La Russia porterà all’Onu la testimonianza di Hamid, il ragazzo icona “dell’attacco chimico di Assad”

La Russia porterà all'Onu la testimonianza di Hamid, il ragazzo icona dell'attacco chimico di Assad

Si sgretola la propaganda che ha coperto il bombardamento di Francia, Regno Unito e Siria

Nell’ospedale di Douma entra la troupe di RT ed emergono nuovi elementi sul presunto attacco “chimico” preso a pretesto da Francia, Gran Bretagna e Usa per i bombardamenti illegali della settimana scorsa di Francia, Usa e Gran Bretagna.

La troupe di RT è riuscita ad intervistare il ragazzo che nei video diventati virali prima del bombardamento si è trasformato in una delle icone del “massacro con armi chimiche di Assad”. E’ nota la propaganda “umanitaria” che serve a far tollerare quello che è umanamente non è tollerabile: le bombe. Conosciamo la storia che si ripeta dalla Jugoslavia ad oggi. Ma è incredibile come un numero sempre minore ma comunque consistente di persone possano ancora dar fede ai vari Saviano, Littizzetto, Volo e compari.

Ebbene, Hassan Diab, ragazzino di 11 anni, tremante nel video diffuso dai media mainstream dopo essere stato pubblicato dal gruppo Douma Revolution su Facebook, racconta la sua versione dei fatti di quel

L’organizzazione in questione, insieme alla controversa “Elmetti Bianchi”, è stata tra le principali fonti delle accuse contro il governo siriano. Nel tentativo di far luce sulla storia,RT ha intervistato il giovane, che è stato ritratto come una “vittima” nel filmato. Hassan Diab sostiene che era con sua madre quando sono stati invitati a correre verso l’ospedale. “Siamo stati portati fuori e ci hanno detto a tutti di andare all’ospedale. Sono stato immediatamente portato al piano superiore, e hanno iniziato a riversarmi acqua addosso”, ha ricordato il ragazzo.

“I medici hanno iniziato a filmarci qui [nell’ospedale], stavano versando acqua e facendo video”, ha aggiunto. Il padre di Hassan più tardi si è precipitato in ospedale. “Sono rimasto molto sorpreso e ho chiesto cosa fosse successo, perché gli occhi di mio figlio erano così rossi. Ho scoperto che era acqua, ma faceva freddo, avrebbe potuto ammalarsi. Ed era stato spogliato”, ha raccontato l’uomo a RT.

L’emittente russa VGTRK è stata la prima a trovare il ragazzo e suo padre e ha fatto circolare la storia. Ora, Mosca ha in programma di mostrare il video su Hassan alla prossima riunione del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Lo ha annunciato oggi l’inviato delle Nazioni Unite in Russia, Vassily Nebenzia.

Nonostante i dubbi, la mancanza di prove, i post dei social media non confermati da nessuna autorità e la non attendibilità manifesta dei famigerati White Helmets, tre paesi hanno ritenuto di poter bombardare la Siria. La verità inizia ad emergere e l’ennesimo crimine internazionale di membri della Nato resterà impunito come quelli precedenti.

Notizia del:

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What happened at emergency UN session on Syria

Russian Ambassador to the UN Vassily Nebenzia speaks during the United Nations Security Council meeting on threats to international peace and security and the situation in the Middle East April 9, 2018 in New York. (Photo by AFP)

Russia has said that it has warned the US of “grave repercussions” if it attacks Syria over claims of a chemical weapons attack.

“There was no chemical weapons attack,” said Russian UN Ambassador Vassily Nebenzia during a UN Security Council meeting held on Monday.

“Through the relevant channels we already conveyed to the US that armed force under mendacious pretext against Syria – where, at the request of the legitimate government of a country, Russian troops have been deployed – could lead to grave repercussions,” he added.

He added that investigators with the global chemical weapons watchdog should travel to Syria as early as Tuesday to investigate accusations concerning the attack.

“Our military, radiological, biological, chemical unit was on site with the alleged chemical accident and it confirmed that there was no chemical substances found on the ground. There were no dead bodies found. There were no poisoned people in the hospitals. The doctors in Douma denied that there were people who came to the hospital claiming that they were under the chemical attack. The Syrian Red (Crescent) that was said to be treating people which were poisoned denied that it was ever doing that today. So what we’re saying — we are requesting the OPCW (Organization for the Prohibition of Chemical Weapons), which said in the person of its director general that they were ready to go to Douma, to do it immediately and to see themselves what happened on the ground,” he added.

An alleged chemical attack on Saturday in the militant-held town of Douma in Eastern Ghouta reportedly left dozens dead.

Damascus, in a statement released late on Saturday, strongly rejected the allegation of using chemical munitions and said that the so-called Jaish al-Islam Takfiri terrorist group, which has dominant presence in Douma, was repeating the accusations “in order to accuse the Syrian Arab army, in a blatant attempt to hinder the Army’s advance.”

US will respond to attack: Haley

During the UNSC meeting, US Ambassador to the United Nations Nikki Haley said that Washington “will respond” to incident regardless of whether the United Nations Security Council takes action or not.

“We have reached the moment when the world must see justice done,” she said.

“History will record this as the moment when the Security Council either discharged its duty or demonstrated its utter and complete failure to protect the people of Syria…Either way, the United States will respond,” she added.

US Ambassador to the UN Nikki Haley speaks during the United Nations Security Council meeting on threats to international peace and security and the situation in the Middle East April 9, 2018 in New York. (Photo by AFP)

Syria once again denies chemical attack    

Also present at the meeting, Syria’s ambassador to the United Nations Bashar Ja’afari once again denied that Syria was involved in a alleged chemical weapons attack in Douma.

“The Syrian Arab Republic stresses once again that it does not possess any chemical weapons of any type, including chlorine, and we condemn once again the use of chemical weapons at any time anywhere and under any circumstance,” he said.

Syria’s Ambassador to the United Nations, Bashar Jaafari addresses the United Nations Security Council meeting on Syria at the U.N. headquarters in New York, US, April 9, 2018. (Photo by Reuters)

“The Russian Center for Reconciliation in Syria announced today that military experts have carried out investigations in Douma, and these investigations suggest that there are no signs of the use of chemical weapons there. And while treating the sick that are being treated in the hospitals of Douma, Russian doctors have proven that these patients have not been subjected to any chemical substance. So what we are witnessing here is really a Hollywood scene. Thank you, Mr President,” he added.

Ja’afari further condemned an Israeli attack on a Syrian military airbase in Homs province.

“The government of the Syrian Arab Republic condemns in the strongest terms the ruthless Israeli aggression that took place this morning on the airport in Homs governorate, killing and injuring a number of civilians,” he said.

Sorgente: PressTV-What happened at emergency UN session on Syria

33 gruppi per i diritti umani chiedono all’ONU di pubblicare la lista di società collegate alle colonie

MEMO. Più di 30 gruppi ed organizzazioni internazionali e palestinesi per i diritti umani hanno sollecitato l’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite a rendere pubblica una lista di società collegate alle colonie illegali israeliane.

In una lettera congiunta indirizzata all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Ra’ad al-Hussein, le organizzazioni hanno accolto con favore l’aggiornamento di gennaio da parte dell’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani (OHCHR), sul lavoro svolto per produrre un database di imprese collegate alle colonie.

I firmatari chiedono quindi all’OHCHR di “rilasciare ed elencare le compagnie che sono state debitamente vagliate e contattate, in particolare quelle che hanno respinto il mandato dell’OHCHR a tale riguardo e che non hanno risposto entro i 60 giorni previsti”.

I firmatari della lettera includono Addameer, Amnesty International, DCI-Palestina, la Federazione internazionale per i diritti umani (FIDH), gli Avvocati per i diritti umani palestinesi, il Centro palestinese per i diritti umani e Trocaire.

Secondo un comunicato stampa del firmatario al-Haq, “la lettera sottolinea ulteriormente la necessità di accettare il database come meccanismo vivente che deve essere continuamente sviluppato e fornito di risorse adeguate a tale scopo”.

La lettera sottolinea che il database sarebbe un importante precedente per garantire “responsabilità per le multinazionali coinvolte in violazioni dei diritti umani in tutto il mondo e come strumento per incoraggiare ed assistere gli Stati nel far sì che le compagnie all’interno della loro giurisdizione rispettino i principi guida delle Nazioni Unite sui diritti umani, diritti umani internazionali e diritto umanitario”.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Sorgente: 33 gruppi per i diritti umani chiedono all’ONU di pubblicare la lista di società collegate alle colonie | Infopal

A proposito di Gerusalemme capitale

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Di Agostino Spataro. La comunità internazionale ha respinto l’improvvida decisione del presidente USA, Donald Trump, di avallare la scelta adottata dai governanti israeliani, unilateralmente e in difformità delle deliberazioni dell’Onu, di proclamare Gerusalemme capitale dello stato d’Israele.

Tale scelta viene giudicata preoccupante, inopportuna sul terreno politico e della sicurezza per le conseguenze gravissime che può determinare (che sta già determinando) fra i popoli palestinese e israeliano e gli altri della regione e, soprattutto, perché  lede lo spirito e la lettera delle diverse risoluzioni dell’ONU a riguardo, introducendo un ulteriore elemento di destabilizzazione nella martoriata regione mediorientale e mediterranea.

Bene, dunque, hanno fatto i governi europei e, fra questi anche il governo italiano e il Vaticano, a manifestare contrarietà verso tale decisione e a ribadire il rispetto per i diritti nazionali del popolo palestinese e quelli delle altre due religioni (cristiana e islamica) che considerano “luogo santo” la città di Gerusalemme.

I sottostanti materiali (estratti da una pubblicazione ufficiale delle Nazioni Unite) evidenziano, con estrema chiarezza, lo status di “corpo separato”, sotto regime internazionale speciale, della città che non può essere alterato da alcuna decisione unilaterale e al di fuori dell’ambito ONU.

Tale assunto è sempre in vigore non essendo stato mai revocato dalle Nazioni Unite.

Purtroppo, non è questa la prima volta che vengono aggirate, violate le risoluzioni in materia.

In primo luogo da Israele  che, paradossalmente- come si potrà rilevare dalla sottostante lista- può vantare un doppio primato: quello di essere il primo Stato al mondo creato dalle Nazioni Unite ed il primo nella graduatoria degli Stati che più disattendono le decisioni dell’ONU.

Come dire: il figlio che non rispetta le decisioni della madre (Onu) che lo ha generato!

Non è superfluo ricordare che l’Onu, nonostante l’indebolimento provocato dall’unilateralismo israeliano e statunitense, praticato da vari presidenti Usa (da Reagan in poi), resta l’unica fonte, universalmente riconosciuta, della legalità internazionale.

Qualsiasi governo è tenuto a osservare le sue decisioni e raccomandazioni.

Chi non le osserva si mette fuori della legalità internazionale.

A maggior ragione dovrebbe osservarle Israele, uno Stato che è figlio diretto di una decisione dell’Onu. Ma, così non è stato e non è. Soprattutto nella gestione dei suoi difficili rapporti con i popoli e gli Stati vicini (Palestinesi, Siria, Libano, Giordania).

Per chi desidera documentarsi sulle principali violazioni israeliane in materia può consultare la vasta documentazione prodotta dalle Nazioni Unite e da altri organismi internazionali.

Per agevolarne l’approccio, segnaliamo i passaggi più significativi di un documento elaborato e diffuso dall’Onu (“Le statut de Jérusalem”, New York, 1997) che ricostruisce (fino all’anno della pubblicazione) l’exursus storico e politico della questione di Gerusalemme:

Pag. 1: Un regime internazionale speciale per Gerusalemme

“L’Onu, che tende a dare una soluzione permanente al conflitto (arabo-israeliano n.d.r.), adotta nel 1947 un piano di spartizione della Palestina che prevede la divisione della Palestina in uno Stato arabo e uno Stato ebraico e la costituzione della città di Gerusalemme in corpus separatum sotto regime internazionale speciale, amministrata dal consiglio di tutela dell’Onu.” 

Pag. 2: La comunità internazionale considera nulla l’annessione della “Città santa”

“Dopo la guerra del 1967, Israele s’impadronisce di Gerusalemme – est (settore arabo n.d.r.) e dei territori palestinesi e fa sparire la linea di demarcazione fra i settori est e ovest…Israele che ha già annesso Gerusalemme – est, proclama, nel 1980, “Gerusalemme intera e riunificata la capitale d’Israele”…

“Tuttavia, la pretesa israeliana su Gerusalemme non è riconosciuta dalla comunità internazionale che condanna l’acquisizione dei territori mediante la guerra e considera come nullo e non avvenuto ogni cambiamento sul terreno”.

Pag. 9: Gli arabi disposti ad accettare il regime internazionale su Gerusalemme

“La commissione di conciliazione (di cui alla risoluzione n. 194 adottata dall’Assemblea generale dell’Onu l’11 dicembre 1948) fa sapere che le delegazioni arabe erano, nell’insieme, pronte a accettare il principio di un regime internazionale per la regione di Gerusalemme a condizione che l’Onu ne garantisse la stabilità e la permanenza. Israele, dal suo lato, riconoscendo che la Commissione è legata alla risoluzione 914 dell’Assemblea generale, dichiara che non può accettare senza riserve che i Luoghi santi siano posti sotto un regime internazionale o sottomessi a un controllo internazionale.”

Pag. 11: Gerusalemme, corpus separatum

“…l’Assemblea generale (dell’Onu ndr) riafferma le disposizioni del piano di ripartizione secondo il quale Gerusalemme sarà un corpus separatum amministrato dalle Nazioni Unite, l’Assemblea invita il Consiglio di tutela a concludere la messa a punto dello Statuto di Gerusalemme…e chiede agli Stati interessati d’impegnarsi formalmente a conformarsi alle disposizioni della risoluzione…(n. 333)”

Pag. 12: Dayan, occupa Gerusalemme

Il generale Moshe Dayan, vincitore della guerra lampo detta dei “sei giorni” dichiara il 7 giugno 1967: “le forze armate israeliane hanno liberato Gerusalemme. Noi abbiamo riunificato questa città divisa, capitale d’Israele. Siamo rivenuti nella Città santa e non ce ne andremo più”

Pag. 13: le autorità d’occupazione sciolgono il consiglio municipale di Gerusalemme est

Secondo un rapporto di M. Thalmann, (rappresentante personale del segretario generale dell’Onu per Gerusalemme) il 29 giugno 1967 un ordine della difesa militare (israeliana ndr) ha sciolto il Consiglio municipale composto di 12 membri che assicura la gestione di Gerusalemme – est sotto l’amministrazione giordana…Il Consiglio municipale di Gerusalemme – ovest, composto da 21 membri tutti israeliani, assorbe il vecchio consiglio, il personale tecnico arabo del municipio di Gerusalemme – est viene incorporato nei servizi corrispondenti della nuova amministrazione.”

Pag. 15: la Knesset proclama Gerusalemme riunificata capitale d’Israele

Il 29 luglio 1980, malgrado l’opposizione della comunità internazionale, la Knesset (parlamento israeliano ndr) adotta la “Legge fondamentale” su Gerusalemme che proclama Gerusalemme, intera e riunificata, capitale d’Israele, sede della presidenza, della Knesset, del governo e della Corte suprema.”

Pag. 20: nuove colonie ebraiche nelle terre dei palestinesi

“Si apprende che la gran parte dei beni palestinesi di Gerusalemme – est e dei dintorni è stata sottratta dalle autorità israeliane (mediante espropri e confische) in cinque tappe:

Gennaio 1968, circa 400 ettari nel quartiere Sheikh Jarrah dove vengono impiantate le prime colonie ebraiche per un totale di 20.000 persone;

Agosto 1970, circa 1.400 ettari in favore delle colonie di Ramat, Talpiot-est, Gilo e Neve Ya’acov dove vivono attualmente circa 101.000 ebrei;

Marzo 1980, circa 440 ettari destinati all’impianto della colonia di Pisgat Ze’ev destinata ad accogliere 50.000 ebrei;

Aprile 1991, circa 188 ettari per la realizzazione della colonia di Har Homa per un totale di 9.000 appartamenti;

Aprile 1992, circa 200 ettari sono destinati alla creazione della nuova colonia di Ramat Shu’fat per un totale di 2.100 nuovi appartamenti.

Pag. 27: il Consiglio di sicurezza dell’Onu esige il ritiro d’Israele dai territori occupati

“Nella famosa risoluzione n. 242 del 22 novembre 1967, il Consiglio di sicurezza dell’Onu… sottolinea l’inammissibilità dell’acquisizione di territori mediante la guerra e afferma che il rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite esige il ritiro delle forze armate israeliane dai territori occupati e il rispetto della sovranità, dell’integrità e dell’indipendenza politica di ogni Stato della regione.”

Pag. 28: Israele non applica la Convenzione di Ginevra

“Israele non ha riconosciuto l’applicabilità della Convenzione di Ginevra ai territori occupati dopo il 1967 col pretesto che non esiste alcuna sovranità legittima su questi territori dopo la fine del mandato britannico…”

“Il Consiglio di sicurezza nel 1979 ribadisce che la quarta Convenzione di Ginevra era applicabile ai territori arabi occupati da Israele dopo il 1967, compresa Gerusalemme…La decisione presa da Israele nel 1980 di promulgare una legge per l’annessione ufficiale di Gerusalemme est e che proclama la città unificata come capitale d’Israele è stata fermamente respinta non solo dal Consiglio di sicurezza e dall’Assemblea generale dell’Onu, ma anche da diverse organizzazioni.

Pag. 30: l’Europa riconosce il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione

I Paesi europei hanno avanzato proposte che riconoscono il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese; essi hanno sottolineato che non accettano “alcuna iniziativa unilaterale che ha lo scopo di mutare lo statuto di Gerusalemme” e che “ ogni accordo sullo statuto della città dovrà garantire il diritto di libero accesso per tutti ai Luoghi santi

(Dichiarazione di Venezia del 13 giugno 1980 dei vertice dei Capi di stato e di governo della Cee)

Pag. 31: l’OLP, dichiara l’indipendenza della Palestina e riconosce lo stato d’Israele

Nel 1988, dopo la decisione della Giordania di rompere i suoi legami giuridici e amministrativi con la Cisgiordania, il Consiglio nazionale palestinese (Parlamento palestinese in esilio) ha adottato la Dichiarazione d’indipendenza e pubblicato un comunicato politico dove dichiara di accettare la risoluzione n.181 dell’Assemblea generale dell’Onu (sulla divisione del territorio ndr) e la risoluzione n. 242 (del 1967) del Consiglio di sicurezza e proclama “la nascita dello Stato di Palestina sulla terra palestinese, con capitale Gerusalemme”

Pag. 33: il consiglio di sicurezza chiede a Israele di smantellare le colonie

“La risoluzione n. 465 del 1 marzo 1980 contiene la dichiarazione più dura che il Consiglio disicurezza ha adottato sulla questione delle colonie di popolamento. In questa dichiarazione, il Consiglio deplora vivamente il fatto che Israele ha rigettato le sue risoluzioni precedenti e rifiutato di cooperare con la Commissione ( Onu)…

Il Consiglio qualifica la politica e le pratiche volte a impiantare nuove colonie di popolamento una “violazione flagrante” della quarta Convenzione di Ginevra e dice che sono “un grave ostacolo” all’instaurazione della pace in Medio Oriente; chiede al governo e al popolo israeliani di revocare le misure prese, di smantellare le colonie esistenti e di cessare subito ogni attività di colonizzazione. Chiede anche a tutti gli Stati di non fornire a Israele alcuna assistenza che sarà utilizzata specificamente per le colonie di popolamento dei territori occupati”.

 

thanks to: Agenzia stampa Infopal

L’ONU intraprende un primo passo concreto affinché Israele sia ritenuto responsabile per le violazioni dei diritti umani dei palestinesi

Zeid Ra’ad Al Hussein, Alto Commissario dell’ONU per i Diritti Umani, stringe la mano ai delegati prima dell’apertura della trentaseiesima sessione del Consiglio dei Diritti Umani, nella sede europea delle Nazioni Unite. Grazie a: Laurent Gillieron/AP

 

L’ONU intraprende un primo passo concreto affinché Israele sia ritenuta responsabile per le violazioni dei diritti umani dei palestinesi

 

27 settembre 2017 — Informazioni pubblicate oggi dai media hanno rivelato che l’Alto Commissario dell’ONU per i Diritti Umani due settimane fa ha iniziato a inviare lettere a 150 aziende in Israele e nel mondo, avvertendole che potrebbero essere aggiunte a una banca dati delle aziende complici che fanno affari nelle colonie illegali israeliane basate nella Cisgiordania palestinese occupata, compresa Gerusalemme Est.

Le lettere hanno ricordato a queste aziende che le loro attività nelle e con le colonie illegali israeliane sono in violazione di “diritto internazionale e contrarie alle risoluzioni dell’ONU”. Inoltre hanno chiesto che queste aziende rispondano con chiarimenti riguardo a tali attività.

Secondo funzionari israeliani di alto livello, alcune delle aziende hanno già risposto all’Alto Commissario dell’ONU per i Diritti Umani dicendo che non rinnoveranno i loro contratti o non ne firmeranno di nuovi in Israele. “Questo potrebbe trasformarsi in una valanga”, ha detto con preoccupazione un funzionario israeliano.

Delle 150 aziende, circa 30 sono ditte americane e un certo numero sono di nazioni che includono la Germania, la Corea del sud e la Norvegia. La metà restante sono aziende israeliane, compreso il gigante farmaceutico Teva, l’azienda telefonica nazionale Bezeq, l’azienda di autobus Egged, l’azienda idrica nazionale Mekorot, le due maggiori banche del paese Hapoalim e Leumi, la grande azienda militare e tecnologica Elbit Systems, Coca-Cola, Africa-Israel, IDB e Netafim.

Le aziende americane che hanno ricevuto le lettere includono Caterpillar, Priceline.com, TripAdvisor e Airbnb.

A quanto riferito, l’amministrazione Trump sta cercando di impedire la pubblicazione della lista.

 

Omar Barghouti, co-fondatore del movimento BDS, ha commentato:

Dopo decenni di deprivazione dei palestinesi e di occupazione militare e apartheid da parte di Israele, le Nazioni Unite hanno intrapreso un primo passo concreto e pratico per assicurare che Israele sia ritenuta responsabile per le sue continue violazioni dei diritti umani dei palestinesi. I palestinesi accolgono calorosamente questo passo.

Speriamo che il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU sia inflessibile e pubblichi la sua lista completa delle aziende che operano illegalmente nelle, o con, le colonie israeliane sulla terra palestinese rubata, e che elaborerà questa lista come richiesto dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU nel marzo 2016.

Può essere troppo ambizioso aspettarsi che questa misura coraggiosa dell’ONU concernente la responsabilità possa “fare scendere dal piedistallo” Israele, come il leader anti-apartheid sudafricano, arcivescovo Desmond Tutu ha richiesto una volta. Ma se attuata correttamente, questa banca dati dell’ONU sulle aziende che sono complici in alcune delle violazioni di diritti umani da parte di Israele può presagire l’inizio della fine dell’impunità criminale di Israele.

 

Il Comitato Nazionale BDS palestinese (BNC) è la più grande coalizione della società civile palestinese. Guida e sostiene il movimento globale di Boicottaggio, Divestimento e Sanzioni. Visitate il nostro sito Internet e seguiteci su Facebook e Twitter @BDSmovement.

 

thanks to:  Comitato Nazionale BDS palestinese (BNC)  

Traduzione di BDS Italia

 

 

UN takes first concrete step to hold Israel accountable for violating Palestinian human rights

Zeid Ra’ad Al Hussein, UN High Commissioner for Human Rights, shakes hand with delegates before the opening of the 36th session of the Human Rights Council, at the European headquarters of the United Nations. Credit: Laurent Gillieron/AP

September 27, 2017  — Today’s media reports revealed that the UN High Commissioner for Human Rights began sending letters two weeks ago to 150 companies in Israel and around the globe, warning them that they could be added to a database of complicit companies doing business in illegal Israeli settlements based in the occupied Palestinian West Bank, including East Jerusalem.

The letters reminded these companies that their operations in and with illegal Israeli settlements are in violation of “international law and in opposition of UN resolutions.” They also requested that these companies respond with clarifications about such operations.

According to senior Israeli officials, some of the companies have already responded to the UN High Commissioner for Human Rights by saying they won’t renew their contracts or sign new ones in Israel. “This could turn into a snowball,” worried an Israeli official.

Of the 150 companies, some 30 are American firms, and a number are from nations including Germany, South Korea and Norway. The remaining half are Israeli companies, including pharmaceutical giant Teva, the national phone company Bezeq, bus company Egged, the national water company Mekorot, the county’s two biggest banks Hapoalim and Leumi, the large military and technology company Elbit Systems, Coca-Cola, Africa-Israel, IDB and Netafim.

American companies that received letters include Caterpillar, Priceline.com, TripAdvisor and Airbnb.

The Trump administration is reportedly trying to prevent the list’s publication.

Omar Barghouti, co-founder of the BDS movement, commented:

After decades of Palestinian dispossession and Israeli military occupation and apartheid, the United Nations has taken its first concrete, practical step to secure accountability for ongoing Israeli violations of Palestinian human rights. Palestinians warmly welcome this step.

We hope the UN Human Rights Council will stand firm and publish its full list of companies illegally operating in or with Israeli settlements on stolen Palestinian land, and will develop this list as called for by the UN Human Rights Council in March 2016.

It may be too ambitious to expect this courageous UN accountability measure to effectively take Israel “off the pedestal,” as South African anti-apartheid leader Archbishop Desmond Tutu once called for. But if implemented properly, this UN database of companies that are complicit in some of Israel’s human rights violations may augur the beginning of the end of Israel’s criminal impunity.

The Palestinian BDS National Committee (BNC) is the largest coalition in Palestinian civil society. It leads and supports the global Boycott, Divestment and Sanctions movement. Visit our website and follow us on  Facebook and Twitter @BDSmovement.

thanks to: BDSmovement

UN’s list of companies linked to settlements to be published despite Israeli, US pressure

BETHLEHEM (Ma’an) — The United Nations Human Rights Council reportedly plans to go ahead with the publication of a list of companies operating in illegal Israeli settlements in the occupied Palestinian territory and the Golan Heights, in spite of immense diplomatic pressure from the United States and Israel.

According to a report published Tuesday by Israel’s Channel 2, the full list will be published in December, and will include some of the biggest firms in the Israeli industry as well as major US companies, a translation of the report from Times of Israel said.
Some of the international companies on the list reportedly include Coca-Cola, TripAdvisor, Airbnb, Priceline, and Caterpillar, in addition to Israeli companies such as pharmaceutical giant Teva, the national phone company Bezeq, bus company Egged, the national water company Mekorot, and the country’s two largest banks, Hapoalim and Leumi.
The list was recently delivered to the Foreign Ministry, the report said.
Last year, the United Nations Human Rights Council passed a resolution to support forming a database of all companies conducting business in illegal Israeli settlements in the occupied West Bank, amid fierce opposition by the United States and Israel.
The Washington Post previously reported that Zeid Raad al-Hussein, the UN high commissioner for human rights, said that the UN planned to publish the list by the end of this year, which prompted the Donald Trump administration to work with Israel to obstruct its publication.
However, according to the US newspaper, Israel and the United States had unsuccessfully attempted to block funding for the database.
PLO Executive Committee Member Hanan Ashrawi condemned the US and Israeli efforts at the UN as “morally repugnant” at the time.
The attempt “exposes the complicity of Israeli and international businesses in Israel’s military occupation and the colonization of Palestinian land,” Ashrawi said. “This is a clear indication of Israel’s persistent impunity and sense of entitlement and privilege.”
Ashrawi highlighted in her statement that Israel’s settlement activities constituted a “war crime” and were in direct violation of international law and several UN resolutions. “Any company that chooses to do business in the illegal settlements becomes complicit in the crime and therefore liable to judicial accountability,” she said.
Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu has complained that the list unfairly targets Israel and has noted that it was part of the larger Boycott, Divestment, and Sanctions (BDS) movement, which targets specific companies profiting off of Israel’s occupation of Palestinian territory and falls within the traditions of the nonviolent boycott movement against the apartheid regime in South Africa.
Israel and the United States have been starkly opposed to any move that could give weight to the BDS movement, and have often claimed that any support of a boycott against Israel amounts to anti-Semitism.
Israel has tightened the noose on the BDS movement in recent months, most notably by passing the anti-BDS law, which bans foreign individuals who have openly called for a boycott of Israel from entering the country.
Furthermore, Israel has routinely condemned the UN for what it sees as their anti-Israel stance, as numerous resolutions have been passed in recent months condemning Israel’s half-century occupation of the West Bank, including East Jerusalem, and its relentless settlement enterprise that has dismembered the Palestinian territory.
However, Palestinians and activists have long pointed out that nonviolent movements, expressed both in BDS activities and raising awareness on the international stage, are some of the last spaces to challenge Israel’s occupation, as Israeli forces have clamped down on popular movements in the Palestinian territory, leaving many Palestinians with diminished hope for the future.

 

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UN envoy: Syria opposition should accept defeat

UN Special Envoy for Syria Staffan de Mistura has called on the Syrian opposition to accept that they have failed to win their war against the government of President Bashar al-Assad.

“For the opposition, the message is very clear: if they were planning to win the war, facts are proving that is not the case. So now it is time to win the peace,” de Mistura told reporters in Geneva on Wednesday.

The UN special envoy noted that the war was almost over, as many countries have concerted efforts to defeat Daesh Takfiri terrorists in Syria and a national ceasefire should follow soon after.

“Victory can only be if there is a sustainable political long-term solution. Otherwise instead of war, God forbid, we may see plenty of low intensity guerrilla (conflicts) going on for the next 10 years, and you will see no reconstruction, which is a very sad outcome of winning a war,” he added.

De Mistura plans to join the next round of negotiations between representatives from the Syrian government and foreign-sponsored armed opposition besides delegates from Iran, Russia, and Turkey as mediators in the Kazakh capital city of Astana between September 14 and 15.

He has sought to unify the opposition after hosting seven rounds of largely unsuccessful talks in Geneva.

The UN envoy underlined the need for resolving the fate of Idlib at the Astana talks, saying, “I am confident…there will be a non-conflictual solution – let us say not a new Aleppo, that is what we want to avoid at any cost, if we have learned from the past.”

He called for the formation of a political framework amid liberation of more areas from the control of terrorists groups, saying, “The issue is: is the government, after the liberation of Dayr al-Zawr and Raqqah, ready and prepared to genuinely negotiate and not simply announce victory, which we all know, and they know too, cannot be announced because it will not be sustainable without a political process?”

“Will the opposition be able to be unified and realistic enough to realize they did not win the war?” he further asked.

Progress on Idlib

On Wednesday, Russian Foreign Minister Sergey Lavrov said that experts from Russia, Turkey and Iran have made considerable progress in efforts to agree methods of ensuring security in the de-escalation zone in Syria’s Idlib province.

Russian Foreign Minister Sergei Lavrov (Photo by Reuters)

“As for the Idlib province, contacts are underway between the guarantor countries and initiators of the Astana process – Russia, Iran and Turkey,” he said.

“In the course of [these consultations], we have made considerable progress to agree on the parameters, configuration and methods of ensuring security in the de-escalation zone in the Idlib province. I hope we will hear more specific news in the near future,” Lavrov noted.

Since January, Astana has hosted five rounds of peace talks which have so far resulted in an agreement on four de-escalation zones across Syria.

According to the Russian Foreign Ministry, three of the enclaves had been created to date, in the country’s sprawling central province of Homs, in the Eastern Ghouta area of the southern Rif Dimashq Province, and a southwestern militant-controlled stretch along the border with Jordan.

The photo shows a general view of the fifth round of Syria peace talks in Astana, Kazakhstan, on July 5, 2017. (By AFP)

The upcoming talks aim to facilitate the creation of the fourth zone, in the western Syrian Idlib Province, where significant concentrations of Takfiri terrorists, most notably from al-Nusra Front, are operating. The successful materialization of that prospect is expected to give civilians an opportunity to return to peaceful life in Idlib.

The talks in Astana have been going on in tandem with UN-brokered Geneva talks.

When the first round of the Astana talks was organized, the Geneva talks had been stalled for months. The talks in the Kazakh capital then provided momentum for the UN-brokered talks, helping revive them.

Sorgente: PressTV-UN envoy: Syria opposition should accept defeat

UNSC passes resolution to end Israeli settlements

The United Nations Security Council (UNSC) has passed a resolution censuring Israel for its settlement activities in the occupied Palestinian territories after the US refused to veto it, reversing its longstanding policy of shielding the Israeli regime from condemnatory resolutions at the world body.

The Egyptian-drafted resolution was passed with 14 votes in favor and one abstention on Friday.

Egypt had withdrawn the measure after the Israeli regime asked US President-elect Donald Trump to pressure the North African country to delay voting on the draft resolution.

Israel, wary of indications that the US might veto the resolution, turned to Trump for support , who has defended Israel against condemnation for the settlement construction, and slammed the Obama administration for the “shameful move” against Tel Aviv.

It is the first resolution on Israel and the Palestinians that the 15-member body has passed in about eight years.

The Security Council was initially scheduled to vote on the resolution on Thursday.

However, on Friday, Malaysia, New Zealand, Senegal and Venezuela put forward the draft again, which called on Israel to “immediately and completely cease all settlement activities in the occupied Palestinian territory, including East Jerusalem” al-Quds.

It also said the construction of Israeli settlements has “no legal validity and constitutes a flagrant violation under international law.”

In this image released by the UN, US Ambassador to the UN Samantha Power (C) votes to abstain during the December 23, 2016 vote on Israeli settlements.

The vote possibly marks a short-lived turning point in US policy vis-à-vis the Israeli regime. Outgoing US President Barack Obama has said that the Israeli settlements pose an obstacle to the so-called Middle East peace process.

During the Friday session, US Ambassador to the UN Samantha Power told the council that the vote reflected the country’s complaints about Israel’s settlement construction.

“Our vote today is fully in line with the bipartisan history of how American presidents have approached both the issue and the role of this body,” she said, adding that settlement activity “harms the viability of a negotiated two-state outcome and erodes prospects for peace and stability in the region.”

‘Shameful resolution’

Infuriated at Washington’s abstention, Israel’s envoy lashed out at the Obama administration and expressed hope that both Trump and the incoming UN secretary general, António Guterres, would establish closer ties with Tel Aviv.

“It was to be expected that Israel’s greatest ally would act in accordance with the values that we share and that they would have vetoed this disgraceful resolution,” said Danny Danon.

“I have no doubt that the new US administration and the incoming UN secretary-general will usher in a new era in terms of the UN’s relationship with Israel,” Dannon added.

Meanwhile, the chief Palestinian negotiator and secretary general of the Palestine Liberation Organization, Saeb Erekat, hailed the UN vote as a “victory for the justice of the Palestinian cause,” while Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu voiced resentment.

Erekat said Trump now had to choose between “international legitimacy” or siding with “settlers and extremists.”

In a statement released on Friday, the Israel prime minister said it “rejects this shameful anti-Israel resolution at the UN and will not abide by its terms,” adding that Obama failed to “protect Israel”.

“Israel looks forward to working with President-elect Trump and with all our friends in [US] Congress, Republicans and Democrats alike, to negate the harmful effects of this absurd resolution,” the statement said.

Netanyahu’s office also announced in the early hours of Saturday that Tel Aviv had recalled its envoys to Senegal and New Zealand for consultations, and had tasked the Foreign Ministry with cancelling a scheduled visit to Israel by Senegalese Foreign Minister Mankeur Ndiaye and scrapping an aid program for the West African country.

Trump vows change at the UN

Shortly after the resolution was approved, Trump promised that Washington’s policies at the world body would “be different” during his administration.

“As to the UN, things will be different after Jan 20th,” he said in a tweet, referring to the date of his inauguration.

White House defends abstention

Dismissing Trump’s remarks, the White House on Friday defended its decision to allow the motion to pass at the UN, and reminded Trump that Obama was the US president until January 20.

“We could not in good conscience veto a resolution that expressed concerns about the very trends that are eroding the foundation for a two-state solution,” said Ben Rhodes, the White House deputy national security adviser.

In a statement released on Friday, US Secretary of State John Kerry said the UN resolution “rightly condemns violence and incitement and settlement activity and calls on both sides to take constructive steps to reverse current trends and advance the prospects for a two state solution.” He added, however, that Washington does not agree with every single aspect of the motion. 

The developments come more than a week after Trump announced his decision to nominate hardliner David Friedman as the US ambassador to Israel. Friedman is notorious for his fervent support of Israel’s illegal settlement expansion in the occupied territories, and has been characterized as an “obstacle to peace” by successive US administrations. He has said that he plans to work at “the US embassy in Israel’s eternal capital, Jerusalem.”

A picture taken on November 17, 2016 shows a general view of the illegal Israeli settlement of Ofra in the occupied West Bank, established in the vicinity of the Palestinian village of Beitin (background).

Earlier this month, Israeli lawmakers approved a hugely-controversial bill legalizing some 4,000 settler units built on private Palestinian land in the occupied West Bank, in the first of three readings needed to turn it into law.

The United States, Israel’s strongest ally, Germany, the country least critical of Tel Aviv in Europe, UN officials, and the European Union have strongly criticized the bill.

More than half a million Israelis live in over 230 illegal settlements built since the 1967 Israeli occupation of the West Bank and East Jerusalem al-Quds.

Built on occupied land, the settlements are internationally condemned as illegal and equal to land grab.

The Palestinian Authority wants the West Bank as part of a future independent Palestinians state, with East al-Quds as its capital.

thanks to: PressTV

L’Onu approva quattro risoluzioni sostenute dai palestinesi in una vittoria storica – Palestinians welcome UN call for settlement database

unnamed (1)Betlemme – Ma’an. In una vittoria storica per la leadership palestinese, giovedì il Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani il ha approvato quattro risoluzioni riguardanti il ​​territorio palestinese occupato, una delle quali sarà redigere una “lista nera” delle compagnie che fanno affari negli insediamenti illegali israeliani.

Il Dipartimento degli Affari di negoziazione dell’Olp ha riferito che, in aggiunta alla risoluzione riguardante gli insediamenti – che è passata con 32 a 0 –, un’altra è stata adottata per il diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione.

Una risoluzione basata sui diritti umani dei palestinesi è stata approvata dal Consiglio e si rivolge alle demolizioni delle case, alle violazioni dei luoghi sacri e alle esecuzioni extragiudiziarie eseguite dalle forze israeliane.

È stata approvata un’altra risoluzione per la promulgazione di sistemi investigativi adeguati per garantire la responsabilità per le violazioni compiute da Israele nei terrori palestinesi occupati.

La risoluzione proposta dalla leadership palestinese che obbliga il Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani a formare un database di tutte le parti che svolgono affari nelle aree sotto l’occupazione militare israeliana ha subito l’opposizione maggiore dagli USA e dall’Unione Europea prima del voto di giovedì, secondo i report del Guardian.

A quanto riferito, i leader occidentali hanno avvertito che sostenere la risoluzione potrebbe andare a scapito degli aiuti concessi all’Autorità palestinese.

La risoluzione riecheggia una recente decisione dell’Unione Europea di etichettare i prodotti realizzati negli insediamenti illegali israeliana, una vittoria per il movimento BDS che tenta di utilizzare il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele per porre fine alla decennale occupazione.

Traduzione di F.G.

Israeli security forces check the IDs of Palestinians at the entrance of the village of Nahalin (AFP)

Israeli security forces check the IDs of Palestinians at the entrance of the village of Nahalin (AFP)

The Palestinian government has hailed the decision by the United Nations to establish a database of companies working in Israeli settlements, a ruling that Israel called an “absurdity”.

The United Nations Human Rights Council (UNHRC) on Thursday adopted four motions on the Palestinian territories, including one calling for the establishment of a list of companies operating from settlements in the Israeli-occupied West Bank.

Israel has long accused the body of unfairly singling it out.

Ibrahim Khreisheh, Palestinian envoy to the UNHRC, called the vote a “message of hope for our people”.

“Israel continues to systematically violate the inalienable rights of the Palestinians while enjoying impunity from the international community,” he added.

Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu labelled UNHRC an “anti-Israel circus” which “attacks the only democracy in the Middle East and ignores the gross violations of Iran, Syria and North Korea.”

UNHRC has also confirmed Canadian Stanley Michael Lynk as its new investigator on the situation of human rights in the Palestinian territories after his predecessor resigned, citing Israel’s continued refusal to grant him access.

Israel occupied the West Bank in the 1967 Six Day War, in a move considered illegal under international law. Around 400,000 Israeli settlers now live alongside around 2.5 million Palestinians there.

Since the beginning of 2016, over 450 Palestinian homes and other structures in the West Bank have been destroyed by Israeli forces.

Friday 25 March 2016

thanks to: Infopal

Middle East Eye