisis and resistance to his reforms to modernize the country, Mossadeq was abandoned by many of his allies, and, in particular, by the Shiite clergy led by Ayatollah Kashani. Large landowners and religious, who ran huge properties, allied against Mossadeq who, in August 1953, was dismissed by a military coup favoured by an operation of the American and British secret services, called “Operation Ajax”. The role of the United States in the crisis is considered one of the causes of the radicalization of the Islamic revolution, which reached its peak in the crisis of the hostages of the American Embassy.

The streets and squares around the former embassy are full of people with signposts on which you can read “DOWN WITH U.S.A. –  DOWN WITH ISRAEL, VICTORY TO ISLAM”, DOWN WITH ISRAEL, ABBASSO ISRAELE, VITTORIA ALL’ISLAM.I see many women and girls wearing the chador which, abolished by the Shah, had become by contrast one of the symbols of the revolution at the instigation of the Shiite clergy who wanted to reintroduce it.

The chador needs to be clarified. It has been used in the western press, even with some reasonable motives, to attack Iran and the more remunerated aspects of the Islamic religion towards women. This custom of hiding women in the Middle East is very old and even Plutarch spoke about it in his work Parallel Lives. Today only elderly women, both in urban and agricultural areas, and those who practice religion in the traditional way, wear chadors. The vast majority, however, prefer the ruwsari, the scarf variously colored and drawn.

I note that women are very much involved in productive activities and public services. The younger generations have a high level of education, are familiar with the english language and know the rest of the world through television.
While he was driving me to the hotel, Hossein asked me to talk to him about Rome, then, changing the subject, he confessed to me that he likes football and plays it. “When I was young,” he says, “I liked Paolo Maldini.”

On the stage of the speakers, various characters take turns. Gen. Mohammad Ali Jafari, the commander-in-chief of the Iranian paramilitary Revolutionary Guard, made a speech in which he promised that Iran “can overcome this economic war and the failure of the sanctions project is imminent”.

“Mr. Trump! – cried – Never threaten Iran because the moans of the scared American forces of Tabas can still be heard,” said Jafari, referring to the failed American mission to rescue hostages known as Operation Eagle Claw.

A large sign showing General Qassem Soleimani holding Trump and Netanyhau, Iran’s deadly enemies, on a leash is a certain success. “General,” says the sign, “you can count on us students.” Soleimani is a myth, he is very popular, he is the mind of the national defense, the man who directs operations in Syria. Serious, intelligent, taciturn, well-prepared, he is in the sights of the opposing secret services.

While there are medium-term elections, which could change the balance of power in the U.S. Congress, Trump plays the energetic declaring: “Sanctions are coming,” in Iran people answered with the image of Qassem Soleimani who replies: “I will fight against you.”

On the phone, a friend of mine asks me how the economy is going. I don’t know. I don’t know. I don’t have enough knowledge. All I know is that I changed 100 euros for 16,000,000 rials. Yes, you read right: 16 million. The political landscape and the relocation of the classes? I have not yet dealt with these issues and would be wrong to make judgments. Those who know Iran much better than me do tell me that reforms are necessary and vital, that the process of expanding democracy and participation cannot be postponed, that there is an opposition between the wealthy and westernised classes that have Western liberalism and the USA as their models. Above all, a confessional, theocratic republic such as Israel, which has proclaimed itself the state of Jews only, is not acceptable.

Hossein approaches a national TV woman journalist who is collecting a series of interviews. I don’t know what he said to her and how he introduced me. The young woman journalist approaches me and asks me for an interview while the cameraman frames me. The conversation is all in english. The questions concern the demonstration, the sanctions, the role of Obama and that of Trump, the Iranian and Russian presence in Syria as a wall against the strategy of total domination of Israel and American imperialism in the Middle East. I would like to conclude the interview by urging the Iranians to resist and by declaring myself in favour of their atomic bomb, which is useful for cancelling the threat of Israel, which is already a nuclear power.

At 7 p.m., local time, the television broadcast various interviews, including mine, but only for about 8 seconds long.

Monday 5 November

Unexpectedly, Iranian friends surprise me: visit to the television studios of HISPANTV and PRESSTV.  HISPANTV is an Iranian television channel belonging to the IRIB (public radio and television) that broadcasts in Spanish. This channel, created on 21 December 2011 to strengthen the Iranian government’s ties with Latin American countries, broadcasts news, films and political programmes. PRESSTV is an English-language television network that broadcasts information 24 hours a day. The channel is owned by IRIB, the Islamic Republic of Iran Broadcasting, Iran‘s state media company.

They introduce me to the chief editors who explain their work to me and declare their willingness to collaborate externally. Since I usually give interviews to the Iranian radio station PARSTODAY in Italy, it seems to me that I understand that they are available to host my comments or interviews.

The day ended with an evening meeting with Prof. Foad Izadi who invited me to this meeting. He is famous in Iran and his political comments to various television stations, especially to RUSSIATODAY, can be seen through Youtube. He studied in the United States and invites me to an upcoming study conference. He hopes, on my part, production of articles, comments, interviews and books about Iran.

A few hours later, departure for the Komeini airport and return home. Hossein accompanies me, patient, gentle and kind. He helps me carry my suitcase on the conveyor belt and follows me to the metal detector. “You are my brother”, he says to me. “Yes, Hossein, you are my brother too.”

thanks to: Diego Siragusa

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Feroci jihadisti in giro per l’Europa grazie alla cittadinanza concessa dall’Ucraina

Feroci jihadisti in giro per l'Europa grazie alla cittadinanza concessa dall'Ucraina

Tagliagole dell’ISIS con passaporti di paesi europei, liberi di aggirarsi impunemente? Ne avevamo già parlato a proposito delle centinaia di jihadisti, presentati come “Caschi bianchi”, che tra il tripudio della RAI, un mese fa, venivano trasferiti, via Israele, in Europa dal governo francese e inglese. Ora c’è di peggio: lo documenta Yurii Colombo su Il Manifesto segnalando una legge votata dalla Duma – il parlamento di Kiev – che concede la cittadinanza ucraina a “quegli stranieri o individui senza cittadinanza che prendono parte alla difesa dell’integrità dell’Ucraina”; legge imposta – nonostante le timide perplessità espresse, addirittura, da Poroshenko – da un assedio della Rada condotto, per giorni, da neonazisti ucraini.

Ma chi sarebbero questi “stranieri o individui senza cittadinanza che prendono parte alla difesa dell’integrità dell’Ucraina”. In primo luogo i membri del Battaglione internazionale Sheikh Mansur composto prevalentemente da feroci jihadisti ceceni e altri loro “correligionari” scappati dalla Siria.

I quali, d’ora in poi, forniti di regolare passaporto ucraino, saranno liberi – grazie al Trattato di Schengen – di andare dove vogliono in Europa.

E tutto questo mentre l’Unione Europea, col pieno accordo del governo italiano, intensifica le sanzioni contro il generale Ali Mamlouk , forse per dissuaderlo di incontrarsi ancora con i vertici dei servizi segreti italiani per aiutarli ad identificare cellule terroristiche provenienti dalla Siria.

Infine, la comica finale. Ce la regala stopfake.org, un sito sponsorizzato dall’Unione Europea per “contrastare la propaganda di Putin”. Il quale ha la spudoratezza di additare l’articolo di Yurii Colombo come fakenews in quanto “gli unici guerriglieri ricercati in Europa sono coloro che si recano in Donbass per combattere a fianco dei ribelli filorussi”. Grazie dell’informazione, ma lo sapevamo già.

E se non sapete perché il sito stopfake.org è stato creato, date una occhiata a questo video.

Francesco Santoianni

Notizia del:

“Ong, il cavallo di Troia del capitalismo globale”. Il libro che mancava, finalmente c’è

Ong, il cavallo di Troia del capitalismo globale. Il libro che mancava, finalmente c'è
Presentiamo con molto piacere un editoriale di Sonia Savioli, autrice di “Ong, il cavallo di troia del capitalismo globale”, edito da Zambon. Libro che consigliamo caldamente di leggere, rileggere e approfondire nel dettaglio. All’interno troverete molte delle risposte che cercavate.di Sonia Savioli

Pare che un certo numero di paesi africani non voglia più i nostri abiti usati. Che ingrati! Perché voi pensavate forse che glieli regalassimo. No, non proprio. Glieli vendiamo. Ma, naturalmente, glieli vendiamo per aiutarli, come testimoniano le molto e molte benevolenti ONG che se ne occupano. e infatti rientrano in qualche modo nei nostri “aiuti allo sviluppo”.

 

 

 

 
https://www.researchgate.net/publication/5094672_Used_Clothes_as_Development_Aid_The_Political_Economy_of_Rags
In che modo, se glieli vendiamo? In uno si quei modi ingegnosi e pieni di fantasia che il capitalismo globale e le sue organizzazioni sovranazionali hanno inventato perché noi comuni mortali si prendano fischi per fiaschi e si viva nella confusione perenne.
Ma cominciamo dall’inizio e cioè proprio dagli “aiuti allo sviluppo”. Che hanno il nome giusto e appropriato. Aiutano veramente uno sviluppo, quello delle multinazionali di ogni tipo, alcune delle quali si sviluppano proprio grazie a questi aiuti. Facciamo un esempio, non troppo ipotetico, di un “aiuto allo sviluppo”. La Banca Mondiale o/e l’Unione Europea offrono a un paese africano (con una pistola in una mano e una mazzetta di banconote nell’altra, come offerte alternative al governo del non molto ipotetico paese africano) il prestito per costruire delle dighe. L’ipotetico ma non troppo governo africano sceglie la mazzetta e lo sviluppo. Una multinazionale “de noantri”, mettiamo l’Impregilo, costruisce le dighe https://www.salini-impregilo.com/it/lavori/in-corso/dighe-impianti-idroelettrici/grand-ethiopian-renaissance-dam-project.html
https://www.survival.it/notizie/11871 e si pappa i soldi del prestito della Banca Mondiale e/o Unione Europea. Il paese africano paga gli interessi e si tiene il debito (questo è un esempio di come gli stati si indebitino in proporzione inversa e uguale a quanto le multinazionali e le finanziarie globali si arricchiscono); l’Impregilo, o chi per lei, si “sviluppa” al ritmo di una vacca d’allevamento intensivo nutrita di mais OGM, melassa e ormoni. La diga fatta, per esempio, prendiamo un paese non a caso, in Etiopia, produce decine di migliaia di sfollati, che prima abitavano felicemente nelle valli che saranno allagate e sulle rive del fiume che sparirà o quasi; però fornisce acqua per irrigare ed energia elettrica a decine (senza le migliaia) di multinazionali che si accaparrano le terre a valle della diga, producendo altre migliaia di sfollati depredati delle loro terre e delle loro vite. Tuttavia le multinazionali si “sviluppano”, con le terre pagate una cocuzza, l’acqua gratis e i lavoratori (ex depredati) quasi gratis. Così si aiuta lo sviluppo nei paesi del cosiddetto terzo mondo, con il benevolo e infaticabile intervento di Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Unione Europea e, last but not least come dicono gli inglesi, cioè ultime ma non per importanza relativa, fondazioni filantropiche e ONG.

Cosa c’entrano le ONG e i filantropi con le dighe? Un po’ di pazienza e ci arriviamo.
Nell’organizzazione sociale umana in tempi di dominio globale tutto è collegato, come nell’universo. Però dobbiamo procedere per ipotetici esempi, altrimenti la faremmo troppo lunga. Seguiamo il filo. Esempio non a caso. Le lavoratrici schiavizzate a 60 centesimi di dollaro al giorno nelle serre dalla multinazionale olandese vivaistica Sher (non ipotetica, questa), che usa l’acqua delle dighe per irrigare i suoi fiori coltivati nelle terre sottratte ai contadini, si ammalano a causa dei pesticidi dati a gogò nelle serre senza alcuna regola e precauzione nei confronti di chi ci lavora. http://www.reportafrica.it/reportages.php?reportage=254 Piccolo inciso: i pesticidi sono sempre “sviluppo”, in questo caso delle multinazionali dell’agrochimica. Allora la multinazionale olandese Sher costruisce un bell’ospedale (una sorta di lungo prefabbricato a ridosso delle sterminate distese di serre) per curarle. Così si diventa filantropi, e ci si guadagna qualcosa. Non il Paradiso ma un riconoscimento da parte della Fondazione Fair Trade Max Havelaar di “commercio equo”; un riconoscimento che dà una carta in più nel commercio iniquo di fiori e piante da giardino prodotti sulle depredate terre africane. https://afriflora.nl/en/about-us/certification/
E i vestiti usati? I vestiti arrivano dopo.
Arrivano quando milioni di africani, cacciati dalle loro terre da multinazionali varie, che ci coltivano o ci allevano o ci estraggono quel che serve ai paesi ricchi o ci fanno resort per i ricchi in vacanza, e dagli “aiuti allo sviluppo” delle istituzioni sovranazionali, affluiscono verso le africane città.

“Fuggono dalla povertà delle campagne” dicono i missionari italiani, ma non dicono quali sono le cause di tale povertà, che comunque li aspetta a piè fermo anche in città, o meglio nelle baraccopoli che la circondano, e in cui vivono decine di migliaia di abitanti. Lagos nel 1980 aveva due milioni e mezzo di abitanti, nel 2016 erano più di dodici milioni, Kinshasa ne aveva due milioni e nel 2016 erano più di undici milioni. Evidentemente la globalizzazione è il progresso delle baraccopoli e dei ghetti. In tali agglomerati (come altro chiamarli) non ci sono fogne né acqua corrente ma tutti indossano abiti occidentali. I nostri abiti usati. E perché li indossano? Forse che prima, in campagna, andavano nudi? In campagna indossavano i “loro” abiti, tessuti e cuciti in Africa con il cotone africano. Ma i nostri costano di meno e, dato che sono “fuggiti dalla povertà” che li ha inseguiti con successo in città, non possono più permettersi gli abiti tradizionali. Dopo una generazione, poi, non li vogliono nemmeno più, perché hanno capito che “bianco è meglio” dato che i bianchi sono ricchi e dominano il mondo, e quindi conviene imitarli. http://achouka.mondoblog.org/2015/07/13/immigration-pourquoi-les-camerounais-partent-en-aventure/
Intanto la nostra carità, veicolata dalle benevolenti ONG di ogni tipo, che raccolgono i nostri abiti usati, finanziate in questa loro opera misericordiosa dai suddetti “aiuti allo sviluppo”, oltre che svilupparsi, hanno rovinato l’industria tessile africana, che è artigianale e di qualità e non può competere coi nostri stracci usati, da noi gratuitamente ceduti. Nel 2017 sono arrivati in Africa 1.200.000 tonnellate di indumenti usati. Se pensate che una tonnellata sono mille chili e che una camicia o una gonna pesano pochi etti, capirete che si tratta di un’inondazione che non poteva risparmiare nessuno. I nostri vestiti usati hanno rovinato la loro industria tessile, così come i nostri “aiuti alimentari” rovinano i loro agricoltori. Perché gli “aiuti alimentari” che la filantropia occidentale formato ONG distribuisce ai presunti affamati, non vengono mai dai contadini locali ma sempre dalle eccedenze della nostra industria agroalimentare.
Riusciranno ora gli stati africani a fermare la valanga di abiti usati che li sommerge dall’Occidente? Sembrerebbe di no. I loro governi sono stati subito messi sotto pressione e ricatto dai potentati economici e dalle istituzioni sovranazionali del capitalismo globale, e abbiamo visto che in genere i governi africani non sono così resistenti da resistere alle pressioni.
Un altro piccolo (ma non troppo piccolo) inciso. I nostri “aiuti” di ogni genere convogliano nei paesi poveri, e in genere nelle loro zone più povere, anche tonnellate di plastica e altre schifezze sintetiche: quelle di cui sono fatti e quelle in cui sono confezionati per l’invio. E lì non c’è la raccolta differenziata e nemmeno gli inceneritori, il più delle volte non c’è nessuna raccolta e nessuna discarica. La “discarica” è il fiume o il mare che lambiscono le baraccopoli. Così non avete più bisogno di domandarvi da dove arrivino i continenti di plastica che stanno distruggendo gli oceani: arrivano dagli aiuti allo sviluppo. Un altro esempio di come nella società umana al tempo del capitalismo globale tutto sia collegato, e l’ingiustizia e il dominio tra umani siano collegati alla distruzione del pianeta che abitiamo.
Che fare con le nostre deboli forze? Ma sono così deboli? Le nostre forze appaiono titaniche nel distruggere il pianeta. Sono nostri tutti quei vestiti buttati negli appositi cassonetti dentro i nostri appositi sacchi di plastica. Perché ci piace cambiare, adeguarci alla moda che cambia ogni stagione, e poi buttare. Perché siamo in competizione con noi stessi e con tutti anche nel vestirci. Perché risparmiare, conservare, aggiustare sono verbi riservati ai poveracci perdenti, ai matti alternativi nella cultura globale. Perché un’umanità ormai de-mente (senza offesa, per carità, solo in senso etimologico) consuma senza un perché, se non quello di una teleguidata nevrosi competitiva.
Che fare? Indossare i vestiti “vecchi” finchè non sono davvero stracci (tanto, è di moda indossare stracci); rammendare, allungare, scambiare, regalare e, alla fine, trasformare davvero in stracci, che in casa servono sempre.
Infine, permettetemi un davvero ultimo e davvero piccolo inciso. Perché i cassonetti delle varie e benevolenti ONG che raccolgono abiti usati, e che si danno tutto quel da fare per aiutare i poveri, sono fatti in modo che il povero che ci passa accanto, magari in una gelida notte d’inverno milanese, e cerca al loro interno una giacca o un cappotto per salvarsi la ghirba dal congelamento, ci finisce schiacciato a morte? http://www.repubblica.it/2006/05/sezioni/cronaca/ucciso-cassonetto/ucciso-cassonetto/ucciso-cassonetto.html
Forse perché il mercato degli abiti usati rende complessivamente quasi tre miliardi di dollari? E questo fa sì che i poveri che prelevano autonomamente dai cassonetti qualcosa siano dei ladri.

Putin, le politiche dell’UE incoraggiano l’arrivo di migranti

Putin, le politiche dell'UE incoraggiano l'arrivo di migranti

Dichiarazioni a margine di un incontro a Mosca con il Primo Ministro dell’Ungheria Viktor Orban

A margine di un incontro a Mosca con il Primo Ministro dell’Ungheria, Viktor Orban, il presidente russo Vladimir Putin ha affrontato il tema delle migrazioni verso l’Europa.

 

«Se dai il benvenuto ai migranti, con incentivi e altro, i migranti continueranno ad arrivare. Ma sta all’Europa decidere come comportarsi, è tutta una questione politica», ha dichiarato Putin secondo quanto riportato dall’agenzia Ansa.

 

Il presidente russo, interrogato sull’argomento dalla tv ungherese ha poi tracciato un parallelo con le migrazioni verso la Russia: «In Russia – ha aggiunto Putin – vengono migranti da paesi ex sovietici, che sanno il russo, conoscono la nostra cultura ed è più facile che si integrino, mentre in Europa arrivano persone da culture diverse».

 

thanks to: l’Antidiplomatico

Scacco al re

Prima di tutto: tanto di cappello a Di Maio.  Ha colto il momento in cui Mattarella, sotto accusa da giuristi ed osservatori internazionali, dal Wall Street Journal al Washington Post, ha cominciato a farsela sotto seriamente, ed ha teso la mano allo sconfitto e spaventato. DiMaio è riuscito anche  a convincere Salvini – ovviamente tentato dalle elezioni, dove avrebbe  trionfato –   a riprendere il Contratto e il progetto.  Atteggiamento nobile di Salvini. Abbiamo il governo migliore possibile,  data la situazione. Se il professor Savona, col suo caratteraccio,  ha accettato il ministero degli Affari UE, vuol dire che non si sente diminuito, e da quella posizione può sparare altrettanto bene. Quanto al ministro dell’economia, Giovanni Tria,  che dire? Era difficile pescare un personaggio di caratura paragonabile a Savona, e di idee altrettanto chiare. Ci sono riusciti. Ecco uno dei suoi articoli che circola sul web:

Vi spiego la competizione truccata in Europa che favorisce la Germania

30/12/2016

http://formiche.net/2016/12/competizione-truccata-europa-germania/#pq=3FjnfN

(i passi salienti, che copio e incollo dal tweet di “OraBasta”)

“Abbandonare i tabù e prepararsi a soluzioni alternative”:

La Germania trucca la competizione:

Il professor Tria non dice che l’Italia deve uscire dall’euro: dice che è la Germania che deve uscire dall’euro, in perfetto accordo con Savona e Giorgio La Malfa, “eminenti economisti” con cui “concorda in pieno”. .

Salvini all’Interno, e Di Maio al Lavoro, e  nello stesso tempo vicepresidenti del Consiglio a fianco del Ministro Conte, è per me un  segno incredibile di serietà e onestà politica (anche se Riotta, Giannino, Severgnini e la Gruber diranno che sono lì per controllare Conte, il loro fantoccio…) vuol dire che si espongono, mettono la faccia sul progetto.  Nell’insieme, mi sembra il governo più affollato di competenti veri (nessuna Fedeli, nessuna Lorenzin, nessuno Scalfarotto…) che abbiamo mai avuto.

Agli Esteri, Moavero Milanesi:  già ministro  di Mario Monti, servo-atlantista e NATO. Ma bisognava pur acquetare “gli americani”, che a quanto pare non hanno fatto mancare una mano  (coi dazi che colpiscono Berlino, e non solo).

Persino Zingales, l’economista liberista, proclama ormai che occorre scegliere la democrazia, non i mercati :

It’s Time to Choose Democracy Over Financial Markets

The Italian president’s decision to reject an elected government makes neither economic nor political sense.

It’s Time to Choose Democracy Over Financial Markets

Di fronte a questa compagine che si appresta a una difesa dell’Italia nella UE, in una crisi in cui necessiterebbe che tutti, anche le opposizioni, cominciassero ad adottare il  motto “Right or Wrong, My Country”,   ecco che cosa  sente il bisogno di sputare Graziano Delrio, capogruppo del PD, ex ministro:

Dopo 90 giorni e più di 200 mld di danni ai risparmiatori, alle famiglie ed alle imprese Salvini continua a fare il bullo sulla pelle degli italiani. Traditi i loro elettori, i partiti della minoranza pericolosa Lega5-Stelle tengono ancora in ostaggio il paese

Insomma hanno scelto i mercati invece della democrazia, i piddini.  No, siete voi che avete tenuto in ostaggio il paese. Per troppi anni.  Ormai lanciate fake news (200 miliardi di danni!)  dal cesso della storia. Quanto a Berlusconi e alle sue escort, ammutoliti,  non possono nemmeno capire quel che è successo. Se infine decideranno di votare contro un simile governo, firmeranno il proprio status di incapaci circonvenuti.

Juncker: “Gli italiani lavorino di più e siano meno corrotti”

Sorgente: IL GOVERNO MIGLIORE POSSIBILE. Grazie a Di Maio, e a Salvini. – Blondet & Friends

Adesso Savona Premier

DI MARCO GIANNINI

comedonchisciotte.org

Il caos provocato dalla scelta di Mattarella di impedire la formazione del Governo ha avuto un solo risultato: la speculazione del Partito di Davos (Soros e affini) sui nostri titoli di Stato. Nonostante la scellerata dis-informazione italiana drammatizzi, questo scenario era atteso poiché nella finanza il “mercato” si muove cercando di autointerpretarsi.

In altre parole nel momento in cui l’incertezza politica è stata cristallizzata da Mattarella proponendo un Cottarelli (che non dispone di un voto nel paese e soprattutto in Parlamento), tutti gli “operatori di borsa” hanno pensato che tutti gli altri “operatori di borsa” dessero il là alle vendite ed hanno perciò venduto a loro volta (per poi ricomprare quando il TdS rende di più).

Se domani si diffondesse la voce che l’Italia è riammessa a sorpresa ai mondiali di calcio (questione che di economico/finanziario, ipotizziamo, non abbia un bel niente) probabilmente tutti gli operatori penseranno che ciò comporti euforia tra i cittadini e che l’euforia venga interpretata con “adesso sul mercato tutti gli agenti compreranno”; gli operatori quindi reagiranno di conseguenza acquistando cioè realizzando lo scenario previsto (anche se non c’entra niente a livello pratico l’euforia cittadina con azioni, obbligazioni ecc). Questo per farvi capire in base a che meccanismo si muovano gli speculatori (una interpretazione del “Concorso di Bellezza” di Keynes).

I nostri eroi (i giornalisti e gli influencer su internet) non fanno altro che parlare di scenari greci, argentini, venezuelani e chi ne ha più ne metta quando basterebbe essere un po’ “del campo”, non avere agganci coi centri di potere economici-finanziari e coi baronati universitari (che isolano gli accademici onesti) per sapere che la Grecia aveva ed ha un debito verso i paesi esteri estremamente alto rispetto al PIL (e un import di gran lunga superiore all’export visto che vivono di agricoltura e turismo).

L’Italia invece ha una bilancia commerciale molto buona nonostante l’azione nefasta germanocentrica della UE-M e un debito verso paesi esteri inferiore a quello tedesco per non parlare del costante avanzo primario.
Inoltre siamo “too big to fail”.
Il nostro sistema bancario nazionale, che è in possesso di larga parte del nostro debito, ha infatti lanciato il segnale forte e chiaro (da pochi giorni) che “alle cattive” renderanno interna anche la sua parte estera acquistandola (ecco perché è bene rigettare chi vuole “esportare in Germania” il nostro sistema bancario). Una splendida novità.
Il Default quindi non può avvenire, chi lo dice mente.
Non siamo noi italiani ad avere una Deutschbank, pericolosamente esposta in derivati per un tot che vale 5 volte il PIL dell’Europa.

A questo punto il PdR Mattarella dovrebbe fare un passo forte nella direzione dei cittadini: incaricare Paolo Savona come Presidente del Consiglio con l’appoggio già dichiarato di Steve Bannon, uomo ancora oggi vicino a Donald Trump.
Sarebbe un forte segnale di pacificazione.
A tal proposito, proprio ieri, Heather Nauert (Dipartimento di Stato USA, nonché astro nascente della politica statunitense) ha garantito pieno sostegno all’Italia definita “nazione storicamente amica”.
Paolo Savona nel frattempo ha ricevuto la solidarietà di economisti del calibro di Krugman (Nobel), di Fitoussi (il più importante economista della sinistra francese) e di Wolfang Munchau (http://www.libreidee.org/2018/05/munchau-il-piano-di-mattarella-sara-sconfitto-dalla-storia); una volta Premier potrà nominare al Ministero dell’Economia un uomo di fiducia ed agire in modo ancora più incisivo per il nostro paese (il professor Alberto Bagnai ad esempio o il Professor Claudio Borghi).

Il Governo Cottarelli o balneare (che dir si voglia) sarebbe invece umiliante per gli italiani che non vogliono un secondo di più questa gente al potere; stesso dicasi per quanto riguarda un voto ad Ottobre se Matteo Salvini si alleasse di nuovo con Berlusconi: porterebbe indietro le lancette della storia e rimescolerebbe i blocchi sociali/elettorali impostandoli sul solito modello, quello tanto caro al Partito di Davos.

Marco Giannini
Fonte: http://www.comedonchisciotte.org
30.05.2018

Sorgente: Adesso Savona Premier – Come Don Chisciotte – Controinformazione – Informazione alternativa

FINE DELL’EURO: BERLINO HA IL PIANO, NOI NO.

Me lo ricordo, ero in Grecia, l’esultanza popolare per la vittoria del No al referendum: “Abbiamo dimostrato che la democrazia non può essere ricattata”, disse Alexis Tsipras  “Non è una rottura con l’Unione Europea. Chiediamo un accordo per uscire dall’austerity. Vogliamo un’Europa della solidarietà …domani la Grecia andrà al tavolo negoziale con l’obiettivo di riportare alla normalità il sistema delle banche. Vogliamo continuare le trattative con un programma reale di riforme, ma con giustizia sociale”.

L’entusiasmo popolare crollò quando Mario Draghi fece mancare la liquidità ai Bancomat. Un atto criminale, perché se c’è un obbligo fondamentale per una banca centrale, è appunto di non far mancare la liquidità corrente. Ma Mario Draghi, e tutti gli altri membri dirigenti della BCE, non possono essere chiamati in giudizio, imputati  in alcun modo. Hanno preteso ed ottenuto dai nostri politici di essere esenti dal diritto penale e civile.  Questa è l’Europa:  dove  una istituzione non eletta, di banchieri che commettono (e l’abbiamo visto) errori enormi ed esercitano atti politici criminali e inumani per  terrorizzare l’opinione pubblica affamandola, non devono  rendere conto a  nessuno.

Ora, Draghi e il board BCE  (e i tedeschi che già studiano come uscire dall’euro, mentre a noi è vietato)  stanno sicuramente soppesando se usare il terrore del Bancomat senza soldi,  per cambiare il voto dei risparmiatori italiani, facendoli votare “giusto”.  Non c’è dubbio che il membro tedesco Weidmann lo voglia fare:  ha spesso invocato che l’Italia paghi più interessi sul debito pubblico, ossia che vada in bancarotta, che le sia tolto  l’appoggio della banca centrale  col quantitative easing  – anche sapendo che essendo l’Italia grossa, trascinerebbe con sé anche la Germania: ma per il tedesco si tratta di tenere il punto costi quel che costi. Punire i colpevoli, insolenti e mendicanti arroganti, è un fine morale che vale ogni sacrificio.

Quindi  prevedo che  l’attuale entusiasmo patriottico  possa spegnersi molto presto in Italia e tramutarsi in rivolta contro i “populisti”, che le oligarchie provvederanno (hanno tutti i media in mano) a  bollare come gli irresponsabili che hanno rovinato i nostri risparmi. Lo stanno già facendo.

Una “profezia” di Borghi (2011, golpe di Monti)

Ora,  la BCE ha il gioco facile, perché l’Italia è sotto perfusione: è la BCE, non i mercati, che comprano i  nostri Buoni del Tesoro a tassi  minimi.  Già esponenti tedeschi dalla BCE hanno indicato  come data  per cominciare ad alzarei tassi, giugno. Basta la decisione (insindacabile) di alzarli, per rovinarci.

Questo, perché le nostre banche hanno una falla  che le espone: sono strapiene di Buoni del Tesoro. Più di tutte le altre banche europee, hanno “investito”, se così si può dire, in titoli di Stato.

Non l’hanno  fatto per patriottismo. L’hanno fatto perché la recessione gravissima in corso da 10 anni, ha fatto perdere loro l’abitudine di fare prestiti e fidi alle attività produttive, cosa per cui “hanno perso la tecnica, il saper  fare, il gusto”. Oltretutto, sono titoli che la BCE compra, e loro ci fanno un guadagno.

Ma soprattutto perché  – per le regole sovrannazionali stilate dalla BRI (Banca dei Regolamenti Internazionali)  “i debiti sovrani sono ritenuti assolutamente senza rischi” –  e quindi nella ponderazione della loro sicurezza,  le banche commerciali possono detenere “qualunque quantità di debito sovrano senza  aver bisogno di  disporre la minima riserva a fronte di questo attivo di bilancio”. Anzi sono gli stessi BTP in qualche modo la  preziosa riserva, il capitale “più sicuro” (Tier-1, nel gergo)  che detengono  le banche.

Quasi tutte le  nostre banche hanno BTP  oltre il 100%  del loro Tier-1. E questo, ci dicono, non va. Le  rende esposte.

Ma chiedetevi: come mai la BRI e tutti gli altri regolatori mondiali, ritengono i “titoli sovrani assolutamente senza rischi” tanto da non aver bisogno di accantonare riserve per il rischio d’insolvenza? Perché questa è la condizione di un paese sovrano che la  sua banca centrale: non può fallire. La sua banca centrale può sempre stampare i soldi per “onorare” il suo debito, trasformando il rischio in inflazione. Certo, può fare troppa inflazione; deve  stare attento a non finire nell’iper-inflazione, ma formalmente uno Stato sovrano non fallisce mai.

Ma questa non è più la condizione  da quando siamo entrati nell’euro, e abbiamo perso la nostra sovranità; soprattutto dal momento in cui il banchiere centrale tedesco sfida ogni giorno i mercati a chiedere per in nostri BTP molti più interessi, propagandando che l’Italia è insolvente. Ed è anche vero, dato che non possiamo stampare moneta.

L’errore – o la furba equivocità   –  però è della regolamentazione vigente: che ritiene ancora i titoli europei  rivestiti della sicurezza “sovrana”, come in passato, mentre adesso  i titoli pubblici, in Unione Europea,  sono diventati  obbligazioni private, come quelle di una qualunque ditta. Che deve “rientrare  dal debito”, mentre  uno stato non ha questo obbligo, ma può rinnovarlo  indefinitamente.

Dunque le banche italiane sono strapiene di attivi che la BRI ritiene  senza rischi, tanto da considerarli come oro sonante  o quasi (Tier-1)  senza obbligo di accantonare riserve, mentre la stessa  BRi esorta le banche a liberarsi di questi titoli, perché ne hanno più del 100 per cento del Tier-1, ossia li mette a rischio; e la Bundesbank invoca su essi la punizione dei “mercati”.  Capite l’assurdità? Una assurdità intellettuale, anzitutto. Scientifica. L’Unione Europea è piena di queste assurdità intellettuali. La zona euro, è l’assurdità  per definizione.  Ma i nostri poltiici hanno accettato a nome nostro tutte queste assurdità e ambiguità, legandoci mani e piedi, senza discuterle.

A  questo punto, è chiara la situazione in  cui ci hanno messi i nostri politici da trent’anni in qua: nelle mani di un’istituzione bancaria insindacabile e impunibile, che ci tiene sotto perfusione perché possiamo “servire” il debito.

Ferber rivela il progetto: loro sono già pronti all’uscita dall’euro.

Questa perfusione sta per finire? Così premono i tedeschi, desiderosi di vederci fallire e di espellerci dalla  zona monetaria con atto di autorità. Basta molto meno, basta che Draghi  aumenti i tassi, e le banche italiane cadono in crisi: e allora, grazie al  fatto che i nostri politici hanno ratificato il  “bail in” per il loro salvataggio,  le normative europee  consentono alle banche di saccheggiare i depositi dei risparmiatori. Vi saccheggeranno. Volete ribellarvi? E come? Con quali forze? Possono agire manu militari. E dove è l’esercito italiano che ci potrebbe difendere? Dove lo Stato che si oppone  nelle sedi europee, se la Germania ha già deciso e preparato il piano di uscita (per noi), mentre noi semplicemente ne parliamo – all’italiana – nelle risse dei talk show?

Attenzione a quel che ha detto il deputato europeo CSU Markus Ferber:   “Lo scenario peggiore sarebbe quello dell’insolvenza dell’Italia. Poi la troika dovrebbe invadere Roma e prendere in mano il ministero delle Finanze”, perché “”Il debito italiano è aldilà delle nostre capacità europee”.

Queste non sono parole a vanvera, come quelle dei nostri talk shows. Questo è il progetto che hanno evidentemente messo a punto. Siccome l’Italia ha innescato lo scollamento dell’euro, che sarà inevitabile, i tedeschi hanno pensato a come uscirne compensando i danni loro con il saccheggio nostro.

Noi  – noi come popolo – litighiamo sull’uscire o no dall’euro; siamo pronti ad avventarci l’uno contro l’altro, in una guerra civile (la sola in cui diventiamo volentieri guerrieri feroci); per adesso, ci  battiamo a parole:  i servi dell’oligarchia si rallegrano di aver sbarrato il passo all’uomo che “di nascosto aveva il piano B” che “avrebbe distrutto i nostri risparmi”; i vari “sovranisti” e populisti rivendicano di aver riconquistato la democrazia, di avere il mandato del popolo; al tedesco che dice “i mercati vi insegneranno per chi votare”, rispondono a testa alta che non osino, loro i barbari,  insultare noi che siamo i nipoti di Giulio Cesare, dell’Impero Romano….parole. Solo parole e nessuna preparazione al peggio. Pensando che l’euro ci sarà ancora domani. Invece i tedeschi si sono già preparati.

L’Otto Settembre 2.0

E’ esattamente la situazione dell’8 Settembre. “La guerra continua”, diceva il disco lasciato a Roma del governo fuggiasco: parole, ma i tedeschi, silenziosamente, avevano già occupato le posizioni e cominciato a neutralizzare, disarmare, internare (o fucilare) le nostre patetiche truppe mal calzate e malvestite, rimaste senza ordini, senza capi, senza capire chi è l’amico e chi è il nemico.

Le parole dell’eurodeputato Ferber dicono esattamente qual è il loro  progetto, già messo a punto.  Con l’uscita dall’euro, la Germania si troverà una valuta nazionale (non escludo che l’abbia già stampata) rivalutata del 20-30 per  cento: un trauma mortale per il suo export.  Il loro progetto èd  di compensare la perdita, enorme, mettendo le mani sul nostro Tesoro.

Vogliono, a farla breve, recuperare a nostre spese il loro Target-2. Quel “debito” contabile che noi idioti parolai, guidati da idioti parolai, abbiamo accumulato verso la Germania.

Per chi sa di più, consiglio l’articolo di M. Minenna  (Consob)  sul Target 2:

https://www.glistatigenerali.com/euro-e-bce_germania/i-saldi-target2-euro-non-e-piu-irreversibile/https://www.glistatigenerali.com/euro-e-bce_germania/i-saldi-target2-euro-non-e-piu-irreversibile/

Per semplificare: ogni volta che un italiano ha comprato una Mercedes o una Polo, ha pagato coi soldi suoi, ma questo viene contabilizzato come un deflusso di capitale dall’Italia alla Germania, i soldi partiti dall’Italia sono accreditati al sistema bancario tedesco. Per i tedeschi, ciò indica che ci hanno fatto credito perché comprassimo le loro Mercedes. Finché c’è l’euro, il  credito non viene reclamato: ma adesso, spaccandosi l’euro, lo reclameranno  manu militari. Il Target-2 non  è dovuto solo alle Mercedes che i nostri ricchi hanno acquistato; rappresenta anche una fuga di capitali dal Sud al Nord  verso investimenti “sicuri”; è un segno dell’imperfezione della  zona monetaria. Ammonta  900 miliardi,  e per l’Italia, a 440. di passivo.

Noi siamo sotto. Loro sopra.

E’ una odiosa anomalia, che una banca centrale vera avrebbe dovuto correggere, e non l’ha fatto perché alla Germania conveniva accumulare un “credito” su quelli che riempiva del suo “export”, un export parimenti mostruoso e destabilizzante.

E’ quello il Tesoro  a cui Farber dice che la Germania dovrà riprendersi, scatenando la Troika perché “invada  Roma”, “prendere in mano il ministero delle Finanze” e svuotare i depositi delle nostre banche. Senza dimenticare la grande riserva d’oro italiana: che non è in proprietà del Tesoro ossia dello Stato, perché i nostri politici idioti e criminali, l’hanno data a Bankitalia – dopo averla privatizzata, ovvio. E’ Bankitalia – privata, posseduta dalle banche –  che ne è padrona legale. Essa obbedisce alla BCE, mica allo Stato italiano (Anche ammesso che avremo uno Stato).  Assoggettati come vogliono gli “anti-sovranisti” alle “normative europee”, i tedeschi avranno tutto il “diritto” europeo di compensarsi riscuotendo il loro “credito” di 440 miliardi, appena decidono (loro) di farci uscire dall’euro per espulsione.

E noi? Possiamo difenderci. Lottare.  Prendere le armi. Con quale esercito? E poi, saremo troppo occupati a spararci addosso nella nostra cara guerra civile  (e i media italiani ci diranno: vedete cosa  succede a voler uscire dall’euro).

Sorgente: FINE DELL’EURO: BERLINO HA IL PIANO, NOI NO. – Blondet & Friends

E’ Lo Spread di Mattarella, Si Deve Dimettere. Lo chiede l’Europa. Lo chiedono i mercati.

2018-05-29.png

“Lo spread a 260…è evidente che nessuno vuole che andiamo al governo”, afferma il leader della Lega, Matteo Salvini, a Radio Anch’io, su Radio Rai 1. “Chiedete a Mattarella”, ha poi aggiunto Salvini al termine della riunione con i gruppi della Lega a Montecitorio risponde a chi gli chiede di commentare lo sfondamento dello spread oltre quota 300. “Fosse per me – dice – ci sarebbe un governo in carica. Hanno scelto altrimenti per rassicurare i mercati, non mi sembra ci stiano riuscendo…”.

“Lo spread oggi è schizzato oltre i 300 punti: non accadeva da 4 anni. Il problema non eravamo noi, non era la nostra squadra di ministri, ma l’incertezza che oggi regna sovrana. Se il Governo del Cambiamento fosse partito, oggi avremmo un governo politico”, ha detto il leader M5s Luigi Di Maio in un post.

Sorgente: E’ Lo Spread di Matttarella, Si Deve Dimettere – Blondet & Friends

Thanks to: ANSA

COTTARELLI FARA’ LA PATRIMONIALE. E COS’ALTRO?

Dispiace  ricordare le scoperte dell’acqua calda ma può esserci chi ancora non ha capito.

Cottarelli, vecchio apparatchik del Fondo Monetario,  al governo non avrà la maggioranza in parlamento? A lorsignori non importa nulla.

Si governa per decreto, come del resto ha già fatto abbondantemente Renzi. Cottarelli emana un decreto e Mattarella lo firma.

Quel che conta è che un governo golpista andrà ai vertici internazionali e agli eurogruppi europei, a prendere gli ordini ed applicarli.  Sarà questo governo a “portare il paese alle elezioni”, che forse non verranno mai.

Conta ancora di più, il governo “farà le nomine” in scadenza, mettendoci suoi scherani e servi di obbedienza piddina. Sono 350 nuove nomine in 79 enti di sottogoverno: sono qui i veri vasi della marmellata di partito e di potere, i serbatoi dei miliardi che stanno fuori dalla vista del grande pubblico, i distributori di potere, poltrone, gettoni di presenza, clientele.  Il Deep State italiota.

La Cassa Depositi e Prestiti, che gestisce i risparmi postali degli italiani ed è controllata per l’83% dal Ministero Economia e Finanze e per il restante 17% da una pluralità di fondazioni bancarie, è un condominio Massoneria-Partito Democratico da sempre. Ciò perché non solo ha un patrimonio consolidato  35,7 miliardi,  ma è  capace di mobilitare attività totali per 410 miliardi di euro. Il PD l’ha usata per “salvare” imprese  cui teneva, per le sue clientele, come finanziatore-tappabuchi.

Le  mani del PD sul Deep State  (e i soldi pubblici)

Adesso a maggio, in Cassa scadono  banchieri Claudio Costamagna (presidente) e Fabio Gallia (amministratore delegato), nominati entrambi da Matteo Renzi.

Cottarelli, governo senza maggioranza, farà le nomine del nuovo consiglio d’amministrazione della RAI, la cui importanza come strumento di potere e diffusore del Verbo totalitario non sfuggirà a nessuno: un altro gire per le Goracci e Berlinguer a 200 mila l’anno;  a Leonardo-Finmeccanica (12 miliardi di euro), Sogei (la grossa informatica dello Stato), Arexpo SpA ed altre entità meno note  (ma piene di soldi e posti da distribuire) direttamente controllate dal Ministero. Poi ci sono le controllate indirettamente:

Ferrovie dello Stato (tra cui l’amministratore unico di Anas Concessioni Autostradali S.p.A.), Poste Italiane (specificamente, il consiglio d’amministrazione i Poste Welfare Servizi S.r.l. e i collegi sindacali di: Consorzio Logistica Pacchi S.c.p.a., Europa Gestioni Immobiliari S.p.A. e Postel S.p.A), Sogin. Tutti i vertici dell’ENEL, gruppo con sei società, dell’Eni ( 10 consigli d’amministrazione  e 5 collegi sindacali a Eni Fuel, Eni Progetti, Servizi Aerei Spa, eccetera). Questo solo per elencare le più importanti.

Questo è il Deep State italiano, che Cottarellia affiderà al partito che ha perso le elezioni.

Ma soprattutto, Cottarelli  è lì per fare la patrimoniale, il prelievo straordinario sui patrimoni degli italiani. Weidmann (Bundesbank) non fa che ripeterlo in tutte le sedi: voi italiani siete più ricchi di noi, avete risparmi e patrimoni per centinaia di miliardi – usateli per ridurre il vostro debito pubblico.

Il Parlamento lo boccerà? Ma mai, mai in Italia è occorso un voto parlamentare, mai una discussione in aula,per taglieggiarvi veramente. Quando Giuliano Amato operò il prelievo forzoso sui conti correnti lo fece “nella notte tra il 9 ed il 10 luglio 1992 operò un prelievo forzoso ed improvviso del 6 per mille su tutti depositi bancari. Un decreto legge di emergenza l’autorizzava a farlo: in quel provvedimento, varato mentre i mercati si accanivano sulla Lira  (l’attacco di Soros, che costrinse poi Amato a farci uscire dal serpente monetario) erano state inzeppate alla rinfusa misure le più svariate. Dall’aumento dell’età pensionabile alla patrimoniale sulle imprese, dalla minimum tax all’introduzione dei ticket sanitari, dalla tassa sul medico di famiglia all’imposta straordinaria sugli immobili pari al 3 per mille della rendita catastale rivalutata. Prelievo sui conti correnti e Isi fruttarono insieme 11.500 miliardi di lire. L’imposta straordinaria sugli immobili, nella migliore delle tradizioni italiane, perse subito il prefisso “stra”  per diventare una gabella ordinaria: l’imposta comunale sugli immobili, ovvero  l’Ici”.

http://www.wallstreetitalia.com/nella-notte-tra-il-9-e-il-10-luglio-1992-giuliano-amato/

Il divorzio Tesoro-Bankitalia non fu discusso alle Camere

Del resto anche la più fatale e grave decisione di politica economica   nella storia dell’Italia repubblicana, il “divorzio” fra Tesoro e Banca d’Italia, avvenne scavalcando totalmente le Camere. Mai fu discusso e dibattuto. Semplicemente, il ministro del Tesoro (Beniamino Andreatta) e il governatore della banca centrale (Carlo Azeglio Ciampi) si scambiarono fra loro due la lettera con cui liberarono la Banca d’Italia dall’acquisto dei titoli  invenduti di debito pubblico italiano. Naturalmente tutto ciò era perfettamente “legale”, come   lo è l’ultimo atto di Mattarella. Persino il ministro delle Finanze, che era Rino Formica, non era d’accordo e alzò la voce: Andreatta lo  descrisse come “ossessionato dall’ideologia della crescita ad ogni costo e del pieno impiego, grazie a bassi interessi e cambio debole”, ossia svalutazione. Di questo cruciale scontro fra due ministri, tutto quel che passò sui media fu  “la lite delle comari”, il Parlamento non se ne occupò. Poi Rino Formica è stato perseguito per tangenti, da cui è stato assolto 17 anni dopo con formula piena. Si può sempre affidarsi alla magistratura, nei passi decisivi della demokràzia.

Nessuno oggi è più ossessionato dall’ideologia della crescita e del pieno impiego.  Il rapporto debito-pil è  così aumentato, dal 60% al 120.

Cottarelli farà  patrimoniale, tagli,  austerità di ogni genere.  Come chiede l’Europa. Ovviamente, con il risultato –  già comprovato dalle austerità di Monti e Renzi – di avvitare l’Italia, e poi l’Eurozona, in una “spirale recessiva senza uscita”

Il motivo lo ha spiegato Alberto Bagnai in un dotto articolo del 2011.

https://goofynomics.blogspot.it/2011/11/i-salvataggi-che-non-ci-salveranno.html

Ne diamo qui il passo essenziale:

Del resto, supponiamo che i paesi periferici adottino le strategie di rigore proposte: combattendo questa battaglia perderebbero in ogni caso la guerra. Infatti, se le politiche di “tagli” non riuscissero a incidere sul differenziale di inflazione  [l’ìinflazione interna alla zona euro, dove la Germania ha la più bassa. I paesi che l’hanno più alta vedono la loro competitività diminuire,ndr.] , i sacrifici sarebbero vani, perché persistendo lo squilibrio esterno proseguirebbe l’accumulazione di debito privato (a fronte di riduzioni del debito pubblico rese modeste dal rallentamento della crescita, e vanificate periodicamente dalla necessità di salvare la finanza privata). Ma anche se i tagli avessero successo, riportando l’inflazione dei paesi periferici in linea o leggermente al di sotto di quella della Germania, la risposta tedesca non si farebbe attendere: ulteriori ribassi competitivi dell’inflazione, come sperimentato anche nel passato recente (vedi sempre il lavoro di Cesaratto), e così via. L’eurozona si avviterebbe in una spirale recessiva senza uscita. E questo i mercati lo intuiscono benissimo: ecco perché sono così nervosi. 

Attenzione: sono tutte cose che Cottarelli sa benissimo. Non si illude affatto che applicando le regole di Berlino, stia aiutando il Paese.  Qui  c’è un video in cui Cottarelli dice  “con strategia €xit, conviene antagonizzare UE, fare più deficit e farci spingere fuori” – insomma le stesse idee di Paolo Savona.

In un altro video, dice: “siamo entrati nell’Euro pensando di (…) avere più inflazione che in Germania e questo ci ha fatto perdere competitività. Siamo entrati troppo presto, forse non avremmo dovuto entrare….”

Allora perché accetta di raschiare il fondo del barile italiano per ridurci alla più completa rovina? Per il potere, è una risposta possibile: il Pd non può stare lontano dalla Cassa Depositi e Prestiti, dalle decine di milioni a disposizione insindacabile dalla presidenza del  consiglio  (ricordate, l’UNAR a difesa degli lgbt  è finanziato  con  quei milioni), non può ovviamente rinunciare al possesso della Rai.

Un’altra risposta è  la punizione che pende sui disobbedienti. “Abbiamo qualche strumento di tortura”; come ha ridacchiato Juncker.  Una minaccia abbiamo intravisto, rivolta al possibile governo Salvini-Di Maio: “L’intelligence tedesco –  diceva il dispaccio da Berlino – non collaborerà per la sicurezza con un governo anti-UE”, non condividerà con esso le informazioni di intelligence. Sul terrorismo islamico, ad esempio.

Se serve a lorsignori, avremo il nostro Bataclàn.

Frattanto, le ONG hanno ripreso a sacricarci 1500 africani al giorno dalle loro navi.

Frattanto, la Mogherini, residuo tossico di un governo caduto e comunque illegittimo, ha firmato l’estensione delle sanzioni alla Siria e al suo popolo.

Nell’attuale contesto internazionale, un altro atto di guerra contro la Russia.

Il rinnovo arriva nonostante le urgenti richieste da parte della società civile siriana di revocare le sanzioni per consentire al paese di ricostruire. Così, i leader delle chiese cristiane hanno sottolineato che le sanzioni stavano guidando i siriani a fuggire a causa della mancanza di prospettive economiche. Il presidente russo Vladimir Putin ha anche invitato la visita del cancelliere Merkel a Sochi per chiedere all’UE di porre fine alle sue sanzioni al fine di rafforzare la popolazione civile.

Una dichiarazione del Consiglio dell’UE afferma: “Di fronte alla continua repressione della popolazione civile, l’UE ha deciso di mantenere le sue misure restrittive nei confronti del regime siriano e dei suoi sostenitori, in linea con la strategia dell’UE per la Siria

Sorgente: COTTARELLI FARA’ LA PATRIMONIALE. E COS’ALTRO? – Blondet & Friends

UE: Un Nazismo Senza Militarismo

DI PAOLO SAVONA

sollevazione.blogspot.it

«L’Italia è in una nuova condizione coloniale…. siamo in presenza di un fascismo senza dittatura e, in economia, di un nazismo senza militarismo».
(Paolo Savona)

Presentiamo ai lettori alcuni significativi stralci del libro di Paolo Savona “Come un incubo come un sogno” (Rubbettino) in libreria nei prossimi giorni. Sarà chiaro perché gli euroinomani lo detestano e Mattarella non vuole nominarlo ministro.

Risultati immagini per "Come un incubo come un sogno"

COME CI FICCAMMO NEI GUAI…

«Il mancato perseguimento degli obiettivi conduce a uno stato permanente di tensione all’interno dell’Europa per le ingiustizie che implica: i cittadini non sono tutti uguali nei diritti, ma solo nei doveri. L’esprit d’Europe si attenua e vengono meno le componenti sociali della pace, la vera forza che ha
trainato all’inizio l’idea di Europa. I motivi di questa situazione sono due: l’unione non era ancora maturata nella coscienza dei popoli europei finendo con il peggiorarla per le cattive performance registrate nei momenti di crisi e perché le istituzioni create confliggevano con gli obiettivi. La scelta fu decisa da un’élite che procedette illudendo il popolo con le promesse contenute nell’articolo 3 riportato. Per l’euro, invece, la volontà delle élite divergeva e fu necessario un compromesso che assegnò compiti limitati all’eurosistema e condusse a una sua nascita prematura rispetto all’indispensabile unione politica. Le preoccupazioni erano dovute al fatto che l’assegnazione di poteri più ampi alla Banca centrale europea non avrebbe garantito un’inflazione contenuta e poteva condurre a una mutualizzazione dei debiti pubblici, entrambi aspetti che la Germania non intendeva accettare. Fu un atto di debolezza dovuto alla fretta».

ITALIA COLONIA (TEDESCA)…

«Al di là dei difetti in materia “economica”, i modi in cui l’Ue è nata, con poca preparazione dei cittadini europei e in assenza di un referendum in molti dei paesi firmatari, sono la manifestazione più chiara della filosofia politica più ingiusta e pericolosa per l’affermarsi della democrazia: quella che gli elettori non sanno scegliere, mentre sarebbero capaci di farlo per loro conto solo gruppi dirigenti “illuminati” che, guarda caso, coincidono con quelli al potere. Tra questi Paesi vi è l’Italia, dove la Costituzione decisa dai padri della Repubblica contiene la più chiara violazione del principio democratico, quello che i trattati internazionali non possono essere oggetto di referendum. Conosciamo le origini di questa grave
limitazione, ma esse non valgono più dalla caduta del comunismo sovietico; torna comodo tenersi la proibizione per imporre la volontà dei gruppi dirigenti economici e politici. Posso testimoniare personalmente che i sostenitori del Trattato di Maastricht, in particolare per quanto riguarda la cessione della sovranità monetaria, erano coscienti dei difetti insiti negli accordi firmati, ma la sfiducia che essi avevano maturato sulla possibilità di collocare l’Italia nel nuovo contesto geopolitico hanno indotto il Parlamento a seguire i loro consigli, compiendo un atto che sarebbe potuto essere favorevole al Paese se l’assetto istituzionale dell’Ue avesse condotto a un’unione politica vera e propria e non avesse i gravi difetti di architettura istituzione e di politeia indicati…Poiché l’unione commerciale e monetaria non ha condotto all’unione politica come sperato, questi gruppi dirigenti ci hanno lasciato un’eredità negativa che, sommandosi ai difetti culturali e politici del Paese, fa scivolare l’Italia in una nuova condizione coloniale, quella stessa sperimentata dalla Grecia».

FASCISMO SENZA DITTATURA…

«L’Italia era impreparata nel 1992 ed è ancor più impreparata oggi, per le difficoltà che si sono accumulate e perché ha capito con quali compagni di strada si è messa. Non accuso la sola dirigenza italiana della scelta errata, ma anche quella europea, che era ben conscia, anche spingendosi oltre la realtà fattuale, che l’Italia non fosse preparata per stare nella moneta unica così come era stata concepita. Nella riunione del 24 marzo 1997, tenutasi a Francoforte, l’Italia era fuori dall’euro, nonostante Ciampi, ministro del Tesoro del governo Prodi, avesse varato il 30 dicembre precedente una manovra fiscale di 4.300 miliardi di lire, imponendo quella che è ricordata come “eurotassa” per rientrare nei parametri fiscali concordati. L’Italia aveva chiesto inutilmente di prorogare l’avvio dell’euro, ma la Germania si oppose. Un anno dopo, il 28 marzo, l’Italia venne accettata nel gruppo di testa dei Paesi aderenti all’euro. Non si conosce che cosa sia esattamente successo nel corso di quell’anno; forse ha contato l’impegno della diplomazia monetaria, dove la Banca d’Italia svolgeva un ruolo importante, o forse il fatto che, fatti bene i calcoli, i Paesi-membri hanno compreso che, tenendoci fuori, avrebbero patito la nostra concorrenza sul cambio e, accettandoci, avrebbero bardato il nostro sviluppo. Ora la nuova sovranità da espugnare è quella fiscale con le stesse modalità che hanno ispirato la cessione della sovranità monetaria, ossia secondo una visione di parte, pregiudiziale, del suo funzionamento, accompagnata dalla solita dichiarazione che servirebbe a migliorare il benessere generale. Essa non sarebbe un passo verso un’unione dove i cittadini godono degli stessi diritti ma per consentire una buona performance dell’euro e del mercato unico che causa una divisione tra essi. L’uomo al servizio delle istituzioni e non viceversa, una concezione sovietica dietro il paravento della liberaldemocrazia. Semmai si decidesse di farlo — e i gruppi dirigenti italiani, la stessa cultura accademica prevalente sono pronti ad accettarlo — si rafforzerebbero ancor più le forme di coordinamento obbligatorio, di tipo burocratico, diminuendo quello spontaneo garantito dal mercato unico creato con gli Accordi di Roma del 1957. Il problema dell’Ue non è l’autonomia delle sovranità fiscali nazionali, peraltro già vincolate dai parametri di Maastricht e rafforzate con il fiscal compact, ma l’assenza di un’unione politica in una delle forme conosciute di Stato. Spiace doverlo evidenziare, ma, cavalcando l’ideale elevato di porre fine alle guerre tra Paesi europei, non potendo procedere per via politica, i gruppi dirigenti hanno deciso di seguire una soluzione dove i principi democratici non hanno accoglienza. La conseguenza di questa scelta ha i contenuti di un fascismo senza dittatura e, in economia, di un nazismo senza militarismo».

SE QUALCOSA NON FUNZIONA SI CAMBIA…

I gruppi dirigenti apprezzano l’inversione dei rapporti di forza favorevole che l’Ue stabilisce tra loro e il popolo, in particolare i lavoratori, con i media che esaltano quasi quotidianamente “le magnifiche e progressive sorti” dell’Unione europea per il Paese, anche se esse non emergono dalla realtà. L’enigma (peraltro di facile soluzione) è a quale parte del Paese si riferiscono? Purtroppo la risposta è quella parte che già sta bene e sa difendersi, essendo in larga maggioranza. Siamo tornati indietro di secoli nelle conquiste raggiunte nella convivenza civile democratica. Poiché una politica monetaria comune non si adatta a tutte le esigenze o condizioni di fatto dei Paesi che aderiscono alla moneta unica, l’aggiustamento dovrebbe essere attuato con adeguate politiche fiscali, le quali, come si è ricordato, sono restate nelle mani dei singoli Paesi, ma sono vincolate da limiti ben precisi posti ai deficit del bilancio pubblico e al livello del debito sovrano sul Pil. Soprattutto per i Paesi, come l’Italia, che fin dall’inizio avevano una posizione squilibrata rispetto a questi due parametri fiscali (oltre il 7% nel deficit di bilancio e oltre il 100% nel rapporto debito pubblico/Pil), gli spazi per queste politiche sono di fatto attribuiti in modo asimmetrico, positivi per chi rientra nei parametri concordati, negativi per gli altri. L’ingiustizia è innata negli accordi (…) Non c’è verso di convincere i leader dell’Unione europea di seguire il principio di Franklin Delano Roosevelt che se qualcosa non funziona, si cambia. Ma il cambiamento richiede preparazione scientifica, fantasia creatrice e coraggio per intraprenderlo. Nell’Ue le forze della conservazione prevalgono. La storia economica brevemente percorsa suggerisce che è necessario mutare le politiche riguardanti gli investimenti, soprattutto pubblici, e la tutela del risparmio operando sui tassi dell’interesse e sul rischio, nonché il funzionamento del sistema monetario internazionale ed europeo, affrontando con adeguate politiche i divari di produttività tra aree geografiche, settori produttivi e dimensioni di impresa. Se non lo fa, la società prima o dopo si vendicherà, seguendo i movimenti di protesta non perché siano preparati ad affrontare il problema, ma solo perché insoddisfatti delle politiche seguite dai partiti tradizionali».

IL RISCHIO CHE ARRIVI LA TROIKA…

«Non ho mai chiesto di uscire dall’euro, ma di essere preparati a farlo se, per una qualsiasi ragione, fossimo costretti volenti o nolenti (il piano B da me invocato). Ritengo che uscire dall’euro comporti difficoltà altrettanto gravi di quelle che abbiamo sperimentato e sperimenteremo per restare. Il problema consiste nel fatto che non abbiamo né piano A, né B. Il piano A dell’Italia è quello della Ue con le conseguenze indicate. Ho il timore che il piano B sia quello di consegnare la sovranità fiscale alla “triade” (Fmi-Bce-Commissione) se le cose peggiorano, infilandoci nella soluzione greca. Il Paese è in un vicolo cieco. Le autorità hanno il dovere di approntare e attuare due diversi piani, quello necessario per restare nell’Ue e nell’euro, e quello per uscire se gli accordi non cambiano e i danni crescono. Invece si insiste nella loro inutilità essendo l’euro irreversibile e si è disposti a pagare qualsiasi costo pur di stare nell’eurosistema. La prima dichiarazione viene fatta a voce alta, la seconda raramente, ma viene comunque pensata dagli ideologi dell’Ue e dell’euro, ben sapendo che questo costo non verrebbe pagato da loro, ma da una minoranza, sia pure di dimensione significativa».

Paolo Savona
Fonte: http://sollevazione.blogspot.it
Link: http://sollevazione.blogspot.it/2018/05/un-nazismo-senza-militarismo-di-paolo.html
26.05.2018

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