Israele e miti sionisti – seconda parte

di Joseph Halevi

Recensione a: Ilan Pappé Ten Myths About Israel London: Verso 2017, pp. 171

Seconda parte

Un paese che si basa sulla pulizia etnica e sulla colonizzazione permanente non può essere definito democratico. In verità nessuna entità statuale ove é in atto una colonizzazione a scapito della popolazione autoctona é definibile come democratica: si veda il caso dell’Australia ove fino al 1967 gli aborigeni, già violentemente decimati durante il diciannovesimo secolo, non venivano nemmeno contati nei censimenti. Eppure l’Australia era considerata una fiorente democrazia, il che significa che il termine è perfettamente malleabile a piacere senza un valore universale. Il settimo capitolo del volume di Pappé si prefigge di dimostrare la fallacia insita nella propaganda americano-israeliana riguardo l’unica democrazia nel Medioriente. Il capitolo é più incisivo di quello precedente appena discusso.

Pappé inizia osservando che la visione di Israele nel mondo, condivisa anche da rispettabili autori palestinesi, é che, dopo la guerra del 1967, il paese pur incorrendo in delle difficoltà con l’occupazione e il dominio sui palestinesi, rimane comunque uno Stato democratico. Scrive però Pappé che anche prima del 1967 in nessun modo poteva lo Stato d’Israele essere considerato democratico; a meno che, aggiungo, non si consideri la democrazia applicabile solo ad una parte della popolazione. A questo punto l’autore passa in rassegna le misure e le politiche di repressione nei confronti dei pochi palestinesi scampati alla Naqba. Nei due anni che trascorsero dalla fine della guerra del 1948-49 il parlamento, la Knesset, incorporò le leggi speciali di emergenza varate dalle autorità britanniche nel 1945 durante gli anni del terrorismo sionista dell’Irgun di Begin e compagnia, ma che non era soltanto una prerogativa della destra bensì vi partecipava anche l’establishment socialista-sionista. (10) La popolazione palestinese rimasta venne sottoposta ad un governatorato militare retto dalle leggi di emergenza, le stesse che al tempo del dominio britannico tutte le organizzazioni sioniste denunciarono come di stile nazista. La conseguenza fu la totale assenza di uno stato di diritto per questa popolazione che in teoria avrebbe dovuto godere di tutti i diritti in quanto formalmente di cittadinanza israeliana. Il governatore militare poteva – in maniera assolutamente insindacabile – requisire case, espellerne ed arrestarne gli abitanti, confiscare terreni, revocare permessi. Il governatore poteva dichiarare delle aree chiuse per motivi di sicurezza rendendo ‘illegali’ casolari e agglomerati di abitazioni palestinesi ubicate dentro queste aree che poi venivano assegnate a insediamenti che per statuto erano esclusivamente ebraici. Tale pratica continua tutt’oggi con la messa fuori legge di agglomerati beduini nel Negev a sud di Tel Aviv. Accadeva e accade, che dei palestinesi fossero – e siano ancora – condannati per aver violato un’area chiusa di cui erano o sono proprietari. (11) Spesso i villaggi palestinesi erano sottoposti a coprifuoco e fu in queste circostanze che, sottolinea Pappé, alla vigilia della guerra del 1956, accadde il massacro di Kafr Qasim che costò la vita a 49 palestinesi. Sul villaggio, assieme ad alcuni altri nelle vicinanze, il coprifuoco scattò quando molte persone erano ancora al lavoro nei campi per cui man mano che rientravano, ignare della decisione del governatore militare, venivano uccise dall’esercito israeliano. Tale evento non fu casuale: Pappé scrive che l’eccidio va inquadrato nell’ambito dell’operazione “Talpa”, un piano di espulsione dei restanti palestinesi in caso di un nuovo conflitto con i paesi arabi e il massacro di Kafr Qasim costituiva un test circa la propensione della restante popolazione palestinese a fuggire oltre la linea verde. Malgrado il governo di Ben Gurion avesse cercato di occultare l’eccidio, questo fu portato alla luce del sole grazie all’attività dei deputati comunisti e di un deputato del partito socialista sionista Mapam. Il processo che seguì inflisse delle pene molto leggere seguite da ulteriori condoni.

Gran parte delle leggi discriminatorie nei confronti dei palestinesi passano, senza mai menzionare i soggetti verso cui sono dirette, attraverso il fatto che gli arabi israeliani sono esenti dal servizio militare. Ad esempio, disposizioni riguardo l’usufrutto di servizi sociali o di altri tipi di sovvenzioni includono la clausola che i richiedenti devono aver effettuato il servizio militare. Nella popolazione ebraico-israeliana – la sola che veramente conti dato che gli altri ci sono perché o l’esercito non ha fatto in tempo a cacciarli via o perché sono riusciti a rimanere aggrappati ai loro paesi e/o a nascondersi in villaggi vicini a quelli investiti dal terrorismo dell’Haganà –  l’esonero dei palestinesi dall’esercito fornisce la giustificazione circa la natura non razzista delle misure di discriminazione. Meritatamente Pappé porta a conoscenza del grande pubblico la vera storia dell’esclusione dalla leva dei palestinesi israeliani. A metà degli anni ’50 il governo israeliano mise i palestinesi di fronte alla prova, chiamandoli ai centri di reclutamento dell’esercito. Sollecitati anche organizzativamente dal Partito Comunista d’Israele, che era la maggiore formazione politica tra i palestinesi israeliani e la sola forza di ricostituzione della loro identità palestinese, i giovani in età di leva accorsero in massa con grande sorpresa del governo. Colte in contropiede le autorità non ripeterono mai più l’esercizio ma hanno da sempre usato la falsa scusa del rifiuto palestinese di servire nell’esercito per giustificare le misure discriminatorie.

L’arbitrio del regime militare verso i palestinesi era totale. Non solo i coprifuoco erano ingiustificati e applicati per terrorizzare la popolazione palestinese ma i soldati potevano intimare l’alt e sparare, anche su bambini, in condizioni ‘normali’. Avendo, una parte di quegli anni, vissuto da ragazzo in Israele come figlio di una famiglia dell’establishment sionista socialista, posso dire che la segregazione era totale. Pappé scrive che il governatorato militare proibiva ai palestinesi l’accesso al 93% del territorio nazionale. Per noi ‘ebrei’ del luogo, Israele era – ed é per gli ‘ebrei’ israeliani di oggi – un paese liberissimo di cui si poteva e si può dire peste e corna fermo restando il fatto che gli ‘arabi’ volevano e vogliono ‘distruggerci’ e quelli rimasti in Israele – una potenziale quinta colonna – dovevano ringraziarci per tollerarli. In ogni caso, la Terra d’Israele è nostra da oltre 3000 anni, eccetera.  Noi ‘ebrei’ abbiamo quindi ragione a priori!

Benché sottoposti al regime militare i palestinesi israeliani potevano votare e questo, dal lato propagandistico, cancellava ogni discriminazione. Guardando poi da vicino si scopre che la situazione era ed é assai diversa, ma su questo tema rinvio ad un altro lavoro di Pappé. (12) La situazione, allargando il tema trattato da Pappé, era gravissima per i palestinesi cittadini israeliani di terza o quarta classe col diritto di voto come foglia di fico che copriva la realtà effettiva. L’assenza per loro di uno stato di diritto significava essere esposti ad uccisioni da far west. Ben Gurion era consapevole dello stato di cose e ne era preoccupato non per ragioni di democrazia verso i palestinesi  ma perché pensava che gli assassinii compiuti dai soldati verso gli arabi israeliani potessero ripercuotersi sull’immagine di Israele. Di recente Gidi Weitz di Ha-aretz ha riportato alla luce i verbali desecretati di una riunione del consiglio dei ministri del 1951 nella quale Ben Gurion parlò nella veste del suo secondo ruolo, quello di Ministro della Difesa, strabiliando gli stessi ministri:

“Non sono il Ministro della Giustizia, non sono il Ministro di Polizia e non sono a conoscenza di tutte le azioni criminali commesse ma come Ministro della Difesa, conosco alcuni di questi crimini e devo dire che la situazione fa paura specialmente in relazione a due aspetti: 1) omicidi e 2) atti di stupro”. E aggiunse: “persone dello Stato Maggiore mi dicono – ed é anche la mia opinione –  che fintanto che un soldato ebreo non viene impiccato per aver ucciso degli arabi, questi omicidi non cesseranno”. Ben Gurion colse perfettamente l’essenza della dimensione razzista di Israele, allora ancora in formazione ma oggi non più eradicabile su cui la professoressa (Premio Sakharov del Parlamento Europeo) Nurit Peled Elhanan dell’Università ebraica di Gerusalemme, ha scritto pagine preziosissime. (13)

Continuiamo a leggere Ben Gurion:

“In linea di massima coloro che hanno i fucili li usano”  e (alcuni) “credono che gli ebrei siano persone ma non gli arabi e che quindi sia possibile far contro di loro qualsiasi cosa. Alcuni pensano che uccidere arabi sia un comandamento e che tutto quello che il Governo dice contro le uccisioni di arabi  non sia una cosa seria e il divieto di uccidere arabi é solo una finzione ma che in effetti sia un atto ben accetto perché così vi saranno meno arabi in giro. Fintanto che continueranno a pensare in questo modo le uccisioni non si fermeranno.” E infine: “Presto non saremo più in grado di mostrare la nostra faccia al mondo. Gli ebrei incontrano un arabo e (che fanno?) lo uccidono”. (14)

La stampa ebraico-israeliana era allora completamente passiva e rarissimamente riportava gli assassinii perpetrati dai soldati – criminali a piede libero – sulle strade di campagna d’Israele, e mai come degli omicidi. A loro volta, i giornali dei movimenti kibbutzistici erano falsi, in quanto predicavano idee socialiste per poi partecipare a man bassa alla spoliazione della popolazione palestinese. Solo i giornali comunisti Kol ha-am (La voce del popolo) in ebraico e Al Ittihad (L’Unità) in arabo, costituivano una voce fortemente critica riguardo i soprusi subiti dai palestinesi. I comunisti però erano molto guardinghi proprio perché conoscevano bene la situazione sul terreno essendo la maggiore forza tra gli arabi israeliani ed erano consapevoli del rischio di una nuova ondata di pulizia etnica come erano consapevoli della pulizia etnica in atto condotta dall’esercito israeliano nella zona demilitarizzata. Tuttavia non tutto è controllabile soprattutto se la critica viene dall’élite europea degli ebrei israeliani. Anche in Sudafrica del resto il regime dell’ apartheid non riusciva a silenziare completamente le critiche provenienti da bianchi democratici specialmente se si trovavano ad essere membri del Parlamento di Città del Capo come nel caso della famosa deputata Helen Suzman (1917-2009), con 36 anni di vita parlamentare sulle spalle e amica di Nelson Mandela che andava a visitare in prigione.

Nel 1953 Azriel Karlibach, fondatore e direttore di Maariv, il maggior quotidiano – politicamente di centro – d’Israele, pubblicò un suo pezzo, scritto in forma poetica, di una potenza straordinaria, ancor oggi insuperata. Il titolo dell’articolo è molto significativo in quanto è preso da un’opera letteraria sudafricana nota per essere un testo di critica e protesta contro il tipo di società che darà vita all’apartheid. Si tratta del romanzo di Alan Paton pubblicato nel 1948 col titolo Cry Beloved Country (Piangi terra amata). (15) L’articolo di Karlibach, avendo lo stesso titolo, stabiliva un legame diretto col regime di apartheid sudafricano e – essendo l’autore liberaleggiante ed anti-socialista – puntava apertamente il dito contro la falsità dei kibbutzim che da un lato esprimevano solidarietà con gli africani e, dall’altro, derubavano gli arabi delle loro terra. Il tema del poema, stilato nella forma di un dialogo tra padre e figlia mentre vanno a vedere cosa stava succedendo in Galilea, è una disamina molto dettagliata dei meccanismi messi in atto per espropriare i palestinesi israeliani delle proprio terre. In tale contesto, il parlamento israeliano, la Knesset, viene esplicitamente accusato di essere non un’assise democratica ma un consesso ove arbitrariamente viene legalizzata la spoliazione degli arabi d’Israele, contro la quale, in seguito ai ricorsi da parte delle vittime, si erano formalmente espressi i magistrati israeliani. Tuttavia, scrive Karlibach, per aggirare le sentenze, in effetti giuste, dei tribunali israeliani, coloro che hanno partecipato al furto si riuniscono nella Knesset e decretano che questi terreni non sono regolati da alcuna legge stabilendo altresì che ai legittimi proprietari è fatto divieto di rivolgersi alla magistratura. La critica di Karlibach si connette alle osservazioni di Ben Gurion riguardo le uccisioni arbitrarie effettuate dai sodati israeliani in libertà, che si appaiano all’arbitrarietà della legislazione votata dalla Knesset, funzionante come un parlamento dell’apartheid sionista avente quindi poca o nessuna legittimità democratica. Il quadro che emerge circa la democrazia israeliana nei confronti dei palestinesi rimasti in Israele è preciso e sconvolgente.

Quando nel 1966 gran parte dei terreni arabi erano ormai stati requisiti e la popolazione ammassata in villaggi impoveriti e resi asfittici per mancanza di aree disponibili, il regime militare, divenuto troppo ingombrante rispetto alla pretesa di democraticità dello Stato nei confronti di tutti i suoi cittadini, venne abrogato. Non fu così però con le prerogative già in possesso del governatore militare che vennero trasferite alle autorità civili. Intatta rimase la prerogativa di dichiarare illegali degli insediamenti arabi, di raderli al suolo e  adibire le zone così ‘ripulite’ a nuovi insediamenti per soli ebrei.  Succede ancor oggi e non mi riferisco alle distruzioni di case palestinesi, 50 mila dal 1967, di uliveti, frutteti, e delle requisizioni di terreni che avvengono ormai da cinquant’anni nei territori conquistati con la guerra del 1967. L’ottavo capitolo del volume di Pappé tratta di tutto questo in maniera egregia. Mi riferisco invece a fatti accaduti recentemente, nel 2016, dentro la vecchia linea verde, come la distruzione del villaggio beduino di Um-Al-Hiram nel Negev settentrionale dichiarato illegale cui é seguita la rapida assegnazione del suolo alla costruzione di una località per soli ebrei. (16) I mesi intercorsi tra l’abolizione del governo militare sui palestinesi di Israele e la guerra del 1967 hanno costituito l’unico periodo in cui, dal 1948, i Palestinesi dell’ insieme della Palestina non fossero soggetti ad un regime militare. Con la conquista della Cisgiordania e di Gaza il governo israeliano, nota giustamente Pappé, trasferì l’intero apparato repressivo perfezionato dal governo militare riguardo i palestinesi di Israele sui palestinesi delle zone conquistate senza che essi potessero usufruire perfino di una minima protezione non avendo diritti politici e civili.

Rispetto all’evento del 1960, il 1967 rappresentò la grande occasione di conquistare l’insieme della Palestina. L’occupazione ebbe immediatamente un carattere di conquista – di “liberazione” di tutta la Terra di Israele, come allora recitavano in coro giornali e partiti ad eccezione del quello comunista Rakah. (17) Liberazione da chi? dal controllo arabo ovviamente. Purtroppo, per i dirigenti israeliani, i nuovi territori non vennero liberati dalla presenza della popolazione palestinese. Un esodo oltre il Giordano vi fu: circa trecentomila profughi lo attraversarono ma il restante milione e passa di abitanti della Cisgiordania rimase fissa sul posto. Da Gaza poi era impossibile andarsene sebbene Levi Eshkol, Primo Ministro laburista durante il 1967, ne avesse vagheggiato l’espulsione. Immediatamente in Israele si sviluppò il dibattito su come annettere i nuovi territori senza però assorbirne la popolazione araba, ingombrante e superflua quindi. Questo è Israele, un paese razzista fino al midollo, razzismo che nasce dall’ideologia sionista di insediamento coloniale volta espressamente a sostituire popolazione araba con una ebraica. Molto rapidamente venne prodotto un piano noto come il Piano Allon, ideato da Ygal Allon, ministro nel governo laburista di Levi Eshkol, un’importante figura nel movimento kibbutzistico e nella storia dell’esercito israeliano. Una prima versione apparve nell’estate del 1967 e una seconda agli inizi del 1968. Il piano prevedeva l’annessione di una parte della Cisgiordania, una fascia assai ampia  lungo la valle del Giordano e di tutta Gerusalemme collegata alla fascia con una striscia. In tal modo la Cisgiordania veniva spaccata in tre parti: una zona annessa ad Israele con completa continuità territoriale e due zone palestinesi separate tra loro: una a nord di Gerusalemme e del suo corridoio verso la valle del Giordano e una a sud di Gerusalemme. Queste erano le aree con la più alta concentrazione di palestinesi. Il piano non venne mai adottato ufficialmente dal governo ma servì da piattaforma di riferimento per le politiche di colonizzazione. L’idea di un’autonomia palestinese nella forma dei bantustan del Sudafrica dell’apartheid nasce col Piano Allon.

Cinquant’anni dopo stiamo ancora alla stesso punto con un’importante differenza: già nel 1990 il Piano Allon non era più realizzabile in quanto gli insediamenti coloniali, tutti al 100% illegali, punteggiavano le tre zone. L’alternativa venne in effetti da Rabin: collegare gli insediamenti con Israele e tra di loro attraverso un sistema di strade speciali chiuse ai palestinesi. Queste strade frammentano le zone della supposta autorità palestinese in un mosaico di piccole aree senza continuità territoriale e soggette al regime dei posti di blocco dell’esercito israeliano. Ciò implica che l’esercito oppressore deve essere presente in permanenza controllando i passaggi da una zona palestinese all’altra attraverso dei posti di blocco. Da molti anni i posti di blocco costituiscono uno strumento di vessazione ed umiliazione costante della popolazione palestinese, una prova quotidiana che – nella ‘democrazia’ israeliana – essi non hanno diritti e sono ciecamente soggetti al dominio militare. Parallelamente gran parte della popolazione ebrea israeliana si trova da circa due generazioni ormai a partecipare attivamente alla repressione dei palestinesi con la gestione dei posti di blocco e dell’occupazione militare, sia attraverso il servizio militare che coinvolge uomini e donne, sia attraverso il periodico richiamo nel servizio di riserva degli uomini fino a circa 50 anni.  Con una politica di bantustan come principio guida, gli accordi di Oslo non potevano che fallire. Ed è questo che dimostra Pappé nell’ottavo capitolo. All’autorità palestinese veniva richiesto di gestire i bantustan secondo i criteri dell’occupazione, di riconoscere la ‘realtà’ sul terreno, cioè la colonizzazione, e veniva escluso il riconoscimento dei diritti dei rifugiati della Naqba. Nei negoziati durante il fallito accordo di Camp David patrocinati da Clinton, fu respinta perfino la richiesta di Arafat di cessare gli abusi quotidiani nei confronti della popolazione palestinese. Gli accordi che avrebbero dovuto portare ad una soluzione negoziata del ‘conflitto’ comportavano inoltre un ulteriore restringimento e frammentazione delle aree palestinesi e, osserva Pappé, ad ogni proposta di spartizione il popolo palestinese ha visto aumentare la violenza nei suoi confronti. Le proposte di Ehud Barak, il leader laburista allora al governo, erano talmente inaccettabili che anche l’allora ministro degli esteri di Israele nel governo Barak, Shlomo Ben Amì, dichiarò nel 2006 in un dibattito televisivo sul canale di “Democracy Now”, che se fosse stato palestinese non avrebbe firmato gli accordi di Camp David. (18)

Particolarmente importante é il racconto che nel nono capitolo Pappé fa della situazione a Gaza ove ricapitola le fasi della crescita di Hamas mostrando che si tratta di un movimento politico, e non terroristico in quanto tale, sviluppatosi sul vuoto creato da Al-Fatah e con una posizione) netta sul diritto al ritorno dei profughi del 1948. Quest’ultimo aspetto è molto importante a Gaza dato che nel 1948 la striscia era stata scelta da Israele per espellervi i palestinesi delle zone meridionali del loro stesso paese. Il fallimento pianificato di Camp David e Taba (19) – località questa sul confine tra Egitto e Israele vicino a Eilat sul Golfo di Aqaba – diede luogo alla Seconda Intifada mentre Ariel Sharon del Likud (‘destra’) diventava il nuovo Primo Ministro. In questo contesto Pappé mostra come Sharon sfruttò la nuova situazione e la crescita di Hamas a Gaza per ottenere da parte degli USA via libera riguardo l’annessione di gran parte della Cisgiordania. L’impossibilità di controllare Gaza dall’interno fornì lo spunto per la messa in opera di una strategia che da un lato presentava il ritiro da Gaza come una concessione di pace e, dall’altro, chiedeva agli Stati Uniti, allora governati da Bush figlio, di escludere i profughi della Naqba da ogni negoziato. Un fatto riportato da Pappé chiarifica la strategia di Ariel Sharon. Gli Stati Uniti erano riluttanti ad accettare il piano di ritiro da Gaza proposto da Sharon. Contando sulle affinità ideologiche con Bush riguardo il mondo arabo, Sharon scommise che sarebbe riuscito a far accettare il piano alla Casa Bianca. E così in effetti fu con l’aggiunta della promessa da parte di Washington di non includere i profughi nelle trattative e di non far pressione su Israele riguardo l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania. Lo sganciamento da Gaza e la trasformazione della Striscia in una prigione controllata dall’esterno e regolarmente bombardata ha sortito, nota Pappé, l’effetto di silenziare  l’opposizione – tra gli ebrei di Israele – all’occupazione e di formare un vastissimo consenso in favore di essa. Ergo conclude Pappé nel decimo ed ultimo capitolo del libro, la sola via è quella di una battaglia per un solo Stato di tutti i cittadini, come nel caso del Sudafrica dopo l’apartheid. Anzi, prosegue Pappé, continuare a parlare della soluzione a due Stati significa appoggiare l’apartheid, dato che con i due Stati la colonizzazione non verrà eliminata né arrestata mentre lo Stato palestinese sarà una serie di bantustan e Gaza rimarrà una prigione dalle orribili condizioni di vita diventate ormai insostenibili.

Negli ultimi quattro decenni si sono formati degli storici che hanno profondamente cambiato lo studio del Medioriente. Essi sono ebrei israeliani, palestinesi israeliani e palestinesi, dai Khalidi, a Nur Masahla, a Avi Shlaim, a Joseph Massad, a Ilan Pappé. Fino alla formazione di questi storici la propaganda israeliana dominava e si basava su criteri tanto semplici quanto falsi. Secondo tale propaganda, gli “ebrei” hanno diritto alla Terra di Palestina perché era la loro storicamente e ne sono stati stati espulsi definitivamente dai romani. Nei tempi più recenti la Palestina era pressoché disabitata, atta dunque a ricevere i presunti discendenti degli abitanti originari perseguitati da un razzismo anti-ebraico immanente ed incancellabile. Al loro arrivo per costruire il loro legittimo Stato essi  si sono confrontati con l’ostilità araba anch’essa motivata da un’innata anti-ebraicità. I ‘pochi’ abitanti arabi della Palestina avrebbero potuto facilmente sistemarsi nei paesi arabi vicini solo che i governi ‘arabi’ hanno preferito la via di distruggere Israele. Gira e rigira questa è la storia ufficiale ormai del tutto invalidata. Essa è stata talmente invalidata che perfino gli storici ufficiali rimasti la negano sul piano metodologico, come é successo nel caso delle loro reazioni ai volumi di Shlomo Sand ed anche in altre circostanze, per poi farla riemergere quando respingono la natura del sionismo come un movimento di insediamento coloniale ed esclusivo.

Ilan Pappé é sicuramente la persona che ha maggiormente studiato la storia della Palestina e di Israele in tutte le sue molteplici forme fornendoci un quadro storiografico incontrovertibile. Per i suoi imprescindibili contributi, Pappé ha ricevuto, nel novembre del 2017 a Londra, il massimo premio del Palestine Book Awards. (20) Tuttavia non é detto che le conclusioni da lui raggiunte in questo volume siano realizzabili e tali da poter arrestare la colonizzazione. E’ perfettamente possibile, anzi probabile, che mentre la soluzione a due Stati sia ormai defunta, quella che liberi il popolo palestinese dall’oppressione coloniale sia di là da venire e nemmeno individuabile.

Fine

Note

10 E’ indicativo che durante il massacro di Deir Yassin perpetrato dall’Irgun nell’aprile del 1948, una formazione dell’ufficiale Haganà stazionasse a pochissimi chilometri di distanza senza alzare un dito. Le bande criminali ebbero tutto il tempo di esibire la popolazione catturata per le strade di Gerusalemme, di riportarla a Deir Yassin e di sterminarla senza che l’Haganà facesse nulla per impedirlo.

11 Vedi Mondoweiss del 27/12/2017: http://mondoweiss.net/2017/12/israeli-sentences-trespassing/?utm_source=Mondoweiss+List&utm_campaign=32481edf23-RSS_EMAIL_CAMPAIGN&utm_medium=email&utm_term=0_b86bace129-32481edf23398519897&mc_cid=32481edf23&mc_eid=9728f22b82

12 Ilan Papp é, The Forgotten Palestinians: A History of the Palestinians in Israel, New Haven, CT: Yale University Press, 2013.

13 Nurit Peled Elhanan: La Palestina nei testi scolastici di Israele. Ideologia e propaganda nellistruzione. Milano: EGA-Edizioni Gruppo Abele, 2015.

14 Le citazioni provengono dall’ edizione in inglese di Ha-aretz e sono state tradotte da me. Vedi Gedi Weitz in Ha-aretz 1/4/2016: Ben-Gurion in 1951: Only Death Penalty Will Deter Jews From Gratuitous Killing of Arabs.

https://www.haaretz.com/israel-news/.premium-1.712125

15 Azriel Karlibach: Cry Beloved Country, in ebraico in Maariv 25/2/1953. Tradotto e stampato in Inglese in Uri Davis e Norton Mezvinsky (a cura di), Documents From Israel: 1967-1973. London: Ithaca Press, 1975, pp. 14-20.

16 https://972mag.com/authorities-start-process-of-replacing-bedouin-town-with-a-jewish-one/121065/

17 Nel 1965 il Partito Comunista d’Israele si spaccò a causa del fatto che il suo segretario generale, Shmuel Mikunis effettuò una svolta filosionista e critica verso la posizione dell’ URSS sul Medioriente. Il grosso dell’ufficio politico e del partito non seguì Mikunis il quale però era il titolare legale del nome del partito MAKI (partito cominista d’Israele). Si formarono cosi due gruppi parlamentari, quello di Mikunis dal nome Maki e composto dal solo Mikunis, e RAKAH (nuova lista comunista) con tre parlamentari. Molto rapidamente il gruppo Mikunis si sciolse nelle liste piu radicali della sinistra sionista che, dopo varie mutazioni, oggi si condensano nel piccolo partito MERETZ, mentre RAKAH diede vita a HADASH (acronimo per fronte democratico per la pace) oggi facente parte della Lista Unita – terzo gruppo parlamentare alla Knesset – che raccoglie una serie di organismi politici palestineso-israeliani. In tal modo però HADASH ha perso il suo carattere di unica formazione politica israeliana non ‘etnicamente’ schierata. La scelta è stata imposta dal cambiamento delle legge elettorale che, aumentando la soglia di sbarramento, ha obbligato i partiti che operano nel settore arabo o, come i comunisti, che ricevono voti soprattutto dai palestinesi israeliani, ad accorparsi.

18 https://www.democracynow.org/2006/2/14/fmr_israeli_foreign_minister_if_i, anche:

https://www.theguardian.com/commentisfree/2010/jul/01/israel-palestinian-peace-camp-david

19 I colloqui di Taba si tennero tra il 21 e il 27 gennaio 2001 e avrebbero dovuto essere lo strumento per l’applicazione degli accordi di Camp David II dell’ anno precedente. I colloqui furono però interrotti per le elezioni israeliane che portarono al governo israeliano Ariel Sharon.

20 http://www.middleeasteye.net/news/three-authors-highlighted-palestine-book-awards-489086373

Il ringraziamento di Pappé, breve ma importante, si trova a:

https://www.versobooks.com/blogs/3532-ilan-pappe-s-keynote-address-at-2017-palestine-book-awards

thanks to: Brescia Anticapitalista

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Israele e i miti sionisti

di Joseph Halevi

Recensione a: Ilan Pappé Ten Myths About Israel London: Verso 2017, pp. 171

La situazione dei palestinesi si aggrava in una forma così accelerata che si può ormai misurare quotidianamente. Il deterioramento viene regolarmente documentato dalle agenzie specializzate delle Nazioni Unite e tuttavia sul piano politico i principali membri dell’ONU permettono la continuazione della finzione che l’occupazione israeliana sia temporanea e cesserà quando verrà firmato un accordo di pace. Israele non è però un custode temporaneo, ad interim, della Cisgiordania e di Gerusalemme orientale, nonché di Gaza. Come osserva Ilan Pappé nel capitolo su Gaza, il nono, del suo ultimo libro, non bisogna quindi farsi confondere dal ‘ritiro’  voluto nel 2005 da Ariel Sharon deciso piuttosto a metterla sotto assedio. Per l’ONU Israele rimane formalmente il paese occupante della Striscia. Dal 1967 il governo di Tel Aviv tratta i territori  della Cisgiordania e del Golan – quest’ ultimo illegalmente annesso nel 1981 – come zone di popolamento coloniale rimaneggiando ed espellendo gli abitanti dalle aree scelte per gli insediamenti, distruggendone le case e limitandone gli spostamenti, costruendo strade per soli ebrei. Il punto è che l’occupazione in corso dal 1967 non è mai stata considerata come temporanea da parte dei vari governi israeliani.  Essa si presenta come la continuazione della pulizia etnica condotta in maniera massiccia dal dicembre del 1947 fino al 1949 con prolungamenti fino agli inizi degli anni ’50 quando gli abitanti di Majdal, ribattezzata Ashkelon, furono messi su dei camion e scaricati oltre il confine della striscia di Gaza.  La questione in definitiva è assai semplice da capire: Israele è uno Stato ad insediamento coloniale concepito in modo tale da rimpiazzare una popolazione pre-esistente, quella palestinese appunto, con una nuova di provenienza in gran parte europea. E, altrettanto semplicemente, la conseguenza del progetto sionista volto a costruire uno stato istituzionalmente ebraico. Il problema pertanto non è unicamente confinabile ai territori conquistati con la guerra del giugno del 1967: tutto il processo di insediamento coloniale sionista si caratterizza come un’occupazione del suolo su cui si sorgevano i villaggi palestinesi e sulla requisizione con la forza delle loro terre agricole e fonti acquifere e sullo spostamento violento dei loro abitanti.

Sebbene la realtà dei palestinesi sia ormai ben nota, sulla maggioranza degli organi di stampa la storia della formazione di Israele e della sua evoluzione nel tempo continua ad essere caratterizzata da miti che fungono da sostegno alle politiche del governo contro il popolo palestinese, fornendo altresì l’alibi alla colpevole Europa  di non fare assolutamente nulla di concreto. In questo contesto lo storico Ilan Pappé – originariamente docente all’Università di Haifa, ma da dieci anni professore presso la University of Exeter in Gran Bretagna (1)- ha prodotto un volume il cui obiettivo consiste nella demolizione dei principali miti con cui viene presentato e descritto Israele. Il volume si articola in dieci capitoli di cui l’ultimo tratta molto criticamente della questione dei due Stati come soluzione del problema.

“Una terra senza popolo, per un popolo senza terra” costituisce lo slogan fondatore dell’ideologia sionista. La frase contiene due miti cui sono dedicati i primi due capitoli del libro. Agli inizi del ventesimo secolo la prima parte dello slogan fu smontata completamente da Max Nordau, cofondatore e vice presidente dell’Organizzazione Sionista Mondiale. Egli scrisse al presidente dell’organizzazione Theodor Herzl che la promessa sposa, cioè la Palestina, era già maritata, intendendo con questo che il paese già apparteneva a coloro che vi abitavano e che contavano oltre mezzo milione di persone. Pappé mostra molto bene e succintamente come la Palestina del periodo Ottomano avesse i tratti di una società evoluta in termini di centri urbani e di ceti culturali, forse tra le più avanzate del mondo arabo. Alcune delle riforme amministrative introdotte dal governo ottomano contribuirono a rendere la fisionomia territoriale della Palestina più omogenea, mentre la designazione dei confini mandatari da parte del governo britannico dopo la Prima Guerra Mondiale ne rafforzò la coerenza. Grazie ai lavori dello storico statunitense di origini palestinesi Rashid Khalidi, Pappé rileva come un movimento nazionale specificatamente palestinese si stesse formando prima del soprassalto prodotto dalla colonizzazione sionista. (2) Egli fa inoltre notare che se non fosse per il fatto che i sionisti richiedessero ed imponessero alla comunità ebraica palestinese un’ubbidienza totale, la formazione di un movimento nazionale palestinese avrebbe incluso, come nel caso dei cristiani, anche degli ebrei appartenenti alla locale comunità.

Di maggiore complessità è la critica alla seconda parte dello slogan. In verità mi sembra che l’autore non affronti la questione se gli ebrei siano o meno “un popolo senza terra”. Per farlo avrebbe dovuto discutere teoricamente della questione nazionale e ciò é assente dalle pagine del volume in questione che evita ogni argomentazione concettuale marxista. Il metodo scelto da Pappé è quello di tracciare il sentiero che collega il sionismo cristiano della prima metà dell’800 al sionismo nato successivamente nell’ambito del mondo ebraico europeo. Il primo consiste in quelle posizioni del protestantesimo e anglicanesimo che, dalla terza decade del diciannovesimo secolo fino al primo conflitto mondiale, sostenevano l’auspicabilità di far ‘tornare’ gli ebrei alla supposta terra di origine come atto di redenzione e di eliminazione di un ‘problema’ europeo. E’ da osservare che per i cristiano-sionisti, prevalentemente protestanti e anglicani la questione ebraica emanava dalla loro stessa concezione antisemita in quanto – dopo aver per secoli  contribuito teologicamente e praticamente a castigare “l’ebreo” in nome della cristianità – imputavano ai medesimi ebrei un’ innata volontà di rifiutare ogni integrazione. Ergo, meglio rispedirli al loro mitologico luogo d’origine.

Pappé evidenzia l’integrazione tra le visioni cristiano-sioniste ed il personale politico che andava formulando le politiche imperialiste britanniche nell’area mediorientale sia per il periodo in cui Londra sosteneva l’impero ottomano, che per la fase in cui mirava a subentrarvi. In conclusione, le due correnti rappresentate dal sionismo cristiano e da quello nazionalista ebraico confluirono “in una potente alleanza che trasformò l’antisemita e millenaristica idea del trasferimento degli ebrei dall’Europa alla Palestina in un concreto progetto di colonizzazione a spese della popolazione autoctona della Palestina. Quest’alleanza diventò di pubblico dominio con la proclamazione della Dichiarazione Balfour il 2 novembre 1917 –  una lettera del ministro degli esteri britannico ai leader della comunità ebraica inglese in cui in pratica veniva promessa la creazione di un focolare nazionale ebraico in Palestina” (p. 19, mia traduzione).

Il terzo capitolo del libro discute l’affermazione sionista di rappresentare tutto l’ebraismo. Questo, scrive l’autore, alla fine dell’Ottocento si divideva in due gruppi, formati rispettivamente da ebrei religiosi chiusi nelle proprie comunità e da ebrei  riformatori e laici il cui modo di vita non si distingueva dal resto della popolazione (purché del medesimo ceto sociale, aggiungo) eccetto per alcune ricorrenze. In ambo i casi il movimento sionista fu visto negativamente e in proposito Pappé cita dichiarazioni di rabbini e di varie autorità ebraiche. Particolarmente dura contro il sionismo appare, nello stesso periodo, la posizione del movimento riformatore ebraico statunitense. Esistevano però già allora dei rabbini che appoggiavano l’idea base del programma sionista e, sebbene minoritari, essi segnalarono la nascita dell’ala religiosa del sionismo oggi dominante. Per la maggioranza dei rabbini il sionismo costitutiva una grave violazione del dettato religioso-metafisico secondo il quale il ‘ritorno’ degli ebrei si sarebbe avverato solo con l’arrivo del Messia mentre per il gruppo minoritario il sionismo costituiva la realizzazione del dettato biblico. L’ostacolo principale all’accettazione del neonazionalismo da parte dei religiosi risiedeva però nella dimensione antropologico-culturale del sionismo il quale, in tutte le sue componenti, si proponeva di creare un nuovo ebreo, non particolarmente religioso, lavoratore agricolo e combattente, fisicamente robusto e non stortignaccolo come invece veniva raffigurato dalla propaganda antisemita pienamente condivisa dai sionisti.

Nella creazione dell’immagine del ‘nuovo ebreo’  i sionisti modificarono l’uso della Bibbia trattandola come un libro di storia effettivamente accaduta concentrandosi sul possesso del territorio promesso da “Elohim” a Moshé. Furono soprattutto i movimenti del sionismo socialista ad usare la Bibbia in senso storico da cui, come ammise uno dei loro esponenti, scaturì “il mito del nostro diritto di possedere questa terra” (p. 31). Arrivati in Palestina con simili idee in testa, i coloni non potevano che vedere i legittimi abitanti come degli alieni sebbene i veri stranieri fossero i nuovi arrivati: spulciando negli archivi israeliani ove sono conservati dei diari degli immigrati dei primi del ‘900, Pappé riporta dei passi illuminanti in quanto riflettono il bagaglio culturale orientalista, nel senso di Edward Said, (3) a sua volta mutuato dalla cultura profondamente eurocentrica e/o russocentrica, di cui i coloni e i loro mentori teorici erano zuppi fino al midollo (lo stesso Max Nordau, il vice di Herzl, che pur aveva colto bene la realtà che la Palestina fosse ormai sposata ai palestinesi, era un’espressione estrema e preoccupante dell’eugenismo eurobianco). Se Ilan Pappé avesse preso in considerazione l’antico ma validissimo saggio di Maxime Rodinson, uno dei maggiori mediorientalisti e pensatore marxista, avrebbe trattato il tema del rapporto sionismo e ebraismo con maggiore chiarezza. (4)  Secondo Pappé nel corso della storia varie popolazioni si sono costituite come gruppo nazionale e quindi anche gli ebrei possono passare attraverso un simile processo. Tuttavia, osserva, se ciò implica la spoliazione ed espulsione di un altro popolo la richiesta di autonomia nazionale diventa illegittima. Ma gli ebrei non sono un popolo a sé, essi appartengono alle nazioni dove abitano per cui il sionismo sarebbe rimasto un movimento marginale senza gli eventi in Germania negli anni Trenta e quelli terribili degli anni Quaranta del secolo scorso. A mio avviso Pappé avrebbe dovuto prima smantellare sia l’idea di popolo ebraico, che l’idea di una Terra di Israele, indipendentemente dal fatto che la Palestina fosse abitata o meno. Esplicitamente e stranamente Ilan Pappé non dà importanza all’assioma fondatore del sionismo, vale a dire la presunta continuità tra gli ebrei dell’antichità e quelli degli ultimi duemila anni. Egli afferma, a ragione, che anche altri casi di colonialismo di insediamento hanno visto i loro fautori appellarsi a concezioni religiose. A mio avviso, la demolizione che la leggenda della continuità tra ebrei antichi e moderni ha subito dal lato storico-antropologico è molto importante, a cominciare da Koestler 50 anni or sono, per arrivare a Shlomo Sand, docente di Storia all’Università di Tel Aviv autore di due recenti volumi sul tema. (5)

Tutti i sionisti hanno sostenuto, e – se non fossero ormai dominati da una visione biblico-religiosa della Palestina alla stregua dei fondamentalisti cristiani negli USA – ancora sosterrebbero, che il loro movimento deve essere considerato come un movimento nazionale, al pari di quello risorgimentale italiano e, per alcuni segmenti, addirittura rivoluzionario in senso socialista. Infatti nel 1920  il partito sionista marxista Paolé Zion fu invitato alla conferenza di Baku, il primo vero e proprio congresso mondiale anticolonialista, organizzata dal governo sovietico e diretta da Grigorii Zinoviev. In quell’occasione si precisò ulteriormente la differenza tra la questione nazionale dal punto di vista marxista rispetto al sionismo. Il documento presentato da Poalé Zion, che sosteneva la colonizzazione ebraica, fu l’unico a ricevere una lunga risposta severamente critica da parte del Partito Comunista russo, PC(b).

I sionisti non considerano dunque la loro ideologia e movimento politico come appartenente alle correnti del colonialismo da insediamento volto inevitabilmente a spodestare la popolazione locale. Il quarto capitolo del volume si propone pertanto di sfatare il mito secondo il quale il sionismo non é colonialismo. Sul piano storico concreto la demolizione risulta assai facile. Ogni persona razionale capisce che c’era una popolazione preesistente, che l’organizzazione dell’insediamento dei coloni, in particolare l’Agenzia Ebraica, si incaricava di acquistare le terre, e sfrattarne i residenti per adibirle unicamente alla costruzione di insediamenti ebraici. Così, ad esempio, nacque Tel Aviv nel 1909. La Naqba cominciò subito, addirittura prima della fondazione ufficiale del movimento sionista. Di fronte a tale realtà la reazione sionista si incentra sull’affermazione della priorità ebraica in quanto gli ebrei avrebbero il diritto e, secondo l’ideologia sionista mai emendata, il dovere  di  ritornare alla loro legittima terra. Un ulteriore pilastro della posizione sionista risiede nella negazione del carattere  storico e permanente della presenza palestinese sul territorio presentandola come labile e circonstanziale in un paese sostanzialmente disabitato e arretrato. Il tutto poi si condensava nei tre slogan delle organizzazioni coloniali sioniste operanti in Palestina: conquista della Terra, lavoro ebraico, produzione nazionale. Si intende ovviamente solo produzione dello Yishuv ebraico, (Yishuv significa insediamento), con la quale si preconizza la formazione di uno Stato nazionale esclusivamente ebraico. Da ciò scaturisce la posizione storiografica ufficiale israeliana che, come scrive Pappé “rifiuta ai Palestinesi perfino un modico di diritto morale a resistere alla colonizzazione ebraica della loro patria che iniziò nel 1882” (p.43). Il capitolo mostra come ogni atto della colonizzazione abbia sistematicamente comportato la spoliazione dei palestinesi. Pappé riporta che la popolazione locale accolse positivamente i primi arrivi stabilendo con gli immigrati dei buoni rapporti non ricambiati dai coloni. Fu quando emerse la volontà sionista di espropriare i fellahin – contadiniche cominciarono gli scontri. In Israele i moti del 1921 e del 1929, in quest’ultimo caso ci furono delle uccisioni di ebrei a Hebron, vengono raccontati come esplosioni di antisemitismo ma in realtà la loro natura fu diversa. Su questo punto Pappé apporta un chiarimento molto importante. Nel 1928 le autorità britanniche proposero una rappresentanza paritetica tra ebrei dello Yishuv e i palestinesi.  Fino al 1928 i dirigenti dello Yishuv erano favorevoli a tale rappresentanza mentre i leader palestinesi erano contrari. Ma, sottolinea Pappé, nel 1928 la dirigenza palestinese accettò la proposta britannica e furono invece le organizzazioni sioniste a rifiutarla. L’insurrezione palestinese del 1929 nacque da questo rifiuto. Avviandosi alla conclusione del capitolo Pappé scrive che “il Sionismo può essere presentato come un movimento di insediamento coloniale ed il movimento nazionale palestinese come un movimento anticolonialista” (p.47).

DALLA SPOLIAZIONE ALL’ESPULSIONE SISTEMATICA

Dall’inizio della colonizzazione fino al 1945 le organizzazioni sioniste erano riuscite ad accaparrarsi non più del 7% del territorio della Palestina mandataria con una popolazione ebraica che assommava a mezzo milione di persone su un totale di 2 milioni. In aiuto al progetto sionista vennero le Nazioni Unite che, con l’Unione Sovietica in prima fila e in maniera molto più decisa degli USA, posero le basi per la spoliazione dei palestinesi, proponendo la spartizione della Palestina in due Stati. Allo Stato ebraico, con una popolazione minoritaria rispetto all’insieme della Palestina, sarebbe andato il 55% del territorio mentre all’interno stesso dello Stato ebraico la popolazione palestinese ammontava al 45% del totale. La destra nazionalista sionista, il cui referente maggiore fu il giornalista di Odessa, inizialmente totalmente russofono, Vladimir Jabotinski, ha sempre sostenuto molto apertamente che la Palestina – quantomeno dal Giordano al Mediterraneo, quindi l’area che oggi costituisce l’intero territorio sotto il controllo d’Israele – dovesse essere ebraica nella totalità o quasi della popolazione. Pertanto i seguaci di Jabotinski hanno sempre auspicato un trasferimento concordato della popolazione palestinese oltre il Giordano, tanto erano ‘arabi’ come gli abitanti dei paesi vicini. Un ottimo esempio di ciò che Edward Said ha definito come ‘orientalismo’. Della stessa esatta posizione erano i sionisti socialisti, specialmente l’ala facente capo a David Ben Gurion, di gran lunga maggioritaria. La differenza riguardo i nazionalisti consisteva nel fatto che i sionisti socialisti non lo dicevano apertamente esprimendo la loro posizione in scritti, memorie e dichiarazioni all’interno degli organismi delle loro istituzioni tramite le quali controllavano in tutto e per tutto la vita dello Yishuv. In tal senso Pappé riporta affermazioni di Ben Gurion e quelle del maggiore ideologo in situ dell’espansione coloniale sionista, il socialista Berl Katzenelson. Anche per i sionisti socialisti  il trasferimento (espulsione) degli ’arabi’ doveva avvenire fuori dalla Palestina e quando nel 1937 gli inglesi proposero di spostare dei palestinesi all’interno stesso dei territori mandatari sia Ben Gurion che Katzenelson espressero il loro disappunto: per loro le destinazioni degli abitanti della Palestina dovevano essere la Siria e l’Iraq.  E’ da sottolineare che per trasferimento concordato della popolazione ‘araba’ della Palestina verso i paesi ‘arabi’ si intendeva un accordo di espulsione da raggiungere con le autorità di detti paesi sopra la testa della popolazione palestinese la quale, come già successe con la famigerata “dichiarazione Balfour” del 1917, non doveva in alcun modo essere interpellata. Lo storico palestinese-israeliano Nur Masahla in due ottimi lavori ha analizzato sia la formulazione da parte sionista dell’idea di trasferimento della popolazione autoctona, che il terreno e le condizioni di attuazione violenta nel 1948. (6) I suoi lavori si accompagnano benissimo col noto volume di Ilan Pappé sulla pulizia etnica della Palestina.

Nel 1937, riporta Pappé, in una lettera a suo figlio Amos, Ben Gurion aveva già preconizzato l’eventualità di un’espulsione violenta dei legittimi abitanti della Palestina. Questa avvenne dal dicembre del 1947 alla fine del 1948 ed é nota col termine di Naqba che in arabo significa catastrofe. Il governo del neo-Stato di Israele era ben consapevole dell’enormità di ciò che aveva combinato, soprattutto in considerazione della risoluzione dell’ONU 194 votata nel dicembre del 1948 che menzionava il diritto dei profughi di ritornare alle loro case ed a ricevere degli indennizzi. La risoluzione dell’ONU riconosceva di fatto responsabilità di Israele nel causare l’esodo, fermandosi però ad un passo dalla richiesta di misure di pressione e anche qui grazie soprattutto al lavoro pro-israeliano della delegazione sovietica dato che allora Stalin attribuiva la colpa della guerra del 1948 interamente ai paesi arabi ed alla Gran Bretagna. In tale contesto, il governo israeliano si pose il problema di come reagire alla questione dei profughi palestinesi sul piano dell’immagine e dei rapporti internazionali. Nacque così il mito di un esodo palestinese eterodiretto dai governi ‘arabi’ alimentato dalla promessa di ritornare vincitori. Il quinto capitolo del libro di Pappé intende smantellare tale mito e così facendo ci svela delle informazioni importanti circa l’attendibilità delle fonti storiografiche israeliane.

E’ doveroso dire che la parte di questo mito riguardo l’appello dei governi arabi alla popolazione palestinese – delle zone corrispondenti allo Stato ebraico proposto dalla commissione dell’ONU – a lasciare le loro case, venne dimostrata falsa già alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso da un giornalista irlandese della BBC, Erskine Barton Childers che sull’argomento scrisse nel 1961 un famoso articolo apparso sulla rivista britannica The Spectator. (7) Più recentemente l’esistenza di esortazioni a partire è stata smentita anche da uno storico statunitense molto filo-israeliano, Howard Sachar, il quale, nel suo noto libro di testo sulla storia di Israele, ha scritto di aver cercato delle prove in lungo e in largo senza riuscire a trovarle. (8) Dal canto suo Pappé riporta che dopo l’elezione di Kennedy alla presidenza degli Stati Uniti, David Ben Gurion fece commissionare una ricerca per dimostrare che nel 1948 i palestinesi delle zone assegnate allo Stato ebraico furono sollecitati a partire da appelli in tal senso da parte dei governi vicini. La mossa di Ben Gurion nasceva dal fatto che il neopresidente USA aveva aumentato le pressioni su Israele affinché si decidesse a risolvere la questione dei profughi del 1948. A Ben Gurion serviva della documentazione che scagionasse Israele da ogni responsabilità.

La vicenda della ricerca commissionata dal governo israeliano è assai interessante in quanto le conclusioni firmate dal responsabile della ricerca, Rony Gabay, che poco più tardi emigrerà per sempre in Australia per diventare un docente alla University of Western Australia a Perth, non corrispondono a quanto egli avesse realmente scritto nella sua relazione conclusiva, pertanto oscurata.  Nel 2013 un giornalista di Ha-aretz, Shay Hazkani, rivelò al pubblico l’intera storia intervistandone i protagonisti. Nella sua ricerca Gabay, cui era stato permesso l’accesso a documenti riservati, non aveva trovato alcuna prova riguardo i presunti appelli da parte dei governanti ed i media arabi. Le cause dell’esodo furono individuate nelle espulsioni, nelle minacce e nell’intimidazione della popolazione palestinese, cause ribadite nella ricerca di dottorato poi svolta da Gabay.  Nel rapporto finale firmato da Gabay l’esodo di massa é invece attribuito agli appelli dall’esterno. Intervistato da Ha-aretz, Gabay ha ribadito le conclusioni originarie della sua ricerca, nonché di non aver mai scritto il rapporto su cui, invece, appare la sua firma. La verità consiste nel fatto che le conclusioni iniziali non piacquero a Ben Gurion che ne ordinò la riscrittura effettuata da Moshé Maoz, uno dei maggiori orientalisti israeliani che oggi ha delle posizioni molto diverse di quelle ufficiali di allora le quali, piuttosto che la documentazione oggettiva, guidarono le conclusioni consegnate a Ben Gurion nel 1962. Tra le altre cose la vicenda testimonia del fatto che l’affidabilità degli archivi israeliani – la cui costruzione riflette sempre l’obiettivo colonizzatore dei dirigenti e delle istituzioni del paese – é alquanto problematica. Nur Masalha nei suoi lavori è stato un critico puntuale dell’affidabilità dei suddetti archivi mostrando come spesso offuschino le cause della Naqba.

Nel capitolo in discussione, Pappé sottolinea come la guerra del 1948, ufficialmente iniziata dagli Stati arabi all’ indomani della dichiarazione di indipendenza di Israele il 14 maggio, non fu la causa principale dell’esodo dato che oltre la metà di questo era avvenuta già a fine aprile. Inoltre, scrive Pappé, la guerra fu indotta dalla pulizia etnica che da mesi la dirigenza sionista stava conducendo in Palestina. Secondo Pappé é sbagliato pensare che il governo israeliano fosse intenzionato ad arrivare ad un accordo. Nell’arco della sua storia Israele ha mostrato di rifiutare il piano di pace contenuto nella risoluzione dell’ONU 194, approvata questa volta senza opposizione araba, dell’11 dicembre del 1949 che richiedeva, come parte dell’accordo, il rientro incondizionato dei profughi palestinesi alle proprie case, l’internazionalizzazione di Gerusalemme e la la ridefinizione territoriale dei due Stati sulla base delle nuove realtà. Tuttavia proprio durante il periodo della guerra Ben Gurion raggiunse un patto segreto col re hashemita Abdullah circa la spartizione dello Stato Palestinese tra Israele e la Giordania accordandosi quindi sulla sua cancellazione. Analogamente il governo israeliano rifiuterà di prendere in considerazione le proposte siriane del 1949, i tentativi di Nasser alcuni anni dopo (tramite il leader maltese Dom Mintoff), il tentativo di Kissinger del 1972 di mediare col monarca hashemita Hussein riguardo lo status della Cisgiordania, nonché di prendere in considerazione la dichiarazione pubblicamente espressa dal presidente egiziano Anwar Sadat secondo la quale o si intavolavano dei negoziati affinché Israele evacuasse il Sinai, oppure la guerra – che effettivamente scoppiò nell’ottobre del 1973 – sarebbe diventata inevitabile.  Questo é, a mio avviso, il principale capitolo del libro. Esso si conclude con delle considerazioni da parte dell’autore circa la necessità di arrivare ad un riconoscimento giuridico ufficiale della Naqba per dar vita ad un processo simile a quello avvenuto in Sudafrica.

Il sesto ed il settimo capitolo possono essere esaminati congiuntamente. Molti dei temi del settimo, che tratta del mito di Israele come unico Stato democratico nel Medioriente, appartengono in realtà alla fase storica che va dal 1949 alla guerra del giugno 1967 nei confronti della quale il sesto capitolo si propone di smontare l’idea che fosse stata una guerra preventivo-difensiva imposta dalla concentrazione di truppe egiziane nel Sinai. Molto opportunamente Pappé rimonta al 1960 in cui si verificò una situazione analoga con Nasser che inviò delle truppe nel Sinai. Il contesto era il medesimo del 1967: il tentativo di Israele di impossessarsi delle acque del Giordano alle sue fonti, nonché della zona smilitarizzata al confine con le alture del Golan. Ciò portava a ripetuti scontri militari con la Siria che allora faceva parte con l’Egitto della Repubblica Araba Unita. Perché dunque la guerra non scoppiò nel 1960? Il fatto che in quell’occasione Nasser non avesse richiesto lo sgombero delle forze dell’ONU dagli Stretti di Tiran, all’imboccatura del Golfo di Aqaba sul Mar Rosso, non può essere preso come l’elemento principale di differenza tra i due eventi. Infatti l’azione di Nasser nel 1960 costituiva una violazione degli accordi presi dopo la guerra franco-anglo-israeliana del 1956. Mentre USA e URSS avevano imposto ai due vecchi rottami euroimperialisti un ritiro immediato e senza condizioni, per sloggiare Ben Gurion dal Sinai e dalla striscia di Gaza ci vollero oltre due mesi. Il ritiro di Israele avvenne dopo che il Sinai fu dichiarato zona smilitarizzata sotto garanzia dell’ONU, con i caschi blu posti a sorveglianza degli Stretti di Tiran al fine di assicurare il libero passaggio delle navi israeliane provenienti dal Mar Rosso e dirette al piccolissimo porto di Eilat, vicino ad Aqaba. Sebbene i ‘falchi’ israeliani mordessero il freno, Ben Gurion, ossessionato di trovarsi con troppa popolazione araba sotto giurisdizione israeliana, vietò nel 1960 tassativamente ogni azione militare globale. In questo fu aiutato dal Segretario Generale dell’ONU Dag Hammarskjöld  il quale criticò duramente Nasser per la violazione dello status del Sinai esigendo ed ottenendo il ritiro delle forze egiziane.

Al cospetto degli eventi di sette anni prima la situazione sviluppatasi da marzo a giugno del 1967 si situava in un contesto interno israeliano completamente diverso. Ben Gurion, osserva Pappé, aveva lasciato la direzione del paese e questa volta per sempre e ciò aveva ridato fiato ai ‘falchi’, cioè a coloro che ambivano alla conquista definitiva di tutta la Palestina. Sul piano regionale Nasser si trovava a combattere contro l’Arabia Saudita nello Yemen e la performance militare egiziana non era tra le migliori. Inoltre il governo israeliano era molto preoccupato dai movimenti nazionalistici palestinesi anti-Hussein in Cisgiordania, che si svolgevano ad ondate crescenti dal 1963. Pappé si concentra prevalentemente sulla volontà dei ‘falchi’ di conquistare la Cisgiordania e completare così l’operazione del 1948. E’ necessario quindi approfondire la presentazione del quadro politico che precedette la guerra del 1967.

Ad indebolire il regime hashemita fu la sua passività nei confronti delle violente operazioni di rappresaglia israeliane in risposta a tentativi di infiltrazione e di rientro di contadini palestinesi resi profughi sia dalla Naqba del 1948 sia dalla conquista, dopo il 1949, da parte dell’esercito israeliano della zona cuscinetto smilitarizzata stabilita con gli accordi di Rodi del 1949. In questo caso furono i kibbutzim – spesso appartenenti all’estrema sinistra sionista – ed i moshavim a spingere per ripulire i territori di frontiera dai palestinesi rimasti (che avrebbero dovuto essere cittadini di Israele) e prendersi di conseguenza le loro terre. Vi fu quindi una seconda e meno conosciuta Naqba anche negli anni successivi alla fine della guerra del 1948. Con la formazione nel 1964 di Al-Fatah fondato e diretto da Yasser Arafat iniziarono una serie di attività basate prevalentemente sulla posa di mine sulle strade lungo la linea armistiziale del 1949 chiamata linea verde, creando in tal modo nuove occasioni rappresaglie israeliane sempre dirette contro i civili palestinesi. L’11 novembre del 1966 una camionetta dei reparti di frontiera saltò in aria lungo la linea verde, causando la morte di tre soldati israeliani. Due giorni dopo Israele lanciò un’operazione di rappresaglia contro il villaggio di Samu, a sud di Hebron, investendo ed uccidendo forze giordane, facendo esplodere decine di abitazioni e sequestrando circa un centinaio di civili. Bisogna tener presente che dal 1963 erano in corso  incontri segreti tra Re Hussein di Giordania e Golda Meir e Abba Eban per arrivare ad accordi di pace e di sicurezza riguardo le frontiere. L’operazione di Samu, in cui Israele attaccò violentemente l’esercito e la polizia della Giordania mentre essi facevano di tutto per impedirne le infiltrazioni in Israele, ebbe tre effetti. Da un lato mandò in frantumi il lavorio dei contatti tra le due parti, dall’altro indebolì enormemente la posizione di Hussein di Giordania che dovette far fronte a massicce manifestazioni di protesta. Ma é il terzo aspetto ad essere il più rilevante. L’operazione contro il villaggio di Samu convinse il comando israeliano che per conquistare la Cisgiordania sarebbe bastata una forza militare assai ridotta.

LA GUERRA DEI SEI GIORNI

Sebbene l’attacco a Samu sia considerato come un elemento importante nel percorso che porterà al conflitto militare generalizzato, la chiusura del cerchio avvenne nuovamente sul fronte siriano. La dinamica la rivelò proprio uno dei principali falchi, Moshé Dayan in un’intervista a Yediot Aharonot del 1976, ma pubblicata solo oltre vent’anni dopo il 27 aprile del 1997. Nell’intervista Dayan é perentorio: la Siria, afferma, non é mai stata una minaccia per Israele. Egli continua dicendo che ogni anno, all’inizio della stagione agricola, l’esercito israeliano mandava un trattore nella zona smilitarizzata al confine spingendolo sempre più avanti fintanto che i siriani non cominciavano a sparare e a quel punto Israele faceva intervenire l’esercito e l’aviazione. Nel 1967 lo scontro  – che, afferma Dayan, era per l’80% dei casi provocato da Israele – si spinse molto avanti con una battaglia aerea in aprile sui cieli di Damasco assieme a bellicose dichiarazioni da parte di alti militari israeliani riguardo un eventuale colpo al regime baathista. Fu in questo contesto che Nasser inviò le truppe nel Sinai, chiedendo poco dopo il ritiro dei caschi blu dell’ONU dagli stretti di Tiran. Infatti, malgrado lo scioglimento in precedenza della Repubblica Araba Unita, l’Egitto rimaneva legato alla Siria da un patto di alleanza. Ed é qui che sorge la questione del pericolo mortale che doveva fronteggiare Israele giustificando così l’attacco aereo scatenato il 5 giugno del 1967.

In maniera sorprendente Pappé tratta della questione senza alcun mordente perdendosi in osservazioni di dettaglio. Stranamente non menziona il grande dibattito sul pericolo di sterminio che si sviluppò sulla stampa israeliana, ed esclusivamente in ebraico, dopo la vittoria nella guerra di giugno. Il mito che Israele stesse correndo un rischio mortale per cui l’attacco del 5 giugno fu un’operazione preventiva dettata dalla necessità – non vogliamo un pollice di territorio arabo dichiarò Dayan confermando appunto nei fatti questa posizione, si fa per dire – fu smantellato per intero da quel dibattito diretto prevalentemente da generali che durò dal mese di febbraio del 1968 addirittura fino al 1972. Uno dopo l’altro, generali come Itzhak Rabin, capo di Stato maggiore durante la guerra, Haim Bar-Lev, un altro capo di Stato maggiore, Ezer Weizmann, capo del settore operativo, Maititiahu Peled, comandante dei sistemi logistici, affermarono senza mezzi termini che alla vigilia della guerra l’esistenza di Israele non era assolutamente in pericolo. Il più succinto e preciso fu il generale Ezer Weizmann che dal 1993 al 2000 diventerà il presidente dello Stato di Israele. Su Maariv del 4 aprile del 1972 Weizman dichiarò che “non c’é mai stato alcun pericolo di sterminio. Questa ipotesi non venne mai presa in considerazione in alcuna riunione importante”. (9) Nella fatidica riunione del gabinetto del Primo Ministro Levi Eshkol nella notte tra il primo ed il 2 giugno Matitiahu Peled ricoprì il ruolo principale nello spingere il governo ad attaccare. Il figlio di Peled, Miko, da anni residente in California e attivista in favore dei diritti dei palestinesi, é andato a spulciare nei verbali desecretati delle riunioni del Consiglio dei Ministri dell’epoca. Miko riporta quanto suo padre Matitiahu disse al primo ministro israeliano Levi Eshkol:  “Noi sappiamo che l’esercito egiziano non è pronto per la guerra… abbisogna ancora di un anno e mezzo per prepararvisi. A mio avviso lui (cioè Nasser, J.H.) conta sull’esitazione del governo israeliano. Agisce sulla base della sicurezza che non oseremo colpirlo… abbiamo il diritto di sapere (dal Governo, J.H.) perché dobbiamo essere costretti a subire quest’umiliazione… forse nell’occasione di questa riunione potremmo ottenere delle spiegazioni” (https://mikopeled.com/category/articles-in-hebrew/, mia traduzione dall’ebraico). La guerra del 1967 non fu una scelta obbligata, scaturì dalla volontà di terminare l’opera del 1948 e nel caso dell’aggressione alla Siria, come racconta Dayan nella succitata intervista, dalla cupidigia colonialista dei kibbutzim – quindi della sinistra israeliana di cui i kibbutzim erano l’asse portante anche sul piano militare – verso le terre agricole e le fonti acquifere del Golan, cosa che richiedeva non solo l’occupazione dell’altipiano ma anche l’espulsione della sua popolazione arabo-druza, puntualmente effettuata.

Prima parte (Continua)

Note

1 Ilan Pappé era originariamente docente di storia presso l’Università di Haifa. Nell’estate del 2006 accettò una cattedra presso la University ofExeter ove insegna tutt’ora. La partenza da Haifa fu dovuta ad un clima di intolleranza verso le sue ricerche e le sue attività, al punto tale di ricevere delle minacce di stile mafioso. Inoltre il direttore del suo dipartimento aveva descritto le sue posizioni come un tradimento sul campo di battaglia. L’università di Haifa aprì nei suoi confronti una procedura per diffamazione poi sospesa ma non chiusa. Pappé che inizialmente proveniva dal sionismo di sinistra per poi abbandonarlo del tutto, ha raccontato la sua esperienza a Haifa nel volume autobiografico Out of the Frame, London: Pluto Press, 2010. Una chiara recensione del libro autobiografico si trova sulla rivista britannica Ceasfire al link seguente: https://ceasefiremagazine.co.uk/book-review-pappe/

2 Khalid, Rashidi: Palestinian Identity: The Construction of Modern National Consciousness, Columbia University Press, 1997. Negli USA lopera ha ricevuto dei premi importanti.

3 Edward Said, Orientalismo. L ’ immagine europea dell’Oriente, Feltrinelli, Milano, 2013, pp. 395

4 Maxime Rodinson: Israel fait colonial? in: Les Temps Modernes, 1967, no. 253 BIS, pp. 17-88.

5 Shlomo Sand: L’invenzione del popolo ebraico, Milano: Rizzoli 2010; nonché: The Invention of the Land of Israel: From Holy Land to Homeland, London: Verso, 2014. Le ricerche di Sand toccano gli aspetti geografici e antropologici della storia degli ebrei antichi. Egli svolge le seguenti osservazioni. (1) Non vi fu alcuna deportazione della popolazione palestinese, ebraica quindi, da parte dei romani. Le legioni non producevano cibo ma ne avevano bisogno e questo proveniva dalla terra lavorata dai contadini palestinesi (dagli ebrei) del tempo. (2) Sand stima a 4 milioni le persone di religione ebraica su un’area che andava dalla Persia alla Mesopotamia, alla Palestina, allo Yemen financo all’ Africa centrale. Si tratta di un numero enorme data l’epoca che non poteva essere raggiunto senza azioni di proselitismo. Pertanto la stragrande maggioranza delle persone di religione ebraica non aveva nulla a che vedere con la Palestina. (3) la scarsa consistenza di ebrei in Palestina all’epoca dell’arrivo dei primi coloni sionisti, era dovuta alla loro conversione all’Islam attraverso i secoli. Sand riporta che Ben Gurion ne era consapevole il quale affermò che i palestinesi moderni erano i discendenti degli antichi ebrei. (4) Il mito della discendenza degli ebrei moderni dall’antichità é stato creato da ebrei sionisti di estrazione ashkenazita prevalentemente abitanti dell’impero zarista. A tal proposito Sand sostiene la stessa tesi di Arthur Koestler circa la conversione in massa all’ebraismo della popolazione khazara originaria del Mar Caspio. In tal senso considero rilevanti anche le ricerche condotte dagli eminenti archeologi israeliani Israël Finkelstein e Neil Asher Silberman : La Bible dévoilé e : Les Nouvelles révélations de larchéologie, Paris: Bayard, 2002; ristampato nelle edizioni tascabili FOLIO della Gallimard.

6 Nur Masalha: Expulsion of the Palestinians: The Concept of “Transfer” in Zionist Political Thought, 1882-1948 . Beirut: Institute of Palestine Studies, 1992; A Land without a People: Israel, Transfer and the Palestinians, 1949-96. London: Faber & Faber, 1997.

7 https://web.archive.org/web/20091015133337/http://www.users.cloud9.net/~recross/israel-watch/ErskinChilders.html

8 https://archive.org/details/HistoryOfIsraelFromTheRiseOfZionismToOurTimeAHowardMSachar1977

9 Lelenco delle dichiarazioni degli esponenti militari e politici israeliani del periodo si trova tradotto in inglese sul sito di Alan Hart:

http://www.alanhart.net/the-lies-about-the-1967-war-are-still-more-powerful-than-the-truth-2/

 

thanks to: Brescia Anticapitalista

Boicottaggio Israele, studiosi del Medio Oriente contro alcune università italiane: “Violati dibattito e libertà accademica”

Boicottaggio Israele, studiosi del Medio Oriente contro alcune università italiane: “Violati dibattito e libertà accademica”

L’associazione di studiosi di Medio Oriente più importante al mondo, ha scritto al ministro dell’Istruzione Giannini per esprime “profonda preoccupazione” sugli episodi che hanno visto i rettori delle Università di Roma (La Sapienza), Cagliari, Catania e Torino censurare e/o ostacolare iniziative volte a discutere il movimento Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni

Sul tavolo del ministro all’Istruzione Stefania Giannini è arrivata una lettera di Beth Baron, presidente della Middle East Studies Association of North America (Mesa) l’associazione di studiosi di Medio Oriente più importante al mondo. La Commissione sulla libertà accademica attivata dagli statunitensi esprime “profonda preoccupazione” sugli episodi che hanno visto i rettori delle Università di Roma (La Sapienza), Cagliari, Catania e Torino censurare e/o ostacolare iniziative volte a discutere il movimento Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni (Bds) contro Israele. Gli statunitensi scrivono che se sono “consapevoli che il boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane è un argomento estremamente teso, mettere a tacere una discussione libera e aperta su di esso nei campus universitari costituisce una grave violazione della libertà accademica”. Infatti, “in ciascuno di questi casi, il rettore dell’università ha negato o revocato l’accesso alle strutture universitarie” – oppure ostacolato, come nel caso de La Sapienza, a Roma.

Violate norme elementari del dibatto democratico
Nel sottolineare la preoccupazione che così facendo si possa “creare un ambiente ostile”, nella lettera si ribadisce che “La libertà accademica di impegnarsi e promuovere la discussione e il dibattito sull’occupazione israeliana della terra palestinese è un diritto fondamentale, e la sua violazione, attraverso qualsiasi forma di soppressione della discussione aperta sulla questione boicottaggio viola le norme più elementari di espressione democratica”. La lettera dei 3000 studiosi di Mesa si conclude con un’”esortazione”, rivolta anche alla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (Crui), a “sostenere una discussione e un dibattito aperti sul BDS presso le università italiane”. Un diritto per le università e per gli studenti – chiudono.

La lettera statunitense è la più pesante, ma non è la sola: si sono espressi già pubblicamente gli studiosi della British academics for the Universities of Palestine (Bricup) e gli Accademici irlandesi per la Palestina. Tutti insistono sullo stesso punto: non si tratta di sostenere o meno il BDS, ma di dare spazio al dibattito. E dettagliano la situazione italiana durante la settimana dell’Israeli Apartheid Week.

“BDS? la galera”
Non è passato inosservato il rettore della Sapienza Eugenio Gaudio, dichiarandosi favorevole (Pagine Ebraiche, 23 febbraio 2016) alla perseguibilità penale dei sostenitori BDS, a cui non ha “intenzione di lasciare spazio (…)”. Perché è “fondamentale affermare che l’odio è incompatibile con lo spirito e i valori accademici (…)”.

I primi segnali, scrivono britannici e irlandesi, sono del 2015, quando l’Università di Roma Tre all’ultimo minuto revocò l’aula allo storico israeliano Ilan Pappe, ma “la drammatica soppressione e demonizzare del dibattito sull’attivismo in solidarietà con la Palestina” ha raggiunto il suo culmine nella condanna ai promotori della Campagna Stop Technion – scrive Bricup.

A Cagliari, il rettore ha minacciato le vie legali, ma gli studenti hanno proseguito nell’azione, rilanciando il loro appoggio alla Campagna Stop Technion. E così a Torino, stessa dinamica. A Catania, invece, dove il mese scorso si sono ritrovati gli studiosi della Società Italiana di Studi sul Medio Oriente (SESaMO), per il loro meeting annuale, il rettore Giacomo Pignataro ha censurato il panel sul BDS, anche se era stato già approvato dal board scientifico. E 93 studiosi (praticamente metà associazione) si sono ribellati. Risultato: molti panel sono saltati, mentre altri sono stati trasformati in occasioni di dibattito sul BDS stesso, sulla libertà accademica o su quella d’espressione. E alla fine è proprio in Sicilia che è nato il primo Comitato per la libertà accademica italiano.

Molte le voci sulle pressioni dell’ambasciatore d’Israele. A Roma sono state rivendicate da Pagine Ebraiche: “Ogni eventuale decisione in merito (allo svolgimento dell’Israeli Apartheid Week, ndr), compresa la possibilità che l’incontro sia annullato, spetterà adesso al rettore Eugenio Gaudio (cui si è rivolto anche l’ambasciatore israeliano Naor Gilon e che proprio in questi minuti si starebbe confrontando sul da farsi con i suoi più stretti collaboratori)”. A Cagliari, è stata fatta domanda di accesso agli atti, perché è forte il sospetto che l’ambasciata non abbia solo “telefonato”, voce dei primi momenti, ma abbia scritto – del resto, nel caso Trieste è l’ambasciatore stesso a far pensare a una prassi consolidata.

Il BDS sta vincendo
La crescente preoccupazione israeliana ha preso corpo nella prima conferenza (organizzata a Gerusalemme da Ynet, sito che fa capo a Yedioth Ahronoth) dedicata al contrasto del BDS. Stando ai report delle testate israeliane +972 e Mondoweiss si è svolta all’insegna di un messaggio paradosso: “Il BDS non è una minaccia, ma va preso molto sul serio”. Gli unici a parlar chiaro sono stati gli industriali: i danni ci sono. Ma a dare corpo alla preoccupazione è stata la presenza di tutti i ministri più importanti – Esteri e istruzione per esempio – di personalità della cultura, dei maggiori imprenditori israeliani, dei giornalisti e dell’intelligence – speaker che si sono susseguiti per tutto il giorno di fronte a un migliaio di persone.

E che ha visto nelle parole del ministro per i Trasporti e l’Intelligence, Yisrael Katz, il momento più grave. Lo segnala, tra gli altri, Euro-Mediterrean Monitor, che ha tra i suoi garanti il giurista Richard Falk, ex Rapporteur Onu per i territori occupati. Quando Katz ha parlato di “sforzo mirato di prevenzione civica” contro gli attivisti BDS, “isolandoli e passando informazioni su di loro alle agenzie di intelligence di tutto il mondo” per Ramy Abdu, capo di Euro-Monitor, è un invito a eliminare gli attivisti – “pericoloso e senza precedenti”. Tra i più nominati durante tutta la giornata anti-BDS, Omar Barghouti, il portavoce più in vista del movimento palestinese.

Per Ron Lauder, capo del Congresso mondiale Ebraico, il BDS “avvelena le menti dei giovani ebrei americani”. E ha giurato di rendere illegali i boicottaggi economici”, indicando nella Francia lo stato apripista, dal momento che è l’unico paese europeo dove il boicottaggio sia reato. Le pressioni israeliane, anche su questo aspetto, sono fortissime anche negli Stati Uniti – come ormai ampiamente documentato -, ma data la “sacralità” del Primo emendamento si concretizzano, da un lato, in liste di proscrizione, azioni legali, di discredito e di intimidazione contro gli attivisti, dall’altro, nel proporre disegni di legge e risoluzioni che svantaggino le aziende che decidano di interrompere il commercio con gli insediamenti illegali (come richiede, ad esempio, l’Europa).

thanks to: Ilfattoquotidiano

“Abbiamo sprecato 40 anni parlando di niente, facendo niente.” Pappé demolisce il processo di pace.

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Medio Oriente, Philip Weiss, 4 Marzo 2016

La notte scorsa Ilan Pappé ha tenuto una brillante conferenza sulla crudele illusione di processo di pace in una sala della New York University stipata con circa 200 persone di ogni età.

Questo pomeriggio parlerà alla Columbia e, se siete nei paraggi, ci dovreste andare. Non riesco a pensare ad una più convincente spiegazione degli schemi politici del conflitto in questo momento. Qualcuno potrebbe discostarsi da parti delle tesi di Pappé ma la sua analisi del supporto del processo di pace fino alla colonizzazione predatoria è indiscutibile. Ed il suo discorso era illuminato dall’empatia verso gli israeliani; quindi questo non è un programma di violenza ma di pacifica trasformazione.

Cosa ha detto il professore anglo-israeliano?

Per decenni gli intellettuali hanno provato ed hanno fallito nello spiegare il conflitto come un progetto coloniale. Attualmente questo paradigma va di moda negli ambienti accademici, è acuto e potente ed aiuta a spiegare la rilevanza della Palestina per il Medio Oriente a tutto il mondo.

L’analisi del processo di colonizzazione prende il posto dell’analisi della situazione di Israele e Palestina come conflitto egemonico tra due movimenti nazionali, un problema di “affari” più che un problema “umano”.

In quest’ottica, i negoziatori potrebbero gestire il conflitto e presupporre di offrire una congrua divisione dell’immobile, squilibrata da un lato perché è quello più forte, ma il risultato di questo modello fallito è quello che possiamo osservare nella mappa della Palestina che va rimpicciolendosi, riducendosi a poco più di briciole per la popolazione indigena.
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Il modello coloniale è accurato perché cattura lo spirito del sionismo dal 1882 ad oggi: il progetto di colonizzare una terra e fare i conti con una popolazione indigena attraverso un processo di “eliminazione e deumanizzazione”.
Come i colonizzatori del Nord America, i colonizzatori sionisti stavano spesso scappando dalla discriminazione in Europa. “Se ne sono andati perché erano perseguitati, perché non si sentivano al sicuro, infatti erano sotto una minaccia reale e stavano cercando un porto sicuro .”- ha detto Pappé -“Hanno lasciato il continente con un biglietto di sola andata e la consapevolezza che non sarebbero tornati indietro.”

I fondatori non si sono fatti illusioni su quello che stavano per fare. Pappé ha raccontato che i piani per la pulizia etnica della Palestina hanno origine dall’inizio del 1940, quando i funzionari sionisti compilarono la lista dei villaggi palestinesi e delle loro popolazioni.

La cosa stupefacente del progetto sionista era che la Seconda Guerra Mondiale aveva inteso segnare la fine del colonialismo, ma in Palestina il colonialismo subì una promozione.
Gli ufficiali americani sul territorio pressarono per il ritorno dei profughi del 1948 (come ci fu riferito) ed oltre, ma la Casa Bianca ripiegò.
Il Dipartimento di Stato ed i funzionari ed emissari della CIA di Harry Truman dissero che non importava il modo in cui i rifugiati erano andati via (qui Pappé accredita quanto raccontato da Irene Gendzier); avevano il diritto di tornare, ma la Casa Bianca adottò le motivazioni israeliane. Così, la politica di garantire ai rifugiati il loro diritto al ritorno, un diritto onorato di routine in Europa, venne nullificato in Israele e Palestina.

Mentre il messaggio che veniva non solo dagli Stati Uniti ma anche dalle comunità internazionali era che in qualunque altro posto il colonialismo apparteneva al passato, il genocidio, l’eliminazione di popolazioni, il prendere possesso della terra altrui con la forza, erano qualcosa che apparteneva al periodo precedente alla Seconda Guerra Mondiale e non a quello successivo (questo è il periodo della decolonizzazione, questo è il periodo in cui, almeno dal punto di vista etico, questo modo di fare non faceva parte del discorso normativo), ciò nonostante quanto recepito da israele è che non fosse inclusa nel discorso.
E molti grandi filosofi della morale a quei tempi, negli anni ’50 e ’60, avrebbero potuto fare l’impossibile, quello che altri stanno facendo oggi. Puoi adottare principi universali in ogni posto del mondo, ma non in Israele. Nessuno spiega questo eccezionalismo. Nessuno costruisce alcuna infrastruttura logica per questo eccezionalismo. Questo eccezionalismo è considerato dovuto.

E l’eccezionalismo ha fatto un ottimo lavoro per Israele. La pulizia etnica di circa 500 villaggi nel 1948 fu seguita dalla pulizia etnica di 36 villaggi all’interno di Israele tra il 1948 ed il 1956 e la creazione della Striscia di Gaza come campo di rifugiati per palestinesi espulsi. Dall’inizio degli anni ’60 in poi, una lobby di generali e politici israeliani ha avanzato la richiesta che Israele potesse colonizzare anche la West Bank. David Ben-Gurion si mise di traverso ma nel 1964 fu espulso dal governo e la lobby accrebbe il suo potere. Nel 1967 conquistarono la West Bank.

E virtualmente dal 1967 Israele iniziò un discorso di pace che ha abbindolato il mondo. Questo è stato l’elemento più disturbante del discorso di Pappé. Puoi raccontare di essere sul terreno di pace ed i leaders vincono addirittura premi Nobel per la Pace per un piano allo scopo di “contenere la popolazione indigena in enclavi che non hanno alcun peso ” sulla maggioranza della società. La popolazione partecipa al processo di pace per sentire che sta facendo qualcosa di buono ma non fa che prolungare il disastro per i palestinesi. Questi perdono sempre più terra ogni giorno. Gaza è un luogo di “disumanità, barbarie ed inedia”. Gli ebrei americani, che negli anni hanno visitato la West Bank cinque volte, ricevono la sensazione di star facendo qualcosa per alleviare le tremende condizioni.

Perché se una logica di deumanizzazione e di eliminazione del popolo palestinese è sviluppata in nome della pace, in nome della riconciliazione, in nome della coesistenza, essa riceve una immunità e questa immunità non è guadagnata perché si tratta di un discorso particolarmente geniale ma perché riesce persino a convincere i palestinesi a parteciparvi, riesce persino a convincere le persone di coscienza nel mondo a parteciparvi, con la convinzione che in questo momento si parli di pace.

Israele cerca la legittimazione per le azioni dei suoi coloni attraverso “incredibili progetti umanitari” ma nella realtà i due modi di fare non possono escludersi reciprocamente.
Durante la prima fase del sionismo “si trattava di costruire le infrustrutture dello stato dal nulla, la creazione di una nuova cultura, l’integrazione di un centinaio di differenti culture sociali da cui venivano gli immigrati e la loro fusione in un’unica società. La costruzione della tecnologia e via dicendo. ” Nella seconda e terza fase “le comunità cominciano ad emergere attraverso l’arte moderna, la letteratura moderna una discreta quantità di libertà individuali, ben rappresentate nella città di Tel Aviv.”

Tutte queste conquiste possono essere tollerate all’interno del contesto di un progetto coloniale. Vale a dire che puoi continuare a deumanizzare, puoi continuare ad eliminare la popolazione nativa e contemporaneamente eccellere in altri aspetti della vita a beneficio della società coloniale.

La legittimazione internazionale alle azioni di Israele ha fornito un imprimatur alla brutalità ed alle carneficine portate a termine dai vicini di Israele. Yemen, Siria ed Iraq erano società oppressive in qualche misura a causa dell’anacronistica influenza del sionismo, sebbene non tutte le colpe siano di Israele (tutto ciò combacia con la visione secondo la quale l’Egitto si sarebbe cementato sotto una dittatura su un popolo di 80 milioni di persone per 30 anni, a causa di questo processo di pace benedetto da tutti).

Tante brave persone sono state manipolate dal processo di pace e portate a pensare che le espropriazioni di Israele fossero temporanee.

Le persone ci cascano perché hanno bisogno di risolvere le proprie contraddizioni cognitive, ma di certo 50 anni ti devono avere dimostrato che forse, nel 1967, dopo 19 anni, Israele era un fatto temporaneo ma Israele nella West Bank è definitivamente non temporanea. Le cose stanno così. Questo è lo stato d’Israele, dal fiume Giordano fino al Mediterraneo. C’è un solo stato e ci sarà sempre un solo stato e questo stato è lo stato d’Israele.
Così abbiamo avuto tanta energia, energia diplomatica, energia accademica, buona volontà se volete, investita in un processo presupposto come un genuino processo di pace basato sulla versione più sofisticata del sionismo, che non ha portato da nessuna parte. Tutto ciò non è certo andato sprecato per Israele ma noi abbiamo sprecato tempo, se davvero eravamo alla ricerca di pace e riconciliazione. Abbiamo davvero sprecato tempo, stiamo ancora sprecando tempo.

Assomiglia alla vecchia barzelletta dell’ubriaco che cerca le chiavi smarrite sotto ad un lampione stradale, sebbene quello non sia il posto in cui le chiavi erano state perse.

La chiave non era stata persa nella soluzione dei due stati, nell’idea della spartizione, non è stata persa nel paradigma del conflitto in Palestina come guerra tra due movimenti nazionalisti. La chiave è stata persa nell’oscurità della realtà di un processo colonialista.

Siamo giunti ad un momento critico del conflitto. Abbiamo bisogno di abbandonare i paradigmi storici che negano che questo sia colonialismo. È importante per gli occidentali che si insista sul fatto che questo è un progetto colonialista affinché sorga una nuova comprensione di massa su come risolvere il problema, ponendo fine al sionismo.

La necessità è che si faccia una grande pressione sulla società israeliana affinché emerga l’antisionismo radicale. Professori, studenti, giornalisti ed attivisti occidentali hanno ruoli importanti da giocare qui. Bisogna supportare il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, ha detto Pappé. Bisogna parlare dell’apartheid e del genocidio. Quando ha tenuto una conferenza nella sua Università, l’Università di Exeter in Gran Bretagna, sul tema del colonialismo, l’ambasciata israeliana, il consiglio dei deputati della comunità ebraica e persino l’ufficio del primo ministro, tutti chiamarono l’università nel giro di 12 ore per dire che non volevano che si permettesse all’evento “antisemita e filo-nazista” di avere luogo. La scuola tenne duro (questo aneddoto mi ha colpito per la sua dismisura).

Il colonialismo nelle ere passate si è tradotto in genocidio. I recenti modelli di decolonizzazione sono misti. All’Irlanda del Nord è servito molto tempo ma la situazione oggi è molto migliorata rispetto al passato. La stessa cosa accade in Sud Africa, anche se oggi sopravvive l’apartheid economica. Lo Zimbabwe non è una risposta e non lo è neppure l’Algeria, ha detto Pappé. Troppo violente ed intolleranti. E si deve tenere in considerazione il caos scoppiato in Syria ed Egitto al crollo delle autorità tradizionali. Ma questi non sono motivi per preservare l’oppressione israeliana. Le persone imparano dai propri errori. Ma abbiamo bisogno di prendere a cuore la situazione in fretta. I palestinesi dovrebbero cambiare il loro modello per discostarsi da quello del Fronte di Liberazione Nazionale (algerino) a quello dell’African National Congress (in Sud Africa), anche se non è questo il momento di sollevare questa urgenza. E gli occidentali non dovrebbero legittimare l’Autorità Palestinese.

La sfida: “Possiamo aiutare dall’esterno, possiamo costruire dall’interno una cornice per una relazione tra la terza generazione di coloni e gli indigeni?”. Sì.

Per la maggioranza degli israeliani un discorso simile sembrerebbe provenire da marziani ma non è importante. Dobbiamo insistere, perché abbiamo sprecato 40 anni parlando di niente, facendo niente, portando milioni di dollari nella West Bank che non hanno risolto nulla, creando istituzioni palestinesi che non significano nulla. Abbiamo perso tempo, abbiamo perso energie. E non ho intenzione di continuare, sono troppo vecchio. C’è una generazione più giovane che capisce questi problemi, sia in Israele che in Palestina e penso che stiano iniziando a costruire un nuovo discorso.

La fine dell’intervento di Pappé è stata piena di speranza. Lo scopo finale del sionismo era quello di frammentare la popolazione palestinese, di separare rifugiati da indigeni, occupati da esiliati e di impedire loro di comunicare. Facebook ha cambiato tutto questo. Il sionismo non aveva previsto internet, che sta costruendo ponti attraverso tutti questi gruppi, dando loro potere.

E se in questa università insisterete ad insegnare la storia di Israele e Palestina come storia di una colonizzazione, ad insegnare cosa siano apartheid e genocidio e continuerete a supportare movimenti come il BDS “avrete un pizzico di coscienza in voi, quindi non sopporterete le politiche messe in atto sui palestinesi e la storia vi giudicherà come le persone che hanno contribuito ad un futuro migliore in Israele e Palestina.”.

Sento la fondamentale necessità di aggiungere tre commenti personali.
In primo luogo, la stanza scoppiava di persone. Il senso di eccitazione nell’assistere ad un discorso di questo leader intellettuale era palpabile. La gente ha letto il libro di Pappé sulla puliza etnica ed il suo recente libro con Chomsky. Lo vedono come un esperto, erano completamente rapiti nell’ascoltare. C’erano molti avvenimenti all’Università di New York la notte scorsa, e tuttavia questo era un evento importante. La gente sa della Palestina ed i giovani non taceranno su questo argomento. Il movimento che per lungo tempo abbiamo tracciato è forte e vitale. C’era una grande diversità nella stanza, così come ascoltatori che sembravano essere docenti.

In secondo luogo, inizialmente è stato mostrato un breve documentario chiamato “Abu Arab” di Mona Dohar, su proposta del movimento Zochrot.
Non potrei dire abbastanza di questo film. Mostra una giovane donna, Muna Thaher, che accompagna suo nonno Abu-Arab al suo villaggio cancellato, vicino Nazareth. Ogni momento è delicato e spontaneo. L’anziano racconta storia della sua infanzia nel villaggio, prima che la sua famiglia venisse costretta ad andarsene, sua sorella uccisa e la salute di sua madre compromessa. Dice alla nipote che il ritorno è inevitabile, se non per la sua generazione, allora per la prossima. I semplici rapporti umani del film toccano parti della mente che nessuna analisi può raggiungere. La ragazza del film è dolce e premurosa, una donna qualsiasi che si batte per tutti con occhi aperti. Il documentario lascia questa idea: nessuno può disputare le proprie pretese di costruire un futuro sulla terra di questa donna.

In terzo luogo, un elemento del discorso di Pappé mi ha colpito come testimone. Si è spesso rivolto alla lobby interna in Israele che colonizza la West Bank ma non ha mai menzionato la lobby americana. Lo immagino come un marxista per pratica che non vuole entrare nella visione religiosa del conflitto. Ma in quale altro modo puoi spiegare l’anomalo eccezionalismo del colonialismo israeliano nel 20esimo secolo senza parlare della storia ebraica? L’anomala protezione del sionismo da parte dell’occidente è un prodotto del senso di colpa verso l’Olocausto da parte dei poteri occidentali, sì, ma non è una strategia imperialistica. È contro gli interessi statunitensi avere un Medio Oriente caotico come quello odierno, una instabilità che era stata perfettamente prevista dal Dipartimento di Stato 70 anni fa. Perché i presidenti degli Stati Uniti dovrebbero ribaltare gli interessi statunitensi? Perché sono dipendenti dalla lobby israeliana, dai finanziatori ebraici dell’ala destra. Triste ma elementare. Questo è il motivo per cui la Milbank Tweed supporta eventi sulle torture della CIA ma minaccia di ritirare il finanziamento ad Harvard in occasione di un evento palestinese. Questo è il motivo per cui il sionismo risponde ad un evento palestinese alla Vassar minacciando uno “sciopero dei finanziatori ebrei”. Questo è il motivo per cui Truman ha violato un principio profondamento rispettato, quello della separazione tra chiesa e stato, allo scopo di tenersi stretti i finanziatori per le elezioni. Dobbiamo attribuire le responsabilità ai potenti ebrei sionisti americani che considerano un proprio dovere supportare uno stato ebraico. Questa discussione e questa decolonizzazione deve prima avvenire all’interno degli Stati Uniti per poter essere davvero realizzata.

Trad. L. Pal – Invictapalestina.org

fonte: http://mondoweiss.net/2016/03/we-wasted-40-years-talking-about-nothing-doing-nothing-pappe-demolishes-the-peace-process/

thanks to: Invicta Palestina

Dialogo con Ilan Pappé

https://i0.wp.com/www.sardegnapalestina.org/wp-content/themes/mimbo2.2/images/12143298_414472538746082_5769390897435948653_n.jpg

Sabato 17 ottobre, alle ore 10, presso l’Aula A, Dipartimento di scienze sociali e delle istituzioni dell’Università degli Studi di Cagliari, Viale Sant’Ignazio n.76.
L’Associazione Culturale Amicizia Sardegna Palestina e l’Associazione L’Italia siamo Noi organizzano per venerdì 16 ottobre presso la Sala Consiliare del Comune di Cagliari e per il sabato 17 ottobre un incontro aperto con il noto storico israeliano Ilan Pappé.
Ilan Pappè, nato ad Haifa 1954 da genitori ebrei sfuggiti alla persecuzione nazista, si è laureato all’Università Ebraica di Gerusalemme e ha ottenuto il titolo di dottore di ricerca all’Università di Oxford. Storico appartenente alla corrente della così detta Nuova storiografia israeliana, ha svolto le proprie ricerche in numerosi archivi, “compresi gli archivi militari israeliani desecretati dopo 50 anni dall’occupazione della Palestina”, studiando a fondo i documenti sulla nascita di Israele e la conseguente tragedia del popolo palestinese del 1948.
Tutta la sua opera, in particolare il celebre volume La pulizia etnica della Palestina [Fazi, Roma 2008], offre una visione chiara di quanto accaduto realmente in Palestina, in netto contrasto con la versione adottata dalla storiografia ufficiale israeliana.
Ilan Pappé sin dal 2005 è stato fortemente ostracizzato dalla società israeliana per essersi espresso sulla pulizia etnica della Palestina e per aver sostenuto il boicottaggio accademico e culturale di Israele, fino a essere costretto a trasferirsi nel Regno Unito, presso l’Università di Exeter, per poter esercitare la sua professione.

thanks to: Sardegna Palestina

Palestina e Israele: che fare?

Frutto di un fitto scambio tra Noam Chomsky e Ilan Pappé, il libro prosegue la riflesssione sulla questione israelo-palestinese proponendo  un “nuovo lessico” per definirla

Noam Chomsky (destra) e Ilan Pappé (sinistra)

 

di Andrea Colasuonno – Odysseo

Roma, 18 luglio 2015, Nena NewsÈ uscito il nuovo libro di Noam Chomsky e Ilan Pappé “Palestina e Israele: che fare?. A quasi un anno esatto dall’ultima sanguinosissima operazione israeliana su Gaza, “Margine protettivo”, i due autori hanno voluto proseguire il lavoro di riflessione iniziato con “Ultima fermata Gaza”, testo edito 5 anni fa, di grande successo e vasta diffusione.

Anche questo nuovo lavoro, come quello precedente, nasce fondamentalmente da un fitto scambio di vedute fra i due celebri studiosi ebrei. Così, spiega il curatore Frank Barat nell’introduzione, si era pensato di dividere il lungo dialogo in tre parti: una che trattasse del passato della questione palestinese, una del presente, l’altra del futuro. Le bozze del libro erano pronte quando nel luglio 2014 Israele e Gaza precipitarono nell’ennesimo conflitto. Pappé come Chomsky decisero che fosse doveroso a quel punto integrare il loro libro-intervista con lavori originali che ne chiarissero meglio alcuni contenuti.

Seguendo questa logica il testo si è arricchito di capitoli quali “I tormenti di Gaza, i crimini di Israele, le nostre colpe”, “Breve storia del genocidio progressivo di Israele”, il “Discorso alle Nazioni Unite” di Noam Chomsky. Ma soprattutto “Le vecchie e le nuove conversazioni”, saggio “eccellente, di straordinaria attualità, provocatorio e originale”, posizionato non a caso in apertura al testo, nel quale Pappé prova a riscrivere il vocabolario del conflitto israelo-palestinese.

Da dove nasce questa esigenza? Nasce dalla presa d’atto che le grandi conquiste raggiunte fuori dalla Palestina, ad esempio il cambio avvenuto nell’opinione pubblica mondiale circa il conflitto in questione, non si sia tradotto in miglioramenti concreti sul territorio. Ciò, secondo Pappé, non è avvenuto anche perché fra diplomatici, studiosi, politici, ma anche attivisti filo palestinesi occidentali, vige ancora un’egemonia retorica di ciò che chiama il “vocabolario dell’ortodossia pacifista”. Un vocabolario scaturito da una fiducia “quasi religiosa” nella soluzione a due Stati, messo a punto negli ambienti delle scienze politiche americane e “utile a conformarsi alle posizioni degli Stati Uniti”.  

che-fareEcco che, secondo lo storico israeliano, un “nuovo lessico può servire agli attivisti per rafforzare il proprio impegno nella lotta contro l’ideologia sottesa agli abusi e alle violazioni israeliane dei diritti umani e civili […]”. E allora questi alcuni dei termini in questione.

Colonialismo al posto di “sionismo”. Una sostituzione del genere, spiega Pappé, è fondamentale perché chiarisce la natura delle politiche israeliane di giudaizzazione sia all’interno di Israele che in Cisgiordania. Del resto il movimento sionista già nel 1882 usava il termine “le-hityashev”, letteralmente “colonizzare”. Inoltre non tutti capiscono “sionismo” mentre più o meno tutti comprendono “colonialismo”. Ciò permette di spezzare la favola della “complessità” del conflitto israele-palestina, che solo serve ai sionisti a prendere tempo e confondere le idee. In realtà “la fisionomia e l’obiettivo di questo progetto non sono per nulla straordinari”, si tratta di un popolo che ruba la terra a un altro popolo, vedi Sudafrica.

Stato segregazionista al posto di “Stato Ebraico”. Diversi studi hanno dimostrato come le politiche israeliane siano diventate negli anni via via più omogenee sia per i palestinesi della Cisgiordania che per gli arabi-israeliani. Oggi, secondo Pappé, Israele è indubbiamente uno stato che segrega e discrimina in base all’etnia, alla religione e alla nazionalità.

Apartheid al posto di “conflitto”. L’uso sempre più frequente di tale espressione, soprattutto negli ambienti che contano, ha favorito e favorirà sempre di più iniziative atte a sensibilizzare sulla condotta israeliana. Un esempio su tutti sono le “Israeli Apartheid Week”.

Decolonizzazione al posto di “processo di pace”. È chiaro a tutti, afferma Pappé, che il processo di pace è uno strumento per permettere a Israele di prendere tempo e aumentare le colonie. Introducendo il termine “decolonizzazione” si spera allora di fermare l’industria della “coesistenza” finanziata principalmente da americani e Unione Europea.

Pulizia etnica al posto di “catastrofe” (Nakba). Parlare di pulizia etnica permette di individuare una vittima e un aggressore, base per cercare una riconciliazione. La comunità internazionale ha stabilito da tempo precise direttive che indicano come trattare le vittime di atti del genere. Ecco che ad esempio, seguendo il “principio di riparazione”, non sarebbe scandaloso riprendere a parlare di “diritto al ritorno” (dei profughi del ’48), punto completamente rimosso dalla vecchia ortodossia pacifista.

Cambio di regime al posto di “negoziati”. Non deve più essere considerato inconcepibile un cambiamento radicale dello Stato israeliano: da stato colonialista a patria per tutti. Diversi esempi di storia recente (Egitto, Tunisia) dimostrano come una cosa del genere sia possibile anche per mezzo di soluzioni non violente o quasi non violente.

Soluzione a uno stato al posto di “soluzione a due stati”. Secondo lo storico dovrebbe essere una diretta conseguenza del “cambio di regime” di cui abbiamo accennato appena più su. La questione, tuttavia, è di portata capitale e sarebbe inutile provare a sintetizzarla nel giro di qualche riga. È il punto sul quale Chomky e Pappé divergono più platealmente. Il libro prova a spiegare i perché dell’uno e i perché dell’altro lasciando poi, come tutti i libri, la parola alla storia.

thanks to: Nena News

Ilan Pappé: Un ospite che occupa la casa è un invasore

“Non importa se l’ospite sia una brava o una cattiva persona. Nel momento in cui si mette in testa che la casa in cui è ospitato è la sua casa, diventa un invasore” Così lo storico israeliano Ilan Pappé nel corso del suo intervento al convegno EUROPA E MEDIO ORIENTE:DIALOGHI CON ILAN PAPPE’, tenutosi a Roma il 16 febbraio

estratto video:

“L’antisionismo non ha nulla che vedere con l’antisemitismo ma con l’anticolonialismo” – ha sottolineato il professore, docente di storia presso l’Università di Exeter (UK) – “di questo dovrebbero parlare gli accademici: di cose di cui è difficile parlare e non di cose di cui i politici vogliono che loro parlino. E se gli intellettuali non vogliono utilizzare i termini giusti per descrivere la realtà, non possiamo stupirci che non lo facciano i media e neppure i politici”

estratto video:

All’incontro anche l’intervento di Moni Ovadia, artista, attore e cantante e intellettuale ebreo,che ha invitato a presentare una petizione al Presidente della Repubblica Mattarella per denunciare il divieto imposto ad Ilan Pappé di parlare all’Università di Roma Tre a causa del veto imposto dalla comunità ebraica. “Dobbiamo denunciare questa censura. Perché se non dai spazio al dialogo muore tutto e il dialogo è il confronto vibrante e vigoroso. Questo sedicente ‘sionismo’ – ha spiegato Ovadia – sta distruggendo l’animo più alto e più nobile della cultura dell’ebraismo”

estratto video:

“Dobbiamo uscire dalla logica che accusa di essere antisemita chiunque voglia porre problemi sulla questione palestinese. Dobbiamo in modo perentorio e fermo rifiutare le accuse di antisemitismo, che sono solo uno strumento di aggressione per impedire la libertà del discorso. Dobbiamo denunciare questa censura”.”Grazie a Ilan Pappé ho avuto un ribattesimo”, ha detto ironizzando, “ero stato battezzato come ‘ebreo antisemita’ ho scoperto di essere solo un ‘ebreo anticolonialista’”
estratto video:
La Palestina espulsa
di Moni Ovadia
Il manifesto 15 feb. 201\515
Un blackout della democrazia, quando si tappa la bocca a priori. Domani all’Università di Roma Tre si sarebbe dovuto tenere l’incontro «Europa e Medio Oriente oltre gli identitarismi», a cui avrebbero preso parte, oltre a me, la professoressa palestinese Ruba Saleh, l’ex vicepresidente del Parlamento Europeo Luisa Morgantini e lo storico israeliano Ilan Pappè. Pare che il rettore abbia negato la sala dietro presunte pressioni dell’ambasciata israeliana e della comunità ebraica romana. Ci siamo organizzati: si terrà al Centro Congressi Frentani. Ma ciò non intacca il mio profondo sgomento. Seppur non abbia le prove di tale censura preventiva, il divieto di parlare è una prassi troppo ricorrente. Pappè è ospite in un paese che si millanta democratico. Ma è da lungo tempo che una parte delle comunità ebraiche ritiene che non si debba nemmeno trattare la questione palestinese. Qualsiasi che sia il comportamento del governo o dell’esercito israeliano, non ci si limita a negare il diritto di critica. Ci si spinge tanto oltre da anelare al silenzio totale. Nei grandi media la questione israelo- palestinese è off limits. C’è una censura comparabile solo a quella imposta dallo stalinismo e durante l’epoca fascista. La censura è tanto più grave perché viene compiuta per mano di un ateneo, luogo del sapere e del dibattito. Quanto accaduto è una catastrofe per la democrazia italiana, sì, per noi, ma anche per coloro che impongono il silenzio senza rendersi conto di censurare il pensiero prima che questo venga espresso. Negare la libertà di parola è l’anticamera della dittatura. Impedire a Pappè di dibattere all’università è il risultato di un cortocircuito psicopatologico che colpisce persone terrorizzate dal confronto e dall’opinione diversa. Temono il dibattito a prescindere e impongono una censura plumbea, colonna del pensiero fascista. Altro che cortina di ferro, questa è una cortina di titanio che danneggia, per primo, chi si erge a censore. Censura  chi ha paura.

Ilan Pappé: inutili e pericolosi nuovi negoziati israelo-palestinesi

I colloqui israelo-palestinesi stentano a partire nonostante l’annuncio in pompa magna fatto la scorsa settimana dal Segretario di Stato americano John Kerry. In ogni caso Abu Mazen e Benyamin Netanyahu mettono le mani avanti. Il presidente dell’Anp e il premier israeliano hanno entrambi avvertito che un referendum tra le rispettive popolazioni deciderà l’approvazione dell’eventuale accordo tra le due parti. Referendum che sul lato israeliano solleva un interrogativo: è giusto che la popolazione di uno Stato occupante, di fatto, decida con un voto se approvare l’indipendenza e la libertà di un altro popolo sotto occupazione? E’ solo una delle tante questioni che solleva il tentativo diplomatico sul quale si gioca la reputazione il Segretario di Stato. Ne abbiamo parlato ad Haifa con l’autorevole storico israeliano Ilan Pappé, professore cattedratico del Dipartimento di Storia dell’Università di Exeter (Gb), rientrato in Israele per l’anno sabbatico. Pappé ha pubblicato numerosi testi sulle origini del conflitto israelo-palestinese, il sionismo e la storia della Palestina. Tra i suoi libri tradotti in italiano il più noto è “La pulizia etnica della Palestina” (Fazi, 2008).

viaNena News Agency | Ilan Pappé: inutili e pericolosi nuovi negoziati israelo-palestinesi.

Third interview with Ilan Pappé: “All international activists that come to Palestine should be VIP’s…they should Visit, they should Inform and they should Protest” e traduzione in italiano

18th July 2013 | International Solidarity Movement | Haifa

Ilan Pappé is an Israeli academic and activist. He is currently a professor at the University of Exeter (UK) and is well known for being one of the Israeli “new historians” – re-writing the Zionist narrative of the Palestinian Israeli situation. He has publicly spoken out against Israel’s policies of ethnic cleansing of Palestine and condemned the Israeli occupation and apartheid regime. He has also supported the Boycott, Divestments and Sanctions (BDS) campaign, calling for the international community to take action against Israel’s Zionist policies.

Activists from the International Solidarity Movement had the opportunity to talk to Professor Pappé about the ethnic cleansing of Palestine, Israeli politics and society and the role of the international community and solidarity activists in Palestine, resulting in a three part series of interviews which will be released on the ISM website in the coming weeks.

This is the final section; the role international community and solidarity activism in Palestine. Find part one on the ethnic cleansing of Palestine here and part two on Israeli society and politics here

International Solidarity Movement: If, as you said in the previous interview (Israeli politics & society), support from the European Union (EU) and the USA is not going to stop, what could the international community do or what should change in order to force Israel to implement and respect international standards?

Ilan Pappé: We need a European spring. In the sense that we all know that if the European political leaders would only reflect what the European people want, the policy of European countries would be much tougher on Israel. Today, governments do not reflect what the people want or think. So the question is how do we transfer the pro-Palestinian sentiments of the people of Europe to the governments of Europe. By the way, this situation is the same in the USA.

I don’t think that Americans are more pro-Palestinian than Europeans, but they are starting to have enough of Israel and they would like the USA to concentrate on their own growing internal issues. But again, political leaders do not represent this wish. We had the same problem in South Africa; it took 21 years for the first European civil act against South African apartheid, which came in the form of economic sanctions. So it’s a very long process. What the international community must do is find ways of convincing their political leaders that it is both ethically and politically better to adopt a much tougher policy against the illegal Israeli occupation. The EU is a good example here because they have strong connections and relations with Israel, they essentially treat them like a member of the EU. When the boycott campaign started, it was the EU who first tried to get Israel to act in a different manner. That was just a small beginning, there is still a lot to be done, but for me, this is the right direction: a process from below towards the political elites.Boycott_Israeli_Goods_by_Latuff2

ISM: There are many European politicians that would like Israel to be a member of the EU. Do you think this is possible, and if so, what will that lead to?

IP: Maybe is a good idea because then Israel would need to change its entire governmental policy, which is currently violating many EU laws. On the other hand, that could be a problem because it may just lead the different governments of the EU to accept Israel’s cruelty and violations. I still think that the best strategy is to explain to these pro-Israel politicians that history will judge them really badly because of their positions. The problem is that politicians don’t have the tendency to look beyond tomorrow. The only way is to explain to them that when this situation changes (in our case, when the occupation ends and when Palestine will be free), they will be on the wrong side in the history books, because they were the politicians that were supporting a state of apartheid.

 It is similar for those politicians who were supporting Benito Mussolini. If politicians feel comfortable with being on the wrong side, that’s okay. But if they want to be portrayed in the history books as people who were working for peace and justice, they need to change their positions and friendships before it is too late. Israel has been kept alive because it serves a lot of strategic and military functions for the West, not because of its morality. Reality isn’t how the Christian Zionists see the world; thinking that Israel should be supported because it represents some kind of moral value. This kind of support has been overcome today, and this is also thanks to the work of the BDS campaign, it is one of the few victories we had.

ISM: In which way is international solidarity useful? What is or what should be the role of international activists in Palestine?

IP: I think that international aid, which is a bit different from solidarity movements, is often problematic. On one hand, it allows the Palestinians some level of existence, but on the other it kind of pays for the occupation and for Israel’s mistakes and violations. But the International Solidarity Movement is different:  it is not about money but about people coming to help other people.  As long as this injustice is happening, I think it is really important that ISM keep coming. All international activists that come to Palestine should be VIP’s. I mean they should Visit, they should Inform and they should Protest. ISM is doing all these three together, but maybe sometimes one less than another, because of particular circumstances or because of the lack of resources, and this is a pity. I think it’s essential to do them all together.

I think that ISM’s main role is to be the ISM’ers of the outside world. I once visited the Basque country, and I noticed that there was a distance between ISM and the boycott movement there, which is a shame because they should definitely work together. What ISM sees in Palestine is the result of the BDS movement’s work outside Palestine, and it works. It is not only about solidarity on the ground, which is very important, but also solidarity from outside.

You cannot replace the liberation movement – the Palestinians have to liberate themselves, nobody can help them with that, not even I, but we can and we must show solidarity with their liberation. This solidarity can be shown on the ground, but mostly by acting in the country that activists come from. It is about finding the right balance. I remember one of the first ISM groups that came to Jenin, after the terrible massacre of 2002. The fact that somebody came, was interested and sympathetic and supportive, meant a lot to the people.

We can see how much effort the Israelis are putting into preventing you from coming here, and I think that’s a good indication – proof that you are doing something right. I would be worried if tomorrow Israel said all ISMers are welcome – that would mean you’re not doing something right.

Protest against the construction of the wall in Al Walaja

Protest against the construction of the wall in Al Walaja

ISM: What about the BDS campaign, do you think that an academic and cultural boycott could be an effective instrument against the Israeli occupation?

IP: I was always a great supporter of the BDS movement. As it did in South Africa, it will also play an important role in changing the reality on the ground here. But it is a long process and we need to be patient.

In the case of Israel, the academic and cultural boycott is particularly important, because Israel sees itself as a European and democratic country in the middle of the Arab world. ‘European’ not because of the economic relations it has with Europe, or because it sells tomatoes in Holland – among others it also has strong economic relations with China, Russia and Africa – but because it is part of the European cultural and academic elite. If European academic and cultural institutions say that they do not want to work with Israeli institutions because of Israel’s behaviour, I think it would send a very strong message.

The cultural and academic boycott (unlike the economic one, which only affects the occupied territories) makes a huge and direct impact on Israeli society, and it is only when that happens that Israelis will talk about what is happening in Palestine. For example, the only time that the Israeli press – and sometimes international media as well – talks about the occupation is when someone like Stephen Hawking says he is going to boycott an event organized by Israeli personalities. Before the spread of the boycott movement, it was only when there were bomb attacks in Israel that Israelis remembered that there is an occupation. Now this issue is brought up more regularly, when a famous pop group or author refuses to come, or when an important university in the USA says that they do not want to work with Israeli universities. This type of boycott is really important, and it is the main thing that the international community can do.

Pro-Palestinian activists hold a boycott protest during a football match between Scotland and Israel

Pro-Palestinian activists hold a boycott protest during a football match between Scotland and Israel

International solidarity movements sometimes think that they should have an opinion regarding, for example, the one-state or two-state solutions, but this is actually not their business. It is up to the Palestinians and Israelis to decide how they are going to live. What international movements can do is to create the conditions for a reasonable dialogue. But we need to end the occupation before starting to speak about peace. The Israeli trick has for many years been to try to convince the world that peace will end the occupation. But we know that actually this goes the other way around: we end the occupation and then we will start to talk about peace. I think that ISM, the BDS movement and the Palestinian solidarity movements are all grassroots organizations that do not accept the Israeli diktat “Peace will end the occupation”. These organizations are not part of the peace talks but instead they work on ending the occupation and the apartheid.

ISM: What would you say to people that believe that cultural and sport events should not be politicized?

IP: Well, it was very effective in the case of South Africa. In fact white South Africans only began to think about apartheid when the big sports teams of South Africa were not invited to international sporting events. Moreover, I think that sport is political. For example, Israel is going to host the UEFA Under-21 football tournament, and the Palestinian football team has not been invited. Palestinian players from Gaza will not even be able to go to Israel and see the tournament. Sport is political if it is not free for everyone to participate.

Academia as well is clearly political. Israeli academics, when they are abroad, think they are Israel’s ambassadors. Synagogues abroad see themselves as Israel’s embassies. When Israeli academics see themselves as ambassadors, and represent something that most decent people abroad will see as unacceptable, then people have the right to show their rejection.

And nobody tells these people that they represent Israel, they say it themselves. There was a big debate in the Basque country about the Israeli singer Noah – whether people should boycott her concert or not. People went to her website and saw she had written that she represents Israel on her tour. So she wasn’t coming just as a singer, but as a representative of Israel. We are in 2013 and if you say that, it means you represent what Israel represents, and what Israel is doing today. Therefore you are a legitimate target of the boycott.

This is the last of a three part interview series: Ilan Pappé in conversation with the International Solidarity Movement.

«Gli attivisti internazionali in Palestina dovrebbero essere VIP: Visitare, Informare, Protestare»

Questa è la sezione finale; il ruolo della comunità internazionale e dell’attivismo solidale in Palestina.

International Solidarity Movement: Se, come ha detto nell’intervista precedente (sulla politica e società israeliana), il sostegno dell’Unione Europea e degli Stati Uniti non ha intenzione di smettere, cosa potrebbe fare o dovrebbe cambiare  la comunità internazionale per obbligare Israele ad attuare e rispettare gli standard internazionali?

Ilan Pappé: Abbiamo bisogno di una “primavera” europea. Nel senso che tutti noi sappiamo che se solo i leader politici europei rappresentassero ciò che i cittadini europei vogliono, la politica dei paesi europei sarebbe molto più dura nei confronti di Israele. Oggi, i governi non rispecchiano ciò che la gente vuole o pensa. Quindi la domanda è come trasferire i sentimenti filo-palestinesi dei cittadini europei  ai governi europei. Questa situazione è la stessa anche negli Stati Uniti.

Non credo che gli americani siano più pro-palestinesi rispetto agli europei, ma stanno iniziando ad averne abbastanza di Israele, e vorrebbero che gli Stati Uniti si concentrassero maggiormente sui crescenti problemi interni. Ma anche in questo caso, i leader politici non rappresentano questo desiderio. C’è stato lo stesso problema in Sud Africa, ci sono voluti 21 anni per il primo atto civile europeo contro l’apartheid sudafricano, venuto sotto forma di sanzioni economiche. Pertanto, è un processo molto lungo. Quello che la comunità internazionale deve fare è trovare il modo di convincere i propri leader politici che è eticamente e politicamente meglio adottare una politica molto più dura contro l’occupazione illegale israeliana. L’UE qui è un buon esempio perché ha forti legami e relazioni con Israele, che viene essenzialmente trattato come un membro dell’UE. Quando la campagna di boicottaggio è iniziata, proprio l’UE, per prima, cercò di spingere Israele ad agire in modo diverso. Questo è solo un inizio, c’è ancora molto da fare, ma per me, questa è la direzione giusta: un processo che spinge dal basso verso le élite politiche.

ISM: Ci sono molti politici europei che vorrebbero che Israele fosse un membro dell’UE. Crede che questo sia attuabile, e se sì, a che cosa porterà tutto questo?

IP: Forse è una buona idea, perché Israele, in quel caso, dovrebbe necessariamente cambiare la sua intera politica governativa, che attualmente viola numerose leggi comunitarie. D’altra parte, potrebbe risultare in un problema perché vari governi dell’UE potrebbero essere portati ad accettare la crudeltà e violazioni di Israele. Io continuo a pensare che la strategia migliore sia quella di spiegare a questi politici pro-Israele che la storia li giudicherà davvero male a causa delle loro posizioni. Il problema è che i politici non tendono a guardare oltre al domani. L’unico modo è quello di spiegare loro che quando la situazione cambierà (nel nostro caso, quando l’occupazione finirà e quando la Palestina sarà libera), saranno dalla parte sbagliata nei libri di storia, perché erano i politici che avevano sostenuto l’apartheid.

 È simile a quei politici che sostenevano Benito Mussolini. Se i politici si sentono a loro agio a stare dalla parte sbagliata, va bene così. Ma se vogliono essere ritratti nei libri di storia come persone che hanno lavorato per la pace e la giustizia, allora devono cambiare le loro posizioni e le amicizie prima che sia troppo tardi. Israele è ancora in vita perché svolge molte funzioni strategiche e militari per l’Occidente, non per la sua moralità. La realtà non è nella visione dei sionisti cristiani, che pensano che Israele dovrebbe essere sostenuto perché rappresenta una sorta di valore morale. Oggi questo tipo di sostegno è stato superato, e anche grazie al lavoro della campagna BDS, ed è una delle poche vittorie che abbiamo ottenuto.

ISM: In che modo la solidarietà internazionale è utile? Qual è o dovrebbe essere il ruolo degli attivisti internazionali in Palestina?

IP: Credo che gli aiuti internazionali, che è un po’ diverso da movimenti di solidarietà, siano spesso problematici. Da una lato, consentono ai palestinesi un certo livello di esistenza, ma dall’altra pagano per l’occupazione e per gli errori e le violazioni di Israele. Ma l’International Solidarity Movement è diverso: non si tratta di soldi ma di persone che vengono per aiutare altre persone. Finché questa ingiustizia sarà in atto, penso che sia davvero importante che i volontari ISM continuino a venire. Tutti gli attivisti internazionali che vengono in Palestina dovrebbero essere VIP. Voglio dire che dovrebbero visitare, dovrebbero informare e dovrebbero protestare. L’ISM fa tutte queste tre cose insieme, ma forse a volte alcune cose meno rispetto ad altro, a causa di circostanze particolari o per la mancanza di risorse, e questo è un peccato. Penso che sia essenziale farle tutti insieme.

Penso che il ruolo principale dell’ISM sia quello di essere l’ISM del mondo esterno . Una volta ho visitato i Paesi Baschi, e ho notato che c’era una certa distanza tra lìISM e il movimento di boicottaggio, il che è un peccato, perché è assolutamente necessario lavorare insieme. Ciò che l’ISM vede in Palestina è il risultato del lavoro del movimento BDS fuori della Palestina, e funziona. Non è solo solidarietà in loco, che è molto importante, ma anche solidarietà dall’esterno.

Non è possibile sostituire il movimento di liberazione – i palestinesi devono liberarsi, nessuno li può aiutare in questo, nemmeno io, ma possiamo e dobbiamo essere solidali con la loro liberazione. Questa solidarietà può essere mostrata in loco, ma soprattutto agendo nel paese da cui gli attivisti provengono. Si tratta di trovare il giusto equilibrio. Mi ricordo uno dei primi gruppi ISM che è venuto a Jenin, dopo il terribile massacro del 2002. Il fatto che qualcuno sia venuto, che era interessato, partecipe e solidale, ha significato molto per la gente.

Si può notare quanto impegno gli israeliani stiano mettendo per impedirvi di venire qui, e penso che sia un buon segno – la prova che si sta facendo qualcosa di giusto. Mi preoccuperei se domani Israele dicesse che i volontari ISM sono tutti benvenuti – vorrebbe dire che non si sta facendo qualcosa nel modo giusto.

ISM: A proposito della campagna BDS,  pensa che un boicottaggio accademico e culturale potrebbe essere uno strumento efficace contro l’occupazione israeliana?

IP: Sono sempre stato un grande sostenitore del movimento BDS. Come è stato per il Sud Africa, anche qui svolge un ruolo determinante nel cambiare la realtà. Ma è un processo lungo e dobbiamo essere pazienti.

Nel caso di Israele, il boicottaggio accademico e culturale è particolarmente importante, perché Israele si considera un paese europeo e democratico nel bel mezzo del mondo arabo. ‘Europeo’ non per le relazioni economiche che ha con l’Europa, o perché vende pomodori in Olanda – tra le altre cose ha anche forti relazioni economiche con la Cina, la Russia e l’Africa – ma perché fa parte dell’élite culturale e accademica europea. Se le istituzioni accademiche e culturali europee dicessero che non vogliono lavorare con le istituzioni israeliane a causa del comportamento di Israele, penso che si manderebbe un messaggio molto forte.

Il boicottaggio culturale e accademico (a differenza di quello economico, che riguarda solo i territori occupati) ha un impatto enorme e diretto sulla società israeliana, e solo quando avverrà, gli israeliani parleranno di ciò che sta accadendo in Palestina. Ad esempio, l’unica volta che la stampa israeliana – e talvolta anche i media internazionali- parla dell’occupazione è quando qualcuno come Stephen Hawking dice che boicotterà un evento organizzato da personalità israeliane. Prima della diffusione del movimento di boicottaggio, era solo quando c’erano attentati in Israele che gli israeliani si ricordavano che c’era un’occupazione. Ora questa questione è cresciuta più regolarmente, cioè quando un gruppo pop o un autore si rifiuta di venire, o quando un’università importante negli Stati Uniti dice che non vuole lavorare con le università israeliane. Questo tipo di boicottaggio è molto importante, ed è la cosa più importante che la comunità internazionale può fare.

I movimenti di solidarietà internazionale a volte pensano che dovrebbero avere un parere in merito, per esempio, alla soluzione a uno stato o a due stati, ma in realtà, questo non è il loro compito. Spetta ai palestinesi e agli israeliani decidere come vivere. Quello che movimenti internazionali possono fare è creare le condizioni per un dialogo ragionevole. Ma bisogna porre fine all’occupazione prima di iniziare a parlare di pace. Il trucco di Israele è stato per molti anni quello di cercare di convincere il mondo che la pace porrà fine all’occupazione. Ma noi sappiamo che in realtà questo funziona al contrario: prima finisce l’occupazione e poi inizieremo a parlare di pace. Penso che l’ISM, il movimento BDS ei movimenti di solidarietà palestinesi siano tutte le organizzazioni che non accettano lo slogan israeliano “la Pace porrà fine all’occupazione”. Queste organizzazioni non prendono parte ai colloqui di pace, ma lavorano per la fine dell’occupazione e dell’apartheid.

ISM: Cosa direbbe alle persone che credono che gli eventi culturali e sportivi non dovrebbero essere politicizzate?

IP: Beh, è ​​stato molto efficace nel caso del Sud Africa. Infatti, i sudafricani bianchi cominciarono a pensare all’apartheid solo quando le grandi squadre sportive del Sudafrica non erano state invitate ad eventi sportivi internazionali. Credo, inoltre, che lo sport sia politica. Per esempio, Israele ospiterà la Coppa UEFA Under 21, e la squadra di calcio palestinese non è stata invitata. Giocatori palestinesi di Gaza non potranno neppure andare in Israele a vedere il torneo. Lo sport è politico, se c’è la libertà per tutti di partcipare.

L’accademia è anche evidentemente politica. Accademici israeliani, quando sono all’estero, pensano di essere gli ambasciatori di Israele. Le sinagoghe all’estero si sentono come se fossero ambasciate di Israele. Quando gli accademici israeliani si vedono come ambasciatori, e rappresentano qualcosa che le persone più decenti all’estero ritengono essere inaccettabile, allora le persone hanno il diritto di mostrare il proprio rifiuto.

E nessuno dice a queste persone che rappresentano Israele, se lo dicono loro stessi. C’è stato un grande dibattito nei Paesi Baschi sulla cantante israeliana Noah – se la gente dovrebbe boicottare il concerto o meno. La gente aveva visto sul suo sito che lei aveva scritto che rappresenta Israele nel suo tour. Lei non era andata lì solo come cantante, ma come rappresentante di Israele. Siamo nel 2013 e se dichiari così, significa che rappresenti ciò che Israele rappresenta, e ciò che Israele sta facendo oggi. Pertanto sei un legittimo obiettivo del boicottaggio.

Questa è l’ultima di una serie di tre interviste: Ilan Pappé in conversazione con l’International Solidarity Movement.

thanks to:  Palsolidarity
Traduzione a cura di Associazione Zaatar

Second interview with Ilan Pappé: “The basic Israeli ideology – Zionism – is the problem” e traduzione in italiano

11th July 2013 | International Solidarity Movement | Haifa

Ilan Pappé is an Israeli academic and activist. He is currently a professor at the University of Exeter (UK) and is well known for being one of the Israeli “new historians” – re-writing the Zionist narrative of the Palestinian Israeli situation. He has publicly spoken out against Israel’s policies of ethnic cleansing of Palestine and condemned the Israeli occupation and apartheid regime. He has also supported the Boycott, Divestments and Sanctions (BDS) campaign, calling for the international community to take action against Israel’s Zionist policies.

Activists from the International Solidarity Movement had the opportunity to talk to Professor Pappé about the ethnic cleansing of Palestine, Israeli politics and society and the role of the international community and solidarity activists in Palestine, resulting in a three part series of interviews which will be released on the ISM website in the coming weeks.

This is the second section; Israeli politics and society. Find part one on the ethnic cleansing of Palestine here.

International Solidarity Movement: We were following the last Israeli elections and we were surprised to see that there was no actual talk about Palestine, it was all basically about internal issues. Then after the elections, Netanyahu commented about extending the settlements. What do you think about this?

Ilan Pappé: Your observation is correct. Israeli voters think that the problem of the West Bank has been solved, so they think there is no need to either talk about it, or come up with solutions. You propose a solution as an idea for an election only if you think there is a problem, which they think is not the case here. They think that what we have is good for Palestinians and good for Israelis. They think that the world is stupidly trying to create a problem that is not there, and is trying to be involved where there is no need to be. They think that even if there are still missiles coming from Gaza, Israel has a strong army that will answer back. So, if you speak with Israelis in the subway, they will tell you that there is not a problem between Israel and Palestine.

The only thing that makes Israelis think about Palestine is when the boycott campaign is successful, like what happened recently with Stephen Hawking. Do you know what the problem is? 95% of Israelis don’t even want to go to the West Bank, so they don’t know what is really happening. Or they know what is happening only from their children who are serving as soldiers. But their children don’t tell them about the checkpoints, the arrests from homes and all the other awful things. Israelis could know if they wanted to – they have the internet – but they don’t want to. For example in Tivon, my neighbourhood, everybody votes for the left, but if you ask them if they have ever seen a checkpoint or the apartheid wall, or if any one of them wants to go to the West Bank and see what the soldiers and settlers are doing, they will say no. They’ll tell you that’s not their problem. They have other problems – standard of living, house prices, the new car, the education of their children etc.

ISM: Yair Lapid, the head of the Ministry of Finance of the new coalition government, stated on 20th May that Israel is not going to stop the colonization of the West Bank or end subsidies for illegal settlers, which in fact will not only continue but increase. Do you think that any switch of parties in power could truly make an impact on this situation?

Hallamish settlement, built on Nabi Saleh's land (Photo by ISM)

Halamish settlement, built on Nabi Saleh’s land (Photo by ISM)

IP: No. We haven’t had any party or leader different from the others, including Rabin, who became a hero after he was shot. Israelis like Lapid are always busy implementing policies so that the land has no Palestinians – so in this sense Lapid is just continuing what everyone before him was doing. The problem they have is not technical – they know how to do it, they have a script. They do not build new settlements, but they allow the natural growth of the current settlements, while Palestinians are not allowed natural growth. Then they say they’re not building a new settlement, but need to build a new neighbourhood because the settlement population has grown. So you can see from this that they do not have any technical problem, it’s more that they maintain this funny dialogue with the world: “You know that we are colonizing, you know that we are ethnically cleansing the Palestinians, you know that we are keeping them in prison, but still we are playing this game where we are speaking about a peace process.”

The only problem that Israel has – although within 10 years I unfortunately don’t believe it will be a problem anymore, unless we change something – is that they still think that what they’re doing will never be accepted by the world, so they think they need to find a new language for what they’re doing. But practically on the ground I don’t think there has been one day since 1967 that something was not built by the Israelis in the West Bank, whether it’s a house or a flat or a road or a balcony, it goes on and it will continue.

Israel knows that the EU and the USA will not stop supporting them, and they’re right. So they will talk about stopping colonization, but they will not actually stop it. This is something to worry about because that’s the reality. Lapid comes from the new generation of politicians and I think that when you are new in politics you say a bit more openly what you are doing. Then, like Silvio Berlusconi, when you have another term, you stop saying what you are actually doing. So, if Lapid were to become Prime Minister, he would stop saying what he’s doing, he’d say, “we are not building, we are just fabricating.”

Today, there is no hope for a change from within the Israeli political system. This system is just going to get more and more right wing, and less and less willing to change Israel’s unilateral policies.

ISM: There is this new far-right party “The Jewish Home” that just entered the government following the recent elections, with leader Naftali Bennet, who became Minister of Religious Services and Industry, Trade and Labour. What kind of change will that bring?

IP: He is a very clever man, he comes from a settlement, and his main agenda is to strengthen the connection between the settlements and Israel. This was not openly his agenda during the elections. At that time he was talking to young Israelis in Tel Aviv about how nice it is to be Israeli, and saying that he would bring back pride in being Israeli – and it actually worked, they liked him. It was all about this idea of the ‘great nation’. And he added Judaism to this – saying it is not just good to be Israeli, but to be a Jewish Israeli. He is young, he was in the army, he was a military hero and a successful businessman. But he is not so different from Lapid, they live the same way – “it doesn’t matter whether you are from a settlement or from Tel Aviv, we are all from Israel”.

ISM: Do you think that the settlers will have more impact on Israeli politics because of Bennet’s success?

IP: Yes, I think so, but this is not so important. It doesn’t matter if you are from a settlement or from Tel Aviv, or if you are on the right or on the left. The basic Israeli ideology – Zionism – is the problem. I think that as long as Zionism is regarded as an ideal concept, the same policies will continue. If Israel has a more right-wing government – for example Netanyahu’s government compared to the Barak government – then the differences are small. You just have a few more checkpoints and a bit more brutality. But I think in the end it’s really just the same. What matters is not the government of Israel, but how much the Palestinians are willing to accept. If they are willing to accept the current reality, then Israel will allow them to work within Israel, remove some of the checkpoints, give them some more autonomy. But the moment Palestinians show some form of resistance, Israel is going to repress them brutally. Everything is about how much Palestinians accept the Israeli diktat.

ISM: You previously said that there is no more hope for a change at the political level in Israel. But on the other side, in what way do you view today’s Israeli citizens’ commitment against the occupation? How important is it that the present and future Israeli society challenges this form of colonization?

IP: I think that the forces that oppose the occupation are very small, but there have been two positive developments. First of all, the rejection of the occupation is growing and secondly, it is led by the new generation, not like before. This is an essential element. But, pressure from the international community and the Palestinian resistance will be the main factors that will bring down the occupation. One day, when we will need to rebuild a new society, it will be much better to know that there were many Jewish people who were fighting against the occupation. When the occupation ends and takes its apartheid with it, I am sure that a lot of Jewish people will say that they were against it, like the white South Africans said at the end of their apartheid system, but everybody knows that it was not the case during that period. It is good to see that this wave is growing every day. Nonetheless, a lot of Israelis, they still don’t know that there is a military occupation! For the future it is essential that this view changes, and it is changing.

Israeli activists protesting the Gaza massacre in 2008-2009 (Photo by Activestills)

Israeli activists protesting the Gaza massacre in 2008-2009 (Photo by Activestills)

ISM: Young Israeli people often feel criticized when they travel abroad. Do you think that this criticism has an impact or influence on Israeli society?

IP: Yes, I think it’s good to criticize young Israelis abroad. Some of them have actually changed because of that, no doubt about it. There’s a wonderful YouTube clip which shows what happens to young Israelis abroad. The Israeli military used to show this clip about young Israelis going abroad, to India. It was a clip especially against the refuseniks – people who refuse to serve in the army. In the clip they’re all sitting with young nice Indian girls, then some young Europeans come along and ask the Israelis what they did in the army. One speaks about the time he was a commander and about how cool it was to be in the army, and the Europeans look at him amazed, like he’s a hero. Meanwhile, the refusenik seems ashamed, looking down, without saying anything, basically really uncomfortable because he didn’t serve in the army. So this Israeli anti-apartheid organization made a counter-video, with the same setting, but instead of being soldiers they were Israeli activists, and the ashamed person was the one who served in the army, he was the one feeling really uncomfortable.

Now in 2013, some young people do not buy the whole story of anti-Semitism. They meet people abroad of the same age who know about the occupation, and where older people might just say that the people are neo-Nazis or something, young people are more likely to see the difference between being against the occupation and being anti-Semitic. This is an important new development, which I have seen with my own eyes.

ISM: What are the long term effects, social and psychological, on Israeli youth because of military conscription?

IP: Military conscription frames your mind. It makes you see human beings through a rifle and therefore you dehumanize them. It makes you very insensitive to suffering of others and at the same time makes you very racist. It also makes you limited in the way you can think about new options in life, because power obscures your mind. In any kind of situation you will think that the only way out from a state of affairs is the use of force. This has very negative effects on Israeli youth and it is clearly just part of the heavy indoctrination they face throughout life.

Young Israelis do not often speak about the psychological problems that come afterwards. I went to the psychiatric department in Israel and the vast majority of people are young Israelis who served in the army. This is a secret in Israel, nobody talks about it.  Two days ago a young boy who just finished his military service went into a bank that refused to give him a loan. He ended up shooting four people to death. This is just one example of the impact and effects of military conscription and militarization on the Israeli society.

Israeli young female on the Israeli military service uniform

ISM: How does it feel to live in Israel and at the same time be against the state? What are the consequences?

IP: It’s a fact that there are not many cases like mine and I pay a price for my position. So far, people like me pay a price not in the sense that the government is chasing them, it is different from other countries. Israel is such a racist state that it won’t do that to Jewish people. What they do instead, is to encourage society to punish you. The fact that I had to leave Haifa University is the result of this. They aim at the place where you work. For example, we had 4 brave former pilots that refused to serve in occupied Palestine because of what Israel was doing there – they were forced to leave their jobs outside of the military.

So, the public sphere or even your family or your friends make you pay a price, because you are considered a traitor. The reward you get is that you feel better about yourself and when you go abroad, people respect you. This, I hope, will encourage people to pay the price. If the Palestinians did what some Israelis are doing, they would just find themselves in jail. The Jewish people will maybe lose their job, be insulted, be hated by their neighbours, students. It is a long but really important process.

ISM: How did they kick you out from Haifa University?

IP: What they did is something called a special university court. They wanted to judge me as a traitor and kick me out of the university. This resulted in an international outrage because luckily, I was already well known at this time in the academic world, so they couldn’t go through the court process. What they did instead was to make it impossible for me to teach: they stopped my teaching allowances, they persecuted my PhD students, they gave me small classes, they told everyone at the university not to sit with me, not to speak to me. It was the director who gave the “orders”. He told to the other teachers that they would put their own career at risk if they violated these rules. They never formally fired me but I decided that that was enough, so I left.

Today there are many similar cases throughout Israel but speaking out against Israeli policies as an academic has now become more difficult than before, since in 2012 a new law was passed in the Knesset. This law says that if you are an Israeli academic and you support openly the academic boycott of Israel or you speak against Israel’s policies and actions, they have to fire you or you could even be arrested. After all, a large number of Israeli academics against the occupation created the “Israeli Academic Committee for Boycott”. These people are suffering and will never be able to become professors or further their academic careers – but more importantly I think that they feel better than the others. After this draconian law was passed, even more people decided to speak openly against the Israeli occupation or apartheid and for now, nobody has actually been arrested. How can Israel speak about democracy when our supposed freedom of speech is being violated so clearly.

This is the second of a three part interview series: Ilan Pappé in conversation with the International Solidarity Movement. Look out for the final part on the role of the international community and solidarity activism next week.

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Interview with Ilan Pappé: “The Zionist goal from the very beginning was to have as much of Palestine as possible with as few Palestinians in it as possible” 1st part e traduzione in italiano

2nd July 2013 | International Solidarity Movement | Haifa

Ilan Pappé is an Israeli academic and activist. He is currently a professor at the University of Exeter (UK) and is well known for being one of the Israeli “new historians” – re-writing the Zionist narrative of the Palestinian Israeli situation. He has publicly spoken out against Israel’s policies of ethnic cleansing of Palestine and condemned the Israeli occupation and apartheid regime. He has also supported the Boycott, Divestments and Sanctions (BDS) campaign, calling for the international community to take action against Israel’s Zionist policies.

Activists from the International Solidarity Movement had the opportunity to talk to Professor Pappé about the ethnic cleansing of Palestine, Israeli politics and society and the role of the international community and solidarity activists in Palestine, resulting in a three part series of interviews which will be released on the ISM website in the coming weeks.

This is the first section; the ethnic cleansing of Palestine. 

International Solidarity Movement: In your book “The Ethnic Cleansing of Palestine” (2006) and in your different speeches, you declare that Israel’s policy in Palestine could be qualified as a policy of ethnic cleansing. Has this strategy changed now or has the ethnic cleansing continued? If so, how has it continued?

Ilan Pappé: Before choosing the title for my book “The Ethnic Cleansing of Palestine”, I thought a lot because I knew the connotations, I realised that for too many people it would be too radical. I remember even my publisher had reservations about it. But then I checked the American State Department website about ethnic cleansing and the description of what ethnic cleansing is and it fitted so well with what was and is going on in Palestine. This description does not only describe an act of expulsion but also its’ legal implications, which is in this specific case, is a crime against humanity. It also says very clearly that the only way to compensate an ethnic cleansing is to ask the people who were expelled whether they want to return or not.

The Ethnic Cleansing of Palestine by Ilan Pappé

About the second part of your question, if this ethnic cleansing is continuing or not? Yes, I think it has continued, by different means, but it has. However the Zionist ideology and strategy has not changed from its very beginning. The idea was “We want to create a Jewish state in Palestine but also a Jewish democracy”. So the Zionists need to have a Jewish majority all the time. Now, you can do that by bringing Jewish immigrants to Palestine, but that didn’t work, the Jewish people remained a minority. They hoped that the Palestinians for some reasons would just leave, but this didn’t happen. So, ethnic cleansing was the only real solution from the Zionist perspective, not only to have control over Palestine, but also to have a Jewish democracy even with a really small minority. In 1948 they [Zionists leaders] believed that there was a unique historical opportunity to solve the problem of being a minority in the land where they wanted to be a majority.

Ethnic cleansing is a huge and massive operation, which usually takes place in time of war, therefore you cannot always know how to finish it. At the end of 1948 they [Zionist leaders] had 80% of the land they wanted (Israel without the West Bank and the Gaza strip), and in it they [Jewish people] were 85% of the population, together with a small minority that we today call the Palestinians of 48. They did not expel these Palestinians but they imposed their military rules on them, which to me is another kind of ethnic cleansing. You don’t physically get rid of them but you make them leave their houses, you don’t allow them to move freely, you don’t allow them their basic rights. In this instance, it was not about dispossession by uprooting someone but instead by making them prisoners, aliens in their own land. In 1967 the territorial apartheid in Israel grew. Now they wanted the rest of the land of historical Palestine. They achieved this with the Six-day war. Then they did something absurd from their own perspective. In 1948 they threw out from the country about 1 million Palestinians and in 1967 they incorporated about 1 million and a half Palestinians (those who were living in the West Bank and Gaza strip). So again, they had a problem with the Jewish majority democracy. Palestinians became again a demographic threat.

In 1967 they also expelled Palestinians, mostly from Jericho, Bethlehem, Jerusalem, Nablus, Qalqilya, but we don’t know the exact numbers. In order to understand this particular ethnic cleansing afterwards, we need to look at how they solved their problems in 1967. The war was a big victory for Israel because they got the land that they always wanted, the land of the ancient biblical cities (like Jericho, Hebron and Nablus). They didn’t expel the Palestinians but they didn’t give them citizenship either. The problem is that they colonized the rest of the land, denied citizenship to the natives and then they told the world that they wanted peace. So what they did, and they still do, was lie to themselves and to the world about their intentions. All the peace processes were just a cover.

Now, what to do with this new demographic threat? (there are now around 5.5 million Palestinians in the whole region of historical Palestine) I call it ethnic cleansing by different means. Some of the Palestinians lost their homes (between 1967 and today an average of 300,000 to 400,000 Palestinians have been individually expelled). They were either expelled or when they were travelling abroad, for example during a business trip to Rome and they didn’t come back within a year, they lost their right to return. Even if they came back within a year and later they leave the country again, even only for a few days, they also lose their right to return. It is hard to describe the ethnic cleansing because it is only about individuals and they succeeded with many. Then they expelled the Palestinians from the biblical areas that they wanted to be purely Jewish, like the greater Jerusalem area, where a lot of people were forced to become West Bank Palestinians after the occupation of 1967.

The ethnic cleansing is not only taking place in the West Bank or Gaza strip. For example in the Galilee, Palestinians are not allowed to develop their cities and villages. Sometimes you don’t even need to expel people as long as you don’t allow them to expand, to build their infrastructure, to have a decent job. In fact, a lot of Palestinians in the Galilee left because of the policies of Judaisation. We also have ethnic cleansing of the Bedouins in the south (Negev). Next month (June 2013), Israel is planning to push 30,000 Bedouins out of their lands and homes, to put them into some special centres. A little bit like the Native Americans reservations. What we have here is a constant policy since 1948.

How can you solve the problem of a country that wants to be both Jewish and democratic? How can you maintain a situation by which those who are citizens are only one people? You can tolerate a small number of Palestinians, and this is actually good for Israel because it creates a façade of them being the “only democracy in the Middle East”. However 20% of Palestinians (that’s the current percentage of Palestinians living in Israel) is too much because they could hypothetically have an impact in the Israeli political system. So, how to proceed? In 1948 it was about taking them out of their homes, now they are doing it in a different way. They created an apartheid system within Israel and they make the West Bank a place where people lack citizenship.

Ethnic cleansing of Palestinian land, comparison between 1948 and 2000

ISM: What are the concrete administrative and legal obstacles for the Palestinians living in Israel?

IP: The Palestinians in Israel are discriminated on 3 levels. The first is legal. By law, the fact that you are Palestinian means that you have fewer rights than a Jew. The most important law in this regard is the law on land ownership. According to the Israeli law, the land in Israel belongs to the Jewish people and them only. As a non-Jew, you are not allowed to trade or to purchase land and we are talking about 93% of the land. That’s why the Palestinians can’t grow and expand within Israel. Other laws do not specifically talk about the Palestinians, this is an old Israeli trick. The law says that if you have not served in the army you cannot have full rights as a student for example. You won’t get student’s subsidies, health services allowances, social security et al. All those things that the Western countries try to give to their citizens come with the precondition of military service in Israel. It is a trick because the Israelis do not want the Palestinians to serve in the army, in fact they are not allowed even if they would want to. There is an exception when it comes to Orthodox Jews, they do not serve in the army but they are not discriminated because they have a special annex to the Israeli budget. The Orthodox Jews get the money that the state would have used if they would have served in the army. So, Israeli law speaks for itself because it says that if you are Palestinian, you are a second-class citizen.

The second obstacle is policy discrimination. With this I mean that theoretically all citizens are equal. But when you look at the allocation budgets for schools, roads, infrastructure, anything at all, the Palestinians always get half or less than half of what the Jewish communities get. Here in Israel, you can see if you are in a Palestinian village just by looking at the quality of the roads. This is even nastier than you realise, because you can only improve the quality of the village by collaborating with Israel.

The third level is the worst one. It is the one of the daily encounter that Palestinians have with whoever represents the law in Israel. We undertook research in Haifa many years ago, which showed that in court, for the same charges, Palestinians always, always, got – and still get – double the punishment than their Jewish counterparts got.

To these three levels I will add two things. The Palestinians know that in the eyes of the Israeli authorities they represent a demographic threat. They live their whole lives knowing that the state they live in see them as a problem and want to get rid of them. That does not just mean the overt discrimination they face, because on top of that they are psychologically destroyed from within. We are not even talking about immigrants, but about people who are living in their homeland.  This is exactly what Israelis do not understand, that the Jewish people were in the same situation when anti-Semitism was spreading around Europe.

Finally, if we want to compare this situation to South Africa, it is true that here we do not have a “petit-apartheid”, the one which for example creates separated benches and toilets for white and for black. Here it may not be visible to the public eye but is as bad as the one of South Africa.

ISM: The ISM team in Al Khalil (Hebron) has observed the expansion of mass child arrests, which have increased sharply in the last year. For example, 27 children aged between 7 and 16 were arrested on 20th March this year on their way to school. What do you think are the specific reasons behind these unjustified actions?

IP: First of all, this is not new. I remember I wrote an article some years ago for the London Review of Books entitled “Children in Prisons”. I also remember when I went to Ofer prison, near Ramallah, after a journalist had told me to go there and watch this children’s court. I saw many children together, all shackled and wearing orange prison uniforms, with a female judge who quickly accused them of throwing stones or something like that.

The policy of child arrests has intensified in recent years, and I think there are two specific reasons for this. Firstly, the Israeli secret services find it more and more difficult to get Palestinian informers. This is directly related to child arrests, and arrests without trial in general, because the main reason why the secret services want to make arrests without trial is that it gives them a really good chance to tell the arrested person that, if they want to be free, they have to work for the secret services. Nobody knows the numbers, but this succeeds. And it doesn’t need to be a sophisticated collaboration, maybe the person will just have to send a report every two weeks about something suspicious. And there’s nothing stronger than threatening a family by arresting their children. If you look at the graphs of child arrests since 1967, you will see that it goes up and down – this might be related to the number of collaborators that Israel can count on.

child arrests

The second point is that Palestinians have changed their strategy since ‘67, to a non-violent-bordering-on-violent resistance (if you assume that stone throwing is violent). They used this way during the First Intifada, and many children participated in it. Then during the Second Intifada, there were many suicide bombers and weapons, and fewer children participating, therefore fewer child arrests. Now, the Israeli military and secret services feel that something is boiling in the West Bank and they are preparing for a Third Intifada. It is very clear that it will be less violent than the previous ones. The State of Israel feels, or wants to feel, like it already started. That’s why they are reporting constantly about the increase of stone-throwing, which automatically leads to more children being arrested and harassed. Israeli soldiers, of course, say that stone-throwing is a form of terrorism, putting lives in danger. Moreover, it makes soldiers feel humiliated, that they can’t respond brutally to this act and to non-violent protest (even if they actually do).

There is an interesting Israeli NGO named “There is a Limit”, whose members were part of the first refuseniks. All Israeli soldiers have a little green book of regulations in their pocket, called “The Soldier’s Guide”, about how to act in different situations, and this NGO made a copy of the book and called it, “Guide To War Crimes”. They took all the instructions of the real book and changed them, in order to show soldiers that they are actually asked to commit war crimes, especially against Palestinian children. But the soldiers don’t care. If you tell them that arresting a child is against international law, they will just say that international law is anti-Semitic, created specifically against Israel. They seem to forget that international law was actually developed also because of the Holocaust.

ISM: You said previously that the Zionist idea of creating a Jewish state didn’t change. What do you mean by the term Jewish state? Do you think that Israeli final goal is to have complete sovereignty on the whole territory of historical Palestine?

IP: The Zionist goal from the very beginning was to have as much of Palestine as possible with as few Palestinians in it as possible. There is no actual difference between what we today call left and right Zionism. The only difference is that the right wing speak their mind more, in the fact that they continuously let us know they want to take more and more land from the Palestinians. They do not care if it is not the right historical moment or if they have enough resources to do it or if the international atmosphere is not good. Whereas the left, the pragmatic left, say that they cannot take land all the time. So, for example, you need to look for good historical moments. Some of the left says that it’s enough to have 90% of historic Palestine for Israelis, with the last 10% for the Palestinians, who would also be denied Israeli citizenship.

This is the two state solution vision from the Israeli perspective. This solution was born as an idea of the Zionist left. They said give a little bit of the West Bank and the Gaza strip to the Palestinians and let them call it a state, even though it is not even connected. What they did is draw a map of the Palestinian state which only shows where the Palestinians live now, not one centimetre more. If you look at the map of the West Bank you can see it, Nablus is Nablus, there are no suburbs of Nablus. According to Israel if there are no Palestinians living there, it’s Israel, regardless of why they are not there. Yet, if you have a settlement, you will need a parameter to protect it. This partition is something that the Zionist left already came up with in 1967. Palestinians can stay where they are but cannot have more space.

West Bank closure map by UN OCHA - full version at www.ochaopt.org/documents/ocha_opt_west_bank_access_restrictions_dec_2012_geopdf_mobile.pdf

ISM: So this is the idea developed with the Oslo accords in 1993, which divided the West Bank into three areas (A, B and C)?

IP: Yes, this is correct. But this idea was developed, as I said, in 1967 by the leftist Zionists, way before the Oslo agreements. The great architect of all this was the Zionist Minister of Labour, Yagel Alon. In 1967 Alon wasn’t speaking about areas A, B and C specifically but instead, he was saying that if we want a solution we need to divide the West Bank into two areas, one under Israeli control and the other under Palestinian control. He said that he didn’t care if the Palestinian area would be called a state one day – he had no problem with that. The problem will be who controls the West Bank’s strategic areas and resources. Israel must control the air and the Jordan river and the Palestinians must have no army to stop this. The whole concept of Oslo, to my mind, was truly birthed by the Israelis in 1967.

ISM: In the occupied West Bank, land appropriation is a daily occurrence, especially but not only in Area C. Do you see a present or future parallel with South African’s Bantustans and the reservations of Native Americans at this rate?

IP: Yes. I think I already talked about this, but I will repeat it with a different focus.

Israeli strategists understand that they will not be able to physically get rid of all the Palestinians Palestinians as they will stay where they are. So, instead of getting rid of them, they are putting them in small prisons, so that they don’t feel they are part of Israel. You bring more Jewish people, you colonize, and in order to build houses for them you need to expropriate Palestinian land, because there is no Jewish land to expropriate, so you demolish Palestinian houses. Secondly, you build a separation wall between the Jewish space and the Palestinian space, and you expropriate more land, not only for the settlements but also to create a buffer zone, so that Jewish people and Arabs won’t live together. More importantly, you also take the best land – where the water resources are, and the quality of the land is good. And you take the good water from Palestinians and put it in the hands of the settlers, and make sure that the waste water flows onto Palestinian land. So it is even more cruel – not only do I take your good water, I also sell you bad water for double the price, which is just terrible. And as I said before, yes, I believe that there is a clear parallel between today’s situation in Palestine and the sad historical examples of Native Americans and South African apartheid.

This is the first of a three part interview series: Ilan Pappé in conversation with the International Solidarity Movement. Look out for the second part on Israeli politics and society next week.

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Conferenza di solidarietà con la Palestina – Stuttgart 12-13 maggio (report e articolo) 2013

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Enrico Geiler dell’Associazione Svizzera Palestina un report sulla conferenza di Stoccarda e la traduzione di un articolo uscito su Linke Zeitung.

Ho partecipato alla Conferenza di solidarietà con la Palestina, Stuttgart 10-12 maggio 2013. Vi manndo una foto della conferenza. L’oratore nella foto è Ilan Pappe.
Presenti circa 330 persone (la maggior parte dalla Germania). La conferenza è stata trasmessa in molti paesi arabi e in diretta da Al Jazeera.
Dalla conferenza è emersa con forza la necessità sia di far pressione sulle autorità (gorverni, EU, istituzioni internazionali, ecc.) ma anche di informare/coinvolgere il grande pubblico. Sul terreno la situazione peggiora a vista d’occhio mentre dal punto di vista istituzionale il governo israliano vara in continuazione nuove leggi antipalestinesi che legalizzano ogni scelleratezza. Interessante invece il movimento BDS che incomincia a prendere piede.

Vi invio la traduzione di un articolo comparso su Linke Zeitung. Nell’articolo non sono stati citati alcuni interventi che hanno evidenziato la necessità di portare la questione palestinese a conoscenza del grande pubblico e di sollecitare e sensibilizzare maggiormente gli enti pubblici e le grandi organizzazioni internazionali.
Non citato l’intervento di Jeber Wishah, vicedirettore del Centro palestinese per i diritti umani di Gaza, che ha riferito della drammatica situazione dei prigionieri palestinesi e della sua personale e traumatica esperienza da detenuto. Ha spiegato che fu condannato a “soli” 99 anni di carcere, perchè vivendoci per almeno 100 anni, secondo la legge israeliana, il prigioniero potrebbe rivendicare la proprietà del carcere…
Pure non citati gli interventi della giurista palestinese Haneen Naamnih, che ha illustrato come il governo israeliano vari in continuazione nuove leggi per legalizzare ogni nefandezza e come sia difficile per i palestinesi adire alle vie legali per salvaguardare le loro proprietà, e quello di Shir Hever (economista di Alternative Information Center, Dottorando alla FU Berlino, Germania) che ha illustrato la collaborazione militare tra Israele, la EU e la Germania e il sottofondo internazionale nascosto del militarismo israeliano.
Da parte mia ho distribuito oltre 300 CD con la storia della Palestina in immagini, che può servire per fare delle lezioni/realzioni/conferenze a livello scolastico. Il CD è sempre disponibile gratuitamente (richiedere a imparalavita@bluemail.ch).
Cordiali saluti
Enrico Geiler, Svizzera
Associazione Svizzera Palestina

CONFERENZA DI SOLIDARIETÀ CON LA PALESTINA – STUTTGART 2013
di Eugen Hardt
Martedì, 14 marzo 2013

Durante l’ultimo fine settimana a Stuttgart, alla presenza di oltre 300 attivisti, si è tenuta la 2a Conferenza di solidarietà con la Palestina. La conferenza si è svolta al motto “Per uno stato laico e democratico per tutti i suoi cittadini“. Il comitato organizzatore Palästina Komittee Stuttgart e i relatori invitati si considerano parte del movimento internazionale “Movimento per maggiore giustizia sociale, democrazia, libertà e autodeterminazione”.

Sull’invito si poteva leggere: “Alla nostra conferenza vogliamo tracciare una via alternativa verso una pace giusta“. Come può essere superato l’esistente stato di apartheid nella Palestina storica affinché sia aperta la via per uno stato comune e democratico per tutti i suoi cittadini, nel quale valgano gli stessi diritti per tutti e il diritto al ritorno per le/i palestinesi?
Quali possibilità ha il nostro movimento di solidarietà in Europa e specialmente in Germania di superare la situazione esistente nel campo dei diritti umani?

Tutto l’evento è stato trasmesso in diretta dall’emittente televisiva Al-Jazeera. Il gruppo cinema e media (fmug) del Comitato per la Palestina di Stuttgart sta lavorando per pubblicare l’intera conferenza su YouTube.

Tra i relatori che hanno esposto il loro punto di vista citiamo Ilan Pappe, Joseph Massad, Asaad Abu Khalil, Jaber Wishah, Ghada Karmi, Haneen Naamnih, Yoav Bar, Herman Dierkes und Shir Hever. Alla fine il pubblico ha avuto la possibilità di porre alcune domande. Non era previsto alcun dibattito con i tutti i relatori riuniti.

Al centro del dibattito è stata posta la soluzione per uno stato unico, laico e democratico. Ha trovato consenso unanime il rifiuto del diritto all’esistenza dello stato di Israele, la sua caratteristica di regime coloniale, razzista e di apartheid, la rivendicazione di un illimitato diritto al ritorno per tutti i palestinesi scacciati e il sostegno al movimento di boicotto dei prodotti israeliani.
È stato definito come obiettivo strategico l’appoggio dell’opinione pubblica e un consenso il più ampio possibile sul rifiuto della “soluzione a due stati”. Ma proprio per questo la conferenza viene quasi completamente ignorata dai maggiori organi di stampa. Lo stesso vale per gran parte della stampa di sinistra, come ad esempio la PDL (Die Linke) o la SAV che da parte sua sostiene la soluzione a due stati. Persino il relatore Hermann Dierkes del partito Die Linke (La sinistra) ha sostenuto una soluzione con uno “stato binazionale”, possibilità che la madrina della conferenza Evelyn Hecht-Galinski ha immediatamente respinto con decisione.

Con i loro interventi al microfono, alcuni partecipanti hanno ricordato che in Sudafrica, anche dopo la fine dell’apartheid politico, i privilegi economici dei bianchi continuano a sussistere e che la situazione di sfruttamento dei neri non è cambiata e hanno chiesto se, dopo il loro ritorno in patria, i rifugiati potranno rientrare in possesso delle loro proprietà.
Il prof. Massad ha spiegato che la richiesta di uno stato unico, laico e democratico per tutti i suoi cittadini è puramente una richiesta politico-democratica e che si deve essere coscienti che ciò non tocca l’apartheid sionista economico e sociale in quanto si tratta unicamente di creare le condizioni per una completa liberazione del popolo palestinese.

Il fatto che si sia voluto coscientemente evitare ogni riferimento alla realizzazione e alle condizioni per la soluzione con uno stato unico è la nota dolente della conferenza. Non è stato possibile chiarire come e per quale ragione i sionisti dovrebbero accettare questa soluzione o come si potrebbe convincerli a rinunciare ai loro privilegi e diventare minoranza politica. Su questo punto ci si è limitati alla dichiarazione di principi e speranze e un riferimento alla “primavera araba” che è riuscita a sovvertire situazioni ritenute inamovibili. Strategie alternative, come ad esempio una terza intifada con la sua resistenza armata, non sono nemmeno state menzionate.

Tra i relatori sono emerse opinioni divergenti sulla questione della caratterizzazione dell’Autorità nazionale palestinese ANP. L’ambasciatore in Germania dell’Autorità nazionale palestinese, presente sul podio alla cerimonia d’apertura, ha respinto con veemenza queste esternazioni dichiarandosi un rappresentante delle forze che collaborano con i sionisti.

Durante il dibattito finale, mentre parecchi oratori indicavano come obiettivo prioritario “L’unità dei palestinesi” e quindi auspicavano una riconciliazione tra Hamas e Fatah, Joseph Massad e Asaad Abu Khalil hanno decisamente contraddetto questa tesi affermando che questo sarebbe solo un cambio di campo da parte di Hamas che così diverrebbe parte integrante della collaborazionista ANP. Assieme a Ghada Karmi i due oratori hanno poi chiesto l’abolizione dell’ANP: sarebbe meglio se il popolo palestinese si confrontasse direttamente con il regime razzista di occupazione anziché sottostare – come previsto dalla strategia sionista – a un “Governo autonomo” che agisce a nome e su incarico dei sionisti.

Nonostante i punti deboli delle rivendicazioni principali e le carenze di un dibattito politico sulle questioni più controverse e irrisolte, la conferenza è stata un successo perché ha affermato con grande chiarezza e ampio consenso la natura di apartheid del regime sionista, il diritto al ritorno di tutti i profughi, il rifiuto della soluzione a due Stati e l’obiettivo di uno stato unico, laico e democratico per tutti i suoi cittadini e questo contro ogni accusa demagogica e malevole di antisemitismo.
In questo modo gli attivisti democratici hanno contrapposto una chiara alternativa alle forze filogovernative del PDL e della sua appendice della pseudo-sinistra.

Fonte: Linke Zeitung
http://www.linkezeitung.de
Traduzione di Enrico Geiler

 

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Enrico Geiler

Linke Zeitung

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