Dimenticati e massacrati per lo sfruttamento forestale: i popoli indigeni del Brasile

Intervista a Francinara Barè, attivista indigena brasiliana della Coiab, in prima linea nel difendere l’Amazzonia e i diritti degli indigeni, resistendo alla repressione di Temer

Dinamopress ha incontrato a Roma Francinara Baré, difensora di diritti umani indigena brasiliana e coordinatrice di COIAB (Coordinadora de Organizaciones Indigenas de la Amazônia Brasilera) all’interno della sua visita in Italia coordinata dalla rete In Difesa di e da Greenpeace.

L’attivista ci aiuta a comprendere la situazione molto poco conosciuta delle popolazioni indigene brasiliane, in prima linea per difendere l’Amazzonia dallo scempio dello sfruttamento agroindustriale ed estrattivo e al tempo stesso isolate e dimenticate anche all’interno dello stesso Brasile.

 

Puoi spiegarci il lavoro sociale e ambientale della vostra organizzazione in Brasile?

Sono la coordinatrice generale di Coaib, lavoriamo in nove stati dell’Amazzonia brasiliana, siamo parte della Coica (Coordinazione delle popolazioni indigene del Bacino del Rio delle Amazzoni, che unisce anche indigeni di paesi limitrofi come Perù, Colombia e Bolivia ndr) e il nostro coordinamento nazionale in Brasile è la PIB (Articolazione dei Popoli indigeni del Brasile)

Siamo nati nel 1988, successivamente alla Costituzione. La Costituzione in due articoli specifici garantisce i diritti dei popoli indigeni, sono gli articoli 31 e 32. Il primo ci riconosce come indigeni e riconosce la nostra forma organizzativa originaria. Nonostante questo abbiamo deciso di avere una personalità giuridica, perché per lottare per i nostri diritti dovevamo avere uno strumento istituzionalmente riconosciuto. Nel nostro lavoro principale ci interfacciamo con lo stato per garantire i diritti e l’accesso a una serie di servizi sociali. Difendiamo i diritti degli indigeni, non solo di chi abita in comunità rurali ma anche di chi ha deciso di vivere in città. Siamo presenti a livello statale e regionale, abbiamo anche rappresentanze municipali.

 

Quali sono le principali discriminazioni che vivono oggi i popoli indigeni brasiliani?
La discriminazione più grande è proprio quella di essere indigeni. Il governo brasiliano non riconosce la nostra specificità e le nostre necessità in quanto indigeni. Siamo 365 popoli differenti ma fingono di non vederci e ci lasciano nell’ombra.

Soffriamo di discriminazioni quando lasciamo le nostre comunità e andiamo in città per poter studiare.

Parliamo 275 lingue diverse, ci è difficile spesso avere pronuncia ottima del portoghese e questo ci discrimina molto. Siamo discriminati per il modo di vestire e comportarci. Appena vestiamo scarpe sportive o utilizziamo un cellulare non siamo più riconosciuti come indigeni.

Sono e rimarrò indigena in qualunque luogo di questo mondo. Se ho accesso a tecnologie, come i droni, per poter monitorare la foresta, non smetto di essere indigena e voglio essere riconosciuta come tale.

 

La questione indigena in Brasile come in tutta l’America Latina è molto legata al problema della proprietà della terra, a che punto è il vostro lavoro per tutelare le terre all’interno dell’Amazzonia?

Diciamo sempre che dobbiamo iniziare a lavorare dai libri di storia. Nei nostri libri di scuola la storia parte dall’arrivo degli europei, non prima.  Noi abitavamo quelle terre ben prima del loro arrivo. Gli europei non hanno scoperto il Brasile perché non è mai stato scoperto, è stato invaso e saccheggiato.

Abbiamo una grande biodiversità e infinite risorse naturali. Gli invasori sono arrivati dalla costa e hanno subito distrutto un bioma, la Mata Atlantica, prima parte di foresta Amazzonica a essere distrutta.

La terra genera vita più di quanto facciamo noi con le nostre strumentazioni ma si è voluto distruggere l’ecosistema esistente. Chi è arrivato da fuori ha iniziato a saccheggiare la natura e a cambiare il nostro sistema agricolo.

L’agricoltura è diventata agrobusiness su larga scala ed è ora questa una delle cause principali della deforestazione e una minaccia enorme per la popolazione indigena.

Siamo stati allontanati dalle nostre terre perché erano ottime per monoculture e allevamenti.

Dividiamo la nostra storia in tre momenti fondamentali, prima, durante e dopo la Costituzione.
Prima della Costituzione sono stati gli anni più difficili, siamo stati massacrati in modo atroce, perché il piano del governo brasiliano era quello di incorporare l’Amazzonia al Brasile uccidendo chi vi abitava. Prima della scrittura della Costituzione, a causa di queste violenze, abbiamo iniziato ad andare a Brasilia e chiedere i nostri diritti. Nel 1988 ci hanno finalmente accolto e hanno incluso i due articoli nella Costituzione.

Tra il 1987 e il 1988 viene deciso che tutte le terre dei popoli indigeni devono essere riconosciute di nostra proprietà collettiva attraverso un procedimento di demarcazione, con una deadline di 10 anni per chiudere il processo. Numerosi attivisti sono morti nel processo che ha permesso questo risultato.

Nel 2018 tuttavia sono ancora molto poche le terre indigene riconosciute. Lottiamo perché ciù avvenga, ma l’obbiettivo è ancora molto lontano dalla realtà. Oggi il processo di demarcazione delle terre che permetterebbe il nostro riconoscimento si è paralizzato. Per questo ci troviamo ad affrontare megaprogetti: dighe, ferrovie, passaggi fluviali costruiti per trasportare la soya, abbiamo visto negli ultimi anni un preoccupante aumento della deforestazione legale all’interno delle terre dei popoli indigeni.

Dal primo invasore a oggi il nostro grande slogan è “Resistere”. Dobbiamo tenere duro nonostante la situazione così difficile.

 

In Italia si è parlato di Marielle Franco, e Dinamopress ha seguito con molti articoli quanto è accaduto. Il suo caso è uno specchio di quanto si vive in Brasile?

Marielle è un esempio di quello che può succedere in Brasile. L’elemento straordinario è che è accaduto in una città. In questo caso il suo destino è stato molto simile a quello che accade ogni giorno nella foresta amazzonica.

È stata uccisa perché aveva denunciato la violenza della polizia contro la popolazione delle favelas di Rio e contro l’immenso potere del narcotraffico rispetto alla polizia stessa. Pur nella sua tragicità, per fortuna, essendo accaduto in città e a una donna nera l’omicidio ha ottenuto visibilità e se ne è potuto parlare e ci sono state grandi proteste. Purtroppo ci sono molte donne e uomini indigeni che vengono uccisi in tutto il Brasile rurale e nella foresta, nessuno ne parla, neppure all’interno del paese.

 

Ci sono statistiche sul numero di morti indigeni?

Non ci sono numeri precisi. Non c’è nessun sistema di sostegno per chi difende i diritti umani degli indigeni ci grandi difficoltà organizzative logistiche per reperire numeri e raccogliere le testimonianze.

La visibilità è un problema enorme, non riusciamo a portare l’attenzione sui nostri problemi. A Brasilia, quando ci raduniamo, affrontiamo gas, pallottole a salve, gas al peperoncino che la polizia utilizza contro di noi.

Ancora più tremendo è quello che accade nella foresta. Quando lì cerchiamo di contrastare l’avanzata dell’agrobusiness ci troviamo davanti a pallottole vere e alla morte.

Alle Nazioni Unite hanno presentato alcuni dati sulla situazione dei diritti umani nel paese, ma le statistiche sono sempre divise tra bianchi e neri:  gli indigeni non sono considerati.

Il governo non ci riconosce e non classifica i nostri dati. Ci stiamo organizzando con una banca dati indipendente e cerchiamo di compensare la mancanza di dati da parte istituzionale.

 

Ritieni che la condizione dei popoli indigeni sia peggiorata da quando Temer ha preso il potere?

Ora siamo molto più perseguitati. Facciamo molta più fatica a riunirci e ad avere spazio nel Congresso per farlo. Parte del nostro abbigliamento tradizionale (archi, frecce) è ora considerata “arma bianca” e se più di una persona che ha con sé quegli oggetti si riunisce viene accusata di associazione a delinquere

Siamo molto più criminalizzati e a causa della criminalizzazione veniamo arrestati con frequenza.
Abbiamo avuto più visibilità in questioni ambientali come la Renca, (riserva ambientale amazzonica che Temer voleva aprire allo sfruttamento minerario e che è stata fermata grazie a un intervento della magistratura, ndr), ma in tema di diritti umani nessuno parla di noi.

Spesso le leggi che sta promuovendo Temer vanno contro i nostri interessi e vengono discusse in momenti in cui non siamo presenti o non siamo stati avvisati.

Cerchiamo di comunicare i dati che stiamo raccogliendo sulla repressione e sulla devastazione dell’Amazzonia. Ci rendiamo conto che veniamo ascoltati di più all’estero, anche perché c’è grande differenza tra i dati che presentiamo noi e quelli che il governo brasiliano comunica al resto del mondo.

Sorgente: Dimenticati e massacrati per lo sfruttamento forestale: i popoli indigeni del Brasile – DINAMOpress

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Gli Israeliani vogliono avere una vita normale. L’unico popolo che può garantirgli questo sono i Palestinesi.

 

al panel “Memorie e Identità”del CONVEGNO L’eredità di Edward Said in Palestina,

TORINO 1-2 MARZO 2018

Aula Magna Campus Luigi Einaudi*

Sono un professore di storia e vedendo qui studenti, non studenti e professori nei banchi, credo che farò una lezione molto storica… è nel mio DNA! Metto da parte le questioni più concettuali e teoriche, e avrò un approccio più storico.

Ho appena firmato un contratto per un libro, che non ho ancora scritto (un errore!), l’unica cosa che so è il titolo che avrà: “Qual è il senso della storia?”. Ho scelto questo titolo perché negli ultimi 30-40 anni c’è stato un grande dibattito tra gli storici e gli accademici, non su cosa sia il senso della storia, ma su cosa sia la storia. Abbiamo distrutto cinque belle foreste in Brasile per farne dei libri su cui scrivere centinaia di pagine, per dire che cosa è la storia, e oggi non ne sappiamo molto di più. Abbiamo avuto delle scuole di pensiero nel 1900, e sono ancora le stesse. Ancora non sappiamo esattamente che cosa è la storia. I relativisti e gli empiristi stanno ancora dibattendo se si può o non si può conoscere esattamente ciò che è accaduto nel passato. Vico soleva dire “Ciò che sapete del passato è in realtà ciò che sapete del presente, non di più.” La maggior parte di noi si colloca nel mezzo tra un punto di vista relativista ed il suo opposto. È tempo di affrontare un altro problema: quale è il significato della storia.

Il motivo è che la questione palestinese è diventata un nodo che riporta ad un problema molto più ampio: che cosa è stata la Palestina negli ultimi 30-40 anni; è diventata un simbolo, o un oggetto di ricerca, di questioni che vanno molto al di là della Palestina stessa, come la giustizia sociale, o la decolonizzazione. Inoltre la Palestina è diventata importante per la discussione di che cosa sia il senso della storia. Noi viviamo in una società e in un ambiente neoliberale e anche l’università è vittima di questo tipo di percezione ideologica ed economica: da un punto di vista neoliberale l’insegnamento della storia è inutile e non molto importante. L’insegnamento della letteratura, la cultura, in generale l’umanesimo non sono considerati molto importanti. In Gran Bretagna, dove insegno, c’è una nuova idea di rendere la laurea in materie umanistiche e in scienze sociali molto più economica di quella in materie scientifiche, perché sono considerate meno importanti, per cui si paga meno per una laurea in sociologia o storia e molto di più per laurearsi in legge o in medicina. Non me lo sto inventando, è ciò che avverrà in Gran Bretagna nei prossimi anni.

Credo sia importante lottare per l’importanza della storia, non solo per il passato, ma per tutti noi. Sappiamo tutti che se c’è un vuoto nella storia, se l’università e gli storici non vengono considerati come una parte essenziale della nostra società, sappiamo da chi verrà colmato questo grande gap nella società: lo si è visto in Italia, dove stanno tornando i nuovi fascisti, quando la storia non viene raccontata correttamente e quando non viene considerata come questione morale: allora ci sono persone che propongono una loro narrazione e creano la base per politiche razziste ed immorali, in questo paese come anche altrove. Perciò credo che dobbiamo lottare per il diritto di parlare dell’importanza della storia e non vi è un altro caso che richieda un così serio approccio quanto il caso della Palestina. Voglio perciò fornirvi un approccio storico alla lotta contro la cancellazione della memoria della Palestina.

Il punto di partenza, che è già stato citato dai due amici che mi hanno preceduto, è che cerchiamo di guardare al sionismo di Israele oggi come ad un progetto di colonialismo di insediamento. Sono sicuro che tutti voi avete già sentito questo termine, colonialismo di insediamento, ma per essere certo che siamo sulla stessa lunghezza d’onda, chiariamo la differenza tra colonialismo e colonialismo di insediamento. Quest’ultimo non è il classico colonialismo. Il colonialismo di insediamento è stato creato dai rifugiati, da quelli che hanno dovuto fuggire dall’Europa con l’aiuto di un altro potere colonialista ed in realtà non volevano tornare in Europa, non cercavano solo una nuova casa, ma una nuova patria. E tra le sfide in cui potevano imbattersi dovunque andassero, in America, Australia, Africa o Palestina, la maggiore era che vi fossero persone che già vivevano là, in un territorio che gli apparteneva, che per loro era invece il territorio dove costruire una propria nuova identità. In molti casi questi incontri con popoli indigeni andarono a finire con il genocidio dei nativi. Nel caso del Sudafrica e della Palestina vi furono la pulizia etnica, l’apartheid, ed altre atrocità che dopo la seconda guerra mondiale sono state considerate crimini di guerra contro l’umanità.

Fin dall’inizio la storia è molto importante per il colonialismo di insediamento. Questo intende dire ai popoli indigeni “inferiori, voi non avete una storia”. Gli indigeni sono stati rimossi dai libri di storia dei coloni, prima ancora di essere espulsi fisicamente dalla loro terra. Per esempio, se considerate i pittori sionisti nelle prime fasi del progetto sionista, alla fine del diciannovesimo secolo – inizio del ventesimo, se leggete le loro poesie o i loro racconti, ma penso che soprattutto la pittura sia significativa, potete vedere che i pittori sionisti guardavano la collina dove noi sappiamo che c’era un villaggio palestinese, ma nel dipinto o nel disegno il villaggio non c’è. Il villaggio è stato fisicamente distrutto nel 1948, ma non c’era già più nel 1910. Si tratta dello stesso approccio, attraverso il disegno, di rimuovere i nativi prima di eliminarli fisicamente che si trova… per chi di voi ha visto il muro israeliano intorno a Gerusalemme, là ci sono dei graffiti israeliani (no, non di Bansky…) di ciò che si può vedere al di là del muro, perché gli israeliani di Gerusalemme si lamentavano di dover passare da una parte all’altra della città attraverso un muro molto brutto, quindi qualcuno ha detto “bene, dipingiamolo e ci disegneremo un paesaggio che sta oltre il muro”, per cui si possono vedere le colline, ma non ci sono villaggi né città palestinesi. In realtà ci sono ancora e noi che abbiamo coscienza sappiamo che è un brutto segno che nei graffiti israeliani sul muro i villaggi che ancora esistono, nel disegno non ci sono, il che significa che loro hanno un piano diverso.

Prendiamo in considerazione il colonialismo di insediamento, non solo quello sionista, ma dovunque. Prima che abbiano il potere di espellere la popolazione indigena, la rimuovono dalla narrazione; ma fanno anche altro, lo sappiamo riguardo agli Stati Uniti. Si appropriano della storia degli indigeni come fosse la propria. Prendono la storia dei palestinesi, dei nativi d’America, degli aborigeni e sostengono che in realtà quella è la loro storia. Questo è parte di un progetto che costringe i nativi, la popolazione locale, a lottare per qualcosa che ai loro occhi è evidente, quindi ci vuole molto tempo prima che i palestinesi si rendano conto che devono difendere qualcosa che a loro appare un concetto naturale. Perché dovevano spiegare alle Nazioni Unite nel 1947 che appartenevano alla Palestina? Perché la popolazione di Torino dovrebbe spiegare all’Unione Europea che fa parte di Torino? È un esercizio inutile. Eppure ai palestinesi venne chiesto dalle Nazioni Unite nel 1947: ‘Diteci, siete voi il popolo della Palestina?’ Risposero ‘Sì, noi siamo palestinesi, siamo il popolo della Palestina.’

‘Sì, ma voi non lo avete articolato bene, perché ci sono i sionisti che hanno detto di essere loro il popolo della Palestina.’ Con un’assenza di 2000 anni, è vero, ma …

Questa sorta di de-indigenizzazione, o di negazione dell’identità indigena dei nativi, la pretesa che la loro storia sia la vostra, è una potente azione di cancellazione e ridefinizione della memoria e dobbiamo capire che la difesa della memoria inizia dal primo momento in cui un colono ebreo venne in Palestina alla fine dell’800.

I coloni ebrei, soprattutto quelli arrivati con la seconda ondata, tra il 1905 e il 1920, divennero il gruppo dal quale più tardi nacque la leadership israeliana fino al 1990, forse fino ad oggi. Molti di loro sono morti, ma la maggioranza di coloro che hanno impostato il sistema politico ed economico israeliano erano arrivati in quell’ondata, ciò che chiamiamo in ebraico la seconda Aliyah, la seconda ondata. Non era un grande gruppo, ma era molto qualificato. Quelle persone hanno scritto riguardo a qualunque cosa, ci hanno lasciato montagne di diari e di giornali ed hanno continuato a scrivere dal momento in cui sono arrivati, non è sfuggito nulla alla loro attenzione, ogni puntura di zanzara, ogni goccia d’acqua, se gli piacesse o no, ci hanno riferito tutto di quel periodo. Ciò che è stupefacente riguardo a questi coloni è che non erano mai stati prima in Palestina e solitamente hanno passato la prima notte nella città di Jaffa, dove tra l’altro i palestinesi li hanno ospitati, perché erano molto poveri; non sapevano dove stare a Jaffa per cui i palestinesi gli hanno permesso di rimanere gratis almeno per i primi due giorni prima di tentare di raggiungere le più vecchie colonie nel nord o nel centro della Palestina. Di notte, probabilmente usando lampade a petrolio (non c’era elettricità) scrivevano del loro primo arrivo nei diari o nelle lettere a casa. Erano davvero stupefatti perché in Polonia o in Russia, da dove provenivano, gli avevano detto che quando fossero arrivati avrebbero trovato una terra vuota, ma poi hanno scoperto che non era vuota, quindi vi è già una narrazione della storia che gli israeliani avrebbero poi portato avanti fino ad oggi, nel 2018. E la narrazione è: noi siamo ospitati da alieni, siamo ospitati da stranieri della nostra patria, che hanno preso la terra dei nostri antenati, e noi siamo venuti a riscattarla, quindi la generosità dei palestinesi, la loro umanità, vengono totalmente ignorate. Ciò che importa è che qui c’è una sfida, c’è una contraddizione tra l’idea che la terra che era deserta da 2000 anni doveva essere vuota, ma se ci sono esseri umani non possono far parte della patria, perciò sono stranieri. Questa idea che i palestinesi siano stranieri non è mai cambiata nella concezione degli israeliani, nemmeno di quelli di sinistra oggi: quando ragionano di compromesso coi palestinesi o quando parlano della cosiddetta pace con loro, li pensano sostanzialmente come stranieri in Palestina; anche se da un punto di vista liberale o socialista intendono arrivare ad un compromesso o a tollerarli in una piccola parte della Palestina, non li riconosceranno mai come indigeni. E questo fa parte del sistema educativo israeliano ancora oggi: noi siamo gli indigeni e chiunque altro è un immigrato, magari ebreo, che si accoglie, oppure è uno straniero. Anche l’ebraismo ha un ben noto modo di dire, che bisogna trattare bene lo straniero, quindi c’è un’idea religiosa che dice che si possono integrare gli stranieri, ma il profondo concetto dei palestinesi come stranieri esiste fin dall’inizio e i palestinesi hanno dovuto combatterlo fin dal primo momento.

Negli anni Trenta per la prima volta la comunità internazionale si è resa conto che la storia ha svolto un ruolo nel destino palestinese. Come saprete, negli anni Trenta gli inglesi che occupavano la Palestina dal 1918 cominciarono a pensare che c’era un problema in Palestina fra le promesse fatte agli ebrei con la Dichiarazione Balfour, che si sarebbe creata una casa per loro in Palestina, e il fatto che sul terreno c’era quella che si può definire una popolazione locale, un popolo che costituiva la schiacciante maggioranza della popolazione [96%], che aveva aspirazioni diverse rispetto alla terra, all’identità collettiva e che esistevano già movimenti di liberazione, gruppi di resistenza all’occupazione. Insomma gli inglesi capirono di dover trovare un modo per conciliare questi contrasti e non sapevano bene come rapportarsi alla Storia in merito. Se avessero utilizzato criteri universali nel 1936, e cioè quante persone, democraticamente, vogliono che la Palestina sia la Palestina, quante vogliono che la Palestina sia uno stato arabo, insomma usando i criteri che le nazioni legalmente usano per stabilire i diritti delle persone all’autodeterminazione, era molto chiaro che al massimo i coloni ebrei avrebbero potuto avere una qualche autonomia culturale nelle loro colonie e che l’aspirazione ebrea di avere una patria a spese dei palestinesi già nel 1936 non andava d’accordo con il diritto internazionale all’indipendenza e all’autodeterminazione. È molto chiaro, come ha detto anche Jamil Khader, che a causa del sionismo cristiano e di altri elementi in gioco, chi perseguiva quel disegno ha visto l’occasione di mettere in dubbio il diritto dei palestinesi alla Palestina attraverso la narrazione di un ritorno in patria dopo 2000 anni di esilio, che di base quella è la patria degli ebrei e i palestinesi sono stranieri. Ma non funzionò tanto bene, ci furono delle pressioni sul movimento sionista affinché provasse non solo che la Palestina fosse disabitata ma anche una continua presenza degli ebrei dall’epoca Romana. Gli inglesi dissero loro che se avessero potuto dimostrare una continuità questo avrebbe rafforzato la loro richiesta della Palestina. Ci fu un famoso incontro, fra David Ben Gurion, capo della comunità ebrea durante il periodo del mandato inglese, e lo storico più importante della comunità ebraica Ben-Zion Dinaburg, più tardi Ben-Zion Dinur, il secondo Ministro all’Istruzione dello Stato israeliano. Ben Gurion chiamò questo eminente storico sionista e gli disse “Voglio che tu faccia un grande progetto di ricerca: dimostra, indaga se c’è stata una presenza continua degli ebrei in Palestina dall’epoca Romana ai nostri giorni.” – cioè gli anni Trenta. Ben-Zion era un serio storico professionista e disse “È un grande progetto e mi piace! Mi darai i fondi?” – ciò che qualsiasi accademico avrebbe chiesto – e Ben Gurion disse “Certo! Tutto ciò di cui hai bisogno!” e poi gli chiese “Quanto tempo pensi di metterci per darci i risultati?” e Ben Zion disse “È un grande progetto, penso una decina d’anni… epoche differenti, lingue diverse, devo raccogliere un gruppo di ricerca ecc.” e Ben Gurion disse: “Non capisci. Una commissione d’inchiesta inglese, la Commissione Peel, arriverà tra un paio di settimane e dunque hai due settimane per trovare le prove che gli ebrei hanno sempre vissuto in Palestina; poi avrai altri dieci anni per sostanziare il tuo lavoro.” E in effetti se leggete il documento ebreo, sionista, consegnato alla Commissione Peel, c’è questa incredibile falsificazione di una continua presenza degli ebrei in Palestina, poiché questo avrebbe fornito la giustificazione morale al diritto degli ebrei di costruire una loro nazione in Palestina. I palestinesi all’epoca non capirono affatto la spaventosa sfida che dovevano affrontare: lo vediamo quando gli inglesi ne ebbero abbastanza della Palestina e demandarono il problema all’ONU e l’ONU creò una speciale commissione di inchiesta, l’UNSCOP, e anche UNSCOP era interessato alla Storia. Voleva capire i racconti, le narrazioni storiche di entrambe le parti. I palestinesi dissero – ed è probabilmente comprensibile – “Non vogliamo fornirvi la narrazione storica, non abbiamo intenzione di fornire le giustificazioni morali” – come penso sappiate, i palestinesi boicottarono la commissione speciale d’inchiesta dell’ONU, pensando “Noi siamo palestinesi in Palestina, perché dovremmo aver bisogno di andare all’ONU a dimostrare che è così!?” Ma quando sei un colonizzatore con il progetto di insediarti, sei bravissimo in storia, e la ricostruzione storica che il movimento sionista consegnò all’UNSCOP è un documento impressionante, di invenzione e falsificazione, ma comunque un documento impressionante: più note a pié pagina di quanto in Italia un dottorando metterebbe nella sua tesi, un mucchio di note, incredibile, è così sostenuto e comprovato e con tanti e tali riferimenti incrociati che prenderebbe 100 su 100 come lavoro storico se sottoposto ad una giuria accademica – quanto alla validità delle affermazioni… lasciamo stare. Era chiaro già nel 1946 allo stesso movimento sionista come alla comunità internazionale che fosse essenziale una narrazione storica, quand’anche falsa e inventata, per giustificare l’immorale idea di dare la Palestina al popolo ebreo come ricompensa in generale per l’antisemitismo e in particolare per l’Olocausto. Non si può procedere direttamente dall’argomento morale: non basta che gli ebrei meritino una patria a causa dell’antisemitismo, bisogna motivare perché in Palestina e a spese dei palestinesi e ottimi storici erano presenti sia nel movimento sionista che alle Nazioni Unite nel 1946… e dunque qual è il senso della storia? di fornire giustificazione morale ad azioni di disumanizzazione [riduzione demografica], pulizia etnica, colonizzazione, che hanno fatto davvero tante vittime umane. Allora “Storia” non è soltanto il nome di una pratica accademica, è anche la narrazione che giustifica l’umanità [nel suo agire]. Dopo il 1948, per la prima volta vediamo i palestinesi rivolgersi di nuovo alla storia, specialmente alla storia recente. I palestinesi, malgrado il trauma dei fatti del 1948, cercarono di spiegare al mondo, con libri storici, cosa era accaduto in quel 1948 – fra questi uno famoso è quello di Walid Khalid [All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948]. Ma nel 1949 e nemmeno negli anni cinquanta il mondo era minimamente interessato a sentire la versione storica di un palestinese, che fosse di uno storico professionista o di livello amatoriale. È molto interessante: Walid l’ha studiata per tutta la vita, è considerato oggi uno storico palestinese dei più importanti e voleva fare un PhD a Oxford, nel 1949-’50, usando la sua memoria ancora molto fresca dei fatti accaduti in Palestina e anche ricostruendo una narrazione e spiegando chiaramente quali fossero i risultati della risoluzione dell’ONU e dell’atteggiamento internazionale rispetto alla Palestina. Fu però convinto dal suo professore della prestigiosa università inglese a non trattare di quei fatti perché erano troppo politici, troppo emotivi, troppo vicini nel tempo, e lui fece un PhD su un altro argomento. Anni dopo avrebbe contribuito alla nostra conoscenza storica della Palestina, ma nei tardi anni quaranta e cinquanta, nella memoria degli studi universitari la versione degli israeliani era considerata professionale, valida, accademica, mentre gli storici palestinesi… chi erano? erano considerati degli emotivi, orientali, che lavoravano su visioni di fantasia piuttosto che sui fatti. Ma è incredibile che gli israeliani scrissero un numero incredibile di libri, specialmente i generali che avevano partecipato alle pulizie etniche del 1948 scrissero le proprie memorie, erano chiamati “i libri della Brigata” in Israele, una letteratura enormemente vasta che uscì in ebraico nel 1950 e ’51, in base a cui infatti qualcuno di noi – ma nessuno di noi lo fece – insomma se qualcuno fra gli ebrei vivo e abbastanza cosciente nel 1951 avesse voluto, avrebbe potuto scrivere quella che fu in seguito chiamata la “nuova storia” del 1948, avrebbe potuto farlo nel 1950 senza un solo documento degli Archivi israeliani. Sapete, il mito che dovessimo aspettare la desecretazione degli archivi nel 1978 per sapere cosa fosse accaduto in Palestina nel 1948, è un’assurdità: nel 1950 i generali, i militari, le truppe che avevano preso parte alla pulizia etnica della Palestina scrissero molto onestamente di ciò che avevano fatto, ma quando non hai le giuste lenti ideologiche, morali, non leggi correttamente quella produzione di conoscenza, non capisci che la parola “nemico” vuol dire “donne e bambini”, non capisci che la parola “base nemica” vuol dire “un villaggio o un quartiere”, non capisci che l’espressione “eliminare il nemico” vuol dire “distruggere un’intera comunità”; è solo dopo, quando il dizionario ideologico cambia e si inizia a rileggere queste fonti – disponibili, non desecretate – capisci che non era necessario aspettare il 1978, che già nel 1950 era possibile scrivere la vera storia del 1948. Ma di certo Israele allora era protetto da quella nuova idea degli storici che un documento in un archivio scritto da un politico, un militare – il genere di persone più inattendibili che ci sia al mondo – insomma che questo scritto, già coperto dalla polvere di 30 anni, non debba essere altro che la verità e nient’altro che la verità e questa era una cosa su cui anche i palestinesi sfortunatamente cominciarono a riflettere più tardi, quando la nuova storia di Israele cominciò ad apparire. Cominciarono a tenere in considerazione i documenti dell’esercito israeliano sui fatti del 1948, pensando che contenessero la sola versione possibile degli eventi rispetto alle testimonianze orali o ad altri mezzi che si usano per ricostruire cosa accadde nel passato. Per questo la nostra battaglia contro il memoriale è anche la nostra battaglia contro la gerarchia, che considera dei documenti politici e militari desecretati possedere una sorta di validità che ogni altra fonte che usiamo per ricordare e rammentare non possiede. Penso a questo proposito al lavoro di Jacques Derrida e di Michel Foucault sugli archivi, che aiutano molto a invalidare gli Archivi Nazionali in quanto deposito di fatti manipolati e aggiustati dallo Stato, e non una via diretta alla verità del passato.

Procedo verso il prossimo punto, con cui concluderò. Una cosa importante da ricordare riguardo ad Edward Said è che scrisse un libro, The Question of Palestine, pubblicato negli anni Settanta e dunque prima che si avesse accesso agli archivi israeliani, o agli archivi britannici o americani. E questo perché lui aveva idea che ciò che è importante dei fatti sia il loro significato piuttosto che la loro autenticità; lui fu in grado per la prima volta di articolare in modo molto chiaro una narrativa palestinese, che naturalmente compare più tardi nell’atto costitutivo dell’OLP e nella Dichiarazione di Indipendenza nel 1988; per la prima volta i lettori inglesi ebbero a disposizione una narrazione concisa, che conteneva ciò che è importante in una narrazione e cioé non i dettagli, ma lo scheletro della storia, una storia di colonizzazione, spossessamento – non una storia complicata, infatti è il primo a dire che ciò che fa Israele erige anche uno schermo di complessità. Penso che ognuno di voi che abbia discusso in veste ufficiale o con un portavoce informale di Israele sa che il maggiore genere di rivendicazione di Israele è che la cosa è troppo complessa, voi non riuscirete mai a capire, solo Israele la capirebbe. E questa complessità della storia è costruita, perché purtroppo la storia non è affatto complessa, di gente che arriva e caccia via altra gente, è già accaduto e purtroppo accadrà ancora, e la domanda è se si possa fermare piuttosto che se si possa comprendere. Come sapete negli anni ottanta capitarono due cose, e con questo concludo. Apparve il grande articolo di Edward Said che hanno menzionato i miei colleghi, Permission to Narrate, un articolo molto importante che vi raccomando di leggere se non l’avete già fatto, che Said scrisse immediatamente dopo l’invasione israeliana del Libano, nel 1982. Dopo l’invasione del Libano del 1982, che in Israele è chiamata la Prima Guerra del Libano, l’ONU nominò una commissione d’inchiesta con a capo una persona di nome Sean McCright, un irlandese che era famoso nel mondo come l’avvocato più autorevole per i Diritti Umani, e fu nominato dall’ONU anche perché aveva effettivamente a livello internazionale la reputazione di persona integra e questo avvocato produsse un report molto incriminatorio della guerra in Libano, specialmente [delle azioni] contro i campi profughi palestinesi, report che fu completamente ignorato dalle Nazioni Unite, dai media internazionali e questo irritò molto Said. E fu così che iniziò a scrivere il suo articolo.

E la seconda cosa che successe, che lo irritò, fu che il buon amico Noam Chomsky scrisse un libro intitolato Il triangolo palestinese e concludeva il libro dicendo che, riguardo alla questione palestinese, se si guardavano realmente le cose in faccia, i palestinesi non avrebbero avuto proprio alcuna possibilità di cambiare la realtà. Non so che cosa l’abbia irritato di più, se il report di McCright o le conclusioni di Chomsky, ma scrisse l’articolo con molta rabbia, questo è evidente. E nell’articolo dice, e questo è molto importante, che non solo i palestinesi hanno il permesso di avere la loro narrazione, e che anche se l’equilibrio di potere è contro di te, non hai il potere militare, non hai il potere economico, non hai il potere diplomatico, nessuno può toglierti il potere di raccontare la tua storia.

Ma questo non è il punto principale, il punto principale è che Said ha detto a Chomsky: se i fatti sono così deprimenti devi raccontarli in modo che si possa scegliere di venirne fuori. Il ruolo della Storia non è quello di dire le cose così come sono state, la Storia racconta le storie del passato con una visione di cambiamento della realtà nel futuro. Certo, così dicendo Said entrava in conflitto con la percezione professionale accademica del lavoro della Storia in quanto imparziale, oggettiva, priva di agenda politica, e diceva: la gente non ha un’agenda politica, una posizione morale e se si ricostruisce la storia della Palestina senza alcun impegno, si finisce certo con il rappresentare dei fatti che perpetuano la realtà. Mentre le persone che scrivono assumendosi un impegno, possono anche contribuire scrivendo a produrre un cambiamento nella realtà.

Lui credeva che la penna possa a volte essere più potente dei pensieri; la maggior parte di voi è molto giovane e magari non sa che cos’è una penna, allora diciamo che una tastiera può essere più potente dei pensieri…..Ma Said da più punti di vista non era certo naïf su questo, semplicemente pensava che questa fosse una parte importante della lotta. Permettetemi di finire dicendo che oggi in Palestina, in Israele, nei Territori Occupati e all’interno della comunità palestinese Said lancia un appello al permesso di narrare, e cioè “io ho il diritto di raccontare la mia storia anche se sono occupato, anche se sono colonizzato e anche se sono rifugiato”, e ho il diritto come storico professionista di essere un attivista. Queste sono le due raccomandazioni di Said per il futuro per noi storici professionisti. Lui viene preso molto sul serio dalla società civile, ma ancora non abbastanza sul serio dalla comunità accademica, purtroppo. Quindi molte delle cose che Said avrebbe voluto veder accadere in ambito accademico – cioè che avremmo fatto lezioni sul 1948 come pulizia etnica, che avremmo fatto lezioni sulla Palestina nei nostri corsi sul colonialismo, che avremmo fatto lezioni su Gaza nei nostri corsi sul genocidio, negli studi sul genocidio – non è successo. Questo non è successo, né in Italia, né in Inghilterra, in nessun posto, quindi non sentitevi esclusi. In nessuna parte del mondo è facile cambiare il piano di studi in modo che rappresenti il tema Palestina come una conquista nella produzione accademica di conoscenza.

Ma nella società civile, che è meno inibita dalla nuova scuola di pensiero liberale, lo stanno facendo, e in Palestina potete vedere progetti di storia orale, progetti di ricostruzione di modelli dei villaggi distrutti, il racconto di storie attraverso interviste individuali o spettacoli o folclore. Il permesso di narrare è ciò che Gramsci probabilmente chiamava resistenza culturale, come prova concessa alla resistenza politica. Come sapete Gramsci diceva che se non si può fare resistenza politica, si fa una resistenza culturale nel senso che questa è il banco di prova concesso alla resistenza politica. E da più punti di vista gli Israeliani stanno iniziando a capire il progetto culturale di memoria che i giovani palestinesi hanno intrapreso non solo in Israele, ma anche in altri paesi, in Palestina e fuori dalla Palestina, e improvvisamente stanno capendo, senza comprendere appieno il perché, che si sentono spaventati da questo molto più che dai missili che Hamas lancia contro di loro da Gaza o dai missili di Hezbollah ed è per questo che hanno approvato delle leggi, di cui la più famosa è la legge sulla Nakba, hanno approvato una legge che dice che i palestinesi non hanno il permesso di fare riferimento agli eventi del 1948 come Nakba. Credo che persino George Orwell non avrebbe potuto inventare una legge di questo tipo, voglio dire che è incredibile il modo in cui lo fanno, ma lo fanno perchè percepiscono che in qualche modo la società civile palestinese, non quella accademica, ricorda il 1948 come un evento contemporaneo. Come ha detto Jamil Khader a questo proposito, è la “Al-Nabka al-Mustamirra” [“La Nakba ininterrotta”, ndt], voglio dire che non sono riusciti nonostante i fatti, nonostante abbiamo cancellato i villaggi e le foreste ora coltivate con alberi europei, nonostante il fatto che abbiano costruito le colonie, eliminando quartieri e villaggi, nonostante tutto lo smantellamento che hanno fatto e continuano a fare, non possono controllare un progetto di questo tipo, che riporta e ripete la storia di Israele in modo da dimostrargli che il loro progetto di spopolare la Palestina dei palestinesi non è riuscito.

E questo richiede un grosso sforzo ed ottimismo, lo so, ed i tempi non ci offrono una buona ragione per essere ottimisti, ma ritengo che Said, il permesso di narrare di Said, ci dimostri che qualsiasi sia l’equilibrio di potere – e nessuno può pensare uno squilibrio di potere peggiore tra i palestinesi e gli Israeliani, non me ne viene in mente uno, almeno non nella storia contemporanea –, qualunque sia lo squilibrio, un fatto resta innegabile: gli Israeliani vogliono avere una vita normale, essere accettati come una normale parte organica della Palestina – cosa che potrebbe anche diminuire la possibilità di una prevedibile terza ondata di coloni – ed essere parte del Medio Oriente, gli Israeliani vogliono questo tipo di normalità. L’unico popolo che può garantirgli questo, sfortunatamente per loro, sono i palestinesi, non gli americani, non i cinesi, non gli indiani, non gli europei. È in qualche modo assurdo, perchè i palestinesi sono le vittime principali, sono stati oppressi, colonizzati, è stata fatta una pulizia etnica nei loro confronti, ma sono l’unico popolo che può dar loro legittimità; ora certo gli Israeliani hanno sufficiente potere per fare a meno della legittimità, ma lo potete vedere nella reazione alla campagna del BDS: la delegittimazione è qualcosa con cui gran parte degli Israeliani non sarebbe in grado di coesistere per lungo tempo. E questo è qualcosa che noi dovremmo comprendere, è qualcosa che noi dovremmo utilizzare e non perdere la speranza, nonostante la discordia, lo squilibrio di potere, una comunità internazionale indifferente, nonostante tutto questo, perché ciò che è successo in quell’area del mondo non si dovrebbe mai permettere che accada, pensando positivamente alla Palestina, nonostante tutto questo o il colonialismo dei coloni è trionfante, come in caso di genocidio, o alla fine è destinato a perdere, come è successo in Algeria o in Sud Africa.

Quella è la speranza, che la Palestina nel 2055 sia insegnata in questa università come caso della possibilità di sconfitta del progetto colonialista.

Grazie!

(traduzione di Cristiana Cavagna, Luciana Galliano e Paola Merlo)

vers. orig. https://www.youtube.com/watch?v=e2Y7ZH27Tt4,video a cura di Invicta Palestina

*Il seminario “L’eredità di Edward Said in Palestina” è stato organizzato dagli studenti del Progetto Palestina e si è svolto nei giorni del 1 e 2 marzo con quattro panel con tre relatori ciascuno.

thanks to: Zeitun

I 900 mila indigeni del Brasile

Maria Gobern

Il Brasile è il paese con più popoli indigeni isolati al mondo. Circa 240 tribù di circa 900.000 persone abitano in Brasile, lo 0,4% della popolazione brasiliana. La tribù più piccola consiste di un solo uomo, che vive nella sua casa nell’ovest del Brasile.

Il Governo ha riconosciuto 690 territori ai suoi abitanti indigeni, che abbracciano approssimativamente il 13% della superficie del paese. Quasi tutta questa riserva territoriale (il 98,5%) si trova nell’Amazonia. Nonostante ciò, approssimativamente la metà degli indigeni del Brasile vive fuori di questa zona, di modo che queste tribù occupano solo l’1,5% del totale del territorio riservato agli indigeni nel paese.

Insediati nell’Amazonia brasiliana, questi gruppi sopravvivono grazie alla selva, ma la maggior parte sta venendo spianata dal disboscamento, dall’agricoltura e dall’allevamento, dalle mega dighe, dalle strade o dalle esplorazioni di idrocarburi.

Questi gruppi indigeni di solito non hanno nessun contatto pacifico con nessun altro della società maggioritaria o dominante. La  ONG Survival Internacional segnala che, in generale, la sua decisione di non mantenere contatti con altri popoli indigeni o con forestieri è dovuta ai “precedenti disastrosi incontri e alla continua distruzione della selva”.

Alcune tribù hanno una popolazione con più di un centinaio di persone e vivono in recondite zone limitrofe allo stato di Acre e in territori protetti come la Valle del Javarí, vicino alla frontiera peruviana. Altri sono gruppi dispersi, sopravvissuti di antiche tribù andate in frantumi, a causa della febbre del caucciù e dell’espansione agricola.

La storia dei popoli indigeni del Brasile è stata segnata dalla brutalità, dalla schiavitù, dalla violenza, dalle malattie e dal genocidio, e così lo documenta l’ONG Survival. Quando i primi colonizzatori europei giunsero nell’anno 1500, quello che ora è il Brasile lo abitavano circa 11 milioni di indigeni di 2.000 differenti tribù. Durante il primo secolo di contatto il 90% risultò annichilito, principalmente a causa delle malattie portate dai colonizzatori, come l’influenza, il morbillo o la varicella. Nei secoli seguenti, altre migliaia morirono schiavizzati nelle piantagioni di canna da zucchero e di caucciù. Dopo 500 anni che gli europei giunsero in Brasile, i popoli indigeni hanno perso la maggior parte della propria terra, subendo un genocidio di massa. Oggigiorno il Brasile continua a disboscare con aggressivi piani per sviluppare e industrializzare l’Amazonia, inclusi i territori più remoti si trovano ora in pericolo. Vari complessi di dighe idroelettriche stanno venendo costruite vicino a gruppi indigeni isolati, nel 2016 la selva amazzonica ha perso circa 800.000 ettari, un record dal 2008. Secondo uno studio dell’Università di Cambridge pubblicato l’anno scorso, le iniziative di conservazione che sono guidate dai gruppi indigeni dell’Amazonia sono più efficaci di quelle del governo.

Centinaia di indigeni sono scesi nelle strade del Brasile a manifestare quando il governo brasiliano ha aperto all’attività mineraria un parco nazionale della dimensione della Danimarca, chiamato Riserva Nazionale del Rame e i suoi Associati (Renca), ottenendo che lo scorso settembre la giustizia brasiliana annunciasse che gli indigeni dovranno essere consultati prima di autorizzare qualsiasi impianto e le conclusioni dovranno essere dibattute nel Congresso Nazionale. Ancora piccoli risultati, in Brasile esiste un endemico razzismo verso gli indigeni. Il Brasile è uno dei due unici paesi dell’America del Sud che non riconosce il diritto territoriale indigeno.

Gli indigeni brasiliani lottano contro le invasioni illegali, i progetti su grande scala nelle loro terre come dighe, strade, miniere, ecc. e sognano il controllo sui propri territori. Si stima che in Brasile si sia estinta in media una tribù ogni anno lungo l’ultimo secolo, intere comunità che affrontano la propria estinzione.

9 gennaio 2018

El Salto

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Maria GobernLos 900 mil indígenas de Brasil” pubblicato il 09-01-2018 El Saltosu [https://elsaltodiario.com/gsnotaftershave/los-900000-indigenas-de-brasil] ultimo accesso 30-01-2018.

thanks to: Comitato Carlos Fonseca

Indigenizzarsi

Gustavo Esteva

La proposta del Congresso Nazionale Indigeno (CNI) e degli zapatisti è un appello molto ampio che viene rivolto all’intera società e che esige risposte chiare e impegnate.

Ci chiama innanzitutto a prestare attenzione alla situazione dei popoli indigeni, alla costante aggressione a cui sono sottoposti, alla dignità di cui danno prova sul fronte dell’attuale guerra a cui sono stati condotti. Imparare a vedere con chiarezza quello che si sta verificando con loro è anche un modo per approfondire la comprensione della situazione attuale, che riguarda tutte e tutti. Siamo chiaramente in un momento di pericolo, e prestare l’orecchio al richiamo del CNI è un modo per svegliarci.

L’appello è molto esplicito: non è rivolto soltanto ai popoli indigeni. Anche il Consiglio Indigeno di Governo non è soltanto per loro. Cercano alleanze con persone e gruppi molto diversi, con l’immensa gamma di scontenti che sono emersi e in particolare con quelli che condividono la loro scelta anticapitalistica e lottano come loro dal basso e a sinistra. Non si mettono a competere con nessuno per i voti, perché il loro obiettivo è quello di mettere in luce le condizioni attuali dei popoli indigeni e di contribuire alla ricostruzione sociale e politica, smantellando gli apparati marci dello Stato.

La proposta riaccende innanzi tutto vecchi dibattiti sull’identità indigena, che possono essere appassionanti e produttivi, ma anche destabilizzanti e pericolosi.

Bisogna riconoscere, prima di tutto, che la maggior parte di coloro che appartengono a popoli indigeni non definiscono se stessi come ‘indigeni’. Associano la loro identità fondamentale alle loro matrie [declinazione al femminile del termine patriarcale “patria”], ai luoghi della Madre Terra a cui appartengono e ai popoli di cui fanno parte. Sono zapotechi del Rincón o triqui di Chicahuaxtla, o più chiaramente sono ciò che dicono nelle loro lingue quando esprimono ciò che sono stati e sono: “gli uomini della vera parola”, ad esempio. Non si chiamano indigeni.

Il termine indigeno ha cominciato ad essere utilizzato quando si è riconosciuto che “indio” era un’espressione peggiorativa, ma questo non ha eliminato il carattere coloniale dell’etichetta applicata ai popoli assai diversi che esistevano nel territorio invaso dagli spagnoli. La Reale Accademia mantiene le accezioni peggiorative di “indio” e mette in luce l’equivoco coloniale di “indigeno”: “originario del Paese in questione”. I popoli di qui esistevano prima del Paese…

Anche a causa di queste difficoltà ed equivoci, e per evitare le etichette coloniali, si è cominciato ad usare l’espressione “popoli originari” o “nativi”, con cui si intende sottolineare il loro carattere autentico, la loro esistenza precedente alla costituzione dello Stato-nazione. Ma non è un’espressione popolare e comunemente diffusa, e risulta insufficiente.

Da anni, e in particolare dalla Dichiarazione di Barbados (1971), il termine “indigeno” ha cominciato ad essere usato come affermazione politica, il che gli ha dato un significato nuovo. In questo senso viene utilizzato nella convocazione del Foro Nazionale Indigeno e più ancora nel documento con cui è stato costituito il Congresso Nazionale Indigeno, che ha potuto dichiarare con fermezza: “Mai più un Messico senza di noi”, con il noi chiaro e fermo di tutti quei popoli originari. Il CNI non è stato creato come un’organizzazione, un partito o una forma di categorizzazione, ma come uno spazio di incontro di coloro che sono assemblea quando sono insieme e sono rete quando sono separati.

Il CNI ha segnalato che accetterà al suo interno o nel Consiglio Indigeno di Governo qualsiasi persona che si dichiari indigena, secondo il principio di autodefinizione riconosciuto a livello internazionale.

Ma che fare con gli altri?

Chi sono i non indigeni?

Come si costituiscono o si identificano, al di là di categorie astratte come quella di uomini o donne, messicane o messicani?

L’esigenza di organizzarsi riguarda anche loro, perché possano costituire dei noi reali, capaci di autonomia e di autogoverno. Rolando Vamos propone che si “indigenizzino”, se il termine è inteso come il legame con un luogo. Se infatti gli individui sradicati costruiti dal capitalismo e dallo Stato nazione abbandonano questa condizione di oppressione e mettono radici in un luogo fisico e culturale, se costruiscono matrie a cui decidono liberamente di appartenere, starebbero contribuendo alla ricostruzione della società.

Tutto questo richiederà molte demarcazioni, sia a livello di mentalità che nella pratica. C’è inevitabilmente bisogno di tracciare delle linee, perché nella lotta che conduciamo e che si intensifica giorno dopo giorno è importante sapere chi è chi. Non stiamo lottando nel vuoto. Viviamo in guerra. Se non è chiaro da quale parte ciascuno milita, si può trovarsi a collaborare con il nemico. Queste distinzioni saranno sempre più necessarie, indipendentemente dalle identità che derivano dalla nascita o dall’affiliazione.

14/08/2017

La Jornada

Traduzione di Camminar Domandando

tratto da Cronache Latinoamericane

https://cronachelatinoamericane.wordpress.com/2017/08/28/indigenizzarsi/

Traduzione di Camminar Domandando:
Gustavo Esteva, Indigenizarse” pubblicato il 14-08-2017 in La Jornadasu [http://www.jornada.unam.mx/2017/08/14/opinion/020a1pol] ultimo accesso 01-09-2017.

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Risuona il grido: l’Amazzonia è nostra

Carolina da Silveira Bueno e Thais Bannwart

Gli aggiustamenti economici e l’annuncio del nuovo pacchetto fiscale promossi dal governo Temer acutizzano la crisi brasiliana. Subiamo un deterioramento dei servizi pubblici, specialmente nella sanità e nell’educazione, un aumento della disoccupazione e della popolazione senza tetto. Come dire, gli aggiustamenti promossi dal governo consolidano privilegi e tagliano diritti. Si tratta di un gruppo che ha un progetto di paese elitario e di smantellamento dei beni e dei servizi pubblici garantiti dalla Costituzione del 1988.

La politica di austerità -politica di riduzione della dimensione dello stato- realizzata dal governo Temer ha raggiunto un limite inaccettabile. Pochi giorni fa, nel settore socio-ambientale, il governo ha soppresso la Riserva Nazionale del Rame (Renca) per rendere possibile lo sfruttamento minerario da parte di compagnie private. Si tratta di un’area di 47.000 km2 di bosco chiuso dell’Amazzonia, equivalente alla superficie dello stato di Espírito Santo.

La riserva è fondamentalmente ricca di oro, ma possiede anche tantalio, minerale di ferro, nichel, manganese e altri minerali. Ospita, inoltre, nove aree protette: il Parco Nazionale Montagne del Tumucumaque, le Selve Statali del Paru e dell’Amapá, la Riserva Biologica di Maicuru, la Stazione Ecologica del Jari, la Riserva Estrattivista del Río Cajari, la Riserva di Sviluppo Sostenibile del Río Iratapuru e le Terre Indigene Waiãpi e Río Paru d’Este.

Con meno di un 5% di sostegno popolare, il minore di un presidente dalla ridemocratizzazione del paese, Michel Temer ha messo fine, mediante un decreto, ad una norma che stabiliva che soltanto la Compagnia di Ricerca delle Risorse Minerarie (CPRM), appartenente al ministero delle Miniere e dell’Energia, poteva fare esplorazioni minerarie nell’area. Lo squilibrio socio-ambientale, che può giungere a prodursi se le compagnie minerarie private cominciano lo sfruttamento di quella regione, avrà innegabili conseguenze catastrofiche.

La selva amazzonica costituisce un ecosistema di singolare importanza per la regolazione climatica del Brasile e del mondo.

Ricerche effettuate dalla Fondazione di Supporto alla Ricerca dello Stato di San Paolo in associazione con l’INPE (Istituto Nazionale di Ricerche Spaziali), mostrano che la selva amazzonica produce un fenomeno conosciuto come “fiumi volanti”. I fiumi volanti sono fiumi aerei di vapore pompati verso l’atmosfera dalla selva e spiegano il fatto che la regione del quadrilatero i cui vertici sono Cuiabá, Buenos Aires, San Paulo e le Ande sia una regione verde e umida, mentre altre regioni della medesima latitudine del mondo sono estesi deserti.

I fiumi volanti sono i servizi ecosistemici, forniscono le condizioni climatiche adeguate affinché quel quadrilatero sia responsabile del 70% del PIL dell’America del Sud, dove si concentra la maggior parte della produzione agricola e industriale e dove sono i grandi centri urbani.

La deforestazione inerente allo sfruttamento minerario in un’area della dimensione della Renca, ovviamente contribuirà allo squilibrio dell’invisibile dinamica dei fiumi volanti, compromettendo la produzione di alimenti, le attività industriali e il rifornimento d’acqua nelle regioni incluse nel quadrilatero. Così importante come la perturbazione della dinamica climatica promossa dai fiumi volanti saranno gli impatti ambientali nella regione della riserva: la contaminazione del suolo e delle risorse acquee e la distruzione della biodiversità.

Togliere il diritto a lavorare nella regione ad una istituzione di ricerca nazionale e favorire l’entrata di imprese che distruggeranno la biodiversità, nella misura in cui l’Amazonia ha migliaia di specie endemiche che ancora non sono state scoperte, quello è il grande crimine. Il Brasile è il paese del mondo con maggiore biodiversità (patrimonio genetico). Ci sono molte piante e specie che esistono solo in quel pezzo di selva, e alcune possono dare una risposta a molti problemi. Lo sfruttamento minerario, in cambio, lascia molto poco nel paese.

Nonostante che il decreto di estinzione della Renca mantenga le norme che regolano le unità di conservazione e le terre indigene, ci sono esempi storici sugli impatti negativi dell’attività mineraria nelle regioni amazzoniche. La presenza di un’attività con elevato rischio di impatto in una regione permeata da unità di conservazione rende fragile l’integrità di quelle aree, colpendo la sua funzione di conservazione della flora e della fauna ed espone le popolazioni tradizionali alla violenza e alle malattie.

La soppressione della Renca è un’altra di una lunga serie di misure arbitrarie dell’attuale governo che aumentano oltremodo i problemi socio-ambientali ed economici. Preservare il patrimonio genetico e garantire la biodiversità in Brasile è un dovere di tutta la cittadinanza. È fondamentale che la società brasiliana, dalla campagna alle grandi città, gridi: L’Amazzonia è nostra!

*Carolina da Silveira Bueno è una ricercatrice del Nucleo di Economia Agricola dell’Ambiente dell’Università di Campinas (Unicamp) e dottoranda nell’Istituto di Economia dell’Unicamp.

*Thais Bannwart è aiutante di ricerca nell’Istituto di Ricerca Ambientale dell’Amazzonica e laureata dall’Istituto di Economia dell’Unicamp.

29/08/2017

Brasil Debate

http://brasildebate.com.br/ecoa-o-grito-a-amazonia-e-nossa/

Tradotto dal portoghese per Rebelión da Alfredo Iglesias Diéguez

Rebelión

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Carolina da Silveira Bueno y Thais Bannwart, Resuena el grito: la Amazonia es nuestra” pubblicato il 29-08-2017 in Rebeliónsu [http://www.rebelion.org/noticia.php?id=230935&titular=resuena-el-grito:-la-amazonia-es-nuestra-] ultimo accesso 04-09-2017.

 

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How Florida’s Native Americans Predicted and Survived Hurricanes

Betty Osceola, a member of the Miccosukee tribe and Panther clan, shared several stories about her family’s own experiences dealing with hurricanes and tornadoes in South Florida.

By Michael Sainato

 

Osceola drove the point that Native Americans’ experiences and responses to hurricanes and other natural disasters stem from a deep connection and reverence for nature, one that is severely lacking in modern society. She wrote, “Our ancestors the Seminole and Miccosukee were taught not to fear the Hurricane. The generations of our people today need to remember and to share the stories with our younger generations so they too will respect and love the natural world.”

In the 1700’s, American colonists had displaced Native American tribes from their homeland in northern Florida, and southern Georgia, pushing the Seminole and Miccosukee tribes to South Florida. The Seminole Wars raged on in the 1800’s as they fought back against President Andrew Jackson’s genocidal efforts to relocate Native Americans to territory west of the Mississippi River, and Native Americans ultimately sought refuge in the swamps of South Florida to avoid being attacked by white Americans. Living in Florida, the native Americans developed the knowledge and foresight to anticipate hurricanes and protect themselves from them.

In the book, The Great Okeechobee Hurricane of 1928, William Nealy noted that sawgrass blooming tipped off Native Americans in Florida that a hurricane was coming; “they believed that only an atmospheric condition such as a major hurricane would cause the pollen to bloom on the sawgrass several days before a hurricane’s arrival.” Upon the sawgrass tipping off the Native Americans, they would leave the Everglades for ground inland and use the palms from Saw Palmetto plants to construct tunnels for shelter.

In response to Hurricane Irma, Betty Osceola, a member of the Miccosukee tribe and Panther clan, shared several stories on Facebook regarding her family members’ historical experiences with hurricanes and tornadoes in South Florida.

“Many years ago when my husband’s late father was a young boy about 10 years old their family was out in the Everglades at a gathering on one of the tree islands,” she wrote in one post. “The elders looked at the sky and knew a ‘Big Wind’ was coming. As time progressed it started getting windy. They had all traveled by dug out canoe and it was too late for them to travel elsewhere, so they were told they were going to stay in place. His father remembered the men dragging the canoes up on to the island and securing the gathering grounds. He remembered the chickee hut they were staying in, the men brought down the legs down so the roof landed on the ground. They crawled under the roof and huddled covered from the elements. They heard the winds howling and felt the winds as they passed thru the leaves of the roof. They could hear the trees crashing to the ground. He remembered them being worried one would fall on them. It was many hours before the hurricane passed. When the winds and rain finally passed they came out of their shelters. And for as far as they could see the land looked clear for the winds had flattened the landscape.” She added that one man went out hunting and was caught in the hurricane, forced to take solace under his dug out canoe. “Before the storm he told them he couldn’t find any game, there were no animals anywhere were in sight. But after the storm as he started making his way back to the tree island that the people were gathering, he saw animals out. He was able to get a deer and some birds and brought them back to the people,” Osceola continued. “In the earlier days our people may not of had much in other people’s eyes, but when you hear the elders stories you know differently. They had the knowledge and connection to the land to care for themselves and their people. Creator kept them safe and as in this story provided them with nourishment after the lands were washed.”

She shared her mother’s story, who was raised by her own grandparents in line with tradition so that ancestral knowledge is passed down, in which her mother was caught in a hurricane in a chickee hut with her grandparents, and everyone had to grab poles in the hut and tie themselves with rope to them to hold the hut together as the rain and wind from the hurricane pelted them until the storm passed.

As much of Florida faced tornado warnings due to Hurricane Irma, Osceola shared another story in regards to her mother’s encounter with a tornado. “When my late mom was growing up it was during a time when our people still freely traveled and lived in various parts of Florida, “she wrote. “During her childhood much of Florida was undeveloped so our people traveled and set up temporary camps thru out and they were able to travel to and from these camps depending on the seasons. Many of our people rarely encountered other people of different cultures. Florida was still ‘wild.’ Late Mom told us about this one time they were traveling across the Everglades in their dug out canoe,” she continued. “She remembered this one time when she was a little girl, they were traveling across the Everglades in the canoe. As anyone in Florida knows, it can be sunny one minute and then out of no where you can get a bad storm especially during summer months. Well there they were poling across the Everglades, the sky was all clear, then when out of know where the storm clouds started forming quickly, and the air suddenly got cold, then it started raining. Grandpa started quickly poling the canoe towards a Tree Island. Grandpa saw the clouds and saw the Tornado forming. He beached the canoe up on the Tree Island, and made them get out. He flipped the canoe over, then he lifted one side up far enough for them to get under the canoe. As they were under the canoe the rain got harder and it got windy. Mom remembered water coming in under the canoe and bugs crawling on them. As quickly as the rain and wind came it went. Grandpa with their help pushed the canoe back over and back into the water. Where they could continue on their way home. The canoe and her grandfather’s quick thinking protected them.”

Osceola also shared her own story from experiencing Hurricane Andrew in 1992. With her husband and two young children, Florida residents berated them to leave their camp in the Everglades. In contrast to Miami, she cited that the destruction was minimal as there wasn’t much development within Native American territory, compared to Miami that was devastated. “It seemed like almost every non-Indian and their grandma kept coming to the camp to try to get us to go to a shelter. We didn’t have electricity or running water, no air conditioning, no refrigerator, and we have little kids we were told and we should think of the kids and should go some place safe,” Osceola said. “What these well intentioned people didn’t realize, the conditions they saw was our reality before Andrew and was still our reality after Andrew. They didn’t know what they were seeing was our normal way of life. What they thought they were seeing was us having loss of basic necessities as a result of Andrew. Nothing changed for us. I am thankful for that. We lived in an area if needed we could hunt and fish. We had a way to get food, we had a hand pump water well. We had firewood to cook with. Our chickees we’re still standing. We were okay. We were self reliant. And we still are.”

Sorgente: How Florida’s Native Americans Predicted and Survived Hurricanes

Diritti dei popoli indigeni: tra negazioni e riabilitazioni

Diritti dei popoli indigeni: tra negazioni e riabilitazioni
(Foto di http://www.survival.it)

Lo scorso 2 giugno quasi 250 abitazioni del popolo Jumma, gli abitanti indigeni delle Colline Chittagong del Bangladesh, sono state rase al suolo dal fuoco appiccato da alcuni coloni bengalesi dopo il ritrovamento del corpo senza vita di un motociclista bengalese, Nurul Islam Nayon. La popolazione locale ha accusato gli Jumma del decesso. L’incendio che ha causato la morte di un’anziana donna che è rimasta intrappolata in casa per Survival International è avvenuto mentre “l’esercito e la polizia sono rimasti a guardare e non sono intervenuti quando i coloni che protestavano contro la morte del signor Nayon si sono scatenati, dando fuoco alle case degli Jumma e ai negozi in tre diversi villaggi”.

Il governo del Bangladesh ha trasferito per più di 60 anni coloni bengalesi nelle terre degli Jumma che sono passati dall’essere praticamente i soli abitanti delle Hill Tracts a essere, oggi, una minoranza. Il 4 giugno la polizia e l’esercito hanno violentemente disperso una protesta pacifica degli jumma nata per chiedere che i piromani fossero consegnati alla giustizia. Per questo Survival ha lanciato un appello perché i responsabili dell’incendio e della morte di Nurul Islam Nayon siano consegnati alla giustizia ed ha sollecitato il governo del Bangladesh “affinché indaghi con urgenza sul ruolo delle forze di sicurezza durante l’attacco ai tre villaggi e durante la conseguente protesta pacifica”.

Ma la violazione dei diritti dei popoli indigeni non è una prerogativa solo del Bangladesh. Un’inchiesta istituita dai parlamentari brasiliani che rappresentano gli interessi di grandi allevatori e agricoltori ha appena pubblicato un rapporto in cui si chiede la chiusura del Dipartimento agli Affari Indiani (Funai) perché è ormai diventato “ostaggio di interessi esterni” e chiede che decine dei suoi funzionari vengano perseguiti per aver appoggiato quelle che definisce “demarcazioni illegali dei territori indigeni”. Ad oggi il Funai ha già subito grossi tagli al suo bilancio, che hanno portato alla riduzione di molte delle squadre responsabili della protezione dei territori delle tribù incontattate lasciando alcuni dei popoli più vulnerabili del pianeta alle mercé di taglialegna e sicari armati e senza scrupoli. “Negli ultimi cinque mesi, il Funai ha cambiato tre presidenti. All’inizio di questo mese il secondo presidente, Antonio Costa, è stato destituito” per aver criticato il Presidente Temer e Osmar Serraglio, il Ministro della Giustizia, ha ricordato Survival, affermando che “non solo vogliono eliminare il Funai, ma anche le politiche pubbliche come la demarcazione della terra [indigena]”. Le conclusioni del rapporto sono state accolte con indignazione e incredulità sia in Brasile che fuori. “Uccidere il Funai equivale a uccidere noi, i popoli indigeni – ha affermato Francisco Runja, un portavoce Kaingang – è un’istituzione cruciale per noi, per la nostra sopravvivenza, per la nostra resistenza, ed è una garanzia per la demarcazione dei nostri territori ancestrali.” Mentre per lo sciamano e portavoce Yanomami Davi Kopenawa “Il Funai è rotto… è già morto. Lo hanno ucciso. Esiste solo di nome. Un bel nome, ma non ha più il potere di aiutarci”.

Ma il presente ed il futuro dei popoli indigeni non è costellato solo di brutte notizie. Anni di lotte e rivendicazione dei propri diritti hanno portato in questi mesi anche ad importanti successi. Un caso esemplare è quello dei Boscimani che lo scorso 11 maggio hanno ricordato il ventesimo anniversario dallo sgombero dalle loro terre, nel cuore della Central Kalahari Game Reserve (CKGR), al campo di reinsediamento di New Xade, rinominato dai Boscimani “luogo di morte”. Fu la prima di un’ondata di sfratti effettuati dal governo del Botswana, determinato ad aprire le loro terre ancestrali all’estrazione dei diamanti e al turismo. Per molti osservatori, il trattamento disumano che il governo ha riservato ai Boscimani ricorda il regime di apartheid del vicino Sud Africa, dove le comunità nere venivano sistematicamente sfrattate dalle loro case per essere spostate in baracche sovraffollate alle periferie delle città. Nel 2006, però, i Boscimani che furono sfrattati dalla riserva nel 2002 hanno vinto uno storico processo presso la Corte Suprema del Botswana, grazie anche al sostegno di Survival International, che ha stabilito che questo popolo era stato sfrattato illegalmente e aveva il diritto di vivere e cacciare nella riserva. “Finalmente centinaia di Boscimani stanno lasciando gli odiati campi di reinsediamento e ritornano a casa” ha spiegato Survival, e anche se non sono rare le violenze e le torture da parte dei guardaparco quando esercitano il loro diritto alla caccia, “oggi è chiaro che i Boscimani non sono bracconieri, ma cacciano per sopravvivere, senza minacciare in alcun modo la fauna locale”.

All’inizio di giugno, con una decisione senza precedenti, anche la Corte Africana per i diritti dell’uomo ha stabilito che il governo del Kenya ha violato i diritti degli Ogiek, una tribù di cacciatori-raccoglitori che vive nella Foresta Mau, nella Rift Valley in Kenya, sfrattandoli ripetutamente dalle loro terre ancestrali. Il tribunale, dopo che gli Ogiek avevano citato in giudizio il governo per la violazione del loro diritto alla vita, alla terra, alla proprietà, allo sviluppo e alla non-discriminazione, ha riscontrato che il Governo ha violato sette articoli della Carta Africana e ha ordinato di prendere “tutte le misure del caso” per rimediare alla violazione. Il caso era stato sollevato per la prima volta otto anni fa dall’Ogiek Peoples Development Program (OPDP), il Centro per lo Sviluppo dei Diritti delle Minoranze (CEMIRIDE) e dal Gruppo Internazionale per i Diritti delle Minoranze. “Per gli Ogiek, è una svolta storica. La questione dei loro diritti territoriali è stata finalmente affrontata e il caso gli ha dato più forza. Il governo ha ora l’opportunità di restituire loro la Foresta di Mau e la loro dignità di popolo Ogiek” ha dichiarato Daniel Kobei, direttore dell’OPDP. La speranza è che quest’ultima sentenza costituisca un importante precedente per altri casi legati ai diritti territoriali indigeni, non solo in Africa.

 

Alessandro Graziadei

Sorgente: Pressenza – Diritti dei popoli indigeni: tra negazioni e riabilitazioni

Brasile: ‘ondate’ di taglialegna invadono la foresta dei Kawahiva incontattati

Ondate di taglialegna stanno invadendo il territorio di uno dei popoli più vulnerabili del pianeta. Sono gli ultimi Kawahiva, i sopravvissuti di una tribù più grande i cui membri sono stati uccisi o sono morti per malattie.

Di recente i funzionari del FUNAI, il Dipartimento agli Affari Indigeni del Brasile, hanno fermato un gruppo di taglialegna. Ma poiché questi hanno il sostegno dei politici locali e i funzionari del FUNAI non hanno il potere di arrestare i sospetti, gli uomini sono stati rilasciati. Da allora nel territorio sono arrivate altre ondate di taglialegna.

La crisi ha fatto crescere la preoccupazione tra gli attivisti, che temono che la tribù e la sua foresta ancestrale vengano distrutte completamente.

"I funzionari del FUNAI lavorano in molte aree del Brasile per proteggere i territori indigeni da taglialegna e altre minacce."

“I funzionari del FUNAI lavorano in molte aree del Brasile per proteggere i territori indigeni da taglialegna e altre minacce.”

© Mário Vilela/FUNAI

Nell’aprile 2016, il Ministro della Giustizia brasiliano aveva firmato un decreto per creare un territorio indigeno protetto nella terra della tribù, e tenere fuori taglialegna e altri estranei. È stato un importante passo avanti per le terre e le vite dei Kawahiva, arrivato a seguito delle pressioni esercitate da tutto il mondo dai sostenitori di Survival. Il decreto, però, non è stato ancora adeguatamente implementato e oggi il piccolo team che sta lavorando sul campo per proteggere il territorio rischia di subire gravi tagli al suo budget.

“I Kawahiva sono in trappola. Se ci sarà un contatto, per loro sarà devastante. L’unico modo per garantire la loro sopravvivenza è mappare la loro terra e istituire una squadra di protezione permanente del territorio” ha dichiarato Jair Candor, un funzionario esperto del FUNAI. “Altrimenti saranno relegati ai libri di storia, proprio come tanti altri popoli indigeni di questa regione.”

Il premio Oscar Mark Rylance ha prestato la sua voce per narrare un video che denuncia la difficile situazione della tribù.

“Il Brasile si è impegnato a proteggere la terra dei Kawahiva in aprile, ma il governo si mostra recalcitrante e rischia di verificarsi una crisi umanitaria urgente e terribile” ha commentato oggi Stephen Corry, Direttore generale di Survival. “La terra dei Kawahiva è ancora invasa e la loro foresta viene ancora distrutta. È arrivato il momento che il Brasile intervenga come ha promesso di fare, prima che sia completato il genocidio di un intero popolo.”

Sorgente: Brasile: ‘ondate’ di taglialegna invadono la foresta dei Kawahiva incontattati – Survival International

Patagonia. Il filo di lana e quello spinato

Da venticinque anni la famiglia Benetton è il più grande latifondista straniero della Patagonia e dell’Argentina. Ha comprato un territorio immenso, quasi alla fine del mondo, per soli cinquanta milioni di dollari. Non è mai riuscita a comprare, però, la gente che lo abita da secoli. I Mapuche hanno resistito ai conquistadores spagnoli all’esercito argentino deciso ad impadronirsi del “deserto” e oggi resistono al colonialismo di imprese multinazionali insaziabili e decise a impossessarsi della terra e dell’acqua con qualsiasi mezzo, dalla repressione di uno stato compiacente alla manovra “culturale” che tende a considerare gli indigeno gente da museo. Quello dei Mapuche, però, è un popolo che non si lascia imbrogliare né piegare, come dimostra la leggendaria resistenza diventata vittoriosa due anni fa della famiglia di Rosa Nahuelquir e Atilio Curiñanco e quella opposta ancora nei primi giorni di luglio di quest’anno a uno sgombero inaspettato e di inaudita violenza. Un reportage racconta gli ultimi mesi di una lotta che dura da 130 anni

di Patrizia Larese

No es meno raro el hecho de que se hable siempre del territorio y no de los habitantes , como si la nieve y la arena fueran más reales que los seres humanos”. (Jorge Louis Borges, Clarin, 1982)
“Ė singolare il fatto che si parli sempre del territorio e non dei suoi abitanti, come se la neve e la sabbia fossero più reali degli esseri umani” (Jorge Louis Borges, Clarin, 1982)

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Arrivo verso le 20 al terminal dei pullman di Puerto Madryn, sono in anticipo per il bus che, dopo una notte di viaggio, mi porterà ad Esquel, ai piedi della Cordigliera delle Ande, nel cuore della Patagonia argentina, terra aspra, dura, affascinante e misteriosa. In queste zone è in atto da anni un conflitto legale tra la comunità Mapuche, una delle comunità native del Sud America, e la multinazionale Benetton per il recupero delle terre ancestrali. La multinazionale Benetton da più di venticinque anni possiede il 10% del territorio della Patagonia argentina, un’estensione paragonabile alla nostra Umbria.

Nel 2002 la famiglia mapuche Curiñanco-Nahuelquir intentò una causa legale contro i Benetton per “recuperare” 535 ettari a Santa Rosa di Leleque, località che si trova a circa 100km da Esquel e, dopo anni di sgomberi forzati, lotte legali, durante le quali è intervenuto a difesa dei nativi Pérez Esquivel, premio Nobel per la Pace 1980, la famiglia è riuscita a ritornare a vivere nelle terre degli antenati, rivendicando un diritto riconosciuto ai popoli nativi.

L’agenzia “El Bolsonil 12 novembre 2014 pubblicò il verdetto della sentenza:

“…l’Istituto Nazionale degli Affari Indigeni (INAI) consegnerà i documenti ufficiali del rilevamento territoriale dove si riconoscono i diritti della comunità Santa Rosa/Leleque. Secondo la notizia di ieri, l’INAI – nell’ambito della legge di rilevamento territoriale- “ ha riconosciuto la comunità Mapuche possessore del territorio reclamato da più di dieci anni nei confronti dell’azienda multinazionale Benetton”.

Rosa Nahuelquir e Atilio Curiñanco affermarono: ”Oggi lo Stato argentino ammette che siamo una comunità pre-esistente, riconoscendo il possesso di questo territorio nell’ambito della legge n° 26.160 applicata in diversi punti del paese. Questi anni di residenza e resistenza sul territorio non sono stati vani

La storia dei coniugi Curiñanco ha portato all’attenzione della cronaca mondiale la condizione in cui versano i popoli nativi in Centro e Sud America. Le organizzazioni internazionali e locali che si occupano della difesa dei diritti umani, i mezzi di comunicazione, i partiti politici hanno iniziato ad interessarsi delle problematiche che coinvolgono le popolazioni indigene: dai conflitti per il recupero delle terre ancestrali al razzismo, alla richiesta di riconoscimento di uguali diritti.

Da anni è in atto “il risveglio indigeno”, un fenomeno che riguarda il ritorno di molte comunità all’affrancamento della propria identità, alla rivendicazione della propria cultura tradizionale e delle terre avite. Gli indigeni reclamano il proprio diritto come abitanti originari e sollevano il velo delle violenze che hanno subìto.

La storia della conquista da parte degli Europei è disseminata di stragi, deportazioni, stermini delle tribù Mapuche, Tewelche, Seikman, Yamana, Ona e molte altre e purtroppo è tuttora in atto una colonizzazione da parte di multinazionali straniere e ricchi latifondisti.

La storia di queste terre risale alla fine del 1800 quando, durante la Campañia del Desierto (1878-1895), furono sottratte ai popoli nativi. La Campaña del Desierto fu una campagna militare sanguinosa guidata dal generale Julio Argentino Roca (1847-1914) che conquistò i territori a sud della provincia di Buenos Aires, uccidendo e deportando come schiavi le popolazioni che vivevano in pace nelle regioni patagoniche. Roca è celebrato ancora oggi sulle banconote da 100 pesos, nei testi scolastici e con monumenti, a lui sono state dedicate piazze e strade in tutto il Paese.

Per comprendere la complessità della lotta dei popoli indigeni occorre ricordare il trattamento che le tribù native hanno sofferto a partire dalla fine del 1800 e rivedere la storia dell’Argentina. Dopo la Conquista del Deserto, l’Argentina diventò una grande potenza agricola a scapito delle popolazioni indigene. Le terre in questione furono donate dal Presidente Uriburu a proprietari inglesi, come forma di pagamento per le armi che avevano fornito per la Campaña del Desierto. Gli Inglesi, in seguito, trasferirono questi territori alla società ‘The Argentine Southern Land Company Ltd’, conosciuta anche con la sigla TASLCo, fondata nel 1889 e creata per realizzare attività commerciali in Patagonia. La Company aveva sede a Londra ed uffici a Buenos Aires per poter amministrare le proprietà dei latifondisti inglesi nel Paese sudamericano.

La TASLCo ottenne così quasi un milione di ettari nel nord della Patagonia, 10 estancias (fattorie) di quasi 90.000 ettari ciascuna per lo sviluppo della ferrovia che servì per esportare la produzione del bestiame. La Company sfruttò queste terre per quasi un secolo producendo, importando ed esportando bestiame senza pagare dazi o altri tipi di tasse.

Nel 1975, la “Great Western”, società con sede in Lussemburgo, acquista il pacchetto azionario della TASLCo che in quel tempo era passata nelle mani di impresari argentini. In questi passaggi è contenuta una doppia violazione della Costituzione argentina, la quale vieta donazioni per più di 400 mila ettari e, al contempo proibisce la vendita degli stessi terreni a fini di lucro da parte di chi ha precedentemente goduto delle donazioni. Nel 1982, al tempo della Guerra delle Malvinas, gli azionisti durante una riunione decidono di cambiare la ragione sociale in “Compañia de Tierras del Sur Argentino” e integrano la classe dirigente con un 60% di direttori argentini.

Dopo la Guerra delle Malvinas, la legislazione argentina esige la nazionalizzazione delle imprese straniere.

Nel 1991, tramite la “Edizioni Holding International N.V.”, la famiglia di Luciano Benetton acquista il pacchetto azionario della Compañia per soli 50 milioni di dollari diventando il maggior azionista ed il più grande latifondista straniero in Argentina. Un affare perfetto: oggi un ettaro è valutato intorno ai 2 milioni di pesos.

In questa corsa al “land grabbing”(arraffa terra) i popoli nativi subiscono continuamente l’espropriazione dei territori ancestrali, impedimenti e divieti per il libero accesso alle sorgenti di acqua dolce.

La lista dei latifondisti stranieri è molto lunga ma la famiglia Benetton occupa il primo posto con 900.000 ettari, pari a 4.500 volte la superfice di Buenos Aires, seguita dai miliardari Douglas Tompkins (morto nel dicembre 2015) che fece la sua fortuna con il marchio sportivo ‘The North Face’ ed ‘Esprit’, proprietario di circa 500.000 ettari; Ward Lay, il re delle patatine fritte, proprietario dell’omonima compagnia, l’inglese Charles Lewis, magnate della catena Hard Rock Café possiede 8.000 ettari nella zona del Lago Escondido, tra San Carlos de Bariloche ed El Bolsón, ma proibisce agli indigeni l’accesso al lago; Ted Turner, il fondatore del network multimediale CNN, parte della sue terre circa 45.000 ettari si trovano all’interno del Parco Nazionale Nahuel Huapi, dove scorre uno dei fiumi incontaminati della Patagonia. Da quando questi territori sono di sua proprietà, l’accesso al fiume è stato limitato.

Henry Kissinger, l’ex-segretario di Stato, rimase stregato dalle incantevoli distese patagoniche che acquistò a prezzi favorevoli. Ed ancora gli attori Christopher Lambert , Silvester Stallone, Jeremy Irons, Tommy Lee Jones, Bruce Willis, John Travolta. Altri divi di Hollywood: Richard Gere, Robert Duvall, Matt Damon che hanno acquistato terre nelle province nord di Tucuman, Salta e Jujuy. Alcuni Paperoni nazionali, dal noto presentatore tv Marcelo Tinelli all’uomo più amato dopo Maradona, il calciatore Gabriel Batistuta, detto Batigol, posseggono immensi territori in questa regione leggendaria alla fine del mondo diventata un paradiso per miliardari. Grandi gruppi vinicoli francesi, spagnoli e italiani si sono stabiliti a Mendoza, ai piedi della Cordigliera delle Ande, dove la terra ed il clima sono favorevoli per la cultura della vite. Bill Gates, uno degli uomini più ricchi del mondo, è proprietario di miniere di oro e argento.

Da alcuni anni anche la Cina ha iniziato a espandere la sua presenza in Sud America investendo non solo nelle miniere e nel petrolio ma anche nei prodotti agroalimentari soprattutto colture di soia diventando uno dei più grandi investitori in Argentina. Ha fatto molto discutere il caso dei 200 mila ettari di terra nella regione di Río Negro acquistati dall’impresa cinese di alimenti Beida Yuang per coltivare soia, grano e colza.

In un articolo di BBC Mundo del 2011 si legge che da un’indagine eseguita dalla FAO (Food and Agriculture Foundation), l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa della povertà nel mondo, e da più di 40 associazioni raggruppate nella Coalizione Internazionale delle Terre (CIT Coalición Internacional de Tierras), si evince la grande preoccupazione per il fenomeno di land grabbing che coinvolge non solo l’Argentina ma ben 17 Paesi dal Centro al Sud America. Un responsabile tecnico della Commissione delle Relazioni Politiche della Società Rurale Argentina ha confermato in un’intervista sempre a BBC Mundo che non esistono dati precisi sulle terre vendute o in vendita a stranieri.

Mapuches

La volentissima repressione a Cushamen dello scorso 4 luglio. Foto Marcha

Il referente della comunità mapuche di Esquel, Martiniano, mi racconta che l’anno scorso è stato costruito un piccolo presidio (Lof) per il recupero delle terre ancestrali mapuche. Mi propone di andare a incontrare i ragazzi che vivono al Lof, impegnati nella lotta per la “recuperación de la tierra”, così amano definirla i Mapuche, per riappropriarsi di 150 ettari che si trovano nell’estancia di Leleque, all’interno della proprietà Benetton.

Mi reco al Lof in compagnia di Chele e Daniela, una coppia di coniugi di origini mapuche-tewelche che fanno parte della Rete di Appoggio al Lof (“Red de apoyo a las Lof en resistencia Departamento Cushamen”). Il presidio mapuche si trova a circa 100 chilometri da Esquel nel Dipartimento di Cushamen. Resto impressionata dal fatto che da Esquel al Lof la strada è delimitata da ambo i lati dai recinti delle proprietà Benetton e durante il percorso attraverso ben dieci corsi d’acqua, di proprietà della multinazionale italiana.

La “recuperación” di questa parte dei territori ancestrali mapuche è iniziata il 13 marzo 2015, per recuperare territori che si trovano vicino al fiume Chubut. La comunità non può accedere alla fonte d’acqua dal momento che i Benetton non lo permettono, adducendo come pretesto il fatto che non esistono documenti che attestino l’autenticità della proprietà alla comunità mapuche. 

Il Lof si trova all’incrocio della Ruta 40 con la Ruta provinciale per El Maitén. Sul recinto che corre all’infinito ci sono degli striscioni che annunciano “Recuperación Mapuche, Fuori i Latifondisti, i Petrolieri, i Winka (i Bianchi).”
Con Chele e Daniela mi metto in attesa e, dopo alcuni minuti, arriva un giovane incappucciato che, nascosto, sta di vedetta in una specie di garitta, nel caso in cui si presentino visite inaspettate e soprattutto indesiderate. Ci accoglie con un “Mari, mari”, il tipico saluto in lingua mapudungún (la lingua mapuche) e, dopo aver abbracciato Chele e Daniela, mi stringe vigorosamente la mano. Passa un po’ di tempo ed arriva un altro ragazzo anche lui a volto coperto che ci fa strada addentrandosi nel terreno ricoperto di arbusti bassi, duri e spinosi, tipici delle distese patagoniche. Giunti in mezzo alla pampa ci troviamo di fronte ad una abitazione, un po’ più di una baracca, costruita sulla nuda terra con tronchi e lamiere di latta, la loro dimora.

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Ci sistemiamo fuori sotto un pergolato, ricavato con un grande telo a difesa del sole implacabile di questa terra, mentre sul focolare sta cuocendo in un grosso pentolone una zuppa di verdura che emana un profumo intenso ed appetitoso. Ci sediamo su panche e pezzi di legno, o su piccoli barili, nel gruppo anche una bimba di otto-nove anni, membro orgoglioso del gruppo.

Come prima cosa i giovani mapuche si scusano di presentarsi a volto coperto, non possono neppure dirmi i loro nomi perché costretti a nascondersi per una persecuzione politica, sono stati giudicati terroristi da tre procuratori ed un giudice. Mi spiegano che si sono insediati qui per difendere il loro territorio, la terra dei loro avi da cui traggono la loro energia e la loro cultura. Vivere qui in mezzo al nulla è molto duro, non esiste elettricità e nei mesi invernali la temperatura può raggiungere i 20 gradi sotto zero. L’abitazione è dotata soltanto di un enorme focolare ed è arduo difendersi dal vento patagonico che la fa da padrone. Poco lontano scorre il ruscello che consente loro di poter vivere e persistere nella lotta per la loro terra. Mi dicono che anche se la situazione è dura e difficile tuttavia sono felici perché sanno che stanno portando avanti una lotta giusta per se stessi e per il futuro del loro popolo, in nome dei diritti violati di tutte le popolazioni native. Mi ringraziano per essere andata a trovarli da così lontano e si meravigliano che qualcuno conosca la loro storia anche a migliaia di chilometri.
Dopo un excursus su Gramsci, Marx , Cuba e Syriza, per nulla casuale, ma con il preciso intento di comprendere quali siano i miei orientamenti al riguardo, mi spiegano che la soluzione di questo conflitto è una questione politica la cui origine risale a molto lontano, alla fine del XIX secolo fin da quando i loro nonni e bisnonni patirono sulla loro carne le atrocità della Campaña del Desierto. Sono fieri di essere i loro discendenti, non hanno paura di continuare una lotta che il loro popolo porta avanti da più di 130 anni perché sanno che agiscono in nome della loro tradizione e della cultura del loro popolo da sempre legato alla terre ancestrali della Madre Terra (la Pacha Mama).

Uno dei giovani incappucciati mi spiega che la riforma della Costituzione include l’articolo 75 dove al punto 17 si riconosce la pre-esistenza etnica delle popolazioni native ed il rispetto della tradizione delle terre che i Mapuche e i popoli indigeni occupavano precedentemente.

La Costituzione però non viene rispettata ed essi non hanno altra scelta che far sentire la loro voce con la recuperación. La Terra, più precisamente il territorio, è la base dello sviluppo della loro cultura, è la continuità storica della loro gente e della conoscenza è il bene più grande da cui ricevono non solo sostentamento ma forza ed energia per la vita perché la Terra è tutto per i Mapuche (Mapu=Terra e Che=Uomo): il Popolo della Terra.

Affermano che non possono permettersi il lusso di aspettare altri 20 anni di trattative burocratiche per trovare una soluzione per la loro gente ridotta in miseria ed alla fame con conseguente deterioramento della qualità della vita. Coloro che non riescono a sopravvivere in campagna, perché impiegati nei grandi latifondi con miseri salari, emigrano in città ma finiscono per andare a vivere nei quartieri più poveri dove la qualità della vita è ancora peggiore, se possibile, che in campagna. Le conseguenze dell’inurbamento indigeno sono evidenti in termini di degrado e abuso di alcool. Questi ragazzi sentono di essere un’etnia che rischia di estinguersi e per questo si battono con forza, per sopravvivere. Rivendicano la rivisitazione dei fatti storici che provocarono la deportazione e la morte dei loro antenati ed il riconoscimento che la Campaña del Desierto fu un enorme massacro, che il generale Roca non sia più celebrato come un eroe ma che passi alla storia come un atroce etnocida.

I giovani continuano il racconto dicendo che l’intervento dello Stato fino ad ora è stato soltanto repressivo. La polizia è intervenuta con molti militari che hanno sparato a bruciapelo ad altezza uomo pallottole di piombo, con un assedio impressionante. Pensavano che sparassero pallottole di gomma invece hanno le prove, erano pallottole vere ed è stata solo una casualità se fino ad ora non ci sono state vittime.

Il governo teme che possano verificarsi altre forme di protesta in altre parti del Paese, con ripercussioni anche in Cile dove i Mapuche subiscono incarcerazioni e torture solo per rivendicare ciò che è giusto.

Chele e Daniela mi raccontano che durante la notte del 18 agosto dell’anno scorso la popolazione di Esquel, dopo aver compreso che la polizia, con camionette ed in assetto antisommossa, stava per intraprendere un’incursione violenta al Lof di Cushamen, si è mobilitata in massa ed è riuscita ad evitare un vero e proprio massacro.

Un altro ragazzo continua la storia affermando che dopo l’inizio della “recuperación” del 13 marzo 2015 Benetton presentò una denuncia per “usurpazione”. Si aprì un’altra causa giudiziale dove i cinque portavoce della comunità, fra cui tre donne, furono imputati secondo la legge di antiterrorismo. Era la prima volta che la Giustizia Provinciale applicava la Legge Antiterrorismo in Chubut. Mi raccontano che non possono circolare da soli per le vie di Esquel altrimenti rischiano di essere catturati dalla polizia e sottoposti a violenti interrogatori, come già successo ad alcuni di loro. Da Chele e Daniela vengo a sapere che quando i ragazzi hanno qualche problema di salute sono costretti ad evitare le cure mediche ufficiali e l’ospedale, esiste sempre il rischio che possano essere riconosciuti ed arrestati. Così quando si ammalano ricorrono all’assistenza di due medici che, di nascosto e di notte, si recano al Lof per prestare le cure di cui hanno bisogno, mettendo a rischio la propria carriera nel caso in cui venissero scoperti.

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Quella del popolo della terra non è gente da museo

Il 27 maggio scorso alle 7.30 del mattino, la polizia ed i GEOP (Groupo Especial de Operaciones Provinciales), le forze speciali di operazioni della provincia, sono intervenute con violenza al Lof di Cushamen per uno sgombero forzato. Secondo la radio comunitaria FM Kalewche l’azione violenta della polizia è stata motivata dall’ordine di cattura internazionale che pende nei confronti di Facundo Jones Huala, uno dei ragazzi mapuche, accusato di terrorismo.

A causa di ciò l’intervento delle forze dell’ordine si è svolto con brutalità con gas lacrimogeni e grosse armi: dall’anno scorso i giovani per la giustizia sono terroristi. Sono state incarcerate sette persone, dopo alcuni giorni sei di esse sono state rilasciate, mentre per Facundo Jones Huala, è stata richiesta l’estradizione in Cile. Se ciò avvenisse la situazione si aggraverebbe enormemente dal momento che la legge antiterrorismo in Cile, quella voluta da Pinochet negli anni ’70 ed ancora in vigore, è ancora più dura e repressiva di quella argentina. “Al Lof sono rimaste due donne con quattro bambini circondate dalla polizia- dice Martiniano, il referente della Comunità – per questo motivo abbiamo bisogno che questi fatti vengano diffusi il più possibile”.

I Mapuche sono un popolo fiero e guerriero. Nel 1641 furono gli unici nativi che costrinsero i soldati della Corona di Spagna alla firma del trattato di Quillin e imposero all’invasore il riconoscimento dell’autonomia territoriale della Nazione Mapuche, la Wall Mapu, a sud del fiume Bìo-Bìo. Leggendo le ultime notizie che giungono da Esquel mi vengono in mente le parole del giovane del Lof che mi disse con forte determinazione quel giorno del novembre scorso: “Abbiamo forza sufficiente per proseguire questa lotta. Siamo convinti che queste terre, usurpate dalla famiglia Benetton, un giorno torneranno ad essere nostre.”

thanks to: Comune-info

India: se saranno sfrattate dalle terre ancestrali, le tribù della foresta si estingueranno

Diverse comunità indigene nell’India centrale rischiano l’annientamento perché costrette ad abbandonare le loro terre ancestrali, che si trovano nella riserva delle tigri di Achanakmar, nei pressi dell’area che ha ispirato ‘Il libro della giungla’ di Rudyard Kipling.

Gli indigeni Baiga vengono perseguitati senza sosta e si sono sentiti dire che dovranno lasciare i villaggi per spostarsi in una radura fangosa al di fuori della riserva, nonostante non esistano prove che la loro presenza danneggi le tigri. Per poter sfrattare le tribù legalmente, le autorità dovrebbero fornire queste prove, ma tra il 2011 e il 2015, in realtà, il numero di tigri nella riserva sembra sia aumentato da 12 a 28.

“Non vogliamo andarcene, non possiamo” ha detto un uomo baiga del villaggio di Rajak. “Cosa dovremmo fare?”

“Intorno al nuovo insediamento non c’è niente per loro, in quella terra non crescerà nulla, non c’è acqua e non potranno raccoglierre niente nella foresta” ha raccontato a Survival un testimone locale. “Ecco perché sono così risoluti nel non andarsene; se lo faranno, semplicemente, moriranno.”

Ad alcuni è stato detto che se non lasceranno la terra ancestrale, le guardie libereranno orsi e serpenti nei loro villaggi. Altri sono stati arrestati e perseguitati – nel 2009 un uomo è stato incarcerato per tre mesi per aver mangiato uno scoiattolo che aveva trovato morto nella foresta.

Coloro che sono già stati sfrattati da Achanakmar ora vivono in campi governativi inadeguati e devono affrontare una vita di povertà ai margini della società indiana dominante.

“Da due o tre anni hanno posto restrizioni. Non ci lasciano vivere. Ci portano in prigione e ci minacciano” ha detto un Baiga del villaggio di Chirahatta, minacciato di sfratto. “Sono rigidi e severi. Ci arrestano per nulla. Se diciamo qualcosa, minacciano di metterci in prigione. Ci stanno rendendo la vita difficile.”

Altrove i Baiga svolgono massacranti lavori manuali nelle miniere di bauxite, in condizioni terribili.

Il fenomeno è dilagante e di enormi proporzioni. I popoli indigeni vengono sfrattati illegalmente dalle riserve delle tigri in tutta l’India nonostante non vi siano prove che la loro presenza danneggi questo animale. Subiscono arresti e, in alcuni luoghi, pestaggi, torture e persino esecuzioni sommarie se cercano di rientrare nella loro terra ancestrale – contemporanemente, il turismo di massa per l’avvistamento delle tigri viene incoraggiato.

Lo scorso anno, Survival ha appreso che nella riserva di BRT, l’unica riserva indiana in cui alle tribù è stato formalmente permesso di restare, il numero di tigri è aumentato ben oltre la media nazionale indiana. Questo dimostra che i villaggi indigeni all’interno delle riserve faunistiche non costituiscono una minaccia significativa per le tigri o il loro habitat.

Survival ha scritto al WWF, la più grande organizzazione mondiale per la conservazione, che equipaggia e addestra le guardie forestali nella regione.

Le prove dimostrano che i popoli indigeni sanno prendersi cura dei loro ambienti meglio di chiunque altro. Nonostante questo, vengono sfrattati illegalmente dalle loro terre ancestrali nel nome della conservazione. Le grandi organizzazioni per la conservazione sono colpevoli di sostenere questa situazione. Non denunciano mai gli sfratti.

“È immorale e illegale prendere di mira le tribù che convivono da secoli con le tigri perché ad aver messo davvero in pericolo questi felini sono state l’industrializzazione e la caccia di massa promossa nell’epoca coloniale” ha commentato oggi Stephen Corry, direttore generale di Survival. “Ed è anche inefficace, perché prendersela con i popoli indigeni distoglie l’attenzione dalla lotta ai veri bracconieri – le bande criminali. Le grandi organizzazioni per la conservazione dovrebbero collaborare con i popoli indigeni, e non sostenere i Dipartimenti alle Foreste colpevoli delle violenze. Prendersela con i popoli indigeni danneggia la conservazione.”

Per leggere la storia online: http://www.survival.it/notizie/11270

Sorgente: Pressenza – India: se saranno sfrattate dalle terre ancestrali, le tribù della foresta si estingueranno

I Bororo: sedentarizzazione o ben-essere?

La fine delle recriminazioni dei Bororo non è proprio imminente. Il divario infrastrutturale tra questi nomadi sedentarizzati e le popolazioni ospitanti è molto grande, al limite dell’emarginazione e dell’incuria.

I Bororo in Camerun costituiscono un grande gruppo etnico unico, che parla la stessa lingua e che fa parte dei cosiddetti gruppi di minoranza. Giunti dal nord del Camerun e sparsi nel Nord-Ovest, nell’Ovest e nell’Est. In queste zone subiscono regolarmente la violazione dei loro diritti. Venuti dalle regioni settentrionali del Camerun da decenni, si sono stabiliti in molte parti del paese, dove hanno trovato possibilità di pascolo per il loro bestiame. La coabitazione con le popolazioni ospitanti è stata finora sempre tranquilla, a parte vessazioni, come quelle viste negli ultimi anni nel dipartimento del Ndé, regione del Camerun occidentale.

Ingannati
Visitando le comunità dei Bororo, ci si rende conto che non hanno sempre accesso ai servizi e alle infrastrutture essenziali per il loro sviluppo. Per esempio, andando nella comunità Bororo di Binjeng, nel dipartimento di Donga Mantung, abbiamo visto che non hanno accesso all’acqua potabile. Ruscelli, fiumi e falde acquifere sono i loro principali punti di approvvigionamento di acqua potabile. Il terreno è favorevole alla realizzazione di riserve d’acqua; “Pertanto si può costruire una vasca di recupero su questo ruscello e installarvi una pompa a pressione che pomperà l’acqua in alto fino alle nostre case”, dice Ardo Sele, capo della comunità bororo di Binjeng. Per la loro insistente volontà di dotare la comunità di acqua potabile, sono stati contattati nel 2014 da un politico della zona che si era impegnato a fare arrivare il prezioso liquido nei loro terreni con un canale da collegare a una rete già esistente di acqua potabile a 5 km di distanza.
Ma quest’opera poteva diventare realtà solo se i destinatari vi contribuivano in denaro. Così hanno pagato la somma di 600.000 franchi CFA, come richiesto dal loro “benefattore”, ma quest’ultimo è poi “evaporato”… Ciò che resta oggi a Bijeng di questo progetto fallito è uno scavo di dieci metri lineari ricoperti di erba.

Dimenticati
Il vento ha in seguito spazzato via il tetto dell’ unica scuola pubblica. In mancanza di mezzi propri per ripararlo, questa scuola di due aule resta sempre senza tetto. Gli alumni e i loro insegnanti scrutano ogni giorno il cielo per vedere se il tempo sarà clemente o no.

Divisi
Consapevoli del fatto che devono adottare delle misure per superare l’emarginazione e l’isolamento, i Bororo avevano creato una solida associazione, denominata MBOSCUDA, per ottenere il massimo riconoscimento dei loro diritti e promuovere lo sviluppo della loro comunità. Diverse comunità bororo sono oggi dotate di strumenti di trivellazione grazie a questa associazione, che agisce coi soli mezzi di cui dispone. Questa volontà dei MBOSCUDA di fare uscire i Bororo dall’ombra è stata ostacolata da poco più di un anno da un’altra organizzazione, un gruppo di pressione nato sotto l’impulso di un ricchissimo uomo d’affari bororo. I Bororo avevano intravvisto in questa associazione il proposito di divisione, da cui le recriminazioni di alcuni che si lamentavano perché si chiedeva di dare un bue per aderire alla nuova associazione. Quel criterio era stato considerato esagerato da più d’uno. Ma questi sono Camerunesi a pieno titolo, che contribuiscono a modo loro allo sviluppo di questo paese attraverso le loro attività pastorali. Anche se la Costituzione è chiara sulla questione delle minoranze e degli indigeni: “lo Stato deve garantire, nel rispetto della legge, la tutela delle minoranze insieme alla salvaguardia dei diritti degli indigeni”.

Traduzione dal Francese di Maria Pia Salmaso

Sorgente: Pressenza – I Bororo: sedentarizzazione o ben-essere?

Finalmente il Canada riconosce la dichiarazione delle Nazioni Unite sui popoli indigeni

Con ben nove anni di ritardo, Canada finalmente riconosciuto dichiarazione ONU per lo sui popoli indigeni. Nel 2007 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato una mozione che riconosce i diritti umani fondamentali dei popoli indigeni tra cui i diritti all’autodeterminazione, la lingua, l’uguaglianza e la terra e richiede che sia richiesto il consenso preventivo, libero e informato (free, prior and informed consent – “FPIC”) prima di approvare progetti che hanno impatto sui loro territori ancestrali o sulle loro risorse. Solo quattro paesi si sono rifiutati di firmare la dichiarazione: Australia, Stati Uniti, Nuova Zelanda e Canada. Nel 2010 il Canada è rimasto da solo a rifiutarsi di riconoscere i diritti indigeni.

 

La scorsa settimana, il ministro degli indigeni Carolyn Bennett ha annunciato che il Canada riconoscerà  documento. L’annuncio arriva proprio mentre il governo viene aspramente criticato per a pessima gestione delle riserve aborigene, molte delle quali non hanno neppure accesso adeguato all’acqua potabile, e in cui le condizioni di vita sono scadenti, e i tassi di suicidio dei giovani sono alle stelle. Il governo liberale di Justin Trudeau ha annunciato di voler ricostruire i rapporti con le popolazioni indigene del Canada.

Sorgente: Finalmente: il Canada riconosce la dichiarazione delle Nazioni Unite sui popoli indigeni – Salva le Foreste

‘Fermiamo il genocidio in Brasile’: la campagna di Survival nell’anno delle Olimpiadi

Con le Olimpiadi di Rio 2016 all’orizzonte, Survival International lancia la campagna per prevenire lo sterminio dei popoli indigeni del Brasile e lo fa proprio oggi in occasione della Giornata Nazionale dell’Indio, una ricorrenza istituita dal paese per celebrare le lotte e le culture indigene.

A prescindere dal caos politico che sta travolgendo il Brasile, Survival denuncia con forza le gravi violazioni dei diritti umani e le minacce che subiscono i popoli indigeni del paese. Minacce che persistono anche nell’attuale clima politico.

Sorgente: ‘Fermiamo il genocidio in Brasile’: la campagna di Survival nell’anno delle Olimpiadi – Survival International

Immagini denunciano le devastanti conseguenze del ‘progresso’ sulla salute indigena

Foto denunciano le devastanti conseguenze del ‘progresso’ sulla salute indigena

Le fotografie del regista aborigeno Warwick Thornton mostrano il devastante impatto del “progresso” e dello “sviluppo” sulla salute dei popoli indigeni. Le immagini illustrano quanto Survival denuncia nel suo rapporto appena pubblicato ‘Il progresso può uccidere’, che contiene dati impressionanti sulla salute degli indigeni.

Nelle sue fotografie Thornton ritrae alcuni familiari con lattine di coca, birra e confezioni da fast food legate intorno al busto, come fossero cinture esplosive, per denunciare la terribile alimentazione a cui sono costretti i popoli indigeni in Australia e in altri paesi del mondo. Povertà ed emarginazione sociale hanno infatti portato molti a dipendere da cibo spazzatura economico, o a ricorrere ad alcol e droghe per sfuggire ai problemi.

“Moriamo per la cattiva alimentazione. Questa merda ci sta uccidendo. La cattiva alimentazione è una bomba a orologeria” ha spiegato Warwick Thornton. “Il modo più salutare per vivere è con la terra, nella comunità, nel paese, mangiando gli alimenti del bush e non le schifezze della città.”

Gli Aborigeni hanno sette volte più probabilità di morire di diabete del resto degli Australiani, e il tasso di mortalità infantile è il doppio di quello del resto della società. In Canada e in alcune aree degli Stati Uniti la situazione è simile.

Sorgente: Immagini denunciano le devastanti conseguenze del ‘progresso’ sulla salute indigena – Survival International

Finlandia: una nuova legge per abbattere le foreste indigene

Il nuovo governo finlandese ha appena approvato una nuova legge che sancisce il furto di terre indigene. Un furto sancito dallo stato, e che minaccia le ultime foreste primarie della Lapponia e patria degli indigeni Sami. La nuova legge approvata oggi destinerà infatti queste foreste all’abbattimento per la produzione di carta e legname.

Questa legge arriva dopo che il precedente governo non è riuscito a ratificare la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni, lasciando il Sámi privi di protezione legale. Ora l’attuale governo in Finlandia sta utilizzando questa opportunità per eliminare rapidamente i diritti ottenuti dall’unico popolo indigeno dell’Unione Europea. La legge infatti consegna le aree Sami in Alta Lapponia, tra cui ampi tratti di foreste antiche boreali, a una vasta gamma di usi economici.

La nuova legge riguarda 2,2 milioni di ettari, ma ha impatti su un bacino idrografico esteso su 360.000, per lo più in zone sub-artiche e boreali della Finlandia. Si tratta delle ultime grandi aree forestali intatte d’Europa, un’area insignificante per la produzione ma essenziale per la conservazione degli habitat, oltre che per la vita delle popolazioni Sami. Ora queste aree, che erano state affidate agli indigeni, tornano nelle mani dello Stato e della sua agenzia forestale, aprendo i territori indigeni alla costruzione di ferrovie, all’espansione di miniere, allo sfruttamento forestale e ad altri progetti.

Secondo la nuova legge, l’agenzie forestale statale Metsähallitus,che controlla il 90 per cento dei terreni dei Sami, non avrà più bisogno del consenso del parlamento indigeno e dei consigli di villaggio, per i progetti che hanno impatti sulla loro vita. Inutile dire che la legge è stata approvata senza il consenso libero, preventivo e informato (previsto dalle convenzioni dell’ONU) delle popolazioni Sami.

“L’allevamento tradizionale delle renne da parte dei popoli Sami rischia di scomparire con la nuova le legge forestale. Non potremo influenzare il processo decisionale sulle nostre terre. Le nostre foreste saranno prese via dall’economia di mercato “, spiega Jouni Lukkari, presidente del Consiglio Sami Finlandesi.

“Le popolazioni artiche hanno prosperato in un ambiente difficile per millenni, grazie a una grande profonda di conoscenza del territorio e delle acque delle loro terre e delle specie che vi abitano, che forniscono cibo, vestiti e significato alle culture artiche. – spiega Tero Mustonen, scienziato dal Snowchange – Questa conoscenza ecologica tradizionale è sempre più riconosciuta come essenziale fonte di informazioni, tra le altre cose, per la comprensione della biodiversità artica e lo sviluppo di strategie efficaci per conservarne la biodiversità, che include il modo di vita indigeno”.

Sorgente: Finlandia: una nuova legge abbattere le foreste indigene – Salva le Foreste

Morire per una diga

Dal 2001, sono almeno 41 i “difensori dei fiumi” uccisi in Messico, Centro America e Colombia. Secondo i dati raccolti dal movimento messicano che riunisce le comunità che subiscono l’impatto negativo dei mega-progetti idroelettrici, il Paese con più vittime è il Guatemala, con 13. L’ultimo nome aggiunto all’elenco è quello dell’honduregna Berta Cacéres, Goldman Prize 2015, uccisa nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2016

di Luca Martinelli – 18 marzo 2016

Tomás Cruz Zamora, Eduardo Maya Manrique e Benito Cruz Jacinto sono stati uccisi nel 2005, 2006 e 2007. Tutti e tre facevano parte del CECOP, il Consiglio di ejidos e comunità che si oppongono alla costruzione della diga La Parota, nello stato messicano del Guerrero. La lotta contro il progetto idroelettrico, sul fiume Papagayo, a 30 chilometri dalla famosa località di Acapulco, è iniziata nel 2003. L’invaso dell’impianto inonderebbe 13 comunità, dove vivono circa 20mila persone. Nell’estate del 2015, il portavoce del CECOP -Marco Antonio Suástegui Muñoz- è stato scarcerato dopo aver trascorso oltre un anno in prigione, con accuse inventate secondo alcune organizzazione per i diritti umani che seguono le attività del Consiglio.

I nomi delle 3 vittime del CECOP sono tra quelli riportati sulla mappa “Fiumi per la vita, non per la morte!”, che il MAPDER (il movimento messicano che riunisce le comunità che subiscono l’impatto negativo dei mega-progetti idroelettrici, www.mapder.lunasexta.org) ha pubblicato in occasione della Giornata internazionale di azione contro le dighe, che si celebra da 19 anni ogni 14 marzo. In tutto, sono elencati i nomi di 41 “difensori dei fiumi”, morti a partire dal 2001.

Secondo la ricerca, il Paese che ha visto il maggior numero di vittime nel periodo considerato è, con 13, il Guatemala. Lo stesso che è stato teatro, tra il 1980 e il 1982, del massacro di circa 450 indigeni della comunità di Rio Negro, Xococ, Cerro Pacoxom, Los Encuentros e Agua Fría, perpetrato per frenare l’opposizione alla costruzione della diga del Chixoy, finanziata dalla Banca mondiale (solo nell’ottobre del 2015 le vittime hanno subito un risarcimento). Sui cantieri era attiva Cogefar, poi Impregilo (e oggi Salini Impregilo, la stessa azienda italiana oggetto dell’Istanza di Survival International all’OCSE del marzo 2016). 
Dopo il Guatemala vengono l’Honduras (9 morti), il Messico (con 8), la Colombia (7) e infine Panama (4 morti).

https://i0.wp.com/www.mapder.lunasexta.org/wp-content/uploads/2016/03/Asesinatos_Presas_final-1.jpeg
Spiega il MAPDER che “i progetti di dighe in America Latina rappresentano un mercato importante tanto nella fase di costruzione, quanto in quelle legate alla produzione e privatizzazione dell’energia”.
L’ultimo nome aggiunto all’elenco, quello della vittima numero 41, è quello di Berta Cacéres, la coordinatrice del Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene di Honduras (COPINH), uccisa a La Esperanza nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2016.
Secondo il COPINH e la famiglia di Berta Cacéres, la causa della morte delle dirigente indigena di etnia lenca andrebbe ricercato nell’opposizione al progetto idroelettrico Agua Zarca, le azioni che l’avevano portata nel 2015 al riconoscimento come ambientalista dell’anno, con l’assegnazione del prestigioso Goldman Prize (qui l’intervista rilasciata in quell’occasione ad Altreconomia).
La Cacéres è la 5 vittima legata al progetto Agua Zarca, dopo Tomás Garcia (nel 2014), Irene Meza William, Jacobo Rodriguez Maycol e Arial Rodriguez Garcia (nel 2015), tutti militanti di base del COPINH.

E meno di due settimane dopo l’omicidio della coordinatrice dell’organizzazione, il 15 marzo 2016 è stato assassinato un altro membro del COPINH, Nelson García. Ciò è avvenuto nonostante la richiesta della Commissione interamericana dei diritti umani, che il  5 marzo aveva emesso “medidas cautelares” chiedendo al governo honduregno di rafforzare le misure di sicurezza a protezione di tutti i membri dell’organizzazione indigena (oltre che dei familiari della Cacéres e del messicano Gustavo Castro, testimone oculare dell’omicidio).

È in seguito alla morte violenta di García che FMO, la banca olandese per lo sviluppo, ha annunciato la sospensione del proprio finanziamento al progetto. La stessa decisione era stata presa pochi giorni prima anche dal fondo d’investimento finlandese FinnFund. Complessivamente le due istituzioni europee avevano garantito al progetto osteggiato dal COPINH un sostegno pari a 20 milioni di euro.

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Survival denuncia Salini Impregilo all’OCSE per la diga Gibe III in Etiopia

 

Fino a mezzo milione di persone rischiano la fame a causa della diga Gibe III, costruita da Salini Impregilo sul fiume Omo.

Fino a mezzo milione di persone rischiano la fame a causa della diga Gibe III, costruita da Salini Impregilo sul fiume Omo. © Magda Rakita/Survival

Survival International ha presentato un’Istanza all’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) contro Salini Impregilo S.p.A. – il gigante del settore ingegneristico italiano – in merito alla costruzione della controversa diga Gibe III destinata a distruggere i mezzi di sussistenza di migliaia di persone tra Etiopia e Kenya.

La diga ha messo fine alle esondazioni stagionali del fiume Omo, da cui 100.000 indigeni dipendono direttamente per abbeverare le loro mandrie e coltivare i campi, mentre altri 100.000 vi dipendono indirettamente. Secondo gli esperti, la diga potrebbe anche segnare la fine del Lago Turkana – il più grande lago in luogo desertico del mondo – con conseguenze catastrofiche per altri 300.000 indigeni che vivono intorno alle sue sponde.

Salini non ha chiesto il consenso della popolazione locale prima di avviare i lavori di costruzione della diga, e e ha inoltre affermato che i popoli sarebbero stati compensati delle loro perdite grazie a esondazioni artificiali. Tuttavia, la promessa non si è mai concretizzata e migliaia di persone ora rischiano di morire di fame.

Gli indigeni della bassa valle dell’Omo dipendono dalle esondazioni stagionali per irrigare le coltivazioni e abbeverare il bestiame.

Gli indigeni della bassa valle dell’Omo dipendono dalle esondazioni stagionali per irrigare le coltivazioni e abbeverare il bestiame. © Terry Hughes/Survival

La regione, già preziosa in quanto culla dell’evoluzione umana, è anche un’area di eccezionale biodiversità, che conta due siti dichiarati Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO e cinque parchi nazionali. Il responsabile dell’Agenzia keniota per la Conservazione ha dichiarato la settimana scorsa che la diga sta provocando “uno dei peggiori disastri ambientali che si possano immaginare.”

Durante una visita al cantiere della diga nel luglio 2015 il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha elogiato l’azienda italiana dichiarando: “Siete una delle aziende più forti al mondo per le infrastrutture, la numero uno per le dighe; capace di innovare, di costruire, di seminare pezzi di futuro. Siamo orgogliosi di voi, di quello che fate e di come lo fate.”

“Eppure, Salini ha ignorato evidenze schiaccianti, ha fatto false promesse e ha calpestato i diritti di centinaia di migliaia di persone” ha dichiarato il Direttore generale di Survival International Stephen Corry. “A migliaia ora rischiano di morire di fame perché la più grande e famosa impresa costruttrice italiana non ha pensato che i diritti umani meritassero il suo tempo e la sua attenzione. Le conseguenze reali della devastante concezione che il governo etiope ha dello ‘sviluppo’ del paese – vergognosamente sostenuta dalle agenzie per lo sviluppo di nazioni occidentali tra cui Italia, Gran Bretagna e Stati Uniti – sono sotto gli occhi di tutti. Derubare della loro terra popoli largamente autosufficienti e causare ingenti devastazioni ambientali non è ‘progresso’: per i popoli indigeni è una sentenza di morte.”

Note ai redattori:
– Questa settimana, dal 13 al 17 marzo, il Presidente della Repubblica Mattarella è in visita in Etiopia. Survival International chiede al Presidente di usare la sua influenza per garantire il rispetto dei diritti dei popoli indigeni della valle dell’Omo.
Leggi alcuni estratti del rapporto stilato dopo una missione dei principali donatori di aiuti all’Etiopia (DAG) nella valle dell’Omo, nell’agosto 2014.
– Per richiedere una copia dell’Istanza specifica presentata da Survival all’OCSE, contattare l’ufficio stampa o chiamare il numero 02-8900671.
– Il programma televisivo Scala Mercalli ha appena dedicato un servizio a quanto sta accadendo nella valle dell’Omo. Guarda il pezzo andato in onda sabato scorso, 12 marzo su RAI3.

thanks to: Survival

Bertha Cáceres rinascerà nelle lotte dei popoli

Commovente saluto da parte di un intero popolo alla dirigente indigena vittima di assassinio politico.

La EsperanzaQuesto sabato nessuno è voluto rimanere a casa. Tra slogan e lacrime, migliaia di persone hanno dato un commovente addio alla dirigente indigena Bertha Cáceres, brutalmente assassinata lo scorso 3 marzo.

“Bisogna punire gli autori intellettuali e materiali”, “Basta impunità” hanno chiesto a gran voce.

C’è molta gente a La Esperanza. Molta. Le strade sono piene zeppe. Nessuno è voluto rimanere a casa. È stato troppo forte il richiamo per dare un ultimo saluto alla combattiva dirigente indigena Bertha Cáceres.

“Per la nostra Bertha, nostra mamma, nostra figlia, la nostra guida”, ripetono quasi all’unisono Olivia, Bertita, Laura e Salvador, figlie e figlio della coordinatrice nazionale del Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras, Copinh, durante un’improvvisata conferenza stampa. Austra Bertha, la madre della leader indigena e altri famigliari li accompagnano.

Venerdì, Bertha Cáceres, la compagna, la preziosa amica che lottava per la vita, per la difesa dei fiumi e delle montagne, la donna che insieme al Copinh, al popolo Lenca, al movimento sociale e popolare in resistenza, ha iniziato una lotta senza tregua contro un modello politico ed economico che definiva “neoliberista, razzista e patriarcale”, avrebbe compiuto gli anni.

Codardi assassini -autori intellettuali e materiali- hanno spezzato la sua vita.

La gente è venuta a rendere omaggio al suo sacrificio. A questo miracolo di essere umano che ha insegnato al mondo il significato più profondo di vivere con impegno e abnegazione, conoscendo i rischi e affrontandoli con coraggio, sognando che un mondo migliore è possibile.

Alcuni volti sono pieni di profonda tristezza, altri mostrano smorfie di rabbia impressionanti.

Bertha viaggiava molto per far conoscere l’esperienza del Copinh, lo sforzo per emanciparsi di un movimento sociale e popolare che non si arrende. Però voleva sempre tornare alla terra che l’ha vista nascere, che l’ha presa per mano, che ha sorretto i suoi piedi, che l’ha protetta e che si è inzuppata del suo sangue, che oggi la vede rinascere moltiplicata nelle lotte dei popoli.

La gente si avvicina al feretro sorretto da migliaia di mani. Molti piangono, altri stringono i pugni, urlano a gran voce “Bertha vive, la lotta continua”, “Bertha non è morta, si è moltiplicata”, “Giustizia, Giustizia”.

“La Nostra Bertha vive”

Olivia, Laura, Bertita e Salvador esigono investigazione indipendente

“Non si può distorcere la verità sul crimine che ha posto fine alla sua vita. Sappiamo per certo che i motivi del suo vile assassinio sono state la resistenza e la lotta contro lo sfruttamento dei beni comuni, delle risorse naturali e la difesa del popolo Lenca”, segnalano le figlie, il figlio e la madre di Bertha Cáceres in una lettera aperta.

“E’ un tentativo di porre fine alla lotta dei Lenca contro ogni forma di sfruttamento e saccheggio. Un tentativo di interrompere la costruzione di un nuovo mondo”, hanno aggiunto.

Hanno ricordato anche che le circostanze della sua morte si collocano nel mezzo della lotta contro l’istallazione del progetto idroelettrico Agua Zarca, sul fiume sacro Gualcarque.

Contemporaneamente hanno preteso che si faccia chiarezza sulle responsabilità dell’impresa di capitale honduregno Desarrollo Energéticos S.A. de C.V (DESA), e hanno accusato sia DESA che le istituzioni finanziarie nazionali (Ficohsa) e internazionali (FMO, Finn Fund, Bcie), “della persecuzione, criminalizzazione, stigmatizzazione e delle costanti minacce di morte” rivolte a Bertha, i suoi figli e i membri del Copinh.

“La responsabilità dello Stato honduregno è di avere in gran misura ostacolato la protezione della nostra Bertha, e di avere propiziato la sua persecuzione, criminalizzazione e morte”, avendo scelto di tutelare “gli interessi delle imprese rispetto alle decisioni e ai mandati delle comunità”, hanno denunciato commossi ma con grande fermezza e dignità.

I poteri forti e il governo sono i responsabili

Un modello assassino e predatore

Un’emozionante celebrazione ecumenica dei sacerdoti Ismael “Melo” Moreno e Fausto Milla, ha coinvolto la folla, che si è avvicinata alla bara, immersa in un silenzio irreale, interrotto solamente da grida, applausi e i tamburi e i canti del popolo garifuna.

“Melo” ha chiesto ai presenti di unirsi in un gran movimento nazionale per fermare un sistema che agisce contro gli interessi del popolo. Li ha poi invitati a lottare affinché si blocchi definitivamente il progetto Agua Zarca e quasiasi altra modalità di saccheggio del territorio e delle sue risorse naturali.

Dopo gli applausi e le lacrime che scandivano i nomi, gridati con forza, dei martiri della storia recente dell’Honduras, un mare di persone si è nuovamente riversata nelle strade di La Esperanza, per accompagnare Bertha verso l’ultima dimora.

“I responsabili del suo omicidio sono i gruppi di affari in combutta con il governo nazionale, i governi locali e le istituzioni repressive dello Stato, che stanno dietro ai progetti estrattivi sviluppati nella regione.

I finanziatori di questi progetti di morte sono anche responsabili per la morte di tante altre persone che lottano contro lo sfruttamento dei territori”, hanno denunciato Olivia, Laura, Bertita e Salvador.

“Non permetteremo che la sua immagine diventi un logo insignificante, rivendichiamo la nostra Bertha nella lotta permanente ed energica per la difesa della vita, dei territori e contro un sistema di sfruttamento e di saccheggio”, hanno ribadito i famigliari della leader indigena.

Hanno anche chiesto che si istituisca una commissione internazionale imparziale per l’investigazione di questo crimine, tra cui la Commissione interamericana dei diritti umani, Cidh, organizzazioni internazionali per i diritti umani e gli organi governativi competenti.

Hanno domandato rispetto per l’integrità della sua persona.

“E’ stata una combattente eterna contro il razzismo, il patriarcato e il sistema capitalista oppressore e assassino. La sua lotta si è caratterizzata per un forte antimperialismo, costantemente corroborato dalle sue pratiche internazionali e dal suo totale rifiuto del colpo di Stato (2009), finanziato e sostenuto dagli Stati uniti”, hanno indicato.

Per ultimo hanno preteso la cancellazione immediata e definitiva del progetto idroelettrico Agua Zarca e “di tutte le concessioni minerarie, di dighe, per lo sfruttamento dei boschi e di tutti quei progetti che minacciano la sovranità nazionale”.

La CIDH concede misure cautelari

Minacce al Copinh

La grave situazione d’insicurezza in cui stanno vivendo i membri del Copinh, i famigliari di Bertha Cáceres e Gustavo Castro Soto, sociologo messicano e testimone oculare dell’omicidio della leader indigena, ha spinto la Cidh a concedere loro misure cautelari.

Il Copinh ha intanto emesso un comunicato nel quale accusa il governo di Juan Orlando Hernández di manipolare l’investigazione dell’omicidio di Bertha, insinuando che si tratti di un omicidio passionale e che esista un coinvolgimento diretto di alcuni membri dello stesso Copinh.

La solidarietà nazionale e internazionale non ha cessato un solo istante di fare sentire la propria voce. Mai prima d’ora si era vista tanta partecipazione.

“Non hanno solamente ucciso nostra madre, hanno ucciso la madre di un intero popolo. Facciamo un appello affinché si intensifichino le mobilitazioni, le denunce e le dimostrazioni di solidarietà per chiedere vera giustizia. BERTHA VIVE!”, si conclude il comunicato dei figli e della madre di Bertha Cáceres.

Il cimitero non è sufficiente grande per contenere l’enorme folla che ha voluto accompagnare Bertha. Sulla bara cadono i primi fiori e la pioggia. Anche il cielo sembra aver voluto mostrare il proprio dolore.

Sabato è stato un giorno di ricordi, tristezza e pianto. Ciò che viene dopo è lotta.

Bertha Cáceres, indubbiamente, ne farà parte.

6 marzo 2016

Rel-UITA | LINyM

Traduzione Giampaolo Rocchi

Galleria de foto 1

Galleria de foto 2

tratto da Associazione Italia-Nicaragua

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