Carovana AntiFascista, eccolo il Donbass dopo 4 anni di bombardamenti terroristici sulle aree civili

di Fabrizio Poggi

Mentre Vladimir Putin inaugura la sezione stradale del ponte sullo stretto di Kerc, definito “opera illegale” dai golpisti ucraini e dalla loro claque liberale russa, non accenna a evolvere al meglio la situazione in Donbass, che vede il quotidiano stillicidio e martellamento di bombe di mortaio e d’artiglieria sui villaggi di campagna e sui quartieri periferici delle maggiori città delle Repubbliche popolari.
Bombe di mortaio da 120 mm e colpi sparati da mezzi blindati e lanciagranate automatici hanno colpito ieri nella LNR le propaggini di Kalinovo (nordovest di Stakhanov) e Prisib, una trentina di km a nordovest di Lugansk. Negli ultimi giorni, le forze ucraine avevano tentato di passare all’offensiva nell’area di Gorlovka, nella DNR, colpendo con rinnovata intensità i rioni di Sirokaja Balka e Nikitovskij (in quest’ultimo, una scuola è stata bersagliata anche ieri da colpi di mortaio da 120 mm), ma i contrattacchi delle milizie popolari hanno costretto le truppe di Kiev ad abbandonare le alture chiave a nordovest di Gorlovka, in particolare il villaggio di Cigari, precedentemente occupato nella terra di nessuno.

Il bilancio, provvisorio, è stato di due miliziani morti, nove soldati ucraini morti e cinque feriti. L’agenzia dan-news.info scriveva ieri che l’offensiva su Gorlovka era coincisa con l’arrivo in Ucraina del rappresentante speciale USA Kurt Volker, che, però, Mosca non considera più un interlocutore credibile, tanto da mettere in forse il proseguimento dei colloqui tra lui e il rappresentante (non più per molto) del Cremlino Vladislav Surkov, sullo sfondo dell’ormai lungo stallo del “formato normanno” Berlino-Mosca-Parigi-Kiev.

Novorosinform scrive che i danni più gravi del martellamento ucraino si registrano in queste ore nell’area del villaggio della miniera Glubokaja, con gli abitanti costretti a riparare nei rifugi o sfollare nei rioni più sicuri di Gorlovka, pur se anche quartieri periferici come Zajtsevo e Žovanka rimangono alla portata delle artiglierie ucraine e la stessa Gorlovka è praticamente assediata. D’altro canto, sembra che la manovra attorno a ?igari, potrebbe essere nient’altro che un diversivo per mascherare una prossima offensiva su Gorlovka, Donetsk o Doku?aevsk – tutte allineate sulla stessa traiettoria nordest-sudovest – o, più a sud, in direzione di Novoazovsk.

E’ in questo quadro, che nei giorni scorsi la leadership della DNR ha sollecitato i cosiddetti osservatori OSCE a “prestare maggior attenzione” alle violazioni ucraine del cessate il fuoco lungo la linea di demarcazione; i rappresentanti della DNR al Centro congiunto di controllo e coordinamento hanno informato l’OSCE su 33 violazioni ucraine nella sola giornata del 13 maggio, con il ferimento di due civili a Gorlovka. Le forze di Kiev avevano riversato infatti una pioggia di bombe di mortaio e proiettili d’artiglieria nell’area del villaggio di Šakhta Gagarina, per alleggerire la situazione su ?igari, da cui tentavano di evacuare i reparti sbaragliati dalle milizie.

Nonostante le voci su una presunta stabilizzazione della situazione e una relativa calma, le forze ucraine continuano dunque a violare quotidianamente il cessate il fuoco e ignorare le altre misure militari e politiche previste dagli accordi di Minsk del febbraio 2015. Così che, nota Denis Gaevskij su Svobodnaja Pressa, di fronte a una popolazione ucraina che i sondaggi indicano come sempre più stanca di un conflitto quadriennale, il golpista numero uno, Petro Porošenko, comincia a dar segni di nervosismo, consapevole che le presidenziali del 2019 potrebbero dare la vittoria a quel candidato che avanzi concrete proposte di uscita dal vicolo cieco in cui la junta ha cacciato il paese; tant’è che tra i circoli presidenziali non si escludono manovre per il rinvio delle elezioni al 2020.

Quanto la popolazione ucraina, sottoposta a quattro anni di martellamento ideologico neonazista e oltre venti anni di indottrinamento “indipendentista”, per quanto stanca della guerra, sia d’altra parte veramente propensa a riconoscere il diritto all’autodeterminazione delle Repubbliche popolari del Donbass, è questione quantomeno controversa. I racconti di quanti, in questi ultimi anni, sono stati costretti a emigrare in Russia (come profughi permanenti o anche solo come lavoratori temporanei) fuggendo dal Donbass attaccato da Kiev e anche delle persone con cui è stato possibile intrattenersi nel corso della Carovana antifascista organizzata dalla Banda Bassotti la settimana scorsa nella LNR e nella DNR, parlano di una propaganda nazionalista che ha fatto breccia in larga parte della popolazione ucraina, portando a scontri aperti all’interno di stessi nuclei familiari, ad amicizie troncate definitivamente, tra chi vive da una parte e dall’atra del fronte, a rotture irrevocabili anche tra parenti stretti.

E’ questo il frutto del martellamento psicologico golpista, accompagnato a un’ideologia dell’odio che è parte integrante del dente di lupo sbandierato nelle strade ucraine e che è stata pubblicamente sintetizzata, appena pochi giorni fa, dal console ucraino ad Amburgo, Vasilij Maruš?inets, che su feisbuc ha esortato a uccidere ebrei, “sionisti”, “moskali” (dispregiativo ucraino per indicare i russi), ungheresi e polacchi, da cui liberare le “terre ucraine”, inserire la svastica sullo stemma nazionale e definire ariani gli ucraini. Sono questi, i caporioni nazisti ucraini sulla strada dell’autodeterminazione delle genti di Gorlovka, Makeevka, Al?evsk, Mikhajlovka, Jasinovataja, Avdeevka, Debaltsevo, Ilovajsk, Doku?aevsk, Volnovakha, Stakhanov, Stanitsa Luganskaja.

.. delle popolazioni di tutti quei luoghi attraversati dalla Carovana antifascista o di cui si è semplicemente intravista l’indicazione stradale.
I compagni italiani, russi, catalani, tedeschi, messicani, irlandesi, portoghesi salutati a Makeevka dai musici di “Aurora mineraria” sul resede del Palazzo della cultura della miniera “Butovskaja” si sono inchinati di fronte alle tombe dei civili uccisi dai proiettili ucraini nella grande area circostante l’aeroporto di Donetsk, nel rione Kujbyševskij e nel villaggio Vesëlyj, assieme ai quartieri Petrovskij e Kievskij della città tra i più esposti ai bombardamenti ucraini. Ecco, in lontananza, ciò che resta della torre di controllo dell’aeroporto; ecco le lapidi infrante del cimitero attiguo al rione Kievskij. Ecco le donne di Makeevka che si radunano attorno ai compagni per denunciare il regime di Kiev che ancora ogni giorno, dicono in lacrime, appena scurisce, rinnova i tiri d’artiglieria.

Ecco l’indicazione per Doku?aevsk, in cui ancora lo scorso 28 aprile due uomini sono rimasti uccisi e una donna ferita dai proiettili ucraini. Ma ecco anche le vetture bianche dell’OSCE – pochissime, per la verità, quelle in movimento; mentre numerose sono quelle immobili nel recinto della ricca sede dell’organizzazione – che sfrecciano non si sa per dove. Ecco Mikhajlovka, sulla tragica strada che unisce Al?evsk a Lugansk e in cui nel maggio di tre anni fa fu assassinato Aleksej Mozgovoj, il comandante comunista della brigata “Prizrak”; ecco il cippo sul luogo dell’attentato ed ecco, poi, non lontano, il piccolo cimitero in cui sono sepolti i troppi miliziani della “Prizrak” morti sotto il piombo ucraino o, come nel caso di Mozgovoj, per mano tuttora ignota, almeno a noi.

Eccola, Stakhanov, di cui troppe volte si sono lette le cronache dei bombardamenti, nel 2015, nel 2016 e, a più riprese, nel 2017; eccolo il sindaco, Sergej Ževlakov, dall’aria finalmente distesa, di cui si era visto il volto contratto, ancora nel dicembre scorso, mentre raccontava in TV dell’ultimo bombardamento ucraino sui quartieri periferici della città, che aveva semidistrutto decine di edifici e lasciato migliaia di persone senza energia elettrica e acqua potabile. Ecco l’indicazione per Volnovakha, entrata nella storia del conflitto per la strage di dodici civili causata da una mina a tempo ucraina, fatta brillare al passaggio di un autobus. Era accaduto poco prima dell’attentato alla sede del Charlie Hebdo a Parigi e il golpista Porošenko, ipocritamente e vigliaccamente, aveva addossato alle milizie la responsabilità del massacro di Volnovakha. A Parigi, dopo la famosa marcia a braccetto dei propri tutori occidentali, aveva beffardamente mostrato un pezzo di lamiera, presentandolo come un “frammento dell’autobus distrutto” e poi, tornato a casa, aveva organizzato una veglia con tanto di cartelli “Je suis Volnovakha”, accostando cinicamente le milizie ai terroristi francesi. Ecco Ilovajsk, Debaltsevo, che rammentano le vittorie delle milizie e le pesanti sconfitte di quello che Kiev si ostina a reclamizzare come “il più forte esercito d’Europa”.
Eccolo il Donbass ed ecco la sua gente che, dopo quattro anni di guerra e di bombardamenti terroristici sulle aree civili che, secondo Kiev, avevano lo scopo di spezzare il morale della popolazione e costringere le milizie alla resa, non si stanca di maledire i nuovi nazisti e di aver fiducia nella vittoria. Lo dicono i volti delle migliaia di persone che il 9 maggio, nell’anniversario della vittoria sul nazismo, sfilano nella marcia del Reggimento immortale, gridando contro il fascismo di ieri e di oggi. Lo dicono le parole di quel volontario russo, intervistato mesi fa da una rete moscovita insieme a miliziani tedeschi, francesi, colombiani, che alla domanda su quali motivazioni lo avessero spinto a lasciare il lavoro di controfigura cinematografica e unirsi ai combattenti del Donbass, aveva risposto: “Motivazioni?! Che razza di domanda! Il fascismo non è forse un motivo sufficiente?”.

Sorgente: Carovana AntiFascista, eccolo il Donbass dopo 4 anni di bombardamenti terroristici sulle aree civili

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DI COLPO, L’UOMO DI DAESH IN USA MINACCIA L’ITALIA

Il tweet  (grazie all’amico Umberto che me l’ha segnalato)  è un atto d’accusa inequivocabile: “L’Italia è stato il più  grosso ostacolo  nell’Unione Europea  al far pagare Russia, Iran ed Assad per i crimini passati e presenti in Siria. L’Europa deve fare  molto di più  su questo. Mai più momenti di vergogna”.   L’autore  accusa in particolare il nostro paese di aver ricevuto il capo dei servizio di Damasco, Ali Mamlouk, “che è nella lista nera in Europa. Inoltre hanno di loro iniziativa  le sanzioni contro Iran e Russia per quello che   hanno fatto in Siria. E posso continuare”.

Effettivamente, Mamlouk è stato in segreto a Roma a gennaio, a parlare col capo dei nostri servizi, ASI. L’incontro segreto è stato poi spifferato da Le Monde due mesi dopo.

Mouaz Moustafa
@SoccerMouaz
Italy has been the biggest obstacle to holding Russia and Iran and Assad accountable for past and ongoing crimes in #Syria in the European Union. Europe should be doing much more about this #NeverAgain moment shame…

Il tweet  è firmato Mouaz Moustafa. Chi sarà  mai?, avete il diritto di  domandarvi. Vi chiarisce tutto la foto  del  2013  in cui appare.   E’ quello a destra:

“unidentified” è Moufaz Moustafa, l’agente d i collegamento fra McCain e i terroristi.

E’ quella in cui il senatore McCain si è fatto fotografare  con i caporioni di Al Qaeda in procinto di trasformarsi  i caporioni dell’ISIS (Daesh)  e della “opposizione democratica” ad Assad.  Mouaz Moustafa è quello a  destra, nella foto indicato come “non identificato”.

Insomma è l’uomo che ha fatto incontrare McCain con i capi terroristi. L’agente di collegamento tra i centri di sovversione Usa e la guerriglia anti-Assad. L’uomo che conosce tutte   le  personalità della guerriglia e della sovversione clandestina in Siria.

Siriano, nato a Damasco, abitante in USA, formalmente si dice “direttore esecutivo del SETF, Syrian Emergency Task Force, più dell  UFS (United For a Free Syria),   membro direttivo della Coalition for a Democratic Syria (CDS)”.  Ha lavorato al Congresso nello staff di due senatori,  ma è molto più che un portaborse. Infatti ha lasciato brevemente l’incarico “per lavorare con l’opposizione in Egitto” (insomma come mestatore ed agente Usa per la “primavera” che portò al potere  al Cairo i Fratelli Musulmani), e poi “per la rivoluzione della Libia”, insomma fu uno degli agenti statunitensi che hanno rovesciato Gheddafi creando  e armando i gruppi jihadisti.

Washington DC Staff

http://www.syriantaskforce.org/washington-dc-staff/embed/#?secret=HjIz4JCN64

(Vedi https://www.theislamicmonthly.com/the-man-who-took-john-mccain-into-syria/)

Moufaz  ha accompagnato McCain nei numerosi viaggi  semi-segreti che il senatore ha fatto in Siria per incontrare i terroristi armati dagli Usa e – secondo la sua portavoce – “valutare le condizioni dinamiche sul terreno”.

Il fatto è che, come ha  documentato il giornalista Alex Christoforou (The Duran), “ogni volta che McCain fa un viaggio segreto in Siria, seguono attacchi con armi chimiche” ovviamente addebitati ad Assad.

Il senatore ha fatto il primo viaggio, dove ha incontrato  il futuro  Al Baghdadli, il 27 maggio  2013. Il 21 agosto si verificò il  preteso attacco  chimico a Goutha.

Il 20 febbraio 2017 McCain è tornato in Siria del Nord passando per la Turchia, e il 4 aprile dello stesso anno ci fu il  molto reclamizzato dai Caschi Bianchi attacco al gas ad Idlib; quel  false flag che spinse Trump a lanciare la  prima volata di missili Tomahawk  nel nulla, un anno fa.

Adesso, il 9 aprile 2018, McCain ha accusato Trump di aver “imbaldanzito Assad” annunciando di voler ritirare le truppe americane dal Nord Siria, per cui è seguito  l’attacco chimico che ha indotto Trump,Macron, May ad attaccare ancora una volta con missili la Siria.

 

Dati i precedenti, quando un personaggio come Mouaz Moustafa comincia ad  alzare la voce contro l’Italia, c’è da preoccuparsi. Il nostro Paese finora è stato risparmiato dal terrorismo “islamico” stragista.

Adesso che  il successo elettorale dell’ala “sovranista” può portare ad un governo meno servile,  magari Daesh (sconfitto in Siria e Irak) si farà vivo in Italia?  C’è da chiederselo perché abbiamo avuto altre minacce  “di gravi conseguenze”  da note fonti nei giorni scorsi. Dal giornale israeliano di Torino  La Stampa,

La Casa Bianca al futuro governo: “Non togliete le sanzioni a Mosca”

Parla Volker, inviato dell’amministrazione Trump in Ucraina. “La Lega sbaglia, le misure europee vanno casomai rafforzate”
«L’Italia non può togliere le sanzioni alla Russia senza subire gravi conseguenze».

Si aggiunga il discorso appena tenuto da Macron davanti al Parlamento Europeo, dove, a nome dell’ideologia sovrannazionale  e dei suoi banchieri, ha annunciato iniziative di ostilità  contro ogni populismo e sovranismo che vede crescere. “è un dubbio sull’Europa che attraversa i nostri Paesi, sta emergendo una sorta di guerra civile europea ma non dobbiamo cedere al fascino dei sistemi illiberali e degli egoismi nazionali».   E’ chiaro che  si sta organizzando  la repressione, anzi una vera guerra,contro la volontà popolare dovunque si esprima in termini sgraditi ai poteri transnazionali. Moufaz , l’uomo di collegamento con l’ISIS, di colpo si accorge di noi. E’ meglio saperlo.

Sorgente: DI COLPO, L’UOMO DI DAESH IN USA MINACCIA L’ITALIA – Blondet & Friends

Perché il pilota ucraino “si è suicidato”?

Svjatoslav Knjazev, Sebastopoli, Eurasia Daily, 21 marzo 2018La misteriosa morte dell’ex-pilota ucraino Vladislav Voloshin, in pensione dal 2017 dopo una carriera di successo a Nikolaev, presenta altre prove che l’Ucraina viene derubata e da un motivo in più per dubitare che Voloshin non sia coinvolto nell’abbattimento del Boeing malese del 2014. L’ultima notizia, del 18 marzo, è la morte di Vladislav Voloshin, ex-pilota e direttore dell’aeroporto internazionale di Nikolaev. Il primo rapporto diceva che Voloshin si era sparato con una pistola Makarov dal numero di serie cancellato. Più tardi, i mass media aggiunsero che l’aveva fatto a casa quando moglie e figli erano nella stanza accanto. Non era morto subito e aveva persino parlato coi medici del pronto soccorso. Alcuni giornalisti locali pubblicavano gli screenshot del suo messaggio a un certo Max, dove si lamentava di essere costretto a svolgere attività illegali, suggerendo che poteva essere eliminato se avesse fatto qualcosa di sbagliato, aggiungendo che non gli sarebbe piaciuto lasciare i figli senza padre. Aveva anche detto che pensava al “suicidio”. Ma il tono del messaggio era più sarcastico che depressivo. Voloshin si lamentò che tutti attorno a lui, incluso Max, badassero solo a se stessi. Nella risposta, Max assicurava Voloshin di essere sincero nei suoi confronti. I due erano amici: scherzavano e pensavano di bere della birra. Voloshin criticava il governatore dell’Oblast Nikolaev Oleksiy Savchenko, ma l’uomo di cui aveva paura non era lui, ma una persona più influente. Qui va ricordato chi fosse Voloshin e come divenne un personaggio pubblico.
Vladislav Voloshin era nato a Lugansk nel 1988 e crebbe nel Donbas. A 16 anni entrò nella scuola militare di Lugansk e in seguito nella Kharkov National Air Force University. Nel 2010, entrò nelle forze aeree ucraine. Nel 2014 prese parte alla cosiddetta operazione antiterrorismo sul Donbas. I media ucraini l’avevano definito il pilota più coraggioso delle forze aeree ucraine. Nell’agosto 2014 l’aereo di Voloshin fu abbattuto, ma sopravvisse. Durante l’operazione, compì 33 missioni. Il presidente ucraino Petro Poroshenko gli assegnò un ordine per il suo valore. Voloshin divenne famoso nel dicembre 2014, quando uno dei suoi commilitoni l’accusò di aver abbattuto il Boeing malese sul Donbas. L’uomo disse che l’aereo di Voloshin aveva missili aria-aria al momento e lo citò dire, dopo la missione: “Era l’aereo sbagliato… nel posto sbagliato nel momento sbagliato“. Kiev si affrettò a negare le accuse e ad incolparne i russi. A 26 anni, Voloshin era già maggiore, ma nell’estate 2017 si ritirò e fu nominato direttore aggiunto dell’aeroporto internazionale di Nikolaev. La comunità internet ucraina era indignata dalla “fuga dalle forze armate” ma Voloshin spiegò che i suoi comandanti erano di mentalità ristretta ed esibizionisti e che nell’esercito riceveva solo 13000 grivne al mese, il che non bastava per lui e la famiglia (anche se era il doppio del salario medio in Ucraina). Voloshin aggiunse che aveva fatto abbastanza per proteggere il Paese a differenza di chi lo criticava. All’aeroporto, Voloshin ebbe un discreto successo all’inizio. Nel dicembre 2017, il direttore dell’Aeroporto Mikhaylo Halaiko fu arrestato mentre cercava di consegnare al governatore dell’Oblast di Nikolaev Savchenko una tangente di 2,5 milioni di grivne. Halaiko fu licenziato e Voloshin nominato direttore. Il 24 gennaio 2018, convocò i suoi dipendenti e li informò che l’aeroporto aveva guadagnato 133 milioni di grivne, e stava attivamente ripristinando la pista, i sistemi di navigazione ed illuminazione e pagava puntualmente i salari del personale. Alla fine del febbraio 2018, Voloshin parlò con l’amico giornalista russofobo Juriij Butusov e gli disse che non aveva né nemici né problemi. Tuttavia, il 18 marzo, Voloshin decise di spararsi. Il giorno successivo Hromadske TV citava la vicedirettrice dell’aeroporto internazionale di Nikolaev, Alina Korotich, dire che l’amministrazione dell’Oblast di Nikolaev aveva costretto Voloshin a firmare documenti che certificano il completamento dei lavori nel quadro di una gara annullata, ovviamente illegale. La somma della gara era di 100 milioni di grivne. Sotto questa luce, abbiamo una serie di domande:
Perché Voloshin decise di suicidarsi mentre solo un paio di settimane prima aveva inviato all’amico un messaggio dicendo che non voleva che i suoi figli perdessero il padre?
Perché Voloshin decise di suicidarsi a casa quando l’amata famiglia era accanto?
Se il suo suicidio fu provocato dalle azioni illegali di qualcuno, perché non scrisse nulla nel tentativo di avere giustizia?
Perché Voloshin si è sparato al petto? Da ex-militare, avrebbe dovuto sapere che non era il modo migliore per uccidersi? Fu vivo e cosciente per un’ora e mezza dopo lo sparo.
Dove prese la pistola Makarov? Era un regalo? Perché i numeri di serie della pistola erano cancellati?
Come mai un uomo che ha subito molti test psicologici all’università e bombardato a sangue freddo asili, scuole e ospedali nel Donbas era così psicologicamente instabile?
Perché Voloshin, molto duro nel criticare l’esercito di Poroshenko, accettò di entrare nell’agenzia controllata dal governatore nominato dal Blocco di Poroshenko?
Perché Voloshin era così ottimista solo un paio di settimane prima della morte, anche se aveva problemi così seri?
La teoria secondo cui Voloshin si è suicidato perché si vergognava non dà alcuna risposta alle domande sopra menzionate. Ci sono solo due possibilità logiche: o il pilota è stato ucciso e la sua famiglia è stata costretta al silenzio o fu costretto a uccidersi. La data del suicidio di Voloshin non era una coincidenza. Il 18 marzo, la Russia eleggeva il presidente, un evento che avrebbe sicuramente oscurato la morte dell’uomo sospettato di aver abbattuto il Boeing malese, notizia che altrimenti sarebbe stata in prima pagina.
Chi voleva liberarsi di Voloshin avrebbe avuto due motivi:
Voloshin avrebbe potuto pubblicare fatti che esponevano la corruzione delle autorità di Nikolaev. Alcuni blogger ucraini suggeriscono che chi avrebbe potuto fare pressione su Voloshin quando era vivo era l’eminenza grigia della politica locale, il parlamentare del Blocco di Poroshenko David Makarian. Voloshin avrebbe anche voluto rivelare alcuni fatti sul Boeing abbattuto distruggendo Poroshenko e l’intero regime post-Majdan. Se Voloshin fosse morto due anni fa, sarebbe stato fatale per il regime di Poroshenko, ma ora a Kiev potranno collegare il caso a certi problemi legati alla corruzione nell’Oblast di Nikolaev ed incolparne il governatore locale o alcuni parlamentari. In ogni caso, la morte di Voloshin ha dimostrato che corruzione ed anarchia corrodono le fondamenta dello Stato ucraino e possono farlo crollare da un momento all’altro. Ora possiamo vedere per cosa lottasse Maidan, per il diritto di certuni di derubare i resti del tesoro dell’Ucraina.Traduzione di Alessandro Lattanzio

via Perché il pilota ucraino “si è suicidato”?

Lanciarazzi Usa per la difesa della democrazia in Ucraina

I documenti mostrano che la società americana «AirTronic USA», vicina al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ha concluso l’11 novembre scorso un contratto con la compagnia statale ucraina “Spetstehnoeksport” per la fornitura di 100 lanciarazzi a propulsione

di Giuseppe Acciaio

I primi di agosto sono stati diffusi alcuni documenti ufficiali attestanti che gli USA riforniscono l’Ucraina con armi letali (www.southfront.org/documents-confirm-the-us-already-delivered-lethal-weapons-to-ukraine-exclusive).  Quello che sconvolge di più è la loro destinazione, non vengono adoperati per garantire la sicurezza nazionale, ma vanno direttamente alle unità militari della Guardia Nazionale che si sono distinte durante i combattimenti per la loro eccessiva crudeltà, come ad esempio il reggimento di Azov – composto esclusivamente dai neonazisti e mercenari.

I documenti mostrano che la società americana «AirTronic USA», vicina al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ha concluso l’11 novembre scorso un contratto con la compagnia statale ucraina “Spetstehnoeksport” per la fornitura di 100 lanciarazzi a propulsione PSRL-1 (vale a dire RPG-7 Sovietico modificato). Le armi sono state consegnate all’Ucraina nell’aprile di questo anno.

Questo contratto fu la risposta al governo di Kiev per le numerose richieste di Juvelin americano – missile terra-aria spalleggiabile. Tali richieste sono state rese note durante la visita negli USA del parlamentare ucraino Andrey Parybij. Purtroppo Juvelin è un giocattolo troppo costoso per lo stato Ucraino rispetto al semplice PSRL-1, la differenza è notevole: un solo missile terra-aria spalleggiabile costa 100 000 $ rispetto agli economici PSRL-1 dove la fornitura dei 100 pezzi è costata al bilancio ucraino solo 544000 $. La mossa astuta sia per l’economia che per la sicurezza ucraina, poiché l’arrivo di Juvelin veniva subito notato, invece PSRL-1 sono identiche ai RPG-7 Sovietici senza destare troppi sospetti sulla loro provenienza.

La cosa più bizzarra è che tutto ciò accadde sullo sfondo delle discussioni accese al Congresso americano proprio sulla questione Ucraina, e probabili forniture delle armi letali “per la difesa della democrazia” (quelle non letali vengono fornite già da moltissimo tempo).

Già nei primi giorni di agosto, il Pentagono ha ufficialmente dichiarato le proprie intenzioni al Congresso sull’esito positivo della proposta di fornitura delle armi letali. Il capo della Commissione sulla difesa John McCain ha insistito personalmente sulla loro approvazione, egli è ben noto per la sua ostilità contro la Mosca sul territorio post-sovietico.

Tuttavia questa confusione è servita a distrarre l’opinione pubblica, le forniture sono già in atto da tempo. Le armi americane sono dirette nelle mani dei nazionalisti, come quelli del reggimento dellAzov, i quali sono disposti a continuare la guerra in Donbass nonostante tutti gli accordi di pace sottoscritti.

Alcuni degli esperti occidentali si sono espressi sull’argomento, dichiarando che le forniture sono state fatte sulla commissione dell’amministratore di Barack Obama, per compromettere la posizione del neoeletto presidente Trump, poiché all’epoca si supponeva che egli cercava di ristabilire i rapporti con la Mosca.

Adesso, dopo l’approvazione delle nuove sanzioni e la nomina del “falco” nella persona di Kurt Volker (ex dipendente di McCain) e la sua nomina come l’inviato speciale del presidente degli USA in ucraina, portano via l’ultima speranza sulla risoluzione della crisi ucraina.

Washington e Kiev vogliono risolvere il conflitto delle repubbliche del Donbass con la forza.

Come possiamo ben vedere le relazioni degli USA con la Corea del Nord e dell’Iran, questo metodo sembra l’unico adoperato da Trump.

 

Notizia del: 19/08/2017

 

Sorgente: Lanciarazzi Usa per la difesa della democrazia in Ucraina – World Affairs – L’Antidiplomatico

I soldi del FMI allUcraina? Spesi per la guerra in Donbass

di Eugenio Cipolla

Chissà se i giudici della Corte dei Conti europea, che oggi hanno diffuso una relazione nel quale ribadiscono che l’Ucraina è percepita ancora come il paese più corrotto d’Europa, abbiano avuto modo di ascoltare l’intervista che ieri Oleksandr Onishchenko, ex deputato ucraino sul quale pende un mandato di cattura internazionale dell’Interpol, ha rilasciato all’emittente tv Russia Today. L’ex parlamentare ucraino, riuscito a fuggire dal paese prima di essere arrestato, ha lanciato accuse pesanti nei confronti del presidente Petro Poroshenko. Dichiarazioni che gettano ulteriori ombre sull’operato del capo di Stato ucraino, ormai sempre meno popolare nel paese.

Secondo Onishchenko, infati, la maggior parte dei fondi che Kiev ha ricevuto dal Fondo Monetario Internazionale sono stati spesi dall’attuale amministrazione per sostenere la dispendiosa guerra in Donbass, che costa al paese qualcosa come 5-7 milioni di dollari al giorno. «La maggior parte di questo denaro – ha affermato l’ex deputato – è andato a finire per la guerra, alla quale Poroshenko è molto interessato fino all’ultimo dettaglio, soprattutto per quanto riguarda l’esercito e i contratti di fornitura, gestiti dalla aziende a lui vicine. Per loro è come un business».

Onishchenko ha lavorato due anni nello staff del presidente ucraino e la maggior parte delle rivelazioni riguardano proprio Poroshenko. Ad un certo punto Onishchenko, secondo quanto raccontato da lui stesso, ha provato a fermare questo business, subendo per ritorsione un procedimento penale che lo ha costretto ad abbandonare il paese. L’ex deputato è accusato di aver rubato beni statali nel cosiddetto “caso gas”. Alla vigilia delle ultime elezioni legislative, la Rada aveva dato l’ok al suo arresto, mai eseguito però dall’Interpol, visto che lo stesso Onishchenko ha riparato in Russia.

Non è la prima volta che Onishchenko accusa il suo ex capo. Già cinque giorni fa, intervistato da Rossjia 1 aveva parlato di presunti tangenti versate da Poroshenko a diversi membri della Rada per portare avanti le iniziative necessarie e stabilizzare la situazione politica nel paese. «Il denaro viene consegnato da Poroshenko direttamente presso gli uffici dell’amministrazione presidenziale. E questo avviene quando i parlamentari devono votare in un modo piuttosto che in un altro». Onishchenko afferma che tangenti sono state versate per far approvare alcuni provvedimenti cruciali, come quello sulla rimozione del procuratore generale e del capo della SBU, così come per la riforma giudiziaria. I negoziati sulle tangenti verrebbero portati avanti con i diversi partiti, che poi ripartirebbero le dazioni tra i vari deputati. Ma, sempre secondo il racconto di Onishchenko, ci sono stati anche casi di corruzione dei singoli.

Di tutte queste storie i servizi di intelligence Usa, contattati dallo stesso Onishchenko, sarebbero al corrente. Accuse gravissime, che se confermate potrebbero determinare la messo in stato d’accusa per alto tradimento del presidente ucraino. Il leader del partito Radicale, Oleg Lyashko, ha già chiesto chiarimenti circa la vicenda e la creazione in Rada di una Commissione d’inchiesta che indaghi sulle dichiarazioni rese pubbliche dall’ex componente dello staff presidenziale.

Notizia del: 07/12/2016

Sorgente: I soldi del FMI allUcraina? Spesi per la guerra in Donbass – World Affairs – L’Antidiplomatico

Ucraina cuore nero dell’Europa. Arrestata giornalista antifascista

L’arresto di Miroslava Berdnik, avvenuto a Kiev, nella mattina del 16 agosto 2016, ancora una volta restituisce, con brutale realismo, il senso, la drammaticità e le dimensioni della violenza che il regime fascista di Kiev sta consumando alle porte dell’Europa. L’arresto di Miroslava non è certo un caso isolato. In questo momento, nella capitale ucraina, almeno cinquanta donne, alcune anziane, sono incarcerate per dissidenza politica. Sono donne perseguitate da un governo ultranazionalista, reazionario e filonazista che non riconosce i diritti delle minoranze politiche ed etniche. Pubblicista, giornalista, scrittrice e, soprattutto antifascista, Miroslava Berdnik aveva denunciato i crimini dei neo-nazisti ucraini e si era opposta alla guerra nel Donbass.
Censurato il suo sito internet, tramite il quale aveva svelato i collegamenti tra nazismo e nazionalismo ucraino, Miroslava era stata costretta a vivere clandestinamente. Il suo ultimo libro, intitolato “Pedine nel gioco di qualcun altro”, è stato giudicato un attacco contro “l’integrità territoriale”.
Che la sua la sua vita, come quella di tanti altri giornalisti, fosse in grave pericolo, Miroslava lo aveva già denunciato quando, a Verona, in occasione di un incontro pubblico sulla grave catastrofe umanitaria in corso nel Donbass, aveva inviato un messaggio in chat in cui ci raccontava dei suoi amici giornalisti torturati o uccisi, colpevoli di fare informazione sul Maidan, delle città bombardate, delle sparatorie sui mezzi di trasporto, sulle scuole, sulle case di riposo. Il suo saluto era stato anche un appello ai popoli d’Europa affinché si levasse la voce della loro protesta.
Eccola, invece, l’unione eurocratica e atlantista: una fortezza carolingia che difende la legge suprema del mercato, a qualsiasi costo.
E mentre donne come Miroslava mettono a repentaglio la propria vita per la libera informazione, in Europa si stanno consumando crimini nazisti in nome di una dittatura totale, quella del profitto, e nel silenzio complice e colluso dei media mainstream, nonostante l’appello di Miroslava, come di altri attivisti.
Il tempo delle matite colorate alla Charlie Hebdo è terminato.
I disegni sono chiari: la questione ucraina è un tassello che può e deve essere compreso all’interno di una trama geo-politica più ampia che, dal Nord- Africa al Medio Oriente, è chiara espressione di politiche espansionistiche in nome di un polo imperialistico euro – atlantico che punta a contrapporre frontalmente alla Russia il continente europeo.
Sostenere Miroslava significa squarciare il velo del silenzio della servile informazione.
Contrastiamo il neonazismo in Ucraina, il fascismo in Europa e le politiche UE, come espressioni diverse, e tuttavia concomitanti, di un unico disegno imperialistico per evitare che batta ancora un cuore nero dell’Occidente.

Sorgente: Ucraina cuore nero dell’Europa. Arrestata giornalista antifascista | Contropiano

Cento giorni dopo il nuovo premier: cosa (non) cambiato in Ucraina

di Eugenio Cipolla

Lo scorso 14 aprile, quando venne chiamato da Petro Poroshenko a risolvere uno stallo politico lunghi mesi, nessuno credeva in Volodymyr Groisman. L’ex speaker della Rada, uomo molto vicino al magnate ucraino, appariva una figura sbiadita, molto all’ombra del suo mentore politico (Poroshenko, per l’appunto), non in grado di far uscire l’Ucraina dalle sabbie mobili di una crisi economica senza fine. Oggi, che di giorni ne sono passati cento, si può dire con grande certezza che quelle attese (al ribasso) sono state pienamente rispettate. I sondaggi, d’altronde, parlano chiaro. Gli ultimi, condotti dalla società demoscopica Rating, sintetizzano alla perfezione il sentimento della popolazione ucraina nei confronti del governo che, nell’immaginario di Poroshenko, avrebbe dovuto imprimere una svolta alla direzione del Paese.
Attualmente Groysman gode della fiducia di appena il 20% degli ucraini, contro un netto 59% che disapprova il suo modo di governare. La sua nomina, nata secondo molti analisti dal desiderio di Poroshenko di ottenere il controllo del ramo esecutivo, non è stata percepita positivamente dalla popolazione, convinta (nel 64%) che la sua nomina non cambierà affatto l’attuale crisi politica che investe l’Ucraina. Eppure, quando lo presentò alla Rada, Poroshenko parlò di una “nuova generazione di politici” chiamata a guidare il paese, capace di garantire la promozione delle riforme promesse all’occidente. Dietro l’impopolarità di Groysman ci sono molte ragioni. E la prima è l’attuazione indiscussa delle riforme di austerità imposte dal Fondo Monetario Internazionale con la spinta di Ue e Usa, che non solo non hanno portato i soldi promessi nelle casse del paese, ma hanno peggiorato sensibilmente il tenore di vita di un popolo già messo a dura prova dalla crisi post-Maidan.
Per questo molti osservatori politici ritengono che Groysman difficilmente può essere definito un premier di “successo” o “vincente” e che, al contrario di quanto non si pensi, non resterà molto su quella che una volta era la poltrona di Arsenij Yatsenyuk. Le voci nei palazzi del potere ucraini girano molto in fretta e non è escluso che già entro la fine dell’anno, quando la popolarità di Groisman avrà raggiunto, in appena otto mesi, le disastrose percentuali di consenso ottenute da Yatsenyuk in due anni. Sulle spalle dell’ex sindaco di Vinnycia, in Ucraina centrale, pesano anche una scarsa propensione alla leadership, una mancanza di ambizioni presidenziali (che era invece ciò di cui era dotato Yatsenyuk e per questo è stato silurato da Poroshenko) e un governo che di certo non spicca per ministri dotati di capacità manageriali.
A pagare tutto questo, ovviamente, sono stati i cittadini. Delle tante promesse di Groysman, che si era impegnato a riformare il settore doganale, medico, stradale e burocratico, l’unica veramente manutenuta è stata l’attuazione delle riforme volute da Cristine Lagarde, con il raddoppio, a partire dal primo maggio, delle tariffe del gas per famiglie e imprese. Cosa che naturalmente si è riflessa su tutti quei settori che lavorano con questa preziosa materia prima. Con l’inizio della stagione di riscaldamento, secondo quanto riportato da Unian, il numero di famiglie che avranno bisogno di sussidi pubblici crescerà fino a raggiungere i 9 milioni.  Un ucraino su quattro non avrà i soldi necessari per poter pagare il gas e le varie utilities connesse e ciò costringerà il governo a intervenire con sovvenzioni pubbliche (un po’ il cane che si morde la coda).
Sullo sfondo, poi, si è assistito a una caduta progressiva dei salari e delle pensioni, seguita dalla svalutazione che negli ultimi cinque anni ha perso quasi il 200% del suo valore. Il futuro non promette nulla di buono per ora. Groisman è tra l’incudine e il martello. Da un lato il FMI temporeggia nell’erogare i prestiti promessi, dall’altro i veti incrociati di un Parlamento frastagliato e che mira solo a proteggere le rendite di posizione. Così ogni proposta di legge diventa una battaglia politica, trasformandosi nello stesso circo penoso che ha caraterizzato la prima Repubblica in Italia.
All’estero non va tanto meglio. Groysman ha seguito i dettami di Poroshenko, gli stessi ai quali si era ancorato anche Yatsenyuk. La politica di avvicinamento a Ue e Nato continua incessante ma per adesso non si vedono segno di netto miglioramento rispetto alla precedente gestione. Oltre confine Yatsenyuk era percepito come un politico indipendente, con un proprio partito alle spalle e una buona padronanza della lingua inglese. E ciò lo metteva allo stesso livello degli omologhi stranieri. Cosa che per Groysman non è accaduta. Nonostante i 38 anni e discreta carriera politica, viene percepito come troppo dipendente rispetto ai voleri di Poroshenko e ciò trasformare gli incontri tra lui e gli altri capi di governo in semplici formalità diplomatiche.
Cosa aspettarsi dai prossimi 100 giorni per ora è difficile dirlo. “Se in Ucraina si assisterà a una svolta economica, dipenderà da molti fattori, incluso se il governo Groysman sarà in grado di tirare fuori l’economia da questa zona d’ombra, per attirare denaro necessario a modernizzare il paese”, ha scritto l’agenzia di stampa Unian in un report sui 100 giorni del nuovo premier. “Una cosa, però, è chiara – si legge – il paese e l’economia funzioneranno quando ci saranno i soldi per il credito e gli investimenti. Solo allora l’Ucraina sarà in grado di allungare le ali e produrre valore in più. Solo allora farà un vero mercato di concorrenza, senza monopoli e con regole chiare e regolatori indipendenti”.
“Sarà difficile resistere a una caduta per queto governo”, ha commentato invece il direttore del Centro studi sulla politica e i conflitti di Kiev, Mikheil Pogrebinsky. “Nei prossimi mesi cresceranno le proteste e in questo caso Groysman si troverà davanti due opzioni: andare via non appena il presidente richiederà le dimissioni di governo e Parlamento o restare, ma accrescere il malcontento delle persone e la loro voglio di elezioni anticipate. In ogni caso, io credo che Groysman non rimarrà fino alla fine dell’anno”.
Per l’analista ucraino Mikheil Pavliv “se Groysman non prenderà le distanze pubblicamente da Poroshenko, la sua reputazione politica nel 2017 rischia di crollare seriamente ed arrivare a livelli ben peggiori rispetti a quelli di Yatsenyuk”. Alla fine il rischio è che si concretizzi realmente ciò che prevede Ruslan Bortnik, politigo e direttore dell’Instituto ucraino di analisi e gestione delle politiche, per il quale “Groysman svolge un programma di cooperazione con il FMI e i suoi partner occidentali e questo è costato molto caro a Yatsenyuk. Molto probabilmente questa tendenza continuerà e se non cambierà nulla, senza una vera autonomia politica, questo governo durerà al massimo un anno, ripercorrendo la stessa strada di quello precedente”.
Notizia del: 22/07/2016

Sorgente: Cento giorni dopo il nuovo premier: cosa (non) cambiato in Ucraina – World Affairs – L’Antidiplomatico

Bombardamenti sul Donbass

donbass

Oltre cinquantamila persone hanno partecipato ieri a Donetsk alle manifestazioni contro l’armamento della missione di monitoraggio Osce nel Donbass. Intervenendo al comizio di chiusura, il rappresentante della DNR ai colloqui di Minsk, Denis Pushilin, ha detto che “l’armamento della missione Osce contraddice completamente gli accordi sin qui raggiunti ed è per noi  inammissibile”. Il problema, hanno sottolineato vari oratori, è semmai quello dell’efficacia del lavoro degli osservatori Osce, che “dovrebbero non soltanto registrare, ma soprattutto non permettere le azioni criminali”, ma che invece, in più occasioni, hanno addirittura mancato di rilevare le violazioni ucraine al cessate il fuoco.

Violazioni che continuano senza interruzioni. Ai bombardamenti su Donetsk, Makeevka, Jasinovata e Dokuchaevsk (in cui le forze ucraine hanno fatto uso di sistemi di direzione di tiro statunitensi AN-TPQ-48 e AN-TPQ-36) che, nella notte dal 8 al 9 giugno, hanno provocato la morte di un civile e il ferimento di altri 15, tra cui un bambino di tre anni, se ne sono aggiunti altri nel pomeriggio di ieri, di nuovo su Donetsk, Gorlovka e sui villaggi meridionali di Sakhanka e Sosnovskoe, con l’esplosione di circa 150 colpi di mortaio da 82 e 120 mm e una quindicina di cannonate da carri armati. I colpi sono poi proseguiti anche nella notte, in particolare sui rioni settentrionali e occidentali di Donetsk e alcuni villaggi nell’area di Gorlovka, con artiglierie da 122 e 152 mm.

I bombardamenti dei giorni precedenti hanno coinciso con la firma, da parte di Petro Poroshenko, della risoluzione con cui, per l’ennesima volta, si “istituzionalizza” la possibilità per gli stranieri di prestare servizio a contratto e “volontariamente” nelle forze armate ucraine; come se, sinora, la presenza di mercenari da Caucaso, Asia centrale, Medio oriente e praticamente tutti i paesi europei, oltre che Stati Uniti e Canada, nelle file dei battaglioni neonazisti fosse “soltanto tollerata” da Kiev. La risoluzione presidenziale, oltre che testimoniare ancora una volta le gravi difficoltà di reclutamento di giovani ucraini, costituisce il via libera ufficiale all’afflusso di neonazisti da ogni parte del mondo per la continuazione dell’aggressione governativa al Donbass.

D’altra parte, Pravda.ru scrive oggi della comparsa, in diverse città ucraine, di una sorta di “reparti partigiani” che avrebbero cominciato ad assalire i “contractor” ucraini, reduci o in licenza dal fronte, noti per aver compiuto particolari efferatezze nel Donbass. Pare evidente, scrive Pravda.ru, che la “eroicizzazione dei macellai e dei seguaci di Bandera e Shukhevych, propagandata dai media asserviti alla junta, non è così attecchita nella mente degli ucraini”. Anche questa, probabilmente, costituisce una delle ragioni per cui Kiev è costretta a ricorrere sempre più a “volontari” stranieri a pagamento.

E non sorprende nemmeno particolarmente, dopo la sua intervista in cui invita Kiev a intavolare trattative con il Donbass, la notizia di Nadezhda Savchenko che chiede elezioni legislative anticipate e si dichiara pronta a candidarsi al posto di Presidente: “Il popolo ucraino merita un governo migliore di quello attuale”, ha detto l’ex Jeanne d’Arc in un’intervista alla Associated Press, aggiungendo che “non ho l’ambizione di diventare presidente, così, tanto per esserlo. Se però capirò che posso districarmi nella carica meglio di altri e che la gente ne sente il bisogno, allora sarò presidente”. Si attende l’investitura yankee.
Fabrizio Poggi

 

11 giugno 2016

thanks to: CONTROPIANO

Crimea: sviluppi politici del 2015 e recenti conseguenze

BREVE SINTESI – Il 4 marzo 2014 la Repubblica autonoma di Crimea, tramite il Parlamento, approvò  – con 78 voti su 81 – l’annessione alla Federazione Russa. I passaggi successivi che portarono all’annessione definitiva e che avvennero coerentemente con i procedimenti internazionali furono: la dichiarazione unilaterale di indipendenza dell’11 marzo; il referendum popolare del 16 marzo, con quesito a scelta tra il ricongiungimento della Crimea con la Russia come soggetto federale e il ripristino della Costituzione del 1992 e dello status della Crimea come parte dell’Ucraina; la legge del 21 marzo della Duma, che a seguito del risultato del referendum discusse ed approvò l’inserimento della Crimea all’interno della Federazione Russa. Per la penisola venne decisa la creazione di un intero distretto federale (separato dagli altri distretti originari), esattamente come per la città di Sebastopoli, che essendo situata sulla stessa penisola venne scelta come soggetto federale della Federazione Russa. Gli attuali progetti previsti per collegare la Crimea alla Federazione Russa, e renderla quindi parte effettiva dello Stato, sono quasi totalmente completati o a buon punto. Tra questi, i due più rilevanti sono:

  • Il ponte stradale lungo 19 chilometri che sostituirà gli unici collegamenti aerei e marittimi attualmente in vigore (l’unica porzione di terra che confina con la Crimea è territorio ucraino), e la cui inaugurazione è prevista per dicembre 2018;
  • Un ponte energetico.

Fig. 1 – Il ponte in costruzione che collegherà la Crimea al resto della Russia

LA QUESTIONE ENERGETICA – Il “ponte” o collegamento energetico che sostituirà la dipendenza elettrica dall’Ucraina con quella dalla Russia consiste in un cavo lungo circa 14 chilometri che transiterà lungo il fondale dello Stretto di Kerch collegando la regione Krasnodar alla Crimea. La creazione di questo “ponte energetico” consiste di due fasi: la prima (già terminata nel 2015) ha provveduto a fornire circa 400 MW (potenza a sua volta raggiunta tramite due step di circa 200 MW ciascuno); la seconda, il cui completamento è previsto entro la prossima estate, provvederà a portare la potenza a 800-840 MW, così da raggiungere il consumo medio invernale di 800-1000 MW tipico delle ore di punta. La quantità di energia fornita dalla Russia durante la prima fase, però, corrispondeva solo al 30% del totale, e il restante 70% doveva provenire dall’Ucraina, ma a seguito dell’intervento congiunto effettuato dal gruppo ucraino neonazista Settore Destro con attivisti Tatari, sono state bloccate le riparazioni alle linee elettriche ucraine che pochi giorni prima erano state fatte saltare tramite cariche esplosive, impedendo quindi che a novembre inoltrato la popolazione situata in Crimea potesse usufruire pienamente dell’energia. Il problema è stato inizialmente risolto solo l’8 dicembre scorso a seguito di un accordo tra Governo ucraino e attivisti Tatari-Settore Destro, permettendo quindi che la linea Kakhovsky-Titan-Krasnoperekopsk “colpevole” del blackout energetico in Crimea fosse pienamente ripristinata. In un’intervista precedente alla risoluzione del problema, il ministro dell’Energia russo Alexander Novak aveva dichiarato che la crisi energetica a danno della Crimea avrebbe potuto comportare gravi ripercussioni anche nei confronti della regione ucraina Kherson: la Russia infatti, avrebbe potuto decidere di tagliare i rifornimenti di carbone diretti alla centrale che alimenta tutta l’area. Per ovviare al problema, la Russia ha deciso di installare 300 generatori a diesel nella penisola, così da sopperire alle carenze energetiche provenienti dall’Ucraina. Basti pensare che nel 2014 la Russia ha esportato in Ucraina 5.6 milioni di tonnellate di carbone per produrre energia elettrica e 4.8 tonnellate di coke: la dipendenza dell’Ucraina dai rifornimenti di carbone russo è aumentata esponenzialmente sin da quando le auto-proclamate regioni orientali di Donetsk e di Luhansk (ricche di giacimenti di carbone,e quindi vitali per il fabbisogno energetico dell’intera Ucraina) hanno interrotto i rifornimenti a causa del conflitto con il Governo di Kiev. Attualmente l’Ucraina sta tenendo in funzione le centrali con l’antracite e i rifornimenti di carbone alternativi provenienti dal Sud Africa e, appunto, dalla Russia. A inizio gennaio, in risposta al sabotaggio iniziale, l’Assemblea Legislativa della Repubblica di Crimea ha deciso di rivolgersi all’ONU chiedendo di riconoscere il blocco energetico come violazione dei diritti umani e genocidio; i legislatori hanno chiesto al ministro degli Esteri russo di assisterli ad inoltrare questo documento all’Assemblea Generale ed al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, all’OSCE, al PACE (Parliamentary Assembly of the Council of Europe) e alle altri maggiori organizzazioni internazionali. L’Assemblea ha inoltre aggiunto che le azioni criminali dei politici ucraini sono documentate nei rapporti quotidiani dell’OSCE durante la missione di monitoraggio.

Fig. 2 – Il ministro russo dell’Energia, Alexander Novak

I TATARI DI CRIMEA E IL LORO COLLEGAMENTO AL BLACKOUT – I Servizi federali per la sicurezza della Federazione russa (il noto FSB, servizio segreto erede del KGB) avviarono, alla fine dello scorso novembre, poco prima del ripristino del collegamento energetico tra Ucraina e Crimea, un’indagine sulle cause del blackout: a rivelarlo fu il primo procuratore generale della Repubblica autonoma di Crimea, Natalya Poklonskaya. Il crimine relativo al sabotaggio in Russia è sanzionato con pene che arrivano fino a 20 anni di carcere; l’indagine iniziale aveva rivelato che i fautori del sabotaggio erano attivisti provenienti dalla stessa penisola della Crimea, entrati in territorio ucraino proprio per commettere il crimine. I sospetti provenienti dall’indagine furono confermati e annunciati pubblicamente quando, qualche giorno prima della fine dell’anno, l’autoproclamato leader tataro della Crimea e responsabile del blackout energetico annunciò che il ministro della Difesa turco aveva aiutato ed incaricato la formazione di un battaglione tataro con scopo principale il sabotaggio della linea elettrica. In una serie di interviste ai media ucraini, Lenur Islyamov, il rappresentante dell’organizzazione non dichiarata “Mejlis of the Crimean Tatar People” (il corpo esecutivo più importante che rappresenta i tatari di Crimea), dichiarò che la Turchia aveva ed ha tuttora un ruolo attivo nella formazione del “battaglione Tataro”: «mentre il ministro della Difesa ucraino sta fermo a grattarsi la testa, quello turco ha iniziato a sostenerci; attualmente contiamo più di 100 persone tra le nostre file, tutti giunti come volontari, ma speriamo che il ministro della Difesa e le Forze armate ucraine creino e permettano ai Tatari di Crimea di avere un proprio battaglione nazionale all’interno delle Forze armate». Islyamov crede che questa nuova forza, che conta circa 560 combattenti, possa servire come una sorta di battaglione di “navy seals Tatari”, e il compito principale deve essere un mix di guerriglia e atti di sabotaggio interni alla Crimea. Islyamov ha incoraggiato a isolare ulteriormente la Crimea, e promesso di liberare i Tatari dalla Russia e il ritorno della penisola sotto la guida di Kiev entro un anno. Nel frattempo il movimento Tataro interregionale Qirim, attraverso una conferenza stampa, dichiarava di rinunciare agli autoproclamati leader tatari: «la deriva di Dzhemilev, Chubarov e Islyamov diretta alla cooperazione con i gruppi estremisti e condannata dall’intero mondo progressista, li ha privati del loro diritto a rappresentare i Tatari di Crimea. Da adesso in poi tutte le loro dichiarazioni ai dibattiti pubblici devono essere considerate opinioni personali». I delegati hanno anche condannato l’uso di simboli nazionali dei Tatari di Crimea, inclusa la bandiera, l’emblema e l’inno durante i barbari blocchi alla penisola: «I simboli dei Tatari di Crimea non sono degli strumenti per dei truffatori politici, nessuno può concedere loro il diritto di usarli a loro discrezione».

Lo stesso Presidente ucraino Petro Poroshenko ha ammesso di aver avuto un ruolo di coordinamento nelle azioni rivolte contro la penisola della Crimea, inclusi i continui blocchi energetici che erano stati compiuti dall’organizzazione nazionalista dei Tatari di Crimea: «incontro regolarmente i rappresentanti della comunità Tatara di Crimea, Mustafa Dzhemilev e Refat Chubarov esattamente come con altri attivisti non solo per sostenerli ma anche per coordinare le loro azioni».

Fig. 3 – Il Presidente ucraino, Petro Poroshenko

IL SONDAGGIO – Il Presidente russo Vladimir Putin, prima dell’inizio del 2016, a seguito di ulteriori blackout avvenuti anche dopo quello che era stato il primo e principale, ha istruito il Centro Ricerche dell’Opinione Pubblica (VTsIOM) di effettuare un sondaggio telefonico tra gli abitanti della Crimea per conoscere l’opinione generale in merito alla connessione elettrica della penisola con l’Ucraina; il sondaggio includeva due domande:

  • La prima chiedeva se i crimeani sarebbero stati d’accordo con la stipulazione di un contratto per il rifornimento elettrico che indicava la Crimea e Sebastopoli parti integranti dell’Ucraina, sulla base quindi di quanto il Governo ucraino continuava a sostenere.

Novak ha tenuto a precisare che Mosca non è mai stata d’accordo nella stipulazione del suddetto contratto.

  • La seconda chiedeva se i crimeani fossero pronti a subire una carenza energetica per i successivi tre-quattro mesi nel caso in cui alla precedente domanda si fossero espressi contro la stipulazione del contratto.

L’esito ha mostrato che il 93% dei residenti si è espresso contro la stipulazione del contratto.

IL RUOLO DELLA CINA, L’EMBARGO E LA DECISIONE DELL’UNIVERSITÀ DI OXFORD – Altre azioni interessanti intraprese in Crimea riguardano senza dubbio il sistema di pagamento adottato: i sistemi Visa e Mastercard, forzati a lasciare la penisola a seguito delle sanzioni, sono stati rimpiazzati dall’UnionPay cinese, e la BaykalBank è stata la prima ad adottarla. La UnionPay opera in Russia sin dal 2013 ed è contro le sanzioni economiche internazionali che sono applicate dalla comunità internazionale nei confronti della Russia (e che hanno forzato Visa e Mastercard ad abbandonare il mercato della Crimea).

Fig. 4 – Il sistema di pagamento UnionPay ha rimpiazzato Visa in Crimea

Anche l’embargo russo entrato in vigore il 1° gennaio contro i beni alimentari provenienti dall’Ucraina, attuato in risposta al permanere delle sanzioni economiche e finanziarie applicate contro la Russia stessa, è senz’altro importante: l’introduzione di questo ulteriore embargo verso l’Ucraina è stata decisa poiché gli Stati europei sottoposti all’embargo alimentare russo e fautori delle sanzioni economiche, tentavano di importare in Russia attraverso l’Ucraina i beni alimentari sottoposti a blocco, così da limitare le perdite economiche provenienti da quelle vendite. Le perdite stimate per l’Ucraina e relative a questo nuovo embargo si attestano sui 600 milioni di dollari di esportazioni.
Infine un interessante sviluppo riguardante il riconoscimento della Crimea quale stato appartenente alla Federazione Russa è giunto all’inizio di ottobre 2015 dalla casa editrice appartenente all’Università di Oxford, Oxford University Press: la nuova edizione dei libri di testo di geografia per studenti indica la Crimea, appunto, come parte costituente della Federazione Russa. Dopo le proteste del Governo ucraino, tuttavia, la casa editrice ha riportato tutto com’era prima.

Giacomo Biscosi

Sorgente: Crimea: sviluppi politici del 2015 e recenti conseguenze

Study Proves Maidan Snipers Were Western-Backed Opposition’s False Flag

Research conducted by Dr. Ivan Katchanovski on the Maidan “Snipers’ massacre” of February 2014 has shown that the killings of protesters were organized by far right paramilitary groups and allied political parties, not the former government’s Berkut riot police, as claimed by the current Kiev government and repeated by Western media.

Sorgente: Study Proves Maidan Snipers Were Western-Backed Opposition’s False Flag

Le tensioni si allentano in Ucraina, ma non negli USA

La partita finale in Ucraina sembra affermarsi. Il resoconto tedesco sulla riunione dei ministri degli Esteri del ‘Formato Normandia’ a Berlino sigla una nota positiva. ‘Progressi significativi’; ‘meno conflittuale’; ‘progressi in alcune cose importanti’; ‘molto vicino’; ‘ora va ulteriormente consolidato e assicurato’, sono le significative espressioni usate dal ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier alla conferenza stampa. (RFERL) Come mai tanto ottimismo? Alcune spiegazioni, prima. Torniamo a Vladivostok nell’Estremo Oriente russo, al 4 settembre, in occasione dell’Eastern Economic Forum. Tre importanti accordi energetici sono stati siglati quel giorno tra la Gazprom e partner europei:

Sorgente: Le tensioni si allentano in Ucraina, ma non negli USA | Aurora

First NATO Office to Be Opened in Ukraine

For the first time in history, the NATO Secretary General will participate in a meeting of the National Security and Defense Council of Ukraine during his official visit to the country.

A number of documents on the broadening of NATO presence in Ukraine will be signed within the framework of Jens Stoltenberg’s visit to Kiev, where he is expected to take part in the meeting of the country’s Security Council, agency Ukrinform reported, citing the statement of Ukraine’s Foreign Minister Pavlo Klimkin.

According to earlier reports, the opening of the very first NATO office in Ukraine is being planned.

Sorgente: First NATO Office to Be Opened in Ukraine – Media

Missili Usa per i nazisti ucraini. Altri bombardamenti, altri morti

Missili Usa per i nazisti ucraini. Altri bombardamenti, altri morti

Ancora ieri RT riportava la nota del Ministero degli esteri russo, secondo cui “avanzando accuse infondate, gli USA, a differenza della Russia, non solo non intraprendono il minimo sforzo per regolare la crisi ucraina, ma spingono Kiev a continuare il conflitto nel Donbass”. Oggi, il servizio ucraino della BBC diffonde al mondo il verbo del rappresentante permanente statunitense all’ONU, Samantha Power che, in visita a Kiev, assicura che “non si è mai arrestato il flusso di armi russe di ogni tipo, tra cui anche i sistemi di razzi terra-aria, alle milizie” e, con quell’assoluta petitio principii tipica dell’amministrazione USA, lamenta “la presenza russa in Ucraina”.
Ma sempre oggi, secondo Interfax, Kiev conferma l’arrivo in Ucraina di alcune centinaia di mezzi militari USA, compresi sistemi missilistici Nato “Uragan”. Secondo, l’addetto stampa del Servizio di frontiera ucraino, interpellato da alcuni giornalisti ungheresi, il transito dei mezzi per la frontiera ungherese-ucraino si spiega con le diverse fasi (l’avvio si era avuto lo scorso 20 aprile) del programma di addestramento della Guardia nazionale ucraina da parte di 300 paracadutisti statunitensi e militari canadesi, polacchi e britannici nell’area di Lvov (nella regione occidentale della Galizia) e l’inizio di manovre militari congiunte. A conclusione delle manovre, la Guardia nazionale ucraina dovrebbe “ereditare” munizionamento e materiale di collegamento, mentre, ufficialmente, mezzi corazzati e artiglierie dovrebbero lasciare il territorio ucraino… Al momento, non è dato sapere da chi verrà curato il controllo su tali spostamenti di mezzi da guerra.

Fin qui, sembra conflitto esclusivo di parole, dirette a mascherare la realtà. Come le parole con cui Kiev accusa oggi le milizie di aver colpito ieri almeno una trentina di volte le posizioni delle truppe governative con artiglierie e mortai pesanti che, in base agli accordi di Minsk, dovrebbero trovarsi distanti dalla linea di demarcazione. Ma evidentemente, secondo Kiev, solo le armi delle Repubbliche Popolari dovrebbero rispettare l’arretramento di 50 chilometri dalla linea di contatto tra le parti. Le artiglierie governative invece – il cui avanzamento in violazione agli accordi di Minsk era stato declamato dallo stesso presidente Porošenko lo scorso 3 giugno, in contemporanea alla massiccia offensiva ucraina su Marjnka e Krasnogorovka – secondo Kiev possono benissimo essere dislocate direttamente a ridosso del fronte. In base a quanto dichiarato a più riprese dal Ministero della difesa della Repubblica Popolare di Donetsk, le artiglierie e i mezzi corazzati della DNR, a differenza di quelli ucraini, il cui ridislocamento a ridosso della linea di demarcazione è stato fissato dagli stessi satelliti USA (nonostante Washington accusi le milizie e Mosca di “aggressione”) non hanno mai lasciato i siti in cui erano stati arretrati dopo Minsk. Si spiega così la dichiarazione del Capo dell’amministrazione di Donetsk, Maksim Leščenko, riportata da RT, secondo cui Kiev attribuisce alle milizie anche i tiri di artiglieria sui quartieri civili delle città del Donbass, che persino gli stessi osservatori Osce confermano provenire da parte delle forze ucraine. E’ stato il caso, nei giorni scorsi, di “Gorlovka, in cui è rimasta uccisa un’intera famiglia, o di Telmanovo, dove un bambino è morto colpito in un’area giochi. “Kiev dichiara che le milizie bombardano se stesse, i propri cittadini e presenta ciò come violazione degli accordi di Minsk”, ha detto Leščenko. E per i bombardamenti della scorsa notte su Donetsk, sono morti ancora due civili.

In effetti, secondo l’agenzia Novorossija, gli osservatori Osce confermano la situazione estremamente critica della periferia di Donetsk, in particolare dell’area dell’aeroporto, su cui sono stati registrati nelle ultime ore 216 tiri di artiglieria e circa 300 esplosioni. Una situazione tornata di nuovo incandescente per i bombardamenti governativi e che permette a Porošenko – così come la sua offensiva su Marjnka era servita da pretesto al G7 per prorogare le sanzioni contro Mosca – di dichiarare che non ha alcuna intenzione di togliere il blocco economico, energetico e sociale decretato contro il Donbass, finché non si registrerà un sensibile progresso nell’attuazione degli accordi di Minsk; attuazione ostacolata per l’appunto dall’acutizzarsi delle azioni di guerra di Kiev contro le Repubbliche. Per rendere ancora più esplicita la sua volontà di andare in senso contrario proprio a quegli accordi, Porošenko ha anche ufficialmente detto di non voler prendere in esame le proposte avanzate nei giorni scorsi dai rappresentanti di DNR e LNR in seno al Gruppo di contatto, sulle modifiche alla Costituzione ucraina nel senso della decentralizzazione che concederebbe autonomia locale (una richiesta in tale direzione è giunta ieri anche dal Consiglio municipale di Zaporože, capoluogo della regione a occidente di Donetsk) alle regioni del Donbass all’interno della compagine ucraina.

Non stupisce quindi che il Presidente della DNR, Aleksandr Zakharčenko, dichiari oggi di non vedere né se stesso, né la Repubblica di Donetsk quale parte dell’Ucraina: “né quale soggetto autonomo, né di altro tipo. Io vedo noi come partner di pari diritti; quali buoni vicini o semplicemente quali vicini. Vedo la Novorossija come un forte Stato”, aggiungendo che, a suo parere, altre Repubbliche popolari potrebbero sorgere in qualunque regione dell’attuale Ucraina – Odessa, Kharkov, Kiev, Mukačevo. “L’Ucraina in quanto Stato ha già fatto il suo tempo” ha detto Zakharčenko, “soprattutto dopo i bombardamenti aerei su Donetsk e Lugansk. Dopo di questi c’è stata semplicemente l’agonia del potere”.

Un’agonia che non impedisce però, come dichiara il Presidente del Parlamento della DNR, Andrej Purghin, di utilizzare la costruzione del vallo e delle fortificazioni lungo la frontiera con il Donbass a spese del bilancio statale – secondo Porošenko, ieri in visita a Mariupol, le fortificazioni che devono circondare il Donbass saranno pronte per fine luglio – per l’arricchimento degli oligarchi ucraini e per il riciclaggio di denaro pubblico con cui gli stessi alti funzionari pubblici stanno costruendo sontuose ville, come testimoniato dagli stessi canali televisivi ucraini. Un’agonia, ancora, che non impedisce a Kiev di continuare a “educare” i propri giovanissimi in uno spirito che l’agenzia Novorossija definisce da “Hitlerjugend”. Se nel periodo scolastico si descrivono i russi e la popolazione di lingua russa quali “cannibali, che bombardano i villaggi ucraini”, nel periodo delle vacanze estive si porta avanti “l’educazione patriottica” a cura di Pravyj sektor, nei cui accampamenti i giovani “si addestrano insieme ai combattenti” al montaggio e smontaggio delle armi, al loro uso e ad altre delizie che, nella Germania prebellica, prepararono migliaia di giovanissimi tedeschi a diventare SS.

  • Venerdì, 12 Giugno 2015 12:26
  •  Fabrizio Poggi
  • thanks to: contropiano

    Informazione Ucraina

    di Patrick Boylan.

    Da mesi i media denunciano “l’aggressione di Putin” contro l’Ucraina ed ora fanno vedere una controversa pistola fumante: presunte foto satellitari delle truppe russe. Quattro voci autorevoli, invece, ci invitano a ripensare la narrazione ufficiale. In Ucraina la NATO c’è anche se non si vede: vuole installare i suoi missili sulla frontiera russa, fermare il multipolarismo e ripiombarci nel bipolarismo della Guerra Fredda.

    Lo scorso primo luglio, Henry Kissinger, ex Segretario di Stato USA e uomo politico notoriamente di destra, ha stupito tutti con un articolo sul Washington Post in cui chiedeva la cessazione delle ostilità tra le parti nell’est dell’Ucraina e tra Washington e Mosca. “Basta con la demonizzazione di Putin e la politica dello scontro, bisogna trattare” ha ammonito Kissinger (originale in ingleseresoconto in italiano).

    Poi, nel mese di agosto, sono apparsi altri tre articoli sull’Ucraina dello stesso tenore, tutti scritti da esponenti autorevoli dell’establishment europeo e statunitense:

    • La via per uscire dalla crisi ucraina – la finlandizzazione” di Jeffrey Tayler, corrispondente da Mosca di The Atlantic, ritenuta una delle dieci pubblicazioni statunitensi più influenti in politica estera (12.08.2014: originale in inglesetraduzione Google );

    • “La crisi ucraina è colpa dell’Occidente – non di Putin” di John Mearsheimer, accademico e uno dei cervelli del Council on Foreign Relations, think tank che orienta la politica estera statunitense (Foreign Affairs, 23.08.2014: originale in ingleseresoconto su Megachip).

    Questi esperti vanno addirittura oltre Kissinger e sfatano completamente il resoconto del conflitto ucraino finora propagandato nei mass media. Ossia, che sarebbe Vladimir Putin, spinto da una presunta brama di accaparrarsi sempre più paesi per ricreare l’ex impero sovietico, l’aggressore pericoloso che bisogna isolare e mettere in riga.

    Apprendiamo, invece, che è stato l‘Occidente, tramite la NATO, il vero aggressore in Ucraina. Infatti, l’Occidente ha realizzato un colpo di stato armato a Kiev lo scorso febbraio, dietro la cortina fumogena delle manifestazioni in piazza, usando milizie ucraine filonaziste, addestrate nelle caserme NATO della Polonia, per prendere d’assalto il palazzo presidenziale e costringere alla fuga l’allora Presidente Janukovyč. Ciò ha consentito a Washington di prendere possesso del paese e di portare al potere, non le persone per le quali i manifestanti si stavano battendo in piazza, ma gli uomini voluti dal Pentagono e dal Fondo Monetario Internazionale – e già scelti da tempo.

    Scopo dell’operazione: 1) poter installare basi missilistiche NATO lungo la frontiera russa, minaccia che Kiev e Washington negano di voler attuare ma che viene confermata dalle dichiarazioni della Commissione NATO-Ucraina e dalle visite in Ucraina del Missile Defense Agency del Pentagono; 2) privare la Russia delle forniture delle industrie specializzate nell’est dell’Ucraina, dalle quali l’esercito russo dipende da sempre; 3) privare la Russia della sua base navale strategica in Crimea; 4) consentire all’FMI di ridurre l’Ucraina alla subalternità, attuando la sua (tristemente nota) terapia d’urto economica – quella che l’Italia ha fatto salti mortali per evitare finora.

    L’accresciuta povertà degli ucraini che ne deriverà, darà poi ai paesi europei sviluppati (in particolare alla Germania) accesso ad un vasto bacino di manodopera a bassissimo costo – come quella del sud-est asiatico ma molto più vicina e più istruita. Inoltre consentirà il dumping in Russia, di prodotti europei prodotti e venduti sottocosto dalle filiali ucraine (guerra economica condotta per procura).

    La crisi ucraina è stata provocata, dunque, non dalla Russia ma dall’Occidente che, per mettere la Russia in difficoltà militarmente ed economicamente, ha commesso due illegalità: ha violato le norme internazionali che vietano l’attuazione di golpi in paesi terzi e ha violato i Patti Fondativi del 1997 che prevedevano un’Ucraina neutra e fuori da ogni alleanza militare. Le contromosse di Putin – annettere la Crimea con la sua base navale e sostenere la ribellione nell’est dell’Ucraina – andrebbero dunque viste meno come “invasioni ingiustificate” compiute “dal famelico orso russo” e più come tentativi di salvare il salvabile dopo l’invasione dell’Ucraina – questa sì ingiustificata – da parte della NATO. Questo concetto è stato peraltro raffigurato in un cartello della Rete NoWar per una manifestazione tenutasi davanti all’ambasciata d’Ucraina il 17 maggio 2014: vedi sotto.

    Ma proprio la consapevolezza della falsità della narrazione ufficiale degli eventi in Ucraina ci consente poi di uscire dal conflitto. Invece dell’inevitabilità dello scontro, ci accorgiamo della possibilità di un negoziato, nei termini ipotizzati da Kissinger il primo luglio e ripresi nel mese di agosto, con varianti, dai tre autori elencati sopra.

    Secondo questi esperti, l’Occidente potrebbe rinunciare all’installazione di basi missilistiche in Ucraina e al blocco delle forniture dalle industrie nell’est, per ottenere dalla Russia la fine della ribellione nella zona orientale del paese e la rinuncia alla sovranità sulla Crimea – naturalmente, dietro meccanismi che garantiscono la permanenza della base navale russa sulla penisola. Da parte sua, la Russia potrebbe accettare l’entrata dell’Ucraina nella zona economica europea, purché rimanga neutra sul piano politico-militare (“finlandizzandosi”) e dietro garanzie adeguate anti-dumping per tutelare l’economia russa. A ciò potremmo aggiungere la concessione, non dell’indipendenza, ma di un’estesa autonomia regionale all’est, militare (con una Guardia Regionale al posto della temutissima Guardia Nazionale), economica (con il controllo sulle proprie esportazioni) e culturale (tutele linguistiche e religiose).

    E sarebbe la pace.

    Ecco dunque apparire all’improvviso nell’estate del 2014, in quattro pubblicazioni autorevoli, una visione nuova degli eventi in Ucraina, diametralmente opposta alla fuorviante narrazione ufficiale. Una visione che, svelando le vere poste in gioco, ci consente di muoverci per fermare le ostilità sul campo e tra governi. Ma come?

    L’editoriale di Gabor Steingart ce lo indica: rievoca la figura di Willy Brandt, sindaco di Berlino (e poi Cancelliere) all’epoca della costruzione del Muro da parte dei sovietici nel 1961. Quel muro poteva significare la fine di qualsiasi dialogo tra Est e Ovest. E invece Brandt si è prodigato per la conciliazione tra le parti e, passo dopo passo, ci è riuscito. Rifiutando le rappresaglie. Riconoscendo lo status quo al fine di cambiarlo. Riconciliando gli interessi. Promuovendo il riavvicinamento. E, soprattutto, provando e facendo provare la compassione – anche verso i nemici.

    Potrebbe Brandt servire da modello per i nostri leader di oggi – Merkel, Obama, Poro?enko, Putin – per quanto riguarda la crisi ucraina? Steingart sembra infatti incoraggiare la Cancelliera tedesca a seguire l’esempio del suo predecessore e già la Merkel sta mantenendo costanti contatti telefonici con i leader che meno si parlano tra loro (una tattica di Brandt). Putin, pur non rinunciando a fornire “assistenza” agli ucraini russofoni, ha dichiarato la sua disponibilità a trattare con tutti in qualsiasi momento. Persino Poro?enko ha accettato, a margine del vertice regionale di Minsk il 26 agosto, di trattare con Putin faccia a faccia per due ore – trattativa “dura e complessa”, ha poi confidato, ma che ha permesso ai due statisti di creare un gruppo di contatto permanente per proseguire con le trattative. Un inizio di dialogo, dunque. (Per ragguagli sulla possibile svolta a Minsk, vedi quest’analisi di Giulietto Chiesa.)

    Ma che dire del quarto protagonista, il convitato di pietra a Minsk, Barack Obama?

    Purtroppo, a Washington, i neocon, i consiglieri ultra-conservatori cacciati dalla Casa Bianca con la sconfitta di Bush jr, sono ormai rientrati dalla finestra e oggi spingono l’amministrazione Obama a promuovere, di nuovo, la bipolarizzazione del mondo (il celebre “O con noi o contro di noi” di Bush jr.). Proprio l’opposto della conciliazione.

    I motivi per questa insistenza sulla bipolarizzazione del mondo sono due. In politica estera, i neocon (e i poteri forti che li sponsorizzano) non vedono di buon occhio il graduale avvicinamento avvenuto in questi ultimi anni tra l’Europa e la Russia, con la costruzione di sempre più oleodotti e gasdotti (“fili” che cuciono insieme i due continenti), con l’intensificarsi dei rapporti commerciali, con lo sviluppo congiunto delle nuove tecnologie, e via discorrendo. Perché tutto ciò porterà ad un autentico multipolarismo, vale a dire, ad un futuro “blocco euro-russo” avente lo stesso peso degli USA o della Cina. Attuando invece il golpe in Ucraina per istigare la Russia a reagire, i neocon e i loro sponsor sono riusciti ad ottenere lo scontro, a rilanciare la retorica bipolare della Guerra Fredda e a spezzare in parte i legami euro-russi tramite:

    — le sanzioni economiche contro la Russia che interrompono una parte degli scambi economici e tecnologici dell’EU con quel paese, sostituendoli con gli scambi atlantici previsti nel quadro del TTIP, il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti – una gabbia normativa che subordina le industrie europee alle multinazionali statunitensi e che sarà probabilmente approvato entro quest’anno;

    il blocco della costruzione dei nuovi oleogasdotti Russia-UE, come il Southstream, sostituendoli con la fornitura di gas liquefatto americano, ormai prodotto in eccesso grazie al fracking (almeno, così si dice). Ciò significa che, accanto alla dipendenza economica (TTIP), l’Europa dipenderà dagli USA anche sul piano energetico.

    In pratica, la politica estera neocon rigetta il multipolarismo e ridivide il mondo in due blocchi: da una parte la Russia, l’Iran e la Cina (la SCO: l’Organizzazione di Shanghai per la cooperazione); dall’altra, l’«Occidente», cioè tutti gli altri paesi dietro la leadership degli USA. La SCO diventa, dunque, il nuovo Asse del Male. E con “il Male” non si tratta.

    Obama, dunque, rifiuta il dialogo con Putin e impone a Poro?enko di non trattare con i leader separatisti. Sostituisce il dialogo con le sanzioni, con l’esclusione della Russia dagli incontri occidentali, con la sospensione delle iniziative politiche e scientifiche congiunte e con l’incremento delle truppe NATO lungo le frontiere russe. Il 26 agosto c’è stato a Minsk il parziale disgelo a sorpresa tra Poro?enko e Putin e perciò, puntualmente, due giorni dopo, la NATO ha tirato fuori le ormai famose foto satellitari delle truppe russe (simili ad altre che aveva da tempo ma mai mostrate) e, istigando il Presidente ucraino ad interrompere il suo viaggio e a suonare l’allarme per “l’invasione russa”, ha minacciato la guerra. Di sforzi di conciliazione, di sforzi per capire le ragioni dell’altro, d’inviti alla calma, neanche l’ombra.

    Questa bipolarizzazione del mondo e demonizzazione dell’avversario è anche funzionale alla politica interna statunitense voluta dai neocon. La SCO fornisce al governo statunitense un nemico di peso da additare – come fu l’URSS durante la Guerra Fredda – per giustificare uno stato di emergenza permanente e la creazione di uno stato poliziesco. Già grazie agli attentati dell’11 settembre, i neocon hanno potuto: (1.) far approvare il Patriot Act “per punire i terroristi” ma, in realtà, per poter incarcerare senza processo qualsiasi dissidente; (2.) potenziare la NSA per “scoprire i terroristi” ma in realtà per spiare ogni singolo cittadino; (3.) militarizzare le polizie locali “per impedire atti terroristici” ma in realtà per impedire qualsiasi protesta, come si è visto a Ferguson in agosto. Davanti alle presunte minacce di un nemico (la SCO) ancora più potente dei terroristi jihadisti, la repressione diventerà totale.

    Sarà possibile invertire questa tendenza, arrestare la propaganda a favore della bipolarizzazione del mondo e spingere per accordi di pace in Ucraina e di libero scambio tra l’Europa e la Russia? Di certo non sarà facile, vista la disparità dei mezzi a disposizione (gli sponsor dei neocon hanno molto influenza nel mondo, sia presso i governi che nei mass media). Ma vale la pena tentare, anche con petizioni come quella di Alex Zanotelli e di Alfonso Navarra su PeaceLink.

    Soprattutto ricordiamo ai nostri governanti il metodo della conciliazione messo in opera con successo da Willy Brandt, all’epoca del Muro di Berlino, come Steingart ha fatto sul Handelsblatt. Inoltre, chiediamo con insistenza ai nostri mass media, pena il boicottaggio, di smetterla con la ricorrente demonizzazione dei nostri avversari e di farci capire invece anche le loro ragioni. Rifiutiamo il voto a partiti che non hanno un’articolata politica estera e cerchiamo, da attivisti, di influire su quella degli altri.

    Facciamo tutto ciò pur consapevoli che sarà assai più difficile oggi, rispetto al 1961, superare – con gli appelli alla conciliazione e alla comprensione reciproca – il nuovo muro di Berlino che si sta costruendo sulla frontiera est dell’Ucraina. Perché questa volta, a costruire il muro, siamo noi.
    thanks to: megachip

    Ucraina antifascista. Il manifesto della Resistenza

    Ucraina antifascista. Il manifesto della Resistenza

    MANIFESTO DEL FRONTE POPOLARE PER LA LIBERAZIONE DI UCRAINA, NOVOROSSIA E RUTENIA TRANSCARPATICA

    Qual è lo scopo della nostra lotta?

    L’edificazione, sul territorio dell’Ucraina, di una repubblica popolare equa, ad orientamento sociale, senza oligarchi e burocrazia corrotta.

    Chi sono i nostri nemici?

    Le elites dirigenti liberal-fasciste -l’alleanza criminale di oligarchi, burocrati, forze militari e di sicurezza e criminali che servono esplicitamente gli interessi degli stati stranieri. Mentre ufficialmente dichiarano il loro sostegno ai valori liberali europei, queste forze tengono il paese sotto il loro controllo facendo affidamento su bande di estrema destra, sfrenata isteria sciovinista e sulle rivalità etniche.

    Chi sono i nostri alleati?

    Tutte le persone di buona volontà, indipendentemente da cittadinanza e appartenenza etnica, che si riconoscono negli ideali di giustizia sociale e che sono pronti a lottare per essi, mentre rifiutano lo stato liberal-fascista sul territorio dell’Ucraina.

    Cos’è la repubblica popolare ad orientamento sociale per la quale stiamo lottando?

    La repubblica popolare ad orientamento sociale è la forma politica di organizzazione della società in cui:

    gli interessi del popolo e del suo sviluppo a tutto tondo – spirituale, intellettuale, sociale e fisico – rappresenta il più alto fine e compito dello stato;

    tutto il potere risiede nel popolo ed è esercitato da esso attraverso organi eletti di diretta rappresentanza;

    tutti i cittadini lavoratori hanno diritto a sanità, istruzione, pensione e sicurezza sociale a spese dello stato;

    in caso di perdita del lavoro o temporanea o permanente disabilità sono pagate pensioni degne e si garantisce un’adeguata sicurezza sociale;

    è consentita ogni iniziativa privata o collettiva a condizione che essa porti beneficio al popolo e al suo sviluppo;

    il capitalismo finanziario usurario, che si basa sul credito, è proibito. I soldi devono essere guadagnati non attraverso qualsiasi tipo di strangolamento debitorio, bensì attraverso la realizzazione di progetti di successo;

    lo stato, agendo in nome del popolo e controllato dai rappresentanti del popolo, è il maggior possessore di capitale e controlla i settori strategici dell’economia;

    la proprietà privata è permessa, ma la società tiene sotto controllo le grandi fortune ed il modo in cui vengono investite nella politica e nell’economia. A nessuno è consentito sfruttare le persone in maniera parassitaria, stabilire un impero oligarchico o dominare il popolo creando monopoli artificiali;

    Quali sono i nostri metodi di lotta?

    Per raggiungere l’obiettivo di cui sopra (la creazione sul territorio dell’Ucraina di una repubblica popolare ad orientamento sociale) siamo pronti ad utilizzare metodi di lotta violenti e non-violenti. Riteniamo che i cittadini abbiano diritto alla sollevazione e che solo il popolo in armi sia in grado di difendere la propria libertà. La violenza, comunque, è un mezzo per ottenere fini politici e vi ricorriamo solo quando siamo obbligati.

    Cosa sta succedendo sul territorio dell’Ucraina?

    Sul territorio dell’Ucraina è in corso una rivolta di liberazione popolare contro un regime liberal fascista che cerca, attraverso la propaganda ed il terrore, di imporre nel nostre paese un capitalismo criminale oligarchico e rentista.

    Cos’è l’Ucraina?

    L’Ucraina è il territorio posto tra l’UE e la Russia, con forti tradizioni cristiane (specialmente ortodosse), con una popolazione composta di varie nazionalità (Ucraini, Russi, Bielorussi, Greci, Tatari, Ruteni, Galiziani ed altri), e con tradizioni, forgiate nei secoli, di autogoverno popolare e lotta politica per la libertà.

    Che sta succedendo nel sud-est dell’Ucraina (Novorossia)?

    Nel sud-est (Novorossia) è in corso una sollevazione politica popolare contro il regime liberal-fascista istallatosi a Kiev con i soldi ed il supporto dei padroni occidentali. I membri di tutti i gruppi etnici della regione stanno prendendo parte a questa rivolta – Ucraini, Russi, Greci, Armeni, Ebrei, Ungheresi, Rumeni e così via.

    Nella regione è in corso una guerra fra Russi e Ucraini?

    Non è in corso una guerra fra Russi e Ucraini, come affermato dalla propaganda di Kiev. E’ in corso una sollevazione del popolo oppresso contro il suo comune nemico –il capitalismo criminale oligarchico.

    Russi e Ucraini, come le persone di altre nazionalità, stanno combattendo sui due fronti.

    Dalla parte del regime di Kiev mercenari e combattenti punitivi ingannati dalla propaganda stanno facendo guerra in favore del grande capitale oligarchico e della burocrazia criminale, mentre dalla parte del sud-est (Novorossia) i membri delle milizie difendono gli interessi del popolo ed il loro futuro libero, giusto e democratico.

    Russi ed Ucraini hanno diversi interessi negli eventi in corso in Ucraina?

    Russi ed Ucraini sono uniti da comuni interessi politici e sociali –la liberazione dell’Ucraina dal potere del capitale oligarchico, della burocrazia corrotta, delle forze criminali di coercizione e semplicemente dal crimine.

    Perché la sollevazione del sud-est (Novorossia) sta avendo luogo sotto slogan russi?

    Perché Russi e russofoni in Ucraina hanno subito una duplice oppressione –socio-economica (come la popolazione di lingua ucraina) ed anche politico-culturale.

    L’oppressione socio-economica – sotto forma di corruzione, tirannia, impossibilità di avere una normare occupazione o condurre una vita normale, paghe misere e dipendenza dagli uomini che posseggono il paese- costituiscono la normalità per ogni lavoratore dell’ Ucraina.

    La negazione di uno status ufficiale alla lingua russa in regioni in cui più del 90% della popolazione parla e pensa in russo (circa la metà del territorio dell’Ucraina), insieme con il divieto di insegnare il Russo nelle scuole; il divieto di pubblicità e film in russo; il divieto di utilizzare il russo nei tribunali e nell’amministrazione e altre assurde pretese e proibizioni segregazioniste assommano umiliazioni addizionali nei confronti della popolazione russofona dell’Ucraina.

    A causa di ciò sono stati i Russi ed i russofoni i primi a sollevarsi.

    Ora è il turno di tutto il popolo oppresso dell’Ucraina!

    Perché la Russia sta aiutando il sud-est dell’Ucraina (Novorossia)?

    Una significativa parte dell’elite russa teme la protesta sociale e politica. Costoro gradirebbe stringere un accordo un accordo con le autorità di Kiev e porre fine alla guerra nel sud-est (Novorossia). Ma la furia della rivolta popolare contro il capitalismo liberal-fascista e oligarchico-burocratico non permette loro di farlo. Il popolo russo sostiene la giusta lotta del sud-est dell’Ucraina (Novorossia) e ciò costringe l’intera elite russa, spesso in maniera contraria ai suoi interessi strategici, a sostenere o fingere di sostenere la rivolta del sud-est dell’Ucraina.

    Perché gli USA e l’UE aiutano il regime di Kiev?

    Lo scopo principale degli USA è intraprendere una lotta contro la Russia come rivale geopolitico. Gli USA hanno bisogno o di creare uno stato anti-russo sul territorio ucraino, con le basi NATO sul confine russo, oppure di destabilizzare la regione e far precipitare il paese nel caos.

    L’UE ha bisogno di ulteriori mercati per i suoi prodotti e miniere di materie prime a basso costo.

    Cosa supporta la lotta del sud-est dell’Ucraina (Novorossia)?

    La resistenza, il cui punto forte è il sud-est dell’Ucraina (Novorossia), è supportata e rafforzata dal saldo desiderio del popolo ucraino di liberarsi dalla dominazione liberal-fascista e dalle elites dominanti. Aiutano anche la graduale coscienza dei popoli di Ucraina dei loro comuni interessi socio-politici e dei comuni scopi della loro lotta.

    La lotta del sud-est (Novorossia) equivale a separatismo?

    No, il territorio della lotta è l’intero territorio dell’Ucraina. Gli insorti nel sud-est (Novorossia) stendono le loro mani ai loro fratelli e sorelle di tutte le regioni dell’Ucraina al grido:”Solleviamoci contro il nemico comune”.

    Dobbiamo stabilire un nuovo, libero, socialmente responsabile potere popolare sull’intero territorio dell’Ucraina e della Novorossia.

    Cosa verrà in seguito alla vittoria della rivoluzione di liberazione popolare e al collasso del regime liberal-fascista?

    Verrà formato un nuovo stato in cui il potere apparterrà al popolo non a parole ma nella realtà.

    Tenendo un referendum (la più alta forma di potere popolare), la popolazione di ciascuna provincia autodeterminerà il futuro della propria regione –se essa rimarrà all’interno di uno stato unitario federale o riceverà la piena indipendenza.

    Come verrà costruito il potere politico dopo la vittoria della rivoluzione di liberazione popolare?

    Il Potere politico verrà costruito in linea con il principio della rappresentanza popolare diretta (potere popolare) – dal basso all’ alto.

    Gli organismi di potere popolare verranno formati, a cominciare dal livello del Consiglio locale, fino al Consiglio Supremo, secondo il principio della rappresentanza di delegati dei territori, di delegati dei collettivi di lavoro e delle corporazioni e consigli delle professioni e di delegati delle organizzazioni politiche, religiose e di comunità.

    Il più alto organismo di rappresentanza popolare, il Consiglio Supremo, sarà formato dai delegati dei consigli regionali.

    Il Consiglio Supremo sceglierà il Governo, che sarà responsabile di fronte al popolo come rappresentante dei membri del Consiglio.

    Richiediamo che i giudici e gli organismi locali di imposizione della legge vengano scelti tramite elezioni.

    Quali diritti avranno le regioni dopo la vittoria della rivoluzione di liberazione popolare?

    Ciascuna regione avrà il diritto di redigere una propria costituzione o altri documenti fondativi, garantendo i diritti sociali, politici, economici, culturali e religiosi di base ai cittadini che vivono nel loro territorio.

    In aggiunta alla lingue nazionali, ciascuna regione avrà diritto a scegliere lingue regionali da usare nelle sedi culturali, politiche, giuridiche o amministrative.

    Ciascuna regione avrà il diritto di tracciare il proprio budget sulla base delle tasse imposte sulle attività delle persone fisiche e giuridiche attive sul proprio territorio.

    Quali obblighi avranno le regioni dopo la vittoria della rivoluzione di liberazione popolare?

    Ciascuna regione avrà l’obbligo di mettere da parte parte delle proprie entrate tributarie in un fondo generale anti-crisi da usare in caso di disastri naturali e altre catastrofi.

    Ciascuna regione sarà obbligata a contribuire con parte delle proprie entrate tributarie ad ottemperare al generale fabbisogno dello stato –per la difesa, per mantenere l’apparato dello stato centrale, per la costruzione delle cose di generale importanza nazionale, per la ricerca scientifica, per mantenere la sanità e l’istruzione e per lo sviluppo infrastrutturale.

    Ciascuna regione sarà obbligata ad osservare i principi generali dello stato riguardo le relazioni fra capitale e lavoro e le libertà civili e politiche.

    Ciascuna regione sarà obbligata a mantenere legge e ordine e a difendere i diritti e le libertà dei cittadini all’interno dell’architettura dei principi stabiliti dallo stato.

    Questi sono i principi base e gli scopi di base della nostra lotta.

    Crediamo che ogni onesto cittadino e patriota li approverà e sosterrà.

    Contiamo sulla solidarietà internazionale e il sostegno di tutte le persone che ritengono cari, non solo a parole ma anche nei fatti, gli ideali di eguaglianza e giustizia sociale.

    Insieme viceremo!

    Approvato dalla Conferenza della Resistenza di Jalta, 7 luglio 2014.

    thanks to: contropiano

    Helicopters, Armored Vehicles Used Against Protesters in Slaviansk

    KIEV, May 7 (RIA Novosti) – Security forces of the Kiev regime are employing armored vehicles and helicopter gunships to crack down on pro-federalization protesters in the eastern Ukrainian city of Slaviansk, the Ukrainian Interior Ministry said Wednesday.

    “An anti-terrorism operation is under way in Slaviansk. Ukrainian law enforcement forces use military vehicles and helicopters as part of it,” the ministry said in a statement.

    The ministry posted a video on its official website, showing troops driving Soviet-era BTR-80 armored personnel carriers and Mil Mi-24 helicopter gunships.

    Acting Ukrainian President Oleksandr Turchynov ordered the launch of a special operation last month to crack down on pro-federalization protests that have been spreading across southeastern Ukraine since a regime change in Kiev in February.

    Ukrainian troops encircled Slaviansk over the weekend in a bid to wrest control from pro-referendum demonstrators and self-defense forces. At least a dozen protesters and civilians have been killed in hostilities in the city so far.

    On Tuesday, local self-defense forces said the Ukrainian army has placed Grad multiple-launch rocket systems near the city in preparation for an imminent attack on pockets of resistance.

    The use of the area-effect rockets would almost certainly cause massive civilian casualties as the systems are capable of firing 40 rockets almost simultaneously. One battalion of eighteen launchers is able to deliver up to 720 rockets in a single volley.

    Igor Korotchenko, a leading Russian military expert, earlier told RIA Novosti that Ukraine’s Soviet-era military equipment was obsolete and its use may cause unnecessary deaths among civilians. It is impossible to strike targets with precision using equipment produced 25-30 years ago, he said.

    thanks to Ria Novosti