Rabbino ebreo si rallegra che il Covid-19 stia colpendo Italia e Vaticano

Qualche giorno fa, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha proclamato il giorno del 3 aprile 2020 quale “Education & Sharing Day, U. S. A” (Giorno dell’Istruzione e della Condivisione negli Stati Uniti).

Tutto ciò in onore di un uomo conosciuto come “Il Rebbe”, e cioè il rabbino Menachem Mendel Schneerson, l’ultimo capo spirituale della setta ebraica conosciuta come Chabad Lubavitch.

Sul sito della Casa Bianca possiamo leggere il seguente pronunciamento:

“Oggi, celebriamo il Rabbino Menachem Mendel Schneerson, il Rebbe di Lubavitch, un leader compassionevole e visionario la cui influenza continua immutata dalla sua morte più di un quarto di secolo fa. Questo anno segna il 70° anno da quando il Rabbino Schneerson assunse la leadership del movimento internazionale Chabad-Lubavitch, facendo della rete basata sulla fede una forza dinamica finalizzata al bene che influenza milioni di persone in tutto il mondo. Sebbene egli abbia vissuto le tragedie inimmaginabili che assediarono il mondo durante la seconda guerra mondiale, l’Olocausto, e l’oppressione e la violenza della guerra fredda, il Rebbe di Lubavitch conservò la sua fiducia fondamentale nel potenziale di tutte le persone e nella natura liberante dell’istruzione. Dedito all’idea che l’istruzione debba “prestare più attenzione, in realtà il proposito principale, alla costruzione del carattere, con un’attenzione particolare ai valori morali ed etici”, egli fondò scuole e centri per l’istruzione, il servizio, e la crescita spirituale in campus e in comunità nella nostra nazione e in tutto il mondo. La sua eredità e la sua indefessa dedizione ai giovani continuano come esempi di servizio e di devozione altruistici per tutti coloro che conoscono la storia della sua vita risoluta”.

All’Education & Sharing Day degli Stati Uniti dedicai già un post nove anni fa.

Mi sembra però utile ritornare sull’argomento. La meritoria giornalista Alison Weir ha fatto notare nei giorni scorsi come quella del Presidente Trump non è stata la prima di tali proclamazioni: da 42 anni i Presidenti di entrambi i partiti proclamano un giorno nazionale per onorare il rabbino Schneerson.

Il rabbino Menachem Mendel Schneerson

Quello che essi forse non conoscono è il contenuto degli insegnamenti meno conosciuti del rabbino: ad esempio, Schneerson insegnava che i non ebrei sono stati “creati per servire gli ebrei”.

Ma ripercorriamo alcune delle “perle di saggezza” di questo rabbino evidenziate nell’articolo di Alison Weir. Costei ha utilizzato come fonte principale il compianto professore israeliano Israel Shahak.

Menachem Mendel Schneerson visse dal 1902 al 1994 e presenziò alla crescita di quella che è ora la più grande organizzazione ebraica del mondo.

Schneerson è stato il settimo e ultimo “Rebbe” (leader sacro) dell’organizzazione.

Fondata alla fine del 1700 e originariamente risiedente nella città polacco-russa di Lubavitch, è la più grande di circa una dozzina di forme del chassidismo, una versione del giudaismo ortodosso caratterizzata dal misticismo e dalla devozione verso un capo carismatico.

C’è un estremo culto della personalità basato proprio su Schneerson. Alcuni seguaci lo considerano il Messia e lo stesso Schneerson, a quanto si dice, considerava vera questa credenza.

Alcuni educatori Lubavitch lo considerano divino, e lo hanno descritto nel modo seguente:

“Il Rebbe è davvero l’essenza e l’essere [di Dio]…egli è senza limiti, capace di compiere qualunque cosa, onnisciente e giusto oggetto di adorazione”.

Vi sono nel mondo 3.600 istituzioni Chabad, in oltre 1.000 città di 70 paesi, e 200.000 aderenti. Partecipano ai riti di Chabad almeno una volta all’anno almeno un milione di persone. il sito web di Chabad afferma che centinaia di migliaia di bambini partecipano ai campi estivi dell’organizzazione.

Secondo il Times, Schneerson “presiedeva un impero religioso che va dalle strade di Brooklyn alle principali strade di Israele e che dal 1990 riceve contributi per almeno 100 milioni di dollari all’anno.

La casa editrice dei Lubavitcher è il più grande distributore di libri ebraici del mondo.

Se Chabad talvolta insegna apertamente che “l’anima dell’ebreo è differente dall’anima del non ebreo”, gli insegnamenti specifici di Schneerson sull’argomento sono largamente sconosciuti all’opinione pubblica.

L’autrice dell’articolo passa quindi a citare alcuni di questi insegnamenti per come sono stati citati dal predetto Israel Shahak e dal suo collaboratore Norton Mezvinsky, autori del libro Jewish Fundamentalism in Israel (“Il fondamentalismo ebraico in Israele”).

Le citazioni che esporremo sono state tradotte dai due predetti autori da un libro di Schneerson pubblicato in ebraico in Israele nel 1965. Nonostante l’importanza internazionale di Schneerson e nonostante il fatto che il quartier generale della sua organizzazione si trovi a Brooklyn, non c’è mai stata una traduzione in inglese di questo volume.  

Ed ecco le citazioni:

  • “La differenza tra una persona ebrea e una non ebrea deriva dalla comune espressione: ‘distinguiamo’. Così, non abbiamo un caso di profondo cambiamento in cui una persona è semplicemente su un livello superiore. Piuttosto, abbiamo un caso di ‘distinzione’ tra specie totalmente differenti”.
  • “Questo è ciò che si deve dire sul corpo: il corpo di una persona ebrea è di una qualità totalmente differente dal corpo di [membri] di tutte le nazioni del mondo…La differenza nella qualità intrinseca tra gli ebrei e i non ebrei è così grande che i corpi dovrebbero essere considerati come specie completamente differenti”.
  • “Una differenza ancora più grande esiste riguardo all’anima. Esistono due tipi contrari di anime: l’anima di un non ebreo proviene da tre sfere sataniche, mentre l’anima dell’ebreo proviene dalla santità”.
  • “Come è stato spiegato, un embrione è chiamato essere umano perché ha sia il corpo che l’anima. Così, la differenza tra un embrione ebraico e un embrione non ebraico può essere capita”.
  • “…La differenza generale tra gli ebrei e i non ebrei: un ebreo non è stato creato come mezzo per qualche [altro] scopo; egli stesso è lo scopo, poiché la sostanza di tutte le emanazioni [divine] venne creata solo per servire gli ebrei”.
  • “Le cose importanti sono gli ebrei, perché essi non esistono per nessun [altro] scopo; essi stessi sono lo scopo [divino]”.
  • “L’intera creazione [di un non ebreo] esiste solo per il bene degli ebrei”.

La maggior parte delle persone non conoscono questo aspetto degli insegnamenti di Schneerson perché, secondo Shahak e Mezvinsky, tali insegnamenti vengono intenzionalmente minimizzati, tradotti in modo equivoco o interamente occultati.

Non solo. Secondo i due predetti autori “la grande maggioranza dei libri sul giudaismo e su Israele, specialmente quelli pubblicati in inglese, falsificano il loro argomento”.

Il libro di Shahak e di Mezvinsky sul razzismo ebraico non è mai stato tradotto in italiano.

I due autori affermano inoltre che “Quasi ogni ebreo israeliano moderatamente acculturato conosce i fatti sulla società ebraica che sono descritti in questo libro. Questi fatti, tuttavia, sono sconosciuti alla maggior parte degli ebrei e dei non ebrei interessati fuori di Israele che non conoscono l’ebraico e che così non possono leggere la maggior parte dei quello che gli ebrei israeliani scrivono su sé stessi in ebraico”.

Shahak e Mezvinsky scrivono inoltre che è essenziale tenere presente le convinzioni espresse dal fondamentalismo ebraico per capire la situazione attuale nella Cisgiordania, dove la maggior parte dei coloni ebrei sono motivati da un’ideologia per cui ogni non ebreo è visto come “l’incarnazione terrena” di Satana, e secondo la Halacha (la legge ebraica), il termine “essere umano” si riferisce solo agli ebrei.

Quanto alla reputazione di Schneerson come educatore, l’articolo di Alison Weir evidenzia come nelle scuole elementari istituite dal rabbino non si insegni l’istruzione di base – a leggere, a scrivere, l’ortografia, la matematica, le scienze e la storia – ma “solo la Bibbia”, dato che secondo Schneerson l’istruzione “secolare” (non religiosa, formale) era “unimportant”, insignificante.

Fin qui, la descrizione degli insegnamenti di Schneerson tratteggiata da Shahak e Mezvinsky nel loro libro Jewish Fundamentalism in Israel (e rievocata nell’articolo di Alison Weir).

Ma Shahak si è occupato del rabbino Schneerson anche in un altro libro: Jewish History, Jewish Religion, the Weight of Three Thousands Years. Questo libro è stato tradotto nel 1997 in italiano dal Centro Librario Sodalitium con il titolo “Storia ebraica e giudaismo – Il peso di tre millenni”.

In questo libro, tra le altre cose, Shahak parla dell’atteggiamento del movimento chassidico nei confronti dei non ebrei. Nove anni fa, al riguardo, ne trascrissi un brano. Lo ripropongo in parte oggi, perché, come si dice in questi casi, repetita juvant. Ecco cosa c’è scritto alle pp. 55-56:

“Il chassidismo, erede degenerato del misticismo ebraico, è ancor oggi vitale con centinaia di migliaia di aderenti, fanatici devoti ai loro ‘santi rabbini’, alcuni dei quali esercitano una forte influenza politica, in Israele, tra i leader di quasi tutti i partiti e, in misura molto maggiore, tra gli alti gradi delle forze armate. Prendiamo il famoso Hatanya, libro fondamentale del movimento Habad, uno dei rami più importanti dello chassidismo. Secondo questo testo chiave, tutti i non ebrei sono creature assolutamente sataniche ‘che non hanno nulla di buono’ e persino i loro embrioni sono qualitativamente diversi da quelli ebraici. L’esistenza dei non ebrei è ‘inessenziale’, visto che tutto il creato è destinato ‘in funzione degli ebrei’. Questo è un libro che circola in innumerevoli edizioni e le idee in esso contenute sono state popolarizzate nei numerosi ‘discorsi’ del defunto Führer ereditario di Habad, il cosiddetto rabbino Lubavitcher, Menachem Mendel Schneerson, che guidava la potentissima organizzazione dal suo quartier generale di New York. (grassetti miei)

“In Israele, le idee dell’Hatanya hanno una diffusione di massa, sono insegnate nelle scuole e hanno un grande seguito tra le forze armate. Secondo la testimonianza di Shulamit Aloni, la propaganda di Habad si scatenò in modo particolare prima dell’invasione del Libano nel marzo del 1978, allo scopo di persuadere medici e infermieri a non occuparsi dei ‘feriti gentili’. Questa esortazione nazista non si riferiva specificamente agli arabi e ai palestinesi, ma semplicemente ai gentili, ai goyim, tutti” (grassetti miei).

L’11 settembre del 1994 il giornale Haaretz pubblicò una lettera di Israel Shahak sulle responsabilità morali del movimento Habad/Chabad nell’istigare e giustificare il massacro di Hebron perpetrato da Baruch Goldstein e tutte le violenze contro gli arabi. Ricordiamo che Goldstein, che aveva ucciso a colpi di fucile mitragliatore decine di palestinesi nella moschea di Hebron, non era affiliato solo alla Lega di Difesa Ebraica del rabbino Kahane ma anche al movimento Habad/Chabad.

Ma, anche qui, lasciamo la parola a Shahak (p. 66):

“Prendiamo la ‘Raccolta delle conversazioni del Lubavitcher Rebbe’ (Likutey Sihot, 1965 in poi): «Non si può neppure fare un paragone tra il corpo di un ebreo e quello di un gentile. Per questo il ‘vecchio rabbino’ (il fondatore del movimento Habad/Chabad, morto nel 1812) commentava, nel suo libro Hatanya, la preghiera ebraica ‘ci ha scelto tra tutte le nazioni’ come la differenza tra il corpo dell’ebreo e quello del gentile…simili solo in apparenza…la differenza spirituale fa sì che appartengano a due specie completamente diverse…i corpi dei gentili sono ‘irrilevanti’…la differenza tra le anime è incommensurabilmente più grande…l’anima del gentile è l’antitesi di quella ebraica perché ha origine nelle tre sfere della corruzione satanica, mentre la nostra nasce dalla santità». In quella lettera ricordavo come il professore Leibnovit, coraggioso portavoce della parte sana e razionale della società israeliana, aveva coniato il concetto di ‘nazismo giudaico’ per queste ideologie in cui i termini ‘ebreo’ per i nazisti, e ‘gentile’ per il giudaismo ortodosso, hanno lo stesso significato, sia teorico che pratico”.

Ma gli insegnamenti del rabbino Schneerson, per quanto ripugnanti, non sono originali. Erano stati già espressi due secoli prima dal fondatore della dinastia Habad/Chabad, il rabbino Shneur Zalman di Liadi.  

Nella voce Wikipedia a lui dedicata non c’è traccia del suo razzismo verso i non ebrei. Ne ritroviamo invece ampi passi nella monografia a lui dedicata dal professore americano Roman Foxbrunner, e pubblicata nel 1992 dall’Università dell’Alabama: The Hasidism of R. Shneur Zalman of Lyady.

A cosa pensava sui non ebrei Shneur Zalman il prof. Foxbrunner dedica le pagine 108-109 del suo libro.

Schneur era un cabalista e riteneva che solo gli ebrei (e, tra gli ebrei, solo i cabalisti) possono aspirare alla realizzazione spirituale.

Il rabbino Shneur Zalman di Liadi

Le anime dei gentili appartengono invece a un ordine totalmente differente e inferiore. Esse sono totalmente malvage, senza nessuna qualità redentrice. Di conseguenza, osserva il prof. Foxbrunner, ogni riferimento nei suoi insegnamenti ai gentili è invariabilmente “invidious” (odioso).

In termini generali, i non ebrei sono stati creati solo per testare, punire, elevare e infine servire Israele (nell’era messianica).

Più specificamente, persino la loro saggezza è in realtà stupidità, perché conduce al rigonfiamento dell’ego e all’arroganza, piuttosto che all’auto-annichilimento della Ḥokhmah (la Ḥokhmah è la vera saggezza cabalistica). Tutti gli sforzi dei gentili, inclusi gli atti di benevolenza, sono segnati dall’egoismo. I loro tribunali sono aspri e crudeli. I loro atti di beneficenza non soddisfano ai requisiti della tsedaḳah (la tsedaḳah è il comandamento di comportarsi in modo virtuoso elargendo aiuto pecuniario al bisognoso) perché i gentili sono privi della fede che rende la tsedaḳah così preziosa: la fiducia che Dio sarà generoso con il donatore e rimborserà la sua donazione (!).

I gentili che credono in Dio, secondo Shneur Zalman, sono restii ad aggrapparsi a lui e sono incapaci di Amore o della devozione altruista. In ogni caso, essi credono solo nel dio immanente di Aristotele, la Causa Prima degli eventi naturali. Essi esaltano l’adorazione spirituale perché negano che la santità di Dio possa venire rivelata nel mondo fisico. Essi negano che la vitalità del cosmo venga rinnovata in modo soprannaturale ad ogni istante e sostengono invece che la sua natura eterna continui a esistere. L’intuizione, da parte dei loro filosofi, dell’unità di Dio non si avvicina neppure alla percezione istintiva di un bambino ebreo appena maturo o “persino a quella di una donna”.

I loro pensieri e le loro azioni abominevoli sono tutti controllati dai loro rispettivi principi (principi, non princìpi) soprannaturali. Essi (sempre i non ebrei, secondo il rabbino in questione) negano la provvidenza individuale e credono di essere degli agenti indipendenti sottoposti solo al controllo di questi principi e delle stelle. Le loro funzioni fisiche e le terre in cui vivono sono controllate dalle forze naturali e dai tre ḳelipot malvagi (i ḳelipot sono i regni soprannaturali che offuscano o bloccano le “emanazioni sante”).

La loro abbondanza materiale deriva dall’immondizia soprannaturale. In realtà, loro stessi derivano dall’immondizia, ed ecco perché sono più numerosi degli ebrei, come i pezzetti della pula sono più numerosi dei chicchi.

Le anime dei gentili muoiono assieme ai loro corpi (mentre persino l’anima “animale” di un ebreo è eterna).

Alcuni tra i gentili riescono a diventare proseliti a causa delle scintille celesti che si sparpagliarono tra i discendenti di Abramo prima della sua circoncisione, ed è per questi pochi proseliti che Dio conferisce la sua abbondanza a tutti i gentili. In futuro, tuttavia, tutti costoro conseguiranno la statura spirituale delle donne ebree – e saranno capaci di adempiere i comandamenti che non dipendono da un momento specifico – come pure il loro livello di subordinazione agli uomini ebrei.

In sostanza, i gentili opprimono gli ebrei perché invidiano la loro superiorità spirituale e si risentono a causa del loro ruolo (metafisicamente) subordinato.

Questa è la dottrina del rabbino Shneur Zalman di Liadi riguardo ai non ebrei: è difficile trovare un insegnamento più razzista di questo.

Ma queste non sono solo le lontane speculazioni di un rabbino vissuto in un remoto villaggio dell’attuale Bielorussia: questi insegnamenti sono stati tramandati nel corso dei secoli dai suoi successori e impregnano oggi una parte consistente dell’ebraismo internazionale.

Mi piacerebbe a questo riguardo conoscere il parere di quegli studiosi e di quei giornalisti, come ad esempio Valentina Pisanty e Furio Colombo, sempre in prima fila nel vituperare una rivista come “La difesa della razza” (una rivista innegabilmente razzista ma che risale a 80 anni fa) e nel fustigare il razzismo – vero o presunto – degli italiani: in realtà, nessuno oggi in Italia venera come maestri Telesio Interlandi o Giorgio Almirante. Ma nel mondo ebraico mainstream il razzismo radicale dei rabbini Lubavitcher ha fatto scuola e costoro vengono addirittura considerati quali guide morali delle nazioni!

Quanto questo razzismo abbia fatto scuola, e sia condiviso da molti ebrei sionisti in tutto il mondo, è desumibile anche da un video postato qualche giorno fa su Twitter da una signora persiana: in esso si vede un rabbino francese che si compiace del fatto che il coronavirus abbia colpito duro paesi come la Cina, l’Iran e soprattutto l’Italia!

Secondo questo rabbino le forze del male e dell’impurità sono generate in Italia e sono rappresentate dal… Vaticano!

Costui spera che, grazie al coronavirus, “vedremo la disfatta dei goyim, e di tutti coloro che hanno danneggiato Israele…Così è possibile che in poche settimana la storia sia finita”.

No, caro rabbino, forse è troppo presto per cantare vittoria. Però è ragionevole porsi la domanda della signora che ha postato il video: “i rabbini sionisti odiano il resto di noi non ebrei?”.

 

thanks to: Andrea Carancini

Come Israele manipola la lotta contro l’antisemitismo

Ciò che interessa al governo israeliano e a molti dei suoi sostenitori non è la lotta del tutto giustificata contro l’antisemitismo. Copertina – Benyamin Netanyahu alla commemorazione della retata del Velodromo d’hivèr, 16 luglio 2017.

continua Come Israele manipola la lotta contro l’antisemitismo — Notizie dal Mondo

‘Bruciateli, sparategli, uccideteli’: gli israeliani esultano a Gerusalemme mentre i palestinesi vengono uccisi a Gaza

https://newsoftheworldnews.files.wordpress.com/2018/05/netan.jpg

Di Hind Khoudary, Lubna Masarwa, Chloé Benoist. Middle East Eye.

Mentre gli Stati Uniti trasferivano ufficialmente la loro ambasciata a Gerusalemme, le forze israeliane uccidevano decine di manifestanti a Gaza

Lunedì il contrasto tra Gerusalemme e Gaza non poteva essere più stridente, anche se le separano solo 75 chilometri.

Mentre i dirigenti americani ed israeliani inauguravano il trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme – una vittoria di Israele rispetto al rifiuto della comunità internazionale della sua pretesa di avere Gerusalemme come propria capitale – le forze armate israeliane sparavano sui manifestanti a Gaza, con un bilancio di morti che è cresciuto inesorabilmente nel corso della giornata.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha salutato con entusiasmo il trasferimento dell’ambasciata come un momento “storico”.

“Amici, che giorno di gloria, ricordatevi questo giorno”, ha detto il leader israeliano lunedì in un discorso trionfante. “Questa è storia. Signor Trump, riconoscendo la storia, voi avete fatto la storia. Tutti noi siamo profondamente commossi e grati. L’ambasciata della Nazione più potente del mondo, gli Stati Uniti d’America, è stata aperta qui.”

Il genero e principale consigliere di Trump, Jared Kushner, ha tenuto anch’egli un discorso durante la cerimonia, nel corso della quale ha ribadito il sostegno degli USA ad Israele, mettendo a quanto pare da parte le preoccupazioni riguardo alle azioni dell’esercito israeliano a Gaza che avvenivano in concomitanza con il suo discorso.

“Noi stiamo dalla parte di Israele perché entrambi noi crediamo nei diritti umani, nel fatto che la democrazia vada difesa e siamo convinti che questa sia la cosa giusta da fare”, ha detto Kushner.

Nel frattempo, proprio fuori dalla nuova ambasciata, i manifestanti palestinesi a Gerusalemme venivano brutalmente repressi dalle forze israeliane.

MEE è stato testimone di decine di palestinesi disarmati picchiati ed arrestati dalle forze di sicurezza israeliane fuori dalla ambasciata, suscitando gli applausi dei manifestanti israeliani venuti ad appoggiare l’apertura dell’ambasciata.

“Bruciateli”, “sparategli”, “uccideteli”, scandivano gli israeliani.

Intanto l’ex portavoce dell’esercito israeliano Peter Lerner si è lamentato sui social media, sottintendendo che le morti di palestinesi a Gaza erano un tentativo di rovinare la festa a Israele.

Ma a Gaza i palestinesi hanno manifestato la propria profonda rabbia e incredulità per i festeggiamenti che si tenevano a Gerusalemme mentre a centinaia venivano indiscriminatamente colpiti dalle forze israeliane.

Alle 19,30 ora locale erano stati uccisi dalle forze israeliane 52 palestinesi e feriti 2.410, l’epilogo sanguinoso delle 6 settimane della “Grande Marcia per il Ritorno” a Gaza, che era già costata 49 vite prima di lunedì.

Dal 30 marzo durante le manifestazioni a Gaza sono stati uccisi in totale 101 palestinesi.

Lo scenario a Gaza nella zona vicina alla barriera di separazione tra la piccola enclave palestinese ed Israele è stato di caos e sangue fin dal mattino, con numerosi dimostranti colpiti alla testa, al collo o al petto.

Molti corpi sono rimasti bloccati nei pressi della barriera, poiché il fuoco dell’esercito era troppo intenso perché le ambulanze potessero raggiungerli.

“Moltissimi palestinesi sono morti oggi in nome della protesta pacifica dei palestinesi e noi non rinunceremo a lottare per il sangue che hanno versato”, ha detto a Middle East Eye il cinquantaduenne Wadee Masri. “Sono venuto qui per partecipare alla marcia, per dimostrare che sono una persona che ha diritto a ritornare nella sua terra.

Gli odierni festeggiamenti a Gerusalemme mi rattristano per ciò che gli USA hanno fatto contro i palestinesi”, ha aggiunto. “Non c’è pace senza Gerusalemme. Noi vivremo e moriremo lottando per Gerusalemme.”

Associazioni internazionali hanno descritto la situazione a Gaza come un “bagno di sangue”.

Human Rights Watch ha dichiarato: “La politica delle autorità israeliane di aprire il fuoco contro i manifestanti palestinesi a Gaza, imprigionati da dieci anni e sotto occupazione da mezzo secolo, prescindendo dal fatto che vi sia una minaccia immediata alla vita, ha condotto ad un bagno di sangue che chiunque avrebbe potuto prevedere.”

Jamal Zahalka [deputato del parlamento israeliano del partito arabo israeliano di sinistra Balad, ndt.], un leader politico dei palestinesi cittadini di Israele, ha detto a MEE che Israele e gli USA sono i responsabili della violenza a Gaza.

“È una violazione del diritto internazionale. Trump e gli USA sono responsabili di tutto il sangue che è stato versato a partire dalla decisione degli Stati Uniti”, ha detto Zahalka.

“Quelli che oggi stanno festeggiando (l’inaugurazione dell’ambasciata USA) hanno le mani sporche di sangue.”

Ma nonostante il trauma della giornata più sanguinosa a Gaza dalla guerra del 2014, Samira Mohsen, una manifestante ventisettenne della zona est di Gaza, nonostante il pesante bilancio delle manifestazioni della giornata continua ad avere un atteggiamento di sfida.

“Un giorno festeggeremo a Gerusalemme, pregheremo là, nessuno ce lo impedirà”, ha detto a MEE. “Il mio sogno è di vedere Gerusalemme. Gerusalemme è la capitale della Palestina e Trump e gli USA non possono decidere di consegnare la nostra terra ai sionisti.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

thanks to: zeitun.info

“Uccideteli tutti”: manifestazioni a Tel Aviv a sostegno del genocidio dei Palestinesi

Mintpressnews.com. Di  Whitney Webb. I massicci raduni e le campagne su Facebook che invocano il genocidio dei Palestinesi vengono ignorati dai media mainstream occidentali e da Facebook stesso, nonostante la preoccupazione e le collaborazioni volte a fermare gli “appelli alla violenza”.
Dallo scorso ottobre, il governo israeliano ha accusato i Palestinesi e i loro alleati di “incitamento alla violenza” contro gli Israeliani, sebbene solo 34 Israeliani siano morti in quel periodo rispetto ai 230 palestinesi. L’aumento della violenza è stato attribuito a un’invasione israeliana condannata a livello internazionale delle terre palestinesi nella contesa Cisgiordania.
La preoccupazione del governo israeliano per le recenti violenze lo ha portato ad arrestare i Palestinesi per i contenuti pubblicati nei social media, poiché porterebbero potenzialmente a crimini. Quest’anno sono stati arrestati 145 palestinesi per “crimini” di “incitamento” sui social media. Questa pratica alla fine ha condotto il governo israeliano e Facebook a collaborare, e lo sforzo per frenare l’incitamento nei social media ha significato al blocco di diversi account Facebook di giornalisti e agenzie stampa palestinesi.
Tuttavia, i social media, così come i principali media occidentali, non hanno condannato l”‘incitamento” israeliano contro i Palestinesi, la cui pratica è sorprendentemente comune, considerata la scarsa o nessuna attenzione che riceve. Spesso questi post, immagini e manifestazioni anti-palestinesi sono pieni di richieste di genocidio, con grida di “Morte a tutta la nazione araba” e “Uccidili tutti”.
Persino il Times of Israel ha pubblicato un articolo su “Quando il genocidio è ammissibile” in riferimento al trattamento riservato da Israele ai Palestinesi. Sebbene alla fine il post sia stato rimosso, indica una mentalità fin troppo comune e pericolosa che i social media, il governo israeliano e i media occidentali “convenientemente” ignorano.
Un’agenzia di stampa israeliana ha perfino messo alla prova l’allora sospetto trattamento preferenziale e ha scoperto che Facebook e le autorità israeliane trattano in maniera differente le richieste di vendetta da parte di Palestinesi e Israeliani.
Anche i grandi raduni che chiedono il genocidio palestinese sono stati ignorati interamente dai social media e da quelli delle corporation. All’inizio di quest’anno, a Tel Aviv si è tenuta una massiccia  manifestazione anti-palestinese in cui a migliaia hanno chiesto la morte di tutti gli Arabi. La manifestazione è stata organizzata per sostenere un soldato israeliano che ha ucciso un Palestinese già ferito sparandogli alla testa in una “esecuzione”.
Il soldato Elor Azaria è stato accusato di omicidio colposo per un’uccisione in territorio sovrano palestinese nella città di Hebron.
A Hebron vi è un insediamento ebraico illegale, ma nonostante la sua illegalità è protetto dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF). Ciò ha portato a frequenti scontri tra israeliani e palestinesi nell’area.
Alla manifestazione di Tel-Aviv hanno partecipato circa 2.000 persone e diverse icone pop israeliane hanno intrattenuto i partecipanti, tra cui Maor Edri, Moshik Afia e Amos Elgali, insieme al rapper Subliminal. I canti di “Elor [il soldato] è un eroe” e gli appelli per liberarlo erano frequenti. Una donna è stata fotografata con un cartello con la scritta “Uccidili tutti”.
Un giornalista ebreo presente sulla scena ha osservato che sembrava “più di qualsiasi altra cosa, una celebrazione dell’omicidio”. Nonostante l’evidente animosità e l’incitamento resi evidenti durante il raduno, non è difficile immaginare quale sarebbe stata la risposta se si fosse trattato di una manifestazione pro-palestinese con la richiesta di morte diretta agli ebrei. Il netto divario tra ciò che è ammissibile per i Palestinesi e ciò che è permesso  agli Israeliani dovrebbe riguardarci tutti come il fatto che il diffuso pregiudizio dei social media, della stampa e molti governi minacciano di renderci ciechi dalle realtà del conflitto israelo-palestinese.
Traduzione per InfoPal di Bushra Al Said

Sorgente: “Uccideteli tutti”: manifestazioni a Tel Aviv a sostegno del genocidio dei Palestinesi | Infopal

Emmanuel, i mandanti morali del linciaggio

Il fascista ( o i fascisti ) che hanno linciato Emmanuel si sentivano ‘legittimati’ a chiamare “scimmia” sua moglie. Non solo da talk tv e radio che discutono ogni due giorni dei “rifugiati-che-ci-invadono” o se per i rom sia meglio il lager, il forno crematorio o il termocompattattore, ma anche da gesti concreti, dal leghista Erminio Boso che disse “io festeggio quando un barcone affonda” al sempre leghista, allora vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli che diede dell’”orango” alla ministra all’Integrazione Cecile Kyenge. E fu considerato un gesto di normale ‘polemica politica’.

fascisti-oggi

fasisti-oggi-mandanti-morali

Sorgente: Emmanuel, i mandanti morali del linciaggio – Il Fatto Quotidiano

Migranti, dalle minacce agli incendi fino alla proteste violente: ecco l’Italia xenofoba contro chi accoglie i profughi

C’è un’Italia che apre le porte, mette a disposizione alberghi, chiese, intere abitazioni o stanze sfitte, e che ogni giorno si siede a tavola con migranti dalle storie sconosciute, insegna loro la lingua e li aiuta a ricostruire una vita. E poi ce n’è un’altra, quella che strepita, si oppone, riempie le bacheche facebook di lamentele che sfociano spesso nell’insulto. Parla di “sicurezza” e “invasione”, accusa chi ospita di farlo solo per il proprio interesse, e forma comitati di protesta. Talvolta minaccia, manda biglietti intimidatori anonimi, o scatena raid incendiari.

Non è una vita facile quella di chi, nell’ultimo anno, ha deciso di lavorare per l’accoglienza dei richiedenti asilo e di chi arriva sulle nostre coste. Da nord a sud, sono tanti coloro che raccontano episodi di diffidenza, intolleranza e fastidio, con cui devono convivere quotidianamente: si va dall’albergatore che si è visto recapitare lettere anonime con minacce di morte, a quello che ha perso i clienti abituali che poco gradivano la presenza di africani nella stanza accanto, fino alle diverse manifestazioni organizzate contro l’apertura di centri per immigrati. Quasi tutti piccoli casi, che non sono espressione della maggioranza e che spesso non superano i confini delle cronache locali. Ma, messi insieme, dipingono comunque l’immagine di un Paese in cui, a fatica, convivono anime opposte.

Le minacce- Spesso i primi a essere presi di mira, perché tra quelli più esposti, sono gli albergatori che fanno accordi con le prefetture per dare alloggio a gruppi di richiedenti asilo. Giulio Salvi, direttore dell’hotel Bellevue in Valtellina, ha ricevuto minacce prima in una lettera lettera anonima: “Via i migranti dall’hotel o li uccido uno a uno”. Poi via facebook, dove sono apparsi diversi commenti in cui si invitava a dare fuoco all’albergo. Tra le accuse a Salvi c’era anche quella di sciacallaggio: “Incassi milioni con finti profughi”. Di certo Salvi non è l’unico ad aver ricevuto intimidazioni di questo tipo e con questi toni. Ad aprile Walter Scerbo, sindaco di Palizzi, in provincia di Reggio Calabria, si è visto recapitare un bigliettino non firmato, ma con un messaggio molto chiaro: “Se succede qualcosa con questi bastardi negri ti ammazziamo”. A scatenare le minacce xenofobe era stato il progetto di accoglienza di un gruppetto di stranieri, voluto proprio dall’amministrazione comunale.

L’incendio al Mark Hotel – L’albergo, chiuso da 10 anni, si trova a Ussita, minuscolo comune in mezzo al verde, in provincia di Macerata. A maggio, dopo che il proprietario aveva messo a disposizione le proprie stanze per accogliere i profughi, facendo fare anche dei sopralluoghi, qualcuno è entrato nella struttura forzando la porta. Ha portato con sé del gasolio e poi ha dato fuoco ai materassi, proprio quelli destinati ai migranti. “Anche qui nelle Marche c’è un clima preoccupante, fino adesso sottovalutato da tutti”, ha detto don Vinicio Albanesi, pochi minuti dopo la morte di Emmanuel, il 36enne nigeriano a Fermo. Nei mesi scorsi sono stati piazzati degli ordigni rudimentali davanti a quattro chiese della diocesi di Fermo, tutte parrocchie impegnate in progetti di solidarietà. Le indagini sono in corso, ma il religioso è convinto che le bombe siano opera della stessa mano, e che abbiano come obiettivo quello di scoraggiare le attività di aiuto agli extracomunitari.

La fuga dei turisti – Giancarlo Pari gestisce un piccolo hotel di fronte alla spiaggia di Igea Marina, a pochi chilometri da Rimini. L’anno scorso, su proposta della prefettura, aveva deciso di concedere ospitalità a tre gruppi di migranti, circa 40 persone in tutto. L’aveva fatto volentieri e la convivenza non aveva dato alcun problema. Eppure, passato l’inverno, all’inizio della stagione estiva, ha chiesto di interrompere il progetto di accoglienza. “Ci sono troppe difficoltà da parte delle persone bianche ad accettare quelle di colore – ha raccontato alle telecamere del fattoquotidiano.it – Sono stato obbligato, altrimenti avrei perso i miei clienti abituali”.

Le proteste dei comitati – A volte basta solo ipotizzare l’apertura di un centro d’accoglienza per far scattare le manifestazioni dei cittadini, raccolti in comitati. A maggio sempre nelle Marche, in provincia di Ancona, gli abitanti di Castelferretti hanno bloccato la strada con striscioni e fumogeni per opporsi al progetto, ancora tutto sulla carta, di allestire in zona un campo profughi. Anche in provincia di Parma, qualche mese prima, i cittadini avevano organizzato sit-in e fiaccolate per dire no alla sistemazione di una quindicina di profughi in una ex scuola. Nel vicentino, don Lucio Mozzo, voleva sfruttare gli spazi di una canonica chiusa da tempo per dare aiuto a una decina di profughi. Il suo progetto è stato bloccato da centinaia di fedeli che, dimenticando la carità cristiana, sono andati su tutte le furie e si sono riuniti in massa nella chiesa di Don Mozzo. Alla fine il prete è stato costretto a fare un passo indietro.

A contattare don Mozzo era stata l’associazione Papa Giovanni XXIII, impegnata ogni giorno sul fronte dell’aiuto ai migranti: “Abbiamo avuto un paio di casi di proteste in Veneto – racconta Giovanni Paolo Ramonda, responsabile generale della comunità – una parte della cittadinanza si è risentita e ha fatto resistenza. Ma non generalizzerei. Abbiamo ricevuto anche tanta solidarietà. Di sicuro noi continuiamo a portare avanti il nostro lavoro, perché crediamo nel valore dell’accoglienza. Pensiamo però che vada fatta per piccoli gruppi, 10 o 12 persone al massimo, non con grossi agglomerati. Solo così si può favorire la convivenza pacifica e il rispetto verso lo straniero“. Famosi sono poi due casi andati in scena l’estate scorsa: quello di Quinto di Treviso, dove i residenti si sono rivoltati contro la presenza in un residence di 100 profughi ottenendone lo spostamento, e quello di Roma, dove ci sono stati anche scontri tra Casapound e polizia.

L’accoglienza in casa – Nell’estate scorsa Roberto Gabellini, pensionato di Rimini, ha dato le chiavi della propria casa a un’associazione che assiste i migranti. Una villetta a due piani, con vista sulle colline, dove sono entrati 17 profughi. Apriti cielo: Gabellini, con un passato in Alleanza nazionale, è stato obbligato far fronte a una tempesta di critiche e accuse di sciacallaggio. Alcune provenienti da suoi ex-amici di partito. Qualcuno si è spinto anche oltre, arrivando alle minacce: “Vengo a incendiarti casa per sentire la puzza di negro che brucia”. Per questo l’uomo, che ha anche pensato di assumere una ditta di vigilanza privata per la notte, si è rivolto alle forza dell’ordine. “I carabinieri ci hanno aiutato molto – racconta – spesso sono passati per assicurarsi fosse tutto tranquillo”. Oggi però, a un anno di distanza, le cose sono cambiate. “I ragazzi ospitati si sono guadagnati la fiducia con il loro lavoro e il loro comportamento, sempre impeccabile. E sono riusciti a superare la diffidenza dei vicini e di una parte della città. E di minacce non ne sono più arrivate”. Anche la famiglia di Maria Cristina Visioli, che fa parte della rete Refugees Welcome Italia, ha deciso di aprire (gratuitamente) le porte della propria abitazione di Bologna ai profughi. Ma qualcuno tra i vicini ha avuto da ridire. “Finché abbiamo ospitato giapponesi o americani nessuno ha detto un parola. Quando sono arrivati ragazzi africani, c’è chi si è lamentato in assemblea di condominio. Fortunatamente è stato un episodio senza conseguenze, ma è il sintomo di una certa diffidenza nei confronti delle persone di colore, che c’è anche a Bologna”.

Sorgente: Migranti, dalle minacce agli incendi fino alla proteste violente: ecco l’Italia xenofoba contro chi accoglie i profughi – Il Fatto Quotidiano

28 febbraio. La piazza di Roma. Mai con Salvini e i fascio/leghisti

28 febbraio. La piazza di Roma. Mai con Salvini e i fascio/leghisti

Appuntamento per tutte e tutti alle 14.00 a Piazza Vittorio, corteo fino a Campo de’ Fiori. Ripudiamo Salvini e il suo codazzo di fascio/leghisti.

Secondo le autorità di pubblica sicurezza sono più di 3000 gli agenti di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza schierati da ieri nella capitale ‘per garantire l’ordine’. In realtà sembra che la principale preoccupazione della Questura e delle altre autorità di pubblica sicurezza sia impedire ogni possibile contestazione alla manifestazione convocata dalla Lega Nord in Piazza del Popolo alle 15, e alla quale parteciperanno anche Casapound, Fratelli d’Italia e altri gruppi di estrema destra. Una preoccupazione evidente fin da questa mattina presto, quando gli abitanti della zona di Piazza Vittorio, dove i “fascisti del terzo millennio” hanno tenuto uno sparuto presidio per difendere “l’italianità del quartiere” (!), hanno assistito alla blindatura delle strade. Sotto l’occhio vigile delle forze di sicurezza degli operai hanno montato delle barriere di metallo alte più di due metri a protezione in particolare della sede neofascista di Via Napoleone III. Le foto che stanno rimbalzando sui social network parlano da sole.

1piazzavi

Di seguito invece alcune foto delle cariche di ieri a Piazza del Popolo e a Piazzale Flaminio, dove i celerini hanno più volte respinto e sgomberato, con l’uso dei manganelli e dei lacrimogeni, alcune centinaia di manifestanti che protestavano contro la concessione del centro di Roma alla provocazione di Salvini. La giornata si è saldata con alcuni feriti, alcuni contusi e anche cinque fermati tra i manifestanti.

185852018-8ae6a32d-47c1-487e-92ca-044c7938d5a8

Roma. "Mai con Salvini". Cariche a Piazza del Popolo, sgomberata chiesa occupata

Come se non bastasse approfittando dell’arrivo a Roma di estremisti di destra da varie regioni italiane alle 18, nel quartiere Prati, alcune organizzazioni neofasciste commemoreranno Mikis Mantakas, un militante neofascista greco morto a Roma quarant’anni fa. Incredibilmente, a neanche duecentometri da piazza del Popolo la questura ha autorizzato un presidio critico nei confronti della Lega dei fascisti di Castellino.

Scrive il Collettivo Militant a proposito dei fatti di ieri e del senso della giornata di oggi a Roma:
“Le cariche violente, indiscriminate, illegali di stasera a Roma sono il segno di un potere che garantisce le sue opposizioni ideali e spazza via tutto il resto. Salvini, da questo punto di vista, è l’alternativa perfetta al sistema “democratico”. Populista abbastanza per coagulare attorno a sé l’opposizione di centrodestra in questa fase di vuoto di potere, ma privo di quella credibilità necessaria ad esprimere la volontà di una “maggioranza”, ad essere insomma un competitor effettivo al governo “democratico”. Salvini è l’assicurazione sulla vita del governo Renzi, motivo per cui viene e verrà sempre più difeso oltre ogni legalità democratica. La prova l’abbiamo avuta per l’appunto oggi, quando è stato messo in campo un tentativo sicuramente determinato ma in fin dei conti pacifico e dimostrativo di occupare simbolicamente la Piazza del Popolo. Evidentemente, la possibilità di esprimere effettivamente il proprio dissenso non viene prevista dalla Questura romana, che da un lato domani garantirà ai neonazisti di Casapound di manifestare nella stessa piazza dove partirà il corteo dei movimenti, mentre oggi vieta con la violenza agli stessi movimenti di presenziare simbolicamente, e il giorno prima, la piazza scelta per la manifestazione fascio-leghista. La più trita dinamica dei due pesi e delle due misure. Mai nella storia di questo paese ad un’organizzazione neofascista era stata concessa la stessa piazza delle forze democratiche, nello stesso giorno e con solo due ore di scarto, sugellando la direzione politica di una polizia incontrollabile, vero potere politico parallelo a quello ufficiale. Succede oggi, testimoniando la resa di ogni possibile discorso sui diritti e sulla natura “antifascista” della Costituzione e delle istituzioni. Chiacchiere spazzate via dai manganelli di poche ore fa a piazzale Flaminio, dove circa 500 manifestanti del percorso “MaiConSalvini” si erano dati appuntamento. Roma non vuole Salvini, così come non vorrà l’infame Le Pen ad aprile, e questo rifiuto non potrà continuare ad essere gestito solo attraverso l’ordine pubblico, le cariche, mentre dall’altro lato si legittimano le formazioni neofasciste di tutta Europa. Siamo di fronte ad un cambio di paradigma per la storia politica del paese. La legittimazione democratica e antifascista sta crollando sotto i colpi della marginalità di un movimento incapace di assumersi l’onere degli eventi, mentre dall’altro lato il sistema “democratico” legittima le opposizioni reazionarie in quanto funzionali al suo sistema di potere. La storia corre veloce di questi tempi, e quando si sarà riassestata attorno ad un paradigma post-antifascista anche nelle forme, ci ritroveremo più deboli di prima. Tutti quanti, nessuno escluso. Le cariche di stasera non sarebbero state possibili un tempo. Oggi lo sono, con il consenso unanime del quadro parlamentare”. (da www.militant-blog.org).

Assai inquietante invece il breve ma duro commento del giornalista del quotidiano ‘La Stampa’ Mattia Feltri, che sull’edizione online odierna scrive:
“Da stamattina Roma è in movimento. La città è percorsa da camionette di forze dell’ordine e sorvolata da elicotteri. Ha un senso tutto questo? Era proprio necessario autorizzare cortei dichiaratamente ostili l’uno all’altro nella stessa giornata? Non era meglio rinviarne uno dei due? Il sindaco e il prefetto sono sicuri di aver fatto un buon lavoro? Per le risposte, ci si risente stasera”. 
Indovinate secondo il quotidiano padronale quale delle due manifestazioni andava proibita? E quel “ci si risente stasera” non sembra promettere niente di buono…

thanks to: contropiano

Il mito della Brigata ebraica e una sopravvissuta del Ghetto di Varsavia

 

La ricorrenza del 25 aprile è stata segnata ancora una volta dalle polemica strumentali e dalle distorsioni storiche. Questa del 2013 passerà alla storia come quella della “Brigata ebraica partigiana” o anche come quella degli “israeliani che combatterono con i partigiani”. Della prima definizione si è fatto un gran parlare senza conoscere effettivamente la storia di questa brigata.

Politicamente sappiamo che piace molto alla destra, visto che elementi del Pdl milanese hanno sfilato dietro la bandiera della Brigata ebraica nel corteo del 25 aprile (con grande sconforto del giornalista Gad Lerner). Sulla seconda affermazione, dovuta ad un fanatico signore cagliaritano difensore di Israele, stendiamo un velo pietoso, visto che l’assurdità storica si commenta da sola.

Per correttezza storica, quindi, bisogna chiarire alcuni fatti sulla partecipazione di una brigata ebraica alla guerra di liberazione italiana.

In primo luogo bisogna tenere a mente che la storia della Resistenza italiana al nazifascismo nasce con il Comitato di Liberazione Nazionale, unione di soldati e popolo che hanno lottato contro l’occupante tedesco, e finisce con la liberazione delle grandi città del nord ad opera dei reparti partigiani italiani.

È una precisazione importante, perché la Brigata ebraica in questione non faceva parte delle formazioni partigiane italiane, si chiamava infatti Jewish Infantry Brigade Group ed era una formazione militare inquadrata nell’Ottava armata dell’esercito britannico.

La storia di questa brigata è da analizzare con attenzione. La sua struttura è composita: ci sono degli ebrei inglesi e alcuni addirittura vengono dalla Scozia; molti volontari vengono invece dalla Palestina mandataria britannica. E sono proprio questi ultimi volontari a creare all’interno della Brigata una struttura parallela ai comandi dell’Haganà, la principale organizzazione armata clandestina sionista in Palestina.

A riesumare l’esistenza di questa struttura parallela è stata la giornalista Joanna Paraszczuk del “Jerusalem Post”, in una intervista pubblicata il 3 dicembre del 2010 al veterano della Brigata Mordechai Gichon, professore di archeologia classica all’università di Tel Aviv. La giornalista, nel commento all’intervista, rimarca le perplessità dei britannici nei confronti dei “volontari” ebrei che venivano dalla Palestina, tanto da negare loro la possibilità di avere ufficiali di commando: “The British Army prohibited Jewish soldiers from British Mandate Palestine from occupying senior positions in the Brigade, so the Hagana created its own secret leadership structure, led by 28-year-old Shlomo Shamir. Its covert mission would become clear after the war was over”.

L’Haganà creò dunque la sua struttura segreta con relativo commando. L’amministrazione

britannica non riconosceva pubblicamente l’Haganà, anche se l’organizzazione sionista partecipò in maniera attiva nella repressione della rivolta araba del 1936-1939, in difesa degli interessi coloniali britannici (si legga a questo proposito il bel saggio di Ghassan Kanafani sulla rivolta in Palestina del 1936-39).

La brigata, dopo aver partecipato ad alcune azioni belliche, iniziò subito dopo la guerra a

distinguersi per le sue attività illegali. Gli uomini dell’Haganà cercavano infatti sopravvissuti da portare forzatamente e illegalmente in Palestina, finché i britannici non furono costretti a sciogliere la brigata: “In July 1945, the British disbanded the Brigade, feeling they could no longer tolerate the illegal activities. A year later, the final convoy of Brigade soldiers returned home to Eretz Israel. When the State of Israel declared its independence in 1948, the battle-hardened and experienced Jewish Brigade soldiers helped organize and train the Israel Defense Forces”.

L’esperienza militare acquisita da questi combattenti sionisti, contribuì quindi alla nascita

dell’esercito israeliano. Mordechai Gichon tiene comunque a precisare alla giornalista il suo punto di vista su quello che successe dopo la guerra. “’After the war, the attitude of the British to the Jews changed.’ Churchill lost the 1945 general election, and the new Labour government was decidedly less sympathetic toward the Jews. ‘Ernest Bevin, the new Foreign Minister, was anti-Semitic and anti-Israel,’ says Gichon. ‘He did not want the Jews to go to Israel.’”

Ovviamente quelli che non sono d’accordo con i sionisti sono sempre anti-semiti e anti-Israele, e i britannici entrarono nella lista.

Questa è dunque la vicenda della Brigata ebraica contaminata dall’Haganà. Rimando ogni

approfondimento sulla storia segreta della brigata al documentario Their Own Hands. The Hidden Story of the Jewish Brigade in World War II del filmmaker di Chicago Chuck Olin; mentre per l’organizzazione Haganà e la nascita dello stato di Israele, invito alla lettura del libro di Ilan Pappe La pulizia etnica della Palestina.

Ben diversa invece la partecipazione degli ebrei italiani alla guerra di liberazione, che facevano parte in ordine sparso dei diversi gruppi di partigiani. Grazie anche al loro sacrificio è stato possibile sconfiggere il nazifascismo, e grande è la riconoscenza che a loro dobbiamo. Pur non essendo organizzati come gruppo partigiano, esisteva una organizzazione ebrea legale, la “Delasem”, che si occupava soprattutto di assistenza ai profughi ebrei. Se in Italia il contributo degli ebrei è avvenuto nelle fila delle formazioni partigiane, di enorme importanza è stata invece la rivolta ebraica (aprile/maggio del 1943) del Ghetto di Varsavia, avvenuta mentre si stavano verificando le ultime deportazioni in direzione dei campi di sterminio. Chavka Fulman-Raban, una donna tra i pochi superstiti viventi del Ghetto di Varsavia, ha tenuto di recente un discorso commemorativo illuminante, per la pace, contro l’occupazione israeliana e per la libertà dei popoli. “Ribellatevi all’occupazione”, dice Chavka Fulman-Raban. “È vietato per noi governare un altro popolo, opprimere un altro popolo.” Riporto quasi integralmente il suo discorso nella traduzione italiana, giusto per far capire la differenza che passa tra una guerra di liberazione contro l’occupante militare e una brutale occupazione militare in nome di una grande tragedia umana: la Shoah. Stiamo avvicinandoci alla fine della generazione Shoah e di quella del ghetto di Varsavia. Ho sentimenti contrastanti e pensieri sul passato, presente e futuro. Io vi racconto un’esperienza. Primavera 1942. Ero un corriere per un’operazione segreta ed ero andata a trovare un mio amico del movimento giovanile, Dror Bachrubishov, nella Polonia orientale occupata. Dalla finestra della piccola stazione ferroviaria ho visto accanto ai binari della ferrovia una grande folla: migliaia di uomini, donne e bambini. Li sorvegliavano i tedeschi a cavallo. Ho notato quattro ragazzi che scavavano una fossa. I soldati hanno sparato e vi sono caduti dentro. Il mattino seguente il campo era vuoto. I treni li avevano portati alla morte. Capii che questo era l’inizio della Shoah. Consapevole di questa terribile verità sono tornata nel ghetto di Varsavia: era importante trovare armi, soprattutto dopo la deportazione di 300.000 ebrei da Varsavia a Treblinka durante l’estate del 1942. Il 19 aprile 1943, 70 anni fa, scoppiò la rivolta ebraica. Io non ne facevo parte: ero stata arrestata durante le operazioni di resistenza a Kharkov

ed era stata portata ad Auschwitz. La maggior parte dei miei amici sono morti e il mio cuore non li dimentica . Lasciate nei vostri cuori e nei vostri ricordi un posto per loro: la generazione più giovane che è caduta nell’ultima battaglia. Continuate la ribellione. Una ribellione diversa, ora contro il male, anche il male accade nel nostro paese. Ribellatevi contro il razzismo, la violenza e l’odio verso chi è diverso. Contro la disuguaglianza, le disparità economiche, la povertà, l’avidità e la corruzione. Rafforzate l’educazione umanistica, i valori dell’etica e della giustizia. Ribellatevi contro l’alcolismo e il fenomeno terribile degli attacchi contro gli anziani. Ribellatevi all’Occupazione. È vietato per noi governare un altro popolo, opprimere un altro popolo. La cosa più importante per noi è raggiungere la pace e porre fine al ciclo del sangue. La mia generazione sognava la pace. Ho così voglia di raggiungerla. Tutte le mie speranze sono con voi. (Da frammentivocalimo.blogspot.it)

27 aprile 2013

 

thanks to: Giuseppe Pusceddu

 Associazione Amicizia Sardegna-Palestina Solidarietà  internazionale con la lotta del popolo palestineseAssociazione Amicizia Sardegna-Palestina

Solidarietà  internazionale con la lotta del popolo palestinese

 

Il ricatto dell’antisemitismo

di Michel Warschawski

 

Il ricatto dell’antisemitismo rischia di bloccare le prese di posizione critiche delle forze democratiche e della sinistra nei confronti dello stato sionista di Israele, facendo il gioco dei veri antisemiti e rafforzando le posizioni comunitaristiche

Il conflitto israelo-palestinese si presta facilmente a un’interpretazione in chiave religiosa, o quanto meno etnica. Esso si svolge in un luogo che è stato il cuore di grandi religioni e che molti chiamano “Terra santa”; il sionismo è spesso presentato come il “ritorno” del popolo ebraico nella Terra promessa, e il suo bagaglio di argomentazioni attinge molto all’ambito dei diritti storici, se non apertamente alla promessa divina; Gerusalemme è città tre volte santa e la Palestina storica è disseminata di luoghi di culto e pellegrinaggio.

L’onnipresenza dell’islam nella coscienza e nella cultura nazionale arabe è anch’essa gravida della deriva confessionale di un conflitto spesso presentato come la liberazione della terra dell’islam occupata dagli infedeli.

A questo non si può non aggiungere l’idea, tutta sionista, di creare uno “stato ebraico” attuando una strategia permanente di ebraicizzazione, che non ha mancato di ricorrere alla guerra di epurazione etnica nel 1948. Uno dei meriti più grandi di Yasser Arafat è quello di aver fatto, in questo contesto, tutto ciò che è umanamente possibile per mantenere il conflitto israelo-palestinese nella sua dimensione politica, rifuggendo da quella religiosa o etnica: una lotta di liberazione nazionale per l’indipendenza, una lotta anticolonialista per la terra e la sovranità nazionale.

Al contrario, uno dei crimini più gravi dell’ex primo ministro israeliano Ehud Barak è di aver introdotto l’elemento religioso nei negoziati rivendicando, al summit di Camp David II, una sovranità ebraica sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme sulla base di considerazioni storico-religiose. Questa rivendicazione demente, senza alcun dubbio, è stata una delle cause principali del fallimento del processo di Oslo. La storia dirà se essa non sia anche stata il detonatore di una guerra tra religioni nell’intero Medio Oriente, e di un conflitto ebraico-islamico in tutto il mondo.

Sionismo: un’ideologia politica

Il conflitto israelo-palestinese è un conflitto politico tra un movimento coloniale e un movimento di liberazione nazionale. Il sionismo è un’ideologia politica, e non religiosa, che mira a risolvere la questione ebraica in Europa con l’immigrazione in Palestina, la sua colonizzazione e la creazione di uno stato ebraico. Questa è la definizione che ne hanno sempre dato i suoi ispiratori, da Herzl a Ben Gurion, da Pinsker a Jabotinsky, per i quali il concetto di colonizzazione (Hityashvuth) o di colonie (Yishuv, Moshav) non ha mai avuto un’accezione peggiorativa.

Fino all’ascesa al potere del nazismo, la stragrande maggioranza degli ebrei nel mondo ha rifiutato il sionismo, considerandolo da un lato come un’eresia (posizione della grande maggioranza dei rabbini e degli ebrei praticanti) e dall’altro come una teoria reazionaria (posizione del movimento operaio ebraico nell’Europa orientale), e per giunta anacronistica (posizione degli ebrei emancipati o assimilati in Europa centrale e occidentale). In questo senso, l’antisionismo è sempre stato considerato come una posizione politica tra le altre, per di più egemoni nel mondo ebraico per quasi mezzo secolo.

Solo da circa una trentina d’anni una vasta campagna internazionale, con un successo innegabile, tenta di delegittimare l’antisionismo identificandolo con l’antisemitismo, senza mai entrare nel merito di cosa sia veramente il sionismo, omettendo le analisi della sua dinamica e delle sue implicazioni politiche e morali.

Lo “slittamento semantico”

Come ogni altra forma di razzismo, l’antisemitismo (o la giudeofobia) rifiuta l’esistenza e l’identità dell’altro. Qualunque cosa faccia o pensi l’ebreo, per l’antisemita egli è da odiare, fino al massacro, per il solo fatto d’essere ebreo.

Al contrario, l’antisionismo è la critica politica di un’ideologia e di un movimento politico; esso non riguarda una comunità, ma rimette in discussione una politica. Come è possibile, quindi, identificare un’ideologia politica, l’antisionismo, con un’ideologia razzista, l’antisemitismo?

Un gruppo di intellettuali sionisti europei ha appena trovato la soluzione, facendo intervenire l’inconscio e introducendo un concetto passe-partout che essi chiamano “slittamento semantico”. Quando si denuncia il sionismo, e anche quando si critica Israele, si avrebbe inconsciamente come obiettivo non la politica di un governo (il governo Sharon) o la natura coloniale di un movimento politico (il sionismo) o ancora il razzismo istituzionale di uno stato (Israele), ma gli ebrei. Per slittamento semantico, quando si dice: “il bombardamento di popolazioni civili è un crimine di guerra” o “la colonizzazione è una flagrante violazione della Quarta Convenzione di Ginevra”, in realtà si vorrebbe dire “il popolo ebraico è responsabile della morte di Gesù Cristo” e “morte agli ebrei!”.

Evidentemente non è possibile rispondere a un argomento del genere, poiché qualsiasi risposta sarà presentata come un’inconscia apologia dell’antisemitismo. (…)

Razzismo antiarabo e antisemita

L’antisemitismo esiste, e sembra in Europa si stia risvegliando dopo mezzo secolo di silenzi seguiti allo sterminio nazista e ai crimini dei collaborazionisti. In una parte crescente delle comunità arabo-musulmane in Europa gli ebrei vengono accusati, con una generalizzazione razzista, senza distinzioni, dei crimini commessi dallo stato israeliano e dal suo esercito. D’altronde l’antisemitismo spesso si ritrova in seno a quello stesso campo che sostiene incondizionatamente la politica israeliana, come ad esempio una parte delle sette protestanti integraliste che, negli Stati uniti, costituiscono la vera lobby pro israeliana.

Esiste, al pari, un razzismo antiarabo, anche se i media danno meno visibilità agli atti di ritorsioni del Beitar e della Lega di difesa ebraica contro istituzioni musulmane o contro le organizzazioni che si oppongono alla politica di colonizzazione israeliana, agli slogan razzisti antiarabi che coprono i muri di certi quartieri di Parigi (“Morte agli arabi!”, “Niente arabi niente attentati!”) e alle cacce al nordafricano organizzate da commandos sionisti.

I razzismi antiarabo e antiebraico devono essere condannati e combattuti, senza concessioni, e ciò si può fare efficacemente solo se si combattono contemporaneamente, altrimenti non si fa che rafforzare l’idea, molto diffusa, che dietro la denuncia di un solo razzismo ci sia in realtà la condanna dell’altra comunità. Coloro che denunciano gli atti antisemiti, reali o frutto dello “slittamento semantico”, ma tacciono contro gli atti di razzismo antiarabo hanno una parte di responsabilità nell’alimentare il senso di appartenenza alla comunità e nel rafforzamento dell’antisemitismo, poiché non è il razzismo, di qualunque natura e da qualsiasi parte provenga, che essi combattono, ma unicamente il razzismo dell’altro. (…)

Slittamentoi o collusione?

Ma andiamo oltre. Una parte importante di responsabilità nella nascita del fenomeno dello slittamento della critica alla politica israeliana verso un atteggiamento antisemita ricade sulle spalle di una parte dei dirigenti, spesso auto proclamatisi tali, delle comunità ebraiche in Europa e negli Stati uniti. Infatti, sono essi che spesso identificano l’intera comunità ebraica con una determinata politica, quella del sostegno incondizionato ai dirigenti israeliani. Quando, come è accaduto a Strasburgo, sono loro a chiamare la gente a manifestare il proprio sostegno a Sharon sul sagrato di una sinagoga, come fanno poi a meravigliarsi se la sinagoga viene presa di mira nelle manifestazioni contro la politica israeliana? E che dire di quei dirigenti di comunità ebraiche che, in Francia, “comprendono” la vittoria di Le Pen e “sperano che ciò faccia riflettere la comunità araba locale”? Non è lecito scorgere in un comportamento del genere una compiacenza nei confronti di colui che, in Francia, è il principale sostenitore di idee razziste – e quindi anche antisemite? Compiacenza che è in continuità con la collaborazione di certe organizzazioni (ebraiche) di estrema destra, come il Beitar, con gruppi fascisti e antisemiti, in Occidente, negli anni Settanta… Non si tratta più semplicemente di slittamento, ma di collusione bella e buona…

Il cinico “lascia-andare, lascia-fare”

Nel mondo la politica israeliana è largamente criticata, e più lo stato ebraico agirà al di fuori del diritto, più esso sarà considerato come fuorilegge, e ne pagherà il prezzo. È totalmente inaccettabile e irresponsabile che gli intellettuali ebrei che dichiarano pubblicamente un’identificazione assoluta con Israele trascinino con loro i dirigenti delle comunità ebraiche nella corsa verso l’abisso cui portano Sharon e il suo governo. (… ) Anziché blandire l’oltranzismo israeliano e contribuire all’accecamento suicida crescente della sua direzione e della sua popolazione e di gridare come Lanzman “con Israele sempre, e incondizionatamente”, non farebbero meglio a fare da argine e a mettere in guardia Sharon e il suo governo dalle conseguenze catastrofiche della loro politica? Sono a tal punto ciechi da non rendersi conto che l’impunità di cui gode Israele agli occhi di certe correnti politiche e filosofiche, in Europa e negli Stati uniti, non è che l’altra faccia dell’antisemitismo e del suo armamentario sulla “specificità ebraica”? Sono a tal punto stupidi da non comprendere che per molti sedicenti amici d’Israele, la politica del “lascia andare-lascia fare” verso lo stato d’Israele non è che l’espressione di un cinismo che ha come obiettivo quello di vedere gli ebrei andare a sbattere contro il muro? E che, al contrario, sono coloro che criticano, e a volte duramente, Israele, che hanno veramente a cuore la vita e la sopravvivenza della sua popolazione?

“Non in nostro nome”

Ariel Sharon, i suoi ministri, i suoi generali, i suoi giudici e una parte dei suoi soldati un giorno saranno portati davanti alla Corte penale internazionale per crimini di guerra, e anche per crimini contro l’umanità. Perché la popolazione israeliana nel suo complesso non venga messa al bando e accusata ci sono, in Israele, migliaia di uomini e donne, civili e militari, che dicono “no”, che resistono e sono dissidenti. Per proteggere gli ebrei del mondo da un’accusa di corresponsabilità, per stroncare la propaganda antisemita che, strumentalizzando le sofferenze dei palestinesi, vuole colpevolizzare ogni ebreo in quanto tale, per far barriera contro il pericolo reale di automatico coinvolgimento delle comunità nel conflitto israelo-palestinese, è imperativo che dalle comunità ebraiche si alzi una voce ferma e possente che dica, come il nome di un’organizzazione ebraico-statunitense, e agendo in questa direzione: “Non in nostro nome!”.

È evidentemente compito delle forze democratiche e di sinistra nel mondo denunciare, senza concessione alcuna, i crimini di Israele, non solo perché la difesa dei colonizzati e degli oppressi, ovunque essi siano, è parte integrale del loro programma e della loro filosofia, ma anche perché una posizione chiara e coerente con il resto delle lotte in atto può permettere loro di lottare contro la degenerazione del conflitto in chiave comunitaria e contro il razzismo nel proprio paese.

Lasciarsi terrorizzare dal ricatto dell’antisemitismo, tacere per non prestare il fianco all’accusa di “collusione con l’antisemitismo” o anche di “antisemitismo inconscio”, non può, in ultima analisi, che fare il gioco dei veri antisemiti, o per lo meno delle confusioni identitarie e delle reazioni in blocco come comunità. La vera sinistra, antirazzista e anticolonialista, non deve dare prove del suo impegno nella lotta contro la peste antisemita. Essa sarà ancora più efficace nel proseguimento della lotta se le sue posizioni contro i crimini di guerra d’Israele e la sua politica di colonizzazione saranno chiare e senza ambiguità.

thanks to Guerre & Pace

Gli Ebrei, i bambini e l’antisemitismo.

“Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi.” Mat 2,16

 
L’odio che gli israeliani nutrono nei confronti dei bambini è leggendario soprattutto se si tratta di bambini palestinesi.
 
Come denuncia l’organizzazione per i diritti umani B’Tselem un altro caso di abuso nei confronti di minori si è verificato in Palestina ad opera di israeliani.
Il giorno 29 giugno ad Hebron un bambino palestinese di nome Abdel è stato aggredito e picchiato da due soldati dello IOF.
Non è la prima volta che bambini palestinesi subiscono soprusi, quando non sono uccisi dal fosforo bianco o dalle bombe a grappolo, sono i soldati o i coloni ebrei occupanti a colpirli direttamente.
 
Ma come mai odiano così tanto i bambini?
 
Tutta colpa del fanatismo religioso.
 

I bambini gentili (non ebrei) sono animali.Yebamoth 98a (Talmud).
Quando un ebreo uccide un gentile (non ebreo) non ci sarà pena di morte, quello che un ebreo prende da un gentile (non ebreo) può tenere. Sanhedrin 57a(Talmud).
Se un gentile (non ebreo) picchia un ebreo, il gentile (non ebreo) deve essere ucciso. Sanhedrin 58b(Talmud).
Se un ebreo è tentato di fare il male, egli dovrebbe andare in una città dove non è conosciuto e fare il male lì.Moed Kattan 17a(Talmud).

Sono queste le frasi che molti fanatici ebrei ultra ortodossi insegnano ai loro figli fin da piccoli. Sono le idee razziste ed antisemite che le varie sette ebraiche promulgano da migliaia di anni trovando l’humus ideale del loro proselitismo nell’ignoranza dell’insegnamento religioso coatto che i moderni figli di Israele sono costretti ad apprendere.

“I non ebrei sono nostri nemici, i non ebrei sono nostri nemici” ripetono loro continuamente. Fin quando non li costringono a frequentare il servizio militare obbligatorio, e ad imbracciare un fucile. In quel caso il tono delle loro parole diventa più minaccioso: «I non ebrei (palestinesi) sono nostri nemici e nemici della patria, difendi la patria, difendi la nostra patria, uccidi i palestinesi, uccidili tutti, uccidi i grandi e uccidi i piccoli, meglio ammazzarli da piccoli».

Proprio quei palestinesi, semiti come gli ebrei, come tutti coloro che parlano lingue semitiche, arabi, ebrei, etiopi, ecc.

Quegli arabi che secondo lo storico israeliano Shlomo Sand sarebbero discendenti degli antichi Israeliti, la maggior parte dei quali convertitasi all’Islam quando questa religione si diffuse in Palestina.

Se ciò non bastasse lo “Stato d’Israele” favorisce la discriminazione razziale antisemita fuori e dentro i confini utilizzando le stesse fonti religiose come sistema giuridico nazionale (halakah). Infatti Israele non ha e non ha mai avuto una Costituzione, per il semplice motivo che se l’avesse dovrebbe riconoscere a tutti i cittadini gli stessi diritti e gli stessi doveri, ovvero anche ai cittadini non ebrei.

Ma è con la propaganda (hasbara) che si raggiunge il picco dell’assurdità: i palestinesi da vittime dell’odio e della violenza diventano carnefici, pericolosi terroristi che si aggirano sulle colonne dei principali quotidiani locali ed occidentali. I media sionisti occidentali soprattutto, offrono il meglio di sé quando si tratta di nascondere le atroci conseguenze dell’occupazione ebraica del territorio palestinese, moderna riproposizione dei sempre citati, giammai dimenticati campi di sterminio nazista.

Proprio spostando l’attenzione della comunità internazionale dalla verità sul “campo” costoro riescono a far scomparire le violazioni dei diritti umani fondamentali che sistematicamente si ripetono da ormai più di 64 anni in quella che una volta veniva chiamata Terra Santa. E le discriminazioni nei confronti dei bambini ne sono un esempio lampante, uccisi, arrestati, seviziati, torturati, i crimini che tutte le organizzazioni internazionali per i diritti umani condannano continuano ad essere la regola in Palestina. Mentre il mondo dalle radici giudaico cristiane guarda altrove, alla minaccia nucleare iraniana, al terrorismo islamico delle varie Al Qaeda nel Maghreb, Al Qaeda nel Sahel, Al Qaeda nel Texas…

 
«Lasciate che i piccoli vengano a me
e non glielo impedite,
perché a chi è come loro
appartiene il regno di Dio», dice il Signore.      Mc 10,14

Spiegateglielo che si tratta di una allegoria, prendono sempre tutto alla lettera questi ebrei.