Quel dilettante di Goebbels… il servizio del TG5 sull’annullamento dell’amichevole Argentina-Israele

Delle dichiarazioni dei campioni del Calcio argentino e dei tifosi argentini di solidarietà ai Palestinesi e quindi, sulla inopportunità di giocare a Gerusalemme la partita “amichevole”prevista per sabato 9 giugno, lo sapete già. Del conseguente annullamento della partita anche.

Ma quello che, forse, non sapete ancora è che – per far rientrare la notizia  nel frame “Palestinesi terroristi” – l’annullamento della partita  è oggi giustificata dai media mainstream per “motivi di sicurezza,” in quanto “i giocatori erano stati minacciati dai palestinesi.

Non credete questa infamia? Guardate questo servizio del TG5

F.S.

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Sorgente: Quel dilettante di Goebbels… il servizio del TG5 sull’annullamento dell’amichevole Argentina-Israele

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La sospensione dell’amichevole con l’Argentina è un “cartellino rosso” per Israele

La Federcalcio palestinese ha celebrato l’annullamento dell’incontro, che si sarebbe svolto il prossimo 9 giugno a Gerusalemme.

Dalla Palestina hanno celebrato la cancellazione della partita tra Israele e Argentina. La partita amichevole doveva essere giocata il prossimo 9 giugno a Gerusalemme.”Valori, morale e sport hanno assicurato una vittoria oggi, e un cartellino rosso è stato mostrato ad Israele annullando la partita”, ha dichiarato in una nota Jibril Rajoub, presidente della Federcalcio palestinese (APF) e riportata dalla Reuters.

L’organismo calcistico palestinese si è congratulato con i calciatori argentini “per aver rifiutato di essere usati come ponte per raggiungere scopi non sportivi”, secondo l’agenzia di stampa AFP.

La partita era l’ultima amichevole di preparazione dell’albiceleste in vista del Mondiale Russia 2018 e doveva svolgersi allo stadio Teddy Kollek, costruito sulle rovine di un villaggio palestinese dopo la guerra arabo-israeliana del 1948.

Fonte: AFP – Reuters
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Sorgente: Palestina: La sospensione dell’amichevole con l’Argentina è un “cartellino rosso” per Israele

NELL’ITALIA ZOMBIFICATA, CERCANSI FORZE VITALI.

A tutti quelli che nei prossimi giorni vi faranno paura con lo spread, il debito pubblico, i  ”ci faranno fare la fine della Grecia”, il “Ci riduciamo come l’Argentina”,  vorrei poter raccontare che abbiamo qualche freccia al nostro arco.

L’Italia è uno dei 5 Paesi nel mondo con un attivo manifatturiero (industriale) di più di 100 miliardi di dollari; è il numero 2 in Europa , e il quarto nel mondo.

Insomma è (ancora) un grande paese industriale, e l’84% del suo export sono prodotti industriali. L’Argentina,come hanno spiegato Bagnai e Borghi a un non-esperto giornalista del Corriere, è un paese agricolo; che  esporta granaglie, ossia  materia prime grezze, dove a  fare i prezzi sono i mercati internazionali. E “una caduta dei prezzi lo metterà in difficoltà qualsiasi moneta esso adotti o per quanta moneta esso stampi. Ciò vale per esempio per il Venezuela se il prezzo del petrolio dimezza e vale anche per l’Argentina: se il prezzo della soia crolla del 30%, come è successo nell’ultimo quinquennio: gli argentini devono tirare la cinghia e non c’entra se la moneta è il peso, l’euro o il dollaro. Questo anche perché le materie prime hanno domanda rigida: se la soia dimezza non ingozziamo i nostri vitelli. Anche a causa di ciò dal 2010 l’Argentina è in deficit estero, cosa che ora la costringe ad alzare i tassi per farsi prestare i soldi che non guadagna più esportando”.

Risposta di Bagnai e Borghi a una fake news del Corriere

https://www.maurizioblondet.it/risposta-di-bagnai-e-borghi-a-una-fake-news-del-corriere/embed/#?secret=YAakyaqLxr

Un paese industriale, invece, hanno spiegato Borghi e Bagnai, è ben diversa: perché i  loro prodotti  diventano più appetibili se il loro prezzo scende, e dunque, “quale valuta si adotti” (se sopravvalutata come l’euro o no) diventa rilevante. Ad esempio, “ un «attacco speculativo» che ci costringesse a svalutare renderebbe i nostri prodotti e il nostro turismo ancora più convenienti per l’estero, aumentando il nostro surplus commerciale, cioè la nostra disponibilità di valuta pregiata, senza bisogno di alcun rialzo dei tassi”.

Per questo i famosi 150 economisti tedeschi che minacciano di buttarci fuori dall’euro, in pratica pretendendo che Draghi smetta di comprare i titoli del debito italiano, non hanno capito che si danno la zappa si piedi.

L’Italia infatti è “in avanzo primario” da quasi trent’anni. Ciò significa che, una volta pagati gli interessi sull’enorme debito, siamo in attivo. Se i 150 tedeschi ci obbligassero alla bancarotta, staremmo a galla, anzi non pagheremmo più i quasi 80 miliardi di euro ANNUI con cui serviamo annualmente il debito. Torneremmo immediatamente di nuovo solvibili e super-competitivi per la svalutazione monetaria, e quindi i mercati finanziari, pieni di liquidità e assetati come sono di rendimenti, farebbero la fila  per comprare i BoT –  e indebitarci di nuovo. Questi economisti non sanno quel che dicono. Fra l’altro, la BCE non è “indipendente” dalle pressioni politiche dei governi?

Per questo Evans Pritchard, il miglior giornalista economico europeo, ha scritto sul Telegraph: “Gli strumenti di tortura di Juncker  non servono contro la ben agguerrita insurrezione italiana”  (attenzione: Juncker ha detto : “Abbiamo degli strumenti di tortura in cantina”, contro i paesi ribelli.  Lo ha detto davvero.  E li abbiamo visti usare contro la Grecia)

https://www.telegraph.co.uk/business/2018/05/23/junckers-torture-tools-useless-against-italys-well-armed-uprising/

Se siete scettici, c’è Barrons, la più importante rivista finanziaria americana. Che pubblica un pezzo dal titolo:

“L’Italia senza euro non sarebbe l’Argentina, né la Turchia. Sarebbe la Gran Bretagna”.

L’autore, Mattew Klein, dimostra che la moneta unica obbliga  l’Italia ad una politica di bilancio troppo stretta e tirata, specie durante le recessioni (quando ci sarebbe bisogno di fare più spesa pubblica) e inoltre rende la sua politica monetaria più avara di quel che deve essere.

Il paragone con l’Inghilterra ha un senso. Non solo perché non siamo un paese emergente come il Brasile  o la Turchia, ma una antica e solida economia manifatturiera come il Regno Unito, il che fa una differenza.

Klein è andato a  vedersi la storia dei tassi d’interesse (pagati sul debito pubblico) di entrambi i paesi, ed ha viso che per 40 anni sono stati più o meno sovrapponibili. Con un paio di eccezioni.

Ricordate nel 1992, la speculazione sulla lira di George Soros? Che ci costrinse  ad uscire  dal “serpentone” europeo (ERM, European Exchange Rate Mechanism) dove  tenevamo agganciata la lira al marco? Ebbene: anche la sterlina subì lo stesso attacco speculativo. La differenza è che Londra abbandonò l’aggancio al marco (e perse la “fortuna” di entrare nell’euro), mentre da noi- governavano Ciampi e Amato –  abbiamo recuperato l’aggancio, per avere quella “fortuna” (tra l’altro, il periodo di dis-aggancio, con la svalutazione conseguente, migliorò la nostra economia).

Certo, l’Italia ha una quantità di gravi problemi:  l’invecchiamento demografico spaventoso, la divisione Nord-Sud, una “cultura”anti-liberista, una istruzione bassa eccetera. Ma anche il Regno Unito ha problemi non dissimili: divisione Nord-Sud, cultura popolare anti-intellettuale, banche a  mal partito.  Chi va a Londra, ha una impressione di benessere e sofisticazione affascinante. Ma, dice giustamente Klein, “togli la Grande Londra, la cui prosperità dipende in grado sgradevole dalla volontà di dare servizi a ricconi del Medio Oriente o oligarchi ex-sovietici”, e  il Regno Unito è uno dei paesi più poveri dell’Occidente”.  La City di Londra, centro della finanza globale, “vale” il 25% del Pil inglese.

Inoltre, bene o male, il lavoratore italiano è più produttivo di quello britannico. La produttività di quello italiano è cresciuta poco dopo il 2007, ma è cresciuta poco anche quella del britannico. Inoltre, aggiunge Klein “il governo inglese  ha aumentato le tasse e tagliato la spesa dopo le elezioni del 2010, senza che i mercati lo chiedessero” (e aggiungiamoci i costi dell’affiancamento militare alle invasioni USA). Ebbene: nonostante ciò, i risultati economici sono stati diversi: perché il Regno Unito ha la sua sovranità economica, ha creato più posti di lavoro e più inflazione”.

Ciò è riflesso nella tabella, che indica il prodotto lordo pro-capite nei due Stati. La linea blu è l’Italia e scende. Quella arancio inglese, sale.

Osservate le linee punteggiate. Quella grigia dice  come sarebbe cresciuto il prodotto lordo a testa degli italiani se avessero avuto la  crescita di posti di lavoro e di ore lavorate che ha avuto l’Inghilterra; la linea punteggiata gialla mostra cosa sarebbe accaduto agli inglesi se avessero dovuto  vivere nelle nostre condizioni, quelle in cui ci ha messo la moneta unica.  “Se l’Italia avesse  avuto il basso costi di indebitamento di cui gode il REGNO Unito, e la stesa flessibilità dei tassi d’interesse,  la sua economia sarebbe il 10 % meglio. Per contro, se gli inglesi fossero aggravati dalla appartenenza all’euro come l’Italia,  starebbero il 10% peggio di quel che stanno”: S’intende, conclude il giornalista: l’Italia ha problemi gravi  inerenti  da risolvere. La sua economia non è sana. Ma se non fosse nell’euro, non diventerebbe come l’Argentina. Diventerebbe più o meno come l’Inghilterra.

Aggiungiamo che l’Italia ha, per la maggior parte del ventennio passato, avuto una bilancia dei pagamenti  in attivo – in ciò molto diversa da Spagna, Portogallo e Grecia.

Inoltre, l’Italia ha migliorato i  suoi “terms of trade” più della Germania, anche se la sua produttività ristagna. Cosa significa?

Significa che il  prezzo relativo delle esportazioni italiane,  in termini di importazioni, è più  alto.  Facciamo un esempio estremo. Un paese africano che esporta solo banane, se deve comprare un Boeing per la sua compagnia aerea, avrà difficoltà a raggranellare i  dollari per l’acquisto; prenderà quindi un aereo  più piccolo, di epoca sovietica, malandato di terza mano.  O non avrà nemmeno una compagnia aerea nazionale. Quel paese africano ha un cattivo “terms of trade”:  quante centinaia di tonnellate deve vendere per comprare un  mezzo tecnicamente moderno!  Migliorare i terms of trade, è una cosa buona. Migliorarli rispetto alla Germania vuol dire che abbiamo industrie, magari piccole, di eccellenza  globale, di “valore” pregiato sui mercati internazionali.

Un’altra conseguenza è questa: lo statale fancazzista pagato il 17% più del lavoratore privato,  e il ragazzotto  che “Non studia né lavora” e si compra la coca (MERCE D’IMPORTAZIONE) in discoteca, spendono alla fin fine i dollari che qualche altro italiano ha guadagnato lavorando sodo con le produzioni di eccellenza che, esportate, ci danno quel vantaggio di cambio: un vantaggio che il cocainomane  gira alla malavita per il suo piacere personale e criminale. In questo senso,  va ritenuto non solo un idiota, ma anche un nemico della patria. Come il  fancazzista pubblico (o privato). La patria è una cosa molto concreta.  Richiede una nuova austerità: quella  di liberarsi dei piaceri superflui, che oggi sono  sabotaggio, e mancanza di rispetto per il copmpatriota che lavora.

Ciò ci induce a parlare della “produttività” italiana, calata drammaticamente proprio mentre il paese pagava laboriosamente e con sacrifici gli interessi sul debito, migliorando persino la propria bilancia dei pagamenti e i terms of trade.

Come mai accade questo? Ci ha studiato Luigi Zingales per la Chicago University. La sua conclusione è che la produttività italiana ha smesso di migliorare da metà degli anni ’90 non tanto perché il lavoro fosse troppo regolato e protetto, e nemmeno, tutto sommato, a causa delle inefficienze del sistema pubblico. La vera causa starebbe nella incapacità degli imprenditori di  aver colto  la rivoluzione delle telecomunicazioni, per ristrettezza culturale; la mancanza di criteri meritocratici nella selezione dei migliori .”Familismo e clientelismo”  sono le due cause della nostra perdita, arretratezza culturale e intellettuale di un paese che, nel suo insieme, ha smesso lo sforzo di essere migliore nel mondo.

http://faculty.chicagobooth.edu/luigi.zingales/papers/research/Diagnosing.pdf

Siamo, a parte le valorose eccezioni, un popolo zombificato.

Zombificazione” è il termine che usa per l’Italia un economista che simpatizza con la rivolta italiana, Bruno Bertez. “La banche italiane, riempite di titoli di  debito pubblico (per volontà di Draghi), non fanno più il loro mestiere di aprire crediti. E siccome l’economia non produce  più salari per la  austerità imposta dai tedeschi, non c’è potere d’acquisto nel sistema italiano. Draghi ha aggravato il problema: i titoli di debito pubblico che lui ha incitato le banche italiane ad acquistare, sono titoli che (nel quantitative easing in corso) possono essere rifilati alla BCE: ciò ha permesso di mascherare la situazione detrimento del vero mestiere delle banche: finanziare le imprese, la crescita e l’occupazione.

Così, “il male italiano, a causa delle politiche imbecilli del suo establishment, dell’Europa, di Draghi, s’è installato nella zombificazione. In Italia, tutto ciò che è ufficiale, è zombi. Le stesse strutture del paese sono intaccate dalla zombificazione”.

E come non bastasse, “un patto vergognoso e infame hanno fatto le dirigenze italiane con Bruxelles, con la Merkel: noi prendiamo in carico e ci  teniamo, in Italia, parcheggiate, le orde di migranti, e voi in cambio chiudete gli occhi sui nostri problemi che non abbiamo risolto”.

E’ esattamente il patto che hanno stretto Renzi e il Pd e le sinistre con la UE.

Per Bertez il voto populista è “la reazione delle forze primarie, istintive, sotterranee – magari primarie e rettiliane, non intelligenti ma vitali – che si alzano e dicono: non vogliamo continuare ad essere zombi, vogliamo vivere.” Fornire intelligenza a queste forze primitive vitali, sarà il compito del governo nuovo. Non domandatevi se è il caso di  credergli. Bisogna domandasi invece chi sta remando contro, perché ci vuol mantenere zombi.

E quando i media  chiederanno, provocatori, dove il governo troverà i soldi per mantenere le sue  promesse, magari il governo risponderà: cominciamo da voi.

I giornali sono per il Sistema e contro il governo giallo-verde. Li pagate voi. Quanti ne leggete? Di molti io stesso non sapevo nemmeno che esistessero.

Sorgente: NELL’ITALIA ZOMBIFICATA, CERCANSI FORZE VITALI. – Blondet & Friends

Perché contro i Mapuche?

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Darío Aranda

È il bersaglio scelto dal governo nazionale e dai media governativi. Tutti i popoli indigeni dell’Argentina chiedono la stessa cosa: territorio.

Hanno diverse metodologie di lotta, ma nessuna provoca tanta diffidenza (politica, giudiziaria, mediatica, sociale) come il modo di agire del Popolo Mapuche. “Terroristi”, “cileni”, “hanno ucciso i tehuelche” (tribù non mapuche, ndt), sono alcune delle definizioni che la voce ufficiale ha stabilito in diversi momenti della storia e si ripetono fino ad ora. A due mesi dall’assassinio alle spalle di Rafael Nahuel e dopo la creazione di un “comando unificato”, merito della ministra Patricia Bullrich, si va avanti con la criminalizzazione. Razzismo, diritti lesi e in fondo: il territorio disputato. Un articolo di Darío Aranda per “lavaca”.

Gennaio, agosto e novembre 2017. Tre momenti: feroce repressione contro il Pu Lof In Resistenza di Cushamen (Chubut), scomparsa di Santiago Maldonado e assassinio di Rafael Nahuel (nella Villa Mascardi, Río Negro). Come mai prima, i mezzi di comunicazione hanno fatto fuoco sui “mapuche”. La situazione mapuche si è insediata, nel peggiore dei modi, nell’agenda nazionale.

Diana Lenton, dottoressa in antropologia e docente della Facoltà di Filosofia e Lettere dell’UBA, dichiara che l’avanzata contro il Popolo Mapuche ha una base fondamentale nel razzismo. Spiega che le comunità mapuche fanno le medesime richieste del Popolo Qom, ma esprimono il loro messaggio in modo differente, “da uguale ad uguale” di fronte al non mapuche. “Il punto di vista razzista non tollera che un indigeno si posizioni da uguale ad uguale”, afferma.

La Lenton mette in evidenza che molte persone di solito dicono di non essere razziste perché “aiutano” un determinato gruppo, ma quando il destinatario esce da questa situazione tutto cambia. “Tollerano ‘l’altro’ quando sta sotto uno, ma non tollerano che quell’altro lo tratti da uguale ad uguale”.

Membro della Rete di Ricercatori sul Genocidio e la Politica Indigena, aggiunge che c’è una generazione di dirigenti mapuche molto preparata, con una formazione politica e universitaria, e questo aumenta la diffidenza razzista. E quei dirigenti mapuche fanno un buon uso dell’oratoria e dei mezzi di comunicazione, per cui il loro discorso è forse più efficace di altri popoli.

Territori e compagnie

C’è una coincidenza nella quale un elemento centrale è la lotta per il territorio, con attori che passano sopra i diritti indigeni (imprese petrolifere, minerarie, grandi tenute; sempre d’accordo con settori politici e giudiziari). “Bisogna tenere presente perché imprese e perché attività economiche vogliono svilupparsi nei territori dove vivono le comunità mapuche”, mette in allarme la Lenton.

Lefxaru Nawel, membro della zonale Xawvnko della Confederazione Mapuche di Neuquén, conferma il rifiuto del fracking (in particolare a Vaca Muerta), delle attività minerarie e delle dighe, che sgomberano e inondano i territori ancestrali. Ed evidenzia un altro fattore particolare del Popolo Mapuche, i “recuperi territoriali”, quando le comunità identificano un luogo ancestrale oggi nelle mani delle grandi imprese o dei proprietari terrieri, e decidono di ritornare. Sebbene esistano alcune esperienze di recuperi territoriali di altri popoli (comunità pilagá a Formosa), questo è soprattutto proprio del Popolo Mapuche. “Più di 25 anni fa noi comunità decidemmo di fare un uso effettivo dei nostri diritti e di tornare nei territori che ci appartengono”, dichiara Nawel.

Colonizzazione tardiva

Lefxaru Nawel non dubita che negli ultimi mesi ci sia stata una campagna politica e mediatica per criminalizzare le comunità originarie della Patagonia. “Solo da poco sono passati i 130 anni della fine della conquista, per mano dello stato argentino, mentre i popoli indigeni del nord argentino l’hanno subita 300 o 400 anni fa, per mano degli spagnoli”, ricorda. E, d’altra parte, puntualizza che il Popolo Mapuche ha la particolarità di proporre la necessità di una nazione, non in termini secessionisti, ma di sovranità sui territori, autonomie, con proprie autorità. “È un progetto che comporta un profondo dibattito sullo stato plurinazionale, forse altri popoli non lo propongono così apertamente e questo comporta che i settori reazionari prendano posizioni repressive”, afferma.

Indomiti e transfrontalieri

Eduardo Hualpa è un avvocato specializzato in diritto indigeno, con più di venti anni di lavoro insieme alle comunità mapuche-tehuelche di Chubut. Crede che la diffidenza contro il Popolo Mapuche abbia molteplici cause, tra le quali che si tratta di “uno dei popoli più agguerriti, più indomiti, con dirigenti con un alto profilo in spazi regionali, nazionali e internazionali”. Afferma che la politica del governo nazionale è “puntare alla testa dei dirigenti mapuche e silenziare le proteste”.

Segnala anche la particolarità della grande estensione territoriale che abbracciano le comunità mapuche, con una presenza in cinque province, fatto che “gli ha dato una grande dinamica, differente nella loro lotta” ed evidenzia che si tratta dell’unico popolo che alza la bandiera dei recuperi territoriali.

Evidenzia che è nota anche la presenza mapuche in ambiti giudiziari. Hualpa è autore del libro “Diritti Costituzionali dei Popoli Indigeni”, dove ha scoperto che la metà delle sentenze nelle cause indigene riguardano comunità mapuche. È il popolo indigeno che litiga di più nei tribunali.

“Un fattore che fa pensare è che si tratta di un popolo transfrontaliero (Argentina e Cile), al quale calzano molto bene le teorie sulla sicurezza continentale che sono promosse dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti”, mette in allarme Hualpa, membro dell’Associazione degli Avvocati di Diritto Indigeno (AADI).

Estrattivismo e classe sociale

Adrián Moyano è laureato in Scienze Politiche e giornalista, ha scritto tre libri sul Popolo Mapuche e da 27 anni vive a Bariloche. Afferma che “l’offensiva e le repressioni” contro il Popolo Mapuche sono in relazione con l’annunciata “pioggia di investimenti” che il governo nazionale promette per la Patagonia. E precisa che un attore di peso è l’Eximbank, organizzazione finanziaria pubblica degli Stati Uniti che finanzia investimenti di compagnie statunitensi all’estero. “Vari di quei progetti passano per Neuquén, Río Negro e Chubut, e sono relativi allo sfruttamento di idrocarburi non convenzionali e a progetti idroelettrici”, spiega Moyano.

Indica come esempio l’intenzione di una diga sul fiume Corcovado, contrastato dalla popolazione della città con il medesimo nome e dalla comunità mapuche Pillán Mahuiza. Sebbene il progetto abbia quasi due decenni, serve per approvvigionare di energia la compagnia Aluar, annunci ufficiali segnalano un tentativo di rilancio.

Moyano ricorda che il presidente Macri è solito riposare nel country club Cumelén di Villa la Angostura, e che poco tempo dopo essere stato eletto ha avuto un incontro con Joe Lewis, “signore feudale della zona e, come Benetton, con il controllo sulle fonti d’acqua e i progetti idroelettrici”.

Un fattore storico che evidenzia è che il Governo “è giunto al potere con lo speciale appoggio del settore sociale che ha beneficiato della Campagna del Deserto”. Il caso più emblematico è la nomina del presidente della Società Rurale Argentina, Luis Miguel Etchevehere, a capo del Ministero dell’Agroindustria. “L’appartenenza a quella classe sociale di funzionari importanti  è un fattore che spiega il particolare accanimento contro i mapuche, nell’ambito di un Governo che aumenta la stigmatizzazione dei popoli indigeni”, afferma Moyano.

Il Comando di Bullrich

“Comando unificato”, è stato il nome scelto dalla ministra della Sicurezza, Patricia Bullrich, per battezzare uno spazio promosso dal governo nazionale e organizzato con i governi di Neuquén, Río Negro e Chubut.

“Dopo otto anni di un crescente aumento della violenza, la Ministra della Sicurezza insieme ai ministri di Governo di Chubut, Pablo Durán, della Sicurezza di Neuquén, Jorge Lara, e al ministro della Sicurezza di Río Neogro, Gastón Pérez Estevan, hanno creato un comando unificato per affrontare la problematica. Con 96 cause giudiziarie contro di loro, questo gruppo violento ha intensificato i propri attacchi, intimorendo tutti i cittadini”, annuncia il comunicato del governo nazionale, datato 27 dicembre 2017.

Secondo il Governo, si registra “un incremento delle azioni violente e delinquenziali dell’organizzazione Resistenza Ancestrale Mapuche (RAM), il braccio armato di un movimento di liberazione etnonazionalista chiamato Movimento Autonomo del Puel Mapu (MAP). La RAM e il MAP, e la loro organizzazione madre situata in Cile, il Coordinamento Arauco Malleco (CAM) promuovono una lotta insurrezionale contro gli stati argentino e cileno che persegue il fine ultimo di separare i cosiddetti ‘territori ancestrali’ di ambedue paesi, e confermare un nuovo stato retto da un proprio governo”.

Le chiama anche “organizzazioni estremiste” e le accusa di ricevere il sostegno di “gruppi anarchici e di sinistra radicale che utilizzano il loro nome e i loro simboli per commettere azioni violente nelle grandi città”.

RAM. Rapporto congiunto realizzato dal Ministero della Sicurezza della Nazione e dai governi di Río Negro, Neuquén e Chubut”, è il nome della “indagine” che ha presentato Patricia Bullrich. Si tratta di 180 pagine zeppe di imprecisioni, falsi dati, supposizioni e pone i mapuche come nemico interno, pericoloso, terrorista. “La RAM sarebbe legata a comunità aborigene radicalizzate nelle province di Río Negro, Chubut e Neuquén (…) Non riconosce lo Stato Argentino, la sua organizzazione, le sue leggi, e le istituzioni, cercando di imporre con la forza e il timore le proprie idee di non appartenenza alla Nazione Argentina (…) Agiscono nella clandestinità, con i visi coperti e portando armi da fuoco, pugnali, fionde, bombe molotov, bastoni e pietre. Incendiano proprietà, danneggiano installazioni, rubano bestiame, bloccano strade e la fornitura di elettricità, minacciano gli abitanti, intimidiscono e lanciano pietre contro i passanti, non permettono la libera circolazione, sparano, uccidono anche.

La seconda settimana di gennaio, il presidente Macri ha ricevuto i governatori di Chubut (Mariano Arcioni) e di Río Negro (Alberto Weretilneck), in vacanza nel country Cumelén di Villa la Angostura. “La questione mapuche” (come è chiamata da parte del potere) è stata nell’agenda politica.

“Una volta di più, assistiamo ad una misura del governo nazionale e dei governi di Neuquén, Río Negro e Chubut, che attenta contro leggi e principi democratici consacrati nella Costituzione Nazionale, configurando un altro passo nell’aumento della persecuzione dei popoli indigeni”, ha avvisato il Tavolo Nazionale per la Pace e il Dialogo Interculturale, formato da Adolfo Pérez Esquivel, Fernando Pino Solanas, Roberto Gargarella, Diana Lenton, Maristella Svampa e Alcira Argumedo, tra gli altri.

Allo spazio partecipano anche la Confederazione, il Parlamento Mapuche-Tehuelche di Río Negro e il Parlamento Plurinazionale. “La creazione di un comando con forze di sicurezza a carattere interprovinciale e nazionale il cui obiettivo è combattere questo ‘nemico mapuche’ ricorda la terribile storia del terrorismo di stato in Argentina”, hanno avvisato le organizzazioni indigene.

Anche il Coordinamento contro la Repressione Poliziesca e Istituzionale (Correpi), insieme a mezzo centinaio di organizzazioni, ha ripudiato la creazione del comando unificato: “Lo Stato, nuovamente, cerca di demonizzare e dividere diversi movimenti popolari, con l’obiettivo di creare un nemico interno, un capro espiatorio per giustifichare il vertiginoso aumento della repressione della protesta sociale di fronte alle permanenti misure antipopolari che porta avanti.

Facendo il gioco

Il 10 gennaio, il Movimento Mapuche Autonomo di Puelmapu (MAP) ha emesso un comunicato con il quale ha denunciato la politica repressiva del governo nazionale. E ha anche rivendicato le modalità d’azione della Resistenza Ancestrale Mapuche (RAM), giusto lo spazio che il Governo mette in discussione e tema della campagna mediatica dei grandi quotidiani.

“La Resistenza Ancestrale Mapuche è esistita, esiste ed esisterà fino a quando il Popolo Mapuche continuerà ad essere oppresso dallo stato argentino (…) Di fronte a queste minacce, alla violenza e all’assoggettamento esercitato dallo stato e dal capitalismo transnazionale, il fatto è che sono stati organizzati gruppi di resistenza nelle comunità e nelle zone rurali per difendere il territorio mediante azioni di sabotaggio”, spiega il comunicato.

Segnala che il MAP è “una proposta politica e filosofica” e sostiene che “le comunità allineate alla proposta politica del MAP riconoscono l’esistenza della Resistenza Ancestrale Mapuche”.

Nessuna comunità mapuche firma il comunicato. Nessuna comunità mapuche si identifica in pubblico come parte della RAM.

Il comunicato del 10 gennaio è funzionale alla strategia repressiva del governo nazionale.

Lo scorso settembre, una decina di organizzazioni mapuche aveva emesso un inusuale e duro comunicato: “Di fronte al drammatico o grottesco appello della Resistenza Ancestrale Mapuche”.

“Non avalliamo, non giustifichiamo, non aderiamo a nessuna RAM. La RAM e la controfaccia, che è il piano di repressione dello stato, è il sintomo della mancanza di un dialogo politico istituzionale serio. Il Popolo Mapuche rivendica i diritti umani e la non violenza come metodo di rivendicazione dei diritti”, evidenzia lo scritto firmato dai referenti del Coordinamento del Parlamento Popolo Mapuche-Tehuelche di Río Negro, della Confederazione Mapuche Neuquina (Zonali Xavnko, Pewence, Willice e Lafkence) e delle comunità di Santa Fe, Chubut e Santa Cruz. Contestano duramente la RAM: “Oggi sorge una espressione che si autodefinisce mapuche, che attraverso comunicati e volantini si rende responsabile di azioni dirette, con attacchi fisici e distruzioni materiali di presunti ‘obiettivi nemici’ che in modo grottesco ed evidente sembra più l’agire di un gruppo di intelligence che la lucidità e capacità di resistenza culturale che ha avuto il popolo mapuche in decenni di repressione”.

Hanno ricordato che il popolo mapuche ha sempre rivendicato il dialogo come forma di risoluzione dei conflitti. “Come è possibile che assurdi volantini che rivendicano violenza, aggressioni fisiche, incendi di beni di lavoratori, di spazi pubblici, siano proprio di persone che si identificano con una storia come quella mapuche. Crediamo che sia opera di una montatura, dell’agire dei servizi di intelligence degli stati argentino e cileno, per approntare un piano per l’applicazione della legge antiterrorismo; costruendo così uno scenario che giustifichi una politica repressiva”.

Violenza e impunità

Il 17 gennaio la comunità mapuche Las Huaytekas ha denunciato un attacco incendiario nelle sue abitazioni. La polizia non ha perseguito gli attaccanti. E il Potere Giudiziario ha i suoi tempi (lunghi) per indagare i fatti di violenza contro i mapuche.

Giovedì 25 gennaio si compiono due mesi dall’assassinio alle spalle, per mano della Prefettura, di Rafael Nahuel, giovane mapuche. Nonostante che il proiettile mortale sia del medesimo calibro di quelli utilizzati dalle forze statali, nessun effettivo è stato processato dal giudice Gustavo Villanueva né allontanato dal suo incarico da Patricia Bullrich.

Ci saranno manifestazioni nella città di Buenos Aires, nella capitale neuquina e a Bariloche. “È stato lo Stato, è stata la prefettura. Nessun altro morto per la difesa del territorio”, invita la convocazione a Bariloche, promossa da organizzazioni sociali, comunità mapuche, familiari e amici di Rafael Nahuel.

Il manifesto di invito mostra una foto di Rafael Nahuel in un corteo, che suona un ñolkiñ (strumento mapuche). A lettere rosse, due parole riassumono ciò che chiede la famiglia Nahuel e anche un debito storico verso i popoli indigeni: “Giustizia ora”.

25/01/2018

lavaca

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Darío Aranda, ¿Por qué contra los Mapuches?” pubblicato il 25-01-2018 in lavacasu [http://www.lavaca.org/notas/por-que-contra-los-mapuches/] ultimo accesso 06-02-2018.

thanks to: Comitato Carlos Fonseca

Da torturati a terroristi: repressione made in Benetton

Ripubblichiamo questo articolo da Earth RiotEarth Riot che fa un preciso quadro della situazione discriminatoria e repressiva nei territori Mapuche in Argentina.

Un’ondata repressiva che non riconosce la libertà di protesta e l’inalienabile diritto alla vita, ma, al contrario, condanna e criminalizza la resistenza dei popoli.

Il governo Macri attraverso il documento Comando unificato contro la violenza della RAM, redatto nel dicembre 2017 dal ministro della sicurezza nazionale Patricia Bullrich, ha ripristinato termini e metodologie di azione dei tempi bui, identificando come estremisti, guerriglieri e terroristi i/le Mapuche.
Un documento funzionale a legittimare (agli occhi dell’opinione pubblica) la protezione offerta alla multinazionale Benetton (puntualmente supportata dalle forze dell’ordine locali nell’opera di acaparramento delle terre ancestrali nella Patagonia argentina) e la detenzione di Facundo Jones Huala (guida della Resistenza Ancestrale Mapuche e, per questo, prigioniero politico dal giugno 2017), oltre a giustificare le uccisioni di Santiago Maldonado e Rafael Nahuel per mano del governo argentino.

Una repressione retro-attiva che in questi giorni si sta abbattendo su chi ha offerto supporto alla resistenza Mapuche fin dalle prime incursioni della polizia nella comunità Pu Lof di Cushamen: teatro di numerosi scontri tra cui quello che nell’agosto del 2017 costò la vita a Santiago.

Dopo esser stat* rapit* e torturat* dalla polizia e dagli impiegati Benetton nel gennaio 2017, le persone che all’epoca erano accorse nel Pu Lof per offrire supporto alla resistenza Mapuche si vedono ora (a causa del suddetto documento) criminalizzate e accusate di terrorismo dal ministro Bullrich, come racconta Ivana Huenelaf, una delle numerose persone ad aver subito la violenza delle forze dell’ordine:
gendarmi e dipendenti Benetton inseguivano i/le Mapuche e le persone solidali, colpite, picchiate, rapite, torturate e arrestate, ma ora il governo indaga sulle vittime di queste violenze, questo è l’ordine del ministero della sicurezza diretto da Patricia Bullrich.
Nel corso degli anni la presenza di dipendenti Benetton, spesso armati, durante le azioni di polizia si è fatta sempre più presente, non solo per l’accaparramento delle terre, ma anche per requisire i cavalli presenti nelle comunità Mapuche.

La multinazionale italiana, infatti, dal 1991 ha colonizzato le terre ancestrali della Patagonia argentina non solo per l’allevamento delle pecore schiavizzate per la produzione di lana (260.000), ma anche per quello di 9.700 bovini e 1.000 cavalli.
Nel gennaio 2017, oltre ai rapimenti e alle torture combinate ai danni di diversi Mapuche e solidali, vennero sequestrati numerosi cavalli, come nel corso dell’azione di polizia del 2 febbraio 2018, quando gli appartenenti alla comunità Pu Lof vennero accerchiati e isolati fin dalle prime ore dell’alba e numerosi animali caricati e portati via da camion appartenenti alla Compagnia Tierra del Sud (ex The Argentine Southern Land Co) di proprietà della famiglia Benetton.
L’operazione di polizia del 10 gennaio 2017 ha portato alla demolizione di case, violenze su donne e ragazze e l’arresto di tre uomini oltre a quello di Ivana e alle altre 7 persone accorse sul posto per offrire supporto e cibo ai/alle resistenti: Jorge Buchile, Javier Huenchupan, Daniela Gonzalez, Gustavo Jaime, Pablo e Gonzalo Seguí

Il governo Macri adesso le accusa di aver condotto sabotaggi, aggredito la polizia con armi e molotov mai apparse, e di aver rubato e tentato l’affogamento di 360 animali di proprietà della Benetton.

siamo andati a caccia di Mapuche
Questo è ciò che dichiarò un poliziotto davanti al pubblico ministero quando fu ascoltato nell’ambito degli scontri del gennaio 2017, racconta Ivana a cui quel giorno fu fratturata una mano, ricordando la presenza numerosa di dipendenti Benetton provenienti da Chubut (provincia argentina che si estende nella Patagonia) dove si registrano almeno 140 casi di Mapuche scomparsi nel nulla.

Avevo 5 anni quando ho subito il primo sgombero, mio nonno mi diceva: siamo tutti Mapuche, siamo persone della terra, siamo tutti popoli della terra e per questo dobbiamo resistere.

Sorgente: Da torturati a terroristi: repressione made in Benetton – Infoaut

Documentario della TV Aljazeera sulla resistenza Mapuche contro lo Stato Cileno e Argentino

Documentario: Desafío de los Mapuche (Sfida dei Mapuche)

Perché i Mapuche dell’Argentina e del Cile sono stati spinti al bordo dell’insurrezione in difesa delle loro antiche terre.

Per molto tempo il popolo mapuche del sud dell’Argentina e del Cile ha protestato per la perdita di terre ancestrali per mano dei colonizzatori dell’epoca coloniale. Nel XVI secolo i coloni seguirono i conquistatori spagnoli attraverso la spina dorsale dell’America del Sud, territorio che oggigiorno è dominato da vaste proprietà private ed enormi piantagioni di legname. Gli attivisti dicono che le piantagioni hanno lasciato la regione impoverita ambientalmente e gli abitanti indigeni sprofondati nella povertà.

Recentemente, questi risentimenti ribollendo stanno portando all’ebollizione.

Gli attivisti mapuche sempre più energici, decisi a stabilire i propri diritti attraverso l’azione diretta, si sono scontrati con le corrispondenti forze di sicurezza belligeranti, questi ultimi incitati in ambedue paesi, diciamo dai manifestanti, dai governi di destra e a favore degli affari. Dopo occupazioni, manifestazioni, retate di sicurezza, una serie di attacchi incendiari contro lo sfruttamento del legname, il presunto assassinio di attivisti da parte della polizia, alcuni temono che si stia cominciando a perdere il controllo della faccenda.

People & Power ha inviato i cineasti Glenn Ellis y Guido Bilbao a indagare.

17 gennaio 2018

Werken Noticias

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Documental de TV Aljazeera sobre la resistencia Mapuche contra el Estado Chileno y Argentino” pubblicato il 17-01-2018 in Werken Noticiassu [http://werken.cl/documental-de-tv-aljazeera-sobre-la-resistencia-mapuche-contra-el-estado-chileno-y-argentino/] ultimo accesso 26-01-2018.

thanks to: Comitato Carlos Fonseca

L’America Latina invisibile

Alfredo Serrano Mancilla

Temer continua ad essere presidente del Brasile senza un voto nelle urne. Macri, quello dei Panama Papers, tiene Milagro Sala in un carcere argentino come prigioniera politica. Santos è coinvolto nello scandalo della Odebrecht perché nel 2014 avrebbe ricevuto un milione di dollari per la sua campagna presidenziale in Colombia. Per quanto riguarda la gestione di Peña Nieto, in Messico sono stati assassinati 36 giornalisti, per aver fatto il proprio lavoro di informazione. L’anno scorso Kuczynski ha governato il Perù con 112 decreti evitando così di passare attraverso il potere legislativo.

Nonostante ciò, nulla di questo è importante. L’unico paese che richiama l’attenzione è il Venezuela. I panni sporchi che macchiano le democrazie di Brasile, Argentina, Colombia, Messico e Perù sono assolti da quella che viene chiamata comunità internazionale. L’asse conservatore è esente dal dover dare spiegazioni di fronte alla mancanza di elezioni, alla persecuzione politica, agli scandali di corruzione, alla mancanza di libertà di stampa o alla violazione della separazione dei poteri. Possono fare ciò che vogliono perché nulla sarà trasmesso in pubblico. Tutto rimane del tutto sepolto dai grandi media e da molte organizzazioni internazionali autoproclamatesi guardiane degli altri. E anche senza la necessità di essere sottoposti a nessuna pressione finanziaria internazionale; piuttosto, tutto il contrario.

In questi paesi la democrazia ha troppe crepe per dare lezioni all’estero. Una concezione di bassa intensità democratica gli permette di normalizzare tutte le proprie mancanze senza la necessità di dare molte spiegazioni. E nella maggioranza delle occasioni questo è accompagnato dall’avallo e dalla propaganda di determinati indicatori enigmatici che non sappiamo nemmeno come siano ottenuti.

Uno dei migliori esempi è quello calcolato dalla “prestigiosa” Unità di Intelligence del The Economist che ottiene il proprio “indice di democrazia” sulla base di risposte corrispondenti alle “valutazioni di esperti”, senza che lo stesso rapporto dia dettagli né precisazioni circa loro. Così la democrazia è circoscritta ad una cassa nera nella quale vince chi ha più potere mediatico.

Ma c’è ancor di più: questo blocco conservatore non può nemmeno vantarsi della democrazia nell’ambito economico. Non ci può essere reale democrazia in paesi che escludono tanta gente dalla soddisfazione dei diritti sociali fondamentali per godere di una vita degna. Più di otto milioni di poveri in Colombia, più di 6,5 milioni in Perù, più di 55 milioni in Messico, più di 1,5 milioni di nuovi poveri nell’era Macri, e circa 3,5 milioni di nuovi poveri in questa gestione di Temer. Il fatto curioso del caso è che questi aggiustamenti (tagli, ndt) contro la cittadinanza nemmeno gli servono a presentare modelli economici  efficaci. Tutte queste economie sono in recessione e senza barlumi di recupero.

Questa America Latina invisibilizzata non deve servirci da scusa per non occuparci delle sfide all’interno dei processi di cambiamento. Nonostante ciò, in questa epoca di grande fibrillazione geopolitica, dobbiamo far sì che l’invisibile non sia sinonimo di inesistente. Quell’altra America Latina fallita deve essere messa allo scoperto e problematizzata.

14 agosto 2017

Cubadebate

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Alfredo Serrano MancillaLa América Latina invisible” pubblicato il 14-08-2017 in Cubadebatesu [http://www.cubadebate.cu/opinion/2017/08/14/la-america-latina-invisible/#.WZVGIK1abBK] ultimo accesso 30-08-2017.

Sorgente: L’America Latina invisibile «

Signori Benetton, dov’è Santiago Maldonado?

internet

1 settembre 2017 – Raúl Zecca Castel
Fonte: https://lamericalatina.net – 01 settembre 2017
Potrebbe essere questa che vedete l’immagine per il lancio della nuova campagna pubblicitaria Benetton: il volto un po’ arruffato di un giovane ragazzo argentino, capelli scompigliati, dreadlock in vista e sguardo penetrante su sfondo nero – monocromo -, proprio come quelli che piacciono tanto al bravo Oliviero Toscani, e poi, immancabile, il logo con il motto della celebre azienda italiana, United Colors of Benetton, divenuto, grazie ad abili strategie di marketing, sinonimo di apertura, multiculturalismo, integrazione tra i popoli e le culture.

 

Santiago Maldonado si è integrato talmente bene che non lo si trova più. Scomparso nel nulla, anzi, scomparso nei possedimenti patagonici del gruppo Benetton. D’altra parte come non perdersi in 900mila ettari di terra? Già, perché le dimensioni delle proprietà di una tra le maggiori imprese nel mercato dell’abbigliamento mondiale ammontano a tale spropositata cifra solo in America Latina. Un’acquisizione – o meglio, un accaparramento – del valore di 50 milioni di dollari che risale al 1991.

Ma quelle terre non appartenevano allo stato argentino e men che meno alla Argentine Southern Land Company Limited, l’impresa inglese che ne deteneva la proprietà legale già dai primi del ‘900.

Quelle terre appartenevano e appartengono al popolo Mapuche, gli indigeni araucani che vivono in Patagonia da tempi immemorabili, ben prima dell’arrivo dei colonizzatori spagnoli. E, com’è noto, la terra è di chi l’abita. Nessuna legge potrà mai contraddire questo principio universale.

I Mapuche non possono esibire alcun titolo di proprietà riferito a quei terreni. Non ne hanno mai avuto bisogno, né si arrogherebbero mai la presunzione di poter considerare la natura un oggetto da negoziare. Sono il “Popolo (che) della Terra (mapu)”, e per questo rivendicano il diritto ad abitarla come hanno sempre fatto.

Quando il gruppo Benetton si è appropriato dei loro luoghi ancestrali, non ha esitato un momento nel procedere con gli sgomberi forzati di interi villaggi, sfollando le famiglie e sostituendole con quasi 300mila pecore da lana. Le greggi, è proverbiale, son mansuete, ma non i Mapuche, che da allora non hanno smesso di lottare, resistendo e reagendo alle violenze che periodicamente vengono portate avanti contro i loro membri più attivi, spesso arrestati e imprigionati dalle autorità nazionali con l’accusa di terrorismo. È questo il caso di Facundo Jones Huala, leader della Resistenza Ancestrale Mapuche (RAM), che da oltre due mesi è detenuto nel carcere di Esquel, nella provincia di Chubut, per aver promosso e partecipato ad attività di boicottaggio e riappropriazione di terre che ora appartengono a Benetton.

Il 1 agosto 2017, la Gendarmeria Nacional, forza armata direttamente agli ordini del Ministero della Sicurezza del Governo – attualmente presieduto da Mauricio Macri – ha fatto irruzione nella comunità in resistenza Pu Lof, nella stessa provincia di Chubut, dove membri della RAM e vari sostenitori della causa mapuche, stavano manifestando il loro diritto alla terra. L’intervento repressivo dei militari ha disperso la folla indigena a suon di cariche, pallottole di gomma e roghi di abitazioni, senza risparmiare le violenze a donne e bambini.

Santiago Maldonado, un artigiano ventottenne di Buenos Aires, si trovava lì a sostenere la lotta del popolo mapuche. Alcuni testimoni raccontano di averlo visto per l’ultima volta nelle mani della Gendarmeria, ma la stessa arma e il governo smentiscono.

È trascorso un mese esatto dalla sua sparizione.

L’Argentina non ha bisogno di aggiungere un nuovo nome alla macabra lista dei desaparecidos.

Signor Presidente, donde està Santiago Maldonado?

Signori Benetton, dov’è Santiago Maldonado?

Vogliamo una risposta.

Vogliamo Santiago, vivo.

Riproduciamo qui di seguito in traduzione italiana una lettera che Facundo Jones Huala ha rivolto a Santiago Maldonado [Qui in lingua originale]:

Lettera di Facundo Jones Huala a Santiago Maldonado, 26 agosto 2017

GRAZIE, FRATELLO

Grazie. Tutto qui. Ti direi grazie, se potessi averti di fronte a me in questo momento. Grazie infinite, perché non trovo parole più potenti per esprimere la riconoscenza profonda che nutro per il tuo amore alla nostra comunità, per la tua dedizione così disinteressata, per il semplice desiderio e l’arduo lavoro che hai investito nel provare a conoscerci, ma a conoscerci per davvero. Uno sforzo immane, fratellino, che non resterà invano: la tua infinita solidarietà raccoglie in queste ore innumerevoli dimostrazioni di umanità che riaffermano i tuoi diritti insieme ai nostri, diventando un esempio che potrà essere coniugato in tutti i tempi.

La risposta non è su Facebook né in nessun’altro social network: la risposta è nelle mani della Gendarmeria Nazionale.

Sono stati loro a portarti via. Loro ti hanno picchiato. Loro ti hanno sequestrato. E al cospetto di tutto quel giornalismo che trova sempre il modo per guardare dall’altra parte, ancora una volta dico che è tornato il terrorismo di Stato. Perché è così, noi popoli delle origini stiamo urlando già da molto tempo, ma l’eco comincia a sentirsi solo ora e questo lo dobbiamo anche alla tua lotta.

Io sono stato arrestato per la prima volta quando avevo 11 anni. Vivevo a Bariloche e stavo andando a comprare delle cartine geografiche. “Per atteggiamento sospetto”, dissero con l’atteggiamento sospetto proprio di chi sospetta sempre e solo dell’atteggiamento altrui.

A loro non disturbano le nostre “armi”: a loro disturbano le nostre armi politiche.

Loro dispongono di tutto l’arsenale economico, mediatico e simbolico. E noi ci siamo trasformati in nemici quando abbiamo deciso di affrontarli. Ma tu, Santiago, anche senza essere un mapuche, ti sei unito alla nostra comunità abbracciando la nostra causa come se fosse la tua. E il giorno del tuo sequestro i gendarmi vennero con quell’idea fissa che tu già avevi scoperto diversi tempo fa: “Gli indigeni si uccidono”. Questa volta non si sono portati via un indigeno, ma si sono portati via te, che oggi conduci le nostre rivendicazioni dove noi non siamo mai riusciti, perché il nostro destino è sempre tanto silenzioso quanto la nostra storia. Lo dicono i tuoi compagni, lo dice la tua consapevolezza: se lo scomparso fosse un mapuche, quante grida si alzerebbero?

Noi indigeni possiamo scomparire senza che nessuno esca a protestare.

Tu sei venuto per gridare questa verità e nemmeno portandoti via sono riusciti a zittirti.

Non abbiamo avuto modo di condividere il nostro tempo, ma tutti i peñi (fratelli) e le lamien (sorelle) che ti conoscono parlano molto bene di te, rafforzando le parole di questa lettera che scrivo. E allora, anche senza esserci mai conosciuti, posso dire con certezza quanto apprezziamo la tua autenticità: dire quel che pensavi e fare quel che dicevi…

Ne restano pochi, molto pochi, con una simile qualità, quella che ti ha reso imprescindibile. Ma è sufficiente ripercorrere le tue azione per conoscere le tue convinzioni politiche che ora diventano esempio per migliaia, migliaia che potrebbero emularti nella lotta, migliaia che potrebbero diventare altri Santiago.

Quel 1 agosto forse avresti dovuto essere da qualche altra parte, ma le tue convinzioni ti hanno portato da noi, al di là delle regole così chiare della nostra comunità: “se non sei mapuche, non devi esporti mai”. Questo siamo soliti dire, ma tu hai scelto di restare e di appoggiarci fino alla fine, penetrando in profondità nella nostra cultura, un luogo spesso inaccessibile per chi viene da lontano. Le tue decisioni, le tue convinzioni, ci uniscono e ci rendono fratelli in un solo urlo rivolto a tutti gli esseri dotati di umanità nel mondo…

Io non so dove siano il Che, Severino Di Giovanni, Evita, Tupac Katari o Gandhi, ma sicuramente staranno urlando da qualche parte:

Dove cazzo è Santiago Maldonado?!

Sorgente: Signori Benetton, dov’è Santiago Maldonado?

Israele e il regime militare argentino

Da Parallelo Palestina. Israele e il regime militare argentino: oggi è l’anniversario del golpe.

 

 

 

Israele ha venduto le sue armi da fuoco di punta, il fucile mitragliatore Uzi e il fucile Galil, a paesi di tutta la regione sud americana, armando le squadre della morte guatemalteche, i Contras nicaraguensi (16), il Cile di Pinochet e la giunta militare in Argentina contro la popolazione e i suoi movimenti.

 

 

 

Negli anni ‘70, Israele ha armato il brutale regime militare della Giunta Argentina che ha imposto sette anni di terrorismo di stato alla popolazione, incluse torture e “sparizioni” di attivisti di sinistra, sindacalisti, studenti, giornalisti e altri presunti oppositori civili stimati tra le 22.000-30.000 persone.

 

 

 

Il regime argentino e i suoi sostenitori hanno anche preso di mira i cittadini ebrei e sposato la retorica anti-semita. Anche se soltanto il 2% della popolazione argentina era ebreo, tra il 10 e il 15% delle persone arrestate, torturate e scomparse durante la Junta erano ebree (29).

 

 

 

Invece di condannare la Giunta, Israele ha collaborato con il Governo argentino per applicare un programma detto “l’Opzione”, che consentiva agli ebrei di fuggire in Israele. Ha usato, piuttosto che combattuto, l’antisemitismo di regime per favorire l’emigrazione ebraica in Israele (30).

 

 

 

Oggi in Argentina, il governo ha un contratto di 40 milioni di dollari con le Industrie Militari Israeliane (IMI) per allestire un carcere (31).

 

 

 

“… mentre l’editore del quotidiano ebraico Jacobo Timerman veniva torturato dall’esercito argentino in celle dipinte con svastiche, tre generali israeliani, incluso l’ex capo del personale delle forze armate, erano in visita a Buenos Aires in ‘missione amichevole’ per vendere armi.”

 

 

 

~Penny Lernoux – parafrasando l’autobiografia di Timerman.

 

 

 

16-United States. Dept. of Defense. Office of the Secretary of Defense. “Memorandum for the Secretary of the Navy”. Crypotome. Dept. of Defense, Mar.

 

 

 

 

 

 

29-Tarnopolsky, Noga. “Disappeared: A Flawed Film on Argentina’s Past Blames Wrong Party.” The Jewish Daily Forward. 16 May 2003. Web. 10 Nov. 2012. http://forward.com/articles/8834/scomparse-a-flawed-film-on-argentina-s-past-b/ “Argentina’s ‘disappeared’ are remembered in moving documentary”. The J Weekly. 17 Sep. 2009. Web. 10 Nov. 2012.

 

 

 

 

 

 

30-Sznajder, Mario e Luis Roniger. “From Argentina to Israel: Escape, Evacuation e Exile”, Journal of Latin American Studies. Cambridge Journals Online, 37.2 (2005): 351-377. Web. 10 Nov. 2012.

 

 

 

 

 

 

31-Marom, Dror (5 October 2000). “IMI to Set Up USD40 Mln Prison in Argentina” Globes. Retrieved 22 January 2005: Marom, Dror. “IMI to Set Up $40 Mln Prison in Argentina.” Globes. 5 Jan. 2000. Web. 22 Jan. 2005.

 

 

http://archive.globes.co.il/searchgl/Israel%20Military%20Industries%20%28IMI%29:%20We%20have%20already_s_hd_0L3CqCZ0rN3GqD30qDIveT6ri.ht

Sorgente: Israele e il regime militare argentino | Infopal

Israel armed Argentina to deadly effect during Falklands War, secret files show

Britain’s supposedly close ally, Israel, armed Argentina as the South American nation was bombing Royal Navy ships and killing UK troops in the vicious 1982 war to reclaim the Falkland Islands, secret files indicate.

Sorgente: Israel armed Argentina to deadly effect during Falklands War, secret files show — RT UK