VIDEO. “They took your house”: viaggio a Sheikh Jarrah

Gerusalemme, 30 marzo 2016, Nena News – “Spesso tornano a casa la notte tardi, completamente ubriachi, urlano e mettono la musica altissima, per disturbarci e non farci dormire. A volte si mettono completamente nudi davanti la finestra di fronte la nostra, e ci insultano, soprattutto a noi ragazze. Sono disgustosi e mia sorella piccola si spaventa”. Mona ha un timbro di voce potente, profondo e leggermente roco, che colpisce di fronte ai suoi soli 17 anni.

“A volte girano col viso coperto da un passamontagna nero, che poi altre volte camuffano come se fosse un normale cappello di lana. E sono pure armati, sempre con una pistola in tasca: è il governo che gliene dà il diritto e che li incoraggia pure. Una mattina uno di loro l’ha puntata contro un mio vicino, un bambino di 4 anni che giocava qui fuori: li aveva svegliati coi suoi giochi!”.

“They Took Your House” è il breve racconto di una convivenza forzata all’interno di pochi metri quadrati: due abitazioni adiacenti, l’una la spalla dell’altra, il cancello e il vialetto d’ingresso in comune, un piccolo giardino, un alberello d’ulivo e una casa illegittimamente presa, occupata con la forza e la barbarie tipica dei coloni.

“They Took Your House” è il breve racconto di una famiglia, ma è la storia di tutto il quartiere, Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est, a pochi passi dalla città vecchia. Ed è la storia di un’intera città, che dopo la prima divisione nel 1948, è stata poi “riunificata” in seguito all’occupazione israeliana anche della parte orientale di Gerusalemme, con la guerra del ‘67. “Riunificata” da una legge israeliana (del 1980) non riconosciuta da alcuno Stato, eccetto Israele, e considerata illegittima da tutta la comunità internazionale, compresi gli Stati Uniti e l’Unione Europea.

“Riunificata” sotto quello stesso potere oppressivo che quotidianamente discrimina, impedisce di muoversi, di andare a scuola o a lavorare, che sequestra e demolisce case, ferisce e spesso uccide, sulla base principalmente dell’appartenenza etnica. Riunificata per tutti i palestinesi di Gerusalemme nello sfortunato e sofferto destino della colonizzazione, eppure allo stesso tempo frantumata ogni giorno di più dalle leggi e dalle autorità sioniste.

Da ormai quasi cinquant’anni, infatti, Israele porta avanti politiche e piani di colonizzazione, miranti a disintegrare l’unità territoriale e soprattutto demografica della parte orientale di Gerusalemme. Ciò avviene attraverso la costruzione di sempre maggiori insediamenti ebraici nel cuore di quartieri storici palestinesi, con l’esproprio insistente e la demolizione forzata di appartamenti, case ed interi quartieri. Avviene attraverso il ritiro dei permessi di residenza e dunque la deportazione al di fuori del muro militare che circonda la città ed il divieto (spesso totale) di accedervi. Avviene attraverso la lenta e costante pulizia etnica attuata dal governo sionista contro la popolazione palestinese.

“Era il primo dicembre del 2009, quando hanno preso la nostra casa. Un gruppo di giovani e aggressivi coloni sionisti, sostenuti da tribunale ed esercito israeliano, sono arrivati la mattina con gli zaini grossi e le valige, buttando fuori tutte le nostre cose, distruggendone molte. Per la mia figlia più piccola è stato un trauma vedere il suo armadietto, il suo cuscino e molti dei suoi giochi rotti e ammucchiati nella terra di fronte casa”. Nonostante gli anni numerosi che gli si leggono sul viso, lo sguardo acuto del padre di Mona,Nabil, trasmette una gran forza e determinazione.

Nel 1956 suo padre, rifugiato palestinese scappato da Haifa dopo l’occupazione israeliana del 1948, ottenne dall’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite dedicata all’assistenza dei rifugiati palestinesi) una piccola casa nel quartiere di Sheikh Jarrah di Gerusalemme Est. È la casa dove Nabil è nato e dove ancora vive sua madre, la nonna di Mona, che ha poi nuovamente accolto il figlio e tutta la sua famiglia quando i coloni gli hanno preso la casa nel 2009.

Quando si sposò, Nabil decise di costruire un nuovo piccolo edificio per la sua nuova famiglia, accanto alla dimora paterna. Tuttavia, con le loro politiche d’apartheid, le autorità israeliane raramente concedono ai palestinesi di Gerusalemme i permessi edilizi, costringendoli dunque a trasferirsi fuori dalla città o a costruire senza permesso. Di conseguenza, sono attualmente oltre 23 mila le case a Gerusalemme Est che hanno ricevuto un ordine di demolizione per la mancanza del permesso edilizio.

In molti altri casi, invece, come in quello della famiglia di Mona e suo padre Nabil, le case non vengono demolite, ma sequestrate e poi assegnate, tramite associazioni sioniste, a coloni israeliani. Il sequestro, invece che la demolizione, è molto frequente soprattutto nella città vecchia di Gerusalemme e nei quartieri che la circondano (come Sheikh Jarrah, Wadi al-Joz, al-Tur e Silwan), in cui Israele sta attuando una pressante politica di colonizzazione e di pulizia etnica.

documentario e testo di Chiara Rodano

thanks to: Nena News

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Coloni e soldati israeliani aggrediscono i bambini di Hebron

Ma’an e Imemc. Un padre palestinese che vive nella Città Vecchia di Hebron ha dichiarato che la figlia di sette anni è stata ferita mentre veniva inseguita da un noto estremista israeliano, Baruch Marzel, lunedì.

Un colono israeliano, protetto dalle forze di occupazione, ha attaccato Dana al-Tamimi, di 7 anni, colpendola più volte alla testa e al volto, rompendole i denti e causandole diversi ematomi e tagli sulla testa.
I soldati israeliani hanno impedito ai paramedici di giungere sulla scena. Tuttavia, il padre di Dana è riuscito a portarla via e metterla su un’ambulanza per le cure mediche.
Raed al-Tamimi ha affermato di aver dovuto portare sua figlia all’Ospedale Governativo di Hebron “dopo che lei è caduta a terra mentre veniva inseguita da Marzel vicino alla moschea Ibrahimi”.
Al-Tamini ha dichiarato a Ma’an che le forze israeliane presenti nell’area non hanno fermato Marzel durante l’inseguimento di sua figlia e hanno aggredito suo figlio di 10 anni, Hutasem, oltre ad avere aggredito due fratelli, Nabil e Farhat Nader al-Rajabi, di 14 e 10 anni.
Al-Tamimi è uno delle migliaia di palestinesi che vivono nel centro di Hebron controllato da Israele – la più grande città nella Cisgiordania occupata – tra le centinaia di coloni israeliani che vivono illegalmente nell’area.
B’Tselem, gruppo israeliano per i diritti umani, documenta con frequenza gli attacchi dei coloni israeliani contro i residenti sotto la protezione delle forze israeliane.
Marzel è conosciuto tra i palestinesi che vivono a Hebron: essi hanno paura di questo seguace del rabbino radicale Meir Kahana e membro del movimento Kach – messo fuori legge da Israele nel 1994 attraverso le leggi antiterrorismo.
La Città Vecchia di Hebron è stata dichiarata una zona militare chiusa a novembre, bloccando l’entrata nell’area eccetto per i residenti palestinesi registrati e per i coloni israeliani.
Traduzione di F.H.L.

Sorgente: Coloni e soldati israeliani aggrediscono i bambini di Hebron | InfopalInfopal

Perchè la morte del piccolo Ali non cambierà nulla

La condanna fatta dal premier Benyamin Netanyahu dell’uccisione del piccolo palestinese è lontana dalla realtà sul terreno.  Gli ultimi giorni per i coloni che vivono insediati in Cisgiordania e per i palestinesi sotto occupazione sono stati come gli altri, come se nulla fosse accaduto a Kfar Douma

foto Reuters

Perchè la morte del piccolo Ali non cambierà nulla.

Dopo Ali, due palestinesi uccisi: la violenza di Israele è strutturale

Dopo il brutale omicidio del piccolo Ali, le forze militari israeliane hanno ucciso due ragazzi a Gaza e in Cisgiordania. Il mondo finge di non vedere che la violenza nei Territori non è civile e estemporanea, ma di Stato e radicata.

Laith al-Khaldi, il giovane ucciso ieri notte ad Atara (Foto: Ma'an News)

Dopo Ali, due palestinesi uccisi: la violenza di Israele è strutturale.

Gli americani danno 274 milioni di dollari per aiutare le colonie israeliane. Nuovo rapporto

di Adri Nieuwhof

Un nuovo rapporto ha scoperto che organizzazioni di destra sono divenute una parte importante della macchina propagandistica del governo israeliano.

La coalizione di governo formata in Israele all’inizio di quest’anno ha istituito un ministero per la “diplomazia pubblica”, con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione tra lo Stato e gruppi, nominalmente indipendenti, che supportano il sionismo. Un rapporto pubblicato oggi dall’Alternative Information Center di Gerusalemme documenta come la classe dirigente del ministero si attiene a una tendenza decennale per cui il governo ha sempre più attribuito compiti a determinate organizzazioni.

Uno dei migliori esempi di questa collaborazione riguarda il gruppo di coloni Elad. Conosciuta anche come Ir David Foundation, alla Elad è stata data la responsabilità formale per la gestione del parco del Regno di Davide nel quartiere di Silwan a Gerusalemme Est. I tentativi dell’Elad di confermare che vi si possono rinvenire i resti di un antico regno ebraico sono stati usati come pretesto per espellere i palestinesi in modo tale che nell’area possano subentrarvi i coloni.

Nonostante che parte del lavoro dell’Elad degli ultimi anni sia stato finanziato direttamente dal governo israeliano, essa non divulga tutti i dettagli del suo finanziamento

Estremisti

Secondo l’Alternative Information Center, organizzazioni similari sono subordinate al sostegno di estremisti negli Stati Uniti.

Im Tirtzu è un gruppo guidato dai coloni, che è noto per aver accusato di antisemitismo coloro che criticano Israele. E’ in qualche modo ironico il fatto che la principale fonte del bilancio di Im Tirtzu degli ultimi anni sia costituita dai Cristiani Uniti per Israele (CUFI), il cui fondatore, il predicatore John Hagee, con sede nel Texas, ha fatto dichiarazioni di natura antisemitica. Egli ha scritto, per esempio, che gli ebrei hanno attirato su di sé l’olocausto per la loro “disobbedienza” a Dio.

La cifra di 375.000 shekel (103.000 dollari), la più grande donazione singola a Im Tirtzu nel 2009, è arrivata dal CUFI.

L’Alternative Information Center cita dati che indicano che, tra il 2002 e il 2009, le organizzazioni americane registrate hanno trasferito alle colonie israeliane nella West Bank e a Gaza circa 274 milioni di dollari. Queste donazioni hanno goduto del titolo all’esenzione fiscale.

Negli Stati Uniti, i gruppi di destra spesso possono registrarsi come enti di beneficenza , investendo parte del loro bilancio “in progetti sociali” per i coloni della West Bank, nonostante il fatto che tali colonie siano illegali secondo il diritto internazionale.

Inoltre, i regolamenti degli Stati Uniti sono meno severi della legge israeliana che prevede che le organizzazioni non governative (ONG) debbano rendere pubblici i resoconti finanziari annuali comprendenti i nomi dei donatori che hanno dato più di 20.000 shekel (5.528 dollari). Veicolare le donazioni tramite i gruppi statunitensi è diventato un modo facile per aggirare l’obbligo di rivelare i nomi dei donatori.

Il rapporto mostra come l’ONG Monitor – un gruppo impegnato ad attaccare chi critica Israele – ha forti connessioni con l’élite politica israeliana.

La ONG Monitor è cominciata come un progetto del Jerusalem Center for Public Affairs, un gruppo di esperti ora diretto da Dore Oro, che ha prestato servizio come ambasciatore di Israele presso le Nazioni Unite. The Electronic Intifada è stata una delle tanti organizzazioni attaccate dalla ONG Monitor.

Segreto
Nel 2010, l’ONG Monitor sollecitò Uri Rosenthal, allora ministro degli esteri dei Paesi Bassi, perchè censurasse un’organizzazione cristiana di beneficenza olandese, la ICCO, per l’attribuzione di una borsa di studio a The Electronic Intifada. La ICCO non capitolò di fronte alle pressioni di Rosenthal e l’anno successivo prorogò la borsa di studio per The Electronic Intifada.
Nonostante la sua attenzione rivolta a dove i gruppi considerati ostili a Israele ricevono i loro finanziamenti, la ONG Monitor non rivela la fonte delle sue donazioni e ha chiesto al governo l’autorizzazione a mantenere segreta l’identità dei suoi donatori.

Alcune delle fonti del suo finanziamento sono comunque note. Esse comprendono l’Agenzia Ebraica – un ente impegnato nella colonizzazione della Palestina – e Shari Arison , un miliardario che possiede in Israele la Banca Hapoalim. La maggior parte del denaro usato per fondare il gruppo è venuto da Michael Cherney, un amico intimo dell’ex ministro degli esteri di Israele Avigdor Lieberman.

La ONG Monitor riceve pure finanziamenti significativi provenienti dagli Stati Uniti. Nel 2008 e 2009, essa ha ottenuto in donazioni rispettivamente 1.608.512 shekel (444.586 dollari) e 1.319.676 shekel (364.753 dollari). Uno dei suoi più grandi contribuenti è stato un gruppo denominato Gli Amici Americani della ONG Monitor.


(tradotto da mariano mingarelli)

VIDEO: Private Funding of Right-Wing Ideology in Israel
http://www.youtube.com/watch?v=oyK2jRQE_yE&feature=player_embedded

Fonte: Associazione di Amicizia Italo-Palestinese ONLUS
Articolo originale pubblicato su The Electronic Intifada in data 01.07.2013

thanks to: Mariano Mingarelli

Associazione di Amicizia Italo-Palestinese ONLUS

The Electronic Intifada

LA VEDETTA

Villaggio di Asira, Nablus, Palestina. Avevo già parlato del villaggio di Asira, del centro per le donne e del problema dell’acqua. In tutti i luoghi dove è stato costruito un insedimento illegale fra le ripercussioni che ci sono nei villaggi, c’è anche quello dell’acqua. Quando nasce l’insediamento, l’acqua cambia e diventa inquinata e non più potabile. Alcuni abitanti di Asira hanno fatto analizzare quell’acqua dopo che moltissimi di loro (soprattutto i bambini) stavano male. Nell’acqua c’è l’ameba. Sono quindi costretti a comperare taniche d’acqua, ovviamente, costa molto. Fortunatamente è partito questo progetto per portare una nuova fonte d’acqua che soddisferà Asira, Burin e Madma. I coloni però non gradiscono, anzi non vogliono che l’acqua arrivi ai villaggi; pertanto gli attacchi da parte loro sono continui. Quasi quotidianamente arrivano ad Asira nel cantiere dell’acqua. A volte lo attaccano di notte (come si vede dalle immagini della telecamera di sicurezza) e appiccano il fuoco. Altre volte vengono di giorno per tentare una manifestazione con annessa violenza. I lavoratori del cantiere vengono presi a sassate dai coloni. Il terreno antistante al cantiere (piantagione di ulivi) è stato bruciato più volte. L’ultima incursione della settimana scorsa è stata durane le prime ore del mattino. I coloni sono arrivati e hanno preso a sassate i lavoratori. Questa volta sono stati fermati dall’esercito, che ha però ben pensato di approfittare e fare incursione nella casa antistante al cantiere. Nessun danneggiamento, ma in quella casa ci vive una famiglia con bambini. Potete immaginare cosa significhi trovarsi i soldati alla mattina presto in casa? E cosa significhi per i bambini che vivono in quella casa?

Per non farsi cogliere impreparati nel cantiere, un lavoratore sta tutto il giorno sul tetto. Di vedetta. Ad Asira ci sono 40° all’ombra in questo momento. Eppure qualcuno è sempre su quel tetto a guardare quel maledetto orizzonte dove sventola impropriamente la bandiera d’Israele.

Tutto questo accade nonostante Asira abbia il permesso per il progetto dell’acqua e questo progetto sia finanziato dagli U.S.A.. Non faccio, purtroppo, conto dell’aspetto umano di un villaggio intero senz’acqua dal 2002; perchè chi sta portando avanti l’occupazione usando tutti i mezzi possibili non ha nulla di umano.

viasamantha comizzoli: LA VEDETTA.

NEGARE L’ACQUA..

Oggi sono stata ad Huwarta, Nablus, per parlare con due famiglie di beduini accampate qui da poco. Solitamente sono accampati vicino ad Hebron o nel Negev, ma per il periodo estivo vengono qui perchè gli animali devono avere spazio per muoversi. Ricordiamoci, comunque, che sul Negev sta per piovere il Prawer Plan che intende mandar via da quell azona 70,000 beduini…

Due famiglie con molti bambini. Nessun attacco di coloni per il momento… Gli altri beduini di Huwarta sono stati meno fortunati: i coloni li avevano attaccati e gli avevano rubato una pecora.

Queste due famiglie, però , ci raccontano che Israele gli ha negato l’acqua per vivere. Non hanno acqua da bere, nè per loro nè per gli animali. Così, ogni tanto, devono fare dei km con la tanica a rimorchio, attraversare la collina e andare a comperare l’acqua. “Costa molto l’acqua”, ci dicono. Questo è un altro metodo di Israele: se togli l’acqua agli esseri viventi, gli togli la vita. Quindi, oltre al Prawer Plan che incombe, i beduini devono fare anche i conti con i soliti metodi.

Come si fa a negare un bicchiere d’acqua ad un bambino?

viasamantha comizzoli: NEGARE L’ACQUA...

Palestinian Activists Put Banners Inviting Israelis for Peace

A number of Palestinian activists put banners and signs on the main entrance of several Palestinian cities calling for peace with the Israeli citizens.

The banners also included a message to the Israeli occupation not to enter into Palestinian civil areas due to its aggression and violations against the Palestinian people; as the Israeli Occupation raids Palestinian cities and villages and arrests the residents.

The big banners were placed on cement stones belonging to the Israeli Army on the main entrances of the Palestinian cities and included an invitation to the Israeli citizens to enter into the Palestinian territories as guests without fear or hesitation and to refuse to be an “enemy”.

Those banners came in response to the warning letters placed by the Israeli Army on the entrances of the Palestinian cities. Israeli Army put red color banners that warn the Israeli citizens that these are Palestinian territories and Israelis are banned entry. Whereas the Palestinian banners urge the Israelis to enter as guests into the Palestinian territories without any fear or worry.

According to the Israeli banners, the Israeli citizens are warned that entering into a Palestinian area exposes their lives to danger and criminal offenses will be imposed on the violators.

There is a difference between what the Israelis call for in their waning banners and the invitations of the Palestinian activities that eager for peace with the Israeli citizens.

thanks to:

Second interview with Ilan Pappé: “The basic Israeli ideology – Zionism – is the problem” e traduzione in italiano

11th July 2013 | International Solidarity Movement | Haifa

Ilan Pappé is an Israeli academic and activist. He is currently a professor at the University of Exeter (UK) and is well known for being one of the Israeli “new historians” – re-writing the Zionist narrative of the Palestinian Israeli situation. He has publicly spoken out against Israel’s policies of ethnic cleansing of Palestine and condemned the Israeli occupation and apartheid regime. He has also supported the Boycott, Divestments and Sanctions (BDS) campaign, calling for the international community to take action against Israel’s Zionist policies.

Activists from the International Solidarity Movement had the opportunity to talk to Professor Pappé about the ethnic cleansing of Palestine, Israeli politics and society and the role of the international community and solidarity activists in Palestine, resulting in a three part series of interviews which will be released on the ISM website in the coming weeks.

This is the second section; Israeli politics and society. Find part one on the ethnic cleansing of Palestine here.

International Solidarity Movement: We were following the last Israeli elections and we were surprised to see that there was no actual talk about Palestine, it was all basically about internal issues. Then after the elections, Netanyahu commented about extending the settlements. What do you think about this?

Ilan Pappé: Your observation is correct. Israeli voters think that the problem of the West Bank has been solved, so they think there is no need to either talk about it, or come up with solutions. You propose a solution as an idea for an election only if you think there is a problem, which they think is not the case here. They think that what we have is good for Palestinians and good for Israelis. They think that the world is stupidly trying to create a problem that is not there, and is trying to be involved where there is no need to be. They think that even if there are still missiles coming from Gaza, Israel has a strong army that will answer back. So, if you speak with Israelis in the subway, they will tell you that there is not a problem between Israel and Palestine.

The only thing that makes Israelis think about Palestine is when the boycott campaign is successful, like what happened recently with Stephen Hawking. Do you know what the problem is? 95% of Israelis don’t even want to go to the West Bank, so they don’t know what is really happening. Or they know what is happening only from their children who are serving as soldiers. But their children don’t tell them about the checkpoints, the arrests from homes and all the other awful things. Israelis could know if they wanted to – they have the internet – but they don’t want to. For example in Tivon, my neighbourhood, everybody votes for the left, but if you ask them if they have ever seen a checkpoint or the apartheid wall, or if any one of them wants to go to the West Bank and see what the soldiers and settlers are doing, they will say no. They’ll tell you that’s not their problem. They have other problems – standard of living, house prices, the new car, the education of their children etc.

ISM: Yair Lapid, the head of the Ministry of Finance of the new coalition government, stated on 20th May that Israel is not going to stop the colonization of the West Bank or end subsidies for illegal settlers, which in fact will not only continue but increase. Do you think that any switch of parties in power could truly make an impact on this situation?

Hallamish settlement, built on Nabi Saleh's land (Photo by ISM)

Halamish settlement, built on Nabi Saleh’s land (Photo by ISM)

IP: No. We haven’t had any party or leader different from the others, including Rabin, who became a hero after he was shot. Israelis like Lapid are always busy implementing policies so that the land has no Palestinians – so in this sense Lapid is just continuing what everyone before him was doing. The problem they have is not technical – they know how to do it, they have a script. They do not build new settlements, but they allow the natural growth of the current settlements, while Palestinians are not allowed natural growth. Then they say they’re not building a new settlement, but need to build a new neighbourhood because the settlement population has grown. So you can see from this that they do not have any technical problem, it’s more that they maintain this funny dialogue with the world: “You know that we are colonizing, you know that we are ethnically cleansing the Palestinians, you know that we are keeping them in prison, but still we are playing this game where we are speaking about a peace process.”

The only problem that Israel has – although within 10 years I unfortunately don’t believe it will be a problem anymore, unless we change something – is that they still think that what they’re doing will never be accepted by the world, so they think they need to find a new language for what they’re doing. But practically on the ground I don’t think there has been one day since 1967 that something was not built by the Israelis in the West Bank, whether it’s a house or a flat or a road or a balcony, it goes on and it will continue.

Israel knows that the EU and the USA will not stop supporting them, and they’re right. So they will talk about stopping colonization, but they will not actually stop it. This is something to worry about because that’s the reality. Lapid comes from the new generation of politicians and I think that when you are new in politics you say a bit more openly what you are doing. Then, like Silvio Berlusconi, when you have another term, you stop saying what you are actually doing. So, if Lapid were to become Prime Minister, he would stop saying what he’s doing, he’d say, “we are not building, we are just fabricating.”

Today, there is no hope for a change from within the Israeli political system. This system is just going to get more and more right wing, and less and less willing to change Israel’s unilateral policies.

ISM: There is this new far-right party “The Jewish Home” that just entered the government following the recent elections, with leader Naftali Bennet, who became Minister of Religious Services and Industry, Trade and Labour. What kind of change will that bring?

IP: He is a very clever man, he comes from a settlement, and his main agenda is to strengthen the connection between the settlements and Israel. This was not openly his agenda during the elections. At that time he was talking to young Israelis in Tel Aviv about how nice it is to be Israeli, and saying that he would bring back pride in being Israeli – and it actually worked, they liked him. It was all about this idea of the ‘great nation’. And he added Judaism to this – saying it is not just good to be Israeli, but to be a Jewish Israeli. He is young, he was in the army, he was a military hero and a successful businessman. But he is not so different from Lapid, they live the same way – “it doesn’t matter whether you are from a settlement or from Tel Aviv, we are all from Israel”.

ISM: Do you think that the settlers will have more impact on Israeli politics because of Bennet’s success?

IP: Yes, I think so, but this is not so important. It doesn’t matter if you are from a settlement or from Tel Aviv, or if you are on the right or on the left. The basic Israeli ideology – Zionism – is the problem. I think that as long as Zionism is regarded as an ideal concept, the same policies will continue. If Israel has a more right-wing government – for example Netanyahu’s government compared to the Barak government – then the differences are small. You just have a few more checkpoints and a bit more brutality. But I think in the end it’s really just the same. What matters is not the government of Israel, but how much the Palestinians are willing to accept. If they are willing to accept the current reality, then Israel will allow them to work within Israel, remove some of the checkpoints, give them some more autonomy. But the moment Palestinians show some form of resistance, Israel is going to repress them brutally. Everything is about how much Palestinians accept the Israeli diktat.

ISM: You previously said that there is no more hope for a change at the political level in Israel. But on the other side, in what way do you view today’s Israeli citizens’ commitment against the occupation? How important is it that the present and future Israeli society challenges this form of colonization?

IP: I think that the forces that oppose the occupation are very small, but there have been two positive developments. First of all, the rejection of the occupation is growing and secondly, it is led by the new generation, not like before. This is an essential element. But, pressure from the international community and the Palestinian resistance will be the main factors that will bring down the occupation. One day, when we will need to rebuild a new society, it will be much better to know that there were many Jewish people who were fighting against the occupation. When the occupation ends and takes its apartheid with it, I am sure that a lot of Jewish people will say that they were against it, like the white South Africans said at the end of their apartheid system, but everybody knows that it was not the case during that period. It is good to see that this wave is growing every day. Nonetheless, a lot of Israelis, they still don’t know that there is a military occupation! For the future it is essential that this view changes, and it is changing.

Israeli activists protesting the Gaza massacre in 2008-2009 (Photo by Activestills)

Israeli activists protesting the Gaza massacre in 2008-2009 (Photo by Activestills)

ISM: Young Israeli people often feel criticized when they travel abroad. Do you think that this criticism has an impact or influence on Israeli society?

IP: Yes, I think it’s good to criticize young Israelis abroad. Some of them have actually changed because of that, no doubt about it. There’s a wonderful YouTube clip which shows what happens to young Israelis abroad. The Israeli military used to show this clip about young Israelis going abroad, to India. It was a clip especially against the refuseniks – people who refuse to serve in the army. In the clip they’re all sitting with young nice Indian girls, then some young Europeans come along and ask the Israelis what they did in the army. One speaks about the time he was a commander and about how cool it was to be in the army, and the Europeans look at him amazed, like he’s a hero. Meanwhile, the refusenik seems ashamed, looking down, without saying anything, basically really uncomfortable because he didn’t serve in the army. So this Israeli anti-apartheid organization made a counter-video, with the same setting, but instead of being soldiers they were Israeli activists, and the ashamed person was the one who served in the army, he was the one feeling really uncomfortable.

Now in 2013, some young people do not buy the whole story of anti-Semitism. They meet people abroad of the same age who know about the occupation, and where older people might just say that the people are neo-Nazis or something, young people are more likely to see the difference between being against the occupation and being anti-Semitic. This is an important new development, which I have seen with my own eyes.

ISM: What are the long term effects, social and psychological, on Israeli youth because of military conscription?

IP: Military conscription frames your mind. It makes you see human beings through a rifle and therefore you dehumanize them. It makes you very insensitive to suffering of others and at the same time makes you very racist. It also makes you limited in the way you can think about new options in life, because power obscures your mind. In any kind of situation you will think that the only way out from a state of affairs is the use of force. This has very negative effects on Israeli youth and it is clearly just part of the heavy indoctrination they face throughout life.

Young Israelis do not often speak about the psychological problems that come afterwards. I went to the psychiatric department in Israel and the vast majority of people are young Israelis who served in the army. This is a secret in Israel, nobody talks about it.  Two days ago a young boy who just finished his military service went into a bank that refused to give him a loan. He ended up shooting four people to death. This is just one example of the impact and effects of military conscription and militarization on the Israeli society.

Israeli young female on the Israeli military service uniform

ISM: How does it feel to live in Israel and at the same time be against the state? What are the consequences?

IP: It’s a fact that there are not many cases like mine and I pay a price for my position. So far, people like me pay a price not in the sense that the government is chasing them, it is different from other countries. Israel is such a racist state that it won’t do that to Jewish people. What they do instead, is to encourage society to punish you. The fact that I had to leave Haifa University is the result of this. They aim at the place where you work. For example, we had 4 brave former pilots that refused to serve in occupied Palestine because of what Israel was doing there – they were forced to leave their jobs outside of the military.

So, the public sphere or even your family or your friends make you pay a price, because you are considered a traitor. The reward you get is that you feel better about yourself and when you go abroad, people respect you. This, I hope, will encourage people to pay the price. If the Palestinians did what some Israelis are doing, they would just find themselves in jail. The Jewish people will maybe lose their job, be insulted, be hated by their neighbours, students. It is a long but really important process.

ISM: How did they kick you out from Haifa University?

IP: What they did is something called a special university court. They wanted to judge me as a traitor and kick me out of the university. This resulted in an international outrage because luckily, I was already well known at this time in the academic world, so they couldn’t go through the court process. What they did instead was to make it impossible for me to teach: they stopped my teaching allowances, they persecuted my PhD students, they gave me small classes, they told everyone at the university not to sit with me, not to speak to me. It was the director who gave the “orders”. He told to the other teachers that they would put their own career at risk if they violated these rules. They never formally fired me but I decided that that was enough, so I left.

Today there are many similar cases throughout Israel but speaking out against Israeli policies as an academic has now become more difficult than before, since in 2012 a new law was passed in the Knesset. This law says that if you are an Israeli academic and you support openly the academic boycott of Israel or you speak against Israel’s policies and actions, they have to fire you or you could even be arrested. After all, a large number of Israeli academics against the occupation created the “Israeli Academic Committee for Boycott”. These people are suffering and will never be able to become professors or further their academic careers – but more importantly I think that they feel better than the others. After this draconian law was passed, even more people decided to speak openly against the Israeli occupation or apartheid and for now, nobody has actually been arrested. How can Israel speak about democracy when our supposed freedom of speech is being violated so clearly.

This is the second of a three part interview series: Ilan Pappé in conversation with the International Solidarity Movement. Look out for the final part on the role of the international community and solidarity activism next week.

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VIDEO: Hebron a besieged city

Wednesday, 05 June 2013

Hebron is a Palestinian city located in the southern West Bank, 30 km south of Jerusalem. It is the largest city in the West Bank and home to approximately 250,000 Palestinians and some 500-850 Jewish settlers concentrated in and around the Old City.

Israeli soldiers arrest a Palestinian during the 2012 olive harvest in the Tel Romeida area of Hebron, while Israeli settlers look on from above (Photo: Ryan Rodrick Beiler)

 

 

Since the Israeli occupation in 1967, settlements have been established in the heart of the Old City, rendering Hebron different from other cities of the West Bank: a divided city.

 

 

 

Yet Hebron is also home to resistance, of permanent unrest. 25 percent of Palestinian prisoners in Israeli jails are from Hebron.

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