Perchè cresce la mortalità infantile e neonatale a Gaza

Il numero dei piccoli di Gaza morti prima di un anno di età era sceso nettamente nel corso degli ultimi decenni passando da 127 su 1000 nascite nel 1960 a 20.2/1000 nel 2008. I ricercatori dell’Unrwa invece hanno registrato nell’ultima indagine del 2013 che è tornato a salire al 22.4/1000. Ed in crescita è anche la mortalità neonatale che da 12/1000 del 2008 è passata a 20.3/1000 del 2013.

gaza

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gaza, 14 agosto 2015, Nena News – I giornali israeliani riferiscono di nuovo di trattative segrete per una tregua di 8-10 anni tra Hamas e Israele che includerebbe l’apertura di una via marittima tra la Striscia di Gaza e Cipro. Magari è vero o forse è la solita storia dell’accordo “fatto” dietro le quinte ma poi privo di seguito concreto. Sono voci che si scontrano con la realtà quotidiana di Gaza che si aggrava giorno dopo giorno. L’Unrwa (Onu) che aveva già annunciato il possibile rinvio dell’apertura delle scuole per i profughi palestinesi (non solo a Gaza) a causa di deficit di 101 milioni di dollari, ha diffuso nei giorni scorsi un rapporto allarmante che è passato senza fare rumore per le redazioni di buona parte dei mezzi d’informazione: il tasso di mortalità infantile a Gaza è tornato a salire.

Il numero dei piccoli di Gaza morti prima di un anno di età era sceso nettamente nel corso degli ultimi decenni passando da 127 su 1000 nascite nel 1960 a 20.2/1000 nel 2008. I ricercatori dell’Unrwa invece hanno registrato nell’ultima indagine del 2013 che è tornato a salire al 22.4/1000. Ed in crescita è anche la mortalità neonatale che da 12/1000 del 2008 è passata a 20.3/1000 del 2013. Akihiro Seita, direttore del programma sanitario dell’agenzia dell’Onu, non si sbilancia più di tanto sulle cause di questa pericolosa inversione di tendenza. Spiega che «È difficile conoscere l’esatta causa dell’aumento». Teme che sia parte di un trend più ampio. «Ci stiamo ora occupando dell’impatto del lungo blocco sulle strutture sanitarie, il rifornimento di medicine e le attrezzature a Gaza», ha aggiunto. Un giro di parole che porta alla causa principale: il blocco di Gaza attuato dal 2007 (da quando Hamass ha preso il potere nella Striscia) da Israele e con intensità negli ultimi due anni anche dall’Egitto. Senza dimenticare che dal 2008 Gaza ha subito tre ampie offensive militari israeliane e altre “minori”. Periodi durante i quali non è possibile svolgere l’assistenza sanitaria di routine.

Della responsabilità del blocco è convinta la dottoressa Federica Iezzi, cardiochirurgo pediatra, esperta della sanità a Gaza dove, nel quadro dei programmi di intervento della Ong PCRF, ha operato dozzine di bambini palestinesi. «L’impatto a lungo termine dell’assedio a Gaza con la conseguente carenza di materiale sanitario e di farmaci è un aspetto strettamente correlato all’aumento dei tassi di mortalità neonatale e infantile», ci spiega. «Ne sono un esempio gli antibiotici – prosegue – Israele non autotizza l’ingresso di tutti gli antibiotici a Gaza. È perciò largamente usata la ciprofloxacina. Utilizzando a tappeto sempre gli stessi antibiotici, per ogni tipo di infezione, si creano resistenze. Dunque i microrganismi diventano sempre meno sensibili (agli antibiotici) facendo crescere i tassi di mortalità». Gli esempi legati al blocco sono molti, aggiunge Iezzi, come «le complicate procedure di ingresso di vaccini contro rosolia, morbillo, parotite e poliomielite che potrebbero incidere sulle campagne di vaccinazione».

Israele sostiene di non incidere in alcun modo sulla sanità a Gaza dove entrerebbe tutto ciò che è necessario all’assistenza medica della popolazione. Le ricerche però sembrano dire l’esatto contrario. Le politiche di occupazione, restrittive e punitive, non possono non avere un impatto sulla vita di milioni di persone. E altrettanto si deve dire anche delle decisioni che prendono le strutture civili collegate all’occupazione militare. I palestinesi in questi giorni, in cui il caldo estivo è più intenso, denunciano che la società idrica israeliana “Mekorot” ha tagliato le forniture nelle aree a nord di Nablus, in Cisgiordania. Non è chiaro quanti palestinesi siano stati colpiti da questo taglio, non commentato dalla Mekorot. In ogni caso nelle colonie israeliane accanto ai villaggi palestinesi l’acqua è abbondante e riempie anche le piscine. Già la scorsa settimana gli abitanti di Kufr Qaddum, Salfit, Qarawat Bani Hassan, Biddya e Sarta avevano denunciato di essere senza acqua. Secondo la Ong “Ewash” gli israeliani, compresi i coloni, hanno accesso a 300 litri di acqua al giorno mentre la media dei palestinesi in Cisgiordania è di circa 70 litri, sotto il minimo di 100 litri raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

thanks to: Nena News

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Gideon Levy: “Tutti gli Israeliani sono colpevoli di aver dato fuoco a una famiglia palestinese”

Il bimbo di Nablus

Gideon Levy: "Tutti gli Israeliani sono colpevoli di aver dato fuoco a una famiglia palestinese"

Gli israeliani accoltellano gay e bruciano bambini. Non vi è un briciolo di calunnia, il minimo grado di esagerazione, in questa secca descrizione.

Vero, queste sono le azioni di pochi. Vero, anche, che il loro numero sta crescendo. E’ vero che tutti loro – tutti gli assassini, tutti coloro che danno fuoco, che accoltellano, che sdradicano alberi – fanno parte dello stesso gruppo politico. Ma chi è all’opposizione condivide la responsabilità.
Tutti coloro che hanno pensato che sarebbe stato possibile sostenere isole di democraticità nel mare del fascismo israeliano sono stati messi in imbarazzo questo fine settimana, una volta e per tutte. Semplicemente non è possibile sostenere la brigata commando che spara ad un adolescente, e poi restare scioccati dai coloni che mettono a fuoco una famiglia; sostenere i diritti dei gay e tenere una conferenza in Ariel (insediamento coloniale); essere senza pregiudizi e poi assecondare la destra e cercarvi dei partner. Il male non conosce confini; inizia in un posto e velocemente si diffonde ovunque.
Il principale terreno fertile di coloro che hanno dato fuoco alla famiglia Dawabsheh sono le Forza di Difesa Israeliane, anche se i criminali non vi hanno prestato servizio. Quando l’uccisione di 500 bambini nella Striscia di Gaza è legittima, e non obbliga nemmeno un dibattito, un giudizio morale, cosa c’è di cosi terribile nel dare fuoco ad una casa, insieme ad i suoi abitanti? Dopo tutto, qual è la differenza tra lanciare una bomba di fuoco e sganciare una bomba? In termini di intenzione, o di intento, non c’è differenza.
Quando sparare ai palestinesi diventa quasi un evento quotidiano – altri due sono già stati uccisi da quando la famiglia è stata data a fuoco: uno in Cisgiordania, l’altro al confine della Striscia di Gaza – chi siamo noi per lamentarci dei lanciatori di fuoco di Duma?
Quando le vite dei palestinesi sono ufficialmente nelle mani dell’esercito, il loro sangue di poco valore agli occhi della società israeliana, allora anche le milizie di coloni sono autorizzate a ucciderli. Quando l’etica delle Forze di Difesa Israeliane nella Striscia di Gaza è che qualsiasi cosa è permessa pur di salvare un soldato, chi siamo noi per lamentarci dei conservatori come Baruch Marzel, che questo fine settimana mi ha detto che era permesso uccidere migliaia di palestinesi per proteggere un singolo capello della testa di un ebreo. Questa l’atmosfera, questo il risultato. Per questo motivo la responsabilità primaria va alle Forza di Difesa Israeliane.
Non meno da condannare sono, certamente, i governi ed i politici che gareggiano a chi lecca di più i piedi ai coloni. Chi dà loro 300 nuove abitazioni in cambio della loro violenza all’insediamento vanto di Beit El sta dicendo loro che non solo la violenza è permessa ma anche che paga. E’ già difficile tracciare la linea tra il lanciare buste di urina agli ufficiali di polizia e bombe di fuoco dentro le abitazioni delle persone.
Sono da rimproverare, certamente, le autorità adibite a far rispettare la legge, iniziando dal Distretto di Polizia della Giudea e Samaria – il più ridicolo e scandaloso fra tutti i distretti, e non per caso. Nove case palestinesi sono state date alle fiamme negli scorsi tre anni, secondo B’Tselem. Quante persone sono state processate? Nessuna. Quindi cosa è accaduto a Duma venerdi ? Il fuoco era semplicemente migliore, agli occhi degli incendiari e dei loro complici.
Fra i loro complici, chi rimane in silenzio, chi perdona e tutti coloro che pensano che il male rimanga per sempre dentro i confini della Cisgiordania. Fra i loro complici anche gli israeliani convinti che il Popolo di Israele sia il Popolo Eletto, e di conseguenza sia permesso farequalsiasi cosa – incluso dare a fuoco abitazioni di non ebrei, con i loro abitanti dentro.
Così, troppi, molti di coloro che sono rimasti scioccati dall’atto, incluso personalità che hanno visitato le vittime nel Centro Medico di Sheba, fuori Tel Aviv – il presidente, il primo ministro, il leader dell’opposizione e i loro assistenti – si sono imbevuti del razzista, irritante “Hai scelto noi fra tutti i popoli” con il loro latte materno.
Alla fine di una terribile giornata, è questo che ha portato al dare alle fiamme una famiglia che Dio non aveva scelto. Nessun principio nella società israeliana è così distruttivo, o maggiormente pericoloso, di questo principio. Né, sfortunatamente, più comune. Se dovreste esaminare attentamente cosa si cela sotto la pelle della maggior parte degli israeliani, trovereste: il popolo eletto. Quando questo diventa un principio fondamentale, la prossima bomba di fuoco sarà solo una questione di tempo.
I loro complici sono ovunque, e la maggior parte di essi sta ora disapprovando ed esprimendo sgomento per quanto accaduto. Ma quanto accaduto sarebbe potuto non accadere; quanto accaduto è stato dettato dalle esigenze della realtà, la realtà di Israele e del suo sistema di valori. Quanto accaduto accadrà di nuovo e nessuno sarà risparmiato. Tutti noi abbiamo dato alle fiamme la famiglia Dawabsheh.
Gideon Levy

 

thanks to: Gideon Levy
traduzione Rosa Schiano

GAZA, tra le macerie della sanità

Strutture demolite o inagibili, mancanza di posti letto, di elettricità, di farmaci e di attrezzature mediche: trascorso quasi un anno dalla fine della guerra, la situazione degli ospedali nella Striscia resta drammatica

Dyalisis service in al-Najjar hospital - Rafah

Testo e foto di Federica Iezzi

Khan Younis (Striscia di Gaza), 25 maggio 2015, Nena News – Secondo gli ultimi dati dell’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umani, nella Striscia di Gaza 17 dei 32 ospedali e 50 dei 97 centri sanitari di base sono stati danneggiati durante l’operazione Margine Protettivo, l’ultima offensiva militare israeliana. Sei ospedali sono stati costretti a chiudere, nel corso del conflitto, e quattro centri sanitari di base sono stati completamente distrutti.

Ne è un esempio il Mohammed al-Durrah children’s hospital, il solo ospedale della Striscia di Gaza che fornisce assistenza sanitaria ai bambini, nella zona est di Gaza City, che conta almeno 300.000 abitanti. Riaperto al pubblico alla fine dello scorso gennaio, fatica ancora a rientrare nella quotidianità. Secondo le statistiche del ministero palestinese della Salute, rispetto ai primi sei mesi del 2014, in cui sono stati visitati 3.453 bambini, circa 500 al mese, dall’inizio del 2015 i piccoli pazienti visitati negli ambulatori dell’ospedale sono stati 1.789.

Oggi l’al-Durrah hospital conta circa un centinaio di posti letto. E’ diventato il nucleo coordinatore di tutti i centri di cure primarie pediatriche sulla Striscia. Sono di nuovo attivi gli ambulatori di neurologia, di endocrinologia, di malattie infettive, di nefrologia, di ematologia e della clinica gastrointestinale. Ancora ferme invece le sale operatorie, per mancanza di macchinari ed elettricità.

Il servizio di dialisi pediatrico è totalmente affidato all’Abdel al-Rantisi hospital, a Gaza City. A causa dell’instabile fornitura di energia elettrica, le tre macchine per dialisi non hanno un costante funzionamento.

I mesi successivi alla guerra hanno visto ulteriori difficoltà. Personale ospedaliero non pagato ormai da più di 18 mesi. Distribuita acqua corrente per 6-8 ore al giorno. Erogato solo il 46% di elettricità richiesta per il funzionamento di respiratori automatici, monitor e macchinari. La carenza di carburante frena l’utilizzo dei generatori elettrici. Per insufficienti forniture di carburante, ridotti anche i servizi in ambulanza.

Paediatric department in al-NajjaNell’Abu Youssef al-Najjar hospital a Rafah, a sud della Striscia di Gaza, attualmente i dipartimenti funzionanti sono quelli di medicina generale e pediatria. Ripresa quasi a pieno ritmo l’attività del centro dialisi, che garantisce il servizio nell’intera zona sud della Striscia.

Il personale sanitario gestisce nelle sole due sale operatorie interventi di ortopedia, chirurgia generale e chirurgia pediatrica, senza una terapia intensiva. In lista otto interventi di elezione ogni giorno più 1-2 eventuali interventi d’urgenza.

Inizialmente creato per essere solo un centro per le cure primarie, grazie ai risultati della campagna “Rafah needs a hospital”, il governo palestinese stanzierà 24 milioni di dollari e quattro ettari di terreno, per l’adeguamento dell’ospedale all’assistenza delle almeno 230.000 persone, residenti nell’area di oltre 4.000 metri quadrati. L’obiettivo è quello di far arrivare l’al-Najjar hospital a 230 posti letto. Attualmente vengono occupati 101 posti letto, distribuiti in medicina generale, pediatria, servizio dialisi, pronto soccorso e day hospital, di cui appena 60 quotidianamente funzionanti.

A Rafah in seguito all’attacco israeliano del primo agosto scorso persero la vita 112 persone e nei due giorni successivi ne morirono altre 120. Durante l’operazione Margine Protettivo, nella sola Rafah, hanno perso la vita 454 persone, di cui 128 bambini. 1052 furono i feriti. Molti dei quali ricevettero un blando antidolorifico e non furono ammessi in ospedale per mancanza di spazio.

Attualmente solo due ospedali forniscono servizi medici alla popolazione del distretto sud della Striscia di Gaza, l’Abu Youseff al-Najjar hospital e l’European Gaza Hospital di Khan Younis. Mentre le cure nel primo sono limitate dalla mancanza di attrezzature e materiali medico-chirurgici, le cure nel secondo sono di difficile accesso, soprattutto durante le guerre, a causa della posizione vicino ai confini nordorientali con Israele.

In collaborazione con il ministero della Salute palestinese, il Comitato Internazionale della Croce Rossa, ha finora completato la ristrutturazione nell’al-Durrah hospital e nell’ospedale di Beit Hanoun. Inoltre, ha finanziato la fornitura di attrezzature mediche e chirurgiche a nove ospedali pubblici. E ha partecipato ai lavori di ricostruzione nelle sale operatorie dell’European Gaza Hospital e nel Shuhada al-Aqsa Martyrs hospital, di Deir al-Balah.

Completamente demolito l’el-Wafa rehabilitation hospital, nel quartiere di Shujaiyya, a est di Gaza City, da un’ostinata serie di pesanti attacchi aerei, durante Margine Protettivo. Oggi l’ospedale utilizza ancora una sede temporanea nell’area di al-Zahara, alla periferia di Gaza City. Locazione condivisa con l’el-Wafa elderly care center.

Attualmente la disponibilità di posti letto è scesa da 145 a 40. Sono di nuovo funzionanti i servizi di fisioterapia e lungodegenza. Soppressi almeno 19 servizi clinici. Dallo scorso settembre ripreso il servizio domiciliare di fisioterapia, ai circa 6000 pazienti disabili e feriti gravemente dal conflitto. All’aria 13,5 milioni di dollari tra edificio, attrezzature e strumenti medicali totalmente distrutti. Dalla fine del conflitto sono stati ricevuti dall’ospedale solo la metà tra dotazioni e macchinari persi, grazie a donazioni internazionali.

Ematology departmenIn tutti gli ospedali della Striscia, si convive ancora con una grossa carenza di materiale medico e chirurgico. L’assedio israeliano non permette l’ingresso di farmaci per terapie croniche, gas medicali, strumentazione sanitaria e pezzi di ricambio per equipaggiamenti danneggiati.

Secondo il Central Drug Store di Gaza, farmaci essenziali e materiali monouso hanno raggiunto il ‘livello zero’ di magazzino, cioè le quantità presenti nel magazzino centrale non sono sufficienti a coprire i bisogni di un mese.

L’incremento dei casi di cancro è stato drammatico nella Striscia di Gaza. I dati del ministero della Salute palestinese parlano di 73 casi su 100.000 abitanti. La principale causa sarebbe ancora una volta il fosforo bianco, usato dall’esercito di Tel Aviv già durante l’operazione Piombo Fuso nel 2008. Nel dipartimento dei tumori dell’al-Shifa hospital, a Gaza City, non si riescono più a fronteggiare i trattamenti anti-tumorali, a causa della mancanza di attrezzature e medicinali.

Ogni mese solo il 10%, dei 1500 gazawi che chiedono il permesso di ingresso in Cisgiordania, Israele e Egitto per cure mediche, riceve un appropriato trattamento anti-tumorale.

thanks to: Nena News

La Palestina aderisce al Tribunale dell’Aja

L’occupazione israeliana dei Territori e i bombardamenti di Gaza. Questi i casi del dossier che i palestinesi presenteranno alla Corte per denunciare le violazioni israeliane. Iniziate le indagini preliminari

L’Autorità nazionale palestinese (Anp) oggi diventa formalmente membro (il 123esimo) della Corte penale internazionale (ICC), quando sono trascorsi due mesi dall’adesione al Trattato di Roma che ha costituito il tribunale con sede all’Aja, Paesi Bassi, dove oggi si tiene la cerimonia ufficiale.

L’obiettivo palestinese è di portare Israele davanti alla Corte per i crimini legati all’occupazione dei Territori palestinesi e all’offensiva militare contro la Striscia di Gaza della scorsa estate. Una mossa a cui Tel Aviv si è fermamente opposta, con provvedimenti duri nei confronti dei palestinesi, come il congelamento dei proventi fiscali: 127 milioni di dollari in entrate fiscali su cui Tel Aviv mantiene il controllo e che non ha consegnato all’Anp, come previsto dagli accordi di Oslo.

I tre mesi di sospensione hanno duramente colpito l’economia palestinese, costringendo a tagliare temporaneamente gli stipendi degli statali, ma hanno anche scatenato un coro di critiche da parte della cosideetta comunità internazionale. Venerdì scorso il governo israeliano ha sbloccato i proventi fiscali sostenendo la necessità di “agire responsabilmente” data la “situazione in Medio Oriente”. Si era diffusa la notizia, data dalla stampa israeliana e smentita dai palestinesi, di un tacito accordo con l’Anp affinché escludesse dalla denuncia all’ICC le violazioni nei Territori occupati. Ma non è questa l’intenzione dei palestinesi.

Jamal Muheisen, membro della segreteria di Fatah, ha sottolineato che “l’attività di colonizzazione è considerata un crimine di guerra secondo il diritto internazionale” e che si farà in modo “ che Israele sia tenuto a risponderne”. Niente accordi sottobanco, dunque. La denuncia presentata al tribunale non si limiterà a Gaza.

Mentre i palestinesi preparano il dossier, l’ICC, come previsto dal suo stesso statuto, ha aperto un’indagine preliminare proprio sugli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme est e sui 50 giorni di bombardamenti israeliani a Gaza, che hanno fatto oltre duemila morti e migliaia di feriti. In base ai risultati di questa indagine e alle prove presentate dai palestinesi, il procuratore del tribunale deciderà se procedere o meno con l’indagine.

L’ICC ha giurisdizione su quanto accade negli Stati che hanno aderito, quindi sui Territori palestinesi (Gerusalemme est, Cisgiordania e Gaza) che d’ora in avanti, almeno in teoria, saranno sotto la giurisdizione del tribunale. Inoltre, procede contro le persone in posizione di comando che sono accusate di crimini, non contro gli Stati. Israele non ha aderito alla Corte e ha sempre dichiarato di non volerlo fare.

thanks to: forumpalestina

Nena News

Nella Striscia di Gaza

A colloquio con mons. Ricchiuti, presidente di Pax Christi Italia, al rientro da Gaza. Racconto di una visita ai territori occupati.
Intervista di Rosa Siciliano

“Una giornata indimenticabile nella Striscia di Gaza. Macerie, macerie, macerie, case distrutte, anziani senza parole davanti alle loro case ridotte a zero. E poi, bambini, tanti bambini, belli, ma scalzi, sporchi e affamati. Come prendere sonno, qui, a Gaza, stanotte? Ma la speranza….. Inshallah – Se Dio vuole, dicono gli arabi. E dobbiamo dirlo anche noi. Buona notte!”. 

Con questo sms inviatoci il 3 marzo scorso, mons. Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi Italia, ci comunicava le sue sensazioni all’arrivo a Gaza, per una visita ai Territori Occupati, accompagnato da don Nandino Capovilla, che idealmente ha sposato questa martoriata terra di Palestina. Al suo rientro, abbiamo rivolto a mons. Ricchiuti. alcune domande sul suo viaggio.

Da neopresidente di Pax Christi come hai vissuto la visita nella Striscia di Gaza: quali sentimenti ti hanno accompagnato?

L’invito a visitare la Striscia di Gaza mi era stato rivolto sin dal mese di dicembre 2014 da don Nandino Capovilla, già coordinatore nazionale del nostro movimento e promotore della Campagna Ponti e non Muri (a 10 anni dalla costruzione del muro costruito dagli israeliani) e da Annibale Rossi, presidente di Vento di Terra, una Ong presente nei territori occupati. Accettai con molto piacere l’invito perché mi offriva la possibilità di dare inizio al mio mandato con un gesto che mi appariva molto significativo. E di quei giorni conservo negli occhi e nella memoria un ricordo incancellabile. Ai moltissimi che ancora oggi mi domandano come sia andato questo viaggio in Palestina rispondo che le parole e le immagini non sono sufficienti a descrivere la drammatica situazione che si vive in quei territori. Le macerie e la distruzione di interi quartieri di Gaza e di piccoli paesi, i volti delle persone, specialmente degli anziani, e gli occhi dei bambini… non credevo ai miei occhi per quanto osservavo e ascoltavo!

La città, la gente, lo scorrere del quotidiano sotto occupazione: prova a descrivere, come in una fotografia viva, le immagini dei luoghi e delle persone che hai incontrato in Palestina.

La sera del 2 marzo vengo accompagnato, percorrendo a piedi una stradina laterale, lungo la strada che va da Gerusalemme a Betlemme, a visitare e a conoscere Dahoud, un agricoltore palestinese che non intende cedere la sua terra (quella dei miei padri, raccontava) per un nuovo insediamento israeliano. E questa sua resistenza la metteva in atto rispondendo alle frequenti intimidazioni dei soldati israeliani invocando legalità e giustizia. Aveva  inciso su una pietra posta all’ingresso della sua casa queste parole: Noi non abbiamo nemici. Bellissimo! Abbiamo trascorso, poi, due giorni a Gaza passando prima in alcuni piccoli paesi: paesaggi da seconda guerra mondiale, case e palazzi abbattuti, uomini, donne e bambini come fantasmi tra le macerie, racconti di vite spezzate, di progetti e e di sogni infranti, rovine… rovine dappertutto, rabbia mista a rassegnazione, ma, allo stesso tempo, fede, dignità e volontà di rimanere e di ricominciare lì dove è anche la loro terra. Devo confidare, come raccontavo in un sms in quei giorni, che soprattutto la due-giorni a Gaza mi ha dolorosamente impressionato tanto da faticare a prender sonno: non c’è motivazione alcuna perché un popolo venga umiliato e offeso in quel modo, nessuna giustificazione all’arroganza e al progetto di Israele che intende molto probabilmente annientare nella sua dignità il popolo palestinese. Quanti abbiamo incontrato e ascoltato ci hanno raccomandato  di raccontare ciò che stavamo vedendo mentre ci confidavano, come i pescatori di Gaza, la loro determinazione a continuare a vivere lì e a sperare in un futuro migliore.

Il riconoscimento dello Stato Palestinese da parte del Parlamento italiano: cosa ne pensi del dibattito che lo ha preceduto? Quali ricadute può avere a livello politico e culturale in senso lato?

Grande è stata la delusione per la decisione del nostro Parlamento di approvare due mozioni, tra loro discordanti, sul riconoscimento dello Stato palestinese. Una decisione poco coraggiosa che tra l’altro non ha saputo raccogliere il desiderio di tanti italiani desiderosi di veder sorgere un giorno nuovo nei rapporti tra Israele e Palestina. Da decenni i due popoli non fanno che contare i loro morti in un crescendo continuo, di incomprensione,  di odio, di violenza e di guerra che allontana la speranza. E, da parte di Israele, la continua espansione e occupazione del territorio palestinese alimenta una cultura di sopraffazione e di emarginazione inaccettabile. Politicamente significa destabilizzazione in un’area, quale quelle mediorientale, da tutti ritenuta decisiva per la pace nel mondo.

Dai leaders cristiani di quella terra ci giungono continui appelli contro l’occupazione israeliana. Come Chiesa italiana possiamo unire la nostra voce, e in che modo?

La terra abitata oggi da israeliani e palestinesi in qualche modo la sentiamo, noi cristiani, per ragioni storiche, religiose e fraterne, che tutti noi conosciamo, anche nostra. E la presenza di cristiani, tra gli ebrei e gli arabi, è presenza di pace, di riconciliazione e di carità. Purtroppo anche i cristiani, in particolare le comunità che vivono nei territori occupati, non ce la fanno più a resistere e moltissimi, se possono, vanno via privando così quel territorio di una presenza molto significativa. L’incontro a Gaza con il parroco e il vicario parrocchiale della Parrocchia della Santa Famiglia, 150 cattolici (ci vivono anche 1200 ortodossi a Gaza) è stata occasione per me di raccogliere ancora una volta il loro appello perché non li abbandoniamo. Ed è uno dei tanti appelli che le Chiese che sono in Italia non possono non raccogliere entrando  in rapporti e in relazioni di conoscenza (penso ai nostri pellegrinaggi) con i cristiani di Palestina per far sentire loro vicinanza di fraternità e di aiuto. Non possiamo lasciarli soli!

thanks to: mosaico di pace

I bambini di Gaza

4 marzo 2015 – Tonio Dell’Olio

Non c’è pace davanti alla distruzione. Anche se non ci sono più i boati terribili delle bombe e le corse in ambulanza verso l’ospedale. Gaza resta una città martire, figlia spettrale di una violenza inaudita. In questi giorni, nella Striscia, c’è una delegazione italiana di cui fa parte anche il vescovo Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi. Ieri sera, molto tardi, ci ha inviato un messaggio: “Una giornata indimenticabile nella Striscia di Gaza. Macerie, macerie, macerie, case distrutte, anziani senza parole davanti alle loro case ridotte a zero. E poi, bambini, tanti bambini belli, ma scalzi, sporchi e affamati. Come prendere sonno, qui, a Gaza, stanotte? Ma la speranza… IMSHALLA’, SE DIO VUOLE, dicono gli arabi. E dobbiamo dirlo anche noi. Buona notte! + don Giovanni”.

thanks to: mosaicodipace

Campagna affido a distanza bambini/e di Gaza


“perché le bambine e i bambini palestinesi possano crescere liberi nella loro terra”

Salaam Ragazzi dell’Olivo-Comitato di Milano-Onlus è una associazione di volontariato, costituitasi nel 1992, che opera con attività e progetti in Palestina, finalizzati alla solidarietà a favore dell’infanzia e del popolo palestinese.

Dal 2000 ci siamo impegnati, in particolare, con il “progetto Shady di affido contestualizzato”, nel territorio del campo profughi di Jabalia e dei villaggi circostanti (nel nord della striscia di Gaza).

“Affido contestualizzato” significa inserire l’affido a distanza del singolo bambino o adolescente in un progetto che coinvolge una comunità territoriale.

Il soggetto collettivo palestinese con cui abbiamo scelto di attuare questo progetto è il Remedial Education Center di Jabalia (R.E.C.): un’associazione educativa, laica e democratica, attiva nel nord della striscia di Gaza, che si occupa di rispondere ai bisogni dei bambini/e e ragazzi/e, che presentano disagio psichico e difficoltà di apprendimento a causa delle condizioni sociali, economiche e familiari in cui sono costretti a vivere e crescere sotto il controllo e l’oppressione israeliana.

Questo tipo di progetto ci permette anche di instaurare relazioni, scambi reciproci e di sostenere una struttura dell’associazionismo palestinese, che svolge un ruolo significativo all’interno della società civile locale.

Come sapete la striscia di Gaza è una grande “prigione a cielo aperto”, da dove sono bloccati i movimenti delle persone e gli scambi commerciali, dove le incursioni militari israeliane sono continue, ma la situazione è certamente divenuta più drammatica dopo la recente aggressione israeliana “Margine Protettivo” che dall’ 8 luglio, per ben 50 giorni ha colpito e terrorizzato la popolazione di Gaza.

La brutalità e drammaticità di questa operazione militare israeliana non ha precedenti; è stata definita la più feroce offensiva subita dalla Palestina dal 1967 ad oggi dal Tribunale Russell riunitosi a Bruxelles il 24/9/14, che accusa Israele di “uso di armi proibite, civili colpiti deliberatamente, esecuzioni sommarie..”, ma dice anche “complici Onu-Ue-Usa”.

Vi ricordiamo alcuni dati:

– 2.158 morti di cui 2/3 civili e 536 bambini, 89 famiglie completamente sterminate;

– 10.244 feriti di cui 3.106 bambini;

– 1.000 minorenni disabili permanenti;

– 1.800 bambini /ragazzi rimasti orfani di almeno un genitore;

– 373.000 minori con disturbo da stress postraumatico;

– 700 tonnellate di proiettili di artiglieria pesante scagliate sulla striscia (circa due tonnellate per km quadrato)

– 17.000 case distrutte, con 475.000 persone senza casa (un quarto del totale della popolazione),

– 170 kmq di terra coltivabile spazzati via e metà del raccolto andato perduto;

– 360 industrie danneggiate, di cui 162 completamente distrutte;

– danni alla rete elettrica, idrica, fognaria, telefonica, e alle infrastrutture;

– distrutte 26 scuole, diversi ambulatori medici e moschee; distrutti 6 ospedali e altri danneggiati pesantemente.

I bambini, le famiglie, la popolazione di Gaza hanno bisogno ora più che mai di tutto il nostro sostegno per ricostruire le case e le infrastrutture, per cercare di riprendere la loro vita quotidiana, per sentirsi meno isolati nella loro condizione di permanente assedio politico, culturale e socio- economico;

Il R.E.C. ha bisogno della nostra collaborazione per i suoi progetti, finalizzati ora specialmente ad affrontare la sofferenza psichica post-traumatica dei bambini, degli orfani, ma anche delle donne e degli uomini sopravissuti, per ricostruire un tessuto sociale, che rischia di disintegrarsi, di scivolare verso dinamiche di violenza anche intrafamigliare.

Invitiamo persone singole, famiglie, associazioni, gruppi e chiunque creda in un futuro di libertà e di pace per il popolo palestinese ad impegnarsi nell’affido a distanza di un bambino/a palestinese all’interno di questo nostro progetto e a diffondere l’iniziativa.

Per maggiori informazioni su Salaam e sul progetto, vedere il sito: www.salaam-milano.org

Per aderire o avere informazioni potete scriverci all’indirizzo : comitatosalaam@gmail.com.

Il direttivo di Salaam Ragazzi dell’Olivo-

Comitato di Milano

CLICCA QUI per visionare la locandina

Salaam Ragazzi dell’Olivo – Comitato di Milano – Onlus
Salaam Children of Olive Tree – Milan Committee – Onlus
20159 Milano – Italy – via Pepe 14
E-mail: comitatosalaam@gmail.com
Sito: www.salaam-milano.org

Campagna di boicottaggio farmaceutico contro Teva, Ratiopharm e Dorom: un farmaco deve portare con sè un certo valore etico!

Teva Pharmaceutical Industries LTD. è una compagnia farmaceutica israeliana presente anche in Italia, insieme alle sue consociate Ratiopharm e Dorom, leader di mercato dei farmaci generici.

Come Teva trae vantaggio dall’occupazione dei Territori Palestinesi?

Come risultato del Protocollo di Parigi i farmaci venduti nel TPO, con l’eccezione di quelli fabbricati in loco, devono essere approvati in Israele. Al contrario, nonostante il carattere bilaterale del Pacchetto Doganale, i prodotti farmaceutici palestinesi non possono essere registrati in Israele per “motivi di sicurezza”. La “libera circolazione” delle merci, quindi, è unilaterale, da Israele al TPO, e gli standard sono fissati secondo gli interessi di Israele.

Il fatto che l’importazione di farmaci in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza sia consentita soltanto per i medicinali registrati in Israele implica che tutto il mercato arabo (tranne rari casi) è inaccessibile alla popolazione e all’industria farmaceutica palestinese. Il mercato palestinese non è quindi in grado di mantenere relazioni di importazione o di esportazione con i suoi mercati più vicini e naturali. Altri importanti prodotti farmaceutici cui è negato l’accesso nel TPO sono i farmaci generici a basso prezzo prodotti in gran parte in India, Cina e negli Stati della ex Unione Sovietica. Tale esclusione deriva dal fatto che i farmaci registrati in Israele sono principalmente importati dall’UE, Nord America e Australia.

Le società israeliane e le multinazionali farmaceutiche beneficiano della situazione sopra descritta in diversi modi. In primo luogo, dalle quattro imprese maggiori, originariamente israeliane (Teva, Perrigo Israele – ex Agis, Taro e Dexcel Pharma) a quelle piu’ piccole (come Trima), tutte le aziende israeliane hanno un facile accesso al mercato palestinese, senza grossi problemi alle dogane e ai checkpoint, come le operazioni di carico e scarico delle merci con cambio di camion ai posti di blocco; inoltre, non devono apportare modifiche a nessuno dei loro prodotti per venderli nel Territorio palestinese occupato. 

L’industria farmaceutica israeliana usa questa sua posizione privilegiata, dovuta all’aiuto del governo e alla occupazione militare del territorio palestinese, senza tuttavia ammetterlo.

Nella sua relazione del 2009 sulla responsabilità sociale, la multinazionale Teva ha dichiarato di aver aderito all’iniziativa globale per affermare i valori di responsabilità sociale e ambientale tra le imprese multinazionali. L’iniziativa comprende, tra le altre, un impegno in materia di diritti umani, commercio equo e rispettose condizioni di lavoro. Teva è la leader dell’industria farmaceutica israeliana e quindi il suo dispregio verso le problematiche relative all’occupazione militare della Palestina è indicativo dell’atteggiamento neocolonialista prevalente.

 

Campagna di boicottaggio farmaceutico

Un farmaco è un prodotto particolare, utilizzato per migliorare o salvare la vita delle persone e dovrebbe dunque portare con sé un certo valore etico.

E’ inammissibile che il ricavo di alcuni farmaci vadano a finanziare un regime quotidiano di colonialismo, occupazione ed apartheid come quello israeliano.

Quest’estate, durante l’operazione militare israeliana “Margine Protettivo”, che ha portato alla morte di più di 2.100 palestinesi e al ferimento di più di 10.000 persone, con ospedali e scuole delle Nazioni Unite bombardate e danneggiate, nel Regno Unito è partita una massiccia campagna di boicottaggio contro la TEVA, con più di 300 farmacie che hanno dato la propria adesione.

Chiediamo quindi:

– Ai farmacisti: di comunicare alle ditte consociate Teva, Ratiopharm e Dorom che, a tutela del valore etico del farmaco che viene dispensato, non verranno più commercializzati i loro prodotti (compatibilmente con le necessità terapeutiche del singolo paziente), sino ad una eventuale loro presa di posizione scritta contro le politiche di aggressione indiscriminata dello Stato israeliano.

– Ai pazienti: di rifiutarsi di acquistare i farmaci delle ditte TEVA, RATIOPHARM e DOROM chiedendo al proprio medico e al proprio farmacista, quando sia possibile, di sostituire il medicinale con altri uguali, ma di ditte diverse; ne si ha il diritto ed il costo a carico del paziente è esattamente lo stesso.

» Scarica la lettera da consegnare al tuo farmacista

» Scarica la lettera da consegnare ai pazienti

» Scarica la cartolina da ritagliare e spedire per posta alle farmacie o alla sede TEVA

BDS Italia

www.bdsitalia.org

bdsitalia@gmail.com

BDS Italia è un movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele, costituito da associazioni e gruppi in tutta Italia che hanno aderito all’appello della società civile palestinese del 2005 e promuovono campagne e iniziative BDS a livello nazionale e locale.

Malala: i soldi del Nobel alle scuole di Gaza

“Senza istruzione non ci sarà mai pace”. Con queste parole la giovane pachistana ha donato 50mila dollari per la ricostruzione delle strutture scolastiche nella Striscia. Sono 24 gli istituti totalmente distrutti, decine quelli danneggiati e ancora inagibli. Per 500mila studenti palestinesi quest’anno studiare sarà davvero difficile

malala

della redazione

Roma, 30 ottobre 2014, Nena News – La premio Nobel per la Pace, Malala Yousafzai, studentessa pachistana di17 anni, ha deciso di donare tutti i soldi (50mila dollari) ricevuti in premio per la ricostruzione delle scuole nella Striscia di Gaza.

Gli edifici scolastici dell’enclave palestinese non sono stati risparmiati dai 52 giorni di bombardamenti israeliani contro Gaza, in cui sono morti circa 2.200 palestinesi, tra cui 505 bambini. Le scuole sono state prese di mira dall’aviazione e dall’artiglieria israeliane per ragioni di “sicurezza” e negli attacchi hanno perso la vita tanti sfollati che vi avevano trovato rifugio. Sono 24 le strutture scolastiche totalmente distrutte, come quella del martoriato centro abitato di Al-Shijaeyyah, raso al suolo dalle bombe.

“Sono onorata di annunciare che tutti i soldi ricevuti in premio andranno agli studenti e alle scuole di un posto in particolare difficoltà: Gaza”, ha detto Malala parlando a Stoccolma alle cerimonia per il ritiro del premio che condivide con Kailash Satyarthi, attivista indiano impegnato a liberare i bambini dalla schiavitù. “I bisogni sono enormi. Oltre metà della popolazione di Gaza ha meno di 18 anni. (Questi giovani) hanno il diritto di ricevere un’istruzione di qualità, la speranza e reali opportunità per costruire il loro futuro. Questi soldi serviranno a ricostruire 65 scuole danneggiate nel recente conflitto”. “Senza istruzione non ci sarà mai la pace”, ha concluso.

La giovane Malala è stata insignita del Premio Nobel per il suo impegno a favore del diritto all’istruzione delle donne e per questo nel 2012 fu vittima di un attentato che l’ha fatta conoscere in tutto il mondo. La sua donazione servirà alla riabilitazione delle scuole Unrwa. Secondo l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, 138 studenti che frequentavano i suoi istituti sono rimasti uccisi durante l’offensiva israeliana, mentre 814 sono stati feriti e 560 hanno perso uno o entrambi i genitori. Inoltre, sarà necessaria un’assistenza specifica per tutti i bambini che hanno subito danni gravi e adesso soffrono di disabilità permanenti.

Secondo i dati riportati dal sito Middle East Eye, ci sono circa 500mila studenti a Gaza e di questi circa 24.000 frequentano le 91 scuole gestite dall’Onu, mentre gli altri vanno in quelle pubbliche gestite dal governo, che sono 187. Sono stati danneggiati anche diversi istituti privati: 49 scuole, 5 college e l’Università Islamica di Gaza, oltre a 75 asili e centri diurni.

A Gaza la scuola è ricominciata a metà settembre. Le lezioni danno una parvenza di normalità ai bambini della Striscia, ma negli edifici ci sono ancora sfollati e la carenza di strutture agibili costringe gli istituti ai doppi turni e a formare classi sovraffollate. Inoltre, per la maggioranza degli studenti universitari tornare a studiare sarà un’impresa difficile anche dal punto di vista economico. In tanti hanno perso la casa, oltre ad amici e parenti, nei bombardamenti. Le bombe hanno distrutto anche il diritto allo studio.

thanks to: Nena News

L’economia israeliana peggiora sempre di più

Le ripercussioni economiche su Israele di “Margine Protettivo” 

Isra

Cavel Ben David*      Haaretz

Roma, 3 ottobre 2014, Nena News – Alla fabbrica di Askelon del produttore israeliano di materassi Polydor il suono delle sirene provocato dal lancio di razzi da parte dei miliziani dalla Striscia di Gaza, a soli 8 km a sud, sta facendo pagare il suo prezzo.

Invece di produrre 100 materassi, ne facciamo 50 o 60, dovendo scappare cinque o sei volte al giorno nei rifugi” dice il responsabile del marketing Alon Zimmermann. A causa di ciò, le vendite sono scese di un terzo in luglio rispetto allo stesso mese del 2013, una caduta che, secondo Zimmermann, ci vorrà un anno per recuperare.

Mentre le attività economiche nei pressi di Gaza sono le più colpite dalla battaglia di Israele contro Hamas e altri gruppi di miliziani palestinesi, la lotta ha anche scoraggiato i turisti e intaccato la la spesa dei consumatori a livello nazionale. Un indicatore che misura il clima tra i responsabili degli acquisti societari ha mostrato una contrazione delle attività economiche in luglio per il secondo mese consecutivo.

A differenza di precedenti conflitti con Hamas o Hezbollah, il gruppo armato libanese, Israele ha iniziato la lotta a Gaza in un contesto economico già debole: la crescita è rallentata nel secondo trimestre mentre le esportazioni sono crollate a causa di uno shekel forte.

La Banca Centrale di Israele, presieduta dal governatore Karnit Flug, oggi ha ridotto il tasso di interesse medio da un quarto di punto a uno 0,25% senza precedenti, il secondo taglio imprevisto consecutivo. In un sondaggio di Bloomberg tutti i ventuno economisti [interpellati] avevano previsto che la banca avrebbe mantenuto il tasso invariato dopo aver operato un taglio imprevisto lo scorso mese. In quella decisione la Banca Centrale ha affermato che precedenti conflitti militari delle stesse dimensioni delle operazioni contro Gaza avevano ridotto di circa mezzo punto percentuale il prodotto interno.

1.“Relativamente lungo”

I dati sull’attività economica reale reperibili questo mese indicano una riduzione della crescita economica già prima” che iniziassero le operazioni a Gaza, ha detto oggi la Banca Centrale. “I primi indicatori di luglio segnalano un’ulteriore riduzione dovuta alle operazioni [militari], parte della quale, in primo luogo quella relativa al turismo, probabilmente durerà per un tempo relativamente lungo.”

Non siamo entrati in questa guerra in condizioni molto buone”, ha detto Ori Greenfeld, responsabile economico dell’Agenzia di investimenti Psagot a Tel Aviv “per cui il recupero ci metterà probabilmente più tempo di quanto è avvenuto in passato, e ne vedremo gli effetti verso la fine di quest’anno, e probabilmente nel 2015”La crescita è rallentata nel secondo trimestre al 1,7%, dal 2,8% di quello precedente, mentre le esportazioni, che rappresentano circa un terzo dell’economia complessiva, sono cadute del 18%, in base ai dati ufficiali presentati il 17 agosto. Da allora l’indice Benchmark dei capitali netti è sceso dell’1,2%, rispetto alla stessa percentuale di incremento dell’indice mondiale.

2.Il turismo colpito

A complicare il compito di decisori politici ed esportatori è una moneta che ha mantenuto circa il livello dei tre anni precedenti da quando il conflitto di Gaza ha conosciuto un’escalation all’inizio di luglio. Lo shekel ha perso l’1% rispetto al dollaro alle 16,48 di oggi a Tel Aviv.[cioè del 25 agosto. N.d.tr.]

Dall’8 luglio gli attacchi israeliani a Gaza hanno ucciso più di 2.100 palestinesi, compresi centinaia di civili, in base a fonti ufficiali di Gaza. Dal lato israeliano 68 persone sono state uccise, tutti soldati tranne quattro, mentre una serie di tregue sono fallite a causa del lancio di razzi dei miliziani e degli attacchi aerei israeliani.

Il turismo, che pesa per circa il 7% dell’economia israeliana, è stato tra le attività economiche più duramente colpite. Il numero di visitatori è sceso in luglio del 26% rispetto all’anno precedente. Il conflitto è costato all’industria turistica almeno 566 milioni di dollari, in base ai dati del ministero del Turismo.

Rafi Gozlan, direttore dell’ Israel Brokerage & Investments-IBI Ltd, ha affermato che si aspetta una contrazione della produzione tra l’1,5 e il 2% nel terzo trimestre.

3. La guerra contro Hezbollah

Ciò che è stato pubblicato a proposito di luglio è molto evocativo” della guerra del luglio 2006 contro Hezbollah, ha affermato in un’intervista telefonica la scorsa settimana. L’economia subì una contrazione dell’1,4% nel terzo trimestre del 2006. Sia Hamas che Hezbollah sono state classificate come organizzazioni terroristiche dagli Usa e da Israele.

L’Indice israeliano dei Responsabili degli Acquisti pubblicato dalla banca Hapoalim (POLI) è sceso da 55,6 [valore] di maggio a 48,9 [dato] di giugno. Il mese scorso è sceso ancora a 46,8, ha affermato la banca, il maggiore operatore di prestiti ipotecari.

Noi valutiamo che l’attività economica sta vivendo una specie di contrazione, che è iniziata prima delle operazioni a Gaza” ha affermato la banca il 18 agosto. “Questa contrazione sarà più pronunciata nell’attuale trimestre, benché ci potrebbe essere un certo rimbalzo appena cesseranno le ostilità.”

In base alle stime degli economisti di Bloomberg, l’economia dovrebbe comunque crescere del 3,3% quest’anno, con una piccola differenza rispetto al 2013, in confronto all’1,75% delle dieci economie più sviluppate del pianeta. Negli ultimi quattro anni la crescita economica di Israele ha superato quella degli USA e dell’Euro zona.

4. Aiuti governativi

Il continuo sconvolgimento della vita quotidiana provocato dal lancio di razzi ha avuto i maggiori effetti sugli affari nella zona ai confini con Gaza. In base a un sondaggio realizzato dalla sede israeliana di Dun & Bradstreet (DNB)[agenzia nordamericana di informazioni e intermediazione finanziaria. N.d. Tr.], circa il 20% delle attività economiche nel Sud sono ora a rischio di chiusura, in quanto la loro situazione è stata aggravata dal conflitto a Gaza.

Le industrie hanno sollecitato la Banca Centrale a tagliare i tassi di base a zero e comprare abbastanza dollari da far scendere lo shekel alla quotazione di 3,8 per un dollaro.

Stanno inoltre aumentando le richieste al governo perché aumenti gli aiuti. Il ministero delle Finanze ha affermato che ci saranno riduzioni fiscali per le attività economiche entro i 40 km da Gaza, in linea con le attuali direttive.

Secondo Zimmermann, della ditta Polidor, non saranno sufficienti:” Qui le imprese sono state molto colpite, ed hanno dovuto investire molto in misure di sicurezza” ha detto. “Il governo dovrebbe proprio fare di più”. Nena News 

*(Traduzione di Amedeo Rossi). Articolo del 24/8/2014

thanks to: Nena News

Lacrime, devastazione: ecco il rientro a scuola dei bambini di Gaza

17/9/2014

10365850_10153178708080760_139713264181760818_nGaza-AFP. Mentre centinaia di migliaia di bambini palestinesi ritornavano a scuola domenica scorsa, Azhar recitava una poesia per ricordare suo padre, ucciso dai bombardamenti israeliani durante il recente conflitto contro la Striscia di Gaza.

“Papà, cosa posso dirti, se ti dico che ti amo non è abbastanza”, la bambina di nove anni, che sta per cominciare il quarto anno, ha letto la poesia davanti alla classe affollata di compagni in lacrime.

“Oggi è il primo giorno di scuola, quindi anche se il mio papà è morto martire in guerra – sono felice”, ha dichiarato all’AFP con un sorriso.

Azhar, i suoi compagni e un altro mezzo milione di bambini di Gaza sono tornati a scuola con tre settimane di ritardo a causa del conflitto durato 50 giorni che ha devastato l’enclave, lasciando più di 2.140 Palestinesi uccisi.

Quest’anno il ritorno in classe, hanno affermato insegnanti e presidi, si concentrerà prima di tutto nel trattare il dramma emotivo che molti bambini stanno ancora soffrendo.

“Abbiamo ascoltato le loro esperienze durante le vacanze (estive): alcune storie ci hanno fatto ridere, altre ci hanno fatto piangere. Noi li incoraggiamo a parlarne il più possibile”, ha affermato l’insegnante di Azhar, Rima Abu Khatla.

Tamer Jundiyeh, il padre di Azhar, è stato ucciso durante un bombardamento aereo nel quartiere di Shujaiyeh, lasciando orfani lei ed altri cinque fratelli più giovani.

“Ho paura che la guerra ricominci di nuovo”, ha detto all’AFP, mentre le tornavano alla mente i missili lanciati dagli aerei israeliani che hanno colpito la sua casa ed ucciso suo padre.

La compagna di classe di Azhar, Isra, è traumatizzata mentre parla del raid israeliano che ha ucciso suo nonno e sua zia.

“I martiri ed i feriti stavano morendo davanti a noi, eravamo molto impauriti”, ha affermato la bambina di nove anni all’AFP, “mio nonno e mia zia Layla sono stati uccisi, li ho visti nella nostra casa”.

Un’altra compagna, Doa, ha perso l’uniforme scolastica dopo che la sua casa è stata distrutta e si è presentata in classe con vestiti normali.

“Abbiamo abbandonato la nostra casa quando è stata bombardata e quando siamo tornati era stata distrutta”, da dichiarato all’AFP.

24 scuole distrutte

L’agenzia delle Nazioni Unite per gli aiuti ai rifugiati Palestinesi (UNRWA), che possiede 245 scuole a Gaza, ha fornito formazione specializzata agli insegnanti, stimando che circa 373.000 bambini di Gaza avranno “bisogno di supporto psico-sociale diretto e specializzato” durante questo anno scolastico.

L’ultimo conflitto contro Israele, iniziato l’8 luglio, è stato il peggiore da quando, nel 2005, Israele si è ritirato dai territori occupati, e ha causato la morte di più di 500 bambini, secondo i dati delle Nazioni Unite.

Migliaia di strutture, incluse le scuole, sono state rase al suolo dai bombardamenti.

Samia al-Zaalane, il preside della scuola di Shujaiyeh frequentata da Azhar, ha detto che molti studenti hanno dovuto essere trasferiti nella sua scuola, dove nove delle 18 classi sono state completamente distrutte.

“Abbiamo dovuto unire le classi – invece di 35 scolari per classe, ora ne abbiamo 60”, ha dichiarato all’AFP.

Il ministro dell’educazione di Gaza ha affermato che 24 scuole sono state distrutte dai bombardamenti israeliani, assieme ad altre 190 parzialmente danneggiate nell’enclave impoverita, dove quasi il 45% della popolazione di 1,8 milioni di abitanti ha meno di 14 anni.

Il gruppo israeliano per i diritti, Gisha, ha affermato che prima della guerra a Gaza mancavano già 259 scuole, in parte a causa delle restrizioni imposte da Israele sulla consegna del materiale da costruzione.

Ed anche se l’anno scolastico sta iniziando, circa 65.000 Palestinesi stanno vivendo ancora nelle scuole dell’UNRWA dove si erano rifugiati per scappare ai bombardamenti che hanno distrutto 20.000 case, con soluzione abitative alternative molto lente ad arrivare.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

thanks to: Infopal

Appello per una sottoscrizione straordianaria

GAZZELLA-Onlus

EMERGENZA GAZA

RACCOLTA STRAORDINARIA DI FONDI PER ACQUISTO MATERIALE SANITARIO

PER GLI OSPEDALI DI GAZA

A 24 giorni dall’attacco israeliano continua il massacro nella Striscia di Gaza.

Oltre 1400 morti di cui 252 bambini, 230.000 sfollati, 11.000 case totalmente distrutte, interi quartieri rasi al suolo.

Bombardata la centrale elettrica, manca l’acqua perché non funzionano le pompe. Si usano (per chi li ha) i generatori ma la benzina per alimentarli scarseggia. Manca il cibo e quel poco che si trova non si può conservare perché i frigoriferi non funzionano.

Il settore sanitario è al collasso. All’Ospedale Shifa di Gaza il personale sanitario opera ininterrottamente nelle 10 sale operatorie. Le camere mortuarie non riescono più a contenere i cadaveri. Molti feriti vengono curati sul pavimento perché non ci sono più letti disponibili.

Le ambulanze e i soccorritori vengono bombardati e non si riesce a recuperare i morti sotto le macerie. Si rischiano epidemie. Mancano antibiotici, antidiarroici e materiale mono uso.

Gazzella Onlus promuove una raccolta straordinaria di fondi per acquisto materiali sanitari per gli ospedali di Gaza.

Gazzella-Onlus

c/c presso Banca Etica Roma

IBAN: IT43D0501803200000000105279

Causale: Emergenza Gaza

 (dall’estero SWIFT: CCRTIT2T84A)

Gazzella Onlus è un’associazione senza fini di lucro: si occupa di assistenza, cura e riabilitazione dei bambini palestinesi feriti da armi da guerra nella Striscia di Gaza, collaborando con associazioni locali. Negli ultimi 14 anni ha dato assistenza a migliaia di bambini.

Per maggiori informazioni vedi www.gazzella-onlus.com

Gazzella Onlus a Gaza – 22 agosto 2014

I bombardamenti israeliani su Gaza, iniziati l’8 luglio, ai quali Europa e USA stanno dando il loro sostegno, si basano sul presupposto che sia ragionevole e legittimo attaccare Hamas, per reazione al lancio di razzi nel ‘territorio’ israeliano. Hamas è così considerato responsabile delle morti dell’una e dell’altra parte.

Ban Ki-moon, sollecita Israele a fare quanto possibile per fermare le morti dei civili e John Kerry chiede agli israeliani di essere “precisi” negli attacchi militari.

L’informazione menziona i morti, le dichiarazioni dei politici, ma ignora le ragioni per le quali da oltre 60 anni i palestinesi resistono, con ogni mezzo all’occupazione, agli insediamenti, all’assedio che attanaglia la popolazione civile di Gaza dal 2007. Una punizione collettiva per aver votato democraticamente e scelto Hamas per governare.

La comunità internazionale oltre a ignorare la condizione in cui versa la popolazione civile palestinese vorrebbe anche che subisse in silenzio. E da qui la condanna per il lancio di razzi verso Israele. L’esercito israeliano al contrario può contare su un efficiente armamento e sofisticati sistemi computerizzati che possono colpire l’obiettivo senza fatica e con estrema precisione.

L’operazione israeliana “margine di protezione” trova giustificazione nella volontà di porre fine alle capacità militari di Hamas di lanciare razzi. L’operazione militare israeliana ha già causato la morte di 2.050 civili, di cui 552 bambini e più di 10.100 feriti di cui 3.082 bambini, ha raso al suolo oltre 10.000 edifici, distrutto più di 30.000 abitazioni, oltre a insfrastutture, scuole, ospedali, attività commerciali. Azioni criminali che meritano di essere portate davanti alla Corte Internazionale anche in ragione del diritto a resistere all’occupazione.

Una Commissione d’inchiesta incaricata dalle Nazioni Unite di indagare sui crimini israeliani compiuti a Gaza nel corso dell’operazione ” margine di protezione” è stata già nominata. Tuttavia vale la pena ricordare come ha lavorato in passato la “commissione d’inchiesta Goldstone” nominata per indagare sui crimini commessi durante l’operazione “piombo fuso”. Una commissione che andò oltre il mandato ricevuto. In quella occasione l’impostazione dei lavori della commissione, si è sviluppata per far credere l’esistenza di una guerra in atto.

È necessario fin da subito vigilare affinché non si riproponga la lettura degli eventi all’interno di un “ conflitto israelo-palestinese “ dove lo stesso termine “conflitto” allude ad uno scontro militare fra forze egualmente organizzate che si contendono la vittoria sul piano bellico e dove le violazioni delle norme internazionali di tutela delle popolazioni civili vanno valutate, pesate e condannate con i medesimi criteri. Questo occulterebbe ancora una volta il dato fondamentale della vicenda, l’aggressione alla popolazione civile palestinese, la negazione del suo diritto alla autodeterminazione, per rappresentare semplicemente una fase dell’aggressione di Israele contro il popolo palestinese, omettendo di riconoscere che anche l’operazione “margine di protezione” è una tappa della più lunga e violenta vicenda coloniale dell’epoca moderna.

Da martedì scorso, prima ancora che scadesse la tregua, ad oggi i martiri degli attacchi israeliani sono più di 30 e oltre 130 i feriti. Ieri allo Shifa Hospital è arrivato il corpicino di Sara, 3 anni e mezzo ritrovata sotto le macerie del bombardamento di 2 giorni fa a Gaza nel quartiere di Sheikh Radwan dove persero la vita 3 persone. Issam di 26 anni e Mohammad di 43 hanno trovato la morte mentre erano in macchina nelle vie di Gaza; altri 4 martiri sono caduti al cimitero di Sheikh Radwan mentre seppellivano altri martiri; tutti assassinate nel corso di raid aerei. A Rafah, i raid israeliani hanno ucciso alcun membri delle Brigate Al Qassam e con loro altri 3 civili e causato numerosi feriti.

La tensione su tutta la striscia di Gaza è alta: le strade sono vuote e pochissimi i negozi aperti. I timori di restare vittime dei raid aerei contro abitazioni, uffici del governo locale, moschee, scuole, ospedali o macchine in movimento è concreto.

Oltre al “bollettino” giornaliero dei morti e feriti, andrebbero menzionate le condizioni psicologiche di bambini, donne e uomini; monitorate le reazioni, l’aggressività che condizioni di trauma e stress continuo determinano. Già da queste valutazioni comprenderemmo come i civili di Gaza faranno fatica a risollevarsi, a riprendersi la fiducia e la speranza.

Lo stato di salute mentaledegli abitanti della striscia di Gaza è fatto della paura di trovare la morte nel sonno o per strada. Uno stato d’ansia perenne per 1800.000 palestinesi assediati in una striscia di terra di circa 380 kmq sulla quale non c’è alcun rifugio sicuro dagli attacchi aerei, dai droni e dai bombardamenti via mare.

Cammini per strada, dormi nel tuo letto, sei seduto nella tua casa con la morte a fianco! Questa condizione ti rende più fragile e meno fiducioso.

Aggressioni psicologiche, attacchi armati anche con armi non convenzionali, situazioni che devono essere denunciate e condannate.

Ancora l’informazione ignora l’impatto complessivo delle azioni militari sui civili.

Da Gaza g.b.

22.8.2014

La propaganda israeloamericana non si smentisce: folli, sempre folli, fortissimamente folli.

Dopo le lettere propagandistiche inviate alla rivista medica internazionale The Lancet da parte di fantomatici accademici ebrei sionisti, israeliani, statunitensi e canadesi, farneticando false accuse di mancata imparzialità tra morti palestinesi e carnefici israeliani da parte della stessa, gli “eletti” ci riprovano.

L’illustre rivista, rea di aver pubblicato una lettera aperta a firma della prof.ssa Paola Manduca ed altri che condanna i massacri e gli attacchi indiscriminati contro la popolazione civile, il personale e le strutture sanitarie della Striscia di Gaza da parte di Israele e condanna la mancanza di solidarietà da parte della stragrande maggioranza degli accademici israeliani è stata bersagliata da innumerevoli critiche, minacce e addirittura attacchi personali all’editore Richard Horton.

Non soddisfatti gli “hasbariti” hanno cominciato ad usare il tipo di propaganda più odioso, quello della falsa empatia.

In quest’articolo di Daphna Canetti, Brian J Hall, Talya Greene, Jeremy C Kane e Stevan E Hobfoll, gli autori denunciano gli effetti “dell’escalation tra Hamas ed Israele” come causa di disturbi psichici tra “gli israeliani e i palestinesi”, in particolar modo il PTSD. Cercando di addossare le cause del conflitto in corso alla fragile stabilità psichica dei contendenti e tentando di attribuire la mancanza di accordo tra i negoziatori a distress psicologico.

Sono dunque pazzi questi ebrei?

Anche i nazisti vengono definiti “pazzi” in questi giorni.

Sarà forse un modo per stigmatizzare la folle e disumana crudeltà mostrata durante massacri di uguale gravità come Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, Fosse Ardeatine e Striscia di Gaza? E’ difficile credere che degli esseri umani siano capaci di colpire a morte delle creature innocenti come quelle che in queste ore vengono ammazzate a migliaia nella martoriata Gaza.

Ma se pensiamo al moto martellante con il quale i soldati israeliani e i loro sostenitori vengono bersagliati dalla propaganda sionista non riesce difficile credere che c’è chi gioisca alla morte dei bambini palestinesi.

Ed ogni strumento è utile alla causa sionista pur di affermare il falso. Anche la mielosa compassione mostrata nei confronti dei palestinesi dagli autori dell’articolo su citato. “I civili palestinesi ed israeliani, esposti a violenza politica, nell’attuale conflitto, sono ad elevato rischio di sviluppare disordine post traumatico da stress e depressione maggiore, due disordini mentali che occorrono comunemente in seguito all’esposizione a violenza politica” sostengono. Ma si tratta solo di un trucco per paragonare le vittime palestinesi alle presunte vittime israeliane.

Goebbels diceva che una bugia ripetuta cento, mille, un milione di volte diventa una verità.

Quali vittime israeliane?

Sono proprio “pazzi” questi ebrei.

 

 

 

Iniziativa per Gaza “Baader-Partecipa”

L’associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese – onlus Italia lancia un’iniziativa benefica a sostegno della Striscia di Gaza, intitolata: “Baader – Partecipa”. 

L’iniziativa viene urgentemente lanciata a seguito della brutale aggressione sionista a danno della popolazione civile residente a Gaza: un’ offensiva che ha causato fiumi di sangue ingiustificato e costato la vita a migliaia di persone, martiri e feriti nell’intera Striscia.

I danni causati da questa invasione militare sono innumerevoli. I bombardamenti dell’aggressione sionista hanno causato la distruzione e la demolizione di case abitate da civili palestinesi che già da decenni soccombono all’assedio imposto dal regime di occupazione israeliano a danno di tutta la popolazione civile della Striscia di Gaza. L’azione militare dell’esercito e dell’aviazione sionista non ha risparmiato moschee, chiese, scuole ed addirittura ospedali e strutture sanitarie. 

La nostra missione 

è quella di aiutare la popolazione civile palestinese direttamente colpita nella Striscia di Gaza, fornendo ogni tipo di sostegno morale e assistenza materiale, al fine di contrastare i dannosi effetti collaterali dei crimini sionisti. L’iniziativa ha inoltre come obiettivo, quello di fornire  cure mediche, medicinali, cibo e riparo da destinarsi ai più bisognosi.  

La nostra visione 

trovare partners e collaboratori che si riconoscano nella missione di cui sopra e che condividano la necessità di dover sostenere, valorizzare e promuovere i valori dell’essere umano. Essi devono essere onorevoli portatori di coscienza nel fornire sollievo e garantire assistenza medica necessaria alle famiglie residenti nella Striscia di Gaza. 

Obiettivi

 – offrire cure per i malati, i feriti e i disabili vittime dell’aggressione israeliana sulla Striscia di Gaza. 

 –  fornire assistenza psicologica e psichiatrica ai bambini che hanno sviluppato patologie di disturbo post-traumatico da stress (DPTS- Post-Traumatic Stess Disorder, PTSD) nella Striscia di Gaza come conseguenza diretta della paura e delle perdite famigliari inflitte ai bambini di Gaza a causa dell’aggressione israeliana. 

– fornire medicinali ed attrezzature, dispositivi medici, ambulanze necessarie per la Striscia di Gaza e gli ospedali. 

– ricostruzione delle strutture ospedaliere distrutte e riabilitazione delle stesse al fine di renderle nuovamente accessibili ed agibili.

 – garantire i bisogni primari della popolazione della Striscia di Gaza: dal cibo all’acqua, dalle necessità quotidiane al fornire a tutti un materasso su cui coricarsi. 

– Procedere alla ricostruzione delle abitazioni degli sfollati e fornire ai civili palestinesi, ormai senzatetto, un riparo.

Per adesioni di gruppi, associazioni,sindacati,ecc., inviare una e-mail a: info@abspp.org

Abspp onlus, Genova 05/08/2014

Prime adesioni:

Associazione dei Palestinesi in Italia

Unione delle Comunità ed organizzazioni islamiche in Italia 

Alleanza Islamica in Italia

Associazione delle donne palestinesi in Italia

Associazione dei giovani musulmani d’Italia

Medici norvegesi a Gaza: “la maggior parte dei feriti è stata copita da missili teleguidati di precisione e le ferite procurate ai bambini e ai civili sono state intenzionali.”

Due dottori che hanno lavorato nell’ospedale Shifa di Gaza offrono uno straziante racconto [in qualità di] testimoni oculari di fatti accaduti lì

Norvegesi

di Gideon Levy e Alex Levac   – HAARETZ

I dati sono scritti in inchiostro sul palmo della sua mano, come se fosse uno scolaro che copia le informazioni per un compito in classe : 1035 morti [1900 al 5 agosto dei quali 400 bambini. NdT],  6233 feriti alle 14 di lunedì 28 [al 5 agosto 9000 feriti NdT.]. Ogni giorno cancella i numeri e li aggiorna.

Questa settimana, il prof. Mads Gilbert ha lasciato l’ospedale Shifa della Striscia di Gaza per una breve vacanza nella sua terra natia, la Norvegia, dopo due settimane continue di interventi sulle ferite da guerra. Il suo collega e compatriota, prof. Erik Fosse doveva sostituire Gilbert a Gaza, ma, a metà settimana, Israele ancora gli impediva di farlo.Anche Fosse aveva passato la prima settimana di Margine Protettivo nell’[ospedale] Shifa e voleva ritornarvi.

Gilbert e Fosse hanno lavorato  nell’[ospedale] Shifa anche durante l’operazione Piombo Fuso nel 2008-09, pubblicando in seguito il loro  scioccante libro “Occhi su Gaza”  sulle conseguenze [della guerra], un best seller internazionale. Ora   loro ritengono che in termini di danni [procurati] alla popolazione civile e  soprattutto ai bambini, la guerra attuale contro la Striscia è  persino più straziante di quella precedente.

Entrambi sono sulla sessantina. In gioventù ammiravano Israele, ma la prima guerra del Libano del 1982, durante la quale si sono arruolati per soccorrere i palestinesi feriti, ha modificato la loro percezione e ha cambiato per sempre le loro vite. “È stato allora che ho visto per la prima volta [all’opera] la macchina da guerra israeliana” ricorda Gilbert.

Fosse è il responsabile  dell’associazione NORWAC ( Comitato di Aiuto Norvegese), che fornisce assistenza medica ai palestinesi ed è finanziata dal governo norvegese. Sia Gilbert , che è un volontario indipendente,  che Fosse hanno dedicato gran parte della loro esistenza ad aiutare i palestinesi, e Gaza è divenuta la loro seconda casa. Nel pomeriggio di lunedì, abbiamo incontrato a Herzliya [cittadina sulla costa israeliana ndt] Fosse, un cardiochirurgo, dopo che è tornato dalle sue vacanze in Norvegia, sulla via del ritorno a Gaza. Abbiamo incontrato Gilbert, un anestesista,  mentre stava uscendo dal valico di Erez per ritornare a casa. Le immagini descritte dai due dovrebbero pesare molto  sulle coscienze di ogni essere umano  onesto.

“Durante Piombo Fuso pensavo che fosse la più orribile esperienza della mia vita” dice Gilbert, “fino a quando sono arrivato a Gaza due settimane fa- il che è stato perfino più scioccante. I dati ci dicono che vi sono 4,2 palestinesi deceduti all’ora…  più di un quarto dei morti sono bambini; oltre la metà sono donne e bambini. L’esercito israeliano [IDF] ha ammesso che il 70 % sono civili, l’ONU sostiene che sono l’80%, ma da quello che ho visto a Shifa  oltre il 90 % sono civili. Questo significa che stiamo parlando del massacro della popolazione civile”.

“Shujaiyeh è stato un vero massacro” egli continua. “ Durante Piombo Fuso non ho visto questo tipo di attacco alle case private; allora furono attaccate più strutture pubbliche. La brutalità,  la premeditazione nel colpire i civili e le distruzioni [procurate] sono più terribili di quelle  durante Piombo Fuso. Non  non sono rimasto colpito dal  fatto che la gente abbia ricevuto un preavviso di 80 secondi per abbandonare le proprie case.  È inumano. La vista di Sujaiyeh è molto più terribile di qualsiasi altra cosa che abbiamo visto in Piombo Fuso.

Gilbert, che insegna all’Università  della Norvegia settentrionale, è anche furibondo nel vedere i danni intenzionali dell’esercito contro gli ospedali. Non rimane nulla dell’ospedale di riabilitazione Al-Wafa; l’ospedale pediatrico Mohammed al-Dura di Beit Hanun  è stato bombardato dall’esercito, e un bimbo di due anni e mezzo ricoverato lì in un reparto  è rimasto ucciso. Quattro persone sono state ammazzate nell’ospedale Al-Aqsa. Gilbert ha visitato l’ospedale pediatrico ed è stato testimone oculare della scena. Nove ambulanze sono state attaccate; il personale medico è stato ucciso e ferito. Secondo Gilbert, questi  fatti costituiscono dei crimini di guerra.

Il dottore è rimasto particolarmente impressionato dalla determinazione e dal comportamento degli abitanti,  in primo luogo da quello dell’equipe medica locale. A Shifa , nessun addetto ha ricevuto un salario [negli ultimi] quattro mesi; negli otto mesi precedenti hanno ricevuto solamente la metà del loro stipendio. Anche quelli la cui casa è stata distrutta sono rimasti a lavorare. La loro dedizione al lavoro in queste condizioni lo hanno meravigliato.

In merito all’affermazione che i dirigenti di Hamas si nascondano nell’ospedale, i due norvegesi dicono che non hanno visto un singolo uomo armato o nessun dirigente dell’organizzazione; qualche ministro di Hamas è venuto a visitare i feriti.

Gilbert dice che pure durante Piombo Fuso l’IDF ha provato a spaventare l’equipe medica affermando  che miliziani armati si nascondevano nell’ospedale, ma l’ultima persona armata vista dai norvegesi [nell’ospedale] Shifa è stato un dottore israeliano anni fa al tempo della prima Intifada. Gilbertafferma di aver  detto  a quell’uomo che il diritto internazionale vieta di portare armi negli ospedali.

Analogamente egli contesta l’affermazione che Hamas stia usando la popolazione civile di Gaza come scudo umano, e aggiunge: “Dove si nascondevano i partigiani anti nazisti in Olanda e in Francia? E dove nascondevano le loro armi”?

“Non sono un sostenitore di Hamas” dice Gilbert. “ Appoggio i palestinesi, e anche il loro diritto a sbagliare la scelta della loro classe dirigente. E chi ha scelto Netanyahu e Lieberman? Loro [i palestinesi] hanno il diritto di sbagliarsi. Sono stato in visita a Gaza per 17 anni. Più la bombardano, maggiore sarà il  sostegno alla resistenza. Mi pare che il tentativo di descrivere Hamas uguale a  Boko Haram è ridicolo. Boko Haram è l’IDF, che sta violando il diritto internazionale. Come possono i suoi comandanti essere orgogliosi di uccidere i civili?

“La storia li giudicherà e penso che l’IDF non ne uscirà con una bella immagine, visti i fatti accaduti sul terreno.  Faccio un appello agli israeliani: Svegliatevi.  Dimostrate di essere coraggiosi. Israele  sta andando in una direzione peggiore di quella del Sud Africa- e sarebbe un modo vergognoso  di passare alla storia”.

Fosse è più misurato, forse perché ha lavorato solamente fino all’inizio dell’invasione di terra di Gaza; ha fatto circa dieci interventi al giorno al  Shifa. Elogia la competenza dei medici gazawi con i quali ha lavorato.

Fosse vede la sua missione anche fuori dalla camera operatoria, levando un grido di allarme al mondo, dopo che Gaza è stata svuotata da Israele di qualsiasi presenza internazionale. Egli dice che la maggior parte dei feriti è stata copita da missili teleguidati di precisione, e  inoltre è sicuro che le ferite [procurate] ai bambini e ai civili siano state intenzionali.

Nel loro libro i due norvegesi hanno evidenziato una foto di tiratori scelti dell’IDF  con magliette  disegnate con le scritte: “Più piccolo – più difficile” e “Una pallottola – due ammazzati”. Questa volta sono i missili intelligenti che uccidono i bambini. Ma secondo Fosse, l’assedio israeliano di Gaza è persino più duro per i suoi abitanti della guerra. Questo è il motivo per cui Hamas è ora più aggressivo.

“Per sette anni, tutta la società  è collassata. Non vi è nessuna attività commerciale, non si esporta, e non c’è via di fuga. L’unica attività remunerativa è il contrabbando, e questo distrugge  la società. Distrugge Gaza come  società normale. L’assedio ha creato un sottile strato di popolazione divenuta ricca grazie al contrabbando-  mentre tutti gli altri sono poveri. Ciò mina la struttura della società, e questo è il maggiore problema di Gaza.

“Mi ricordo di colloqui con chirurghi palestinesi della mia età. Per anni, hanno vissuto in una Gaza aperta che [permetteva loro] di avere ottimi rapporti con dottori israeliani. Hanno sempre sognato di ritornare a quei tempi. Ora quegli stessi dottori si affollano davanti alla televisione e manifestano gioia quando un razzo cade su Israele. Ho detto loro: ma Israele reagirà. E loro mi hanno risposto: Non ce ne importa più nulla. Moriremo comunque. È meglio morire sotto un bombardamento.

“Hanno perso qualsiasi speranza.   È scioccante vedere persone che hanno perso i loro figli e non gliene importa più nulla. Israele sta perdendo i suoi soldati ora per preservare una situazione che tutto il mondo contesta. Questo è un crimine contro una numerosa popolazione civile” aggiunge Fosse.

“Voi avete distrutto il loro futuro e sono disperati. Hamas non ha un gran sostegno, ma vi è un grande sentimento che non è rimasto nulla da perdere. E dall’altra parte vi è una società in Israele che se ne infischia.  È molto triste. Voi che siete passati attraverso l’Olocausto siete diventati razzisti. Secondo me, questa è una tragedia. Perché state facendo questo? State oltrepassando ogni limite morale – e alla fine questo distruggerà la vostra società”.

(traduzione di Carlo Tagliacozzo)

thanks to: NenaNews

Haniyah: ha vinto la resistenza

PressTv. Ismail Haniyah, dirigente del movimento di resistenza Hamas (e ex premier della Striscia di Gaza, ndr), ha dichiarato che i palestinesi sono la parte vittoriosa nella guerra israeliana contro la Striscia di Gaza assediata.

Il leader di Hamas ha espresso il proprio punto di vista in un comunicato pubblicato martedì 5 agosto, affermando che i combattenti della resistenza sono i vincitori del regime israeliano invasore di Gaza.

Haniyah ha quindi dichiarato che il blocco di Gaza, in vigore da 7 anni, deve essere rimosso, osservando: ”La vittoria militare della resistenza e la forza leggendaria del nostro popolo ci porteranno a una revoca del blocco della Striscia di Gaza”.

Haniyah ha anche espresso pieno sostegno alla delegazione palestinese al Cairo, affermando: ”La nostra delegazione al Cairo ha alle spalle un popolo unito. Abbiamo rispettato tutte le procedure diplomatiche”.

Ha quindi citato i negoziati per un cessate il fuoco con Tel Aviv: ”Quello che il nemico non potrebbe ottenere sul campo di battaglia non potrà raggiungerlo in campo diplomatico”.

State uccise circa 1900 persone e oltre 9500 sono state ferite nella massiccia offensiva voluta dal governo israeliano, iniziata il 7 luglio. Gli aerei militari israeliani hanno colpito numerosi siti nella Striscia di Gaza, demolendo case e seppellendo famiglie sotto le macerie. Le forze israeliane hanno quindi cominciato un’offensiva di terra contro il territorio palestinese il 17 luglio.

Una tregua di tre giorni è in vigore dalle 8 di martedì 5 agosto, quando le truppe israeliane si sono ritirate dalla zona costiera.

Traduzione di Federica Pistono

thanks to: Infopal

Gaza, Garnier invia cosmetici a militari israeliane. “Così pulite sangue dei morti”

Il marchio francese ha donato al reparto femminile dell’esercito di Tel Aviv deodoranti, saponi e shampoo per “viziare se stesse anche in guerra”, racconta Al Jazeera. Sui social network al via una campagna per smettere di comprare i prodotti

Deodoranti, saponi, e altri cosmetici. Questi i pacchi regalo che Garnier ha inviato al reparto femminile dell’esercito di Netanyahu, secondo quanto scrive Al Jazeera. Un regalo che ha suscitato lo sdegno di quanti sul web, e non solo, condannano le operazioni di Tel Aviv nella Striscia di Gaza.
È stato lo stesso gruppo Facebook di Stand with us, ong che supporto Israele, a postare sulla sua bacheca diverse foto in cui soldatesse israeliane sono in posa con in mano prodotti inviati da Garnier Israel. Sul muro del social network, le foto sono state accompagnate da un messaggio in cui si ringraziava Garnier “del migliaio di prodotti”, importanti per “viziare se stessi anche in tempo di guerra”.
Un post che ha avuto una diffusione virale, ricevendo più di 10.000 commenti, la maggior parte di critica nei confronti di Garnier.
Il post sulla pagine dell’ong israeliana invita addirittura a donare i propri prodotti di bellezza alle donne tra le fila di Netanyahbu. “Saponi per pulire mani sporche del sangue dei cittadini di Gaza”.
“Meglio preoccuparsi di donare prodotti di bellezza all’esercito o cibo e acqua ai civili palestinesi?”, “Invece di farsi belle, le donne israeliane e palestinesi dovrebbero parlare attorno a un tavolo”.
Questi alcuni dei commenti apparsi sui social network all’iniziativa di Garnier. Una protesta via web, che ha attivare su Twitter una campagna di boicottaggio dei prodotti del marchio francese.

( Fonte: Il Fatto Quotidiano )

La bambina “del miracolo” è morta per complicazioni durante i tagli all’energia elettrica. Era nata dopo la morte della madre

RT. La “bambina dei miracoli” di Gaza che era stata tratta in salvo dal ventre della madre uccisa, è morta in un’incubatrice di un ospedale in cui manca l’energia elettrica a causa degli attacchi di Israele. Gli ospedali sperano adesso che una breve tregua allevi il disastro umanitario di Gaza.

Il mondo intanto continua a piangere la morte della “bambina del miracolo” di Gaza morta in un’incubatrice di un ospedale senza elettricità a causa degli attacchi inflitti dall’IDF.

Fatta nascere prematuramente dal ventre della madre morta, la “bambina del miracolo”, Shayma, è morta nell’ospedale di Khan Yunis a sud di Gaza dopo aver lottato per la vita per cinque giorni, nel reparto di terapia intensiva colpito da black-out all’impianto elettrico dopo che Israele ha bombardato l’unica centrale elettrica di Gaza.

Il dottor Fadi Al-Khrote, uno dei sanitari che aveva salvato la bambina, ha riferito ad Al-Jazeera che la madre di Shayma, la ventritreenne Shayma al-Sheikh Qanan, era clinicamente morta da dieci minuti prima che l’intervento per salvare la neonata fosse finito. La vita della bambina era “un miracolo”, ha detto, dato che era stata privata dell’ossigeno per alcuni minuti.

“La bambina ha sofferto di insufficienza respiratoria nel ventre della madre dopo che il cuore di quest’ultima aveva smesso di battere”, ha raccontato giovedì scorso all’agenzia di stampa AFP il dottor Abdel Karem al-Bawab, primario del reparto di maternità dell’ospedale Nasser, aggiungendo che Shayma era collegata ad un respiratore del reparto.

“La mancanza di energia elettrica ha causato all’improvviso l’asfissia e il cervello della neonata è morto”, ha detto parlando della tragedia che è avvenuta mercoledì. 

“La causa è stata la continua mancanza di energia elettrica perché i tubi dell’ossigeno non hanno funzionato in maniera appropriata e abbiamo dovuto riportarla in vita più di una volta senza l’aiuto delle macchine”. 

Shayma era stata salvata dai dottori sabato scorso dopo che la madre e il padre erano stati uccisi in un attacco aereo che aveva distrutto la loro casa nel comune di Deir al-Balah. All’inizio della settimana i dottori avevano riferito all’AFP che la bambina era stabile ma che doveva rimanere con il respiratore per “almeno tre settimane”.

Quando è avvenuto il “miracolo”, la nonna di Shayma, Mirfat Qanan, aveva detto che era una tragedia aver perso la figlia.

“Mia figlia Shayma è morta, ma adesso ho una nuova figlia”, aveva detto, come riferito da Metro. Adesso Mirfat sta combattendo una nuova tragedia, come migliaia di altre famiglie palestinesi devastate dall’operazione dell’IDF “Margine protettivo” che sta distruggendo la Striscia di Gaza da 24 giorni.

Nel mondo la gente continua a commentare con centinaia di tweets la morte di Shayma dando la colpa alla mancanza di energia elettrica per mano dell’esercito israeliano.

Shayma, che come riferiscono le fonti è stata sepolta accanto alla madre, è morta dopo che l’unica centrale elettrica di Gaza è stata distrutta lasciando senza corrente elettrica la maggior parte del milione e ottocentomila persone che vive nel territorio palestinese.

I bombardamenti indiscriminati ad opera di Israele hanno portato ad una condanna mondiale man mano che il bilancio delle vittime nella Striscia di Gaza cresce rapidamente.

Un portavoce dell’Unrwa non è riuscito a trattenere le lacrime durante una intervista televisiva all’indomani dell’attacco mortale di mercoledì a una scuola delle Nazioni Unite che ospitava sfollati. Si riferisce che venti persone sono rimaste uccise sotto la scuola delle Nazioni Unite dove 3.300 persone avevano cercato rifugio, nella cittadina di Jabalia, vicino Gaza.

Giovedì sono stati uccisi 79 Palestinesi e 350 sono rimasti feriti, come ha dichiarato al-Qidra, portavoce del ministero della Salute. Il bilancio dei feriti ha raggiunto la cifra complessiva di 8.265 persone. Il ministero ha fatto sapere che 29 strutture mediche, inclusi 13 ospedali, sono stati daneggiati dagli attacchi israeliani.

Nel frattempo giovedì il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato che l’IDF completerà la distruzione di Hamas a qualunque costo.

“Siamo decisi a portare a termine questa missione con o senza un cessate il fuoco”, ha detto Netanyahu all’inizio di una riusione di governo a Tel Aviv. “Non accetterò nessuna proposta che non permetta all’esercito israeliano di portare a termine questo importante compito per il bene della sicurezza di Israele”.

“Hamas ha ricevuto dei duri colpi da parte dell’IDF e dell’ISA”, ha detto. “Abbiamo colpito duramente migliaia di obiettivi terroristici: centri di comando, arsenali di missili, fabbriche, aree di lancio e sono stati uccisi centinaia di terroristi”.

Più tardi, lo stesso giovedì, ufficiali americani e delle Nazioni Unite hanno annunciato che Israele e Hamas hanno acconsentito ad una tregua umanitaria incondizionata di 72 ore nella Striscia di Gaza assediata.

Intanto gli ospedali di Gaza riferiscono di continue mancanze di energia elettrica e di pessime  condizioni di lavoro. I sanitari affermano di non riuscire a far fronte all’affluenza dei pazienti. La gente viene curata nei corridoi.

Yusuf Abu Rish, il sottosegretario del ministero della Salute palestinese ha affermato che la situazione a Gaza è un “disastro umanitario”.

Ha detto che i costanti bombardamenti “minacciano gli ospedali della Striscia di Gaza, che ricevono ogni giorno centinaia di feriti in seguito alla guerra in corso con Israele”, come riportato dalla versione online del quotidiano Arabic Ahram. “Agli ospedali manca l’alimentazione dei generatori. Stiamo affrontando una tragedia umana che minaccia la vita di migliaia di pazienti”, ha detto Rish.

I medici sperano che il cessate il fuoco annunciato e che inizia alle ore 5 GTM di venerdì, dia un po’ di solievo alle sofferenze dei pazienti.

Traduzione di Sandra Piva

thanks to: Infopal

Massacro a Gaza, l’America Latina contro Israele

Si fa sempre più frontale e determinata la mobilitazione dei governi dell’America Latina contro Israele, anche al di là del loro colore politico.
La portata e l’intensità delle operazioni israeliane a Gaza “violano il principio di proporzionalità nell’uso della forza” e pertanto non rispettano “norme fondamentali del diritto internazionale umanitario”: con questa motivazione il governo del Cile ha richiamato ieri per consultazioni il suo ambasciatore a Tel Aviv, Jorge Montero. “Non sappiamo quanto tempo resterà a Santiago, dovremo valutarlo” ha detto il capo della diplomazia di Santiago, Heraldo Muñoz, da Caracas, dove partecipa al vertice del Mercosur (Mercato comune sudamericano). Allo stesso summit, il Brasile, capofila della condanna latinoamericana all’offensiva su Gaza, chiederà formalmente il sostegno dei suoi soci – Argentina, Paraguay, Uruguay e Venezuela – dopo essere stato aspramente contestato da Israele.

Di pari passo con il Cile, anche il Perù ha annunciato il richiamo del suo ambasciatore, José Salinas: “Non può protrarsi una situazione in cui tanti civili e tanti bambini stanno morendo…Guardavamo con grande speranza alla tregua dichiarata, sperando che fosse la cessazione dell’ostilità e l’inizio di negoziati. Purtroppo non è stato così” ha detto il ministro degli Esteri di Lima, Gonzalo Gutiérrez. La decisione, ha aggiunto, è stata presa contemporaneamente al Cile, come dimostrato sulla perfetta sincronia con cui sono stati diffusi i relativi comunicati.

E anche il Salvador si è unito a Cile e Perù, dando istruzioni per il richiamo per consultazioni del suo ambasciatore in Israele, Susana Edith Gun de Hasenson, “fino a nuovo ordine”. “Esprimiamo la nostra solidarietà con i bambini, le bambine, le donne, gli uomini, gli anziani che sono vittime dei bombardamenti indiscriminati nella Striscia di Gaza, mentre allo stesso tempo condanniamo nel modo più energico queste azioni” ha detto il presidente Salvador Sánchez Cerén, parlando a margine del summit del Mercosur. In modo analogo si erano comportati nei giorni scorsi anche Ecuador e Brasile mentre sia nei governi che nella società civile di vari paesi dell’America Latina cresce la richiesta che il Mercosur sospenda immediatamente il trattato di libero commercio in vigore con Israele, dando così un segnale tangibile e pesante che possa condizionare in qualche modo il cosiddetto ‘stato ebraico’.

Fonte: Contropiano.org

APPELLO PER UNA SOTTOSCRIZIONE STRAORDINARIA IN FAVORE DELL’OSPEDALE AL AWDA E DELLE ALTRE STRUTTURE DELL’UNION OF HEALTH WORK COMMITTEES OPERANTI NELLA STRISCIA DI GAZA

al awda

L’aggressione israeliana contro i Palestinesi della Striscia di Gaza si è rivelata ancora più feroce e distruttiva dell’operazione “Piombo Fuso”. I morti sono quasi 1.500, i feriti migliaia, le distruzioni sono immani, in un territorio che si trovava già al limite del collasso a causa del pluriennale assedio israeliano, con la complicità del regime egiziano. Le infrastrutture della Striscia sono state distrutte dai bombardamenti israeliani, che non risparmiano nemmeno gli ospedali ed i centri di ospitalità dell’ONU.
L’ospedale Al Awda, nel nord della Striscia di Gaza, è il solo presidio sanitario in uno dei territori più colpiti dalla violenza dell’aggressione israeliana. Anni di rapporto fraterno ci legano all’ospedale Al Awda ed ai suoi medici, infermieri, volontari. Conosciamo le difficoltà che incontrano nel loro lavoro in favore dei settori più poveri e disagiati della popolazione palestinese, il loro impegno per garantire il diritto alla salute ed i diritti e la dignità delle donne palestinesi, come è prassi per tutti gli operatori e le operatrici della rete di associazioni di cui, oltre all’ospedale Al Awda ed altri ambulatori, fa parte anche l’associazione “Ghassan Kanafani”, nostro partner nella realizzazione dell’asilo “Vittorio Arrigoni”.
Lanciamo, quindi, un appello per una sottoscrizione straordinaria in favore dell’ospedale Al Awda e delle altre strutture dell’Union of Health Work Committees operanti nella Striscia di Gaza. In questo momento, è pressoché impossibile far giungere a Gaza medicinali ed altri aiuti umanitari, mentre è possibile far pervenire il denaro necessario per acquistare i materiali indispensabili, a cominciare dal carburante per i generatori, fonte di energia vitale a fronte della distruzione della sola centrale elettrica di Gaza.

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thanks to; FREEDOM FLOTTILLA ITALIA

Vietato criticare Israele

di Angelo Stefanini

 

La Palestina è un grido di dolore dell’umanità. Pubblicare la “Lettera aperta al popolo di Gaza” su una rivista come il Lancet è segno di grande coraggio che indica come essere fedeli alla responsabilità sociale del professionista della salute comporti scelte difficili.

“Il pregiudizio anti-Israele ai suoi massimi livelli”[1], “Un giornale peer-reviewed antisemitico”[2], ”Un giornale fazioso e vergognoso”[3]. Questi sono soltanto alcuni degli appellativi riservati a una delle riviste mediche più importanti a livello mondiale, The Lancet. La sua colpa sarebbe di essere “palestinizzata”[4], ossia di dare voce ai problemi di salute e assenza di diritti umani dei palestinesi. Il Zionist Central Council of Greater Manchester ha addirittura lanciato una vera e propria campagna per mettere fine al pregiudizio anti-Israele della rivista medica The Lancet[5].

Nel 2009 il suo direttore, Richard Horton, ha accettato l’invito della comunità accademica e scientifica palestinese di fornire sostegno per diffondere ricerche e pubblicazioni sulla situazione sanitaria del territorio palestinese occupato. È nata così la Lancet Palestinian Health Alliance che ogni anno organizza una conferenza i cui abstract vengono ospitati sulla rivista. Nel contesto palestinese di sofferenza quotidiana fatta di occupazione militare, espropriazione di terra, difficoltà al movimento, oppressione e violazioni quotidiane di diritti fondamentali, è comprensibile come la salute sia profondamente dipendente da tali predominanti determinanti sociali e politici. Le ricerche scientifiche che mostrano questa associazione diventano facile bersaglio da parte chi propugna il mito della neutralità della scienza.

In questi giorni Richard Horton è ancora una volta preso di mira per avere pubblicato la “Lettera aperta al popolo di Gaza”.[6] La lettera, pubblicata online il 22 luglio e firmata da ventiquattro medici e scienziati britannici e italiani accumunati dalla conoscenza diretta della situazione della Striscia, denuncia in modo esplicito e severo la violenza di Israele sulla popolazione civile di Gaza come grave violazione del diritto internazionale e crimine contro l’umanità. Alcuni media[7] hanno intuito la valenza dirompente di una tale accusa a Israele da parte di personalità scientifiche internazionali ben informate non soltanto delle violenze di questi giorni, ma soprattutto del contesto di assedio e crudele punizione collettiva a cui il popolo di Gaza è sottoposto da diversi anni. La risposta alla lettera ha superato le aspettative e in pochi giorni è prossima a raggiungere la quota di 15.000 adesioni.

In verità il Lancet non è l’unica rivista medica a essere sotto il tiro dei difensori di Israele. Nel 2010, il giornale on line PJ Media-Voices from a free America[8] chiamava in causa il British Medical Journal (BMJ) e il Journal of the Royal College of Physicians (ora Clinical Medicine) per avere espresso opinioni contrarie a Israele. Quali siano i pericoli di criticare Israele in una rivista medica lo aveva sperimentato personalmente Kamran Abbasi, Acting Editor del BMJ nel 2004 per avere pubblicato un articolo in cui lo psichiatra Derek Summerfield esprimeva preoccupazione per ciò che egli riteneva sistematiche violazioni della Quarta Convenzione di Ginevra da parte dell’esercito israeliano a Gaza[9]. L’autore sosteneva le sue argomentazioni con dati pubblicati da autorevoli organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite e Amnesty International. Oltre alle centinaia (circa 550) di risposte, la maggior parte ostili, inviate al sito web della rivista, più di mille email erano state dirette personalmente, appunto, a Kamran Abbasi. I toni e i contenuti di quella nutrita corrispondenza danno un’idea di che cosa debbano attendersi i responsabili editoriali di riviste scientifiche che hanno l’ardire di addentrarsi in dibattiti di questo genere[10].

“Sembra probabile”, sostiene Karl Sabbagh in un’analisi[11] compiuta su quelle email “che la maggior parte dei messaggi di posta elettronica ostili siano stati sollecitati da Honest Reporting, un sito web gestito dagli Stati Uniti e Israele che sostiene di essere ‘il più grande gruppo di pressione mediatico di Israele nel mondo’ e descrive la sua missione così: ‘Per garantire che Israele sia rappresentato in modo corretto e accurato, Honest Reporting controlla i media, evidenzia casi di pregiudizi, promuove l’equilibrio e gli effetti del cambiamento attraverso l’istruzione e azione’”.
Chi scrive ha l’onore di avere un tag personale riservato sul loro sito web[12].

L’analisi di quella corrispondenza rivela diverse tendenze tra gli scriventi: da chi semplicemente nega -“L’, a differenza degli arabi, non ha mai ucciso civili innocenti”-, a chi disumanizza l’avversario -“Il problema è che si moltiplicano come conigli e un giorno verranno a ucciderti” -, a chi preferisce l’attacco personale -“Il vostro giornale, con un direttore dal nome chiaramente medio-orientale, è inevitabile che vomiti la schifezza che pubblica”. Ciò che appariva chiaramente era che il testo di circa un quarto delle email era direttamente tratto dal sito web di Honest Reporting. Inoltre, continua l’autore dell‘analisi, “Non c’era alcuna prova… che gli autori avessero effettivamente letto l’articolo BMJ che criticavano.”

Ciò che succede ai direttori di riviste mediche la dice lunga sull’attuale tendenza nella stragrande maggioranza del giornalismo in generale, soprattutto in Italia. Si tratta di una tecnica di lobbying e velata intimidazione che ha resistito per decenni, perché molto efficace. Così Edward Said, prominente intellettuale palestinese naturalizzato statunitense, descriveva il progetto Hasbara (in ebraico “propaganda”) nato dopo il disastro di immagine arrecato dalle stragi di Sabra e Shatila del 1982: “… ciò che ha reso questa campagna così efficace è il senso di colpa di lunga data dell’occidente per l’antisemitismo. Che cosa potrebbe essere più efficiente che trasferire quel senso di colpa su un altro popolo, gli arabi, e quindi sentirsi non solo giustificati, ma positivamente alleviati che qualcosa di buono è stato fatto per un popolo tanto diffamato e danneggiato? Difendere Israele a tutti i costi – anche se sta occupando militarmente la terra palestinese, ha un potente esercito e ha ucciso e ferito palestinesi in un rapporto di quattro o cinque a uno – è l’obiettivo della propaganda. Che cioè, pur continuando a fare quello che sta facendo, possa sembrare comunque una vittima”.[13]

Israele mantiene le sue truppe militari nei territori occupati per difendere mezzo milione di coloni insediatisi illegalmente e sta da anni strangolando la popolazione della Striscia di Gaza, prigione a cielo aperto. Quando la popolazione palestinese vi si oppone e si ribella, Israele è presentato come sotto attacco. L’atteggiamento di Israele è tutt’altro che di autodifesa. Israele è l’unico paese al mondo in questo momento storico che, in violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, impiega decine di migliaia di truppe armate fino ai denti fuori dei propri confini, in un paese che non gli appartiene, al solo scopo di impossessarsi delle sue terre costringendolo a vivere sotto la forma peggiore di tirannia. Questa informazione di contesto nelle notizie dei media è inevitabilmente assente. Anche se Israele continua a uccidere civili a sangue freddo, l’intera questione è raffigurata come autodifesa. È sempre la solita, monotona storia dell’attacco palestinese e della rappresaglia israeliana.

Richard Ingrams, famoso giornalista britannico, co-fondatore della rivista satirica Private Eye, ha scritto dello storico AJP Taylor, morto nel 1990: “Anche se con grande coraggio parlava apertamente su molte questioni, tuttavia ha ammesso che in un campo era colpevole di timidezza giornalistica, se non di vigliaccheria. ‘Anni di esperienza’, ha scritto, “mi hanno insegnato che non si deve mai azzardare in alcun modo un parere sugli eventi che riguardano Israele o gli ebrei. Qualsiasi tentativo di esprimere un’opinione distaccata apre la strada a lettere, telegrammi, rimostranze personali e soprattutto telefonate. L’unica via sicura è non avere mai e poi mai alcuna opinione sul Medio Oriente’”.[14]

La Palestina è un grido di dolore dell’umanità. Pubblicare la “Lettera aperta al popolo di Gaza” su una rivista come il Lancet è segno di grande coraggio che indica come essere fedeli alla responsabilità sociale del professionista della salute comporti scelte difficili come schierarsi con il popolo di Gaza. Coloro che sostengono la neutralità in mezzo a questa catastrofe devono chiedersi come sia possibile essere neutrali davanti a case demolite, neonati crivellati di proiettili, ospedali e scuole devastate, intere famiglie di civili innocenti distrutte. Non fare nulla per impedire tutto questo equivale, in effetti, a schierarsi con il più forte.

Angelo Stefanini, Centro Salute Internazionale, Università di Bologna

Risorsa: An open letter for the people in Gaza. The Lancet 2014, Published Online July 22, 2014

Bibliografia

Op-Ed: The Lancet: Anti-Israel Bias At Its Finest . Israelnationalnews.com 12.03.2012
Ronn Torossian. Anti-Semitic Peer-Reviewed Medical Journal Thecuttingedgenews.com, 13.04.2012
The Lancet: A Biased and Shameful Medical Journal. Algemeiner.com. 11.03.2012
Anti-Israel Bias Infects Medical Journals. PJ Media.com. 04.02.2012
Campaign to End The Lancet Medical Journal’s Anti-Israel Bias
An open letter for the people in Gaza. The Lancet 2014, Published Online July 22, 2014
David Marceddu. Gaza, su Lancet gli scienziati contro la guerra: “Crimine contro l’umanità”. Il Fatto Quotidiano, 23.07.2014
Medici italiani e inglesi su Lancet: “Chi non denuncia l’aggressione di Israele è complice”. La Repubblica, 23.07.2014
Maria Valerio. ‘Israel insulta a la inteligencia, la dignidad y la humanidad’. El Mundo, 27.07.2014
Anti-Israel Bias Infects Medical Journals. PJ Media.com. 04.02.2012
Summerfield D. Palestine: the assault on health and other war crimes. BMJ 2004;329:924. [Free Full Text]
Sabbagh K. Perils of criticising Israel. BMJ 2009;338:a2066
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Honestreporting.com: tag/angelo-stefanini
Said E. Propaganda and war. Mediamonitors.net, 31.08.2001
Commentary: Standing up for free speech. BMJ 2009; 338: a2094

http://www.saluteinternazionale.info/2014/07/lettera-aperta-al-popolo-di-gaza-vietato-criticare-israele/

Udi, 19 anni, disertore, vado in carcere per non bombardare la Striscia

Il ragazzo sconterà sei mesi nella prigione militare “Prison Six”. L’accusa è aver rifiutato di arruolarsi nell’esercito: “Israele può continuare questa occupazione, ma non nel mio nome”, racconta a IlFattoQuotidiano.it. In Israele decine di soldati si rifiutare di andare il guerra nella Striscia, mentre nel mondo si moltiplicano le manifestazioni organizzate da esponenti delle comunità ebraiche contro l’operazione “Protective Edge”.

Udi Segal, 19 anni, israeliano, sta aspettando di essere preso e incarcerato nella prigione militare Prison Six dalle autorità del suo paese. L’accusa è aver rifiutato di arruolarsi nell’esercito: “Israele può continuare questa occupazione, ‘but not in my name’, non nel mio nome”, racconta a IlFattoQuotidiano.it. Un sondaggio del Jerusalem Post rivela che l’86% dei cittadini israeliani si dichiara favorevole all’operazione Protective Edge. Dall’altra parte, però, almeno 50 soldati dell’Israel Defense Force hanno annunciato il loro rifiuto di partecipare all’operazione e migliaia di rappresentanti delle comunità ebraiche di tutto il mondo, guidate dal movimento di ebrei ortodossi antisionisti Neturei Karta, stanno manifestando nelle piazze contro l’attacco israeliano a Gaza.Anche gli ebrei gridano “stop bombing Gaza”
Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, ieri in tremila sono scesi in piazza Rabin, a Tel Aviv, per manifestare contro i raid d’Israele sulla Striscia. “L’appoggio del paese alla politica del primo ministro, Benjamin Netanyahu, è ancora forte – spiega Segal – ci sono molte persone, però, che sono stanche di questa guerra. Solo tra i miei coetanei, conosco almeno 120 o 130 ragazzi che hanno preso la mia stessa decisione”. A New York, Parigi, Londra, migliaia di ebrei hanno manifestato in strada al grido di “Palestina libera” e “no allo stato d’Israele” per protestare contro la politica militare del premier israeliano. A capo della maggior parte di queste manifestazioni c’erano gli ebrei ortodossi di Neturei Karta, un movimento antisionista nato a Gerusalemme nel 1938.

La lotta di Neturei Karta
Il principio che muove il gruppo e i rappresentanti dell’ortodossia ebraica che non appoggiano le idee sioniste, però, non è di matrice politica, ma religiosa. Sostengono, infatti, che la costituzione di uno stato d’Israele violi le leggi della tradizione religiosa. Secondo i testi sacri, la diaspora ebraica è il frutto dei numerosi peccati commessi dal popolo d’Israele e solo l’avvento del Messia potrà restituirgli una patria. L’accusa mossa da Neturei Karta nei confronti dei sostenitori dello stato ebraico è quella di violare le leggi della tradizione religiosa, strumentalizzandola per meri fini politici. I membri del movimento sostengono che l’Onu, riconoscendo lo stato d’Israele, abbia commesso un’ingiustizia anche nei confronti del popolo ebraico.

Cinquanta soldati al WP: “Ripudiamo la guerra nella Striscia”
“Quando mi sono avvicinato all’età della leva obbligatoria – racconta Segal – ho iniziato a leggere, studiare e documentarmi sul conflitto tra Israele e Palestina. È più di un anno che mi informo sui giornali e studio la storia e ho deciso che non posso prendere parte a questa occupazione”. In Terra Santa molte altre persone hanno deciso di fare obiezione di coscienza per protestare contro l’occupazione israeliana nella Striscia di Gaza e nella West Bank, rischiando il carcere come Udi Segal. “Non so ancora di preciso quanto rimarrò in carcere – continua Segal -, anche se la pena prevista in questi casi è di circa 6 mesi. Non basterà questo a farmi cambiare idea in futuro”. Anche 50 soldati israeliani hanno deciso di rifiutare qualsiasi incarico nei territori occupati. Lo hanno comunicato con una lettera al Washington Post in cui spiegano i motivi che hanno portato alla loro decisione: “Ci opponiamo – scrivono – all’esercito israeliano e alla legge sulla leva obbligatoria perché ripudiamo questa operazione militare”.

Israele, 60 anni di obiezioni di coscienza
Quello di Udi Segal, però, non è un caso isolato. Il primo risale 1954, quando Amnon Zichroni, militare, chiese di essere sollevato dal servizio militare perché pacifista. Da quel momento in poi sono molti i movimenti che raggruppano, per motivi diversi, obiettori di coscienza o militari che si rifiutano di servire l’esercito. Nel 1982, durante la guerra tra Israele e Libano, è nato il movimento Yesh Gvul formato da veterani dell’esercito che si rifiutarono di combattere per Israele al confine con il Libano. Questo “rifiuto selettivo” si estese, successivamente, anche ai territori occupati. Il più famoso e nutrito gruppo di militari che hanno deciso di non combattere nei territori occupati è l’Ometz LeSarev o “Coraggio di rifiutare“. I 623 componenti del movimento, formatosi nel 2002, si sono rifiutati di combattere nella Striscia di Gaza e in West Bank, ma hanno giurato di servire fedelmente il loro paese in qualsiasi altra operazione militare. Per questo, nel 2004, il gruppo è stato candidato al premio Nobel per la pace.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

“Non abbiamo mai visto niente di così terribile per i bambini”

Un paramedico porta un bambino in un ospedale di Rafah, a sud
di Gaza dopo un attacco aereo israeliano. (AFP / Said Khatib)

Betlemme-Ma’an. Di Charlie Hoyle. I bambini stanno soffrendo per le conseguenze devastanti dell’ escalation della violenza israeliana nella Striscia di Gaza, con intere famiglie perse in singoli attacchi aerei e gravi lesioni fisiche che possono richiedere lunghe cure mediche.

L’UNICEF stima che 121 bambini siano stati uccisi da quando Israele ha iniziato ad attaccare l’8 luglio, con il bilancio delle vittime a Gaza per ora di oltre 500 Palestinesi.

Nelle ultime 24 ore, 28 bambini sono stati uccisi – di cui 20 solo nel quartiere di Shujaiyeh della città di Gaza.

Oltre 80 vittime hanno 12 anni o sono più piccoli. Si stima che circa un terzo di tutte le vittime civili siano bambini, dice l’UNICEF.

“Questo è il più alto numero (di decessi infantili) dall’operazione Piombo Fuso. Si tratta di un tributo enorme, e in aumento, e più preoccupante, 76 bambini sono stati uccisi negli ultimi tre giorni”, ha dichiarato a Ma’an Ivan Karakashian, di Defense for Children International (DCI) – Sezione Palestina.

Il 16 luglio, quattro bambini di un’età compresa tra nove e gli 11 anni, sono stati uccisi dai bombardamenti dell’esercito israeliano mentre giocavano su una spiaggia della città di Gaza, uno dei pochi spazi aperti e liberi accessibili a bambini e adulti.

Qualche giorno dopo, tre bambini di età compresa tra sette e 10 sono stati uccisi, mentre davano da mangiare alle anatre sul tetto della loro casa di Gaza.

Lunedì, cinque membri della famiglia al-Yaziji, nove membri della famiglia al-Qassas, 11 membri della famiglia Siyam, almeno 26 membri della famiglia Abu Jami’ sono stati uccisi in attacchi aerei israeliani.

“Non c’è un posto sicuro per i bambini, in questo momento, nessun rifugio sicuro dove fuggire. Israele dice che sta compiendo operazioni mirate, attacchi di precisione, ma è molto difficile pensarlo quando si vede un aumento di donne e bambini fra le vittime”, afferma Karakashian.

Con oltre la metà della popolazione di Gaza sotto i 18 anni, i bambini hanno la più alta probabilità di essere uccisi da attacchi militari israeliani.

Karakashian afferma che quasi tutti i bambini di Gaza sono in stato di ”shock e orrore”, appena sono in grado di elaborare il trauma psicologico di cui sono stati testimoni.

“Un giorno i bambini hanno una grande famiglia e il giorno dopo sono orfani. Le implicazioni pratiche lo influenzeranno per sempre. I bambini crescono in un ambiente in cui si rendono conto di non avere sicurezza nelle loro case. Non sono sicuri più perfino nella loro camera da letto”.

Mai visto niente di tanto terribile

Monica Awad, la portavoce dell’UNICEF, ha dichiarato a Ma’an che 72 mila bambini hanno bisogno di un immediato supporto psico-sociale, ma i cinque team disponibili a Gaza stanno affrontando severe restrizioni alla circolazione con la minaccia di essere colpiti dall’esercito di Israele.

Più di 904 bambini sono stati feriti da quando è iniziata l’operazione militare israeliana. Ferite da schegge, gravi ustioni, e la perdita di arti rappresentano un elevato tasso di lesioni critiche che richiederanno lunghe cure e incideranno seriamente sulla futura qualità della vita delle vittime.

Awad dice che i bambini soffrono anche disagio psico-sociale grave e hanno paura e rabbia, e piangono continuamente aggrappati ai loro genitori.

Mantenere una vita familiare sicura è diventato un compito impossibile, con 2.200 case distrutte o danneggiate e 100 mila persone sfollate che cercano rifugio nelle strutture dell’UNRWA.

Anche gli adulti sono a pezzi, cercando invano di proteggere i loro cari.

Oltre 1,2 milione persone non hanno sempre accesso all’acqua a causa delle tubazioni danneggiate e energia elettrica insufficiente, dice Awad, e i bambini sono a più alto rischio di malattie trasmesse dall’acqua.

I bambini che sono rimasti orfani devono affrontare il terribile processo di elaborazione del lutto, mentre lo shock della guerra li logora poco per volta, con la maggior parte che deve contare sull’assistenza umanitaria per una sopravvivenza futura.

“E’ chiaro dalla quantità folle di bambini uccisi negli ultimi tre giorni che essi stanno soffrendo per l’offensiva israeliana”, afferma  Karakashian, il funzionario di DCI.

“Ad essere onesti, non abbiamo mai visto niente di così terribile per i bambini”.

Traduzione di Edy Meroli

thanks to: Edy Meroli

Infopal

Membro del Knesset: “Devono essere uccise le madri di tutti i Palestinesi”

17/7/2014

Israeli lawmaker Ayelet ShakedPressTvUn assai noto politico israeliano e membro del parlamento ha marchiato i Palestinesi come terroristi, dicendo, inoltre, che le madri di tutti i Palestinesi dovrebbero essere uccise nell’attacco israeliano in corso sulla Striscia di Gaza assediata. 

Ayelet Shaked del partito ultra nazionalista “Cas ebraica” ha richiesto il massacro delle madri palestinesi che partoriscono “piccolo” serpenti”. 

“Devono morire e le loro case dovrebbero essere demolite cosicché non possano generare altri terroristi”, ha detto, aggiungendo, “Sono tutti nostri nemici e il loro sangue dovrebbe essere sulle nostre mani. Questo vale anche per le madri dei terroristi morti”.

I commenti sono considerati come un appello al genocidio, poiché ha dichiarato che i Palestinesi sono i nemici di Israele e devono essere uccisi.

Lunedì 7 luglio, Shaked ha postato questo commento sulla sua pagina Facebook:

“Dietro a ogni terrorista stanno decine di uomini e donne, senza dei quali egli non si coinvolgerebbe nel terrorismo. Sono tutti nemici combattenti e il loro sangue dovrebbe essere versato sulle loro teste. Ciò include le madri dei martiri, che li hanno mandati all’inferno con fiori e baci. Esse dovrebbero seguire i loro figli, niente sarebbe più giusto. Dovrebbero andarci, in quanto dimora fisica in cui hanno allevato i serpenti. Altrimenti, altri serpenti saranno allevati”.

Tali sviluppi sorprendono molti funzionari di vari paesi che hanno condannato severamente gli attacchi aerei di Israele sulla Striscia di Gaza. Il primo ministro turco è solo l’ultimo che ha condannato l’offensiva, accusando Israele di star massacrando i Palestinesi.
Recep Tayyip Erdogan ha attaccato Israele, dicendo che sta commettendo terrorismo di stato contro i Palestinesi. Parlando al parlamento, ha anche contestato il silenzio del mondo verso le continue atrocità di Tel Aviv. 

Reagendo ai comenti della Shaked, il premier turco ha affermato che il modo di agire di Israele a Gaza non è diverso dalla mentalità di Hitler.

“Una donna israeliana dice che le madri palestinesi dovrebbero essere uccise. Ed è un membro del parlamento di Israele. Quale è la differenza tra questo modo di pensare e quello di Hitler?”, ha chiesto Erdogan.

Tali sviluppi giungono mentre l’agenzia ONU per i rifugiati che di recente ha affermato che le donne e I bambini costituiscono un numero consistente di vittime palestinesi causato dagli attacchi israeliani nella regione assediata. 

Traduzione di Lucilla Calabria

thanks to: Lucilla Calabria

Infopal

PressTV

Il ruolo dei media nella formazione di una posizione politica

Guardatela bene questa prima pagina del Corriere della Sera di ieri, giovedì 10 luglio. Non è nè ingenua nè approssimativa, tantomeno ricerca una finta equidistanza. E’ una pagina apertamente schierata, ma nella maniera intelligente, pervicace, strisciante, che lascia spazio a interpretazioni mettendo a segno tutti gli obiettivi politici che si propone. Che confluiscono tutti, in buona sostanza, nell’orientamento dell’opinione pubblica volto a giustificare, in questo caso, la politica di guerra israeliana in Palestina.

Dopo giorni di guerra e più di cento palestinesi morti sia a Gaza che in Cisgiordania (gli unici morti di questa aggressione) il titolo è costruito attorno ad un controsenso fuorviante: è Israele che chiede ad Hamas di fermarsi. Automaticamente, il lettore medio, poco informato, che molte volte non va al di là del titolo e che costituisce la stragrande maggioranza dei lettori di quotidiani, sarà portato a credere come sia Hamas, cioè la Palestina, che sta attaccando Israele, e non il contrario come effettivamente sta avvenendo. Nell’occhiello sopra il titolo, poi, l’apoteosi: “Ancora razzi sulla città. Peres: basta lanci o siamo pronti all’invasione”, rafforzando il concetto inesistente che siano i palestinesi a bombardare Israele e non il contrario, e come Israele stia tentando in tutti i modi di evitare un’aggressione che, se ci sarà, sarà determinata esclusivamente dall’atteggiamento palestinese. Nel sottotitolo continua l’opera di ri-costruzione ideologica dell’evento: “A Gaza 50 morti. Gli integralisti: puntiamo alla centrale nucleare”. L’unica concessione a ciò che sta accadendo realmente in Palestina sarebbe quel riferimento ai morti di Gaza. Messa così, però, è a dir poco fuorviante. Al di là dei morti, che in questi tre giorni hanno superato quota cento, nessuno specifica che i morti sono solo palestinesi, e il lettore medio di cui sopra, quello che non ha un’idea chiara di dove sia Gaza e soprattutto da chi sia amministrata, sarà portato a credere che i morti siano di ambedue le parti, avvalorando l’ipotesi della guerra fra due Stati o due popoli e non quella dell’aggressione unilaterale, come effettivamente sta avvenendo. Per completare l’opera di revisione della realtà, il piccolo trafiletto messo a spiegazione del titolo. Ecco un passaggio significativo: “Gli attacchi sulla Striscia hanno provocato almeno 50 morti, mentre su Israele sono stati lanciati 220 razzi, anche a lunga gittata”. Anche qui l’equiparazione delle responsabilità in campo è assolutamente sviante. I “220 razzi palestinesi” non hanno provocato neanche un ferito israeliano. E questo non per la temibile difesa anti-missile dello Stato ebraico, ma per l’assoluta inutilità dei cosiddetti razzi palestinesi, che finiscono tutti nelle campagne alle periferie delle città più prossime alla striscia di Gaza. Tutto questo viene paragonato ai cinquanta morti palestinesi, in un gioco a somma zero dove l’aggredito viene scambiato per l’aggressore.

Non è da meno Repubblica, a conferma della sostanziale unità d’intenti e di visione politica fra i due giornali, artificialmente contrapposti da chi ha interesse a conservare quote di lettori inebediti dal voyeurismo anti-berlusconiano. Anche per il giornale di De Benedetti il problema sono “i razzi di Hamas”, che starebbero nientemento sfiorando delle centrali nucleari. Nessuno che ponga l’accento sui morti palestinesi, gli unici morti di questa aggressione. Anche qui è Israele, per bocca di Peres, che “chiede ai palestinesi di fermarsi”. Altrimenti, con la morte nel cuore e avendo avuto cura di ricercare tutte le possibili mediazioni, sembrano dirci i dirigenti sionisti, “saremo costretti ad invadervi”. Non volevamo, ma ci avete provocato ripetutamente, non possiamo farne a meno. L’idea generale che producono questi titoli e questa visione della storia nel “lettoremedio” è facilmente intuibile, e infatti fortemente ricercata. Poco importa che a pagina 16 poi verrà stilata una rassegna dei fatti “più equilibrata”, dove al resoconto giornalistico verrà affiancato il commento di qualche arabo per pareggiare la versione sionista: il gioco è fatto, e per la formazione dell’opinione pubblica un titolo di giornale in prima pagina è più importante di cento commentatori arabi nelle pagine interne. Questo gli editorialisti e i loro mandanti lo sanno bene, e continuano a giocare su questo fatto. Entrando ieri nella redazione del “giornale” gratuito “Metro”, la prima risposta del direttore è stata appunto questa: “ma io il giorno dopo, nella risposta ad una lettera a pagina 8, dicevo che c’erano anche i morti palestinesi da piangere, non solo quelli israeliani”. Non crediamo ci sia bisogno di aggiungere altro.

 

Chiudiamo questa breve rassegna del giornalismo filo-sionista con questa pagina, sempre del Corriere della Sera ma del giorno prima, mercoledì 9 luglio. Nell’introduzione del pezzo di Davide Frattini, ecco apparire un’altro dei metodi di svilimento della controparte palestinese volta alla costruzione di una empatia (e di una sim-patia) verso la causa israeliana. “E’ guerra tra Israele e Hamas”. Questo modo di riportare la notizia, fintamente equidistante, in realtà cela già la scelta di campo, e mira ad influenzare non tanto il lettore cosciente, ma quello appunto medio. Da una parte c’è uno Stato, magari criticabile ma formato da istituzioni credibili e riconoscibili, Israele. Dall’altra non c’è la Palestina o i palestinesi, ma Hamas. E Hamas non viene descritta come il legittimo, ancorchè criticabile, governo di una parte del territorio palestinese, ma “la fazione palestinese al potere a Gaza”. Il proseguo del pezzo è un capolavoro d’arringa politica mascherato da giornalismo: “Il sistema missilistico difensivo dello Stato ebraico ha evitato che Gerusalemme e Tel Aviv fossero raggiunte dai razzi lanciati dalla Striscia, colpita a sua volta: 19 i morti”. Dunque, i razzi palestinesi non hanno prodotto alcun morto, nè feriti, nè alcun danno a edifici, mentre l’attacco israeliano ha fatto 19 morti. A nessuno viene in mente di descrivere quei razzi palestinesi come la risposta ad un attacco, quello israeliano, che continua a mietere vittime. L’attacco è sempre e solo quello palestinese, la risposta sempre e solo quella israeliana. Avremmo mai potuto leggere questa stessa notizia messa in questo modo: “E’ guerra tra la Palestina e Likud, la fazione israeliana al potere a Tel Aviv. Colpita la Palestina con 19 morti, mentre a Tel Aviv il sistema missilistico difensivo della fazione israeliana ha evitato che Gerusalemme e Tel Aviv fossero raggiunte dai razzi lanciati dalla Palestina” ? No, sarebbe impossibile, perchè prevederebbe un giornalismo anti-sionista (e non anti-israeliano, come vorrebbero farci credere i commentatori sionisti). E questa visione del mondo, che nei fatti della Palestina è così semplice smontare, viene ripetuta per ogni altro evento di politica internazionale. Il racconto mediatico di determinati fatti avviene sempre da un punto di vista politico. Quello dei due giornali menzionati è il punto di vista sionista, imperialista, neoliberista, tanto nel racconto del conflitto arabo-israeliano quanto nella narrazione di tutti gli altri fatti di politica internazionale. E’ sempre bene tenerlo a mente.

thanks to: militant-blog

Bestie all’opera

MESSAGGIO FLASH DA GAZA CITY inviato da Valeria Cortes, attivista venezuelana che è dentro ospedale insieme altre attivisti che fanno da scudi umani.

 Convenzione di Ginevra del 1949 attaccare un ospedale E’ UN CRIMINE DI GUERRA!

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# GAZA El Wafa Hospital (dove sono i medici, i pazienti disabili, e noi come scudi umani), fortemente scosso dalle bombe israeliane, le case circostanti quartieri sono stati bombardati e distrutti. Famiglie Shijaia, Beit Lahia, Zeytun, ecc. scappano dalla zona, ma in tutta Gaza è sotto attacco. Si prega di diffondere!

Valeria Cortés da Al Wafa Hospital, Striscia di Gaza.



#GAZA Hospital El Wafa (donde están médicos, pacientes discapacitados, y nosotros como escudos humanos) se sacude fuertemente por las bombas israelíes, casas de los vecindarios aledaños están siendo bombardeadas y destruidas. Las familias de Shijaia, Beit Lahia, Zeytun, etc. huyen de las zonas pero toda Gaza está bajo ataque. FAVOR DIFUNDIR!
Valeria Cortés from Al Wafa Hospital, Gaza Strip.

http://www.assopacepalestina.org/2014/07/pazienti-medici-e-internazionali-sono-bombardati-ospedale-el-wafa-di-gaza-city/

Gaza: una strage di donne e bambini

La campagna di massicci bombardamenti israeliani sulla popolazione della Striscia di Gaza è arrivata al settimo giorno. Mentre scriviamo il tragico bilancio delle vittime è arrivato a 172 palestinesi uccisi e a oltre 1250 feriti. Intanto decine di migliaia di persone, a partire da ieri, hanno dovuto lasciare le loro case nel nord della Striscia, in particolare a Beit Lahiya, per sfuggire alle operazioni omicidie di Tsahal. La maggior parte di loro si è rifugiata nei centri messi a disposizione dell’agenzia Onu per i rifugiati, l’Urnwa, che però non sono esenti dagli attacchi come dimostrano le stragi avvenute durante i bombardamenti israeliani degli scorsi anni.

Intanto Israele, che potrebbe dare presto il via ad una massiccia invasione di terra dopo aver realizzato e tentato alcuni blitz mirati nei giorni scorsi – alcuni dei quali respinti dai combattenti di Hamas e della Jihad Islamica che avrebbero respinto le forze speciali di Tel Aviv – ha di nuovo avviato una campagna di rastrellamenti in numerosi centri della Cisgiordania occupata. Decine di palestinesi sono stati arrestati, numerose case perquisite e devastate, e un uomo è stato ucciso dai militari vicino ad Hebron.

La propaganda sionista continua a descrivere “Margine Protettivo” come se fosse un’operazione antiterrorista mirata ad Hamas e agli altri gruppi islamici operanti nell’enclave assediata, ma i numeri diffusi in questi giorni da numerose agenzie umanitarie e dai pochi giornalisti obiettivi presenti sul terreno descrivono una realtà esattamente opposta, fatta di una strage di civili, e soprattutto di donne e bambini.
Secondo il Palestinian Center for Human Rights, ad esempio, dei 173 morti ben 130 sarebbero civili, e tra questi 35 i bambini e 26 le donne. Proporzioni simili tra coloro che sono rimasti feriti o sono stati resi invalidi dalle bombe sganciate dai caccia con la Stella di Davide o dai cannoneggiamenti delle navi che sparano dal mare o dei carri armati e dei cannoni che martellano Gaza da più direzioni. Anche le agenzie delle Nazioni Unite – come l’Ufficio dell’Onu per gli Affari Umanitari – confermano che almeno l’80% delle vittime dei raid israeliani sono civili inermi. L’agenzia ha denunciato che almeno 25 mila bambini traumatizzati hanno necessità di un’assistena psicologica immediata e continua mentre mancano almeno 60 milioni di dollari necessari a coprire le necessità urgenti in tema di medicinali e materiali di vario tipo.
Secondo il macabro conteggio le case finora distrutte sono oltre 940, 400mila persone rimaste senza elettricità e moltissime altre senza acqua potabile mentre le medicine e il cibo scarseggiano. Nei bombardamenti finora sono stati colpiti e danneggiati otto centri medici, quattro ambulanze, un medico è stato ucciso e 19 lavoratori della sanità sono stati feriti dalle bombe di Tel Aviv.

(Fonte: Contropiano.org)

Bombe su Gaza.

Da Gaza al mondo, parla un gruppo di cooperanti italiani in Palestina 11 luglio 2014

Basta con chi fa finta di non vedere. Basta con chi pensa che una partita di pallone sia più importante di un’intera popolazione inerme sotto le bombe…Basta con chi dà del terrorista a un’intera popolazione senza mai aver voluto ascoltare le voci di Gaza. Basta con giornalisti che scrivono articoli comodamente seduti da casa o dalle redazioni a Roma e Milano. Basta con l’equidistanza a tutti i costi. Basta con le condanne bipartisan e con le parole misurate. Siamo operatori umanitari e condanniamo la violenza verso i civili, SEMPRE.

Per questo non possiamo restare silenti dinanzi ad un attacco armato indiscriminato verso una popolazione che non ha rifugi, posti sicuri o possibilità di fuga. Una popolazione strangolata economicamente e assediata fisicamente, rinchiusa in una prigione a cielo aperto. Non possiamo far finta di nulla. Noi Gaza la conosciamo perché ci lavoriamo, perché la viviamo e lì abbiamo imparato cos’è la sofferenza, ma anche la resistenza. E non parliamo di lancio di razzi: per i circa due milioni di persone che risiedono a Gaza, che vivono da 48 anni sotto occupazione, dimenticate dal mondo, che piangono morti che sono sempre e solo numeri, che subiscono interessi politici sempre più importanti della vita umana… resistere è essere capaci, nonostante tutto, di andare avanti. Gaza ci ha insegnato semplicemente la dignità umana. Siamo qui e ci sentiamo inermi e, ancora una volta, esterrefatti perché continuiamo a leggere articoli di giornale che a nostro avviso non rispecchiano la realtà. Non raccontano lo squilibrio tra una forza occupante e una popolazione occupata. Enfatizzano la paura israeliana dei razzi lanciati da Gaza, che condanniamo ma che, fortunatamente, non hanno procurato morti e riducono a semplici numeri le oltre 100 vite spezzate a causa dei bombardamenti Israeliani in meno di tre giorni.

Tutto ciò che scriviamo non è frutto di opinioni personali o giudizi morali; è sancito e ribadito dai principi del diritto internazionale e del diritto umanitario internazionale, che muovono il nostro operato ogni giorno. Riteniamo inaccettabile che la risposta all’omicidio dei 3 coloni, avvenuto in circostanze ancora ignote, sia l’indiscriminata punizione di una popolazione civile indifesa: il diritto umanitario vieta le punizioni collettive – definite crimini di guerra dalla IV Convenzione di Ginevra (art. 33).

Israele ha addossato la responsabilità ad Hamas, attaccando immediatamente la Striscia, causando la risposta dei gruppi palestinesi con il lancio di missili su Israele. Il governo israeliano sostiene di voler colpire gli esponenti di Hamas e le sue strutture militari. E’ davanti agli occhi di tutti che ad essere colpiti finora sono soprattutto bambini e donne. Basta con lo scrivere che Israele reagisce ai missili da Gaza, la verità per chi vuol vederla e i numeri, se non interpretati con slealtà, sono chiari. Dall’8 luglio, inizio dell’operazione militare “Protective Edge”, Israele ha bombardato 950 volte la Striscia, distruggendo deliberatamente oltre 120 case, (violando l’articolo 52 del Protocollo aggiuntivo I del 77 della convenzione di Ginevra), uccidendo 102 persone (inclusi 30 minori 16 donne,15 anziani e 1 giornalista) ferendo oltre 600 persone, di cui 50 in condizioni molto gravi. Oltre 900 persone sono rimaste senza casa, 7 moschee, 25 edifici pubblici, 25 cooperative agricole, 7 centri educativi sono stati distrutti e 1 ospedale, 3 ambulanze, 10 scuole e 6 centri sportivi danneggiati. Dall’altro lato, il lancio di razzi da Gaza, secondo il Magen David Adom (servizio emergenza nazionale israeliano), ha causato 123 feriti di cui: 1 ferito grave; 2 moderati; 19 leggeri; 101 persone che soffrono di shock traumatico. Di fronte a questi numeri ci sembra intollerabile la non obiettiva copertura di gran parte della stampa internazionale e nazionale dell’attacco israeliano verso la Striscia di Gaza.

Per questo riteniamo necessario prendere posizione e ribadire la necessità di riportare l’informazione, sullo scenario militare in corso, alle dovute proporzioni. Ci appelliamo infine ai responsabili politici in causa e a quanti possano agire da mediatori, affinché le operazioni militari cessino immediatamente e perché si ponga fine all’assedio nella Striscia di Gaza. Gerusalemme, 11 Luglio 2014

Siamo un gruppo di cooperanti che vive e lavora in Palestina. Tutto ciò che scriviamo è verificato da testimonianze sul campo e da fonti di agenzie internazionali.

Per maggiori informazioni scrivete a: cooperantipalestina@inventati.org

thanks to: spondasud

Appello urgente: fermate l’aggressione israeliana contro il popolo palestinese

Riceviamo e pubblichiamo

Appello urgente: fermate l’aggressione israeliana contro il popolo palestinese

Si prega di inviare:

  • Al Presidente del Consiglio dei Ministri;
  • Al Capo dello Stato,
  • Ai Presidenti delle Camere;
  • Ai Capigruppo parlamentari;
  • Alle Organizzazioni della società civile, ivi comprese quelle pei Diritti umani.

Diffondere con tutti i mezzi

Appello urgente: fermate l’aggressione israeliana contro il popolo palestinese!

Il governo di occupazione israeliana scaglia le sue forze militari in una nuova offensiva contro il popolo palestinese nella Striscia di Gaza, intensificando contemporaneamente pratiche quali omicidi, torture e abusi in Cisgiordania e a Gerusalemme.

Il governo israeliano si è affrettato a mettere in pratica la propria decisione, presa la sera del 7 luglio, con una nuova aggressione alla Striscia di Gaza, bombardando città e quartieri residenziali, distruggendo costruzioni e infrastrutture civili, terrorizzando i quasi due milioni di palestinesi residenti nella Striscia di Gaza, la maggioranza dei quali è costituita da bambini e ragazzini di età inferiore ai 18 anni.

Tutto questo aggrava la situazione della Striscia di Gaza, priva di rifugi sicuri, di riserve alimentari e di medicinali, sottoposta ad un assedio soffocante e a un isolamento forzato dal mondo, all’interruzione dei rifornimenti dei beni di prima necessità, compreso il carburante indispensabile per il funzionamento dell’unica centrale elettrica. Tutti aspetti che rendono catastrofiche le conseguenze di un attacco militare alla Striscia di Gaza.

Tutto questo accade mentre si moltiplicano gli omicidi, gli arresti, le torture, le pratiche atroci, commessi dalle forze di occupazione e dalle bande di coloni fanatici, che arrivano al punto di tentare il rapimento di numerosi bambini e ragazzini allo scopo di torturarli e ucciderli, mentre le auto guidate dai coloni continuano a investire deliberatamente i palestinesi.

E’ stato il crimine orrendo del rapimento di un ragazzo di Gerusalemme, Muhammad Abu Khudair, bruciato vivo il 2 luglio scorso da una banda di estremisti, a far perdere qualsiasi senso del limite.

E così, i crimini dell’occupazione, le violazioni, le politiche di repressione e di oppressione, l’apartheid, sono arrivati a un livello tale da innescare una reazione palestinese collettiva, che si è estesa alle regioni della Galilea e del Negev.

Il silenzio della comunità internazionale e l’inazione di fronte alle aggressioni, agli omicidi, alle violenze, alle gravi violazioni commessi dall’esercito israeliano contro il popolo palestinese, incita il governo israeliano stesso a persistere nell’offensiva militare, con l’obiettivo di rafforzare l’occupazione e di garantirsi la dominazione sul popolo palestinese, nel tentativo di annientare qualsiasi opportunità futura per questo popolo di ottenere la libertà, l’indipendenza, la sovranità sul proprio territorio e sulle proprie risorse.

La responsabilità morale e gli obblighi umanitari impongono ai Governi, ai Parlamenti, agli organismi ufficiali e alle organizzazioni della società civile, di far sentire alta la propria voce contro l’aggressione militare israeliana guidata da un governo estremista contro il popolo palestinese.

Ci aspettiamo da voi una dura presa di posizione che contribuisca a fermare l’attacco militare e le gravi violazioni  contro il popolo palestinese.

Ci aspettiamo da voi che blocchiate tutti i privilegi, le strutture e gli accordi di cooperazione di cui gode l’occupazione israeliana, così come ci aspettiamo l’imposizione di serie misure punitive.

Infine, occorre che si ammetta l’impossibilità di risolvere la questione palestinese se non ponendo una fine incondizionata all’occupazione, consentendo al popolo palestinese di accedere alla libertà, all’indipendenza e ai diritti umani inalienabili, secondo i principi della giustizia e del diritto.

Traduzione di Federica Pistono

 

thanks to: Infopal

Madre e figlio muoiono in seguito ad un bombardamento israeliano su Beit Hanoun

GazaWafa. Oggi, mercoledì 9 luglio, fonti mediche hanno annunciato la morte di una cittadina palestinese e del proprio figlio in seguito ad un bombardamento israeliano su Beit Hanoun, nel nord della Striscia di Gaza.

Testimoni oculari hanno affermato che un aereo israeliano ha colpito un’abitazione a Beit Hanoun provocando la morte di Sahar Hamdan al-Misri, di 40 anni, e di suo figlio Ibrahim, di 14.

Traduzione di Michele Di Carlo

 

thanks to: Infopal

La strage degli innocenti: bombe israeliane colpiscono gruppo di bambini

8/7/2014

Gaza-InfoPal. Erode continua a colpire gli innocenti nel silenzio di media e governanti di tutto il mondo.

In una carneficina che non sembra avere fine, ma che, anzi, fa supporre un’escalation di violenza ancora maggiore, con 40 mila riservisti israeliani richiamati in servizio per una possibile invasione di terra contro la più che martoriata Striscia di Gaza, missili dell’aviazione israeliana hanno preso di mira un gruppo di bambini che si trovava in strada Ahmad Yassine, nel quartiere di Sheikh Radwan, a Gaza. Uno di loro, un ragazzino di 14 anni, Ahmad Nael Mahdi, è morto sul colpo.

Il corpo dilaniato è stato portato all’ospedale al-Shifa, insieme agli altri feriti.

(Fonte: Quds Press. Foto di Mohammad Abdelaziz che ritrae un bimbo ferito durante i bombardamenti di queste ore)

thanks to: Infopal

Ciao Vik ya 7elwa ciao

Sono passati tre anni dal quel tragico 15 aprile 2011, quando Vittorio Arrigoni fu barbaramente assassinato a Gaza governata da Hamas, da un sedicente gruppo salafita. Il capo del gruppo, il giordano Adbel Rahman Breizat, e il suo braccio destro Bilal Omari, furono uccisi in uno scontro a fuoco con al polizia, mentre gli altri tre, condannati per il rapimento e l’assassinio di Vik, stanno scontando la pena nel carcere di Gaza City. Gli arrestati hanno raccontato che volevano solo dargli una “lezione”, punirlo per la sua frequentazione con ragazze islamiche, ma che sarebbero stati usati da Breizat il quale, invece, in cambio della liberazione di Vittorio avrebbe preteso la liberazione dello sceicco Maqdisi, teorico di Tawhid wal Jihad, incarcerato a Gaza. Resta il fatto che sul caso, sul perché Vittorio sia stato ucciso, non è mai stata fatta piena luce.

Attivista del Movimento di Solidarietà Internazionale (ISM nell’acronimo inglese), a Vittorio non piaceva la parola cooperante, il suo lavoro non era umanitario ma politico. Rifiutava anche parole come equidistanza e neutralità, è stato un combattente per la pace, per una pace con giustizia sociale. Fu assassinato in una casa abbandonata nella Striscia di Gaza, forse una di quelle che lui stesso contribuì ad evacuare durante i bombardamenti dell’esercito israeliano, in quella che fu definita operazione “Piombo fuso”, tra il 2008 e il 2009. Durante le tre settimane che durò l’operazione Vik restò sempre in prima linea a soccorrere i feriti, a consolare i familiari dei morti, a scattare foto, a raccontare la tragedia che si stava consumando contro la popolazione di palestinesi gazawi attraverso il suo blog Guerrilla Radio. Vittorio è stato lo straniero che più a lungo ha vissuto nella Striscia di Gaza, cercando di formare un gruppo stabile di attivisti che partecipassero alla resistenza non violenta dei palestinesi contro l’occupazione israeliana.

Nel 2003, dopo l’assassinio da parte dell’esercito israeliano di Rachel Corrie e Tom Hurndall, per motivi di sicurezza l’ISM decise di ritirare i suoi attivisti dalla zona. Vittorio all’epoca era impegnato in attività in Cisgiordania, non ha nessuna intenzione di andarsene ed inizia a lavorare alla formazione del nucleo originario del movimento “Free Gaza”, con l’obiettivo di rompere il blocco marittimo israeliano attraverso il passaggio di imbarcazioni che, partendo da Cipro cariche di giornalisti e attivisti, avrebbero raggiunto la costa della Striscia assediata. Nell’agosto del 2008 fece parte della traversata inaugurale della prima barca straniera che attraccava al porto di Gaza, era dal 1967, anno dell’inizio dell’occupazione israeliana, che non accadeva. Lì Vittorio e altri attivisti ISM cominciarono a stabilire contatti, a realizzare insieme ai palestinesi azioni di resistenza non violenta. Ogni giorno saliva sulle barche dei pescatori palestinesi per offrire loro la sua presenza e il suo passaporto come scudo umano, per evitare che le pattuglie israeliane sparassero, e quando ciò comunque avveniva Vittorio registrava tutto e lo raccontava al mondo.

Arrestato e torturato dall’esercito israeliano, Vik fu espulso e rimpatriato in Italia ma due settimane dopo riesce a tornare, via mare, a Gaza, dove ha continuato fino al suo ultimo giorno, attraverso il blog, pubblicazioni e videoregistrazioni, a denunciare la ferocia dell’occupazione israeliana e i diritti violati del popolo palestinese, con l’onestà di chi è disposto a perseguire fino in fondo i propri principi e le proprie convinzioni “restando umano”.

https://i.imgur.com/WVqxG.png

 

Il blocco di Gaza è illegale (Filippo Grandi, Onu)

 

Il soffocamento di Gaza si ripercuote anche sul governo di Hamas, lascia spazio ai gruppi più piccoli e radicali, col rischio di una maggior anarchia. Serve una riconciliazione interna, spiega Grandi che qualche settimana fa ha lasciato dopo 8 anni il suo incarico di Commissario Generale dell’Unrwa, l’agenzia che assiste i profughi palestinesi

Dopo otto anni passati a dirigere l’Unrwa, Filippo Grandi nelle scorse settimane ha terminato il suo incarico di Commissario Generale dell’agenzia dell’Onu che assiste i profughi palestinesi. Per Grandi sono stati anni di duro lavoro in un clima regionale che si è fatto sempre più complicato per l’aggravarsi della guerra civile siriana che ha travolto anche i campi profughi palestinesi e per il blocco israeliano ed egiziano della Striscia di Gaza. Lo abbiamo incontrato prima della sua partenza da Gerusalemme.

Per i palestinesi, soprattutto per i profughi, è tutto molto più difficile
Negli ultimi due anni abbiamo visto un accumularsi di tensioni e di crisi che hanno costituito il contesto in cui abbiamo lavorato. Penso in primo luogo alla guerra civile, atroce, in Siria, ma anche alla transizione in Egitto, così difficile e complicata, che a sua volta ha un’influenza sulla situazione a Gaza che rimane una zona occupata per via di un blocco che si complica e non si semplifica. Penso anche alla Cisgiordania e a questa occupazione (israeliana, ndr) che nonostante tutti i tentativi e gli sforzi rimane un’occupazione pesantissima per i civili e anche per i rifugiati palestinesi.

Le difficoltà finanziarie dell’Unrwa sono anche figlie del disinteresse crescente verso i profughi palestinesi?
I motivi sono diversi, tuttavia dobbiamo sfatare una cosa alla quale credono in molti: che i donatori non sostengano più l’Unrwa. L’anno scorso abbiamo ricevuto circa un miliardo di dollari e questa è la donazione più ampia mai ottenuta dall’Unrwa in qualsiasi anno della sua esistenza. La realtà è che, a causa di tutte queste crisi (nella regione), i nostri bisogni crescono a una velocità maggiore di quella dei contributi. La situazione dei profughi palestinesi in Siria richiede molte risorse e Gaza ha bisogno ancora di tanto aiuto. Detto ciò è reale anche la questione sollevata dalla domanda. Un interrogativo aleggia sulla cooperazione: fino a quando dovremo continuare a sostenere cinque milioni di rifugiati (palestinesi) senza che per loro ci sia una soluzione in vista? Per chi si pone quell’interrogativo la risposta è legata al successo del negoziato (israelo-palestinese). In caso di un fallimento potrebbe essere messa in discussione persino l’Unrwa.

In casa palestinese da tempo si discute sul ruolo dell’agenzia
È chiaro che i palestinesi hanno bisogno di una risposta politica ai loro problemi. E dico di più, hanno bisogno di una risposta che giunga da mediatori imparziali e che le loro ragioni siano trattate in modo equo e responsabile. Questo è quello di cui hanno bisogno in primo luogo i palestinesi, non dell’assistenza. Però sin quando queste soluzioni non saranno trovate, è meglio avere una istituzione come l’Unrwa. Perché non avere oggi l’Unrwa in Medio oriente significherebbe lasciare 500 mila bambini palestinesi senza un’istruzione. L’Unrwa è una agenzia umanitaria ma ha anche offerto opportunità per una vita migliore ai profughi con le scuole, i centri di formazione professionale, la microfinanza, la salute.

Da Israele non poche volte sono arrivate accuse all’agenzia.
L’Unrwa rispetta il mandato ricevuto dall’Onu. Le accuse di essere una minaccia alla sicurezza di Israele arrivano da settori marginali, di appoggio, anche di propaganda talvolta, che non dicono la verità. Ad esempio affermano che le 700 scuole dell’Unrwa fanno propaganda anti-israeliana. Noi usiamo i curriculum dei paesi dove si trovano le nostre scuole che danno una narrazione araba (degli eventi e della storia, ndr), così come nelle scuole israeliane c’è una narrazione israeliana. In realtà l’Unrwa (nelle scuole) evita nel modo più assoluto che ci sia qualche forma di incitamento all’odio e alla discriminazione, abbiamo un ottimo programma sui diritti umani, unico in questa regione.

Anche i palestinesi protestano, ad esempio perchè il personale internazionale è retribuito molto meglio di quello locale. L’agenzia è stata anche accusata di aver raggiunto una sorta di intesa con Tel Aviv per licenziare i dipendenti che hanno avuto problemi con la sicurezza. Accusa che voi avete respinto con sdegno.
Andiamo per ordine. Le remunerazioni. L’Unrwa ha un personale di circa 30mila persone impiegate in scuole, strutture sanitarie e altri settori. Più del 99% dei dipendenti è palestinese. I funzionari internazionali sono meno di 200. Di tutte le agenzie delle Nazioni unite al mondo siamo quella che ha la percentuale più bassa di personale internazionale. Il personale straniero è pagato secondo i parametri dei funzionari internazionali dell’Onu e sulla base di convenzioni sancite dagli Stati membri. Invece gli stipendi dei funzionari e degli impiegati palestinesi sono adeguati al livello degli stipendi dei funzionari statali dei paesi in cui si trovano. In Cisgiordania e a Gaza l’Unrwa ha come parametro l’Autorità nazionale palestinese. All’origine dello sciopero recente dei dipendenti dell’Unwra c’era proprio la richiesta di un aumento dei salari. L’agenzia ha però accertato che gli stipendi dei suoi dipendenti sono in media superiori del 21% rispetto a quelli degli impiegati dell’Anp e non ha potuto accogliere la richiesta. Comunque è stata raggiunta un’intesa per migliorare le condizioni dei dipendenti locali.

E la presunta intesa con Israele sulla sicurezza?
Smentisco categoricamente, perchè l’Unrwa non ha canali di questo tipo con qualsiasi autorità di sicurezza di Israele, dell’Anp e di qualsiasi altra parte. L’Unrwa gestisce la questione della partecipazione alla politica del suo personale in modo molto preciso. Essendo personale delle Nazioni unite, non può prendere parte ad alcuna attività politica. Quando l’Unrwa riceve informazioni che uno dei suoi impiegati ha partecipato ad azioni politiche o che hanno comportato l’uso della violenza, allora avvia un’indagine. Se la persona chiamata in causa ha svolto effettivamente attività politiche, allora non può rimanere. Ma è una questione solo di statuto dell’Unrwa che tutti sono chiamati a rispettare, non di un intervento di altre parti. Mi rendo conto della difficoltà di gestione di tutto questo. Noi chiediamo la neutralità ma la neutralità è difficile per i palestinesi che sono parte in causa in un conflitto. Devo dire che il personale dell’Unrwa è molto disciplinato ma ci sono stati casi di dipendenti che hanno preso parte ad attività politiche e che sono stati licenziati per violazione dello statuto. Ma unicamente sulla base di decisioni e considerazioni dell’agenzia.

Parliamo della situazione di Gaza e del campo profughi palestinese di Yarmouk in Siria.
Una premessa bisogna sempre farla. Noi lo diciamo all’inizio di qualsiasi dichiarazione relativa a Gaza. Il blocco israeliano è illegale ai sensi del diritto internazionale. In questa situazione cerchiamo di fare il massimo per alleviare la situazione disperata degli abitanti di Gaza e per continuare il nostro lavoro. Con questo governo israeliano, ad esempio, per mesi c’è stato uno stop all’ingresso dei materiali di costruzione necessari per i nostri progetti. Adesso va meglio ma abbiamo dovuto rinegoziare tutti i progetti che erano già stati approvati dalle stesse autorità israeliane. Dall’altro lato gli sviluppi politici interni all’Egitto, contrari ad Hamas a Gaza, sono sfociati nell’apertura intermittente del valico di Rafah, in verità quasi sempre chiuso. Questo soffocamento di Gaza sta avendo ripercussioni anche per il governo di fatto di Hamas, che è in difficoltà e questo sta offrendo spazio di manovra a gruppi più piccoli e più radicali. Tra i rischi perciò c’è anche quello di una maggiore anarchia. Per questo è importante che ci sia una riconciliazione interna palestinese, per mettere fine all’isolamento di Gaza, e che Israele e l’Egitto tolgano il blocco che, ripeto, è illegale per il diritto internazionale.

E Yarmouk assediato dall’esercito siriano e occupato da formazioni ribelli armate?
Non è il mio ruolo addossare la responsabilità ad una o all’altra parte. Credo anche che non serva farlo. Quello che posso dire è che a Yarmouk, ma accade anche in altre parti della Siria, le due parti in lotta non acconsentono a far passare gli aiuti destinati ai civili rimasti intrappolati. La responsabilità di questa situazione va attribuita ad entrambe le parti.

thanks to: Michele Giorgio

Nena News

La forza di una madre e le lacrime di un’altra, entrambe colpite da vicende tragiche

di Rosa Schiano

Mohammed Helles, il bambino ferito alla testa lo scorso venerdì da un candelotto di gas lacrimogeno lanciato dall’esercito israeliano, è uscito dalla terapia intensiva ed è ricoverato nel reparto di chirurgia. Siamo andati a visitarlo di nuovo questa mattina nell’ospedale Shifa di Gaza city. E’ stato sottoposto a due interventi chirurgici al cervello, presenta multipli danni cerebrali ed è in stato di irritabilità dovuto a convulsioni. La sua testa era fasciata, gli occhi chiusi, si lamentava e muoveva braccia e gambe. I suoi familiari, tra cui la madre, risistemavano con amore e pazienza la coperta e gli bagnavano il viso con un asciugamano umido. Ho dovuto trattenere le lacrime, non avrei potuto piangere davanti a sua madre. L’ho abbracciata. Non potevo fare altro. Non sappiamo che possibilità di recupero ci siano per il bambino. Come non definire questo un crimine?

Nel pomeriggio abbiamo visitato la madre della donna di 58 anni uccisa venerdì sera lungo il confine ad est di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Resga Khodeih, l’anziana madre di 90 anni, era circondata dalle parenti e vicine di casa riunite in lutto. La donna uccisa, Amna Atia Khodeih, soffriva di problemi psicologici. Verso le 21.00, dopo una festa di matrimonio, con il bel vestito che aveva indossato quella sera, si era avvicinata al confine e l’esercito dell’occupazione israeliana non ha esistato a sparare uccidendola. Non è un film, è reale. L’ambulanza non ha potuto raggiungere l’area immediatamente perché l’esercito continuava a sparare. Amna era stata ferita da un proiettile all’addome. Il suo corpo è stato ritrovato solo verso le 7 del mattino. Se l’esercito avesse permesso all’ambulanza di raggiungere immediatamente il corpo, forse la donna sarebbe sopravvisuta. “Perché le hanno sparato? Aveva problemi psicologici, perché l’hanno uccisa?”, ci ha detto la sua anziana madre con gli occhi lucidi. Ogni tanto, Resga si asciugava le lacrime con un panno.

Gaza, 2 marzo 2014

thanks to: Rosa Schiano

forumpalestina

FIRMA per l’acqua di Gaza Thirsting for Justice

La popolazione di Gaza, 1,6 milioni di persone, non hanno a disposizione acqua potabile pulita. L’unica fonte d’acqua a cui possono accedere – la falda acquifera sotterranea – è sovrautilizzata ed è altamente inquinata dall’acqua del mare e da quella delle fognature. Le Nazioni Unite hanno avvertito che, senza una soluzione che fornisca a Gaza acqua potabile e sicura, la falda della Striscia non sarà più utilizzabile dal 2016 e sarà irreversibilmente danneggiata dal 2020.

Oggi, solo il 5% dell’acqua che i gazawi estraggono dalla falda costiera è potabile. La maggior parte delle famiglie della Striscia sono costrette a comprare l’acqua da compagnie private a costi elevati – alcuni di loro arrivano a spendere un terzo delle entrate per l’acqua.

La porzione di falda acquifera costiera che corre a Gaza rappresenta solo una piccola percentuale delle risorse idriche a disposizione di israeliani e palestinesi. Israele continua a sfruttare il 90% delle risorse idriche per il proprio uso esclusivo – in particolare la falda montana in Cisgiordania – mentre i palestinesi hanno accesso a meno del 10%. Ciò viola il diritto internazionale, che impone che tali risorse siano divise “ragionevolmente ed ugualmente” tra palestinesi e israeliani.

C’è una soluzione che comincia con l’implementazione del diritto palestinese all’acqua. Se i palestinesi avessero accesso alla loro quota di risorse idriche e se Israele terminasse il blocco contro la Striscia di Gaza, che impedisce l’importazione di acqua e l’ingresso di materiali e beni necessari a migliorare e riparare le infrastrutture idriche, molti dei problemi della Striscia sarebbero risolti.

La campagna “Thirsting for Justice” ha bisogno di te. Se la petizione raggiungerà le 100mila firme, gli ambasciatori della campagna faranno pressioni sui governi europei e consegneranno loro le firme, chiedendo di prendere misure concrete. Non aspettiamo che la falda acquifera di Gaza muoia: firma ora e aiutaci a garantire il diritto all’acqua al popolo di Gaza.

Firma la petizione!

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Perchè sostenermi.

In quanto volontaria, non percepisco nessuno stipendio per essere a Gaza.

Le spese per potermi mantenere a Gaza includono l’affitto, che ammonta a 300 dollari al mese.
Oltre l’affitto, la bolletta per l’elettricità, internet, l’acqua (per potersi lavare) ammonta a circa 500 shekels (circa 100 euro) al mese.
Ci sono poi le spese per gli spostamenti, che, se come me, si va ogni giorno da nord a sud per tutta la Striscia di Gaza, diventano maggiori.
Ci sono poi le spese per l’alimentazione, e, se non ci si vuole nutrire solo di falafel, un minimo si deve spendere.
Inoltre, quando manca l’elettricità, devo spostarmi in locali pubblici per potermi connettere ad internet, e di conseguenza devo spendere per consumare. Scrivere e pubblicare report e fotografie richiede tempo e connessione. Spese in più che aiutano la mente e lo spirito: qualche narghilé con gli amici per rilassarsi la sera con una tazza di tè.
Vi invito a sostenermi per potermi permettere di restare a Gaza a svolgere il mio lavoro di attivismo e reportage.

 

Le donazioni possono essere effettuate:

ONLINE con carta di credito da questo sito (icona Donazione nella colonna a destra)

VERSAMENTI sulla PostePay numero 4023 6006 1579 2407 intestato a Rosa Schiano. Codice fiscale SCHRSO82H62F839P

thanks to: Rosa Schiano

 

Le nazioni occidentali non vogliono la pace in Medio Oriente

di Ireo Bono

Sig. Direttore de ‘La Stampa’

e p.c. Nandino Capovilla
e Forumpalestina

Tutte le volte che leggo un nuovo articolo di Abraham Yehoshua ( in foto ) , il famoso scrittore ebreo che si ritiene ed è considerato in Europa, a torto, uno dei più rappresentativi pacifisti israeliani, trovo la conferma della meschinità di questo intellettuale nei confronti dell’occupazione israeliana. Nell’ultimo articolo su ‘La Stampa’ del 18/7/2013 intitolato ‘Israele, giusto bloccare nuovi insediamenti’ , al di là di questo titolo che è condivisibile, la principale ed unica preoccupazione di Yehoshua è che la prosecuzione degli insediamenti ebraici porti ad una futura creazione di uno Stato binazionale.
Da un pacifista ti aspetteresti che si esprimesse contro l’occupazione e l’oppressione del Popolo Palestinese, privato della libertà e dei diritti umani, per il riconoscimento del diritto al ritorno o almeno un indennizzo a causa delle sofferenze indotte con l’esilio e la sottrazione delle terre, per l’accettazione di Gerusalemme-Est come capitale di uno Stato palestinese, per il ritorno d’Israele ai confini del 67, per la liberazione di tutti i prigionieri politici palestinesi, per l’abbattimento del Muro, una vergogna per chi l’ha costruito, per la fine dell’assedio-embargo della Striscia di Gaza che affama ed isola 1.400.000 persone. E non sarebbe niente altro che quanto stabilito da innumerevoli Risoluzioni Onu e dalla Corte internazionale dell’Aia, ed invece tutto ciò che sa scrivere lo scrittore e pacifista Abraham Yehoshua, rivolgendosi alle nazioni europee, è : “ Sarebbe giusto che anche oggi l’Europa ostacolasse l’eventuale creazione di uno Stato binazionale in Israele che perpetuerebbe questo infinito e pericoloso conflitto”.

Cito questo ennesimo articolo di Abraham Yehoshua perché , a proposito della questione palestinese, la maggior parte degli ebrei israeliani, come confermano i sondaggi, non opponendosi all’occupazione impediscono di fatto la nascita di uno Stato palestinese, ma sono decisamente contrari ad uno Stato binazionale israelo-palestinese che invece sarebbe una soluzione auspicabile, la più logica e giusta e forse la più fattibile per porre fine ad una guerra a bassa intensità permanente che dura da circa 70 anni, però dopo il riconoscimento delle ragioni e dei diritti del Popolo palestinese, del diritto ad uno Stato.

In questi giorni, per le pressioni sui dirigenti palestinesi dell’Amministrazione Obama, è iniziata l’ennesima farsa delle trattative di pace ed hanno ragione Hamas, il FPLP ed il leader di Iniziativa Nazionale Palestinese,Mustafà Barghouti, ad opporsi e a non aver fiducia in queste trattative, perché il Primo Ministro Netanyahu ha già dichiarato che Israele non ritornerà ai confini del 67 e proseguirà la costruzione di case per i coloni, mentre i dirigenti palestinesi si impegnano, per almeno un anno, a non denunciare Israele al Tribunale Penale Internazionale e l’unica concessione che ottengono è la liberazione di qualche centinaio di prigionieri politici, legata al procedere delle trattative, e la promessa di qualche miliardo di dollari.

Questi nuovi negoziati, definiti un suicidio palestinese dal FPLP, non mettono in discussione l’occupazione, ma la rafforzano e la estendono, in conformità alle richieste del governo Netanyahu.

Continua infatti la sottrazione di terra palestinese secondo quella che il filosofo di origine ebraica, Daniel Bensaid, già nel 2002 aveva definito “La strategia di Sharon: creare la grande Israele”, mentre i Palestinesi si privano dell’unica forza che hanno e che è temuta dai governi israeliani : la denuncia per crimini di guerra e contro l’Umanità al Tribunale Penale Internazionale e la richiesta del rispetto delle Risoluzioni Onu e della sentenza della Corte Internazionale dell’Aia. Ed infine, ad aggravare la situazione palestinese ed in tutto il Medio-Oriente, è giunta la decisione degli Stati Uniti di armare, alla luce del sole, i ribelli siriani e quella dell’Ue che su pressione degli Stati Uniti, Israele e UK , ipocritamente, inserisce il braccio armato di Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroristiche, come punizione per la resistenza ad Israele ed il sostegno dato ad Assad. Le potenze occidentali non vogliono la pace in Medio-Oriente.

Cordiali saluti Ireo Bono-Savona

thanks to: Ireo Bono-Savona

 

Gaza, disabili per sempre

Le foto sono di Rosa Schiano

Le foto sono di Rosa Schiano

 

di Rosa Schiano

Gaza, 26 giugno 2013, Nena News – Nel corso delle frequenti operazioni militari condotte dall’esercito israeliano sulla Striscia di Gaza molti civili palestinesi feriti hanno riportato amputazioni totali o parziali degli arti, e gli stessi palestinesi con disabilità non sono stati immuni ai crimini di guerra.

Secondo “L’ultimo Rapporto sull’Aggressione israeliana contro i cittadini della Striscia di Gaza iniziata il 14 novembre 2012”, redatto il 26 novembre 2012 dal Ministero della Salute dell’Autorità nazionale Palestinese e dal Palestinian Health Information Center (PHIC), il numero totale delle vittime è 1573, di cui 174 persone uccise (151 maschi e 23 femmine) e 1399 feriti (994 maschi e 410 femmine).

Secondo il report, la percentuale di disabilità nei feriti è del 7.5 % (106 feriti). Le disabilità includono amputazioni (8) ,paraplegia (3), fratture (30), ustioni (3), gravi ferite addominali (12), trauma cranici (22), gravi ferite al torace (5), gravi ferite multiple (18), gravi ferite vascolari (3), traumi da schiacciamento (2).

I numeri di questo report, redatto a soli 5 giorni dalla fine dell’offensiva, saranno destinati ad aumentare nei giorni successivi, quando si sono verificati decessi di feriti in gravi condizioni ed ulteriori disabilità. Inoltre, il Palestinian Centre for Human Rights riporta che dall’inizio del 2012, tre palestinesi con disabilità sono stati uccisi dall’esercito israeliano. A rendere difficile la condizione dei disabili palestinesi è innanzitutto l’assedio illegale che Israele ha imposto sulla Striscia di Gaza, e che entra ora nel settimo anno, e che costituisce anche una violazione del diritto alla salute.

Come riportato dal Palestinian Center for Human Rights, vi è una costante mancanza di medicinali e di attrezzature mediche, mancanza che si è fatta particolarmente sentire durante i mesi di marzo, giugno e novembre 2012, ovvero in occasione delle escalation delle operazioni militari israeliane sulla Striscia di Gaza. Oltre alla mancanza di medicinali, è diminuito nel 2012 il numero di pazienti che hanno ottenuto il permesso per attraversare il valico di Erez per accedere agli ospedali in Israele, Gerusalemmme e la Cisgiordania.

L’ultimo report del Pchr sugli effetti dell’assedio infatti dichiara che sono 8596 i pazienti che hanno attraversato il valico di Erez nel 2012, mentre prima dell’imposizione dell’assedio, i pazienti a cui era permesso attraversare il valico erano circa 20,000. Israele continua ora a negare ai pazienti il diritto a ricevere cure negli ospedali in Cisgiordania, compreso in Gerusalemme, ed in Israele. Le autorità israeliane hanno negato l’accesso all’assistenza sanitaria a migliaia di pazienti, con differenti scuse, tra cui ragioni di sicurezza, attese per un altro appuntamento, o per una risposta israeliana dopo essere stati interrogati. I pazienti inoltre sono spesso ricattati dalla sicurezza interna israeliana che cerca di forzare I palestinesi a collaborare fornendo informazioni. Le autorità israeliane hanno iniziato anche a negare l’attraversamento del valico ad una nuova categoria di pazienti, sotto il pretesto che il loro caso non richiede un intervento salvavita ma costituisce un “lusso”. L’ultima categoria include pazienti che hanno perso vista ed arti.

Il dottor Ayman Al Halaby, Direttore dell’ Unità di Fisioterapia e Riabilitazione che agisce in cooperazione con il Ministero della Salute di Gaza, ha riferito che durante l’offensiva militare Pilastro di Difesa, sono stati forniti servizi sanitari di due tipi, servizi ambulatoriali per pazienti esterni e servizi per pazienti interni. Il Dottor Al Halaby ha sottolineato lo stato di emergenza che si è verificato durante l’offensiva Pilastro di Difesa, che ha costretto i medici a cambiare il programma di riabilitazione e non ha permesso ad alcuni pazienti di portarlo a termine. E’ stato possibile un coordinamento con Ong internazionali e locali capaci di muoversi in auto e d in grado di fornire materiali ed attrezzature. Una parte dei pazienti sono stati trasferiti all’ospedale riabilitativo Wafa. Il dottor Al Halaby ha aggiunto che uno dei punti principali su cui si sta lavorando è la raccolta di dati di pazienti da cui ci si aspetta possano soffrire di disabilità.

Al Halaby ha poi sottolineato la scarsa qualità delle attrezzature, in particolare di sedie per disabili. “L’assedio colpisce in maniera negativa il nostro settore. Non ci sono fondi per acquistare apparecchi acustici, macchine o veicoli per disabili. La maggior parte della nostra attrezzatura dipende dalle donazioni che vengono dall’esterno. Succede, infatti, che, dopo l’arrivo di una donazione di attrezzature, bisogna cercare il paziente che ha bisogno di questi supporti, e non il contrario”, ha aggiunto Al Halaby, che ha infine sottolineato le difficoltà di fornire ai pazienti una riabilitazione completa.

Ci sono in Gaza diverse associazioni che si occupano di disabili e che cercano di fornire loro supporto. Alcune associazioni ricevono fondi dall’estero attraverso progetti specifici per l’acquisto di attrezzature, medicine, dispositivi medici per disabili, e laddove possibile, riescono a coprire i costi del trasporto di eventuali feriti all’esterno. In altri casi tali supporti arrivano tramite convogli organizzati da associazioni internazionali. Ci sono però casi di pazienti che non riescono a sostenere le spese per ricevere un’adeguata fisioterapia, a causa delle enormi difficoltà economiche in cui si trova la maggior parte della popolazione di Gaza dovute alla mancanza di lavoro. Un’ eccezione nella Striscia di Gaza è rappresentata dall’ Artificial Limbs & Polio Center (ALPC), connesso alla Municipalità di Gaza, in grado di fornire servizi protesici ed ortopedici a molti pazienti, grazie al contributo del Comitato Internazionale della Croce Rossa Internazionale (ICRC) che fornisce supporti tecnici quali i materiali e le componenti necessarie per costruire e produrre protesi ed ortesi, e che forma il proprio staff all’estero.

Gli amputati ricevono inoltre una specifica fisioterapia per essere allenati e rieducati a camminare. Il progetto di fisioterapia post chirurgica, insieme al Ministero della Salute e all’Unita’ di riabialitazione fisica mira a ridurre il rischio di disabilità a seguito di interventi chirurgici ed è attualmente implementato negli ospedali Shifa, Nasser ed European. Purtroppo, ironia della sorte, la Croce Rossa Internazionale acquista tutti i materiali per il centro in Israele, che quindi guadagna dai bombardamenti sulla popolazione di Gaza.

I feriti amputati durante l’operazione Pilastro di Difesa sono stati generalmente tutti trasferiti in ospedali in Egitto o Turchia, a seconda della gravità dei loro casi, per poi terminare la fisioterapia in Gaza. La situazione di emergenza che si era verificata durante quei giorni infatti non permetteva ricoveri di lunga durata a causa del sovraffollamento degli ospedali e dell’incessante arrivo di feriti minuto dopo minuto.

Oltre alle difficoltà per l’ottenimento di un impiego, questi disabili affrontano difficoltà di movimento anche per accedere alle proprie abitazioni, in quanto spesso gli edifici antichi sono privi di ascensori e in altri casi a seconda delle fasce orarie manca la corrente perché possano funzionare.

Le foto sono di Rosa Schiano

 

Di seguito alcuni casi dei feriti divenuti disabili durante l’operazione militare “Pilastro di Difesa”, iniziata il 14 novembre 2012 e terminata il 21 novembre 2012.

“C’è determinazione”: il caso di Khader Hader Al-Zahar
Khader Hader Al-Zahar, 25 anni, è uno dei cameramen feriti durante l’offensiva militare israeliana di novembre 2012. Durante la notte del 18 novembre 2012, verso le 2, gli aerei militari israeliani hanno lanciato 4 missili sull’ufficio della televisione al-Quds, all’undicesimo piano dell’edificio Shawa and Hussari in Gaza City. I missili sono entrati dal soffitto dell’edificio e sono esplosi all’interno. Sette fra giornalisti e tirocinanti sono rimasti feriti. Khader al-Zahar ha perso la gamba destra nell’attacco ed è rimasto ferito da frammenti di esplosivo su tutto il corpo.

Khader era andato a casa soltanto una volta in quei giorni. Era, come molti giornalisti e cameramen palestinesi in continuo movimento per riportare ciò che stava accadendo. Si trovava insieme ad i suoi colleghi all’interno dell’ufficio. “Quando Israele ha bombardato l’edificio ho pensato fosse un sogno, che non fosse reale”, ha detto Khader. Dopo il primo missile lanciato sull’edificio, tutti sono scappati, tranne Khader, che era rimasto ferito alle gambe. I quattro missili sono stati lanciati sull’edificio con un intervallo di tempo di 3-4 minuti. Dopo il primo missile, che l’aveva ferito alle gambe, Khader era inconscio. Uno dei suoi colleghi è tornato sul posto per trascinarlo all’esterno, ma ha potuto farlo solo per una breve distanza, perché poi un secondo missile ha colpito il palazzo. Successivamente la stessa persona l’ha poi trascinato sulle scale, pensando fosse morto perché era inconscio, poi il terzo missile. Il ragazzo è scappato nuovamente per poi tornare e trascinarlo all’ottavo piano, quando il quarto missile si è abbattuto sull’edificio. Nel frattempo Khader aveva ripreso i sensi.

Si era reso conto che non poteva muoversi. Un’ambulanza l’ha trasferito inconscio all’ospedale Shifa dove è stato ricoverato nel Reparto di Terapia Intensiva dalle 3.30 alle 10.00 del mattino. Durante l’intervento chirurgico la sua gamba è stata amputata. Successivamente i dottori dello Shifa hanno avviato la procedure per il trasferimento di Khader in Egitto. Alle 14.00 del giorno successive Khader ha lasciato Gaza ed è arrivato al Cairo alle 11.30 di sera, dove è stato ricoverato nell’ospedale El Zaytoun per 3 mesi. Durante il primo mese ha ricevuto 12 operazioni alla gamba destra. La parte posteriore della gamba infatti era distrutta, per questo era stata amputata.

Khader è rimasto anche ferito da frammenti di esplosivo, che tuttora sono presenti all’interno del corpo e che gli provocano dolore quando il tempo è freddo. Khader è tornato a Gaza il 13 febbraio 2013, in condizioni stabili. E’ rimasto a Gaza tre mesi, per poi tornare in Egitto, dove i dottori gli hanno fornito una protesi ed ha effettuato fisioterapia. Khader è rientrato a Gaza il 15 giugno 2013. Ogni sei mesi dovrà tornare obbligatoriamente in Egitto per un controllo medico. Il Doha Centre for Media Freedom ha coperto tutte le spese mediche ed i suoi trasferimenti.

Khader tornerà a lavoro tra una settimana. Probabilmente occuperà un ruolo diverso all’interno della televione Al Quds, si dedicherà di monitor ed editing. La sua determinazione a voler continuare il suo lavoro e la sua capacità di resistenza sono state alte. Khader vive con i suoi genitori, ha 4 sorelle e 2 fratelli. Suo padre aveva una fattoria, Khader era solito andare ad aiutarlo, ora non può camminare per lunghe distanze, o stare in piedi per molto tempo. “Molte cose sono cambiate” – ha detto Khader – ma Fi aziima, c’è determinazione”.

“La vita dei disabili è molto difficile”. Il caso di Mohammed Awad
Durante il sesto giorno di offensiva, il 20 novembre 2012, verso le 09.15 del mattino, un aereo militare israeliano ha lanciato un missile su un gruppo di cacciatori di uccelli nel terreno di Hamada in Beit Lahia, nel Nord della Striscia di Gaza, uccidendo Yahia Mohammed Awad, 17 anni, e ferendo suo padre Mohammed Awad, 43 anni.

“La guerra è iniziata durante la stagione della caccia. Ogni giorno andavo a cacciare nel Nord della Striscia di Gaza, dove c’erano anche alcuni figli di beduini. Yahia, mio figlio maggiore, mi chiedeva con insistenza di venire, ma ho sempre rifiutato. Quel giorno ho accettato. Un nuovo tipo di uccelli richiedeva l’uso di reti supportate da due alte stecche. Improvvisamente un missile ci ha colpiti”, ha detto Mohammed.

Privo di sensi, Mohammed è stato trasportato all’ospedale Al Awda, dove è stato operato e la gamba destra è stata amputata. Successivamente è stato trasportato all’ospedale Kamal Odwan dove è stato ricoverato nel Reparto di Terapia Intensiva. Il mattino successivo è stato trasportato in Egitto, ad Arish, dove è stato ricoverato 10 giorni, 3 dei quali in Terapia Intensiva. “Quando mi sono svegliato ho chiesto di mio figlio, mi hanno detto che era rimasto ferito, non che fosse morto. Quando ho chiamato mia moglie, lei non mi ha detto che Yahia era morto. Quando mia sorella è venuta in Egitto mi ha detto la verità”.

Successivamente Mohammed è stato trasferito all’ospedale Al Haram di Giza, dove è rimasto ricoverato 37 giorni. Qui non è stato sottoposto ad interventi né gli è stata fornita una protesi. Mohammed non ha chiesto nemmeno di poter avere una protesi perché consapevole dei costi elevati che essa richiede. Ha effettuato una fisioterapia nel centro ALPC di Gaza per rafforzare il muscolo della gamba così che in futuro possa usare una protesi. Forse la Unrwa potrebbe coprire parte delle spese insieme alla ICRC. E’ attualemente in attesa di una risposta.

Mohammed attualmente per muoversi usa un deambulatore. Esce solo per andare al centro di fisioterapia. Vive al quinto piano di un edificio senza ascensore. “Mi sento imbarazzato se devo camminare in strada ed incontro degli operai o dei lavoratori, perché ora ho bisogno di aiuto per muovermi, per lavorare. Ho bisogno di aiuto anche se sono in casa. La vita dei disabili è molto difficile, nessuno può capirlo. Se prima eri una persona attiva e dopo diventi disabile, ti senti inutile, senti di essere un ostacolo anche per la tua stessa famiglia. Non posso immaginare me stesso fra 10-15 anni in questa stessa situazione”.

Mohammed ha due figli maschi e due femmine, mentre il terzo figlio maschio è morto durante l’attacco. “Yahia era uno studente, mi aveva solo chiesto di potermi accompagnare”, ha detto Mohammed. Mohammed riceve uno stipendio dall’Autorità Palestinese, che però non è sufficiente a coprire tutte le spese che lui e la sua famiglia devono affrontare.

Il bombardamento inaspettato. Il caso di Abdel Malek Jawad Oqail
Abdel ha 26 anni. Il 17 novembre 2012, verso le 8 del mattino, stava camminando sulla corsia di Al Amal, in Khan Younis, per dirigersi verso la casa di suo fratello. Un caccia F-16 ha improvvisamente bombardato un’abitazione precedentemente evacuata. Abdel stava camminando accanto all’abitazione quando è avvenuto il bombardamento ed è rimasto ferito. Non ha perso i sensi, ha cercato di rialzarsi ma si è reso conto che non poteva camminare. Un’ambulanza è arrivata sul posto dopo circa 15 minuti e l’ha trasportato al Nasser Hospital.

Il giorno seguente Abdel è stato trasportato in Egitto, nell’ospedale Nasser del Cairo, dove la sua gamba destra è stata amputata e dove è stato operato al braccio sinistro in quanto fratturato. I dottori hanno posto un fissaggio esterno e successivamente un fissaggio interno al braccio che sarà rimosso dopo un anno. Abdel ha passato 7 giorni al Cairo, per poi tornare a Gaza. E’ rimasto ferito anche da frammenti di esplosivo sotto il polmone, ma tali frammenti, che gli causano dolore, non possono essere rimossi a causa della pericolosità dell’intervento.

Abdel è rimasto 5 mesi a Gaza e nel mese di aprile 2013 è stato trasportato in Turchia, attraverso l’associazione Assalama. In Turchia i dottori gli hanno fornito una protesi ed hanno operato il suo braccio sinistro, aggiungendo una parte di fissaggio interno. Dopo circa 2 mesi in Turchia, Abdel è tornato a Gaza una settimana fa.

Abdel non lavora. Si è laureato in scienze della formazione e potrebbe insegnare in una scuola elementare, ma non vi sono posti disponibili in questo momento. Ha fatto richiesta di lavoro a diverse scuole prima dell’offensiva militare e sta ancora aspettando risposta. Abdel vive in un campo di rifugiati ad Ovest di Khan Younis. La madre di Abdel trema, si è ammalata di diabete a causa del troppo stress. La sua famiglia è originaria del villaggio di Beit Darras, sottoposto nel 1948 ad un sanguinoso massacro da parte delle truppe israeliane contro gli abitanti del villaggio, che l’hanno circondato e bombardato.

A Gaza, in alcuni casi i civili possono rimanere feriti non da diretti bombardamenti ma da missili o oggetti inesplosi rimasti sulle strade delle città. Di seguito il caso di un bambino divenuto disabile circa 15 giorni prima dello scoppio dell’offensiva militare di novembre 2012.

Il caso di Feras Mohammed M. Al Tahrawi
Era il 29 ottobre 2012. “Stavamo tornando da scuola quando l’incidente è avvenuto. Un missile non esploso. Ho iniziato a giocare con questo oggetto di metallo come con un giocattolo, è esploso immediatamente”. L’esplosione ha causato a Feras la cecità ad entrambi gli occhi, la perdita di quattro dita della mano sinistra, ed alcuni frammenti di esplosivo l’hanno colpito alla testa. Feras è stato trasportato all’ospedale Shifa, dove è stato ricoverato per 15 giorni nel reparto di Terapia Intensiva. Successivamente è stato trasferito all’ospedale Saint Joseph di Gerusalemme, dove è rimasto per più di 40 giorni. Lì non è stato sottoposto a nessun intervento chirurgico, ma ha effettuato solo delle analisi del sangue e radiografie.

La madre di Feras racconta che non è stato facile raggiungere Gerusalemme. Al primo tentativo, le autorità israeliane le avevano detto che non c’era nessuna possibilità di raggiungere Gerusalemme attraverso il confine di Erez. La famiglia di Feras ha inviato la richiesta attraverso l’ospedale Shifa, ma l’intelligence israeliana ha chiamato suo padre comunicando: “Non accetteremo Feras qui”. Il padre di Feras, disperato, aveva risposto che se non avessero accettato suo figlio, l’avrebbe portato in altri Paesi, in Giordania per esempio, e che non avrebbe permesso che l’umiliassero.

Successivamente l’ospedale Shifa è riuscito ad ottenere il coordinamento e Feras ha potuto attraversare il valico di Erez dopo 4-5 giorni insieme ad una sua zia. L’Autorità Palestinese ha coperto le spese del viaggio. Quando è rientrato a Gaza Feras era in condizioni molto gravi. È stato trasferito nuovamente all’ospedale Shifa e da lì all’ospedale Wafa. Qui ha effettuato un periodo di fisioterapia. Successivamente Feras è stato trasportato in Egitto, nell’ospedale Al Qahera Al Fatimia del Cairo, dove ha subito un intervento chirurgico all’occhio perché vi era una possibilità di recuperarlo. Ha passato in ospedale 3 mesi. L’operazione è riuscita ed attualmente Feras può vedere attraverso il suo occhio destro, anche se la vista è offuscata. Ogni 3 mesi Feras dovrebbe tornare in Egitto per un controllo alla vista.

Forse con il tempo la sua vista potrebbe migliorare. La madre di Feras spera che suo figlio possa in futuro ricevere un’intervento chirurgico anche all’occhio sinistro. Le cure in Egitto sono state e saranno a carico della sua famiglia. Uno dei dottori ha consigliato a Feras di non praticare sport né esercizi per almeno due anni.

Feras non può andare a scuola. Ogni il suo viso esprime smorfie di dolore, Feras soffre ogni giorno di dolori alla testa, ed ha un raffreddore causato dall’operazione all’occhio. Feras ha frammenti di esplosivo nella testa ed alcuni anche all’interno del corpo. Il dottore ha detto che necessiterebbe di un intervento chirurgico, ma che è molto rischioso. Il dolore alla testa è causato dalla pressione dei frammenti. Quando il dolore si presenta, è talmente forte che Feras potrebbe cadere a terra, non ha l’equilibrio per restare in piedi.

Per quanto riguarda la mano sinistra, quando era ricoverato all’ospedale Shifa i dottori avevano concentrato l’attenzione solo sugli occhi. Successivamente, una delegazione francese di dottori è arrivata in ospedale ed ha eseguito un intervento chirurgico alla sua mano. Feras ha perso quattro dita.

“Mi sento sempre annoiato, soffro per mia disabilità perché non posso vedere i miei amici, non posso giocare, non posso andare a scuola, ed a causa del dolore improvviso ho bisogno di un letto”, ha detto Feras. Sua madre ha aggiunto che Feras è diventato molto nervoso anche con i suoi fratelli e sorelle. Feras sognava di diventare un dottore, e questo è ancora oggi il suo sogno. La madre spera che Feras possa avere una mano alternativa, lo aiuterebbe molto. Fares è all’ultimo anno necessario di scuola prima di poter accedere al liceo. Ha bisogno di corsi privati per poter continuare la formazione, ma sono molto costosi. “Gli insegnanti non gli hanno reso nemmeno visita, e questo lo ha amareggiato molto”, ha detto sua madre. Feras frequentava una scuola dell’Unrwa, la Al Falah school, nel quartiere di Tuffah. Sua madre ha chiesto al direttore della scuola assistenti sociali o una persona che possa andare a casa per aiutare Feras, ma la richiesta è stata rifiutata. Il direttore della scuola si è limitato a dire che non avrebbero cacciato Feras dalla scuola a causa delle assenze, ed ha rifiutato di inviare insegnanti. Nena News

thanks to: Rosa Schiano

Viaggio a Gaza – maggio 2013 report, da Gazzella ONLUS

Volo Alitalia Roma – Tel Aviv. Dopo 3 ore di viaggio arriva l’annuncio: ”si prega di restare seduti con le cinture di sicurezza allacciate. E’ vietato fotografare o usare binocoli come da disposizioni dell’autorità israeliana”. Stiamo sorvolando il mare, la costa ancora non la vediamo, ma è chiaro, sto arrivando in Palestina!

L’ultima visita a Gaza è stata lo scorso novembre. La Striscia di Gaza era sotto i bombardamenti. Uno dei tanti attacchi israeliani che a novembre 2012 ha causato più di 1200 feriti , di cui 253 erano bambini, e 156 martiri di cui 33 erano bambini. Distrutte infrastrutture, case, uffici governativi, scuole, sedi di associazioni e sedi giornalistiche.

Gaza dopo circa 6 mesi da quell’attacco ne porta ancora i segni in particolare le tante case da ricostruire. I sostegni economici dei paesi arabi (Qatar in primis) sono stati indirizzati alla ricostruzione di infrastrutture quali strade, vasche di contenimento per le acque reflue, uffici governativi.

Gli ospedali pubblici della Striscia di Gaza continuano ad essere in sofferenza e le attrezzature, in particolare per la prevenzione ma anche per la cura, non sono sufficienti a fronteggiare le necessità sanitarie.

A Gaza l’economia si basa soprattutto sul traffico dei tunnel, quasi tutti controllati dall’autorità di Gaza. Le merci in entrata vengono registrate e si deve pagare una tassa. Girando per la Striscia di Gaza si vive una evidente contraddizione: si vedono pub nuovi ed eleganti; spiagge private con entrata a pagamento; gente senza lavoro che vive di sovvenzioni e aiuti ONU; case ricostruite rifinite con materiali di lusso e costosi come il marmo; e di contrasto case senza acqua, senza pavimenti e finestre o che a malapena si possono definire case; elettricità distribuita a ore in diverse zone della Striscia. Una sopravvivenza sotto occupazione che evidentemente per alcuni, pur restando difficile, lo è certamente molto meno. A Gaza ti capita di vedere questi nuovi pub, dal chiaro richiamo italiano come Illy Caffè o Carino’s Restaurant dove nel menù trovi piatti italiani. Un espresso a Illy Caffè costa, consumato in piedi, 5 NIS cioè quasi 1 euro e 20 cent, la metà circa con cui vivono i poveri di Gaza.

L’attività dei pescatori è soggetta a continui attacchi israeliani e l’accordo dello scorso mese di novembre, raggiunto con “la tregua” – e cioè di permettere la pesca fino a 6 miglia dalla costa, non è mai stato rispettato. Anche i contadini devono fare i conti, tutti i giorni, con le forze di occupazione che impediscono, con continue aggressioni, la raccolta dei prodotti e la coltivazione della terra.

In questa situazione, dove non c’è speranza per una soluzione volta a riconoscere al popolo palestinese la sua terra e i suoi diritti, crescono i bambini /ragazzi in adozione con il progetto di Gazzella.

A Gaza ho visitato alcuni bambini disabili seguiti dall’Associazione Hanan ed altri sordomuti seguiti dall’Associazione Emaar per conto di Gazzella. Non ho potuto visitarli tutti perché non ne avrei avuto il tempo. Mi propongo di visitare i restanti al prossimo viaggio.

Alcuni bambini li ho incontrati presso gli spazi dell’Associazione Hanan, altri sono andata a trovarli nelle loro case. I genitori dei nostri bambini sono molto riconoscenti per il sostegno che arriva dagli adottanti e per tante famiglie il contributo che percepiscono costituisce l’unica risorsa economica.

Molte mamme mi hanno raccontato delle difficoltà e della paura che hanno avuto durante gli attacchi dello scorso novembre; numerose famiglie hanno dovuto lasciare le loro case perché colpite dalle bombe o perché situate vicino al ‘confine’ e quindi in aree soggette a continue incursioni israeliane via terra. In tanti hanno trovato alloggio presso parenti.

I nostri amici di Hanan mi hanno raccontato delle difficoltà a mantenere le attività a sostegno dell’infanzia per mancanza di risorse economiche a causa dei tagli che molte ONG hanno dovuto fare per la crisi economica internazionale. Stessa situazione per il Medical Relief che si è visto costretto a tagliare alcuni servizi sanitari nei centri di Khan Younis e Beit Hanun.

Durante la mia permanenza a Gaza ho incontrato, allo Shifa Hospital, la d.ssa May El Hachem e il dott. L. Dall’Oglio entrambi dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma che si trovavano a Gaza, con un programma definito, per sole 48 ore. Il dott. Dall’Oglio, chirurgo pediatra, aveva eseguito due interventi presso l’ospedale pediatrico Ranteesi. La D.ssa El Hachem era a Gaza per valutare alcuni casi di epidermolisi bollosa. I casi verranno poi seguiti in loco da personale che afferisce all’associazione Debra Italia ( Ricerca sull’Epidermolisi Bollosa). Confrontandoci sulle nostre esperienze ho potuto apprendere che uno dei casi che abbiamo in adozione, la nostra Islam affetta da epidermolisi bollosa, è seguita dal team che afferisce al progetto della d.ssa El Hachem. Islam, 3 volte alla settimana, riceve le cure presso il reparto di dermatologia dello Shifa Hospital. Ho approfittato dell’opportunità di questo breve incontro per sottoporre ai due medici alcuni casi di bambini che abbiamo in adozione e che a detta dei dottori locali necessitano di interventi. Immediatamente – con l’aiuto di Elham, collaboratrice del Medical Relief – abbiamo fatto venire per una visita Di’ja, Hanadi e Sa’ad, bambini feriti che sono nel progetto Gazzella. Mentre per Di’ja ed Hanadi non vi è l’urgenza di intervenire per Sa’ad c’è l’impegno di raccogliere le cartelle cliniche per una valutazione medica e verificare la possibilità che un medico chirurgo del Bambino Gesù vada a Gaza per effettuare l’intervento. Nelle poche ore trascorse con i medici del Bambino Gesù abbiamo avuto modo di condividere le nostre esperienze, il nostro pensare comune su quanto ci sia da fare per i servizi sanitari palestinesi, sia di cura che di prevenzione, consapevoli che il lavoro e l’impegno, seppure non risolutivi dei problemi, possono di certo alleviare molte sofferenze.

Il venerdì in cui mi trovavo a Gaza è stata una serata particolare: i locali pubblici si sono riempiti di palestinesi accorsi per vedere la trasmissione musicale Arab Idol (una competizione fra vari cantanti, vince chi riceve più voti), ma soprattutto per condividere e supportare il messaggio del cantante Mohammed Assaf. Davanti a grandi schermi stavano seduti giovani e non, con la bandiera palestinese, in attesa di ascoltare il giovane di Khan Younis che attraverso le parole delle sue canzoni canta la sofferenza e i diritti del popolo palestinese. Io stavo seduta sola davanti ad una tazza di thè quando un signore avvicinandosi mi chiede se ho una carta telefonica attiva. Alla mia risposta affermativa mi spiega come e perché votare per Assaf, il n. 3: “Assaf canta le nostre canzoni e il profumo della nostra terra”.

Durante la mia permanenza a Gaza ho condiviso l’appartamento con due operatori/psichiatri provenienti dalla Germania. Hanno svolto attività presso una scuola di Beit Lahiya. Il progetto che stanno cercando di avviare, il “Mental Health Project-Psyco drama”, consiste nel far esprimere ai bambini, attraverso il gioco, le paure e le angosce. Agnes e Stefan avevano con loro, quale attrezzatura per le attività, animali in plastica e carta colorata.

Lascio Gaza, ma non senza essere sottoposta al controllo al ‘confine’ di Erez. Il “vecchio body scan” è stato sostituito con altra apparecchiatura, forse di nuova generazione! Ma sulle emissioni di radiazioni nessuna informazione.

Vorrei ringraziare tutti e tutte per gli sforzi che state facendo, non solo per alleviare le sofferenze dei nostri bambini, ma anche per la tenacia della vostra solidarietà che aiuta a far conoscere le condizioni di oppressione nelle quali vivono i palestinesi.

G.

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Striscia di Gaza, continuano gli assalti israeliani

Pal.info e InfoPal. Venerdì 24 maggio, le forze di occupazione israeliane hanno assaltato le aree a est di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, per la terza volta in 24 ore.

Il corrispondente di Pal.info ha riferito che soldati israeliani, a bordo di sei veicoli blindati, compresi bulldozer, sono entrati per 200 metri a est della città di Qarara, a nord-est di Khan Younis, e hanno spianato terreni agricoli, mentre sparavano alla cieca.

A Beit Lahiya, nel nord della Striscia, l’artiglieria israeliana ha bombardato terreni agricoli.

Le continue violazioni israeliane alla tregua stipulata a novembre del 2012 con le fazioni della resistenza palestinese hanno già provocato cinque morti tra i palestinesi, decine di feriti e distruzione, ma i media internazionali, grazie alla vasta e capillare opera di disinformazione della Israeli Lobby, riportano, nelle rare occasioni in cui si occupano di Palestina, ben altre versioni dei fatti.

Queste violazioni rappresentano, di prassi, una provocazione israeliana per provocare la reazione della resistenza palestinese e per scatenare una guerra unilaterale.

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Adel Baker, pescatore di Gaza, ora in lotta per la vita in ospedale

Il 1 maggio in molti paesi si celebra la festa dei lavoratori. Anche Gaza ha celebrato la festa dei lavoratori in una manifestazione in centro città.
Eppure, non è festa per i pescatori palestinesi.
Nelle prime ore del mattino del 1 maggio 2013, un pescatore palestinese è rimasto gravemente ferito quando navi militari israeliane a largo delle coste di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, hanno aperto il fuoco contro pescherecci palestinesi che si trovavano all’interno delle 3 miglia nautiche dalla costa.
Durante l’attacco, un pezzo del motore che serve a tirare su le reti e’ caduto violentemente  sulla testa di Adel Al Karim Baker, 51 anni, di Gaza City, che e’ rimasto gravemente ferito.
Adel Baker è stato trasportato al Najjar hospital e successivamente all’ European hospital in Khan Younis. Ci siamo diretti in ospedale per accertarci delle sue condizioni.
Adel si trova nel reparto di Terapia Intensiva. Un documento ospedaliero all’interno della sua stanza riporta “orario di ammissione 5.00 am”.
Abbiamo parlato con il Dottor Yasser AlKhaldi, capo del reparto di Terapia Intensiva dell’European hospital. Il dottor AlKhadi ci ha detto che Adel ha subito un grave trauma cranico e che era arrivato in ospedale privo di sensi.
Il dottore ha aggiunto che Adel è stato sottoposto ad intervento chirurgico per alleviare la pressione dei frammenti delle ossa nel cranio e che si trovava ora sotto ventilazione artificiale.
Adel ha subito una frattura cranica depressa (la frattura depressa  del cranio è una rottura di un osso del cranio con la depressione dell’osso verso il cervello).
Il dottor AlKhaldi ha aggiunto che c’è stato un miglioramento delle condizioni di Adel e che hanno iniziato a ridurre i sedativi.

 

Durante la visita abbiamo incontrato Aatef Baker fratello di Adel. “Adel era su un peschereccio  insieme ad undici pescatori. Mentre stava pescando, la marina militare israeliana ha aperto il fuoco, un proiettile ha colpito un oggetto sulla barca, che è caduto sulla sua testa, causandogli il trauma. Erano al confine con l’Egitto, a 2 miglia dalla costa.”, ci ha detto Aatef.

Abbiamo lasciato l’ospedale ed abbiamo preso i contatti del dottor AlKhaldi e della famiglia di Adel per poter essere aggiornati sulle sue condizioni.
Avvertivo un senso di impotenza e di angoscia, ma allo stesso tempo speravo con tutte le mie forze che Adel fosse abbastanza forte da sopravvivere, che fosse abbastanza forte anche questa volta.
Il giorno successivo siamo andati a visitare la famiglia di Adel nel campo rifugiati di Shati, in Gaza city.
Adel ha 7 figlie e 2 figli, di cui uno è pescatore. Un cugino di Adel, Mostafa Baker, ci ha detto che forse in seguito potrebbero valutare la possibilità di trasferirlo in un altro ospedale.

L’abitazione era piena di donne e di bambini che ci circondavano e di tanto in tanto fissavano i loro occhi su di noi.

“Tutta la famiglia e’ riunita qui perche’ stiamo aspettando notizie. Il fratello di Adel sta per tornare dall’ospedale”, ci ha detto Mostafa.

“Gli attacchi e gli arresti colpiscono la nostra vita. Niente pesce niente soldi”, ha esclamato una donna della famiglia, Um Eid Baker, che ha infine aggiunto “ricordiamo di quando i nostri padri potevano raggiungere le 12 miglia dalla costa.”
Adel Baker lavorava da 30 anni come pescatore, ed era l’unica persona della famiglia ad avere un lavoro, la sua famiglia non ha altre fonti di guadagno.
“Questa è la stagione migliore per i pescatori – afferma Mostafa – è la grande stagione delle sardine”. I familiari poi hanno specificato che i pescatori, a causa del limite delle 3 miglia nautiche dalla costa, sono costretti ad arrivare fino a Rafah per poter pescare, ed addirittura entrare in acque egiziane, uno spostamento che comporta grandi spese soprattutto per il carburante.

Durante la nostra conversazione, Aatef, il fratello di Adel, è tornato dall’ospedale portando con sé il report ospedaliero.

Sul report ospedaliero è specificato che Adel Baker e’ stato trasferito dall’ospedale Al Najjar all’ ospedale European, e che ha subito una ferita alla testa e danneggiamento al cervello. E’ indicata la necessità di intervento chirurgico e trattamento. Inoltre, il report specifica: “Al Aqsa conditions”, espressione con la quale si usa definire un ferito o una vittima di aggressioni israeliane.

 

 

Successivamente abbiamo incontrato Sobeh El-Hessi, pescatore che era a bordo del peschereccio insieme ad Adel Baker, nonché gestore del peschereccio.
“Stavamo pescando al confine tra le acque egiziane e le acque palestinesi. Alle 2 del mattino la marina militare israeliana ha iniziato a sparare, eravamo a circa 2 miglia nautiche dalla costa”, ha iniziato a raccontare Sobeh. “Abbiamo cercato di nasconderci dai proiettili. Poi quando i soldati hanno smesso di sparare, abbiamo visto il corpo di Adel Baker disteso sul pavimento ed abbiamo pensato che un proiettile l’avesso colpito alla testa. Poi abbiamo capito che non era stato un proiettile, ma un oggetto pesante che fa parte del motore, Adel aveva una grande ferita alla testa. Ho chiamato l’ Unione dei pescatori per comunicare che c’era un ferito e per chiedere un’ambulanza. Un hasaka ha portato Adel alla spiaggia e l’ambulanza era pronta per portarlo in ospedale, erano circa le 3 del mattino”, ci ha raccontato Sobeh.
I pescatori erano entrati in acque egiziane e stavano rientrando in acque palestinesi quando è avvenuto l’attacco.
Il giorno successivo i pescatori non sono andati a pescare.
Sobeh ci ha raccontato con preoccupazione anche dei recenti attacchi israeliani con cannonate d’acqua. Gli attacchi stanno avvenendo infatti anche a 10 metri di distanza tra i pescherecci e le navi militari israeliane.
Poco più di un anno fa un pescatore è stato ucciso da un corto circuito a seguito di un attacco israeliano con cannonate di acqua.
L’ esercito israliano lancia acqua direttamente sul generatore di corrente, spara alle reti, al motore, causando così incidenti. Alto diventa allora il pericolo di shock elettrico o incidenti come quello di Adel.
“I pescatori possono vedere il pesce oltre le tre miglia, ma non possono attraversarle”, afferma poi Sobeh parlando delle condizioni di vita dei pescatori di Gaza.
“Quando i soldati israeliani sparano dobbiamo scappare, non possiamo sostenere le nostre famiglie. Questi ultimi giorni sono stati duri. Prima della guerra gli attacchi israeliani avvenivano ad una maggior distanza,  ma dopo la guerra la marina militare ha iniziato ad avvicinarsi molto ed i soldati sparano più del solito”, conclude Sobeh.
Gli occhi di Sobeh el Hessi sono tristi, spaventati, ma anche arrabbiati per quanto avvenuto a Adel.
A Gaza, andare a pescare ormai significa andare ad affrontare un esercito.
Come riportato costantemente dal Palestinian Center for Human Rights, gli attacchi israeliani contro i pescatori palestinesi costituiscono una violazione del diritto umanitario internazionale, soprattutto del diritto alla sicurezza della propria persona, in accordo con l’ Articolo 3 della Dichiarazione
Internazionale dei Diritti Umani, del diritto al lavoro ed alla sussistenza, del diritto ad una vita dignotosa.
Gli attacchi indiscriminati contro la popolazione civile costituiscono crimini di guerra.
Israele ha progressivamente imposto restrizioni ai pescatori palestinesi sull’accesso al mare. Le 20 miglia nautiche stabilite sotto gli accordi di Jericho nel 1994 tra Israele e l’Organizzazione di Liberazione della Palestina  (OLP), sono state ridotte a 12 miglia sotto l’Accordo Bertini nel 2002. Nel 2006, l’area acconsentita alla pesca è stata ridotta a 6 miglia nautiche dalla costa. A seguito della offensiva militare israeliana “Piombo Fuso” (2008-2009) Israele ha imposto un limite di 3 miglia nautiche dalla costa, impedendo ai palestinesi l’accesso all’ 85% delle acque a cui hanno diritto secondo gli accordi di Jericho del 1994.
Gli accordi raggiunti tra Israele e la resistenza palestinese dopo l’offensiva militare israeliana di novembre 2012, “Pilastro di Difesa”, hanno acconsentio ai pescatori di Gaza di raggiugere nuovamente le 6 miglia nautiche dalla costa. Nonostante questi accordi, la marina militare israeliana non ha cessato gli attacchi contro i pescatori di Gaza, anche all’interno di questo limite. A Marzo 2013, Israele ha imposto nuovamente un limite di 3 miglia nautiche dalla costa, affermando che tale decisione era stata presa a seguito dell’invio di alcuni razzi palestinesi verso il sul di Israele.
A Gaza si contano attualmente circa 4.000 pescatori regolarmente registrati, mentre nel 2000 se ne contavano circa 10.000. In una decina di anni, il numero di pescatori si è progressivamente ridotto, da quando Israele ha iniziato ad imporre restrizioni sull’accesso al mare e ad usare violenza per rafforzare queste restrizioni. Tali restrizioni, i continui arresti ed attacchi, costringono i pescatori ad abbandonare il loro lavoro e negano loro l’unica fonte di sussistenza per le loro famiglie. Moltissimi pescatori, con coraggio e determinazione, continuano a richiare la vita per poter sostenere le proprie famiglie.
Al momento in cui scrivo, le condizioni di Adel Baker sono leggermente migliorate, ma si trova tuttora privo di sensi nel reparto di Terapia Intensiva.
Mentre Adel Baker lotta in ospedale, molti pescatori si trovano in mare affrontando il pericolo di nuovi attacchi.
Mentre la comunità internazionale rimane in orrendo silenzio, i nostri pensieri ed il nostro cuore sono al fianco di questi uomini coraggiosi.
Forza Adel.
thanks to: Rosa Schiano

S.O.S. for Gaza — Compilation

SOUNDS OF THE STREET FOR GAZA”
E’ un progetto internazionale e nasce per riunire gruppi ed artisti underground che vogliono denunciare attraverso la loro musica i massacri compiuti sotto il cielo di Gaza.
S.O.S. for Gaza inoltre vuole unire le bands e artisti che hanno sentimenti di solidarietà per la causa palestinese, che abbiano avversione contro la discriminazione di questo popolo e la violenza militare sionista; che abbracciano ideali antirazzisti, antisionisti e antiautoritaristi.
Il progetto vuole dare un concreto aiuto economico alle vittime di queste stragi oltre alla massima solidarietà al popolo Palestinese!

1.Clicca sul pulsante 2.Controlla la tua posta elettronica 3.Completa l’operazione.
Contatta questa e-mail per difficoltà legate al download : s.o.s.4gaza@gmail.com
Cliccando sul pulsante di download si viene reindirizzati automaticamente alla schermata di pagamento tramite Paypal.
La quota viene versata automaticamente sul conto paypal dell’associazione Dima. Lo staff di SOS for Gaza ha il solo ruolo di mediazione e non si occupa in nessun modo della gestione del denaro.
Per maggiori informazioni sull’associazione Dima e i suoi progetti visita la sezione dedicata su questo sito o contatta Francesco Giordano, responsabile DIMA, all’indirizzo email f.giordano52[at]gmail[dot]com.
All’interno della cartella troverete:

  1. COMPILATION “S.O.S FOR GAZA” IN FORMATO MP3 con ben 120 brani di artisti internazionali della scena underground Punk, Hip Hop, Hardcore, Ska, Folk
  2. COPERTINA COMPILATION stampabile
  3. POSTER A2 S.O.S. FOR GAZA stampabile
  4. AVATAR da poter caricare come “immagine profilo” testimoniando il supporto al progetto

 

thanks to:

Movi(e)ng to Gaza

Una produzione: Teleimmagini
Lunghezza: 72 minuti
Formato: Hd/colore
Nazionalità: Italy-Palestine

MOVIENG TO GAZA è un progetto per la realizzazione di un film collettivo. L’obbiettivo è descrivere Gaza attraverso la vita quotidiana di personaggi, caratterizzata da piccoli ma profondi segni di resistenza. Il film sarà realizzato da videomakers italiani e palestinesi, condividendo idee, storie, visioni e competenze tecniche.
Non un film su Gaza, ma con Gaza.
Una striscia di terra distrutta dalle continue guerre, una prigione a cielo aperto di cui parlano tutti i giornali ma che nasconde complessità e diversità che non sono ancora state raccontate.

CONTESTO

La Striscia di Gaza è dal 2007 sotto il controllo politico di Hamas, considerata dalle Nazioni Unite un’organizzazione terroristica. Da questo momento gli Stati Uniti, il Canada e l’Unione Europea hanno congelato tutti gli aiuti allo Stato Palestinese. Israele ha inoltre posto un embargo sulla Striscia e permette solo ad una quantità ridotta di aiuti umanitari e ospedalieri di entrare ed escludendola dal libero mercato, causando così una forte crisi energetica ed economica.

Sinossi
Il film si svolge nell’arco di una giornata. Nello scorrere naturale del tempo i personaggi mostrano attraverso le loro azioni la semplice complessità della vita della Striscia, fatta di gesti normali in un contesto che non ha nulla di normale. I personaggi verranno seguiti nello svolgersi della loro attività/arte specifica e all’interno del loro contesto familiare, lavorativo e sociale.

Metodo Narrativo
Pensiamo che per questo progetto sia sbagliato scrivere una sceneggiatura ferrea, ovvero stabilire in maniera chiusa lo svolgimento del film. Cercando di costruire una narrazione immaginata a tavolino, ricostruendo dialoghi che poi andrebbero tradotti in arabo, rischiamo di incappare fin da subito in un errore sostanziale, cioè l’interpretazione artefatta e eurocentrica della realtà di Gaza. Vogliamo che siano i palestinesi a raccontarsi, attraverso le loro azioni e attraverso dei dialoghi naturali che possiamo cogliere dalle loro conversazioni tra familiari, amici, persone per strada.

Personaggi
Il film si compone di molteplici personaggi per raccontare in maniera esaustiva la complessità della realtà di Gaza. Donne e uomini, giovani e anziani, benestanti e poveri: un mosaico di umanità, ogni persona rappresentata attraverso la sua tensione specifica.
L’ anziano contadino della Buffer Zone che coltiva la sua terra tra i colpi sparati dai soldati, il rapper che si esprime con la musica.
La giornalista agiata, chiusa nel suo microcosmo, per cui i social network sono una finestra sul mondo, la tessitrice della cooperativa di donne, la cui forza è la collettività.
I ragazzi che praticano il parkour durante I bombadamenti, i pescatori in un mare di sole 6 miglia, la donna che ha perso casa e marito nell’ultima guerra. E molti altri ancora.
Uomini e donne che resistono, capaci di tenerezza e sorrisi, determinati a non soccombere a condizioni di vita che ai nostri occhi appaiono impossibili.

NOTE DI REGIA
Raccontare la vita di Gaza City con un affresco corale, fatto di vari personaggi e situazioni, ripresi nel classico stile dell “observation movie”.
Senza dialoghi ricostruiti, ma solo intercettati dal mezzo cinematografico, a seconda di cosa succede nella realtà. Quadri per lo più fissi, utilizzando il limite dell’ inquadratura per rappresentare l’impossibilità per i nostri personaggi di superare i confini che accerchiano la striscia di Gaza.
Uno stile senza simboli, ma fatto di immagini, di realtà, di tempo.
Le leggi del movimento e della riorganizzazione del tempo in questo film non devono essere sostituite dalle leggi del tempo scenico, imposto dalla sceneggiatura.
Si tratta di scegliere e unire brani di fatti in successione, relativi alla vita dei nostri personaggi e che raccontino il contesto, ed essere in grado di vedere e di sentire quali sono i nessi, cosa li unisce indissolubilmente.
Il cinema è libero di avvalersi di qualsiasi fatto disseminato nell’arco temporale che ha scelto, può estrapolare dalla vita qualsiasi cosa.

Production plan/time of delivery

Scrittura progetto gennaio/febbraio 2012
Sopralluoghi aprile/maggio 2012
Promozione e prima raccolta fondi febbraio 2012/ febbraio 2013
Riprese febbraio/marzo 2013
Posproduzione aprile/ottobre 2013
Seconda raccolta fondi marzo 2013/ dicembre 2013
Promozione festival ed eventuale distribuzione da dicembre 2013

Business Plan
Scrittura progetto e sopralluoghi, 4.500 euro già ricavate con found raising e investite.
Riprese 6.000 euro già parzialmente ricavate con found raising e investite.
Post-produzione, promozione, distribuzione, contributi ai partner locali 15.000 euro da ricavare con found raising

Presentazione Teleimmagini

Teleimmagini è una factory di videomakers (nata nel 2000 a Bologna), che ha sempre lavorato nell’ambito della comunicazione indipendente.
Attraverso una condivisione di risorse, saperi e conoscenze tecnologiche, Teleimmagini realizza produzioni audio-video per il web, corsi di formazione sulla comunicazione, organizza eventi e cineforum, realizza inchieste, documentari e fiction.
Ha realizzato cineforum e incontri con i più importanti personaggi del cinema a Cuba; in Venezuela ha collaborato con il canale Vivetv.
Nel contesto del conflitto colombiano, dove è stata attiva per 4 anni, ha prodotto documentari sul narcotraffico e sul paramilitarismo. Nel 2005 ha fondato la Scuola di Comunicazione Popolare Alberto Grifi , uno spazio di formazione per offrire a persone da sempre escluse dal panorama della comunicazione, la possibilita di comunicare con i media mainstream.
Nel 2009 e’ attiva in Messico, dove realizza workshop nelle comunità indigene nello stato di Oaxaca. Nel 2010 la Scuola di Comunicazione ha fatto i suoi laboratori a Smira, una piccola comunità contadina in Marocco.

In Italia ha prodotto differenti inchiesta:

2011
– doc La Fabbrica dei Clandestini Capitolo 1: Il Campo sulla Manduria Oria
– doc La Fabbrica dei Clandestini Capitolo 2: Ventimiglia

2010
– doc Via Padova è Meglio di Milano , in collaborazione con Nicola Angrisano
– doc Un pò di petrolio, con InsuTv
2009
– doc Paisà – Storie di Migranti in Campania , di Manolo Luppichini, Claudio Metallo, Jacopo Mariani

2008
– doc Fratelli di TAV , di Manolo Luppichini, Claudio Metallo

2006
– doc Mercancia , di Andrea Zambelli

Partner:
Teleimmagini, Visual Communication Project, Umanità Nova, Coop Trasparenze, Palestinian Center for Humans Rights, Spa XM24, Loa Acrobax, Cs PaciPaciana, FreePalestine, Union Palestine Women Comitee, Torneo del Fubal Popolare Mirko Burgio, Kanaan Media Network , Centro Italiano di Scambio Culturale -VIK

Profilo degli Autori del Progetto

Andrea Zambelli

Lavora sui documentari di creazione dal 2000, come regista e direttore della fotografia.
Dal 2001 collabora sul territorio bergamasco con diversi registi teatrali e con la Lab80Film, con cui ha realizzato diversi documentari.
Nel 2003 lavora come assistente alla regia sul film “Dopo mezzanotte” di Davide Ferrario, collaborazione che continua poi nel 2005, quando effettua le riprese per la parte girata in Moldavia di “La strada di Levi”.
Il suo film più importante, “Di madre in figlia” (2008), è stato l’unico documentario italiano selezionato al Toronto International Film Festival 2008. Ha girato documentari in Palestina, Libano e Colombia, alcuni dei quali nell’ambito di progetti di formazione di gruppi di informazione indipendente in territori di conflitto.
Nella filmografia spiccano:
From Mother to Daughter (orig. title “Di madre in figlia”, 2008, 82’)
Toronto International Film Festival 2008 / Torino Film Festival 2008 – section “Lo Stato delle Cose” –
Premio “Maurizio Collino” / Piemonte Movie 2009 / Bergamo Film Meeting 2009 / Terra di Cinema
Tremblay-en-France 2009 / Uruguay International Film Festival 2009 – section “Focus Italia” / Kansas
City Filmakers Jubilee 2009 / Filmfest Munchen 2009 / Villerupt Italian Film Festival – Special
Event / 29th Amiens International Film Festival 2009 / Women’s World Film Festival Germany –
official selection / Rencontres du Cinema Italien de Toulouse 2009 / rassegna “Histoires d’It: le
nouveau documentaire italien” (Institut Culturel Italien de Paris) / Mantova Film Fest 2009 – 1st prize “Luoghi e storie per il cinema”

Mercancìa (2006, 23′ documentary)
Festival Fiaticorti 2006 – 1st prize section “dossier” / CortoImolaFestival 2006 – 1st prize section “documentari” / Tekfestival 2007 – 2nd prize section “AAMOD” / Festival Cinemambiente 2007 – 2nd prize section “documentario italiano”

Deheishe refugees camp (2002, 29′ documentary)
Cortopotere 2002 – 1st prize / Tonicorti 2002 – 1st prize

Farebbero tutti silenzio (2001, 28′ documentary)
Genova film festival 2002 – 2nd prize

Nicola Grignani

video/maker e tra i fondatori del collettivo video Teleimmagini. Dal 2002 Con Teleimmagini
realizza vari reportage e documentari sul tema dei migranti in italia e partecipa a progetti di comunicazione
e solidarietà internazionale in Colombia.
Nel 2007 inieme al regista Filippo Ticozzi realizza la serie di documentari in Cile “Il paese sottile” produzione MarcopoloTv,Sky Italia.
Nel 2008 filma “Historias de Guatemala” documentario di 52 min sulla situazione dei diritti umani
nel paese Centroamericano e partecipa successivamente al festival del Cinema Politico a Buenos Aires
e al Festival Latinoamericano di Trieste.
Nel 2010 è autore insieme a Claudio Metallo e Mico Meloni di “Un pagamu, la tassa della paura”
storie di persone che hanno deciso di ribellarsi al pizzo a Lamezia Terme.
Il documentario pattecipa e vince alcuni festival in italia
Efebo Corto – Premio Miglior Documentario (2012), Sila Film Festival a Roma – Premio Impegno Antimafia (2012), Val Bormida FilmFestival – Premio Miglior Documentario (2011), Film Festival di Ghedi – Premio Miglior Documentario (2011), Trani Film Festival – Menzione Speciale della Giuria (2011)
Oltre alla regia si occupa della fotografia e delle riprese di alcuni documentari. “Un cammino lungo un giorno”(Guatemala 2010, di Filippo Ticozzi). “Lugo: desafio paragayo”(Paraguay 2012, di Anna Recalde Miranda)

Luca Scaffidi

Videomaker, direttore della fotografia, esperto in comunicazione sociale e web-communication nato a Milamo il 1978 e residente a Roma. E’ tra i fondatori del collettivo di filmaker Teleimmagini, realizzando cortometraggi,reportage,inchieste e laboratori sulla comunicazione. E’ tra gli animatori di progetti quali Indymedia, NewGlobalVision e Telestreet (vincitori del premio Prix Ars Electronica). Realizza progetti sulla comunicazione in Colombia, Cuba, Venezuela. Firma la fotografia del lungometraggio indipendente “Teleaut, ultima trasmissione”, di videoclip (Radici nel Cemento), di spot, video industriali, cortometraggi e reportage (“GreenJobs” per il canale Raines24). Nel 2013 è tra i vincitori del progetto della comunità europea EURO MED Youth, in qualità di docente, sulla realizzazione di web-doc da tenersi a Nablus,Palestina. Nel 2013 realizzera’ corsi per l’Istituto europeo del Design.

Valeria Testagrossa

Videomaker, fotografa e giornalista. Il suo percorso artistico comincia con la fotografia di reportage. Nel 2010 frequenta un master in giornalismo multimedia alla University of Westminster di Londra, con specializzazione in produzione di documentari. In quell’anno comincia a lavorare come reporter e film-maker per il quotidiano Inglese TheGuardian. Nel 2011 il suo team vince il One World Media Award come miglior articolo di notizia internazionale, per una investigazione sul tema della migrazione.
Dal 2012 lavora come film-maker per una televisione catalana a Barcellona, sviluppando parallelamente progetti di comunicazione indipendente.

Sandro Di Fatta

Studia arte e  fotografia, frequenta a Roma l’ Istituto Europeo di Design si dedica esclusivamente alla fotografia di reportage, con particolare attenzione all’indagine sociale e alla descrizione ambientale. Ha pubblicato i suoi reportage su testate a livello internazionale, ha collaborato con “Humans Rights”, ha pubblicato  Vietnam 30 anni dopo, Oronero, The Red March e H2asia.

Hussien Amody

Giornalista e coordinatore locale per varie agenzie di notizie e fondazioni globali.
Ha seguito la guerra come foto-reporter freelance e fixer, lavorando con molti giornali e televisioni internazionali.
Vive nella striscia di Gaza e conosce tutti i movimenti politici locali. Conosceva molto bene Vittorio Arrigoni lavorando con lui nell’International Solidarity Movement (ISM).
Dopo la morte di Vittorio ha aperto assieme a Meri Calvelli Il Centro italiano Per Scambi Culturali Vik (VIK).

Silvia Procopio

Laureata al DAMS dell’università di Bologna con una tesi di laurea sviluppata a Bali (Indonesia) con uno studio sul ruolo della donna nel teatro, ho sviluppato un percorso artistico centrato nell’ambito degli studi visuali e documentaristi.
Nel 2004 entra a far parte della VISUAL COMMUNICATION PROJECT, un network europeo di artisti visuali, con la quale sviluppa progetti in Messico, Cuba, Colombia e Marocco legati alla documentazione di progetti per ONG, soprattutto organizzando corsi di comunicazione popolare con la SCUOLA DI COMUNICAZIONE POPOLARE ALBERTO GRIFI.
Dal 2009 vive a Berlino, città in cui ha frequentato un Master in Antropologia Visuale e dei Media alla Freie Universität sviluppando una tesi finale sui movimenti di base ecologisti.
Dopo il Master ha aperto una sede della VISUAL COMMUNICATION PROJECT fondando uno studio di produzione e post-produzione video.

Viktor Bošnjak

Registrazioni Audio in presa diretta
Nato a Linz, in Austria, da lavoratori emigrati dalla ex Jugoslavia. Affrontando fin dall’infanzia il pregiudizio verso i migranti ha sviluppato l’interesse per le problematiche sociali.
Nel 2001 ha terminato il corso per “Sound Engineer” alla SAE, School of Audio Engineering, a Vienna. Fra il 2000 ed il 2005 ha costruito diversi impianti audio (PA), organizzato oltre 70 eventi di musica elettronica in tutta l’Austria e prodotto 2 dischi poi venduti in 1000 copie in tutta Europa.
Dal 2008 si occupa di dirigere la registrazioni audio in presa diretta e la post-produzione del suono per diversi reports, documentari, spot e film.
Da citare “Un Po di petrolio” (2011, selezionato da Cinemambiente Film Festival, di Torino), “La fabbrica dei clandestini” (2011), “Marchionne in Fonderia” (2011), “Figli di Fiat” (in produzione) e “Afreaks, mission is possible” (in produzione).
Ama il lavoro preciso e meticoloso e crede nel lavoro di gruppo, come occasione per condividere saperi e problematiche. Dal 2011 decide di intraprendere la collaborazione con SMK Videofactory come responsabile di presa diretta audio.
Parla tedesco, serbo/bosniaco/croato, inglese, francese, italiano ed esperanto.

Isabella Urru

Riprese, montaggio e post-produzione video
A Dublino, a 18 anni, ha sperimentato per la prima volta la fotografia.Cresciuta con la passione per il viaggio, nel 2003 dopo la laurea in Culture e Tecniche del costume e della moda, si trasferisce in Olanda per lavorare come grafico di collezione (Karl kani e Kani Lady) presso l’azienda di moda Urbantrend.
Nel 2007 consegue il diploma come Film Designer presso l’ Istituto SAE di Amsterdam intraprendendo la strada del documentario.Nel 2008, lavora in Austria come co-regista del film “I Nix Kanak”, sulla condizione degli stranieri e i rifugiati a Linz, in collaborazione con Caritas Austria.
Attualmente sta lavorando su un nuovo soggetto documentaristico “Afreaks, mission is possible”, reportage critico girato tra Marocco, Mauritania, Mali e Burkina Faso.
In collaborazione con “Azione Climatica” di Bologna, “InsuTv” di Napoli e “Teleimmagini”, nel 2010 lavora come co-regista ed editor al mediometraggio “Un Po di petrolio. Il disastro ambientale volutamente rimosso dalla cronaca”.All’interno della Smk Videofactory si occupa di riprese, montaggio e post-produzione video.

Alberto Mussolini

Laureato al DAMS dell’università di Bologna con una tesi di laurea sulle esperienze dei nuovi linguaggi visuali attraverso i media indipendenti italiani, ho sviluppato competenze tecniche e organizzative nell’ambito di prodotti multimediali, dall’ideazione alla post-produzione.
Ho lavorato presso istituzioni italiane, olandesi e tedesche come l’Accademia delle belle arti di Carrara, il festival Transmediale di Berlino e il DEAF di Rotterdam. Sono tra i fondatori di Teleimmagini, laboratorio audiovisivo sperimentatore di nuove pratiche di comunicazione attraverso la rete, l’etere ed anche spazi sociali.
Attualmente lavoro come tecnico per la copertura di eventi con la Kreative lab di Milano e la creazione di webdoc multimediali e corsi di formazione. Nel 2013 attraverso un progetto della comunità europea EURO MED Youth, in qualità di docente, realizzerò un web-doc a Nablus, Palestina.

Contatti:
sito web: moviengtogaza.indivia.net
facebook.com/moviengtogaza
twitter.com/MoviengtoGaza
flickr.com//photos/moviengtogaza
mail: moviengtogaza@onenetbeyond.org

Sostieni il film, partecipa al progetto di finanziamento tramite la piattaforma produzionidalbasso.

Escalation israeliana sulla Striscia di Gaza, 8-11 novembre 2012

Una nuova offensiva militare israeliana è iniziata giovedì pomeriggio.
Questa volta la maggior parte degli attacchi sono avvenuti da terra.
L’esercito israeliano ha bombardato con colpi di artiglieria molti punti della Striscia di Gaza, mentre da sabato vi sono stati anche attacchi aerei.
Sette persone sono state uccise, tra cui 3 bambini, ed almeno 50 i feriti, tra cui donne ed almeno 10 ragazzi e bambini.
Tra i feriti, 7 sono stati dichiarati clinicamente morti allo Shifa hospital. Ho fatto visita ieri al reparto di terapia intensiva, vi sono due bambini tra i 10 e 14 anni, ed un altro sui 18 che stanno lottando per sopravvivere.
Cinque persone sono state uccise sabato,tra cui 3 ragazzi. Quattro persone sono morte durante un attacco da terra in Shijaia ad est di Gaza city mentre giocavano a pallone ed almeno 38 sono rimaste ferite.
Inoltre, 2 membri della resistenza sono stati uccisi.
Sabato, 10 novembre 2012, l’esercito di Occupazione Israeliano ha sparato colpi di artiglieria colpendo alcuni bambini palestinesi che giocavano a pallone in Shijaia, quartiere est di Gaza city.
Due ragazzi sono stati uccisi: Mohammed Ussama Hassan Harara, 16 anni, e Ahmed Mustafa Khaled Harara, 17 anni.
In quel momento nella stessa area si stava anche tenendo una “tenda del lutto” presso la famiglia Harara. La famiglia stava celebrando il lutto per un parente deceduto.
Molte persone sono rimaste ferite quanto l’esercito israeliano ha sparato altri colpi di artiglieria.
Due persone sono rimaste uccise:  Ahmed Kamel Al- Dirdissawi, 18 anni e  Matar ‘Emad ‘Abdul Rahman Abu al-‘Ata, 19 anni.
Inoltre, almeno 38 persone sono rimaste ferite, tra cui 8 bambini.
Ecco le immagini dallo Shifa hospital in un video che ho girato in ospedale questa mattina.
il corpo di uno dei bambini in Terapia Intensiva. Questo bambino ha circa 10 anni.

Lo Shifa hospital ieri ha ricevuto in totale circa 40 feriti, di cui 6 ora sono in terapia intensiva, e 5 martiri. Il corpo di uno dei martiri è arrivato in pezzi in ospedale.
Il dottor Ayman Sahabany ha spiegato che questi bambini sono stati colpiti da frammenti dei colpi di artiglieria al petto, al torace, al collo, alla testa.
Alcuni hanno subito emorragia, ematoma anche alla testa, ferite alle arterie. Un altro dottore mi ha detto che non sanno se ce la faranno a sopravvivere.
Mentre il dottore ed una infermiera mi parlavano, davanti al corpo del più piccolo dei bambini, non potevo fare a meno di guardarlo, pregando dentro di me perché ce la facesse.
Impotenza. Avrei voluto avere il potere di poterlo salvare, ma posso solo sperare.
L’impotenza davanti a tanto dolore soffoca. Un’impotenza che mi fa sentire esplodere dentro, ma non fuori. Le lacrime, quelle, arrivano tutte ed improvvisamente, come un fiume inarrestabile che porta con sé tutto il dolore fino allo sfinimento.

Successivamente sono andata all’ospedale Kamal Odwan in Beit Lahia, a nord della Striscia di Gaza. I dottori mi hanno detto che ieri sera tra le undici e mezzanotte hanno ricevuto tre donne ferite in un attacco israeliano, una di 49 anni, le altre di 42 e 40 anni.  La scorsa notte infatti, verso mezzanotte, un aereo israeliano ha colpito con due missili una fabbrica di metallo in Jabalia, a nord della Striscia di Gaza, distruggendola e l’abitazione della famiglia Najjar è stata danneggiata. Nihad Fahmi al-Najjar, e le altre due donne sono rimaste ferite da frammenti di vetro sul corpo. Sono stati rilasciate perché le ferite sono superficiali. Alle 6.00 del mattino di ieri inoltre l’ospedale ha ricevuto il corpo di un martire, in pezzi. Il suo nome è Mohammed Obaid, 20 anni.

Successivamente sono andata all’European hospital in Khan Younis, a sud della Striscia di Gaza. Qui quattro bambini sono stati ricoverati e poi rilasciati con ferite lievi. Ho incontrato invece una donna ricoverata, Helene Najjar, 29 anni. E’ stata ferita da frammento di proiettile al fianco e forse oggi sarebbe stata operata. Ha raccontato che si trovava all’esterno l’abitazione della sua famiglia ad est di Khuza’a, a circa 500 mt dal confine, al momento dell’attacco. Con lei in ospedale c’era la madre, Samira Najjar, che ha raccontato che la casa è stata danneggiata ed i vetri crollati. Samira ha raccontato anche che prima avevano una casa vicino il confine, che è stata distrutta dai soldati israeliani durante Piombo Fuso. E suo marito, il padre di Helene, è stato ucciso durante Piombo Fuso. Helene ha due bambine ed un bambino. Tala, il piccolo, aveva lo sguardo triste. Aveva pianto molto per quello che è successo alla madre. I bambini crescono in fretta a Gaza.

Tala Najjar, figlio piccolo di Helen Najjar, ieri in ospedale accanto alla madre
Inoltre, nella stessa giornata di sabato e ieri mattina, aerei militari israeliani hanno colpito in due attacchi ed ucciso membri della resistenza palestinese, Mohammed Obaid, 20 anni (di cui ho detto prima e il cui corpo è arrivato in pezzi all’ ospedale Kamal Odwan) e Mohammed Said Shkoukani, 18 anni. 
Giovedì sera, 8 novembre 2012, un altro bambino è stato ucciso dall’esercito israeliano durante una incursione nel villaggio di Abassan, ad est di Khan Younis, a sud della Striscia di Gaza. 
Verso le 16:30 di giovedì, l’Esercito di Occupazione israeliano stava sparando dal confine indiscriminatamente contro le terre e le case dei civili palestinesi. Colpi di carro armato hanno raggiunto terreni e case. Un proiettile ha colpito il piccolo Ahmed Younis Khader Abu Daqqa, 13 anni, ferendolo gravemente all’addome. Ahmed stava giocando con i suoi amici a pallone vicino la sua abitazione quando è stato ferito.
Sono andata a trovare la sua famiglia durante la “tenda del lutto”. Sua zia ha raccontato che improvvisamente Ahmed è entrato in casa gridando alla madre che aveva dolore… si sono resi conto del proiettile ed è stato portato all’ European hospital in Khan Younis, dove è morto poco dopo. Oggi tornerò a visitare la sua famiglia per poter parlare con maggior tranquillità e portar loro nuovamente la mia vicinanza e la solidarietà di tanti italiani ed internazionali.
Pubblico qui una foto di Ahmed che ho trovato su internet mentre giocava a pallone, prima di essere ucciso
Ahmed Younis Khader Abu Daqqa, 13 anni, ucciso da un proiettile dell’Esercito di Occupazione Israeliano

Dopo aver visitato la famiglia del piccolo Ahmed, abbiamo visto la strada in cui è stato colpito dal proiettile. Abbiamo incontrato lì un contadino, Iyad Qudai, la cui casa, al mattino dello stesso giorno, era stata colpita da una bomba di carro armato.
Siamo così andati a visitare la sua abitazione.
Sul terreno attorno all’abitazione c’erano colpi di carro armato.

Questa è l’abitazione del contadino Iyad Qudai, centrata da una bomba di carro armato israeliano caduta sulla camera da letto dei bambini.

un altro colpo di carro armato nel terreno accanto all’abitazione di Iyad
Iyad ci ha detto che quella mattina c’erano 12 carro armati al confine e 6 bulldozers. in più, 2 elicotteri apaches e 3 droni.
Gli attacchi da terra lungo il confine con Israele sono aumentati nell’ultimo periodo.
D’altra parte durante le scorse settimane le autorità israeliane avevano minacciato una possibile operazione militare da terra. Questi attacchi colpiscono indiscriminatamente civili, per lo più contadini, le loro terre, le loro abitazioni, le loro fattorie, terrorizzano la popolazione.
Un attacco ha colpito anche la Compagnia di distribuzione dell’Elettricità di Gaza, danneggiando pesantemente la struttura.
Diversi sono stati anche gli attacchi aerei.
Al primo mattino di ieri un aereo israeliano ha colpito con tre missili una fabbrica di cemento in Tal al-Sultan, ad ovest di Rafah, a sud della Striscia di Gaza, distruggendola.
Un altro attacco aereo è avvenuto su un allevamento di polli nell’area di al-Hashash, a nord ovest di Rafah. L’allevamento è stato distrutto e molti animali sono morti tra cui pecore e volatili. Le case nelle vicinanze dell’allevamento sono state danneggiate.
Sempre ieri mattina, un aereo militare ha colpito con un missile un deposito agricolo in Beit Lahia, distruggendolo e danneggiando abitazioni vicine.
Nel pomeriggio di ieri sono continuati gli attacchi da terra e gli scontri con la resistenza palestinese che sta rispondendo agli attacchi israeliani da nord a sud della Striscia di Gaza.
Durante la notte, verso le 2.40, un attacco israeliano ha colpito uno spazio disabitato a nord ovest di Gaza city, non si riportano feriti.
Verso le 3.20, un raid nel nord di Gaza city ed un terzo raid in Zayotun hanno colpito basi militari di Hamas, senza causare feriti. Colpi di artiglieria israeliana si riportano anche in Beit Hanoun.
La situazione rimane di altissima tensione.
Nella mia mente, i bambini visti ieri in ospedale, la speranza che li possa abbracciare vivi, che possano ritornare a giocare.
thanks to: Rosa Schiano

APPELLO DELLA FREEDOM FLOTILLA 3

APPELLO DELLA FREEDOM FLOTILLA 3

Partita dalla Svezia, la nuova iniziativa della Freedom Flotilla contro l’assedio di Gaza e l’occupazione della Palestina arriverà in Italia nei prossimi giorni. Estelle è un veliero che è stato acquistato dall’organizzazione svedese Ship to Gaza, componente, come noi, della coalizione internazionale della Freedom Flotilla. Nel giugno scorso, Estelle ha iniziato dai porti svedesi un lungo viaggio che dal Mare del Nord, attraverso l’Atlantico ed il Mediterraneo, la porterà verso Gaza, per infrangere l’assedio che da anni strangola un milione e mezzo di esseri umani. Dopo aver sostato in diversi porti svedesi e norvegesi, il veliero Estelle è stato accolto nel porto atlantico francese di Douarnenez, e poi in quelli baschi di Donostia – San Sebastian e di Bermeo. Circumnavigata la Penisola Iberica, Estelle ha gettato l’ancora ad Alicante e Barcellona, presto sarà in un porto della costa mediterranea francese e poi, finalmente, raggiungerà le nostre coste, prima di puntare su Gaza assediata. In ogni porto europeo in cui ha gettato l’ancora, Estelle è stata al centro di manifestazioni, spettacoli, concerti, iniziative di ogni genere per coinvolgere l’opinione pubblica e la società civile nella solidarietà con il popolo palestinese. Con Estelle, vogliamo inviare ai Palestinesi della Striscia di Gaza un messaggio: Non siete soli, e non vi abbiamo dimenticato. La situazione è spietata ma non è senza speranza. A bordo di Estelle viaggia un chiaro messaggio ai leader internazionali: fate in modo che le vostre azioni siano all’altezza delle vostre parole grandiose a proposito di diritti umani; cessate l’assedio, come primo passo verso una pace vera e giusta.

L’ultima tappa del viaggio di Estelle, prima di puntare su Gaza, sarà l’Italia, dove fra pochi giorni sosterà nei porti di La Spezia (dal 27 al 30 settembre) e di Napoli (dal 4 al 6 ottobre).

Per contribuire al successo dell’impresa di Estelle, c’è bisogno del sostegno e della partecipazione di tutti e di ognuno, perché – come sempre – anche questa iniziativa è completamente autogestita ed autofinanziata. Questo è il motivo per cui lanciamo questo appello.
Fermo restando che anche le sottoscrizioni più piccole sono preziose, il nostro appello punta a realizzare 100 sottoscrizioni da 100 euro, per poter affrontare le spese delle tappe italiane di Estelle. Crediamo che in Italia esistano associazioni, comitati, movimenti, circoli politici ed anche singole persone che possano sostenere l’impresa di Estelle e la battaglia contro l’assedio e l’occupazione: è a tutti loro che ci rivolgiamo, invitandoli a sottoscrivere ed a partecipare in prima persona, ognuno con la propria identità ed i propri contenuti, alle iniziative che accompagneranno la sosta di Estelle in Italia. Le donazioni possono essere effettuate sul conto corrente bancario 5000 1000 65881 di Banca Prossima S.p.A., intestato a “Associazione Dima”, codice IBAN IT83 Q033 5901 6001 0000 0065 881, oppure on line con carta di credito o prepagata dal sito www.freedomflotilla.it, cliccando sull’icona “Donate” e seguendo le istruzioni. Da subito, grazie a tutte e tutti, con la Palestina e Vittorio nel cuore.

Coordinamento Freedom Flotilla Italia – Benvenuti in Palestina

www.freedomflotilla.it

Per partecipare alle iniziative in programma con Estelle ed il suo equipaggio, sabato 29 settembre partirà un pullman da Milano per La Spezia (info e prenotazioni al tel. 3356494701 o alla mail francesco.stevanato@gmail.com) e sabato 6 ottobre un altro pullman da Roma raggiungerà Napoli (info e prenotazioni a roma@freedomflotilla.it). Fra le iniziative in programma, segnaliamo il concerto LIVE FOR PALESTINE, sabato 22 settembre a Napoli, negli spazi della Mostra d’Oltremare, dove dalle 21 si succederanno sei gruppi, fra i quali 99 posse, Indubstry ft Marcello Coleman (Almamegretta), Slivovitz e Rione Junno.