Le basi segrete Usa in Siria svelate dall’agenzia turca Anadolu

BASI SEGRETE USA IN SIRIA Andolu

Pentagono ha espresso forte preoccupazione dopo che l’agenzia di stampa di stato turca, Anadolu, ha rivelato la localizzazione di tutte (o molte) postazioni e basi delle forze militari statunitensi nel nord della Siria. L’agenzia Anadolu ha pubblicato lunedì un rapporto dettagliato sulla posizione delle strutture militari e in alcuni casi persino il numero degli effettivi statunitensi che cvi sono schierati.

Anadolu ha aggiunto che le basi – 2 aerodromi e 8 basi avanzate (FOB) – sono utilizzate per sostenere il Partito dell’Unione democratica (Pyd) e il suo braccio armato, le Unità di Protezione Popolare (Ypg) che costituiscono la struttura portante delle Forze Democratiche Siriane (FDS), movimento sostenuto da Washington che combatte l’Isis e sta liberando Raqqa inglobando anche milizie tribali arabe.

La dettagliata infografica pubblicata da Anasdolu rivelava inoltre che 200 militari delle forze speciali USA e 75 francesi operano sul fronte di Raqqa da un avamposto situato una trentina di chilometri a nord della capitale dello Stato Islamico per il 30% liberata dalle milizie delle FDS.

Washington e Ankara hanno da tempo rapporti molto tesi a causa dell’iniziativa statunitense di sostenere le FDS che Ankara teme possano costituire un’entità autonoma curda nel nord della Siria a ridosso dei confini con la Turchia.

La Turchia, che considera l’Ypg un “gruppo terroristico” alleato del PKK.  Il portavoce del Pentagono, il maggiore Adrian Rankine-Galloway, ha dichiarato che la diffusione di “informazioni militari sensibili” espone le forze della Coalizione a rischi non necessari e potrebbe potenzialmente compromettere le operazioni contro lo Stato Islamico.

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“Anche se non possiamo verificare in modo indipendenti le fonti che hanno contribuito a questo articolo, saremmo molto preoccupati se responsabili di un alleato Nato mettessero di proposito a rischio le nostre forze diffondendo informazioni sensibili”, ha detto il portavoce. “Abbiamo già espresso questi timori al governo della Turchia”, ha sottolineato pur rifiutandosi, per ragioni di sicurezza, di chiarire se le informazioni diffuse dall’Anadolu fossero veritiere.

Le autorità di Ankara hanno negato qualsiasi coinvolgimento nella pubblicazione.

“Non si tratta di informazioni fornite dal nostro governo”, ha assicurato in una conferenza stampa, Ibrahim Kalin, portavoce del presidente Recep Tayyip Erdogan.

“L’agenzia Anadolu ha scritto queste informazioni basandosi sulle proprie fonti” ha detto il portavoce aggiungendo che “siamo stati informati di questo articolo dopo la sua pubblicazione”.

Resta in ogni caso difficile credere, specie con il rigido controllo sui media in vigore in Turchia, che Anadolu abbia potuto ottenere e pubblicare delicate infiormazoni di carattere militare senza che il governo ne fosse informato.

 

Foto: Anadolu e Getty Images

Sorgente: Le basi segrete Usa in Siria svelate dall’agenzia turca Anadolu – Analisi Difesa

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La Turchia s’infiltra in Siria, la Russia avvia grandi manovre

Alessandro Lattanzio, 26/8/2016 Il Ministero degli Esteri russo, in merito all’invasione turca in Siria, dichiarava “Mosca è seriamente preoccupata per gli sviluppi sul confine siriano-turco, ed è particolarmente allarmata dalla prospettiva che la situazione nella zona del conflitto continui a deteriorarsi, con conseguente maggiori perdite civili e accresciute tensioni etniche tra arabi e curdi. Crediamo fermamente che la crisi siriana può essere risolta esclusivamente sulla solida base del diritto internazionale attraverso il dialogo intra-siriano tra tutti i gruppi etnici e religiosi, tra cui i curdi, sulla base del Comunicato di Ginevra del 30 giugno 2012 e delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tra cui la risoluzione 2254, avviato dal Gruppo internazionale di sostegno alla Siria“. Va ricordato che nel febbraio 2016, Erdogan definì “risibile” l’accusa della Russia che la Turchia stesse preparando l’invasione della Siria. “Trovo questa dichiarazione russa ridicola… ma è la Russia che è attualmente impegnata nell’invasione della Siria“, aveva detto Erdogan, che affermava anche che la Russia va ritenuta responsabile delle persone uccise in Siria, e che Mosca e Damasco erano responsabili di 400000 morti. Parlando a una conferenza stampa congiunta con l’omologo senegalese, durante una visita in Senegal, Erdogan aveva anche detto che la Russia invadeva la Siria per creare uno “Stato boutique” per il Presidente Bashar al-Assad. “La Turchia non ha alcun piano o pensiero per attuare una campagna militare o incursione in Siria“, dichiarava un funzionario turco, “La Turchia è parte di una coalizione, collabora con i suoi alleati, e continuerà a farlo. Come abbiamo più volte detto, la Turchia non agisce unilateralmente“. “I russi cercano di nascondere i loro crimini in Siria“, dichiarava l’ex-primo ministro turco Ahmet Davutoglu, “Semplicemente distolgono l’attenzione dai loro attacchi ai civili di un Paese già invaso. La Turchia ha tutto il diritto di prendere tutte le misure per proteggere la propria sicurezza“. Intanto, un capo del gruppo terroristico filo-turco Faylaq al-Sham, entrato nella città di Jarablus nel nord della Siria nell’ambito di un’operazione supportata da carri armati e forze speciali turchi e aerei da guerra degli USA, riferiva che la maggior parte dei terroristi dello Stato Islamico che occupavano Jarablus si erano ritirati e alcuni si erano arresi. Ma nonostante ciò, solo la metà della città era sotto il controllo dei terroristi neo-ottomani. “I jihadisti dello Stato islamico si sono ritirati da diversi villaggi alla periferia di Jarablus e si sono diretti a sud verso la città di al-Bab“.
Mentre il primo ministro turco Binali Yildirim affermava che “Il nostro esercito continuerà l’operazione finché i terroristi saranno completamente cacciati da questa regione e le forze armate turche forniscono supporto logistico alle forze dell’esercito libero siriano“, il rappresentante della Repubblica Araba di Siria presso le Nazioni Unite, Bashar al-Jafari, dichiarava che “E’ impossibile sconfiggere lo Stato islamico in Siria senza prima sconfiggerlo in Turchia. Come può la Turchia dire che combatte lo SIIL a Jarabulus se essa stessa ne ha permesso la creazione e lo sviluppo rifornendolo di migliaia di autoveicoli Toyota e di altre marche, già dotati di armi? Inoltre, coi fondi dal Golfo Persico gli ha acquistato armi da Ucraina, Croazia, Bulgaria, ecc. Non c’è dubbio che ci sia pressione russo-iraniana su Ankara per farle cambiare politica verso la Siria. La Turchia dice una cosa ma ne fa un’altra. Sentiamo buoni interventi ogni giorno, ma non vediamo nessuna azione reale. Se ci fossero azioni coerenti con le dichiarazioni, non avrebbe iniziato l’operazione a Jarabulus. Gli Stati Uniti usano la Turchia, il braccio armato del PKK, al-Nusra e altri. Questo è noto. Il diplomatico di più basso rango alle Nazioni Unite sa già cosa accade in Siria e Iraq. La lotta al terrorismo può avvenire solo creando una equa coalizione internazionale, in coordinamento con le autorità siriane. Lo sosterrò, ma non senza il consenso del governo siriano. Noi viviamo nel 21° secolo, non nella foresta. Si dimentica che esiste il diritto internazionale“. Sergej Balmasov, dell’Istituto per gli Studi sul Medio Oriente, dichiarava che “Gli statunitensi ancora perseguono il loro obiettivo principale, indebolire il governo di Bashar Assad. Tutte le coalizioni supportate dagli Stati Uniti sono temporanee“, e l’intervento della Turchia trascinerà ulteriormente la guerra in Siria destabilizzando la regione, mentre Ruslan Pukhov, del Centro per l’analisi delle strategie e tecnologie, dichiarava che “Tenendo conto dei legami tra Ankara e Washington al minimo nelle ultime due settimane, tale operazione serve ad distogliere l’attenzione da Fethullah Gulen e mostrare che Stati Uniti e  Turchia rimangono alleati strategici“.
Nel frattempo, il Ministero della Difesa della Federazione Russa avviava ampie esercitazioni a sorpresa di prontezza al combattimento delle Forze Armate nei Distretti Militari meridionale, occidentale e centrale, così come delle Flotte del Nord, del Mar Nero e del Caspio, e delle principali basi delle VDV, ovvero le forze aerotrasportate. Il Ministro della Difesa russo Generale Sergej Shojgu annunciava, “Oggi, in conformità con la decisione del comandante supremo delle Forze Armate, un’altra ispezione improvvisa è iniziata. Le truppe e i mezzi delle forze dei Distretti Militari Meridionale, Occidentale e Centrale, la Flotta del Nord, l’Alto Comando delle Forze Aerospaziali, il comando delle truppe Aerotrasportate dalle 0700 sono in allerta completa“. Le manovre si svolgono dal 25 al 31 agosto. Inoltre, il Distretto Militare del Sud avviava le esercitazioni strategiche “Caucaso-2016“; “I corpi di amministrazione militare, le unità militari e le formazioni di combattimento, sostegno speciale e logistico compiranno 12 esercitazioni specifiche volte ad affrontare i problemi nello schieramento avanzato del completo sistema di supporto delle truppe“, dichiarava il ministro. Più di 4000 effettivi e 300 mezzi della Flotta del Mar Nero e della Flottiglia del Caspio partecipavano alle manovre. Il Ministero della Difesa russo informava che anche 15 navi da combattimento della Flotta del Mar Nero e 10 della Flottiglia del Caspio aderivano alle esercitazioni, assieme a 8000 militari e oltre 2000 mezzi del Distretto Militare Meridionale, a 1000 militari e circa 200 mezzi della base russa nella Repubblica dell’Ossezia del Sud, e ai caccia-intercettori del Distretto Militare Occidentale che pattugliano i confini occidentali della Russia, “gli aerei da combattimento pattugliano costantemente lo spazio aereo nelle zone di confine“.1023573257Fonti:
al-Arabiya
Fort Russ
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New Cold War
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TASS

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Chi è il terrorista?

Ormai è innegabile che lo Stato Islamico sia fortemente presente in Turchia. Nel paese trova infatti diversi modi per arricchire le sue casse, si appoggia su diverse realtà per ottenere nuove adesioni e per mettere in atto i suoi progetti, utilizza il territorio nazionale sia per far transitare i materiali necessari alla sua lotta sia affinché i nuovi militanti possano transitare verso i territori occupati in Siria ed Iraq. Infine l’ISIS utilizza la Turchia come un palcoscenico mettendo in atto delle stragi con l’obiettivo di mantenere alto il livello della sua politica di terrore.

 

Iniziamo analizzando alcuni fatti che proverebbero la presenza dello Stato Islamico in Turchia.

 

Nel 2012 il giornalista Isa Eren visita il campo profughi costruito nel villaggio di Apaydin, a 3 chilometri dalla Siria. Eren riesce a parlare con i militanti di un’organizzazione armata mossa da ideali religiosi. Secondo questi è il periodo in cui questo genere di organizzazioni si stanno pian piano staccando dall’Esercito Libero Siriano per agire indipendentemente. Uno dei jihadisti afferma: “Sappiamo che i nostri combattenti feriti vengono curati negli ospedali turchi vicino al confine. Noi non sapevamo come usare certe armi così ci hanno raggiunto dei combattenti dalla Libia attraverso la Turchia”.

 

Nel Gennaio 2014, in due località diverse, Adana e Hatay, sono stati fermati dei tir insieme a qualche auto. Durante i controlli si scopre che a dirigere il viaggio dei tir, diretti in Siria, ci sono agenti dei servizi segreti turchi insieme a rappresentanti di un’organizzazione non governativa (IHH). I mezzi stanno trasportando armi. Nel luglio del 2013 il quotidiano nazionale Milliyet sottolinea in un articolo che, secondo alcune fonti, in Turchia ci sono gruppi criminali che forniscono anche auto rubate all’ISIS e si parla di circa mille mezzi consegnati solo nel 2013.

 

Secondo il portale di notizie online HaberTurk, a Gungoren nella città di Istanbul, uno dei quartieri roccaforte dei voti verso i partiti conservatori, un’associazione non governativa (HISADER), che reca il simbolo dell’ISIS all’interno del proprio logo, raccoglie aiuti “umanitari”. Nel giugno del 2013, il giornalista Soler Dagistanli ha intervistato ad Istanbul due famiglie i cui i figli hanno deciso di partire per la Siria ed unirsi ai terroristi dell’ISIS. Sempre nello stesso periodo il quotidiano nazionale Yurt ha fotografato un negozio in zona Bagcilar ad Istanbul che vende abbigliamento con i simboli dell’ISIS. Secondo il giornalista Nevzat Cicek le adesioni all’organizzazione dalla Turchia sono alte, e maggiormente nelle città di Antep, Adıyaman, Bingöl, Mardin, Diyarbakır, Kırşehir, Konya, Ankara ed İstanbul.

 

In questo periodo, per la prima volta, una figura istituzionale di alto livello ammette l’esistenza di relazioni strette tra l’ISIS e la Turchia. L’ex vice Primo Ministro Bulent Arinç durante l’inaugurazione della nuova sede dell’ONG Ardev comunica che in Turchia, attraverso associazioni e fondazioni, l’organizzazione trova nuovi adepti.

 

Il giornalista Ilkay Celen si reca in località Dilovasi nella città di Kocaeli e parla con la famiglia di Ahmet, anche lui aderente all’ISIS insieme ad altri otto amici. Secondo il padre di Ahmet, poco distante da Karamursel c’è anche un campo di addestramento dove operano istruttori provenienti dalla Bosnia. Le persone intervistate da Celen dicono che ad aderire all’ISIS siano per la maggior parte ragazzi giovani provenienti da famiglie povere.

 

Sakir Altas, governatore del villaggio di Candir, al confine con la Siria, nei pressi della città di Hatay, afferma che sia la gendarmeria ad agevolare il passaggio delle milizie dell’ISIS verso la Siria e viceversa.

 

In un servizio di Ralph Sina, del canale televisivo statale tedesco ARD, nel quartiere Fatih a Istanbul, si mostra come l’ISIS abbia un ufficio dedito all’assistenza dei jihadisti provenienti dall’Europa. Nel mese di settembre del 2014 il giornalista Zafer Samanci intervista il padre di un altro giovane che ha aderito all’ISIS e ritiene che siano circa 300 i giovani partiti per la Siria dalla sola città di Konya.

 

Il quotidiano Taraf sostiene che le cure mediche dei jihadisti dell’ISIS vengano effettuate negli ospedali della città di Mersin. Una delle notizie pubblicate dal quotidiano nazionale Bild riporta l’esistenza di una relazione di 100 pagine presentata dai servizi segreti al governo in cui si notifica la presenza di sette arsenali dell’ISIS in Turchia.

 

Il partito politico parlamentare DBP (Partito delle Aree Democratiche) denuncia che nella città di Amed ci sono circa 400 associazioni che lavorano per l’ISIS.

 

Secondo il parlamentare nazionale del Partito Popolare Repubblicano(CHP), Erdem Eren, in Turchia attualmente sono in atto 14 processi a diversi membri dell’ISIS. Eren in un suo intervento parlamentare, fatto il giorno dopo l’ultimo attentato dell’organizzazione all’aeroporto di Istanbul, specifica come le carte di questi processi siano piene di documentazione che proverebbero il fatto che i jihadisti fossero seguiti dalla polizia già da parecchio tempo.

 

Uno dei ricercati nel processo sulla strage di Ankara, 10 Ottobre 2015, I. B. dopo 3 anni di detenzione per accuse terroristiche, abbandona la Turchia nel 2011 ed aderisce all’ISIS nel 2013. Secondo le carte del processo I.B. ha attraversato il confine per ben 12 volte in un anno. Come specifica anche il parlamentare nel suo intervento, I.B. è accusato di aver lavorato per l’adesione di circa 1800 persone allo Stato Islamico. I telefoni dell’accusato sono sotto intercettazione da parte della polizia dal 2013 ed I.B. attraverso le telefonate fissa degli appuntamenti con altre persone per organizzare i viaggi. Nelle documentazioni del processo sono presenti circa altri 10.000 indirizzi intercettati in 2 anni. Tuttavia fino all’attacco terroristico consumato davanti alla stazione ferroviaria di Ankara non è stata effettuata nessun’operazione contro questo individuo ed altri come lui accusati nel processo.

 

H.B. processato in uno dei 14 processi sull’ISIS con altre 96 persone è stato rilasciato il 24 Marzo del 2016. L’accusato non può abbandonare il territorio nazionale e per tre volte a settimana deve mettere la firma presso la caserma della polizia più vicina. Nel processo composto da 315 pagine di accuse H.B. è incriminato per divulgazione dell’ideologia dell’ISIS in diverse località della Turchia e di aver lavorato per creare dei sostegni logistici all’organizzazione. Inoltre H.B. è accusato di essere il cosiddetto leader dell’ISIS in Turchia. Infatti secondo il quotidiano nazionale Taraf, in un intervento della polizia nel 2014 sono stati trovati diversi CD con le riprese che appartengono all’accusato in cui egli specifica che dopo le operazioni in Siria l’obiettivo della sua organizzazione sia quello di “conquistare la città di Istanbul”. Un altro accusato del processo è G.B. arrestato nel 2015 perché in possesso di una serie di esplosivi ed armi nella sua auto, anche G.B. è stato rilasciato nell’ultima udienza del 24 Marzo.

 

Nel suo intervento in Parlamento, Erdem Eren, mostra la documentazione inerente alla banca dati dei militanti dell’ISIS feriti in battaglia e curati in diversi ambulatori nella città di Antep in Turchia. Secondo Eren tra le carte del processo sulla strage di Ankara si nota come gli spostamenti di questi jihadisti siano stati osservati e documentati dalla polizia precedentemente.

 

Secondo un lavoro realizzato dal giornalista Firat Kozok del quotidiano nazionale Cumhuriyet, i fratelli Alagoz, due degli attentatori delle stragi di Suruç ed Ankara, sono finiti nel mirino dei giudici e della polizia già dal 2013. Uno dei due fratelli, Yunus Alagoz, è stato convocato nel tribunale per un interrogatorio in cui ha confermato la scomparsa del fratello, Abdurrahman Alagoz, e la sua eventuale adesione ad un’organizzazione armata. Tuttavia dopo l’interrogatorio Yunus Alagoz è stato rilasciato. Secondo le intercettazioni effettuate dalla polizia risultano dei dialoghi tra i due fratelli mentre si danno l’addio poco prima delle stragi. Il 20 Luglio del 2015 Abdurrahman Alagoz si fa saltare in aria uccidendo 34 persone a Suruç. Il 19 Ottobre del 2015 la Procura della Repubblica ha confermato che uno degli attentatori della strage di Ankara del 10 Ottobre 2015 fosse invece Yunus Alagoz.

 

Il 21 Marzo del 2016 in Siria è stato arrestato dalle Unità di Difesa Popolare(YPG-J) uno dei militanti dell’ISIS più ricercati in Turchia, Savas Yildiz, accusato di aver pianificato l’attentato di Taksim-Istanbul del 19 Marzo. In un’intervista/interrogatorio video diffuso su internet Yildiz ammette di appartenere all’ISIS, di essere un cittadino della Repubblica di Turchia e di aver oltrepassato parecchie volte il confine per entrare in Siria e Turchia. Secondo Yildiz il confine viene utilizzato così tranquillamente dai militanti grazie a un accordo tra l’ISIS ed il governo di Turchia. Infine Yildiz sottolinea un fatto molto interessante, ossia quello di aver collaborato con gli agenti dei servizi segreti della Turchia per attaccare le diverse sedi del Partito Democratico dei Popoli in Turchia poco prima delle elezioni nazionali del 7 Giugno 2015.

 

Lo Stato Islamico oltre a trovare nuove adesioni sul territorio nazionale della Turchia porta avanti anche un’attività economica notevole. Nel mese di Marzo del 2016 il parlamentare nazionale Idris Baluken ha avanzato una richiesta al governo per capire i dettagli di quei 12 milioni di attività commerciali tra la Turchia e la Siria, dato che le dogane di Akcakale e Karkamis sono ufficialmente chiuse e da circa 5 anni la Turchia applica delle politiche di embargo verso la Siria. Baluken che ha illustrato l’interruzione delle attività commerciali da quando queste due zone sono passate sotto il controllo delle YPG-J tuttora non ha ricevuto una risposta alla sua richiesta.

 

Ormai è evidente che l’ISIS faccia parte della vita quotidiana in Turchia. Ci lavora ed opera. Ci vive e cresce. Tuttora il sistema giuridico e le forze armate non sono stati in grado di impedire tutto questo. Inoltre il partito unico che governa e amministra il Paese da parecchi anni porta avanti un atteggiamento passivo e irresponsabile nei confronti di obblighi o doveri dovuto principalmente a pigrizia o insensibilità.

 

Dopo l’attentato all’aeroporto di Istanbul 3 partiti(HDP-MHP-CHP) su 4 presenti nel Parlamento nazionale hanno proposto di creare una commissione di ricerca per identificare i colpevoli dell’attentato ed i loro legami in Turchia. La proposta è stata respinta con i voti dei parlamentari dell’AKP. Poco dopo l’attentato i gruppi parlamentari di questi tre partiti hanno diffuso dei comunicati di stampa condannando l’attacco terroristico. Tuttavia il gruppo parlamentare dell’AKP, dopo aver definito l’evento come un attacco terroristico, ha specificato che si tratta di un complotto che punta ad indebolire la Turchia e la sua stabile crescita.

 

La cultura della paranoia, dei complotti e la ricerca del colpevole fa parte della cultura nazionale militarista in Turchia. Il capro espiatorio è uno dei fondamentali meccanismi utilizzato da parecchi anni dai diversi governi per identificare le ragioni ed i responsabili dei problemi. Questi nei primi anni della Repubblica erano i Greci, poi negli anni 50 tutti gli stranieri, dopo tutti i non-musulmani. Dagli anni 60 fino ad oggi “il problema” ha incluso progressivamente gli aleviti, gli armeni, i curdi e qualsiasi voce d’opposizione che abbia posto una critica al governo. Attraverso questo meccanismo non è difficile definire periodicamente “terrorista” o “traditore della Patria” tutti coloro che non stanno dalla parte del potere politico dominante. Questo è il caso dei tanti giornalisti che hanno provato a rivelare certi giochi, degli accademici che hanno firmato un appello per la pace, o ancora dei politici che hanno provato a svolgere un’attività alternativa oppure degli studenti universitari che hanno lottato per un futuro migliore, tutti soggetti accusati di “collaborazione terroristica” o di “propaganda terroristica” e rinchiusi in diversi centri di detenzione del Paese.

 

Mentre i veri terroristi riescono a circolare liberamente in Turchia come fosse il loro palcoscenico sanguinario, dall’altra parte chi si oppone al governo centrale con proprie idee e cerca di rivelare i segreti oscuri del Paese viene classificato come “terrorista”.

 

Sorgente: Pressenza – Chi è il terrorista?

Manlio Di Stefano (M5S) a Laura Boldrini sulla Turchia: “Ma perch Erdogan solo ora un dittatore?”

Manlio Di Stefano (M5S) a Laura Boldrini sulla Turchia:

Dov’erano i moralisti di oggi quando, alle Nazioni Unite, l’Ambasciatore russo Churkin mostrava al mondo le prove di come Ankara addestrasse combattenti terroristi in Siria e del traffico continuo di armi e munizioni nei territori siriani sotto controllo dell’ISIS?”

di Manlio Di Stefano*

“L’accordo per i migranti è stato un errore”, chiosa da ultimo Laura Boldrini. “Scene rivoltanti di giustizia arbitraria e vendetta”, “l’introduzione della pena di morte sarebbe la fine dei negoziati con l’Unione Europea” avevano in precedenza dichiarato tutti coloro, dalla Merkel alla Mogherini, che trattano e osannano il TTIP con quegli Stati Uniti della pena di morte e di Guantanamo.

La repressione di Erdogan, dopo il colpo di stato tentato una settimana fa, è brutale, violenta e tremenda. L’aggiornamento delle “liste di proscrizioni” ha toccato il numero di 60 mila persone. Ma non è certo la sospensione (non confermata) della Carta Europea dei Diritti dell’Uomo, mai rispettata da Ankara e da tanti altri Paesi membri, il punto di indignazione sulla Turchia come ci vogliono far credere.

L’immensa purga che Erdogan sta applicando a migliaia di persone tra le forze dell’ordine, magistrati e giornalisti, supera chiaramente il limite di ciò che si richiede ad un paese dell’Unione Europea.

Mi chiedo allora: due settimane fa la Turchia era sulla giusta strada? Erdogan, l’uomo che Angela Merkel per conto di tutta l’Europa aveva scelto come alleato di riferimento per la gestione dei flussi dei migranti, ha preso solo adesso una via dittatoriale?

I sei/nove miliardi di euro che i Paesi dell’UE hanno deciso di investire in Turchia sono solo ora una scelta sbagliata?

La liberalizzazione dei visti rappresenta soltanto adesso un errore?

Negli ultimi anni la Turchia di Erdogan ha varato una serie di riforme liberticide che hanno conferito pieni poteri ai servizi segreti, tolto alla magistratura gran parte dell’indipendenza, ridotto enormemente il diritto alla libera espressione, umiliato quotidianamente la libertà di stampa e i diritti civili, represso, infine, tutti gli oppositori interni.

Dov’erano i moralisti di oggi quando l'Unione Europea imponeva ai suoi membri l’accordo con una Turchia che faceva tutto questo?

Dov’erano i moralisti di oggi quando, alle Nazioni Unite, l’Ambasciatore russo Churkin mostrava al mondo le prove di come Ankara addestrasse combattenti terroristi in Siria e del traffico continuo di armi e munizioni nei territori siriani sotto controllo dell’ISIS?

Dov’erano quando venivano mostrate al mondo le prove del contrabbando delle opere d’arte e del petrolio provenienti dai territori controllati dall’ISIS?

E, dov’erano, infine, i moralisti di oggi quando alle Nazioni Unite venivano denunciate specifiche aziende turche per aver conferito all’ISIS tutte le componenti necessarie alla costruzione di ordigni esplosivi?

Ve lo dico io, erano a lodare e pontificare Erdogan come l’uomo giusto al momento giusto.

Stati Uniti, Unione Europea e NATO sapevano tutto nel dettaglio, da sempre: la Turchia è, infatti, il secondo esercito della NATO e nel Paese sono distribuite decine di basi militari atlantiche.

Allora, però, non si preoccupavano degli “alti standard” nemmeno di fronte alla repressione brutale nelle regioni curde o al transito delle decine di migliaia di “foreign fighters” che attraversavano il confine per andare a sterminare le popolazioni di Siria e di Iraq.

La NATO degli “alti standard” si impegnava, anzi, a proteggere Erdogan con il suo velo militare.
Vi sembrerà strano ma ciò accadeva pochissimi giorni fa.

Continua a leggere qui:

*Capogruppo della Commissione Affari Esteri del Movimento 5 Stelle

Notizia del: 22/07/2016

Sorgente: Manlio Di Stefano (M5S) a Laura Boldrini sulla Turchia: “Ma perch Erdogan solo ora un dittatore?” – World Affairs – L’Antidiplomatico

Pestati e uccisi: così la Turchia accoglie i siriani in fuga

Roma, 11 maggio 2016, Nena News – Faisal chiede aiuto per girare il corpo martoriato dai pestaggi di un rifugiato senza vita: «Questa persona è morta mentre attraversava il confine verso la Turchia. Sai com’è morta? Non per una pallottola, ma per le botte». Lui, siriano, si trova da mesi al confine per aiutare chi scappa dalla guerra. Il video pubblicato lunedì da Human Rights Watch è terrificante: si vedono le guardie di frontiera turche picchiare siriani in fuga, si vedono cadaveri, si sentono le voci di chi è sopravvissuto e ora racconta gli abusi subiti prima per strada e poi nelle caserme.

L’organizzazione dà un bilancio degli ultimi due mesi, marzo e aprile: 5 morti (tra cui un bambino) e 14 feriti. Sono i numeri della politica di Ankara per gestire il flusso di rifugiati in fuga dalla guerra civile siriana e di quella dell’Unione Europea che insiste a descrivere la Turchia come un paese sicuro in cui confinare i profughi: ad oggi sono 2,7 milioni i rifugiati siriani in territorio turco, costretti ai margini, tra campi profughi e periferie delle città.

 

Dall’agosto 2015 le frontiere sono ufficialmente chiuse e chi riesce ad entrare lo fa con l’aiuto di trafficanti di uomini o attraversando illegalmente il confine, a rischio della vita: «Mentre i funzionari turchi dicono di accogliere i rifugiati siriani con confini aperti e braccia aperte, le loro guardie di frontiera li uccidono e li picchiano – spiega Gerry Simpson, ricercatore di Hrw – Sparare a uomini, donne e bambini traumatizzati che scappano da un contesto di guerra è orrendo».

 

E se con una mano Bruxelles copre i crimini dell’alleato turco, dall’altra le forze della coalizione occidentale anti-Isis realizzano il sogno che il presidente turco Erdogan ha nel cassetto da un po’: una zona cuscinetto al confine con la Siria, ovviamente in territorio siriano, con cui tenere alla larga i rifugiati e allo stesso tempo isolare i kurdi di Rojava dal Kurdistan turco. Secondo quanto riportato dal quotidiano turco Yeni Safak, l’operazione militare è già partita: l’obiettivo, per ora, è svuotare un’area lunga 18 km e larga 8 nella regione siriana di Jarablus, a nord ovest, zona calda negli ultimi mesi perché target sia del Pyd kurdo-siriano che dei miliziani dello Stato Islamico. Ma è target anche della Turchia che l’ha sempre definita la linea rossa, invalicabile per i kurdi e per le loro ambizioni di autonomia politica. A sostenere l’operazione, aggiunge il quotidiano, saranno Stati Uniti e Germania.

 

Il nord della Siria resta al momento il cuore dello scontro militare e diplomatico. Aleppo ne è modello e vittima: dopo aver pianto 300 morti in meno di due settimane, da giovedì la seconda città siriana vive nel limbo, tra una tregua rinnovata di due giorni in due giorni e scontri che proseguono in periferia. Lunedì sera, dopo un incontro a Parigi a margine del meeting delle opposizioni e gli “Amici della Siria” (Unione Europea, Gran Bretagna, Germania, Italia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Giordania, Turchia), Stati Uniti e Russia si sono accordati per prolungare di altre 48 ore il cessate il fuoco su Aleppo.

 

Poche ore dopo l’esercito del governo di Damasco ne dava l’annuncio, spostando la lancetta alle 23.59 di oggi, quando – senza ulteriori accordi – si tornerà a far parlare le armi. È quanto successo lunedì, giorno di violenza tra una cessazione delle ostilità e l’altra: la parte nord della città è stata teatro di scontri mentre le due super potenze ribadivano in Francia l’impegno alla pace. Così Mosca ha fatto sapere che avrebbe minimizzato le azioni aeree per continuare a colpire i gruppi esclusi dalla tregua, al-Nusra e Isis: un’operazione complessa perché gli islamisti – soprattutto i qaedisti – sono concentrati in zone dove sono presenti anche le opposizioni etichettate come legittime.

 

Nelle stanze della diplomazia mondiale si insiste nel definire la tregua di Aleppo lo strumento per far ripartire il negoziato di Ginevra, sepolto sotto montagne di precondizioni poste da governo, opposizioni e rispettivi sponsor internazionali. Ieri il segretario di Stato Usa Kerry ha annunciato per il 17 maggio un nuovo incontro internazionale a Vienna.

 

A mostrare più coraggio di tutti gli attori coinvolti è la popolazione civile che tenta di riprendersi Aleppo: nonostante scontri non troppo sporadici, le famiglie che erano fuggite dalla città tentano un faticoso ritorno nelle proprie case, le scuole riaprono insieme ai piccoli esercizi commerciali necessari a mantenere viva una città devastata.

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

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Le guerre perdute di Washington: Siria, Iraq e Yemen

L’ex direttore generale della CIA, il Generale David Petraeus, suggeriva pubblicamente di armare al-Qaida contro il SIIL. Inoltre Barak Mendelsohn, professore di scienze politiche dell’Haverford College e del Foreign Policy Research Institute, ex-militare dell’esercito israeliano, sosteneva sulla rivista del Counsil on Foreign Relations, “Foreign Affairs”, che gli Stati Uniti dovevano sostenere al-Qaida, come già faceva Israele, per contrastare il SIIL e l’Iran. Turchia, Israele e Stati Uniti supportavano non solo Jabhat al-Nausra ma anche il SIIL contro il governo siriano, secondo il sito “Washington Blog” del 3 agosto 2015. Già il 15 agosto la Russia consegnava 6 intercettori Mikojan MiG-31 all’Aeronautica siriana (SAAF), presso la base aerea di Mazah, a Damasco. Inoltre 40 elementi della Fanteria di Marina russi sbarcavano a Tartus per addestrare, insieme a elementi della Guardia Rivoluzionaria Islamica iraniana (IRG), le reclute delle Forze di Difesa Nazionale sul nuovo equipaggiamento militare russo, presso i centri di addestramento di Sulunfah, ad est di Lataqia, Homs (Wadi al-Nasara) e Tartus (Masyaf e Safita). Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov dichiarava, il 9 settembre, che “Abbiamo aiutato e continuiamo ad aiutare il governo siriano ad equipaggiare l’Esercito siriano di tutto ciò di cui ha bisogno per evitare il ripetersi dello scenario libico e di altri tristi eventi accaduti nella regione, perché alcuni dei nostri partner occidentali sono posseduti dall’idea di rimuovere i regimi indesiderati. Ci sono militari russi in Siria da diversi anni. La loro presenza è legata alle consegne di armi all’esercito siriano, pesando nella lotta al terrorismo dello Stato Islamico e altri gruppi estremisti“. Il comandante della Forza al-Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), Maggiore-Generale Qasim Sulaymani descriveva, alla 18.ma riunione dell’Assemblea degli esperti di Teheran, il 1° settembre 2015, il SIIL come un’operazione degli Stati Uniti per fare pressione sulla comunità musulmana. “Gli Stati Uniti intendono proteggere il SIIL per legare i musulmani agli Stati Uniti e, infatti, ne hanno fatto una leva (contro i musulmani)“. Il comandante dell’IRGC informava i membri dell’Assemblea sulla situazione in Iraq e in Siria, dichiarando che le strategie degli Stati Uniti sono fallite. Inoltre, il Ministro degli Esteri iraniano Muhamad Javad Zarif accusava di doppiopesismo l’occidente e gli Stati Uniti, “Mettendo da parte le politiche del doppio standard che impediscono la lotta contro il SIIL e il terrorismo nella regione, si sosterrebbe la campagna anti-SIIL, mentre noi non ostacoliamo quei Paesi disposti a partecipare alla coalizione anti-SIIL, tale lotta ha bisogno della volontà politica“. Zarif così ribadiva che non è possibile combattere il SIIL in un Paese e aiutarlo in un altro, come fanno gli USA in Iraq e Siria. Affermazioni corroborate dalla pubblicazione statunitense “The Washington Free Beacon” del 28 agosto, secondo cui gli USA non attaccarono mai i 60 campi di addestramento del SIIL da cui uscivano almeno 1000 terroristi al mese. “Il Pentagono non ha condotto raid aerei contro i 60 campi di addestramento dello Stato islamico (IS) che forniscono migliaia di combattenti ogni mese al gruppo terroristico, secondo ufficiali della difesa e dell’intelligence. I campi sono diffusi in tutte le aree controllate dallo Stato islamico in Iraq e Siria e sono esclusi dai bombardamenti degli Stati Uniti per preoccupazioni sui danni collaterali”. Inoltre, il SIIL aveva aperto altri campi in Libia e Yemen. “L’incapacità di attaccare i campi di addestramento di Stati Uniti e alleati solleva interrogativi presso gli ufficiali della difesa e dell’intelligence statunitensi sull’impegno del presidente Obama e dei suoi collaboratori all’attuale strategia per degradare e distruggere il gruppo terroristico. “Se conosciamo la posizione di tali campi, e il presidente vuole distruggere il SIIL, perché sono ancora attivi? si chiede un ufficiale”. I campi erano considerati dagli analisti dell’intelligence degli USA elementi chiave dei successi del gruppo terroristico, il cui vantaggio principale era fornire di continuo nuovi combattenti. “Un portavoce della Casa Bianca s’è rifiutato di commentare il mancato bombardamento dei campi terroristici”, e anche il portavoce del Pentagono Maggiore Roger M. Cabiness si rifiutava di comunicare il motivo per cui i campi di addestramento non venivano bombardati. “Non posso entrare nei dettagli sulla nostra ricerca dei bersagli“.
IS-training-camps_risultato Secondo il sito del Comando Centrale dell’USAF, su 6419 attacchi aerei effettuati dal 7 agosto 2014, (3991 in Iraq e 2428 in Siria), lo 0,3 per cento fu effettuato contro i campi di addestramento, mentre sarebbero stati colpiti 119 blindati, 340 Humvee, 510 concentramenti, 3262 edifici, 2577 postazioni, 196 infrastrutture petrolifere e 3680 “altri” obiettivi non identificati. Diversi ufficiali della Defense Intelligence Agency (DIA) e dell’US Central Command, responsabile delle operazioni, affermarono che i rapporti dell’intelligence indicano che la strategia degli Stati Uniti contro il SIIL non funzionava e secondo le stime dell’intelligence statunitense, i terroristi del SIIL erano aumentati in un anno. Il sito “Long War Journal” pubblicava una mappa dei 100 campi di addestramento del SIIL attivi a Mosul, Raqah, Niniwa, Ayn al-Arab, Aleppo, Falluja e Baiji. Secondo “The Daily Beast”, ufficiali e agenti dell’intelligence degli Stati Uniti facevano pressioni sugli analisti del terrorismo per modificare le stime sullo Stato Islamico, ritraendolo più debole. Inoltre, 52 analisti dell’intelligence statunitense protestavano, ufficialmente, poiché i loro rapporti su SIIL e al-Qaida in Siria (Jabhat al-Nusra) venivano alterati o censurati dagli ufficiali del Comando Centrale degli USA (CENTCOM). “Il cancro è nell’alto comando dell’intelligence”, dichiarava un funzionario della Difesa statunitense. Due analisti del CENTCOM presentavano denuncia scritta all’ispettorato generale del dipartimento della Difesa, nel luglio 2015, sostenendo che i rapporti venivano alterati per presentare i gruppi terroristici più deboli di quanto gli analisti stimassero. Le modifiche non autorizzate venivano apposte dai comandanti del CENTCOM in modo da supportare la linea dell’amministrazione Obama, secondo cui gli USA stessero sconfiggendo il SIIL in Siria. La denuncia veniva firmata da altri 50 analisti, che lamentavano inoltre la politicizzazione dei rapporti dell’intelligence statunitensi. Le denunce sostenevano che diversi aspetti chiave dei rapporti dell’intelligence venivano rimossi o anche volutamente alterati. Altri rapporti ritenuti troppo negativi sulla valutazione delle operazioni statunitensi contro il SIIL, venivano respinti dal comando o addirittura occultati.COxMic7W8AIUkBf.jpg largeSiria
Il 1.mo settembre basi del SIIL venivano bombardate da aerei da guerra siriani a Qalaydin, Daqman e al-Zaqum, nella provincia di Hama. Le forze siriane liberavano il villaggio di al-Savaqiah, presso Fua, occupato dai terroristi, distruggendo 1 carro armato dei taqfiristi e sequestrando grandi quantità di munizioni.
Il 2 settembre, ad al-Zabadani, la linea tenuta dai terroristi islamisti di haraqat Ahrar al-Sham, ELS e Jabhat al-Nusra crollava mentre la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’EAS ed Hezbollah liberavano il quartiere al-Balad e la chiesa al-Rum, ponendo sotto controllo tutta la città. A sud di al-Zabadani, EAS ed Hezbollah assaltavano Madaya, base dei terroristi al confine libanese. Presso Qunaytra, l’Esercito arabo siriano eliminava decine di terroristi a Qrum al-Humriyah, Hadar e Qan Arnabah, mentre ad Homs l’EAS colpiva le posizioni dei terroristi ad al-Basari, al-Quraytin, Badiyah, Jazal, Jab Hamad, Habra al-Sharqiya, al-Gharbiya e Masharfah. Il 2 settembre, autobomba degli islamisti uccideva 10 civili e ne feriva 25. altri 6 civili furono uccisi dai terroristi nella provincia di Damasco.
Il 3 settembre, il SIIL attaccava l’aeroporto militare di Dair al-Zur, dal fianco orientale, e i villaggi al-Muriyah e al-Jafra, ma la 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione dell’Esercito arabo siriano respingeva l’assalto, il secondo in una settimana, eliminando oltre 30 terroristi. Nel primo attacco ne erano stati eliminati altri 25. Ad al-Zabadani la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, il Partito nazionalista sociale siriano (SSNP) e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) liberavano la moschea al-Bayt eliminando 13 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham ed ELS. La ‘brigata meridionale’ dell’ELS e Jaysh al-Yarmuq attaccavano l’aeroporto militare di Thalah, nel Governatorato di al-Suwayda, ma NDF e SAAF respingevano l’attacco infliggendo pesanti perdite ai terroristi. La SAAF eliminava numerosi terroristi, tra cui ufficiali turchi, negli attacchi aerei sulle posizioni del Jabhat al-Nusra nella provincia di Idlib e nel Sahl al-Qab, a Marata, Qan Shayqun, Mhambal, Ariha, Tal Salmu, al-Qushayr, al-Mitala, al-Hamidiyah, Jisr al-Shughur e Ishtabraq.
Il 4 settembre, Jaysh al-Fatah riprendeva l’assalto alle città di Qafraya e al-Fua, nel Governatorato di Idlib. Prima dell’attacco i terroristi avevano sparato 40 granate di mortaio uccidendo due civili e ferendone altri 12. Presso le frazioni di Dair al-Zughab e Tal Qirbat, le Forze di Difesa Nazionale distruggevano tre tecniche ed eliminavano 37 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham respingendo l’attacco. A Bab al-Hawa, 161 terroristi del Jaysh al-Fatah venivano eliminati nei combattimenti per Zayzun contro le forze siriane che avevano circondato i terroristi. Nel tentativo di aprire una via di fuga ai terroristi accerchiati, Jaysh al-Fatah utilizzava tutta l’artiglieria a sua disposizione, consumando grandi quantità di munizioni fornite dai turchi, secondo Abu Muhamad al-Idlibi, capo locale dei terroristi, “Soffriamo carenze di veicoli e carburante. L’aiuto dalla Turchia non basta per poter svolgere i nostri compiti”. La 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, il Partito sociale nazionalista siriano (SSNP) e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) liberavano il quartiere al-Nabwa ad al-Zabadani, liquidando 15 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham, ELS e Jabhat al-Nusra. Ad al-Suwayda i terroristi facevano esplodere un’autobomba uccidendo otto civili, tra cui shaiq Abu Fahd Wahid al-Balus, e ferendone altri 22. Balus aveva invitato i drusi a non farsi coinvolgere nelle dispute tra lo Stato e i terroristi.
Il 5 settembre, la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, SSNP e NDF smantellavano un grande tunnel di haraqat Ahrar al-Sham nel quartiere Bayt al-Dalati, alla periferia del sud di al-Zabadani, utilizzato dai terroristi per rifornirsi al centro di al-Zabadani. Le forze armate siriane e della resistenza libanese liberavano i quartieri Bayt al-Dalati e Dawar al-Salwan, mentre la SAAF effettuava 40 attacchi aerei sulle posizioni dei terroristi ad al-Zabadani e Madaya. Scontri tra SIIL e Ajnad al-Sham e Jaysh al-Islam sulla strada Qadam – Hajar al-Aswad, a sud di Damasco. 13 terroristi del SIIL vi restavano uccisi.
Il 6 settembre, presso Daraya, la Syrian Arab Air Force (SAAF) bombardava le posizioni dei terroristi di Ajnad al-Sham eliminando 13 terroristi, tra cui Abu Amar al-Qafr al-Susani, capo militare del Itihad al-Islami li-Ajnad al-Sham; tutti liquidati da un elicottero d’attacco Mil Mi-24 Hind della SAAF. Il SIIL attaccava le posizioni difensive delle Forze armate siriane a Dair al-Zur con due attacchi suicidi e 60 colpi di artiglieria sui quartieri al-Jubaylah, al-Sina, e al-Amal, distruggendo la moschea al-Fardus e uccidendo una dozzina di civili. Dopo l’attentato suicida, il SIIL attaccava le difese dell’Esercito arabo siriano nel quartiere al-Jubaylah, venendo respinto con l’eliminazione di 15 terroristi. Anche gli attacchi alle postazioni dell’EAS ad al-Sina e al-Amal fallivano, con l’eliminazione di 3 tecniche e 18 terroristi del SIIL. L’Aeronautica siriana distruggeva basi, veicoli e concentramenti di terroristi a Jazal, presso Tadmur, ed eliminava 14 terroristi a Dair al-Qubra. La SAAF colpiva le posizioni dei terroristi presso Idlib e Hama, a Mhambal e al-Furayqa, eliminando 6 autoveicoli e 11 terroristi di Jabhat al-Nusra, a Qushir, al-Majas, Fatira, Muzra e Jusif.
Il 7 settembre, la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e Partito sociale nazionalista siriano (SSNP), liberavano la Banca Commerciale, dove i terroristi avevano il loro deposito di armi. Il SIIL attaccava Wadi al-Sahlah e al-Bayarat, presso Tadmur, ma la 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata dell’Esercito siriano arabo e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) respingevano l’assalto eliminando oltre 43 terroristi e 6 tecniche. Quindi la 67.ma Brigata, in coordinamento con la Liwa Suqur al-Sahra liberava Jazal dopo due giorni di combattimento. Il SIIL attaccava nuovamente l’aeroporto militare di Dair al-Zur, venendo respinto dalla 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione dell’Esercito arabo siriano che distruggeva 4 tecniche del SIIL. A sud-ovest di Dair al-Zur, la 113.ma Brigata dell’Esercito arabo siriano e la milizia Shaytat liberavano il pozzo petrolifero di al-Tayim eliminando 19 terroristi del SIIL. Presso Lataqia, l’EAS eliminava 31 terroristi e 6 autoveicoli.
L’8 settembre, ad al-Zabadani la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e Partito sociale nazionalista siriano (SSNP) liberavano i quartieri al-Ghabiyah e al-Mas eliminando 11 terroristi. Secondo il giornale libanese antisiriano “Daily Star”, ad al-Zabadani furono eliminati oltre 400 terroristi e altri 189 si erano arresi all’EAS. A Tal Qurdi, l’EAS eliminava 10 terroristi del Jaysh al-Islam.
Il 9 settembre, il SIIL attaccava nuovamente l’aeroporto militare di Dair al-Zur utilizzando un carro armato T-55 e un BMP, e 5 autoveicoli carichi di esplosivi contro l’ingresso orientale dell’aeroporto, seguiti dall’assalto dei terroristi su al-Muriyah, ad est della base siriana. Ma i soldati della 137.ma Brigata d’artiglieria e della 117.ma Brigata della 17.ma Divisione di riserva, della 104.ta Brigata aeroportata della Guardia repubblicana dell’Esercito arabo siriano, e delle Forze di Difesa Nazionale (NDF), distruggevano quattro delle autobombe mentre l’ultima mancava il bersaglio. L’assalto su al-Muriyah falliva pure, con l’eliminazione in tutto di 300 terroristi e 40 autoveicoli del SIIL. Ad Abu Dhuhur, dopo 48 ore di scontri i terroristi di Jabhat al-Nusra e Jund al-Aqsa, avviati dall’ennesimo attacco suicida, entravano nella base aerea difesa da Liwa Suqur al-Dahar, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e soldati dell’Esercito arabo siriano (EAS) che perdevano tra morti e prigionieri 18 effettivi, mentre 23 terroristi furono eliminati. La Liwa Suqur al-Dahar era composta da miliziani del Governatorato di Idlib guidati da Abu al-Jarah, ex-militare di Idlib. Ad al-Suwayda, le forze siriane arrestavano 25 terroristi. Le forze siriane ed Hezbollah terminavano le operazioni di rastrellamento di al-Zabadani.
Il 10 settembre, il Jaysh al-Islam eseguiva un attacco verso al-Zabadani, ai villaggi Alali e Muzat controllati da Hezbollah, nel tentativo di spezzare l’assedio ai terroristi da parte della 63.ma Brigata della 4.ta Divisione corazzata dell’EAS e di Hezbollah, ma l’attacco islamista falliva con l’eliminazione di 30 terroristi. L’assalto veniva sostenuto da un attacco aereo israeliano su una postazione dell’Esercito siriano presso Zabadani. La 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata e la Liwa Suqur al-Sahra dell’Esercito arabo siriano, e le Forze di Difesa Nazionale (NDF), liberavano i giacimenti di Jazal, presso Tadmur, dopo aver eliminato 20 terroristi e 4 tecniche del SIIL. Ad Aleppo l’Esercito arabo siriano bombardava le posizioni dei terroristi nei quartieri di al-Jadida, al-Ramusa, al-Ashrafyia, al-Rashidin, Shaiq al-Lutfi, al-Layramun, Bani Zayd, al-Amiryia, Shaiq Ahmad, al-Ridwanyia, al-Halabyia, Shaiq Qudir e Iqtar al-Bizar, mentre nella provincia di Hama, a Qafar Zita e ad al-Lataminah, l’EAS eliminava 26 terroristi.
L’11 settembre, presso Lataqia, ad al-Qabir e al-Atira, l’artiglieria dell’EAS bombardava un concentramento di terroristi, eliminandone 80.
Il 12 settembre la 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata e la Liwa Suqur al-Sahra dell’Esercito arabo siriano liberavano completamente Jazal, a nord-ovest di Tadmur, e Tal Suda, eliminando 23 terroristi e 3 tecniche del SIIL. Ad Unq al-Hawa, nella provincia di Homs, unità dell’esercito e gruppi di difesa popolari eliminavano numerosi terroristi del SIIL, mentre 6 autoveicoli di un convoglio di Jabhat al-Nusra venivano distrutti presso Dair al-Ful. Unità dell’EAS effettuavano diverse operazioni contro le basi dei terroristi del Jaysh al-Fatah tra al-Latamanah e al-Arbain, nella provincia di Hama, eliminando diversi terroristi. Ad al-Zabadani, 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, NDF e SSNP eliminavano 18 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham, esercito libero siriano e Jabhat al-Nusra liberando il quartiere di al-Nabua. A Dair al-Zur le milizie delle tribù Shaytat eliminavano 18 terroristi del SIIL di fronte l’ospedale al-Hiqmat. La 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione e la 104.ta Brigata aviotrasportata della Guardia repubblicana dell’EAS, in coordinamento con milizia Shaytat e NDF, eliminavano 37 terroristi nelle fattorie di al-Muriyah e sul jabal al-Bardah. Dopo due mesi e cinque assalti, i capi della ‘brigata meridionale’ dell’ELS ponevano fine alla cosiddetta operazione “Tempesta del Sud” contro il Governatorato di Dara, avendo subito pesantissime perdite nonostante i terroristi circondassero da tre lati la città difesa dalla 15.ma e dalla 285.ma Brigata dell’Esercito arabo siriano. Inoltre, a Balad al-Dara l’EAS eliminava diversi terroristi di Jabhat al-Nusra e haraqat al-Muthana. Le Forze armate siriane eliminavano decine di terroristi del Jaysh al-Islam alla periferia di Duma e ad Harasta. A Tal Maz, nella provincia di al-Suwayda, unità dell’esercito effettuavano un’operazione speciale contro le posizioni del SIIL dei terroristi, eliminandone diversi.
Il 12-13 settembre, a sud di Dara, a Gharaz, la 5.ta Divisione corazzata dell’EAS annientava il gruppo islamista Asifat al-Janub. Dopo aver ricevuto l’intelligence su un piano dell’ELS per tagliare le linee di rifornimento dell’esercito siriano e quindi circondare Dara con una manovra avvolgente da nord, gli aerei della SAAF bombardavano le posizioni dei terroristi presso Gharaz, al confine con la Giordania, mentre la 5.ta Divisione corazzata colpiva a sud di Dara un convoglio di pickup armati dei terroristi, eliminandone 89, ed investiva le 55 posizioni note di Jabhat al-Nusra e haraqat al-Muthana presso Dara, liquidando il capo di al-Muthana. A Duma, l’EAS liquidava un gruppo di terroristi giunti per coordinare le azioni tra Jaysh al-Islam e Faylaq al-Rahman contro le forze governative siriane. Furono eliminati 34 terroristi, ed altri 21 terroristi furono liquidati ad Harasta. Nella controffensiva su Harasta, Dhahiyat al-Assad e Duma, NDF, PLA e la 105.ta Brigata della Guardia repubblicana dell’EAS eliminavano 250 terroristi. In quei giorni, il fronte meridionale dell’ELS, che doveva occupare Dara, invece si ritirava. A Daraya, dopo settimane di combattimenti per rompere le difese siriane nel Ghuta orientale, il piano degli islamisti falliva senza aver compiuto un qualsiasi progresso. Ad al-Zabadani, 1500 terroristi furono eliminati, sgombrando il Qalamun e il confine tra Libano e Siria dalla presenza dei taqfiriti sostenuti da Israele. 3500 terroristi rimanevano chiusi nelle sacche presso al-Qusayr, di Madaya e Wadi Barada. Il SIIL si ritirava dopo il fallimento dell’assalto all’aeroporto di Dair al-Zur.
Il 13 settembre, la SAAF compiva 7 attacchi aerei sulle posizioni del Jaysh al-Fatah nella base aerea di Abu Duhur, presso Idlib. Ad Aleppo, Jabhat al-Shamiyah e Jabhat al-Nusra attaccavano le postazioni difensive delle Forze armate siriane nel quartiere al-Ashrafīyah, ma furono respinti con pesanti perdite.COx__UbWcAEvUBX.jpg largeLe operazioni in Iraq, luglio-settembre 2015
Il 10 agosto raid aerei iracheni eliminavano 49 terroristi e 4 tecniche del SIIL nella provincia di Salahudin, mentre altri 12 furono liquidati dalle forze di sicurezza irachene ad Husaybah, ad est di Ramadi, nell’Anbar. Altri 7 terroristi furono eliminati dai combattenti delle unità di mobilitazione popolare ad Albu Shajal e al-Malahama, sempre nell’Anbar, assieme a 6 pickup armati del SIIL. 17 terroristi del SIIL furono eliminati ad al-Qarmah, 48 km ad ovest di Baghdad. A Baghdad, il 13 agosto, un autocarro-bomba veniva fatto esplodere nel mercato Jamila di Sadr City uccidendo 61 civili e ferendone altri 200. Intanto a Ramadi l’esercito iracheno e le forze popolari circondavano completamente i terroristi del SIIL. “Il SIIL è assediato da tutti i lati a Ramadi“, dichiarava il Generale di Brigata Ahmad al-Bilawi, “Le forze irachene a fianco della milizia Hashd al-Shabi avanzano contro i ribelli del SIIL da nord ed est di Ramadi“, dichiarava il capo del Comitato per la sicurezza del Consiglio di Qalidiyah, provincia di Anbar, Ibrahim Fahdawi. “Le forze sciite e dell’esercito iracheno avanzano dal fronte settentrionale contro i militanti raggiungendo la periferia di Jirashi, tra la zona di Abu Diab e il Comando operativo di Anbar. Le forze di sicurezza avanzano anche da est e dalle regioni di Husaybah e al-Madyaq“. L’esercito e le forze volontarie iracheni avevano liberato le colline strategiche ad oriente della città di al-Ramadi. Il 13 agosto le forze irachene distruggevano 3 autoveicoli del SIIL e liberavano al-Maziq, 9 chilometri ad est di Ramadi. L’aviazione irachena colpiva due basi del SIIL e un’officina per auto-bombe a Falluja, eliminando decine di terroristi, mentre le forze irachene eliminavano 10 altri terroristi negli scontri a nord-est di Falluja, tra cui 3 capi del SIIL di origine libica: Salam Darbu, Adnan Ibrahim al-Mashadani e Safyan bin Qamu. Le forze aeree irachene eliminavano 125 terroristi del SIIL nella provincia di Salahudin, con raid aerei sulle posizioni taqfirite presso al-Shirqat, a 250 chilometri a nord di Baghdad. Inoltre, il comandante della Polizia Federale, Tenente-Generale Raid Shaqir Judat, dichiarava che la polizia irachena aveva eliminato 29 terroristi ad Husaybah, 7 km ad est di Ramadi, mentre la 16.ma Brigata dell’Esercito iracheno liberava al-Humaria e le unità della mobilitazione popolare liberavano al-Malab, sempre nella provincia dell’Anbar, eliminando 10 terroristi. Il 15 agosto, almeno 50 terroristi del SIIL venivano eliminati dalla 5.ta Divisione dell’Esercito iracheno nella provincia di Salahudin, e il 16 agosto la 16.ma Brigata dell’Esercito liberava la stazione ferroviaria di Ramadi, dopo che i terroristi del SIIL avevano subito pesanti perdite nelle operazioni dell’esercito iracheno che avanzava fino ai quartieri meridionali al-Dabat e al-Baqr della città, e ad al-Malab, a sud di Ramadi. Il 19 agosto le forze irachene liberavano il quartiere al-Zaytun di Ramadi ed avanzavano su Huwaija al-Samara, mentre l’aeronautica irachena colpiva un convoglio del SIIL a Kirkuk, eliminando almeno 19 terroristi. Nell’operazione per la liberazione di Ramadi erano stati eliminati 150 terroristi del SIIL. Il 23 agosto, aerei da combattimento iracheni bombardavano le posizioni del SIIL nella provincia di Anbar, a Dijla, 30 chilometri a nord di Baghdad, a Baiji, nella provincia di Salahudin, e a Tal Afar nella provincia di Niniwa. Il 29 agosto l’esercito iracheno eliminava 45 terroristi del SIIL nella provincia di al-Anbar, presso al-Qalidiya, liberando Jubah, nel distretto di Hit nell’ambito dell’operazione per liberare Ramadi, capitale della provincia di Anbar, occupata dal SIIL dal maggio 2015. Il 30 agosto l’esercito iracheno avanzava nella provincia di Anbar verso al-Qalidiya, eliminando 45 terroristi del SIIL. Il SIIL giustiziava 112 propri membri a Niniwa, tra cui 18 capi, per aver tentato un “golpe” contro il capo dello Stato islamico Ibrahim al-Samarai, alias Abu Baqr al-Baghdadi, e pianificato l’eliminazione del capo del SIIL a Mosul Abu Abdulmajid Afar e l’invasione di Niniwa per poi dichiarare guerra al SIIL di Raqqa in Siria.
Il 3 settembre l’Esercito iracheno respingeva un’offensiva del SIIL sulla città di Samara, nella provincia di Salahudin, eliminando 58 terroristi. Inoltre, il SIIL aveva pianificato degli attentati suicidi a Samara, ma furono sventati. Le forze dell’Hashd al-Shabi respingevano l’attacco del SIIL sulla città di al-Qarmah nella provincia di Anbar, eliminando decine di terroristi. L’esercito iracheno e Hashad al-Shabi respingevano un’altra offensiva del SIIL su al-Baghdadi e Haditha, presso Ramadi, eliminando 112 terroristi, secondo il comandante della 7.ma Divisione dell’Esercito iracheno, Maggior-Generale Abdulzubayah Nauman. Il 6 settembre, le forze popolari irachene Hashd al-Shabi distruggevano 15 autoveicoli armati del SIIL presso Tal al-Mashihidah, presso Ramadi, mentre a nord di Ramadi, ad Albu Aytha, eliminavano altri 30 terroristi. Le forze irachene quindi tagliavano le linee di rifornimento del SIIL nella provincia di Kirkuk, liberando al-Havijah nell’ambito dell’operazione per liberare la città di Fallujah (provincia di al-Anbar). A Mosul l’aeronautica irachena bombardava le posizioni del SIIL eliminando circa 40 terroristi, tra cui Hasan Muhsan al-Jalabi, capo del campo di addestramento del SIIL di Tal Afar. Sempre a Mosul, Ahmad Qalil Wathiq, capo della sicurezza del SIIL di Mosul, veniva eliminato con le sue guardie del corpo nel corso di un attacco di forze tribali irachene. Il 9 settembre la 16.ma Divisione delle forze d’intervento rapido irachene liberava al-Naimiyah, a sud di Falluja. Il 12 settembre, le forze volontarie irachene eliminavano 28 terroristi del SIIL nel distretto di al-Qarmah, ad est di Falluja, provincia di Anbar.
Finora l’Iraq ha ricevuto 16 elicotteri d’attacco Mil Mi-35M e 11 Mil Mi-28NE. Il contratto firmato con la Russia prevede la fornitura di 43 elicotteri: 24 Mil Mi-35M e 19 Mil Mi-28NE. Intanto i consiglieri militari degli Stati Uniti avevano tentato “di evitare che le forze antiterrorismo irachene prendessero l’Università di Anbar, a Ramadi, ma senza riuscirci“, secondo Samir al-Shavili, consulente sull’antiterrorismo presso i media iracheni. Aveva osservato che gli statunitensi avevano descritto l’Università d Anbar come una trappola pericolosa tesa dai terroristi del SIIL, tentando di dissuadere le forze irachene dall’occuparla, dopo che il gruppo terroristico aveva usato il gas mostarda durante l’assedio della città. “Le truppe irachene furono esposte al gas mostarda delle munizioni sparate dal SIIL, mentre si avvicinavano all’Università di Anbar”.

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Il 2 settembre 2015, il SIIL effettuava un duplice attentato nella capitale Sana, uccidendo 28 civili e ferendone 75. Al-Qaida compiva sei attentati nel governatorato di al-Bayda e uno a Shabwa tra il 2 e il 4 settembre e gli aviogetti sauditi bombardavano 30 volte Sana e attaccavano l’aeroporto al-Dulaymi. Il 4 settembre l’esercito yemenita ed Ansarullah distruggevano un deposito di armi saudite nella regione di al-Musfaq, nella provincia del Jizan, oltre a 2 autoveicoli militari sauditi. L’unità missilistica dell’esercito yemenita bombardava le basi militari saudite di Abu al-Salul, Wadi al-Malah, al-Musfaq e al-Qujarah, nella provincia al-Tawal dell’Arabia Saudita. Nel bombardamento della base militare di Safar, presso Marib, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Bahrayn avevano perso, soprattutto nell’esplosione di un deposito di armi, almeno 300 soldati e ufficiali (i filo-sauditi ne ammettevano 85), 12 carri armati Leclerc, 40 altri mezzi e 4 elicotteri d’attacco AH-64D Apache. Il quotidiano libanese al-Akhbar titolava, “Aden, cimitero dei carri armati AMX Leclerc, orgoglio dell’arsenale francese“. Dopo il bombardamento, le forze saudite, che secondo un soldato saudita fatto prigioniero dalle forze yemenite erano composte soprattutto da mercenari somali e sudanesi, cercavano di riprendersi la provincia di Marib, fallendo e subendo pesanti perdite, e questo nonostante il supporto tecnologico fornito dalle basi francesi di Gibuti e Shayq Zayad, ad Abu Dhabi. I mercenari “catturati sono di diverse nazionalità e prestano servizio nell’esercito degli Emirati Arabi Uniti“, affermava un comandante yemenita. “I Paesi arabi hanno reclutato mercenari da diversi Paesi, tra cui Sudan, Somalia e Nigeria dopo aver perso numerose truppe negli scontri con le forze yemenite“, aggiungeva il comandante. Infine, dopo l’attacco missilistico a Marib, terroristi del SIIL decapitavano decine di soldati degli EAU catturati dopo esser fuggiti dalla base bombardata.
CODVaA6WwAAhoVZIl 6 settembre gli aerei sauditi bombardavano Sana e le basi militari di Nahdayn e Faj Atan, uccidendo 27 persone. Il 7 settembre, attacchi aerei sauditi uccidevano 12 persone e ne ferivano altre 39 nella città di Yarim, provincia di Ib. Secondo Zayfulah al-Shami, dirigente di Ansarullah, l’ex-presidente yemenita Mansur Hadi aveva inviato 700 miliziani delle tribù della provincia di Marib in Arabia Saudita per ricevere l’addestramento militare, mentre ad agosto Hadi aveva incontrato il presidente sudanese Omar al-Bashir, che aveva inviato 3000 mercenari sudanesi che a giugno, assieme alle truppe saudite, invasero Aden. Il 12 settembre l’esercito yemenita prendeva il controllo di quattro basi militari saudite nelle province di Janub al-Dhahra e Asir, in Arabia Saudita, distruggendo 3 depositi di munizioni e almeno 19 autoveicoli militari sauditi. Nel frattempo Ansarullah bombardava le strutture militari saudite nelle regioni di al-Hajlah e Jabal al-Dud nella provincia del Jizan, sempre in Arabia Saudita.
Intanto, Riyadh riduceva le spese sociali ed emetteva altre obbligazioni per affrontare un deficit di bilancio record dovuto alla caduta dei prezzi del petrolio, da oltre 6 mesi al di sotto dei 50 dollari al barile. Il governo saudita aveva emesso altri buoni del tesoro per finanziare il deficit di bilancio che arrivava a 117 miliardi di euro nel 2015. L’Arabia Saudita aveva prelevato dalle riserve valutarie 82 miliardi di dollari passando a 650 miliardi  di riserva valutaria. Il Qatar inviava nello Yemen 1000 soldati dotati di 200 blindati VAB, MOWAG Piranha II e CCTS-90 e di 30 elicotteri. La forza d’invasione nello Yemen era formata da 3000 soldati degli Emirati Arabi Uniti, 1000 del Qatar, 1000 dell’Arabia Saudita, 6000 mercenari yemeniti addestrati dall’Arabia Saudita, 3000 mercenari sudanesi, 800 soldati di Egitto, Bahrayn, Quwayt, Giordania, Senegal e Marocco.

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Fonti:
Analisis Militares
Analisis Militares
Fars
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Global Research
Moon of Alabama
Reseau International
RID
Sputnik
The Saker
Zerohedge

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Sorgente: Le guerre perdute di Washington: Siria, Iraq e Yemen | Aurora

Turchia: bloccata la carovana internazionale diretta a Kobane

La carovana internazionale che doveva recarsi a Kobane per portare aiuti umanitari è stato bloccata a Suruc dall’esercito turco. Partita il 12 settembre, la carovana ha come richiesta quella dell’apertura di un corridoio umanitario sul confine turco per permettere l’arrivo di aiuti alla popolazione di Kobane, per mesi sotto assedio dell’ISIS. Ascoltiamo una compagna femminista che racconta di come, invece, una delegazione di Kobane è riuscita a raggiungere gli internazionali.

Sorgente: Turchia: bloccata la carovana internazionale diretta a Kobane | Radio Onda Rossa

Tolto l’assedio a Cizre si contano i morti e i danni

La popo­la­zione di Cizre, ha dichia­rato 15 giorni fa l’autogoverno o come la defi­ni­sce il co-presidente del muni­ci­pio «l’autonomia demo­cra­tica». «Dopo pochi giorni, circa cento mezzi blin­dati dell’esercito sono entrati in città — ci spiega Fay­sal Sariy­il­diz — e un copri­fuoco con­ti­nuo è stato impo­sto a tutta la popo­la­zione. Cor­rente elet­trica, acqua e ser­vizi di comu­ni­ca­zione sono stati inter­rotti. Un incubo».

Sorgente: Tolto l’assedio a Cizre si contano i morti e i danni

Dopo la strage di Suruc il regime turco trema: twitter bloccato, bavaglio ai media

Dopo la strage di Suruc il regime turco trema: twitter bloccato, bavaglio ai media

Erano per lo più giovani e giovanissimi gli attivisti curdi e turchi arrivati da tutto il paese nei giorni scorsi a Suruc, a pochi chilometri dalla frontiera con la Siria e dalla città martire di Kobane. Quando la bomba piazzata nel centro culturale Amara è esplosa, stavano cantando slogan di solidarietà con la lotta della resistenza curda contro i tagliagole dello Stato islamico. Di lì a poco avrebbero provato a superare il confine, dopo l’ennesimo divieto delle autorità di Ankara, per partecipare a una missione di solidarietà con l’obiettivo di partecipare alla ricostruzione di Kobane. Avevano raccolto giocattoli per allietare le sofferenze dei bambini di Kobane, volevano costruire una biblioteca e un museo dedicato all’epica lotta della città – e di tutto il Kurdistan – contro le orde jihadiste. Dei 330 ragazzi e ragazze – alcuni militanti di organizzazione della sinistra radicale curda e turca, altri semplicemente animati dalla volontà di partecipare ad un progetto solidale – che avevano aderito all’appello della Federazione delle Associazioni della Gioventù Socialista, arrivando da molte città della Turchia, 32 sono stati dilaniati dall’esplosione. Altri e altre sono in gravissime condizioni, e purtroppo il già tragico bilancio di questa assurda strage potrebbe aggravarsi.

Dopo la strage di Suruc il regime turco trema: twitter bloccato, bavaglio ai media – contropiano.org.

Attacco suicida a Suruc, strage di giovani diretti a Kobane

Attacco suicida a Suruc, strage di giovani diretti a Kobane

Nella tarda mattinata di oggi un attacco suicida da addebitare quasi certamente allo Stato Islamico ha fatto strage a Suruc, località curda nel distretto turco di Urfa che sorge a pochi chilometri dalla città martire di Kobane.

Attacco suicida a Suruc, strage di giovani diretti a Kobane – contropiano.org.

50 paesi preparano in segreto un trattato ancora peggiore del TTIP

50 paesi preparano in segreto un trattato ancora peggiore del TTIP

Pressenza – 50 paesi preparano in segreto un trattato ancora peggiore del TTIP.

DAMOCRACY

DAMOCRACY: A documentary that debunks the myth of large-scale dams as clean energy and a solution to climate change. It records the priceless cultural and natural heritage the world would lose in the Amazon and Mesopotamia if two planned large-scale dams are built, Belo Monte dam in Brazil, and Ilisu dam in Turkey. DAMOCRACY is a story of resistance by the thousands of people who will be displaced, and a call to world to support their struggle.

More info at damocracy.org

I profiterole di Gezi Park

Tante scene, tanti ricordi per non dimenticare. Il passato che si mescola al presente, una fetta d’umanità che ritorna a risentirsi, a rimescolare le infine tonalità Istanbul

Istanbul, 8 giugno 2013, Nena News – Sette giorni fa i primi scontri diretti con la polizia a piazza Taksim, i gas lacrimogeni lanciati sulla folle inerme. Scene di violenza terrificanti e inconcepibili per uno stato che si definisce democratico. Queste sono le foto che sono appese tra gli alberi del parco di Gezi diventato una comunità eterogenea d’idee, un simposio di profumi, esibizioni artistiche a cielo aperto, uno spazio per reinventarsi e ridare forma ad uno nuovo tipo di società.

Tante scene, tanti ricordi per non dimenticare. Il passato recente che si mescola al presente, una fetta d’umanità che ritorna a risentirsi, a respirare l’atavico bisogno di comunicare, toccare la terra, lavorarla, rimescolare le infine tonalità di questa città umana.

Tra queste migliaia di tende, orti improvvisati e auto della polizia diventate monumento c’è un’energia incredibile. Unica. Si respira la voglia di cambiare e di essere attori stessi di questo processo.

C’è anche tanta paura per le parole del primo ministro, tornato giovedi’ sera dal suo viaggio in Marocco e Tunisia, il quale ha affermato con forza che le proteste devono finire, che il progetto urbano di trasformazione urbana verrà fatto ma senza il centro commerciale che, per lo spazio ridotto del parco, non rispetta le norme previste dall’unione Europea. In seguito, nella conferenza pomeridiana “Ripensare alle sfide globali: Costruire un futuro comune tra EU e Turchia” apre al dialogo per richieste “democratiche”, critica in modo forte i media internazionali per la propaganda di disinformazione e definisce vandali i manifestanti.

Mi chiedo se abbia visto almeno una foto di quello che sta avvenendo in questi giorni all’interno del parco di Gezi, mi domando se si sia soffermato di fronte alle immagini di violenza indiscriminata da parte della polizia nei confronti dei dimostranti che in questa giornate di rivoluzione hanno contraddistinto 74 città della Turchia. Per questo personaggio, nuovo padre della patria e del progresso, sono, siamo solo terroristi, dei “Chapul” “(saccheggiatori).

Nel mezzo di questi “Chapul”: giovani, anziani, stranieri, religiosi, anticapitalisti, femministe, semplici cittadini di questa parte di mondo c’è anche un signore di settant’anni, con il viso aperto e gli occhi profondi. Lo chiameremo Ibrahim. La sua storia si collega e intreccia con gli eventi avvenuti negli ultimi anni in Turchia e in particolare ad Istanbul. Una trasformazione urbana, un cambiamento di costumi e di benessere apparente che ha portato il suo antico negozio di pasticcieria, famoso per le profiterole ha chiudere. Il nome del posto si chiama INCI, che significa perla.

Una perla di rivolta, che ha lottato e resistito per non essere schiacciata e scalpita da questo sistema che favorisce il profitto e non l’identità storica, umana e profonda di questa gente. INCI non è solo una semplice pasticceria, è il frutto di un sogno e di tanto lavoro. Il padre di Ibrahim l’ha aperta nel 1944, la sua passione per il dolce perfetto e le qualità di cuoco hanno fatto il resto. In poco tempo INCI è diventata il centro zuccheroso e accogliente di una Istanbul in costruzione. Il suo design interno antico, i tavoli in legno e i candelabri, la cura per il dettaglio sono stati da sempre una sicurezza per i tanti e variegati clienti. In questi settant’anni INCI ha accolto e addolcito i palati d’ intere generazioni. Fino al febbraio scorso era localizzato nella via centrale di Istanbul, Istiklal, ma con l’apertura dell’ennesimo centro commerciale ha subito l’ordine di sgombero forzato. Ibrahim ci racconta di come abbiano lottato, si sono appellati insieme alla fondazione dello storico teatro Emek, senza purtroppo riuscire a vincere. Una battaglia legale persa, una resistenza continua.

Nonostante le pressioni per evacuare il posto, Ibrahim e i suoi famigliari, i camerieri vestiti in abiti distinti, hanno continuato a servire profiterole. “Anche quando la polizia è arrivata e ha lanciato queste delizie per la strada, noi abbiamo cercato di resistere offrendo ad ogni passante i profiterole” racconta senza paura, con gli occhi lucidi Ibrahim. Mentre il centro commerciale veniva inaugurato, INCI è ritornata più forte che mai. La pasticceria ha riaperto lo scorso maggio, non più nella strada principale, ma in una laterale. Ha la stessa atmosfera d’inizio ventesimo secolo, una macchina del tempo leale con uno spirito rivoluzionario atemporale. Anche Ibrahim è uno dei partecipanti alle proteste iniziate lo scorso giovedì al parco di Gezi.

Racconta di essere stato assalito dai gas lacrimogeni, mi spiega come INCI sia diventato un centro di ricovero e di riparo per i tanti dimostranti che hanno combattuto una vera e propria guerriglia urbana. ” Istanbul deve essere governata mano nella mano, spalla contro spalla dai suoi cittadini, voglio combattere anch’io per ritornare a essere orgoglioso della democrazia Turca”.

Le proteste di questi giorni sono state definite in tanti modi, come una nuova primavera o estate turca, una sorta di occupy movement come quello vissuto negli Stati Uniti e in Spagna. tanti punti di contatto e anche tanti corti circuiti. Ho tante domande, da straniera, Italiana e abitante di questo mondo. Non cerco risposte, m’immergo in questa gente che in questi giorni mi sta dando una lezione d’umanità incredibile. Non so che profumo possa avere una rivoluzione, ma spero davvero che abbia lo stesso sapore e fragranza di questi profiterole.

thanks to: Sara Datturi

Turchia, in rivolta l’uomo e il Mediterraneo

Una rivolta per le idee e non per la fame. Come scriveva Camus, “la giovinezza del mondo si trova ancora intorno alle stesse sponde”.

Roma, 7 giugno 2013, Nena News – Sono ormai note a tutti le vicende che hanno visto protagonista il popolo turco nell’ultima settimana. Una pacifica manifestazione contro la distruzione di Gezi Park ad Istanbul, prevista per far posto alla costruzione di un centro commerciale, attaccata spropositatamente dalla polizia fino a causare accecamenti, feriti gravi e morti, è dilagata in tutta la nazione trasformandosi in una generalizzata e combattiva protesta contro il governo Erdogan.

La protesta è stata accostata da molti osservatori a quelle esplose negli ultimi anni negli Usa e in Spagna, e più recentemente in Svezia e Germania, soprattutto ad opera dei giovani “indignati”. Tuttavia fra le rivolte dei Paesi europei citati e quella turca vi è una differenza di fondo: le prime sono nate in società in decadenza, afflitte da una crisi epocale che non accenna a dileguarsi, la quale sbarra qualsiasi via alla realizzazione per le nuove generazioni; la seconda è nata in una società in rapida espansione, con una crescita attestata intorno al 5,4% annuo e un reddito procapite triplicato in dieci anni.

Le ragioni delle prime sono allora prevalentemente economiche, a queste poi si accostano ragioni culturali intente a produrre l’affermazione di modelli di sviluppo alternativi a quello dimostratosi fallimentare che si combatte; la seconda invece vanta ragioni primariamente culturali, ossia si sta combattendo un modello di sviluppo e di gestione della cosa pubblica che pur portando benessere è avvertito come estraneo e prepotente, calato dall’alto senza possibilità di discussione, che delle peculiarità del popolo a cui viene somministrato semplicemente non bada.

Certo altre ragioni, non esclusivamente ideali, sono presenti (si parla ad esempio di una crescente disuguaglianza fra classi, di giovani gruppi imprenditoriali in ascesa che sfidano i vecchi, nuove leggi e divieti filo-islamisti che non aiutano a distendere il clima), oltre al fatto che sarebbe a prescindere ingenuo attribuire a un sommovimento di tali, apprezzabili, dimensioni, ragioni di una sola tipologia. Tuttavia il fascino e la novità della rivolta turca è innegabile che consista proprio nella sua matrice prevalentemente antropologica e culturale, lo testimonia in maniera esemplare l’eterogeneità dei rivoltosi: studenti, associazioni di categoria, sindacati, disoccupati, piccoli imprenditori, lavoratori precari, anarchici, ultras, partiti di opposizione.

Erdogan ha avviato enormi opere pubbliche che stanno costringendo Istanbul ad una velocissima modernizzazione: ristrutturazione del sistema dei trasporti, nuovi complessi abitativi di lusso, centri commerciali, moschee, il terzo aeroporto, il terzo ponte sullo stretto del Bosforo, il tutto all’interno di un sistema economico sempre più liberista, incline alle privatizzazioni come all’apertura ai capitali stranieri, lanciato verso un turbocapitalismo di stampo occidentale. A tutto ciò, ossia all’implementazione acritica di un modello esogeno, il popolo turco ha reagito, e non è un caso che la reazione sia avvenuta in Turchia, Paese mediterraneo, dalla millenaria tradizione.

Non sembra un caso almeno a leggere alcune pagine vecchie di 60 anni dello scrittore e filosofo Albert Camus. Nel suo “L’uomo in rivolta”, il premio nobel franco-algerino, vide nell’area mediterranea una sacca di resistenza a tutti i pensieri unici, le ideologie, gli assolutismi provenienti dall’Europa continentale. Egli considerava l’uomo occidentale come il risultato della lotta “fra meriggio e mezzanotte”, ossia fra due matrici culturali: una greco-mediterranea, l’altra giudaico-cristiana; l’una votata alla ricerca della misura e ad un rapporto di obbedienza alle leggi della natura, l’altra votata a un continuo superamento dei limiti e ad un rapporto di sfruttamento con la natura; l’una interessata alla vita concreta, l’altra alle ideologie e al compimento ultimo della storia.

Secondo Camus dall’età moderna in poi la seconda matrice prese il sopravvento relegando l’altra in posizione marginale e quasi dimenticata. Tuttavia proprio il recupero della prima e del suo concetto di misura l’autore auspicò nelle pagine finali del suo testo, con l’intento di porre un freno alle ideologie totalitarie e perciò votate all’illimite che stavano a quel tempo distruggendo l’Europa (nazismo, stalinismo). L’impostazione culturale greco-mediterranea era infatti emarginata, secondo Camus, ma non scomparsa, ancora presente invece, se pur in maniera spuria, inconsapevole e maltrattata, nelle genti cresciute sulle sponde di quel mare.

Questo proprio grazie alla conformazione geografica e territoriale di quel mare, unica al mondo, che tutto assorbe, rielabora, mischia, corrompe, restituendo in nuova forma. È un mare che divide mettendo in collegamento, sui cui si affacciano tre monoteismi, tre continenti, tre civiltà, culla di democrazia, politica e dialettica, dove, dice Camus, ogni volta che una dottrina lo ha incontrato “nello choc di idee che ne è derivato è sempre stato il Mediterraneo che è restato intatto, il paese che ha battuto la dottrina”. Un mare per sua stessa conformazione destinato all’incontro/scontro fra opposti, al pluriverso, niente universo.

Oggi sembra essere ancora così. Certo l’ideologia è cambiata, non si tratta più di nazismo e stalinismo, spiega Franco Cassano, il sociologo che nel 1996 con la pubblicazione de “Il pensiero meridiano” ha recuperato l’aspetto mediterraneo del pensiero camusiano restituendocelo attualizzato. Vi è oggi però un’altra ideologia, altrettanto potente, quella della crescita infinita e obbligatoria, dello sviluppo economico e tecnico incontrollato. A guardare i Paesi oggi più in difficoltà, Portogallo, Spagna, Italia, Grecia, tutto il Sud dell’Europa rimasto sempre deficitario nei confronti dell’Europa continentale, che mai è riuscito a implementare completamente il modello unico imposto dei paesi anglosassoni, sembra che Camus avesse ragione.

Come sembra dargli ragione la rivolta turca, rivolta per le idee e non per la fame, che ha le sembianze del vecchio Mediterraneo che ancora una volta si scrolla di dosso i gioghi del conformismo, dell’unidirezionalità, dei modelli prestabiliti e già falliti; che sembra dirci che il benessere economico è solo una delle varie forme di benessere, il modello occidentale può essere superato. E sembra ricordarci con le parole di Camus che forse “la giovinezza del mondo si trova ancora intorno alle stesse sponde. Gettati nell’ignobile Europa ove muore, priva di bellezza e di amicizia, la più orgogliosa tra le razze, noi mediterranei viviamo sempre della stessa luce. In cuore alla notte europea, il pensiero solare, la società dal duplice volto, attende la sua aurora. Ma già questa rischiara le vie di una vera signoria”.

thanks to: Andrea Colasuonno