Gli ebrei odiano Israele

2017-06-24-01-29-44

Nel cuore di Gerusalemme esistono ebrei che non riconoscono lo stato di Israele, che si rifiutano di servire nell’esercito e che considerano il sionismo una ideologia perversa, supportano attivamente la causa palestinese e si rifiutano di pregare al Muro del Pianto. Sono i Neturei Karta, letteralmente “I Difensori della Città”. Raramente capita di vederli al di fuori della loro roccaforte: il quartiere ebraico ultra-ortodosso di Mea Shearim. Ufficialmente a nessuno è impedito l’ingresso, ma più mi addentro nel quartiere più i volti si fanno sospettosi, gli sguardi sempre più ostili, qualcuno mi urla qualcosa in Yiddish (gli ebrei anti-sionisti si rifiutano di parlare in Ebraico, lingua che utlizzano soltanto per pregare). I Neturei Karta rappresentano soltanto una piccola percentuale all’interno della galassia ultra-ortodossa presente in Israele, ma senz’altro sono tra quelli che negli ultimi anni hanno ottenuto maggiore visibilità. Molti di loro collaborano e hanno contatti diretti con esponenti di Hamas e Hezbollah oltre che aver supportato alcune delle teorie negazioniste dell’ex-presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. A Mea Shearim i soldati dell’esercito israeliano sono il nemico numero uno. Sono palestinesi infatti le uniche bandiere che sventolano appese ai balconi, sulle porte delle case fatiscenti la scritta in inglese “Jews are not Zionists”. All’interno della variegata società israeliana la comunità ultra-ortodossa inizia a rappresentare un serio problema per lo stato. Essi infatti non svolgono nessuna attività lavorativa e occupano le loro giornate studiando testi religiosi ma ricevono comunque sussidi da uno stato che non riconoscono. Oltre a questo evidente paradosso, che ha scatento contro di loro le ire degli strati più laici della popolazione, il numero degli haredi sta aumentando esponenzialmente. Secondo un recente studio, condotto dal centro israeliano di statistica, la media di figli per donna all’interno della comunità ultra-ortodossa ha raggiunto quota 7.5. IMG_20170624_092855_673 A Mea Shearim gli Haredi non possiedono computer né televisioni, non conoscono nulla di ciò che accade nel mondo. Quello che sanno lo apprendono tramite i pashkevilim, i grandi manifesti informativi che tappezzano i muri del quartiere. Alcuni di questi, firmati proprio dal movimento Neturei Karta invitano i giovani Haredi a “colpire” (senza specificare come) le donne soldato. Rav Meir Hirsch, il loro leader ci accoglie in casa con un sorriso nascosto dalla folta barba bianca. Porta un lungo abito nero, un cappello nero e una spilla con la bandiera palestinese appuntata sul petto. Rabbino Hirsch, chi sono i Neturei Karta? Il Movimento Neturei Karta è nato ufficialmente nel 1935 ma in realtà l’ideologia antisionista è iniziata già nel 1917 quanto fu siglata la dichiarazione di Balfour. Gli ebrei ortodossi di Gerusalemme si opposero strenuamente alla dichiarazione di Balfour perchè la creazione di uno stato ebraico avrebbe messo in pericolo l’ebraismo ortodosso (e la venuta del messia ndr). Nel 1935, mio nonno Aharon Katzenellenbogen fondò il movimento Neturei Karta. Neturei Karta è una parola in aramaico, significa “difensori della città”. Difendere la città dal sionismo dilagante. Per fare questo non usiamo armi. La nostra è una difesa ideologica. Con quali modalità portate avanti questa lotta? Lo facciamo tramite eventi pubblici, conferenze, manifestazioni, e incontri insieme a diversi leader politici nel mondo. Vogliamo che a tutti risulti chiaro ed evidente che il sionismo e l’ebraismo sono due idee opposte e contrarie. Qual’è la differenza fondamentale tra voi e gli altri ebrei haredi? In generale tutti gli Haredi sono contrari al sionismo, ma i Neturei Karta pensano che sia indispensabile agire attivamente contro questo male. Questa è la vera grande differenza. Alcuni Haredim però hanno creato un partito (lo SHAS ndr.) per dare una rappresentanza politica a queste idee. Cosa pensa di questa iniziativa? Siccome Israele ormai esiste, alcuni Haredim pensano che sia giusto combatterlo dall’interno. Noi siamo totalmente contro ogni forma di collaborazione politica col governo sionista. Non prendiamo soldi e non partecipiamo alle elezioni del parlamento. Non parliamo nella loro lingua, non serviamo sotto il loro esercito. Da parte nostra non facciamo nulla che possa legittimare l’esistenza di uno stato sionista. Quindi voi non prendete soldi dal governo come invece fanno altri haredi? Assolutamente no! non prendiamo nulla. E allora come fate a sopravvivere? Se non lavorate, con quali attività riuscite a mantenervi? Mandiamo persone a raccogliere fondi nei paesi stranieri. Esistono diverse personalità molto ricche all’estero che ci appoggiano. In questo modo riusciamo a sopravvivere. 2017-06-24-01-28-00 Quali sono i fondamenti teologici del vostro pensiero? È scritto nel Talmud in Ketubot nel foglio 111: Dio fece giurare al popolo ebraico che durante la diaspora non avrebbero sovvertito l’ordine delle nazioni del mondo. In alcun modo avrebbero creato un nuovo stato. La vera Israele verrà ricostituita soltanto quando arriverà il Messia. Non si può in nessun modo accelerare la sua venuta. Per questo noi siamo contrari al sionismo, è la Torah stessa ad essere contraria. Il sionismo non viene per unire, ma per strappare il popolo ebraico dalle sue radici profonde e trasformarlo in un nuovo popolo diverso da quello originale. Un nuovo popolo che non ha nulla a che fare con le sue radici religiose. Voi siete acerrimi nemici dell’esercito e contrastate in maniera molto forte la leva obbligatoria. Il governo però ha varato nuove leggi che agevolano l’ingresso degli ultra-ortodossi nelle forze armate. Molti giovani haredi iniziano ad arruolarsi… Per quanto riguarda l’arruolamento recente di alcuni haredi posso dirti che per noi chiunque si arruola diventa automaticamente un laico. Ti posso assicurare che non vi è alcun Haredi nell’esercito. Non sono Haredi, nemmeno se pregano e digiunano. Anche se porta i Peyot e gli TziTzit (i boccoli laterali e l’abito con le frange, tipici degli ebrei più ortodossi, ndr.), questo non fa di lui un ebreo credente. Quali sono i vostri rapporti con i movimenti palestinesi? Oggi sembra che tra Fatah e Hamas si sia ormai arrivati allo scontro aperto, voi da che parte vi schierate? Noi non siamo un ente politico ma un’entità ideologica. Per questo siamo in contatto sia con Hamas che con Fatah, non giudichiamo le loro questioni interne, ci interessa la lotta comune che portiamo avanti contro Israele seppur con diverse modalità. Noi supportiamo attivamente la battaglia dei palestinesi per la liberazione di questa terra. Noi stessi ci sentiamo a tutti gli effetti palestinesi. Riteniamo che il sionismo non abbia alcun diritto di governare su questa terra. L’idea di due stati per noi non ha nessun senso. Deve esserci una sola Palestina per entrambi i popoli. Voi ritenete che la Shoah sia stata architettata dai sionisti? Oggi se provate ad andare allo Yad Vashem vi raccontano che sionisti hanno salvato il popolo ebraico. Mentre invece hanno collaborato per sterminare parte del loro stesso popolo. Il leader dei sionisti ungheresi quando iniziò l’Olocausto disse: “Solo con il sangue potremo avere un nostro stato. Quanti più ebrei verranno uccisi nella Shoah, tanto più sarà facile ottenere uno stato”. E poi aggiunse “una vacca sul suolo israeliano per noi vale più di 1000 ebrei in Ungheria”. Queste sono accuse molto forti. Molto simili a quelle espresse dall’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Che cosa risponde a chi vi accusa di negazionismo? Bisogna innanzitutto dire una cosa: gli iraniani non hanno mai negato che la Shoah sia avvenuta. Noi anni fa organizzammo una conferenza insieme con le autorità iraniane per analizzare l’Olocausto in maniera critica. Sono stati i sionisti a dire che la conferenza aveva il solo scopo di negare l’Olocausto. Questa è l’unica vera arma che i sionisti possono usare contro gli iraniani per metterli in cattiva luce agli occhi del mondo: accusarli di negazionismo. La cosa che fa sorridere è che in Iran oggi abitano più di 30.000 ebrei che hanno un uguaglianza completa nei diritti. Anche più dei musulmani! Ha subito qualche pressione o minaccia da parte dello stato a causa di queste sue idee estreme? Sempre! Sono anni che vengo sorvegliato e minacciato. Dopotutto, io e gli altri Neturei Karta siamo in guerra contro lo stato Sionista. Passando all’attualità. Qual’è l’idea che vi siete fatti della situazione oggi in medio oriente anche rispetto alla Guerra in Siria e al terrorismo? Sono stati i sionisti a creare il problema dell’odio anti-ebraico nel mondo musulmano. La verità è sono loro il primo gruppo terrorista del medio oriente. Chi conosce un po’ di storia sa che coloro che per primi hanno sviluppato l’idea del terrore sono stati proprio i sionisti. Durante il mandato britannico hanno messo delle bombe al King David Hotel e compiuto numerosi attentati. E poi parlano degli arabi come fossero terroristi! Loro sono stati i maestri del terrorismo! Hanno insegnato al mondo come si fa il terrorismo! Come quando nel 1948 hanno preso i bambini palestinesi di Deir Yassin e li hanno trucidati nei modi più orrendi. Ma la situazione oggi è ben diversa dall’epoca del mandato… Assolutamente no! Oggi la cosa si è solo istituzionalizzata anche grazie al supporto degli Stati Uniti che forniscono ai sionisti le armi più sviluppate e micidiali per continuare a fare terrorismo in tutto il mondo ma in modo diplomatico. Allora sono tutti terroristi, sia i sionisti che i palestinesi che accoltellano civili e militari qui a Gerusalemme… Noi condanniamo sempre gli atti di violenza, ma riteniamo che i palestinesi non siano “terroristi”, per noi sono combattenti per la libertà. 2017-06-24-01-45-16 Cosa pensa invece della situazione dei cristiani perseguitati in medio oriente? Crede che anche dietro questo odio ci sia una macchinazione sionista? Non ho nessun dubbio che si tratti di una invenzione sionista e americana. Per raggiungere i loro obiettivi gli israeliani vogliono mettere gli uni contro gli altri. Vogliono creare una Guerra di religione che non esiste. Ma nel Corano esistono passaggi in cui è evidente l’odio verso I cristiani e verso gli ebrei… Questo non è vero! Ho letto il Corano e non esiste nessun versetto in cui si dice questo. Non c’è scritto nulla contro ebrei e cristiani. È previsto che paghino una tassa in quanto “popoli del Libro” ma non c’è scritto da nessuna parte che tutti devono convertirsi all’Islam. Riesce a prevedere una fine al conflitto tra Israele e Palestina? Secondo lei in quale modo avverrà questo? Io l’ho anche scritto al segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon. Per prima cosa l’ONU deve inviare qui un contingente internazionale che protegga I diritti del popolo palestinese contro l’occupazione sionista. Ma se si vuole essere razionali non bisogna coprirsi gli occhi e dire che va tuto bene. Bisogna a tutti I costi eliminare il governo sionista e riconsegnare la terra ai suoi legittimi proprietari cioè I palestinesi. Questa è la vera soluzione. In che modo pensa che si debba eliminare il governo sionista? Non avete detto di essere contro la violenza? Non serve la violenza! L’ONU deve cancellare la risoluzione con cui ha permesso la creazione dello stato di Israele. È come quando si fa un contratto…se posso fare una firma posso anche cancellarla. Gli ebrei che vivono qui potranno tranquillamente vivere insieme ai palestinesi come prima della creazione dello stato ebraico. Come può pensare che questo sia possibile? Certo che è possibile, il problema è che il mondo non guarda o non vuole vedere quello che avviene in Palestina. Il mondo parla, parla e non agisce. Nessuno fa nulla di concreto per risolvere questo problema. Ultima domanda. Lei non ha mai visto il muro del tempio pur abitando a poche centinaia di metri questo. Quanto desidera andare a pregare nel luogo simbolo del giudaismo? Moltissimo! Ma per via dell’occupazione non posso farlo. Quando qualcuno prega al muro del Tempio dovrebbe provare gratitudine. Io non posso provare questo sentimento, non posso dire grazie a chi ha occupato il mio paese.

thanks to: GLI OCCHI DELLA GUERRA

Ancient photos of Jerusalem

 

Jerusalem Südöstlicher Teil des Tempelplatzes. Links: Aķșā-Moschee, im Vordergrunde: Ķubbet eș Șachra (sogen. Omar-Moschee). 1915 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Südöstlicher Teil des Tempelplatzes. Links: Aķșā-Moschee, im Vordergrunde: Ķubbet eș Șachra (sogen. Omar-Moschee). 1915 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Südlicher und südöstlicher Teil der Altstadt von Nordost. 1915 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Südlicher und südöstlicher Teil der Altstadt von Nordost. 1915 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Westlicher Teil der Altstadt von Nordost. 1915 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Westlicher Teil der Altstadt von Nordost. 1915 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Nordwestlicher Teil des Tempelplatzes. 1915 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Nordwestlicher Teil des Tempelplatzes. 1915 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

 

Jerusalem Aķșā-Moschee: Miḥrâb (Gebetsnische) erbaut von Saladin nach Rückeroberung der Stadt von den Kreuzfahren I, Jahre 1187 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Aķșā-Moschee: Miḥrâb (Gebetsnische) erbaut von Saladin nach Rückeroberung der Stadt von den Kreuzfahren I, Jahre 1187 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Aķșā-Moschee: Mimbar (Predigtkanzel). In Aleppo 1168 angefertigt, von Sultan Saladin für die Aķșā-Moschee gestiftet 1187 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Aķșā-Moschee: Mimbar (Predigtkanzel). In Aleppo 1168 angefertigt, von Sultan Saladin für die Aķșā-Moschee gestiftet 1187 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Inneres der Ķubbet eș Șachra (sog. Omar-Moschee) mit dem heiligen Felsen (17.5 : 13.5 m.). 1910 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939).

Jerusalem Inneres der Ķubbet eș Șachra (sog. Omar-Moschee) mit dem heiligen Felsen (17.5 : 13.5 m.). 1910 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939).

Jerusalem Inneres der Ķubbet eș Șachra (sog. Omar-Moschee) mit dem heiligen Felsen (17,5 : 13,5 m.). 1910 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Inneres der Ķubbet eș Șachra (sog. Omar-Moschee) mit dem heiligen Felsen (17,5 : 13,5 m.). 1910 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Ķubbet eș Șachra (Omar-Moschee): Kuppel 30 m. hoch, 20 m. im Durchmesser - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Ķubbet eș Șachra (Omar-Moschee): Kuppel 30 m. hoch, 20 m. im Durchmesser – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Ķubbet eș Șachra (Omar-Moschee): die Trommel der Kuppel mit den alten Mosaiken. 1910 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Ķubbet eș Șachra (Omar-Moschee): die Trommel der Kuppel mit den alten Mosaiken. 1910 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

 

Da gennaio, quasi 9000 Israeliani hanno invaso il complesso di al-Aqsa

Gerusalemme-Quds Press. Da gennaio di quest’anno, 8.960 Israeliani, per lo più coloni, attivisti e membri di istituzioni del cosiddetto Tempio di Salomone, hanno invaso il complesso di al-Aqsa.

Gli Israeliani che hanno invaso il complesso islamico includono 7.183 coloni, 482 membri dell’intelligence, 241 soldati e poliziotti in uniforme, 1.054 studenti, guide e esperti israeliani di antichità.

Le incursioni israeliane aumentano durante le festività nazionali e religiose ebraiche.
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Sorgente: Da gennaio, quasi 9000 Israeliani hanno invaso il complesso di al-Aqsa | Infopal

VIDEO. “They took your house”: viaggio a Sheikh Jarrah

Gerusalemme, 30 marzo 2016, Nena News – “Spesso tornano a casa la notte tardi, completamente ubriachi, urlano e mettono la musica altissima, per disturbarci e non farci dormire. A volte si mettono completamente nudi davanti la finestra di fronte la nostra, e ci insultano, soprattutto a noi ragazze. Sono disgustosi e mia sorella piccola si spaventa”. Mona ha un timbro di voce potente, profondo e leggermente roco, che colpisce di fronte ai suoi soli 17 anni.

“A volte girano col viso coperto da un passamontagna nero, che poi altre volte camuffano come se fosse un normale cappello di lana. E sono pure armati, sempre con una pistola in tasca: è il governo che gliene dà il diritto e che li incoraggia pure. Una mattina uno di loro l’ha puntata contro un mio vicino, un bambino di 4 anni che giocava qui fuori: li aveva svegliati coi suoi giochi!”.

“They Took Your House” è il breve racconto di una convivenza forzata all’interno di pochi metri quadrati: due abitazioni adiacenti, l’una la spalla dell’altra, il cancello e il vialetto d’ingresso in comune, un piccolo giardino, un alberello d’ulivo e una casa illegittimamente presa, occupata con la forza e la barbarie tipica dei coloni.

“They Took Your House” è il breve racconto di una famiglia, ma è la storia di tutto il quartiere, Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est, a pochi passi dalla città vecchia. Ed è la storia di un’intera città, che dopo la prima divisione nel 1948, è stata poi “riunificata” in seguito all’occupazione israeliana anche della parte orientale di Gerusalemme, con la guerra del ‘67. “Riunificata” da una legge israeliana (del 1980) non riconosciuta da alcuno Stato, eccetto Israele, e considerata illegittima da tutta la comunità internazionale, compresi gli Stati Uniti e l’Unione Europea.

“Riunificata” sotto quello stesso potere oppressivo che quotidianamente discrimina, impedisce di muoversi, di andare a scuola o a lavorare, che sequestra e demolisce case, ferisce e spesso uccide, sulla base principalmente dell’appartenenza etnica. Riunificata per tutti i palestinesi di Gerusalemme nello sfortunato e sofferto destino della colonizzazione, eppure allo stesso tempo frantumata ogni giorno di più dalle leggi e dalle autorità sioniste.

Da ormai quasi cinquant’anni, infatti, Israele porta avanti politiche e piani di colonizzazione, miranti a disintegrare l’unità territoriale e soprattutto demografica della parte orientale di Gerusalemme. Ciò avviene attraverso la costruzione di sempre maggiori insediamenti ebraici nel cuore di quartieri storici palestinesi, con l’esproprio insistente e la demolizione forzata di appartamenti, case ed interi quartieri. Avviene attraverso il ritiro dei permessi di residenza e dunque la deportazione al di fuori del muro militare che circonda la città ed il divieto (spesso totale) di accedervi. Avviene attraverso la lenta e costante pulizia etnica attuata dal governo sionista contro la popolazione palestinese.

“Era il primo dicembre del 2009, quando hanno preso la nostra casa. Un gruppo di giovani e aggressivi coloni sionisti, sostenuti da tribunale ed esercito israeliano, sono arrivati la mattina con gli zaini grossi e le valige, buttando fuori tutte le nostre cose, distruggendone molte. Per la mia figlia più piccola è stato un trauma vedere il suo armadietto, il suo cuscino e molti dei suoi giochi rotti e ammucchiati nella terra di fronte casa”. Nonostante gli anni numerosi che gli si leggono sul viso, lo sguardo acuto del padre di Mona,Nabil, trasmette una gran forza e determinazione.

Nel 1956 suo padre, rifugiato palestinese scappato da Haifa dopo l’occupazione israeliana del 1948, ottenne dall’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite dedicata all’assistenza dei rifugiati palestinesi) una piccola casa nel quartiere di Sheikh Jarrah di Gerusalemme Est. È la casa dove Nabil è nato e dove ancora vive sua madre, la nonna di Mona, che ha poi nuovamente accolto il figlio e tutta la sua famiglia quando i coloni gli hanno preso la casa nel 2009.

Quando si sposò, Nabil decise di costruire un nuovo piccolo edificio per la sua nuova famiglia, accanto alla dimora paterna. Tuttavia, con le loro politiche d’apartheid, le autorità israeliane raramente concedono ai palestinesi di Gerusalemme i permessi edilizi, costringendoli dunque a trasferirsi fuori dalla città o a costruire senza permesso. Di conseguenza, sono attualmente oltre 23 mila le case a Gerusalemme Est che hanno ricevuto un ordine di demolizione per la mancanza del permesso edilizio.

In molti altri casi, invece, come in quello della famiglia di Mona e suo padre Nabil, le case non vengono demolite, ma sequestrate e poi assegnate, tramite associazioni sioniste, a coloni israeliani. Il sequestro, invece che la demolizione, è molto frequente soprattutto nella città vecchia di Gerusalemme e nei quartieri che la circondano (come Sheikh Jarrah, Wadi al-Joz, al-Tur e Silwan), in cui Israele sta attuando una pressante politica di colonizzazione e di pulizia etnica.

documentario e testo di Chiara Rodano

thanks to: Nena News

Arab Jerusalem

The following remarks were presented by the Institute for Palestine Studies’ General Secretary Walid Khalidi at Georgetown University’s Center for Contemporary Arab Studies’ symposium on “Arab Jerusalem.” Khalidi’s description of Israeli exclusivist ambitions over Jerusalem were remarkably prescient and his words are even timelier today. Below is an abridged version of the presentation and the full remarks may be read here.

. . . Today, the basic concept that seems to inform all discussion on Jerusalem is that of the “unity of Jerusalem.” In principle, the concept sounds worthy of the Golden City and its ecumenical significance to humanity.

On closer scrutiny, however, a different reality emerges. Sixty-six percent of so-called “united Jerusalem” is territory seized by force in 1967. Of that, 5 percent is what had been the Jordanian municipality of Jerusalem and 61 percent is West Bank territory annexed into the Jordanian municipal area. Before 1948, Jewish land ownership in that 66 percent was less than 3 percent. Even the Jewish Quarter of the Old City was Jewish primarily in tenancy; most of the quarter belonged to old Jerusalem families as waqf (Islamic endowments).

As for the remaining 34 percent of “united Jerusalem” that is today’s West Jerusalem, Jewish-owned property there before 1948 did not exceed 20 percent overall; the rest belonged to Christian and Muslim Palestinians and to international Christian bodies. This sector contained the most affluent Palestinian residential quarters as well as most of the Palestinian commercial sector.

This West Jerusalem also included the lands of the occupied or destroyed villages of Dayr Yasin, Lifta, Ayn Karem, Maliha, Romema, Shayka Badr, and Khallat al-Tarha. Most of the Israeli government buildings in this area, including the Knesset, are built on Palestinian land. Thus, the great bulk of “united Jerusalem” is, quite simply, conquered and arbitrarily expropriated land.

In terms of the population in this “united Jerusalem,” some 170,000 Jews now live in settlements established in those parts of Jerusalem seized in 1967, whereas only about 3,000 Jews had lived in those same areas prior to 1948. In contrast, to this day virtually no Palestinians are allowed to live in West Jerusalem, whereas more than 35,000 fled or were expelled from that part of the city during the 1948 fighting and thereafter. This figure includes the inhabitants of the villages just mentioned, which were incorporated in the West Jerusalem city limits after 1948.

Nor are the current municipal borders of Jerusalem the limit of Israel’s ambitions for Jerusalem. Israel has already surrounded East Jerusalem with concentric rings of colonies on West Bank territory outside but contiguous to the municipal borders of the city. The plan, already well advanced, is to integrate these colonies with united municipal Jerusalem in order to create Greater or Metropolitan Jerusalem. Under Likud, this plan will be pressed forward at an even more frenetic pace than under the Labor government. The resultant Metropolitan Jerusalem will cover twice the surface area of present-day municipal “united Jerusalem.” A great advantage and indeed the prime objective of this strategy for Israel is that the more Palestinian territory that is alienated from the West Bank in the name of Metropolitan Jerusalem, the less the physical, political, and psychological space that will be left for the Palestinians there in the West Bank. One can count on Netanyahu to carry this strategy to its very farthest extent. . . .

The area of David’s ancient capital per se constitutes less than 1 percent of today’s so-called united Jerusalem. No religious, historical, economic, or security considerations informs the extended municipal boundaries of East Jerusalem, much less those of Metropolitan Likudist Jerusalem. What does inform them is ruthless gerrymandering in the service of solipsistic nationalism and a spirit of defiance of world opinion. . . .

The proposition of a clash of civilizations, far from being the latest in prognostication, is old hat. Remember Rudyard Kipling with his “East is East and West is West and ne’er the Twain shall meet”? But the proposition itself is not harmless old hat. It is tendentiously deterministic and ominous in its self-fulling potential. Its deepest flaw is that it abolishes human initiative. That is why a viable solution for Jerusalem must steal the thunder of all irredentists – of Crusades and proxy-Crusades, of jihads and counter-jihads.

That is why all those committed to an honorable and peaceful solution must band together to stop in their tracks the forces of fundamentalism – Muslim, Christian, and Jewish – slouching towards their rendezvous in Jerusalem. . . . 

* * * 

For our February Special Focus – Arab Jerusalem, we are highlighting a series of articles from the Journal of Palestine Studies as well as from the Jerusalem Quarterly, the only journal exclusively dedicated to the city’s history, political status, and future. Selected are contributions from, inter alia, Edward Said, Ian S. Lustick, and Rashid Khalidi on Jerusalem’s Arab heritage and fate under Israeli occupation. All photographs are from Before Their Diaspora: A Photographic History of the Palestinians, 1876-1948, by Walid Khalidi.

Journal of Palestine Studies: 

Dividing Jerusalem: British Urban Planning in the Holy City

Nicholas E. Roberts

Journal of Palestine StudiesVol. 42, No. 4 (Summer 2013), pp. 7-26

British administrators employed urban planning broadly in British colonies around the world, and British Mandate Palestine was no exception. This article shows how with a unique purpose and based on the promise of a Jewish homeland in Palestine, British urban planning in Jerusalem was executed with a particular colonial logic that left a lasting impact on the city. Both the discourse and physical implementation of the planning was meant to privilege the colonial power’s Zionist partner over the indigenous Arab community.

Fieldnotes from Jerusalem and Gaza, 2009–2011

Elena N. Hogan

Journal of Palestine StudiesVol. 41, No. 2 (Winter 2012), pp. 99-114

Written by a humanitarian aid worker moving back and forth between the Gaza Strip and East Jerusalem over a two-year period (May 2009– June 2011), the observations in these “fieldnotes” highlight the two areas as opposite sides of the same coin. Israel “withdrew” from Gaza and annexed East Jerusalem, but both are subject to the same degree of domination and control: by overt violence in Gaza, mainly by regulation in East Jerusalem.

Salvage or Plunder? Israel’s “Collection” of Private Palestinian Libraries in West Jerusalem

Gish Amit

Journal of Palestine Studies, Vol. 40, No. 4 (Summer 2011), pp. 6-23

During April–May 1948, almost the entire population of the residential Arab neighborhoods of West Jerusalem fled the fighting, leaving behind fully furnished houses, some with rich libraries. This article is about the “book salvage operation” conducted by the Jewish National and University Library, which added tens of thousands of privately owned Palestinian books to its collections. Based on primary archival documents and interviews, the article describes the beginnings and progress of the operation as well as the changing fortunes of the books themselves at the National Library. The author concludes with an exploration of the operation’s dialectical nature (salvage and plunder), the ambivalence of those involved, and an assessment of the final outcome. 

The Christian Churches of Jerusalem in the Post-Oslo Period

Michael Dumper

Journal of Palestine StudiesVol. 31, No. 2 (Winter 2002), pp. 51-65

This article surveys the main trends in the relations of Jerusalem’s historic churches with Israel and the Palestinians since the 1967 occupation and especially since Oslo. It examines the shift from cooperation with the Israeli state in the early period to a closer identification with the Palestinian nationalist position under the impact of Israeli actions and other factors, including pressures from the laity and an increasingly “Palestinianized” higher clergy, and details the growing cooperation among the churches themselves. The article ends with an examination of the various options for a future church role, especially in the light of the churches’ proposal for a “special statute” for Jerusalem, and concludes that a holy place’s administrative regime under Palestinian sovereignty would be more likely to protect long-term Christian interests.

The Centrality of Jerusalem to an End of Conflict Agreement

Rashid Khalidi

Journal of Palestine StudiesVol. 30, No. 3 (Spring 2001), pp. 82-87

More than any other issue of the Palestinian-Israeli conflict, Jerusalem has deep resonance for all the parties. Certainly, there will be no end to the Palestinian-Israeli conflict, no Arab-Israeli reconciliation, and no normalization of the situation of Israel in the region without a lasting solution for Jerusalem. For a solution to be seen by all parties as satisfying, it must accomplish three things: it must allow Palestinians and Israelis to share the city equitably; it must allow Jerusalem to be the capital of both Palestine and Israel; and it must allow people of all faiths to have free and unimpeded access to Jerusalem.

Yerushalayim and al-Quds: Political Catechism and Political Realities

Ian S. Lustick

Journal of Palestine Studies, Vol. 30, No. 1 (Autumn, 2000), pp. 5-21

Israel’s insistent portrayal of “Yerushalayim” as “united and indivisible” and as encompassing not only all of Arab al-Quds but vast surrounding areas had a crucial political purpose: to block any negotiated settlement with the Palestinians by creating a taboo against even discussing any separation. The campaign was successful in some ways but ultimately failed as a hegemonic project. This failure is reflected in the Barak government’s willingness to reimagine the city’s future. This article examines four misconceptions about Israeli attitudes toward Jerusalem and its status in Israeli law. In so doing, it documents the potential for Israeli flexibility on the issue.

 

The Ownership of the U.S. Embassy Site in Jerusalem

Walid Khalidi

Journal of Palestine StudiesVol. 29, No. 4 (Autumn, 2000), pp. 80-101

One of the most difficult issues of the final status negotiations between Israel and the Palestinians is Jerusalem. The complexity of this issue has been compounded by U.S. actions to move its embassy from Tel Aviv to Jerusalem and by allegations that the prospective site of the embassy is Palestinian refugee property confiscated by Israel since 1948.

The De-Arabization of West Jerusalem 1947-50

Nathan Krystall

Journal of Palestine Studies, Vol. 27, No. 2 (Winter, 1998), pp. 5-22

This article describes the progressive depopulation of the Arab neighborhoods of West Jerusalem following the outbreak of the fighting in late 1947. By the time the State of Israel was proclaimed on 15 May 1948, West Jerusalem already had fallen to Zionist forces. Quoting from eyewitness accounts, the author recounts the widespread looting that followed the Arab evacuation and the settlement of Jewish immigrants and Israeli government officials in the Arab houses. By the end of 1949, all of West Jerusalem’s Arab neighborhoods had been settled by Israelis.

For Arabs Only: Building Restrictions in East Jerusalem

Sarah Kaminker

Journal of Palestine StudiesVol. 26, No. 4 (Summer, 1997), pp. 5-16

Government planning policy denies Palestinians the right to use their land in East Jerusalem. Thirty-three percent of this land has been expropriated and used for building homes for more than 40,000 Jewish families. Planning schemes confine Palestinians to 10 percent of the land area of East Jerusalem. Draconian bureaucratic measures imposed on “Arabs only” aggressively prevent construction on the remaining Palestinian lands in East Jerusalem. The result: a shortage of 21,000 homes for Arab families. Using Har Homa to provide for the Arab “homeless” could be the only political and moral justification for developing the lonely mountain Jabal Abu Ghunaym.

Projecting Jerusalem

Edward W. Said

Journal of Palestine StudiesVol. 25, No. 1 (Autumn, 1995), pp. 5-14

Israel was thus able to project an idea of Jerusalem that contradicted not only its history but its very lived actuality, turning it from a multicultural and multireligious city into an “eternally” unified, principally Jewish city under exclusive Israeli sovereignty.

Israeli Settlement in the Old City of Jerusalem

Michael Dumper

Journal of Palestine Studies, Vol. 21, No. 4 (Summer, 1992), pp. 32-53

Since 1967, Israeli settlement policy in Jerusalem has been directed towards a single overriding goal: the consolidation of Israeli control over Palestinian East Jerusalem in order to prevent any future redivision of the city. In political and functional terms, this has involved declarations of a “united” Jerusalem as the “eternal” capital of the Israeli state, combined with the transfer of government offices and the extension of municipal authority and services to East Jerusalem. Demographically, it has meant strenuous efforts to construct housing and encourage the settlement of Israelis in the Palestinian parts of the city.

From Palestinian to Israeli: Jerusalem 1948-1982

Ibrahim Mattar

Journal of Palestine Studies, Vol. 12, No. 4 (Summer, 1983), pp. 57-63

Since 1948 the city of Jerusalem has undergone a process of “Israelization” accomplished by the uprooting and dispossession of the Palestinian Christian and Muslim population. This displacement of Palestinians from the Holy City was achieved by two methods. First, the use of a terror campaign in 1948 to evict the Palestinians from their homes and villages in what is now called West Jerusalem. The second method utilized a legal process, developed after 1967, by which privately-owned Palestinian land was confiscated for “public purposes.” “Public” refers to the Israeli public, and the “purpose” is the establishment of exclusive Jewish residential fortress colonies being built in East Jerusalem.

Wall Politics: Zionist and Palestinian Strategies in Jerusalem, 1928

Mary Ellen Lundsten

Journal of Palestine Studies, Vol. 8, No. 1 (Autumn, 1978), pp. 3-27

Exactly 50 years ago, late in September 1928, an “incident” occurred at the Western Wall of the Holy Sanctuary in Jerusalem  which set in motion a sequence of violent events that clearly “vibrate,” as Croce put it, in political situations and judgments  today. The Western or “Wailing” Wall controversy, which became a public issue in 1928, triggered the intercommunal violence  that in 1929 claimed 800 casualties and marked the shift of the political process in Palestine into the irreconcilably violent phase  which continues today.

The Fall of Jerusalem, 1967

S. Abdullah Schleifer

Journal of Palestine Studies, Vol. 1, No. 1 (Autumn, 1971), pp. 68-86

Monday morning, June 5, 1967. At 0850 an Aide-de-Camp called the Palace in Amman to report to King Hussein Radio Cairo’s communique that Israel had attacked Egypt. By 0900 the Egyptian General Abdul-Moneim Riad – who had arrived in Amman with a small group of staff officers to take command of the Jordanian front a few days before the war began – had received a coded message in Amman from UAR Field Marshal Amer. The UAR, the message said, had put out of action 75 per cent of the Israeli planes that had attacked the Egyptian airports and the UAR Army, having met the Israeli land attack in Sinai, was going over to a counter-offensive. “Therefore Marshal Amer orders the opening of a new front by the commander of the Jordanian forces and the launching of offensive operations according to the plan drawn up last night.”

Jerusalem Quarterly

Jerusalem: Five Decades of Subjugation and Marginalization

Nazmi Ju’beh

Jerusalem Quarterly 62 (Spring 2015)

Two Letters from Jerusalem: Haunted by Our Breathing

Nadera Shalhoub-Kevorkian, Sarah Ihmoud

Jerusalem Quarterly 59 ( 2014)

Pockets of Lawlessness in the “Oasis of Justice”

Candace Graff

Jerusalem Quarterly 58 (Spring 2014)

The Jerusalem Master Plan: Planning into the Conflict

Francesco Chiodelli

Jerusalem Quarterly 51 (Autumn 2012)

The “Center of Life” Policy: Institutionalizing Statelessness in East Jerusalem

Danielle C. Jeffe

Jerusalem Quarterly 50 (Summer 2012)ris

Edward Said’s Lost Essay on Jerusalem: The Current Status of Jerusalem

Edward Said

Jerusalem Quarterly 45 (Spring 2011)

Talbiyeh Days: At Villa Harun ar-Rashid

George Bisharat

Jerusalem Quarterly 30 (Spring 2007)

Documents and Source Material: 

Israel’s 1967 Annexation of Arab Jerusalem: Walid Khalidi’s Address to the UN General Assembly Special Emergency Session, 14 July 1967

Walid Khalidi

Journal of Palestine StudiesVol. 42, No. 1 (Autumn 2012), pp. 71-82

EU Heads of Mission, Report on East Jerusalem, Jerusalem, 10 February 2012 (excerpts)

Journal of Palestine StudiesVol. 41, No. 3 (Spring 2012), pp. 223-232

B’Tselem, Report on Arrests and Detentions of Palestinian Minors in East Jerusalem, Jerusalem, December 2010 (excerpts)

Journal of Palestine StudiesVol. 40, No. 3 (Spring 2011), pp. 206-208

The Association for Civil Rights in Israel (ACRI), “Unsafe Space: The Israeli Authorities’ Failure to Protect Human Rights amid Settlements in East Jerusalem,” Jerusalem, September 2010 (excerpts)

Journal of Palestine StudiesVol. 40, No. 2 (Winter 2011), pp. 195-202

Ir Amim, Analysis of the Jerusalem Master Plan 2000, Jerusalem, June 2010

Journal of Palestine StudiesVol. 40, No. 1 (Autumn 2010), pp. 193-196

Jerusalem 1967

Journal of Palestine StudiesVol. 37, No. 1 (Autumn 2007), pp. 88-110

Documents Concerning the Status of Jerusalem

Journal of Palestine StudiesVol. 1, No. 1 (Autumn, 1971), pp. 171-194

thanks to: Istitute for Palestine Studies

GERUSALEMME. La spartizione della Spianata delle Moschee

Proseguono gli scontri tra palestinesi e polizia. Intanto nell’ombra il governo israeliano attua una prima divisione del sito religioso tra musulmani ed ebrei. Il modello di riferimento è quello della Tomba dei Patriarchi di Hebron, imposto nel 1994 dopo la strage di 29 palestinesi compiuta dal colono Baruch Goldstein.

Sorgente: GERUSALEMME. La spartizione della Spianata delle Moschee

Reports of Israeli Sexual Abuse Committed against Detained Palestinian Children

JERUSALEM, November 20, 2014 (WAFA) – At least 600 Palestinian children were arrested in Jerusalem since last June, of whom nearly 40% were exposed to sexual abuse during arrest or investigation by the Israeli authorities, Thursday revealed a report by the Palestinian Prisoner’s Club (PPC).

 

The PCC said the daily arrest campaigns constitute a collective punishment against the Palestinian residents of Jerusalem.

 

Mufeed al-Haj, an attorney with the PCC, said that other violations were reported during the apprehension of children, including, but without limitation, night and predawn raids on family homes, physical abuse, and sexual abuse.

 

Al-Haj added that under applicable laws, minors undergoing investigation should be accompanied by their parents, yet the Israeli authorities paid no respect to these laws in many cases.

Forces often ignore laws and arrest Palestinians without having arrest warrants.

 

Since last June, Israel arrested hundreds of Palestinians in Jerusalem and the West Bank, most during predawn and night raids on their family houses.

M.N./T.R.

thanks to: Wafa

GERUSALEMME. Palestinese trovato impiccato in un autobus, scoppiano scontri

La polizia parla di suicidio ma la famiglia ripete che i segni trovati sul corpo di Yusuf al-Ramouni  indicano un pestaggio e poi un omicidio. Tensioni anche sul piano politico: Lieberman si fa beffe di Kerry e annuncia una colonizzazione no-stop

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della redazione

Gerusalemme, 17 novembre 2014, Nena News – Nessuna calma per Gerusalemme. Seppure il segretario di Stato Usa Kerry la scorsa settimana, dopo incontri con il presidente dell’Anp Abbas e il re giordano Abdallah, avesse parlato del “chiaro intento” delle parti a fermare l’escalation di tensioni nella Città Santa, l’abbassamento dei toni non pare una priorità né a livello politico né per le strade.

Ieri pomeriggio un palestinese ha accoltellato un israeliano di 32 anni con un cacciavite. La polizia israeliana ha catturato due palestinesi dopo aver perquisito case e auto e compiuto raid vicino la Porta di Damasco.

In serata è stato ritrovato all’interno di un autobus della compagnia israeliana Egged il corpo senza vita di un autista palestinese di 32 anni, residente nel quartiere di al-Tur, a Gerusalemme Est. Yusuf Hasan al-Ramouni è stato trovato impiccato ad una sbarra all’interno dell’autobus, fermo alla stazione dei bus di Har Hotzvim. I colleghi lo hanno subito portato all’ospedale Hadassah, ma al-Ramouni era già morto.

La famiglia ha scattato alcune foto del corpo, convinta che si tratti di omicidio: ci sono tumefazioni non solo sul collo, ma anche sull’addome e sul volto, il possibile segno di un pestaggio. Per la polizia si tratta di suicidio, un’opzione subito scartata dai palestinesi che hanno dichiarato per oggi uno sciopero. Oggi si svolgerà l’autopsia sul corpo del giovane, che lascia moglie e due figli.

Subito dopo l’annuncio della morte di al-Ramouni, scontri sono scoppiati nel quartiere dove risiedeva, a Al-Tur, e a Ras al-Amud e Abu Dis, quartiere di Gerusalemme Est, oggi in Cisgiordania perché tagliato via dalla città con la costruzione del muro. La polizia israeliana ha represso le manifestazioni con il lancio di lacrimogeni e granate stordenti. La gente di Gerusalemme ne è certa: al-Ramouni è stato ucciso da un gruppo di coloni, picchiato e poi impiccato. I segni sul corpo raccontano di un pestaggio, quelli sul collo di uno strangolamento.

La morte sospetta del giovane autista non riporterà certo la calma a Gerusalemme, dove si fa sempre più violenta la repressione israeliana dell’identità palestinese. Dopo aver riaperto la Spianata delle Moschee ai fedeli di ogni età, lo scorso venerdì, su pressioni statunitensi (con Kerry in Giordania a tentare di negoziare un accordo sulla moschea di Al-Aqsa), ieri le autorità israeliane hanno di nuovo ristretto gli accessi.

Ad infiammare le tensioni è soprattutto il governo israeliano. Se alcuni parlamentari sono entrati nella Spianata delle Moschee nei giorni scorsi per rivendicare la natura ebraica del sito religioso, insieme a gruppi di coloni estremisti, ieri è stato il ministro degli Esteri Lieberman, il falco di Netanyahu, a lanciare l’ennesima provocazione alla popolazione palestinese e anche alla comunità internazionale.

“Una cosa deve essere chiara: non accetteremo mai la definizione di costruzione a Gerusalemme come attività coloniale”, ha detto Lieberman ieri durante una conferenza stampa con il ministro degli Esteri tedesco. E ha aggiunto quanto sul campo viene fatto quotidianamente, ultimo in ordine di tempo il via libera ad altre 200 unità abitative per coloni nell’insediamento di Ramot: “Non accetteremo alcuna limitazione delle costruzioni nelle aree ebraiche a Gerusalemme”.

Al governo ultranazionalista guidato da Netanyahu le critiche internazionali fanno il solletico: la Casa Bianca può continuare a parlare di “inequivoca opposizione” all’espansione coloniale a Gerusalemme, Bruxelles proseguire nel mantra “la colonizzazione accende le tensioni e minaccia la pace”. Ma al di là delle parole, nessuno si muove e Tel Aviv gode dell’impunità necessaria per proseguire nel suo progetto: allargare al massimo i propri confini, mangiare terre e creare fatti sul terreno che nel futuro renderanno impossibile la creazione di uno Stato di Palestina.

E mentre a Gerusalemme si continua a costruire, dalla Cisgiordania arriva l’ennesima notizia di demolizioni: dopo un raid dell’esercito a Qalqiliya, le autorità israeliane hanno consegnato a cinque famiglie ordini di demolizione delle loro abitazioni. Decine di persone rischiano di restare senza un tetto sulla testa.

thanks to: Nena News

PLO Urges International Media to Refrain from Using Term ‘Temple Mount’ to Refer to Al-Aqsa Mosque

RAMALLAH, November 8, 2014 (WAFA) – The Palestinian Liberation organization PLO expressed concern over the use of the inaccurate term “Temple Mount” to refer to Al-Aqsa Mosque Compound in Jerusalem, urging all international media representatives to adhere to international law and correct any other existing terminology used.

“The Al-Aqsa Mosque compound is not a disputed territory and all other terms, therefore, are null and void,” stated the statement.

Al-Aqsa Mosque Compound, sometimes referred to as the Noble Sanctuary (“Haram al-Sharif” in Arabic), is the compound that contains Al Aqsa building itself, ablution fountains, open spaces for prayer, monuments and the Dome of the Rock building. This entire area enclosed by the walls which spans 144 dunums (almost 36 acres), forms the Mosque.

Sacred to approximately 1.6 billion Muslims around the world, and a symbol for all Palestinians, the Mosque has been under exclusive Muslim sovereignty and control since the construction of the Dome of the Rock in 692 CE. As such, any entrance to the Al Aqsa Mosque must be agreed and coordinated by the Muslim Waqf.

Al-Aqsa Mosque Compound is located in East-Jerusalem, an internationally recognized part of the Occupied State of Palestine, stressed the statement.

Since Israel’s military occupation of East Jerusalem in the June 1967 War, several plots by Settler organizations and other Zionist extremists to blow up the Mosque were uncovered by the Israeli authorities, it said.

“In 1980, Israel adopted the “Basic Law” on Jerusalem, which ratified the annexation of Occupied East Jerusalem to Israel; which the international community ‘does not recognize’, in line with UN Security Council Resolution 478.

This Resolution rejected the Israeli measure as a violation of the Fourth Geneva Convention and determined that, “all legislative and administrative measures and actions taken by Israel, the occupying Power, which have altered or purport to alter the character and the status of the Holy City of Jerusalem, and in particular, the recent ‘basic law’ on Jerusalem, are null and void.”

Today, many settler leaders, with the support of the Israeli government, continue to incite against this sacred site, and consequently provoke Palestinian fears and anger.

The statement stressed that Israel, the occupying power, has failed at stopping settler extremists from entering the Mosque and this constitutes a violation of the Waqf’s custodianship and its obligation as an occupying power to maintain public order and civil life in the occupied territory.

T.R.

thanks to: WAFA

“It’s as if we are living on another planet” “É come vivere su un altro pianeta”

Dr Kamalian Sha’ath, President of the Islamic University of Gaza, is one of many dedicated academics providing higher education in the Gaza Strip. The Islamic University was one of the sources for the report ‘ Academia Undermined: Israeli Restrictions on Foreign National Academics in Palestinian Higher Education Institutions Field Research by Ruhan Nagra’ published by the ‘Right to Enter’ organisation. This report highlights that the closure on Gaza is not only on raw materials and freedom of movement but also an academic blockade, and that the prospects of academic enlightenment are under equal threat in the West Bank. The report focuses on one university in Gaza; the Islam University, as well as three in the West Bank; Birzeit, Bethlehem and al-Quds. The report states that the closure is designed to cripple the prospects of university education. Dr Kamalian was more than happy to highlight the struggle he and his colleagues have been engaged in, in an effort to further academia in the Gaza Strip.

 Since the State of Israel tightened its closure of the Gaza Strip in 2007, prospects for exchange with academic institutions outside Gaza have been severely restricted. Israel currently limits the ability of international academics to take up lecturing and research positions in the Gaza Strip and the West Bank through a number of different approaches, from denying entry for ‘security reasons’ to issuing visas that only permit the holder to stay for a matter of weeks. The resulting isolation of Palestinian academics has a detrimental effect on higher education institutions in the Gaza Strip, and prospects for good quality higher education are steadily worn away. There are few opportunities for students to obtain a Masters degree, and only one post-doctorate programme is available.

Dr Kamalian provides an insight into how universities are attempting to overcome the obstacles posed by the Israeli-imposed closure: “When we opened the university in 1978, the Israeli occupation forces were still inside the Gaza Strip. The Strip was divided into three parts, with movement between them restricted, causing us tremendous difficulties in teaching the students. For the first few years, we taught them in makeshift tents. Anytime we tried to build educational facilities, the Israeli military would destroy what we had built. I remember once UNESCO wanted to come and visit the university; out of a team of many, only one was allowed to enter Gaza. The rest were prevented for so-called ‘security reasons’. We have come very far since then, and I am proud of the work people here have done, but the struggle is not over yet.”

Israel also imposes confusing guidelines for what constitutes a ‘foreign academic’. “You have many Palestinians who are considered ‘foreign’ so are therefore not allowed back to their homeland to teach. For example, my brother was studying in Egypt during the 1967  War. Because he was not in the country at the time of the war, when he tried to return to Palestine he was prevented from doing so and, since then, he has been categorised as a ‘foreigner’ by the Israelis. It is ridiculous to think that the Israelis can say who is a Palestinian and who is not. We carry Palestinian ID cards that are given to us by the Israelis!”

“Palestine has a wealth of educated Palestinians who were born abroad. For example, we have few thousand doctors in Germany alone. Many have attempted to come home to take up research positions, or even to volunteer in the surgery departments of hospitals, and most have been denied. Palestinian academics who live abroad have a strong desire to return home and bring their knowledge and experience with them.”

By restricting freedom of movement between borders, Israel is, in turn, crippling academic institutions in the Gaza Strip and the West Bank. “If mobility is needed for anything, it is needed for education,” Dr Kamalain says. “Universities are like people. They need interaction. They need to socialise to achieve their full potential. Without this, they are nothing. Because of the closure, we lack what many others take for granted – interaction with different schools of thought. It’s as if we are on another planet! We only have one PhD programme available, studies of the Hadith. Though we pride ourselves on the language abilities of our students, we need someone with a post-doctorate who can teach English well. The same goes for a variety of subjects.”

“We have found ways to get around this” Dr Kamalain says, chuckling. “Each course has two video conferences per term with universities around the world and these have proved to be highly effective. However, the closure still causes us incredible inconvenience. For example, in order to meet with my colleagues in Najah University in the West Bank, where I used to teach, we all had to go to Italy to hold a conference. It’s crazy to think that, instead of me being allowed to drive around 90 minutes to Nablus [where Najah National University is located], everyone had to fly to Italy!”

The Islamic University of Gaza has a total of 21,000 students, demonstrating the high demand for university education. When asked what most affects the students’ opportunities to learn, Dr Kamalian replied that both the closure and regular Israeli offensives on the Gaza Strip have a negative impact. “However, the closure affects us most. We and our students share a strong desire for some form of ‘internationalisation’. In academia, it is essential to encounter multiple schools of thought, so that we can improve ourselves and our education techniques.”

University education in the Gaza Strip and the West Bank is greatly impacted during military escalations: “All universities were closed by Israel for the entire duration of the First Intifada. For four years, we had to hold classes in mosques, in homes, wherever we could find the space. During the last two offensives on Gaza, Israel has systematically targeted the civilian infrastructure of the entire region – roads, schools, hospitals, and even our university. Our entire Science Department was destroyed in an air strike in 2008. Research and equipment, which it had taken us 30 years to accumulate, were destroyed in a matter of minutes. To this day, one of the buildings is still under construction. Other universities in Gaza had to take in the students that were affected by this.”

“Universities in both the West Bank and the Gaza Strip are suffering, though in Gaza more so because we are completely cut off. International academics are put off by various factors; even if they somehow manage to obtain entry, they are not allowed to come and go as they please. And the possibility of an unprovoked attack by Israel is also a terrifying thought for many who have not grown up in a conflict zone.”

As unemployment levels in the Gaza Strip are at 40%, job prospects for university graduates are also very limited. “Information Technology is by far the industry our students have had most success in after university. However, there is no denying that unemployment is a serious issue that needs to be addressed fast.” When asked what the future holds for universities in Gaza if the situation does not change, Dr Kamalain smiles: “Life will continue. The struggle will continue. We hope that Israel will soon bow to international pressure and lift the closure, so that life may return to normal. If not, we will have to continue as we have always done.”

Under international law, article 26 of the Universal Declaration of Human Rights and article 13 of the International Covenant on Economic, Social and Cultural Rights (ICESCR) recognise the right of everyone to education. According to article 13.1 of the ICESCR, this right is directed towards “the full development of the human personality and the sense of its dignity”, and enables all persons to participate effectively in society. The Committee on Economic, Social and Cultural Rights (CESCR) has made it clear according to a meeting chaired on 8 December 1999 that education is seen both as a human right and as “an indispensable means of realizing other human rights”, and so this is one of the longest and most important articles of the Covenant.

Article 12 of the 1966 International Covenant on Civil and Political Rights also guarantees that “everyone shall be free to leave any country, including his own, and no one shall be arbitrarily deprived of the right to enter his own country.” This includes the right to travel for educational purposes, be it as a student or academic. Moreover, according to the United Nations Human Rights Committee [General Comment No. 27], “The right of a person to enter his or her own country recognizes the special relationship of a person to that country”. Also according to the International Court of Justice, persons who have a genuine and effective link to a country, such as habitual residence, cultural identity, and family ties cannot simply be banned from returning to that country.

The destruction of the medical, engineering and science block of the Islamic University in 2008 constitutes a violation of Article 53 of the Fourth Geneva Convention. Under this statute, the destruction of private property is prohibited unless rendered absolutely necessary by military operations.  Furthermore, according to the second paragraph of Article 8 (b)(i) “intentionally directing attacks against civilian objects, that is, objects which are not military objectives” constitute war crimes.

Finally, the Israeli-imposed closure of the Gaza Strip amounts to a form of collective punishment, which is a violation of article 33 of the Fourth Geneva Convention. As it inflicts great suffering on the civilian population of Gaza, it also amounts to a war crime, for which the Israeli political and military leadership bear individual criminal responsibility.

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Gaza – Pchr. Il dottor Kamalian Sha’ath, presidente dell’Università Islamica di Gaza, è uno dei molti accademici impegnati a fornire istruzione superiore nella Striscia di Gaza. L’Università Islamica è stata una delle fonti per il report pubblicato dall’associazione Right to Enter, firmato da Ruhan Nagra e intitolato “Mondo accademico indebolito: le restrizioni israeliane all’ingresso di docenti stranieri nei Territori palestinesi occupati”.

Questo rapporto evidenzia come il blocco di Gaza non riguarda solo i materiali grezzi e la libertà di movimento delle persone, ma costituisce anche un blocco accademico, e che le prospettive di sviluppo accademico sono egualmente minacciate anche in Cisgiordania. Il rapporto si concentra su un’università di Gaza, l’Università Islamica, e su tre università della Cisgiordania: Birzeit, Bethlehem e al-Quds. In esso si afferma che il blocco è programmato per minare le prospettive dell’istruzione universitaria. Il dottor Kamalian si è dimostrato felice di poter parlare della battaglia in cui, assieme ai suoi colleghi, si sta impegnando allo scopo di migliorare la situazione accademica nella Striscia di Gaza.

Da quando Israele ha inasprito il blocco della Striscia di Gaza, nel 2007, le prospettive di scambio accademico con università straniere sono state pesantemente penalizzate. Israele attualmente, con una serie di motivazioni diverse, limita le possibilità, ai docenti internazionali, di intraprendere lettorati e ricerca nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Si va dalle “ragioni di sicurezza” all’emissione di visti che permettono un accesso di poche settimane soltanto, il cui risultato è l’isolamento degli accademici palestinesi e, indirettamente, l’impoverimento delle prospettive di un’istruzione superiore di qualità. Gli studenti hanno poche possibilità di conseguire un master, ed è disponibile un solo programma di post dottorato.

Il dottor Kamalian ci illustra come le università stiano tentando di arginare gli effetti degli ostacoli derivanti dal blocco imposto da Israele: “Quando aprimmo l’università, nel 1978, le forze di occupazione israeliane si trovavano ancora all’interno della Striscia di Gaza. La Striscia era divisa in 3 parti, attraverso le quali la libertà di movimento era limitata, con conseguenti difficoltà nell’insegnamento. Durante i primi anni insegnavamo sotto tende improvvisate, in quanto, ogni qual volta si tentava di costruire strutture per l’istruzione, Israele le distruggeva. Ricordo che una volta l’Unesco volle venire a visitare l’università, ma della numerosa delegazione solo a un membro fu permesso l’accesso a Gaza. Gli altri furono bloccati per “ragioni di sicurezza”. Da allora abbiamo fatto molta strada, e sono molto orgoglioso di tutto il lavoro che le persone qui hanno svolto, ma la lotta non è ancora terminata”.

Israele, inoltre, impone linee guida confuse riguardo la definizione di “docente straniero”. “Ci sono molti palestinesi considerati stranieri, e, pertanto, non ammessi a rientrare nella loro patria per  insegnare. Ad esempio, mio fratello durante la guerra del 1967 stava studiando in Egitto. Non essendo in Palestina al momento del conflitto, quando poi volle ritornare a casa non gli fu permesso, e da allora è stato definito, da Israele, ‘straniero’. E’ ridicolo pensare che Israele possa stabilire chi è palestinese e chi no. Le nostre carte d’identità ci vengono rilasciate da Israele!”

La Palestina ha un gran numero di palestinesi istruiti nati all’estero. Ad esempio, solo in Germania abbiamo alcune migliaia di medici. In molti hanno tentato di tornare qui a fare ricerca, o a prestare volontariato nei reparti chirurgici degli ospedali, ma alla maggior parte è stato vietato l’ingresso. Hanno un gran desiderio di tornare a casa a portare la loro conoscenza e la loro esperienza”.

Limitando il movimento tra i confini, Israele penalizza le istituzioni accademiche nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. “Le università sono come le persone”, continua il dottor Kamalian: “Hanno bisogno di interagire, di socializzare e di raggiungere le loro potenzialità. Senza ciò, non sono nulla. A causa del blocco ci manca ciò che molti altri danno per scontato, l’interazione con diverse scuole di pensiero. E’ come vivere su un altro pianeta! Abbiamo un solo programma di dottorato, sullo studio degli Hadith. Seppur orgogliosi delle capacità linguistiche dei nostri studenti, avremmo bisogno di qualcuno con un post dottorato che sappia insegnare bene l’inglese. E lo stesso vale per diverse altre materie”.

“Abbiamo trovato una nostra soluzione”, dice il dottor Kamalian con una risatina. “Ciascun corso ha due video-conferenze per trimestre con università straniere, e ciò si è rivelato molto efficace. Ma il blocco continua a causare incredibili difficoltà. Ad esempio, per potermi incontrare con i miei ex colleghi dell’università Najah, in Cisgiordania, dobbiamo tutti viaggiare in Italia per poter tenere conferenze. Questo è pazzesco se si pensa che mi basterebbero 90 minuti per arrivare a Nablus (luogo in cui l’si trova l’università di Najah). E invece, tutti in Italia!”

L’università islamica di Gaza conta 21 mila studenti, il che dimostra la grande richiesta di istruzione universitaria. Alla domanda riguardo il maggior ostacolo alle opportunità di studio degli studenti, il dottor Kamalian risponde che sia il blocco di Gaza che le offensive israeliane hanno un grande impatto negativo. “Ma ciò che più ci penalizza è il blocco. I miei studenti ed io condividiamo un forte desiderio di ‘internazionalizzazione’. Nel mondo accademico è fondamentale incontrare scuole di pensiero differenti, per migliorarsi e per migliorare le tecniche didattiche”.

L’istruzione universitaria nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania è poi fortemente penalizzata durante le intensificazioni militari. “Tutte le università sono state fatte chiudere da Israele durante l’intera durata della Prima intifada. Per 4 anni abbiamo tenuto i corsi nelle moschee, nelle case, ovunque si trovassero gli spazi. Nel corso delle ultime due offensive su Gaza, Israele ha ripetutamente colpito le infrastrutture civili dell’intera regione – strade, scuole, ospedali, e anche la nostra università. La nostra Facoltà di Scienze è andata completamente distrutta in un attacco aereo nel 2008: in pochi minuti sono andate distrutte ricerche svolte nel corso di 30 anni di studi, così come l’attrezzatura di facoltà. Oggi, uno dei due edifici è ancora in fase di costruzione, e gli studenti continuano ad essere ospitati presso altre università di Gaza”.

“Le università ne risentono sia in Cisgiordania che a Gaza, ma a Gaza maggiormente, in quanto siamo completamente tagliati fuori. Inoltre, i docenti internazionali sono scoraggiati da diversi fattori: dal visto limitato ma anche da un possibile e non provocato attacco israeliano, che può terrorizzare chi non è cresciuto in una zona di guerra”.

Poiché il livello di disoccupazione nella Striscia di Gaza raggiunge il 40%, le prospettive di lavoro di un laureato sono anche molto scarse. “L’informatica è il settore in cui i nostri studenti hanno ottenuto migliori risultati dopo la laurea. Ma la disoccupazione è una questione seria che va affrontata al più presto”.

Con un sorriso, il dottor Kamalian aggiunge: “La vita continua. La lotta continuerà. Speriamo che Israele ceda presto alle pressioni internazionali ed elimini il blocco, in modo che la vita qui possa tornare alla normalità. Se ciò non accadrà, continueremo come abbiamo sempre fatto”.

In base al diritto internazionale, l’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti umani e l’articolo 13 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (Icescr) riconoscono il diritto di ognuno a un’istruzione. Secondo l’articolo 13.1 dell’Icescr tale diritto è finalizzato al “pieno sviluppo della personalità umana e alla sua dignità”, e a permettere una partecipazione sociale attiva. Il Comitato sui diritti economici, sociali e culturali (Cescr) ha stabilito in un incontro tenutosi l’8 dicembre 1999 che l’istruzione è sia un diritto umano che “uno strumento indispensabile per comprendere altri diritti umani”.

L’articolo 12 del Patto internazionale sui diritti politici e civili, del 1966, garantisce poi che “ognuno dev’essere libero di poter lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e che nessuno debba essere arbitrariamente privato del diritto di entrare nel proprio Paese”. Ciò comprende il diritto di viaggiare per motivi di studio, sia come studente che come docente. Inoltre, secondo il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti umani (Commento generale n.27), “il diritto di una persona ad entrare nel proprio Paese riconosce il rapporto speciale della persona con quel determinato Paese”. Inoltre, secondo il Tribunale di giustizia internazionale, a coloro che hanno un reale ed effettivo rapporto con un Paese, come la residenza abituale, l’identità culturale e i vincoli familiari, non può essere negato il ritorno.

La distruzione dell’edificio delle facoltà di medicina, ingegneria e scienze dell’Università islamica, avvenuta nel 2008, costituisce una violazione dell’articolo 53 della Quarta convenzione di Ginevra, che stabilisce che la distruzione di una proprietà privata è vietata, a meno che le operazioni militari non la rendano assolutamente necessaria. Inoltre, in base al secondo paragrafo dell’articolo 8 (b)(i) “l’attacco intenzionale contro obiettivi civili, ovverosia contro obiettivi non militari” costituisce crimine di guerra.

Infine, il blocco di Gaza imposto da Israele rappresenta una forma di punizione collettiva, che viola l’articolo 33 della Quarta convenzione di Ginevra. Infliggere grandi sofferenze sulla popolazione di Gaza, costituisce anche crimine di guerra, per il quale la leadership politica e quella militare israeliane sono criminalmente e individualmente responsabili.

Traduzione per InfoPal a cura di Stefano Di Felice

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Ebrei non andate in Israele se tenete alla vita

Guard shoots Jewish tourist in Jerusalem

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Israeli medics carry the body of a Jewish visitor shot dead by a guard on June 21, 2013 near Jerusalem’s Wailing Wall Credit: Ahmad Gharabli/AFP

An Israeli security guard on Friday shot dead a Jewish visitor at Jerusalem’s Western Wall, the holiest site where Jews can pray, apparently mistaking him for a Palestinian militant.

Public radio said that police were seeking to have the guard remanded in custody.

Police spokesman Micky Rosenfeld said that he was being taken in front of a magistrate, but had no further details.

“There was a Jewish guy, an Israeli guy, who was in the bathroom area,” Rosenfeld told AFP.

“He for some reason shouted ‘Allahu Akbar’,” Rosenfeld said. “A security guard drew his weapon and fired several shots at the suspect… He died from his wounds” later.

An acquaintance told army radio the man was a volunteer at a nearby soup kitchen run by the Hassidic Chabad movement.

“He’s a regular here, well-known,” David Dahan said.

“He’s on his own here, his parents are in France.”

Rosenfeld could not immediately confirm reports that the man held both French and Israeli citizenship.

State television identified him as Doron Ben Shloush, a 46-year-old homeless who visited the Wailing Wall frequently.

The shooting took place shortly before 8 am (0500 GMT) as the plaza in front of the Wall filled with worshippers for morning prayers ahead of the start of the Jewish Sabbath at sundown.

The site was closed to the public for more than two hours afterwards.

Paramedic Zeevi Hessed told news website NRG that his team rushed to the scene as reports of a shooting came in.

“When we reached the place, we saw him lying at the Western Wall plaza,” he said. “He had been shot in several parts of his body… Sadly there was nothing we could do but declare him dead.”

Rosenfeld said that an investigation had begun into the shooting.

Public radio quoted the private security guard as telling police investigators that he thought the man was pulling something from his pocket as he shouted, and was about to attack him.

It said that police found nothing suspicious on the man’s person.

Rosenfeld said the circumstances were still unclear.

“We’re looking into the background: why the security officer opened fire and what the motives were of the guy, the 46-year-old — it’s very strange behaviour.”

The Western Wall’s rabbi, Shmuel Rabinovitch, told the Ynet news site: “Regardless of the circumstances, such a case is a terrible tragedy.”

Ynet quoted witnesses it did not identify as saying that the guard did not fire warning shots or attempt to disable the man but shot directly at his chest.

Scambiato per un palestinese. Ucciso un ebreo perché ha urlato “Allah Akbar”

Al-Quds (Gerusalemme) – Ma’an. Nella mattinata di venerdì 21 giugno, un uomo ebreo è stato ucciso da un agente di sicurezza israeliano, nei pressi della moschea di al-Aqsa, a Gerusalemme est.

Secondo le fonti israeliane, l’incidente è avvenuto alle 7:40 del mattino nell’area dei bagni pubblici, nei pressi della moschea di al-Aqsa, a Gerusalemme. L’agente israeliano ha raccontato di aver aperto il fuoco contro l’uomo perché “si è messo le mani in tasca e ha urlato Allah Akbar (Dio è grande)”.

Le fonti hanno aggiunto che i soccorsi sono giunti sul luogo e hanno tentato di rianimare il ferito, tuttavia, a causa della gravità delle ferite, il personale medico non ha potuto fare altro che constatare la morte dell’uomo.

Micky Rosenfeld, portavoce della polizia israeliana, ha confermato la versione dell’agente, aggiungendo che quest’ultimo ha aperto il fuoco contro l’uomo per aver sospettato che si trattasse di un estremista palestinese. Ha dichiarato: “Sembra che l’urlo, Allah Akbar, fosse il motivo per cui l’agente ha estratto la pistola, sparando alcuni colpi contro l’uomo”.

thanks to: AFP

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La corsa della Ferrari nella città occupata indigna i palestinesi

La casa automobilistica correrà nella Città Santa il 13 e il 14 giugno. Protesta dell’Anp: «Violate tutte le convenzioni internazionali». L’azienda non replica.

di Michele Giorgio

Gerusalemme, 12 giugno 2013, Nena News – A Maranello continuano a dimenticare violazioni di diritti, occupazioni militari, convenzioni e leggi internazionali. È accaduto un paio di mesi fa in Bahrain dove la Rossa, senza esitare un minuto, è scesa sul circuito di Sakhir nonostante le proteste popolari che da due anni sono represse del sangue dalla monarchia assoluta che domina quel Paese. Accade ora a Gerusalemme, città occupata secondo le risoluzioni dell’Onu, al centro del conflitto tra israeliani e palestinesi. Dopo Rotterdam, Doha, Rio, Mosca e altre città, la Ferrari sarà protagonista di un’altra esibizione cittadina.

Guidata da Giancarlo Fisichella, la Rossa parteciperà il 13 e 14 giugno alla prima edizione del «Jerusalem Peace Road Show», una sorta di mini GP di F1 su di un circuito di 2,4 km, organizzato dal comune israeliano. Tuttavia non sarà una «strada della pace» quella che percorreranno la Ferrari e gli altri bolidi, perché il tracciato in parte è a ridosso delle mura della città vecchia che rientra nella zona palestinese (Est) di Gerusalemme, occupata da Israele nel 1967. Un aspetto che Giancarlo Fisichella non sembra aver preso in considerazione. «È bellissimo avere l’opportunità di guidare una vettura di Formula 1 sulle strade di una città così affascinante e ricca di storia come Gerusalemme – ha dichiarato il pilota romano, beniamino per diversi anni degli appassionati italiani di F1 – Sono sicuro che l’evento attirerà tantissima gente lungo il percorso, un vero e proprio circuito che si snoderà su e giù per le colline e correrà per una parte accanto alle mura della Città Vecchia».

Appunto, a Gerusalemme Est. D’altronde la linea del «non vedo, non sento, non parlo» non è insolita per la scuderia di Maranello, come insegna il Bahrain. Il video sull’evento a Gerusalemme, visibile sul sito della Ferrari, evidenzia gli abituali aspetti turistici e religiosi della città tralasciando tutto il resto. Eppure, a conferma che il mini gran premio ha il fine anche di affermare il controllo israeliano su tutta Gerusalemme, ci sono proprio le dichiarazioni rese dal sindaco israeliano, Nir Barkat, che parla di città «nostra»: «La nostra è una città aperta a tutti ed è importante mandare un messaggio di pace, senza nessun significato politico». Nessun messaggio politico, afferma Barkat. Intanto non c’è risoluzione internazionale che riconosca Gerusalemme capitale di Israele e, per questa ragione, le ambasciate, incluse quelle degli Stati Uniti e dell’Italia, si trovano a Tel Aviv.

Non sorprendono le proteste palestinesi per l’esibizione dei bolidi di Formula Uno nelle strade della città santa. L’evento, sottolineano i palestinesi, appare particolarmente «offensivo» perché è stato organizzato a sole due settimane dal 46mo anniversario dell’occupazione di Gerusalemme Est. L’Anp aveva chiesto a Maranello di annullare la sua partecipazione al «Jerusalem peace road show». «Questa corsa è un proseguimento della guerra di occupazione (israeliana) che continua a ripercuotersi sulla città santa di Gerusalemme», sottolinea il governo di Ramallah. «L’iniziativa viola tutte le convenzioni e norme internazionali che considerano Gerusalemme una città occupata. È illegale organizzare alcunché su un territorio spogliato della legalità internazionale». Protesta da parte sua Khaled Qedwa, segretario dell’Automobil club palestinese, per il quale «occorre proteggere il carattere arabo della città santa». Proteste che non scuotono la Ferrari.

thanks to: Michele Giorgio

Palestinian Christian presence in Palestine endangered as a result of the occupation

There is an on-going conspiracy against the Christian presence in the Palestinian territories, said Hanna Issa Hadithah, an activist who supports the Christian presence in Palestine.

“The [Israeli] authorities bear primary responsibility for emptying the land of the Christ of Christians,” Hanna Issa said in an interview held in Ramallah.

Issa, who also heads the Muslim-Christian committee for supporting Al Quds and sanctity, added that there are currently 4300 Christians in Jerusalem only. However, the number of Christians in Jerusalem has almost halved in the past decade.

“The number of the Christians that remained in the Gaza Strip is now 1230 and 40,000 in the Occupied West Bank,” he added.

According to official statistics, Christians constitute less than 1 per cent of the Palestinian population in the Palestinian territories (the West Bank, East Jerusalem and Gaza).

Issa said that in the year 630, Christians made up 90 per cent of the population, “and now they constitute less than 1 per cent of the Palestinians residing in Palestine due to forced displacement by the Occupation, the economic situation and inducements by some missionary Zionist Christians.

The head of the committee also highlighted that Israel controls the areas where sacred Christian sites are located as well as the routes to these sites; therefore, Christians prefer to emigrate from the area.

Noting that the immigration of Christian Palestinians begun to take on a political nature since the middle of last century, “Israel’s objectives behind the rise of Christian immigration from Palestine is to empty its lands from Christians.” “It aimed at emptying Palestine from its civilizational components and diversity in line with the Israeli policy toward damaging the Palestinian people’s culture and scattering Palestinians around the world.

Issa noted that all Palestinians – Muslim and Christian – have a common culture and live in the same circumstances. “But the immigration of Christians from Palestine requires a serious and responsible pause by relevant political actors.

He noted that the Palestinian Authority has no strategy to confront this decline, and that there is no purely Christian Church in Palestine to follow up on the catastrophe. Churches in Palestine are affiliated with other Christian denominations in other countries, and there is no Christian Church for Palestinian Christians; one which would confront the danger.

He concluded that the Palestinian Authority’s institutions and civil society organisations in Palestine must prevent this emigration and reinforce the presence of this group, “as there is a dire need to find a comprehensive vision for the nation’s issues, and serious work need to be undertaken by Muslims and Christians together in order to confront the various challenges that the Palestine Issue faces.”

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Commemorating the 65th Anniversary of Al Nakba (‘the Catastrophe’)

May 15th marks the 65th anniversary of the dispossession of the Palestinian people that came with the creation of the state of Israel in 1948. This day is referred to as “Al Nakba,” the Arabic word for “catastrophe”, and is commemorated by Palestinians worldwide, The Toronto Palestine Film Festival (TPFF) said in a press release.

The TPFF is commemorating Al Nakba with the North American premiere of Ahmed Damen’s documentary The Red Stone, which will take place on Wednesday May 15, 2013 at 7:00pm in Beit Zatoun, 612 Markham St Toronto, on Admission: $5 suggested donation North American Premiere Trailer

The Red Stone: Taking its title from the characteristic red stone used to build many of Jerusalem’s historic buildings, Ahmad Damen’s documentary focuses on Palestinian areas of West Jerusalem that were depopulated in 1948 to create the state of Israel.

While tracking the architectural and family histories of these splendid properties, The Red Stone reveals the buildings’ current occupants, the Israeli real estate companies trading in their “exotic” appearances, and the original owners now barred from their ancestral homes.

This touching film uses personal narratives and archival footage to tell the stories of the displaced inhabitants and their attempts to reunite with their childhood homes.

The 6th annual TPFF takes place Sept 28- Oct 4, 2013. Established in 2008, TPFF celebrates film as an art form and means of expression by showcasing the vibrant heritage, resilience, and narratives of the Palestinian people.

WATCH The Red Stone Trailer 

 

 

thanks to: Palestine News Network