Quando gli USA usavano la bomba atomica contro i propri stessi cittadini!

 

Il portale svizzero di informazione progressista, sinistra.ch, riporta un interessante articolo scritto da Vittorio Zucconi sul quotidiano ‘La Repubblica’ nel 1993

da sinistra.ch

Riportiamo, ritenendolo interessante nel contesto di tensione sulla penisola coreana, questo articolo di Vittorio Zucconi, uscito sul quotidiano italiano “LaRepubblica” il 21 giugno 1993.
LAS VEGAS – Era il 1951 e tutti nel mondo dormivamo il sonno della ragione, rimboccati sotto la coperta nucleare della Guerra Fredda. Dormiva anche Martha Laird, in una notte di quel 1951. Una giovane mamma di 26 anni addormentata accanto al marito, ai due figli piccoli, alle sue pecore e ai suoi cavalli nelle colline del Nevada a ovest di Las Vegas, in un villaggio minuscolo chiamato Twin Springs, sorgenti gemelle.

“Ci svegliò un lampo di luce che ci scaldò il viso come se il sole fosse esploso davanti alla finestra” racconta adesso. “Dopo qualche secondo sentimmo arrivare da lontano il ruggito, come di un terremoto. La casa cominciò a tremare, le finestre si sbriciolarono, la porta volò via come un vecchio giornale. I bambini piangevano. Mio marito e io ci stringemmo uno all’altra, fino a quando il rombo si calmò e il sole di notte si spense. Non capimmo niente”.

Cominceranno a capire più tardi, quando il bambino più grande si ammalò di leucemia, il più piccolo di cancro alle ossa, il marito al pancreas e il neonato che Martha portava in sè nacque prematuro, di sei mesi, “con due strane appendici nere e contorte che gli penzolavano sotto la pancia, al posto delle gambe”. Visse cinque ore prima di morire anche lui, come i fratelli, come il padre, come i puledri deformi usciti dal ventre delle giumente che galoppavano via con gli occhi da matte, come se avessero paura di quel che avevano partorito. “Allora non sapevamo di essere i ‘downwinders’, il popolo-cavia che viveva ‘sottovento’ rispetto agli esperimenti nucleari nel poligono atomico del Nevada” dice Martha.

Ora, 40 anni dopo, lo sanno. Lo sa anche il governo americano che ha versato pochi giorni or sono a questa donna, e a migliaia di ‘sottovento’ come lei, 50 mila dollari a testa, per “risarcimento danni da radiazioni” secondo una legge finanziata con un fondo speciale voluto da Clinton di oltre 200 miliardi di lire annui.

Soltanto oggi, dopo anni di querele, cause, processi, inchieste e soprattutto morti orribili su morti orribili, la verità sulla guerra segreta condotta contro il popolo dei “Sottovento” comincia a venire a galla, sciolta dall’omertà della Guerra Fredda. Le 104 bombe all’idrogeno fatte esplodere all’aria aperta nel deserto del Nevada fra il 1951 e il 1963, quando Kennedy firmò la messa al bando degli esperimenti atmosferici, e poi le oltre 800 detonate nelle caverne sotterranee fino a ieri hanno fatto più vittime di Chernobyl, qui nell’enorme regione fra l’ Arizona, lo Utah e il Nevada coperta dalla nuvola del ‘fallout’ nucleare.

Il loro numero esatto è ancora un segreto di Stato. Forse 50 mila, come in Vietnam. Eppure Clinton sta meditando di autorizzare altri quattro test nucleari, entro il 1996. Come tutto quel riguarda l’atomo, anche di questo orrore non v’ è segno visibile altro che nelle conseguenze. Bisogna cercare gli effetti nella famiglia Laird, distrutta dalla ricaduta della bomba ‘Harry’ (ogni esperimento aveva un suo nome, Harry, Bob, Frank, John, per umanizzarlo. Anche quella che distrusse Hiroshima era detta simpaticamente ‘Fat Boy’, ciccione).

L’impronta di quella guerra interna sta nei 100 mila indiani della nazione Navajo impiegati come minatori d’ uranio per scavare il minerale necessario alle bombe, sterminati dai tumori al polmone e morti senza neppure poter dare un nome a ciò che li uccideva: in lingua Navajo non c’è una parola che esprima il concetto di ‘radioattività’. La chiamavano la “morte che consuma”.

Per anni, il silenzio ufficiale fu assoluto, feroce. Nel paese di St. George, un villaggio fra i mormoni dello Utah, un medico del posto scoprì a metà degli anni ’60 quantità mostruose, inspiegabili di tumori, 25 volte più della media nazionale… perchè? chiese alle autorità, perchè tanta mortalità fra questa gente sana, in uno degli angoli più belli e vergini d’ America? Come risposta gli arrivò a casa un agente dello FBI: lei non è per caso un comunista? Una spia russa? Il medico lasciò perdere.

Non ci sono monumenti, medaglie, eroi di quella guerra segreta di Americani contro altri Americani. Solo cimiteri. Solo il nulla sinistro e gigantesco di roccia e deserto che fu il ‘Nevada Test Site’, il poligono atomico. Di quell’inferno oggi resta soltanto un cartello – “Warning! Attenzione! State entrando nel poligono nucleare del Nevada!” – a poco più di un’ ora d’auto da Las Vegas. Non è proibito entrarci, ma molti dicono che sia stupido. La polvere che ricopre la strada è forse ancora ‘calda’, radioattiva e lo sarà per 400 anni.

A bassa voce, per non disturbare i turisti, i vecchi del posto ti suggeriscono di viaggiare coi finestrini della macchina ben chiusi, la ventilazione bloccata e le mascherine di carta sulla bocca per non respirare la ‘morte che consuma’ . Quella stessa morte che uccise anche John Wayne e tutta la gente che lavorava con lui sul set di un western realizzato da queste parti. Nessuno della troupe di quel film girato accanto al poligono nucleare è scampato. Tutti sono morti qualche tempo dopo aver lavorato qui per

4 settimane, tutti di cancro al polmone. Dissero che erano le sigarette.

Allora non sapevamo quel che sappiamo ora, si difendono le autorità, eravamo sprovveduti, ingenui. Ma non è vero. Sapevano benissimo. Quando il vento spirava dal poligono in direzione di Las Vegas e di Los Angeles, rimandavano gli esperimenti. Aspettavano che il vento girasse e portasse la polvere verso le Montagne Rocciose, a est, nelle zone poco abitate, verso i disgraziati che vivevano sparsi nei villaggi sottovento, come Martha e i suoi figli.

Il Pentagono le chiamava “popolazioni marginali”. Diciamo pure la parola: cavie. Sapevano, eccome sapevano. Da Las Vegas si vedevano benissimo i ‘funghi’ stagliarsi contro l’orizzonte ad appena 100 chilometri. I giocatori si alzavano dai tavoli del ‘Blackjack’, si staccavano dalle slot machines per correre sui tetti a vedere ‘the mushroom’, il fungone. Le scuole distribuivano pasticche di iodio ai bambini per combattere l’effetto delle radiazioni. Dicevano ai genitori che erano “vitamine”. Ai soldati che in 250 mila vennero piazzati a pochi chilometri dal ‘ground zero’, il punto della detonazione, veniva data paga doppia, come agli scienziati che lavoravano agli esperimenti. Dunque il rischio era ben noto.

“Li pagavano profumatamente e gli dicevano che era un lavoro patriottico, indispensabile per difendere l’ America dalle bombe dei comunisti” racconta la vedova di un cow-boy del Nevada. Suo marito aveva il compito di portare vacche vicino alla bomba per studiare gli effetti. Alle bestie usciva una schiuma purpurea dalle narici, gli occhi si gonfiavano fino a cadere dalle orbite. Qualche volta anche ai vaccari. E le vedove zitte. “Non una parola con nessuno, mi disse mio marito vomitando abbracciato alla tazza del cesso, dopo un esperimento”. Morì sei mesi dopo.

Lungo la ‘Frontiera della Bomba’ oggi non c’è più niente di vivo. Deserto doppio. Vedo, dal finestrino ben chiuso della mia macchina, la carcassa di un vecchio carro armato bianco, calcinato dall’esplosione. Rottami di autobus, macchine, tronconi sbriciolati di ponti in cemento armato, pezzi di rotaia divelti, usati per misurare l’effetto-bomba, tutti coperti da quella polvere candida e finissima che viaggiava per centinaia, per migliaia di chilometri. A volte ricadeva fitta come neve sui villaggi e i bambini correvano fuori a tuffarvisi dentro, ridendo e respirando. La notte vomitavano, la mattina apparivano le prime piaghe e i capelli cominciavano a cadere 48 ore dopo. Le madri pregavano per loro. Prima perché guarissero. Poi perchè morissero in fretta.

La gente si fidava. La propaganda funzionava e la ‘Bomba’ non dispiaceva affatto. Quel fungo enorme contro il cielo terso del West era una bandiera, un segno di trionfo. Era l’America. Miss Nevada 1953 vinse il titolo indossando un costumino da bagno fatto di bambagia a forma di fungo atomico. Parve una gran trovata. Il due pezzi rivelatore non si chiamava forse ‘Bikini’ , l’atollo della prima Bomba H? Nel deserto del Nevada, spuntavano gli ‘Atomic Bar’ , ‘Atomic Restaurant’ , ‘Atomic Casinò’ . Le prostitute di Reno offrivano ai clienti ‘The Atomic Fuck’ , la scopata atomica. Le famiglie andavano a fare i pic-nic sulle colline per guardare il ‘sole a mezzanotte’ attraverso gli occhiali affumicati. L’esercito distribuiva e proiettava nei paesi sottovento del Nevada, dell’Arizona, dello Utah un filmino rassicurante intitolato “Il Cappellano e la Bomba”. Anno: 1956. Recitava il cappellano: “Domani assisterai in prima linea a un esperimento nucleare, hai paura?”. Il soldato: “Un po’ sì, Padre”. “Non averne, figliolo. Non c’ è alcun pericolo. Vedrai un grande lampo, sentirai il calore sul viso come quando prendi il sole al mare, avvertirai la terra tremare, il vento alzarsi. E poi vedrai un fungo di colori meravigliosi volare verso i cieli, verso il Signore. Sarà bellissimo”. “Sì padre, ora sono tranquillo”.

Vedo nel deserto resti di enormi gabbie, come grandi voliere sparse qua e là. Erano le gabbie per gli animali collocate a varie distanze dal “ground zero”. I più vicini venivano polverizzati. I più sfortunati, quelli più lontani, vivevano un giorno o due. Reason Wareheim, un ex Marine di servizio nel Poligono che oggi ha 67 anni ed è sopravvissuto a un tumore al polmone, ricorda ancora le grida e gli ululati strazianti di quelle bestie, lasciate a morire sotto il cielo del deserto. Sopravvivevano solo scorpioni e scarafaggi. Bisognava farlo. C’era la Guerra Fredda. Stalin e Kruscev. Budapest e Cuba. Il giorno dell’Olocausto atomico sembrava inevitabile, imminente. Gli esperti parlavano di “deterrenza” nucleare fra Usa e URSS per garantire la pace. Forse milioni di vite furono risparmiate. Certamente migliaia di vite furono consumate in silenzio, qui nel Selvaggio West della Bomba coperto dalla polvere portata dal vento del Nevada che lasciava in bocca “un sapore metallico, come leccare la lama di un coltello”. E il ‘fallout’ radioattivo arrivava sino a New York, dicono le carte segrete.

Racconta ancora Martha Laird: “Poco prima di morire mio figlio alzò la testa dal letto dove stava tutto avvolto in un guscio di gommapiuma perchè le sue ossa erano ormai diventate così fragili per il tumore che si spezzavano solo a muoversi. Mugolava come un cane… mamma sento il vento arrivare… mamma ferma il vento… Credevo che delirasse”. Martha ha messo in cornice l’ assegno del governo. Giura che non incasserà mai quei soldi portati dal vento del Nevada, come la morte senza nome che consumò tutti i suoi figli.

Notizia del:

Sorgente: Quando gli USA usavano la bomba atomica contro i propri stessi cittadini! – World Affairs – L’Antidiplomatico

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La razionalità di Kim Jong-un (e delle sue atomiche)

Gary Leupp, Dissident Voice 11 settembre 2017

Kim Jong-un non è pazzo, al contrario, ha compiuto un’azione totalmente razionale. Producendo armi nucleari e missili balistici in grado di portarle nel territorio degli Stati Uniti, Pyongyang ha ottenuto la certezza che gli Stati Uniti non l’attaccheranno, con l’ennesimo tentativo di cambio di regime. Aspetta, diranno. Aveva già un’assicurazione. Ogni giornalista in TV dice che un attacco statunitense porterebbe inevitabilmente a un attacco su Seul che ucciderebbe decine di migliaia di persone immediatamente. I sudcoreani dovrebbero biasimare l’invasione degli Stati Uniti. Quindi non è semplicemente possibile. Anche se limitata alle forze convenzionali, la minaccia d’invasione era già un’appropriata deterrenza. Non c’è modo che gli USA inneschino l’attacco a una città di 10 milioni di abitanti che considererebbero gli Stati Uniti un loro protettore. Quindi i coreani non avevano bisogno di sconvolgere il mondo acquisendo il nucleare. Ma si pensi dal punto di vista di Jong-un. Nato nel 1984, Jong-un aveva 7 anni quando gli Stati Uniti bombardarono l’Iraq, presumibilmente per scacciarne le truppe dal Quwayt (anche se Sadam Husayn aveva già accettato di ritirarsi). Poi gli Stati Uniti imposero sanzioni che uccisero mezzo milione di bambini. Aveva 11 anni quando gli Stati Uniti intervennero in Jugoslavia, bombardando i serbi per creare lo Stato fallito cliente della Bosnia-Erzegovina. Aveva 15 anni (probabilmente in una scuola in Svizzera) quando gli Stati Uniti bombardarono la Serbia creando lo Stato fallito cliente del Kosovo. Aveva 17 anni quando gli Stati Uniti bombardarono e cambiarono regime dell’Afghanistan. Diciassette anni dopo, l’Afghanistan rimane preda della guerra civile, ospitando ancora truppe statunitensi per abbattere l’opposizione. Aveva 19 anni quando gli Stati Uniti abbatterono Sadam e distrussero l’Iraq, producendo di conseguenza miseria e caos. Aveva 27 anni quando gli Stati Uniti rovesciarono Gheddafi, distrussero la Libia e cacciarono il presidente dello Yemen causando caos e iniziarono a sostenere l’opposizione armata in Siria. Aveva 30 anni quando il dipartimento di Stato degli USA spese 5 miliardi di dollari per rovesciare il governo ucraino attraverso un colpo di Stato violento.
Conosce la storia del proprio Paese e di come l’invasione statunitense, dal settembre 1950, lo rase al suolo uccidendo un terzo del suo popolo, mentre Douglas MacArthur pensava ad usare le armi nucleari sulla penisola. Sa come il fantoccio degli statunitensi Synghman Rhi, presidente della “Repubblica di Corea” proclamata dagli Stati Uniti, aveva ripetutamente minacciato d’invadere il Nord e giustiziato 100000 sudcoreani dopo lo scoppio della guerra perché simpatizzanti comunisti che avrebbero aiutato il nemico. Ama i film di Elizabeth Taylor ma odia l’imperialismo statunitense. Non c’è niente di pazzo in questo.
Jong-un aveva 10 anni quando Stati Uniti e Corea democratica firmarono un accordo con cui Pyongyang accettava di congelare le proprie centrali nucleari sostituendole con reattori ad acqua leggera (inidonei alla proliferazione nucleare) finanziati da Stati Uniti e Corea del Sud e la graduale normalizzazione delle relazioni Washington-Pyongyang. Ne aveva 16 quando la segretaria di Stato Madeleine Albright visitò Pyongyang e incontrò il padre Kim Jong-il. (In quello stesso anno, il presidente sudcoreano Kim Dae-jung incontrò con Kim Jong-il a Pyongyang durante il periodo della “Diplomazia del sole”, sabotato dall’amministrazione Bush/Cheney). Aveva 20 anni quando l’accordo fu rotto (per mano di Dick Cheney e dei suoi neocon nel 2004). Aveva 17 anni quando il fratellastro Jong-nam fuggì nell’aeroporto di Narita, perché cercava stupidamente di entrare in Giappone con la famiglia con falsi passaporti dominicani, per visitare la Disneyland di Tokyo. Questa idiozia escluse dalla successione Jong-nam (assassinato come sapete in Malaysia nel febbraio 2017), mentre il fratello Jong-chul era considerato “effeminato” (a un concerto di Clapton a Singapore nel 2006 fu visto con i buchi alle orecchie). Jong-un probabilmente non si aspettava di essere il prossimo monarca fin quando non ebbe 25 anni. Aveva 24 anni quando l’Orchestra filarmonica di New York visitò Pyongyang con un caloroso benvenuto. (Washington rifiutò l’offerta nordcoreana per una visita di ricambio). Scelto come successore, è diventato il nuovo leader assoluto della Corea democratica a 27 anni; giovane, vigoroso e ben istruito (laurea in fisica della Kim Il-sung University) e dal forte senso di responsabilità dinastica. Ciò significa riportare la RPDC alla relativa prosperità economica degli anni ’70 e ’80, quando il consumo medio di energia procapite nel nord superava quella del sud.
Gli analisti suggeriscono che Kim abbia realizzato per primo lno sviluppo economico e che la politica del “Prima i militari” (Songun) da tempo lascia il posto al rafforzamento politico dei leader civili del Partito dei Lavoratori coreani. L’economia della RPDC, secondo The Economist, “probabilmente cresce tra l’1% e il 5% annuo“, facendo emergere una nuova classe di commercianti e imprenditori (donju). Il complesso sistema sociale (Songbun) che divide la società in 51 sottocategorie tra “leali”, “oscillanti” e “ostili” (e privilegi nella distribuzione di conseguenza) viene spezzato dall’ascesa delle forze del mercato. A quattordici mesi dalla sua nomina, Jong-un invitò Dennis Rodman, membro della Hall of Fame di Basket degli Stati Uniti, a Pyongyang per la prima di cinque visite. È un grande fan del basket, un appassionato di cultura popolare statunitense, figlio del rock’n roll. È anche razionalmente consapevole della minaccia che gli Stati Uniti pongono al suo Paese (tra molti Paesi). Quindi la sua strategia è arrivare al nucleare finché può. Forse pensava che, poiché l’amministrazione Trump fosse (ed è) nel caos, alcuna risposta violenta (come un attacco al complesso nucleare di Yongbyon) sia probabile. Ma rischiava; il presidente degli Stati Uniti è, dopo tutto, instabile ed ignorante. Ha chiesto ripetutamente ai suoi consiglieri, perché non possiamo usare le atomiche dato che le abbiamo? Il fatto è che Mattis, Tillerson e McMaster hanno davanti un fatto compiuto nucleare a cui devono rispondere, mentre cala l’influenza statunitense col relativo declino economico. Non possono sganciare una bomba MOAB (come in Afghanistan in aprile) o lanciare un attacco missilistico su una base (come in Siria nello stesso mese, per mostrare virilità). Jong-un si è assicurato. Se gioca bene le sue carte, avrà il riconoscimento internazionale della RPDC quale potenza nucleare: lo stesso riconoscimento dato agli altri non firmatari del NPT come India, Pakistan e Israele. Gli Stati Uniti dovranno rivolgersi alla sobrietà cinese e russa e abbandonare la rude reticenza minacciosa. Dovranno ripiegare, come nella guerra di Corea, quando capirono che non potevano conquistare il Nord e riunire la Corea sotto Washington, accettando l’esistenza della RPDC.
In cambio delle misure di riduzione della tensione da parte di Stati Uniti e Sud e dei rapporti diplomatici e commerciali, Pyongyang sospenderà il suo programma per armi nucleari, soddisfatta e orgogliosa di ciò che ha realizzato. È l’unico modo. L’altro è suggerito da John McCain, pazzo guerrafondaio fino alla fine. Il presidente del comitato dei servizi armati del Senato dichiarava alla CNN che se il leader nordcoreano “agisce in modo aggressivo”, qualunque cosa significhi per McCain che non ha mai capito che il suo bombardamento del Vietnam era un’aggressione, “il prezzo sarà l’estinzione”; sul tono del generale Curtis LeMay nelle sue osservazioni sull’assassinio di ogni uomo, donna e bambino a Tokyo durante il bombardamento terroristico della città nel 1945. Lindsey Graham, amico di McCain, ha detto che Trump gli disse: “Se ci sarà una guerra per fermare (Kim Jong-un), sarà laggiù. Se migliaia muoiono, moriranno là, non qui… E questo può essere provocatorio, ma non proprio. Quando sei presidente degli Stati Uniti, dove credi vada la tua fedeltà? Al popolo degli Stati Uniti“. Sapere che il nemico è capace di contemplare l’estinzione del tuo popolo, sicuramente motiva alcuni leader a cercare l’arma finale. Il caro giovane Marsciallo l’ha ottenuta. Ha replicato ciò che Mao fece in Cina tra il 1964 e il 1967, ottenere la bomba, usata per la prima volta su Hiroshima il 6 agosto 1945, e tre giorni dopo su Nagasaki. E non fu mai utilizzata da nessuno da quando gli Stati Uniti furono raggiunti da URSS, Regno Unito, Francia, Cina, Israele, India e Pakistan. Non c’è alcuna ragione per usarla, a meno che gli Stati Uniti non lo vogliano. I negoziati basati sul rispetto reciproco e la coscienza storica sono l’unica soluzione.

 

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Sorgente: La razionalità di Kim Jong-un (e delle sue atomiche) | Aurora

Che cosa c’è dietro la secretazione del Pentagono delle ispezioni alle atomiche in Italia?

Una notizia diffusa della giornalista Stefania Maurizi, sempre informata e rigorosa, su Repubblica online di ieri[1], sul segreto imposta dalla US Air Force e dal Joint Chiefs of Staff è indubbiamente degna di nota ed inquietante, ma il risalto che ha avuto su certi organi di stampa[2] appare a mio parere un po’ strumentale. Soprattutto a fronte del risalto enormemente minore che è stato dato – con ritardo e accompagnato da riserve – dello storico Trattato di proibizione delle armi nucleari (Tpan) stabilito il 7 luglio scorso a conclusione dei negoziati all’Onu, approvato da 122 Stati, quasi 2/3 terzi degli Stati membri dell’Onu.

Intanto, di che cosa si tratta? È (o dovrebbe essere) a tutti noto che gli Usa schierano in Italia (e in altri paesi europei, ma in numero minore) bombe termonucleari B-61 a gravità, che addirittura stanno ammodernando con lo sviluppo della testata B-61-12 con un programma del costo di $ 10 miliardi. Questo schieramento viene “giustificato” in base al nuclear-sharing (condivisione nucleare) della Nato, con l’affermazione, sia pure pretestuosa, che esso sia autorizzato dal Trattato di Non Proliferazione (Tnp) del 1970.

Sorgente: Pressenza – Che cosa c’è dietro la secretazione del Pentagono delle ispezioni alle atomiche in Italia?

Il “disarmo” nucleare di Gentiloni

Nonostante l’impegno preso con il TNP, l’Italia ha messo a disposizione degli Stati uniti il proprio territorio per l’installazione di armi nucleari.

La scena della folla presa dal panico in piazza San Carlo a Torino, con drammatiche conseguenze, è emblematica della nostra situazione. La psicosi da attentato terroristico, diffusa ad arte dall’apparato politico-mediatico in base a un fenomeno reale (di cui si nascondono però le vere cause e finalità), ha fatto scattare in modo caotico l’istinto primordiale di sopravvivenza. Esso viene invece addormentato col black-out politico-mediatico, quando dovrebbe scattare in modo razionale di fronte a ciò che mette in pericolo la sopravvivenza dell’intera umanità: la corsa agli armamenti nucleari.

Di conseguenza la stragrande maggioranza degli italiani ignora che sta per svolgersi alle Nazioni Unite, dal 15 giugno al 7 luglio, la seconda fase dei negoziati per un trattato che proibisca le armi nucleari. La bozza della Convenzione sulle armi nucleari, redatta dopo la prima fase negoziale in marzo, stabilisce che ciascuno Stato parte si impegna a non produrre né possedere armi nucleari, né a trasferirle o riceverle direttamente o indirettamente.

L’apertura dei negoziati è stata decisa da una risoluzione dell’Assemblea generale votata nel dicembre 2016 da 113 paesi, con 35 contrari e 13 astenuti.

Gli Stati uniti e le altre due potenze nucleari della Nato (Francia e Gran Bretagna), gli altri paesi dell’Alleanza e i suoi principali partner – Israele (unica potenza nucleare in Medioriente), Giappone, Australia, Ucraina – hanno votato contro.

Hanno così espresso parere contrario anche le altre potenze nucleari: Russia e Cina (astenutasi), India, Pakistan e Nord Corea.

Tra i paesi che hanno votato contro, sulla scia degli Stati uniti, c’è l’Italia. Il governo Gentiloni ha dichiarato, il 2 febbraio, che «la convocazione di una Conferenza delle Nazioni Unite per negoziare uno strumento giuridicamente vincolante sulla proibizione delle armi nucleari, costituisce un elemento fortemente divisivo che rischia di compromettere i nostri sforzi a favore del disarmo nucleare».

L’Italia, sostiene il governo, sta seguendo «un percorso graduale, realistico e concreto in grado di condurre a un processo di disarmo nucleare irreversibile, trasparente e verificabile», basato sulla «piena applicazione del Trattato di non-proliferazione, pilastro del disarmo».

In che modo l’Italia applica il Tnp, ratificato nel 1975, lo dimostrano i fatti. Nonostante che esso impegni gli Stati militarmente non-nucleari a «non ricevere da chicchessia armi nucleari, né il controllo su tali armi, direttamente o indirettamente», l’Italia ha messo a disposizione degli Stati uniti il proprio territorio per l’installazione di armi nucleari (almeno 50 bombe B-61 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre), al cui uso vengono addestrati anche piloti italiani.

Dal 2020 sarà schierata in Italia la B61-12: una nuova arma da first strike nucleare, con la capacità di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando. Una volta iniziato nel 2020 (ma non è escluso anche prima) lo schieramento in Europa della B61-12, l’Italia, formalmente paese non-nucleare, verrà trasformata in prima linea di un ancora più pericoloso confronto nucleare tra Usa/Nato e Russia.

Che fare? Si deve imporre che l’Italia contribuisca al varo del Trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari e lo sottoscriva e, allo stesso tempo, pretendere che gli Stati uniti, in base al vigente Trattato di non-proliferazione, rimuovano qualsiasi arma nucleare dal nostro territorio e rinuncino a installarvi le nuove bombe B61-12.

Per quasi tutto il «mondo politico», l’argomento è tabù. Se manca la coscienza politica, non resta che ricorrere all’istinto primordiale di sopravvivenza.

Articolo pubblicato su Il Manifesto del 6 giugno 2017

Sorgente: Pressenza – Il “disarmo” nucleare di Gentiloni

New deterrence: US plans to upgrade its nuclear bomb

The National Nuclear Security Administration has given the go-ahead for work on upgrading the B61 airborne nuclear bomb, as the Pentagon is eager to embark on a multi-billion-dollar scheme to improve the US nuclear arsenal.

Sorgente: New deterrence: US plans to upgrade its nuclear bomb — RT America

No alle bombe nucleari in Italia

a cura di Pax Christi

“Settant’anni fa, il 6 e il 9 agosto del 1945, avvennero i tremendi bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki. A distanza di tanto tempo, questo tragico evento suscita ancora orrore e repulsione. Esso è diventato il simbolo dello smisurato potere distruttivo dell’uomo quando fa un uso distorto dei progressi della scienza e della tecnica, e costituisce un monito perenne all’umanità, affinché ripudi per sempre la guerra e bandisca le armi nucleari e ogni arma di distruzione di massa”.
Papa Francesco, 9 agosto 2015
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No alle bombe nucleari in Italia
APPELLO DEL CONVEGNO «IL RUOLO DELLA NATO NELLA GUERRA MONDIALE A PEZZI», promosso da Pax Christi, “Mosaico di pace”, Comunità Le Piagge, Unione suore domenicane S. Tommaso d’Aquino, Comitato No Guerra No Nato, S. Niccolò, PRATO, 11 GIUGNO 2016
Sono in fase di sviluppo negli Stati Uniti – documenta la U.S. Air Force – le bombe nucleari B61-12, destinate a sostituire le attuali B61 installate dagli Usa in Italia e altri paesi europei.
La B61-12 – documenta la Federazione degli scienziati americani (Fas) – non è solo una versione ammodernata della B61, ma una nuova arma nucleare: ha una testata nucleare a quattro opzioni di potenza selezionabili, con una potenza media pari a quella di quattro bombe di Hiroshima; un sistema di guida che permette di sganciarla a distanza dall’obiettivo; la capacità di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando in un attacco nucleare di sorpresa.
Le B61-12, che gli Usa si preparano a installare in Italia, sono armi che abbassano la soglia nucleare, ossia rendono più probabile il lancio di un attacco nucleare dal nostro paese e lo espongono quindi a una rappresaglia nucleare.
Secondo le stime della Fas, gli Usa mantengono oggi 70 bombe nucleari B61 in Italia (50 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre), 50 in Turchia, 20 rispettivamente in Germania, Belgio e Olanda, per un totale di 180. Nessuno sa però con esattezza quante effettivamente siano le B-61, destinate ad essere sostituite dalle B61-12.
Foto satellitari – pubblicate dalla Fas – mostrano che, per l’installazione delle B61-12, sono già state effettuate modifiche nelle basi di Aviano e Ghedi-Torre.
L’Italia, che fa parte del Gruppo di pianificazione nucleare della Nato, mette a disposizione non solo il suo territorio per l’installazione di armi nucleari, ma – dimostra la Fas – anche piloti che vengono addestrati all’attacco nucleare con cacciabombardieri italiani sotto comando Usa.
L’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari, firmato nel 1969 e ratificato nel 1975, che all’Art. 2 stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente».
Chiediamo che l’Italia cessi di violare il Trattato di non-proliferazione e, attenendosi a quanto esso stabilisce, chieda agli Stati uniti di rimuovere immediatamente qualsiasi arma nucleare dal territorio italiano e rinunciare a installarvi le nuove bombe B61-12 e altre armi nucleari.
Liberare il nostro territorio nazionale dalle armi nucleari, che non servono alla nostra sicurezza ma ci espongono a rischi crescenti, è il modo concreto attraverso cui possiamo contribuire a disinnescare l’escalation nucleare e a realizzare la completa eliminazione delle armi nucleari che minacciano la sopravvivenza dell’umanità.
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BOZZA DI MOZIONE DA PROPORRE AI PARLAMENTARI
Considerato che – secondo i dati forniti dalla Federazione degli Scienziati Americani (FAS) – gli Usa mantengono oggi 70 bombe nucleari B61 in Italia (50 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre), 50 in Turchia, 20 rispettivamente in Germania, Belgio e Olanda, per un totale di 180.
Considerato che – come documenta la stessa U.S. Air Force – sono in fase di sviluppo negli Stati Uniti le bombe nucleari B61-12, destinate a sostituire le attuali B61 installate dagli Usa in Europa.
Considerato che – come documenta la FAS – la B61-12 non è solo una versione ammodernata della B61, ma una nuova arma nucleare, con un sistema di guida che permette di sganciarla a distanza dall’obiettivo, con una testata nucleare a quattro opzioni di potenza selezionabili, con capacità di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando in un attacco nucleare di sorpresa.
Considerato che foto satellitari, pubblicate dalla FAS, mostrano le modifiche già effettuate nelle basi di Aviano e Ghedi-Torre per installarvi le B61-12.
Considerato che l’Italia mette a disposizione non solo il suo territorio per l’installazione di armi nucleari, ma anche piloti che – dimostra la FAS – vengono addestrati all’uso di armi nucleari con aerei italiani.
Considerato che l’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari, firmato nel 1969 e ratificato nel 1975, il quale all’Art. 2 stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente».
I proponenti chiedono al Governo di rispettare il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari e, attenendosi a quanto esso stabilisce, far sì che gli Stati Uniti rimuovano immediatamente qualsiasi arma nucleare dal territorio italiano e rinuncino a installarvi le nuove bombe B61-12 e altre armi nucleari.

Sorgente: www.ildialogo.org No alle bombe nucleari in Italia,a cura di Pax Christi

‘Israel won’t ratify nuclear test ban treaty’

 

Israel, which is widely believed to possess hundreds of atomic bombs, says it is not yet ready to ratify a UN pact on banning nuclear tests adopted nearly 20 years ago. 

Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu told Lassina Zerbo, the head of the Comprehensive Nuclear Test Ban Treaty (CTBT) Organization, on Monday that Tel Aviv’s ratification of the pact is dependent on regional developments.

The treaty, which will ban all nuclear explosions, was signed in 1996, but will only go into effect when it has been ratified by all parties that possessed a nuclear reactor or some nuclear technology.

Israel is widely believed to have between 200 and 400 nuclear warheads, though it refuses to confirm or deny its existence under a policy of deliberate ambiguity.

The regime has also refused to sign the nuclear Non-Proliferation Treaty (NPT), denying international access to its atomic arsenal.

The issue of ratification “is dependent on the regional context and on the appropriate timing,” the Israeli daily Jerusalem Post quoted Netanyahu as saying. 

Sorgente: PressTV-‘Israel won’t ratify nuclear test ban treaty’

Here’s the Most Dangerous Thing About US Missile Defense in Eastern Europe

Italian military analyst Manlio Dinucci explains what he believes is the biggest danger emanating from the US deployment of its missile defense network in Romania and Poland.

NATO officials’ explanations aside, everyone, including the Russian president, seems to understand perfectly well that the US’s shiny new Aegis Ashore missile defense system in Deveselu, Romania, and the one being built in Redzikowo, Poland are directed against Russia.

And the reason, writes Il Manifesto military analyst Manlio Dinucci, is not because the system threatens to intercept Russian ICBMs and put the nuclear balance of power in jeopardy. “The reality,” he writes, “is much worse.”

In the course of his meeting with leaders from Sweden, Denmark, Finland, Iceland and Norway in Washington last week, President Obama reiterated his ‘concerns’ “about Russia’s growing aggressive military presence and posture in the Baltic-Nordic region,” and reaffirmed Washington’s commitment to collective defense in Europe.

“This commitment,” Dinucci recalls, “was demonstrated a day earlier at Romania’s Deveselu air base in the form of the inauguration of the US Aegis Ashore land-based missile defense system.”

US Army personnel cleans the red carpet ahead an inauguration ceremony of the US anti-missile station Aegis Ashore Romania (in the background) at the military base in Deveselu, Romania on May 12, 2016

© AFP 2016/ DANIEL MIHAILESCU US Army personnel cleans the red carpet ahead an inauguration ceremony of the US anti-missile station Aegis Ashore Romania (in the background) at the military base in Deveselu, Romania on May 12, 2016

“NATO Secretary General Jens Stoltenberg, who was present at the ceremony along with US Deputy Secretary of Defense Robert Work and Romanian Prime Minister Dacian Ciaolos, thanked the United States, because with this facility, ‘the first-of-its-kind land-based missile defense installation’, would significantly increase ‘the capability to defend European allies against the proliferation of ballistic missiles from outside the Euro-Atlantic area.'”

The secretary general “also announced the start of work in Poland on another Aegis Ashore system similar to the one that came online in Romania. The two land-based facilities are an addition to four US Navy Aegis Ballistic Missile Defense ships based at the Spanish base of Rota and deployed across the Mediterranean, the Black and Baltic seas, the powerful Aegis radar installation in Turkey and a command center in Germany.”

Speaking at the ceremony, Stoltenberg sought to emphasize that “the site in Romania as well as the one in Poland are not directed against Russia. The interceptors are too few and located too far south or too close to Russia to be able to intercept Russian ICBMs.”

“And what is the technology Stoltenberg is referring to?” Dinucci asked. “Both the ship- and land-based Aegis systems feature the Lockheed Martin Mark 41 vertical launching system, using tubes (located in the belly of the ship or in an underground bunker), launching the SM-3 interceptor missile.”

Hence, the analyst notes, “this system, called a ‘shield’, actually has an offensive function. If the US managed to achieve a reliable ABM system, they could keep Russia under the threat of a nuclear first strike, relying on the ability of their ‘shield’ to neutralize any possibility of retaliation. In reality, this is not possible at this stage, because Russia and even China are now taking a series of measures to make it impossible to intercept all their nuclear warheads in a missile attack. What then, is the US really trying to achieve with its Europe-based Aegis system?”

In fact, Dinucci notes, “this is something Lockheed Martin itself openly explains. Illustrating the technical characteristics of the Mark 41 vertical launching system…the company stresses the ability to launch ‘missiles for every mission: anti-air, anti-ship, anti-submarine, and to attack ground targets.’ Launch tubes can be adapted for any missiles, including the type ‘used for defense against ballistic missile attack, and long-range [cruise].’ It even specifies the types: ‘the SM-3 [interceptor] and the Tomahawk cruise missile’.”

“In light of this technical explanation,” the analyst writes, “the justification provided by Stoltenberg – that the instillation at Deveselu is deployed ‘too close to Russia to intercept Russian ICBMs’ is anything but reassuring. Because no one can really know about what kind of missiles are actually deployed in the vertical launchers at the Deveselu base, or on the ships which sail near Russian territorial waters.”

Moscow, Dinucci adds, cannot even be certain that the missiles aren’t nuclear-armed.

Therefore, the military analyst argues, “the inauguration of the missile defense base at Deveselu may signal the end of the Treaty on Intermediate Nuclear Forces, signed by the US and the Soviet Union and 1987, which facilitated the elimination of land-based missiles with a range of between 500-5,500 km, including the Soviet RSD-10s and the US Pershing 2s and Tomahawks based in Germany and Italy.”

A bundle of three Soviet RSD-10 missiles prepared for demolition at the Kapustin Yar launch site. The missiles were destroyed in accordance with the INF Treaty.

© Sputnik/ Vladimir Rodionov A bundle of three Soviet RSD-10 missiles prepared for demolition at the Kapustin Yar launch site. The missiles were destroyed in accordance with the INF Treaty.

“In this way,” he warns, “Europe is reverting to the climate of the Cold War, to the advantage of the US, which can use such a climate to increase their influence on their European allies. It’s no coincidence that at the meeting in Washington, Obama highlighted the ‘European consensus’ on maintaining sanctions against Russia, and praised Denmark, Finland, and Sweden and their ‘strong support’ for the Transatlantic Trade and Investment Partnership, which the US wants to sign by the end of the year.”

It turns out “that the Lockheed Martin launchers also contain a TTIP missile,” Dinucci concludes.

Sorgente: Here’s the Most Dangerous Thing About US Missile Defense in Eastern Europe

A Ginevra va in scena la ribellione dei paesi non nucleari

I lavori del gruppo aperto sul disarmo (2^ sessione) si concluderanno il 13 maggio.

Grazie al voto dell’ultima Assemblea generale del’ONU, su proposta del Messico, nella scia del “percorso umanitario” iniziato dal 2012 contro la “gabbia” del Trattato di Non proliferazione (TNP), è stato istituito a Ginevra il Gruppo illimitatamente aperto sul disarmo nucleare (OEWG). Stati e società civile internazionale in esso lavorano fianco a fianco.

Lo scopo ufficiale dell’organismo è “definire le misure e norme legali per arrivare a un mondo senza armi nucleari”, oltre che “misure ad interim per incrementare la trasparenza e ridurre quindi il rischio di deflagrazioni nucleari, siano esse accidentali, per errore o intenzionali”.

La seconda sessione, dopo la prima di febbraio, si svolge, in due turni, dal 2 al 4 e dal 9 al 13 maggio. Ci sarà una terza sessione, a fine agosto, che dovrà riportare le sue risultanze all’Assemblea delle Nazioni Unite del 2016.

Sul nucleare si discute e si vota all’ONU in novembre-dicembre.

E’ importante che i cittadini italiani sappiano che già la maggioranza dei paesi membri dell’ONU ha sottoscritto un “Impegno Umanitario”: va colmato il gap giuridico tra le armi nucleari – incompatibili con i Protocolli di Ginevra (cioè il diritto umanitario internazionale) – e le armi biologiche e chimiche già proibite.

E’ importante che sappiano che gli Stati non nucleari non intendono più accettare la legittimazione del possesso delle armi atomiche da parte di poche potenze inizialmente autorizzate dal TNP (a condizione però che negoziassero “in buona fede” -articolo VI- un disarmo rapido e questo quasi mezzo secolo fa !) e che stanno esplicitamente mettendo sul tappeto delle decisioni internazionali urgenti un Trattato per l’interdizione delle armi nucleari. Sono disposti a firmarlo senza aspettare le potenze nucleari!

E’ importante che i cittadini sappiano che lo stesso fronte NATO della “condivisione nucleare”, includente l’Italia, è stato rotto dall’Olanda, dove il Parlamento ha appena dato mandato al governo di schierarsi a Ginevra con gli Stati non nucleari per iniziare a lavorare a livello internazionale sul divieto delle armi nucleari.

E’ importante che i cittadini comprendano che a livello mondiale ci sono 115 paesi che hanno vietato l’arma di distruzione di massa, con i trattati per le zone libere dalle armi nucleari e che 139 paesi vogliono negoziare un divieto. Se il governo italiano non prende una decisione “dalla parte dell’Umanità”, sarà minoritario nel mondo!

E’ quanto hanno segnalato ai parlamentari i “disarmisti esigenti”, insieme ad Alex Zanotelli, con una lettera aperta del 29 aprile 2016: se il mondo va verso la proibizione delle armi nucleari è bene assecondarlo ed è bene che da subito l’Italia si dia da fare per rimuovere unilateralmente dal nostro territorio, quale primo passo nella direzione giusta della denuclearizzazione generale e globale, qualsiasi arma nucleare e a non consentirne su di esso il trasporto o qualsiasi altra attività connessa.

Da Ginevra faremo la nostra parte, insieme all’ICAN, la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari, perché si dia il via ad una nuova stagione di serenità per tutta l’Umanità. Si tratta di distruggere ogni ordigno nucleare: è un “diritto” che la “deterrenza” sia messa fuori legge e questo “diritto” deve essere contemplato in una Dichiarazione dei diritti dell’Umanità.

Per info da parte dei “DISARMISTI ESIGENTI”:

ALEX ZANOTELLI

Alfonso Navarra cell. 340-0878893 Email alfiononuke@gmail.com

Antonia Sani- WILPF-Italia- cell. 349-7865685 Email antonia.sani@alice.it

Luigi Mosca – Armes Nucléaires Stop Email luigimosca39@gmail.com

Sorgente: Pressenza – A Ginevra va in scena la ribellione dei paesi non nucleari

l’Italia viola il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari

 

bomba

di Manlio Dinucci

Roma, 28 aprile 2016, Nena News – «Grazie, presidente Obama. L’Italia proseguirà con grande determinazione l’impegno per la sicurezza nucleare»: lo scrive su twitter il premier Renzi, dopo aver partecipato al summit di Washington su questo tema in aprile. «La proliferazione e l’uso potenziale di armi nucleari – scrive il presidente Obama nella presentazione del summit – costituiscono la maggiore minaccia alla sicurezza globale. Per questo, sette anni fa a Praga, ho preso l’impegno che gli Stati uniti cessino di diffondere armi nucleari».

Proprio mentre dichiara questo, la Federazione degli scienziati americani (Fas) fornisce altre informazioni sulle B61-12, le nuove bombe nucleari statunitensi in fase di sviluppo, destinate a sostituire le attuali B61 installate dagli Usa in Italia, Germania, Belgio, Olanda e Turchia. Sono in corso test per dotare la B61-12 di capacità anti-bunker, ossia quella di penetrare nel sottosuolo, esplodendo in profondità per distruggere i centri di comando e altre strutture sotterranee in un first strike nucleare.

Per l’uso di queste nuove bombe nucleari a guida di precisione e potenza variabile, l’Italia fornisce non solo le basi di Aviano e Ghedi-Torre, ma anche piloti che vengono addestrati all’attacco nucleare sotto comando Usa. Lo dimostra, scrive la Fas, la presenza a Ghedi del 704th Munitions Support Squadron, una delle quattro unità della U.S. Air Force dislocate nelle quattro basi europee «dove le armi nucleari Usa sono destinate al lancio da parte di aerei del paese ospite».

Lo conferma, sempre dagli Usa, il Bulletin of Atomic Scientists (una delle più autorevoli fonti sulle armi nucleari) che, il 2 marzo 2016, scrive: «Alle forze aeree italiane (con aerei Tornado PA-200) sono assegnate missioni di attacco nucleare con armi nucleari Usa, tenute sotto controllo da personale della U.S. Air Force finché il presidente degli Stati uniti non ne autorizzi l’uso».

In tal modo l’Italia, ufficialmente paese non-nucleare, viene trasformata in prima linea, e quindi in potenziale bersaglio, nel confronto nucleare tra Usa/Nato e Russia. Confronto che diverrà ancora più pericoloso con lo schieramento in Europa delle nuove bombe nucleari Usa, che abbassano la soglia nucleare: «Armi nucleari di questo tipo più precise – avvertono diversi esperti intervistati dal New York Times – aumentano la tentazione di usarle, perfino di usarle per primi».

Di fronte al crescente pericolo che ci sovrasta, non avvertito dalla stragrande maggioranza a causa del black-out politico-mediatico, non bastano generici appelli al disarmo nucleare, facile terreno di demagogia. Basti pensare che il presidente Obama, dopo aver varato un potenziamento nucleare da 1000 miliardi di dollari, dichiara di voler «realizzare la visione di un mondo senza armi nucleari».

Occorre denunciare – come fa il Comitato No Guerra No Nato – il fatto che, ospitando e preparan-dosi a usare armi nucleari, l’Italia viola il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari, ratificato nel 1975, il quale stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari, né il controllo su tali armi, direttamente o indirettamente» (Articolo 2). L’unico modo concreto che abbiamo in Italia per contribuire a disinnescare l’escalation nucleare e a realizzare la completa eliminazione delle armi nucleari, è quello di esigere che l’Italia cessi di violare il Trattato di non-proliferazione e, in base ad esso, imponga agli Stati uniti di rimuovere qualsiasi arma nucleare dal nostro territorio nazionale e non installarvi le nuove bombe B61-12. C’è qualcuno in Parlamento disposto a chiederlo senza mezzi termini?

thanks to: Nena News

Will This Trigger World War III? US Army Stockpiles Munitions Near China

US Army announces plans to place munitions stockpiles in Vietnam, Cambodia, and other area countries in a bid to contain the regional expansion of Chinese influence.

On Wednesday, the US Army announced that it plans to stockpile munitions and military supplies in Vietnam, Cambodia, and several other undisclosed nations including, experts believe, the Philippines, as the US adopts an increasingly aggressive military posture toward China.

Sorgente: Will This Trigger World War III? US Army Stockpiles Munitions Near China

Hard Power: Pentagon ‘Encircling the World’ With Missile Defense Systems

The US is continuing to spread its missile defense systems all over the world using dubious reasons as a pretext, former Director-General of the UN Office at Geneva Sergei Ordzhonikidze asserted.

“Until recently we were told that [Washington’s] anti-missile defense system in Europe was aimed at protecting [the US and its allies] from Iran’s missile program. Now China is told the same thing,” the diplomat said during a lecture at the Museum of Contemporary Russian History.

The remarks come at a time when Washington and Seoul have launched formal talks over the possible deployment of America’s advanced missile defense system, known as Terminal High Altitude Air Defense (THAAD), to South Korea in the light of Pyongyang’s recent rhetoric, threats, as well as nuclear and missile tests.

Sorgente: Hard Power: Pentagon ‘Encircling the World’ With Missile Defense Systems

In Italia bombe nucleari a potenza variabile

«Le più piccole bombe Usa alimentano la paura nucleare»: così titolava ieri in prima pagina The New York Times, riferendosi alle B61-12, le nuove bombe nucleari che gli Stati uniti stanno per installare anche in Italia al posto delle B-61 schierate ad Aviano e Ghedi-Torre. Le caratteristiche di questa nuova arma nucleare sono state descritte […]

Sorgente: Pressenza – In Italia bombe nucleari a potenza variabile

Fear of US Aggression Drives N Korea’s Nuke Program – Peace Leader

While pursuing aggressive policies in the Middle East, the US pushed ahead with efforts to give nuclear capabilities to nations across the region such as Saudi Arabia, United Arab Emirates and Turkey, New York Director of the Nuclear Age Peace Foundation Alice Slater told Sputnik on Friday.

Sorgente: Fear of US Aggression Drives N Korea’s Nuke Program – Peace Leader

Iran denuclearizzato, Italia nuclearizzata

«Oggi è una giornata storica ed è un grande onore per noi annunciare che abbiamo raggiunto un accordo sulla soluzione nucleare iraniana, per rendere il nostro mondo più sicuro»: così ha dichiarato a Vienna Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

Quasi contemporaneamente giungeva dagli Stati uniti un altro annuncio: «La U.S. Air Force e la Nnsa (National Nuclear Security Administration) hanno completato, nel poligono di Tonopah in Nevada, il primo test in volo della bomba nucleare B61-12». Quella che tra non molto sostituirà la B61, la bomba nucleare statunitense stoccata ad Aviano e Ghedi Torre in un numero stimato in 70-90, parte di un arsenale di almeno 200 stoccate anche in Germania, Belgio, Olanda e Turchia.
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La riuscita del test «prova il continuo impegno degli Stati uniti di mantenere la B61», comunica la Nnsa. Specifica quindi che «la B61-12, dotata di una sezione di coda, sostituirà le bombe B61-3, -4, -7, -10 nell’attuale arsenale nucleare Usa». Viene dunque ufficialmente confermato che la B61 sarà trasformata da bomba a caduta libera in bomba «intelligente», che potrà essere sganciata a grande distanza dall’obiettivo. La B61-12 a guida di precisione, il cui costo è previsto in 8-12 miliardi di dollari per 400-500 bombe, si configura come un’arma polivalente, con una potenza media di 50 kiloton (circa quattro volte la bomba di Hiroshima). Essa svolgerà la funzione di più bombe, comprese quelle progettate per «decapitare» il paese nemico, distruggendo i bunker dei centri di comando e altre strutture sotterranee in un first strike nucleare.
La sostituzione della B61 con la B61-12, annuncia la Nnsa, «fornisce sicurezza ai nostri alleati». Lo dimostra il fatto che ad Aviano e Ghedi le bombe nucleari sono tenute in speciali hangar insieme ai caccia pronti per l’attacco nucleare: F-15 e F-16 statunitensi e Tornado italiani, i cui piloti vengono addestrati all’attacco nucleare. In Italia, nel 2013 e 2014, si è svolta la Steadfast Noon (Mezzogiorno risoluto), l’esercitazione Nato di guerra nucleare, a cui l’anno scorso hanno partecipato anche F-16 polacchi. In tal modo l’Italia viola il Trattato di non-proliferazione che, all’articolo 2, stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non-nucleari, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente».
L’ammodernamento delle armi nucleari Usa schierate in Europa rientra nella crescente corsa agli armamenti nucleari. Secondo la Federazione degli scienziati americani, gli Usa mantengono 1.920 testate nucleari strategiche pronte al lancio (su un totale di 7.300), in confronto alle 1.600 russe (su 8.000). Comprese quelle francesi e britanniche, le forze nucleari della Nato dispongono di circa 8.000 testate nucleari, di cui 2.370 pronte al lancio. Aggiungendo quelle cinesi, pachistane, indiane, israeliane e nordcoreane, il numero totale delle testate nucleari viene stimato in 16300, di cui 4.350 pronte al lancio. E la corsa agli armamenti nucleari prosegue con la continua modernizzazione degli arsenali.
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Per questo la lancetta dell’«Orologio dell’apocalisse», il segnatempo simbolico che sul «Bulletin of the Atomic Scientists» indica a quanti minuti siamo dalla mezzanotte della guerra nucleare, è stata spostata da 5 a mezzanotte nel 2012 a 3 a mezzanotte nel 2015, lo stesso livello del 1984 in piena guerra fredda.
Particolarmente alto il rischio che un giorno possano essere usate armi nucleari in Medio Oriente, dove l’unico paese a possederle è Israele, che a differenza dell’Iran non aderisce al Trattato di non-proliferazione. Secondo le stime, le forze armate israeliane possiedono 100-400 testate nucleari, comprese bombe H, con una potenza equivalente a quasi 4mila bombe di Hiroshima. I vettori comprendono oltre 300 caccia statunitensi F-16 e F-15, armati anche di missili israelo-statunitensi Popeye a testata nucleare, e circa 50 missili balistici Jericho II su rampe di lancio mobili. Israele possiede inoltre 4 sottomarini Dolphin, modificati per l’attacco nucleare, forniti dalla Germania, che lo scorso settembre ha consegnato il quarto dei sei previsti.
Inoltre gli Stati uniti hanno firmato accordi per la fornitura ad Arabia saudita, Bahrain ed Emirati arabi di tecnologie nucleari e materiale fissile con cui possono dotarsi di armi nucleari. L’Arabia saudita ha ufficialmente dichiarato (The Independent, 30 marzo 2015) che non esclude di costruire o acquistare armi nucleari, con l’aiuto del Pakistan di cui finanzia il 60% del programma nucleare militare.
Su questo sfondo quella di Vienna appare come una tragica sceneggiata. Mentre si puntano i riflettori sull’Iran, che non possiede armi nucleari e il cui programma nucleare civile è verificabile, si lascia in ombra la drammatica realtà della corsa agli armamenti nucleari per convincere l’opinione pubblica che, con l’accordo sul nucleare iraniano, «il nostro mondo è più sicuro».

Manlio Dinucci Μάνλιο Ντινούτσι مانليو دينوتشي

Courtesy of il manifesto
Source: http://ilmanifesto.info/o-k-per-logiva-nucleare-b61-12-andra-ad-aviano/
Publication date of original article: 14/07/2015

thanks to: Tlaxcala

Netanyahu è “l’uomo giusto” per parlare dell’Iran davanti al Congresso

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Tedesco

Netanyahu è “l’uomo giusto” per parlare dell’Iran davanti al Congresso
Il premier israeliano durante una conferenza (Foto di Promosaik)

Global Research, 3 marzo 2015

Prof. Yakov M. Rabkin, professore di storia all’università di Montreal

Il premier israeliano è perfettamente adatto per spiegare al Congresso il presunto pericolo del potere nucleare iraniano. Dopo tutto, è stato Israele insieme ai suoi alleati di Washington ad inventare questa questione fin dall’inizio. Ora tocca a Netanyahu tentare di dar credito a quell’affermazione, sebbene persino i servizi segreti americani, europei e israeliani non siano d’accordo sul fatto che l’Iran starebbe cercando di produrre armi nucleari. Alcuni forse si ricordano che le asserzioni secondo cui l’Iraq possederebbe armi di distruzione di massa erano provenute in gran parte dalle stesse fonti, vicine al partito israeliano di destra Likud.

Il lavoro di lobby del partito Likud ha fomentato in modo determinante la campagna contro l’Iran. Infatti, in occasione dell’incontro dell’AIPAC nella primavera del 2006, l’Iran è stato particolarmente preso di mira, grandi schermi che alternavano immagini di Adolf Hitler che denunciava gli ebrei e poi del Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad che minacciava di “cancellare Israele dalla faccia della terra”. Lo show terminava con uno sbiadito augurio post-olocausto “mai più”. In pochi mesi la lobby ha distribuito ben 13.000 cartelle stampa solo tra i giornalisti statunitensi per fissare bene nelle teste dei media queste immagini cariche di pathos.

I leader iraniani sono stati continuamente raffigurati come gente che nega l’olocausto e che minaccia di cancellare Israele dalla faccia della terra. Queste due affermazioni sono state pubblicate in migliaia di giornali: l’Iran è uno stato ambiguo e una minaccia per la pace mondiale. Sono state persino usate per imporre le sanzioni occidentali contro l’Iran che avrebbe tentato di produrre armi nucleari. Milioni di iraniani soffrono a causa di queste sanzioni e ancora più persone in Iran soffrirebbero un intervento militare che per Tel Aviv e Washington non è ancora escluso. Ecco perché si devono analizzare in dettaglio queste affermazioni secondo cui i governanti iraniani sarebbero degli antisemiti accaniti.
La questione del programma nucleare iraniano richiede un’analisi razionale. La correlazione tra Israele/sionismo ed ebrei/ebraismo ha soffocato da tempo il dibattito razionale sul Medio Oriente. I critici di Israele, ebrei e non, vengono regolarmente accusati di antisemitismo. Tali accuse hanno iniziato a influenzare ampiamente le relazioni internazionali. E la “bomba atomica iraniana” ne è un esempio. Netanyahu giunge a Washington, fingendo di parlare nel nome del popolo ebraico mondiale invece che quale rappresentante eletto dai cittadini di Israele, un terzo dei quali non sono neppure ebrei.

La negazione dell’olocausto

Tra i partecipanti alla conferenza internazionale sull’Olocausto, organizzata dall’ex-presidente iraniano quasi dieci anni fa, figuravano alcuni noti “negatori” dell’Olocausto e anche un gruppetto di ebrei ortodossi in abiti neri che raccontavano del massacro nazista contro i loro parenti. È di poco interesse pratico dibattere sul fatto se Ahmadinejad neghi la veridicità dell’Olocausto o meno, visto che oramai non detiene più il potere. Ma ci si potrebbe meravigliare per quale motivo tendiamo a considerare la negazione dell’Olocausto una questione talmente grave. Infatti, un “negatore” del massacro di centinaia di migliaia di ebrei in Ucraina nel 17esimo secolo o dell’espulsione degli ebrei dalla Spagna nel 15esimo passerebbe quasi del tutto inosservato. A rendere unico l’Olocausto, non sono solo la sua immediatezza e la sua ampiezza, ma anche le manipolazioni sioniste della sua memoria.
I leader iraniani non erano stati i primi a denunciare il prezzo che l’establishment israeliano ha estorto ai palestinesi (musulmani, cristiani e anche alcuni ebrei), costretti a pagare per un crimine commesso in Europa, da nazisti europei, contro ebrei europei. Per quanto possa valere quest’obiezione, essa non equivale ad una negazione dell’Olocausto, ma piuttosto ad un’obiezione contro l’uso di questa tragedia quale mezzo di legittimazione del fatto che il sionismo e Israele continuino ad espropriare i palestinesi.
Secondo Moshe Zimmermann, professore di storia tedesca e noto intellettuale israeliano, “la shoah viene spesso strumentalizzata. Cinicamente si può dire che la shoah è uno tra gli oggetti più utili per manipolare il pubblico e in particolare il popolo ebraico in Israele e all’estero. Nella politica israeliana la shoah viene usata per dimostrare che un ebreo disarmato equivale ad un ebreo morto”.

Gli usi politici del genocidio nazista sono comuni. Secondo l’ex ministro dell’educazione israeliano “l’olocausto non è una follia nazionale accaduta nel passato e ormai trascorsa, ma un’ideologia ancora presente, in quanto ancora oggi potrebbe succedere che il mondo legittimi dei crimini contro di noi”. Oltre a fornire a Israele una ragion d’essere alquanto persuasiva, l’olocausto ha anche dimostrato di essere un mezzo potente per sostenere Israele. Un parlamentare israeliano l’ha posta in questi termini diretti:

“Persino i migliori amici del popolo ebraico evitarono di offrire sostegno agli ebrei europei e volsero le spalle ai camini dei campi di sterminio … per questo tutto il mondo libero, in particolare in quest’epoca, deve dimostrare pentimento … offrendo sostegno diplomatico, difensivo ed economico a Israele”.

L’industria dell’olocausto di Norman Finkelstein documenta ampliamente come la memoria del genocidio nazista possa essere sfruttata a fini politici. Per decenni, l’olocausto ha svolto la funzione di strumento di persuasione nelle mani della politica estera israeliana al fine di soffocare qualsiasi critica e creare simpatia verso uno stato che si traveste dall’eroe collettivo di sei milioni di vittime. Netanyahu, nei suoi dibattiti pubblici sull’Iran, invoca regolarmente l’olocausto. Asserisce che l’ipotetica bomba atomica iraniana costituisca “una minaccia esistenziale”. Inoltre, in una conclusione priva di senso chiama Israele “l’unico luogo sicuro per gli ebrei”. All’indomani dei recenti attentati contro cittadini di origine ebraica a Parigi o Copenaghen, Netanyahu ha nuovamente invitato gli ebrei europei a lasciare i loro paesi per trasferirsi in Israele, loro “vera patria”. Le sue invettive su un “olocausto nucleare” sul fronte iraniano hanno gioco facile presso i suoi sostenitori, ma è difficile che rappresentino un’argomentazione razionale di politica estera.

Eliminare Israele dalla faccia della terra

Tanto inchiostro è stato versato anche su un’altra affermazione, secondo la quale l’Iran avrebbe dichiarato la propria intenzione di “eliminare Israele dalla faccia della terra”. Juan Cole e altri hanno dimostrato che si trattava di un errore di traduzione e che la parola “faccia della terra e/o carta geografica” non figurava nell’originale. Infatti si tratta di una citazione da una delle vecchie invettive anti-sioniste dell’Ayatollah Khomeini: Esrâ’il bâyad az sahneyeh roozégâr mahv shavad, che tradotta significa “Israele deve sparire dalla pagina del tempo”. Dopo questa storia inventata sulla “cancellazione di Israele dalla faccia della terra”, queste parole iniziarono a fare il giro del mondo, martellando per bene l’opinione pubblica. Infatti gli istigatori sionisti della campagna contro l’Iran le hanno usate fino alla noia. Un rapporto pubblicato di recente sull’Iran da parte del Centro degli Affari Pubblici di Gerusalemme, una fabbrica di pensiero sionista particolarmente attiva nella conduzione della campagna contro l’Iran, traduce correttamente la citazione di Khomeini, ma insiste comunque sul fatto che si tratti di un incitamento al “genocidio”. Quest’ultimo è diventato il termine favorito nelle recenti pubblicazioni sioniste: lo stesso rapporto fa riferimento al “genocidio fallito del 1948 da parte di diversi stati arabi e dei palestinesi contro Israele”.

I leader iraniani invece hanno ripetutamente richiesto di risolvere i problemi del mondo, inclusa la questione palestinese, con il dialogo. Hanno proposto tra l’altro “un referendum libero per istituire un governo basato sulla volontà della nazione palestinese, inclusi ebrei, cristiani e musulmani, in cui tutti abbiano diritto di voto”.

Nessuna di queste proposte sembra prevedere un intervento militare e non può essere interpretata come “minaccia esistenziale”. Ecco perché allora nei media comuni non interessa a nessuno: infatti le affermazioni moderate provenienti da Teheran non vale la pena pubblicarle.

I leader iraniani hanno anche affermato che “il regime sionista sarà eliminato quanto prima, come l’Unione Sovietica, e che l’umanità otterrà presto la libertà”. Come l’Unione Sovietica è stata disintegrata in modo pacifico, allo stesso modo anche Israele scomparirà in modo pacifico, cedendo al peso delle proprie contraddizioni interne. Visto che l’Unione Sovietica non è stata cancellata da una pioggia di bombe atomiche, l’Iran non suggerisce l’uso della forza neppure per smantellare Israele. Inoltre non avrebbe alcun senso vista l’estrema superiorità militare israeliana quale unica potenza nucleare regionale.

La richiesta di porre termine al sionismo non significa la distruzione di Israele e della sua popolazione. Secondo Jonathan Steel del Guardian non si tratta che di un “vago desiderio futuro”. Questo desiderio equivale ad una preghiera per “uno smantellamento pacifico dello stato sionista”, pronunciata regolarmente dai membri del gruppo antisionista ebraico Neturei Karta. Infatti la liturgia ebraica abbonda di prese di posizione alquanto aggressive nei confronti di chi non riconosce Dio o commette il male. Ad esempio nei servizi delle festività principali noi ebrei recitiamo la frase u’malkhut ha’rishaa kula ke’ashan tikhleh (e che il regno del male scompaia come il fumo). Il significato letterale significa annichilire o distruggere un intero paese, ma il vero significato di “regno del male” significa che ogni azione nefasta in ogni luogo verrà eliminata. Non si parla dunque di una persona in particolare e neppure di migliaia di persone innocenti.

Anche se milioni di ebrei recitano questa invocazione ogni anno, questo non significa la guerra atomica. Ma se volessimo demonizzare gli ebrei, potremmo usare quest’invocazione e trasformarla in un’accusa infondata secondo cui gli ebrei vorrebbero distruggere interi paesi. Alcuni israeliani laici hanno interpretato questa preghiera tradizionale quale invocazione alla distruzione della maggioranza secolare della popolazione ebraica in Israele. Per questo la tradizione ebraica rifiuta le interpretazioni letterali dei testi sacri e si rifà a quelle dei rabbini, anche se a volte molto inverosimili. I rabbini ad esempio interpretano unanimamente il principio biblico “occhio per occhio” quale obbligo di pagare una compensazione monetaria per salvare l’occhio del reo. La preghiera liturgica ebraica menzionata è un esempio di retorica religiosa basata su metafore espressive che si riferiscono a un desiderio di vedere un mondo senza il male.

Per ritornare alla nostra tematica principale: sono ormai passati oltre trecento anni dall’ultima volta che l’Iran ha attaccato un altro paese, cosa che non si può dire di Israele e degli Stati Uniti. Considerare l’Iran meno responsabile di Israele di cui si sa per certo che possiede armi nucleari sembra un residuo incoerente della mentalità coloniale.

Inoltre l’Iran combatte attivamente gli estremisti dello “Stato Islamico” che giustifica le proprie atrocità servendosi di interpretazioni letterali del Corano. Gli ebrei in Iran continuano a praticare l’ebraismo senza essere disturbati dalle autorità iraniane e desiderano continuare a vivere nel paese in cui hanno vissuto per millenni, e questo mentre la maggior parte dei leader iraniani anti-sionisti ha dichiarato di non essere anti-semita. Infatti se fossero state antisemite, le autorità iraniane avrebbero perseguitato gli ebrei locali, invece di provocare la potenza nucleare israeliana.

La pretesa di Netanyahu di parlare “nel nome di tutti gli ebrei” mette in pericolo gli ebrei, e soprattutto quelli iraniani. Alcuni sionisti comunque rimangono imperterriti e rimproverano persino gli ebrei iraniani per non essere emigrati in Israele da tempo. Questo atteggiamento espone la forse più antica comunità ebraica del mondo musulmano, visto che ovviamente la ragione di stato israeliana spesso prevale sul benessere e sulla sopravvivenza concreta delle comunità ebraiche. I sionisti considerano gli ebrei che vivono al di fuori di Israele quale potenziali immigrati o beni provvisori per promuovere gli interessi israeliani.

Dissenso ebraico

Il discorso di Netanyahu al congresso statunitense e la sua attuale campagna contro l’Iran hanno causato profonde divisioni tra gli ebrei che sostengono incondizionatamente Israele e quelli che rifiutano o mettono in dubbio il sionismo e l’agire dello stato israeliano. Il dibattito pubblico sulla posizione di Israele all’interno della continuità ebraica è diventato aperto e franco, non solo in Israele, ma anche all’estero. Molti vedono il futuro dello stato di Israele quale uno stato di cittadini, ebrei, musulmani, cristiani ed atei, più che di uno stato basato e gestito nel nome dell’ebraismo mondiale.

Mentre sono pochi gli ebrei a meravigliarsi pubblicamente del fatto se lo stato di Israele, cronicamente insicuro, “sia veramente un bene per gli ebrei”, molti di più disapprovano che il sionismo distrugga i valori morali ebraici e metta a repentaglio gli ebrei sia in Israele sia all’estero. Ad esempio il film Munich di Steven Spielberg focalizza in modo decisivo sul costo morale dell’affidamento cronico di Israele alla forza. In una scena, un membro dell’unità israeliana di picchiatori, che cacciano gli attivisti palestinesi della diaspora, rimane disgustato e proclama: “Siamo ebrei e gli ebrei non commettono il male perché i nostri nemici lo fanno… siamo ritenuti virtuosi. E questa è una bella cosa. È essere ebrei…” Mentre Schindler’s List indaga le minacce alla sopravvivenza fisica degli ebrei, Munich espone le minacce alla loro sopravvivenza spirituale. Chiaro che i sostenitori del Likud in America hanno ettato gango sul regista ebreo e sul suo film ancora prima che uscisse nei cinema. Hanno diffamato anche diversi libri pubblicati di recente (Prophets Outcast, Wrestling with Zion, Myths of Zionism, The Question of Zion) e incentrati sul conflitto di fondo tra sionismo e valori ebraici tradizionali. Il discorso di Netanyahu al Congresso ha profondamente lacerato questo conflitto intra-ebraico.

La lobby del Likud sostiene continuamente che gli ebrei che osano criticare Israele metterebbero a repentaglio il suo “diritto di esistere” e fomenterebbero dunque l’antisemitismo. Questo ha condotto alcuni ebrei britannici, canadesi e statunitensi famosi a prendere la parola nel contesto di un dibattito aperto su Israele nei media e persino nelle pubblicazioni conservatrici. La nota rivista pro-establishment Economist ha pubblicato un’indagine sullo “stato degli ebrei” e un editoriale indirizzato agli ebrei comuni della diaspora per farli superare l’atteggiamento tipico secondo cui “il mio paese ha sempre ragione, anche quando ha torto”, adottato da numerose organizzazioni ebraiche. Questo certamente intacca l’immagine degli ebrei quale gruppo riunito intorno alla bandiera israeliana.
L’impegno a favore dell’emancipazione ebraica dallo stato di Israele e la sua politica ha superato alcune vecchie dissidenze, creandone comunque anche delle nuove. Pertanto un critico ultraortodosso di Israele, che normalmente si oppone all’ebraismo riformista, si è complimentato con un rabbino riformista che aveva affermato:

“Se i sostenitori ebrei di Israele non si oppongono alla politica catastrofica che non garantisce la sicurezza dei suoi cittadini e neppure crea il clima appropriato in cui lavorare per una pace giusta con i palestinesi … poi stanno anche tradendo i valori ebraici millenari e agendo contro gli interessi israeliani a lungo termine”.

Molti ebrei e israeliani credono che la lobby del Likud, uno sforzo collettivo dei cristiani, ebrei, musulmani ed atei di destra, rappresenti la più grande minaccia per la sicurezza a lungo termine di Israele, visto che sostiene regolarmente i falchi di Israele, indebolendo invece gli israeliani che nella regione si impegnano per la riconciliazione. La lobby promuove anche l’antisemitismo visto che spesso viene considerata “ebraica”, dando dunque l’impressione errata secondo cui gli ebrei detterebbero la politica estera americana, spostandola verso destra. Infatti la maggior parte degli ebrei statunitensi ha votato Barak Obama. Mentre i leader israeliani attuali e i loro alleati in America continuano ad incitare il mondo contro l’Iran, diverse organizzazioni pacifiste in Israele e in diverse comunità della diaspora ebraica hanno rilasciato delle dichiarazioni che condannano la campagna anti-iraniana e il comportamento di Netanyahu.

Oggi, in assenza di stati arabi che rappresentino una minaccia militare per Israele, è l’Iran che gli israeliani vengono indotti a temere. E proprio vicino all’Iran, che ha affermato a più riprese di non aver alcuna intenzione di acquistare armi nucleari, si trova il Pakistan, un regime instabile con un forte movimento islamista, con fazioni di Al-Qaeda, e che possiede un arsenale nucleare non immaginario, ma reale. Anche se il Pakistan non ha minacciato Israele, le “minacce esistenziali” potrebbero non avere mai fine, se lo stato sionista andrà avanti per la sua strada, continuando a sfidare i popoli dell’intera regione, negando giustizia ai palestinesi.

Una precisazione

Le due accuse cariche di emotività rivolte all’Iran hanno dominato i media occidentali. Un’altra accusa secondo cui l’Iran avrebbe approvato una legge che costringerebbe gli ebrei a portare dei simboli di riconoscimento gialli è stata riportata dal Toronto National Post alcuni anni fa, rinforzando l’immagine dell’Iran quale nuova Germania nazista. Anche se l’articolo fu ritirato il giorno dopo, sono più le persone a ricordarsi della notizia che non della successiva smentita dal quotidiano, di propietà di canadesi impegnati nel Likud.
Quest’informazione errata sicuramente aiuta a preparare l’opinione pubblica a un intervento militare statunitense o israeliano contro l’Iran ricco di petrolio, un inquietante remake della paura delle illusorie armi di distruzione di massa irachene che hanno provocato un intervento militare gigantesco contro quel paese sfortunato, la cui popolazione aveva già sofferto per decenni a causa delle sanzioni occidentali. Saddam Hussein è stato debitamente ritratto come un’altra incarnazione di Hitler e di nuovo è stato invocato lo spettro dell’olocausto nucleare.

È Israele che presumibilmente possiede centinaia di armi nucleari e a differenza dell’Iran si rifiuta di firmare il Trattato di Non-Proliferazione Nucleare. L’Iran invece non ha mai dichiarato di essere intenzionato a produrre armi nucleari. Secondo noti esperti israeliani l’Iran non sarebbe in grado di acquistare una tale capacità nucleare-militare per 5-10 anni, e anche se l’acquisisse, l’Iran lo farebbe per proteggersi dalle incursioni israeliane e sicuramente non per attaccare Israele.

I leader iraniani vengono erroneamente visti come estremisti forsennati con poteri illimitati da cui aspettarsi delle azioni irrazionali. Ne segue che devono essere fermati ad ogni costo. Questo aspetto si è trasformato oramai in un mantra non solo per i politici israeliani di destra, ma anche per un retorico come Netanyahu – che disprezzando la Carta delle Nazioni Unite minaccia apertamente di attaccare l’Iran – e per alcuni politici americani che lo ammirano. Mentre la Casa   Bianca e gli esperti di politica estera e dei servizi segreti sanno che né Israele né gli Stati Uniti sono minacciati da un attacco iraniano, le loro argomentazioni razionali sembrano essere meno persuasive della retorica carica di pathos. Gli Stati Uniti hanno noti interessi geopolitici nel Golfo Persico, ma le accuse contro l’Iran basate sulla deliberata idetificazione di Israele con gli ebrei potrebbero distorcere il modo di fare politica estera a Washington.
Gli intellettuali apprezzano la precisione. E ai politici serve in ugual modo visto che da loro ci si aspetta un agire prudente e razionale. L’ingerenza di Netanyahu nella politica estera americana fa parte del suo tentativo a lungo termine di allineare gli interessi della grande potenza a quelli dello stato sionista. Per questo le sue argomentazioni vanno prese con le pinze e senza emozioni superflue che spesso oscurano le questioni riguardanti Israele e i suoi vicini. Per diversi anni le diplomazie estere si sono concentrate sul contenimento dell’intervento militare israeliano contro l’Iran. Israele allora aveva le mani libere per trattare i palestinesi con sostanziale impunità. La nuova “minaccia esistenziale” dell’arma di distruzione di massa ipotetica a Israele serviva da vera e propria “arma di distruzione di massa”. L’incredibile crescita dello Stato Islamico a livello grafico mostra che meccanismi possono innescare la demodernizzazione e la successiva disperazione in certe regioni del mondo. Basta citare l’esempio dell’Iraq, della Libia e della Siria, tutti e tre paesi soggetti a interventi militari esterni, e il seguente emergere dello Stato Islamico per capire che la destabilizzazione di un paese o di una regione ha conseguenze devastanti e di vasta portata. Il premier israeliano invoca la cosiddetta minaccia iraniana per rallentare o invertire la politica iraniana di modernizzazione. La forzata demodernizzazione dell’Iraq, della Siria e della Libia, i paesi più antichi e colti del mondo arabo, ha sicuramente giovato alla posizione strategica israeliana all’interno della regione. Netanyahu comunque ci dovrà spiegare come la demodernizzazione dell’Iran gioverà agli Stati Uniti.

Traduzione italiana: Dr. phil. Milena Rampoldi dell’associazione ProMosaik e.V.

thanks to: pressenza

Mosaico di Pace – Esigete! Un disarmo nucleare totale

MOSAICO di PACE – Marzo 2015: Recensione al Libro postumo di Stéphane Hessel e Albert Jacquard, in esclusiva per l’Italia
Con Alessandro Marescotti per Mosaico di Pace, contro ogni “Olocausto ambientale”
7 marzo 2015 – Laura Tussi

Per un disarmo nucleare totale, contro ogni "Olocausto ambientale"

Stéphane Hessel, Albert Jacquard – ESIGETE! Un disarmo nucleare totale

A cura di Mario Agostinelli, Luigi Mosca, Alfonso Navarra

Presentazione di Emanuele Patti

Prefazione di Antonio Pizzinato

Recensione di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici – ANPI Nova Milanese, Progetto “Per Non Dimenticare”

 

L’ultimo appello dei partigiani Stéphane Hessel e Albert Jacquard: “Esigete! un disarmo nucleare totale”  riguarda, ad avviso di chi scrive, il problema più importante ed urgente che l’intera umanità deve risolvere: liberarsi dalla minaccia atomica che può condurre, nella logica spietata di meccanismi incontrollabili, ad una guerra persino per caso e/o per errore. Esso è contenuto nel pamphlet dal titolo omonimo appena edito da EDIESSE in esclusiva per l’Italia, a cura di Mario Agostinelli e Alfonso Navarra e tradotto dallo scienziato italo-francese Luigi Mosca. Sono da ricordare anche le presentazioni di Emanuele Patti, Presidente dell’ARCI di Milano e di Antonio Pizzinato, Presidente Onorario dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia ANPI. Il volumetto cita il contributo del Progetto “Per non dimenticare” delle città di Nova Milanese e Bolzano (sito istituzionale: lageredeportazione.org): da tempo collaboriamo infatti con le organizzazioni sponsor dell’iniziativa editoriale: Energia Felice, ARCI, ANPI, FIOM, Fermiamo chi scherza col fuoco atomico. Insieme ci stiamo impegnando per coinvolgere l’intera ANPI italiana e quindi l’intero schieramento democratico, per il cambiamento, sul “cammino della nonviolenza che dobbiamo imparare a percorrere”, come appunto Stéphane Hessel titola un paragrafo del suo precedente celebre trattato e best sellers “Indignatevi!”. Questa indicazione per il ricorso alla forza dell’unità popolare, appunto la nonviolenza, da parte del Partigiano e Padre Costituente Stéphane Hessel è un monito decisivo per far tesoro dell’imprescindibile appello alla pace di Albert Einstein: “ l’umanità deve distruggere gli armamenti, prima che gli armamenti distruggano l’umanità”. Sostanzialmente, due importanti filoni culturali animano il libello che anche noi di “Per non dimenticare” stiamo diffondendo in cooperazione con le organizzazioni citate. In primis, l’argomento sostanziale è il disarmo nucleare, ossia l’assoluto imperativo, innanzitutto umanistico, ancor prima che umanitario: infatti la denuclearizzazione dal basso, attuata tramite i referendum e l’attivismo nonviolento, deve responsabilizzare tutti ad una cultura di disarmo, di antimilitarismo, di obiezione di coscienza alle spese militari e nucleari, per una svolta nonviolenta della Storia. Altro punto essenziale è la “predicazione” di un nuovo antifascismo che “impara a percorrere il cammino della nonviolenza” e attua il programma della “Resistenza Europea” per contrastare lo strapotere dei mercati dell’alta finanza, all’insegna del dogma neoliberista e ipercapitalista. “Esigete!” è fondamentalmente uno strumento culturale per sensibilizzare la società civile sui valori fondanti dell’Antifascismo e della Democrazia.

Stéphane Hessel rappresenta un ponte tra memoria antifascista e speranza di futuro, perché fu Partigiano, Deportato a Buchenwald, Padre Costituente della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, e inoltre i suoi scritti ispirano il movimento Occupy Wall Street e fu Presidente della Commissione Internazionale Bertrand Russell per la Palestina. Stéphane Hessel si rivolge alle generazioni presenti e future per una nuova Resistenza e per una Rinascita europea e mondiale finalizzata ad un nuovo processo di Liberazione dalla tirannia del capitalismo finanziario e neoliberista. L’Autore prospetta l’attualità del programma della Resistenza che nel 1945 prevedeva “l’evizione dei grandi gruppi di potere economico e finanziario dal controllo dell’economia”, per l’attuazione di un orizzonte ecologista e pacifista che rifondi un’utopia concreta, nel collegamento tra memoria storica e prospettiva di futuro, dove “il cammino della nonviolenza” non significa passività e codardia, ma cooperazione ed interdipendenza tra tutti i popoli sui diritti umani, come base di un’autentica sicurezza, fondata sul concetto di pace, che impedisca la corsa agli armamenti nucleari. La nonviolenza non è passività, ma è unità popolare; è una forza che può reinterpretare il motto “proletari di tutti paesi unitevi”, per disarticolare la catena di controllo del sistema di potere e per agire in modo preventivo, anche rispetto all’anticipazione dei meccanismi bellici, al controllo e alla prevenzione dei conflitti armati, ossia al fine di orientare l’impegno per la messa al bando delle armi nucleari, perché la corsa folle agli armamenti è un crimine contro l’umanità. Il nucleare ha mietuto vittime con Hiroshima, Nagasaki e i molti test delle bombe e la radioattività continua a produrre morte. La questione nucleare, nonostante vari referendum, vittoriosi nel nostro Paese, non è definitivamente chiusa, perché il contesto europeo è ancora favorevole ai reattori a fissione ed è sempre attuale la connessione tra nucleare civile e militare in un mondo che continua la corsa sfrenata al riarmo e al perfezionamento tecnologico degli armamenti. Dunque gli Autori, Stéphane Hessel e Albert Jacquard, uniscono le loro voci per fare appello al disarmo nucleare totale, basandosi su un inventario dell’”Osservatorio degli armamenti nel mondo”. Un obiettivo politico a portata di mano che può scaturire dalla mobilitazione di base, nutrita da consapevolezza a livello individuale e collettivo, è reso possibile dal fatto che, a partire dalla Conferenza di Oslo (marzo 2013) proseguita con il più recente incontro di Nayarit (febbraio 2014), da parte di 125 Stati, con adesioni crescenti, è stato avviato, rispetto a quello “storico” delle sessioni del Trattato di Non Proliferazione, un nuovo percorso internazionale “umanitario” per giungere a un trattato di interdizione totale delle armi nucleari. Questo accordo ripone l’avvenire dell’umanità non nella competizione di tutti contro tutti, ma nell’emulazione di alti ideali di pace, nella cooperazione ed interdipendenza tra i popoli. Dunque, parafrasando il monito e il testamento di Stéphane Hessel alle nuove generazioni, noi tutti “Esigiamo! un disarmo nucleare totale” e siamo forse ad un passo per conseguirlo. Non manchiamo questa occasione storica!

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Günter Grass: Le armi nucleari di Israele stanno mettendo a rischio la pace nel mondo già fragile?

Günter Grass, scrittore tedesco, premio Nobel per la Letteratura nel 1999, con la sua ultima poesia “Quello che bisogna dire” pubblicata sul quotidiano Süddeutschen Zeitung, denuncia la complicità occidentale nel fornire ad Israele armi di distruzione di massa come il trasferimento già annunciato dalla Germania di un’altro sottomarino in grado di lanciare missili a testata nucleare (che si aggiunge agli altri 3 super sottomarini di nuova generazione simili al Type 212, prodotti dalla ThyssenKrupp, che la Germania venderà ad Israele tra il 2012 e il 2014** NdT).

“Poichè va detto” scrive Grass, potremmo diventare “fornitori” di un “crimine prevedibile” e “nessuna delle solite scuse potrebbe giustificare la nostra complicità”.

Inoltre, l’intenzione israeliana di bombardare gli impianti nucleri iraniani potrebbe “spazzare via” il popolo iraniano, semplicemente perchè l’Iran è sospettato di voler produrre un’arma atomica senza alcuna prova di ciò. Ci vorrebbe invece un agenzia internazionale, accettata da entrambi gli stati, che controllasse l’arsenale atomico di Israele e gli impianti nucleari iraniani (peccato che Israele non ha mai permesso a nessuna agenzia internazionale da più di 60 anni di controllare alcunchè NdT).

“Ma perché ho taciuto fino ad ora? ” si chiede il maestro.

Forse la paura di essere accusati di antisemitismo ci ha inibito dal criticare apertamente lo Stato di Israele? “E di certo” conclude “Non tacerò più, perchè sono stanco dell’ipocrisia dell’Occidente”.

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Was gesagt werden muss
Author(s): Das Gedicht von Günter Grass
Source: sueddeutsche.de 04.04.2012, 12:03
Published by: Süddeutschen Zeitung
URL: http://www.sueddeutsche.de/kultur/gedicht-zum-konflikt-zwischen-israel-und-iran-was-gesagt-werden-muss-1.1325809