‘West silence on crimes in Syria deafening’

Iranian Foreign Minister Mohammad Javad Zarif has lashed out at the West for its “deafening” silence on the atrocities committed by the Western-backed militants in Syria.

Zarif posted a tweet on Friday after a video emerged showing US-backed terrorists brutally beheading a child.

The Iranian foreign minister said such acts of brutalities by the Western-sponsored terrorists have turned into the norm in Syria.

The footage, circulated on social media on Tuesday, shows a member of the Nureddin al-Zenki opposition group cutting off the 12-year-old Palestinian boy’s head with a knife on a public road in Aleppo.

Nureddin al-Zenki, which is largely based in Syria’s Aleppo province, has received military support in the past from the United States as part of Washington’s backing for “moderate” militants in Syria.

Before being killed, the boy, identified by activists on social media as Mahmoud Issa, is seen on the back of a truck surrounded by militants who accuse him of being a spy and a member of al-Quds Brigades, the armed wing of the Palestinian Islamic Jihad resistance movement.

However, the Palestinian group issued a statement, strongly denying that Issa was a member and saying the boy was ill. It further said he was killed apparently as revenge by a “terrorist” who had lost his brother in battles near Handarat, north of Aleppo.

Takfiri terrorists have been carrying out horrific acts of violence, such as public decapitations and crucifixions, against all communities, including Shias, Sunnis, Kurds, and Christians, in areas they have overrun in the Arab country.

Sorgente: PressTV-‘West silence on crimes in Syria deafening’

US Military Personnel Have Committed Nearly 6k Crimes in Okinawa Since 1972

US military personnel have committed over 5,800 crimes on Japan’s Okinawa Islands since the territory was returned to Japan in 1972, according to police figures cited by protesters rallying against US presence in Japan’s southernmost prefecture.

Sorgente: US Military Personnel Have Committed Nearly 6k Crimes in Okinawa Since 1972

IRAQ. Il mondo post-coloniale e la commissione Chilcot

Di Gian Paolo Calchi Novati

Roma, 12 luglio 2016, Nena News – Come ha scritto Chomsky, il mondo occidentale, grazie ai suoi valori e al suo sistema istituzionale, si distingue da altre civiltà perché è capace di riconoscere i massacri che commette o sono commessi in suo nome.  Avendo in mente questo postulato, la vicenda della Commissione Chilcot, che ha indagato sulle responsabilità del governo inglese nella guerra in Iraq del 2003, assume l’aspetto di un apologo che trascende gli eventi specifici.

Un organo espresso dall’establishment di una grande potenza occidentale, – che aveva appena compiuto il passo, falso secondo alcuni benpensanti gelosi di antichi privilegi, di far decidere al popolo il proprio futuro europeo – ha rivelato le falsità e in ultima analisi i crimini dello Stato e personalmente del capo del governo in occasione di un evento di grande portata, che non ha ancora finito di proiettare le sue tragiche conseguenze su tutti noi.

La Commissione era presieduta da un Lord. E anche chi comincia a temere, e persino a lamentare in pubblico, i rischi impliciti in pratiche troppo democratiche, davanti a un Lord non ha argomenti. Non si può neanche dire che gli ottimati hanno rimediato alla distrazione o alla connivenza del popolo. Il popolo di Londra, pur senza conoscere tutti i documenti, aveva già emesso il suo giudizio nella grande dimostrazione di quel “sabato” che Ian McEwan ha posto come proemio di un suo romanzo.

Negli anni bui dell’amministrazione di Bush junior, quando l’unipolarismo (sia pure “imperfetto”, come dimostrò Samuel Huntington in un saggio su Foreign Affairs) conferiva poteri assoluti agli Stati Uniti, che avevano vinto la guerra fredda e non mancavano di ricordarlo in tutte le occasioni, il New York Times identificò nell’opinione pubblica “la seconda potenza mondiale”. Allora c’era ancora spazio per una mobilitazione di massa.

 I rapporti di forza, nel 2003 come nel 2016, hanno impedito però e impediscono di trasformare la denuncia in un’azione politica adeguata. Persino la Brexit si è imposta facendo leva probabilmente su motivazioni tutt’altro che nobili. Un argomento forte per il Leave poteva essere proprio l’impotenza dell’Europa di fronte alla “linea rossa” della guerra che attraversa ormai incontrastata i nostri giorni.

 Le rimostranze tante volte espresse, soprattutto dall’Africa, per l’andamento a senso unico della giustizia penale internazionale trovano una conferma perfetta nell’”affare Blair”. L’incriminazione di Bechir o Gbagbo a confronto del trattamento riservato a Blair, chiamato ovunque per conferenze strapagate, e degli incarichi che gli sono stati conferiti a livello internazionale (addirittura nel Medio Oriente), e che forse svolge ancora, sembra fatta apposta per avallare l’impressione di un sistema che, in tutte le sue espressioni, garantisce all’Occidente un’impunità assoluta.

 Naturalmente Blair non fu mai escluso dal G7 o G8 e quando i disastri degli “errori” commessi in Iraq stavano ancora bruciando si improvvisò, con l’aiuto di Bono, benefattore dell’Africa.

Il costo dei privilegi concessi a Blair, come a Bush, ma anche ai capi di stato e di governo che hanno condotto la guerra contro la Serbia in Kosovo e che hanno via via dato vita a tanti interventi militari con o senza Onu in Asia e Africa, “terre vacanti” come ai tempi del colonialismo reale, si fa sentire pesantemente in tutte le crisi. La pax americana dei nostri giorni ricorda la pax britannica all’epoca della regina Vittoria: più di una guerra all’anno secondo la storia dell’imperialismo inglese di fine Ottocento. scritta da Niall Ferguson.

Di sicuro, quando l’anno prossimo l’Europa celebrerà in Campidoglio i 60 anni dei Trattati di Roma, il tema principale sarà la pace che l’unità dell’Europa ha assicurato. L’autoreferenzialità dell’Europa in un’epoca che si vorrebbe caratterizzata dalla globalizzazione nasconde una forma implicita di esclusività che è di per sé una causa di tensione. Che la sfida all’Occidente sia condotta da movimenti spesso di pura distruzione e al servizio di cause inaccettabili è un prodotto dei tempi. Anche nei nostri paesi la “protesta” degli ultimi o dei penultimi assume l’aspetto dell’”antipolitica”. Si deve andare ben oltre le degenerazioni dell’integralismo religioso o identitario per spiegare le forme che ha assunto il “populismo” dei “dannati della terra”.

Rabindranath Tagore, in un ciclo di conferenze pubblicato nel 1917 con il titolo Nationalism, aveva bollato la nazione come un ricettacolo di potere angusto e spietato, tendente a generare conformismo, e si augurava per l’India una fuoriuscita dalle concezioni basate su razza, etnia o religione. Se la coscienza nazionale non si trasformerà in coscienza sociale, scriveva Fanon, non ci sarà nessun riscatto.

Le contraddizioni che inceppano le sorti della storia impersonata dall’Europa portatrice oltremare di modernità e in ultima analisi di liberta ai popoli arabi, asiatici e africani recalcitranti, sono le stesse a cui Edward Said imputa la perdurante sottomissione dell’Oriente e in genere dei colonizzati all’impero reale o virtuale che detta le sue condizioni con la forza. La tragedia della resistenza del Sud e nel Sud contro il colonialismo e le altre forme di subordinazione, anche di quella che si presenta come nazionalista, è che «essa debba lavorare, almeno fino a un certo punto, per recuperare forme già stabilite, o quanto meno influenzate o infiltrate dalla cultura dell’impero».

La transizione post-coloniale e post-autoritaria nel sistema globale del Terzo mondo, esteso per l’occasione ai Balcani e al Caucaso, è inquinata dall’asimmetria coloniale. Colonizzato significa oggi essere cose potenzialmente anche molto diverse, in posti diversi e in epoche diverse, ma sempre inferiori.

Il mondo post-coloniale è un mondo dopo il colonialismo ma non senza il colonialismo.

Una delle ossessioni del colonialismo e in genere dell’Occidente nei suoi rapporti con le “aree esterne”– lo sanno bene gli storici indiani e dell’India – è la pretesa incapacità degli “indigeni” di organizzare la propria sovranità e di affrontare i problemi di stabilità o di sviluppo senza un contributo dal Centro. È così che i diritti dei popoli a regime illiberale, Kant avrebbe detto non repubblicani, sono alla mercé della “grande politica”.

Nel clima del post-bipolarismo, al posto del comunismo e della rivoluzione, come nemico dell’Occidente è subentrato il “terrorismo”, per il quale non può valere nessuna comprensione come in fondo poteva accadere per il marxismo o i movimenti di liberazione.

È essenziale (e in un certo senso auspicabile) per il sistema ideologico occidentale che si crei un abisso, anche di moralità, fra l’Occidente civilizzato e quanti per qualsiasi ragione non riescono ad apprezzare l’impegno dell’Occidente. Si è fatta ancora più insistita così la pretesa che solo l’azione, ormai pressoché puramente militare, di una o più potenze occidentali, può tirar fuori gli ex-sudditi degli imperi europei – senza differenze fra Iraq, Libia o Bangladesh – dall’arretratezza e dal pericolo per sé e per gli altri.

Sorgente: IRAQ. Il mondo post-coloniale e la commissione Chilcot

US Army major brandishes gun, threatens to kill Muslims attending mosque during Ramadan

Insulting Muslim Americans by leaving bacon at their mosque wasn’t enough for a US Army reserve major. He then brandished a handgun and made death threats, according to the local sheriff’s office in North Carolina.

Sorgente: US Army major brandishes gun, threatens to kill Muslims attending mosque during Ramadan — RT America

Israeli Soldier Filmed Killing Wounded Palestinian

Footage released by B'Tselem

An Israeli soldier has been detained after a rights group released video of him shooting a wounded Palestinian in cold blood.

The incident occurred Thursday morning. A pair of Palestinian men, Abdel-Battah al-Sharif and Ramzi al-Qasrawi, stabbed an Israeli soldier in the West Bank city of Hebron. Troops fired on both men, killing al-Qasrawi and injuring al-Sharif.

 

Video footage filmed by Emad abu-Shamsiyah, and released by rights group B’Tselem, shows one of the troops shooting al-Sharif in the head while the 21-year-old lies incapacitated on the ground.

 

Warning: Extremely graphic video

“I heard gunshots, went outside my house to check what it was, and saw several Israeli soldiers yelling and two youths on the ground,” a witness told Ma’an news agency. “A soldier approached one of the youths that was moving while yelling and opened fire on him from zero range.”

According to the Israeli military, the offending soldier had been detained by his unit commander before the video was released.

 

A number of similar incidents have been reported by humanitarian groups in recent months.

 

Last week, Israeli troops shot and killed three Palestinians near the Kiryat Arba Israeli settlement. Autopsies performed the following day showed the bodies were riddled with bullets that had been fired into the corpses long after the initial incident.

 

The incident also left one Israeli soldier dead.

 

In February, Israeli soldiers shot 20-year-old Mohamad Abu Khalaf. An autopsy showed that while he was killed by two rounds, his body was littered with dozens of other bullets.

Over the last six months there has been an uptick in violence. Twenty-eight Israelis and two Americans have been killed in a series of Palestinian stabbings, shootings, and car-ramming attacks.

 

During that same period, at least 188 Palestinians have been killed by security forces.

 

In February, Israeli Army Chief of Staff Lt. Gen. Gadi Eisenkot encouraged soldiers to exercise discretion. The country’s chief Sephardic Rabbi, Yitzhak Yosef, however, demanded that soldiers ignore those pleas.

 

According to Haaretz, Rabbi Yosef called for the killing of any “armed Palestinian,” whether in possess of a gun or a rock.

thanks to: Sputniknews

Opposing the Japanese Pirate Whalers in the Southern Ocean Whale Sanctuary

Japan has declared war on the whales in the Southern Ocean. Their fleet is en route to the Southern Ocean NOW, in abject disrespectful defiance of the International Court of Justice.

The signatory nations to the relevant conventions have not done anything but talk. All other NGOs aside from Sea Shepherd are not doing anything to intervene. Japan returns to the killing fields with an arrogant confidence that they will be unopposed.

The question is what will Sea Shepherd do about this egregious and illegal invasion of the Southern Ocean Whale Sanctuary?

Sea Shepherd Conservation Society has actively opposed the unlawful slaughter of whales in the Southern Ocean since 2005 with aggressive interventions that saved the lives of 3,651 whales including Minke, Humpback and Fin whales.

Sea Shepherd has fought the outlaw whalers on the high seas and in the courts.

In 2008 the Australian Federal Court declared that Japanese whaling in the waters of the Australian Antarctic Territory was unlawful, and banned further whaling. Japan ignored this decree.

In 2014, the International Court of Justice ruled that Japanese whaling is neither scientific nor lawful and ordered the Japanese whaling fleet to cease and desist from killing whales in the Antarctic.

In response, Japan developed a new “research” whaling program – yet another transparent attempt to justify its commercial slaughter as “science.” But the International Whaling Commission (IWC) rejected the program, finding it both unscientific and unlawful.

Japan agreed to abide by the order of the ICJ and did not kill a single whale during the 2014/2015 season. This cessation in their whaling operations was an acknowledgement that they accepted the ruling of the court.

Now, in open and arrogant defiance of the Australian Federal Court, the International Court of Justice and the International Whaling Commission, Japan has announced that they will return to kill whales in the Southern Ocean.

Australia and the other members of the IWC could take action to stop the whalers. The question is, will they, or have they been compromised by threats of trade retaliation from Japan?

There is no question that Sea Shepherd opposition has been a leading factor in bringing Japanese whalers to their knees in reduction in quotas and in focusing international public attention on Japan’s nefarious whaling activities.

Our opposition dates back to 2002:

  • 2002/2003:  Operation Cold as Ice – 0 whales saved. In our first direct action campaign, we were unable to find the fleet.
  • 2005/2006:  Operation Minke – 169 whales saved.
  • 2006/2007:  Operation Leviathan (depicted in the documentary film “The Edge of the World.”) – 534 whales saved.
  • 2007/2008:  Operation Migloo (Season One of Whale Wars) – 484 whales saved.
  • 2008/2009:  Operation Musashi  (Season Two of Whale Wars) – 305 whales saved.
  • 2009/2010:  Operation Waltzing Matilda (Season Three of Whale Wars) – 528 whales saved.
  • 2010/2011:  Operation No Compromise (Season Four of Whale Wars) -863 whales saved.
  • 2011/2012:  Operation Divine Wind (Season Five of Whale Wars) – 768 whales saved.

In 2011, the whalers sued the U.S. Sea Shepherd entity – Sea Shepherd Conservation Society – and me in U.S. federal court, and were able to obtain an injunction barring us from approaching the whaling vessels. Sea Shepherd Conservation Society complied with this injunction, but foreign participants in the global Sea Shepherd movement, including Sea Shepherd Global and Sea Shepherd Australia, continued their opposition:

  • 2012/2013:  Operation Zero Tolerance (Season Six of Whale Wars) – 932 whales saved.
  • 2013/2014:  Operation Relentless (Season Seven of Whale Wars) – 784 whales saved.
  • 2014/2015:  Zero Kills. 1,035 whales saved.

Total: 6,402 whales saved from illegal slaughter by the Japanese fleet.

Sea Shepherd has paid a heavy price for this opposition. Not only did the whalers secure a temporary injunction from the Ninth Circuit Court of Appeals, but they also persuaded that court to find us in contempt, despite our extensive efforts to comply with the injunction – because we did not prevent foreign Sea Shepherd entities beyond our control from going forward with Operation Zero Tolerance.

During our Southern Ocean campaign in 2010, the Japanese whaling ship Shonan Maru No. 2 rammed the vessel Ady Gil, which had been chartered by Sea Shepherd to help protect the whales. Japan refused to acknowledge the investigation of the incident by New Zealand and suffered no legal consequences for destroying the vessel. As a result, the vessel’s owner Ady Gil sued Sea Shepherd for the loss.

Japan also used its economic and political clout to have an INTERPOL Red Notice issued against me, demanding my extradition on the charges of “conspiracy to trespass on a whaling ship” and “interference with commerce.”

Japan uses the courts to get what it wants and ignores the court rulings against it.

Yet the Japanese whalers made a major mistake in bringing their case in U.S. federal court, because this gives Sea Shepherd the legal grounds to countersue them.

By suing Sea Shepherd in the United States, the whalers submitted themselves to U.S. jurisdiction. Since they brought their lawsuit, our case has changed from a defensive action to a legal attack on Japanese whaling. We are currently seeking rulings that would end Antarctic whaling, declare the whalers to be pirates, award us damages for the loss of the Ady Gil, secure an injunction protecting all Sea Shepherd ships from the whalers’ attacks, and overturn the injunction prohibiting Sea Shepherd Conservation Society from interfering with Japanese whaling.

We cannot simply defeat the Japanese on the water; we need to defeat them for good in the courts, and we cannot surrender to their arrogance in defying international law.

Sea Shepherd has contributed to Japanesewhaling operational losses and to the now-diminished quota of 333 whales annually, instead of the 1035 whales that they previously and unsuccessfully attempted to kill every year.

The issue however is not just one of numbers. We are talking about the integrity of the Southern Ocean Whale Sanctuary, which demands nothing less than a zero quota.

The logistics of the situation in the Southern Ocean have changed considerably since Japan announced its new program Lowering the quota and expanding their hunting area means it would be more difficult and take more time to track down the whaling fleet, and in the time that would take, they could kill most of their quota. Although Sea Shepherd Australia is sending the Steve Irwin to the Southern Ocean this December on a mission to intervene against illegal activities in the Southern Ocean, it is unlikely that they will make any dent in the whalers’ killing. To be blunt, however, intervention this year will be difficult. The whalers have a great area to operate with a reduced quota. They will have three harpoon vessels to block any approach by any Sea Shepherd Australia ship.

The best way to stop illegal Japanese whaling now may be through another effort in the courts – this time, the U.S. courts.

We need to show the U.S. courts that they should take action to stop Japan’s illegal whaling, not to protect it. Sea Shepherd Conservation Society is an anti-poaching organization dedicated to operating within the boundaries of the law to uphold international conservation law with a commitment to absolute non-violent tactics. We will abide by the U.S. injunction while it remains in place, because we respect the rule of law.

The Japanese whalers have no such respect for the rule of law. While they have spent millions to try to turn the U.S. courts into their biggest defenders, they have at the same time openly defied the Australian courts and the International Court of Justice.

With your help, we have the opportunity to stop the whalers for good.   But they have millions from the Japanese government to fund their legal fight, and they are trying to use their money to bully us into submission.   We can only continue to stand up to them with your support. Please donate today.

Sorgente: Opposing the Japanese Pirate Whalers in the Southern Ocean Whale Sanctuary – Sea Shepherd Conservation Society

Morti di Cie

Giovedì, 20 Agosto 2015

Foto: repubblica.it

“Giustamente il volto di Stefano Cucchi, scavato e tumefatto, è impresso nella mente di tutti noi, come un monito; ma chi conosce Amin Saber? Chi ha mai sentito nominare Christiana Amankwa?”. Olivia Lopez Curzi sfoglia un quaderno scritto a matita, fitto e ordinato. Elenchi, nomi, date, sottolineature e frecce. Corruga un attimo la fronte. “Sai che della morte di Moustapha Anaki si è saputo solo nove giorni dopo? E in Italia ci viveva da parecchi anni, una parte della famiglia era qui…”. Anaki, Saber, Amankwa, Ben Said, Ramsi. Nomi senza un volto, identità sfocate, cancellate dalla storia nazionale. “Eppure quelle persone ci sono state, hanno vissuto, amato, lavorato in Italia e sono morte nelle mani dello Stato; ecco perché vogliamo raccontarle”.

Sono 25 i “Morti di Cie” sulle cui vicende sta lavorando una dozzina di reporter, grafici, informatici, antropologi e politologi. “E’ un progetto nato dal basso, indipendente e autofinanziato; siamo a Roma ma ci muoviamo in tutta Italia per raccogliere documentazione negli archivi delle Procure, nelle Prefetture, da avvocati, medici e magistrati”. L’obiettivo è ricostruire le vicende di chi è morto nei Centri di Identificazione e Espulsione, ex Centri di Permanenza Temporanea, dall’apertura nel 1998 ad oggi. “Persone a cui la cronaca dedica un trafiletto, ‘morto marocchino nel Cie di Crotone’ e nulla più, tanto che in alcuni casi – spiega Lopez Curzi, fra gli autori dell’inchiesta – è stato difficile persone risalire al nome completo”.

Nessuna colpa. Nei Cie, su cui pesa un giudizio di incostituzionalità e numerose denunce per violazione dei diritti umani, si muore per diverse cause. “Amin Saber  è il primo caso in cui ci siamo imbattuti: è morto nel 1998, non sappiamo esattamente quando, e sembra sia stato vittima di un ‘proiettile vagante’ sparato dalle forze dell’ordine nel Cpt di Caltanissetta”. Poco dopo sarà il turno di sei giovani tunisini, soffocati nel Centro “Serraino Vulpitta” di Trapani. Bloccati in una stanza senza senza vie di fuga, stavano scappando dall’incendio appiccato da un altro trattenuto durante una protesta. Morti violente, di cui nessuno, raccontano i processi, è stato mai riconosciuto responsabile.

Testimoni che scompaiono. “Ricordiamoci che sono centri di espulsione, e quindi la gente da qui è rimpatriata o fatta uscire, quasi sempre senza documenti in regola, e questo fa sì che i testimoni non collaborino con la giustizia”. Una conferma ulteriore – spiega Lopez Curti – della volontà di insabbiare queste storie. Una di queste vittime si chiama Abdou Said. “E’ arrivato in Italia con il fratello nell’estate del 2011, erano due ragazzi egiziani che lavoravano in Libia, sono scappati dalla guerra… dopo due settimane nel Cie di Ponte Galeria, a Roma, Abdou ha tentato di scappare, ma è stato fermato dalle forze dell’ordine”. Tornerà nella gabbia del Cie poche ore dopo, con segni di percosse, cieco da un occhio.

Abdou e Mabrouka. ll ragazzo sembra un altro, sragiona, tanto che l’avvocato teme abbia subito danni neurologici e che dopo alcuni mesi il giudice di pace – caso rarissimo – decide di di sospendere il trattenimento. Said si trova senza nulla e senza gli psicofarmaci che riceveva nel Cie. Si ucciderà un mese dopo il rilascio, gettandosi dalla finestra di casa di un amico. Sempre a Roma, una sera del maggio 2009, Zorah, compagna di camerata di Mabrouka Mimuni, interviene su Radio Onda Rossa per raccontare le ultime ore in Italia dell’amica, prima di un rimpatrio che non ci avverrà mai. Mabrouka si impiccherà la mattina successiva e Zorah, che sarà rilasciata, morirà alcuni mesi dopo per overdose, stroncata da una dipendenza che, probabilmente, il Cie aveva accentuato.

Morti innaturali. “Spesso i referti e le note stampa parlano di arresto cardiaco, ma questo non dice nulla sulla causa del decesso, sul perché il cuore di 25 donne e uomini si sia fermato in un Cie”. Certo è che si tratta di “luoghi fuori dal tempo, in cui la vita è appesa a un filo”. Mancanza di cure mediche, somministrazione incontrollata di psicofarmaci che – come il Minias – possono creare dipendenza e avere effetti dannosi se interrotti bruscamente, si aggiugono alle violenze e contribuiscono ai frequenti atti di autolesionismo, sfociati in alcuni casi nel suicidio.

A futura memoria. “Vorremmo chiudere il lavoro – spiega Olivia Lopez Curzi – per l’inizio del 2016 e da oggi a allora collaboremo con chi si occupa di Cie e di abusi da parte dello Stato in tutta Italia”. Sperando, conclude, “che anche qualche famigliare di questi invisibili, internati solo perché privi di un pezzo di carta, condivida il nostro obiettivo, che è quello di dare dignità a episodi gravissimi della nostra storia, avvenuti nell’indifferenza delle istituzioni”. Un lavoro importante anche per un futuro prossimo, in cui la parabola discendente dei Cie, passati da 11 a 5 in pochi anni, potrebbe rivitalizzarsi.

Hotspot e nuovi Cie, la tragedia continua. Gli hotspot sarebbero centri chiusi in cui identificare chi entra in Italia via mare, grazie alla presenza di agenti di Frontex e Easo – European Asylum Support Office, per poi rimpatriare chi non ottiene l’asilo o piuttosto chi, come dichiarato dal ministro dell’Interno Alfano lo scorso giugno, “non può fare la domanda d’asilo”. Il Cie di Milo, a Trapani, potrebbe essere il primo ad assumere ufficialmente queste funzioni, raddoppiando la propria capienza. Nel frattempo la nuova giunta regionale della Liguria ha dichiarato di voler aprire un Cie sul suo territorio. La vicenda della cosiddetta detenzione amministrativa degli stranieri sembra insomma non fermarsi. Nemmeno di fronte a 25 “morti di Cie”.

Giacomo Zandonini

thanks to: unimondo

Perchè la morte del piccolo Ali non cambierà nulla

La condanna fatta dal premier Benyamin Netanyahu dell’uccisione del piccolo palestinese è lontana dalla realtà sul terreno.  Gli ultimi giorni per i coloni che vivono insediati in Cisgiordania e per i palestinesi sotto occupazione sono stati come gli altri, come se nulla fosse accaduto a Kfar Douma

foto Reuters

Perchè la morte del piccolo Ali non cambierà nulla.

Africa’s Most Beloved Lion Killed by ‘Evil’ Dentist From Minnesota

Africa’s Most Beloved Lion Killed by Monster From Minnesota

The “hunter” who made Cecil the world famous lion suffer for 40 hours after skewering him with a crossbow before shooting, skinning and beheading the King of Beasts, has been identified as a dentist from Minnesota. In a poetic twist, he’s become the subject of an international hunt by Zimbabwean authorities and an outraged international public.

The Zimbabwe Conservation Task Force named Walter Palmer, 55, of Eden Prairie, Minnesota — owner of Palmer’s River Bluff Dental in Bloomington — as their primary suspect, before Palmer admitted to the kill on Tuesday.

The 13-year-old lion, famous for his unique black mane, is believed to have been killed on July 1, during a poaching trip which cost Palmer over $54,000. The lion’s body was not found until several days after his death.

“He never bothered anybody,” Johnny Rodrigues, the head of Zimbabwe Conservation Task Force, told The Telegraph. “He was one of the most beautiful animals to look at.”

The lion was a resident and tourist attraction at Zimbabwe’s Hwange National Park, where he enjoyed protected status and the adoration of local and tourist fans alike. The evening of the fatal hunt, Palmer and local guides allegedly — and illegally — used bait to lure Cecil out of the park before Palmer shot him with a crossbow.

Injured, but still alive, Cecil fled from the bloodthirsty savages, but was unable to find help. He was discovered by the poachers 40 hours later, at which time he was shot dead with a gun, his body was beheaded, and his pelt removed.

Cecil was fitted with a GPS collar that allowed authorities to track his movements, which the poachers subsequently attempted to destroy.

As if the story couldn’t be more tragic, Cecil had six cubs.  With their father gone, those cubs will now likely be killed by the next dominant male lion.

“The saddest part of all is that now that Cecil is dead, the next lion in the hierarchy, Jericho, will most likely kill all Cecil’s cubs,” Rodrigues told the Star Tribune.

Two of the men who assisted Palmer in the hunt are facing poaching charges — charges which Palmer himself is no stranger to.

In 2008, Palmer pleaded guilty to federal poaching charges after killing a black bear in Wisconsin, 40 miles outside of the legal hunting zone.  He was sentenced to one year of probation and fined $3,000, clearly not harsh enough a penalty to deter him from killing again, as many photos of him holding the carcases of rare species have surfaced online.

The ZCTF has stated that they are looking for Palmer, though they believe he has left the country.

“We arrested two people and now we are looking for Palmer in connection with the same case,” police spokeswoman Charity Charamba told reporters.

So with the tables turned, Palmer seems to have become the prey. Beyond being hunted by the ZCTF, social media users outraged at the disregard for wildlife’s majesty have also begun hunting down any information they can find. Many people have even called for the dentist’s death.

Palmer’s River Bluff Dental has been shuttered for business, with a note posted on the door with the contact information for a PR firm ostensibly hired in the wake of public outrage, and the practice’s Facebook page and website have been closed.

By Tuesday afternoon, his rating on crowd-sourced review site Yelp had fallen to one star, and the page was flooded with 1906 reviews, none of which were complimentary.

“Dr. Palmer, I can only hope that when your time comes, karma takes over and puts you through even worse suffering, than what you did to Cecil the Lion,” Andrea M. from New York City wrote in her review. ‘You are an evil man, a coward. Dare I say some sort of devil. You will get your comeuppance and many, MANY people will dance with joy.”

“Too bad this was not one of the many Dentist that commit suicide,” Mike W. from Middleton, Massachusetts wrote in his one-star rating.

Palmer’s website, prior to being taken down, shared information about the dentist’s interests:

“Anything allowing him to stay active and observe and photograph wildlife is where you will find Dr Palmer when he not in the office.”

It failed to mention that he doesn’t only get blood on his hands at the office.

Even Piers Morgan, the British journalist and television personality known for ruffling feathers, got in on the outrage, writing a piece for the Daily Mail entitled “I’d love to go hunting one day with Dr. Walter Palmer the killer dentist… so I can stuff and mount him for MY office wall.”

On Tuesday evening, the big-cat-killer issued a statement defending himself:

“In early July, I was in Zimbabwe on a bowhunting trip for big game. I hired several professional guides and they secured all proper permits. To my knowledge, everything about this trip was legal and properly handled and conducted.

“I had no idea that the lion I took was a known, local favourite, was collared and part of a study until the end of the hunt. I relied on the expertise of my local professional guides to ensure a legal hunt,” Palmer wrote. “I have not been contacted by authorities in Zimbabwe or in the US about this situation, but will assist them in any inquiries they may have. Again, I deeply regret that my pursuit of an activity I love and practice responsibly and legally resulted in the taking of this lion.”

On the same day, the Zimbabwe National Parks issued a statement confirming that “all persons implicated in this case are due to appear in court facing poaching charges.”

Meaning that they want Palmer back.

“Both the professional hunter and land owner had no permit or quota to justify the offtake of the lion and therefore are liable for the illegal hunt,” ZNP’s statement asserted.

Theo Bronkhorst, a professional hunter with Bushman Safaris who assisted Palmer in the kill, stated that he was unaware of Cecil’s fame, but like Palmer, had no remorse about potentially killing seven African lions that conservationists warn are facing extinction in the next 35 years.

“It was a magnificent, mature lion. We did not know it was well-known lion. I had a licence for my client to shoot a lion with a bow and arrow in the area where it was shot,” Bronkhorst said in a statement.

The two poachers who assisted Palmer are scheduled to appear in court on August 6, and could face up to 15 years behind bars.

thanks to: Sputniknews

Figli minori

Mentre Renzi parlando alla Knesset si è rivolto al popolo israeliano: «Voi non avete solo il diritto di esistere ma anche il dovere di esistere e di resistere e di tramandare ai vostri figli, come ai miei tre figli – Francesco, Emanuele ed Ester». Corriere della Sera 22 luglio 2015.

I soldati israeliani uccidono un padre mentre tenta di soccorrere il figlio ferito

340736CHebron-Ma’an e PIC. Giovedì mattina 23 luglio, le forze israeliane hanno sparato, uccidendolo, a un uomo di 53 anni, Falah Hammad Abu Maria, e ai suoi figli, Muhammad e Ahmad, dopo aver invaso la loro abitazione a Beit Ummar, nel nord di Hebron.

Testimoni hanno riferito a Ma’an che le forze israeliane hanno invaso la casa di Falah e hanno sparato a suo figlio Muhammad, 22 anni, due proiettili nella regione pelvica. Quando Falah ha cercato di aiutare il figlio ferito, i soldati gli hanno sparato due volte al petto, secondo quanto hanno riferito testimoni.

Il portavoce del comitato popolare locale, Muhammad Ayyad Awad, ha dichiarato a Ma’an che forze israeliane e unità sotto copertura hanno assaltato la casa di Falah all’alba di giovedì e hanno aperto il fuoco ferendo Muhammad Abu Maria nella regione pelvica. Muhammad Abu Maria è stato sottoposto a intervento chirurgico ed è in condizioni stabili. Awad ha aggiunto che Falah è stato ferito gravemente da due proiettili al petto quando ha tentato di aiutare il figlio.

Falah è stato portato all’ospedale al-Ahli di Hebron e dichiarato morto poco dopo. 

L’altro figlio di Falah, Ahmad, 25 anni, è stato ferito da una scheggia di proiettile al petto e portato all’ospedale al-Ahli, in condizioni definite stabili.

Un portavoce israeliano ha affermato che l’incidente ha avuto luogo durante un’operazione di arresti avvenuta nella notte e che è scoppiata una protesta “violenta” contro le forze israeliane. Un soldato israeliano sarebbe stato ferito dal lancio di una pietra. Le forze israeliane hanno risposto sparando proiettili veri.

L’aggressione israeliana è culminata con l’arresto dell’ex prigioniero liberato Hamad Ahmad Abu Maria, 23 anni.

thanks to: Infopal

Messico. L’esercito attacca comunità nel Michoacàn e spara sulla folla

Messico. L’esercito attacca comunità nel Michoacàn e spara sulla folla

Un dodicenne assassinato, diversi feriti gravi, tra cui una bambina di sei anni, nonché quattro detenuti in maniera illegale. È il tragico bilancio dell’operazione che esercito, marina e polizia federale hanno condotto lo scorso 19 luglio ai danni della comunità nahua di Santa María Ostula, nello stato del Michoacán, uno dei più colpiti dalla violenza scatenatasi a partire dall’inizio della cosiddetta guerra ai narcos, che insanguina il Messico dal 2006 a questa parte e colpisce sempre più duramente movimenti popolari e popolazione civile.

Messico. L’esercito attacca comunità nel Michoacàn e spara sulla folla – contropiano.org.

Crimini della Chiesa Cattolica contro i popoli indigeni. Altro che scuse fuori i soldi!

Il Papa si scusa per i crimini della Chiesa Cattolica contro i popoli indigeni – Survival International.

Papa Francesco ha chiesto perdono ai popoli indigeni dell’America Latina per i molti crimini commessi dalla Chiesa Cattolica durante la “cosiddetta conquista”.

In un discorso storico alla Conferenza Mondiale dei Movimenti Popolari a Santa Cruz in Bolivia, a cui hanno partecipato anche molti popoli indigeni, il Papa ha detto:

“Voglio dirvelo, e voglio essere molto chiaro: vi chiedo umilmente perdono, non solo per le offese commesse dalla Chiesa, ma anche per i crimini commessi contro i popoli indigeni durante la cosiddetta conquista dell’America.”

La conquista e il furto della loro terra hanno causato il genocidio di milioni di indigeni, che furono uccisi dagli invasori o morirono per le malattie portate dai conquistatori, verso cui non avevano difese immunitarie.

Il Papa ha riconosciuto la profonda sofferenza dei popoli indigeni: “Ve lo dico con dolore: nel nome di Dio sono stati commessi molti gravi peccati contro i nativi americani.”

Ha parlato inoltre della sua “profonda ammirazione” per la ricerca da parte del movimento indigeno latino americano di un “multiculturalismo che combini la difesa dei diritti dei popoli indigeni con il rispetto per l’integrità territoriale degli stati… che è per tutti noi una fonte di arricchimento e incoraggiamento.”

Il portavoce guarani Eliseu Lopes ha incontrato il Papa durante la sua visita e ha dichiarato: “Mi ha ascoltato, qualcosa che il Presidente e chi governa il Brasile non hanno mai fatto e rifiutano di fare, anche se conoscono la nostra situazione… Gli ho detto che viviamo in una guerra, che moriamo e che veniamo massacrati da sicari e da politici coinvolti nell’agro-business, e che nei nostri confronti è in corso un vero genocidio. Ho chiesto un futuro sia per i nostri giovani che per i più anziani.”

Il Papa ha trascorso una settimana in visita tra Ecuador, Bolivia e Paraguay, dove i popoli indigeni lottano per proteggere le loro terre e le risorse naturali dai governi e dalle aziende che vogliono imporvi progetti di sviluppo su ampia scala.

Agip-ENI in Nigeria, perdite e promesse fasulle

We are for sharing, for transparency, for the future. We are for the energy of the heart and mind.
Eni is inspired by principles of correctness, transparency, honesty and integrity
Respect for people or the environment, for today’s world today or that of tomorrow […]  this is what we are working for every day.
Vaglielo a dire in Nigeria

Non e’ facile scrivere di Nigeria e di Agip ed essere italiani. E questo perche’ siamo al 30% noi che facciamo lo schifo laggiu’,  e nessuno che pensa di mettere pressione all’ENI, a Descalzi e a tutta la cricca di politici e di affaristi che chiudono gli occhi. La Nigeria e’ lontana, come lo sono tutti i paesi in cui noi occidentali andiamo, trivelliamo in cambio di quattro denari, molto inquinamento e tanti saluti. Per fortuna che c’e’ l’associazione Environmental Rights Action/Friends of the Earth Nigeria a cercare di denunciare e di rendere noto al grande pubblico quello che accade lontano nel silenzio generale. Il 12 Gennaio 2015 un incidente petrolifero nella zona di Kalaba, Yenagoa e nello stato di Bayelsa, dell’Agip. Viene tutto reso noto solo il 28 Gennaio. In quelle due settimane nessuno aveva fatto niente e il petrolio misto ad altre sostanze veniva bellamente rigettato in atmosfera, ricadendo poi sul suolo. Le richieste di queste associazioni? “Agip should take immediate steps to stop the spill by going to site and effect clamping” “Agip should take all necessary steps to prevent such delays in responding to spill incidents; especially when there is no security or accessibility issues”. “Agip should ensure steps are taken for the immediate clean-up of impacted environment,” La risposta dell’Agip per email di Filippo Cotalini, Media Relations Office Manager dell’Eni – stiamo investigando, appena pronto manderemo un annuncio. Campa oggi che viene domani. 18 Aprile 2015  un’altra perdita di petrolio in Nigeria, questa volta nnel campo detto Osiama, sempre nello stato del Bayelsa e sempre di proprieta’ dell’Agip-ENI. Ancora una volta gli intrepidi dell’Environmental Rights Action/ Friends of Earth Nigeria vanno a perlustrare una perdita di petrolio dall’oledotto Tebidabe-Ogboinbiri. Strada facendo hanno incontrato un altra perdita da un pozzo, a un paio di chilometri di distanza. Ovviamente nessuno aveva ancora fatto niente per ripulire ne l’oleodotto, ne il pozzo, anche nelle settimane successive al 18 Aprile. Di nuovo l’ENI sebbene contattata non ha dato risposte, secondo la stampa di Nigeria. Alla fine, esasperati, secondo Reuters il 27 Maggio 2015 in Nigeria, un altra comunita’ del Niger Delta di Bayelsa decide di chiudere i propri impianti petroliferi dell’AGIP nella zona detta Nembe 5. I membri dell’Agrisaba Oil and Gas Committee lamentano le promesse non mantenute dall’ Agip in termini di opportunita’ di lavoro e di sviluppo nella loro comunita’. E quindi chiudono i loro pozzi. Questa volta l’Agip aveva la risposta pronta, e per penna del CEO Claudio Descalzi: e’ tutto normale, non ci sono problemi, e’ tuttapposto. Evviva l’ENI.

thanks to: dorsogna

Quando gli ebrei dettavano legge

Legge Reale (Mancino) 13 ottobre 1975, n.654, modificazioni varie fino alla discriminazione! Approvata in Senato.

Semplicemente discriminatorio che nel testo del DDL 54 “amati et alii” (legge anti negazionismo o “ultima chance“) proposto ieri 10.02.15 al Senato Italiano ci sia la CHIARA evidenziazione della negazione della “$hoah” rispetto agli anonimi e non definiti altri “stermini”! Lo sterminio Pellerossa, Armeni, Afghanistan, Costa d’Avorio, Georgia, Guinea, Iraq, Palestina, Darfur, Libia, Uganda, Serbia, etc…sono “crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra” ? Se si, perchè non sono stati elencati? Sono “crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra” di serie B? Evidentemente si!

Non sono degni di una misera menzione nel DDL 54? O più banalmente NON HANNO lo SPONSOR GIUSTO ?

Ma il vero problema che sorge, praticamente, è:
– CHI stabilisce il significato di “istiga”?
– CHI si sente oggetto ricevente?
– UN membro della propaganda sionista, il Fantozzi hasbariota  in turno di guardia, monitoraggio, degli stolti Gojim (tutti i non ebrei, secondo gli ebrei)?
– UN  Centro di Documentazione Favolocau$tica Contemporanea?

Oggi 11.02.15 alle ore 09,30 il secondo tempo della “discussione” al Senato. Gli interessati possono seguire la diretta video sul canale Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=jo1h16NC3nk

Aggiornamento del 11.02.15, ore 12,30

Il testo sotto riprodotto è stato approvato a larga maggioranza alle ore 12,12 del 11.02.2015. Alleghiamo lo screenshot del tabellone coi risultati della votazione

Legge anti-negazionismo, votazione al senato, 11.02.15, ore 12,12, approvataIl testo ora passerà alla Camera dei Deputati, dove si è ipotizato di discuterne in una Commissione in sede deliberante, un espediente tecnico strategico che evita il dibattito pubblico!

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TESTO della legge Reale-Mancino (elaborazione di Olodogma)  con le aggiunte di Amati et alii (in ROSSO)

 

LEGGE13 ottobre 1975, n.654

Art. 1  ( resta immutato) ,   Art. 2  (resta immutato)

Art. 3

1.  Salvo che il fatto costituisca piu’ grave reato, anche ai fini dell’attuazione della disposizione dell’articolo 4 della convenzione, e’ punito:

[a) con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorita’ o sull’odio razziale o etnico, ovvero incita <<pubblicamente>> a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi;]

a) con la reclusione fino ad un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 euro chi propaganda idee fondate sulla superiorita’ o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga <<pubblicamente>> a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi;

   b)  con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo,  istiga   a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

 3.  E’ vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attivita’, e’ punito, per il solo fatto della partecipazione o dell’assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per cio’ solo, con la reclusione da uno a sei anni.

<<3-bis. Per i fatti di cui al comma 1, lettere a) e b), e al comma 3, la pena è aumentata se la propaganda, la pubblica istigazione e il pubblico incitamento si fondano in tutto o in parte sulla negazione della Shoah ovvero dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra, come definiti dagli articoli 6, 7 e 8 dello statuto della Corte penale internazionale, ratificato ai sensi della legge 12 luglio 1999, numero 232>>

  Art. 4  (resta immutato)

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Le modifiche apportate dal DDL 54 Amati del 10 Gennaio 2015 sono (testo ufficiale):

<< 1. All’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 1, lettera a), dopo le parole: «ovvero istiga» è inserita la seguente: «pubblicamente»;

b) al comma 1, lettera b), dopo le parole: «, in qualsiasi modo, istiga» è inserita la seguente: «pubblicamente»;

c) dopo il comma 3 è aggiunto il seguente:

«3-bis. Per i fatti di cui al comma 1, lettere a) e b), e al comma 3, la pena è aumentata se la propaganda, la pubblica istigazione e il pubblico incitamento si fondano in tutto o in parte sulla negazione della Shoah ovvero dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra, come definiti dagli articoli 6, 7 e 8 dello statuto della Corte penale internazionale, ratificato ai sensi della legge 12 luglio 1999, numero 232».

2. All’articolo 414, primo comma, numero 1, del codice penale la parola: «cinque» è sostituita dalla seguente: «tre».>>

________________________Pubblicato il 11.02.15 alle ore 09,36

thanks to: Olodogma

The Ringworm Scandal: When Israeli Doctors Killed Tens of Thousands of Arab Children

By the early 1950s, Israel had absorbed most of the Holocaust survivors and other immigrants from western countries.  These were generally the preferred Ashkenazi Jews, who were the nation’s elite.  It was then that Jews from Arab lands began arriving in great numbers.  David Ben Gurion knew he needed great numbers of Jews to come to Israel in order to counter the demographic threat posed by Israel’s Palestinian population (those who hadn’t been expelled during the Nakba).  That’s why he accepted and encouraged the Arab immigration, despite the fact that the newcomers’ Sephardi heritage was considered defective.

ringworm childrenThe 2004 documentary, The Ringworm Children, presents the historical context of this immigration and is dedicated to the greatest national medical scandal in the state’s history.  During this early period, Israel looked with deep suspicion on the Arab olim.  They were viewed not only as culturally inferior, but as reservoirs of disease.  To be fair, these same views had been prominent in the U.S. during the heights of immigration to this country.

But unlike here, Israel allowed one senior health official, Dr. Chaim Sheba, to conduct a massive program of unnecessary medical treatments, at enormous expense, which actually killed many of the victims.  At that time, many children developed ringworm, a non-lethal condition of fungal origin which affected the scalp.  Unlike in other countries, 100,000 Jewish (and Palestinian) Arab children were irradiated in order to treat the condition.  While medical protocol of the day directed that no technician receive a dose higher than .5 Roentgen, those treated could received a higher dose.  A lethal dose was considered 200 Roentgen (R).  The children treated received individual doses of 350R.  Sometimes they received two doses (for a total of 600R).  6,000 of the victims died within the first year or so after treatment.  To this day, many of the remaining victims suffer cancers, epilepsy, infertility and other brain disorders.  Even their children have been impacted through genetic abnormalities passed on from one generation to the next.

When the scandal was first exposed in 1994, the government reacted by circling the wagons and refusing to admit fault or liability.  Then activists pressured the government to pass a law demanding that the State take responsibility.  It did so.  But the law was not understood by the victims at the time, who didn’t realize that it was a Trojan Horse.  It persuaded them that the State had finally accepted fault and that it would compensate for their suffering.  But in reality, the law set hurdles so high, that very few survivors have been approved and received any compensation.  They were forced to prove they were victims, and their treatment by the medical evaluation committees victimized them a second time.  Those who agreed to accept the government’s conditions, could not appeal or sue once they had been denied.  So almost no survivors chose to apply for compensation under the law.

Further, a senior health ministry official at the time of the passing of the Ringworm law, had secreted all of the Ringworm files in his personal archives.  Thus he prevented anyone from gaining access to them: victims, their lawyers, doctors, even other government officials.  When he died, the files were transferred to government archives.  Current health ministry officials deliberately have not examined them because they don’t want to know what’s in them.  Neither the victims nor their attorneys can gain access to them either.

This is a massive coverup, but one that is completely legal.  The Supreme Court itself has refused to rule on the case, arguing that the Knesset law absolves the victims of any right to claim negligence on the part of the government’s medical officers.  Meanwhile, Dr. Sheba has one of Israel’s major medical centers named for him and is considered one of the founding father’s of Israeli medicine.  He founded the Tel Aviv University medical center and helped found those in Jerusalem and Haifa.

There is one further claim the film makes that brings it all back home to the U.S.  The X-ray treatments provided by Israel were extremely expensive.  The final cost was in the  range of 400-million Israeli pounds, which at the time were equivalent to British pounds.  That would put the cost at least $800-million and possibly even higher (in 1952 dollars).  That means the project cost far more than the entire national budget.  Israel obviously couldn’t afford such a massive expenditure.  The filmmakers offer one possible explanation: that the U.S. government, which had just bombed Hiroshima and Nagasaki, needed an outlet to do radiation testing.  We couldn’t or wouldn’t do such experiments here because American medical standards would not permit it.  So American officials “farmed” the operation out to Dr. Sheba and the Israelis, who had no such ethical problems with it.

The Arab Jewish children were viewed as defective and undesirable to begin with by the Ashkenazi elite like Sheba.  Here is a passage from an Israeli academic monograph on early scientific and medical approaches from the Mandate period that bore the marks of eugenics and reflected an attitude that Ashkenzai Jews were of superior racial stock to Sephardim:

In fact, medical discourse was an important mediator of Orientalist ideas to the Jews of Palestine. Public medicine was one of the main fields of regular interaction between Ashkenazi and Mizrahi Jews during the Mandate period, and this was reflected in the presence of Mizrahi Jews in this discourse. It often depicted members of various Mizrahi communities as variations on a single type – they were described as primitive, superstitious, ignorant, neglectful of their children, passive,lacking drive and the will to change – in general, as an essentially different type, physically and mentally, from the immigrants from Europe

So these Mizrahi children were suitable as fodder for the greater good of medicine.  Though Nazi medicine operated in a context of a plan to exterminate the Jewish race in Europe, the experiments performed in Israel were not dissimilar in nature.  Sheba knew his radiation dosage would harm children, even kill them.  It turns out it did so on a far larger scale than he may’ve imagined.  But the subjects were deemed expendable, just as Jewish subjects of Nazi doctors were.  And tens of thousands were killed, just as the Nazis did.

The film suggests another possible explanation–that Sheba, who came to the U.S. both to collect the X-ray machines that administered the treatment, also fundraised among American Jews for treating the Ringworm children.  Though I doubt he raised anywhere near the sum mentioned above, it’s possible American Jews donated generously to this cause.  This should be a warning to such donors today to examine carefully whatever projects they’re asked to fund.

To be fair to Israel, it wasn’t the only nation which performed what were essentially eugenics experiments.  The Nazis did so and even the U.S., in the Tuskegee experiments, deliberately allowed syphilis victims to die untreated.  The difference, as I noted above, is that the U.S. never engaged in such ghoulish medical experimentation on a national level and never with victims in such numbers.  Further, when there were victims, they could come forward and demand justice.

Israel has essentially sealed off access to justice, thus creating a monstrous stain on its medical and moral legacy.

I want to raise a strong note of caution.  There are those who view the Ringworm project as proof that Israel’s treatment of the children testified to its embrace of Nazi values.  That is one bridge too far for me.  It’s far better to note the sheer evil of the experiment and the suffering it induced without having to claim that it turned Israel into a Nazi state or that Zionism itself was a Nazi ideology.

H/t Jonathan Cook.

NOTE: There are a number of readers who are either confused or reading this post sloppily, including the headline.  To clarify: there is a link to a Jonathan Cook piece at the end of this post which notes that the State of Israel irradiated both Arab Jewish and Palestinian children for ringworm.  Hence the title of this post which uses the inclusive term, “Arab,” by which I include both Jewish and Palestinian children.

There are also those who claim that radiation was a standard treatment for ringworm inside and outside Israel in the 1950s.  This too misconstrues the argument put forward in the film and here.  While radiation may’ve been considered suitable for ringworm in that era, no one killed children with radiation outside of Israel.  The dosage set by Dr. Sheba was far too high and the X-ray machines he used were outmoded and hence the dosage administered could not be calibrated accurately or administered suitably.

thanks to: richiardsilverstein

30 ragazzi nel carcere di Ofer soffrono di problemi di salute

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Hebron-Quds Press. Il Club dei prigionieri ha dichiarato che 30 su 84 adolescenti prigionieri nel carcere di Ofer soffrono di problemi di salute e necessitano di cure, specificando che la loro età va dai 14 ai 17 anni.

In un comunicato diramato giovedì 11 novembre, Il Club ha ricordato che tra questi prigionieri vi sono Amir Awad, aggredito dai cani poliziotti, scagliatigli contro dall’esercito dell’occupazione mentre veniva arrestato; Muhammad Musallama, che soffre di problemi al fegato; Adham Erekat e Muhammad Asnam, colpiti alla testa; Hussam Al-Jabari, che ha subito un’amputazione di un dito del piede.

È da notare che il numero dei minorenni detenuti nelle prigioni dell’occupazione è di 300, suddivisi in tre prigioni: Megiddo, Ofer e Hasharon.

Traduzione di Patrizia Stellato

thanks to: Infopal

Israeli forces shoot 10-year-old Palestinian in the head in Shufat

RAMALLAH (Ma’an) — A Palestinian child was severely injured after Israeli forces opened fire on a car she was traveling in with family near the Shufat refugee camp checkpoint on Friday.

The shooting comes on a day of clashes with Israeli forces across the West Bank and follows the blinding of an 11-year-old Palestinian boy the day before in clashes in the nearby East Jerusalem village of al-Issawiya.

Mayar Amran Twafic al-Natsheh, 10, was riding in her grandfather’s car with her mother, grandfather, and her sibling when a rubber-coated steel bullet smashed through the car’s window and hit her in the face.

She was taken Hadassah hospital near al-Issawiya and medical sources said she suffered a fractured skull as a result of the attack.

Mayar’s father is currently being detained by Israeli forces.

An Israeli police spokesman said he did not have any information about the incident.

The incident occurred at the Shufat refugee camp checkpoint, which is the only link between the East Jerusalem neighborhood and Jerusalem proper due to the Israeli separation’s walls path around the area, which divides it from nearby Jewish settlements as well as other Palestinian neighborhoods.

The shooting comes only a day after US Secretary of State John Kerry met with Palestinian and Israeli leaders in Jordan to ease tensions in Jerusalem, which has become the site of daily protests across the city’s Palestinian neighborhoods that Israeli forces have repressed with dozens of casualties.

The incidents have come amid rising anger and tensions in Jerusalem over an Israeli offensive on Gaza that left nearly 2,200 dead over summer as well as an arrest campaign in the city itself that left hundreds of Hamas-related individuals as well as many protesters in prison.

Although Palestinians in East Jerusalem live within territory Israel has unilaterally annexed, they lack citizenship rights and are instead classified only as “residents” whose permits can be revoked if they move away from the city for more than a few years.

Jerusalem Palestinians face discrimination in all aspects of life including housing, employment, and services, and are unable to access services in the West Bank due to the construction of Israel’s separation wall.

Palestinian officials have repeatedly placed the blame for the violence on Israeli leaders, who have occupied East Jerusalem since 1967.

“Mr. Netanyahu and his extremist government coalition continue to refuse the minimum requirements for peace, including acceptance of the two-state solution. Instead of pursuing peace, his government systematically violates international law in order to consolidate its Apartheid regime in Palestine,” top PLO official Saeb Erekat said in a statement in late October, in response to Israeli accusations that Palestinian officials were to blame for “inciting” violence.

“We regret all loss of life. At the same time we reiterate that the Israeli occupation of Palestine remains the main source of violence and instability in the region. Palestinian citizens continue to be oppressed, imprisoned, injured and killed by the occupation forces, with impunity and the full backing of the Israeli government,” he added.

Since occupying Jerusalem in 1967, Israeli authorities have pursued a deliberate policy of Judaization, which limits the distribution of building permits to Palestinian residents while constructing large numbers of housing units for Jewish Israelis.

The policy has also entailed the erection of checkpoints and other barriers to movement intended to separate Jerusalem from the West Bank and integrate it into Israel proper.

thanks to: Maan News Agency

Abusi in carcere da parte dell’amministrazione penitenziaria

 

noisolRiceviamo e pubblichiamo questa nuova lettera di Maurizio Alfieri detenuto nel carcere di Spoleto. Maurizio ha più volte denunciato gli abusi che l’amministrazione penitenziaria riserva ai prigionieri. Per questi motivi Maurizio è stato minacciato e trasferito da alri carceri al carcere di Spoleto, nel quale la sua lotta di denuncia contro gli abusi e le brutalità ai danni dei detenuti continua.

Compagni/e ciao un abbraccio,

non ho fatto neanche un’ora di isolamento che ho visto il primo abuso e istigazione nei confronti di un detenuto extracomunitario ad autolesionarsi e vi racconto il fatto.

È arrivato verso le 10.30, lo sentivo urlare e riempire di parolacce le guardie chiedendo perchè era stato portato in isolamento, così dopo averlo fatto spogliare e lasciato nudo è andato in escandescenza e ha iniziato a rompere il plaforo con la lampadina, ha iniziato ad urlare che si sarebbe tagliato ma la guardia gli diceva che cosa aspettava a farlo, così iniziò a tagliarsi dappertutto. Vi premetto che conosco bene questo ragazzo che è stato in sezione dove ero io, è educato, rispettoso e pulito. Ho cercato di dissuaderlo dal tagliarsi perchè avrebbe fatto solo felice questi infami di Spoleto, ma lui non ha voluto sentire nessuno.

Dopo diversi tagli arrivano tutti gli agenti, compreso il vice comandante Cuomo. Gli danno i vestiti e gli promettono che lo mandano subito in infermeria per le medicazioni ma come sempre le loro promesse sono menzogne che puzzano come la merda…così dalle 11 del mattino ci si arriva alle 17 di sera e il ragazzo inizia a rompere la porta del bagno dove c’è un vetro molto duro che cede ai colpi, così tutti i vetri del diametro di 1 cm per 1 cm si trovano sul pavimento di tutta la cella, allora inizio a chiamare il brigadiere di aprirmi che avrei cercato di calmarlo. Mi aprono gli porto il tabacco con cartine e filtri, cerco di calmarlo ma lui diceva: ” Hai visto Maurizio è da stamattina che mi prendono per il culo e mi istigano”. Mentre gli sto per dire di mettersi sul letto che il pavimento era pieno di vetri e rischiava di infilzarsi un vetro nel piede, appena glielo ripete anche il brigadiere inizia ad andare su tutte le furie…così inizia a saltare con tutto il suo peso sui vetri, il sangue inizia a colare come se fosse stata versata una bottiglia da un litro sul pavimento… (ormai era fuori si senno)

In conclusione oggi giorno 18, quel povero ragazzo non si può muovere e devono portarlo in ospedale. Si è appena svegliato dai psicofarmaci che gli hanno dato (questi infami) e i primi infami sono questi pseudo dottori se così possiamo definirli, che somigliano molto alle cure di Giosef Mengele (l’angelo della morte) come veniva definito ad Auschwitz (infami come Mengele)

A Spoleto possono stare sicuri che tutte le loro infamie e abusi verranno resi pubblici, questo non è che l’inizio così dopo un anno di prese per il culo sul trasferimento vicino alla mia famiglia per tenermi buono adesso sono proprio incazzato e quello che cerco sono proprio le sezioni di isolamento così non potrete nascondere ed occultare i vostri abusi […]

Vi comunico che alle 21 gli hanno tirato fuori i vetri dai piedi però lui è in sciopero della fame perchè vuole partire da sto carcere infame. Il ragazzo si chiama Ibrahim El Almaraini, ha 26 anni. Qui a Spoleto vige il razzismo, come è accaduto poco tempo fa con quel ragazzo che durante il ramadan gli mandavano la carne cruda adesso lo hanno chiamato 5 volte per fargli ritirare la denuncia contro la direzione ma lui non ritira niente, la storia è sull’opuscolo n° 94 (OLGa ndr)

Questo è il carcere di Spoleto (e degli abusi) con la complicità del magistrato di Sorveglianza.

Compagni/e vi aggiungo questo scritto per le cose che vi ho mandato da pubblicare inerente allo sciopero che doveva esserci a Spoleto e poi non si è fatto. Siccome mi sono informato con tanti amici e ho saputo che la direzione sta provvedendo a mettere una tettoia per i familiari che arrivano a colloquio e non dovranno stare sotto la pioggia, poi il lavoro a rotazione (turn-over) già in vigore e (dovrebbero) ridare il computer che hanno tolto a tutti dopo che avevano concesso di acquistarli e ci sono altre cose richieste per fare lo sciopero che (sembra) che la direzione sia pronta ad accogliere. Per cui per correttezza nei confronti dei compagni che si sono esposti a parlare con la direzione, a parer mio non c’è stato nessun segno di resa o compromesso, quando invece molti parlano di resa. Invece l’unione ha fatto capire alla direzione che stavolta si faceva sul serio.

Qui in isolamento non è cambiato nulla, addirittura arrivano nuovi isolati e non hanno nemmeno i piatti e posate per mangiare ma ci pensiamo noi, almeno a far capire agli abitanti di Spoleto che qui non è un albergo come vuol far credere la direzione.

Poi vi informo che Stefano Marucci si trova a Livorno, lui è originario di Firenze e siccome il direttore e comandante dopo la denuncia della madre erano preoccupati, gli avevano promesso che se la ritirava lo mandavano in Toscana, Per cui, detto fatto. Per forza, hanno massacrato un ragazzo che prendeva metadone, poi la guardia dopo un certo orario non poteva aprire la cella e in più il fatto della lite con la guardia era già successo e invece loro sono saliti e lo hanno massacrato rompendogli costole e la testa in più parti con le chiavi, oltre a renderlo irriconoscibile in viso…

Per cui queste merde, quando vogliono le strade per trasferire vicino a casa le trovano. Ecco perchè io non mi farò più prendere in giro da questa feccia. Ho aspettato un anno, dopo varie promesse a me e al mio avvocato, adesso sarò la loro ombra e tutti gli abusi di qua li renderò pubblici e me ne fotto dell’isolamento e le corna di questi cornuti.

Aggiungete questo scritto e quello dove vi informo del mio isolamento e di preparare attraverso il coordinamento dei detenuti uno sciopero nazionale da concordare con tutti i collettivi che porteranno il loro appoggio dall’esterno.

Un abbraccio forte, Maurizio.

17 ottobre 2014, Maurizio Alfieri via Maiano 20 – 06049 Spoleto (Perugia)

thanks to: Piemonte Indymedia

Noi israeliani con le mani piene di sangue

(142 cittadini israeliani)

 

La carneficina che sta facendo a pezzi la gente di Gaza non fa parte di una guerra convenzionale. Uno degli eserciti più potenti del mondo s’è scagliato con tutta la sua ferocia contro persone lasciate sole dai governi “amici”, pronti semmai a chiudere loro, come sempre, ogni valico o via di fuga. Quel che accade in questi giorni a Gaza fa parte però di una guerra più grande, quella di tutti gli Stati e di tutti gli eserciti contro tutti i popoli. Sì, perfino contro quello che vive in Israele. Ce lo ricorda una splendida quanto emozionante lettera scritta da 142 cittadini israeliani capaci di vedere e capire l’orrore che provocano l’occupazione e la volontà di chi esercita il potere politico e militare nel loro paese. “Viviamo qui da troppo tempo perché si possa dire che non sapevamo, che non abbiamo capito prima o che non siamo stati in grado di prevederlo”. Quei cittadini scrivono alla famiglia di Mohammed Abu Khadr, il giovane palestinese arso vivo da un gruppo di coloni, ma scrivono anche al mondo intero. Sono parole che sfidano il pensiero dominante di una società che hanno visto diventare povera e perdersi nella cultura della violenza. Quelle parole coraggiose tengono aperta, anche quando tutto sembra perduto, la sola speranza di un cambiamento in profondità che potrebbe aver ragione dell’orrore

di 142 cittadini israeliani


Le nostre mani grondano sangue. Le nostre mani hanno dato fuoco a Mohammed. Le nostre mani hanno soffiato sulle fiamme. Viviamo qui da troppo tempo perché si possa dire “non lo sapevamo, non lo abbiamo capito prima, non eravamo in grado di prevederlo”. Siamo stati testimoni dell’enorme macchina di incitamento al razzismo e alla vendetta messa in moto dal governo, dai politici, dal sistema educativo e dai mezzi di informazione.

Abbiamo visto la società israeliana diventare povera e in stato di abbandono, fino a quando la chiamata alla violenza è diventata uno sfogo per molti, adulti e giovani senza distinzioni, in tutte le sue forme.

Abbiamo visto come l’essere “ebreo” sia stato totalmente svuotato di significato, e radicalmente ridotto a nazionalismo, militarismo, una lotta per la terra, odio per i non-ebrei, vergognoso sfruttamento dell’Olocausto e dell’“Insegnamento del Re (Davide, ndt)”.

Più di ogni altra cosa, siamo stati testimoni di come lo Stato di Israele, attraverso i suoi vari governi, ha approvato leggi razziste, messo in atto politiche discriminatorie, si è adoperato per custodire con forza il regime di occupazione, preferendo la violenza e le vittime da ambo le parti ad un accordo di pace.

Le nostre mani sono impregnate di questo sangue, e vogliamo esprimere le nostre condoglianze e il nostro dolore alla famiglia Abu Khadr, che sta vivendo una perdita inimmaginabile, e a tutta la popolazione palestinese.

Ci opponiamo alle politiche di occupazione del nostro governo, e siamo contro la violenza, il razzismo e l’istigazione che esiste nella società israeliana.

Rifiutiamo di lasciare che il nostro ebraismo venga identificato con questo odio, un ebraismo che include le parole del rabbino di Tripoli e di Aleppo, il saggio Hezekiah Shabtai che ha detto: “Ama il tuo prossimo come te stesso” (Levitico, XVIII).

Questo amore reciproco non si riferisce soltanto a quello di un ebreo verso un altro, ma anche verso i nostri vicini che non sono ebrei. E’ un amore che ci insegna a vivere con loro e insieme a loro perseguire il benessere e la sicurezza. Non è soltanto il buonsenso che ce lo richiede, ma è la Torah stessa, che ci ha ordina di condurre la vita in modo armonioso, nonostante e contro le azioni dello Stato e le parole dei nostri rappresentanti di governo.

Le nostre mani grondano di sangue.

Per questo ci impegniamo a continuare la nostra battaglia all’interno della società israeliana – ebrei e palestinesi – per cambiare la società dal suo interno, per lottare contro la sua militarizzazione e per diffondere una consapevolezza che oggi risiede soltanto in una esigua minoranza.

Lotteremo contro la scelta di muovere ancora guerre, contro l’indifferenza nei confronti dei diritti e delle vite dei palestinesi, e il continuo favorire gli ebrei in tutto questo ciclo di violenza.

Dobbiamo combattere per offrire un legame umano – un legame che sia anche politico, culturale, storico, israelo-palestinese ed arabo- ebraico; un legame che può essere raggiunto attraverso la storia di molti di noi che hanno origini ebraiche ed arabe, e per questo, fanno parte del mondo arabo.

La nostra scelta è quella della lotta per l’uguaglianza civile e il cambiamento economico, in nome dei gruppi emarginati e oppressi nella nostra società: arabi, etiopi, mizrahim (di discendenza araba), donne, religiosi, lavoratori migranti, rifugiati, richiedenti asilo e molti altri.

Di fronte a questa situazione il lato più forte è quello che ha la capacità di usare la nonviolenza per abbattere il regime razzista e il vortice di violenza. Di fronte alla compiacenza di molti israeliani, cerchiamo e scegliamo la nonviolenza, mentre gli altri preferiscono permettere al regime di ingiustizia di rimanere saldo al proprio posto, e aspettano soluzioni che in qualche modo fermino la spirale infinita di violenza – che mostra la sua faccia ora in questa nuova guerra contro Gaza – soltanto per avere nuove morti e appelli alla vendetta da ambo le parti e allontanando un possibile accordo sempre più lontano.

Le nostre mani grondano di sangue, e il nostro desiderio è quello di creare una lotta congiunta con qualsiasi palestinese che voglia unirsi a noi contro l’Occupazione, contro la violenza del nostro regime, contro il disprezzo dei diritti umani.

Questa sarà una lotta per mettere fine all’Occupazione, o con l’istituzione di uno Stato palestinese indipendente o attraverso la creazione di uno Stato unico in cui tutti saremo cittadini di pari diritti e dignità.

Le nostre mani sono piene di questo sangue. Affermandolo così forte nella nostra società saremo sempre accusati dalla propaganda nazionalista di essere unilaterali, e di condannare soltanto i crimini israeliani e non quelli commessi dai palestinesi.

A queste persone noi rispondiamo così: colui che sostiene o giustifica l’uccisione dei palestinesi, supporta e incoraggia di conseguenza anche l’uccisione degli israeliani ebrei. E viceversa. La giostra della violenza è grande e si muove velocemente, ma noi ci opponiamo ad essa, e crediamo che l’unica soluzione sia la nonviolenza.

 

L’artista israeliano Amir Schiby ha creato questa immagine per un tributo a Mohammed, Ahed, Zakaria, e Mohammed Bakr, i quattro bambini dilaniati dal fuoco della marina israeliana il 16 luglio sulla spiaggia di Gaza City

Andare contro i metodi di Netanyahu non significa necessariamente sostenere Hamas: la realtà non è dicotomica. Altre opzioni esistono nell’asso tra questi due. Allora sottolineiamo ancora di più che siamo cittadini israeliani e il centro della nostra vita è Israele. Per questo la nostra più grande critica è rivolta alla società israeliana, che cerchiamo di cambiare.

Questi assassini si nascondono tra di noi, fanno parte di noi. Ci sono, ovviamente, spazi in cui si possono criticare anche le altre società. Ma crediamo, ciononostante, che il dovere di ogni persona sia di esaminare prima da vicino e in modo critico la propria società, e solo dopo si possa permettere di approcciarsi alle altre (…).

Le nostre mani grondano di questo sangue, e sappiamo che la maggior parte dei palestinesi innocenti uccisi negli ultimi 66 anni da noi israeliani ebrei non hanno mai ricevuto giustizia.

I loro assassini non sono stati arrestati, neanche processati, a differenza dei ragazzi sospettati per l’omicidio di Mohammed. La maggior parte di questi innocenti è morta per mano di uomini in uniforme mandati dal governo, dai militari, dalla polizia o dallo Shin Bet.

Questi omicidi, avvenuti per mezzo di aerei, artiglieria o di persona vengono definiti come “errori umani” o “problemi tecnici”. E quando ci si riferisce ad essi a volte si include soltanto una fiacca scusa. La maggior parte dei casi viene raramente posta sotto inchiesta e quasi tutti finiscono senza rinvii a giudizio, dissolvendosi nell’aria. Tanti, troppi sono ignorati dai media, dalle agenzie giudiziarie, dall’esercito.

La ragione per cui i sospettati della morte di Mohammed sono stati arrestati è semplice: non portavano un’uniforme.

Ad eccezione dei soldati condannati per il massacro di Kafr Qasam nel 1956 e rimasti in prigione per non più di un anno, raramente ci sono stati altri processi nelle Corti israeliane contro uomini dello Stato, anche per la maggior parte degli odiosi massacri a cui questa terra ha assistito.

Le nostre mani sono impregnate di quel sangue. Quando Benjamin Netanyahu esprime le sue condoglianze e condanna l’omicidio di Mohammed, lo fa con lo stesso respiro di sempre, comunicando una rivendicazione pericolosa e razzista sulla superiorità morale di Israele nei confronti dei suoi vicini.

“Non c’è posto per simili assassini nella nostra società. In questo noi ci distinguiamo dai nostri vicini. Nelle loro società questi assassini sono visti come eroi e hanno delle piazze dedicate ai loro nomi. Ma questa non è l’unica differenza. Noi perseguiamo coloro che incitano all’odio, mentre l’Autorità Palestinese, i loro media ufficiali e sistema educativo fanno appello alla distruzione di Israele”.

Netanyahu ha dimenticato che diverse persone sospettate di essere criminali di guerra hanno servito in vari governi israeliani, alcuni sotto la sua stessa leadership, e che il numero di persone innocenti assassinate negli ultimi 66 anni di conflitto dipinge un quadro molto diverso.

Quando guardiamo il numero di ebrei israeliani e di palestinesi uccisi, vediamo che il numero dei palestinesi è molto più elevato.

Netanyahu dimentica anche, o cerca di farci dimenticare, l’incitamento diffuso propagato dal suo governo nelle ultime settimane, e le sue parole di vendetta dopo la scoperta dei corpi dei tre ragazzi ebrei rapiti – Gilad Shaar, Naftali Fraenkel ed Eyal Yifrah – quando tutti noi eravamo in stato di profondo shock: “Satana non ha ancora inventato una vendetta per il sangue di un bambino, né per il sangue di questi ragazzi giovani e puri” (…).

Le nostre mani hanno sparso questo sangue, e invece di dichiarare giorni di digiuno, lutto e pentimento, il governo ha ora deciso di lanciare un’operazione militare a Gaza, che ha chiamato “Operazione Bordo Protettivo”.

Chiediamo al governo di fermare questa operazione subito e di lottare per una tregua e per un accordo di pace, a cui il governo israeliano si è sempre opposto negli ultimi anni.

Gaza è la storia di tutti noi; è anche l’oblio della nostra storia. E’ il posto più segnato dal dolore in Palestina e in Israele (…). Gaza è la nostra disperazione.

Le nostre origini comuni sembrano essere state spazzate via sempre più lontano: dopo 40 anni di possibilità di un compromesso storico doloroso tra i due movimenti nazionali, quello palestinese e quello sionista, questa opzione è gradualmente evaporata. Il conflitto viene reinterpretato in termini mitologici e teologici, in termini di vendetta, e tutto ciò che ora possiamo promettere ai nostri figli sono molte altre guerre per le generazioni a venire, nuove uccisioni tra entrambi i popoli, e la costruzione di un regime di apartheid che richiederà ancora più decenni per essere smantellato.

Le nostre mani hanno sparso questo sangue (…), cerchiamo di lavorare contro questa tendenza. Lo facciamo attraverso le varie comunità della nostra società: ebrei e palestinesi, arabi e israeliani, Mizrahi e Ashkenazi, tradizionalisti, religiosi, laici e ortodossi.

Abbiamo scelto di opporci ai muri, alle separazioni, alle espropriazioni e deportazioni, al razzismo e alla colonizzazione, per offrire un futuro comune come alternativa all’attuale stato depressivo, oppressivo e violento della nostra società.

Vogliamo costruire un avvenire che non si arrenda al ciclo di violenza e di vendetta, ma che al suo posto offra la giustizia, la riparazione, la pace e l’uguaglianza; un futuro che attinge agli elementi comuni della nostra cultura, umanità e tradizioni religiose in modo che le nostre mani non serviranno più a spargere sangue, ma a ricongiungerci l’uno con l’altro in pace, con l’aiuto di dio, Insha’Allah.

 

Orly Noy, Yossi Dahan, Inbal Jamshed, Yossi Granovsky, Eliana Almog, Eyal Sagi Bizawi, Varda Horesh, Herzl Cohen, Sivan Shtang, Yossi Vazana, Dori Manor, Yardena Hamo, Itay Kander, Avri Herling, Michal Chacham, Mirit Arbel, Yoav Moshe, Avi – Ram Zoref, Sa’ar Gershon, Yotam Kadosh, Tziki Eisenberg, Noam Gal, Amit Lavi, Sarit Ofek, Mati Shmuelof, Andre Levy, Chico Bahar, Naama Kti’i, Ronnie Karni, Tal Gilboa, Rebecca Mondlak, Arnon Levy, Noam Ben-Horin, Avtasham Barakat, Udi Aloni, Diana DanielleSchramm, Yoram Meltzer, Rami Adot, Chamutal Guri, David China Woolf, Izzy Wolf, Yael Aharonov, Yonathan Mizrachi, Naama Sason, Idan Cohen, Zvi Ben – Dor Banit, Inbal EshelChahansky, Matan Kaminer, Yotam Schwimmer, Hagit Mermelstein, Asaf Philip, Aliza Weston, Eli Bar, Dafna Hirsch, Yael Ben Yefet, Shira Ohayon, Erez Yosef, Yael Golan, Noa Eshel, Efrat ShaniShitrit, Sigal Primor, Aviad Markowitz, Ilona Pinto, Tamar Novick, Dganit ElKayamCassuto, Alimi Sarah, Itai Snir, Diana Achdut, Liron Mor, Yoni Silver, Or Shemesh, Gal Levy, Dana Kaplan, Daniel Shoshan, Ziv Yamin, Michal Nitzan Re’ut Bendriam, Yuval Ayalon, Yuli Cohen, Oren Agmon, collected Jaakobowicz, Jonathan Vadai, Michal Goren, Eli Oshorov, Yuval DreyerShilo, Tal Shefi, Yehuda Ben-el, Moran Tal, Nurit Ben-Zvi, Eli Shmueli, Dalit Metzger, Menashe Anzi, Meir Amor, Shoshi Shamir, Eran Kalimil Misheiker, Noa Heine, Sahar Shalev, Eli Edelman, Ran Segev, Albert Swissa, Sergio Yachni, Roy Hassan, Zilla Zalt, Mazal Moyal Cohen, Abigail Eren Hozen,, Efrat Issachar, Shlomit Carmeli, Uri Ben – Dov, Tamar Mokady, Yahav Zohar, Yif’al Bistri, Yair Meyuchas, Rony Mazal, Odelia Goldratt, Idit Arad, Eldad Zion, Yotam Cohen, Noa Mazur, MIchali Bror, Or Barkat, Oz Rothbart, Esther Attar, Ronit Bachar Shachar, Adi Keysar, Ela Gringoz, Noga Eitan, Tamar Saraf, Hila Chipman, Yegev Bochshatav, Tomer lavi, Roni Henig, Vered Kupiz, Shai Shabtai, Yael Gviraz, Tamar Achiron, Gai Ayal, Hagit Bachar Morris, Amira Hass, Avraham Oz, Yael Barda,  Moti Fogel, Pnina Mozpi- Haaller, Yuval Ivri, Almog Behar.

Fonte italiana e nota di Osservatorio Iraq, Medioriente e Nordafrica http://osservatorioiraq.it/


*Traduzione dall’ebraico all’inglese di Idit Arad e Matan Kaminer. La lettera, pubblicata originariamente sul sito Haokets, è stata pubblicata in inglese sul magazine israeliano +972mag , che ringraziamo per la gentile concessione. Al link originale la lista dei cittadini israeliani che hanno firmato la la lettera. La traduzione in italiano è a cura di Stefano Nanni e Anna Toro. La foto pubblicata è di Lia Tarachansky, e mostra una manifestazione anti-militarista a Tel Aviv nei giorni scorsi.

Membro del Knesset: “Devono essere uccise le madri di tutti i Palestinesi”

17/7/2014

Israeli lawmaker Ayelet ShakedPressTvUn assai noto politico israeliano e membro del parlamento ha marchiato i Palestinesi come terroristi, dicendo, inoltre, che le madri di tutti i Palestinesi dovrebbero essere uccise nell’attacco israeliano in corso sulla Striscia di Gaza assediata. 

Ayelet Shaked del partito ultra nazionalista “Cas ebraica” ha richiesto il massacro delle madri palestinesi che partoriscono “piccolo” serpenti”. 

“Devono morire e le loro case dovrebbero essere demolite cosicché non possano generare altri terroristi”, ha detto, aggiungendo, “Sono tutti nostri nemici e il loro sangue dovrebbe essere sulle nostre mani. Questo vale anche per le madri dei terroristi morti”.

I commenti sono considerati come un appello al genocidio, poiché ha dichiarato che i Palestinesi sono i nemici di Israele e devono essere uccisi.

Lunedì 7 luglio, Shaked ha postato questo commento sulla sua pagina Facebook:

“Dietro a ogni terrorista stanno decine di uomini e donne, senza dei quali egli non si coinvolgerebbe nel terrorismo. Sono tutti nemici combattenti e il loro sangue dovrebbe essere versato sulle loro teste. Ciò include le madri dei martiri, che li hanno mandati all’inferno con fiori e baci. Esse dovrebbero seguire i loro figli, niente sarebbe più giusto. Dovrebbero andarci, in quanto dimora fisica in cui hanno allevato i serpenti. Altrimenti, altri serpenti saranno allevati”.

Tali sviluppi sorprendono molti funzionari di vari paesi che hanno condannato severamente gli attacchi aerei di Israele sulla Striscia di Gaza. Il primo ministro turco è solo l’ultimo che ha condannato l’offensiva, accusando Israele di star massacrando i Palestinesi.
Recep Tayyip Erdogan ha attaccato Israele, dicendo che sta commettendo terrorismo di stato contro i Palestinesi. Parlando al parlamento, ha anche contestato il silenzio del mondo verso le continue atrocità di Tel Aviv. 

Reagendo ai comenti della Shaked, il premier turco ha affermato che il modo di agire di Israele a Gaza non è diverso dalla mentalità di Hitler.

“Una donna israeliana dice che le madri palestinesi dovrebbero essere uccise. Ed è un membro del parlamento di Israele. Quale è la differenza tra questo modo di pensare e quello di Hitler?”, ha chiesto Erdogan.

Tali sviluppi giungono mentre l’agenzia ONU per i rifugiati che di recente ha affermato che le donne e I bambini costituiscono un numero consistente di vittime palestinesi causato dagli attacchi israeliani nella regione assediata. 

Traduzione di Lucilla Calabria

thanks to: Lucilla Calabria

Infopal

PressTV

No, Israel Does Not Have the Right to Self-Defense In International Law Against Occupied Palestinian Territory

by Noura Erakat

[Smoke over Gaza following an Israeli airstrike. Image by Scott Bobb. From Wikimedia Commons.] [Smoke over Gaza following an Israeli airstrike. Image by Scott Bobb. From Wikimedia Commons.]

[In view of Israel’s assertions that its current attacks on the Gaza Strip are an exercise in legitimate self-defense, Jadaliyya re-posts an analysis of this claim by Co-Editor Noura Erakat initially published in 2012.]

On the fourth day of Israel’s most recent onslaught against Gaza’s Palestinian population, President Barack Obama declared, “No country on Earth would tolerate missiles raining down on its citizens from outside its borders.” In an echo of Israeli officials, he sought to frame Israel’s aerial missile strikes against the 360-square kilometer Strip as the just use of armed force against a foreign country. Israel’s ability to frame its assault against territory it occupies as a right of self-defense turns international law on its head.

A state cannot simultaneously exercise control over territory it occupies and militarily attack that territory on the claim that it is “foreign” and poses an exogenous national security threat. In doing precisely that, Israel is asserting rights that may be consistent with colonial domination but simply do not exist under international law.

Admittedly, the enforceability of international law largely depends on voluntary state consent and compliance. Absent the political will to make state behavior comport with the law, violations are the norm rather than the exception. Nevertheless, examining what international law says with regard to an occupant’s right to use force is worthwhile in light of Israel’s deliberate attempts since 1967 to reinterpret and transform the laws applicable to occupied territory. These efforts have expanded significantly since the eruption of the Palestinian uprising in 2000, and if successful, Israel’s reinterpretation would cast the law as an instrument that protects colonial authority at the expense of the rights of civilian non-combatants.

Israel Has A Duty To Protect Palestinians Living Under Occupation 

Military occupation is a recognized status under international law and since 1967, the international community has designated the West Bank and the Gaza Strip as militarily occupied. As long as the occupation continues, Israel has the right to protect itself and its citizens from attacks by Palestinians who reside in the occupied territories. However, Israel also has a duty to maintain law and order, also known as “normal life,” within territory it occupies. This obligation includes not only ensuring but prioritizing the security and well-being of the occupied population. That responsibility and those duties are enumerated in Occupation Law.

Occupation Law is part of the laws of armed conflict; it contemplates military occupation as an outcome of war and enumerates the duties of an occupying power until the peace is restored and the occupation ends. To fulfill its duties, the occupying power is afforded the right to use police powers, or the force permissible for law enforcement purposes. As put by the U.S. Military Tribunal during the Hostages Trial (The United States of America vs. Wilhelm List, et al.)

International Law places the responsibility upon the commanding general of preserving order, punishing crime, and protecting lives and property within the occupied territory. His power in accomplishing these ends is as great as his responsibility.

The extent and breadth of force constitutes the distinction between the right to self-defense and the right to police. Police authority is restricted to the least amount of force necessary to restore order and subdue violence. In such a context, the use of lethal force is legitimate only as a measure of last resort. Even where military force is considered necessary to maintain law and order, such force is circumscribed by concern for the civilian non-combatant population. The law of self-defense, invoked by states against other states, however, affords a broader spectrum of military force. Both are legitimate pursuant to the law of armed conflict and therefore distinguished from the peacetime legal regime regulated by human rights law.


When It Is Just to Begin to Fight 

The laws of armed conflict are found primarily in the Hague Regulations of 1907, the Four Geneva Conventions of 1949, and their Additional Protocols I and II of 1977. This body of law is based on a crude balance between humanitarian concerns on the one hand and military advantage and necessity on the other. The post-World War II Nuremberg trials defined military exigency as permission to expend “any amount and kind of force to compel the complete submission of the enemy…” so long as the destruction of life and property is not done for revenge or a lust to kill. Thus, the permissible use of force during war, while expansive, is not unlimited.

In international law, self-defense is the legal justification for a state to initiate the use of armed force and to declare war. This is referred to as jus ad bellum—meaning “when it is just to begin to fight.” The right to fight in self-defense is distinguished from jus in bello, the principles and laws regulating the means and methods of warfare itself. Jus ad bellum aims to limit the initiation of the use of armed force in accordance with United Nations Charter Article 2(4); its sole justification, found in Article 51, is in response to an armed attack (or an imminent threat of one in accordance with customary law on the matter). The only other lawful way to begin a war, according to Article 51, is with Security Council sanction, an option reserved—in principle, at least—for the defense or restoration of international peace and security.

Once armed conflict is initiated, and irrespective of the reason or legitimacy of such conflict, the jus in bello legal framework is triggered. Therefore, where an occupation already is in place, the right to initiate militarized force in response to an armed attack, as opposed to police force to restore order, is not a remedy available to the occupying state. The beginning of a military occupation marks the triumph of one belligerent over another. In the case of Israel, its occupation of the West Bank, the Gaza Strip, the Golan Heights, and the Sinai in 1967 marked a military victory against Arab belligerents.

Occupation Law prohibits an occupying power from initiating armed force against its occupied territory. By mere virtue of the existence of military occupation, an armed attack, including one consistent with the UN Charter, has already occurred and been concluded. Therefore the right of self-defense in international law is, by definition since 1967, not available to Israel with respect to its dealings with real or perceived threats emanating from the West Bank and Gaza Strip population. To achieve its security goals, Israel can resort to no more than the police powers, or the exceptional use of militarized force, vested in it by IHL. This is not to say that Israel cannot defend itself—but those defensive measures can neither take the form of warfare nor be justified as self-defense in international law. As explained by Ian Scobbie:

To equate the two is simply to confuse the legal with the linguistic denotation of the term ”defense.“ Just as ”negligence,“ in law, does not mean ”carelessness” but, rather, refers to an elaborate doctrinal structure, so ”self-defense” refers to a complex doctrine that has a much more restricted scope than ordinary notions of ”defense.“

To argue that Israel is employing legitimate “self-defense” when it militarily attacks Gaza affords the occupying power the right to use both police and military force in occupied territory. An occupying power cannot justify military force as self-defense in territory for which it is responsible as the occupant. The problem is that Israel has never regulated its own behavior in the West Bank and Gaza as in accordance with Occupation Law.

Israel’s Attempts To Change International Law 

Since the beginning of its occupation in 1967, Israel has rebuffed the applicability of international humanitarian law to the Occupied Palestinian Territory (OPT). Despite imposing military rule over the West Bank and Gaza, Israel denied the applicability of the Fourth Geneva Convention relative to the Protection of Civilian Persons in Time of War (the cornerstone of Occupation Law). Israel argued because the territories neither constituted a sovereign state nor were sovereign territories of the displaced states at the time of conquest, that it simply administered the territories and did not occupy them within the meaning of international law. The UN Security Council, the International Court of Justice, the UN General Assembly, as well as the Israeli High Court of Justice have roundly rejected the Israeli government’s position. Significantly, the HCJ recognizes the entirety of the Hague Regulations and provisions of the 1949 Geneva Conventions that pertain to military occupation as customary international law.

Israel’s refusal to recognize the occupied status of the territory, bolstered by the US’ resilient and intransigent opposition to international accountability within the UN Security Council, has resulted in the condition that exists today: prolonged military occupation. Whereas the remedy to occupation is its cessation, such recourse will not suffice to remedy prolonged military occupation. By virtue of its decades of military rule, Israel has characterized all Palestinians as a security threat and Jewish nationals as their potential victims, thereby justifying the differential, and violent, treatment of Palestinians. In its 2012 session, the UN Committee on the Elimination of Racial Discrimination described current conditions following decades of occupation and attendant repression as tantamount to Apartheid.

In complete disregard for international law, and its institutional findings, Israel continues to treat the Occupied Territory as colonial possessions. Since the beginning of the second Palestinian intifada in 2000, Israel has advanced the notion that it is engaged in an international armed conflict short of war in the West Bank and the Gaza Strip.  Accordingly, it argues that it can 1) invoke self-defense, pursuant to Article 51 of the United Nations Charter, and 2) use force beyond that permissible during law enforcement, even where an occupation exists.

The Gaza Strip Is Not the World Trade Center

To justify its use of force in the OPT as consistent with the right of self-defense, Israel has cited UN Security Council Resolution 1368 (2001)and UN Security Council Resolution 1373 (2001).  These two resolutions were passed in direct response to the Al-Qaeda attacks on the United States on 11 September 2001. They affirm that those terrorist acts amount to threats to international peace and security and therefore trigger Article 51 of the UN Charter permitting the use of force in self-defense. Israel has therefore deliberately characterized all acts of Palestinian violence – including those directed exclusively at legitimate military targets – as terrorist acts. Secondly it frames those acts as amounting to armed attacks that trigger the right of self-defense under Article 51 irrespective of the West Bank and Gaza’s status as Occupied Territory.

The Israeli Government stated its position clearly in the 2006 HCJ case challenging the legality of the policy of targeted killing (Public Committee against Torture in Israel et al v. Government of Israel). The State argued that, notwithstanding existing legal debate, “there can be no doubt that the assault of terrorism against Israel fits the definition of an armed attack,” effectively permitting Israel to use military force against those entities.  Therefore, Israeli officials claim that the laws of war can apply to “both occupied territory and to territory which is not occupied, as long as armed conflict is taking place on it” and that the permissible use of force is not limited to law enforcement operations.  The HCJ has affirmed this argument in at least three of its decisions: Public Committee Against Torture in Israel et al v. Government of Israel, Hamdan v. Southern Military Commander, and Physicians for Human Rights v. The IDF Commander in Gaza. These rulings sanction the government’s position that it is engaged in an international armed conflict and, therefore, that its use of force is not restricted by the laws of occupation. The Israeli judiciary effectively authorizes the State to use police force to control the lives of Palestinians (e.g., through ongoing arrests, prosecutions, checkpoints) and military force to pummel their resistance to occupation.

The International Court of Justice (ICJ) dealt with these questions in its assessment of the permissible use of force in the Occupied West Bank in its 2004 Advisory Opinion, Legal Consequences on the Construction of a Wall in the Occupied Palestinian Territory. The ICJ reasoned that Article 51 contemplates an armed attack by one state against another state and “Israel does not claim that the attacks against it are imputable to a foreign state.” Moreover, the ICJ held that because the threat to Israel “originates within, and not outside” the Occupied West Bank,

the situation is thus different from that contemplated by Security Council resolutions 1368 (2001) and 1373 (2001), and therefore Israel could not in any event invoke those resolutions in support of its claim to be exercising a right of self-defense. Consequently, the Court concludes that Article 51 of the Charter has no relevance in this case.

Despite the ICJ’s decision, Israel continues to insist that it is exercising its legal right to self-defense in its execution of military operations in the West Bank and the Gaza Strip. Since 2005, Israel slightly changed its position towards the Gaza Strip. The government insists that as a result of its unilateral disengagement in 2005, its occupation has come to an end. In 2007, the government declared the Gaza Strip a “hostile entity” and waged war upon the territory over which it continues to exercise effective control as an Occupying Power.  Lisa Hajjar expounds on these issues here.

In effect, Israel is distorting/reinterpreting international law to justify its use of militarized force in order to protect its colonial authority. Although it rebuffs the de jure application of Occupation Law, Israel exercises effective control over the West Bank and Gaza and therefore has recourse to police powers. It uses those police powers to continue its colonial expansion and apartheid rule and then in defiance of international law cites its right to self-defense in international law to wage war against the population, which it has a duty to protect. The invocation of law to protect its colonial presence makes the Palestinian civilian population doubly vulnerable. Specifically in the case of Gaza,

It forces the people of the Gaza Strip to face one of the most powerful militaries in the world without the benefit either of its own military, or of any realistic means to acquire the means to defend itself.

More broadly, Israel is slowly pushing the boundaries of existing law in an explicit attempt to reshape it. This is an affront to the international humanitarian legal order, which is intended to protect civilians in times of war by minimizing their suffering. Israel’s attempts have proven successful in the realm of public relations, as evidenced by President Obama’s uncritical support of Israel’s recent onslaughts of Gaza as an exercise in the right of self-defense. Since international law lacks a hierarchal enforcement authority, its meaning and scope is highly contingent on the prerogative of states, especially the most powerful ones. The implications of this shift are therefore palpable and dangerous.

Failure to uphold the law would allow states to behave according to their own whim in furtherance of their national interest, even in cases where that is detrimental to civilian non-combatants and to the international legal order. For better or worse, the onus to resist this shift and to preserve protection for civilians rests upon the shoulders of citizens, organizations, and mass movements who can influence their governments enforce international law. There is no alternative to political mobilization to shape state behavior.

thanks to: Noura Erakat

Jadaliyya

I MASSACRI

IL MASSACRO DEL KING DAVID HOTEL
L’esplosione in quest’albergo di Gerusalemme avvenne il 22 luglio 1946, prima della creazione dello stato d’Israele. Esso fu premeditato e portato a termine dalle bande terroristiche paramilitari ebraiche Irgun e Stern in accordo con l’Agenzia Ebraica ed il suo capo, Davide Ben Gurion. L’annuncio dell’imminente esplosione fu dato alle autorita’ mandatarie britanniche trenta minuti prima dell’imminente esplosione per cui l’albergo fu evacuato solo in parte. I morti ammontarono a 92, tra inglesi, arabi ed ebrei ed i feriti a 58. L’attentato fu un riuscito tentativo d’intimidazione contro la politica britannica di limitazione all’immigrazione ebraica in Palestina. L’albergo era usato dai britannici come quartier generale e la deflagrazione avvenne intorno a mezzogiorno, quando gli uffici erano pieni. Gli attentatori, travestiti da lattai, sistemarono l’esplosivo, trasportato in taniche di latte, negli scantinati dell’albergo e scapparono via.
 
IL MASSACRO DI YEHIDA
Il 13 dicembre del 1947, alcuni uomini del villaggio palestinese di Yehida sedevano ad un caffe’ locale, quando quattro automobili si fermarono presso di loro. Ne discesero alcuni uomini in divisa kaki, simili a militari britannici e, percio’ non destarono sospetti nei palestinesi. I terroristi travestiti da soldati britannici cominciarono a lanciare granate sui civili ed a colpirli con armi da fuoco. Sette ne morirono subito, e molti altri restarono feriti.
 
IL MASSACRO DI KHISASA
Il 18 dicembre 1947, due autoblindo di terroristi dell’Hagana compirono un raid nel villaggio palestinese di Khisasa, alla frontiera siro-libanese, durante il quale 10 civili furono uccisi da colpi d’arma da fuoco e lancio di granate.
 
IL MASSACRO DI QAZAZA
Il 19 dicembre 1947, 5 bambini palestinesi restarono uccisi durante l’incursione di terroristi sionisti nel villaggio di Mukhtar.
 
IL MASSACRO ALL’ALBERGO SEMIRAMIS
L’Agenzia Ebraica intensifico’ la campagna di terrore contro gli arabi-palestinesi, allo scopo di far fuggire le popolazioni civili dalla Palestina e da Gerusalemme. Il 5 gennaio 1948 una bomba scoppio’ all’albergo Semiramis, a Gerusalemme est, facendo 18 morti e 16 feriti palestinesi.Secondo documenti delle Nazioni Unite, il massacro fu compiuto da terroristi dell’Hagana, I quali posero bombe nel seminterrato dell’albergo e nei pressi dell’uscita.
 
IL MASSACRO DI DEIR YASSIN
Terroristi congiunti delle bande sioniste Tsel, Irgun e Hagana penetrarono nel villaggio arabo di Deir Yassin nella notte del 9 aprile 1948, con lo scopo di ottenere l’evacuazione della Palestina attraverso la minaccia del terrore. Nonostante i palestinesi combattessero per difendere le proprie case, nulla poterono contro i terroristi addestrati, equipaggiati e disposti a tutto. Dopo aver lanciato bombe incendiarie contro le case per forzare i palestinesi ad uscire, cominciarono a sparare a vista. Venticinque uomini tra I sopravvissuti furono legati e portati ad un “giro della vittoria” tra Judah Mahaina e Zakhrun Yousif, alla fine del quale furono uccisi a sangue freddo. Il giorno dopo un’unita’ dell’Hagana torno’ al villaggio per scavare una fossa comune, in cui furono gettati 250 corpi. Molte delle donne furono violentate prima di essere uccise. Alla delegazione della Croce Rossa che chiese di entrare nel villaggio per costatare il massacro, fu accordato il permesso solo due giorni dopo. Nel frattempo, i Sionisti ebbero il tempo di seppellire il grosso dei cadaveri e di cambiare le indicazioni stradali, per confondere la rappresentativa della Croce Rossa. Questa, arrivata al villaggio, vi trovo’ 150 cadaveri smembrati di uomini, donne, bambini, vecchi. Il massacro, a detta degli autori, fu fatto per instillare il terrore tra le popolazioni civili palestinesi.
 
IL MASSACRO DI NASSER ED-DIN
Il 14 aprile 1948, un contingente di Lehi ed Irgun penetro’ nel villaggio palestinese di Nasser ed-Din travestiti da feddayn palestinesi. La gente che si riverso’ in strada per salutarli, fu freddata sul posto e molte case vennero date alle fiamme. Solo 40 persone sopravvissero.
 
IL MASSACRO DI TANTURA
Teddy Katz, uno storico israeliano, sostiene che questo fu uno dei peggiori massacri compiuti dalle truppe israeliane. Il 15 maggio 1948 Tantura, un villaggio palestinese presso Haifa, che contava 1500 abitanti, fu quasi completamente raso al suolo. 200 persone furono uccise, il resto della popolazione fu scacciato dalle proprie case ed al posto del villaggio fu creato il kibbutz Nahsholim ed un parcheggio per la vicina spiaggia.
 
IL MASSACRO DI BEIT DARAS
Dopo alcuni tentativi fatti per evacuare questo villaggio, il 21 maggio 1948 I sionisti mobilizzarono un grosso contingente e circondarono Beit Daras. Le donne e i bambini che cercarono scampo fuggendo furono massacrati, mentre le case del villaggio furono date alle fiamme.
 
IL MASSACRO DELLA MOSCHEA DI DAHMASH
L’11 luglio 1948 l’89° Battaglione israeliano guidato da Moshe Dayan occupo’ Lydda. Per vendicare l’uccisione di 7 soldati israeliani da parte dei combattenti palestinesi, I sionisti irruppero nella moschea di Dahmash, in cui si erano asserragliati I civili, perlopiu’donne, vecchi e bambini, e ne massacrarono 100, lasciando I corpi a decomporsi per 10 giorni. Il resto della popolazione di Lydda e di Ramle fu spinto verso il campo profughi di Ramallah. Molti profughi morirono di stenti, di sete e a causa del caldo lungo la strada.
 
IL MASSACRO DI DAWAYMA
IL 29 ottobre 1948, l’esercito israeliano massacro’ brutalmente circa 100 persone, attaccando questo villaggio arroccato sulle montagne presso Hebron. Fu uno dei massacri piu’ cruenti della storia palestinese: molti bambini vennero uccisi a bastonate, le vecchie   rinchiuse in una casa e date alle fiamme, I vecchi riparatisi in moschea fatti bersaglio di colpi d’arma.
 
IL MASSACRO DI HOULA
Il villaggio di Houla si trova nel Libano del sud, a pochi km dalla frontiera israeliana. In essa si trovava il quartier generale dei guerriglieri palestinesi, volontari arruolatisi per liberare la Palestina occupata. I militari israeliani attaccarono la cittadina per punire i suoi abitanti che supportavano la resistenza palestinese. Essi, travestiti da arabi penetrarono nel villaggio e cominciarono a sparare tutti i civili che erano andati loro incontro. Di 85 persone, solo tre sopravvissero. Israele occupo’ militarmente la cittadina, ne espulse gran parte degli abitanti (di 12000 abitanti, ne restarono poco piu’ di mille) che, tornati dopo l’armistizio nel 1949, trovarono orti e fattorie bruciati e case demolite.
 
IL MASSACRO DI SALHA
Nel 1948, dopo aver forzato la popolazione della cittadina ad asserragliarsi nella moschea, le forze d’occupazione ordinarono di mettersi con la faccia al muro e cominciarono a sparare finche’ la moschea non si trasformo’ in un lago di sangue. 105 persone furono assassinate.
 
IL MASSACRO DI SHARAFAT
Il 7 febbraio 1951 I soldati israeliani attraversarono la linea d’armistizio ed entrarono in questo villaggio (5 km da Gerusalemme) e fecero saltare in aria la casa del sindaco e le case circostanti. 10 persone persero la vita: 2 vecchi, 3 donne e 5 bambini, mentre 8 furono gravemente ferite.
 
IL MASSACRO DI QIBYA
La notte del 14 ottobre 1953, 600 soldati appartenenti alla forza militare israeliana si mossero verso il villaggio e lo circondarono. L’attacco comincio’ con fuoco d’artiglieria pesante e indiscriminato verso le case del villaggio. Precedentemente l’esercito aveva provveduto ad isolare Qibya minando le strade di collegamento con Shuqba, Badrus e Na’lin. Quest’odioso attacco terroristico si concluse con la distruzione di 56 case, la moschea del villaggio, la scuola e la cisterna dell’acqua. 67 cittadini persero la vita e molti restarono feriti. Il terrorista Ariel Sharon, comandante dell’unita’ 101, che condusse l’aggressione terroristica, disse: “Gli ordini erano chiari: Qibya doveva essere d’esempio a tutti”.
 
IL MASSACRO DI KAFR QASEM
Il 29 ottobre 1956, alcune unita’ delle Guardie di Frontiera israeliane, in giro per il Triangolo di villaggi, giunti a Kafr Qasem, ingiunsero alla popolazione di restare in casa avendo ordinato che il coprifuoco cominciasse un’ora prima del solito. I 40   lavoratori che coltivavano i campi dei dintorni, giunti in ritardo in citta’, furono fatti allineare e sparati alla schiena a bruciapelo. Il governo israeliano, aiutato dalla stampa, fece tutto quanto era possibile affinche’ la verita’ sulla strage restasse nascosta. Si parlo’ di errore e si cercarono i colpevoli, che furono identificati in Lt.Daham e nel Maggiore Melindi: questi, colpevoli dell’omicidio di 43 persone, furono condannati a pene miti, poi ridotte di un terzo, e, alla fine,       nel settembre 1960, Daham ebbe l’incarico di Ufficiale per gli Affari Arabi al municipio di Ramle.
 
IL MASSACRO DI KHAN YUNIS
Il 3 novembre del 1956, le forze d’occupazione israeliane si macchiarono di un’altra orrenda strage nella cittadina di Khan Yunis e nell’adiacente campo profughi. L’esercito, con la scusa che la cittadina era abitata da elementi della resistenza, rase al suolo molte case e fece strage di civili disarmati. Una commissione investigativa dell’UNRWA conto’275 vittime, ma, qualche mese dopo, la scoperta di una fossa comune nei pressi della citta’ porto’ alla luce I cadaveri di 40 palestinesi coi polsi legati e fori di proiettile alla nuca.
 
IL MASSACRO DI GAZA
La sera del 5 aprile 1956, le forze d’occupazione sioniste sferrarono un attacco con artiglieria pesante sul centro della citta’. 56 persone morirono immediatamente, e 106 restarono ferite. Di queste, altre 4 morirono poco dopo.
 
IL MASSACRO DI SAMMOU’
Il 13 novembre 1966 le forze israeliane compirono un raid contro questo villaggio, distruggendo 125 case, la clinica e la scuola, e 15 case del circondario. 18 morti e 54 feriti.
IL MASSACRO DI KAWNIN
Il 15 ottobre 1975 un tank israeliano tampono’ deliberatamente un bus con 16 persone a bordo, nel sud del Libano. Nessuno sopravvisse.
 
IL MASSACRO DI HANIN
Ancora una volta e’ il sud del Libano ad essere teatro di attacchi terroristici israeliani. Dopo un assedio di due mesi, le forze d’occupazione penetrarono nel villaggio e massacrarono 20 civili.
 
IL MASSACRO DI BINT JBEIL
L’affollato mercato della cittadina libanese fu l’obiettivo delle bombe israeliane, il 21 ottobre 1976. 23 persone persero la vita, 30 restarono gravemente ferite.
 
IL MASSACRO DI ABBASIEH
Durante l’invasione israeliana del Libano del 1978, gli aeroplani da guerra sionisti distrussero la moschea della citta’, usata come rifugio da donne, bambini e vecchi. 80 persone furono trucidate.
 
IL MASSACRO DI SAIDA
Il 4 aprile 1981 il quartiere residenziale di Saida, in Libano, fu colpito dall’artiglieria israeliana, che uccise 20 civili, ne feri’ 30 e distrusse molte case.
 
IL MASSACRO DI FAKHANI
Uno dei piu’ orribili compiuti in Libano da Israele. IL 17 luglio 1981, aeroplani da guerra israeliani lanciarono bombe su questo quartiere residenziale densamente popolato. 150 furono i morti, 600 I feriti.

IL MASSACRO DI TEL EZ ZATAR
Circa 3000 profughi trucidatitrucidate

 

IL MASSACRO DI SABRA E SHATILA

Quest’orrendo massacro, compiuto nel settembre 1981, fu il risultato del tentativo estremo di estirpare la presenza palestinese in Libano, da parte israeliana. Esso fu preceduto da continui attacchi ai campi profughi libanesi, di cui il mondo seppe poco e fu compiuto dall’azione congiunta del Ministro della difesa israeliano, il terrorista Ariel Sharon ed il suo alleato libanese, Ilyas Haqiba. Il piano fu meticoloso: all’alba del 15 settembre, Israele circondo’ i due campi profughi di Sabra e Shatila, isolandoli completamente. Il compito di condurre fisicamente il massacro fu assegnato alle forze falangiste libanesi, alleate d’Israele, che iniziarono la carneficina nel pomeriggio del 16 settembre e continuarono per 36 ore. I palestinesi che cercarono scampo evadendo dal campo furono ricondotti al loro destino dalle forze israeliane, che illuminavano i campi, durante la notte del massacro, con le torce degli elicotteri. Il 18 settembre, il massacro era compiuto, e migliaia di palestinesi trovarono una morte orrenda. I giornalisti stranieri che riuscirono a penetrare nei campi si trovarono di fronte uno spettacolo agghiacciante. Cataste di cadaveri ammucchiati nelle strade e nelle case sventrate, e fuoriuscenti dalle fosse comuni scavate precipitosamente dai terroristi. Il numero dei morti non e’ mai stato stabilito con esattezza, ma si puo’ stabilire una cifra approssimativa di 1700-2500 vittime.
 
Altri massacri furono perpetrati in Libano tra il 1984 e il 1986, come I massacri di JIBSHIT, di SOHMOR, di SIR EL-GHARBIYA, di MAARAKA, di ZRARIYAH, di HOMIN AL-TAHTA, di JIBAA, di YOHMOR, e di TIRO. Quasi tutti condotti attraverso bombardamenti di civili attuati con elicotteri ed aerei da guerra.
 
I MASSACRI NEI CAMPI PROFUGHI PALESTINESI
AL-NAHER AL-BARED: nel dicembre 1986, aeroplani da guerra israeliani compirono un raid contro questo campo, uccidendo 20 rifugiati e ferendone 22.
AYN EL-HILWEH: nel settembre 1987, jet da guerra israeliani lanciarono un’offensiva contro il campo profughi, uccidendo 31 persone e ferendone 41. Altri 34 civili furono deliberatamente uccisi mentre evacuavano il campo.
 
IL MASSACRO DI OYON QARA
Il 20 maggio 1990, soldati israeliani aprirono il fuoco su un gruppo di lavoratori palestinesi, uccidendone sette. Durante la successiva manifestazione di lutto, ne furono uccisi altri 13.
 
IL MASSACRO DELLA MOSCHEA DELL’ AQSA
L’8 ottobre 1990, fu compiuto uno dei peggiori massacri della storia di Gerusalemme; qualche giorno prima della strage un gruppo di fanatici ebrei ortodossi progettarono una marcia sulla spianata delle Moschee di Gerusalemme per sistemare la pietra miliare del “Terzo Tempio” che di li’ a poco avrebbero costruito. Alla marcia parteciparono circa 200.000 israeliani scortati dall’esercito, mentre le forze d’occupazione sbarravano le vie d’accesso alla citta’. Inoltre chiusero le porte d’ingresso della moschea, in cui migliaia di palestinesi erano giunte per resistere alla prepotenza degli occupanti. Allorche’ I fedeli musulmani si opposero e tentarono d’impedire la sistemazione della pietra nella spianata delle Moschee, le forze d’occupazione iniziarono il massacro, usando tutte le armi che avevano a disposizione, compreso il micidiale gas nervino. I coloni ebrei che partecipavano alla marcia parteciparono al massacro, che vide la morte di 23 palestinesi e il ferimento di altri 850. La commissione d’inchiesta-farsa creata dal terrorista Yitzaq Shamir, allora primo ministro, per indagare sulle responsabilita’ del massacro, ed affidata a Tu’fi Zamir, ex capo del Mossad, stabili’ che: “la responsabilita’ dell’escalation di violenza e’ imputabile alle migliaia di musulmani estremisti, che hanno attaccato il luogo santo ebraico”.
 
IL MASSACRO DI HEBRON
Mentre i fedeli musulmani erano inginocchiati in preghiera nella moschea di Abramo ad Hebron, venerd? 25 febbraio 1994, furono colpiti da centinaia di pallottole provenienti da ogni parte. Gia’ dal giorno prima, coloni ebrei appostati nei dintorni della moschea cercavano di impedirne l’accesso ai fedeli indirizzando spari in direzione della moschea. Il giorno del massacro, un colono terrorista ebraico, Baruch Goldstein, seguace della setta ultrarazzista del rabbino Meir Kahane, armato di fucile automatico, penetro’ nella moschea mentre i fedeli eseguivano la preghiera del tramonto e comincio’ a sparare all’impazzata. Era accompagnato da almeno altri due coloni, pure armati, e spalleggiato dall’esercito che sostava poco distante dalla moschea. Mohammed Suleyman Abu Salih, custode della moschea, affermo’: “Il terrorista cerco’ di uccidere quante piu’persone poteva. I corpi delle vittime giacevano ovunque, ed i tappeti erano coperti di sangue. I soldati israeliani non intervennero affatto per fermare il massacro, anzi, cercarono anche di rallentare l’accesso delle autoambulanze”. Il terrorista Goldstein fu ucciso sul posto, ma prima aveva avuto il tempo di uccidere 24 palestinesi e di ferirne gravemente almeno 100. La tomba del terrorista Goldstein e’ tuttora meta di pellegrinaggio da parte di coloni fanatici appartenenti alla sua setta.
 
IL MASSACRO DI JABALYA
Il 28 marzo 1994, alcuni soldati israeliani aprirono il fuoco su alcuni giovani palestinesi, uccidendone 6 e ferendone 49.
 
IL MASSACRO DEL CHECKPOINT DI ERETZ
Il 17 luglio 1994, 11 palestinesi furono colpiti a morte e 200 furono feriti al valico di Heretz dall’azione congiunta di carriarmati e coloni armati israeliani. La strage provoco’incidenti a catena in tutta la Cisgiordania e Gaza, durante I quali altri due palestinesi furono uccisi.
 
MASSACRO DI DEIR AL-ZAHRANI
Il 5 agosto 1994, aeroplani da guerra israeliani bombardarono un palazzo a due piani nella cittadina libanese. 8 morti, 17 feriti.
 
MASSACRO DI NABATIYEH
Elicotteri da guerra israeliani colpirono un pullman scolastico pieno di bambini, il 21 marzo 1994. Quattro bambini restarono uccisi e 10 feriti
 
IL MASSACRO DI MNSURIAH
Il 13 aprile 1996, un elicottero da guerra israeliano apri’ il fuoco contro una Volvo station Wagon equipaggiata come autoambulanza, uccidendo due donne e quattro ragazze. Alcuni fotografi presenti alla scena filmarono il massacro, ed i soldati delle N.U. giunti immediatamente sul posto, verificarono che a bordo del veicolo non c’erano armi ne’alcuno dei passeggeri era membro del partito libanese degli Hezbollah.
 
IL SECONDO MASSACRO DI NABATIYEH
Il 18 aprile 1998, elicotteri da guerra israeliani aprirono il fuoco contro una casa nella cittadina libanese, sterminando una famiglia di otto persone: una madre e i suoi otto figli, l’ultimo dei quali di appena quattro giorni.
IL MASSACRO DI QANA
Il progetto sionista di pulizia etnica condotto da Israele contro I palestinesi dei territori occupati, si estese anche a quelli residenti nel Libano del sud. Il 18 aprile 1996, elicotteri da Guerra bombardarono un rifugio in cui avevano cercato scampo centinaia di civili palestinesi e libanesi, in gran parte donne, vecchi e bambini.
L’attacco causo’ la morte di 109 persone e il ferimento di altri 116. le investigazioni internazionali dimostrarono che Israele aveva deliberatamente colpito il rifugio. La responsabilita’ della strage fu addebitata a Shimon PERES.
 
IL MASSACRO DI TRQUMIA
Il 10 marzo 1998, nella Cisgiordania occupata, soldati israeliani aprirono il fuoco contro un pullman carico di lavoratori palestinesi che oltrepassava il valico di Heretz per recarsi a Tel Aviv. I testimoni della strage affermarono che “i soldati avevano sparato indiscriminatamente, per uccidere”. Nell'”incidente”, come fu definita la strage dal ministro della Difesa israeliano Mordechai, furono uccisi tre palestinesi e molti furono feriti.
 
IL MASSACRO DI JANTA
Gli elicotteri da guerra israeliani presero di mira, questa volta, una madre libanese ed i suoi sei figli, che morirono nel selvaggio attacco alla periferia di Janta, il 22 dicembre 1998.
 
IL MASSACRO DEL 24 GIUGNO 1999
Il bombardamento di una palazzina a Beirut provoca la morte di 8 persone ed il ferimento di altre 84.
 
IL MASSACRO DELLA BEKAA
Il 29 dicembre 1999, elicotteri israeliani lanciarono bombe contro un gruppo di bambini che celebravano la festivita’ dell'”eid”. Otto bambini restarono uccisi e 11 feriti.
 
Questi sono i piu’ tristemente famosi massacri compiuti dalle forze d’occupazione sioniste in Palestina e nel sud del Libano fino al 1999. Se a questi sono aggiunti tutti i raids compiuti dall’aviazione israeliana nel Libano (circa 25.000 morti)ed i massacri delle due rivolte popolari palestinesi (l’intifada del 1987 e quella del 2000), il panorama del tributo di sangue pagato da palestinesi e libanesi per il raggiungimento della liberta’ diventa ancora piu’ impressionante. La nostra memoria va a tutti questi uomini, donne, bambini, caduti per mano di una violenza omicida cieca che nessuno puo’ osare definire “difesa della patria”.
 

thanks to: arabcomint

Infographic: More than 1,400 children killed by Israeli soldiers, settlers since 2000


This infographic provides some statistics about Israel’s systematic violations of the human rights of Palestinian children.

(Patrick O. Strickland and Rachele Lee Richards)

The Electronic Intifada’s contributor Patrick O. Strickland and New York-based graphic designer Rachele Lee Richards have produced this powerful infographic that highlights the systematic violence against Palestinian children.

Strickland contributed the following text to accompany the infographic.

Systematic violations

The photograph, taken by Dylan Collins, shows six-year-old Mousab Sarahnin, who lost his eye when an Israeli soldier shot him in the face with a steel-coated rubber bullet on 27 September 2013. According to witnesses and Defence for Children International – Palestine Section (DCI-PS), Mousab was walking with his family in Fuwwar refugee camp when he was shot — and was nowhere near demonstrations or clashes.

The statistics regarding Palestinian children in our infographic are taken from DCI-PS. The other statistics are derived from a July 2013 report published by the Israeli human rights group Yesh Din: they paint a picture of total impunity for Israeli soldiers and settlers who harass and attack Palestinian children on a daily basis.

Not visible on the infographic is the alarming fact that 19 of the twenty cases in which Israeli soldiers used Palestinian children as human shields took place after Israel’s own high court ruled that it was illegal. Nonetheless, there are no documented cases of soldiers being reprimanded with jail time for this action.

“Show the world what the army does to children”

Due to size constraints, other gross violations against children are absent, such as instances of children killed by Israeli drones or the number of those threatened with sexual abuse by police officers and soldiers.

In Israel’s own education system, on the other hand, textbooks depict Palestinians as “refugees, primitive farmers and terrorists,” as reported in The Guardian in 2011. The same textbooks attempted to morally justify the killing of Palestinians as necessary for Israel’s establishment.

Furthermore, nearly half of Jewish Israeli high school students aged 16 and 17 stated that they would refuse to have an Arab teacher, according to an August 2013 poll published in the Israeli daily Haaretz.

While Israel’s political establishment continually attempts to demonize Palestinian children, the sad fact is that it tries to hide its own cultivation of hate in the education system. At the same time, the Israeli army is engaged in an ongoing process of dehumanizing and brutalizing Palestinian children.

As Sheikh Jibreen Saharnin, six-year-old Mousab’s uncle, told The Electronic Intifada in October, “Take photos. Send it everywhere in the world. Show the world what the Israeli army does to children.”

thanks to: electronicintifada

MUHAMMAD, 12 ANNI. ‘ISSA, 11 ANNI. ISLAM, 8 ANNI. TRE BAMBINI DI HEBRON CHE HANNO SPERIMENTATO I METODI ILLEGALI DEI SOLDATI ISRAELIANI. COME TANTI, TROPPI LORO COETANEI

MUHAMMAD, 12 ANNI. ‘ISSA, 11 ANNI. ISLAM, 8 ANNI. TRE BAMBINI DI HEBRON CHE HANNO SPERIMENTATO I METODI ILLEGALI DEI SOLDATI ISRAELIANI. COME TANTI, TROPPI LORO COETANEI. | bocchescucite.

Israel’s Mistreatment of Palestinian Children

The Saga Continues

October 31, 2013

by DR. CESAR CHELALA

A UNICEF report issued last March, “Children in Israeli Military Detention,” was sharply critical of Israel’s treatment of detained Palestinian children and youths. According to that report, 700 Palestinian children aged 12-17, most of them boys, are arrested and harshly interrogated by the Israeli military, police and security agents every year in the occupied West Bank.

Now, a new UNICEF progress report states that although some progress has been achieved “violations are ongoing” seven months after the original report was released. The progress report states that there were 19 sample cases of abuse of youths between 12 and 17 in the occupied West Bank in the second quarter of 2013.

The information on mistreatment of Palestinian children and youths is the result of several years of information gathering by UN agencies related to grave violations committed against Palestinian children in Israel and the occupied Palestinian territory. This information is regularly reported to the United Nations Security Council Working Group on Children and Armed Conflict.

Last June, the UN Committee on the Rights of the Child confirmed the abuses against Palestinian children, including torture, solitary confinement and threats of death and sexual assault in prisons. “These crimes are perpetrated from the time of arrest, during transfer and interrogation, to obtain a confession but also on an arbitrary basis as testified by several Israeli soldiers,” stated the committee.

The reported abuses of Palestinian children also confirm what the organization Breaking the Silence, constituted by Israeli soldiers who served in the IDF and work to expose human rights violations had stated in its report called “Children and Youth, Soldiers Testimonies 2005-2011.” In one of the testimonies, a soldier from the Nahal Brigade with rank of first sergeant, stated, “On your first arrest mission you’re sure it’s a big deal, and it is actually bullshit. You enter the Abu Sneina (Hebron) neighborhood and pick up three children. After that whole briefing, you’re there with your bulletproof vest and helmet and stuck with that ridiculous mission of separating women and children. It’s all taken so seriously and then what you end up is a bunch of kids, you blindfold and shackle them and drive them to the police station at Givat Ha’vot. That’s it, it goes on for months and you eventually stop thinking there are any terrorists out there, you stop believing there’s an enemy, it’s always some children and adolescents or some doctor we took out. You never know their names, you never talk with them, they always cry, shit in their pants.”

According to Article 37 of the Convention of the Rights of the Child, State Parties shall ensure that “No child shall be subjected to torture or other cruel, inhuman or degrading treatment or punishment,”…and “Every child deprived of his or her liberty shall have the right to prompt access to legal and other appropriate assistance, as well as the right to challenge the legality of the deprivation of his or her liberty before a court or other competent, independent and impartial authority, and to a prompt decision on any such action.” These provisions have been repeatedly violated by the Israeli authorities.

As UNICEF states, “In addition to Israel’s obligations under international law, the guiding principles relating to the prohibition against torture in Israel are to be found in a 1999 decision of the Supreme Court, which is also legally binding on the Israeli military courts. The Court concluded that a reasonable interrogation is necessarily one free of torture and cruel, inhuman or degrading treatment, and that this prohibition is absolute.”

Ill-treatment of Palestinian minors begins with the arrest itself, which is carried out usually in the middle of the night by heavily armed soldiers, and continues through prosecution and sentencing. Most minors are arrested for throwing stones; however, they suffer physical violence and threats, many are coerced into confessing for acts they didn’t commit and, in addition, many times they don’t have access to a lawyer or family during questioning. According to the UN Committee on the Rights of the Child, 7,000 kids aged from 12 to 17 years, but sometimes as young as nine, have been arrested, interrogated and detained since 2002.

Israeli government abuses against Palestinian children are not limited to the West Bank. In the past, UNICEF has also reported that one baby in three risks death because of medical shortages in Gaza. Israel’s government had also prohibited the distribution of special food to about 20,000 Gazan children under age five resulting in anemia, stunted growth and general weakness as a result of malnutrition.

Israel’s government has stated his intention to continue working with UNICEF to address the issue of mistreatment of Palestinian children. However, treatment of children and adolescents under detention as it is carried out even now contravenes Israel’s democratic principles and contributes to the perpetuation of the Middle East conflict and to the search for a just and lasting peace in the region.

Dr. Cesar Chelala is an international public health consultant and a co-winner of an Overseas Press Club of America award.

thanks to: counterpunch

Infanzia negata

di Yousef Munayyer

L’infanzia è una cosa bella e strana. Prima che impariamo veramente quanto sia preziosa, è già finita. Per molti palestinesi che vivono sotto l’occupazione militare israeliana, l’infanzia finisce anche prima di quanto si potrebbe pensare. Il semplice trascorrere della vita di un bambino in Palestina, che in circostanze normali sarebbe  riempito dai libri di scuola, dal calcio e dai giochi con gli amici, è invece interrotto dalla dura realtà dell’occupazione, che include soldati, posti di blocco, muri, discriminazione e razzismo.

E’ impossibile dire quando finisca l’infanzia per un palestinese sotto occupazione. Molti di coloro che cercano di portare avanti una vita normale, date le circostanze, si augurano di poter godere l’innocenza della gioventù senza vederla distrutta dal regime oppressivo che li circonda. Non tutti sono così fortunati. Atta Sabah è uno di loro.

Dedico più tempo rispetto alla maggior parte delle persone alle notizie dalla Palestina e dal Medio Oriente, e ogni tanto apprendo una storia di cui non ho mai sentito nulla di simile in precedenza. In una situazione in cui la morte e la violenza sono diventate di routine, non ogni pallottola o vittima si guadagna un titolo. Così, quando ho sentito la storia di Atta, ho deciso che doveva essere divulgata, non perché sia ​​particolare e unica, ma proprio perché è banale, eppure inaudita.

Atta è un rifugiato palestinese residente nel campo profughi di Jalazon. Ha 12 anni. Il campo, i cui residenti per lo più provengono dai villaggi che circondano Al- Lyd, è a circa 20 km est in quella che è oggi la Cisgiordania, tra Ramallah e Nablus.

All’inizio di quest’anno, a maggio, Atta e i suoi amici stavano facendo quello che la maggior parte dei bambini alla loro età dovrebbe fare: giocare. I ragazzi sono ragazzi. Ma quando i ragazzi sono ragazzi sotto occupazione, il semplice atto di giocare in giro può portare a esiti orribili. Atta e i suoi amici stavano divertendosi a lanciare la sua cartella di scuola. Quando Atta è andato a recuperarla lì dove era atterrata, ha visto che un soldato israeliano se ne era impadronito.

Che cosa ci fa un soldato israeliano sul percorso di scuola dei bambini? Fa la guardia alla colonia illegale israeliana di Beit El, dove abitano migliaia di coloni illegali israeliani e che è adiacente al campo profughi di Jalazon. Atta ha chiesto indietro la cartella. I soldati gli hanno detto di tornare il giorno dopo.

Il giorno seguente Atta è tornato, nel tentativo di riavere la sua cartella dal soldato che l’aveva presa. Mentre si avvicinava ai soldati, uno dei quali reggeva la sua cartella, si è fermato, sentendosi nervoso e a disagio in quella situazione, ma quando si è voltato … BANG.

Atta, un profugo palestinese disarmato di 12 anni che voleva solo recuperare la sua cartella di scuola, è stato colpito allo stomaco. La pallottola – un proiettile vero e proprio  – è uscita dalla schiena, ma non prima di recidere il midollo spinale. Il colpo gli ha danneggiato il fegato, i polmoni, il pancreas e la milza, e lo ha lasciato paralizzato dalla vita in giù.

Quale possibile spiegazione potrebbe esserci per questo atto barbarico? Defense for Children International, una ONG che lavora per documentare e patrocinare i diritti dei bambini, ha osservato a proposito di questo episodio:
“Testimoni oculari dichiarano che la situazione era tranquilla, che non erano in corso scontri in quel momento e non c’era “pericolo mortale” per le forze israeliane, che avrebbe giustificato l’uso di munizioni vere”.

In contraddizione con le testimonianze oculari, alla domanda circa l’uso di munizioni vere contro un bambino inerme il portavoce  dell’esercito israeliano ha dichiarato che “nel pomeriggio del 21 maggio 2013, una sommossa violenta e illegale ha avuto luogo nella zona, con la partecipazione di decine di palestinesi che hanno lanciato pietre e bottiglie molotov verso i soldati”.

La scuola del ragazzo, gestita dall’UNRWA  per il campo profughi di Jalazon, è molto vicina alla colonia israeliana di Beit El, in continua espansione. In questa foto dell’ingresso della scuola, si possono scorgere chiaramente sullo sfondo i tetti rossi dell’insediamento sulla collina. In effetti, come mostra la mappa qui sotto, la vicinanza dell’insediamento implica che la scuola sia inclusa in Area C, anche se si trova a soli 1000 piedi di distanza dal centro del campo. Questo significa che i soldati stazionano regolarmente intorno alla scuola e che l’infanzia finisce molto più velocemente qui che in molti altri luoghi.

Atta deve ora adattarsi a una nuova vita. La vita in un campo profughi è complicata fin dall’inizio, ma ora, nell’impossibilità di camminare, le cose si sono fatte ancora più difficili. La famiglia sta lottando per far fronte alle difficoltà. Non vi è nessuna assistenza mirata al sostegno delle pressanti necessità attuali di Atta.

Atta non si fa illusioni sulla giustizia. Alla domanda su cosa pensa che accadrà al soldato israeliano che gli ha sparato, chiaramente anche contro le regole di ingaggio dell’esercito israeliano, ha risposto: “Non mi aspetto che gli succeda qualcosa”.

Ha ragione. L’impunità per i crimini è una pietra miliare dell’occupazione militare israeliana e a Jalazon, dato che gli insediamenti illegali si espandono e l’occupazione si rafforza sempre di più, altre infanzie probabilmente saranno spezzate prima che abbiano luogo eventuali indagini eque e trasparenti, o che tutti i soldati israeliani o i loro comandanti siano portati in giudizio per questi crimini.

Fonte: MECA (Middle East Children’s Alliance)

http://www.mecaforpeace.org/news/childhood-denied

Traduzione a cura del Forum Palestina

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The Lab: il documentario che svela i retroscena dell’industria bellica israeliana

Shimon Peres, l’attuale presidente di Israele che negli anni 60 supervisionò lo sviluppo di armi nucleare del paese israeliano, ha organizzato una festa piena di celebrità per il 90esimo compleanno, mascherandola da conferenza presidenziale, lo scorso Giugno. Israel’s president and the man who oversaw the country’s secret development of a nuclear bomb in the 1960s, held a star-studded 90th birthday party masquerading as a presidential conference in June. Tralasciando l’ombra gettata dalla decisione del fisico britannico Stephen Hawking di boicottare l’evento, il tutto è risultato essere uno sfrontato tributo alla vita e al lavoro svolto da Peres da parte di una lunga lista di personalità internazionali, dall’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton a Barbra Streisand.

Tuttavia, come evidenziato da un sito web israeliano, questo party da 3 mln di $ al capo dello stato israeliano è stato principalmente finanziato dall’industria bellica: i tre maggiori finanziatori erano famosi imprenditori di armamenti, incluso il presidente onorario della conferenza, Aaron Frenkel.

E tutto ciò è tristemente normale, visto il grande ascendente internazionale di Israele tra i produttori di armamenti durante l’ultimo decennio: nonostante il paese abbia una popolazione minore rispettoa quella di New York City, Israele si è costruito una certa fama negli ultimi anni come uno dei più grandi esportatori di armi.

A Giugno, analisti della difesa hanno messo Israele al sesto posto in questo speciale classifica, davanti alla Cina e all’Italia, entrambi grandi produttori di armi e, se si calcola anche il crescente mercato clandestino di Israele, la posizione sale fino al quarto posto, davanti alla Gran Bretagna e alla Germania, dietro solo a Stati Uniti, Russia e Francia.

Il motivo del successo israeliano in questo mercato può essere dedotto grazie a semplice calcolo matematico: con vendite record di 7 mld di $ lo scorso anno, Israele ha guadagnato qualcosa come 1.000$ pro capite dal commercio di armi, 10 volte di più di quanto guadagnano gli Stati Uniti dal medesimo commercio.

Il grande affidamento che Israele fa sul commercio degli armamenti è stato scoperto a Luglio, quando un tribunale locale ha obbligato alcuni ufficiali a rivelare i dati relativi a questo tipo mercato, scoprendo così che qualcosa come 6.800 cittadini israeliani sono attivamente coinvolti nell’esportazione di armamenti. In altra sede, Ehud Barak, Ministro della Difesa dell’ultimo governo, ha rivelato che 150.000 famiglie israeliane (quasi il 10% della popolazione) dipendono economicamente dal commercio bellico. Tralasciando queste rivelazioni, Israele comunque è sempre stato riluttando nell’alzare il velo di segretezza che copriva questi commerci, adducendo al fatto che qualsiasi ulteriore rivelazione avrebbe potuto compromettere la sicurezza nazionale e i rapporti internazionali.

Per tradizione, l’industria bellica israeliana è sempre stata gestita dal Ministero della Difesa, in un sistema che vedeva una serie di corporazioni belliche di proprietà dello stato sviluppare armamenti per conto dell’esercito israeliano. Ma con il fiorire delle indistrie high tech israeliane nell’ultimo decennio, una nuova generazione di ufficiali congedati dall’esercito hanno intravisto la possibilità di sfruttare la propria esperienza e i loro contatti militari per sviluppare e testare nuove armi, sia per lo stato di Israele, sia per clienti esteri. In questo processo, l’industria bellica si è guadagnata un posto tra i principali sostenitori dell’economia israeliana, attestando la proprie esportazioni a un quinto del totale.

“Il Ministro della Difesa israeliano non sono fa grandi affari con le guerra, ma si assicura anche che il mercato dell’industria bellica sia sempre in fremito”, ha dichiarato Leo Gleser, che gestisce un’azienda di consultazioni per fini bellici specializzata nello sviluppo di nuovi mercati in America Latina.

Leo Gleser che è uno dei tanti commercianti d’armi intervistato in un nuovo documentario che alza il velo sula natura e sugli obiettivi del mercato bellico israeliano.

“The Lab,” recentemente vincitore di un premio ai DocAviv, gli oscar israeliani dei documentari, è stato presentato ad Agosto negli Stati Uniti. Diretto da Yotam Feldman, il film propone una una vista da molto vicino dell’industria bellica israeliana e degli imprenditori che grazie ad essa si sono arricchiti.

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Il titolo fa riferimento al tema centrale del film: l’affidamento a cui Israele è rapidamente arrivato di continuare a tenere in cattività i palestinesi in ciò che non sono nient’altro che le più grandi prigioni a cielo aperto del mondo, ovvero i massicci profitti che Israele riesce a trarre dal testare le innovazioni belliche su più di 4 mln di palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Secondo Feldman, questa tendenza è iniziata con l’operazione Scudo di Difesa, ovvero la re-invasione israeliana dei Territori Occupata e di Gaza nel 2002, che ha formalmente invertito il processo di ritiro israeliano dai territoriori occupati militarmente iniziato tiepidamente con gli Accordi di Oslo. A seguito di quell’operazione, molti ufficiali dell’esercito sono entrati nel business privato, arrivando a rompere nuovi record per l’industria bellica israeliana (2 mld di $ nel 2005).

Ma la più grande impennata di vendite si è registrata dopo l’operazione Piombo Fuso, l’assalto israeliano alla Striscia di Gaza a cavallo del biennio 2008-2009, che ha visto l’uccisione di più 1.400 palestinesi e di 13 israeliani: il record di vendite sulla scia di questa operazione ha toccato i 6 mld di $.

Il film spiega come queste operazioni militari, inclusa la recente Colonna di Nuvola dello scorso anno sempre contro la Striscia di Gaza, servano come esperimenti in laboratorio per valutare e rifinire l’efficacia dei nuovi approcci militari, sia dal punto di vista strategico che di equipaggiamento.

In particolare, Gaza è diventata la vetrina dell’industria bellica israeliana, permettendo a questa di sviluppare e mettere su mercato sistemi di sorveglianza, controllo e assoggettamento di un popolazione “nemica”, e siccome la maggior parte dei palestinesi sono forzosamente rinchiusi in centri abitativi urbani, le tradizionali politiche designate per differenziare i civili dai guerriglieri sono dovute essere cancellate.

Amiram Levin, ex capo dell’esercito israeliano stanziato nel nord negli anni ’90 e ora commerciate d’armi, è stato filmato ad una conferenza di industrie di armamenti mentre dichiarava che l’biettivo di Israele nei territori palestinesi è quello di punire la popolazione locale per creare un più ampio “spazio di manovra”, e, considerandone gli effetti, ha commentato che la maggior parte dei palestinesi “è nata per morire, noi dobbiamo solo dargli una mano”.

Il film evidenzia le tipologia di innovazioni per cui Israele si è guadagnato grande fama tra i servizi di sicurezza stranieri: dallo sviluppo di macchine automatiche all’avanguardia in grado di uccidere ai droni che sono diventati la punta di diamante dell’equipaggiamento statunitense per i bombardamenti in Medio Oriente, e spera di ripetere il successo con Iron Dome, il sistema di intercettamento dei missili pubblicizzato ogni volta che viene sparato un razzo dalla Striscia di Gaza.

Israele si è anche specializzato nel realizzare sistemi bellici futuristici, come i fucili in grado di sparare da dietro agli angoli. E non è una sorpresa che perfino Hollywood ne è stata cliente, con Angelina Jolie che metteva in bella mostra alcuni di questi armamenti nel suo film “Wanted”.

Ma le inaspettate star di “The Lab” non sono i commercianti di armi, ma bansì gli ex ufficiali dell’esercito israeliano che si sono riciclati in accademici, le cui teorie hanno aiutato a guidare l’esercito e le compagnie high tech nello sviluppo di tattiche ed arsenali militari.

Ad esempio, in una scena, Shimon Naveh, un filosofo particolarmente entusiasta dell’industria bellica, attraversa un finto villaggio arabo ricostruito per l’occasione che è servito da campo per la sua ideazione di una nuova teoria di guerriglia urbana durante la seconda intifada.

Nell’attacco alla cittadella di Nablus nel 2002, piuttosto che obbligare l’esercito israeliano ad affrontare qualche imprevisto dovuto agli instricabili vicoletti labirintici del villaggio, suggerì ai soldati di non muoversi lungo le stradine, dove avrebbero potuto essere dei facili bersagli, ma di muoversi piuttosto attraverso gli edifici, buttando giù all’occorenza i muri che intralciavano il loro percorso.

L’idea di Naveh fu lo strumento chiave con cui l’esercito schiacciò la resistenza armata palestinese, portando alla luce quali fossero gli ultimi posti dove i guerriglieri palestinesi potessero trovare rifugio dalla sorveglianza israeliana.

Un altro esperto, Yitzhak Ben Israel, ex generale riciclatosi professore alla Tel Aviv University, ha aiutato nello sviluppare una formula matematica che predice il verosimile successo dei programmi di assassinii mirati per stroncare la resistenza organizzata: i calcoli di Ben Israel hanno provato all’esercito israeliano che una cellula palestinese che sta preparando un attacco potrebbe essere con grande probabilità distrutta “neutralizzando” un quinto dei suoi membri.

E’ proprio questa unione di teorie, equipaggiamenti e ripetuti “test” sul campo che hanno fatto mettere in coda gli eserciti, le forze di polizia e le industrie della sorveglianza di Stati Uniti, Europa, Asia e America Latina per riuscire ad accaparrarsi il know-how israeliano: le “lezioni” imparate sul campo a Gaza e in Cisgiordania hanno “utili” applicazione in Afghanistan e in Iraq, come spiega il film.

O come spiega nel film Benjamin Ben Eliezer, ex Ministro della Difesa riciclatosi in Ministro dell’Industria, il vantaggio di Israele in questo campo sta proprio nel fatto che “la gente è più disposta a comprare qualcosa che è stato positiviamente testato e la cui funzionalità è stata comprovata, come le armi israeliane. Possiamo dire che se Israele vende uno specifico armamento, la garanzia del funzionamento risiede nell’impiego che ne è stato fatto in questi 10-15 anni.”

Yoav Galant, capo delle milizie meridionali dell’esercito israeliano durante Piombo Fuso, ha sottolineato che “Mentre certi paesi europei e asiatici ci condannano per gli attacchi ai civili, mandano qui da noi i loro ufficiali; ho avuto briefing con generali di 10 differenti paesi per spiegargli come abbiamo fatto a raggiungere il così basso rapporto. [di palestinesi civili uccisi, falsa dichiarazione di Galant che diceva che la maggior parte dei palestinesi assassinati erano guerriglieri]” […] “C’è un sacco di ipocrisia, ti condannano politicamente, mentre poi ti chiedono quale sia il tuo trucco per trasformare il sangue in soldi.”

Le convincenti tesi del film, tuttavia, danno un amaro e disturbante messaggio a coloro che sperano nella fine dell’occupazione militare di Israele dei Territori Palestinesi, poiché siccome lo stato israeliano è riuscito a rendere i suoi arsenali più letali che mai e al contempo proteggere i suoi soldati come mai prima d’ora, la società civile è diventata grandemente tollerante all’idea della guerra come retroscena della vita di tutti i giorni: se Israele non è costretto a pagare alcun prezzo per una guerra, allora né l’esercito né i politici sono costretti ad affrontare alcuna pressione per porvi fine.

Anzi, la pressione agisce in direzione opposta: i Territori Occupati Palestinesi che fungono da laboratorio e gli attacchi periodici alle comunità palestinesi per testare ed esibire i sistemi bellici forniscono ad Israele un modello di business molto più profittevole di quello che potrebbe offrire un trattato di pace. Come ha dichiarato Naftali Bennet, Ministro dell’Industria di estrema destra, al ritorno da un suo viaggio in Cina: “Nessuno è interessato alla causa palestinese. Ciò che interessa al mondo, da Pechino a Washington a Brussels, è la tecnologia israeliana.”

Ma, coi governi stranieri che fanno la fila per attingere dall’esperienza israeliana, la domanda è: a chi di noi toccherà affrontare un prossimo futuro simile all’attuale situazione dei palestinesi?  

 

 

 

thanks to: pacbi.org

BDS Italia

 

Idiozia ebraica

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Le foto che vedete sono frutto di un azione di un gruppo di estremisti della colonia vicina a Qaryout. Questi  hanno deciso di porre fine alla vita di circa un centinaio di olivi.

Gli olivi erano di varie famiglie del villaggio.Purtroppo non e un caso isolato, anzi. Queste sporche azi0ni sono quotidiane.

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Oggi eravamo un nutrito gruppo di internazionali di varie associazioni ed erano presenti anche media locali e alcune autorita.

Ma erano presenti anche i soldati, ovviamente.

Non e facile descrivere le facce che avevano le persone di questo villaggio.

Non ci si abitua mai a questi scempi.

Leo from Palestine

thanks to: Us and Them

Victims of U.S. chemical warfare in Iraq

A RECENTLY released report on birth defects as a result of the use of depleted uranium (DU) during the U.S. war on Iraq released by the UN’s World Health Organization (WHO) attempts to rewrite history on the terrible impact of the war on Iraqi citizens

Victims of U.S. chemical warfare in Iraq | SocialistWorker.org.

Fratel Zaquini a proposito del Rapporto Fiugueredo sui crimini contro gli Indios

Fratel Zaquini a proposito del Rapporto Fiugueredo sui crimini contro gli Indios

Boa Vista (Roraima), 27 luglio 2013

Carissimo/a,

            ho finalmente dato un’occhiata al Rapporto Figueiredo: per la precisione il rapporto di Jáder de Figueiredo Correia, Procuratore della Repubblica.

            Il rapporto è stato stilato nel 1967 ed è il risultato delle indagini a lui affidate dal Ministro degli Interni, dopo che una Commissione Parlamentare di Inchiesta (CPI) aveva denunciato gravi irregolarità nel Servizio di Protezione degli Indios (SPI). Le indagini hanno analizzato le attività di questo ente, che per sua natura avrebbe dovuto “proteggere” gli indigeni, nel periodo tra gli anni ‘40 e ‘67, soprattutto quelle dal 1950 in poi.

            Il Procuratore Jáder de Correia Figueiredo e il gruppo dei suoi collaboratori hanno visitato personalmente i locali dove lo SPI attuava, raccogliendo tutti i documenti inerenti alla sua attività e ogni possibile testimonianza in merito. L’inchiesta è durata sessanta giorni più trenta, cioè il massimo tempo possibile previsto per questo tipo di inchiesta.

            Il Rapporto è veramente esplosivo, ed è sorprendente che si tratti di un documento ufficiale di quell’epoca; tanto più se si pensa che eravamo già in periodo di dittatura militare (la dittatura in Brasile è cominciata il 31 marzo del 1964).

            Non penso nemmeno di riuscire a fare un riassunto di quel pochissimo che ho letto, ma citerò solo poche frasi; forse questo potrà incentivare qualcuno a leggerlo.

“Dall’esame dei documenti si deduce che il Servizio di Protezione degli Indios, SPI, fu un antro di corruzione indicibile durante molti anni.”
“Gli indios furono vittime di veri scellerati”.
“Riaffermiamo che pare inverosimile che ci siano uomini, detti civilizzati, che freddamente possano agire in modo così barbaro.”
“… gli atti più abbietti e umilianti furono praticati per ordine di donne”
“… la sua storia cruenta, perfino crocifissione …”
“… il SPI può considerarsi il maggior scandalo amministrativo del Brasile.”
“… Il SPI degenerò al punto di perseguitarli fino allo sterminio.”
“Si ricordano qui i vari massacri, molti dei quali denunciati con scandalo, senza tuttavia meritare il maggior interesse delle autorità”

             Aggiungo solo che vi risparmio la descrizione di alcuni fatti, perché veramente nauseanti.

            Questo Rapporto era misteriosamente, ed “opportunamente” dico io, sparito senza lasciare tracce, e altrettanto misteriosamente è recentemente riapparso senza creare nessuno scompiglio.

            Nella mia permanenza fra gli indios, io pensavo di aver saputo e testimoniato cose gravissime e atroci, ma qui devo ammettere che non arrivavo a immaginare che fosse tale la vastità del marciume che circonda questa tragedia dell’umanità.

            Le popolazioni indigene continuano ad essere considerate degli intralci. E i comportamenti attuali del Governo e del Congresso brasiliani, non fanno che ripetere le stesse cose, naturalmente in forme più raffinate, leggermente meno brutali, ma molto determinate ed evidenti. Esse si manifestano in forme subdole, col procrastinare all’infinito le misure efficaci per il riconoscimento dei diritti alla terra, alla salute e a un’educazione di qualità; col reprimere e criminalizzare le manifestazioni indigene di rivolta; nel cercare di cooptare il maggior numero di indigeni, specialmente di giovani. Queste azioni convivono con vecchie forme distruttive, come quella di non reprimere le attività che danneggiano sia la vita che la cultura di questi popoli, tollerando per esempio la presenza nelle terre indigene di nuclei formali o informali di non indigeni che aggrediscono le culture, il patrimonio e sovente anche la vita di queste popolazioni. Vorrei qui portare esempi, ma questo farebbe diventare troppo lungo questo messaggio che ha già superato l’idea che mi ero proposto.

            So che chi leggerà queste righe potrà anche rimanere perplesso di  fronte a tante accuse, spero di non star rovinando le vostre meritate vacanze. Chi vive a contatto diretto con i popoli indigeni sa che queste cose sono vere e sa anche che quando vengono divulgate provocano normalmente reazioni che tentano di screditare chi le divulga, sotto varie forme e normalmente con calunnie.

            Sono veramente disgustato da quel che vedo, e angustiato, perché non riesco a trovare forme efficienti per aiutare a cambiare la situazione di questi popoli che amo da tanti anni.

Vi abbraccio con affetto.

Fratel Carlo Zacquini, Missionario della Consolata (Roraima – Brasile)

thanks to:

Gli americani danno 274 milioni di dollari per aiutare le colonie israeliane. Nuovo rapporto

di Adri Nieuwhof

Un nuovo rapporto ha scoperto che organizzazioni di destra sono divenute una parte importante della macchina propagandistica del governo israeliano.

La coalizione di governo formata in Israele all’inizio di quest’anno ha istituito un ministero per la “diplomazia pubblica”, con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione tra lo Stato e gruppi, nominalmente indipendenti, che supportano il sionismo. Un rapporto pubblicato oggi dall’Alternative Information Center di Gerusalemme documenta come la classe dirigente del ministero si attiene a una tendenza decennale per cui il governo ha sempre più attribuito compiti a determinate organizzazioni.

Uno dei migliori esempi di questa collaborazione riguarda il gruppo di coloni Elad. Conosciuta anche come Ir David Foundation, alla Elad è stata data la responsabilità formale per la gestione del parco del Regno di Davide nel quartiere di Silwan a Gerusalemme Est. I tentativi dell’Elad di confermare che vi si possono rinvenire i resti di un antico regno ebraico sono stati usati come pretesto per espellere i palestinesi in modo tale che nell’area possano subentrarvi i coloni.

Nonostante che parte del lavoro dell’Elad degli ultimi anni sia stato finanziato direttamente dal governo israeliano, essa non divulga tutti i dettagli del suo finanziamento

Estremisti

Secondo l’Alternative Information Center, organizzazioni similari sono subordinate al sostegno di estremisti negli Stati Uniti.

Im Tirtzu è un gruppo guidato dai coloni, che è noto per aver accusato di antisemitismo coloro che criticano Israele. E’ in qualche modo ironico il fatto che la principale fonte del bilancio di Im Tirtzu degli ultimi anni sia costituita dai Cristiani Uniti per Israele (CUFI), il cui fondatore, il predicatore John Hagee, con sede nel Texas, ha fatto dichiarazioni di natura antisemitica. Egli ha scritto, per esempio, che gli ebrei hanno attirato su di sé l’olocausto per la loro “disobbedienza” a Dio.

La cifra di 375.000 shekel (103.000 dollari), la più grande donazione singola a Im Tirtzu nel 2009, è arrivata dal CUFI.

L’Alternative Information Center cita dati che indicano che, tra il 2002 e il 2009, le organizzazioni americane registrate hanno trasferito alle colonie israeliane nella West Bank e a Gaza circa 274 milioni di dollari. Queste donazioni hanno goduto del titolo all’esenzione fiscale.

Negli Stati Uniti, i gruppi di destra spesso possono registrarsi come enti di beneficenza , investendo parte del loro bilancio “in progetti sociali” per i coloni della West Bank, nonostante il fatto che tali colonie siano illegali secondo il diritto internazionale.

Inoltre, i regolamenti degli Stati Uniti sono meno severi della legge israeliana che prevede che le organizzazioni non governative (ONG) debbano rendere pubblici i resoconti finanziari annuali comprendenti i nomi dei donatori che hanno dato più di 20.000 shekel (5.528 dollari). Veicolare le donazioni tramite i gruppi statunitensi è diventato un modo facile per aggirare l’obbligo di rivelare i nomi dei donatori.

Il rapporto mostra come l’ONG Monitor – un gruppo impegnato ad attaccare chi critica Israele – ha forti connessioni con l’élite politica israeliana.

La ONG Monitor è cominciata come un progetto del Jerusalem Center for Public Affairs, un gruppo di esperti ora diretto da Dore Oro, che ha prestato servizio come ambasciatore di Israele presso le Nazioni Unite. The Electronic Intifada è stata una delle tanti organizzazioni attaccate dalla ONG Monitor.

Segreto
Nel 2010, l’ONG Monitor sollecitò Uri Rosenthal, allora ministro degli esteri dei Paesi Bassi, perchè censurasse un’organizzazione cristiana di beneficenza olandese, la ICCO, per l’attribuzione di una borsa di studio a The Electronic Intifada. La ICCO non capitolò di fronte alle pressioni di Rosenthal e l’anno successivo prorogò la borsa di studio per The Electronic Intifada.
Nonostante la sua attenzione rivolta a dove i gruppi considerati ostili a Israele ricevono i loro finanziamenti, la ONG Monitor non rivela la fonte delle sue donazioni e ha chiesto al governo l’autorizzazione a mantenere segreta l’identità dei suoi donatori.

Alcune delle fonti del suo finanziamento sono comunque note. Esse comprendono l’Agenzia Ebraica – un ente impegnato nella colonizzazione della Palestina – e Shari Arison , un miliardario che possiede in Israele la Banca Hapoalim. La maggior parte del denaro usato per fondare il gruppo è venuto da Michael Cherney, un amico intimo dell’ex ministro degli esteri di Israele Avigdor Lieberman.

La ONG Monitor riceve pure finanziamenti significativi provenienti dagli Stati Uniti. Nel 2008 e 2009, essa ha ottenuto in donazioni rispettivamente 1.608.512 shekel (444.586 dollari) e 1.319.676 shekel (364.753 dollari). Uno dei suoi più grandi contribuenti è stato un gruppo denominato Gli Amici Americani della ONG Monitor.


(tradotto da mariano mingarelli)

VIDEO: Private Funding of Right-Wing Ideology in Israel
http://www.youtube.com/watch?v=oyK2jRQE_yE&feature=player_embedded

Fonte: Associazione di Amicizia Italo-Palestinese ONLUS
Articolo originale pubblicato su The Electronic Intifada in data 01.07.2013

thanks to: Mariano Mingarelli

Associazione di Amicizia Italo-Palestinese ONLUS

The Electronic Intifada

Another Journalist with Children in the Israeli Military

by ALISON WEIR

The New York Times recently published a news brief, reporting that Israel is going to re-investigate an incident in which an American citizen, Tristan Anderson, was permanently maimed.

Anderson suffered extensive brain damage (part of his frontal lobe was destroyed) and paralysis, and was blinded in one eye, after Israeli soldiers shot him with a tear gas canister intended as a “barricade penetrator” from inappropriately close range. According to eyewitnesses, Anderson was shot as he was taking photographs in a Palestinian village after an unarmed protest against the illegal and extensive confiscation of village land.

Israeli forces have a history of shooting unarmed protesters with these canisters, which one expert likens to “a small missile.”

Yet the New York Times report, “Israel Reopens Inquiry Into Activist’s Injury” (July 11, 2013, P. 9) reveals few of these details.

The Times article states that Anderson was injured when he was hit in the head by a tear gas canister and is partly paralyzed and blind in one eye, but does not mention his extensive brain damage and that his paralysis is over half his body. It doesn’t reveal that the type of canister used is extraordinarily destructive or that it was fired at such close range.

The report also omits the fact that this incident is part of a pattern, even though Israeli forces have killed at least two Palestinians with these canisters, and shot out the eye of an American student with another. According to a report by an Israeli organization, Israeli forces “frequently fire tear-gas canisters directly at demonstrators.”

The Times report states that the protest was “against the extension of Israel’s separation barrier in the West Bank” without citing the villagers’ actual complaint — the confiscation of their land and, thus, livelihood by Israel. It similarly fails to mention that over previous decades Israel confiscated over 80 percent of the village land and now intends to take between a quarter and a third of what remains to build the “barrier.”

Finally, the Times report repeats, without attribution, the Israeli security forces’ claim that the shooting occurred “during a clash,” implying that it happened accidentally during a violent engagement, ignoring eyewitness testimony that the protest had dissipated and most people had gone home.

The byline on the Times report is Myra Noveck. Noveck has bylined a number of stories for both the New York Times and its European affiliate the International Herald Tribune, where ZoomInfo lists her as a contributor.

Noveck is frequently cited in New York Times news reports as a contributor to stories, and a prominent Israeli newspaper calls her the Times’ “deputy bureau chief” for the Times’ Jerusalem bureau, its bureau for covering Israel-Palestine.

From information she has posted online, it appears that Noveck is an American who moved to Israel after college. According to Torah in Motion, which promotes Jewish dialogue and speakers, two of her children were serving in the Israeli military as of 2012. It is unclear whether her children are currently still on active duty or whether they are now serving as Israeli reserve soldiers.

In either case, it appears that while Noveck has been writing and contributing to news reports about Israel and about the Israeli military, her children have been serving in it.

Such a situation appears to constitute a clear conflict of interest – even according to the Times’ own ethics standards – and should normally cause a journalist to be assigned to a different area of reporting.

When it came to light in 2010 that then chief of the Times’ Jerusalem bureau, Ethan Bronner, had a son in the Israeli military, even the Times’ own ombudsman concluded that Bronner should be reassigned.

In response to requests for information and interviews with Noveck and Times Executive Editor Jill Abramson, a Times spokesperson issued a written statement claiming that Noveck is “not a reporter,” but merely a “long-time news assistant in The Times’s bureau in Jerusalem.”

The statement went on to say:  “She works under the direction of our bureau chief primarily doing translation and research.  She is an Israeli citizen.  If she has children and they are also Israeli citizens, presumably they would be required to serve in the military*.  This situation would not constitute a ‘breach with impartiality.’”

I wrote back pointing out (1) that Times’ conflict of interest requirements include family members and (2) that Noveck’s byline appeared on a news report. The spokesperson then admitted that Noveck “on rare occasions received a byline” but still maintained that “she is not a reporter.”

However, the Times’ published ethics standards generally extend ethical requirements ”to all newsroom and editorial page employees, journalists and support staff alike.”

Reporters Frequently Have Ties to Israeli Military

This incident is part of a pattern of ethics violations concerning reporting on Israel.

Isabel Kershner, a senior Times reporter in the region, is an Israeli citizen whose husband, according to Fairness and Accuracy in Reporting (Fair) works for an Israeli organization, the Institute for National Security Studies (INSS), which has close ties to the Israeli military and is “tasked with shaping a positive image of Israel in the media.”

A FAIR study of articles that Kershner had written or contributed to since 2009 found they had overwhelmingly relied on the INSS for analysis about events in the region.

A multitude of journalists at the Times and elsewhere have had close personal and family ties to the Israeli military – almost none of them ever disclosed, including the previous Times bureau chief Ethan Bronner, as noted above.

Jonathan Cook, a British journalist based in Israel, quotes a Jerusalem bureau chief who stated: “… Bronner’s situation is ‘the rule, not the exception. I can think of a dozen foreign bureau chiefs, responsible for covering both Israel and the Palestinians, who have served in the Israeli army, and another dozen who like Bronner have kids in the Israeli army.”

Cook writes that the bureau chief explained: “It is common to hear Western reporters boasting to one another about their Zionist credentials, their service in the Israeli army or the loyal service of their children.”

For more information on journalists’ pro-Israel conflict of interest violations see ”US Media and Israeli Military: All in the Family,” “Jodi Rudoren, Another Member of the Family: Meet the New York Times’ New Israel-Palestine News Chief,” “Ethan Bronner’s Conflict With Impartiality,” and ”AP’s Matti Friedman: Israeli citizen and former Israeli soldier.”

It would appear from this pervasive pattern that many of the owners, editors, and journalists who determine U.S. reporting on Israel-Palestine believe that normal ethics requirements don’t apply in regard to Israel.

This situation holds serious consequences for the American public. American taxpayers give Israel over $8 million per day (more than to any other country) and, as a result, most of the world views Americans as responsible for Israeli actions, exposing us to escalating risks.

Osama Bin Laden and others have often cited U.S. support for Israeli crimes as a primary cause of hostility against us.

It is thus essential that Americans be accurately and fully informed. This is unlikely to happen while those reporting for American news media (whether “reporters” or “assistants”) have such close ties to Israel and its powerful military forces.

Witnesses Describe Soldiers Shooting Protesters with High-Speed Canisters

Anderson was shot in 2009 after a protest in the Palestinian village of Ni’lin in the West Bank. Since 2007 Ni’lin villagers and others have been demonstrating against the illegal Israeli confiscation of up to a third of the village’s land (following previous confiscations in which the majority of the village’s original land was taken by Israel).

Gabby Silverman, a witness to the shooting of Tristan Anderson, describes the incident: “Tristan had wandered off with his camera. I was looking at him. And out of nowhere, they opened fire on us. The first shot they fired, they got Tristan.”

Anderson is now in a wheelchair with permanent brain damage. He is hemiplegic (paralyzed on the left, formerly dominant, side of his body). He is blind in his right eye and part of his head and frontal lobe were destroyed.

The kind of canister Israeli forces shot at Anderson is particularly dangerous, according to their manufacturer itself. The shells have a range of several hundred meters, yet Israeli soldiers fired at Anderson from approximately 60 meters away.

The canisters’ manufacturer, Combined Systems, Inc. (CSI), classifies them as “barricade penetrators” and advises that they should not be fired at people. A spokesperson for an Israeli human rights organization says, “It’s like firing a small missile.” Because of an internal propulsion mechanism, they hurtle through the air at 122 meters per second.

CSI is reportedly the primary supplier of tear gas to Israel. A watchdog group reports that the company flew the Israeli flag at its Jamestown, Pennsylvania, headquarters until, in advance of a planned Martin Luther King Day demonstration, CSI took it down and replaced it with the Pennsylvania state flag.

According to an in-depth report on CSI by Pennsylvania professor Dr. Werner Lange, the company was founded by two Israelis, Jacob Kravel and Michael Brunn.

A month after Anderson was shot, a Palestinian nonviolence leader was killed by this same type of tear gas canister when an Israeli soldier shot it into the victim’s chest (the fifth Palestinian killed in Ni’lin by the Israeli military in a year and a half).

The next year Israeli forces fired a similar canister at a young American art student, Emily Henochowicz, destroying one eye. An eyewitness reported that an Israeli soldier intentionally aimed the canister at Henoschowitz while she was participating in a nonviolent demonstration.

In 2012 another Palestinian was killed when an Israeli soldier shot him in the face with what appears to have also been a long-range CSI canister.

The occupying Israeli forces have consistently suppressed the Ni’lin villagers’ unarmed protests against the stealing of their land. As of 2012, Israel had arrested more than 350 villagers, killed 5 – including a 10-year-old child – injured “multiple” protesters with live ammunition, and broken the bones of 15 people with tear gas projectiles, according to the villagers’ website, created to document the situation.

There are similar reports from other Palestinian villages, where several other protesters have died from tear gas fired by Israeli forces.

It is unfortunate that almost none of this was even hinted at in Myra Noveck’s New York Times report.

*While military service is required for both males and females in Israel, only about 50 percent actually serve; many Israelis have refused to serve in the Israeli military for reasons of conscience.

Alison Weir is executive director of If Americans Knew and president of the Council for the National Interest. She can be reached through contact@ifamericansknew.org.

For more information on Anderson, videos of the incident, and the latest updates go to http://www.justice4tristan.org/.

Ni’lin is also sometimes referred to as Nilin or Na’alin.

Another Journalist with Children in the Israeli Military » CounterPunch: Tells the Facts, Names the Names.

Israel: Demolitions of Bedouin homes in the Negev desert must end immediately | Amnesty International

Israel must immediately halt all demolitions of Arab Bedouin homes in communities in the Negev/Naqab desert which the government has refused to recognize officially, Amnesty International said, following news that the village of al-‘Araqib was once again razed by land authorities.

“The Israeli authorities must halt demolitions in these communities and change course completely to guarantee all citizens’ right to adequate housing,” said Philip Luther, Director of Amnesty International’s Middle East and North Africa Programme.

“The Israeli government’s Prawer-Begin plan would lead to the forced eviction of tens of thousands of Arab Bedouin citizens of Israel. The plan is inherently discriminatory, flies in the face of Israel’s international obligations and cannot be accepted in any circumstances.”

Bulldozers from the Israel Land Administration, accompanied by a large and heavily-armed police force in more than 60 vehicles, arrived in al-‘Araqib early on Tuesday morning and began to destroy 15 shacks, effectively flattening the village and displacing 22 families.

The village, which has never been officially recognized by the Israeli authorities despite the residents’ longstanding claims to their lands, has been demolished more than 50 times in the past three years. Each time, residents have tried to rebuild their homes, constructing makeshift shelters on the same land.

“We have the right to remain here; our struggle has continued for generations and we will persevere,” said Aziz al-Turi, a resident from the village. “Our grandfathers are buried on this land. We will continue to rebuild and demonstrate to defend our right to live here.”

The latest demolition came a day after mass protests were staged across Israel, the occupied West Bank and in the Gaza Strip, against the proposed “Law for Regularizing Bedouin Habitation in the Negev”. This law would provide for the forced eviction of more than 30,000 residents from 35 “unrecognized” Bedouin villages in the Negev desert. In some areas, including Be’er Sheva and Sakhnin, Israeli police used excessive force against peaceful demonstrators opposing the plan.

All construction in these villages is considered illegal by the Israeli authorities, and their 70,000 residents lack basic services, including water and electricity.

Amnesty International is urging the Israeli authorities to scrap the draft law, which is expected to lead to a massive increase in home demolitions in these communities. Although the draft has only passed its first reading in the Knesset (parliament), the Israel Land Administration regularly demolishes homes and other structures in these villages unhindered. More than 120 homes and other structures in these villages have been demolished over the last five months.

“The repeated demolitions in al-‘Araqib and other villages show that the Prawer-Begin plan is being implemented on the ground, despite the fact that the bill is still pending in the Knesset and that the communities which will be affected still have not been genuinely consulted,” said Philip Luther.

“The Prawer-Begin plan discriminates against Arab Bedouin by providing less protection for their land and housing rights compared to other Israeli citizens. The international community must pressure the Israeli government to respect its human rights obligations within its borders, as well as in the Occupied Palestinian Territories.”

Further information:

Protests on 15 July and responses of the authorities

Protests against the Prawer-Begin plan and the draft Israeli law took place on 15 July in Palestinian communities throughout Israel, as well as in the Occupied Palestinian Territories. The High Follow-Up Committee for Arab Citizens of Israel also called for a general strike.

Israeli security forces and police used excessive force against demonstrators in Be’er Sheva and Sakhnin, while the Hamas de facto administration prevented a demonstration by youth activists in Gaza City and the Palestinian Authority prevented protesters from marching from Ramallah towards the illegal Israeli settlement of Beit El.

In Be’er Sheva, the largest city in Israel’s southern Negev region, Israeli police and special police forces arrested 14 demonstrators, including two women and two children. Delegates from Amnesty International Israel observed the protest. Demonstrators were peaceful, but Israeli police charged into the crowds on horseback and used force during the arrests. The demonstrators have been charged with “assaulting a police officer.”

In Sakhnin, in the north of Israel, Israeli forces arrested some 14 demonstrators, including three women and a child. One of the women arrested was Fathiya Hussein, a human rights activist who works at Adalah, the Legal Center for Arab Minority Rights in Israel. Israeli police forces charged into the demonstrators on horseback and fired tear gas and sponge-tipped bullets at demonstrators.

In occupied East Jerusalem, Israeli forces arrested at least 10 protesters, some of whom were children. Approximately 12 protesters were injured when Israeli forces, including men in civilian clothing, attacked the demonstrators and bystanders.

viaIsrael: Demolitions of Bedouin homes in the Negev desert must end immediately | Amnesty International.

Gideon Levy Incontra WADI’A ,il bambino di 5 anni fermato dall’IDF a Hebron

Non sapevamo che Wadi’a fosse in realtà un detenuto recidivo: egli aveva 5 anni e 9 mesi di età, quando è stato arrestato la scorsa settimana dai soldati israeliani di fronte alle telecamere dell’ organizzazione per i diritti umani ” B’Tselem” . Non era il suo primo arresto, ma piuttosto il terzo.

Il bambino sembra essere traumatizzato: non sorride, parla poco, si ritira ad ogni tentativo di accarezzargli la testa, si spaventa per ogni soldato che passa, bagna il letto durante la notte, si sveglia urlando e si rifiuta di dormire nella sua casa situata di fronte alla Tomba dei Patriarchi a Hebron.

Wadi’a è diventato parte della consapevolezza pubblica, israeliana e internazionale dopo che otto soldati armati della Brigata Givati delle Forze di Difesa Israeliane lo hanno arrestato per strada e lo hanno portato con loro nella loro jeep blindata con l’accusa di aver gettato un sasso contro le ruote di una vettura appartenente ai coloni. Le telecamere di B’Tselem hanno documentato l’accaduto : il bambino detenuto piange con il padre, ammanettato e bendato, seduto accanto a lui.

viaFrammenti vocali in MO:Israele e Palestina: Gideon Levy Incontra WADI’A ,il bambino di 5 anni fermato dall’IDF a Hebron.

I Carabinieri (indegnamente) italiani complici dell’occupazione sionista in Palestina

1 luglio 2013, Hebron, Palestina (o quel che ne resta di essa ad Hebron). Sono nel vecchio mercato e sto filmando. Arrivano 8 soldati israeliani, parrebbe stiano per irrompere in qualche casa.

Li seguo con la videocamera, ed infatti, arrivano al portone di una casa. Stanno per sfondare, ma si accorgono che li sto filmando e il mio collega è già attacco al cellulare per chiamare rinforzi. Ci guardano, si bloccano, parlano fra di loro e si allontanano guardandomi e parlando fra di loro. Questo è uno degli aspetti importanti dell’essere qui con l’ISM. Filmare con le video camere quello che fanno li scoraggia un pochettino. Ma, dall’altro lato della strada noto due macchine bianche con sigla “TIPH” e con persone a bordo in divisa stile “croce rossa”. Ritorno nelle strette vie del mercato per comperare qualche cheffia e mentre sono nel negozio arrivano un uomo e una donna con le divise che avevo notato prima, sono italiani, iniziamo a parlare.

Mi dicono che sono del TIPH e chiedono chi siamo, gli rispondiamo che siamo dell’ISM, ma mi dicono di non conoscerlo… Allora aggiungo : “è il solidarity movement, quello del quale faceva parte Vittorio Arrigoni….” ci rispondono che non sanno chi sia.. “Ahia”, mi dico c’è qualcosa che puzza.. Mi dicono che loro sono stati riconosciuti dai governi (non come l’ISM) e che forse quel momento arriverà anche per noi. TIPH: “un passo per volta…in fondo noi siamo neutrali, sai, è difficile dire chi sia qui l’oppresso…”.

No, dico, ma stiamo scherzando? Siamo ad Hebron, in una città che per metà è morta perchè è stato chiuso l’accesso, una città fantasma, con muri di cemento che chiudono gli accessi, check point, barriere; tutto questo fatto dagli israeliani per mandar via i palestinesi ed occupare la terra. In una città dove esercito e coloni sparano, umiliano e perseguitano i palestinesi. E questo tizio mi dice questa fesseria?

Quindi, quando rientro in casa, indago via internet per capire chi sono.. E sbang! Quando apro il loro sito web trovo la sorpresa: non sono volontari, godono dell’immunità diplomatica, trattasi di organizzazione nata in Norvegia e poi formata da membri di Norvegia, Italia, Danimarca,Svezia, Svizzera e Turchia. Per quanto riguarda l’Italia, sono i Carabinieri e Esercito. Per la Turchia c’è la Polizia Turca… Sono qui ad Hebron in “missione temporanea come osservatori”. La temporaneità sarebbe già da mettere in discussione, visto che l’accordo con Israele e Palestina l’hanno fatto nel 1997, ma, è il ruolo di osservatori che non capisco.

Nell’episodio del quale sono testimone, loro erano lì, hanno visto che i soldati stavano per sfondare la porta e irrompere nella casa di una famiglia per applicare poi gli stessi metodi… Il TIPH, non è intervenuto, ha effettivamente “osservato”. Perchè? Qual’è lo scopo? A cosa servono? Sono pagati da noi per star qui a far cosa se davanti ad una violenza non intervengono non solo perchè sono in missione, ma per UMANITA’ che ogni essere vivente dovrebbe avere.

Rimango con il dubbio: il TIPH è qui per vivere un pò a spese nostre senza fare una cippa, o sono qui per osservare qualcuno in particolare?

thanks to: Samantha Comizzoli

Occupation’s jails

Halahle did not receive any medical treatment for his serious disease

NABLUS, (PIC)– Family of detainee Thaer Halahle appealed to all human rights organizations to intervene and save the life of their seriously ill son.

The family told Ahrar center for prisoners’ studies and human rights on Sunday that Halahle, from Al-Khalil, recently discovered that he was suffering from liver disease but was not given any treatment in Israeli captivity.

Fuad Al-Khuffash, the director of the Ahrar center, said that Halahle, 34, was arrested by the Israeli occupation forces in Ramallah only a few months after his release from administrative detention.

He said that his disease was the result of dental treatment while in jail where the dentist in Askalan jail used contaminated tools in his treatment.

The director warned that medical neglect of his case would gravely exacerbate his condition especially when this illness is very serious if left untreated.

Khuffash charge the Israeli occupation authorities with deliberately neglecting the treatment of Palestinian sick prisoners in its jails.

Halahle is held in Ofer jail and has threatened to go on hunger strike if he was not accorded proper treatment for his illness.

Report: “Detainee Abu Hamdiyya Died Of Advanced Stage Of Carcinoma”

Sunday [June 16] Head of the Palestinian Forensics Center, Dr. Saber Al-‘Aloul, stated that the final findings of the forensic report regarding the cause of death of detainee Maisara Abu Hamdiyya, revealed that he suffered from a fourth stage Carcinoma. Abu Hamdiyya died more than 2 months ago.

Abu Hamdiyya suffered a fourth stage Carcinoma center in his lung lymphatic, liver and spine, throat cancer extending to his vocal cords, and brain tumor, Al-‘Aloul said during a press conference at the Government Media Center in Ramallah.

Despite the seriousness of his condition, the Israeli Prison Administration did not grant Abu Hamdiyya the needed specialized and urgent medical treatment, until it was too late.

During a press conference in Ramallah, Al-’Aloul stated that Abu Hamdiyya did not receive any treatment, not even one chemotherapy session, an issue that led to spread of cancer to various vital organs.

He held Israeli directly responsible for the death of Abu Hamdiyya, and said that Israel deprives the Palestinian detainees from adequate medical treatment, and imprisons them under very harsh inhumane conditions.

During the press conference, Palestinian Minister of Detainees, Issa Qaraqe’, stated that Abu Hamdiyya is the latest victim of Israel’s ongoing violations against the detainees.

He said that 204 Palestinian detainees died in Israeli prisons and detention center since 1967, and that 52 of them died due to the lack, or absence, of medical attention.

Qaraqe’ added that the forensic experts who examined the body of Abu Hamdiyya demanded forming a joint local and international committee to visit the detainees in various Israeli prisons, and provide the sick with the needed medical attention.

Head of the Palestinian Prisoners Society (PPS), Qaddoura Fares, stated that there is no doubt that Abu Hamdiyya died due to the lack of medical attention.

Fares called for translating the autopsy report of Abu Hamdiyya into different languages, and to submit it to various international organizations, including the United Nations.

He said that ailing detainees in Israeli prisons are facing gradually deteriorating medical conditions due to Israel’s illegal policies and practices.

Abu Hamdiyya’s sister stated that, in 2007, he suffered hemorrhaging blood from his stomach, and was moved to the Ramla Prison Clinic, but no tests or diagnostics were carried out.

He died on April 2 this year, at the Intensive Care Unit of the Soroka Medical Center in Be’er As-Sabe’ (Beersheba). He was only moved to the medical center after a sharp and very serious deterioration in his health condition.

Haj Saadi Alsakhal dies under torture in PA jails

NABLUS, (PIC)– Haj Saadi Alsakhal died on Saturday afternoon in PA Intelligence headquarters in Nablus few hours after his arrest from his workplace, the Families of Political Prisoners Committee in the West Bank said.

The committee stated that PA forces broke violently into Haj Alsakhal’s workplace this morning in Rafedia and arrested him and his son Musab.

The PA forces came to arrest Musab but his father refused to hand his son. They started then shooting up in the air before arresting both the son and his father where they were taken to PA intelligence headquarters in Junaid prison, the committee explained.

In the prison, PA security forces brutally attacked and harshly beat the elderly man which resulted in Haj Alsakhal’s death few hours after his arrest.

It strongly condemned the crime considering it a violation to the national and human values. The statement stressed the need to prosecute those responsible for such crimes and violations against the Palestinian people.

thanks to:

Dirty Wars

Website: dirtywars.org

“This film blew me away from the first shot. It is one of the most stunning looking documentaries I’ve ever seen. So, for elevating the art of observational cinema through sophisticated lensing and an electric color palette, the Cinematography Award for U.S. Documentary goes to Dirty Wars” —Sundance Juror Brett Morgen


 

Film Review: Dirty Wars
by Rob Nelson

“Filed from the frontlines of the war on terror, documentarian Richard Rowley’s astonishingly hard-hitting Dirty Wars renders the investigative work of journalist Jeremy Scahill in the form of a ’70s-style conspiracy thriller. A reporter for the Nation, Scahill follows a blood-strewn trail from a remote corner of Afghanistan, where covert night raids have claimed the lives of innocents, to the Joint Special Operations Command (JSOC), a shadowy outfit empowered by the current White House to assassinate those on an ever-expanding ‘kill list,’ including at least one American. This jaw-dropping, persuasively researched pic has the power to pry open government lockboxes.”

 

 

 


Dirty Wars: Sundance Review
by John DeFore

“Bottom line: A strong filmmaking voice turns already disturbing material into a hot doc.”

“…[T]he film’s narrative drive offers a compelling package for viewers numbed by one news report after another about civilian deaths and secret hit lists. Its tough investigative tone and surprisingly stylish photography enhance cinematic appeal for a doc that merits theatrical exposure.”

 

 

‘Dirty Wars’ Documentary Wins Praise at Sundance Debut
by Marcy Medina

“Journalists are trained to keep themselves out of the story, but some can’t help become a part of it. In one of the most well-received documentaries at the Sundance Film Festival, Dirty Wars, Jeremy Scahill is both narrator and subject of one of the most incendiary stories in recent history. Directed, shot and edited by fellow war journalist and filmmaker Richard Rowley, Dirty Wars follows Scahill, national security correspondent for The Nation, as he reports on the U.S.’ covert war on terror, which according to the film has seen thousands added to the U.S. military’s ‘kill list,’ and elite forces that operate in the shadows.”

 

 


Dirty Wars Review
By Germain Lussier

“Dirty Wars is a focused, fascinating and frightening look at war in the 21st century, and a film you’re sure not to forget.”

A True-Life Crime Thriller About America’s Covert Wars
By Erica Abeel, The Huffington Post

“Dirty Wars is a game-changing, mind-blowing film…. Dirty Wars assumes the tantalizing shape of a mystery thriller as compelling as any feature film.”

In morte di Stefano Cucchi

“Non si possono fermare le nuvole”. Le parole di Erri ricollocano quelle del potere, in stile Giovanardi, nell’abisso della peggiore miseria. Nell’inumano.
******

12 Novembre 2009

Il potere dichiara che il giovane arrestato di nome Gesù figlio di Giuseppe è morto perché aveva le mani bucate e i piedi pure, considerato che faceva il falegname e maneggiando chiodi si procurava spesso degli incidenti sul lavoro. Perché parlava in pubblico e per vizio si dissetava con l´aceto, perché perdeva al gioco e i suoi vestiti finivano divisi tra i vincenti a fine di partita.

I colpi riportati sopra il corpo non dipendono da flagellazioni, ma da caduta riportata mentre saliva il monte Golgota appesantito da attrezzatura non idonea e la ferita al petto non proviene da lancia in dotazione alla gendarmeria, ma da tentativo di suicidio, che infine il detenuto è deceduto perché ostinatamente aveva smesso di respirare malgrado l’ambiente ben ventilato. Più morte naturale di così toccherà solo a tal Stefano Cucchi quasi coetaneo del su menzionato.

(Erri de Lucascrittore)

thanks to: Contropiano.org

Mother appeals for surgery for imprisoned son

Published Thursday 30/05/2013 (updated) 31/05/2013

GAZA CITY (Ma’an) — The mother of a prisoner from the Gaza Strip detained in Israel has appealed for emergency surgery for her son.

Murad Abu Moleq’s mother and father were able to visit their son in April.

“When I saw him he was terribly ill and needed an urgent surgery but Israeli prison administration refuses and postpones his surgery,” his mother told Ma’an.

She said he had already had one surgery to remove part of his intestine, but suffered serious infections after the operation and his condition worsened. She added that he had no health problems before his detention.

Murad’s brother Ziyad told Ma’an the family received information Murad was in a coma in a hospital in Beersheva.

Ziyad said Israel’s prison administration refused to update Murad’s lawyer on his condition, and whether he was expected to survive.

“My brother was shot in the leg and was detained while bleeding in June 2001. He was committing an attack against Israel and was caught and shot,” Ziyad said.

Murad was sentenced to 22 years.

thanks to:

“Mom, What Happened To My Legs”

Saturday May 25, 2013

Ata Mohammad Sharaka is only 13 years old, last week he was shot in the back, by a live round fired by Israeli soldiers at him near the Al-Jalazoun refugee camp, north of the central West Bank city of Ramallah. He was then moved to the Hadassah Israeli hospital in Jerusalem, suffering serious injuries, after the bullets hit his spine causing paralysis.

“Last Sunday, April 19, Ata came back home without his schoolbag after Israeli soldiers took it from him when they detained several students of the UNRWA school in the camp” his mother, I’timad Yassin, who stays next to him at his hospital bed, told WAFA, “They told him he’ll get his bag the next day from the school principal.”

The next day, Ata went to get his school bag, the situation in the refugee camp was calm, no clashes or confrontations, and then he bought Coke and sat in front of the shop to drink it.

He suddenly then fell onto the ground, and could not get up, he did not know what hit him, and shouted at some children playing nearby who rushed to help him, but they did not know what is wrong, and asked a young man to help.

The young man carried Ata, who was bleeding from his back, and took him to the Palestine Medical Center in Ramallah.

“I returned to the camp back from work, and some children told me that Ata was shot by the army, at first, I did not believe them because the situation was calm, and no clashes have taken place with the Israeli army”, the mother said, “I then called his father who has a store in Jifna nearby village, he said he did not see Ata today, I then just rushed to the hospital and the doctors told me that my son was shot, and is under surgery”.

The doctors said that Ata was shot in the back, the bullet hit his spine, shattering it, and penetrated his lung.

“They told me that my son will not be able to walk, at least for now, I was crying and screaming”, the mother said.

“My son was then moved to the Hadassah Hospital, the doctors said he was in a critical condition, and that the doctors in Ramallah did what was necessary to save his life”, the mother added, “They told us that he will remain hospitalized for at least two weeks before he can start physical therapy.”

The mother, with a low fragile tired voice and tears flooding her cheeks, tired restless eyes and body, continued, “Ata wakes up from time to time, he keeps telling me about what happened, then he always repeats the same question ‘Mom what happened to my legs, why can’t I move them’, the doctors try to keep him sedated for now due to intense pain he suffers”.

She said that the doctors told her that he is now is a stable condition, his life is not in danger anymore, “but his condition is not improving, yet it is not worsening”, the mother added.

“What did my son do to them to be shot like this, he did not even participate in protests, his only fault is that he went to retrieve his bag”, she continued, “Is he guilty because he wanted to get ready for his final exams of his seventh grade, is this a crime, is humanity gone, where are human rights groups”.

The soldiers claim that they shot him during clashes, and that he was trying to climb a settlement wall.

“But my son was shot while sitting in front of the shop, trying to drink his coke, in an area that is far away from the settlement and its walls…”, the mother said.

The child will be hospitalized for nearly two more weeks, before he is moved to a rehabilitation center, his only “fault” is that he went to school, and went back to retrieve his bag that was taken away by the soldiers, soldiers of an illegitimate occupation, soldiers who run and maintain one of the most cruel and brutal forms of apartheid.

thanks to: Saed Bannoura

Le camere a gas degli ebrei – The jewish gas chambers

Published Thursday 23/05/2013 (updated) 25/05/2013 20:33

GAZA CITY (Ma’an) – Anesthesiologists in Gaza hospitals confirmed Wednesday that a nitrous oxide canister, bought from Israel, contained carbon monoxide and was used mistakenly.

Gaza minister of health Mufeed Mukhallalati says medics at al-Shifa Hospital had an “unprecedented case which almost killed several patients at the hospital’s main operation room.”

He added that anesthesiologists noticed that the patients’ reaction to the anesthetic gas was very dangerous. Four patients suffered severe cardiac arrest but medics managed to save the patients’ lives.

“We decided to stop all surgeries Wednesday” as a precaution, he said.

The minister added that a special committee was appointed to probe the case. Initial findings show that gas in the canister used for anesthetization was carbon monoxide instead of nitrous oxide. Carbon Monoxide is toxic to humans.

“In Gaza, we are not allowed to produce nitrous dioxide or import it except via Israel, so we are investigating how the anesthetic gas was replaced with carbon monoxide,” al-Mukhallalati said. He highlighted that his ministry notified the Red Cross and the World Health Organization about the incident.

thanks to:

Palestinian Christian presence in Palestine endangered as a result of the occupation

There is an on-going conspiracy against the Christian presence in the Palestinian territories, said Hanna Issa Hadithah, an activist who supports the Christian presence in Palestine.

“The [Israeli] authorities bear primary responsibility for emptying the land of the Christ of Christians,” Hanna Issa said in an interview held in Ramallah.

Issa, who also heads the Muslim-Christian committee for supporting Al Quds and sanctity, added that there are currently 4300 Christians in Jerusalem only. However, the number of Christians in Jerusalem has almost halved in the past decade.

“The number of the Christians that remained in the Gaza Strip is now 1230 and 40,000 in the Occupied West Bank,” he added.

According to official statistics, Christians constitute less than 1 per cent of the Palestinian population in the Palestinian territories (the West Bank, East Jerusalem and Gaza).

Issa said that in the year 630, Christians made up 90 per cent of the population, “and now they constitute less than 1 per cent of the Palestinians residing in Palestine due to forced displacement by the Occupation, the economic situation and inducements by some missionary Zionist Christians.

The head of the committee also highlighted that Israel controls the areas where sacred Christian sites are located as well as the routes to these sites; therefore, Christians prefer to emigrate from the area.

Noting that the immigration of Christian Palestinians begun to take on a political nature since the middle of last century, “Israel’s objectives behind the rise of Christian immigration from Palestine is to empty its lands from Christians.” “It aimed at emptying Palestine from its civilizational components and diversity in line with the Israeli policy toward damaging the Palestinian people’s culture and scattering Palestinians around the world.

Issa noted that all Palestinians – Muslim and Christian – have a common culture and live in the same circumstances. “But the immigration of Christians from Palestine requires a serious and responsible pause by relevant political actors.

He noted that the Palestinian Authority has no strategy to confront this decline, and that there is no purely Christian Church in Palestine to follow up on the catastrophe. Churches in Palestine are affiliated with other Christian denominations in other countries, and there is no Christian Church for Palestinian Christians; one which would confront the danger.

He concluded that the Palestinian Authority’s institutions and civil society organisations in Palestine must prevent this emigration and reinforce the presence of this group, “as there is a dire need to find a comprehensive vision for the nation’s issues, and serious work need to be undertaken by Muslims and Christians together in order to confront the various challenges that the Palestine Issue faces.”

thanks to:

 

Le forze israeliane tentano di arrestare due bimbi di 5 e 6 anni

Gerusalemme – Ma’an. Le forze israeliane hanno interrogato nella giornata di giovedì due bambini palestinesi a Gerusalemme. Ne ha dato notizia il loro padre.

Iyad al-Awar ha dichiarato a Ma’an che le forze israeliane hanno fatto irruzione a casa sua e hanno cercato di sottoporre a fermo i suoi due figli, Qassam di 6 anni e Nasrallah di 5 anni.

Il signor Al-Awar ha impedito l’arresto, ma le truppe hanno presentato un mandato che gli ordinava di portare i suoi figli al Russian Compound di Gerusalemme.

“Una volta arrivati ​​al Russian Compound, i soldati volevano trattenere i miei figli per le indagini ma io mi sono rifiutato e così mi hanno picchiato, colpendomi sull’orecchio e sulla gamba. I miei bambini hanno iniziato a piangere ed erano veramente spaventati dalle forze israeliane. E poi li hanno presi con la forza”, ha affermato al-Awar.

I funzionari dell’intelligence hanno interrogato i bambini in merito a loro cugino Shadad, detenuto, e hanno chiesto loro se l’avessero visto lanciare pietre o bottiglie molotov contro le forze israeliane, secondo quanto riportato dal padre.

“Siamo stati rilasciati la sera stessa, ma il mio cellulare mi è stato confiscato”, ha aggiunto.

Traduzione per InfoPal a cura di Erica Celada

20/5/2013

thanks to: Erica Celada

La continua Nakba: Il costante sfollamento forzato del popolo palestinese

Le pratiche e le politiche israeliane sono una combinazione di segregazione razziale, occupazione militare e colonializzazione utilizzate come metodo per pulire etnicamente il territorio della Palestina Storica dalla presenza indigena palestinese. Il regime israeliano non si limita ai palestinesi che vivono nei Territori Occupati Palestinesi (TOP), ma altresi ai palestinesi che risiedono nel lato israeliano,. All’interno della linea di confine dell’armistizio del 1948, cosi come coloro che vivono in esilio forzato.

Riflessioni sul fatto se la soluzione a uno o due stati sia il mezzo piu’ giusto per porre fine all’ingiustizia e la sofferenza nella Palestina storica, trascurando il fatto che un soggetto giuridico è già stato adottato in tale determinate territorio: in effetti, il trattamento d’Israele dei palestinesi non ebrei in tutta Israele e nei TOP, costituisce un regime discriminatorio finalizzato a controllare la maggior quantita di territorio con la minima quantità di indigeni palestinesi che risiedono su di esso.

Le principali componenti di tale struttura, discriminano i palestinesi in diversi settori quali la nazionalità, cittadinanza, diritti di residenza e di proprietà terriera. Questo sistema è stato originariamente applicato nel 1948, con il fine di dominare e di espropriare le proprietà di tutti i palestinesi sfollati, anche tra i 150.000 palestinesi che erano riusciti a rimanere all’interno dei confini della linea dell’armistizio del “1948, coloro che più tardi divennero cittadini palestinesi di Israele. Dopo l’occupazione della restante parte della Palestina storica da parte delle forze israeliane nel 1967, questo territorio fu sottoposto al medesimo regime israeliano. In sostanza, l’intenzione di colonizzare la Palestina storica sulle spese della sua popolazione palestinese indigena risale agli inizi del movimento sionista, decenni prima della creazione dello Stato di Israele.

Il movimento sionista

Il movimento Sionista è stato formato alla fine del XIX secolo, con l’obbiettivo di creare una patria per gli ebrei tramite la formazione di un ‘… movimento nazionale per il ritorno del popolo ebraico nella loro patria e la ripresa della sovranità ebraica nella terra d’Israele.’iIn quanto tale, l’impresa sionista ha unito il nazionalismo ebraico cui mirava a creare e promuovere, con il colonialismo trapiantando le persone, per lo più provenienti dall’ Europa in Palestina, con l’appoggio delle potenze coloniali europee. La storia Ebraica e’ stata interpretata con l’intento di creare una specifica identita’ nazionale ebraica per giustificare la colonializzazione della Palestina.

Sostanzialmente, il movimento dovette dare una definizione al “popolo ebraico”, quindi un’identità nazionale doveva essere creata e questa identità doveva essere legata alla presenza ebraica in Palestina nel primo secolo DC. E’ importante notare, che come ogni altra identità nazionale che non si è costituita da un naturale sviluppo sociale ma che invece si è creata sulla base di una concezione e sulla volonta’ dei suoi creatori, di conseguenza, gli ebrei di tutto il mondo erano parte di un solo e medesimo popolo, che ha condiviso la stessa storia, che ammirava gli stessi eroi nazionali, e che si sono uniti nel desiderio di ritornare nel loro territorio e nella loro terra d’origine. Tuttavia, come giustamente conclude Ilan Pappe, «il sionismo non era … l’unico caso nella storia in cui un progetto colonialista è stato perseguito in nome di ideali nazionali e non di ideali colonialisti. I sionisti si sono trasferiti in Palestina alla fine di un secolo in cui gli europei controllavano gran parte dell’Africa, dei Caraibi ed altri luoghi nel nome del ‘progresso’ o dell’ idealismo…». Tuttavia, la cosa unica d’Israele è l’effetto del sionismo sul popolo che ha affermato di rappresentare. Basandosi sul concetto di ebraismo come identita’ nazionale, i seguaci della fede ebraica in tutto il mondo diventerebbero, per la legge israeliana, ”cittadini” ebrei, sia che accettino o meno questa classificazione. Ad oggi, Israele continua a definire la sua cittadinanza extraterritoriale.

La creazione di uno Stato Nazionale ebraico in una terra con una piccola minoranza ebraica poteva essere concepibile solo attraverso lo spostamento forzato della popolazione indigena esistente accanto all’impianto di nuovi coloni ebrei. Per i palestinesi indigeni che sono riusciti a rimanere entro i confini di quello che divenne lo Stato d’Israele, la loro propria identità nazionale è stata relegata a rango inferiore. Per esempio, l’articolo 2 della legge statale sull’istruzione, afferma che ”L’obiettivo dell’istruzione dello stato è…di educare ogni bambino ad amare…il suo popolo e la sua terra…[di] rispettare la propria…eredità ed edentità culturale per impartire la storia della Terra di Israele…[e] di insegnare … la storia del popolo ebraico, del patrimonio e della tradizione ebraica…”.iii Oltre ad essere oggetto di discriminazione istituzionalizzata, i palestinesi che sono riusciti a rimanere all’interno della parte della Palestina storica, usurpata nel 1948 – di cui oggi vi sono oltre 1,2 milioni di palestinesi – sono costretti ad essere cittadini di uno stato in cui non sono ammissibili per la loro nazionalità.

Come accennato in precedenza, la principale manifestazione sionista di segregazione razziale, è stato il trasferimento forzato della popolazione palestinese. Il compito di stabilire e mantenere uno stato ebraico in un territorio prevalentemente non – ebreo, è stato eseguito con la forza spostando la maggioranza della popolazione non ebraica. Oggi il 70% dei palestinesi sparsi nel mondo non sono altro che i discendenti dei palestinesi sfollati con la forza da parte del regime israeliano.iv L’idea di “trasferimento” nel pensiero sionista è stato rigorosamente tracciato da Nur Masalha nel suo libro, ”Espulsione dei Palestinesi: il concetto di “trasferimento” nel pensiero politico Sionista, 1882-1948”, ed è racchiuso nelle parole di uno dei primi pensatori sionisti, Israel Zangwill. Nel 1905, Zangwill affermò, «…Se vogliamo dare una terra ad un popolo che è senza terra, è follia assoluta permettere che il paese sia dei due popoli…»v Yosef Weitz, ex direttore del Dipartimento delle Terre del Fondo Nazionale Ebraico, è stato ancora più esplicito quando, nel 1940 , ha scritto:

…Deve essere chiaro che nel paese non c’è pazio per entrambi i popoli (…) l’unica soluzione è la terra di Israele, almeno una terra occidentale di Israele senza arabi. Non vi è spazio per compromessi (…) Non vi è altro modo che trasferire gli arabi da qui ai paesi limitrofi (…) Non vi deve essere lasciato neanche un paese neanche un (beduino) tribù “.vi

I diritti e l’etica non si dovevano mettere in mezzo, o come ha argomentato Ben Gurion nel 1948, «La guerra ci darà la terra. I concetti ”nostro” e ” non nostro” sono solamente dei concetti di pace, e nella guerra questi concetti perdono il loro valore ».vii

L’essenza del sionismo, pertanto, è giustamente riassunta come la creazione e la fortificazione di una specifica identità nazionale ebraica, l’acquisizione della massima quantità di terra palestinese, assicurando che il numero minimo di persone non ebree rimangono su quella stessa terra, e che un numero massimo di cittadini ebrei vengono impiantati su di essa. In altre parole, il sionismo, fin dal suo inizio, ha reso necessario il trasferimento di persone. Nel 1897, il movimento Sionista quando ha messo le basi per la colonializzazione della Palestina Mandataria, sotto il motto, ” un popolo senza una terra otterrà una terra senza popolo”, ha dovuto affrontare tre principali ostacoli:

  • La popolazione indigena palestinese che viveva nel territorio.
  • La proprietà privata e terriera dei palestinesi che vivevano nel territorio.
  • Carenza di una popolazione ebraica sufficiente nel territorio.

Per poter superare questi tre ostacoli, Israele aveva bisogno di creare un sistema legale che gli permetesse di mantenere il nuovo Status quo conseguito. Il movimento Sionista, e dopo Israele, non aveva interesse nel creare un sistema nel quale un gruppo ” raziale” dominasse l’altro. Lo scopo d’israele era, ed è tutt’ora, non quello di sfruttare la forza lavoro indigena o semplicemente di limitarne la loro partecipazione politica e sociale, ma piuttosto, l’intenzione era quella di stabilire uno stato ebraico-sionista omogeneo prevalentemente per gli ebrei.. Questo era chiaro dai primi anni del movimento Sionista, illustrato dal fatto che Israele ancora oggi non ha confini definiti. Come spiegato da Golda Meir, «…I confine sono determinati in base a dove vivono gli ebrei, non da dove vi è una linea s’una mappaviii» – Questa dichiarazione in combinazione con la famosa dichiarazione di Ben Gurion del 1937: «il trasferimento forzato degli arabi dalle valli dael previsto stato ebraico, ci potrebbe dare qualcosa che non abbiamo mai avuto…dobbiamo attenerci a questa conclusione allo stesso modo in cui abbiamo afferrato la Dichiarazione Balfour, più di questo, allo stesso modo con cui abbiamo afferrato al sionismo..»ix. Il sionismo stesso offre infinite possibilità per trasferire i palestinesi fuori e impiantare i coloni ebrei nel territorio.

Come illustrato da Nur Masalha, tra il 1930 e il 1948, il movimento sionista ha pianificato 9 differenti strategie per il trasferimento forzato della popolazione indigene palestinese, iniziando nel 1930 con lo schema di trasferimento di Weizmann fino al piano Dalet effettuato nel 1948x.

Per poter affrontare i tre ostacoli, il movimento sionista ha avviato una serie di misure pro-attive e preventive sottoforma di leggi, pratiche e politiche. Qui di seguito, verranno elaborate le misure piu’ importanti.

Migrazione privileggiata

Nel 1950, Israele per potersi assicurare un numero sufficiente di ebrei nei territori colonializzati, adotto la ”legge Israeliana del Ritorno”. Questa legge prevede che oqualsiasi persona ebrea nel mondo ha il diritto alla ”nazionalità ebraica” e può immigrare in Israele e ottenere la cittadinanza israeliana. Sotto questa legge, un cittadino ebreo è ” colui che è nato da madre ebrea, o che si è convertito al Giudaismo e che non fa parte di un altra religionexi”. L’Articolo 4 (a) della Legge del Ritorno prevede che “I diritti di un ebreo ai sensi della presente legge e i diritti di un olehxii ai sensi della Legge sulla Cittadinanza, così come i diritti di un oleh ai sensi di qualsiasi altro decreto legislativo, sono acquisiti  da un figlio e un nipote di un ebreo, il coniuge di un ebreo, il coniuge di un figlio di un ebreo e il coniuge di un nipote di un ebreo, ad eccezione di una persona che è stata ebrea e che ha volontariamente cambiato la sua religione “. xiii Da un lato, gli ebrei godono del diritto di poter entrare in Israele anche se non sono nati in Israele o se non hanno qualsivoglia connessione con Israele. Dall’altro lato, i palestinesi, la popolazione indigena del territorio, sono esclusi dalla legge del Ritorno sulla base del fatto che non hanno origini ebraiche, e di conseguenza non godono dello status di cittadini sotto qualsiasi legge israeliana,e non hanno un automatico diritto di entrare il paese.

Questa legge mira a semplificare ed incoraggiare l’immigrazione delle persone ebraiche in Israele, con lo scopo di ottenere lo stato ebraico immaginato dal progetto Sionista. Affianco a questo, bisogna evidenziare il ruolo svolto dall’Organizzazione Sionista Mondiale, in quanto gioca un ruolo importante nell’organizzare della migrazione ebraica in Israele e nei TOP. Gli obbiettivi di questa organizzazione furono formulati prima della creazione dello stato di Israele e furono fortificati nel 1952, anno in cui il parlamento israeliano fece passare ” la legge di Stato dell’Organizzazione Sionista” e la firma di una convenzione tra il governo Israeliano e l’esecutivo Sionista, in base alla quale le aree di responsabilità dell’organizzazione rimasero quelle relative all’immigrazione e il suo assorbimento e l’insediamento delle popolazioni ebraiche all’interno dei territori della palestina storicaxiv.

Diritti di Proprietà (xv)

In relazione al secondo ostacolo menzionato prima, la legge israeliana sulla proprietà degli assenti emanata nel 1950, fu utilizzata per confiscare le proprieta legalmente possedute degli sfollati palestinesi, dei rifugiati e degli sfollati interni.

Il termine ‘assente’ era stato definito in modo cosi ampio da includere non solo i palestinesi che erano fuggiti dopo la creazione dello stato israeliano, ma includeva anche coloro che erano fuggiti dalle loro case ma che erano rimasti all’interno degli stesi confinixvi. In fatti il termine, comprendeva anche molti ebrei. Tuttavia, una disposizione, che all’apparenza non era basata sulla razza, esentava gli assenteisti che lasciarono la loro casa per vari motivi tra cui “la paura dei nemici di Israele”; così di fatto escludendo la popolazione ebraica dalla applicazione della legge. Una volta confiscata, la terra in questione terra divenne proprietà dello Stato.

La legge sull’acquisizione della terra del 1953, è stata emanata al fine di completare il trasferimento allo stato israeliano di quelle terre confiscate ai palestinesi che non erano state abbandonate durante gli attacchi del 1948. Nelle parole dell’ex ministro delle Finanze israeliano Elilezer Kaplan, si afferma lo scopo di tale legge «… era quello di infondere la legalità in alcuni atti compiuti durante e dopo la guerraxvii”. Un processo quasi identico ha avuto luogo nei TOP in seguito all’occupazione del 1967, … l’acquisizione di terre palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza procede [va] lungo diverse linee contemporaneamente».xviii

Come risultato della strategia israeliana di confisca delle terre, i palestinesi oggi posiedono solo una piccola percentuale delle terre della Palestina mandataria o storica. xixL’espansione delle località palestinesi esistenti in Israele e nei TOP è stata drasticamente ridotta a causa della politica israeliana di pianificazione altamente disciminatoria. Dal 1967, data in cui israele occupò la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, Israele non ha permesso la creazione di nuovi comuni palestinesi.xx L’ordine militare israeliano numero 418, permise di creare un regime di progettazione e di costruzione che concedeva allo stato Israeliano il pieno controllo di tutti quesi settori legati alla pianificazione e sviluppo nei TOP. Come risultato, le comunità palestinesi si trovano spesso separate dalle loro terre circostanti. Al contrario, le località ebraiche, anche le piu’ piccole, hanno dei piani di progettazione dettagliati e regolamenti edilizi riguardanti l’uso del territorioxxi. Per riassumere la situazione: ” Lo spazio territoriale israeliano è stato molto dinamico, le modifiche sono state principalmente in una sola direzione: gli ebrei espandono il loro controllo territoriale tramite una varietà di mezzi, tra cui la continua costruzione d’insediamenti, mentre i palestinesi sono stati rilegati all’interno di una geografia invariata”.xxii

Il trasferimento forzato della popolazione

L’ostacolo fondamentale per il movimento sionista, la popolazione palestinese stessa, è stato affrontato in vari modi nel corso degli ultimi sei decenni. Piu’ di sei milioni di palestinesi sono stati sfollati con la forza – inclusi i loro discendenti – dalle loro case, e la legge israeliana ”Prevenzione dall’infiltrazione” del 1955, e gli ordini militari 1649 e 1650xxiii hanno impedito ai palestinesi di tornare legalmente in Israele e nei TOP. Questo spostamento forzato, deliberato e pianificato equivale ad una politica ed una pratica di trasferimento forzato della popolazione palestinese, o di pulizia etnica.Questo processo ebbe inizio ancor prima del 1948, ed è in vigore tutt’oggi.

Quasi un milione e mezzo di palestinesi sono stati sfollati tra il dicembre 1947 e il maggio 1948. Il più grande deflusso di profughi ha avuto luogo nel mese di aprile e l’inizio del maggio 1948 in concomitanza con l’inizio delle operazioni eseguite dall’organizzazioni paramilitari sioniste.

Il movimento Sionista ha dichiarato la creazione dello stato di Israele il 15 maggio 1948, da qui circa 750.000 palestinesi erano diventati profughi. La maggior parte dei rifugiati sono stati sfollati dalle forze militari israeliane (comprese le milizie sioniste para-statali) che utilizzavano tattiche che violano i principi fondamentali del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani: attacchi sui civili, massacri e altre atrocità; espulsione, distruzione e il saccheggio delle proprietà.xxiv

Questo periodo della recente storia palestinese recente è definito come la Nakba, la catastrofe palestinese. La Nakba ha radicalmente modificato la Palestina. Tuttavia il processo del trasferimento forzato dei palestinesi indigeni non si è concluso con la creazione di Israele nel 1948, ma è tristemente iniziato quell’anno. Quasi ogni anno che passa dalla Nakba si continua comunque ad assistere ad una ondata di trasferimento forzato, in cui, alcuni anni l’onda è più alta che in altri. Per esempio, durante il 1967, altri 400.000 palestinesi divennero profughi.xxv

Lo sfollamento forzato in corso del popolo palestinese, equivale ad una politica ed una pratica di trasferimento forzato della popolazione palestinese. Secondo la Sotto-Commissione sulla Prevenzione della Discriminazione e la Protezione delle Minoranze della precedente Commissione per i diritti umani:

“L’essenza del trasferimento della popolazione rimane un movimento sistematico, coercitivo e deliberato ….della popolazione all’interno o all’esterno di una zona … con l’effetto o lo scopo di alterare la composizione demografica di un territorio, in particolare quando tale ideologia o politica asserisce la dominazione di un certo gruppo su un altro”. xxvi

Il trasferimento forzato della popolazione è illegale e costituisce un crimine internazionale, affermato dalla ”Risoluzione degli Alleati sui Crimini di Guerra Tedeschi”, adottata nel 1942. La codificazione più forte e più recente del crimine si trova nello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, che definisce chiaramente il trasferimento forzato della popolazione e l’impianto di coloni come crimini di guerra.xxvii

Al fine di conseguire il trasferimento forzato della popolazione palestinese indigena al di là dei confini della Palestina storica, sono state sviluppate e applicate molte leggi, politiche e pratiche israeliane, così come le azioni specifiche di soggetti para-statali e di altri soggetti privati. Oggi, questa pulizia etnica viene portata avanti da Israele nella forma di una politica generale di ”trasferimento silenzioso” e non piu’ tramite le deportazioni di massa che si sono assistite nel 1948 o 1967. Questo spostamento è silenzioso, nel senso che Israele lo compie nel tentativo di evitare l’attenzione internazionale, spostando un piccolo numero di persone su una base settimanale. Esso si distingue dal trasferimento evidente che si era raggiunto sotto la patina della guerra, nel 1948. Qui è importante notare che la politica di trasferimento di Israele non è né limitata da confini geografici di Israele né quelli dei TOP.

L’odierna politica di trasferimento silenzioso

La politica israeliana di trasferimento silenzioso è evidente nelle leggi, politiche e nelle prassi dello Stato. Israele usa il suo potere per discriminare, espropriare e, infine, per portar avanti lo sfollamento forzato della popolazione autoctona non ebraica dalla zona della Palestina storica. Per esempio, il sistema di pianificazione territoriale e zonizzazione israeliano ha costretto 93.000 palestinesi di Gerusalemme Est a costruire senza un permesso di costruzione. L’87 per cento di quella zona è off-limits per uso palestinese, e la maggior parte del restante 13 per cento è già costruitoxxviii. 19 Dal momento che la popolazione palestinese di Gerusalemme Est è in costante crescita, ma ha dovuto espandersi in aree non partizionate per la residenza palestinese da parte dello Stato di Israele. Tutte quelle case sono ora sotto la costante minaccia di essere demolite dall’esercito o dalla polizia israeliana, lasciando cosi gli abitanti sfollati e senza un tetto.

Un altro esempio, è il piano approvato dal governo, il piano Prawer, che prevede il trasferimento forzato di 30.000 cittadini palestinesi di Israele a causa di una politica di ripartizione israeliana che non ha riconosciuto più di trentacinque villaggi palestinesi situati nel Naqab (Negev).xxix Israele ritiene gli abitanti di quei villaggi come intrusi illegali e abusivi, e come tale, si trovano ad affrontare la minaccia imminente di spostamento. Questo avviene nonostante il fatto che queste comunità sono precedenti alla nascita dello stato d’Israele.

Nel 2012, La Corte Suprema israeliana, con la sua decisione di vietare il ricongiungimento familiare tra palestinesi con cittadinanza israeliana e le loro controparti all’interno e al di là della linea dell’armistizio del 1948. L’effetto di questa sentenza ha portato alla creazione di diversi Status civili per i palestinesi in base al territorio in cui vivono: cittadino israeliano, Carta d’Identità di Gerusalemme , Carta d’Identità della Cisgiordania o quelli con la Carta d’Identità di Gaza, tra l’altro tutte rilasciate da Israele ma cominque non possono vivere legalmente insieme su entrambi i lati della Linea dell’Armistizio 1948. Quindi, essi si trovano di fronte a una scelta di vivere all’estero, vivere distanti l’uno dall’altro o correre il rischio di vivere insieme illegalmentexxx. Tale sistema viene utilizzato come ulteriore mezzo per dislocare in maniera forzata i palestinesi, cambiando cosi la demografia d’Israele e TOP, a favore di una popolazione prevalentemente ebraica. Questa intenzione demografica, si riflette nel ragionamento della Corte nella sua decisione, in cui si affermava che “… i diritti umani non sono una ricetta per un suicidio nazionale”.xxxi Questo ragionamento è stato ulteriormente enfatizzato da Otniel Schneller, membro della Knesset, che ha dichiarato che “la decisione articola la logica della separazione tra i [due] popoli e la necessità di mantenere una maggioranza ed un carattere ebraico dello stato… xxxii”. Questo, ancora una volta dimostra l’immagine dello Stato di Israele come Stato ebraico con un insieme diverso di diritti per i suoi abitanti ebrei e non ebrei, i quali maggiormente sono palestinesi.

Nazinalità ebraica

Tutti i diversi mezzi con cui Israele innesca lo spostamento dei palestinesi sono legati al concetto centrale di nazionalità ebraica, in quanto questo è il meccanismo giuridico che consente e garantisce la costante discriminazione contro la popolazione non ebraica. Questo stesso concetto è il legame tra il sionismo e il costruito ‘diritto’ della nazione ebraica di stabilirsi e occupare il territorio della Palestina storica. In altre parole, il concetto di nazionalità ebraica è il perno del regime israeliano di apartheid in quanto affronta entrambi gli obiettivi del sionismo: la creazione e la manutenzione di una specifica identità nazionale ebraica, e la colonizzazione della Palestina storica, attraverso la combinazione dell’insediamento dell’ebreo colono e il trasferimento forzato di tutti gli abitanti non ebrei.

Il modo in cui questo concetto si incarna in legge, è attraverso la separazione della cittadinanza (‘Israeliana’), dalla nazionalità (‘ebraica’). Questa separazione è stata confermata dalla Corte suprema israeliana nel 1972xxxiii. Tale distinzione permette ad Israele di discriminare i suoi cittadini palestinesi e, ancor più gravemente, contro i rifugiati palestinesi, garantendo che determinati diritti e privilegi siano subordinati dalla nazionalità ebraica. La principale fonte di discriminazione nei confronti dei profughi palestinesi è legge israeliana del Ritorno del 1950, e la legge sulla cittadinanza israeliana del 1952, che concede automaticamente la cittadinanza a tutti i cittadini ebrei, ovunque essi risiedano, vietando allo stesso tempo i rifugiati palestinesi di ritornare e di risiede legalmente nel proprio territorio. Il regime israeliano ha sostanzialmente diviso il popolo palestinese in diversi stati politico-giuridici distinti, come indicato negli esempi seguenti Nonostante le loro categorizzazioni differenti secondo la legge israeliana, i palestinesi in tutti i livelli mantengono uno status inferiore a quello dei cittadini ebrei che vivono all’interno dello stesso territorio o al di fuori.

Categoria n.1: Status Privilegiato

  • I Cittadini ebrei –> che vivono all’estero e in Israele –> Completo accesso ai diritti politici, sociali, economici ed alle prestazioni.

Categoria n.2: Status Inferiore

  • I cittadini palestinesi d’Israele –> che vivono all’estero e in Israele –> Minori diritti e accesso limitato alle prestazioni.
  • I cittadini palestinesi che vivono nei TOP –> vivono sotto l’occupazione –> diritti negati / limitati –> dirittio ad entrare in Israele o di muoversi all’interno dei TOP negato / fortemente limitato, diritti politici, sociali ed economici negati / fortemente limitati.
  • I rifugiati palestinesi che vivono all’estero –> Sfollati con la forza, apolidi, nessun diritto di ritornare alle loro case. xxxiv

Approccio per il futuro

Questo è il motivo per cui è molto importante cercare soluzioni radicate in un approccio rigorosamente basato sui diritti. Un approccio basato sui diritti potrebbe essere meglio descritto come normativamente basato sui standard internazionali sui diritti e funzionalmente diretto a promuovere e tutelare tali diritti. “Nell’ambito di un approccio basato sui diritti, i piani, le politiche ed i programmi sono ancorati a un sistema di diritti e doveri stabiliti dal diritto internazionale”xxxv. Pertanto, un approccio basato sui diritti dovrebbe integrare le norme, gli standard e i principi del sistema dei diritti internazionali nei piani, nelle politiche e nei processi che mirano a trovare delle soluzioni del conflitto in questione. Nel caso della Palestina e di Israele, questo approccio potrebbe cercare soluzioni basate sul diritto internazionale, piuttosto che fare affidamento sui negoziati per giungere ad una soluzione duratura e giusta.

L’applicazione del diritto e degli standard internazionali dovrebbe essere rivendicazione e non una richiesta attraverso dei negoziati. Semplicemente parlare come in qualsiasi altro caso di una violazione del diritto sia a livello nazionale o internazionale, l’autore del reato non dovrebbe ricevere una posizione privilegiata, attraverso negoziati, per riformulare il conflitto e le possibili soluzioni ad esso. Questo dovrebbe essere lasciato alla legge stessa, oltre ad eventuali corti o comitati. Nello stesso modo in cui si sarebbe lasciato al giudice nazionale di decidere su un furto, reati internazionali dovrebbe essere affrontata con la stessa serietà e determinazione. In altre parole, le violazioni del diritto internazionale devono soddisfare gli stessi standard delle violazioni della legge all’interno delle impostazioni nazionali.

In realtà, questo continua assenza di responsabilità israeliana nel conflitto israelo-palestinese, mina la legittimità del diritto internazionale, in particolare i diritti umani, il diritto umanitario e il diritto penale internazionale. E ‘quindi il momento di garantire che il diritto internazionale è molto più di una retorica utopica, ma invece è un sistema giuridico solido che protegge i diritti, stabilisce obblighi e soprattutto, crea realtà che rispecchiano i suoi valori fondamentali e principali.

Amjad Al Qassis

letture consigliate:

Mercedes Melon, “The Forcible Transfer of the Palestinian People from the Jordan Valley”, al-Majdal Forced Population Transfer in Palestine; Thinking Practically about Return (Spring-Summer 2012), available at: http://BADIL.org/en/al-majdal/item/1766-art6

Salman Abu Sitta, “Living Land: Population Transfer and the Mewat Pretext in the Naqab”,al-Majdal Forced Population Transfer in Palestine; Thinking Practically about Return (Spring-Summer 2012), available at: http://BADIL.org/en/al-majdal/item/1765-art6

Khalil Tafakji, “Jerusalem: A Displacement Master Plan – Interview with Khalil Tafakji”,al-Majdal Palestine’s Ongoing Nakba (Autumn 2008 Winter 2009), available at: http://BADIL.org/en/al-majdal/item/8-jerusalem-a-displacement-master-plan-interview-with-khalil-tafakji

Ongoing forcible displacement within and beyond the 1948 Armistice Line

Sami Abu Shehadeh and Fadi Shbaytah, “Jaffa: From Eminence to Ethnic Cleansing”, al-Majdal Palestine’s Ongoing Nakba (Autumn 2008 Winter 2009), available at: http://www.BADIL.org/en/al-majdal/item/4-jaffa-from-eminence-to-ethnic-cleansing

Note:

i Mitchell Geoffrey Bard and Moshe Schwartz, One Thousand One Facts Everyone Should Know about Israel (Rowman & Littlefield, 2005), p. 1.

ii Ilan Pappe, “Zionism as Colonialism: A Comparative View of Diluted Colonialism in Asia and Africa”, South Atlantic Quarterly 107:4 (Fall 2008), pp. 611-633, p. 612.

iii Aticle 2 of the Israeli State Education Law 1953 (amended in 2000).

iv BADIL Resource Center for Palestinian residency and refugee rights, Palestinian Refugees and Internally Displaced Persons Survey of 2008-2009 (BADIL 2009

v Nur Masalha, Expulsion of the Palestinians: The Concept of “Transfer”in Zionist Political Thought, 1882-1948 (Institute for Palestine Studies 1992), p. 10.

vi Benny Morris, 1948 and After: Israel and the Palestinians (Oxford University Press, 1994), p. 121.

vii Masalha, p. 180.

viii Noam Chomsky, “Middle East Diplomacy: Continuities and Changes”, Z Magazine (December 1991).

ix Nur Masalha, Expulsion of the Palestinians: the concept of “transfer” in Zionist political thought, 1882-1948 (Institute for Palestine Studies 1992), p. 210.

x Ibid, p. 140

xi Joseph Schechla, The Consequences of Conflating Religion, Race, Nationality, and Citizenship, Al Majdal, Winter-Spring 2010, 14.

xii An oleh is a Jewish term referring to a Jew who is immigrating to Israel.

xiii See, for example, the reports of the UN Special Rapporteur Prof. John Dugard to the Human Rights Council: A/HRC/4/17 and A/HRC/7/17.

xiv Ambica Bathia, “Israel’s Discriminatory Laws”, BADIL Bulletin No. 26 (September 2012).

xv This section is based on a forthcoming paper by BADIL on the issue of land, planning and zoning laws in the context of Israel and the oPt. On file with author.

xvi Forman, G. and Kedar, A. “From Arab land to ‘Israel Lands’: The Legal Dispossession of the Palestinians Displaced by Israel in the Wake of 1948” Environment and Planning D: Society and Space, Vol 22 (2004), p. 814.

xvii See Forman and Kedar,p.820.

xviii Dajani, S., Ruling Palestine – A History of the Legally Sanctioned Jewish-Israeli Seizure of Land and Housing in Palestine (2005), p. 78.

xix See BADIL, “Palestinian Refugees and Internally Displaced Persons Survey of 2008 – 2009” (2009).

xx See Salman Abu Sitta,Tthe Palestinian Nakba 1948 (The Palestinian Return Centre 2000).

xxi See A. Cohen-Liftshitz and N. Shalev, The Prohibited Zone: Israeli Planning Policy in the Palestinian Villages in Area C (Bimkom, Jerusalem: 2008).

xxii Kedar, S., Khamaisi, R., and Yiftachel, O., “Land and Planning” in After the Rift: New Directions for Government Policy Towards the Arab Population in Israel (Ghanem, A., Rabinowtiz, D., and Yiftachel, O. eds), p. 17.

xxiii Al-Haq, “Al-Haq’s Legal Analysis of Israeli Military Orders 1649 & 1650: Deportation and Forcible Transfer as International Crimes” (April 2010), available at: http://www.alzaytouna.net/english/Docs/2010/Al-Haq-April2010-Legal-Analysis.pdf.

xxiv BADIL Resource Center for Palestinian Residency and Refugee Rights, “Al-Nakba: The Continuing Catastrophe”, BADIL Occasional Bulletin No. 17 (May 2004).

xxv See BADIL Resource Center for Palestinian residency and refugee rights, Palestinian Refugees and Internally Displaced Persons Survey of 2008-2009 (BADIL 2009).

xxvi See the human Rights Dimensions of Population Transfer including the Implantation of Settlers, Preliminary Report prepared by A.S. al-Khawasneh and R. Hatano.

xxvii Emily Haslam, “Unlawful Population Transfer and the Limits of International Criminal Law”, The Cambridge Law Journal Vol. 61, No. 1 (March 2002), pp. 66-75.

xxviii OCHA-OPT, Demolitions and Forced Displacement in the Occupied West Bank (2012).

xxix See Adalah, “The Prawer Plan and Analysis” (October 2011), at: http://www.adalah.org/upfiles

/2011/Overview%20and%20Analysis%20of%20the%20Prawer%20Committee%20Report%20Recommendations%20Final.pdf.

xxx ]See HCJ 466/07, MK Zahava Galon v. The Attorney General, et al. (petition dismissed 11 January 2012).

xxxi Ben White, “Human rights equated with national suicide”, Aljazeera (12 January 2012) at: http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2012/01/20121121785669583.html.

xxxii Ibid

xxxiii George Raphael Tamarin v State of Israel 1972.

xxxiv Ambica Bathia, “Israel’s Discriminatory Laws”, BADIL Bulletin No. 26 (September 2012).

xxxv See among others, OHCHR, “APPLYING A HUMAN RIGHTS-BASED APPROACH TO CLIMATE CHANGE NEGOTIATIONS, POLICIES AND MEASURES” (2007), available at: http://www.ohchr.org/Documents/Issues/ClimateChange/InfoNoteHRBA.pdf

Fonte: BADIL Resource Center

 

thanks to:

Sayed: Abu Hamdiya was executed and prisoners won’t remain silent

TULKAREM, (PIC)– Abbas Sayed, head of the senior leadership committee of Hamas prisoners, revealed that the doctors in the Israeli jails had been giving captive Maysara Abu Hamdiya medicines that had exacerbated his health condition.

Sayed confirmed that “the prisoners will not remain silent regarding the murder policy adopted by the Israeli Prison Service against them.”

Lawyer for the International Tadamun (Solidarity) Foundation for Human Rights, who visited the Hadarim prison, quoted the Hamas leader as saying that the prison doctors were prescribing for the prisoner Abu Hamdiya medicines that have nothing to do with cancer, which had weakened his immune system and thus, his disease spread.

Sayed told the lawyer that two weeks before the death of Abu Hamdiya; Deputy Director of Prisons told him that his illness has reached an advanced stage because of medical neglect.

The head of the leadership committee of Hamas prisoners stressed that “the captives can no longer bear the policy of medical neglect, and started seriously considering confronting it in every possible way.”

He urged for “taking immediate moves for the release of the patient prisoners and for providing them with the appropriate treatment before it is too late.”

thanks to: The Palestinian Information Center

Come volevasi dimostrare la disinformazione dilaga

Bombardamenti israeliani e il capovolgimento della ragione

Evidenza – 14/11/2012

Visto che i media occidentali (italiani in testa), come già successe con Piombo Fuso (2008-2009), invertiranno l’ordine di causa ed effetti, dando la colpa ai palestinesi per i massacri israeliani, in un gioco di manipolazione dell’informazione da manuale orwelliano, stabiliamo alcuni punti cardine:

1) gli israeliani sono la potenza occupante, gli aggressori e non gli aggrediti.
2) Netanyahu e Barak, come gli altri loro colleghi, sono in campagna elettorale, e hanno bisogno di incassare il consenso politico dei loro elettori facendo strage di gazawi.
3) Quasi due milioni di gazawi stanno vivendo nel terrore, in queste ore, a causa delle bombe e dei massacri israeliani che finora hanno ucciso 10 persone, tra cui bimbi piccolissimi, carbonizzati.
4) I leader israeliani stanno cercando di convincere il mondo che sono loro le vittime, invece hanno le mani macchiate dal sangue palestinese, e ci sono tribunali, in vari Paesi, pronti ad arrestarli appena dovessero mettere piede sui loro territori.
5) Israele ha violato una tregua mediata dall’Egitto, bombardando Gaza.
6) I palestinesi hanno il diritto, riconosciuto dalle leggi internazionali, di difendersi come ritengono opportuno, dalle aggressioni israeliane.
7) Il popolo palestinese vorrebbe vivere in pace sulla propria terra, nelle proprie case, ma Israele non lo permette.
8) Israele non può che rimproverare se stesso per l’escalation in corso.
9) La scorsa settimana, Israele ha ucciso 7 civili, e la resistenza ha risposto lanciando razzi. Ora Israele sta raccontando che i bombardamenti in corso contro la Striscia sono una rappresaglia ai razzi della resistenza, quando è vero esattamente l’opposto.
10) Israele continua a imporre da anni l’assedio alla Striscia di Gaza.

© Agenzia stampa Infopal
E’ permessa la riproduzione previa citazione della fonte “Agenzia stampa Infopal – http://www.infopal.it&#8221;

A un solo giorno di distanza da queste profetiche parole pubblicate da infopal.it ecco le falsità che scrivono i principali media italiani pagati con il denaro delle nostre tasse:

secondo la Rai la colpa dell'offensiva israeliana su Gaza è dei Palestinesi e Israele si starebbe difendendo, FALSO.

secondo la Repubblica l'aviazione israeliana colpisce infrastutture di Hamas e cellule impegnate nel lancio di razzi, FALSO.

secondo il Corriere della Sera ci sarebbe una pesante offensiva palestinese su Israele, FALSO.
ecco la verità purtroppo:

thanks to: Angela Lano

la famiglia di Vittorio Arrigoni

Rosa Schiano

Escalation israeliana sulla Striscia di Gaza, 8-11 novembre 2012

Una nuova offensiva militare israeliana è iniziata giovedì pomeriggio.
Questa volta la maggior parte degli attacchi sono avvenuti da terra.
L’esercito israeliano ha bombardato con colpi di artiglieria molti punti della Striscia di Gaza, mentre da sabato vi sono stati anche attacchi aerei.
Sette persone sono state uccise, tra cui 3 bambini, ed almeno 50 i feriti, tra cui donne ed almeno 10 ragazzi e bambini.
Tra i feriti, 7 sono stati dichiarati clinicamente morti allo Shifa hospital. Ho fatto visita ieri al reparto di terapia intensiva, vi sono due bambini tra i 10 e 14 anni, ed un altro sui 18 che stanno lottando per sopravvivere.
Cinque persone sono state uccise sabato,tra cui 3 ragazzi. Quattro persone sono morte durante un attacco da terra in Shijaia ad est di Gaza city mentre giocavano a pallone ed almeno 38 sono rimaste ferite.
Inoltre, 2 membri della resistenza sono stati uccisi.
Sabato, 10 novembre 2012, l’esercito di Occupazione Israeliano ha sparato colpi di artiglieria colpendo alcuni bambini palestinesi che giocavano a pallone in Shijaia, quartiere est di Gaza city.
Due ragazzi sono stati uccisi: Mohammed Ussama Hassan Harara, 16 anni, e Ahmed Mustafa Khaled Harara, 17 anni.
In quel momento nella stessa area si stava anche tenendo una “tenda del lutto” presso la famiglia Harara. La famiglia stava celebrando il lutto per un parente deceduto.
Molte persone sono rimaste ferite quanto l’esercito israeliano ha sparato altri colpi di artiglieria.
Due persone sono rimaste uccise:  Ahmed Kamel Al- Dirdissawi, 18 anni e  Matar ‘Emad ‘Abdul Rahman Abu al-‘Ata, 19 anni.
Inoltre, almeno 38 persone sono rimaste ferite, tra cui 8 bambini.
Ecco le immagini dallo Shifa hospital in un video che ho girato in ospedale questa mattina.
il corpo di uno dei bambini in Terapia Intensiva. Questo bambino ha circa 10 anni.

Lo Shifa hospital ieri ha ricevuto in totale circa 40 feriti, di cui 6 ora sono in terapia intensiva, e 5 martiri. Il corpo di uno dei martiri è arrivato in pezzi in ospedale.
Il dottor Ayman Sahabany ha spiegato che questi bambini sono stati colpiti da frammenti dei colpi di artiglieria al petto, al torace, al collo, alla testa.
Alcuni hanno subito emorragia, ematoma anche alla testa, ferite alle arterie. Un altro dottore mi ha detto che non sanno se ce la faranno a sopravvivere.
Mentre il dottore ed una infermiera mi parlavano, davanti al corpo del più piccolo dei bambini, non potevo fare a meno di guardarlo, pregando dentro di me perché ce la facesse.
Impotenza. Avrei voluto avere il potere di poterlo salvare, ma posso solo sperare.
L’impotenza davanti a tanto dolore soffoca. Un’impotenza che mi fa sentire esplodere dentro, ma non fuori. Le lacrime, quelle, arrivano tutte ed improvvisamente, come un fiume inarrestabile che porta con sé tutto il dolore fino allo sfinimento.

Successivamente sono andata all’ospedale Kamal Odwan in Beit Lahia, a nord della Striscia di Gaza. I dottori mi hanno detto che ieri sera tra le undici e mezzanotte hanno ricevuto tre donne ferite in un attacco israeliano, una di 49 anni, le altre di 42 e 40 anni.  La scorsa notte infatti, verso mezzanotte, un aereo israeliano ha colpito con due missili una fabbrica di metallo in Jabalia, a nord della Striscia di Gaza, distruggendola e l’abitazione della famiglia Najjar è stata danneggiata. Nihad Fahmi al-Najjar, e le altre due donne sono rimaste ferite da frammenti di vetro sul corpo. Sono stati rilasciate perché le ferite sono superficiali. Alle 6.00 del mattino di ieri inoltre l’ospedale ha ricevuto il corpo di un martire, in pezzi. Il suo nome è Mohammed Obaid, 20 anni.

Successivamente sono andata all’European hospital in Khan Younis, a sud della Striscia di Gaza. Qui quattro bambini sono stati ricoverati e poi rilasciati con ferite lievi. Ho incontrato invece una donna ricoverata, Helene Najjar, 29 anni. E’ stata ferita da frammento di proiettile al fianco e forse oggi sarebbe stata operata. Ha raccontato che si trovava all’esterno l’abitazione della sua famiglia ad est di Khuza’a, a circa 500 mt dal confine, al momento dell’attacco. Con lei in ospedale c’era la madre, Samira Najjar, che ha raccontato che la casa è stata danneggiata ed i vetri crollati. Samira ha raccontato anche che prima avevano una casa vicino il confine, che è stata distrutta dai soldati israeliani durante Piombo Fuso. E suo marito, il padre di Helene, è stato ucciso durante Piombo Fuso. Helene ha due bambine ed un bambino. Tala, il piccolo, aveva lo sguardo triste. Aveva pianto molto per quello che è successo alla madre. I bambini crescono in fretta a Gaza.

Tala Najjar, figlio piccolo di Helen Najjar, ieri in ospedale accanto alla madre
Inoltre, nella stessa giornata di sabato e ieri mattina, aerei militari israeliani hanno colpito in due attacchi ed ucciso membri della resistenza palestinese, Mohammed Obaid, 20 anni (di cui ho detto prima e il cui corpo è arrivato in pezzi all’ ospedale Kamal Odwan) e Mohammed Said Shkoukani, 18 anni. 
Giovedì sera, 8 novembre 2012, un altro bambino è stato ucciso dall’esercito israeliano durante una incursione nel villaggio di Abassan, ad est di Khan Younis, a sud della Striscia di Gaza. 
Verso le 16:30 di giovedì, l’Esercito di Occupazione israeliano stava sparando dal confine indiscriminatamente contro le terre e le case dei civili palestinesi. Colpi di carro armato hanno raggiunto terreni e case. Un proiettile ha colpito il piccolo Ahmed Younis Khader Abu Daqqa, 13 anni, ferendolo gravemente all’addome. Ahmed stava giocando con i suoi amici a pallone vicino la sua abitazione quando è stato ferito.
Sono andata a trovare la sua famiglia durante la “tenda del lutto”. Sua zia ha raccontato che improvvisamente Ahmed è entrato in casa gridando alla madre che aveva dolore… si sono resi conto del proiettile ed è stato portato all’ European hospital in Khan Younis, dove è morto poco dopo. Oggi tornerò a visitare la sua famiglia per poter parlare con maggior tranquillità e portar loro nuovamente la mia vicinanza e la solidarietà di tanti italiani ed internazionali.
Pubblico qui una foto di Ahmed che ho trovato su internet mentre giocava a pallone, prima di essere ucciso
Ahmed Younis Khader Abu Daqqa, 13 anni, ucciso da un proiettile dell’Esercito di Occupazione Israeliano

Dopo aver visitato la famiglia del piccolo Ahmed, abbiamo visto la strada in cui è stato colpito dal proiettile. Abbiamo incontrato lì un contadino, Iyad Qudai, la cui casa, al mattino dello stesso giorno, era stata colpita da una bomba di carro armato.
Siamo così andati a visitare la sua abitazione.
Sul terreno attorno all’abitazione c’erano colpi di carro armato.

Questa è l’abitazione del contadino Iyad Qudai, centrata da una bomba di carro armato israeliano caduta sulla camera da letto dei bambini.

un altro colpo di carro armato nel terreno accanto all’abitazione di Iyad
Iyad ci ha detto che quella mattina c’erano 12 carro armati al confine e 6 bulldozers. in più, 2 elicotteri apaches e 3 droni.
Gli attacchi da terra lungo il confine con Israele sono aumentati nell’ultimo periodo.
D’altra parte durante le scorse settimane le autorità israeliane avevano minacciato una possibile operazione militare da terra. Questi attacchi colpiscono indiscriminatamente civili, per lo più contadini, le loro terre, le loro abitazioni, le loro fattorie, terrorizzano la popolazione.
Un attacco ha colpito anche la Compagnia di distribuzione dell’Elettricità di Gaza, danneggiando pesantemente la struttura.
Diversi sono stati anche gli attacchi aerei.
Al primo mattino di ieri un aereo israeliano ha colpito con tre missili una fabbrica di cemento in Tal al-Sultan, ad ovest di Rafah, a sud della Striscia di Gaza, distruggendola.
Un altro attacco aereo è avvenuto su un allevamento di polli nell’area di al-Hashash, a nord ovest di Rafah. L’allevamento è stato distrutto e molti animali sono morti tra cui pecore e volatili. Le case nelle vicinanze dell’allevamento sono state danneggiate.
Sempre ieri mattina, un aereo militare ha colpito con un missile un deposito agricolo in Beit Lahia, distruggendolo e danneggiando abitazioni vicine.
Nel pomeriggio di ieri sono continuati gli attacchi da terra e gli scontri con la resistenza palestinese che sta rispondendo agli attacchi israeliani da nord a sud della Striscia di Gaza.
Durante la notte, verso le 2.40, un attacco israeliano ha colpito uno spazio disabitato a nord ovest di Gaza city, non si riportano feriti.
Verso le 3.20, un raid nel nord di Gaza city ed un terzo raid in Zayotun hanno colpito basi militari di Hamas, senza causare feriti. Colpi di artiglieria israeliana si riportano anche in Beit Hanoun.
La situazione rimane di altissima tensione.
Nella mia mente, i bambini visti ieri in ospedale, la speranza che li possa abbracciare vivi, che possano ritornare a giocare.
thanks to: Rosa Schiano

Uccise 12enne, assolto poliziotto israeliano

Libero Omri Abu accusato dell’omicidio del 12enne Ahmed Mosa. Il mondo tace e lascia un bambino, difeso solo da una pietra, contro il fuoco di un fucile.

Martedì un giudice israeliano ha assolto un poliziotto dall’accusa di omicidio colposo di un bambino palestinese di 12 anni. Di nuovo a brillare sono l’impunità e il silenzio che la comunità internazionale riconosce quotidianamente ad Israele.

Il 29 luglio 2008 Ahmed Houssan Mosa, del villaggio di Ni’lin, fu centrato alla testa da un proiettile durante la tradizionale manifestazione del venerdì contro il Muro di Separazione e le colonie, che soffocano la vita della comunità. A sparare un poliziotto di frontiera*, Omri Abu, che ammise di aver aperto il fuoco due volte contro il bambino per rispettare gli ordini ricevuti dall’alto: “Non rispondere al lancio di pietre è considerata una debolezza – disse il poliziotto – Per questo l’ho colpito alla testa”.

Ahmed morì all’istante. Ma, secondo il giudice, Omri Abu non è colpevole perché non è detto che a causare la morte di Ahmed sia stata la pallottola che gli è penetrata nel cranio: l’accusa, secondo il giudice Liora Frenkel, non è stata in grado di provare “oltre ogni ragionevole dubbio” che il proiettile partito dal fucile M-16 del poliziotto abbia ucciso il dodicenne palestinese. A “confondere” le idee della corte, anche delle testimonianze, dei rapporti balistici e patologici contraddittori: la Frenkel ha ripreso la polizia israeliana perché le avrebbe sottoposto delle prove senza accompagnarle con la testimonianza di esperti in grado di dimostrarle.

Una follia giuridica. Alla fine di un processo per l’uccisione di un bambino di soli 12 anni, colpevole di marciare pacificamente per la libertà del proprio villaggio e della propria terra, il responsabile di un omicidio si ritrova condannato solo per abuso dell’arma: secondo il giudice, infatti, le sole colpe imputabili ad Omri Abu sono l’utilizzo eccessivo del fucile, seppure non fosse in pericolo, e la falsa testimonianza.

Un’accusa che il poliziotto ha sempre respinto: “Anche se ti trovi in un’auto anti-proiettile, devi rispondere. Se vedono che non reagisci, percepiscono la tua debolezza. Ero in pericolo”. Per questo ha aperto il fuoco contro un gruppo di manifestanti, per lo più bambini, che lanciavano delle pietre. Secondo le prove raccolte all’epoca dall’associazione palestinese per i diritti umani, Al Haq, Ahmed si era nascosto dietro un albero di ulivo quando il poliziotto lo ha visto, è sceso dal veicolo in cui si trovava, ha puntato la pistola e lo ha colpito da una distanza di 50 metri. Il fuoco è continuato a piovere su due manifestanti che tentavano di mettere in salvo il piccolo, ormai senza vita.

E pochi giorni dopo, al funerale di Ahmed, l’esercito israeliano ha di nuovo aperto il fuoco, uccidendo il 19enne Yousef Amira. Colpito alla testa, è morto poco dopo in ospedale.

L’impunità di cui godono le forze militari israeliane nella quotidiana occupazione della Palestina va portata sul tavolo della giustizia internazionale. Che però continua a voltare lo sguardo dall’altra parte: dal settembre 2000, anno di inizio della Seconda Intifada, al dicembre 2011, l’associazione israeliana B’Tselem ha contato 473 casi provati di violenze da parte delle forze di sicurezza contro palestinesi. Di questi solo undici hanno portato all’apertura di un’inchiesta.

Ahmed è morto mentre tentava di far sentire la propria voce, una voce flebile di fronte all’imponenza di un Muro che mangia la sua terra e strangola il lavoro, la storia e la dignità della Palestina. Un Muro che la stessa Corte Internazionale di Giustizia ha definito nel 2004 “illegale”. Eppure il mondo lascia un dodicenne solo a combattere per un diritto riconosciutogli a livello globale. Lo si lascia solo, difeso solo da una pietra, contro il fuoco di un fucile. Nena News

*La polizia di frontiera è uno dei corpi della polizia nazionale israeliana, per lo più impegnata in operazioni militari e di assistenza all’esercito in Cisgiordania e Gerusalemme Est. È considerata tra le forse di sicurezza più violente.

thanks to: Emma Mancini

Sabra e Shatila: "Ce lo dissero le mosche…"

Sabra e Shatila 30 anni dopo. Una strage rimasta impunita. Vi proponiamo l’articolo che scrisse Robert Fisk uno dei primi giornalisti ad entrare nei campi palestinesi dopo il massacro.

di Robert Fisk     settembre 1982

“Furono le mosche a farcelo capire. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l’odore. Grosse come mosconi, all’inizio ci coprirono completamente, ignare della differenza tra vivi e morti. Se stavamo fermi a scrivere, si insediavano come un esercito – a legioni – sulla superficie bianca dei nostri taccuini, sulle mani, le braccia, le facce, sempre concentrandosi intorno agli occhi e alla bocca, spostandosi da un corpo all’altro, dai molti morti ai pochi vivi, da cadavere a giornalista, con i corpicini verdi, palpitanti di eccitazione quando trovavano carne fresca sulla quale fermarsi a banchettare.

Se non ci muovevamo abbastanza velocemente, ci pungevano. Perlopiù giravano intorno alle nostre teste in una nuvola grigia, in attesa che assumessimo la generosa immobilità dei morti. Erano servizievoli quelle mosche, costituivano il nostro unico legame fisico con le vittime che ci erano intorno, ricordandoci che c’è vita anche nella morte. Qualcuno ne trae profitto. Le mosche sono imparziali. Per loro non aveva nessuna importanza che quei corpi fossero stati vittime di uno sterminio di massa. Le mosche si sarebbero comportate nello stesso modo con un qualsiasi cadavere non sepolto. Senza dubbio, doveva essere stato così anche nei caldi pomeriggi durante la Peste nera.

All’inizio non usammo la parola massacro. Parlammo molto poco perché le mosche si avventavano infallibilmente sulle nostrae bocche. Per questo motivo ci tenevamo sopra un fazzoletto, poi ci coprimmo anche il naso perché le mosche si spostavano su tutta la faccia. Se a Sidone l’odore dei cadaveri era stato nauseante, il fetore di Shatila ci faceva vomitare. Lo sentivamo anche attraverso i fazzoletti più spessi. Dopo qualche minuto, anche noi cominciammo a puzzare di morto.

Erano dappertutto, nelle strade, nei vicoli, nei cortili e nelle stanze distrutte, sotto i mattoni crollati e sui cumuli di spazzatura. Gli assassini – i miliziani cristiani che Israele aveva lasciato entrare nei campi per «spazzare via i terroristi» – se n’erano appena andati. In alcuni casi il sangue a terra era ancora fresco. Dopo aver visto un centinaio di morti, smettemmo di contarli. In ogni vicolo c’erano cadaveri – donne, giovani, nonni e neonati – stesi uno accanto all’altro, in quantità assurda e terribile, dove erano stati accoltellati o uccisi con i mitra. In ogni corridoio tra le macerie trovavamo nuovi cadaveri. I pazienti di un ospedale palestinese erano scomparsi dopo che i miliziani avevano ordinato ai medici di andarsene. Dappertutto, trovavamo i segni di fosse comuni scavate in fretta. Probabilmente erano state massacrate mille persone; e poi forse altre cinquecento.

Mentre eravamo lì, davanti alle prove di quella barbarie, vedevamo gli israeliani che ci osservavano. Dalla cima di un grattacielo a ovest – il secondo palazzo del viale Camille Chamoun – li vedevamo che ci scrutavano con i loro binocoli da campo, spostandoli a destra e a sinistra sulle strade coperte di cadaveri, con le lenti che a volte brillavano al sole, mentre il loro sguardo si muoveva attraverso il campo. Loren Jenkins continuava a imprecare. Pensai che fosse il suo modo di controllare la nausea provocata da quel terribile fetore. Avevamo tutti voglia di vomitare. Stavamo respirando morte, inalando la putredine dei cadaveri ormai gonfi che ci circondavano. Jenkins capì subito che il ministro della Difesa israeliano avrebbe dovuto assumersi una parte della responsabilità di quell’orrore. «Sharon!» gridò. «Quello stronzo di Sharon! Questa è un’altra Deir Yassin.»

Quello che trovammo nel campo palestinese di Shatila alle dieci di mattina del 18 settembre 1982 non era indescrivibile, ma sarebbe stato più facile da raccontare nella fredda prosa scientifica di un esame medico. C’erano già stati massacri in Libano, ma raramente di quelle proporzioni e mai sotto gli occhi di un esercito regolare e presumibilmente disciplinato. Nell’odio e nel panico della battaglia, in quel paese erano state uccise decine di migliaia di persone. Ma quei civili, a centinaia, erano tutti disarmati. Era stato uno sterminio di massa, un’atrocità, un episodio – con quanta facilità usavamo la parola «episodio» in Libano – che andava ben oltre quella che in altre circostanze gli israeliani avrebbero definito una strage terroristica. Era stato un crimine di guerra.

Jenkins, Tveit e io eravamo talmente sopraffatti da ciò che avevamo trovato a Shatila che all’inizio non riuscivamo neanche a renderci conto di quanto fossimo sconvolti. Bill Foley dell’Ap era venuto con noi. Mentre giravamo per le strade, l’unica cosa che riusciva a dire era «Cristo santo!». Avremmo potuto accettare di trovare le tracce di qualche omicidio, una dozzina di persone uccise nel fervore della battaglia; ma nelle case c’erano donne stese con le gonne sollevate fino alla vita e le gambe aperte, bambini con la gola squarciata, file di ragazzi ai quali avevano sparato alle spalle dopo averli allineati lungo un muro. C’erano neonati – tutti anneriti perché erano stati uccisi più di ventiquattro ore prima e i loro corpicini erano già in stato di decomposizione – gettati sui cumuli di rifiuti accanto alle scatolette delle razioni dell’esercito americano, alle attrezzature mediche israeliane e alle bottiglie di whisky vuote.

Dov’erano gli assassini? O per usare il linguaggio d