PLO Urges International Media to Refrain from Using Term ‘Temple Mount’ to Refer to Al-Aqsa Mosque

RAMALLAH, November 8, 2014 (WAFA) – The Palestinian Liberation organization PLO expressed concern over the use of the inaccurate term “Temple Mount” to refer to Al-Aqsa Mosque Compound in Jerusalem, urging all international media representatives to adhere to international law and correct any other existing terminology used.

“The Al-Aqsa Mosque compound is not a disputed territory and all other terms, therefore, are null and void,” stated the statement.

Al-Aqsa Mosque Compound, sometimes referred to as the Noble Sanctuary (“Haram al-Sharif” in Arabic), is the compound that contains Al Aqsa building itself, ablution fountains, open spaces for prayer, monuments and the Dome of the Rock building. This entire area enclosed by the walls which spans 144 dunums (almost 36 acres), forms the Mosque.

Sacred to approximately 1.6 billion Muslims around the world, and a symbol for all Palestinians, the Mosque has been under exclusive Muslim sovereignty and control since the construction of the Dome of the Rock in 692 CE. As such, any entrance to the Al Aqsa Mosque must be agreed and coordinated by the Muslim Waqf.

Al-Aqsa Mosque Compound is located in East-Jerusalem, an internationally recognized part of the Occupied State of Palestine, stressed the statement.

Since Israel’s military occupation of East Jerusalem in the June 1967 War, several plots by Settler organizations and other Zionist extremists to blow up the Mosque were uncovered by the Israeli authorities, it said.

“In 1980, Israel adopted the “Basic Law” on Jerusalem, which ratified the annexation of Occupied East Jerusalem to Israel; which the international community ‘does not recognize’, in line with UN Security Council Resolution 478.

This Resolution rejected the Israeli measure as a violation of the Fourth Geneva Convention and determined that, “all legislative and administrative measures and actions taken by Israel, the occupying Power, which have altered or purport to alter the character and the status of the Holy City of Jerusalem, and in particular, the recent ‘basic law’ on Jerusalem, are null and void.”

Today, many settler leaders, with the support of the Israeli government, continue to incite against this sacred site, and consequently provoke Palestinian fears and anger.

The statement stressed that Israel, the occupying power, has failed at stopping settler extremists from entering the Mosque and this constitutes a violation of the Waqf’s custodianship and its obligation as an occupying power to maintain public order and civil life in the occupied territory.

T.R.

thanks to: WAFA

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Palestine

“Occupied Palestinian Territories.” International Year Book and Statesmen’s Who’s Who.
Edited by: Jennifer Dilworth, Megan Stuart-Jones. Brill Online, 2013.
Library. 27 October 2013 <http://referenceworks.brillonline.com/entries/international-year-book-and-statesmens-who-s-who/occupied-palestinian-territories-COM_state_3385&gt;

Testimonanze dalla Palestina occupata, colline a sud di Al Khalil (Hebron)

Lo staff dell’Operazione Colomba ha avuto la possibilità di intervistare Hafez Huraini (H.), il portavoce del Comitato Popolare di Resistenza Nonviolenta delle South Hebron Hills, durante un viaggio di conoscenza in Italia a maggio del 2010. In quanto volontaria del corpo civile di pace, ho assistito all’incontro e ho inoltre avuto la possibilità di intervistare alcuni volontari (M., F.) che hanno seguito il progetto dell’organizzazione in Israele/Palestina. Le interviste sono state raccolte nell’ottica di testimoniare l’esperienza nonviolenta vissuta dagli abitanti dell’area delle South Hebron Hills. Lo scopo principale è stato quello di rilevare la connessione tra la nonviolenza e la riconciliazione come strumenti di gestione e di risoluzione costruttiva del conflitto in Israele/Palestina e in particolare nella zona delle South Hebron Hills. Nel territorio la scelta di gestire il conflitto adottando la strategia nonviolenta è stata promossa da alcuni abitanti del villaggio di At-Tuwani. Hafez Huraini descrive come è stata maturata questa decisione attraverso la narrazione della sua esperienza personale. H. afferma: «Sono nato e cresciuto sotto l’occupazione israeliana e con la violenza dei coloni. E la mia esperienza con la violenza e la nonviolenza è cominciata quand’ero piccolino. Un giorno pascolavo le pecore con mio fratello e degli uomini arrivarono correndo dietro a mio fratello per picchiarlo. Sono scappato a casa e ho detto a mio padre che era arrivata della gente che ci aveva attaccato. Lui mi disse semplicemente che erano coloni. Io non sapevo cosa volesse dire quella parola, chiedevo solo la protezione di mio padre. Ma lui mi disse di pregare. Quindi la mia domanda fin da piccolo è stata: come faccio a proteggermi visto che i miei genitori non possono? Devo diventare violento per spaventare chi vuole attaccarmi? I coloni hanno continuato ad attaccarci anche negli anni successivi. Dalla fine degli anni ‘80 il loro comportamento è diventato sempre più violento. Dal 1999 al 2000 c’era stata un’evacuazione. Le camionette militari avevano portato via gli abitanti dei villaggi. La mia famiglia è sempre stata proprietaria di una valle. Noi abbiamo sempre coltivato la valle fino a quando, nel 2003, i militari hanno cominciato a cacciarci via col bulldozer minacciando di ucciderci. Sono stato arrestato. La terra è stata confiscata ed è stata data ai coloni. Il fatto è che tu vivi quest’ingiustizia così forte e non puoi fare nulla. In quel momento abbiamo iniziato ad invitare gli israeliani e gli internazionali. Le cose che più mi hanno aiutato nella scelta nonviolenta sono stati due episodi della mia vita. Il primo episodio è stato quando i coloni hanno attaccato mia madre. Io ero nel villaggio e ho sentito urlare e ho visto che 7 coloni stavano attaccando mia mamma. E quando i coloni mi hanno visto, questi hanno iniziato a spararmi addosso ma io sono corso lo stesso verso mia mamma. Mentre i coloni mi sparavano stavano anche chiamando l’esercito che infatti dopo poco era arrivato. Mia mamma è stata ricoverata in clinica per tre giorni. Poi è tornata a casa. A livello di sentimenti io sentivo un forte desiderio di vendetta e lo confidai a mia madre. Mia mamma mi disse: “Quello a cui hai assistito è un’assoluta ingiustizia però tu devi trovare il modo giusto di reagire a questa ingiustizia altrimenti tu verrai ucciso e noi saremo cacciati”. Non ho mai dimenticato questa frase. Da quel momento ho avuto chiara una cosa: la strategia dell’occupazione prevedeva il sostegno tra i coloni e l’esercito. I coloni ci spingevano con la forza ad usare la violenza in modo da poter avere una giustificazione per mandarci via con l’appoggio dell’esercito israeliano. Per questo abbiamo trovato nella. nonviolenza una forma di lotta che non desse alcun pretesto ai coloni e all’esercito per infliggerci ulteriori violenze o per mandarci via dal luogo in cui siamo nati. La strategia dell’occupazione israeliana mira a tenerci dentro un circolo di violenza in cui noi da vittime passiamo per i criminali. Il secondo episodio che mi ha sostenuto nella lotta per la nonviolenza e per la riconciliazione è stato questo. Io sono diventato molto presto un bersaglio per i militari perché ogni settimana organizzavamo qualche iniziativa nonviolenta o c’erano incontri con l’altra parte nel villaggio. Almeno dieci o dodici volte al mese i militari entravano in casa mia, mi buttavano giù dal letto e distruggevano le cose in casa intimandomi di smettere di invitare gente da fuori. Non volevano che nessuno sapesse qual era la realtà. Questa è stata una sfida molto forte. Io sentivo le urla dei miei bambini durante le incursioni notturne. Però ai militari dicevo: “Se lo fate anche ogni ora io non smetterò”. Quindi si sono stancati prima loro e hanno smesso. Questo fatto mi chiarì un’altra cosa: i coloni e l’esercito non volevano che si sapesse ciò che stava succedendo nell’area. Così alcuni di noi hanno iniziato a spiegare alla gente del posto la strategia attuata dall’occupazione e di come i coloni cercavano in noi la giustificazione dell’uso della violenza per cacciarci. Abbiamo iniziato a coinvolgere le persone del villaggio spiegando loro che avevamo bisogno degli internazionali e degli israeliani in modo che tutti sapessero cosa stava accadendo al nostro villaggio. Non è stato facile perché per i palestinesi gli israeliani sono tutti uguali. Farli parlare con l’altra pare, con quelli che loro considerano i nemici, non è stato affatto facile. Ma poco alla volta i palestinesi hanno capito la realtà: non tutti gli israeliani sono soldati o coloni. Quindi abbiamo iniziato a lavorare a stretto contatto con gli internazionali e con gli israeliani». La scelta nonviolenta è nata dunque in risposta all’approccio distruttivo di gestione del conflitto che gli abitanti israeliani dell’area hanno adottato per continuare a vivere nel territorio e per espandere la propria presenza. La consapevolezza riguardante, da un lato, l’inferiorità delle risorse a disposizione e, dall’altro, gli effetti negativi della violenza ha spinto la popolazione palestinese di Masafer Yatta ad utilizzare una forma di lotta adeguata ai propri mezzi. Gli abitanti dei villaggi sanno che l’attuazione della strategia nonviolenta comporta dei rischi. Alcuni abitanti dell’area sono stati infatti arrestati e torturati. Nonostante ciò, la popolazione palestinese locale è convinta che le conseguenze negative, dovute all’utilizzo della lotta nonviolenta, siano nettamente inferiori agli effetti distruttivi della lotta armata. H. dice: «Nel 2006 hanno iniziato a costruire un muro che impediva le comunicazioni tra Yatta e At-Tuwani. In quei giorni parlavo con le persone e spiegavo alle persone perché stavano costruendo il muro. I militari mi hanno arrestato e mi hanno picchiato rompendomi tutte le costole. Mi hanno rilasciato, ma mi è stato vietato di partecipare alle manifestazioni. Vogliono praticamente controllarmi in tutte le mie azioni per limitarmi. Io non posso smettere di fare quello che faccio perché le persone si fidano di me e ho promesso loro di non dare all’occupazione una scusa per mandarci via. Quindi io so bene che c’è un prezzo da pagare adottando la resistenza nonviolenta. Ma il prezzo da pagare è inferiore a quello che si pagherebbe se si adottasse la strategia violenta. Se come villaggio avessimo scelto la violenza saremmo già stati cacciati». La decisione di attuare la resistenza nonviolenta come forma di lotta all’occupazione viene considerata dai volontari dell’Operazione Colomba che la promuovono un efficace sostegno al processo di pace. Coloro che realizzano quotidianamente le attività nonviolente stanno poco alla volta coltivando e acquisendo le capacità tipiche dell’attore nonviolento130. M. dice: «La nonviolenza l’ho vista più che altro nella persona di Hafez perché lui sento che ha proprio dentro un equilibrio e una serenità che riesce a trasmettere anche dai comportamenti. Invece in molti altri ho visto proprio una scelta nonviolenta provenire da una profonda rabbia dentro e per questo le persone sono tutte molto in cammino. La stessa cosa per la Palestina: non è che uno va giù e che se dà anche tutta la sua vita cambia le cose, ma può fare molto legandosi alle persone. Nel villaggio di At-Tuwani solo se si passa tantissimo tempo e tantissima vita si possono avere dei risultati che sono enormi però ci devi dedicare tanta vita insieme. Il concetto è: ti devi legare a delle persone e devi camminare con quelle persone». F. afferma: «Quando i coloni sono venuti ad attaccare le pecore, noi eravamo in mezzo ai pastori. Un bimbo, figlio di un pastore, ha preso una pietra da terra per tirarla al colono. Suo padre che era dietro gli ha urlato: “Lascia giù quella pietra”. In quel momento ho pensato che questa gente credesse veramente nella resistenza nonviolenta. Gli stavano ammazzando la sua unica forma di sostentamento, eppure lui non ha ceduto. Sono sbalordita. Ogni mattina queste persone si svegliano e continuano a scegliere la nonviolenza. Un giorno, durante una marcia in cui i bambini manifestavano per i loro diritti, una mia collega è stata arrestata. Per me è stato un duro colpo. Però, allo stesso tempo, avevo in mente le facce dei bambini. I bambini sono riusciti a marciare con tutte le bandiere, gli slogan, mentre i soldati hanno fermato i coloni che volevano attaccare il corteo. La gioia di questa gente che ha lottato per i propri diritti e la loro soddisfazione. Lì mi sono detta: “ecco vale la pena anche quello che abbiamo patito a causa dell’arresto”. Il sacrificio si fa se si vede il risultato». Gli obiettivi che gli abitanti palestinesi delle South Hebron Hills si sono prefissi di raggiungere attraverso la resistenza nonviolenta hanno richiesto la stretta collaborazione tra la popolazione locale, gli operatori internazionali e gli israeliani. La presenza internazionale non solo garantisce la diminuzione del livello di tensione tra le parti, ma ha assunto in alcuni casi il ruolo di mediatrice tra la popolazione locale palestinese e la controparte locale israeliana. Inoltre, il coinvolgimento diretto della popolazione israeliana nella resistenza nonviolenta portata avanti a Masafer Yatta crea le basi per la costruzione di una soluzione di pace duratura in quanto inclusiva di tutte le parti implicate nel conflitto. H. asserisce: «Io vengo da una famiglia in cui mi hanno insegnato a non odiare, mia madre è sempre in prima fila nelle manifestazioni a parlare con i soldati. E ho capito una cosa: se scegli la violenza sei solo, ti devi nascondere; se scegli invece la nonviolenza hai bisogno della solidarietà degli altri, non puoi farlo da solo. Noi abbiamo bisogno di solidarietà dagli israeliani e dagli internazionali perché siamo nel giusto ma la nostra voce è veramente debole e dobbiamo farla sentire. Dobbiamo portare la verità su ciò che sta accadendo a noi. Portare questa verità alla società israeliana, al mondo intero, al fine di produrre un cambiamento positivo. Noi siamo vittime di ingiustizie e violenze, ma anche voi occidentali siete vittime, vittime degli organi d’informazione che nascondono la verità. E i coloni, come l’esercito, sono gli strumenti attraverso i quali l’occupazione cerca di raggiungere il suo obiettivo sull’area, cioè mandarci via e annettersi i terreni. Ancora oggi è aperta presso l’Alta Corte Israeliana una petizione che vede da un lato gli abitanti dell’area che chiedono di rimanere dove sono nati e dall’altro il Ministero della Difesa Israeliano che chiede di annettersi l’intera aerea per farvi una zona di esercitazioni. Per questo penso che dobbiamo lavorare con tutte le parti: lavorare per la pace e parlare di pace. Non solo israeliani e palestinesi ma anche internazionali. Noi dobbiamo lavorare in tutte le direzioni per fermare le violazioni dei diritti umani, le violazioni delle leggi internazionali e perché vengano applicate le risoluzioni delle Nazioni Unite». M. aggiunge: «Se una parte comincia ad agitarsi e a fare qualcosa, sicuramente l’altra parte reagisce, per cui questo è un aspetto non so se negativo perché comunque come era obiettivo anche di M.L.King cioè quello di rendere la situazione talmente instabile che non si possa continuare così, ma che si sia costretti a dialogare e a fare qualcosa131. In questo modo l’altra parte deve riconoscere che la parte più debole ha il diritto di vivere». Per realizzare questi obiettivi la strategia nonviolenta si basa sulla realizzazione di diverse attività congiunte in cui ad ogni attore coinvolto spetta un preciso compito. H. afferma: «La nostra strategia è basata da un lato sui ricorsi legali in cui ci aiutano le organizzazioni israeliane per i diritti umani come ACRI e Yesh Din, e dall’altro sulla comunicazione con i media in cui ci aiutano gli internazionali presenti ad At-Tuwani ed i pacifisti israeliani come Rabbini per i Diritti Umani e Ta’ayush. Ogni giorno la popolazione palestinese dell’area sceglie le nonviolenza continuando ad usare i campi da cui viene scacciata con la forza, facendo azioni e manifestazioni nonviolente e, per esempio, per quanto riguarda i bambini, continuando ad andare a scuola, nonostante il reale rischio di essere picchiati dai coloni. Io penso a quali sono i nostri compiti: come palestinesi lavorare duro per far conoscere la realtà in cui viviamo perché il mondo non sa cosa succede da noi e anche lavorare per costruire la cultura di riconciliazione tra i due popoli. Per questo dobbiamo concentrarci sui bambini perché loro sono il futuro. E per questo stiamo cercando di far giocare insieme bambini israeliani e palestinesi attraverso le partite di calcio. Per quanto riguarda gli israeliani: molti di loro sono vittime di quello che il governo vuol far loro credere e si fidano di ciò che i media gli raccontano, non conoscono ciò che sta succedendo realmente. Cerchiamo di far conoscere ciò che stiamo facendo ad At-Tuwani. Agli internazionali dico: state facendo un grande lavoro nelle colline a sud di Hebron». L’intervento civile dei volontari dell’Operazione Colomba garantisce una forma di deterrenza rispetto agli abusi perpetrati dai coloni e dai soldati israeliani. Inoltre la posizione esterna e la modalità d’intervento dell’Operazione Colomba promuovono la costruzione di concreti spazi di dialogo tra le parti attraverso l’instaurazione di un rapporto di fiducia con esse (Kelman, 2005). Infatti il fatto che gli operatori realizzino le proprie attività sia con la parte palestinese delle South Hebron Hills sia con la parte israeliana di Gerusalemme e Sderot ha contribuito ad eliminare il pregiudizio di alcuni soldati israeliani secondo cui gli internazionali sostengono solo la parte palestinese. M. dice: «La volontà di incontrarsi e di cambiare deve venire dalle persone che vivono giù, noi siamo solo testimoni e possiamo creare uno spazio di incontro tra le persone. Il dialogo è possibile solo tra due persone che si guardano negli occhi non tra una persona che è in ginocchio e una che è in piedi». F. aggiunge: «Secondo me noi possiamo essere spazi di dialogo perché comunque il fatto di vedere il mondo in bianco e nero, quindi in oppressori ed oppressi, in vittime e carnefici, istintivamente viene fuori, per cui in questo caso noi siamo quel terzo elemento che non rientra né nell’uno né nell’altro. Secondo me, dovremmo cercare di far vedere le cose con una lente di vetro, come mettere gli occhiali sia ai palestinesi che agli israeliani, perché vedano nell’altro appunto una persona e non una vittima o un carnefice, un bene o un male. Uno dei nostri compiti secondo me è quindi quello di fare gli oculisti. Però mi rendo conto che deve partire da loro, dalle persone che vivono lì, perché la cosa che più facilmente ci possiamo sentir dire è “Voi chi siete? Con che diritto venite a dirmi queste cose qui che non siete qui”. Il fatto di essere esterno ci dà comunque la possibilità di avere un’ottica magari un po’ più distaccata. A noi è poi data la possibilità di parlare perché viviamo lì, subiamo le ingiustizie che subiscono loro, a fianco a loro, se no non avremmo la possibilità di parlare. Se noi venissimo dall’Italia solo per parlare, per creare questi spazi qui, senza vivere con le persone non avremmo credibilità». La modalità di intervento realizzata dall’Operazione Colomba permette agli operatori internazionali di acquisire credibilità di fronte agli attori in lotta. Il punto di vista esterno ha quindi la possibilità di essere ascoltato e di influenzare le parti in conflitto. In questo modo i soggetti coinvolti possono sviluppare un’ottica differente con cui interpretare le dinamiche conflittuali e le azioni della controparte. I risultati raggiunti, rispetto agli obiettivi prefissi e alle attività svolte, dimostrano l’efficacia della resistenza nonviolenta realizzata attraverso l’azione congiunta degli attori coinvolti. Inoltre la modalità di intervento promossa dall’Operazione Colomba si è dimostrata efficace nel realizzare alcuni principi della spiritualità della nonviolenza132. Alcuni degli attori in conflitto più “arroccati” sulle loro posizioni hanno aperto la propria coscienza alla possibilità di un cambiamento di condotta. H. dice: «Da quando gli internazionali sono presenti, la violenza dell’esercito è minore e quella dei coloni è diminuita. Poi quando la violenza si manifesta ugualmente, grazie alla presenza degli internazionali riusciamo a farla conoscere alla società israeliana e al mondo in modo da creare un cambiamento. Adesso i palestinesi vanno nei loro campi e arano e seminano e raccolgono e lo possono fare per la solidarietà con gli internazionali e con gli israeliani e contro questo i coloni e i soldati possono fare poco. Poi abbiamo continuato a lavorare sulle nostre azioni nonviolente con gli internazionali e gli israeliani e durante l’azione nonviolenta abbiamo raggiunto risultati importanti. Per esempio le terre confiscate e i villaggi evacuati sono stati ripresi e i villaggi ripopolati». F. racconta un episodio significativo: «Noi volontari abbiamo denunciato alle autorità competenti, attraverso la registrazione effettuata con la videocamera, un comportamento offensivo tenuto da alcuni soldati israeliani nei nostri confronti. Per questo quei soldati sono stati arrestati. Un giorno abbiamo incontrato un loro amico. La prima volta che lo abbiamo visto ci ha attaccato a urla, urlandoci contro, dicendo che manipolavamo la situazione e che non era giusto che i suoi amici fossero in galera per colpa nostra. Una volta si è sfogato un po’ così e noi siamo rimasti lì a prenderci gli insulti praticamente. Dopo essersi sfogato si è un po’ calmato e ha iniziato a parlare, noi eravamo tesissimi, ci ha chiesto un po’ cosa ne pensavamo, cioè di dire un po’ la nostra, da lì noi abbiamo cominciato a raccontare chi siamo e la cosa bella è stata quando gli ho raccontato dell’Operazione Colomba, della presenza, dello spirito della Colomba, della riconciliazione, della presenza da entrambe le parti. Questa cosa qui lo ha colpito perché lui pensava che fossimo solo lì a sostegno della comunità palestinese e che non ce ne fregasse niente di quello che pensavano loro, anzi che fossimo contro di loro. Invece si è creato uno spazio di dialogo e tutte le volte successive che veniva a fare la scorta con i bambini, si è sempre fermato cinque o dieci minuti a chiacchierare: come va, come non va. Finché dopo un paio di settimane ci è venuto a salutare dopo una scorta. Ha detto: “Domani io vado via, mi sono fatto trasferire”. Gli abbiamo chiesto perché si fosse fatto trasferire e lui ha detto “perché questo posto mi manda proprio in confusione, qui non riesco più a capire chi sono i buoni e i cattivi e non riesco più a gestire la situazione per cui mi sono fatto trasferire sul fronte, in un posto dove è chiaro, mi hanno detto che di fronte a me ci sono i cattivi e devo sparare in quella direzione. Questa cosa qui mi fa fare meno domande”. Un po’ come dire: non vedo in faccia il mio nemico per cui vado meno in confusione. Questa cosa è pesantissima, farsi trasferire perché in quella situazione lui non riusciva più a capire chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Ed era lo scopo nostro, quello di fargli capire che non ci sono i buoni e i cattivi, che il mondo non è diviso in due. Quello pur nella delusione, quando lui ci ha detto che si sarebbe fatto trasferire, perché d’istinto mi veniva da dire: “Cavoli, proprio adesso”, quindi nella tristezza della scelta che aveva fatto lui, mi è venuto da dire “Però un semino lo abbiamo buttato”, sperando che lui magari non regga molto la situazione neanche là e cambi drasticamente». Gli esiti positivi raggiunti motivano la popolazione palestinese a portare avanti la resistenza nonviolenta nonostante le difficoltà. Infatti gli attori in lotta sono disincentivati a sostenere la realizzazione del processo di pace nel momento in cui i loro sforzi di riavvicinamento non producono un impatto decisivo nel modificare la situazione contingente (Ramsbotham, 2010; Kelman, 2005). L’adozione dello strumento di lotta nonviolento si è rivelato efficace nel superare questa difficoltà. Inoltre una parte di popolazione israeliana si sta sempre più profondamente rendendo conto delle conseguenze negative dovute all’uso della forza nel conflitto. H. asserisce: «Le persone di At-Tuwani hanno continuato nella scelta nonviolenta perché ne vedono i risultati e i giovani imparano dalla nostra lotta quotidiana. Questo mantiene alta la speranza delle persone perché è una lotta che durerà tutta la vita». F. afferma: «Credo che una parte della gente comune, da entrambe le parti, non ne può più. Penso proprio che la gente comune si è resa conto che con la violenza non si ottiene niente. Gente comune che vive nei villaggi, ma anche israeliani. Io ho avuto la fortuna di studiare ebraico in una scuola ebraica tendenzialmente frequentata da israeliani e internazionali, quindi sapere che i giovani hanno voglia di vivere una vita decente, normale, insomma questa è una speranza. Inoltre se tu chiedi “com’è andata finora ti va bene?”, non c’è nessuno da entrambe le parti che ti possa dire di sì. Per cui se come è andata finora non va bene, non ti sta bene, evidentemente qualcosa bisognerà cambiare e non è che puoi dire: “deve cambiare l’altro”, devi cambiare te. Il fatto di dire questa cosa qui ad ognuna delle due parti, lentamente sta funzionando». Il Comitato Popolare di Resistenza Nonviolenta delle South Hebron Hills non ha richiesto alcun appoggio dal punto di vista politico. Il timore di subire strumentalizzazioni a livello politico comprometterebbe l’intero operato svolto e i risultati raggiunti. Il movimento che sostiene la resistenza nonviolenta nell’area è una novità rispetto alle strategie di lotta armata adottate dalla parte palestinese. In questo senso, tale scelta deve essere il più possibile promossa. H. afferma: «Noi siamo assolutamente indipendenti dal punto di vista politico e non vogliamo avere alcun rapporto con i partiti politici. Perché? Perché le persone sono indipendenti. Noi vogliamo stare lontani dal discorso politico palestinese. Noi dobbiamo salvarci e sopravvivere e la scelta nonviolenta è una scelta di vita. Il movimento nonviolento in Palestina è una cosa molto nuova. È cominciata poco tempo fa sui problemi della terra in particolare a Masafer Yatta, ad At- Tuwani e a Bil’in. Deve essere promosso, diffuso e conosciuto perché funziona». L’instaurazione del dialogo tra le parti è una condizione fondamentale affinché il processo di riconciliazione possa realizzarsi. La resistenza nonviolenta attuata nelle South Hebron Hills favorisce la costruzione di uno spazio di dialogo tra gli attori. Infatti la strategia nonviolenta viene effettuata attraverso il coinvolgimento e il sostegno diretto dei propri nemici. In questo modo gli sforzi atti a promuovere il processo di pace sono sostenuti dalla collaborazione di entrambi gli attori in lotta. Inoltre la lotta nonviolenta basandosi sull’aggressione morale dell’avversario non provoca danni alla controparte. In questo modo gli oppressori non hanno la possibilità di fare alcun tipo di rivendicazione perché i propri diritti non vengono intaccati. Bensì i perpetratori hanno la possibilità di riscattare la propria condotta partecipando attivamente al processo di pace. Infine la nonviolenza diventa uno strumento positivo di gestione del conflitto per entrambe le comunità implicate. Attraverso la resistenza nonviolenta, la popolazione palestinese dell’area può sfogare costruttivamente la propria rabbia e le proprie frustrazioni per le ingiustizie subite. Così gli abitanti delle South Hebron Hills riescono a dimostrare l’esistenza e la validità della nonviolenza come alternativa alla lotta armata. Le organizzazioni pacifiste israeliane hanno invece la possibilità di combattere in modo nonviolento contro la strategia politica di occupazione e di violenza condotta dal governo israeliano assumendosene in parte le responsabilità. Entrambe le parti riescono quindi a smantellare la stereotipizzazione del nemico prodotta dalla logica di guerra (Maoz, Ellis, 2008). Gli operatori internazionali ricoprono invece un ruolo che è caratterizzato da due aspetti principali. Da un lato, gli operatori internazionali in quanto parti esterne al conflitto riescono a garantire il rispetto dei diritti umani e a porsi come mediatori tra gli attori in lotta. Dall’altro, gli operatori provenienti dall’Occidente assumono su di sé e affrontano le responsabilità degli errori commessi in passato dalle strategie politiche occidentali. Infatti, il trauma della shoah, subita in Europa dal popolo ebraico nel secolo scorso, è ancora vivo nella memoria collettiva israeliana che spesso viene strumentalizzata per allontanare i volontari internazionali dalle loro attività. Per evitare di costituire un ostacolo al processo di pace, gli operatori internazionali costruiscono uno spazio in cui possano essere promosse la conoscenza delle modalità di azione attuate e l’instaurazione di un rapporto diretto tra i volontari e gli israeliani. Questi elementi fanno sì che la nonviolenza, attuata dalla popolazione palestinese delle South Hebron Hills, prepari il percorso su cui la riconciliazione può effettivamente realizzarsi. H. afferma: «Io non odio i coloni perché loro sono strumento per la politica dell’evacuazione, seguono degli ordini. La politica israeliana li supporta e li spinge ad essere così violenti perché vuole portare avanti la propria di strategia, ovvero quella di fomentare la violenza da entrambe le parti. Le loro convinzioni ideologiche li spingono ad odiare i palestinesi, ma per noi loro sono i benvenuti nell’area. Perché odiarli allora? Per me sono ebrei che fanno cose cattive, non sono ebrei cattivi che fanno cose cattive. Sono degli esseri umani e quindi lo sanno che stanno facendo cose non buone. Per questo noi dobbiamo invitare molte più organizzazioni internazionali e israeliane sui diritti umani per far vedere la situazione e far conoscere la realtà. Perché quello che è successo e che continua a succedere ad At-Tuwani e in tutta l’area è illegale secondo le leggi internazionali. Quindi il punto di partenza deve essere quello di creare una cultura di pace nelle nuove generazioni e poi di costruire un dialogo tra le parti che porta alla riconciliazione. Adesso l’obiettivo palestinese è quello di costruire uno stato. Forse avremo due stati. Ma è impossibile convivere se prima non c’è una cultura della pace, un credere nell’altro, un sentire l’altro e credere nella pace. Per quanto riguarda il rapporto coi coloni israeliani: io per primo cerco di parlare con i coloni ma credo che solo attraverso gli israeliani che vengono ad aiutarci riuscirò a parlare coi coloni. Anche se è davvero difficile perché addirittura i coloni sono contro gli stessi ebrei. Esistono coloni che attaccano altri israeliani». M. aggiunge: «Ricordo un ragazzo che è venuto quando abbiamo fatto una grandissima marcia nel dicembre del 2007, con 200 persone, tutti israeliani e internazionali. Era molto giovane, di origine russa, non era mai stato nei territori occupati, non aveva mai visto niente. Lui era un colono di un insediamento vicino a Gerusalemme ed era rimasto colpito in maniera incredibile vedendo la miseria di un villaggio come At-Tuwani, dove c’è solo deserto. Era dicembre, c’era un po’ fresco e ha fatto un gesto stranissimo: ha lasciato il suo giubbotto su un sasso vicino al villaggio. Non voleva darlo in mano a qualcuno, ha fatto finta di dimenticarselo, in questo modo lo aveva voluto lasciare a qualcuno. Un gesto così simbolico mi ha fatto capire che era rimasto molto colpito. Poi soprattutto Hafez crede in questa cosa, cioè nel creare ponti tra le parti. Lui ha in mente mille progetti, dal fare scuole di calcio nei villaggi, ad andare in Israele. L’anno scorso, durante un campo estivo, ha fatto una gita di bambini e li ha portati tutti in Israele. Ci crede molto. Anche conoscere la società israeliana, andare a Sderot, così può cambiare la prospettiva del conflitto, vedere le difficoltà anche dalla parte israeliana. In questi anni poi ho visto delle piccole aperture. Una nostra volontaria ha incontrato un colono di Ma’on, è andata a casa sua e ha incontrato tutta la sua famiglia. Quello è stato il momento più alto che ho visto io. Di fatto da parte dei coloni c’è grande indifferenza e grande paura delle situazioni, poi c’è un piccolo gruppo che sono proprio delinquenti. La colonia fu anche pensata come un luogo chiuso, perché ha recinzioni, un fossato, le guardie, proprio un luogo difficile, luogo del non incontro assoluto, adesso c’è anche un muro. Però c’è chi non perde la speranza, come Hafez che inventa mille occasioni d’incontro. Ci vuole molto incontro tra le persone di At-Tuwani e gli israeliani in generale. Questa può essere una via che può portare all’apertura di alcuni coloni o all’apertura della colonia stessa». Una condizione che permette la realizzazione del processo di riconciliazione è la costruzione di un dialogo paritario tra gli attori in conflitto (Maoz, 2005). Quando una delle parti si trova in posizione di forza, il processo di riconciliazione viene ostacolato. Infatti «in asymmetric conflict it is the discourse of the weaker party that has a greater incentive to promote strategic engagement, while the discourse of the more powerful party has a greater interest in ignoring or suppressing it» (Ramsbotham, 2010, p.168). Per questo la presenza internazionale dovrebbe riuscire a riequilibrare i rapporti tra le parti minimizzando gli ostacoli al processo di riavvicinamento tra gli attori derivanti da uno squilibrio di potere (Assefa, 1999). F. dice: «La popolazione palestinese nell’area è in ginocchio. D’istinto mi verrebbe da dire che non credo che riusciremmo a rimetterla in piedi in modo che possa trovarsi di fronte la parte israeliana per guardarla negli occhi e dialogare. Però possiamo far incontrare la parte israeliana già in ginocchio con quella palestinese in ginocchio in modo che si possano guardare negli occhi. Cioè, essendo tutte e due in ginocchio, magari riescono a vedere la sofferenza l’uno dell’altro per poi riuscire a rialzarsi insieme». Il percorso di riconciliazione viene quindi sostenuto e costruito attraverso l’intervento nonviolento congiunto tra la popolazione palestinese delle South Hebron Hills, la comunità israeliana e l’appoggio degli operatori internazionali. La riduzione delle violazioni dei diritti umani nell’area di Masafer Yatta favorisce l’organizzazione di incontri tra le realtà israeliane e palestinesi che per prime subiscono le violenze e i disagi del conflitto armato e che, in questo modo, diventano le protagoniste attive del processo di riconciliazione.

Tratto dalla tesi di laurea: GESTIONE DEI CONFLITTI: LA RICONCILIAZIONE NEI CASI KOSSOVO E ISRAELE-PALESTINA di Giulia Zurlini Panza scritta a quattro mani con U.S.

P.S. La sezione della tesi relativa alla storia della Palestina è una personale ricostruzione dell’autore in chiave sionista e colonialista di fatti solo parzialmente riportati e non trova riscontri nella realtà.
Per conoscere la vera storia della Palestina si consiglia di consultare “La pulizia etnica della Palestina” di Ilan Pappé o qualunque altro testo storico.

La corsa della Ferrari nella città occupata indigna i palestinesi

La casa automobilistica correrà nella Città Santa il 13 e il 14 giugno. Protesta dell’Anp: «Violate tutte le convenzioni internazionali». L’azienda non replica.

di Michele Giorgio

Gerusalemme, 12 giugno 2013, Nena News – A Maranello continuano a dimenticare violazioni di diritti, occupazioni militari, convenzioni e leggi internazionali. È accaduto un paio di mesi fa in Bahrain dove la Rossa, senza esitare un minuto, è scesa sul circuito di Sakhir nonostante le proteste popolari che da due anni sono represse del sangue dalla monarchia assoluta che domina quel Paese. Accade ora a Gerusalemme, città occupata secondo le risoluzioni dell’Onu, al centro del conflitto tra israeliani e palestinesi. Dopo Rotterdam, Doha, Rio, Mosca e altre città, la Ferrari sarà protagonista di un’altra esibizione cittadina.

Guidata da Giancarlo Fisichella, la Rossa parteciperà il 13 e 14 giugno alla prima edizione del «Jerusalem Peace Road Show», una sorta di mini GP di F1 su di un circuito di 2,4 km, organizzato dal comune israeliano. Tuttavia non sarà una «strada della pace» quella che percorreranno la Ferrari e gli altri bolidi, perché il tracciato in parte è a ridosso delle mura della città vecchia che rientra nella zona palestinese (Est) di Gerusalemme, occupata da Israele nel 1967. Un aspetto che Giancarlo Fisichella non sembra aver preso in considerazione. «È bellissimo avere l’opportunità di guidare una vettura di Formula 1 sulle strade di una città così affascinante e ricca di storia come Gerusalemme – ha dichiarato il pilota romano, beniamino per diversi anni degli appassionati italiani di F1 – Sono sicuro che l’evento attirerà tantissima gente lungo il percorso, un vero e proprio circuito che si snoderà su e giù per le colline e correrà per una parte accanto alle mura della Città Vecchia».

Appunto, a Gerusalemme Est. D’altronde la linea del «non vedo, non sento, non parlo» non è insolita per la scuderia di Maranello, come insegna il Bahrain. Il video sull’evento a Gerusalemme, visibile sul sito della Ferrari, evidenzia gli abituali aspetti turistici e religiosi della città tralasciando tutto il resto. Eppure, a conferma che il mini gran premio ha il fine anche di affermare il controllo israeliano su tutta Gerusalemme, ci sono proprio le dichiarazioni rese dal sindaco israeliano, Nir Barkat, che parla di città «nostra»: «La nostra è una città aperta a tutti ed è importante mandare un messaggio di pace, senza nessun significato politico». Nessun messaggio politico, afferma Barkat. Intanto non c’è risoluzione internazionale che riconosca Gerusalemme capitale di Israele e, per questa ragione, le ambasciate, incluse quelle degli Stati Uniti e dell’Italia, si trovano a Tel Aviv.

Non sorprendono le proteste palestinesi per l’esibizione dei bolidi di Formula Uno nelle strade della città santa. L’evento, sottolineano i palestinesi, appare particolarmente «offensivo» perché è stato organizzato a sole due settimane dal 46mo anniversario dell’occupazione di Gerusalemme Est. L’Anp aveva chiesto a Maranello di annullare la sua partecipazione al «Jerusalem peace road show». «Questa corsa è un proseguimento della guerra di occupazione (israeliana) che continua a ripercuotersi sulla città santa di Gerusalemme», sottolinea il governo di Ramallah. «L’iniziativa viola tutte le convenzioni e norme internazionali che considerano Gerusalemme una città occupata. È illegale organizzare alcunché su un territorio spogliato della legalità internazionale». Protesta da parte sua Khaled Qedwa, segretario dell’Automobil club palestinese, per il quale «occorre proteggere il carattere arabo della città santa». Proteste che non scuotono la Ferrari.

thanks to: Michele Giorgio

VIDEO: Hebron a besieged city

Wednesday, 05 June 2013

Hebron is a Palestinian city located in the southern West Bank, 30 km south of Jerusalem. It is the largest city in the West Bank and home to approximately 250,000 Palestinians and some 500-850 Jewish settlers concentrated in and around the Old City.

Israeli soldiers arrest a Palestinian during the 2012 olive harvest in the Tel Romeida area of Hebron, while Israeli settlers look on from above (Photo: Ryan Rodrick Beiler)

 

 

Since the Israeli occupation in 1967, settlements have been established in the heart of the Old City, rendering Hebron different from other cities of the West Bank: a divided city.

 

 

 

Yet Hebron is also home to resistance, of permanent unrest. 25 percent of Palestinian prisoners in Israeli jails are from Hebron.

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New report: Palestinian Academia Undermined

Birzeit University (Photo: Birzeit University)

A new report: Academia Undermined: Israeli restrictions on foreign academics in Palestinian higher education institutions, has been issued by the Campaign for the Right to enter the occupied Palestinian territory (RTE).

The quality of Palestinian education and higher education in particular, has been very negatively impacted by the prolonged Israeli military occupation. Schools and universities have been closed for extended periods. Students, staff and faculty have had restricted access to schools and institutions of higher education due to the pervasive and arbitrary Israeli regime of internal movement restrictions. The impacts on all levels of education have been well documented.

 

This report focuses on only one of the many problems related to movement and access restrictions that affect the quality of and access to education in the occupied Palestinian territories (oPt): the implications of Israeli restrictions on entry and residency for foreign academics wishing to serve at institutes of higher education operating in the (oPt). It is important to note that the term “foreign” is something of a misnomer: Israel treats all individuals without an Israeli-issued identity card [“hawiyya”] as a foreigner even if they are of Palestinian origin and even if they and/or their parents are born in Palestine. Thus “foreign” academics refers to anyone who does not hold a Palestinian identity card and must therefore enter the oPt on a foreign passport regardless of whether or not they are of Palestinian origin. “Foreign” academics or “foreign” nationals could therefore be of Palestinian origin (as is frequently the case) or have no Palestinian roots.

 

The report details

The impact on the quality of education provided, and

The impact of the isolation of Palestinian academia from the broader academic community on the development of their academic institutions and educational development in general.

 

It concludes with several recommendations.

 

Research for this study was conducted by the Campaign for the Right to Enter the oPt (RTE), and was based on interviews with university officials, department chairs, faculty members and students at four Palestinian universities, three in the West Bank (Birzeit, Al-Quds, and Bethlehem) and one in Gaza (Islamic University of Gaza). Interviews were also undertaken with Israeli academics, and some case studies and testimonies were gathered on the actual experiences of foreign academics trying to enter the oPt and work at Palestinian universities. Additional material presented is drawn from RTE’s previous and ongoing research into issues around issues of access, movement and residency in the Israeli-occupied Palestinian territory.

 

 

Read the executive summary here.

 

Read  the full report here.

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“Mom, What Happened To My Legs”

Saturday May 25, 2013

Ata Mohammad Sharaka is only 13 years old, last week he was shot in the back, by a live round fired by Israeli soldiers at him near the Al-Jalazoun refugee camp, north of the central West Bank city of Ramallah. He was then moved to the Hadassah Israeli hospital in Jerusalem, suffering serious injuries, after the bullets hit his spine causing paralysis.

“Last Sunday, April 19, Ata came back home without his schoolbag after Israeli soldiers took it from him when they detained several students of the UNRWA school in the camp” his mother, I’timad Yassin, who stays next to him at his hospital bed, told WAFA, “They told him he’ll get his bag the next day from the school principal.”

The next day, Ata went to get his school bag, the situation in the refugee camp was calm, no clashes or confrontations, and then he bought Coke and sat in front of the shop to drink it.

He suddenly then fell onto the ground, and could not get up, he did not know what hit him, and shouted at some children playing nearby who rushed to help him, but they did not know what is wrong, and asked a young man to help.

The young man carried Ata, who was bleeding from his back, and took him to the Palestine Medical Center in Ramallah.

“I returned to the camp back from work, and some children told me that Ata was shot by the army, at first, I did not believe them because the situation was calm, and no clashes have taken place with the Israeli army”, the mother said, “I then called his father who has a store in Jifna nearby village, he said he did not see Ata today, I then just rushed to the hospital and the doctors told me that my son was shot, and is under surgery”.

The doctors said that Ata was shot in the back, the bullet hit his spine, shattering it, and penetrated his lung.

“They told me that my son will not be able to walk, at least for now, I was crying and screaming”, the mother said.

“My son was then moved to the Hadassah Hospital, the doctors said he was in a critical condition, and that the doctors in Ramallah did what was necessary to save his life”, the mother added, “They told us that he will remain hospitalized for at least two weeks before he can start physical therapy.”

The mother, with a low fragile tired voice and tears flooding her cheeks, tired restless eyes and body, continued, “Ata wakes up from time to time, he keeps telling me about what happened, then he always repeats the same question ‘Mom what happened to my legs, why can’t I move them’, the doctors try to keep him sedated for now due to intense pain he suffers”.

She said that the doctors told her that he is now is a stable condition, his life is not in danger anymore, “but his condition is not improving, yet it is not worsening”, the mother added.

“What did my son do to them to be shot like this, he did not even participate in protests, his only fault is that he went to retrieve his bag”, she continued, “Is he guilty because he wanted to get ready for his final exams of his seventh grade, is this a crime, is humanity gone, where are human rights groups”.

The soldiers claim that they shot him during clashes, and that he was trying to climb a settlement wall.

“But my son was shot while sitting in front of the shop, trying to drink his coke, in an area that is far away from the settlement and its walls…”, the mother said.

The child will be hospitalized for nearly two more weeks, before he is moved to a rehabilitation center, his only “fault” is that he went to school, and went back to retrieve his bag that was taken away by the soldiers, soldiers of an illegitimate occupation, soldiers who run and maintain one of the most cruel and brutal forms of apartheid.

thanks to: Saed Bannoura

Welcome to Israel

di M.R.

Richiedere l’apertura dell’email privata ed avere accesso alla pagina personale di facebook ai turisti in arrivo all’aeroporto di Tel Aviv, non è più una violazione alla privacy.

Il procuratore generale israeliano Yehuda Weinstein, il mese scorso, ha affermato che gli agenti della sicurezza dell’aeroporto Ben Gurion sono stati autorizzati “legalmente” ad entrare negli account privati di email dei turisti. L’eventuale rifiuto potrebbe concludersi in un divieto d’ingresso nel Paese, come sta succedendo negli ultimi anni soprattutto a giovani turisti.
Le autorità israeliane giustificano tali controlli una “necessità di garantire la sicurezza del Paese”.
I controlli non avvengono solo per entrare nel paese, ma anche quando si è in partenza da Tel Aviv: non è un caso raro subire ore di interrogatorio all’aeroporto, non è un caso raro che i servizi di sicurezza israeliani effettuino ricerche con google per verificare contatti, interessi, orientamenti politici e possibili amicizie con palestinesi. Se ti etichettano come “personaggio sospetto”, la security può trattenerti anche una notte prima di farti uscire dal paese.

Lo scorso 31 luglio all’aeroporto di Tel Aviv, in uscita dal paese, sono stata giudicata “altamente pericolosa” dalla sicurezza israeliana. Per questo perquisita e trattenuta. Il mio bagaglio è stato sequestrato e dopo il primo interrogatorio durato 3 ore, che mi ha fatto perdere il volo, sono stata scortata in una stanza di 4mq. per la perquisizione fisica e per il secondo interrogatorio durato ulteriori 3 ore.

……“Come mai sei venuta da sola in Israele?” “Dove hai alloggiato?” “Quali città hai visitato”, “Hai incontrato qualcuno?” “Conosci qualcuno in Israele?” “E’ la prima volta che vieni qui?” “Come mai non hai prenotato alloggi prima della partenza?” “Hai il sospetto che qualcuno ti abbia parlato in arabo?” “Mi dai il cellulare?” “Dove vivi?” “Come si chiamano i tuoi genitori?” “Chi hai incontrato a Gerusalemme?”, “Qualcuno ti ha ospitato”?, “Hai notato qualcuno sospetto?”, “Dove lavori?” “Quanti giorni sei stata a Gerusalemme?, e nel deserto? e… e… e…?” “Hai intenzione di tornare?” “I nomi dei tuoi amici che sono venuti in questo Paese?” “Come mai viaggi senza una guida turistica?” “Perchè sei venuta qui?” “Hai delle bombe?”, “….si hai capito bene, hai delle bombe, delle armi con te?” “Di che religione sei?” “Capisci l’arabo?” ”Sei mai stata in un paese arabo?” …
Sconcerto, paura, agitazione, rabbia…. sono le prime emozioni che ricordo. Le domande vengono ripetute più di una volta in sequenze diverse; devo ricordare quello che ho dichiarato in precedenza!

Durante il sequestro del bagaglio, dico a loro che è assurdo questo interrogatorio, che in nessun altro aeroporto di paesi che ho visitato mi hanno trattato così. Dico che c’è una privacy da rispettare.
Loro mi rispondono che sono tenuti a fare i controlli per la sicurezza del Paese, dei cittadini e della mia.
Trovavo tutto questo fastidioso e imbarazzante, ma mi rendevo conto che mi conveniva collaborare.
Sono stata fortunata per le sole 6 ore e mezzo di interrogatorio e il non aver risposto “sotto giuramento” mi ha aiutato a trovare delle alternative alle risposte esatte: “non prenoto mai quando viaggio”, “cercavo su internet l’alloggio di volta in volta”, “ho incontrato tanti turisti” “la maggior parte del tempo l’ho trascorso a Gerusalemme” “ho alloggiato dalle suore”, “ho visitato i luoghi sacri” ecc.

La verità
Sono stata un mese nei Territori Occupati Palestinesi: ho visitato Ramallah, Hebron, Nablus, Jenin, ho condiviso le mie giornate con persone locali che mi hanno ospitato e accompagnato in giro con entusiasmo, ho intervistato e fatto riprese che ho spedito in Italia dalla posta di Gerusalemme prima di partire, sono stata testimone di situazioni che i media mettono a tacere, ho visitato campi profughi; i controlli ai check point e ai posti di blocco erano all’ordine del giorno.
E’ un reato?
E’ un reato ascoltare storie che raccontano di assedio ed oppressione con cui ogni giorno i palestinesi devono fare i conti?
L’interrogatorio ha lo scopo di demotivare le persone che vogliono tornare in Palestina, ci sono cascata anch’io : l’essere sotto pressione e il sentirmi psicologicamente aggredita e invasa della mia intimità mi ha portato a pensare di non voler più tornare… ma questo pensiero è durato solo pochi giorni.

 

thanks to: Osservatorio Ligure sull’Informazione

Educazione in Palestina: chi boicotta chi?

In un rapporto le restrizioni israeliane agli accademici stranieri nelle università dei Territori e le limitazioni al movimento di studenti e insegnanti palestinesi.

di Angelo Stefanini – Centre for International Health, Università di Bologna

Bologna, 22 maggio 2013, Nena News – La ricorrenza del Salone Internazionale del Libro di Torino 2013 porta alla memoria le polemiche sorte con l’edizione del 2008 che ospitava la celebrazione dei 60 anni dello Stato di Israele. La proposta di una parte della società italiana di boicottare l’evento, non rispettoso dei sentimenti del popolo palestinese (la catastrofe della Nakba), venne rifiutata sdegnosamente: “Non si boicotta la cultura!”.

Un recente rapporto dell’organizzazione “Campaign for the Right to Enter the Occupied Palestinian Territory” (Nota 1) descrive il vero e proprio boicottaggio operato dallo Stato di Israele nei confronti del mondo accademico palestinese.

La qualità dell’istruzione palestinese, in particolare l’istruzione superiore, è stata influenzata molto negativamente dalla prolungata occupazione militare israeliana. Scuole e università sono state chiuse per lunghi periodi. Studenti, personale e docenti hanno avuto accesso limitato a scuole e istituti di istruzione superiore a causa del pervasivo e arbitrario regime israeliano delle restrizioni al movimento interno ai confini del territorio occupato. L’impatto di tale situazione su tutti i livelli di istruzione è ampiamente documentato (Note 2 e 3).

Il rapporto si concentra su uno dei tanti problemi che influenzano la qualità e l’accesso all’istruzione nel territorio palestinese occupato (TPO): le restrizioni israeliane all’ingresso e al soggiorno per gli accademici (docenti e ricercatori) stranieri che desiderano prestare il loro servizio in istituti di istruzione superiore nel TPO. È importante notare che il termine “straniero” è in effetti improprio: Israele tratta come stranieri tutti gli individui senza carta d’identità israeliana [“hawiyya”] anche se di origine palestinese e/o con genitori palestinesi. Docenti universitari “stranieri” o persone “straniere” possono quindi essere di origine palestinese (come spesso succede) o non avere alcuna radice palestinese.

Il rapporto, che raccoglie interviste con docenti e studenti di istituzioni palestinesi e israeliane oltre che esperienze dirette di studiosi stranieri, descrive (1) l’impatto delle restrizioni sulla qualità dell’istruzione fornita, e (2) gli effetti che l’isolamento del mondo universitario palestinese dalla più ampia comunità accademica ha sulla crescita delle loro istituzioni superiori e sullo sviluppo del sistema educativo in generale.

Il contenuto è così riassumibile.

1. Le restrizioni all’accesso e alla residenza imposte da Israele agli studiosi stranieri hanno fortemente diminuito le opportunità di sviluppo di facoltà, corsi e programmi di ricerca delle palestinesi.

Negli ultimi dieci anni, a causa della riduzione del reclutamento di docenti stranieri, gli istituti di istruzione superiore palestinesi hanno dovuto limitare i loro programmi di studio e di ricerca. Gli studenti,di conseguenza, non sono esposti a diversità di punti di vista, nuove idee, norme culturali, modi di pensare e di concettualizzare la conoscenza. Con una carenza di docenti qualificati in settori all’avanguardia, le capacità di ricerca sono state compromesse. L’acquisizione di competenze nelle lingue straniere si è atrofizzata e la base di conoscenze e di erudizione accademica delle istituzioni sono progressivamente diminuite per il ridursi del flusso in arrivo di nuovi metodi e contenuti.

2. Gli accademici esteri sono meno disposti e in grado di prendere in considerazione l’insegnamento e posti di ricerca nelle università palestinesi a causa delle restrizioni arbitrarie e imprevedibili in materia di ingresso e di residenza a cui possono essere sottoposti.

Israele non ha politiche e procedure chiare e trasparenti per il rilascio dei visti di ingresso e dei permessi di soggiorno per i titolari di passaporti stranieri che desiderano visitare o lavorare in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Gli accademici stranieri non hanno ragionevoli garanzie di essere autorizzati a recarsi presso le università palestinesi che li hanno assunti, a rimanere nel TPO per la durata dei loro contratti accademici, o rientrare nelle loro università nel caso dovessero fare brevi viaggi all’estero per motivi accademici o personali. L’ampio potere discrezionale esercitato su questi temi da parte dei funzionari israeliani che controllano l’ingresso ai valichi di frontiera e si occupano delle richieste di rinnovo del permesso di residenza aggrava questa incertezza e mancanza di responsabilità. Accademici stranieri si sono visti arbitrariamente negare l’ingresso ai valichi di frontiera, rifiutare la proroga del visto a metà semestre, rifiutare il rientro per completare il loro contratto di lavoro, e hanno ottenuto soltanto visti che limitano il loro movimento interno. Di conseguenza, il numero di studiosi stranieri disposti e in grado di insegnare nelle università palestinesi è in diminuzione. Interviste condotte per questo rapporto confermano che questo avviene chiaramente a causa delle incertezze e delle difficoltà a garantire il permesso di entrare nel TPO o soggiornare per periodi limitati o estesi necessari a svolgere i loro impegni accademici.

3. Per decenni Israele ha operato un esteso regime di limitazione alla circolazione interna ed esterna e di restrizioni all’accesso a scapito dell’istruzione superiore palestinese e altri vitali processi di sviluppo sociale ed economico palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Alla luce del suo carattere arbitrario e indiscriminato, la sua motivazione politica e l’impatto dirompente sulla vita civile palestinese, questo regime restrittivo contravviene chiaramente il diritto internazionale. Le competenze e la partecipazione dei titolari di passaporti stranieri, tra cui anche palestinesi della diaspora, sono spesso necessarie per sostenere ognuno di questi processi vitali. Per questo motivo specifico, le restrizioni arbitrarie e indiscriminate all’ingresso e alla residenza cui i titolari di passaporti stranieri, tra cui gli accademici, sono sottoposti sono chiaramente contrarie al diritto internazionale.

Una lunga lista di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, sentenze della Corte Internazionale di Giustizia e della stessa Suprema Corte di Israele affermano l’obbligo di Israele di esercitare il suo controllo sulla Cisgiordania e la Striscia di Gaza in stretta conformità con il diritto internazionale umanitario (tra cui la Convenzione dell’Aia del 1907 e la Quarta Convenzione di Ginevra del 1949), nonché del diritto internazionale sui diritti umani applicabili a quella situazione. Come potenza occupante, Israele ha l’obbligo sia di proteggere sia di favorire il funzionamento delle istituzioni civili palestinesi, tra cui le istituzioni palestinesi di istruzione superiore. È quindi anche obbligato a esercitare il suo controllo sull’entrata e sulla presenza di docenti stranieri in un modo che non provochi danni inutili o ingiustificati all’istruzione superiore e al diritto all’istruzione della popolazione palestinese. Inoltre, Israele non può esercitare questo controllo in modo politico, nel senso di compiere soltanto ciò che ritiene essere il proprio interesse nazionale.

Poiché le misure restrittive causano danni, possono essere giustificate soltanto in base amotivi legittimi di necessità: per proteggere la sicurezza della potenza occupante; per mettere in grado la potenza occupante di rispettare i suoi obblighi ai sensi del diritto internazionale umanitario e diritto internazionale dei diritti umani, tra cui l’obbligo di garantire la sicurezza e l’ordine pubblico nel territorio occupato; per beneficiare la popolazione civile protetta. Nessun motivo legittimo di necessità può essere plausibilmente invocato per giustificare le difficoltà in realtà imposte a studiosi stranieri di insegnare presso le università palestinesi. Non esistono prove che gli accademici stranieri cui è negato l’ingresso nel TPO, o l’estensione del visto e del rinnovo necessari per completare i propri impegni didattici, pongano alcuna sorta di minaccia alla sicurezza.

4. Gli Stati terzi hanno importanti responsabilità rispetto alle illecite misure restrittive imposte agli accademici stranieri discusse in questo rapporto. Tali responsabilità derivano dai loro doveri consuetudinari, secondo il diritto internazionale, di opporsi e non acconsentire alla sua violazione, compreso il dovere degli Stati di non riconoscere come legittima ogni grave violazione del diritto internazionale, o una situazione illegittima creata da tale violazione. Questo dovere è ribadito dal diritto internazionale che riguarda il regime di occupazione militare, come il dovere di “garantire il rispetto … in tutte le circostanze ” di cui all’articolo 1 comune alle quattro Convenzioni di Ginevra del 1949.

Quando le misure restrittive sono imposte all’ingresso o al soggiorno nel TPO di cittadini stranieri, compresi accademici stranieri, la prima domanda che dovrebbe essere posta dai loro Stati, nella loro qualità di Alte Parti Contraenti della Quarta Convenzione di Ginevra, è se le restrizioni possono essere giustificate alla luce dei disagi causati alla vita civile del territorio o il danno causato ai diritti della propria popolazione civile protetta. La seconda domanda che lo Stato dovrebbe considerare di porre, come sua responsabilità nei confronti dei propri cittadini, è se i suoi cittadini sono presi di mira ingiustamente, in particolare sulla base loro etnia o religione.

Questo rapporto fornisce ampie indicazioni che entrambi queste offese sono state, in effetti, commesse diffusamente, con insistenza e senza fornire spiegazioni. Gli Stati hanno espliciti diritti di porre tali domande e pretendere risposte soddisfacenti da Israele. Essi hanno la possibilità di collaborare e cercare soddisfazione congiuntamente. Va rilevato a questo proposito che il diritto indiscusso di qualsiasi Stato di limitare o negare l’ingresso nel proprio territorio come meglio ritiene opportuno non riguarda l’occupazione israeliana della Palestina. Nel caso in esame, la persistente incapacità di porre le corrette domande e pretendere risposte soddisfacenti cui gli Stati membri hanno diritto, in particolare nei casi che riguardano i propri cittadini, implica acquiescenza alle violazioni di Israele del diritto internazionale umanitario.

Se Israele può essere lasciato impunemente ostacolare lo sviluppo delle università palestinesi e la crescita intellettuale e scientifica del mondo accademico palestinese, è davvero arduo trovare valide argomentazioni contro la campagna di boicottaggio accademico delle università israeliane (Nota 4), recentemente arricchita dalla prestigiosa adesione del famoso scienziato Stephen Hawking (Nota 5). Nena News

Note:
1 – Academia Undermined: Israeli Restrictions on Foreign National Academics in Palestinian Higher Education Institutions http://www.righttoenter.ps/pdfs/EducationReportAcademiaUnderminedMay2013.pdf
2 – http://www.miftah.org/Display.cfm?DocId=5848&CategoryId=21
3 – http://right2edu.birzeit.edu/downloads/pdfs/OccShockRight2Edu.pdf
4 – http://www.bdsmovement.net/activecamps/academic-boycott
5 – http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=73947

thanks to: Angelo Stefanini

Updates from the Tel Aviv-Jerusalem new fast train line – April 2013

Last month (April 2013), Who Profits Research Team has conducted a tour to the construction site of the new Tel Aviv-Jerusalem fast train line (A1). 
The new train route crosses into the occupied Palestinian territory in two areas (For further information, see Who Profits full report on the A1 train). 
During the tour we have documented Israeli and international companies renowned for their long lasting involvement in the project, such as Impresa Pizzarotti & C. and Shapir Civil and Marine engineering.
Moreover, we were able to identify new international companies operating on the ground.

The train route through the Latrun Enclave | Courtesy of Peace Now

Who Profits Research Team’s tour took place in sections B and C of the new train route in the occupied Latrun enclave (within the oPt), in the pre-1967 no-man’s land and within Israel.  We have visited the exit of Tunnel No. 1, Tunnel No. 2, Bridge No. 8 and the entrance to Tunnel No 3. We have also toured the logistic base and industrial complex in the no-man’s zone in the Latrun Enclave.

We have learned that two TBM machines manufactured by Herrenknecht are currently digging Tunnel No. 3 and have already tunneled 2 kilometers into the mountain.

Veteran companies:

Impresa Pizzarotti & C. and Shapir Civil and Marine engineering logos’ on a signpost | At the entrance to tunnel No. 3. | Apr 2013 | Photographed by Who Profits

Impresa Pizzarotti & C. and Shapir Civil and Marine engineering, the contractors building section C, were highly prominent in the Train’s construction site in Mevo Horon. Both companies’ logos presence was very dominant in the construction site. The logos were seen at the entrance to Tunnel No. 3, on cranes in the industrial complex, on construction machinery, on emergency recovery vehicles and on the site’s signposts and entrance gate.

Construction machinery of JCB was spotted before on the A1 train route. This time we also documented Manitou machinery and a CNH (Fiat Kobelco) excavator, both companies operate regularly in the oPt.

JCB Excavator | Near bridge No. 8. | Apr 2013 | Photographed by Who Profits

New companies:

Several European companies specialized in tunneling and underground construction machinery supply products and services to the A1 train. The emergency recovery vehicles documented at the entrance to tunnel No. 3 were manufactured by Maschinen- und Stahlbau Dresden (MSD), a German company and a fully owned subsidiary of Herrenknecht. The locomotive at the head of the emergency recovery system was supplied by the Swedish industrial group – Atlas Copco. The DHD 35 diesel locomotive was manufactured by GIA Industri AB, a part of the underground rock excavation division within Atlas Copco.

Emergency recovery vehicles manufactured by Maschinen-und Stahlbau Dresden (MSD) | At the entrance to tunnel No. 3 | | Apr 2013 | Photographed by Who Profits

Emergency recovery vehicles | At the entrance to tunnel No. 3 | | Apr 2013 | Photographed by Who Profits

H+E Logistk sign | At the entrance to tunnel No. 3. | Apr 2013 | Photographed by Who Profits

H+E Logistk signs were documented on two containers at the entrance to tunnel No. 3. The company, headquartered in Germany, provides conveyor belt systems for the transportation of excavated material during tunnel construction. Additional container that drew our attention was carrying a banner with the logo of Lorenzetto Loris SRL, an Italian company specialized in planning and construction of foundation, micro-piles, tie beams and ground consolidation equipments.

A container carrying a banner with the logo of Lorenzetto Loris SRL | Apr 2013 | Photographed by Who Profits

In the field of construction machinery many new companies were spotted on the site:

A P&H crane, carrying Shapir’s logo was seen near bridge No. 8. P&H Mining is a subsidiary of the American – Joy Global Inc., which designs and builds a line of drilling machinery.

A P&H crane, carrying Shapir’s logo | Near bridge No. 8. | Apr 2013 | Photographed by Who Profits

A 510 Aerial work platform (boom lift), designed by the American JLG Industries, was also operating on the site. The exclusive distributer of JLG equipment in the Israeli market is Rom Aerial work platforms, which supplied the platform seen on the train construction site.

During the tour we witnessed two massive yellow cranes, one near the industrial complex producing concrete segments for tunnel lining and the other at the entrance to tunnel no. 3. Both of the cranes were provided by A. Henefeld Metal Works, an Israeli crane building company privately owned and managed by the Henefeld Family. One of the cranes was equipped with SWF hoisting system, manufactured by the German – SWF Krantechnik.

A. Henefeld Metal Works Crane | Near the industrial complex producing concrete segments for tunnel lining || Apr 2013 | Photographed by Who Profits

In the Energy field, we were able to identify two additional companies: Sonol Israel, whose fuel container was located near the parking lot of the construction machinery and the Italian PIUSI spa, whose fuel pump was connected to the abovementioned Sonol container.

Relatively small Israeli companies also supplied prefabs and services to the A1 Train. Moked Jaffa – Security and Cleaning provided security services, Smart – Portable Building provided prefabs and Outdoor Solutions for Outdoor Events placed temporary fencing around the site.

All of these new companies will be added to Who Profits Data base in the next few weeks.

WhoProfits: Aggiornamenti sul nuovo treno ad alta velocità (TAV) Tel Aviv-Gerusalemme e il coinvolgimento della Pizzarotti

Lo scorso mese (aprile 2013), il Gruppo di Ricerca Who Profits ha condotto una visita al cantiere del nuovo treno ad alta velocità Tel Aviv-Gerusalemme (A1). Vedi sito di Who Profits per le foto del cantiere

La nuova linea ferroviaria attraversa i Territori palestinesi occupati in due aree (per maggiori informazioni, vedere il dossier completo di Who Profits sul treno A1).

Durante la visita abbiamo documentato le aziende israeliane e internazionali note da tempo per il loro coinvolgimento nel progetto, come l’impresa Pizzarotti & C. e la Shapir Civil and Marine Engineering. Inoltre, abbiamo individuato anche nuove aziende internazionali che operano sul campo.

Come gruppo di Ricerca Who profits, abbiamo visitato le aree delle sezioni B e C della nuova linea ferroviaria nell’enclave di Latrun occupato (all’interno dei Territori palestinesi occupati), nella terra di nessuno del pre-1967 e all’interno di Israele. Abbiamo visitato le uscite dei tunnel 1 e 2, il Ponte 8 e l’ingresso del tunnel 3. Abbiamo anche visitato la base logistica e il complesso industriale nella terra di nessuno nell’enclave di Latrun.

Abbiamo saputo che due macchine scavatrici (TBM) della Herrenknecht stanno attualmente scavando il tunnel 3 e hanno già scavato per due chilometri nella montagna.

Aziende di lunga data:

L’ impresa Pizzarotti & C. e la Shapir Civil e Marine Engineering, le imprese che stanno realizzando la sezione C, erano ben visibili nel cantiere del treno a Mevo Horon. I Loghi di entrambe le imprese dominavano il cantiere. I loghi sono stati visti all’ingresso del tunnel 3, sulla gru del complesso industriale, sui macchinari da costruzione, su veicoli di soccorso di emergenza, sui cartelli all’interno del sito e sul cancello d’ingresso.

Macchinari della JCB erano già stati avvistati sul percorso del treno A1. Questa volta abbiamo anche documentato la presenza di macchinari della Manitou e di un escavatore della CNH (Fiat Kobelco), entramb queste società operano regolarmente nei Territori palestinesi occupati.

Nuove imprese:

Diverse aziende europee specializzate in macchinari per lo scavo di tunnel e nella costruzione di infrastrutture sotterranee forniscono prodotti e servizi per il treno A1.

I veicoli di soccorso di emergenza che sono stati visti all’ingresso del tunnel 3 sono prodotti da Maschinen-und Stahlbau Dresden (MSD), una società tedesca e una consociata interamente di proprietà della Herrenknecht. La locomotiva a capo del sistema di soccorso d’emergenza è stata fornita dal gruppo industriale svedese Atlas Copco. La DHD 35 locomotiva diesel è prodotta da GIA Industri AB, divisione di Atlas Corpo che si occupa dello scavo di roccia nel sottosuolo.

Insegne per la H + E Logistk sono state documentate su due container all’ingresso del tunnel 3.

La società, con sede in Germania, fornisce sistemi di nastri trasportatori per il lo spostamento del materiale di scavo durante la costruzione di tunnel.

Un altro container che ha attirato la nostra attenzione portava uno striscione con il logo di Lorenzetto Loris Srl, azienda italiana specializzata nella progettazione e costruzione di fondamenta, micropali, tiranti e attrezzature di consolidamento del terreno.

Nel settore delle macchine da costruzione molte nuove imprese sono state avvistate sul sito:

Una gru della P&H, con il logo della Shapir, è stata vista vicino al ponte 8. P&H Mining è una filiale della statunitense Joy Global Inc., che progetta e costruisce una linea di macchine per la perforazione.

Sul sito era anche presente una piattaforma elevatrice (510 AWP), progettato dalla statunitense JLG Industries. Il distributore esclusivo per la JLG in Israele è Rom Aerial Work Platforms, che ha fornito la piattaforma vista nel cantiere del treno.

Durante la visita abbiamo visto due enormi gru gialle, uno nei pressi del complesso dove si producono segmenti industriali in calcestruzzo per il rivestimento della galleria e l’altra all’ingresso del tunnel 3. Entrambe le gru sono state forniti da A. Henefeld Metal Works, una società privata israeliana gestita dalla famiglia Henefeld. Una delle gru è stata dotata di un sistema di sollevamento SWF, prodotto dalla tedesca SWF Krantechnik.

In campo energetico, abbiamo identificato altre due società: Sonol Israele, il cui serbatoio di carburante si trovava nei pressi del parcheggio delle macchine da costruzione e l’italiana PIUSI SpA, la cui pompa di carburante è stata collegata al serbatoio Sonol di cui sopra.

Altre aziende israeliane relativamente piccole hanno fornito prefabbricati e servizi per il treno A1.

La Moked Jaffa Security and Cleaning fornisce servizi di sicurezza e di pulizia, Smart Portable Building ha fornito prefabbricati e Outdoor Solutions for Outdoor Events ha fornito e posizionato la recinzione provvisoria attorno al sito.

Tutte queste nuove società saranno inserite nel database di Who Profits nelle prossime settimane.

Traduzione di BDS Italia

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