Il Parlamento scozzese dichiara: ‘Senza se e senza ma, no al fracking’

Segnali non vincolanti di messa al bando del fracking: ‘crescente consenso sul fatto che fermare il cambiamento climatico significa dire no ai nuovi combustibili fossili come il gas estratto con il fracking’.

di Deirdre Fulton, redattore per Common Dreams

Mercoledì il Parlamento scozzese ha approvato una mozione a supporto di un’immediata messa al bando del fracking, creando così un potenziale atto finale sul controverso metodo di estrazione dei combustibili fossili.

La mozione, avanzata dai laburisti, dichiara: “Questo parlamento riconosce che, per attuare gli obiettivi scozzesi relativi al cambiamento climatico e proteggere l’ambiente, deve esserci un’immediata messa al bando del fracking in Scozia”.

Dopo l’astensione dei membri del Partito Nazionale Scozzese (SNP), la mozione è passata con 32 voti contro 29. L’SNP ha annunciato una moratoria sul fracking lo scorso gennaio, ma si è fermato, a meno di un’immediata messa al bando, per permettere ulteriori ricerche.

The Guardian riporta:

Il portavoce del Partito laburista scozzese sull’ambiente, Claudia Beamish, che ha presentato l’emendamento, ha immediatamente richiesto al governo SNP di chiarire la propria posizione dopo il voto, che non crea politiche vincolanti ma rappresenta, così presto, una significativa sconfitta per l’SNP in questa nuova legislatura.

Beamish ha affermato: “Il governo SNP deve ora chiarire se vuole rispettare o meno la volontà del parlamento e introdurre un’immediata messa al bando del fracking. Sarebbe oltraggioso per questo importante voto essere ignorato.

“Non si sono dubbi sulla scienza – per rispettare i nostri obiettivi sul cambiamento climatico e proteggere il nostro ambiente abbiamo la necessità di sviluppare fonti di energia a basso contenuto di carbonio, non un altro combustibile fossile. La posizione dei laburisti è chiara: senza se, senza ma, no al fracking”.

Secondo The Scotsman:

La segretaria dell’Ambiente Roseanna Cunningham aveva affermato in precedenza che l’opinione pubblica in Scozia avrebbe giocato un ruolo chiave nella decisione ministeriale di imporre o meno un’immediata messa al bando del fracking.

Il ministro dell’energia Paul Wheelhouse prenderà una decisione, ma non è verosimile che questo avvenga prima dell’estate.

“E’ fantastico che il Parlamento scozzese abbia votato per la messa al bando del fracking e abbia inviato questo chiaro messaggio al Governo affinchè la implementi” ha detto Mary Church, leader delle campagne di Friends of the Earth Scotland.

“E’ anche chiaro dal voto di oggi che esiste un consenso crescente sul fatto che fermare il cambiamento climatico significa dire no ai nuovi combustibili fossili come il gas estratto con il fracking”.

Ha aggiunto: “Ci aspettiamo una maggiore urgenza da parte del Governo scozzese per porre fine all’incertezza delle comunità che affrontano l’estrazione non convenzionale dei combustibili fossili in tutta la Scozia”.

 

Traduzione dall’inglese di Matilde Mirabella

Sorgente: Pressenza – Il Parlamento scozzese dichiara: ‘Senza se e senza ma, no al fracking’

Perche’ votare e perche’ votare si al referendum del 17 Aprile 2016

Il petrolio prima ancora che l’ambiente inquina la democrazia.

Non avrei mai immaginato che questo referendum aprisse una cosi violenta discussione sul tema petrolio in Italia o che venissero fuori tutti questi scandali, uno piu’ deprimente dell’altro per chiunque ami l’Italia.  Essenzialmente predico tutte queste cose da anni, ma questa cosi grande macchina organizzativa per taroccare i controlli, per mentire alla gente, per farci soldi sopra, con la piu’ totale incuranza per l’ambiente, il pianeta, la gente e’ veramente strabiliante.  I petrolieri hanno giocato con i polmoni, con il mare, con la fiducia degli italiani e questo da solo e’ un motivo forte per votare SI il giorno 17 Aprile 2016.

Gli altri li elenchero’ fra qualche paragrafo. Ma e’ quanto di piu’ meschino e antidemocratico invitare la gente all’astensionismo come cercano di fare in molti nel PD. Quale che sia stato l’iter di questo referendum siamo adesso chiamati alle urne, e occorre andare a votare per non sprecare i 3-400 milioni di euro che questo referendum costera’.  Vincere sperando che non si raggiunga il quorum e’ uno schiaffo al vivere civile e a tutti quelli che hanno dato la vita, generazioni fa, per darci il suffragio universale.

Il quesito e’ sulla durata temporale delle trivelle. Le concessioni adesso durano 30 anni con possibilta’ di proroga fino all’esaurimento del giacimento. Il referendum vuole che, per il futuro e per le sole concessioni entro le 12 miglia, una volta scaduti questi 30 anni, non possano esserci proroghe. Il quesito riguarda una ventina di concessioni della Edison e dell’ENI che “scadranno” fra il 2017 e il 2027. Sono in Adriatico (Emilia Romagna, Marche e Abruzzo), in Sicilia e nel mar Ionio (Calabria).   Di queste concessioni una e’ unicamente a petrolio, Rospo Mare in Abruzzo, le altre sono tutte a gas o miste. Le piattaforme fuori dalle 12 miglia non sono interessate.

Il voto e’ un voto simbolico. I quesiti iniziali erano sei, ma di questi cinque sono stati cancellati, grazie a sgambetti piu’ o meno aperti da parte del governo. Hanno una gran paura del voto. Oltre a cancellare cinque quesiti su sei, hanno pure deciso di non voler incorporare il voto con le amministrative di Giugno, sperando nell’astensionismo. Essendo un voto simbolico, anche l’espressione del voto deve essere simbolico.

Non votiamo per trenta o trentuno anni di trivelle. Votiamo per dire al governo che tipo di Italia vogliamo. Una Italia fossile, che si ancora stretta stretta al passato, con tutte questa petrol-molassa di morte, di ministri, di amanti, di bugie, o una Italia che con coraggio guarda al futuro e programma un paradigma energetico diverso, fatto non solo di energia pulita, ma di coscienze pulite.

Non e’ vero che non si puo’. I perdenti, i vecchi dentro, quelli che hanno le mani in pasta, dicono che non si puo’. L’uomo e’ piu’ intelligente dei buchi. Se abbiamo messo un uomo sulla luna possiamo anche portare sulla terra sole e vento per fare tutto quello che facciamo con il petrolio, senza avvelenare nessuno.  Lo so. E’ la storia che ce lo dice.

Ecco perche’ votare si:

1. Dalle trivelle italiane, esistenti e future, non ci guadagnano niente gli italiani, solo i petrolieri.  Importiamo ancora la maggior parte del petrolio e del gas che usiamo e sara’ sempre cosi perche’ ce ne abbiamo troppo poco e scadente per farne affidamento. Non sono le trivelle in mare a portare ricchezza agli italiani. E’ l’ambiente sano, un turismo intelligente e moderno, la bellezza, la poesia del nostro paeseaggio che ci salveranno, non i buchi. Ogni Gela e’ una Taormina mancata.

2. L’Italia e’ un paese fraglie. Trivellare significa stuzzicare e modificare delicati equlibri naturali di cui non sappiamo niente. Tutto il Ravenate e’ sottoposto a fortissima subsidenza, spiagge intere sprofondano.  Studi commissionati dagli stessi petrolieri in tempi recenti confermano che la maggior parte della subsidenza e’ causata dalle estrazioni metanifere. La subsidenza e’ un fenomeno irreversibile: una volta che la terra si abbassa non si torna indietro. La subsidenza si puo’ solo rallentare. Chi da il diritto ai petrolieri di lasciare questa eredita’ alle generazioni future?

3. Quello che emerge da Viggiano (Basilicata) in questi giorni e’ *normale* per l’industria petrolifera. In alcune localita’ del mondo i controlli sono superiori, altrove, come in Italia, arrivano tardi e c’e’ una spettacolare corruzione fra controllo e controllato. Ma i tentativi di avvelenare residenti e ambiente per risparmiare costi, esistono ovunque. E’ questa la triste verita’ dell’industria petrolifera: ancora piu’ che i sussidi governativi i loro business lucrano con i sussidi non quantificabili delle nostre vite e del nostro ambiente. Ci avvelenano i polmoni ed i figli, ci deumanificano le coste con brutture industriali, puzze sulfuree insopportabili, e cozze e pesci tossici. Sono sicura che se si indagassero tutte le piattaforme d’Italia si troveranno concentrarzioni elevate di materiale tossico in ciascuna di queste. E’ inevetabile. Prima ci lasciamo questo modus vivendi alle spalle, meglio sara’.

4. A Ragusa, allo scadere della concessione Vega A approvata nel 1984, hanno fatto richiesta per trivellare altri dodici pozzi nel quasi silenzio generale. Viene fuori adesso che dopo decenni attorno alla piattaforma Vega A ci sono elevate concentrazioni di metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici, composti organici aromatici e MTBE e che non e’ possibile il totale ripristino ambientale.  A Ravenna invece viene fuori che le cozze “sane” pescate vicino alle piattaforme erano invece state prese altrove. Quelle vere invece avevano altre concentrazioni, anche qui, di metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici. Chi mangia quelle cozze? Anche qui, tutto questo e’ *normale* perche’ si tratta di infrastrutture che invecchiano, di sostanze tossiche e corrosive, e di controlli scarsi e difficili. Un giorno in piu’ di proroga e’ un giorno in piu’ di mare malato.

5. E se qualcuna delle trivelle ha incidenti o malfunzionamenti? Dalla piattaforma Paguro, da cui sono morte tre persone, non vogliamo veramente imparare niente? O vogliamo dimenticare la piattaforma ENI Temash incendiatasi nel 2004 solo perche’ e’ in Egitto? O del fatto che l’ENI-Saipem ha trivellato senza certificazioni? O che l’ENI in Norvegia ha ammesso una “lack of competence” nel trivellare i mari del nord? O vogliamo dimenticare che quando in Abruzzo ci furono perdite da Rospo Mare, prima si parlo’ di petrolio e *dopo quattro giorni* i petrolieri corressero la stampa parlando di erba e fango, come se loro stessi non fossero capaci di distinguere il petrolio dal fango immediatamente?

6. Non e’ vero che se non lo estraiamo noi lo faranno i Croati con magiche trivelle “a 45 gradi” come scrive qualche petrol-giornalista. Per tutto il parlare che si e’ fatto di petrolio in Croazia, i residenti dell’ex-Yugoslavia non hanno trivellato un solo pozzo. In Italia invece tiramo fuori petrolio dagli anni ’50 in Adriatico, senza chiedere niente a nessuno. Non sarebbe il caso di dare l’esempio e di decidere *assieme* ai croati di chiudere il mar nostrum ai petrolieri da ambo i lati?

7. Non e’ vero che diminuira’ l’occupazione. Nessuna piattaforma chiudera’ il 18 Aprile. Per di piu’ il lavoro petrolifero e’ altamente automatizzato e sono poche le persone che lavorano sulle piattaforme. Di contro, chi protegge il lavoro delle migliaia di pescatori che non sanno se pescano pesce o concentrati di monnezza tossica?

8. E se invece di preoccuparci di petrol-lavoro, ci preoccupassimo del lavoro green? La tendenza mondiale e’ di occupazione verde che cresce. In Canada gli ex lavoratori del petrolio chiedono di essere riqualificati per il lavoro nell’industria delle rinnovabili, negli USA il lavoro nelle rinnovabili ha superato quello nell’industria petrolifera. E la cosa bella del lavoro verde e’ che spesso si tratta di piccole industrie, e quindi di ricchezza distribuita invece che di colossi e multinazionali. Invece di fare la guerra al referendum, perche’ il governo di Matteo Renzi non fa piu’ politiche per incentivare le rinnovabili? L’uso di automobili elettriche? Il risparmio energetico? Nel 2014 il governo addirittura fece dei tagli retroattivi sugli impianti di energia verde, causando l’ira degli investitori stranieri e pure del Wall Street Journal.  Forse perche’ Matteo Renzi ha piu’ petrol-amici che amore per le rinnovabili?

9. Giustificare le trivelle d’Italia perche’ “se non lo facciamo noi, lo faranno in Mozambico e in Nigeria” e’ una offesa al Mozambico e alla Nigeria, e a tutti quelli che vivono vicino a pozzi e trivelle e mare malato. Ai Nigeriani non importa se trivelliamo Tempa Rossa o Ravenna o Ombrina. Ai Nigeriani importa che il loro dolore cessi e che non debbano piu’ respirare, mangiare e vivere petrolio.  A chi pensa cosi’ due cose dico. Intanto, se vogliamo proprio fare questo ragionamento, e allora dovremmo dire “se non lo facciamo nel giardino del mio condominio, lo faranno in Basilicata” e quindi che si aprissero loro un Centro Oli nelle loro citta’, o una FPSO nel loro mare. Andassero al mare a Falconara. E sopratutto. Se vi dispiace (ma veramente!) per la Nigeria e per il Mozambico, diventate attivisti per la Nigeria e per il Mozambico. Ce n’e’ tanto bisogno. E no, non e’ impossibile. Se l’ho fatto io dalla Calfornia per l’Italia, lo potete fare anche voi per il Mozambico e per la Nigeria. Ai politici che seguono questo pensiero dico: perche’ invece non mettete su delle commissioni d’inchiesta per studiare cosa esattamente l’ENI e l’AGIP abbiano combinato in Nigeria, se veramente ci tenete?  Non e’ distruggendo l’Italia che si migliora il resto del mondo. Invece di giocare al ribasso, miglioriamolo il pianeta.

10. Il pianeta muore per colpa nostra. Del nostro uso smodato di fonti fossili. Ogni giorno leggiamo di cambiamenti climatici che progrediscono e che alterano i delicati equilibri naturali. I ghiacciai che si sciolgono, le barriere coralline che muoiono, isole che scompaiono, gli oceani che si acdificano. Non e’ giusto. Da qualche parte si deve pur iniziare per cambiare le cose, e cercare di salvare il salvabile. L’Italia ha firmato decine di accordi da Kyoto a Parigi e sarebbe tutto vuoto se ci ostinassimo a trivellare il pianeta fino all’ultima goccia. Occore invece affrontare la sfida energetica con coraggio: iniziamo da qui, dal 17 Aprile.

Non c’e’ sfida alcuna davanti cui l’uomo non abbia messo tutta la sua intelligenza e il suo volere e non ci sia riuscito.

Possiamo farcela. Ce l’abbiamo sempre fatta.

thanks to: dorsogna

RT Exclusive Documentary Reveals Financial Tracks of Turkey-Daesh Oil Trade

While gathering material for its new film on Daesh’s activities in the north of Syria and its ties to the illegal oil trade with Turkey, the RT Documentary crew came across bundles of unique documents, which reveal the scope of the illicit business and the revenue it provided; the crew also interviewed some residents who were directly involved.

Sorgente: RT Exclusive Documentary Reveals Financial Tracks of Turkey-Daesh Oil Trade

I 135 motivi per votare si al referendum contro le trivelle

 

 

 

 

 

 

 

 

Eccoci qui, le 135 piattaforme marine e le 3 unita’ galleggianti di stoccaggio nel nostro Mar Adriatico, nel Mar Ionio e nel Canale di Sicilia.

Le tre unita’ galleggianti altro non sono che navi FSO o FPSO: Vega (Pozzallo, Sicilia), RospoMare (Vasto, Abruzzo) e Aquila (Brindisi, Puglia)

Sono 135, ed altrettanti motivi per dire “si al mare pulito” e no alle trivelle di Renzi, della Guidi, di Galletti e di tutti i politici pseudo-amanti del mare che del mare italiano non amano, non conoscono e non meritano niente.

Notare che i gran professori vanno dicendo che “se non lo tiriamo fuori noi, lo faranno i croati”. Bene, ecco qui, sono tutti pozzi attivi, alcuni sottocosta, altri vicino al confine delle acque croate. Trivelliamo dagli anni ’50 senza chiedere niente a nessuno.  La coerenza qui e’ un optional.

Sul referendum: si e’ un referendum svuotato del suo intento iniziale, cioe’ fermare le trivelle in mare. Il questito, da quel che riesco a capire, riguarda solo la durata temporale delle concessioni. Quindi non e’ un voto *veramente* contro le trivelle.  Dei quattro quesiti iniziali e’ rimasto solo questo, e non certo per colpa del popolo italiano, quanto dei nostri politici che hanno cercato di fare di tutto per fermare questo voto, troppo timorosi di perdere le faccia, invece che di fare la cosa giusta e cioe’ ASCOLTARE il popolo.

Resta pero’ un voto importanate anche se  simbolico: occorre votare e votare SI per mandare un segnale a Renzi e compari che siamo tanti, quale che sia il quesito.  E serve per mandare un segnale ai petrolieri che qui siamo informati, che siamo agguerriti e piu’ forti di loro, che alle loro chiacchere non crediamo, che non sono benvenuti, cosi magari prima di venire ci pensano due volte.

Si, i nostri pesudopolitici hanno fatto di tutto per farlo fallire questo referendum: un giorno a casaccio, senza l’accorpamento con il voto di Giugno, un solo quesito,  poca pubblicita’. E quindi sta a noi NON farlo fallire. Occorre andare a votare, dirlo a tutti, volerlo. Occorre che ciascuno ne parli con i propri amici, e parenti, e conoscenti, e fare lo sforzo di diventare piccoli attivisti.

Hanno paura dei nostri numeri, e ci accusano di essere “populisti”, e “poco informati” e “chiusi al dialogo”. Non e’ vero niente, hanno solo paura, perche’ loro sono pochi, siamo molti piu’ noi. E sono sicura che qualsiasi persona LIBERA da interessi di parte non potra’ che essere con noi. Sta allora a noi martellare tutti, e vincere. Dobbiamo fargli vedere che non vogliamo l’Italia al petrolio, in tutti i modi possibili, Anche con questo referendum.

Dobbiamo fare ogni giorno quel che possiamo, e il 17 Aprile e’ il voto al SI che possiamo fare, noi e i nostri amici.

thanks to: dorsogna

Tutti i 1627 buchi d’Italia producono il 7.5% del fabbisogno nazionale

Giallo: uso di petrolio
Blu: produzione interna
Produciamo un misero 7.5% di fabbisogno
in cambio di 1627 pozzi attivi
e 7222 fra attivi e dismessi in tutta la nazione.
Ne vale la pena?
Un pozzo sotto casa di tutti?
Al mare? In montagna? Nei vigneti?
Sotto casa di Matteo Renzi?
Sotto casa di Gianluca Galletti?
Sotto casa di Federica Guidi?
Sotto casa tua?
Non e’ indipendenza energetica
e’ tossicodipendenza
e’ soldi per gli speculatori
VOTA SI il 17 Aprile 2016
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Ecco qui la lista dei pozzi d’Italia al 4 Marzo 2016 – 867 pozzi produttivi, 732 pozzi attivi ma non attualmente eroganti, 20 pozzi non produttivi, un pozzo di monitoraggio, 7 pozzi potenzialmente utilizzabili per lo stoccaggio. Fanno un totale di 1627. 

E poi ci sono i pozzi dismessi, per un totale di 7222 pozzi sparsi per lo stivale.

I pozzi hanno nomi alquanto interessanti — c’e’ il pozzo “Vongola Mare”, il pozzo “Azalea”, il pozzo “Cozza Mare”, il pozzo “Perla”, il pozzo “Radicosa”, il pozzo “Prezioso”, il pozzo “Lavanda”.

Per non parlare di tutte le petrol-donne: Barbara, Maria a Mare, Angelina, Gioia, Giovanna, Naomi, Guendalina, Emma, Daria, Clara, Brenda, Amelia, Annabella, Annalisa, Annamaria, Arianna, Regina. Capita pure un maschio, chissa’ per sbaglio.  Agostino.

Ma cosa vuol dire tutto questo?

Secondo le statistiche, in media tutti questi buchi producono circa 100mila barili al giorno. Ne usiamo 1.3 milioni al giorno. Cioe’ i nostri bei buchi ci danno esattamente e come detto mille volte,
solo il 7.5% del fabbisogno nazionale.

E’ come se volessimo trivellare tutta l’Italia per solo fornire l’energia al Piemonte, che ha circa il 7.5% della popolazione d’Italia. Tutto il resto continueremo ad importarlo, se continuiamo con la nostra petrol-economia.

Poi ci sono i pozzi attivi ma non attualmente eroganti. Eccoli sono 732:

E poi ancora i 20 pozzi non produttivi ma attivi

Un pozzo di monitoraggio

Infine, i 7 pozzi attivi e “potenzialmente utilizzabili” per lo stoccaggio

thanks to: dorsogna

No Triv, no airgun. Riappropriamoci del diritto di decidere del futuro del Paese

Il voto al referendum del 17 aprile sul tema delle trivellazioni petrolifere in mare ha ormai assunto un significato che va ben oltre il contenuto dell’unico quesito rimasto sulla durata delle concessioni per trivellare i nostri mari alla ricerca di idrocarburi. È un voto che chiede di scegliere tra il vecchio ed il nuovo, tra la pace con l’ambiente e la rapina delle risorse naturali, tra la ricerca del profitto privato e il soddisfacimento del benessere collettivo, tra il feticcio del Pil e la ricerca di un vero sviluppo.

È per questo che fa paura a questo governo e a questa classe dirigente ruspante. È, infatti, un referendum nato dal basso, in modo anomalo e trasversale, fuori da schemi di partito e di riferimenti destra-sinistra, senza alcun vantaggio economico per i promotori, senza addirittura alcun contenuto politichese, per molti sentito soprattutto “a pelle”, senza troppi approfondimenti ma con una valenza chiarissima: è giusto, come ha deciso sulle nostre teste il decreto “Sblocca Italia”, mettere in pericolo i nostri mari, già tanto depauperati, per consentire a qualche compagnia di cercare pochi barili di petrolio che, specialmente oggi, servirebbero a ben poco per la nostra economia?

Probabilmente chi ha voluto lo “Sblocca Italia” non si aspettava questa reazione, essendo abituato ad un paese dove ormai il consenso si forma “in batteria” e troppi cittadini hanno rinunciato a ragionare con la propria testa. E così è partito il boicottaggio del referendum, con una data fissata a sé, precedente e ben distinta dalle altre scadenze istituzionali, senza tempo per parlarne. Una strategia già risultata altre volte vincente perché punta non sulla forza di una posizione ma sul non raggiungimento del quorum. Questa volta, però forse qualcosa è cambiato. Nella lunga lotta per gli ecoreati, il Senato nell’ultima versione approvata prima di quella definitiva, aveva inserito nel codice penale una ipotesi di delitto direttamente collegata alle trivellazioni petrolifere in fondali marini. Esattamente, l’art. 452-quaterdecies, intitolato a “Ispezioni di fondali marini” secondo cui “chiunque, per le attività di ricerca e di ispezione dei fondali marini finalizzate alla coltivazione di idrocarburi, utilizza la tecnica dell’air gun o altre tecniche esplosive è punito con la reclusione da uno a tre anni”.

Ed è appena il caso di ricordare che, secondo l’Ispra (il nostro massimo organo di controllo scientifico governativo in campo ambientale), “gli airgun non sono altro che array di tubi d’acciaio che vengono riempiti con aria compressa e poi svuotati di colpo producendo così delle grosse bolle d’aria subacquee che, quando implodono, producono suoni di fortissima intensità e bassissima frequenza” per cui “gli airgun e l’esplorazione geosismica sono considerati la dinamite del nuovo millennio. Ogni 9-12 secondi un’esplosione è trasmessa in mare, ininterrottamente, per intervalli di tempo anche piuttosto lunghi (mesi)”; aggiungendo che “diversi studi hanno messo in evidenza l’impatto comportamentale e fisiologico che l’airgun può esercitare sui mammiferi marini” e sulla fauna acquatica; “a maggior ragione in un mare come il Mediterraneo, noto per la sua biodiversità, ma anche per la sua estrema vulnerabilità all’inquinamento, incluso quello acustico”. Tanto più che ci sono soluzioni alternative: ad esempio, quella del “vibratore marino che, seppure non costituisca una tecnologia affermata e diffusa (soprattutto a causa dei suoi elevati costi), evidenzia alcuni vantaggi rispetto all’airgun che potrebbero trovare uno sviluppo futuro a garanzia di una maggiore tutela dell’ambiente marino”.

Ebbene, ciononostante, il governo bacchettava duramente il Senato, e la Camera, che avrebbe dovuto dare l’approvazione definitiva agli ecoreati, faceva una sola modifica: eliminava, cioè, proprio il divieto di airgun a fini di coltivazioni petrolifere (la ricerca scientifica non era mai stata messa in discussione). Con buona pace di alcune associazioni ambientaliste che pure presidiavano il Parlamento reclamando l’approvazione immediata del Ddl sugli ecoreati “senza modificare neppure una virgola”; ma poi, ben presto, si acquietavano. E così, il testo, mutilato del divieto di airgun, tornava al Senato che, dopo pochi giorni, grazie al mutamento di rotta dei senatori di maggioranza, si rimangiava il voto di pochi giorni prima, dando via libera all’airgun ed alle trivellazioni.

Ma oggi – ed è questa la novità- nell’imminenza del referendum c’è un nuovo capovolgimento di fronte ed alcuni parlamentari della maggioranza dicono apertamente basta a questa pervicacia del governo: “Risulterebbe più significativo ed utile rivedere una strategia energetica nazionale di fatto non discussa in Parlamento, anche alla luce delle condizioni che oggi investono il mercato degli idrocarburi. Anche perché gli esperti, da più fronti, sottolineano la poca rilevanza strategica delle risorse nazionali di gas e petrolio… Crediamo che i tempi siano maturi perché il governo scelga lo stop”. Del resto, prima di loro lo aveva già detto papa Francesco nell’enciclica Laudato si’: “I mari stanno trasformandosi in ‘cimiteri subacquei’ a causa delle attività umane… l’era del petrolio e dei combustibili fossili deve essere sostituita ‘senza indugio’ dalle energie rinnovabili”.

Resta da chiedersi ancora, a questo punto, perché il governo continua a difendere una posizione francamente assurda per chiunque sia dotato di media intelligenza. La risposta è la stessa: quello che fa paura è la possibilità che i cittadini si riapproprino del loro diritto di scegliere il futuro del loro paese: questo sviluppo distorto fatto di diseguaglianze oppure un progresso vero basato non sulla rapina ma sull’uso rispettoso delle risorse della natura? La data di inizio potrebbe essere il 17 aprile 2016.

Sorgente: No Triv, no airgun. Riappropriamoci del diritto di decidere del futuro del Paese – Il Fatto Quotidiano

Petroceltic: rinuncia alle Tremiti

Eccoci qui, notizia di qualche minuto fa — la Petroceltic rinuncia alle trivelle alle Tremiti!

L’annuncio secondo Reuters, arriva dal ministro dell’industria, Federica Guidi e dice cosi:

“Italy is trying to boost oil and gas production on land and at sea to reduce its dependence on imports, but local opposition to drilling on environmental grounds has slowed development and prompted the introduction of a 12-mile ban on activities within Italy’s coastlines and protected areas.”

Cioe’ abbiamo vinto noi! Si sono presi paura e se ne sono andati prima ancora di arrivare! Cosi si fa.

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Ecco qui il loro collasso economico!


La Petroceltic di Dublino, la ditta a cui il nostro governo ha deciso di affidare i mari attorno alle isole Tremiti con la concessione BR 274 EL, e’ sull’orlo del fallimento, assolutamente piegata in due da debiti, azionisti senza scrupoli, accuse di frode e corruzione, crollo dei prezzi del petrolio. Oltre alle Tremiti, la Petroceltic e’ titolare della BR 272 EL, al largo di Pescara dove le operazioni di airgun sono state approvate nel 2013.

A Londra le loro azioni sono oggi arrivate a 9.6 pence di valore, da un massimo di 446 nel 2009. La situazione, come scrivono vari siti internazionali, e’ disperata dopo che il giorno 23 Dicembre 2015, il giorno dopo la firma del decreto che autorizzava l’airgun alle Tremiti, la Petroceltic si e’ messa in vendita, sommersa dai debiti.

I petrolieri d’Irlanda avevano preso 217 milioni di dollari a prestito dalla banca britannica HSBC — HongKong and Shanghai Banking Corporation — e non erano stati capaci di rispettare i termini imposti. Non sanno ora dove trovare la liquidita’ per far fronte ai pagamenti. Si stima che la disponibilita’ di capitale finira’ entro la fine di Gennaio 2016.

Le azioni sono crollate di oltre il 90% in un solo anno.

Le banche che si occupuano della messa in vendita della Petroceltic sono la Bank of America Merrill Lynch e la Davy Corporate Finance. Stanno vagliando tutte le opzioni: la vendita in toto delle varie concessioni al miglior offerente, la fusione con altre ditte, o anche l’infusione di capitale con altri debiti e offerte pubbliche.

Ma le cose non vanno molto bene, fra i potenziali acquirenti la Emirates National Oil Company che pero’ si e’ tirata indietro.

Oltre ai debiti, le accuse di corruzione e di frode.

Il principale investitore della Petroceltic si chiama Worldview Capital Management, e’ una ditta di hedge funds che ne detiene il 29% di azioni. Gia’ a Febbraio 2015 l’indebitata Petroceltic, decise di vendere obbligazioni per 175 milioni di dollari usando come collaterale Ain Tsila, un campo di gas in Algeria. La Worldview si oppose: questo passo avrebbe lasciato gli azionisti con guadagni derisori.

Si scateno’ il polverone fra gli azionisti, la Petroceltic rinuncio’ alla vendita di obbligazioni. Le azioni, gia’ basse, crollarono ancora. La Worldview denuncio’ la Petroceltic in tribunali d’Irlanda e d’Inghilterra per errori nelle revisoni interne. Le cause sono ancora aperte.

Il 20 Agosto 2015 la Worldview accusa la Petroceltic di frode e di corruzione con la creazione di schemi per defraudare la compagnia dall’interno, con fatture gonfiate in Algeria.

Il 17 Settembre 2015 la Worldview accusa ancora la Petroceltic di altre irregolarita’ in Bulgaria: dirigenti di medio livello avrebbero creato anche qui canali per il trasferimento illegale di fondi della compagnia in mano di terzi, tramite sussidiarie egiziane, bulgare e lussembughesi.

E poi il 23 Dicembre 2015 finiscono i soldi e si mettono in vendita.

Ecco, questa e’ la Petroceltic d’Irlanda in questo momento. A chi finiranno le Tremiti e Turchese? Perche’ le abbiamo affidato il nostro Adriatico senza neanche indagare che fondi avessero, o chi
fossero? Lo sapevano al ministero che il giorno dopo l’approvazione dell’airgun alle Tremiti la Petroceltic si sarebbe messa in vendita?

Caro Matteo Renzi, cara Federica Guidi veramente vogliamo una ditta squattrinata, guidata da gente senza scrupoli, sull’orlo del collassso, a trivellare in uno dei mari piu belli d’Italia?

La Petroceltic continua ad annaspare. Sono oggi arrivati a 9 pence di valore, da un massimo di 446 nel 2009.  La situazione, come scrivono vari siti internazionali, e’ disperata.

Si sono messi in vendita al miglior acquirente il giorno 23 Dicembre, dopo che avevano preso 217 milioni di dollari a prestito dalla banca britannica HSBC — HongKong and Shanghai Banking Corporation — e dopo che non erano stati capaci di rispettare i termini imposti.  Devono dunque adesso iniziare con i ripagamenti, ma non sanno come fare.

Le azioni sono crollate di oltre il 90% in un solo anno.

Fra le varie opzioni, la vendita a pezzettini delle varie concessioni e dei vari permessi che possiede, e anche la vendita a terzi. Fra i potenziali acquirenti, la Emirates National Oil Company che pero’ si e’ tirata indietro. Stessa storia per la Dragon Oil che voleva comprare la Petroceltic nel 2014 e che e’ stata poi acquistata dalla Emirates National Oil Company.

Nel 2014 la Petroceltic era stata stimata valere quasi 700 milioni di dollari. Oggi ne vale 35.

Si rifaranno con le isole Tremiti, grazie ai nostri politici.

Sorgente: No all’Italia petrolizzata: Petroceltic: rinuncia alle Tremiti

Federica Guidi, le Tremiti, il petrol-lavoro e le rinnovabili

In questi giorni di petrol-scontento per l’approvazione delle operazioni di airgun al largo delle isole Tremiti, per i giochini sulle date scelte per la reintroduzione della fascia di protezione delle dodici miglia, e per il tormentone referendum si o no, arrivano le parole rassicuranti del ministro dello sviluppo economico Federica Guidi, 46 anni, mamma e con un passato in Confindustria.

Dice che il nostro e’ un polverone pretestuoso e strumentale, che siamo oltre le dodici miglia da riva, che e’ solo esplorazione e non vera e propria trivellazione e che “ci si dimentica che in ballo ci sono centinaia di milioni di investimenti e migliaia di posti di lavoro”.

Convinta lei. Beh, intanto quello delle dodici miglia e’ un limite del tutto arbirtrario, e che, alla fine, non significa quasi niente, nel senso che la vita marina non conosce la differenza fra 12.1 e 11.9 miglia. Se veramente si volessero fare le cose per bene, occorrebbe chiuderlo tutto l’Adriatico alle trivelle, come fatto nei cinque grandi laghi nordamericani, e copiando il limite delle 100 miglia californiane e delle 125 miglia della Florida.  Il nostro ministro ci ripropina la solita solfa che per adesso e’ “solo airgun” e poi si vedra’. Come detto mille volte, non funziona cosi: se lo vuoi il petrolio, lo cerchi e te lo prendi, ma se pensi che sia sbagliato, e non appropriato per le Tremiti, per il Veneto o per la Sicilia, neanche ti ci devi avvicinare al pensiero di bucare.  Che significa “e’ solo airgun”? Se il petrolio c’e’ che facciamo? Lo guardiamo? Non credo. I petrolieri lo vorrano estrarre no? Diranno: ci avete lasciato fare ispezioni, abbiamo investito, come potete non farcelo estrarre? Come adesso dicono “e’ solo airgun” poi diranno che “e’ solo un pozzo”,  “e’ solo un oleodotto”, e’ “solo un porto petrolifero”. Gli enti governativi daranno un po di prescrizioni, diranno anche loro “che vuoi che sia” e poi ci ritroveremo con una nuova Gela.  E’ un copione vecchio. Ogni volta che ci penso mi viene in mente la monaca di Monza. Se e’ no, che sia no dall’inizio e non un continuo rimandare, finche’ non c’e’ piu’ scampo.

Ma a parte queste considerazioni, quello che la Guidi veramente non capisce secondo me e’ che il mondo e’ molto piu’ grande del suo minimizzare, e’ molto piu’ avanti della sua petrol-illusione delle migliaia di posti di lavoro. Ma dove?  Non so se veramente e’ lei che non vuole vederlo, o e’ il suo passato in Confindustria che le affusca la vista.

Ad ogni modo, le statistiche per il 2015 parlano chiaro: e’ stato l’anno delle rinnovabili. Dappertutto.  In tutto il mondo, la quasi totalita’ dei nuovi impianti energetici e’ stato in sole e vento. Il costo di pannelli, di batterie e altre forme di stoccaggio di energia continua a calare, e cosi pure gli investimenti in oil and gas. Non e’ un caso che la Petroceltic sia sul lastrico. E dubito fortemente che una ditta cosi piccola, indebitata fino al collo, possa veramente portare a tutti questi soldi e posti di lavoro all’Italia. Perche’ invece di capire come fare per sfruttare al meglio le opportunita’ che le rinnovabili ci offrono, dobbiamo star qui a sperare che la quasi defunta Petroceltic venga a portare “migliaia di posti di lavoro”?

Negli USA per ogni nuovo posto di lavoro creato nell’oil and gas, otto ne sono stati creati nel settore delle rinnovabili nel 2015. Uno ad otto.  I costi sono fondamentalmente alla pari: negli USA un chilowatt-ora costa al massimo cinque centesimi dal solare, dal gas otto. Gli investimenti nel sole e nel vento sono a livelli record, e cosi’ pure la nuova energia generata. Aggiungiamo poi che sole e vento non portano cancro, ma il petrolio si, e uno si deve chiedere: quali sono esattamente i vantaggi del continuare ad investire su petrolio in questo scenario? Non ce ne sono.  Nemmeno uno.

E’ sotto gli occhi di tutti che il collasso dell’industria petrolifera non e’ lontano, e se la nostra petrol-societa’ va avanti ancora e’ solo per inerzia. Il futuro e’ altro, e’ verde, e’ rinnovabile, non e’ nero e bucato. Perche’ allora insistere che dobbiamo per forza fossilizzarci e che dobbiamo per forza fossilizzare pure le parti piu’ belle d’Italia?

Perche’ non possiamo, per una volta, una volta sola, essere grandi in Italia, pensare alle cose importanti con programmazione, per il domani, con orgoglio, con coraggio, in modo pulito e con la voglia di fare meglio per le generazioni future? Senza zavorra e corruzione ed amici da accontentare? Leggo sempre di cose meravigliose che fanno in ogni angolo del pianeta e a volte ne parlo pure qui. Perche’ in Italia no? Dov’e’ il nostro piano per l’Italia 100% rinnovabile, per i treni a vento, per un pannello su ogni casa?

Quelli di sessant’anni fa ci hanno lasciato Gela e Falconara e Porto Marghera e Taranto. La loro scusante, se c’e’ n’e’ una, e che non lo sapevano.  Ma oggi si, lo sappiamo e lo sappiamo fin troppo bene nonostante tutti i petrol-dollari spesi a convincerci del contrario che l’industria fossile non porta ne benessere economico, ne progresso, ne salute. Porta solo malattie, subsidenza, territori ballerini, inquinamento, poverta’.  Ne abbiamo un esempio dopo l’altro, in tutto lo stivale. E insistere oggi, nel 2016, ancora con l’airgun, le trivelle, le raffinerie, non solo e’ sbagliato e anacronistico, ma e’ anche profondamente ingiusto verso chi verra’ dopo di noi.

Il mare delle Tremiti e’ blu di turismo e di bellezza. Perche’ Federica Guidi vuole costringere le generazioni future a vederle petrolizzate, brutte e nere ?

Qui i miracoli delle rinnovabili nel 2015.

Sorgente: No all’Italia petrolizzata: Federica Guidi, le Tremiti, il petrol-lavoro e le rinnovabili

Tremiti, terremoti e trivelle — qualcuno glielo dica a Federica Guidi

Immagini e testo sono stati pensati ed elaborati dalla sottoscritta e dal Prof. Francesco Stoppa, ordinario di geologia dell’Unviersita’ di Chieti-Pescara. Prima di fare copia ed incolla, si prega di essere educati e di citare perche’ dietro c’e’ stato del lavoro non indifferente.

Grazie Francesco.

Dieci anni di terremoti in Adriatico e in Gargano
intensita’ massima 4.4

Seismicity mostly occurs in central Gargano and further to the north, toward the Tremiti Islands and central Adriatic. Seismic deformation is currently affecting the basement of the Gargano region, as indicated by the hypocentral depths of the largest earthquakes.

12 Dicembre 2015 — magnitudo 4.4
proprio nelle vicinanze della concessione Petroceltic delle Tremiti
 

Within the region enclosed by thick dashed line, seismicity is relatively intense, and seismic profiles show evidence of recent deformation.

La linea grigia e’ proprio centrata sulle isole Tremiti che quindi soffre di “sismicita’ relativamente intensa”
 

Immagini e testo di A. Argnani, M. Rovere, C. Bonazzi.

Geological Socilety of America, 2009
Altre inquadrature
Qui le faglie sismogenetiche, come si vede siamo in zona sismica.
Resisteranno le trivelle della Petroceltic, e della Rockhopper e dei loro amici
eventuali terremoti di intensita’ medio-elevata?

Dal 3 Dicembre 2015
al 13 Gennaio 2016

67 Terremoti, grandi e piccoli.

Il piu’ forte e’ stato il giorno 6 Dicembre 2015
Magnitudo 4.4

Che dire, in Italia ci piace sempre giocare con il fuoco. Anzi, con le trivelle. Io spero che non succeda mai niente, ma se gia’ adesso abbiamo scosse di magnitudo 4.4, ha veramente senso continuare con attivita’ petrolifera?

Le foto sopra sono scatti che coprono terremoti sull’arco di pochi mesi, pochi anni. E’ evidente che siamo in zone delicatisssime. Potrebbe non succedere mai niente, ma di certo le trivelle non miglioreranno la situazione.  Per di piu’ sono trivelle proposte da ditte piccole che mai e poi mai avranno la capacita’ di pulire in caso di incidente, di monitorare quel che fanno, di riscarcire i guai che provocheranno, terremoti o non terremoti.  Ci mettiamo pure possibili stuzzicamenti del sottosuolo?

Ma poi, supponiamo pure che non siano le trivelle a portare ad aumento di attivita’ sismica. Il territorio pero’ e’ gia’ sismico di per conto suo e questo e’ innegabile. Saranno le trivelle della squattrinata Petroceltic capaci di reggere eventuali impatti di terremoti di intensita’ medio elevata?

Se il prossimo terremoto che arriva e’ di intensita’ sei? O sette? Cosa faranno?

Cosa faremo?

Come sempre, tutto a casaccio in questo paese.

Ecco qui l’elenco delle scosse negli scorsi 40 giorni  — 67 terremoti, uno e mezzo al giorno.

 Sempre tuttapposto.

 

#Data Da: 2015/12/03 A: 2016/01/13
#Latitudine Min: 41.3 Max: 43.2
#Longitudine Min: 14.0 Max: 16.3
#Magnitudo Min: 0.0 Max: 10.0 Tipo: Mag pref
#Profondità (km) Min: ND Max: ND
#Terremoti totali: 67
#Tempo Origine (UTC);
Latitudine;Longitudine;Profondità;Magnitudo;Fonte;

2016-01-13 09:10:43.910;41.513;14.59;10.5;2.1–ML;SURVEY;
2016-01-10 12:19:50.310;41.486;14.722;8.7;1.9–ML;SURVEY;
2016-01-10 03:42:50.170;41.527;14.621;8.6;1.9–ML;SURVEY;
2016-01-06 01:18:47.560;41.929;14.024;6.9;2.1–ML;SURVEY;
2016-01-03 05:16:37.970;41.581;14.561;23.9;2.0–ML;SURVEY;
2016-01-03 05:15:04.200;41.583;14.559;11.0;2.1–ML;SURVEY;
2016-01-01 22:10:11.780;41.419;15.805;7.4;1.5–ML;SURVEY;
2016-01-01 20:34:18.570;41.433;14.69;11.0;1.3–ML;SURVEY;
2015-12-31 13:10:51.210;42.012;14.03;7.9;1.5–ML;SURVEY
2015-12-31 05:58:37.470;41.636;14.265;10.8;1.2–ML;SURVEY;
2015-12-30 05:42:18.110;42.562;15.298;7.8;2.3–ML;SURVEY;
2015-12-29 11:37:41.720;42.674;15.209;10.0;2.5–ML;SURVEY;
2015-12-25 18:32:59.070;41.802;14.196;18.4;1.7–ML;SURVEY;
2015-12-25 11:34:44.580;41.744;14.059;12.9;1.3–ML;SURVEY;
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2015-12-17 05:49:11.540;41.924;14.029;7.4;1.7–ML;SURVEY;
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2015-12-04 21:12:33.110;41.341;14.426;10.5;1.0–ML;SURVEY;
2015-12-04 19:47:50.030;41.343;14.426;10.2;1.3–ML;SURVEY;
2015-12-04 19:46:18.270;41.344;14.42;10.7;2.3–ML;SURVEY;
2015-12-04 19:38:27.250;41.337;14.425;10.5;1.5–ML;SURVEY;
2015-12-04 19:37:13.120;41.33;14.416;10.2;1.3–ML;SURVEY;
2015-12-03 17:40:54.320;41.927;14.021;7.1;1.3–ML;SURVEY;


Questa la versione sul FQ:

“Seismicity mostly occurs in central Gargano and further to the north, toward the Tremiti Islands and central Adriatic. Seismic deformation is currently affecting the basement of the Gargano region, as indicated by the hypocentral depths of the largest earthquakes”
“Although the Mattinata fault is the major tectonic element in the
region, little seismicity is located along its fault trace ; in fact, seismicity
mostly occurs in central Gargano and further to the north,
toward the Tremiti Islands and central Adriatic”

 

A. Argnani, M. Rovere, and C. Bonazzi
Geological Society of America, 2009

 

Durante le scorse settimane, una serie di eventi sismici ha toccato il Molise: il terremoto piu’ forte e’ stato il 16 Gennaio 2016, con magnitudo 4.1 nei pressi di Campobasso. Alcune di queste scosse si sono sentite anche in Abruzzo e Puglia.  Tante le preoccupazioni, ma fortunatamente nessun danno.
Coincidenza ha voluto che questi terremoti siano sopraggiunti proprio nello stesso periodo in cui sono state approvate le operazioni di airgun al largo delle isole Tremiti.
E non ci sono stati solo terremoti su terraferma. Anche se nessuno ne ha parlato, nei quaranta giorni fra il 3 Dicembre 2015 ed il 13 Gennaio 2016 ci sono state ben sessantacinque scosse nei mari dell’Adriatico centrale,  proprio nelle strette vicinanze dell’area affidata alla Petroceltic dal governo italiano. Il terremoto piu’ forte il giorno 12 Dicembre 2015, di magnitudo 4.4. Altre, nello stesso periodo, sono state di magnitudo 4.2 e 3.9, come riferisce il Professor Francesco Stoppa, ordinario di geologia presso l’Universita’ di Chieti e di Pescara.
Le cose non vanno meglio piu’ a nord dove invece nel 2013 sono stati registrati terremoti di intensita’ 4.9 nei mari attorno ad Ancona.
Questi terremoti — su terraferma, in mare — sono una sorta di memento che il nostro territorio e’ sismico di per conto suo, con o senza trivelle, che ci piaccia o no.
Uno dira’: ma che c’entra la sismicita’ “naturale” con l’airgun delle Tremiti? Beh c’entra perche’ l’airgun, che nessuno pensi il contrario e che nessuno creda agli specchietti per allodole di Federica Guidi, e’ solo il primo passo verso l’intento vero dei petrolieri: trivellare pozzi, erigere piattaforme, collegare oleodotti sotterranei, e magari installare navi-raffineria. Come per Ombrina.
E quindi, visto che esiste, questa sismicita’ “naturale” e senza neanche scomodare la sismicita’ indotta, ci pone domande inquietanti, che valgono per le Tremiti quanto per tutte le altre concessioni nel medio Adriatico. Le infrastutture petrolifere progettate per i nostri mari, Ombrina in primis, e le Tremiti in futuro, in caso di terremoti, che intensita’ massima possono sostenere? E se un giorno arrivasse un sisma marino di magnitudo piu’ forte che quattro — per esempio cinque, o sei — sarebbero in grado pozzi, oleodotti, piattaforme ed FPSO di contenere l’impatto e di non cedere,  rilasciando petrolio in mare?
Siamo sicuri che il loro posizionamento sara’ ottimale, considerata l’esistenza di faglie sismogenetiche nella zona? I petrolieri sanno esattamente come e’ strutturato il sottosuolo? A questo proposito uno degli studi piu’ interessanti e’ del 2009, e’ a firma di ricercatori del CNR di Bologna, ed e’ stato pubblicato sul Geology Society of America Bulletin. L’argomento qui era il terremoto di magnitudo 5.4 di San Giuliano del 2002, attorno alla faglia di Mattinata.  L’articolo afferma che la maggior sismicita’ della zona non e’ attorno alla faglia di Mattinata, ma si concentra proprio attorno alle isole Tremiti e nel Gargano i cui fondali vanno lentamente deformandosi. Questo lascia presupporre che potrebero esserci terremoti intensi in futuro. E infatti, i ricercatori dicono che per i mari attorno alle Tremiti “seismicity is relatively intense”.
I petrolieri hanno eseguito analisi del rischio su questo tema? Quelli del ministero lo sanno? Cosa hanno da dire?  Siamo sicuri che la squattrinata Petroceltic, accusata di frode e di corruzione, con 200 milioni di debiti, abbia fondi e la conoscenza per evitare emergenze e per gestirle in caso qualcosa dovesse mai andasse storto? Oppure come sempre, facciamo tutto a casaccio e ci affidiamo alla sorte?
Mistero della fede petrolifera.

Sorgente: No all’Italia petrolizzata: Tremiti, terremoti e trivelle — qualcuno glielo dica a Federica Guidi

Gli ambientalisti: nelle istituzioni italiane pasdaran pro trivelle

Giudizi e richieste degli ambientalisti sul conflitto istituzionale in corso

I PASDARAN DELLE TRIVELLE NELLE ISTITUZIONI CREANO UN PROBLEMA AL GOVERNO

SUBITO LA MORATORIA E IL RIGETTO DELLE PROCEDURE SINORA “SOSPESE”

I 4 peccati originali del Ministero dello Sviluppo Economico

 

Il Governo Renzi ha un problema con i pasdaran pro-trivelle del Ministero dello Sviluppo Economico che, favorendo il più clamoroso conflitto istituzionale oggi in atto (con 10 Regioni che hanno promosso 6 referendum), interpretano in maniera distorta e riduttiva il ruolo del Ministero, facendo proprie le valutazioni di Assomineraria e gli interessi dei petrolieri e non difendendo, con altrettanta forza,  gli altri settori economici consolidati strategici per il Paese (turismo e pesca).

WWF, Legambiente e Greenpeace Italia chiedono il rigetto definitivo di tutti i procedimenti ancora pendenti nell’area di interdizione delle 12 miglia dalla costa (a cominciare da Ombrina) e una moratoria di tutte le attività di trivellazione a mare e a terra. Le associazioni denunciano inoltre una grave distorsione nell’operato del Ministero dello Sviluppo Economico, che sostiene e attua politiche di retroguardia in una difesa d’ufficio dei combustibili fossili, contro le scelte energetiche imposte dagli impegni assunti dall’Italia per la salvaguardia del clima: promuovere le energie rinnovabili, il risparmio e l’efficienza energetica per mantenere il riscaldamento globale entro 1,5°C.

Lo ricordano gli ambientalisti nel giorno in cui la Corte Costituzionale ha deciso di rimandare la Camera di Consiglio sui sei referendum proposti dalle Regioni sulle norme contenute nel decreto Sviluppo del 2012 e nel decreto Sblocca Italia del 2014, segnalando 4 peccati originali a conferma della loro valutazione:

  1. Il 23 dicembre il Governo ha dovuto cambiare le norme, volute dal Ministero dello Sviluppo Economico, con le quali si stabiliva la strategicità per legge delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi da autorizzare con iter semplificati e super accelerati che emarginavano le Regioni. Con quelle norme si facevano salvi non solo gli atti abilitativi acquisiti, ma anche i soli procedimenti connessi e  conseguenti in corso sino alla fine di giugno 2010 nell’area off limits delle 12 miglia marine. Il Governo l’ha fatto per disinnescare i referendum, ma quelle norme e procedure, contestate  da almeno 3 anni dagli ambientalisti, erano evidentemente di dubbia legittimità.
  2. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha sempre fatto proprie pedissequamente le valutazioni e le richieste di Assomineraria, garantendo un regime di franchigie, royalty e agevolazioni  tra i più favorevoli al mondo (le royalty in Italia sono al massimo al 10% mentre negli altri paesi produttori di petrolio vanno dal 25% della Guinea all’80% di Norvegia e Russia) sposando anche gli studi, non verificati, prodotti dai petrolieri sullo sviluppo del settore (stimando 25.000 nuovi occupati), quando il turismo nelle aree costiere messe a rischio dalle trivelle fa registrare ogni anno 43 milioni le presenze di stranieri. Il solo settore della pesca occupa, già oggi, 25mila addetti, senza contare l’indotto e la maricoltura (pesci e molluschi).
  1. Il Ministero dello Sviluppo Economico, per la vigilanza sui grandi rischi connessi alle trivellazioni, ha preteso e ottenuto l’istituzione di un comitato interministeriale e di strutture territoriali in cui sono presenti dirigenti e funzionari dell’UNMIG (Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse del Ministero) avrebbe invece dovuto far nascere anche in Italia una’“Autorità competente” indipendente, come richiesto dalla normativa europea (Direttiva 2013/30/UE), chiaramente distinta dagli uffici Ministero, per evitare conflitti di interesse nello svolgimento dei suoi compiti, come richiesto dall’Europa;
  1. Il Ministero dello Sviluppo Economico è refrattario a qualsiasi forma di pianificazione settoriale. Con la scusa dell’abrogazione della norme sottoposte a referendum è stato fatto anche scomparire il Piano delle aree per le trivellazioni, da sottoporre a valutazione ambientale strategica, richiesto dalla normativa comunitaria.

Gli ambientalisti ritengono che, per essere Paese coerente con gli impegni assunti a livello internazionale dopo la COP 21 Parigi, l’Italia dovrebbe abbandonare le strategie pro-fossili del governo Renzi (prosecuzione diretta della Strategia Energetica Nazionale del governo Monti del 2012) e definire al più presto un Piano climatico energetico che punti sulle energie rinnovabili, sul risparmio e l’efficienza energetica, nel quadro di una più ampia Strategia di decarbonizzazione per tutti i settori, per far fede all’impegno di mantenere il riscaldamento globale entro 1,5°C.

Le Associazioni ambientaliste chiedono al Governo di uscire dalla ottusa difesa degli interessi dei petrolieri e di ricondurre quanto prima il Ministero dello Sviluppo Economico al suo ruolo istituzionale.

Sorgente: Pressenza – Gli ambientalisti: nelle istituzioni italiane pasdaran pro trivelle

Israel buys most oil smuggled from ISIS territory

Israel has become the main buyer for oil from ISIS controlled territory, reports “al-Araby al-Jadeed.”

Kurdish and Turkish smugglers are transporting oil from ISIS controlled territory in Syria and Iraq and selling it to Israel, according to several reports in the Arab and Russian media. An estimated 20,000-40,000 barrels of oil are produced daily in ISIS controlled territory generating $1-1.5 million daily profit for the terrorist organization.

The oil is extracted from Dir A-Zur in Syria and two fields in Iraq and transported to the Kurdish city of Zakhu in a triangle of land near the borders of Syria, Iraq and Turkey. Israeli and Turkish mediators come to the city and when prices are agreed, the oil is smuggled to the Turkish city of Silop marked as originating from Kurdish regions of Iraq and sold for $15-18 per barrel (WTI and Brent Crude currently sell for $41 and $45 per barrel) to the Israeli mediator, a man in his 50s with dual Greek-Israeli citizenship known as Dr. Farid. He transports the oil via several Turkish ports and then onto other ports, with Israel among the main destinations.

In August, the “Financial Times” reported that Israel obtained 75% of its oil supplies from Iraqi Kurdistan. More than a third of such exports go through the port of Ceyhan, which the FT describe as a potential gateway for ISIS-smuggled crude.”

Israel has in one way or another become the main marketer of ISIS oil. Without them, most ISIS-produced oil would have remained going between Iraq, Syria and Turkey. Even the three companies would not receive the oil if they did not have a buyer in Israel, an industry official told the newspaper “al-Araby al-Jadeed.”

“Israel has in one way or another become the main marketer of IS oil. Without them, most ISIS-produced oil would have remained going between Iraq, Syria and Turkey,” the industry official added.

Published by Globes [online], Israel business news – www.globes-online.com – on November 30, 2015

Copyright of Globes Publisher Itonut (1983) Ltd. 2015

thanks to: Globes

La vendetta di Putin s’abbatte sul clan di Erdogan

La vendetta di Putin s’abbatte sul clan di Erdogan Stavolta non è la telecamera di Cumhuriyet a svelare le magagne del sultano, ma una sequela d’immagini satellitari che il ministero della Difesa russo mostra in pompa magna al proprio Stato maggiore e a giornalisti convocati per una conferenza stampa a Mosca. Le immagini evidenziano quello che tutti sapevano – a cominciare dal Pentagono intervenuto a palese difesa di Erdoğan – e si teneva celato: autobotti e cisterne turche fanno il pieno di petrolio nei territori occupati dal Daesh. Il presidente dalla dimora-reggia di Ankara tuona, affermando che qualora l’accusa venisse provata si dimetterebbe. Ma il servizio compiuto dagli apparati tecnologici della difesa russa sono molto più che una prova.

Sorgente: La vendetta di Putin s’abbatte sul clan di Erdogan – contropiano.org

No all’Italia petrolizzata: Approvata Ombrina: riflessioni del giorno dopo

Il giorno 9 Novembre 2015 si e’ chiusa l’ultima conferenza dei servizi su Ombrina Mare, il progetto petrolifero della Rockhopper Exploration che prevede la costruzione di una piattaforma estrattiva con annessa nave-raffineria a soli 9 chilometri da riva. I lavori potrebbero iniziare gia’ nel 2016.  Esultano gli investitori, esulta il management del petrolio.  Esultano un po meno gli abruzzesi.

Sic transit res publica italica.

A un certo punto di questa mia vita petrolifera, mi sono accorta che il petrolio piu’ che sporcare l’ambiente, sporca le democrazie. Sono cosi tanti i poteri coinvolti e i risvolti economici che alla fine chi ha interessi monetari a trivellare non si preoccupa piu di niente e calpesta le regole del vivere civile, il buonsenso, la volonta’ popolare. E la politica si piega, perche’ ignorante e miope e perche’ accecata da affaristi e lobbisti.

Questo e’ quello che si cristallizza ai miei occhi dopo otto anni di Ombrina Mare, portata avanti democraticamente ed intelligentemente in tutte le sedi. E’ la democrazia che muore. Non sono a valse a niente le nostre proteste, le motivazioni articolate e non ideologiche del perche’ non e’ saggio costruire un mostro del genere cosi vicino alla riva, le osservazioni inviate a decine e decine, il nascente Parco Nazionale della Costa Teatina, il no di mezza regione, della Chiesa Cattolica, di accademici, di pescatori e di operatori turistici. Alla fine tutto si e’ deciso in una sorta di riunione semi-segreta con funzionari ed addetti del ministero che chissa pure se la conoscono la riviera teatina.

Non dovrebbe funzionare cosi in un paese sano.

Che messaggio e’ passato? Che la volonta’ del popolo non conta niente. Che Matteo Renzi ed i suoi funzionari comandano per dictat e non perche’ ascoltino i desideri, le aspirazioni di un popolo. Che non siamo qui per migliorare l’Italia quanto per aiutare i nostri petrol-amici.  E questo non puo’ essere mai costruttivo. Ci perde l’ambiente, ma ci perde prima di tutto il nostro essere nazione, perche’ questa decisione non fara’ altro che far sentire al cittadino comune che la res non e’ sua, che non gli appartiene e che quindi non vale neanche la pena partecipare. Si diventa cinici ed egoisti, e non piu’ innamorati del proprio territorio.

Non era successo mai nella storia d’Abruzzo che ci fosse un sentire comune cosi’ forte come per il petrolio. Dal Centro Oli di Ortona a Bomba, ad altre concessioni morte allo stato embrionale, e’ stato  un sentimento che ha unito tutti e che ha dato la spinta ad altre comunita’ sparse per l’Italia a portare avanti battaglie simili.  E’ stato veramente eroico quello che e’ stato fatto, dal primo giorno del Centro Oli nel 2007 fino ad oggi.

E se e’ stata approvata Ombrina, quando una regione intera le diceva no, le porte sono adesso stra-aperte per mille altre concessioni, in terra ed in mare in tutta Italia. Se non ci fermiamo davanti a un mostro FPSO di trecento metri di lunghezza che emette inquinanti tutti i santi giorni, e che quasi la si potra toccare da riva, non ci si fermera’ davanti a niente altro, temo. Chi verra’ dopo? Il golfo di Taranto, la Sardegna, la Sicilia, Ostuni, Monopoli, le Marche? E’ questa l’Italia che vogliamo? Nel 2015? Possibile che non abbiamo ancora capito che petrolizzando l’Italia ci diamo la zappa sui piedi da soli?

Che fine fanno tutte le piccole e medie attivita’ turistiche lungo la costa d’Abruzzo? Il Parco Nazionale della Costa Teatina che attende da 15 anni di essere perimetrato? I soldi spesi per lo smantellamento della ferrovia adriatica e per costruire nuovi tracciati all’interno per incentivare il turismo?

Non succedera’ domani, ma tutto l’assetto dell’Abruzzo costiero cambiera’. Ci vorra’ infrastuttura petrolifera, ci saranno viavai di petroliere, oleodotti da costruire, perdite eventuali, porti attrezzati, zolfo da stoccare, rifiuti tossici speciali pericolosi da smaltire. Non sara’ piu’ lo stesso. Gela, Falconara, Ravenna avrebbero dovuto farci aprire gli occhi. E non ci si venga a dire che turismo e petrolio possono coesistere, perche’ non e’ vero.

Chissa’ se quelli del ministero si sono posti queste domande. Ma tutto questo e’ tipico dell’Italia, un paese in cui tutto viene fatto a casaccio, senza un master plan intellettivo per il futuro, un paese in cui gli amici sono sempre piu’ forti del bene comune. Vorrei vederlo adesso Matteo Renzi ai summit sul clima di Parigi cosa dira’, o cosa diremo ai croati con queste fantomatiche consultazioni transfrontaliere.

Certo, ci sono ancora ricorsi al Tar e altri procedimenti legali davanti, ma lo scollamento fra quello che vorremmo essere e quello che ci viene imposto di essere  è disarmante e ingiusto.

Non succederà domani, ma tutto l’assetto dell’Abruzzo costiero cambierà con Ombrina. Ci vorrà infrastruttura industriale, ci saranno viavai di petroliere, oleodotti da costruire, perdite eventuali, porti attrezzati, zolfo da stoccare, rifiuti tossici speciali pericolosi da smaltire. Non sarà più lo stesso. Gela, Falconara, Ravenna avrebbero dovuto farci aprire gli occhi. E invece. E non ci si venga a dire che turismo e petrolio possono coesistere, perché non è vero.

Chissà se quelli del ministero si sono posti queste domande. Ma tutto questo è tipico dell’Italia, un paese in cui tutto viene fatto a casaccio, senza un master plan intellettivo per il futuro, un paese in cui gli amici sono sempre più forti del bene comune. Vorrei vederlo adesso Matteo Renzi ai summit sul clima di Parigi cosa dirà, o cosa diremo ai croati con queste fantomatiche consultazioni transfrontaliere.

I petrolieri pensano di avere vinto. Invece è l’Italia che ci perde.

Qui immagini di FPSO incendiatesi nel 2015. Sono tutte a piu’ di 100 chilometri da riva e non a nove. 

Sorgente: No all’Italia petrolizzata: Approvata Ombrina: riflessioni del giorno dopo

Shale oil, l’inizio della fine

Shale oil, l'inizio della fine

A quanto pare i sauditi stanno per eliminare uno dei concorrenti. E gli Stati Uniti sono in procinto di chiudere – o limitare fortemente – un settore che aveva permesso loro di tornare all’autonomia energetica.

Le compagnie impegnate nel cosiddetto “shale oil”, mediante la costosa e dannosissima tecnica del fracking, sono economicamente alla canna del gas.

Shale oil, l’inizio della fine – contropiano.org.

L’ignoranza di chi ci governa – trivelle ed airgun in tutto l’Adriatico

La triste fine dell’Adriatico sotto il nuovo che avanza, Matteo Renzi.

Voglio solo sapere dove li portera’ lui i bambini al mare

e che gli dira’ all’ombra delle trivelle.

E Mrs. Agnese, non ha niente da dire?

Notare: chi firma questi provvedimenti e’

anche il Ministero dei Beni Culturali e…

del Turismo!!!!

Il turismo petrolifero di Dario Franceschini

viaNo all’Italia petrolizzata: L’ignoranza di chi ci governa – trivelle ed airgun in tutto l’Adriatico.

La lettera al Papa contro le trivelle croate

Nella concessione si parla dello sfruttamento di quasi il 90% della parte Croata dell’ Adriatico e di gran parte della terra fertile adatta alla coltivazione di prodotti alimentari e ricca di sorgenti d’ acqua potabile per milioni di croati.

No all’Italia petrolizzata: La lettera al Papa contro le trivelle croate.

Exxon Valdez: dopo 25 anni tutti i lavoratori delle operazioni di pulizia sono morti o malati


La vita media per chi ha lavorato in Alaska dopo lo scoppio e’ stata di 51 anni.

I pochi rimasti in vita soffrono di tossi persistenti, lacrimazione agli occhi, nausea, vomito e dolori in tutto il corpo. La persona tipica che si rese disponibile ad aiutare nelle operazioni di pulizia in Alaska era economicamente in difficolta’ (e chi senno’ andrebbe di sua spontanea volonta’ in mezzo al petrolio?) che per sei settimane ha spruzzato acqua bollente in mare e lungo la sabbia con evaporazione di petrolio in atmosfera. Che ha ovviamente inalato.

No all’Italia petrolizzata: Exxon Valdez: dopo 25 anni tutti i lavoratori delle operazioni di pulizia sono morti o malati.

Trivelle: terremoti in tutta America, danni a neonati e falde

Arriva da Science un nuovo studio sulla sismicita’ indotta — che in Italia non esiste.

Matthew Weingarten, dell’Universita’ del Colorado, il principale ricercatore dello studio riassume cosi’ il suo lavoro:

“Questo e’ il primo studio che misura le correlazioni fra pozzi di reiniezione e terremoti su scala nazionale. Abbiamo documentato un enorme aumento della sismicita’ indotta, dal 2009 in poi e crediamo che l’evidenza sia schiacciante: i terremoti vicino ai pozzi di reiniezione sono indotti dalle operazioni di petrolio e di gas.”

No all’Italia petrolizzata: Trivelle: terremoti in tutta America, danni a neonati e falde.

Agip-ENI in Nigeria, perdite e promesse fasulle

We are for sharing, for transparency, for the future. We are for the energy of the heart and mind.
Eni is inspired by principles of correctness, transparency, honesty and integrity
Respect for people or the environment, for today’s world today or that of tomorrow […]  this is what we are working for every day.
Vaglielo a dire in Nigeria

Non e’ facile scrivere di Nigeria e di Agip ed essere italiani. E questo perche’ siamo al 30% noi che facciamo lo schifo laggiu’,  e nessuno che pensa di mettere pressione all’ENI, a Descalzi e a tutta la cricca di politici e di affaristi che chiudono gli occhi. La Nigeria e’ lontana, come lo sono tutti i paesi in cui noi occidentali andiamo, trivelliamo in cambio di quattro denari, molto inquinamento e tanti saluti. Per fortuna che c’e’ l’associazione Environmental Rights Action/Friends of the Earth Nigeria a cercare di denunciare e di rendere noto al grande pubblico quello che accade lontano nel silenzio generale. Il 12 Gennaio 2015 un incidente petrolifero nella zona di Kalaba, Yenagoa e nello stato di Bayelsa, dell’Agip. Viene tutto reso noto solo il 28 Gennaio. In quelle due settimane nessuno aveva fatto niente e il petrolio misto ad altre sostanze veniva bellamente rigettato in atmosfera, ricadendo poi sul suolo. Le richieste di queste associazioni? “Agip should take immediate steps to stop the spill by going to site and effect clamping” “Agip should take all necessary steps to prevent such delays in responding to spill incidents; especially when there is no security or accessibility issues”. “Agip should ensure steps are taken for the immediate clean-up of impacted environment,” La risposta dell’Agip per email di Filippo Cotalini, Media Relations Office Manager dell’Eni – stiamo investigando, appena pronto manderemo un annuncio. Campa oggi che viene domani. 18 Aprile 2015  un’altra perdita di petrolio in Nigeria, questa volta nnel campo detto Osiama, sempre nello stato del Bayelsa e sempre di proprieta’ dell’Agip-ENI. Ancora una volta gli intrepidi dell’Environmental Rights Action/ Friends of Earth Nigeria vanno a perlustrare una perdita di petrolio dall’oledotto Tebidabe-Ogboinbiri. Strada facendo hanno incontrato un altra perdita da un pozzo, a un paio di chilometri di distanza. Ovviamente nessuno aveva ancora fatto niente per ripulire ne l’oleodotto, ne il pozzo, anche nelle settimane successive al 18 Aprile. Di nuovo l’ENI sebbene contattata non ha dato risposte, secondo la stampa di Nigeria. Alla fine, esasperati, secondo Reuters il 27 Maggio 2015 in Nigeria, un altra comunita’ del Niger Delta di Bayelsa decide di chiudere i propri impianti petroliferi dell’AGIP nella zona detta Nembe 5. I membri dell’Agrisaba Oil and Gas Committee lamentano le promesse non mantenute dall’ Agip in termini di opportunita’ di lavoro e di sviluppo nella loro comunita’. E quindi chiudono i loro pozzi. Questa volta l’Agip aveva la risposta pronta, e per penna del CEO Claudio Descalzi: e’ tutto normale, non ci sono problemi, e’ tuttapposto. Evviva l’ENI.

thanks to: dorsogna

Bomba, Abruzzo: 880 persone che sconfiggono la Forest Oil Corporation di Denver

E’ una storia di quelle che danno speranza e che ci fanno ancora credere che l’attivismo — intelligente, unito, informato, composto e persistente — porta a risultati meravigliosi.

Siamo a Bomba, Abruzzo, provincia di Chieti. Popolazione 880 anime. Un paesino tranquillo, dove non succede mai niente. Ci sono gli ulivi, la Maiella, il fiume Sangro e il lago. I romani devono a Bomba parte della loro elettricita’: negli anni cinquanta venne costriuta una diga, le cui acque alimentano tuttora una centrale idroelettrica per gli usi della capitale d’Italia.


La diga a 45 gradi per la subsidenza

Vennero espropriati piu’ di un milione e mezzo di chilometri quadrati. La diga venne completata nel 1962, con pure la morte di due persone a causa di incidenti. Assieme alla diga nacque il lago di Bomba, azzurro e circondato dal verde d’Abruzzo. Con il tempo, lungo il lago si sono sviluppate attivita’ turistiche e ricreative. Un’oasi di pace.

E poi … nel 2009 arrivano quelli della Forest Oil Corporation di Denver, Colorado. Decidono che vogliono riprendere l’attivita’ estrattiva portata avanti dall’ENI venti anni prima, quando avevano trivellato tre pozzi alla ricerca di gas, non avevano trovato nulla di appetibile e se ne erano andati.

La Forest Oil vuole riprovarci. Oltre a trivellare cinque nuovi pozzi, avrebbero anche costruito una centrale di desolforazione e raffiazione. Il tutto con emissioni a poche centinaia di metri dal paese, vasche per il contenimento di materiale di scarto, in un territorio geologicamente instabile, prono alla subisdenza, e non lontano dalla diga. Diga che era stata costruita ad un angolo di 45 gradi ed in terra battuta, non in cemento, proprio per l’instabilita’ del territorio. Secondo i petrolieri sarebbe stato tuttapposto, tutti i potenziali effetti sarebbero stati lievi e trascurabili.

Cosa puo’ fare un paesino cosi piccolo di fronte ad un colosso americano del petrolio, in affari dal 1916 e che nel 2008 aveva registrato 1.65 miliardi di profitti?
La risposta e’ : tanto. Guidati dal Dott. Massimo Colonna, di professione chimico, i residenti si sono riuniti nel “Comitato Gestione Partecipata del Territorio” e non si sono piu’ fermati. E se uno pensa che questo sia uno dei tanti comitatini di tanto fumo e niente arrosto si sbaglia di grosso. Questo e’ stato un comitato che ha prodotto testi intelligenti, che ha dibattuto i petrolieri, che ha convinto i politici ad agire, che si e’ letta le carte, ha rifatto i conti dei petrolieri, e che spesso ne sapeva di piu’ dei petrolieri stessi. A ogni occasione hanno fatto vedere alla Forest Oil di che stoffa erano fatti.

Ad un certo punto, esasperati, quelli della Forest Oil hanno mandato i loro rappresentanti a cercare di placare gli animi, un volo da Denver a Bomba a promettere benessere e profumi, ma nessuno gli ha creduto. Gli 880 residenti di Bomba hanno dato alla Forest Oil quello che loro stessi hanno definito il peggior benvenuto nella loro intera storia corporativa di novant’anni.

Ci sono stati tanti episodi in questa storia di Bomba vs. la Forest Oil, a volte ci siamo quasi disperati, altre volte sembrava di avere la vittoria in tasca, ma in questi quasi sei anni, tutti abbiamo fatto la nostra piccola parte senza mai arrenderci. I balconi pieni di lenzuola No Forest Oil, la signora Filomena di un metro e mezzo che con la sua vuvuzuela le cantava a Giorgio Mazzenga della Forest Oil Italia, meta’ Abruzzo a mandare osservazioni di contrarieta’, i bambini della maestra Assunta di Florio a scrivere ai ministri, il Comitato e il WWF a leggersi le carte, a spiegare a quelli della regione i pericoli della situazione, e a controbattere ai petrolieri parola per parola, e un po anche io dall’altro lato dell’oceano con testi e a scovare comunicati agli investitori dove pure la Forest Oil diceva che non era proprio tuttapposto con la geologia di Bomba.
I petrolieri di Denver sapevano di essere quanto meno in ritardo sul loro programma di marcia. E cosi, nel 2012 hanno dovuto annunciare ai loro investitori dalle pagine del Wall Street Journal la perdita di 35 milioni di dollari di affari. La causa? Bomba!
Filomena, la vuvuzuela e Giorgio Mazzenga
Finalmente, dopo tanti alti e bassi, eccoci. Il giorno 18 Maggio 2015 il Consiglio di Stato ha decretato in maniera finale e definitiva che il progetto non s’ha da fare. Ci sono rischi di danni insostenibili per la collettivita’ locale a causa dei rischi di subsidenza e occorre invocare il principio di precauzione. Il progetto dello sfruttamento di gas a Bomba e’ insostenibile.

Non ci sono piu’ tuttapposti.

Fine.

Bomba ha vinto.

Ecco, da oggi in poi nessuno potra’ dire che a Bomba non succede niente. E’ successo che 880 persone di un paese minuscolo dell’Abruzzo hanno rimandato a casa una multinazionale del petrolio. Chapeau.

thanks to: dorsogna

21 maggio, Giornata Internazionale #AntiChevron

21 maggio, Giornata Internazionale #AntiChevron

Messaggi di solidarietà con l’Ecuador continuano ad arrivare all’account di Twitter come partecipazione alla campagna internazionale #AntiChevron concentrata nella giornata del 21 maggio.

Nel corso di questo contenzioso il 12 marzo 2015 il Tribunale del’Aja ha emesso una sentenza favorevole all’Ecuador, appoggiando la denuncia contro la multinazionale per i danni ambientali e sociali provocati in una delle zone con maggiore biodiversità del pianeta.

Questa decisione costituisce una vittoria politica e morale per il paese, giacché dimostra che la giustizia dell’Ecuador ha agito in modo adeguato sostenendo la denuncia ambientale contro la Chevron-Texaco.

La Chevron continua tuttavia a condurre una campagna di discredito contro l’Ecuador e il suo popolo, nel tentativo di sottrarsi alla responsabilità per i danni provocati. E’ dunque necessario fare appello alla solidarietà internazionale e chiedere l’appoggio concreto di organizzazioni e cittadini, come nel caso della giornata #AntiChevron.

Per affrontare casi come questo, che minacciano la sovranità attraverso arbitraggi internazionali a favore delle multinazionali, il governo dell’Ecuador sta promuovendo tre importanti iniziative:

1.- Presso la sede dell’ONU di Ginevra, la creazione di uno strumento giuridicamente vincolante riguardo alle compagnie multinazionali e ai diritti umani.

2.- Nell’ambito di UNASUR, un Centro per la soluzione delle controversie nel campo degli investimenti.

3.- L’Osservatorio del Sud sugli investimenti e le multinazionali.

Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo

thanks to: Pressenza

Petrolieri nella nebbia

Mentre tentava di mettere le mani sul più antico parco nazionale africano, la compagnia petrolifera britannica Soco International e i suoi subappaltatori hanno corrotto, finanziato ribelli armati e beneficiato del clima di paura e violenza promosso dalle forze di sicurezza governative.

Le malefatte di una delle principali imprese a controllo pubblico del Regno Unito sono denunciate da un rapporto pubblicato da Global Witness, basato su registrazioni segrete raccolte nella Repubblica democratica del Congo, raccolte da cineasti inglesi e da questi passate all’associazione britannica.

Le registrazioni sono state effettuate nel corso delle riprese per un lungometraggio sui monti Virunga, ma solo una parte di esse sono state montate nel documentario, in uscita il prossimo novembre. Il materiale include registrazioni audio e video di un investigatore nominato dal tribunale, oltre alla testimonianza di attivisti delle comunità locali e all’intervista alla giornalista freelance francese Mélanie Gouby.

Tra i casi più inquietanti, un ufficiale dei servizi segreti congolesi che offre migliaia di dollari a un ranger del parco per spiare il guardiano principale del Parco Nazionale del Virunga, Emmanuel de Mérode, per colpa della Soco. Poi un alto funzionario della Soco ammette di aver finanziato i ribelli. E quindi un deputato della regione, che ammette di aver ricevuto i pagamenti mensili dalla Soco per fare pressione politica in favore dell’impresa.

Gli attivisti locali e i guardaparco che hanno criticato le operazioni di Soco sono stati arrestati, e in alcuni casi picchiati o feriti da soldati e agenti dei servizi segreti intenti a favorire l’ingresso della Soco nella regione. Alcuni di questi casi sono descritti nel rapporto di Global Witness, mentre altri sono stati e documentati da Human Rights Watch lo scorso giugno. Non ci sono invece prove del fatto che le forze di sicurezza abbiano agito su ordini della Soco.

La Soco non è ancora riuscita a trovare il petrolio nel parco. In seguito della campagna sostentata dagli attivisti, l’impresa lo scorso giugno si è impegnata a non “intraprendere o commissione esplorativa o qualsiasi altra perforazione all’interno del Parco Nazionale del Virunga, a meno che l’Unesco e il governo della RDC concordano sul fatto che tali attività non siano incompatibili con il suo status di Patrimonio Mondiale”. La furbesca posizione della Soco lascia aperta l’opzione della declassificaizone del parco per poterne sfruttare il petrolio. Secondo un articolo del Times, il vice direttore della Soco Deputy CEO Roger Cagle avrebbe sostenuto che il Congo e l’Unesco potrebbero accettare di ridisegnare i confini del parco dei Virunga.

“La Soco minaccia più antico parco nazionale africano con un progetto petrolifero segnata da corruzione, intimidazione e violenza”, ha dichiarato Nat Dyer di Global Witness. “I fondi pensione e altri investitori devono esigere che Soco chiuda le esplorazioni nei Virunga”.

La Soco nega le accuse avanzate dal rapporto, dicendo affermando di non tollerare né essere compie di tolleranza verso la corruzione o altre attività illegali, e che le tangenti a guardaparco “non sono mai stati né saranno mai essere ammesse dalla Soco”. L’impresa ha dichiarato di essere attivamente impegnata nella tutela dei diritti umani e che è pronta a indagare se vi siano casi di irregolarità.

Global Witness chiede ai soci della Soco – tra cui la Aviva, la Legal & General e la Chiesa riformata britannica, di premere sull’impresa affinché ponga fine alle esplorazioni nel Parco Nazionale Virunga e venga aperta una commissione un’inchiesta indipendente sulle attività della Soco in Congo. La commissione dovrebbe esaminare le accuse di corruzione, di pagamenti segreti e l’arresto e l’intimidazione degli oppositori da parte delle forze di sicurezza congolesi che supportano la Soco.

thanks to: Salvaleforeste

Il Parco Nazionale dei Virunga è l’habitat di un quarto dei 880 rimanenti gorilla di montagna rimasti al mondo, oltre a un numero di specie di uccelli e di mammiferi più alto di qualsiasi altro parco nazionale africano.

De Merode, capo guardiano del parco dei Virunga, lo scorso aprile è sopravvissuto a un tentativo di omicidio. Il ranger è stato pugnalato allo stomaco e al torace da uomini armati, poco dopo aver consegnato una relazione sulle attività di Soco al pubblico ministero della regione. Le autorità congolesi stanno indagando sul rapporto di De Merode, che aveva suscitato l’ostilità di molti gruppi che intenzionati a sfruttare il parco, dai ribelli ai bracconieri di elefanti ai sostenitori dei progetti di esplorazione petrolifera. La Soco ha condannato l’attacco e sostiene che collegamento della Soco a questo crimine è del tutto infondato.

Il caso di de Merode è un duro monito sui pericoli che affrontano i guardaparco dei Virunga, dove 130 ranger sono stati uccisi dal 1996.

C’è sempre di mezzo il petrolio: perchè Israele ruba la terra dei Palestinesi

Quando è stato annunciato che il giacimento petrolifero di Meged 5, al confine tra Israele e Cisgiordania, contiene molto più petrolio del previsto, il valore delle azioni dell’azienda petrolifera israeliana Givot Olam è schizzato alle stelle.

Dall’apertura del pozzo Meged 5 nel 2011 l’azienda israeliana ha già venduto greggio per un valore di 40 milioni di dollari. Secondo le nuove stime avrà a disposizione altri 3,53 miliardi di barili, l’equivalente di un settimo delle riserve petrolifere del Qatar.

“C’è solo una cosa che non è chiara: non si sa quanto di questo petrolio appartenga in effetti a Israele”, scrive Al Jazeera. Infatti il pozzo petrolifero è sotto la Linea verde, il confine stabilito nel 1948 che separa Israele dai Territori palestinesi occupati.

Un confine conteso
Secondo le autorità palestinesi, Israele avrebbe spostato la linea di confine, adducendo ragioni di sicurezza, per permettere a Givot Olam di avere accesso al pozzo che si trova vicino alla città israeliana di Kefar Sava e al villaggio palestinese di Rantis, a nordovest di Ramallah.

Dror Etkes, un ricercatore israeliano che studia le attività israeliane in Cisgiordania, afferma che i pozzi sarebbero in territorio palestinese e che l’accesso al sito è controllato dall’esercito israeliano.

Secondo gli accordi di Oslo gli israeliani sono obbligati a coordinarsi con le autorità palestinesi per sfruttare il sottosuolo di località al confine tra i due stati e i proventi devono essere divisi tra i due paesi. “Ma non sarebbe la prima volta che gli accordi di Oslo sono violati”, spiega Al Jazeera.

Ashraf Khatib, un funzionario palestinese coinvolto nei negoziati con Israele dichiara: “Il problema non è solo l’occupazione dei Territori palestinesi attraverso la confisca delle terre e la costruzione di nuovi insediamenti, ma anche lo sfruttamento delle nostre risorse naturali”.

L’autonomia impossibile
Nel 2012, quando si pensava che le riserve di petrolio di Meged 5 fossero meno vaste, le autorità palestinesi avevano provato a portare il caso davanti a un tribunale internazionale.

Inoltre un rapporto della Banca mondiale ha denunciato che Israele impedisce ai palestinesi di Cisgiordania di sfruttare da un punto di vista economico le proprie risorse naturali. Il rapporto non si occupa nello specifico del sito Meged 5, perché non sono stati raccolti dati sufficienti, ma prende in considerazione le attività di sfruttamento economico nella cosiddetta area C, una zona che comprende i due terzi della Cisgiordania. Nell’area C sorgono circa duecento insediamenti israeliani e questo permette a Tel Aviv di controllare la maggior parte delle risorse naturali palestinesi: falde acquifere, terra, miniere e siti d’interesse turistico e archeologico. “Meged 5 è nell’area C”, conferma Al Jazeera.

Secondo lo studio della Banca mondiale la Palestina potrebbe guadagnare 3,4 miliardi di dollari all’anno dallo sfruttamento economico dell’area C. Tuttavia l’attuale governo israeliano ha dichiarato che pensa all’annessione di questo territorio. Secondo la Banca mondiale le attività economiche dell’area C potrebbero incrementare di un terzo il pil palestinese, ridurre il deficit e il tasso di disoccupazione, anche senza considerare la scoperta dei nuovi pozzi petroliferi che aumentano il valore dell’intera zona.

Mariam Sherman, rappresentante della Banca mondiale nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, dichiara: “Bisognerebbe permettere ai palestinesi di sfruttare le loro risorse in quest’area per aprire una strada allo sviluppo sostenibile del paese”.

Secondo alcuni analisti, come Anais Antreasyan, l’autonomia economica dell’Autorità nazionale palestinese dagli aiuti internazionali potrebbe essere raggiunta solo se fosse permesso ai palestinesi di sfruttare economicamente i giacimenti di gas al largo della Striscia di Gaza e il petrolio in Cisgiordania.

Fonte: Internazionale.it

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Appello urgente del Popolo del Giaguaro agli azionisti della compagnia petrolifera

La tribù amazzonica dei Matsés ha inviato un appello urgente agli azionisti della Pacific Rubiales, il gigante petrolifero canadese-colombiano, chiedendo loro di proteggere le vite degli Indiani incontattati del Perù minacciati dal lavoro della compagnia.

“I nostri fratelli incontattati vivono nella foresta. Li abbiamo sentiti molte volte, sappiamo che ci sono” ha detto in un video messaggio urgente Salomon Dunu, un membro della tribù dei Matsés. “Dite al mondo che i Matsés rimangono fermamente contrari alla compagnia petrolifera. Non la vogliamo nella nostra terra.”

Guarda il video-appello: http://www.survival.it/film/matses-incontattati

I Matsés e Survival International hanno inviato il messaggio a centinaia di azionisti – tra cui Citigroup, JP Morgan, General Electric, Blackrock, HSBC, Allianz, Santander, e Legal and General – chiedendo di disinvestire dalla Pacific Rubiales. Tra gli azionisti italiani si contano anche ARCA, BNP Paribas, Credit Suisse e Rossini Lux Funds.

La compagnia ha già iniziato le prospezioni petrolifere nel “Lotto 135”, nonostante questo si estenda in un’area proposta come riserva per le tribù incontattate, ed ha in progetto ulteriori esplorazioni nel territorio matsés.

I Matsés hanno raccontato che gli elicotteri sorvolano già l’area. Il progetto da 36 milioni di dollari prevede la tracciatura di centinaia di linee sismiche nella foresta pluviale utilizzata dagli Indiani per cacciare e raccogliere.

I Matsés sono molto preoccupati per la salute delle tribù incontattate che vivono attorno al “Lotto 135”, e chiedono che l’area sia protetta.

Se i lavori dovessero continuare, gli Indiani incontattati e gli operai della compagnia petrolifera si ritroverebbero entrambi a rischio: gli Indiani sono particolarmente vulnerabili alle malattie trasmesse dall’esterno, verso cui non hanno difese immunitarie, mentre i lavoratori rischiano di essere attaccati dagli Indiani, che li vedranno come invasori nel loro territorio.

I Matsés, conosciuti come il “Popolo del Giaguaro” per i tatuaggi e le decorazioni del viso, sono stati contattati per la prima volta negli anni ‘60. “La vita prima del contatto era straordinaria” ricorda Salomon. “Vivevamo su un lato del fiume e ci spostavamo sull’altro per coltivare i nostri orti. Quando era il momento, abbandonavamo quegli orti per crearne di nuovi, in un luogo diverso. Questa era la vita prima del contatto!”

“È molto probabile che il contatto tra gli operai petroliferi e gli Indiani incontattati risulti letale per la tribù” ha dichiarato oggi Stephen Corry, il Direttore generale di Survival International. “Di fatto, con tutta probabilità, la tribù verrà decimata. La compagnia petrolifera lo sa. Ed è anche consapevole di violare la legge nel portare avanti i suoi pericolosi progetti senza il consenso del popolo a cui quelle terre appartengono.”

Guarda la galleria fotografica di Survival sulla tribù dei Matsés.

Nota ai redattori:
– Leggi la lettera inviata agli azionisti della Pacific Rubiales (Pdf, 217 kb)
– Leggi il comunicato con cui i Matsés respingono le attività petrolifere nelle loro terre e chiedono che l’area sia riconosciuta come riserva per le tribù incontattate (PDF, in spagnolo, 291 Kb).

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