Le “esercitazioni difensive” della NATO

Le “esercitazioni difensive” della NATO

di Fabrizio Poggi

Che la NATO sia “un’alleanza difensiva”, non affatto “diretta contro la Russia”, lo dimostrano le zone delle esercitazioni militari dell’Alleanza e i tipi specifici di manovre. Sbarchi anfibi, attraversamenti di corsi d’acqua in prossimità di confini “nemici”, evacuazione di città, ecc. Ci si esercita, insomma, “alla pace” a oriente, mentre si lanciano bombe qua e là per il mondo.

E così: caccia F-15C “Eagle” e velivoli da trasporto C-130J “Super Hercules” dell’aviazione USA sono in Ucraina, per prendere parte alle manovre “Clear Sky 2018” iniziate ieri e che andranno avanti fino al 19 ottobre nelle aree centro-occidentali (regioni di Vinnitsa e Khmelnitsa) del paese, con la partecipazione di circa 700 uomini di Belgio, Gran Bretagna, Danimarca, Olanda, Estonia, Polonia, Stati Uniti e Romania. A parere del politologo Aleksandr Asafov, da un lato l’Ucraina costituisce “un adeguato campo di addestramento per la NATO”, in cui, tra l’altro non è nemmeno necessario prestare particolare attenzione a possibili incidenti (come quello verificatosi in Estonia lo scorso agosto), dato che già di suo “il paese è oggi territorio di illegalità; dall’altro lato, per l’Ucraina stessa, le manovre sono utili per la pratica vicinanza con truppe NATO”, diverse da quelle che vi stazionano stabilmente (ma non ufficialmente) per addestrare reparti ucraini regolari e battaglioni neonazisti. Secondo Asafov, si tratta non solo di una dimostrazione nei confronti della Russia, ma anche dell’addestramento pratico al combattimento coordinato.

A nome del Comitato per la difesa del Senato russo, Frants Klintsevic ha dichiarato che le “Clear Sky” costituiscono un aperto appoggio a Kiev nell’aggressione alle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk; nel corso delle esercitazioni, potrebbe venir messo a punto un possibile scenario di utilizzo dell’aviazione contro il Donbass, d’altra parte già ipotizzato dal generale Sergej Naev: in tal modo, tutti paesi che prendono parte alle manovre, ha detto Klintsevic, diventerebbero automaticamente parte del conflitto nel Donbass.

A proposito di spazi aerei, nei giorni scorsi un drone dell’aviazione USA RQ-4 Global Hawk, partito da Sigonella, ha sorvolato per circa 11 ore il territorio adiacente alle frontiere centro-settentrionali russe. Sorvolando Ucraina e Polonia, il drone, dallo spazio aereo lituano ha condotto alcune ore di ricognizione della regione di Kaliningrad. Passando poi ai cieli di Estonia e Lettonia, ha condotto oltre tre ore di esplorazione alle frontiere occidentali delle regioni di Leningrado e di Pskov. Il Global Hawk è simile al Lockheed U-2, il famoso aereo spia yankee in servizio sopra i cieli dell’URSS dagli anni ’50, che non ha affatto cessato il proprio “lavoro”, tanto che nei giorni scorsi topwar.ru scriveva dei nuovi sistemi d’addestramento dei piloti, ancor più selettivi che in passato, per adeguarli alle moderne apparecchiature elettroniche dei U-2S.

Tornano alle manovre, quest’anno, da ottobre a dicembre, si svolgono anche le biennali “Anaconda-18”, principalmente in territorio polacco, oltre ad aree di Lituania (tra l’altro, nei giorni scorsi è morto qui un militare tedesco, durante una esercitazione condotta dai famigerati “battaglioni multinazionali”, cui l’Italia partecipa per la Lettonia), Estonia e Lettonia e mar Baltico (in quest’ultimo, nel mese di agosto, la NATO aveva svolto esercitazioni navali con la partecipazione di una squadra giapponese). Per le “Anaconda”, Varsavia ha annunciato la presenza sul proprio territorio di 12.

500 militari, numero che, in base al Protocollo di Vienna, consente alla Polonia di non invitare osservatori stranieri. Suddivise in tre tappe, le manovre prevedono in ottobre il concentramento dei soldati; poi, dal 7 al 16 novembre, le manovre militari e dal 26 novembre al 6 dicembre esercitazioni a livello di comando. Alcuni momenti riguarderanno esercitazioni in ambiente urbano, in centri quali Bia?ystok e Che?m, a nord e a sud della bielorussa Brest, compreso poi l’attraversamento della Vistola da parte dei mezzi corazzati. Un po’ lo stesso “gioco” delle manovre “Saber Strike-2018”, condotte lo scorso giugno in Lituania con la partecipazione di 18.000 soldati di 19 paesi membri e partner della NATO, allorché a esser forzate furono le acque del Nemunas, che scorre in Bielorussia, Lituania e Russia». A metà novembre, poi, nella zona di Wielbark, nel nord della Polonia, le forze aeree si alleneranno ad atterraggi fuori delle piste aeroportuali, ipotizzando che missili russi “Iskander” e “Polonez” mettano fuori uso gli aeroporti polacchi. Nell’area di Bia?ystok, l’esercitazione coinvolgerà indirettamente anche gruppi di civili, allorché guardie di frontiera e difesa territoriale si eserciteranno a evacuare la popolazione dalle aree viciniore alla Bielorussia: fece lo stesso a suo tempo, nota sarcasticamente rusvesna, la Wehrmacht nel 1941 nell’avvicinamento alle frontiere dell’URSS.

Prima di “Anaconda”, dal 9 al 21 settembre si erano svolte il Lettonia le “Steadfast Pyramid 2018” e “Steadfast Pinnacle 2018”, con la partecipazione di una sessantina di alti ufficiali di N??? e Finlandia. Obiettivo formale dell’esercitazione: migliorare l’attitudine dei comandi alla pianificazione e gestione delle operazioni integrate. A sud, dal 2 al 9 settembre, esercitazioni simili – “Agile Spirit-2018 – si erano invece svolte alla base di Senaki, in Georgia, con la partecipazione di 237 ufficiali comandanti di USA, Georgia, Bulgaria, Romania, Estonia, Lettonia, Grecia, Ucraina, Repubblica Ceca e Turchia.

Prima ancora, a giugno, durante le “Baltops”, vascelli NATO avevano scaricato fanteria di marina yankee, rumena e polacca, insieme a cingolati anfibi, carri armati e veicoli ausiliari, che si addestravano a sbarcare sulle coste polacche del mar Baltico.

E il Baltico sarà ancora teatro di manovre dal 25 ottobre al 7 novembre, per le “Trident Juncture” che, quest’anno, tra Norvegia, mar Baltico e Atlantico settentrionale, vedranno impegnati 45.000 uomini di 29 paesi membri NATO, oltre ai due partner Svezia e Finlandia. A quanto pare, quelle di quest’anno, saranno le “Trident Juncture” più estese degli ultimi anni: quelle svoltesi nel 2015, avevano impegnato 36.000 militari; ma anche le più estese (sinora) in assoluto, quelle del 2002, denominate “Strong Resolve”, in Norvegia e Polonia, avevano coinvolto 40.000 soldati. In vista delle “Trident-2018”, i 5.000 uomini della cosiddetta Spearhead Force, altrimenti nota come Task Force Joint ad altissima prontezza, o VJTF, si stanno esercitando in Norvegia.

Come per tutte le altre esercitazioni, anche l’obiettivo delle “Trident Juncture”, come si era preoccupato di sottolineare l’ammiraglio James G. Foggo III, comandante del Joint Force Command di Napoli, presentando l’evento lo scorso giugno, è quello “innanzitutto di dimostrare che la NATO è un’alleanza difensiva”. Pare che ci riesca…

thanks to: l’Antidiplomatico

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Feroci jihadisti in giro per l’Europa grazie alla cittadinanza concessa dall’Ucraina

Feroci jihadisti in giro per l'Europa grazie alla cittadinanza concessa dall'Ucraina

Tagliagole dell’ISIS con passaporti di paesi europei, liberi di aggirarsi impunemente? Ne avevamo già parlato a proposito delle centinaia di jihadisti, presentati come “Caschi bianchi”, che tra il tripudio della RAI, un mese fa, venivano trasferiti, via Israele, in Europa dal governo francese e inglese. Ora c’è di peggio: lo documenta Yurii Colombo su Il Manifesto segnalando una legge votata dalla Duma – il parlamento di Kiev – che concede la cittadinanza ucraina a “quegli stranieri o individui senza cittadinanza che prendono parte alla difesa dell’integrità dell’Ucraina”; legge imposta – nonostante le timide perplessità espresse, addirittura, da Poroshenko – da un assedio della Rada condotto, per giorni, da neonazisti ucraini.

Ma chi sarebbero questi “stranieri o individui senza cittadinanza che prendono parte alla difesa dell’integrità dell’Ucraina”. In primo luogo i membri del Battaglione internazionale Sheikh Mansur composto prevalentemente da feroci jihadisti ceceni e altri loro “correligionari” scappati dalla Siria.

I quali, d’ora in poi, forniti di regolare passaporto ucraino, saranno liberi – grazie al Trattato di Schengen – di andare dove vogliono in Europa.

E tutto questo mentre l’Unione Europea, col pieno accordo del governo italiano, intensifica le sanzioni contro il generale Ali Mamlouk , forse per dissuaderlo di incontrarsi ancora con i vertici dei servizi segreti italiani per aiutarli ad identificare cellule terroristiche provenienti dalla Siria.

Infine, la comica finale. Ce la regala stopfake.org, un sito sponsorizzato dall’Unione Europea per “contrastare la propaganda di Putin”. Il quale ha la spudoratezza di additare l’articolo di Yurii Colombo come fakenews in quanto “gli unici guerriglieri ricercati in Europa sono coloro che si recano in Donbass per combattere a fianco dei ribelli filorussi”. Grazie dell’informazione, ma lo sapevamo già.

E se non sapete perché il sito stopfake.org è stato creato, date una occhiata a questo video.

Francesco Santoianni

Notizia del:

Carovana AntiFascista, eccolo il Donbass dopo 4 anni di bombardamenti terroristici sulle aree civili

di Fabrizio Poggi

Mentre Vladimir Putin inaugura la sezione stradale del ponte sullo stretto di Kerc, definito “opera illegale” dai golpisti ucraini e dalla loro claque liberale russa, non accenna a evolvere al meglio la situazione in Donbass, che vede il quotidiano stillicidio e martellamento di bombe di mortaio e d’artiglieria sui villaggi di campagna e sui quartieri periferici delle maggiori città delle Repubbliche popolari.
Bombe di mortaio da 120 mm e colpi sparati da mezzi blindati e lanciagranate automatici hanno colpito ieri nella LNR le propaggini di Kalinovo (nordovest di Stakhanov) e Prisib, una trentina di km a nordovest di Lugansk. Negli ultimi giorni, le forze ucraine avevano tentato di passare all’offensiva nell’area di Gorlovka, nella DNR, colpendo con rinnovata intensità i rioni di Sirokaja Balka e Nikitovskij (in quest’ultimo, una scuola è stata bersagliata anche ieri da colpi di mortaio da 120 mm), ma i contrattacchi delle milizie popolari hanno costretto le truppe di Kiev ad abbandonare le alture chiave a nordovest di Gorlovka, in particolare il villaggio di Cigari, precedentemente occupato nella terra di nessuno.

Il bilancio, provvisorio, è stato di due miliziani morti, nove soldati ucraini morti e cinque feriti. L’agenzia dan-news.info scriveva ieri che l’offensiva su Gorlovka era coincisa con l’arrivo in Ucraina del rappresentante speciale USA Kurt Volker, che, però, Mosca non considera più un interlocutore credibile, tanto da mettere in forse il proseguimento dei colloqui tra lui e il rappresentante (non più per molto) del Cremlino Vladislav Surkov, sullo sfondo dell’ormai lungo stallo del “formato normanno” Berlino-Mosca-Parigi-Kiev.

Novorosinform scrive che i danni più gravi del martellamento ucraino si registrano in queste ore nell’area del villaggio della miniera Glubokaja, con gli abitanti costretti a riparare nei rifugi o sfollare nei rioni più sicuri di Gorlovka, pur se anche quartieri periferici come Zajtsevo e Žovanka rimangono alla portata delle artiglierie ucraine e la stessa Gorlovka è praticamente assediata. D’altro canto, sembra che la manovra attorno a ?igari, potrebbe essere nient’altro che un diversivo per mascherare una prossima offensiva su Gorlovka, Donetsk o Doku?aevsk – tutte allineate sulla stessa traiettoria nordest-sudovest – o, più a sud, in direzione di Novoazovsk.

E’ in questo quadro, che nei giorni scorsi la leadership della DNR ha sollecitato i cosiddetti osservatori OSCE a “prestare maggior attenzione” alle violazioni ucraine del cessate il fuoco lungo la linea di demarcazione; i rappresentanti della DNR al Centro congiunto di controllo e coordinamento hanno informato l’OSCE su 33 violazioni ucraine nella sola giornata del 13 maggio, con il ferimento di due civili a Gorlovka. Le forze di Kiev avevano riversato infatti una pioggia di bombe di mortaio e proiettili d’artiglieria nell’area del villaggio di Šakhta Gagarina, per alleggerire la situazione su ?igari, da cui tentavano di evacuare i reparti sbaragliati dalle milizie.

Nonostante le voci su una presunta stabilizzazione della situazione e una relativa calma, le forze ucraine continuano dunque a violare quotidianamente il cessate il fuoco e ignorare le altre misure militari e politiche previste dagli accordi di Minsk del febbraio 2015. Così che, nota Denis Gaevskij su Svobodnaja Pressa, di fronte a una popolazione ucraina che i sondaggi indicano come sempre più stanca di un conflitto quadriennale, il golpista numero uno, Petro Porošenko, comincia a dar segni di nervosismo, consapevole che le presidenziali del 2019 potrebbero dare la vittoria a quel candidato che avanzi concrete proposte di uscita dal vicolo cieco in cui la junta ha cacciato il paese; tant’è che tra i circoli presidenziali non si escludono manovre per il rinvio delle elezioni al 2020.

Quanto la popolazione ucraina, sottoposta a quattro anni di martellamento ideologico neonazista e oltre venti anni di indottrinamento “indipendentista”, per quanto stanca della guerra, sia d’altra parte veramente propensa a riconoscere il diritto all’autodeterminazione delle Repubbliche popolari del Donbass, è questione quantomeno controversa. I racconti di quanti, in questi ultimi anni, sono stati costretti a emigrare in Russia (come profughi permanenti o anche solo come lavoratori temporanei) fuggendo dal Donbass attaccato da Kiev e anche delle persone con cui è stato possibile intrattenersi nel corso della Carovana antifascista organizzata dalla Banda Bassotti la settimana scorsa nella LNR e nella DNR, parlano di una propaganda nazionalista che ha fatto breccia in larga parte della popolazione ucraina, portando a scontri aperti all’interno di stessi nuclei familiari, ad amicizie troncate definitivamente, tra chi vive da una parte e dall’atra del fronte, a rotture irrevocabili anche tra parenti stretti.

E’ questo il frutto del martellamento psicologico golpista, accompagnato a un’ideologia dell’odio che è parte integrante del dente di lupo sbandierato nelle strade ucraine e che è stata pubblicamente sintetizzata, appena pochi giorni fa, dal console ucraino ad Amburgo, Vasilij Maruš?inets, che su feisbuc ha esortato a uccidere ebrei, “sionisti”, “moskali” (dispregiativo ucraino per indicare i russi), ungheresi e polacchi, da cui liberare le “terre ucraine”, inserire la svastica sullo stemma nazionale e definire ariani gli ucraini. Sono questi, i caporioni nazisti ucraini sulla strada dell’autodeterminazione delle genti di Gorlovka, Makeevka, Al?evsk, Mikhajlovka, Jasinovataja, Avdeevka, Debaltsevo, Ilovajsk, Doku?aevsk, Volnovakha, Stakhanov, Stanitsa Luganskaja.

.. delle popolazioni di tutti quei luoghi attraversati dalla Carovana antifascista o di cui si è semplicemente intravista l’indicazione stradale.
I compagni italiani, russi, catalani, tedeschi, messicani, irlandesi, portoghesi salutati a Makeevka dai musici di “Aurora mineraria” sul resede del Palazzo della cultura della miniera “Butovskaja” si sono inchinati di fronte alle tombe dei civili uccisi dai proiettili ucraini nella grande area circostante l’aeroporto di Donetsk, nel rione Kujbyševskij e nel villaggio Vesëlyj, assieme ai quartieri Petrovskij e Kievskij della città tra i più esposti ai bombardamenti ucraini. Ecco, in lontananza, ciò che resta della torre di controllo dell’aeroporto; ecco le lapidi infrante del cimitero attiguo al rione Kievskij. Ecco le donne di Makeevka che si radunano attorno ai compagni per denunciare il regime di Kiev che ancora ogni giorno, dicono in lacrime, appena scurisce, rinnova i tiri d’artiglieria.

Ecco l’indicazione per Doku?aevsk, in cui ancora lo scorso 28 aprile due uomini sono rimasti uccisi e una donna ferita dai proiettili ucraini. Ma ecco anche le vetture bianche dell’OSCE – pochissime, per la verità, quelle in movimento; mentre numerose sono quelle immobili nel recinto della ricca sede dell’organizzazione – che sfrecciano non si sa per dove. Ecco Mikhajlovka, sulla tragica strada che unisce Al?evsk a Lugansk e in cui nel maggio di tre anni fa fu assassinato Aleksej Mozgovoj, il comandante comunista della brigata “Prizrak”; ecco il cippo sul luogo dell’attentato ed ecco, poi, non lontano, il piccolo cimitero in cui sono sepolti i troppi miliziani della “Prizrak” morti sotto il piombo ucraino o, come nel caso di Mozgovoj, per mano tuttora ignota, almeno a noi.

Eccola, Stakhanov, di cui troppe volte si sono lette le cronache dei bombardamenti, nel 2015, nel 2016 e, a più riprese, nel 2017; eccolo il sindaco, Sergej Ževlakov, dall’aria finalmente distesa, di cui si era visto il volto contratto, ancora nel dicembre scorso, mentre raccontava in TV dell’ultimo bombardamento ucraino sui quartieri periferici della città, che aveva semidistrutto decine di edifici e lasciato migliaia di persone senza energia elettrica e acqua potabile. Ecco l’indicazione per Volnovakha, entrata nella storia del conflitto per la strage di dodici civili causata da una mina a tempo ucraina, fatta brillare al passaggio di un autobus. Era accaduto poco prima dell’attentato alla sede del Charlie Hebdo a Parigi e il golpista Porošenko, ipocritamente e vigliaccamente, aveva addossato alle milizie la responsabilità del massacro di Volnovakha. A Parigi, dopo la famosa marcia a braccetto dei propri tutori occidentali, aveva beffardamente mostrato un pezzo di lamiera, presentandolo come un “frammento dell’autobus distrutto” e poi, tornato a casa, aveva organizzato una veglia con tanto di cartelli “Je suis Volnovakha”, accostando cinicamente le milizie ai terroristi francesi. Ecco Ilovajsk, Debaltsevo, che rammentano le vittorie delle milizie e le pesanti sconfitte di quello che Kiev si ostina a reclamizzare come “il più forte esercito d’Europa”.
Eccolo il Donbass ed ecco la sua gente che, dopo quattro anni di guerra e di bombardamenti terroristici sulle aree civili che, secondo Kiev, avevano lo scopo di spezzare il morale della popolazione e costringere le milizie alla resa, non si stanca di maledire i nuovi nazisti e di aver fiducia nella vittoria. Lo dicono i volti delle migliaia di persone che il 9 maggio, nell’anniversario della vittoria sul nazismo, sfilano nella marcia del Reggimento immortale, gridando contro il fascismo di ieri e di oggi. Lo dicono le parole di quel volontario russo, intervistato mesi fa da una rete moscovita insieme a miliziani tedeschi, francesi, colombiani, che alla domanda su quali motivazioni lo avessero spinto a lasciare il lavoro di controfigura cinematografica e unirsi ai combattenti del Donbass, aveva risposto: “Motivazioni?! Che razza di domanda! Il fascismo non è forse un motivo sufficiente?”.

Sorgente: Carovana AntiFascista, eccolo il Donbass dopo 4 anni di bombardamenti terroristici sulle aree civili

DI COLPO, L’UOMO DI DAESH IN USA MINACCIA L’ITALIA

Il tweet  (grazie all’amico Umberto che me l’ha segnalato)  è un atto d’accusa inequivocabile: “L’Italia è stato il più  grosso ostacolo  nell’Unione Europea  al far pagare Russia, Iran ed Assad per i crimini passati e presenti in Siria. L’Europa deve fare  molto di più  su questo. Mai più momenti di vergogna”.   L’autore  accusa in particolare il nostro paese di aver ricevuto il capo dei servizio di Damasco, Ali Mamlouk, “che è nella lista nera in Europa. Inoltre hanno di loro iniziativa  le sanzioni contro Iran e Russia per quello che   hanno fatto in Siria. E posso continuare”.

Effettivamente, Mamlouk è stato in segreto a Roma a gennaio, a parlare col capo dei nostri servizi, ASI. L’incontro segreto è stato poi spifferato da Le Monde due mesi dopo.

Mouaz Moustafa
@SoccerMouaz
Italy has been the biggest obstacle to holding Russia and Iran and Assad accountable for past and ongoing crimes in #Syria in the European Union. Europe should be doing much more about this #NeverAgain moment shame…

Il tweet  è firmato Mouaz Moustafa. Chi sarà  mai?, avete il diritto di  domandarvi. Vi chiarisce tutto la foto  del  2013  in cui appare.   E’ quello a destra:

“unidentified” è Moufaz Moustafa, l’agente d i collegamento fra McCain e i terroristi.

E’ quella in cui il senatore McCain si è fatto fotografare  con i caporioni di Al Qaeda in procinto di trasformarsi  i caporioni dell’ISIS (Daesh)  e della “opposizione democratica” ad Assad.  Mouaz Moustafa è quello a  destra, nella foto indicato come “non identificato”.

Insomma è l’uomo che ha fatto incontrare McCain con i capi terroristi. L’agente di collegamento tra i centri di sovversione Usa e la guerriglia anti-Assad. L’uomo che conosce tutte   le  personalità della guerriglia e della sovversione clandestina in Siria.

Siriano, nato a Damasco, abitante in USA, formalmente si dice “direttore esecutivo del SETF, Syrian Emergency Task Force, più dell  UFS (United For a Free Syria),   membro direttivo della Coalition for a Democratic Syria (CDS)”.  Ha lavorato al Congresso nello staff di due senatori,  ma è molto più che un portaborse. Infatti ha lasciato brevemente l’incarico “per lavorare con l’opposizione in Egitto” (insomma come mestatore ed agente Usa per la “primavera” che portò al potere  al Cairo i Fratelli Musulmani), e poi “per la rivoluzione della Libia”, insomma fu uno degli agenti statunitensi che hanno rovesciato Gheddafi creando  e armando i gruppi jihadisti.

Washington DC Staff

http://www.syriantaskforce.org/washington-dc-staff/embed/#?secret=HjIz4JCN64

(Vedi https://www.theislamicmonthly.com/the-man-who-took-john-mccain-into-syria/)

Moufaz  ha accompagnato McCain nei numerosi viaggi  semi-segreti che il senatore ha fatto in Siria per incontrare i terroristi armati dagli Usa e – secondo la sua portavoce – “valutare le condizioni dinamiche sul terreno”.

Il fatto è che, come ha  documentato il giornalista Alex Christoforou (The Duran), “ogni volta che McCain fa un viaggio segreto in Siria, seguono attacchi con armi chimiche” ovviamente addebitati ad Assad.

Il senatore ha fatto il primo viaggio, dove ha incontrato  il futuro  Al Baghdadli, il 27 maggio  2013. Il 21 agosto si verificò il  preteso attacco  chimico a Goutha.

Il 20 febbraio 2017 McCain è tornato in Siria del Nord passando per la Turchia, e il 4 aprile dello stesso anno ci fu il  molto reclamizzato dai Caschi Bianchi attacco al gas ad Idlib; quel  false flag che spinse Trump a lanciare la  prima volata di missili Tomahawk  nel nulla, un anno fa.

Adesso, il 9 aprile 2018, McCain ha accusato Trump di aver “imbaldanzito Assad” annunciando di voler ritirare le truppe americane dal Nord Siria, per cui è seguito  l’attacco chimico che ha indotto Trump,Macron, May ad attaccare ancora una volta con missili la Siria.

 

Dati i precedenti, quando un personaggio come Mouaz Moustafa comincia ad  alzare la voce contro l’Italia, c’è da preoccuparsi. Il nostro Paese finora è stato risparmiato dal terrorismo “islamico” stragista.

Adesso che  il successo elettorale dell’ala “sovranista” può portare ad un governo meno servile,  magari Daesh (sconfitto in Siria e Irak) si farà vivo in Italia?  C’è da chiederselo perché abbiamo avuto altre minacce  “di gravi conseguenze”  da note fonti nei giorni scorsi. Dal giornale israeliano di Torino  La Stampa,

La Casa Bianca al futuro governo: “Non togliete le sanzioni a Mosca”

Parla Volker, inviato dell’amministrazione Trump in Ucraina. “La Lega sbaglia, le misure europee vanno casomai rafforzate”
«L’Italia non può togliere le sanzioni alla Russia senza subire gravi conseguenze».

Si aggiunga il discorso appena tenuto da Macron davanti al Parlamento Europeo, dove, a nome dell’ideologia sovrannazionale  e dei suoi banchieri, ha annunciato iniziative di ostilità  contro ogni populismo e sovranismo che vede crescere. “è un dubbio sull’Europa che attraversa i nostri Paesi, sta emergendo una sorta di guerra civile europea ma non dobbiamo cedere al fascino dei sistemi illiberali e degli egoismi nazionali».   E’ chiaro che  si sta organizzando  la repressione, anzi una vera guerra,contro la volontà popolare dovunque si esprima in termini sgraditi ai poteri transnazionali. Moufaz , l’uomo di collegamento con l’ISIS, di colpo si accorge di noi. E’ meglio saperlo.

Sorgente: DI COLPO, L’UOMO DI DAESH IN USA MINACCIA L’ITALIA – Blondet & Friends

Perché il pilota ucraino “si è suicidato”?

Svjatoslav Knjazev, Sebastopoli, Eurasia Daily, 21 marzo 2018La misteriosa morte dell’ex-pilota ucraino Vladislav Voloshin, in pensione dal 2017 dopo una carriera di successo a Nikolaev, presenta altre prove che l’Ucraina viene derubata e da un motivo in più per dubitare che Voloshin non sia coinvolto nell’abbattimento del Boeing malese del 2014. L’ultima notizia, del 18 marzo, è la morte di Vladislav Voloshin, ex-pilota e direttore dell’aeroporto internazionale di Nikolaev. Il primo rapporto diceva che Voloshin si era sparato con una pistola Makarov dal numero di serie cancellato. Più tardi, i mass media aggiunsero che l’aveva fatto a casa quando moglie e figli erano nella stanza accanto. Non era morto subito e aveva persino parlato coi medici del pronto soccorso. Alcuni giornalisti locali pubblicavano gli screenshot del suo messaggio a un certo Max, dove si lamentava di essere costretto a svolgere attività illegali, suggerendo che poteva essere eliminato se avesse fatto qualcosa di sbagliato, aggiungendo che non gli sarebbe piaciuto lasciare i figli senza padre. Aveva anche detto che pensava al “suicidio”. Ma il tono del messaggio era più sarcastico che depressivo. Voloshin si lamentò che tutti attorno a lui, incluso Max, badassero solo a se stessi. Nella risposta, Max assicurava Voloshin di essere sincero nei suoi confronti. I due erano amici: scherzavano e pensavano di bere della birra. Voloshin criticava il governatore dell’Oblast Nikolaev Oleksiy Savchenko, ma l’uomo di cui aveva paura non era lui, ma una persona più influente. Qui va ricordato chi fosse Voloshin e come divenne un personaggio pubblico.
Vladislav Voloshin era nato a Lugansk nel 1988 e crebbe nel Donbas. A 16 anni entrò nella scuola militare di Lugansk e in seguito nella Kharkov National Air Force University. Nel 2010, entrò nelle forze aeree ucraine. Nel 2014 prese parte alla cosiddetta operazione antiterrorismo sul Donbas. I media ucraini l’avevano definito il pilota più coraggioso delle forze aeree ucraine. Nell’agosto 2014 l’aereo di Voloshin fu abbattuto, ma sopravvisse. Durante l’operazione, compì 33 missioni. Il presidente ucraino Petro Poroshenko gli assegnò un ordine per il suo valore. Voloshin divenne famoso nel dicembre 2014, quando uno dei suoi commilitoni l’accusò di aver abbattuto il Boeing malese sul Donbas. L’uomo disse che l’aereo di Voloshin aveva missili aria-aria al momento e lo citò dire, dopo la missione: “Era l’aereo sbagliato… nel posto sbagliato nel momento sbagliato“. Kiev si affrettò a negare le accuse e ad incolparne i russi. A 26 anni, Voloshin era già maggiore, ma nell’estate 2017 si ritirò e fu nominato direttore aggiunto dell’aeroporto internazionale di Nikolaev. La comunità internet ucraina era indignata dalla “fuga dalle forze armate” ma Voloshin spiegò che i suoi comandanti erano di mentalità ristretta ed esibizionisti e che nell’esercito riceveva solo 13000 grivne al mese, il che non bastava per lui e la famiglia (anche se era il doppio del salario medio in Ucraina). Voloshin aggiunse che aveva fatto abbastanza per proteggere il Paese a differenza di chi lo criticava. All’aeroporto, Voloshin ebbe un discreto successo all’inizio. Nel dicembre 2017, il direttore dell’Aeroporto Mikhaylo Halaiko fu arrestato mentre cercava di consegnare al governatore dell’Oblast di Nikolaev Savchenko una tangente di 2,5 milioni di grivne. Halaiko fu licenziato e Voloshin nominato direttore. Il 24 gennaio 2018, convocò i suoi dipendenti e li informò che l’aeroporto aveva guadagnato 133 milioni di grivne, e stava attivamente ripristinando la pista, i sistemi di navigazione ed illuminazione e pagava puntualmente i salari del personale. Alla fine del febbraio 2018, Voloshin parlò con l’amico giornalista russofobo Juriij Butusov e gli disse che non aveva né nemici né problemi. Tuttavia, il 18 marzo, Voloshin decise di spararsi. Il giorno successivo Hromadske TV citava la vicedirettrice dell’aeroporto internazionale di Nikolaev, Alina Korotich, dire che l’amministrazione dell’Oblast di Nikolaev aveva costretto Voloshin a firmare documenti che certificano il completamento dei lavori nel quadro di una gara annullata, ovviamente illegale. La somma della gara era di 100 milioni di grivne. Sotto questa luce, abbiamo una serie di domande:
Perché Voloshin decise di suicidarsi mentre solo un paio di settimane prima aveva inviato all’amico un messaggio dicendo che non voleva che i suoi figli perdessero il padre?
Perché Voloshin decise di suicidarsi a casa quando l’amata famiglia era accanto?
Se il suo suicidio fu provocato dalle azioni illegali di qualcuno, perché non scrisse nulla nel tentativo di avere giustizia?
Perché Voloshin si è sparato al petto? Da ex-militare, avrebbe dovuto sapere che non era il modo migliore per uccidersi? Fu vivo e cosciente per un’ora e mezza dopo lo sparo.
Dove prese la pistola Makarov? Era un regalo? Perché i numeri di serie della pistola erano cancellati?
Come mai un uomo che ha subito molti test psicologici all’università e bombardato a sangue freddo asili, scuole e ospedali nel Donbas era così psicologicamente instabile?
Perché Voloshin, molto duro nel criticare l’esercito di Poroshenko, accettò di entrare nell’agenzia controllata dal governatore nominato dal Blocco di Poroshenko?
Perché Voloshin era così ottimista solo un paio di settimane prima della morte, anche se aveva problemi così seri?
La teoria secondo cui Voloshin si è suicidato perché si vergognava non dà alcuna risposta alle domande sopra menzionate. Ci sono solo due possibilità logiche: o il pilota è stato ucciso e la sua famiglia è stata costretta al silenzio o fu costretto a uccidersi. La data del suicidio di Voloshin non era una coincidenza. Il 18 marzo, la Russia eleggeva il presidente, un evento che avrebbe sicuramente oscurato la morte dell’uomo sospettato di aver abbattuto il Boeing malese, notizia che altrimenti sarebbe stata in prima pagina.
Chi voleva liberarsi di Voloshin avrebbe avuto due motivi:
Voloshin avrebbe potuto pubblicare fatti che esponevano la corruzione delle autorità di Nikolaev. Alcuni blogger ucraini suggeriscono che chi avrebbe potuto fare pressione su Voloshin quando era vivo era l’eminenza grigia della politica locale, il parlamentare del Blocco di Poroshenko David Makarian. Voloshin avrebbe anche voluto rivelare alcuni fatti sul Boeing abbattuto distruggendo Poroshenko e l’intero regime post-Majdan. Se Voloshin fosse morto due anni fa, sarebbe stato fatale per il regime di Poroshenko, ma ora a Kiev potranno collegare il caso a certi problemi legati alla corruzione nell’Oblast di Nikolaev ed incolparne il governatore locale o alcuni parlamentari. In ogni caso, la morte di Voloshin ha dimostrato che corruzione ed anarchia corrodono le fondamenta dello Stato ucraino e possono farlo crollare da un momento all’altro. Ora possiamo vedere per cosa lottasse Maidan, per il diritto di certuni di derubare i resti del tesoro dell’Ucraina.Traduzione di Alessandro Lattanzio

via Perché il pilota ucraino “si è suicidato”?

Lanciarazzi Usa per la difesa della democrazia in Ucraina

I documenti mostrano che la società americana «AirTronic USA», vicina al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ha concluso l’11 novembre scorso un contratto con la compagnia statale ucraina “Spetstehnoeksport” per la fornitura di 100 lanciarazzi a propulsione

di Giuseppe Acciaio

I primi di agosto sono stati diffusi alcuni documenti ufficiali attestanti che gli USA riforniscono l’Ucraina con armi letali (www.southfront.org/documents-confirm-the-us-already-delivered-lethal-weapons-to-ukraine-exclusive).  Quello che sconvolge di più è la loro destinazione, non vengono adoperati per garantire la sicurezza nazionale, ma vanno direttamente alle unità militari della Guardia Nazionale che si sono distinte durante i combattimenti per la loro eccessiva crudeltà, come ad esempio il reggimento di Azov – composto esclusivamente dai neonazisti e mercenari.

I documenti mostrano che la società americana «AirTronic USA», vicina al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ha concluso l’11 novembre scorso un contratto con la compagnia statale ucraina “Spetstehnoeksport” per la fornitura di 100 lanciarazzi a propulsione PSRL-1 (vale a dire RPG-7 Sovietico modificato). Le armi sono state consegnate all’Ucraina nell’aprile di questo anno.

Questo contratto fu la risposta al governo di Kiev per le numerose richieste di Juvelin americano – missile terra-aria spalleggiabile. Tali richieste sono state rese note durante la visita negli USA del parlamentare ucraino Andrey Parybij. Purtroppo Juvelin è un giocattolo troppo costoso per lo stato Ucraino rispetto al semplice PSRL-1, la differenza è notevole: un solo missile terra-aria spalleggiabile costa 100 000 $ rispetto agli economici PSRL-1 dove la fornitura dei 100 pezzi è costata al bilancio ucraino solo 544000 $. La mossa astuta sia per l’economia che per la sicurezza ucraina, poiché l’arrivo di Juvelin veniva subito notato, invece PSRL-1 sono identiche ai RPG-7 Sovietici senza destare troppi sospetti sulla loro provenienza.

La cosa più bizzarra è che tutto ciò accadde sullo sfondo delle discussioni accese al Congresso americano proprio sulla questione Ucraina, e probabili forniture delle armi letali “per la difesa della democrazia” (quelle non letali vengono fornite già da moltissimo tempo).

Già nei primi giorni di agosto, il Pentagono ha ufficialmente dichiarato le proprie intenzioni al Congresso sull’esito positivo della proposta di fornitura delle armi letali. Il capo della Commissione sulla difesa John McCain ha insistito personalmente sulla loro approvazione, egli è ben noto per la sua ostilità contro la Mosca sul territorio post-sovietico.

Tuttavia questa confusione è servita a distrarre l’opinione pubblica, le forniture sono già in atto da tempo. Le armi americane sono dirette nelle mani dei nazionalisti, come quelli del reggimento dellAzov, i quali sono disposti a continuare la guerra in Donbass nonostante tutti gli accordi di pace sottoscritti.

Alcuni degli esperti occidentali si sono espressi sull’argomento, dichiarando che le forniture sono state fatte sulla commissione dell’amministratore di Barack Obama, per compromettere la posizione del neoeletto presidente Trump, poiché all’epoca si supponeva che egli cercava di ristabilire i rapporti con la Mosca.

Adesso, dopo l’approvazione delle nuove sanzioni e la nomina del “falco” nella persona di Kurt Volker (ex dipendente di McCain) e la sua nomina come l’inviato speciale del presidente degli USA in ucraina, portano via l’ultima speranza sulla risoluzione della crisi ucraina.

Washington e Kiev vogliono risolvere il conflitto delle repubbliche del Donbass con la forza.

Come possiamo ben vedere le relazioni degli USA con la Corea del Nord e dell’Iran, questo metodo sembra l’unico adoperato da Trump.

 

Notizia del: 19/08/2017

 

Sorgente: Lanciarazzi Usa per la difesa della democrazia in Ucraina – World Affairs – L’Antidiplomatico

I soldi del FMI allUcraina? Spesi per la guerra in Donbass

di Eugenio Cipolla

Chissà se i giudici della Corte dei Conti europea, che oggi hanno diffuso una relazione nel quale ribadiscono che l’Ucraina è percepita ancora come il paese più corrotto d’Europa, abbiano avuto modo di ascoltare l’intervista che ieri Oleksandr Onishchenko, ex deputato ucraino sul quale pende un mandato di cattura internazionale dell’Interpol, ha rilasciato all’emittente tv Russia Today. L’ex parlamentare ucraino, riuscito a fuggire dal paese prima di essere arrestato, ha lanciato accuse pesanti nei confronti del presidente Petro Poroshenko. Dichiarazioni che gettano ulteriori ombre sull’operato del capo di Stato ucraino, ormai sempre meno popolare nel paese.

Secondo Onishchenko, infati, la maggior parte dei fondi che Kiev ha ricevuto dal Fondo Monetario Internazionale sono stati spesi dall’attuale amministrazione per sostenere la dispendiosa guerra in Donbass, che costa al paese qualcosa come 5-7 milioni di dollari al giorno. «La maggior parte di questo denaro – ha affermato l’ex deputato – è andato a finire per la guerra, alla quale Poroshenko è molto interessato fino all’ultimo dettaglio, soprattutto per quanto riguarda l’esercito e i contratti di fornitura, gestiti dalla aziende a lui vicine. Per loro è come un business».

Onishchenko ha lavorato due anni nello staff del presidente ucraino e la maggior parte delle rivelazioni riguardano proprio Poroshenko. Ad un certo punto Onishchenko, secondo quanto raccontato da lui stesso, ha provato a fermare questo business, subendo per ritorsione un procedimento penale che lo ha costretto ad abbandonare il paese. L’ex deputato è accusato di aver rubato beni statali nel cosiddetto “caso gas”. Alla vigilia delle ultime elezioni legislative, la Rada aveva dato l’ok al suo arresto, mai eseguito però dall’Interpol, visto che lo stesso Onishchenko ha riparato in Russia.

Non è la prima volta che Onishchenko accusa il suo ex capo. Già cinque giorni fa, intervistato da Rossjia 1 aveva parlato di presunti tangenti versate da Poroshenko a diversi membri della Rada per portare avanti le iniziative necessarie e stabilizzare la situazione politica nel paese. «Il denaro viene consegnato da Poroshenko direttamente presso gli uffici dell’amministrazione presidenziale. E questo avviene quando i parlamentari devono votare in un modo piuttosto che in un altro». Onishchenko afferma che tangenti sono state versate per far approvare alcuni provvedimenti cruciali, come quello sulla rimozione del procuratore generale e del capo della SBU, così come per la riforma giudiziaria. I negoziati sulle tangenti verrebbero portati avanti con i diversi partiti, che poi ripartirebbero le dazioni tra i vari deputati. Ma, sempre secondo il racconto di Onishchenko, ci sono stati anche casi di corruzione dei singoli.

Di tutte queste storie i servizi di intelligence Usa, contattati dallo stesso Onishchenko, sarebbero al corrente. Accuse gravissime, che se confermate potrebbero determinare la messo in stato d’accusa per alto tradimento del presidente ucraino. Il leader del partito Radicale, Oleg Lyashko, ha già chiesto chiarimenti circa la vicenda e la creazione in Rada di una Commissione d’inchiesta che indaghi sulle dichiarazioni rese pubbliche dall’ex componente dello staff presidenziale.

Notizia del: 07/12/2016

Sorgente: I soldi del FMI allUcraina? Spesi per la guerra in Donbass – World Affairs – L’Antidiplomatico

Ucraina cuore nero dell’Europa. Arrestata giornalista antifascista

L’arresto di Miroslava Berdnik, avvenuto a Kiev, nella mattina del 16 agosto 2016, ancora una volta restituisce, con brutale realismo, il senso, la drammaticità e le dimensioni della violenza che il regime fascista di Kiev sta consumando alle porte dell’Europa. L’arresto di Miroslava non è certo un caso isolato. In questo momento, nella capitale ucraina, almeno cinquanta donne, alcune anziane, sono incarcerate per dissidenza politica. Sono donne perseguitate da un governo ultranazionalista, reazionario e filonazista che non riconosce i diritti delle minoranze politiche ed etniche. Pubblicista, giornalista, scrittrice e, soprattutto antifascista, Miroslava Berdnik aveva denunciato i crimini dei neo-nazisti ucraini e si era opposta alla guerra nel Donbass.
Censurato il suo sito internet, tramite il quale aveva svelato i collegamenti tra nazismo e nazionalismo ucraino, Miroslava era stata costretta a vivere clandestinamente. Il suo ultimo libro, intitolato “Pedine nel gioco di qualcun altro”, è stato giudicato un attacco contro “l’integrità territoriale”.
Che la sua la sua vita, come quella di tanti altri giornalisti, fosse in grave pericolo, Miroslava lo aveva già denunciato quando, a Verona, in occasione di un incontro pubblico sulla grave catastrofe umanitaria in corso nel Donbass, aveva inviato un messaggio in chat in cui ci raccontava dei suoi amici giornalisti torturati o uccisi, colpevoli di fare informazione sul Maidan, delle città bombardate, delle sparatorie sui mezzi di trasporto, sulle scuole, sulle case di riposo. Il suo saluto era stato anche un appello ai popoli d’Europa affinché si levasse la voce della loro protesta.
Eccola, invece, l’unione eurocratica e atlantista: una fortezza carolingia che difende la legge suprema del mercato, a qualsiasi costo.
E mentre donne come Miroslava mettono a repentaglio la propria vita per la libera informazione, in Europa si stanno consumando crimini nazisti in nome di una dittatura totale, quella del profitto, e nel silenzio complice e colluso dei media mainstream, nonostante l’appello di Miroslava, come di altri attivisti.
Il tempo delle matite colorate alla Charlie Hebdo è terminato.
I disegni sono chiari: la questione ucraina è un tassello che può e deve essere compreso all’interno di una trama geo-politica più ampia che, dal Nord- Africa al Medio Oriente, è chiara espressione di politiche espansionistiche in nome di un polo imperialistico euro – atlantico che punta a contrapporre frontalmente alla Russia il continente europeo.
Sostenere Miroslava significa squarciare il velo del silenzio della servile informazione.
Contrastiamo il neonazismo in Ucraina, il fascismo in Europa e le politiche UE, come espressioni diverse, e tuttavia concomitanti, di un unico disegno imperialistico per evitare che batta ancora un cuore nero dell’Occidente.

Sorgente: Ucraina cuore nero dell’Europa. Arrestata giornalista antifascista | Contropiano

Cento giorni dopo il nuovo premier: cosa (non) cambiato in Ucraina

di Eugenio Cipolla

Lo scorso 14 aprile, quando venne chiamato da Petro Poroshenko a risolvere uno stallo politico lunghi mesi, nessuno credeva in Volodymyr Groisman. L’ex speaker della Rada, uomo molto vicino al magnate ucraino, appariva una figura sbiadita, molto all’ombra del suo mentore politico (Poroshenko, per l’appunto), non in grado di far uscire l’Ucraina dalle sabbie mobili di una crisi economica senza fine. Oggi, che di giorni ne sono passati cento, si può dire con grande certezza che quelle attese (al ribasso) sono state pienamente rispettate. I sondaggi, d’altronde, parlano chiaro. Gli ultimi, condotti dalla società demoscopica Rating, sintetizzano alla perfezione il sentimento della popolazione ucraina nei confronti del governo che, nell’immaginario di Poroshenko, avrebbe dovuto imprimere una svolta alla direzione del Paese.
Attualmente Groysman gode della fiducia di appena il 20% degli ucraini, contro un netto 59% che disapprova il suo modo di governare. La sua nomina, nata secondo molti analisti dal desiderio di Poroshenko di ottenere il controllo del ramo esecutivo, non è stata percepita positivamente dalla popolazione, convinta (nel 64%) che la sua nomina non cambierà affatto l’attuale crisi politica che investe l’Ucraina. Eppure, quando lo presentò alla Rada, Poroshenko parlò di una “nuova generazione di politici” chiamata a guidare il paese, capace di garantire la promozione delle riforme promesse all’occidente. Dietro l’impopolarità di Groysman ci sono molte ragioni. E la prima è l’attuazione indiscussa delle riforme di austerità imposte dal Fondo Monetario Internazionale con la spinta di Ue e Usa, che non solo non hanno portato i soldi promessi nelle casse del paese, ma hanno peggiorato sensibilmente il tenore di vita di un popolo già messo a dura prova dalla crisi post-Maidan.
Per questo molti osservatori politici ritengono che Groysman difficilmente può essere definito un premier di “successo” o “vincente” e che, al contrario di quanto non si pensi, non resterà molto su quella che una volta era la poltrona di Arsenij Yatsenyuk. Le voci nei palazzi del potere ucraini girano molto in fretta e non è escluso che già entro la fine dell’anno, quando la popolarità di Groisman avrà raggiunto, in appena otto mesi, le disastrose percentuali di consenso ottenute da Yatsenyuk in due anni. Sulle spalle dell’ex sindaco di Vinnycia, in Ucraina centrale, pesano anche una scarsa propensione alla leadership, una mancanza di ambizioni presidenziali (che era invece ciò di cui era dotato Yatsenyuk e per questo è stato silurato da Poroshenko) e un governo che di certo non spicca per ministri dotati di capacità manageriali.
A pagare tutto questo, ovviamente, sono stati i cittadini. Delle tante promesse di Groysman, che si era impegnato a riformare il settore doganale, medico, stradale e burocratico, l’unica veramente manutenuta è stata l’attuazione delle riforme volute da Cristine Lagarde, con il raddoppio, a partire dal primo maggio, delle tariffe del gas per famiglie e imprese. Cosa che naturalmente si è riflessa su tutti quei settori che lavorano con questa preziosa materia prima. Con l’inizio della stagione di riscaldamento, secondo quanto riportato da Unian, il numero di famiglie che avranno bisogno di sussidi pubblici crescerà fino a raggiungere i 9 milioni.  Un ucraino su quattro non avrà i soldi necessari per poter pagare il gas e le varie utilities connesse e ciò costringerà il governo a intervenire con sovvenzioni pubbliche (un po’ il cane che si morde la coda).
Sullo sfondo, poi, si è assistito a una caduta progressiva dei salari e delle pensioni, seguita dalla svalutazione che negli ultimi cinque anni ha perso quasi il 200% del suo valore. Il futuro non promette nulla di buono per ora. Groisman è tra l’incudine e il martello. Da un lato il FMI temporeggia nell’erogare i prestiti promessi, dall’altro i veti incrociati di un Parlamento frastagliato e che mira solo a proteggere le rendite di posizione. Così ogni proposta di legge diventa una battaglia politica, trasformandosi nello stesso circo penoso che ha caraterizzato la prima Repubblica in Italia.
All’estero non va tanto meglio. Groysman ha seguito i dettami di Poroshenko, gli stessi ai quali si era ancorato anche Yatsenyuk. La politica di avvicinamento a Ue e Nato continua incessante ma per adesso non si vedono segno di netto miglioramento rispetto alla precedente gestione. Oltre confine Yatsenyuk era percepito come un politico indipendente, con un proprio partito alle spalle e una buona padronanza della lingua inglese. E ciò lo metteva allo stesso livello degli omologhi stranieri. Cosa che per Groysman non è accaduta. Nonostante i 38 anni e discreta carriera politica, viene percepito come troppo dipendente rispetto ai voleri di Poroshenko e ciò trasformare gli incontri tra lui e gli altri capi di governo in semplici formalità diplomatiche.
Cosa aspettarsi dai prossimi 100 giorni per ora è difficile dirlo. “Se in Ucraina si assisterà a una svolta economica, dipenderà da molti fattori, incluso se il governo Groysman sarà in grado di tirare fuori l’economia da questa zona d’ombra, per attirare denaro necessario a modernizzare il paese”, ha scritto l’agenzia di stampa Unian in un report sui 100 giorni del nuovo premier. “Una cosa, però, è chiara – si legge – il paese e l’economia funzioneranno quando ci saranno i soldi per il credito e gli investimenti. Solo allora l’Ucraina sarà in grado di allungare le ali e produrre valore in più. Solo allora farà un vero mercato di concorrenza, senza monopoli e con regole chiare e regolatori indipendenti”.
“Sarà difficile resistere a una caduta per queto governo”, ha commentato invece il direttore del Centro studi sulla politica e i conflitti di Kiev, Mikheil Pogrebinsky. “Nei prossimi mesi cresceranno le proteste e in questo caso Groysman si troverà davanti due opzioni: andare via non appena il presidente richiederà le dimissioni di governo e Parlamento o restare, ma accrescere il malcontento delle persone e la loro voglio di elezioni anticipate. In ogni caso, io credo che Groysman non rimarrà fino alla fine dell’anno”.
Per l’analista ucraino Mikheil Pavliv “se Groysman non prenderà le distanze pubblicamente da Poroshenko, la sua reputazione politica nel 2017 rischia di crollare seriamente ed arrivare a livelli ben peggiori rispetti a quelli di Yatsenyuk”. Alla fine il rischio è che si concretizzi realmente ciò che prevede Ruslan Bortnik, politigo e direttore dell’Instituto ucraino di analisi e gestione delle politiche, per il quale “Groysman svolge un programma di cooperazione con il FMI e i suoi partner occidentali e questo è costato molto caro a Yatsenyuk. Molto probabilmente questa tendenza continuerà e se non cambierà nulla, senza una vera autonomia politica, questo governo durerà al massimo un anno, ripercorrendo la stessa strada di quello precedente”.
Notizia del: 22/07/2016

Sorgente: Cento giorni dopo il nuovo premier: cosa (non) cambiato in Ucraina – World Affairs – L’Antidiplomatico

Bombardamenti sul Donbass

donbass

Oltre cinquantamila persone hanno partecipato ieri a Donetsk alle manifestazioni contro l’armamento della missione di monitoraggio Osce nel Donbass. Intervenendo al comizio di chiusura, il rappresentante della DNR ai colloqui di Minsk, Denis Pushilin, ha detto che “l’armamento della missione Osce contraddice completamente gli accordi sin qui raggiunti ed è per noi  inammissibile”. Il problema, hanno sottolineato vari oratori, è semmai quello dell’efficacia del lavoro degli osservatori Osce, che “dovrebbero non soltanto registrare, ma soprattutto non permettere le azioni criminali”, ma che invece, in più occasioni, hanno addirittura mancato di rilevare le violazioni ucraine al cessate il fuoco.

Violazioni che continuano senza interruzioni. Ai bombardamenti su Donetsk, Makeevka, Jasinovata e Dokuchaevsk (in cui le forze ucraine hanno fatto uso di sistemi di direzione di tiro statunitensi AN-TPQ-48 e AN-TPQ-36) che, nella notte dal 8 al 9 giugno, hanno provocato la morte di un civile e il ferimento di altri 15, tra cui un bambino di tre anni, se ne sono aggiunti altri nel pomeriggio di ieri, di nuovo su Donetsk, Gorlovka e sui villaggi meridionali di Sakhanka e Sosnovskoe, con l’esplosione di circa 150 colpi di mortaio da 82 e 120 mm e una quindicina di cannonate da carri armati. I colpi sono poi proseguiti anche nella notte, in particolare sui rioni settentrionali e occidentali di Donetsk e alcuni villaggi nell’area di Gorlovka, con artiglierie da 122 e 152 mm.

I bombardamenti dei giorni precedenti hanno coinciso con la firma, da parte di Petro Poroshenko, della risoluzione con cui, per l’ennesima volta, si “istituzionalizza” la possibilità per gli stranieri di prestare servizio a contratto e “volontariamente” nelle forze armate ucraine; come se, sinora, la presenza di mercenari da Caucaso, Asia centrale, Medio oriente e praticamente tutti i paesi europei, oltre che Stati Uniti e Canada, nelle file dei battaglioni neonazisti fosse “soltanto tollerata” da Kiev. La risoluzione presidenziale, oltre che testimoniare ancora una volta le gravi difficoltà di reclutamento di giovani ucraini, costituisce il via libera ufficiale all’afflusso di neonazisti da ogni parte del mondo per la continuazione dell’aggressione governativa al Donbass.

D’altra parte, Pravda.ru scrive oggi della comparsa, in diverse città ucraine, di una sorta di “reparti partigiani” che avrebbero cominciato ad assalire i “contractor” ucraini, reduci o in licenza dal fronte, noti per aver compiuto particolari efferatezze nel Donbass. Pare evidente, scrive Pravda.ru, che la “eroicizzazione dei macellai e dei seguaci di Bandera e Shukhevych, propagandata dai media asserviti alla junta, non è così attecchita nella mente degli ucraini”. Anche questa, probabilmente, costituisce una delle ragioni per cui Kiev è costretta a ricorrere sempre più a “volontari” stranieri a pagamento.

E non sorprende nemmeno particolarmente, dopo la sua intervista in cui invita Kiev a intavolare trattative con il Donbass, la notizia di Nadezhda Savchenko che chiede elezioni legislative anticipate e si dichiara pronta a candidarsi al posto di Presidente: “Il popolo ucraino merita un governo migliore di quello attuale”, ha detto l’ex Jeanne d’Arc in un’intervista alla Associated Press, aggiungendo che “non ho l’ambizione di diventare presidente, così, tanto per esserlo. Se però capirò che posso districarmi nella carica meglio di altri e che la gente ne sente il bisogno, allora sarò presidente”. Si attende l’investitura yankee.
Fabrizio Poggi

 

11 giugno 2016

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