Facebook chiude diversi pagine e account pro-Palestina

InfoPal. Nelle ultime ore, l’amministrazione di Facebook ha chiuso numerose pagine e account pro-Palestinesi, comprese quelle affiliate a Hamas. Alcune pagine sono state chiuse per la 10ª volta.

Come riportato dal sito PIC, diversi attivisti online hanno accusato il servizio di social network Facebook di aver sospeso i loro account per zittire le pagine pro-Palestina. Essi sottolineano che non sono stati violati i regolamenti di Fb, ma che si tratta di una politica di repressione dell’informazione sulla Palestina, per compiacere Israele.

Tra le tante, la pagina Fb Filastin al-Hiwar, per esempio, aveva oltre 145 mila “follower” ed è stata sospesa.

Nei giorni scorsi, due ministri del governo israeliano hanno incontrato alti dirigenti di Fb per discutere di una collaborazione tra le parti e si sono accordati di lavorare insieme contro gli “incitamenti via media network”.

Si tratta della presunta “libertà di espressione” occidentale, invocata sempre ad hoc…
Sarebbe interessante, ora, vedere che chi modifica i propri profili con i colori e le foto delle campagne promosse da Fb e dalle corporation, dimostri di essere veramente libero ammantandosi con la bandiera palestinese e i suoi colori.

In questo link, articoli correlati della nostra redazione su Fb e la Palestina: http://www.infopal.it/?s=Fb

Sorgente: Facebook chiude diversi pagine e account pro-Palestina | Infopal

Palestina: Aiutiamo a studiare Basil, Mahmud, Ameed, Sami e Mohammed, cinque giovani del villaggio di At Tuwani

Per Basil, Mahmud, Ameed, Sami e Mohammed sono iscritti all’ Università ma non riescono a pagarne le tasse. Con il tuo aiuto possiamo farlo per loro!

At Tuwani 2

At Tuwani, villaggio esempio di resistenza nonviolenta nelle colline a Sud di Hebron, Palestina.

Lo abitano famiglia di pastori e contadini, ridotti a pascolare nelle parti più aride delle loro terre.  Le buone terre coltivate o dove maturavano le ciliege di proprietà della famiglia Huraini, sono state confiscate  dall’esercito israeliano per far posto a colonie abitate da fanatici ebrei arrivati da ogni parte del mondo “perchè questa terra è nostra per “diritto divino”.

Quando Mahmoud del villaggio vicino di Al Muffaqarah venne in italia, per raccontare la loro situazione, guardava, con gioia e invidia, le pecore del Lazio pascolare in prati verdi e  sussurrava con voce trasognata “come sono fortunate le pecore qui”. Lui, che ancora vive in grotta e tende perchè Israele vieta la costruzione di qualsiasi tipo di casa , pensava alle sue pecore affamate e assetate.

La storia di AtTuwani è un grande  esempio di resilienza -sumud – a partire dall’evacuazione subita nel 1989 al loro ritorno (grazie anche all’intervento di Bets’elem, associazione israeliana per la difesa dei diritti umani). Giorno dopo giorno hanno resistito, costruito le prime case, demolite dall’esercito ma loro ancora a rifarle ed oggi scuola e case sono lì a manifestare la volontà degli abitanti di AtTuwani di rimanere sulla loro terra .

Ci siamo  stretti intorno ad At Tuwani, palestinesi, israeliani, internazionali.

La scuola è usata anche dai bambini dei villaggi vicini, e dal 2004 gli angeli di Operazione Colomba sono con loro per proteggerli e monitorare le violenze dell’esercito e dei coloni. Si perchè i bambini palestinesi che vanno a scuola passano di fianco agli insediamenti  e i coloni li attaccano con pietre o bastonate. Dopo tanti anni in cui i bambini hanno subito vessazioni e abusi, ed in modo specifico dopo il ferimento da parte di un colono di un volontario inglese, il Tribunale israeliano ha emesso la sentenza:  nessun colono è stato condannato, ma i soldati israeliani avrebbero accompagnato a scuola i bambini.

Quegli stessi soldati che arrestano, picchiano i loro padri o fratelli, sequestrano gli animali che vanno a pascolare, sequestrano i trattori, dovrebbero proteggere i bambini palestinesi.

Ei bambini continuano però ad andare a scuola, e alcuni di loro in questi anni sono cresciuti 5 di loro dallo scorso anno sono iscritti all’Università di Hebron e di Yatta.

Davvero una cosa straordinaria, dal villaggio beduino, i giovani sfidano il destino che è stato dei nonni e dei genitori, non solo pastori, vogliono diventare avvocati, giornalisti, insegnanti, medici, ingegneri, agronomi.

Le loro famiglia sono povere e i ragazzi al mattino presto vanno a pascolare, lo hanno sempre fatto  fin da piccoli; sostituiscono il padre, il fratello più grande che a volta trovano giornate  di lavoro dai coloni che gli hanno rubato la terra, devono dare da mangiare ai figli, ormai il raccolto è poco, la lana di pecora non si vende più.

In una delle visite ad At Tuwani,  con i viaggiatori  di AssopacePalestina, uno dei 5 giovani, si è avvicinato chiedendo, timidamente, se fosse possibile aiutarlo a pagare le tasse universitarie, per la sua famiglia non era possibile, già c’erano i trasporti, i libri, per mangiare pane e hommus.

 E’ sempre difficile decidere di aiutare una persona sola, perchè lui e non altri, magari altri hanno più bisogno di lui.

Così abbiamo chiesto quanti fossero i ragazzi o ragazze di At Tuwani, che si erano iscritti all’Università in quell’anno. Sono cinque, purtroppo ancora nessuna ragazza, ma vedremo il prossimo anno se ci sono ragazze tra i diplomati.

Ci è sembrato naturale decidere  che non avremmo aiutato uno solo dei ragazzi ma i cinque che si sono iscritti all’Università.

L’ abbiamo fatto pensando a quanto importante sia mantenere lo spirito di solidarietà nel villaggio, al fatto  che le famiglie sono tutte bisognose e che studiare è un arma potente anche contro l’occupazione militare.

Ora dobbiamo mantenere quella promessa che ha rallegrato i cuori delle famiglie e le ha sollevate dal peso enorme dell’indebitamento.

Potete o volete contribuire?

Come sapete la mancata istruzione è una ferita per l’umanità, con il vostro aiuto però pensiamo di potercela fare, il costo delle tasse per l’anno scolastico 2016-2017 per tutti e cinque i ragazzi ammonta a 7.600 euro.

E’ quanto vorremmo raccogliere entro pochissimo tempo. La scadenza è fine settembre.

Per donazioni

AssoPace Palestina

Banca Unipol

IBAN  IT 50 O 03127 74610 00000 0001527 (il terzo carattere è una O e non zero)

BIC BAECIT2B

causale At Tuwani – Studenti

oppure pagamento con PAY PAL tramite il sito www.assopacepalestina.org

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Corte Penale Internazionale e Palestina: un caso di dubbia giustizia

Kanbar-Commentary-PhotoAl-Shabaka. Di Sarah Kanbar. E’ passato ormai un anno da quando la Palestina è diventata membro della Corte Penale Internazionale e da quando l’Ufficio del Procuratore della suddetta Corte ha dato il via alle indagini preliminari sulla “questione palestinese”. Mentre il rifiuto quasi totale da parte di Israele di collaborare con la CPI per questioni legate alla Palestina ha ostacolato tali indagini, il paese non rappresenta l’unico impedimento affinché sia fatta giustizia: l’ufficio del Procuratore stesso ha avuto un ruolo predominante nel rallentare il processo.

Nel novembre del 2015 la relazione annuale sulle indagini preliminari (qui di seguito), redatto dal Procuratore Capo Fatou Bensouda, ha fornito un aggiornamento sull’andamento delle indagini. Secondo le informazioni contenute nella relazione, non è ancora chiaro come l’Ufficio del Procuratore procederà per mettere in atto “i due obiettivi principali dello Statuto di Roma: porre fine del conflitto tramite l’incoraggiamento di procedimenti spontanei nazionali, e la prevenzione dei reati” in Palestina. Inoltre, due elementi della relazione – la dichiarazione dell’Ufficio del Procuratore riguardo la condizione di Stato della Palestina e i possibili crimini già identificati – rivelano critiche più ampie all’Ufficio, da un lato la preoccupazione per la sua imparzialità e dall’altra il fallimento nel soddisfare le speranze delle vittime di ottenere giustizia.

Queste mancanze dell’Ufficio potrebbero quindi vanificare il ruolo della CPI in quanto palcoscenico in cui giudicare e valutare le atrocità che si stanno susseguendo in Palestina. La società civile deve tenere sotto controllo l’attività della CPI e assicurarsi che essa rimanga un organo imparziale e apolitico.

Palestina: un banco di prova per la Corte Penale Internazionale

La CPI, che ha iniziato la sua attività nel 2002, è un organo giudiziario giovane e ancora in via di sviluppo. Finora, quasi tutti i casi in atto riguardano stati africani. La CPI sta iniziando a lavorare anche in altre regioni tramite esami e indagini preliminari. Ciò si riflette nel numero crescente di casi arrivati all’Ufficio del Procuratore e nell’avvio di procedimenti dopo il completamento di anni di indagini preliminari.

La CPI deve però affrontare il problema dell’assenza di fondi, il che la mette nella posizione di aver bisogno di aiuti finanziari da parte degli stati che ne fanno parte. La CPI non può fare sempre affidamento sui fondi e, anche qualora li ricevesse, il solo fatto di averne bisogno la rende oggetto di attenzioni nei programmi politici di alcuni Stati. La CPI dunque è un organo importante e deve dimostrarsi imparziale.

Durante una riunione recente dell’Assemblea degli Stati membri della CPI, l’organo responsabile per la gestione e la supervisione del tribunale, i membri di una delegazione palestinese e alcuni rappresentanti della società civile hanno espresso la loro opinione dicendo che la gestione, da parte della CPI, della questione Palestinese rappresenterà un banco di prova. Hanno elencato vari motivi per cui sarebbe necessario che la CPI giudicasse i crimini in Palestina, tra cui la storia dei continui conflitti che in questo paese vanno avanti da più di 60 anni, le negoziazioni non andate a buon fine, le testimonianze delle violazioni dei diritti umani – che vanno dalle relazioni sul campo redatte dalle ONG (Organizzazioni Non Governative) al parere consultivo sul Muro tra Israele e Palestina espresso nel 2004 dalla stessa CPI.

I delegati e i rappresentanti della società civile hanno anche dichiarato che l’Ufficio del Procuratore è in possesso di una moltitudine di informazioni tale da poter portare a termine tutte le indagini in maniera efficiente, nonostante essi abbiano riconosciuto che Israele ha reso difficile l’accesso alle informazioni sull’assalto nella Striscia di Gaza del 2014. Inoltre hanno espresso la propria paura che, rallentando le indagini, l’Ufficio perda nuovamente l’appoggio delle vittime – in questo caso i Palestinesi.

La CPI è stata criticata molte volte per il fatto che le vittime, spesso vulnerabili, che ripongono molte speranze nella Corte, rimangono deluse dal fallimento di quest’ultima nel trovare una soluzione. Aspettando la fine di un processo estremamente lento senza ricevere un responso, le vittime di crimini atroci si sentono abbandonate e questo le porta a perdere la fiducia in un sistema giudiziario che funziona con l’aiuto degli Stati che ne fanno parte.

Durante le indagini preliminari, l’Ufficio del Procuratore studia le comunicazioni e le informazioni per determinare se siano necessarie ulteriori indagini o un processo. Il Rapporto del Procuratore Capo raccoglie questo materiale durante la fase delle indagini e nella fase di revisione delle informazioni. L’Ufficio non ha facoltà investigative durante le indagini preliminari. Il suo compito è quello di revisionare e determinare se un caso risponde ai parametri dell’Articolo 53 dello Statuto di Roma, che dà inizio a un’indagine a meno che il Procuratore Capo non stabilisca che non ci sono i “presupposti ragionevoli” per procedere. Lo Statuto di Roma non fornisce un lasso di tempo entro il quale l’Ufficio deve portare a termine le indagini preliminari, e qualsiasi informazione aggiuntiva può essere presa in considerazione dopo che sono state avviate le indagini. Potrebbero quindi volerci anni prima che si possa procedere con le indagini o che l’Ufficio respinga il procedimento.

Due critiche potrebbero essere mosse alla CPI, secondo la relazione. La prima, che la preoccupazione dell’Ufficio nel voler rimanere imparziale abbia soltanto posticipato le indagini preliminari portando l’Ufficio a esulare dal suo incarico sulla condizione di Stato della Palestina, questione che è stata al centro dell’attenzione del precedente Procuratore Capo. In secondo luogo, attraverso le considerazioni riguardo i crimini di Israele ai danni dell’umanità e i crimini di guerra, la CPI potrebbe rivelarsi soltanto un’altra organizzazione internazionale che deluderà ancora una volta i Palestinesi non riuscendo a prendere provvedimenti nei confronti di Israele e dichiararla colpevole. 

La relazione dell’Ufficio del Procuratore e la questione della condizione di Stato

Vale la pena ricordare che, dopo il 2009, quando per la prima volta l’Autorità Palestinese ha sottoscritto una Dichiarazione secondo l’Articolo 12(3) alla CPI, accettando la giurisdizione del tribunale, l’Ufficio del Procuratore ha evitato un’indagine preliminare sulla Palestina poiché non la considerava uno Stato. Nella prima relazione sulle Attività di Indagini Preliminari del 2011, l’Ufficio ha scritto che bisognava riconoscere la Palestina come Stato affinché questa potesse sottoscrivere la dichiarazione. Nella relazione dell’anno successivo, l’Ufficio ha deciso che soltanto un’organizzazione internazionale come le Nazioni Unite avrebbe potuto accertarsi che la Palestina fosse uno Stato o no.

Questo ritardo fu criticato pesantemente, in particolare perché non rientra tra le competenze dell’Ufficio intervenire su questioni legali che riguardano la condizione di Stato per presentare una dichiarazione. Inoltre, esistevano altre possibilità per determinare se la Palestina potesse sottoscrivere una dichiarazione o anche solo accedere allo Statuto di Roma: ad esempio, rimettersi alla Camera Preliminare, organo che ha l’autorità di prendere una decisione in situazioni come questa.

Una posizione diversa riguardo la condizione di Stato palestinese è in seguito emersa nella relazione del 2015. Il Procuratore Capo Bensouda ha affermato che è necessario un chiarimento da parte delle Nazioni Unite riguardo lo status della Palestina per stabilire qualora potesse accedere allo Statuto di Roma. Il Procuratore ha poi scritto che l’Ufficio ha stabilito che la Palestina avrebbe potuto sottoscrivere una dichiarazione sotto l’Articolo 12(3) sulla base della Risoluzione 67/19 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (la stessa Risoluzione che aveva portato la Palestina a diventare uno Stato osservatore nel 2012). Tuttavia, Bensouda ha anche affermato che la CPI può ancora avere da ridire sulla condizione di Stato sulla base della giurisdizione territoriale o personale.

Inoltre, come hanno puntualizzato molti studiosi ed esperti, l’Ufficio del Procuratore non possiede l’autorità per prendere una decisione su come determinare la condizione di Stato. Invece di proclamare lo Stato della Palestina e di conseguenza sottoscrivere una dichiarazione secondo l’Articolo 12(3) o accedere allo Statuto di Roma, l’Ufficio avrebbe potuto concludere che la Palestina poteva sottoscrivere una dichiarazione in quanto possedeva i requisiti elencati dall’Articolo 12 dello Statuto di Roma. Questo Articolo permette che uno Stato non membro acconsenta affinché la Corte possa esercitare la sua giurisdizione su un crimine che cade sotto le sue competenze. Fondamentalmente, dichiarare che la Palestina può agire in quanto Stato secondo l’Articolo 12(3) è andare al di là delle competenze limitate dell’Ufficio del Procuratore.

Crimini israeliani e giurisdizione dell’Ufficio del Procuratore

La relazione del 2015 è comunque un passo positivo nella revisione dei documenti relativi ai numerosi crimini in Palestina. L’Ufficio è attualmente entrato nella seconda fase delle indagini, durante la quale deve determinare se ci sono crimini che cadono sotto la giurisdizione della Corte penale internazionale – nello specifico crimini contro l’umanità e crimini di guerra.

I crimini contro l’umanità sono definiti dall’Articolo 7 dello Statuto di Roma. Molti tipi di azioni sono elencate sotto questa categoria, nonostante la descrizione delle intenzioni con le quali vengono commessi sia più specifica. Se però la definizione include molte delle azioni commesse da Israele, è comunque l’Ufficio a determinare se esse siano crimini o meno. I crimini di guerra, definiti dall’Articolo 8, sono elencati in maniera più estesa e richiedono che ci sia un conflitto armato in corso, gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra, violazioni della legge e degli usi di guerra.

L’Ufficio del Procuratore ha rese note, nella relazione che sta attualmente revisionando, le informazioni che riguardano i presunti crimini commessi a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est sia da parte dei gruppi armati palestinesi che dalle Forze di Difesa israeliane. Sta esaminando il lancio immotivato di razzi e mortai da parte dei palestinesi verso Israele, gli attacchi partiti da zone civili, l’uso di zone civili per scopi militari, e l’esecuzione dei palestinesi che avrebbero collaborato con Israele. L’Ufficio sta anche revisionando il materiale riguardante i crimini commessi dalle Forze di Difesa israeliane a Gaza durante l’assalto della Striscia nel 2014, quali gli attacchi diretti rivolti a palazzi e infrastrutture in cui risiedevano civili, ma anche a edifici appartenenti all’ONU, ospedali e scuole. Questi includono anche bombardamenti su zone civili ad alta densità demografica come al-Shujayya e Khazaa.

Non è chiaro se l’Ufficio arriverà alla conclusione che questi crimini, specialmente i crimini contro l’umanità, cadono sotto la propria giurisdizione. Ad esempio, alcuni crimini contro l’umanità in questione come l’apartheid, sono questioni che a prima vista sembrerebbero nuove alla CPI. Questo significa che non ci sono precedenti su cui basarsi, il che rende imprevedibile l’esito delle indagini.

Il Procuratore Capo Bensouda ha anche dichiarato che l’Ufficio possiede informazioni sulle violenze negli insediamenti e il trattamento dei palestinesi nelle carceri israeliane e nei tribunali militari. Questi non sono necessariamente crimini di guerra e di conseguenza potrebbero non rientrare nelle competenze della CPI. Inoltre, le informazioni sui tribunali israeliani potrebbero sollecitare un intervento della CPI o una sentenza che dichiara il sistema giudiziario israeliano capace di giudicare processi secondo giustizia. Essendo la CPI un tribunale di ultima istanza, uno dei suoi obiettivi è incoraggiare processi a livello nazionale. Se l’Ufficio del procuratore decide che Israele può giudicare questi crimini secondo giustizia, allora potrebbe anche concludere che non ci sia bisogno delle indagini – e Israele ancora una volta non verrebbe ritenuto responsabile.

La Corte Penale Internazionale sotto processo

Il risvolto positivo dell’avere un organo giudiziario come la CPI è che essa garantisce che le vittime, che per lungo tempo hanno subito atrocità, abbiano l’opportunità di presentare il proprio caso davanti alla giustizia. La condanna, nel marzo 2016, dell’ex politico serbo-bosniaco Radovan Karadzic per i crimini di guerra commessi ai danni dei musulmani bosniaci testimonia il grande potenziale dei tribunali penali internazionali. La Palestina sembrerebbe l’ultimo banco di prova per determinare se la CPI può continuare a rappresentare uno strumento per prevenire i crimini e punire chi li commette al massimo livello di giurisdizione, o se alla fine fallirà perché si piegherà alle influenze politiche.

Nonostante meno della metà dei rifugiati palestinesi creda che la Corte arriverà a una soluzione duratura, l’Ufficio del Procuratore deve continuare le indagini preliminari sulla Palestina. Se identificherà potenziali crimini quali apartheid o il trattamento delle minoranze nei tribunali militari ma non porterà avanti i procedimenti, i palestinesi non potranno fare alcun ricorso e si ricorderanno soltanto di quanto le organizzazioni internazionali siano inefficienti nel trovare una soluzione giusta al conflitto. Inoltre, Israele continuerà ad agire impunito. Ma se la CPI userà la legge come meccanismo di cambiamento e porterà le responsabilità a livello nazionale, non sarebbe solo un grande successo per i Palestinesi. Sarebbe un successo anche per la CPI stessa, che dimostrerebbe la sua competenza e resistenza alle pressioni esterne.

Le organizzazioni di giustizia internazionali e le organizzazioni palestinesi dovrebbero continuare a tenere sotto controllo i lavori della CPI e dell’Ufficio, scrutinando le decisioni quando vengono prese. Gli ufficiali palestinesi dovrebbero continuare a trattare la CPI come un organo non politicizzato e quindi evitare la tentazione di usarlo come uno strumento per riaffermare la condizione di Stato. Nonostante la tendenza della CPI a essere influenzata dai politici, c’è ancora speranza che essa possa condannare gli israeliani colpevoli dei loro crimini – anche se potrebbero volerci anni. Se è vero che la Palestina sta intraprendendo un viaggio molto lungo insieme alla CPI, si spera che stia andando almeno nella direzione giusta.

 

 

dell’Ufficio intervenire su questioni legali che riguardano la condizione di Stato per presentare una dichiarazione. Inoltre, esistevano altre possibilità per determinare se la Palestina potesse sottoscrivere una dichiarazione o anche solo accedere allo Statuto di Roma: ad esempio, rimettersi alla Camera Preliminare, organo che ha l’autorità di prendere una decisione in situazioni come questa.

Una posizione diversa riguardo la condizione di Stato palestinese è in seguito emersa nella relazione del 2015. Il Procuratore Capo Bensouda ha affermato che è necessario un chiarimento da parte delle Nazioni Unite riguardo lo status della Palestina per stabilire qualora potesse accedere allo Statuto di Roma. Il Procuratore ha poi scritto che l’Ufficio hastabilito che la Palestina avrebbe potuto sottoscrivere una dichiarazione sotto l’Articolo 12(3) sulla base della Risoluzione 67/19 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (la stessa Risoluzione che aveva portato la Palestina a diventare uno Stato osservatore nel 2012). Tuttavia, Bensoudaha anche affermato che la CPIpuò ancora avere da ridire sulla condizione di Stato sulla base della giurisdizione territoriale o personale.

Inoltre, come hanno puntualizzato molti studiosi ed esperti, l’Ufficio del Procuratore non possiede l’autorità per prendere una decisione su come determinare la condizione di Stato. Invece di proclamare lo Stato della Palestina e di conseguenza sottoscrivere una dichiarazione secondo l’Articolo 12(3) o accedere allo Statuto di Roma, l’Ufficio avrebbe potuto concludere che la Palestina poteva sottoscrivere una dichiarazione in quanto possedeva i requisiti elencati dall’Articolo 12 dello Statuto di Roma. Questo Articolo permette che uno Stato non membro acconsenta affinché la Corte possa esercitare la sua giurisdizione su un crimine che cade sotto le sue competenze. Fondamentalmente, dichiarare che la Palestina può agire in quanto Stato secondo l’Articolo 12(3) è andare al di là delle competenze limitate dell’Ufficio del Procuratore.

Crimini israeliani e giurisdizione dell’Ufficio del Procuratore

La relazione del 2015 è comunque un passo positivo nella revisione dei documenti relativi ai numerosi crimini in Palestina. L’Ufficio è attualmente entrato nella seconda fase delle indagini, durante la quale deve determinare se ci sono crimini che cadono sotto la giurisdizione della Corte penale internazionale – nello specifico crimini contro l’umanità e crimini di guerra.

I crimini contro l’umanità sono definiti dall’Articolo 7 dello Statuto di Roma. Molti tipi di azioni sono elencate sotto questa categoria, nonostante la descrizione delle intenzioni con le quali vengono commessi sia più specifica. Se però la definizione include molte delle azioni commesse da Israele, è comunque l’Ufficio a determinare se esse siano crimini o meno. I crimini di guerra, definiti dall’Articolo 8, sono elencati in maniera più estesa e richiedono che ci sia un conflitto armato in corso, gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra, violazioni della legge e degli usi di guerra.

L’Ufficio del Procuratore ha dichiarato nella relazione che sta attualmente revisionando le informazioni che riguardano i presunti crimini commessi a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est sia da parte dei gruppi armati palestinesi che dalle Forze di Difesa israeliane. Sta esaminando il lancio immotivato di razzi e mortai da parte dei palestinesi verso Israele, gli attacchi partiti da zone civili, l’uso di zone civili per scopi militari, e l’esecuzione dei palestinesi che avrebbero collaborato con Israele. L’Ufficio sta anche revisionando il materiale riguardante i crimini commessi dalle Forze di Difesa israeliane a Gaza durante l’assalto della Striscia nel 2014, quali gli attacchi diretti rivolti a palazzi e infrastrutture in cui risiedevano civili, ma anche a edifici appartenenti all’ONU, ospedali e scuole. Questi includono anche bombardamenti su zone civili ad alta densità demografica come al-Shujayya e Khazaa.

Non è chiaro se l’Ufficio arriverà alla conclusione che questi crimini, specialmente i crimini contro l’umanità, cadono sotto la propria giurisdizione. Ad esempio, alcuni crimini contro l’umanità in questione come l’apartheid, sono questioni che a prima vista sembrerebbero nuove alla CPI. Questo significa che non ci sono precedenti su cui basarsi, il che rende imprevedibile l’esito delle indagini.

Il Procuratore Capo Bensouda ha anche dichiarato che l’Ufficio possiede informazioni sulle violenze negli insediamenti e il trattamento dei palestinesi nelle carceri israeliane e nei tribunali militari. Questi non sono necessariamente crimini di guerra e di conseguenza potrebbero non rientrare nelle competenze della CPI. Inoltre, le informazioni sui tribunali israeliani potrebbero sollecitare un intervento della CPI o una sentenza che dichiara il sistema giudiziario israeliano capace di giudicare processi secondo giustizia. Essendo la CPI un tribunale di ultima istanza, uno dei suoi obiettivi è incoraggiare processi a livello nazionale. Se l’Ufficio del procuratore decide che Israele può giudicare questi crimini secondo giustizia, allora potrebbe anche concludere che non ci sia bisogno delle indagini – e Israele ancora una volta non verrebbe ritenuto responsabile.

La Corte Penale Internazionale sotto processo

Il risvolto positivo dell’avere un organo giudiziario come la CPI è che essa garantisce che le vittime cheper lungo tempo hanno subito atrocità abbiano l’opportunità di presentare il proprio caso davanti alla giustizia. La condanna, nel marzo 2016, dell’ex politico serbo-bosniaco Radovan Karadzic, per i crimini di guerra commessi ai danni dei musulmani bosniaci testimonia il grande potenziale dei tribunali penali internazionali. La Palestina sembrerebbe l’ultimo banco di prova per determinare se la CPI può continuare a rappresentare uno strumento per prevenire i crimini e punire chi li commette al massimo livello di giurisdizione, o se alla fine fallirà perché si piegherà alle influenze politiche.

Nonostante meno della metà dei rifugiati palestinesi creda che la Corte arriverà a una soluzione duratura, l’Ufficio del Procuratore deve continuare le indagini preliminari sulla Palestina. Se identificherà potenziali crimini quali apartheid o il trattamento delle minoranze nei tribunali militari ma non porterà avanti i procedimenti, i palestinesi non potranno fare alcun ricorso e si ricorderanno soltanto di quanto le organizzazioni internazionali siano inefficienti nel trovare una soluzione giusta al conflitto. Inoltre, Israele continuerà ad agire impunito. Ma se la CPI userà la legge come meccanismo di cambiamento e porterà le responsabilità a livello nazionale, non sarebbe solo un grande successo per i Palestinesi. Sarebbe un successo anche per la CPI stessa, che dimostrerebbe la sua competenza e resistenza alle pressioni esterne.

Le organizzazioni di giustizia internazionali e le organizzazioni palestinesi dovrebbero continuare a tenere sotto controllo i lavori della CPI e dell’Ufficio, scrutinando le decisioni quando vengono prese. Gli ufficiali palestinesi dovrebbero continuare a trattare la CPI come un organo non politicizzato e quindi evitare la tentazione di usarlo come uno strumento per riaffermare la condizione di Stato. Nonostante la tendenza della CPI a essere influenzata dai politici, c’è ancora speranza che essa possa condannare gli israeliani colpevoli dei loro crimini – anche se potrebbero volerci anni. Se è vero che la Palestina sta intraprendendo un viaggio molto lungo insieme alla CPI, si spera che stia andando almeno nella direzione giusta.

Al-Shabaka è un’organizzazione no-profit la cui missione è educare e promuovere il dibattito pubblico sui diritti umani e di autodeterminazione palestinesi nel quadro del diritto internazionale.

L’autore di questo policy brief è Sarah Kanbar, che ha precedentemente pubblicato “Rooted in ourHomeland: The Construction of Syrian American Identity” (“Radicati nella nostra Patria: la costruzione dell’identità siro-americana”) in American MulticulturalStudies (Sage, 2012) e alcuni articoli per le riviste Muftah e Kalimat.

Traduzione di Giovanna Niro

thanks to: Infopal

10° edizione per la Fiera internazionale del Libro della Palestina

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A Ramallah, lo scorso 7 maggio è stata inaugurata la 10° edizione della Fiera internazionale del Libro della Palestina, che si terrà fino al prossimo 17 maggio.

Il tema di quest’anno è: la Palestina legge, mentre il Paese ospite d’onore è il Kuwait. Secondo alcune fonti, 400 sono gli editori che partecipano alla Fiera, mentre 500mila sono i libri presenti tra tutti gli stand. Tra gli autori ospiti, molti verranno dagli altri Stati arabi “sfidando così le politiche di isolamento contro i palestinesi”, avrebbe detto il Ministero della Cultura palestinese Ehab Bseiso.

Il poeta palestinese – islandese Mazen Maarouf, lo scrittore algerino Waciny Larej, lo scrittore iracheno Ali Bader, l’anglo – palestinese Raba’i al-Madhoun saranno tra gli ospiti dei 10 giorni di fiera, a cui parteciperanno molti altri autori, poeti, artisti e intellettuali arabi e palestinesi (uomini e donne).

La fiera ospiterà degli omaggi al poeta Samih al-Qasim e al drammaturgo siriano Saadallah Wannus, momenti di riflessione critica sulle opere di Emil Habibi e Ghassan Kanafani, panel sulle relazioni culturali tra Palestina e Kuwait. Oltre al programma principale dedicato alla cultura e alla letteratura araba e palestinese, sono previste anche attività per i bambini e proiezioni di film arabi e internazionali. Il programma completo di tutta la manifestazione lo trovate qui.

Di seguito invece: le dediche di alcuni scrittori, scrittrici e intellettuali arabi per la Fiera palestinese:

 

Alcune delle immagini dell’inaugurazione (fonte: pagina Facebook della manifestazione)

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Sorgente: 10° edizione per la Fiera internazionale del Libro della Palestina | editoriaraba

Manifestazione per non dimenticare “Piombo Fuso” e tutti i massacri israeliani

GIORNATE DELLA MEMORIA
DEL GENOCIDIO DEI PALESTINESI A GAZA
“… Prendete un pezzo di terra di 40 km per 5 e chiamatelo Gaza poi riempitelo con 1.400.000 abitanti palestinesi. Circondatelo con il mare a Ovest, l’Egitto a Sud, Israele a Nord e a Est e chiamatela “terra dei terroristi”. (Raja Chemayel)
A partire dal 27 Dicembre 2008 e fino al 18 Gennaio 2009, con l’offensiva militare denominata “Piombo fuso”, il governo di Israele ha compiuto uno dei più efferati massacri di tutta la storia dell’occupazione dei Territori Palestinesi. Il popolo di Gaza, già profondamente colpito da un lungo ed estenuante embargo è stato lasciato solo di fronte al criminale sterminio:
1419 Palestinesi uccisi, dei quali 1167 erano civili (318 bambini, 111 donne, 6 medici, 2 operatori ONU, 6 giornalisti)
5360 feriti, dei quali 1600 bambini e 830 donne. Moltissimi resteranno permanentemente invalidi e si registra una grande incidenza di tumori e di neonati con malformazioni causate dagli effetti di armi all’uranio e fosforo bianco.
Totalmente distrutte 2114 abitazioni e 3242 gravemente danneggiate con il coinvolgimento di almeno 20.000 civili.
Bombardati intenzionalmente, con 1 milione di kg di bombe, 16 ospedali, 215 cliniche mediche, 28 ambulanze, 21 scuole, 19 moschee, 167 stabilimenti industriali. Contaminati migliaia di ettari di campi.
Questo massacro si colloca nella strategia di genocidio del popolo di Gaza da parte dello stato sionista che ha trovato il suo culmine nell’estate 2014 con l’operazione “Barriera Protettiva” con più di 2100 morti, di cui 577 bambini. Dopo la “tregua” continua l’oppressione israeliana e la pulizia etnica in Cisgiordania e Gerusalemme Est.
Troppe voci in Europa e nel mondo, distratte sulle evidenti violazioni ma interessate soltanto a salvaguardare interessi economici, hanno continuato a sostenere Israele fino a quando il suo criminale governo si è sentito autorizzato a concludere l’operazione “Piombo fuso” e “Barriera Protettiva” con veri e propri crimini contro l’umanità, l’uso sulla popolazione civile di “armi di distruzione di massa” proibite dal Diritto Internazionale, le micidiali “bombe DIME” che hanno ucciso tagliando a pezzi i corpi e le terribili “bombe al fosforo bianco” che hanno provocato ustioni inestinguibili per giorni e ferite difficilmente rimarginabili.
Il Consiglio per i diritti umani e l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite hanno definito “crimine di guerra” il genocidio a Gaza, ma non siamo ancora arrivati alla condanna di questo massacro attraverso un giudizio della Corte Penale Internazionale, nonostante dell’uso di armi di distruzione di massa da parte di Israele e la totale violazione del diritto internazionale, dei diritti umani, della Convenzione di Ginevra.
Siamo oggi in piazza per:
• per denunciare il Genocidio dello Stato sionista a Gaza
• per sostenere la resistenza del popolo palestinese e chi quotidianamente in Palestina lotta contro l’occupazione
• per dire no agli accordi militari Italia- Israele
• per denunciamo il silenzio assordante della comunità internazionale
• per mostrare la nostra solidarietà a Gaza e alla Palestina che non si arrende
• promuovere la campagna Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni contro Israele

Palestina e Israele: che fare?

Frutto di un fitto scambio tra Noam Chomsky e Ilan Pappé, il libro prosegue la riflesssione sulla questione israelo-palestinese proponendo  un “nuovo lessico” per definirla

Noam Chomsky (destra) e Ilan Pappé (sinistra)

 

di Andrea Colasuonno – Odysseo

Roma, 18 luglio 2015, Nena NewsÈ uscito il nuovo libro di Noam Chomsky e Ilan Pappé “Palestina e Israele: che fare?. A quasi un anno esatto dall’ultima sanguinosissima operazione israeliana su Gaza, “Margine protettivo”, i due autori hanno voluto proseguire il lavoro di riflessione iniziato con “Ultima fermata Gaza”, testo edito 5 anni fa, di grande successo e vasta diffusione.

Anche questo nuovo lavoro, come quello precedente, nasce fondamentalmente da un fitto scambio di vedute fra i due celebri studiosi ebrei. Così, spiega il curatore Frank Barat nell’introduzione, si era pensato di dividere il lungo dialogo in tre parti: una che trattasse del passato della questione palestinese, una del presente, l’altra del futuro. Le bozze del libro erano pronte quando nel luglio 2014 Israele e Gaza precipitarono nell’ennesimo conflitto. Pappé come Chomsky decisero che fosse doveroso a quel punto integrare il loro libro-intervista con lavori originali che ne chiarissero meglio alcuni contenuti.

Seguendo questa logica il testo si è arricchito di capitoli quali “I tormenti di Gaza, i crimini di Israele, le nostre colpe”, “Breve storia del genocidio progressivo di Israele”, il “Discorso alle Nazioni Unite” di Noam Chomsky. Ma soprattutto “Le vecchie e le nuove conversazioni”, saggio “eccellente, di straordinaria attualità, provocatorio e originale”, posizionato non a caso in apertura al testo, nel quale Pappé prova a riscrivere il vocabolario del conflitto israelo-palestinese.

Da dove nasce questa esigenza? Nasce dalla presa d’atto che le grandi conquiste raggiunte fuori dalla Palestina, ad esempio il cambio avvenuto nell’opinione pubblica mondiale circa il conflitto in questione, non si sia tradotto in miglioramenti concreti sul territorio. Ciò, secondo Pappé, non è avvenuto anche perché fra diplomatici, studiosi, politici, ma anche attivisti filo palestinesi occidentali, vige ancora un’egemonia retorica di ciò che chiama il “vocabolario dell’ortodossia pacifista”. Un vocabolario scaturito da una fiducia “quasi religiosa” nella soluzione a due Stati, messo a punto negli ambienti delle scienze politiche americane e “utile a conformarsi alle posizioni degli Stati Uniti”.  

che-fareEcco che, secondo lo storico israeliano, un “nuovo lessico può servire agli attivisti per rafforzare il proprio impegno nella lotta contro l’ideologia sottesa agli abusi e alle violazioni israeliane dei diritti umani e civili […]”. E allora questi alcuni dei termini in questione.

Colonialismo al posto di “sionismo”. Una sostituzione del genere, spiega Pappé, è fondamentale perché chiarisce la natura delle politiche israeliane di giudaizzazione sia all’interno di Israele che in Cisgiordania. Del resto il movimento sionista già nel 1882 usava il termine “le-hityashev”, letteralmente “colonizzare”. Inoltre non tutti capiscono “sionismo” mentre più o meno tutti comprendono “colonialismo”. Ciò permette di spezzare la favola della “complessità” del conflitto israele-palestina, che solo serve ai sionisti a prendere tempo e confondere le idee. In realtà “la fisionomia e l’obiettivo di questo progetto non sono per nulla straordinari”, si tratta di un popolo che ruba la terra a un altro popolo, vedi Sudafrica.

Stato segregazionista al posto di “Stato Ebraico”. Diversi studi hanno dimostrato come le politiche israeliane siano diventate negli anni via via più omogenee sia per i palestinesi della Cisgiordania che per gli arabi-israeliani. Oggi, secondo Pappé, Israele è indubbiamente uno stato che segrega e discrimina in base all’etnia, alla religione e alla nazionalità.

Apartheid al posto di “conflitto”. L’uso sempre più frequente di tale espressione, soprattutto negli ambienti che contano, ha favorito e favorirà sempre di più iniziative atte a sensibilizzare sulla condotta israeliana. Un esempio su tutti sono le “Israeli Apartheid Week”.

Decolonizzazione al posto di “processo di pace”. È chiaro a tutti, afferma Pappé, che il processo di pace è uno strumento per permettere a Israele di prendere tempo e aumentare le colonie. Introducendo il termine “decolonizzazione” si spera allora di fermare l’industria della “coesistenza” finanziata principalmente da americani e Unione Europea.

Pulizia etnica al posto di “catastrofe” (Nakba). Parlare di pulizia etnica permette di individuare una vittima e un aggressore, base per cercare una riconciliazione. La comunità internazionale ha stabilito da tempo precise direttive che indicano come trattare le vittime di atti del genere. Ecco che ad esempio, seguendo il “principio di riparazione”, non sarebbe scandaloso riprendere a parlare di “diritto al ritorno” (dei profughi del ’48), punto completamente rimosso dalla vecchia ortodossia pacifista.

Cambio di regime al posto di “negoziati”. Non deve più essere considerato inconcepibile un cambiamento radicale dello Stato israeliano: da stato colonialista a patria per tutti. Diversi esempi di storia recente (Egitto, Tunisia) dimostrano come una cosa del genere sia possibile anche per mezzo di soluzioni non violente o quasi non violente.

Soluzione a uno stato al posto di “soluzione a due stati”. Secondo lo storico dovrebbe essere una diretta conseguenza del “cambio di regime” di cui abbiamo accennato appena più su. La questione, tuttavia, è di portata capitale e sarebbe inutile provare a sintetizzarla nel giro di qualche riga. È il punto sul quale Chomky e Pappé divergono più platealmente. Il libro prova a spiegare i perché dell’uno e i perché dell’altro lasciando poi, come tutti i libri, la parola alla storia.

thanks to: Nena News

COME ‘ASFALTARE’ CHI DIFENDE ISRAELE CON 10 AUTOREVOLI RISPOSTE

di PAOLO BARNARD – Aprile 2015 (leggete fino in fondo)

Guida imbattibile per distruggere uno per uno gli argomenti usati dai personaggi mediatici asserviti alla menzogna quando difendono il Terrorismo d’Israele e il genocidio dei Palestinesi.
Scritta a portata di tutti, e con fonti storiche autorevolissime unicamente Occidentali ed ebraiche.
Potete memorizzare le risposte, o sbatterle in faccia ai servi d’Israele leggendole. PB
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ATTENZIONE: Anti-Sionismo NON significa Antisemitismo. Sionisti = Elite ebrea criminale genocida dominante in Palestina dall’800 a oggi. Semiti sono i normali ebrei e palestinesi, d’Israele, della Palestina o del mondo. Solo gli ignoranti, o i falsari amici dei Sionisti, spacciano un anti-sionista per antisemita.
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1)

Difensore d’Israele (di seguito DdI): Prima cosa, i palestinesi hanno sempre odiato gli ebrei che emigravano in Palestina per sfuggire alle persecuzioni europee. Li hanno da subito attaccati.

Risposta (di seguito R.): Menzogna storica totale. Per tutto il XIX secolo e oltre i palestinesi accolsero l’emigrazione ebraica europea con favore, amicizia ed entusiasmo. Al punto che le massime autorità religiose ebraiche d’Europa lo testimoniarono.

Fonti: Ne cito tre fra le tante: il 16 Luglio del 1947 l’eminente Rabbino Yosef Tzvi Dushinsky testimoniò presso lo Speciale Comitato delle Nazioni Unite sulla Palestina, e le sue parole furono inequivocabili: “Non vi fu mai un momento nell’immigrazione degli ebrei ortodossi europei in Palestina (si riferisce ad epoche precedenti al fenomeno sionista, nda) nel quale gli arabi abbiano opposto resistenza alcuna. Al contrario, quegli ebrei erano i benvenuti per via dei benefici economici e del progresso che ricadevano sugli abitanti locali, che mai temettero di essere sottomessi. Era risaputo che quegli ebrei giungevano solo per motivi religiosi e non ebbero difficoltà a stabilire rapporti di fiducia e di vera amicizia con le comunità locali”. (1)

Dello stesso tono le parole pronunciate molti anni dopo da un altro Rabbino di grande fama, Baruch Kaplan, noto per essere stato a capo della Beis Yaakov Girls School di Brooklin, ma che passò la giovinezza nella Yeshiva (scuola religiosa) di Hebron in Palestina negli anni ’20: “Gli arabi furono sempre assai amichevoli, e noi ebrei condividemmo la vita con loro a Hebron secondo relazioni di buona amicizia”, dichiarò il Rabbino, che aggiunse anche: “Sono a conoscenza di una lettera del Gran Rabbino del Gerrer Hassidim di allora, il polacco Avraham Mordechai Alter, che riguardava un suo viaggio nella Terra Santa risalente ai tempi in cui si parlava di emigrare laggiù. Lo scopo del suo viaggio fu di capire che tipo di persone erano i palestinesi, così da poter poi dire alla sua gente se andarci o no. Nella lettera egli scrisse che gli arabi erano un popolo amichevole e assai apprezzabile”. (2)

E poi. Dichiarazione della Commissione Shaw del governo inglese, a proposito delle violenze fra arabi e sionisti nel 1929: “…prima della Grande Guerra (1915-18) gli arabi e gli ebrei vivevano fianco a fianco, se non in amicizia, almeno con tolleranza… negli 80 anni precedenti (epoche precedenti al fenomeno sionista, nda) non ci sono memorie di scontri violenti (fra i due popoli)”.(3)

2)

DdI: E poi non esisteva un vero popolo palestinese. Si trattava di tribù sparse, e di pochi individui che vivevano sulle terre bibliche. Infatti un fondatore sionista storico (del Movimento ebreo sionista d’Europa), Israel Zangwill, dichiarò a inizio secolo che “La Palestina è una terra senza popolo, noi ebrei siamo un popolo senza terra”.

R.: Menzogna smentita di nuovo dall’interno dello stesso movimento sionista europeo che iniziò la colonizzazione su larga scala della Palestina alla fine del XIX secolo.

Fonti: Al 7° Congresso Sionista del 1905, un leader di nome Yitzhak Epstein si alzò e lasciò agli atti questa frase: “Diciamoci la verità. Esiste nella nostra cara terra d’Israele un’intera nazione palestinese, che vi ha vissuto per secoli, e che non ha mai pensato di abbandonarla”. (4)

3)

DdI: E’ ignobile definire i Sionisti, che emigravano in Palestina per fuggire alle persecuzioni europee, degli aggressori coloniali! Era il contrario, erano i palestinesi a disprezzarli.

R.: Menzogna. Il movimento Sionista europeo nacque razzista, violento e prevaricatore (come è oggi). All’arrivo in Palestina trattarono subito i palestinesi come bestie, perché li consideravano poco più che bestie. Furono i sionisti a iniziare violenze e atrocità contro i palestinesi pacifici.

Fonti: A inizio ‘900, in uno scambio fra un fondatore del movimento Sionista ebreo europeo Chaim Weizmann (che sarà il primo presidente d’Israele nel 1948, nda) e gli allora padroni coloniali inglesi, si legge “Gli inglesi ci hanno detto che in Palestina ci sono qualche migliaio di negri (kushim), che non valgono nulla.” (5)

Ma soprattutto: il più celebre umanista sionista della Storia, Ahad Ha’am, lanciò un allarme contro la violazione dei diritti dei palestinesi (da parte dei sionisti): “E cosa sta facendo la nostra gente in Palestina? Erano servi nelle terre della Diaspora e d’improvviso si trovano con una libertà senza limiti, e questo cambiamento ha risvegliato in loro un’inclinazione al despotismo. Essi trattano gli arabi con ostilità e crudeltà, gli negano i diritti, li offendono senza motivo, e persino si vantano di questi atti. E nessuno fra di noi si oppone a queste tendenze ignobili e pericolose”. (6) Era il 1891!
Già allora il razzismo e la violenza sionista faceva questo a palestinesi innocenti.

4)

DdI: Voi anti-semiti ve la prendete con il popolo ebraico che fuggiva disperato dall’orrore dell’Olocausto e cercava rifugio nella Terra Promessa, vergogna!

R.: Menzogna totale. Per quasi 50 anni PRIMA dell’Olocausto, i sionisti che emigravano in Palestina aggredirono i palestinesi e programmarono nei dettagli la Pulizia Etnica della Palestina, con metodi feroci e terroristici. Ripeto: 50 anni prima di Hitler.

Fonti: il massimo padre del movimento sionista, Theodore Herzl morì nel 1904. Già prima aveva dichiarato: “Tenteremo di sospingere la popolazione (palestinese) in miseria oltre le frontiere procurandogli impieghi nelle nazioni di transito, mentre gli negheremo qualsiasi lavoro sulla nostra terra… Sia il processo di espropriazione che l’espulsione dei poveri devono essere condotti con discrezione e di nascosto…”. (7)

Poi: un’altra personalità sionista di fine ‘800, Leo Motzkin, sancì: “La colonizzazione della Palestina si fa colonizzando tutta l’Israele biblica, e deportando i palestinesi da altre parti”. (8)

E’ quindi ovvio che il destino di Pulizia Etnica dei palestinesi fu progettato 50 anni PRIMA dell’Olocausto. Ma anche nelle decadi successive alla fine ‘800, il razzismo e la pulizia etnica contro i palestinesi rimasero priorità ebraiche. Alla fine degli anni ’30, il leader sionista Yossef Weitz aveva anticipato gli infami protocolli nazisti di Wannsee (che, fra le altre cose, listavano gli ebrei d’Europa da deportare) scrivendo i ‘Registri dei Villaggi’ dove si indicavano tutte le famiglie palestinesi da cacciare a forza. (9)

Peggio: addirittura Ephraim Katzir (che diventerà presidente di Israele, pensate) arrivò a lavorare in laboratorio per trovare un veleno per accecare i palestinesi. Il leader storico sionista, Ben Gurion, aveva redatto il piano ‘Dalet’ per la completa Pulizia Etnica della Palestina PRIMA dell’arrivo in Palestina dei profughi dai Campi di Sterminio tedeschi. Nel suo stesso diario, Gurion scrisse cose atroci su come colpire i palestinesi innocenti: “C’è bisogno di una reazione brutale. Dobbiamo essere precisi su coloro che colpiamo. Se accusiamo una famiglia palestinese non c’è bisogno di distinguere fra colpevoli e innocenti. Dobbiamo fargli del male senza pietà, altrimenti non sarebbe un’azione efficace”. (10)

La violenza sionista contro i civili palestinesi fin dall’800 (Ahad Ha’am più sopra), il sadismo della pulizia etnica contro di loro, le stragi di palestinesi, donne e bambini (documentate dallo storico ebraico Benni Morris), le torture dei prigionieri – e tutto ciò PRIMA che l’Olocausto avesse un impatto sulla Palestina – portarono un ministro del primo governo d’Israele, Aharon Cizling, a dichiarare nel 1948: “Ora anche gli ebrei si sono comportati come i nazisti, e ne sono sconvolto”.(11)

5)

DdI: E allora l’aggressione araba contro gli ebrei del 1948? Tutte le nazioni arabe attorno alla Palestina tentarono di sterminare gli ebrei, che per fortuna vinsero quella guerra, se no sarebbe stato un altro Olocausto! Infatti i leader arabi incitarono via radio i palestinesi ad abbandonare i loro villaggi per permettere lo sterminio degli ebrei! I palestinesi se ne andarono volontariamente.

R.: Menzogna completa. Prima cosa bisogna capire che allo scoppio della guerra arabo-ebraica del 1948, e come provato prima, già gli ebrei sionisti avevano inflitto 50 anni di atrocità, pulizia etnica e stragi ai civili palestinesi, per cui la reazione araba aveva una giustificazione pluri-decennale. Poi la tanto millantata guerra del 1948 fu una messa in scena totale, una vera bufala già organizzata affinché i sionisti vincessero, grazie ad accordi segreti fra Ben Gurion e il Re arabo della Transgiordania Abdullah. Esistono le prove che l’invito via radio di cui sopra è una bufala storica inventata dai sionisti.

Fonti: Il comandante delle truppe arabe era un ufficiale arabo-inglese di nome Glubb Pasha. Lasciò scritto nelle sue memorie che la guerra del 1948 fu una “Guerra Bufala” (The Phony War), perché il leader sionista Ben Gurion si era già messo d’accordo segretamente col Re della Transgiordania, Abdullah, di combattersi per finta, e alla fine spartirsi la Palestina. Abdullah controllava le uniche truppe che potevano impensierire gli ebrei, il resto erano eserciti con le pezze al sedere e armi dell’800. Gli egiziani erano per la metà Fratelli Musulmani con le ciabatte ai piedi; i libanesi non combatterono mai; i siriani erano armati ma erano 4 gatti; e gli iracheni erano sotto gli ordini del traditore Abdullah, per cui fecero nulla. Infatti dai Diari di Ben Gurion risulta che in piena guerra del ’48 egli scrisse all’esercito ebraico Hagana dicendo: “Tenete il meglio delle truppe per la Pulizia Etnica della Palestina, secondo il Piano Dalet (di cui sopra)”. (12)

E a proposito di quelle fantomatiche trasmissioni radio, esse furono smentite dalla BBC di Londra che monitorò tutte le comunicazioni nel Medioriente nel 1948 e di cui si possono trovare le trascrizioni al British Museum. In esse non vi è traccia di un singolo ordine di evacuazione da parte di alcuna radio araba dentro o fuori dalla Palestina, e al contrario, si possono leggere gli appelli ai civili palestinesi affinché rimanessero a presidiare le loro case. Nel 1948 la Pulizia Etnica sionista aveva già espulso 750.000 palestinesi, tutti civili. (13)

6)

DdI: E di nuovo, nella Guerra dei Sei Giorni del 1967 gli arabi tentarono di sterminare gli israeliani, che in una prova di eroismo militare riuscirono ad evitare un altro Olocausto.

R.: Questa versione è una farsa, distrutta vergognosamente dai documenti segreti del governo americano e della CIA. Non solo gli israeliani non corsero alcun reale pericolo nella cosiddetta Guerra dei Sei Giorni, ma gli arabi tentarono di tutto per non combattere, e furono ignorati da Tel Aviv e dagli USA. Il governo israeliano invece terrorizzò la popolazione ebraica in quell’occasione, sapendo perfettamente che avrebbe attaccato per primo e avrebbe stravinto.

Fonti: La realtà, rivelata nel 2005 dai documenti segreti declassificati del governo americano (libreria del Presidente Johnson), prova precisamente che fu Israele ad aggredire gli arabi, non il contrario. (14)
Gli israeliani sapevano benissimo che avrebbero distrutto le armate arabe in due minuti. La CIA era perfettamente tranquilla, e non gli necessitò di fornire alcun aiuto militare particolare ad Israele, perché Israele avrebbe annientato gli arabi. Quando il capo del Mossad (servizi segreti di Isr.), Meir Amit, il 3 Giugno del 1967 s’incontra col ministro della Difesa USA McNamara al Pentagono,
McNamara gli chiede: “Quanto durerà questa guerra?” e Meir Amit, risponde: “Durerà sette giorni”. Lo disse il 3 Giugno! la guerra scoppia il 5-6 Giugno. Cioè sapevano PRIMA dello scoppio della guerra che sarebbe durata un niente. (15)

Nel frattempo parliamo di Nasser (il Presidente egiziano). Voi sapete che la narrativa ufficiale vi racconta che Nasser, minaccioso, fa un patto con la Siria, fa un patto con la Giordania, sta per attaccare Israele ecc. Invece nel frattempo Nasser disperatamente tentava i contatti con gli inglesi e con gli americani per evitare la guerra. Mentre Meir Amit era a Washington a dichiarare al governo americano che avrebbero attaccato preventivamente e che avrebbero distrutto gli arabi in sette giorni, Nasser mandava Zakariya Mohieddin, il suo ministro degli esteri, a Washington per cercare di mediare la pace. Mentre Mohieddin sta per partire per l’America, gli israeliani attaccano l’Egitto e distruggono l’esercito egiziano. (16)

Il premier israeliano Menahem Begin, molti anni dopo confessò che l’aggressione araba era una ‘bufala’, e confessò la vera aggressione israeliana al New York Times: “Nel giugno del 1967 di nuovo affrontammo una scelta. Le armate egiziane nel Sinai non erano per nulla la prova che Nasser ci stesse attaccando. Dobbiamo essere onesti con noi stessi. Noi decidemmo di attaccare lui”. (17)

Questa è un’altra grande bugia che ci hanno raccontato, è un modello della storiografia su Israele.
Ci raccontano sempre questa cosa, che Israele è la vittima, che sta per soccombere agli arabi cattivi, mentre la realtà è esattamente diametralmente l’opposto. L’elite bellica sionista/israeliana ha bisogno delle finte aggressioni arabe, ha bisogno dei pericoli, ha bisogno della minaccia inventata o gonfiata per mantenersi al potere.

7)

DdI: E chi fu che rifiutò il piano di pace dell’ONU, risoluzione 181 del 1947? I Palestinesi!
Fin da allora rifiutarono la pace sempre! Sono loro che rifiutano la pace!

R.: Menzogna e mistificazione usata a bombardamento dai difensori d’Israele. Sono i Sionisti/Israeliani che hanno sempre rifiutato i tentativi di pace, fino a oggi. La leadership Sionista visse, e sopravvive oggi, solo grazie alla strategia della tensione che loro creano provocando violenze, proprie o palestinesi, continue. Se la leadership Sionista accettasse la pace dovrebbe confrontarsi con un Paese, Israele, che essa gestisce da cani e gli israeliani li caccerebbero.

Qui mi dilungo un po’, qui bisogna asfaltarli molto bene.

Fonti: Il Piano di pace del 1947, risoluzione ONU 181, consegnava agli ebrei il 56% delle terre quando erano la minoranza assoluta. Poi il Negev andava agli ebrei con 90.000 arabi e solo 600 ebrei residenti. Poi l’unico porto commerciale vitale, Haifa, andava agli ebrei. Poi l’86% delle terre fertili, aranceti, ulivi, e grano andava agli ebrei! Poi ai palestinesi erano negati confini con la Siria, dove vi sono le fonti di acqua. E Gerusalemme rimaneva internazionale, ma di fatto in mano ebraica. Questa è la vergognosa realtà. Come potevano i palestinesi accettare? (18)

Lord Alan Cunningham, l’ultimo Alto Commissario inglese in Palestina, scrisse al leader supremo sionista Ben Gurion nel marzo 1948 che “i palestinesi sono calmi e ragionevoli, voi Sionisti fate di tutto per provocare violenza”. (19)

Il diplomatico americano Mark Ethridge, inviato alla conferenza di Pace di Losanna nel 1949, dichiarò furioso: “Se non siamo arrivati alla pace è primariamente colpa d’Israele…” (20)

Nel 1971 il presidente egiziano Sadat aveva offerto la pace a Israele in cambio del suo Sinai illegalmente occupato. Tel Aviv reagì mandando Ariel Sharon a fare la Pulizia Etnica del Sinai, dove Sharon fece orrende stragi condannate dall’ONU (più sotto), e che causò la Guerra del Kippur 1973. (21) Ecco chi vuole la pace…

La criminosa invasione israeliana del Libano nel 1982 (19.000 morti civili arabi) fu causata non da minacce a Israele, ma dall’esatto CONTRARIO. Un eminente storico israeliano scrisse: “Israele affrontò un problema serio nel 1982: l’offerta di pace dell’OLP di Arafat!”. Capite? (22)

Arafat e la sua Autorità Palestinese fecero di tutto per fermare gli estremisti islamici, infatti lo stesso capo dei servizi segreti ebraici Shab’ak, cioè Ami Ayalon, dichiarò al governo di Tel Aviv che “Arafat sta facendo un ottimo lavoro, si è lanciato anima e corpo contro i terroristi” (23).

La massima occasione per la pace fu l’incontro a Camp David nel luglio del 2000 fra Clinton, Arafat e il premier israeliano Ehud Barak. La stampa mondiale riportò che fu Arafat a rifiutare la pace, ma è falso. Fu il contrario. Ai palestinesi non fu presentata alcuna proposta scritta, gli fu chiesto di cedere un 9% di terre, e di ricevere un misero 1%, gli fu negata ogni discussione sul ritorno dei profughi cacciati dalla Pulizia Etnica pre 1948 (come invece sancisce la Risoluzione ONU 194), e non gli fu concesso nulla su come dividersi Gerusalemme. Come poteva Arafat accettare? (24)

E’ provato che mentre Israele predicava la pace, in segreto pianificava altra Pulizia Etnica della Palestina, l’uccisione di Arafat e guerra ai civili. Sono stati scoperti 5 piani segreti della Difesa israeliana a questo scopo: 1996 piano Field of Thorns; 2000, secondo piano Field of Thorns; 2001 piano Dagan; luglio 2001, piano Shaul Mofaz chiamato La Distruzione dell’ANP di Arafat (che collaborava); 2002, piano Eitam con gli stessi scopi. (25)

Nel 2003 gli USA propongono la pace nel documento The Road Map, dove si parla anche di un “Israele che cessi ogni violenza contro i civili palestinesi”. I palestinesi l’accettarono e dichiararono il cessate il fuoco. Tel Aviv portò 14 emendamenti alla proposta americana e di fatto la distrusse. Ma non solo. Ariel Sharon intensificò gli assassinii di sospetti (ma non processati) membri di Hamas ammazzandogli spesso anche mogli e bambini, ovviamente esacerbando le tensioni. Fine della Road Map. (26)

I cessate il fuoco di Hamas furono praticamente sempre violati da Israele, al punto che nel 2006 in una conversazione segreta fra i leader di Hamas in Gaza e Damasco, si sente dire “Non abbiamo ricevuto nessun beneficio dal nostro cessate il fuoco di un intero anno, Israele continua la violenza contro i civili, e stiamo perdendo la reputazione coi civili palestinesi”. (27)

Nel famoso rapimento da parte di Hamas del soldato israeliano Gilad Shalit, viene omessa una verità scomoda, e cioè che il giorno prima Israele aveva rapito due medici palestinesi senza alcun mandato legale, e li ha fatti sparire incommunicado (mai rilasciati né processati). La provocazione fu quindi israeliana. (28)

In un articolo sul Washington Post del luglio 2006, il leader di Hamas Ismail Haniyeh RICONOBBE pienamente il diritto d’Israele DI ESISTERE e la pace fra “tutti i popoli semiti dell’area”. Lo fece nonostante sapesse che quando Arafat riconobbe Israele nel 1993 non ottenne assolutamente nulla, solo violenza. Tel Aviv ignorò l’offerta di Haniyeh. (29)

Nel 2007 gli Stati Uniti offrono la pace nel Trattato di Annapolis. Ma poiché il testo della Casa Bianca contiene la frase “cessare il terrorismo sia da parte palestinese che israeliana”, Israele boicottò tutto l’accordo. Fine Trattato di Annapolis. (30)

Persino da dentro l’establishment militare d’Israele arriva l’ammissione che è Tel Aviv che boicotta la pace. L’ex capo del Mossad, Efraim Halevy, dicharò nel 2009: “Se Israele volesse veramente eliminare la minaccia dei razzi di Hamas (rudimentali aggeggi), dovrebbe permettere ai civili di Gaza di sopravvivere permettendogli di ricevere i beni vitali attraverso la frontiera con l’Egitto, non strangolarli alla fame. Questo garantirebbe la pace a Israele per decenni.” (31)

Robert Pastor, docente all’American University, era un inviato dell’ex Presidente USA Jimmy Carter nei territori occupati, cioè Cisgiordania e Gaza. Le sue parole sono esplicite, è Israele che boicotta la pace: “Hamas aveva fermato il lancio dei razzi dal giugno al novembre 2008, ma Tel Aviv non solo rinnegò la promessa di allentare lo strangolamento dei civili di Gaza per cibo, medicinali, e acqua, ma bombardò un tunnel della disperazione, quelli che fanno passare poche cose dall’Egitto ai palestinesi… Comunicai chiaramente al governo israeliano che Hamas avrebbe esteso il cessate il fuoco se l’assedio di Gaza si fosse allentato, mi ignorarono totalmente”. (32)

Scrive il mitico reporter d’inchiesta americano Symour Hersh: “L’attacco a Gaza (2008) da parte d’Israele, e i massacri conseguenti, vennero guarda caso quando il governo turco era riuscito a mediare con diplomatici di Tel Aviv un accordo completo per il ritiro israeliano dal Golan occupato illegalmente da Israele. Ma è ovvio che l’assalto a Gaza distrusse tutta la mediazione.
Non una coincidenza”. (33)

L’Huffington Post scrive: “Il cessate il fuoco di Hamas del 2008 reggeva benissimo. Fu Israele a uccidere per primo, il 4 novembre. Poi sempre un raid aereo israeliano uccise altri 6 palestinesi, nonostante il cessate il fuoco… Abbiamo fatto un seria ricerca su chi, fra Israele e Hamas, ha rotto più volte il cessate il fuoco in quasi 10 anni, con l’aiuto dell’organizzazione israeliana B’Tselem.
E’ indubbiamente Israele che uccide per primo durante un cessate il fuoco, nel 78% dei casi precisamente. Hamas ha violato le tregue solo nell’8% dei casi. Ma se parliamo di tregue lunghe più di 9 giorni, Israele le ha violate per primo nel 100% dei casi”. (34)

Come si può affermare di fronte a queste prove che sono i palestinesi a rifiutare la pace? A spezzare le tregue? E’ l’esatto contrario. Questo senza dimenticare che anche in tempi di cessate il fuoco, Israele continua la sua politica di Pulizia Etnica palestinese e di violenze gratuite e distruttive contro i villaggi palestinesi, contro il loro diritto di nutrirsi, con rapimenti di minori che spariscono incommunicado, torture di prigionieri senza processo e senza tutele legali.

8)

DdI: Israele è l’unico Stato democratico della zona, ed è vergognoso chiamarlo Stato razzista!

R.: Il razzismo (si legga anche più sopra) fu ed è la linfa vitale di tutto il movimento sionista. Oggi Israele è l’unico stato moderno che mantiene un sistema di Apartheid feroce contro i palestinesi, talmente rivoltante da essere stato condannato in tutto il mondo. La democrazia d’Israele riguarda solo la popolazione ebraica, e neppure tutta.

Fonti: Quelle risalenti ai primi del XX secolo sono già citate all’inizio di questo libretto. Pochi sanno che le leggi emanate nei decenni dal Jewish National Fund sulle terre di Palestina da loro occupate attraverso la Pulizia Etnica, sanciscono che tali terreni sono riservati al 90 agli ebrei; ai palestinesi è proibito affittare o comprare quei terreni che una volta erano loro (prima della colonizzazione sionista). Nel 2003 l’Istituto Israeliano per la Democrazia fece un sondaggio fra gli ebrei israeliani che diede questi risultati: il 53% sostenne che i palestinesi non avevano diritto all’eguaglianza civica con gli ebrei, e il 57% disse che andavano semplicemente cacciati a forza. (35) Grande senso democratico…

Il Comitato dell’ONU sui Diritti Economici, Sociali e Culturali ha denunciato in termini tragici la mancanza di democrazia in Israele: anche i cittadini israeliani di origine araba sono esclusi dalla residenza nel 93% delle terre; sono esclusi dalla maggior parte dei sindacati, dei servizi pubblici come acqua, elettricità, alloggi, sanità, e sono relegati alle scuole peggiori. I loro salari sono sempre inferiori a quelli degli ebrei. Infine, dice il rapporto dell’ONU, il trattamento da parte israeliana dei beduini è al limite dei crimini contro l’umanità. Una vera democrazia davvero! (36)

Ed è decisamente ‘democratica’ la seguente dichiarazione dell’ex premier israeliano Ariel Sharon, rilasciata alla stampa europea: “Non c’è Stato ebraico senza la cacciata dei palestinesi e l’espropriazione della loro terra.” (37)

Ma niente meno che scioccante fu la dichiarazione ufficiale scritta da un giurista sudafricano, quindi un esperto di Apartheid, e inviato dalle Nazioni Unite in Israele e Territori Occupati. Il Prof. John Dugard consegnò all’ONU le seguenti parole: “Le leggi e le azioni d’Israele nei Territori Occupati (illegalmente), certamente rispecchiano parti dell’Apartheid sudafricana… Si può forse negare che lo scopo di tali azioni e di tali leggi è di mantenere il dominio di una razza (ebrei) su un’altra razza (palestinesi), per schiacciarli sistematicamente?”. (38) Grande democrazia!

Israele tollera inoltre fra i partiti dell’arco costituzionale il National Union Party, che chiede apertamente la distruzione della popolazione palestinese e nega ai palestinesi il diritto di esistere, mentre Hamas, come dimostrato sopra, ha già riconosciuto il diritto di esistere di Israele ufficialmente. Israele è l’unico Stato al mondo dove nel 1995 il governo ha introdotto il concetto di “gruppi di popolazione”, distinguendo il gruppo “ebrei e altri” dal gruppo “arabi“. Il primo comprende ebrei e cristiani non arabi, il secondo musulmani e arabi cristiani. L’unico altro Stato al mondo che aveva, ma oggi non ha più, questa distinzione settaria era il Rwanda… (39)

Ma peggio: una rappresentante del partito israeliano Jewish Home, cioè Ayelet Shaked, e un accademico israeliano che si chiama Mordechai Kedar (Univ. di Bar Ilan in Israele) hanno scritto che le famiglie, cioè bambini, mogli, nonni dei ‘terroristi’ di Hamas “vanno sterminate”, e che le loro sorelle e madri “vanno stuprate” (dopo 80 anni di orrori ebraici contro quelle famiglie e madri e sorelle). Infine, a chi rimangono dei dubbi sul razzismo osceno d’Israele consiglio di leggere il Prof. Joel Beinin, che ricopre la carica di Donald J. McLachlan Professor of History alla Stanford University USA, nel saggio dal titolo “Il razzismo è il pilastro dell’operazione Protective Edge di Israele”. (40)

Non risulta che Apartheid, razzismo e discriminazione di razza siano i tratti distintivi di una democrazia.

9)

DdI: Israele è uno Stato pacifico costantemente minacciato dal terrorismo palestinese e ha il diritto di difendersi! Come osate chiamare Israele terrorista?

R.: Questa frase sarebbe perfettamente e storicamente giustissima se la si ribaltasse di 180 gradi, cioè: la Palestina era una nazione pacifica che è da oltre 100 anni minacciata dal terrorismo sionista/israeliano, e che ha il diritto di difendersi. Il fatto tragico è che le opinioni pubbliche occidentali non sanno nulla dei 60 anni di atrocità sioniste contro i palestinesi innocenti, che PRECEDONO la nascita del terrorismo palestinese, ripeto, dopo 60 anni di esasperazione, stragi, Pulizia Etnica, stupri, persecuzioni, torture sioniste. In metafora, oggi il mondo vede un uomo che picchia un altro per la strada, e condanna il primo. Ma se sapesse che la vittima ha per anni stuprato la figlia del picchiatore, gli ha rubato ogni avere, lo ha seviziato, ha fatto uccidere sua moglie… allora tutto cambierebbe. OLP, Hamas e i gruppi armati palestinesi sono arrivati alla violenza SOLO DOPO 60 anni di orrori subiti nell’indifferenza di tutto il mondo. Il loro non è, né mai fu, Terrorismo. Fu ed è REAZIONE. La cosa è immensamente diversa. Il vero Grande terrorista fu ed è ancora il Sionismo d’Israele. Anche qui non posso essere brevissimo, visto che la menzogna del diritto d’Israele a difendersi è in assoluto la più diffusa argomentazione dei difensori di Tel Aviv. Eccolo il Vero terrorismo in Palestina, a cui l’OLP e Hamas hanno REAGITO dopo decenni di orrori. Notate che il primo attacco suicida palestinese contro Israele arriva nel 1994, esattamente dopo un secolo di terrore sionista/israeliano.

Fonti:

I PRIMI 50 ANNI DI TERRORISMO SIONISTA CONTRO I PALESTINESI.

Dagli archivi coloniali del governo britannico. “Durante gli anni della Seconda Guerra l’uso del Terrorismo da parte sionista è descritto in un documento ufficiale del governo britannico di allora”. (41)

“Il ministro inglese per il Medioriente, Lord Moyne, viene assassinato da due membri del gruppo ebraico Stern, al Cairo. Le azioni terroristiche dei gruppi ebraici Stern e Irgun sono state condannate dallo stesso portavoce della Comunità ebraica”. (42)

Il 22 luglio 1946 la campagna condotta dalle organizzazioni terroristiche sioniste raggiunse nuovi livelli, con una esplosione che distrusse un’ala dell’hotel King David di Gerusalemme, che conteneva gli uffici della Segreteria del governo inglese e il quartier generale britannico, uccidendo 86 impiegati, arabi, ebrei e inglesi, e 5 passanti [58 i feriti, nda]. (43)

Questa campagna terroristica contro gli arabi palestinesi e contro gli inglesi raggiunse tali proporzioni che Churchill, un forte sostenitore dei sionisti, dichiarò alla Camera dei Comuni: “Se i nostri sogni per il Sionismo devono finire nel fumo delle pistole degli assassini e se i nostri sforzi per il futuro del Sionismo devono produrre un nuovo gruppo di delinquenti degni della Germania nazista, molti come me dovranno riconsiderare le posizioni tenute così a lungo”. (44)

“La comunità ebraica della Palestina ancora si rifiuta pubblicamente di aiutare l’Amministrazione (ONU) a reprimere il terrorismo sionista”. “Uno dei più scabrosi atti di terrorismo (sionista) contro la popolazione civile (palestinese) si registra nell’aprile del 1948 a Deir Yassin, un villaggio palestinese vicino a Gerusalemme. Un ex governatore militare israeliano di Gerusalemme confessò: Il 9 aprile abbiamo subìto una sconfitta morale, quando due gang (sioniste) lanciarono un attacco immotivato contro il villaggio di Deir Yassin… Si trattava di un villaggio pacifico, che non aveva aiutato le truppe arabe di oltre frontiera e che non aveva mai attaccato le zone ebraiche.
Le gang (sioniste) lo avevano scelto solo per ragioni politiche. Si è trattato di un atto di puro terrorismo… Alle donne e ai bambini non fu dato tempo di fuggire… e molti di loro furono fra le 254 vittime assassinate”. (45)

Nel 1948 gli ebrei non furono solo in grado di difendersi, ma anche di commettere enormi atrocità sui civili palestinesi. Secondo l’ex direttore degli archivi dell’esercito israeliano: “In quasi tutti i villaggi occupati da noi durante la guerra di indipendenza, furono commessi atti che sono definiti come crimini di guerra, come gli assassini, i massacri e gli stupri…”. Uri Milstein, l’autorevole storico militare israeliano della guerra del 1948, va persino oltre dichiarando che “ogni schermaglia finì in un massacro di arabi”. (46)

“Folke Bernadotte (che salvò ebrei dall’Olocausto, nda) fu nominato mediatore (in Palestina) dall’Assemblea Generale dell’ONU… ma prima che l’ONU potesse considerare le sue osservazioni sul campo, egli fu assassinato dalla gang (sionista) Stern”. (47)

TERRORISMO D’ISRAELE SUCCESSIVO.

Nel 1953 la Risoluzione 101 condannava i massacri terroristici della notoria Unità 101 israeliana comandata da Ariel Sharon, il futuro premier, responsabile in particolare della strage di Qibya in Cisgiordania del 14 ottobre 1953. Sharon, fece saltare in quella occasione 45 abitazioni uccidendo 69 civili arabi, di cui la metà erano donne e bambini. (48)

Dalla proclamazione dello Stato di Israele (14 maggio 1948) e durante il trentennio successivo il terrorismo israeliano si riversa in particolare nei Territori Occupati dal 1967 con una miriade di atti criminosi contro la popolazione civile palestinese, al punto da richiedere nel 1977 l’intervento indignato dell’ONU con una Risoluzione di condanna che parla chiaro: “L’Assemblea condanna le seguenti politiche e pratiche israeliane: … c) L’evacuazione, la deportazione, l’espulsione, e il trasferimento degli abitanti arabi dei Territori Occupati e la negazione del loro diritto di ritorno – d) L’espropriazione e la confisca delle proprietà arabe nei Territori Occupati – e) La distruzione e la demolizione delle case (arabe) – f) Gli arresti di massa e i maltrattamenti della popolazione araba – g) I maltrattamenti e le torture dei detenuti (arabi)… che sono considerati crimini di guerra e un affronto all’umanità (sic)”.(49)

1981. L’allora primo ministro Menahem Begin, ammette la volontaria distruzione delle infrastrutture civili palestinesi per mano dell’esercito di Tel Aviv con relative vittime: “… ci sono state ripetute azioni di rappresaglia contro le popolazioni civili arabe; l’aviazione (israeliana) li ha colpiti; il danno fu mirato a strutture come i canali, i ponti e i trasporti”. (50)

L’ex ambasciatore israeliano all’ONU Abba Eban commentò poco dopo quelle parole, e in modo agghiacciante: “Il quadro che emerge è di un Israele che selvaggiamente infligge ogni possibile orrore di morte e di angoscia sulle popolazioni civili palestinesi, in un’atmosfera che ci ricorda regimi che né io né il signor Begin oseremmo citare per nome.” (51)

Nel 1982 Israele invade nuovamente il Libano; il ministro della Difesa di allora è Ariel Sharon (futuro premier). Uno dei più atroci crimini di guerra e atti di terrorismo degli ultimi cinquant’anni accade proprio sotto il controllo di Sharon. Parlo del massacro di civili palestinesi a Sabra e Chatila, i cui esecutori materiali furono le milizie falangiste libanesi sotto il pieno controllo di Israele. “Il 15 settembre 1982 Bashir Gemayel, presidente del Libano, fu assassinato… Lo stesso giorno le forze israeliane avanzarono su Beirut ovest. Il 17 settembre giunse notizia che gruppi armati erano entrati nel campo profughi di Sabra e Chatila di Beirut ovest e ne stavano massacrando la popolazione civile. Il 18 settembre fu confermato che una strage immane era stata compiuta.
Centinaia di cadaveri di uomini donne e bambini (palestinesi) furono scoperti, alcuni mutilati, altri apparentemente uccisi mentre tentavano di fuggire; molte case erano state fatte saltare in aria con dentro gli occupanti”. La complicità israeliana in quel crimine di guerra è documentata oltre ogni dubbio. La commissione d’inchiesta dello stesso governo israeliano, la Commissione Kahan, nel suo rapporto dell’8 febbraio 1983 dichiara infatti: “Menachem Begin (l’allora premier di Israele, nda) fu responsabile… Ariel Sharon fu responsabile… La nostra conclusione è che il ministro della Difesa (Sharon) è personalmente responsabile”. (52)

L’invasione israeliana del Libano nel 1982 costò la vita a circa 19.000 civili innocenti (più di sei volte i morti dell’11 settembre in USA), sterminati dall’uso indiscriminato dei bombardamenti delle Forze di Difesa Israeliane sui centri abitati. Non solo terrorismo ma vero crimine di guerra. (53)

Nel 1988, in piena Intifada (sollevazione popolare) palestinese, la Commissione dell’ONU per i Diritti Umani vota una Risoluzione che denuncia ancora il terrorismo di Israele: “Nella Risoluzione 1988/1A, la Commissione ripete la sua condanna delle politiche israeliane di violenza nei Territori Occupati, dove vengono spezzate le ossa ai bambini, alle donne e agli uomini, e dove le donne abortiscono a causa dei pestaggi”. (54)

La distruzione arbitraria di abitazioni civili palestinesi, dei loro campi e dei loro mezzi di sostentamento da parte delle forze di sicurezza israeliane nei Territori Occupati è una delle più odiose pratiche terroristiche documentate (parte del piano di Pulizia Etnica di inizio secolo). Essa vide la luce fin dal lontano 1967, ed è intesa come “punizione collettiva” (totalmente illegale secondo ogni legge) dei palestinesi, senza processo, senza alcuna possibilità di difesa. Nel 1999 Amnesty International pubblicava un rapporto dove la durezza della condanna delle Demolizioni è chiara: “Dal 1967, anno dell’occupazione israeliana della Cisgiordania, di Gerusalemme est e di Gaza, migliaia di case palestinesi sono state distrutte… si tratta di abitazioni ammobiliate, occupate sovente da più famiglie con molti bambini, cui spesso vengono dati solo 15 minuti per raccogliere le proprie cose e andarsene. I palestinesi vengono colpiti per nessun’altra ragione a parte il fatto di essere palestinesi”. (55)

Uno dei più gravi atti terroristici israeliani, in violazione di ogni norma morale e di legalità internazionale, è l’indiscriminato attacco armato agli operatori medici e paramedici che vanno in soccorso ai civili e ai militari palestinesi feriti o uccisi durante gli scontri. Anche questa indicibile pratica è documentata oltre ogni dubbio. “Le Forze di Difesa Israeliane hanno sparato sui veicoli che tentavano di raggiungere gli ospedali, con conseguenti morti e feriti. Medici e personale paramedico sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco (israeliani) mentre viaggiavano sulle ambulanze, in chiara violazione della legalità internazionale”. (56)

Questa ignobile pratica continua oggi identica.

Il primo attacco suicida palestinese contro Israele è dell’aprile 1994 ad Afula, esattamente DOPO UN SECOLO di terrore e di crimini sionisti/israeliani contro i civili palestinesi, come sopra documentato. (57)

Israele sferra attacchi mostruosi su Gaza e sui suoi civili da anni, col solito pretesto di difendersi dai razzi di Hamas. Prima cosa, come detto e ridetto, Hamas REAGISCE a un secolo di terrorismo ebraico sopra dimostrato; in secondo luogo i cosiddetti razzi palestinesi sono rudimentali tubi di metallo il cui potenziale letale è minimo. Infatti in 14 anni di vita questi ‘razzi’ hanno ucciso dai 33 ai 50 civili israeliani (58)… mentre in soli 6 anni Israele ha assassinato un totale di 2.221 civili palestinesi! Solo nell’Operazione Piombo Fuso di bombardamenti indiscriminati su Gaza nel dicembre 2008, gli israeliani uccisero 759 civili palestinesi, di cui 344 bambini e 110 donne. Nell’Operazione Scudo Protettivo del luglio 2014 Israele uccise 1.462 civili palestinesi, di cui 495 erano bambini e 253 donne. Non v’è bisogno di commentare la sproporzione orripilante delle cifre. (59)

Per concludere: chi è stato per decenni il Grande Terrorista in Palestina? Si può dire che sono i palestinesi armati, che hanno REAGITO 60 anni dopo l’inizio del loro calvario, a essere i terroristi? Chi ha il maggior diritto di difendersi dopo un secolo di orrori sionisti e mostruose sproporzioni di vittime civili?

10)

DdI: Ci sono degli “squinternati” in Italia, come un tal giornalista Paolo Barnard amico di Hamas, o come l’attivista pro Palestina Samantha Commizzoli, che addirittura accusano i sionisti (passati e attuali) di essere aggressori neo-nazisti. Basterebbe questo per stendere un velo pietoso su tutto l’argomento.

R.: Caro ignorante, ci spiace per te se non leggi la Storia. E siamo felici di essere accomunati ad altri due squinternati che chiamarono i Sionisti “affini ai nazisti e ai fascisti”, cioè quel ‘mentecatto’ di Albert Einstein e quella ‘antisemita’ di Hannah Arendt…

Fonti: Il primo personaggio incontestabile, perché grande amico dei Sionisti e uomo ultra conservatore, che li chiamò ‘nazisti’ fu niente meno che Winston Churchill, che in una riunione di Gabinetto a Londra definì l’esercito sionista “… una nova specie di gangsters degni della Germania Nazista”. (60)

Nella stessa epoca, 1948, Albert Einstein e Hannah Arendt (non hanno bisogno di presentazioni) scrissero di loro pugno sul New York Times una protesta veemente contro la brutale ferocia sionista contro i palestinesi, definendola “simile in organizzazione e metodi ai partiti Nazisti e Fascisti” (61)

Lo stesso anno, fu addirittura un ministro del primo governo dello Stato d’Israele, Aharon Cizling a dichiarare “Adesso anche gli ebrei si sono comportati come i nazisti, e io sono sotto shock” (62)

Scrive il professore di scienze politiche americano, ed ebreo, Norman G. Finkelstein: “Per reprimere la resistenza palestinese, un ufficiale israeliano di alto rango ha sollecitato l’esercito ad analizzare e a far proprie le lezioni su come l’armata tedesca combatté nel Ghetto di Varsavia ”(sic). Lo stesso Finkelstein, figlio di vittime dell’Olocausto, scrive ancora in modo lapidario: “Ma se gli israeliani non vogliono essere accusati di essere come i nazisti, devono semplicemente smettere di comportarsi da nazisti”.(63)

NOTE
1) The U.N. Special Committee on Palestine: Statement by Chief Rabbi Yosef Tzvi Dushinsky, July 16, 1947, United Nations Trusteeship Library.
2) Neturei Karta: Interview with Rabbi Baruch Kaplan, 2003. Pubblicazione di alcuni passaggi trascritti da una intervista registrata con Kaplan circa vent’anni prima.
3) ONU: La questione palestinese. Report of the Commission on the Palestine Disturbances of august 1929, Cmd.3530 (1930), p. 150.
4) 7° Congresso Sionista del 1905, trascrizioni degli interventi.
5) Nur-eldeen Masalha, Towards the Palestinian Refugees, 08/2000
6) ONU: La questione palestinese, Kohn, Hans, Ahad Ha’am: Nationalists with a difference, in Smith, Gary (ed.), Zionism: the Dream and the Reality (New York, Harper and Row, 1974)
7) ONU: La questione palestinese. Herzl, Theodor, «The complete diaries» (N.Y. Herzl Press, 1969) vol. I, p. 88.
8) Sefer Motzkin, ed. Alex Bein, Jerusalem, 1939
9) ONU: La questione palestinese. British Government, survey of Palestine. – The Ethnic Cleansing of Palestine, by Ilan Pappe, 2007, Kindle Edition – Ben Gurion’s Diary, 1 Jan. 1948
10) The Ethnic Cleansing of Palestine, by Ilan Pappe, 2007, Kindle Edition – Ben Gurion’s Diary, 1 Jan. 1948
11) Trascrizione della riunione di Gabinetto israeliana del 17 novembre 1948, dagli archivi del Kibbutz Meuhad, citata da David McDowall, Palestine and Israel, I.B. Tauris & Co Ltd, 1989, p. 195.
12) The Ethnic Cleansing of Palestine, by Ilan Pappe, 2007, Kindle Edition
13) Ibidem
14) Office of National Estimates, “Appraisal of an estimate of the Arab-Israeli Crisis by the Israeli Intelligence Service,” 25 May 1967,FRUS, 1964–1968, XIX, doc. 61; Freshwater, 3–4; Helms, A Look Over My Shoulder, 299.
15) Helms, A Look Over My Shoulder, 299–300; Michael B. Oren, Six Days of War: June 1967 and the Making of the Middle East (New York: Oxford University Press, 2002), 146, citing interview with and writings of Meir Amit; Meir Amit quoted inThe Six-Day War: A Retrospective, ed. Richard B. Parker (Gainesville: University Press of Florida, 1996), 136, 139; Ian Black and Benny Morris, Israel’s Secret Wars: A History of Israel’s Intelligence Services (New York: Grove Weidenfeld, 1991), 220–22;
16) Nolte reported in telegram 8471 from Cairo, June 4, that the Embassy had informed Riad of the contents of telegram 207861 to Cairo (see footnote 2, Document 134), and that he planned to take up the subject of Mohieddin’s visit with Nasser when presenting his credentials on June 5. (National Archives and Records Administration, RG 59, Central Files 1967-69, POL ARAB-ISR) Rusk responded to the latter point in telegram 207994, June 4, which reads in part: “The great value of Mohieddin’s visit is opportunity for private discussions. The less said about it the better.” (Johnson Library, National Security File, Country File, Middle East Crisis, Anderson Cables)
17) New York Times, 21 agosto, 1982.
18) Piano di pace del 1947, risoluzione ONU 181
19) ONU: La questione palestinese. British Government, survey of Palestine.
20) FRUS, Ethridge, US delegate at Laussanne, Top Secret, Paris, Paris June 12, 1949, pp.1124-25
21) Ha’aretz, Oct. 6, 2006, Danny Yatom and Moshe Amirav
22) Avner Yaniv, Political Science Professor, Univ. of Haifa
23) Riportato dal quotidiano israeliano «Ha’aretz» il 6 aprile 1998.
24) Paolo Barnard: Intervista a Robert Malley dell’International Crisis Group registrata a Washington poco prima della scomparsa di Yasser Arafat.
25) Le prime rivelazioni sul piano Fields of Thorns furono rivelate da Amir Oren sul quotidiano israeliano «Ha’aretz» il 23 novembre 2001 – Alcuni estratti del piano del 15 ottobre 2000 furono pubblicati il 6 luglio 2001 sul «Ma’ariv». Per la cronologia degli attacchi terroristici palestinesi: Israel Ministry of Foreign Affairs, Suicide and Other Bombing Attacks in Israel Since the Declaration of Principles 1993 (pubbl. 2005). – Amos Harel, Rightist ex general propose massive invasion of territories, «Ha’aretz daily», 31 gennaio 2002.
26) Noam Chomsky, Confrontation with Hamas and Hezbollah, July 29, 2006. Israeli Cabinet Statement on Road Map, July 9, 2004
27) Seymour Hersh, The New Yorker, August 16, 2006
28) Gideon Levy, “A Black Flag,” Ha’aretz, July 2, 2006; Christopher Gunness, “Statements by the United Nations Agencies Working in the Occupied Palestinian Territory,” July 8, 2006; Amnesty International press release, “Israel/Occupied Territories: Deliberate Attacks a War Crime,” AI Index: MDE 15/061/2006 (Public), News Service No. 169, June 30, 2006. – Noam Chomsky, Confrontation with Hamas and Hezbollah, July 29, 2006. Israeli Cabinet Statement on Road Map, July 9, 2004
29) Aggression under false pretenses, The Washington Post, July 11, 2006
30) Annapolis Agrrement: full text, US Department of State, Novembre 2007
31) Counter Terrorism and State Political Violence, Critical Terrorism Studies, Scott Poynting & David Whyte
32) Democracy Now: January 22, 2009, Ex-Carter Admin Official: Israel Ignored Hamas Offer Days Before Attacking Gaza; Violated Ceasefire with Attacks, Blockade
33) Seymour Hersh: The New Yorker, 31/3/2009
34) Huffington Post, Nancy Kanwisher, Reigniting Violence: How do ceasefires end? 2012
35) Ur Shlonsky, Zionist Ideology, the Non-Jews and the State of Israel, July 24, 2002 – Israeli Democracy Institute, May 2003 Report
36) UN Committee on Economic Social Cultural Rights, 23 May 2003
37) Agence France Press, Nov. 1998
38) Prof. John Dugard, Rapporto come Special Rapporteur on Human Right in Palestina per l’ONU, 2007
39) Steven Zunes, Asia Times, The Rise and Rise of Hamas, July 7, 2007 – Ur Shlonsky, Zionist Ideology, the Non-Jews and the State of Israel, July 24, 2002
40) Ha’aretz, 22 lugio 2014 – Joel Beinin, Donald J. McLachlan Professor of History Stanford University USA, “RACISM IS THE FOUNDATION OF ISRAEL’S OPERATION PROTECTIVE EDGE”
41) ONU: La questione palestinese. British Government, The political history of Palestine (Memorandum to the United Nations Special Committee on Palestine, Jerusalem 1947, p. 30).
42) Ibidem
43) Ibidem
44) ONU: La questione palestinese. British Government, survey of Palestine, vol. 1, p. 73.
45) ONU: La questione palestinese. Official records of the General Assembly, Second Session, Supplement No. 11, document A/364, vol. II, p. 28. 47 ONU: La questione palestinese. Joseph, Dov, «The Faithful City» (N.Y. Simon & Schuster, 1960), pp. 71-72.
46) The Origin of the Palestine-Israel Conflict, Published by Jews for Justice in the Middle East P.O. Box 14561, Berkeley, CA, 94712.
47) ONU: La questione palestinese. Official records of the Security Council, Third Year, Supplement for October 1948, pp. 4-9, documents S/1018.
48) Foreign Relations of the United States, 1958-1960, Volume XII, Near East Region; Iraq; Iran; Arabian Peninsula: Statement by the National Security Council of Long Range U.S. Policy Toward the Near East. 100 United Nations Security Council Resolution 101 (1953), 24 November 1953.
49) ONU: La questione palestinese. General Assembly resolutions 32/91 C of 13 December 1977 & Commission on Human Rights resolution 1 (XXXIII) of 15 February 1977.
50) Menahem Begin, letter, «Ha’aretz», August 4, 1981.
51) Abba Eban, Morality and Warfare, «Jerusalem Post», August 16, 1981.
52) Rapporto della Commissione d’Inchiesta Kahan sugli eventi nei campi profughi di Beirut (8 febbraio 1983). –
53) Stime delle vittime civili dell’invasione israeliana del Libano del 1982 tratte da: Estimates of 5 March 1991 AP – Israel: 657 killed, Syrians: 370, PLO: 1,000, Lebanese and Palestinians: 19,000 +, mostly civilians, e Robert Fisk, The Awesome Cruelty of a Doomed People, «The Independent», 12 settembre 2001, p. 6.
54) ONU: La questione palestinese. Commissione ONU per i Diritti Umani, rapporto alla 44esima Sessione, marzo 1988.
55) Amnesty International Reports, London. AI 12/1999 Israel and the Occupied Territories
Demolitions and Dispossession.
56) Amnesty International Reports, London. Israel/Occupied Territories 03/2002, Attacks on health personnel and disrupted health care.
57) BBC, Analysis: Palestinian suicide attacks, 29/01/2007.
58) IDF. “Rocket Attacks on Israel from Gaza Strip”. idfblog.com/facts-figures/. Israel Defense Forces. Retrieved 15 August 2014. “Attacks on Israeli civilians by Palestinians”. B’Tselem. 24 July 2014.
59) BBC: Gaza Crisis, toll of operations in Gaza, 1 settembre 2014, dati ONU e B’Tselem.
60) ONU: La questione palestinese. British Government, survey of Palestine, vol. 1, p. 73
61) The NYT, Books’ section p. 12, 4 dic. 1948)
62) Riunione di Gabinetto del 17 nov. 1948, Kibbutz Meuhad Archives, section 9 file 1)
63) Norman G. Finkelstein, First the Carrot, Then the Stick: behind the carnage in Palestine, 14 aprile 2002 & «Ha’aretz», 25 gennaio 2002, 01 febbraio 2002.

Un grazie a Dario Zamperin
In ricordo di Vik Arrigoni

thanks to: Paolo Barnard

Israele-Palestina, alla radice del conflitto

  Intervista a Joseph Halevi di Vincenzo Maccarrone *

 

Ormai più di un anno fa, subito dopo l’offensiva israeliana su Gaza, abbiamo realizzato un’intervista a Joseph Halevi (docente presso la University of Sydney). L’intervista è rimasta inedita fino ad oggi, ma è ancora molto attuale. Abbiamo deciso quindi di pubblicarla oggi (15 Maggio) in occasione dell’anniversario della Nakba.

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Vincenzo Maccarrone: il recente conflitto di Gaza è stato l’ennesimo episodio nel lungo conflitto fra Israele e il popolo palestinese. Se volessimo risalire alle radici di questa violenza, dove dovremmo scavare?

Joseph Halevi: come dinamica iniziale dovremmo partire già dall’inizio dell’insediamento colonizzatore, non tanto quando arrivarono i primi ebrei a fine ‘800 – in quel caso si trattava di attività private, auto-finanziate – ma da quando iniziò, se vogliamo dare una data, la fondazione della città di Tel Aviv nel 1909. Tel Aviv sorge sulle rovine di sei villaggi arabi. Cosa era successo? Coloro che sostenevano la colonizzazione, in questo caso già colonizzazione sionista, compravano le terre presso proprietari terrieri arabi, che erano in gran parte feudatari assenteisti (la maggior parte stava a Beirut) e poi, con il fido di proprietà, sfrattavano i contadini che lavoravano su quelle terre. E questo è un atto di violenza: usavano il titolo di proprietà come titolo di sfratto, rompendo sostanzialmente quelle leggi consuetudinarie- quasi nulla era codificato, essendo quello ottomano un sistema semi-feudale- per cui i fellahin (contadini) arabi vivevano lì. È simile al processo delle enclosures inglesi.
All’inizio non c’erano grandi reazioni a questi sfratti, al massimo avvenivano dei tafferugli. Successivamente ci furono anche scontri più gravi, nel senso che ad esempio a Hebron ci furono esecrabili uccisioni di ebrei.
È da notare che il processo venne sostenuto dall’autorità britannica- quando la Palestina diventò parte del mandato britannico.

Negli anni ’30 avvennero fatti ancora più gravi. Nel 1936 cominciò in Siria una grande rivolta anti-francese, che portò alla sua indipendenza nel 1940 e alla separazione del Libano dalla Siria (per via del fatto che in Libano c’era allora una maggioranza cristiana). Questo movimento nazionalista e anticoloniale si propagò in Palestina, dove ci furono 3 anni di rivolta forte, gli inglesi in risposta bombardarono quella che chiamiamo West Bank.
La debolezza dei palestinesi nei confronti degli inglesi permise ai sionisti, che appoggiavano gli inglesi in maniera non violenta, di conquistare posizioni di potere.

VM: Ma quindi già negli anni ’30 c’erano delle persone che si autodefinivano ‘palestinesi’?

JH: secondo Edward Said nel suo libro “The Question of Palestine” si può parlare di palestinesi addirittura all’inizio del ‘900. Io su questo ho i miei dubbi, c’è però il grande storico israeliano Yehoshua Porath, che nel suo “The emergence of the Palestinian-Arab national movement, 1918-1929” scrisse sul movimento di liberazione nazionale palestinese, e lo data dagli anni ’20 in poi. È un libro molto importante, fondamentale.

VM: questo è importante soprattutto per quello che succede dopo, poter dire che c’era già una popolazione palestinese.

JH: non so se si possa parlare di “popolazione” palestinese, certamente la popolazione aveva già capito dalla metà degli anni ’20 in poi che c’era un processo di espulsione in atto. Lo capirono subito e reagirono con jacquerie – perché il problema palestinese era che la dirigenza politica prima non era unificata, e quando c’era dipendeva da elementi feudali arabi, di stanza o a Beirut o in Egitto, o da elementi religiosi, dal muftì, che era l’espressione massima della feudalità politica della zona.
Quindi difficile dire che ci fosse nella popolazione una consapevolezza nazionale, ma certamente c’era politicamente un movimento anticoloniale.

Nel trentesimo anniversario della grande rivolta palestinese del ’36- che poi era quella siriana che si era estesa sulla Palestina, il giornale Haaretz fece un numero speciale per commemorare questo anniversario, perché definirono quella rivolta come l’elemento fondatore dello stato di Israele. Per Haaretz, la possibilità di fondare uno stato di Israele emerse quella volta, con lo scontro fra Inglesi e Palestinesi, la sconfitta, il vuoto politico e l’indebolimento dei palestinesi.

Il risultato strategico del fallimento della rivolta palestinese nel ’36 fu duplice. Primo: la componente ebraica, che allora era una sorta di stato nello stato, si impossessò del porto di Haifa.
In quel porto- costruito mi sembra agli inizi degli anni ’30 per ricevere dagli inglesi il petrolio dalla Siria e dall’Iraq – ci fu uno sciopero generale che durò per mesi.
Gli operai erano quasi tutti palestinesi o comunque arabi. Gli inglesi non sapevano come gestire questa situazione, perché bloccava questo snodo fondamentale. La dirigenza sionista della parte ebraica propose una soluzione: voi licenziate, noi organizziamo l’emigrazione da Salonicco- città con una grossa percentuale di classe operaia ebraica (mentre ce n’era poca in Palestina, dove era difficile trovare operai ebrei che non fossero nel tessile, polacchi di origine). Organizzarono così l’emigrazione di portuali ebrei, per rimpiazzare i lavoratori arabi che quindi gli inglesi poterono licenziare, e il porto passò sotto il controllo delle autorità ebraiche.
Secondo: gli inglesi dopo la rivolta capirono che il problema si sarebbe allargato: costituirono la “Commissione Peel” che si riunì nel ’37, proponendo un piano di spartizione del territorio palestinese per la costituzione due stati.

Quindi per me la violenza comincia ben prima della Nakba, che peraltro comincia nel 1947 e non ’48. Comincia nel ’47 dopo la risoluzione ONU che prevede la costituzione dei due stati: sin da subito comincia una battaglia per il controllo delle strade, ed in queste fase iniziano le espulsioni dei palestinesi, già nel Novembre-Dicembre del ’47.

VM: queste espulsioni sono state riconosciute anche da storici israeliani?

JH: ci sono degli storici, i cosiddetti “nuovi storici”, che rompono con la versione ufficiale, che è ambigua, in quanto presenta l’espulsione in parte come esodo volontario dei palestinesi basato sull’ipotesi che gli eserciti arabi avrebbero vinto e che quindi comunque essi sarebbero potuti rientrare successivamente sulle loro terre. A questa versione ora non crede più nessuno, ma fino all’inizio degli anni ’70 in tanti raccontavano questa versione, ricordo che anche mio padre me la diceva. Per sostanziare questa tesi si raccontava anche che le radio arabe incitassero gli abitanti arabi a lasciare le loro case, in cui sarebbero tornati vincitori. Quest’ultimo aspetto è falso, uno storico americano, Howard Zachar, che peraltro ha scritto un libro di testo pro-israeliano ( “A History of Israel), ma come personaggio è onesto, non ha trovato alcuna prova di appelli a lasciare la Palestina.
C’è anche un’altra tesi, cioè che le espulsioni fossero fatti di battaglia: nella guerra – causata dall’invasione delle armate arabe -la gente aveva lasciato i posti dove vi erano conflitti. Ma anche questo è inesatto, perché molte di queste cose sono successe dove non c’era fronte, dove non c’erano eserciti arabi. Gran parte degli eserciti arabi avanzano solo dove non trovavano resistenza, pochissimi sono entrati nel territorio assegnato ad Israele dall’Onu, entravano nei territori palestinesi. La Siria fu l’unica a riuscire ad occupare una parte del territorio assegnato ad Israele, nel Nord.

Nessuno oggi nega la Nakba, al massimo quelli che non vogliono prendesi la responsabilità storica ti dicono che è il risultato del conflitto, della guerra.
VM: quanto è importante la componente “religiosa” di Israele nel determinarne le scelte politiche?

JH: È una domanda interessante, ma complicata. Ci sono vari livelli.
Il movimento sionista storicamente è un movimento prevalentemente non religioso, addirittura prevalentemente ateo, anche nella componente nazionalista.
I sionisti avevano una componente socialista e una laica di destra, nazionalista.
C’è però un libro di Zeev Sternhell – “Nationalism, Socialism, and the Making of the Jewish State”- tradotto anche in italiano[1]. È uno storico che si è specializzato sulla destra europea. Ha scritto un bel libro su quello che lui chiama il “socialismo nazionale” israeliano.
Lui mostra molto bene che è vero che i sionisti erano a-religiosi, però per poter dare una visione compiuta di ciò che è il popolo ebraico – perché nessuno sapeva esattamente cos’era il popolo ebraico – e alla sua unità nazionale, essi hanno dovuto ricorrere a elementi religiosi, come elementi di identificazione. La religione quindi nel senso della tradizione, della storia.

VM: mi viene in mente Gramsci con la sua teorizzazione dell’egemonia e del senso comune (in cui include anche la religione). Chi controlla il senso comune diviene egemonico

JH: esatto, hanno fatto questa operazione.
Sternhell mostra molto bene questo fatto: quando si è formato lo stato di Israele, i sionisti introdussero elementi fondamentalisti: i matrimoni misti erano difficili, i matrimoni civili erano difficili, addirittura molta gente andava – penso vada ancora- a Cipro per sposarsi. Difficoltà gigantesche soprattutto nel campo matrimoniale, un aspetto molto importante.
Benché Ben Gurion, del partito social democratico israeliano, ottenesse maggioranze bulgare, ha sempre incluso nelle maggioranze di governo il partito religioso, come elemento di garanzia: un partito religioso che riconoscesse la validità dello stato di Israele. Bisogna infatti tenere conto del fatto che i religiosi ultraortodossi non erano favorevoli allo stato di Israele.

VM: Perché?

JH: perché il concetto di Israele è un concetto puramente metafisico, spirituale. Quindi i religiosi veri non lo guardavano con interesse. C’era però un partito sionista religioso, si chiamava Partito Religioso Nazionale, che appunto Ben Gurion incluse sempre nelle sue coalizioni, e a cui fece delle concessioni. Il partito gestiva tutta la struttura delle religioni esistenti in Israele, quindi i rapporti con i musulmani e i cristiani. Era un partito molto clientelare, tant’è che riceveva molti voti anche da arabi. Questa è la fase “laica” di Israele, dove però c’erano elementi come quelli che ho richiamato sopra.
Quando andò la Destra al potere, dopo la guerra del ’67, si svilupparono nazionalismo e misticismo. Misticismo perché nella zona della Cisgiordania c’è Gerusalemme orientale, dove ci sarebbero le fondamenta del Tempio, che però nessuno ha trovato. C’è il Muro del Pianto, ecc. Quindi c’è questo misticismo nazionale e nazionalistico. Ci sono anche le tombe delle madri di Israele.
Incominciò allora l’integrazione di una religiosità fanatica dentro l’idea di espansione coloniale. Cominciò ancora con i laburisti, con Golda Meir, ma soltanto fino ad un certo punto. Con la Destra (Begin, ecc) questa integrazione divenne più ampia.
La destra israeliana non viene da una destra liberale, ma da una destra fascista. Il loro modello di riferimento era il partito fascista italiano. Questa destra, a sua volta non religiosa, diede comunque avvio a queste cose, integrando l’elemento religioso nel loro nazionalismo. Diedero spazio a elementi religiosi nell’esercito. L’esercito israeliano era essenzialmente intellettuale e tecnocratico, ma da quando la destra domina la scena politica è diventato un ricettacolo di elementi fondamentalisti e religiosi. Allo stesso tempo esentano i religiosi che fanno parte delle scuole religiose dal servizio militare e dalla tasse.

VM: questo crea problemi ad Israele perché gli appartenenti alle componenti religiose ultraconservatrici (i c.d. Haredim) a livello demografico crescono molto, e questo potrebbe essere un problema dato che “sbilancia” la società con una quota sempre crescente di persone che non lavorano e non fanno il servizio militare.

JH: sì questo è un problema serio. In realtà, se non ci fosse l’elemento di conflitto coi Palestinesi, che diventa un elemento ideologicamente esistenziale, Israele sarebbe dilaniata completamente. Basti pensare che oggi c’è un solo partito nazionale, cioè che si riferisca a tutta la popolazione israeliana, ossia il Fronte Democratico della Pace, del Partito Comunista. Gli altri sono tutti settari, nel senso etimologico del termine: se sono laburisti, o come il Likud, il loro riferimento è la popolazione ebraica, non perché sia maggioritaria ma perché loro sono per il rafforzamento dello stato ebraico; poi c’è il partito che riceve prevalentemente voti dai russi, o dalla componente religiosa.
Questo accade anche nella componente arabo-palestinese, e questo è un elemento che sta indebolendo il fronte del partito comunista, che aveva percentuali altissime fra la componente arabo-palestinese. Nella stessa popolazione arabo-palestinese di Israele si stanno sviluppando infatti forze locali, non nazionali.

VM: la grande dicotomia per la soluzione al conflitto israelo-palestinese è sempre quella: due popoli in due stati o due popoli in uno stato. Secondo te, se si volesse provare a risolvere la questione, qual è la soluzione più praticabile?

JH: io direi che ci sono due questioni. La prima è che la soluzione dei due stati mi sembra difficile, perché Israele ha già integrato tutto.
In realtà in Israele ci sono 3 livelli: il livello ebraico, una popolazione con pieni diritti, un livello intermedio, quello dei palestinesi con cittadinanza israeliana, che a livello teorico hanno pieni diritti ma sono in qualche modo discriminati. E il terzo livello in cui ci sono i palestinesi, che non fanno parte dello stato di Israele ma sono stati occupati di Israele, che non hanno alcun diritto. Israele ha integrato tutto questo, questa è la base materiale, bisogna capirla. Se uno prende il West Bank, la Cisgiordania è divisa in una miriade di spicchi per via degli insediamenti.

VM: i “Bantustan” di cui parlava Edward Said

JH: sì, ci sono strade dove i Palestinesi non possono andare, le strade che collegano gli insediamenti, in cui tra l’altro i palestinesi israeliani non possono andare a vivere perché sono gestiti dall’agenzia ebraica che per statuto opera solo per gli ebrei.
Quindi, da questa situazione uno stato non può emergere, non c’è la base materiale.

Questa è la situazione reale. Però, se uno comincia a dire “facciamo uno stato solo”, significa non abolire l’occupazione. Non si può parlare di fare uno solo stato democratico per tutti se prima non cessa l’occupazione e l’esercito non si ritira da tutta la West Bank, compresa la Valle del Giordano da cui non vogliono ritirarsi, e devono smantellare gran parte degli insediamenti.
Nel momento in cui questo accade significa che è l’autorità palestinese a doversi prendere la responsabilità di quella zona, quindi devi per forza passare nella dialettica dei due stati.
Questa è la contraddizione fondamentale del processo.
Comunque Israele non ha nessuna intenzione di risolvere la faccenda, perché per Israele questo non è un grosso problema. È un problema a livello internazionale ma non per Israele. Sono pronti a perpetrare questa situazione, lo dimostra il fatto che recentemente vi siano stati altri insediamenti.
Ha ragione Noam Chomsky a dire che il cambiamento può avvenire solo se lo decidono gli Stati Uniti.
Se gli Usa mettono fine al finanziamento degli armamenti che permettono ad Israele di mantenere un esercito enorme, allora Israele dovrebbe cambiare rotta.

[1] Nascita di Israele. Miti, storia, contraddizioni, Milano, Baldini&Castoldi, 1999.

* Noi Restiamo, Torino


Thanks to: Contropiano.org

Forumpalestina

Chi minaccia chi. La memoria corta di chi ha la coscienza sporca

di Fronte Palestina

 

 

 

 

A seguito della voluta confusione concepita sugli organi di stampa crediamo siano utili alcune ulteriori precisazioni in merito alle nostre posizioni.

 

L’antifascismo non si può racchiudere dentro recinti ideologici che servono solo a mascherare opportunismi di oggi. Noi ci rifacciamo a quanto l’ANPI affermava nel suo primo Congresso svolto a Roma tra il 06 ed il 09 dicembre del 1947: «l’antifascismo deve essere inteso come lotta contro chi minaccia le libertà individuali, nega la giustizia sociale e discrimina i cittadini». Per noi quindi schierarsi al fianco di tutti i popoli che lottano per le libertà individuali, per la giustizia sociale e contro la discriminazione è un atto doveroso ed inevitabile.

 

Oggi ci sono popoli simbolo di questa lotta ed uno di questi è il popolo palestinese, che resiste ad una vile occupazione da quasi 70 anni. Israele è lo Stato che, appunto, da decenni compie ogni sorta di prepotenza contro i palestinesi. Non è passato nemmeno un anno dall’ultimo massacro israeliano a Gaza: oltre duemila assassinati sotto i bombardamenti sionisti, centinaia furono bambini.

 

Sono migliaia i palestinesi dentro le prigioni sioniste, centinaia in detenzione amministrativa senza né accuse né condanne in base ad una legge ritenuta illegale dalla Comunità Internazionale; sono oltre settanta le Risoluzioni ONU non rispettate dallo stato sionista. Quindi uno Stato illegale dinnanzi agli occhi di tutto il mondo.

 

Ora, per entrare nel merito della questione provando a fare un po’ di chiarezza è necessario ricostruire gli eventi passati. Andiamo per ordine: a Roma il 25 aprile dello scorso anno una squadra della Comunità ebraica romana ha aggredito brutalmente un gruppo di militanti antifascisti che stavano raggiungendo il corteo sventolando le bandiere della Palestina. La polizia è intervenuta prendendo le parti degli aggressori e impedendo alle bandiere palestinesi l’ingresso nel corteo, che a quel punto si è spaccato perché molti dei partecipanti hanno deciso coraggiosamente di stare dalla parte degli aggrediti, sfilando con loro in un corteo alternativo. Impeditogli successivamente l’intervento dal palco, così si esprimeva qualche giorno dopo il capo degli squadristi, nonché Presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici con tono più adatto ad un bullo di periferia (Corriere della Sera 28 aprile 2014): «Il prossimo anno saremo tutti a Milano e vediamo se avranno il coraggio di continuare a insultarci. Basta». Chi minaccia chi? Ovvio che le sue e loro minacce non ci spaventano.

 

Ed ecco che all’avvicinarsi dell’appuntamento annuale si ritorna a parlare dei “valori del 25 Aprile”, ma ancora una volta ognuno strumentalizza a proprio piacimento la circostanza. La Palestina è ancora occupata, quindi noi ci sentiamo in dovere di sostenerne la Resistenza, portando le sue istanze al corteo del 25 Aprile e denunciando al contempo la presenza delle bandiere israeliane, che rappresentano oppressione e ingiustizia. Queste invece le prime retoriche dichiarazioni dei “sionisti di casa nostra”: «Dato che sarà Shabbat non saremo presenti, ma non ci saremo anche perché i palestinesi, che saranno al corteo, durante la guerra erano alleati dei nazisti».

 

http://ilmessaggero.it/ROMA/CRONACA/roma_25_aprile_corteo_ebrei/notizie/1276785.shtml

 

«Le organizzazioni pro Palestina pretendono che non ci sia quel giorno il simbolo della brigata ebraica che liberò l’Italia dal nazifascismo insieme alle truppe alleate e ai partigiani. E sulla rete si stanno organizzando scrivendo che se ci saremo ci picchieranno. Tutto questo è assurdo» …e anche beffardo, aggiungeremmo: la nostra contestazione non è inerente alla presenza della Brigata ebraica in ma alla presenza delle bandiere israeliane (che sono altra cosa) e contro coloro che si fanno promotori della loro presenza in corteo. A tal proposito ricordiamo le parole del presidente dell’associazione Amici Di Israele Eyal Mizrahi: «Cari Amici Di Israele e simpatizzanti, anche quest’anno l’associazione Amici Di Israele sfilerà al corteo del 25 Aprile a Milano sotto lo striscione della Brigata Ebraica. Il punto di raccolta sarà in Corso Venezia angolo Via Boschetto alle ore 14.00. La partenza del corteo avverrà alle ore 14.30 ma ci riuniremo un po’ prima per poterci organizzare meglio. Vi invitiamo a portare le bandiere israeliane che avete […]»; ancora una volta e come spesso succede a far chiarezza sono gli stessi sionisti. D’altronde non si può non riconoscere la stessa pratica mistificatoria dei fatti propria dello Stato d’Israele: gli aggressori diventano le vittime e gli aggrediti diventano i carnefici.

 

Proviamo a rileggere il vero “assurdo” delle dichiarazioni e le dinamiche che si innescano. Innanzitutto l’accusa che i palestinesi fossero alleati con i nazisti decade banalmente studiando la storia, invitiamo i lettori a riferirsi ai seguenti articoli-comunicati scritti in precedenza per comprendere quanto sia tendenziosa la frase di Pacifici: PER LA VERITÀ STORICA. CONTRO LE MENZOGNE MEDIATICHE SUL 25 APRILE. In secondo luogo ricordiamo che gli episodi accaduti a Roma lo scorso anno hanno visto i filo-palestinesi aggrediti da picchiatori appartenenti alla Comunità ebraica romana.

 

Va registrato oltretutto che, curiosamente, per i sionisti il 25 aprile 2015 cade di sabato solo a Roma: stando alle dichiarazioni dello stesso Pacifici quest’anno la giornata della Liberazione cade di sabato, per gli ebrei festa del riposo, pertanto non avrebbero partecipato al corteo nel 70° anniversario; ma questo vale sono a Roma, perché invece a Milano parteciperanno. Come mai? I piani sono chiari (non ai più evidentemente grazie al rimescolo di carte che non a caso hanno architettato): questo è l’anno di Expo 2015, esposizione internazionale dove lo Stato d’Israele avrà un ruolo da protagonista, una nuova Kermesse sionista grazie alla quale si tenterà da una parte di ripulire la faccia di uno Stato colonialista e razzista e dall’altra di stringere nuove relazioni economiche, militari, etc. Ecco quindi che a seguito delle degne contestazioni che hanno subito negli scorsi anni per aver scelto di portare in corteo quelle bandiere simbolo di occupazione e tutt’altro che libertà, quest’anno hanno pensato di sfilare tutti in massa a Milano per provare ad egemonizzare la piazza.

 

Abbiamo precedentemente riportato la belligerante dichiarazione di Pacifici, ma vogliamo ulteriormente sottolineare le intenzioni altrettanto belliciste dei “nostri”. Dalla stampa veniamo a sapere che le bandiere di Israele saranno scortate dal PD, ossia da chi onora nazifascisti come Mori (onorificenza che anziché sospendere dovrebbero annullare!). Questa operazione, ribadiamo, è stata preparata e voluta da tempo: la prima iniziativa svolta a Milano per commemorare la Resistenza partigiana italiana è stata dedicata al ruolo della Brigata ebraica che, ricordiamo, ha combattuto in Italia per circa un mese tra le file dell’esercito britannico (eppure guardate quanta importanza viene conferita da questo partito oggi al potere in Italia).

 

Il PD sappiamo essere governato letteralmente da elementi legati mani e piedi allo stato sionista, lo dimostra anche l’ultima novità milanese: il futuro candidato sindaco di Milano dovrebbe essere un sionista come Emanuele Fiano che vive tra Milano ed Israele, così come il suo connazionale Itzhak Yoram Gutgeld, consigliere economico di Renzi, deputato PD, ex specialista dell’intelligence militare sionista (AMAN- Unit 8200) e dirigente della multinazionale McKinsey, nonché responsabile delle politiche guerrafondaie dello stesso governo PD.

 

Ancora una volta ci chiediamo: chi minaccia chi? Noi promotori della contestazione argomentiamo con fatti storici le nostre posizioni e ci organizziamo alla luce del sole; l’occupazione della Palestina ed i crimini israeliani perseverano e sono sotto gli occhi di tutti, a prescindere da quanto l’informazione ufficiale si renda complice di tali crimini e criminali occultando le malefatte sioniste. Dall’altra parte inventano minacce e fomentano un clima di massimo allarmismo anche grazie e soprattutto al servilismo dei media che si prestano a riportare in maniera acritica quanto “dettato”, senza tra l’altro concedere alcuno spazio alla contestazione e alle sue ragioni. Ma, ribadiamo, convinti di stare dalla parte della giustizia, non ci facciamo intimidire da squallide provocazioni.

 

Per concludere: noi pensiamo che non si possa permettere la presenza di bandiere dello Stato che occupa la Palestina da decenni, che nei confronti dei palestinesi commette quotidianamente crimini contro l’umanità. Crediamo che la Milano Medaglia d’Oro alla Resistenza non meriti tale affronto, questa Milano viene già troppe volte umiliata ogni volta che si permette ai fascisti di girare per le vie del centro con i loro simboli nazisti, ragion per cui dopo il 25 saremo nuovamente in piazza il 29 aprile contro la parata nazifascista indetta a Milano.

 

Crediamo che dovrebbe essere l’ANPI in primis a tutelare lo spirito della manifestazione, schierandosi contro la presenza di quelle bandiere che oltraggiano il corteo, accogliendo invece le istanze dei popoli che ancora oggi sono costretti a resistere e a combattere per la propria libertà negata da interessi colonialisti ed imperialisti.

 

Il corteo del 25 Aprile non è una ricorrenza da commemorare, anche se le istituzioni tendono a trasformarla in una forma di pacificazione sociale da buoni democristiani, la resistenza continua ancora oggi: prosegue in Palestina contro l’Occupazione sionista, ma anche in Val Susa contro la criminale militarizzazione del cantiere atta a proteggere gli interessi capitalisti a danno dei cittadini che vivono su quel territorio, prosegue contro quei modelli propagandati (e che verranno instaurati) dal paradigma Expo, prosegue contro la continua rapina dei diritti dei lavoratori (il PD è il promotore di riforme come il Job Acts che annullerà una volta per tutte ogni forma di organizzazione sindacale e quindi di lotta collettiva dei lavoratori, sempre più isolati), prosegue con la resistenza dei paesi latinoamericani minacciati costantemente dall’imperialismo USA, soprattutto quando creano modelli di sviluppo alternativi diventando quindi antagonisti al “sistema”.

 

Crediamo che una società migliore sia possibile, ma il percorso non può che passare per la vittoria di queste resistenze, che oggi i cittadini in Italia ed i popoli oppressi in tutto il mondo continuano a portare avanti con coraggio e dignità.

 

Contro il sionismo! Contro il fascismo!
Non siamo antisemiti, ma resistenti e partigiani del nuovo millennio

 

Appello per un 25 Aprile antisionista: http://www.frontepalestina.it/?q=content/appelli/appello-un-25-aprile-di-liberazione-e-antisionista

Fronte Palestina – Milano

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La perversione del senso del 25 aprile

di Moni Ovadia 

Nel corso della mia vita e da che ho l’età della ragione, ho cercato di partecipare, anno dopo anno a ogni manifestazione del 25 aprile. Un paio di anni fa, percorrendo il corteo alla ricerca della mia collocazione sotto le bandiere dell’Anpi, mi imbattei nel gruppo che rappresentava i combattenti della “brigata ebraica”, aggregata nel corso della seconda guerra mondiale alle truppe alleate del generale Alexander e impegnata nel conflitto contro le forze nazifasciste. Qualcuno dei componenti di quel drappello mi riconobbe e mi salutò cordialmente, ma uno di loro mi rivolse un invito sgradevole, mi disse: «Vieni qui con la tua gente». Io con un gesto gli feci capire che andavo più avanti a cercare le bandiere dell’Anpi che il 25 aprile è «la mia gente» perché io sono iscritto all’Anpi con il titolo di antifascista. Lui per tutta risposta mi apostrofò con queste parole: «Sì, sì, vai con i tuoi amici palestinesi».

Il tono sprezzante con cui pronunciò la parola palestinesi sottintendeva chiaramente «con i nemici del tuo popolo». Io gli risposi dandogli istintivamente del coglione e affrettai il passo lasciando che la sua risposta, sicuramente becera si disperdesse nell’allegro vociare dei manifestanti.
Questo episodio, apparentemente innocuo, mi fece scontrare con una realtà assai triste che si è insediata nelle comunità ebraiche. I grandi valori universali dell’ebraismo sono stati progressivamente accantonati a favore di un nazionalismo israeliano acritico ed estremo. Un nazionalismo che identifica stato con governo.

Naturalmente non tutti gli ebrei delle comunità hanno imboccato questa deriva sciovinista, ma la parte maggioritaria, quella che alle elezioni conquista sempre il “governo” comunitario, fa dell’identificazione di ebrei e Israele il punto più qualificante del proprio programma al quale dedica la prevalenza delle sue energie.

Io ritengo inaccettabile questa ideologia nazionalista, in primis come essere umano perché il nazionalismo devasta il valore integro e universale della persona, poi come ebreo, perché nessun altro flagello ha provocato tanti lutti agli ebrei e alle minoranze in generale e da ultimo perché, come insegna il lascito morale di Vittorio Arrigoni, io non riconosco altra patria che non sia quella dei diseredati e dei giusti di tutta la terra.

L’ideologia nazionalista israeliana negli ultimi giorni ha fatto maturare uno dei suoi frutti tossici: la decisione presa dalla comunità ebraica di Roma, per il tramite del suo presidente Riccardo Pacifici, di non partecipare al corteo e alla manifestazione del prossimo 25 aprile. La ragione ufficiale è che nel corteo sfileranno bandiere palestinesi, vulnus inaccettabile per il presidente Pacifici, in quanto nel tempo della seconda guerra mondiale, il gran muftì di Gerusalemme Amin al Husseini, massima autorità religiosa sunnita in terra di Palestina fu alleato di Hitler, favorì la formazione di corpi paramilitari musulmani a fianco della Germania nazista e fu fiero oppositore dell’instaurazione di uno stato Ebraico nel territorio del mandato britannico. Mentre la brigata ebraica combatteva con gli alleati contro i nazifascisti. Tutto vero, ma il muftì nel 1948 venne destituito e arrestato: oggi vedendo una bandiera palestinese a chi viene in mente il gran muftì di allora? Praticamente a nessuno, se si eccettua qualche ultrà del sionismo più isterico o a qualche fanatico modello Isis.

Oggi la bandiera palestinese parla a tutti i democratici di un popolo colonizzato, occupato, che subisce continue e incessanti vessazioni, che chiede di essere riconosciuto nella sua identità nazionale, che si batte per esistere contro la politica repressiva del governo di uno stato armato fino ai denti che lo opprime e gli nega i diritti più elementari ed essenziali. Un governo che lo umilia escogitando uno stillicidio di violenze psicologiche e fisiche e pseudo legali per rendere esausta e irrilevante la sua stessa esistenza. Quella bandiera ha pieno diritto di sfilare il 25 aprile — com’è accaduto per decenni e senza polemica alcuna — e glielo garantisce il fatto di essere la bandiera di un popolo che chiede di essere riconosciuto, un popolo che lotta contro l’apartheid, contro l’oppressione, per liberarsi da un occupante, da una colonizzazione delle proprie legittime terre, legittime secondo la legalità internazionale, un popolo che vuole uscire di prigione o da una gabbia per garantire futuro ai propri figli e dignità alle proprie donne e ai propri vecchi, un popolo la cui gente muore combattendo armi alla mano contro i fanatici del sedicente Califfato islamico nel campo profughi di Yarmouk, nella martoriata Damasco. E degli ebrei che si vogliono rappresentanti di quella brigata ebraica che combatté contro la barbarie nazifascista hanno problemi ad essere un corteo con quella bandiera?

Allora siamo alla perversione del senso ultimo della Resistenza.

La verità è che quella del gran muftì di allora è solo un pretesto capzioso e strumentale. Il vero scopo del presidente Pacifici e di coloro che lo seguono — e addolora sapere che l’Aned condivide questa scelta -, è quello di servire pedissequamente la politica di Netanyahu, che consiste nello screditare chiunque sostenga le sacrosante rivendicazioni del popolo palestinese.

Per dare forza a questa propaganda è dunque necessario staccare la memoria della persecuzione antisemita dalle altre persecuzioni del nazifascismo e soprattutto dalla Resistenza espressa dalle forze della sinistra. È necessario discriminare fra vittima e vittima israelianizzando la Shoah e cortocircuitando la differenza fra ebreo d’Israele ed ebreo della Diaspora per proporre l’idea di un solo popolo non più tale per il suo legame libero e dialettico con la Torah, il Talmud e il pensiero ebraico, bensì un popolo tribalmente legato da una terra, da un governo e dalla forza militare.

Se come temo, questo è lo scopo ultimo dell’abbandono del fronte antifascista con il pretesto che accoglie la bandiera palestinese, la scelta non potrà che portare lacerazioni e sciagure, come è vocazione di ogni nazionalismo che non riconosce più il valore dell’altro, del tu, dello straniero come figura costitutiva dell’etica monoteista ma vede solo nemici da sottomettere con la forza.

thanks to: Forumpalestina

25 APRILE Comunicato Stampa Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese

25 APRILE

Comunicato Stampa Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese

Si apprende, da un articolo apparso ieri su La Repubblica, che l’Aned, che sino ad allora aveva dichiarato insieme alla Comunità Ebraica Romana che non avrebbe partecipato alle celebrazioni del 25 aprile, intende invece parteciparvi a condizione però che non vi siano bandiere palestinesi. Pure la Brigata Ebraica, a quanto riportato nello stesso articolo, pone la medesima condizione.
Al di là delle pretestuose motivazioni addotte, e cioè che i Palestinesi sarebbe stati alleati dei nazisti e che vi sono altri 364 giorni per occuparsi della Palestina, la ragione per la quale non si vuole la presenza della bandiera palestinese appare più che evidente. La giornata del 25 aprile non è dedicata solo a fare memoria della guerra partigiana e dei suoi caduti, ma è la celebrazione dei valori per i quali i partigiani combatterono ed a migliaia morirono: l’antifascismo, la libertà, la giustizia. Valori che in Italia, come altrove, dopo averli conquistati vanno riaffermati e difesi anche oggi e per i quali altri popoli, che ne sono privi, stanno ora lottando. Il 25 aprile non si celebra, dunque, solo la Resistenza italiana di settant’anni fa, ma anche la Resistenza di tutti i popoli che lottano oggi per conquistare il proprio diritto alla libertà.
Ecco perché si tenta di negare la partecipazione della bandiera palestinese alle celebrazioni del 25 aprile: la sua presenza è testimonianza che in Palestina c’è una Resistenza in atto, una Lotta di Liberazione da un oppressore: lo Stato di Israele; è un esplicito atto di accusa nei confronti di Israele.
Questo è ciò che Aned e Brigata Ebraica vorrebbero evitare.
Ma la realtà non si può nascondere. Lo Stato Israeliano è uno stato invasore e coloniale che occupa abusivamente territori non suoi, tiene sotto occupazione la popolazione palestinese della Cisgiordania, assedia la Striscia di Gaza nella quale 1.800.000 palestinesi sono ridotti come in prigionia e vengono periodicamente massacrati. Le migliaia di morti che Israele ha causato in Palestina non si cancellano negando la partecipazione della loro bandiera alle celebrazioni del 25 aprile. Quel giorno vanno commemorati anche loro.

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La Palestina aderisce al Tribunale dell’Aja

L’occupazione israeliana dei Territori e i bombardamenti di Gaza. Questi i casi del dossier che i palestinesi presenteranno alla Corte per denunciare le violazioni israeliane. Iniziate le indagini preliminari

L’Autorità nazionale palestinese (Anp) oggi diventa formalmente membro (il 123esimo) della Corte penale internazionale (ICC), quando sono trascorsi due mesi dall’adesione al Trattato di Roma che ha costituito il tribunale con sede all’Aja, Paesi Bassi, dove oggi si tiene la cerimonia ufficiale.

L’obiettivo palestinese è di portare Israele davanti alla Corte per i crimini legati all’occupazione dei Territori palestinesi e all’offensiva militare contro la Striscia di Gaza della scorsa estate. Una mossa a cui Tel Aviv si è fermamente opposta, con provvedimenti duri nei confronti dei palestinesi, come il congelamento dei proventi fiscali: 127 milioni di dollari in entrate fiscali su cui Tel Aviv mantiene il controllo e che non ha consegnato all’Anp, come previsto dagli accordi di Oslo.

I tre mesi di sospensione hanno duramente colpito l’economia palestinese, costringendo a tagliare temporaneamente gli stipendi degli statali, ma hanno anche scatenato un coro di critiche da parte della cosideetta comunità internazionale. Venerdì scorso il governo israeliano ha sbloccato i proventi fiscali sostenendo la necessità di “agire responsabilmente” data la “situazione in Medio Oriente”. Si era diffusa la notizia, data dalla stampa israeliana e smentita dai palestinesi, di un tacito accordo con l’Anp affinché escludesse dalla denuncia all’ICC le violazioni nei Territori occupati. Ma non è questa l’intenzione dei palestinesi.

Jamal Muheisen, membro della segreteria di Fatah, ha sottolineato che “l’attività di colonizzazione è considerata un crimine di guerra secondo il diritto internazionale” e che si farà in modo “ che Israele sia tenuto a risponderne”. Niente accordi sottobanco, dunque. La denuncia presentata al tribunale non si limiterà a Gaza.

Mentre i palestinesi preparano il dossier, l’ICC, come previsto dal suo stesso statuto, ha aperto un’indagine preliminare proprio sugli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme est e sui 50 giorni di bombardamenti israeliani a Gaza, che hanno fatto oltre duemila morti e migliaia di feriti. In base ai risultati di questa indagine e alle prove presentate dai palestinesi, il procuratore del tribunale deciderà se procedere o meno con l’indagine.

L’ICC ha giurisdizione su quanto accade negli Stati che hanno aderito, quindi sui Territori palestinesi (Gerusalemme est, Cisgiordania e Gaza) che d’ora in avanti, almeno in teoria, saranno sotto la giurisdizione del tribunale. Inoltre, procede contro le persone in posizione di comando che sono accusate di crimini, non contro gli Stati. Israele non ha aderito alla Corte e ha sempre dichiarato di non volerlo fare.

thanks to: forumpalestina

Nena News

Nella Striscia di Gaza

A colloquio con mons. Ricchiuti, presidente di Pax Christi Italia, al rientro da Gaza. Racconto di una visita ai territori occupati.
Intervista di Rosa Siciliano

“Una giornata indimenticabile nella Striscia di Gaza. Macerie, macerie, macerie, case distrutte, anziani senza parole davanti alle loro case ridotte a zero. E poi, bambini, tanti bambini, belli, ma scalzi, sporchi e affamati. Come prendere sonno, qui, a Gaza, stanotte? Ma la speranza….. Inshallah – Se Dio vuole, dicono gli arabi. E dobbiamo dirlo anche noi. Buona notte!”. 

Con questo sms inviatoci il 3 marzo scorso, mons. Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi Italia, ci comunicava le sue sensazioni all’arrivo a Gaza, per una visita ai Territori Occupati, accompagnato da don Nandino Capovilla, che idealmente ha sposato questa martoriata terra di Palestina. Al suo rientro, abbiamo rivolto a mons. Ricchiuti. alcune domande sul suo viaggio.

Da neopresidente di Pax Christi come hai vissuto la visita nella Striscia di Gaza: quali sentimenti ti hanno accompagnato?

L’invito a visitare la Striscia di Gaza mi era stato rivolto sin dal mese di dicembre 2014 da don Nandino Capovilla, già coordinatore nazionale del nostro movimento e promotore della Campagna Ponti e non Muri (a 10 anni dalla costruzione del muro costruito dagli israeliani) e da Annibale Rossi, presidente di Vento di Terra, una Ong presente nei territori occupati. Accettai con molto piacere l’invito perché mi offriva la possibilità di dare inizio al mio mandato con un gesto che mi appariva molto significativo. E di quei giorni conservo negli occhi e nella memoria un ricordo incancellabile. Ai moltissimi che ancora oggi mi domandano come sia andato questo viaggio in Palestina rispondo che le parole e le immagini non sono sufficienti a descrivere la drammatica situazione che si vive in quei territori. Le macerie e la distruzione di interi quartieri di Gaza e di piccoli paesi, i volti delle persone, specialmente degli anziani, e gli occhi dei bambini… non credevo ai miei occhi per quanto osservavo e ascoltavo!

La città, la gente, lo scorrere del quotidiano sotto occupazione: prova a descrivere, come in una fotografia viva, le immagini dei luoghi e delle persone che hai incontrato in Palestina.

La sera del 2 marzo vengo accompagnato, percorrendo a piedi una stradina laterale, lungo la strada che va da Gerusalemme a Betlemme, a visitare e a conoscere Dahoud, un agricoltore palestinese che non intende cedere la sua terra (quella dei miei padri, raccontava) per un nuovo insediamento israeliano. E questa sua resistenza la metteva in atto rispondendo alle frequenti intimidazioni dei soldati israeliani invocando legalità e giustizia. Aveva  inciso su una pietra posta all’ingresso della sua casa queste parole: Noi non abbiamo nemici. Bellissimo! Abbiamo trascorso, poi, due giorni a Gaza passando prima in alcuni piccoli paesi: paesaggi da seconda guerra mondiale, case e palazzi abbattuti, uomini, donne e bambini come fantasmi tra le macerie, racconti di vite spezzate, di progetti e e di sogni infranti, rovine… rovine dappertutto, rabbia mista a rassegnazione, ma, allo stesso tempo, fede, dignità e volontà di rimanere e di ricominciare lì dove è anche la loro terra. Devo confidare, come raccontavo in un sms in quei giorni, che soprattutto la due-giorni a Gaza mi ha dolorosamente impressionato tanto da faticare a prender sonno: non c’è motivazione alcuna perché un popolo venga umiliato e offeso in quel modo, nessuna giustificazione all’arroganza e al progetto di Israele che intende molto probabilmente annientare nella sua dignità il popolo palestinese. Quanti abbiamo incontrato e ascoltato ci hanno raccomandato  di raccontare ciò che stavamo vedendo mentre ci confidavano, come i pescatori di Gaza, la loro determinazione a continuare a vivere lì e a sperare in un futuro migliore.

Il riconoscimento dello Stato Palestinese da parte del Parlamento italiano: cosa ne pensi del dibattito che lo ha preceduto? Quali ricadute può avere a livello politico e culturale in senso lato?

Grande è stata la delusione per la decisione del nostro Parlamento di approvare due mozioni, tra loro discordanti, sul riconoscimento dello Stato palestinese. Una decisione poco coraggiosa che tra l’altro non ha saputo raccogliere il desiderio di tanti italiani desiderosi di veder sorgere un giorno nuovo nei rapporti tra Israele e Palestina. Da decenni i due popoli non fanno che contare i loro morti in un crescendo continuo, di incomprensione,  di odio, di violenza e di guerra che allontana la speranza. E, da parte di Israele, la continua espansione e occupazione del territorio palestinese alimenta una cultura di sopraffazione e di emarginazione inaccettabile. Politicamente significa destabilizzazione in un’area, quale quelle mediorientale, da tutti ritenuta decisiva per la pace nel mondo.

Dai leaders cristiani di quella terra ci giungono continui appelli contro l’occupazione israeliana. Come Chiesa italiana possiamo unire la nostra voce, e in che modo?

La terra abitata oggi da israeliani e palestinesi in qualche modo la sentiamo, noi cristiani, per ragioni storiche, religiose e fraterne, che tutti noi conosciamo, anche nostra. E la presenza di cristiani, tra gli ebrei e gli arabi, è presenza di pace, di riconciliazione e di carità. Purtroppo anche i cristiani, in particolare le comunità che vivono nei territori occupati, non ce la fanno più a resistere e moltissimi, se possono, vanno via privando così quel territorio di una presenza molto significativa. L’incontro a Gaza con il parroco e il vicario parrocchiale della Parrocchia della Santa Famiglia, 150 cattolici (ci vivono anche 1200 ortodossi a Gaza) è stata occasione per me di raccogliere ancora una volta il loro appello perché non li abbandoniamo. Ed è uno dei tanti appelli che le Chiese che sono in Italia non possono non raccogliere entrando  in rapporti e in relazioni di conoscenza (penso ai nostri pellegrinaggi) con i cristiani di Palestina per far sentire loro vicinanza di fraternità e di aiuto. Non possiamo lasciarli soli!

thanks to: mosaico di pace

Sugli ultimi avvenimenti all’Università La Sapienza, tra ingerenze e disinformazione

I compagni italiani ed arabi residenti a Roma denunciano il crescente clima di repressione venutosi a creare negli ultimi mesi in città rispetto a tutte le manifestazioni di solidarietà e sostegno alla causa palestinese.

Abbiamo assistito ad ingerenze, senza precedenti storici, da parte dell’ambasciata israeliana mobilitatasi con il fine di impedire e/o vietare il libero svolgimento di iniziative politiche su tema Palestina e Medio Oriente. Tale ostracismo ha addirittura riguardato la costruzione di dibattiti all’interno di Istituti pubblici di formazione, quali Università e scuole medie superiori. La censura ha riguardato in particolar modo, e la selezione non è casuale, tutte le espressioni di vicinanza e di vera informazione sull’occupazione sionista e sull’aggressione imperialista che, da oltre quattro anni, flagella la popolazione siriana.

Negli atenei de La Sapienza e di Roma 3, iniziative già autorizzate dai vertici accademici sono state in tutta fretta cancellate e, nella migliore delle ipotesi, trasferite in spazi privati dove si sono svolte in un’atmosfera tutt’altro che serena. Al solo richiamo dell’ambasciata d’Israele i rettori si sono sentiti costretti, a dispetto di ogni protocollo diplomatico, a revocare le autorizzazioni a poche ore dall’inizio degli incontri pubblici (COMUNICATO: INGERENZA SIONISTA SU CAMPAGNA “NO EXPO NO ISRAELE”).

Forte è la preoccupazione e lo sdegno, a seguito di questi gravi episodi, provato da molti compagni e amici della Palestina, i quali non hanno voce all’interno dei media mainstream, informazione chiaramente assoldata a tempo pieno nell’incessante diffusione della propaganda sionista ed imperialista.

Ci troviamo a fronteggiare un attacco disonesto che purtroppo non si esaurisce nell’ostile, quanto prevedibile, atteggiamento dell’apparato sionista in Italia. Come se non bastasse, falsi amici della causa palestinese veicolano questa propaganda interventista, promuovendo iniziative che contribuiscono ad amplificare la visibilità di giornalisti e tecnici della menzogna.

Nella medesima Università in cui permane un effettivo divieto di costruire spazi reali di confronto sulle complesse dinamiche del mondo arabo, hanno viceversa ampia agibilità una serie di manovre volte a confondere, strumentalizzare e disinformare studenti e studentesse.

Il giorno 3 marzo sono comparsi nell’atrio del dipartimento di Fisica, Università de La Sapienza, tazebao che pubblicizzano una “Iniziativa sulla Rivoluzione Siriana” prevista per il prossimo 12 marzo nel medesimo dipartimento. Ad accompagnare la locandina, è stata esposta la bandiera del cosiddetto Esercito Libero Siriano. Lo sfoggio di tali simboli ha creato e crea un clima pesante, all’interno delle mura universitarie e non, in quanto riconosciamo in essi la mistificazione, dietro una parvenza “rivoluzionaria”, dell’aggressione imperialista alla Siria, alla quale il nostro paese collabora sia direttamente che indirettamente.

Non ritenendo più tollerabile tutto questo, dopo un pacato tentativo di confronto con gli organizzatori dell’iniziativa, abbiamo quindi sentito la necessità di rimuovere questi simboli dagli spazi universitari. La stessa sera abbiamo affisso dei manifesti all’interno della città universitaria, allo scopo di fare chiarezza sulla posizione della sinistra palestinese riguardo l’aggressione imperialista in Siria.

Nel nostro manifesto, a dimostrazione del sentimento di amicizia tra il popolo palestinese e il popolo siriano, abbiamo scelto di prendere in prestito le parole della compagna Leila Khaled: ”Sto gridando con quanto fiato ho in corpo: siamo con l’esercito siriano e il popolo della Siria. Abbiamo fiducia nel popolo siriano, che ha offerto protezione a noi palestinesi e ci accoglie nella sua terra da oltre sessanta anni. Siamo sicuri che riusciranno a sormontare questo problema”.

Una frase come quella espressa dalla compagna Leila non avrebbe potuto in alcun caso né sorprendere né indignare nessun sincero sostenitore della causa palestinese. Tuttavia, i manifesti sono stati imbrattati con puerili insulti. Evidentemente, il nostro intervento ha fatto cadere la maschera a chi si è mimetizzato troppo a lungo all’interno dell’ambiente della solidarietà internazionale.

Condannando il gesto offensivo, diretto alla sinistra palestinese e ad uno dei suoi più autorevoli membri, Leila Khaled, continueremo con tutte le nostre forze a sostenere la Verità e ad alimentare un sincero spirito internazionalista che è poi quello che ci distingue da chi, consapevolmente o meno, si fa strumento dell’imperialismo e della sua propaganda.

Chiamiamo ad un confronto i compagni e le compagne interessate il giorno lunedì 9 marzo, ore 16:00, davanti al vecchio edificio di Fisica, Università La Sapienza. Successivamente alla discussione verrà effettuato un nuovo attacchinaggio (di gruppo) per coprire le scritte volgari, riutilizzando il manifestino originario.

Compagni italiani e arabi residenti a Roma

Una prima risposta degli studenti e delle studentesse dell’Università La Sapienza

Il Comitato del Martire Ghassan Kanafani, in sinergia con l’Unione Studenti Arabi ed Italiani, raccogliendo il malcontento di studenti e studentesse riguardo i recenti avvenimenti all’Università La Sapienza (link), ha chiamato ieri, lunedì 9 marzo, ad un’assemblea ospitata all’interno del Dipartimento di Fisica.

Diverse sono state le realtà, singoli studenti e studentesse che hanno risposto all’appello, segno evidente di una comune volontà di reagire e di non concedere più spazio di manovra all’opportunismo ed alla disinformazione sui temi che abbiamo a cuore. Nel corso dell’incontro è stata raggiunta una piena condivisione di intenti sulla necessità di un lavoro politico e di documentazione da iniziare assieme presso i nostri atenei che, lungi dall’essere ‘in rivolta’ (come a qualcuno piace pensare) ci appaiono piuttosto distratti ed abbandonati a loro stessi. Dopo questo proficuo scambio di considerazioni, abbiamo ristabilito il decoro per le vie interne della città universitaria con un attacchinaggio di gruppo (link al manifesto). Sono state quindi finalmente coperte le vergognose scritte e gli imbrattamenti effettuati qualche giorno fa. Naturalmente, gli autori del grave gesto che ha preso di mira la degna lotta del popolo palestinese e l’eroica resistenza di chi, senza concessioni, si batte contro l’imperialismo, ora si guardano bene dal manifestarsi alla luce del giorno assumendosi le proprie responsabilità.

Per quanto ci riguarda, garantendo una presenza costante e continuativa, assieme ai compagni italiani ed arabi che ci vorranno affiancare, ci impegniamo nelle prossime settimane in una campagna di vera informazione tramite volantinaggi, banchetti ed iniziative.

thanks to: kanafani.it

PalestinaRossa

La Sapienza: Je suis Charlie? No Je suis grattachecca.

Comunicato stampa

La libertà di espressione vale solo per le vignette, non se si parla di Palestina

L’iniziativa che doveva tenersi Mercoledì 4 marzo, nell’aula 10 della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Roma La Sapienza, con la proiezione del film THE FADING VALLEY (La valle che muore), della regista israeliana Irit Gal, non si terrà più. Il film, in cui si parla della fertile Valle del Giordano nella Cisgiordania occupata, dove i pascoli dei contadini palestinesi sono stati dichiarati zona militare, i loro pozzi sono sigillati e l’acqua deviata alle colonie israeliane avrebbe testimoniato la vita di questi agricoltori i cui diritti sono stati spazzati via e che sono considerati “illegali” nella propria terra.

È bastata una telefonata dall’ambasciata israeliana e la protesta di qualche studente perché il preside della facoltà si adeguasse, negando l’aula e così anche la possibilità di far conoscere agli studenti e al pubblico questa realtà della Palestina.

L’episodio è sconcertante e fa seguito ad uno analogo di alcuni giorni fa allorché, il rettore dell’Università Roma 3, ritirò l’autorizzazione già concessa all’uso di una delle proprie sedi per una conferenza di Ilan Pappe, storico israeliano e professore all’Università di Exeter, autore del libro La pulizia etnica della Palestina, insieme ad altri accademici italiani e internazionali.

L’iniziativa a La Sapienza era organizzata dal Comitato No all’Accordo Acea Mekorot, che si oppone alla collaborazione tra la società idrica di Roma e la israeliana Mekorot, responsabile del furto di acqua, come documentato da Amnesty International, e come ben illustrato nel film. Essa rientrava tra le iniziative per la Settimana internazionale contro l’Apartheid Israeliana, che si organizza da 10 anni nei campus universitari in tutto il mondo.

Non essendo in grado di giustificare le sue ampiamente documentate violazioni dei diritti della popolazione palestinese, Israele cerca di azzittire sempre di più le iniziative negli spazi pubblici e mette in marcia la macchina della propaganda, come sta facendo attraverso il proprio padiglione a Expo2015 di Milano in cui si magnificano le sue presunte capacità di trasformazione di una terra arida in campi fertili, laddove in realtà l’agricoltura palestinese già fioriva da decenni.

È intollerabile che la sua ambasciata intervenga così pesantemente nelle scelte delle università italiane. Peggio ancora, è disonorevole e vergognoso che le istituzioni accademiche italiane si adeguino ai suoi diktat.

Tutto ciò ci sprona ancora di più a lottare affinché l’università recuperi il suo ruolo di formazione-informazione e si affermi la libertà di espressione in questo paese, e a mobilitarci per dare voce alla Palestina.

Comitato No all’Accordo Acea Mekorot
bdsitalia.org/no-mekorot
fuorimekorotdallacea@gmail.com

thanks to: BDS Italia

Per non dimenticare… il diritto al ritorno: missione multipla ad agosto 2015

luoghi della diaspora palestinese
 

Siamo donne e uomini che ritengono che il diritto al ritorno sia un punto irremovibile e centrale per il futuro del popolo di Palestina. Nessun risarcimento potrà mai ripagare le sofferenze e le privazioni di decenni di diaspora, ma il riconoscimento di questo diritto è l’unico modo per dare una soluzione all’occupazione delle terre palestinesi.

Crediamo perciò che si debba ricordare a noi e al mondo che l’occupazione ha generato un esodo forzato del popolo di Palestina e che oggi ci sono palestinesi in Libano, come in Giordania, Siria, Iraq e altri Paesi – non ultimo il nostro Occidente – ma che ci sono palestinesi rifugiati nella stessa Palestina.

Partendo da queste considerazioni stiamo organizzando per il prossimo mese di agosto una iniziativa internazionale per portare contemporaneamente quattro missioni a Gaza, Cisgiordania, Libano e Giordania. L’obiettivo è la riaffermazione del diritto al ritorno.

L’ebraicizzazione di Israele – punta più alta del programma neocoloniale del sionismo – esclude il diritto al ritorno dei non ebrei, e dunque dei palestinesi nati in quelle stesse terre e dei loro discendenti. La nostra presenza in quei paesi vuole denunciare questo trattamento intollerabile e razzista. Una missione che metta al centro la questione dei diritti dei rifugiati, tutti i loro diritti.

Il tema del diritto al ritorno per il popolo di Palestina, ignorato da troppi, dentro e fuori il mondo arabo-mediorientale, non può essere eluso o messo da parte in nome di altre e pretestuose compatibilità. Le quattro delegazioni ricorderanno le vittime delle stragi e porteranno ai palestinesi la solidarietà politica e il sostegno umano.

Per realizzare questo progetto lanciamo da oggi una sottoscrizione nazionale, dando così continuità al positivo lavoro messo in campo da anni dal Forum Palestina e dal Comitato per non dimentica Sabra e Chatila e proseguito nel dicembre 2013 / gennaio 2014 a Gaza dalla delegazione “Tutti a Gaza 2013”.

Siamo quindi pronti per raccogliere le vostre adesioni per formare le quattro delegazioni Per non dimenticare il diritto al ritorno. Quello del prossimo agosto sarà un appuntamento importante perché ci darà la possibilità di conoscere la realtà di Gaza, Cisgiordania, Libano e Giordania incontrando tutte le forze e le organizzazioni politiche e sociali che lì lavorano e operano.

Vogliamo che l’iniziativa che ci accingiamo a prendere, in collaborazione con i nostri amici palestinesi, con i quali da anni lavoriamo insieme nel Comitato internazionale Per non dimenticare Sabra e Chatila e con il quotidiano libanese Assafir, sia un momento, centrale, di un percorso che deve prevedere iniziative su tutto il territorio italiano da svolgersi prima e dopo il mese di agosto con al centro “il diritto al ritorno”. Intendiamo, inoltre, tessere un filo con il lavoro che il Comitato Per non dimenticare Sabra e Chatila ha svolto negli ultimi anni. La nostra presenza in Libano, come a Gaza, Cisgiordania, Giordania è finalizzata a denunciare una realtà inaccettabile e drammatica che ha origine dall‘occupazione della Palestina.

Il nostro invito è rivolto a quanti in questi anni hanno lavorato a fianco del popolo palestinese, combattendo l’occupazione e condannando il sionismo. Siamo senza equilibrismi dalla parte dei diritti dei palestinesi, “senza se e senza ma..”, ma nello stesso tempo respingiamo qualsiasi approccio antisemita e razzista. La pregiudiziale antifascista e anticoloniale è pertanto per noi centrale.

Vi chiediamo di farci pervenire nel tempo più breve possibile le vostre intenzioni di partecipare – attraverso la scheda qui allegata – per consentirci di organizzare al meglio la visita. Nelle prossime settimane vi faremo sapere regole date e costi della missione.

Bassam Saleh, Ismail Fawzi, Nabil Kheir, Sami Hallac, Yousef Salman, Ahmed Dawud, Ma’moun Al Barghouti, Hakeem Abu Jaleela, Mohammed Hamdan, Mariagiulia Agnoletto (Salaam ragazzi dell’Olivo – Milano), Enzo Apicella (cartoonist), Goretta Bonacorsi, Enzo Brandi, Sergio Cararo (direttore di Contropiano), Andrea Catone (direttore di Marx XXI), Antonietta Chiarini, Tullia Chiarini, Blanca Clemente, Mimmo Colaninno, Geraldina Colotti (Monde Diplomatique), Comitato Fasano per la Palestina (Fasano, BR), Marinella Correggia (giornalista, attivista per la pace), Tonia De Guido (Comitato Palestina – Bologna), Eliana Ferrari, Mirca Garuti (laboratorio multimediale Alkemia – Modena), Rodolfo Greco (www.palestinarossa.it – Milano), Luciano Ianni (attivista pro-Palestina – Roma), Enzo Infantino (attivista pro-Palestina – Calabria), Kalamu (gruppo musicale calabrese), Tonio Leone (attivista per la Palestina – Fasano), Alessia Leonello, Stefania Limiti (giornalista, Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila – Roma), Pati Luceri (docente e attivista pro-Palestina – Lecce), Francesco Maringiò (presidenza internazionale Centro Studi Correspondances Internacionales), Miriam Marino, Marcella Masperi, Mariano Mingarelli (Associazione Italo Palestinese – Firenze), Nicol? Monti (direttore Labaro TV), Maurizio Musolino (giornalista, Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila – Roma), Loretta Mussi (attivista pro-Palestina – Roma), Flavio Novara (Laboratorio multimediale Alkemia – Modena), Gustavo Pasquali (Comitato per non dimenticare il diritto al ritorno – Roma), Ivano Poppi, Laura Pugnaghi (Rete 1° marzo), Roberta Ravoni, Carmen Ricci, Dominique Sbiroli (Comitato con la Palestina nel cuore – Roma), Massimo Sgarzi, Elio Teresi (direttore Radio Aut per l’antimafia sociale – Palermo), Ornella Terracini, Marta Turilli (Comitato con la Palestina nel cuore – Roma), Jacopo Venier (direttore Libera TV), Maria Raffaella Violano (Presidente Amici della Mezza Luna Rossa Palestinese), Lucio Vitale.

QUI LA SCHEDA DI PREADESIONE

thanks to: Forum Palestina

Se il Parlamento italiano si facesse pagare per tutti gli inginocchiamenti altro che crisi!

Sulla Palestina vergognosa sceneggiata alla Camera

  • Venerdì, 27 Febbraio 2015 22:49
  • Sergio Cararo

Sulla Palestina vergognosa sceneggiata alla Camera

Pensiamo che nella storia parlamentare di questo paese – che pure ne ha viste tante – non sia mai accaduto che il governo appoggi due mozioni diverse sullo stesso argomento. Probabilmente la fregola di togliersi dalla scatole e dall’agenda la seccatura palestinese e la richiesta di riconoscimento dello Stato di Palestina, già approvata dall’assemblea plenaria delle Nazioni Unite e da diversi governi europei, ha provocato un pastrocchio senza precedenti.  In aula il governo è riuscito ad approvare due diverse mozioni: una presentata dal Pd (sul quale sono convenuti i voti di Sel e del Psi che hanno rinunciato alla propria mozione e francamente non se ne comprende l’utilità), l’altra presentata dagli alleati di governo del Ncd/Sc completamente appiattita sulla posizione israeliana. Anche la mozione del Pd, nei fatti, non riconosce lo Stato Palestinese ma si limita ad invitare al riconoscimento a patto che l’Olp riprenda i colloqui con Israele e costringa Hamas al riconoscimento dello stato israeliano. In pratica un nulla di fatto. La mozione migliore era quella del Movimento Cinque Stelle che però è stata bocciata.  Ma le curiosità, se così possiamo definirle, non sono finite qui. L’ambasciata israeliana appena cinque minuti dopo la votazione esprimeva la propria soddisfazione per l’esito del voto parlamentare e per la posizione del governo israeliano. “Accogliamo positivamente la scelta del Parlamento italiano di non riconoscere lo Stato palestinese e di aver preferito sostenere il negoziato diretto fra Israele e i palestinesi, sulla base del principio dei due Stati, come giusta via per conseguire la pace”  recita un comunicato dell’ambasciata israeliana. Anche l’ambasciata palestinese, in una nota molto ma molto sintetica ringrazia l’Italia. Ma alcuni fonti rivelano che da Ramallah, capitale dell’Anp, i giudizi sul voto italiano siano assai meno lusinghieri, ritenendo molto più avanzate le mozioni approvate da paesi come Francia o Gran Bretagna, “Il Presidente Abu Mazen è l’estremo baluardo negoziale, le ha provate tutte prima di rivolgersi alle Nazioni Unite e all’Europa, da mesi Israele lo delegittima in tutti i modi costruendo colonie in barba agli accordi e rendendo la sua azione inefficace”.

La mozione di Pd, Sel, Psi ha ottenuto 300 voti favorevoli, 40 contrari, 59 astenuti e impegna il governo a sostenere la costituzione dello Stato palestinese. La posizione del governo, però, ha subito scatenato la reazione della minoranza del Pd.  Stefano Fassina  ha definito “ridicolo” il placet fornito a due documenti  “in contrapposizione”.  L’altra mozione, quella del Ncd, Scelta Civica e centristi ha ottenuto 237 sì (tra cui i parlamentari del Pd che avevano votato anche l’altra mozione) 84 no e 64 astenuti  antepone invece la ripresa del dialogo tra israeliani e palestinesi e la fine della violenza al riconoscimento, quale condizione per il riconoscimento dello Stato di Palestina.  La mozione del M5S, decisamente quella più coincidente con i diritti dei palestinesi, è stata respinta. Difficile non condividere in questo caso la valutazione del M5S su quanto accaduto in Parlamento: “Abbiamo assistito a un bluff vergognoso da parte del governo, che ha votato due mozioni dal significato e dal valore diametralmente opposto sul riconoscimento dello Stato di Palestina, negando ancora una volta il sacrosanto diritto di esistere ad un popolo che da 67 anni attende giustizia” dicono in una nota i parlamentari del M5S, “Per questo riteniamo deliranti e infondate le soddisfazioni espresse da parte di Pd, Sel e maggioranza. Non c’è stato alcun riconoscimento dello Stato di Palestina e a confermarlo è la stessa nota diffusa in queste ore dall’ambasciata di Israele”.

Insomma una sceneggiata che rimuove ogni impegno concreto dell’Italia per far si che possa nascere un legittimo Stato Palestinese. In compenso da Israele fanno sapere che l’Italia si conferma il loro migliore alleato in Europa. Una prova ulteriore di questo servilismo delle autorità italiane verso Tel Aviv è l’enorme padiglione assegnato a Israele al prossimo Expo di Milano. Sarà collocato a fianco di quello italiano, ossia del cuore dell’esposizione. Una vergogna in più per chi ha ancora un minimo di senso della giustizia e della dignità dei popoli. Una occasione in più per i movimenti di solidarietà con il popolo palestinese per dimostrare che esiste un’altra Italia, migliore del suo governo e del suo parlamento e che attraverso la campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni può attuare quello che le istituzioni non intendono fare.

thanks to: Contropiano

Iscrizione al viaggio in Palestina e Israele: dal 1-8 aprile 2015

Conoscere nella solidarietà: Vieni anche tu in Palestina e Israele dal  1 al 8 aprile 2015

Accompagnati da Luisa Morgantini – già Vice Presidente Parlamento Europeo

Bilin

 È dal 1988 che l’Associazione per la Pace organizza viaggi di conoscenza e solidarietà in Palestina e Israele, un “andare e tornare” per ­­contribuire a tenere aperta la strada per la libertà e l’indipendenza del popolo palestinese, per una pacifica coesistenza tra i due popoli.

Anche questa volta il viaggio vuole dare voce all’altro volto della regione, alla forza e all’instancabilità di uomini e donne palestinesi, israeliani e internazionali, che resistono quotidianamente all’occupazione, rispondendo alla forza militare con la nonviolenza e battendosi per la fine dell’occupazione ed una pace equa e giusta.

Durante il nostro soggiorno, viaggeremo attraverso i Territori Palestinesi Occupati e Israele, per villaggi, città, campi profughi. Gerusalemme, Nazareth, Jaffa, Tel Aviv, Haifa, Ramallah, Hebron, Jenin,  ­Betlemme, Nablus, Gerico e la Valle del Giordano, i villaggi di Bili’in, Nabi Saleh, At Tuwani, al Mufaqqarah,i campi profughi di Balata e Aida: luoghi pieni di fascino e storia, ma anche pervasi dal dolore e dall’ingiustizia della illegalità dell’occupazione militare israeliana.

Incontreremo i comitati popolari, le famiglie dei prigionieri, parlamentari, rappresentanti politici e degli enti locali, associazioni per la difesa dei diritti umani, donne dei centri antiviolenza, pastori, beduini

Al ritorno racconteremo ciò di cui saremo stati testimoni ed agiremo per riaffermare il diritto dei palestinesi e di tutte e tutti alla libertà, alla dignità e all’autodeterminazione.

Il costo complessivo del nostro viaggio sarà di 1.200 euro (milleduecento), incluso biglietti aerei,camera d’albergo (doppia, supplemento per singola),colazione e cena,­­oltre a­­ guide e trasporti sul posto. Le partenze e i ritorni sono da Roma Fiumicino con voli Alitalia con possibilità di connessione da altri aeroporti nazionali (supplemento 50 €).

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Il 2014 in Palestina

Di Ramzy Baroud

24 dicembre 2014

In termini di perdite di vite umane, il 2014 è stato un anno  orribile per i palestinesi, che ha superato gli orrori sia del 2008 che del 2009, quando una guerra di Israele contro la Striscia di Gaza aveva ucciso e ferito migliaia di persone.

Mentre alcuni aspetti del conflitto ristagnano tra un Autorità Palestinese (AP) corrotta, inefficace, e la criminalità delle guerre e dell’occupazione  israeliane, sarebbe anche giusto sostenere che il 2014 è stato anche, in un certo grado, un punto di svolta, e non ci sono tutte brutte notizie.

Il 2014 è stato, in un certo modo un anno di chiarezza per coloro che erano  entusiasti di comprendere la realtà del ‘conflitto iraelo-palestinese’, ma che erano sinceramente confusi dai modi contrastanti in cui si  raccontava la situazione.

Ecco alcuni motivi per sostenere l’argomento che le cose stanno cambiando.

1.Un tipo diverso di Unità Palestinese

Sebbene i due principali partiti palestinesi, Fatah e Hamas in aprile abbiano accettato un governo di unità, poco è cambiato nella realtà dei fatti. Sì, un governo è stato ufficialmente costituito in giugno, e ha tenuto il suo primo incontro a ottobre. Gaza, però, è di fatto ancora gestita da Hamas che è stata in gran parte lasciata sola a gestire le faccende della Striscia dopo la guerra israeliana di luglio-agosto. Forse l’autorità di Mahmoud Abbas spera che la massiccia distruzione indebolisca Hamas fino portarla alla sottomissione politica, specialmente dato che l’Egitto continua a tenere completamente chiuso il valico di confine di Rafah.

Mentre, però, le fazioni non riescono a unirsi, la guerra di Israele a Gaza ha suscitato un nuovo impeto di lotta in Cisgiordania. I piani di Israele di prendere come obiettivo i luoghi sacri di Gerusalemme, particolarmente la Moschea al-Aqsa, accoppiati alla profonda angoscia provata dalla maggior parte dei palestinesi per i massacri compiuti da Israele a Gaza, stanno lentamente rieccheggiando in un’ondata di mini-insurrezioni. Alcuni immaginano che la situazione alla fine provocherà una massiccia Intifada che travolgerà tutti i territori. Se avverrà una terza intifada nel 2015, oppure no, è una faccenda diversa. Quello che importa è che il complotto da tempo orchestrato per dividere i palestinesi, stia andando in pezzi, e si sta finalmente formando un nuovo racconto collettivo di una lotta comune contro l’occupazione.

2.Un nuovo paradigma di resistenza

Il dibattito riguardo a quale forma di resistenza i palestinesi dovrebbero adottare o non adottare è stata  risolta non dai filantropi internazionali, ma dai palestinesi stessi. Al momento scelgono di usare qualsiasi forma di resistenza possibile che possa scoraggiare i progressi militari di Israele, come hanno fatto attivamente a Gaza i gruppi della resistenza. Anche se la più recente guerra di Israele ha ucciso quasi 2.200 palestinesi  e ne ha feriti oltre 11.000, per lo più civili, non è tuttavia riuscita a raggiungere nessuno dei suoi obiettivi dichiarati o sottintesi. Ha ricordato ancora una volta che la pura forza militare non è più l’unico fattore prevalente nella condotta di Israele verso i palestinesi. Mentre Israele trattava in modo violento i civili, la resistenza uccideva 70 israeliani, oltre 60 dei quali erano soldati; questo è stato anche un passo importante che testimonia la maturità della resistenza palestinese, che in precedenza aveva preso di mira i civili durante la seconda intifada e che rifletteva più disperazione che una strategia vincente. La legittimazione della resistenza si è riflessa, fino a un certo grado, nella recente decisione del Tribunale  Europeo di togliere Hamas dalla sua lista di organizzazioni terroriste.

La resistenza in Cisgiordania  sta assumendo nuove forme. Sebbene deve ancora diventare una campagna continua di attività contro l’occupazione, sembra che stia formando un’identità tutta sua che tiene conto diche cosa è possibile e di che cosa è pratico. Il fatto che il dibattito sui modi di resistenza del tipo ‘uno va bene per tutti’, sta diventando meno rilevante, e dà la precedenza a un approccio organico alla resistenza ideata dai palestinesi stessi.

3.Il Movimento  BDS normalizza il dibattito sui crimini di Israele

Un’altra forma di opposizione si sta  consolidando   nel Movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) che continua a crescere, acquistando energia, sostenitori, e risultati costanti. Non soltanto il 2014 è stato un anno in cui il BDS è riuscito a ottenere l’appoggio di numerose organizzazioni della società civile, di accademici, scienziati, persone famose e di arrivare a persone di tutte le estrazioni sociali, ma ha fatto qualcosa d’altro che è ugualmente importante: ha normalizzato il dibattito su Israele in molti circoli di tutto il mondo. Mentre qualsiasi critica a Israele era considerata un tabù nei giorni andati, esso è stato infranto per sempre. Mettere in dubbio la moralità e l’attuabilità del boicottaggio a Israele, non è più un argomento che spaventa, ma è aperto al dibattito su numerosi organi di stampa, nelle università e in altre piattaforme.

Il 2014 è stato un anno che ha reso la discussione sul boicottaggio Israele ancora più normale di prima. Mentre negli Stati Uniti si deve ancora raggiungere una massa critica, lo slancio  si sta svipuppando  costantemente  con la guida di studenti, uomini e donne del clero, persone famose e gente comune. In Europa il movimento ha avuto un enorme successo.

4. I parlamenti si trovano in una situazione scomoda

Mentre, per tradizione, gran parte dell’emisfero occidentale ha offerto un appoggio incondizionato ai palestinesi, l’Occidente è stato vanitosamente dalla parte di Israele. Dopo gli accordi di Oslo, si è sviluppata una posizione europea sconcertante, dove è stata accarezzata l’idea di trovare un ‘equilibrio’ tra una nazione occupata e quella occupante. A volte, l’Unione Europea (UE) ha timidamente criticato l’occupazione israeliana, continuando, allo stesso tempo, a essere uno dei più grossi partner commerciali  di Israele, fornendo armi all’esercito israeliano che le usa poi per attuare  crimini di guerra a Gaza e per sostenere la sua occupazione militare in Cisgiordania.

Questa politica  degenerata sta venendo contestata dai cittadini di varie nazioni europee. La guerra di Israele a Gaza di questa estate, ha rivelatole violazioni dei diritti umani da e i crimini di guerra di Israele, come mai prima, rivelando, lungo la strada, l’ipocrisia dell’UE. Per ridurre un po’ della pressione, sembra che alcuni paesi dell’UE stiano prendendo delle posizioni più forti contro Israele, esaminando la loro collaborazione militare, e contestando più coraggiosamente le politiche di destra del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. E’ seguita un’ondata di voti del parlamento, una votazione schiacciante a favore del riconoscimento della Palestina come stato. Mentre queste decisioni rimangono in gran parte simboliche, rappresentano un cambiamento nell’atteggiamento dell’UE verso Israele. Netanyahu continua    contro la ‘ipocrisia’ europea, forse fiducioso nell’appoggio incondizionato

di Washington. Ma, dato che gli Stati Uniti stanno perdendo il controllo del Medio Oriente in tumulto, il primo ministro israeliano potrebbe presto essere costretto a riconsiderare  il suo atteggiamento ostinato.

5.La democrazia di Israele rivelata

Per decenni, Israele si è definita stato sia democratico che ebraico. L’obiettivo era chiaro: mantenere la superiorità ebraica sugli arabi palestinesi, continuando contemporaneamente a presentarsi come una moderna democrazia ‘occidentale’ – di fatto ‘l’unica democrazia in Medio Oriente.’ Mentre i palestinesi e molti altri non si sono fatti convincere dalla farsa della democrazia, molti hanno accettato quella dicotomia facendo poche domande.

Mentre Israele non ha una costituzione, ha un ‘codice’, chiamato la Legge Fondamentale. Dato che non esiste un equivalente israeliano di ‘emendamento costituzionale’ – il governo di Netanyahu sta facendo pressioni per avere una nuova legge nel parlamento israeliano, la Knesset. Questo, sostanzialmente ,proporrà nuovi principi in base ai quali Israele si auto definirà. Uno di questi principi definirà Israele come ‘stato nazionale del popolo ebraico’,  considerando  quindi tutti i cittadini di Israele non ebrei come cittadini inferiori. Mentre, per tutti gli intenti e gli scopi pratici, i cittadini palestinesi di Israele sono stai trattati come reiett,   e ci sono state molte discriminazioni nei loro confronti, la nuova Legge Fondamentale sarà una conferma costituzionale della loro inferiorità applicata dallo stato. Il paradigma ebraico e democratico sta morendo  definitivamente,  rivelando la realtà israeliana per quello che è.

6. L’anno che verrà

Certamente il 2015 porterà molte delle stesse cose: l’AP combatterà per sopravvivere e per cercare di mantenere con tutti gli strumenti a sua disposizione, i suoi privilegi che Israele, gli Stati Uniti e altri le hanno conferito; Israele sarà ancora incoraggiata dai finanziamenti e  dall’appoggio incondizionato americano e dal suo supporto militare. Tuttavia il nuovo slancio, reale e antagonista è improbabile che finisca, contestando e rivelando  l’occupazione israeliana da una parte, e scansando l’Autorità Palestinese egocentrica, dall’altra.

Il 2014 è stato un anno molto doloroso per la Palestina, ma anche un anno in cui la resistenza collettiva del popolo palestinese e dei suoi sostenitori, si sono dimostrate troppo forti da piegare o da rompere. E in questo possiamo trovare molto conforto.

Ramzy  Baroud è  un opinionista che scrive sulla stampa internazionale, è consulente nel campo dei mezzi di informazione, scrittore e fondatore del sitoPalestineChronicle.com. Il suo libro più recente è: My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story(Pluto Press, London )[Mio padre era un combattente per la libertà: la storia di Gaza che non è stata raccontata].

Nella foto: manifestazione pro-Palestina a Parigi,  luglio 2014. Sui cartelli c’è scritto: Un solo stato adesso! Abbasso il sionismo!

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://zcomm.org/znet/2014-in-palestine

Originale: non indicato

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

thanks to: ZNET Italy

 

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Francia, sì Parlamento a riconoscimento Palestina

(ANSAmed) – PARIGI, 2 DIC – L’Assemblea nazionale francese ha approvato la mozione che chiede al governo di riconoscere lo Stato della Palestina, con 339 voti favorevoli, 151 contrari e 16 astensioni. Il testo non ha valore vincolante per l’esecutivo, a cui spetta la decisione sul riconoscimento, ma ha un forte impatto simbolico e di sfida al governo israeliano.

A favore del provvedimento si sono espressi la gran parte dei parlamentari della maggioranza socialista, i verdi e l’estrema sinistra, mentre i centristi dell’Udi e il gruppo di centrodestra hanno votato contro. Al voto non era presente il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, oggi a Bruxelles per il vertice Nato. A rappresentare il Quai d’Orsay c’era il sottosegretario agli Affari europei, Harlem Desir.(ANSAmed).

thanks to: ANSAmed

L’Intervista: “La Palestina vincerà contro l’ingiustizia. La storia dei popoli oppressi ce lo insegna”

La redazione di InfoPal ha intervistato Davood Abbasi, giornalista e ex direttore di Radio Irib, sulla drammatica situazione in Palestina.
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La situazione a Gerusalemme sta esplodendo: ormai da diversi mesi, le forze israeliane uccidono, feriscono e arrestano i Palestinesi. I luoghi sacri musulmani e cristiani sono quotidianamente violati da soldati e coloni.
Qual è la sua analisi e che futuro prossimo prevede per la Città Santa?
 
Credo che in casi complessi come quello del Medioriente, la migliore opzione sia quella di fare riferimento alla storia umana.
In essa troviamo tanti esempi che possono essere ritenuti simili all’attuale situazione in Palestina.
Posso pensare alle vicende bibliche (ed altresì coraniche) dello stesso popolo di Israele, perseguitato dal Faraone d’Egitto durante il periodo di Mosè o reso schiavo e deportato a Babilonia nel sesto secolo avanti Cristo.
Penso ai cristiani che inizialmente vennero perseguitati dai romani; penso ai primi musulmani che venivano uccisi e torturati dagli idolatri della Mecca nel settimo secolo.
Per arrivare ai giorni nostri mi ricordo l’esempio del Sudafrica dell’Apartheid o dell’India sotto il dominio coloniale britannico.
Il comune denominatore di tutti questi esempi è che la forza dominatrice discriminava un altro popolo per questione di intolleranza religiosa o per questione di razzismo.
In tutti questi casi l’etnia perseguitata non solo ha raggiunto la libertà ma ad un certo punto ha avuto anche il sopravvento sui propri dominatori.
Forse l’unica eccezione a questa regola è quella degli autoctoni del continente americano.
Essendo un intellettuale musulmano non posso distaccarmi dall’ideologia e dalla visione del mondo islamica (un pesce non può uscire dall’acqua e vedere il mondo da fuori); pensando al Corano ricordo i tanti versetti che parlano del fatto che “la terra verrà ereditata dagli oppressi” e che “Dio non ha mai voluto la supremazia degli infedeli sui credenti”.
O ancora vi sono molti detti del profeta Mohammad (la pace sia con lui) che ricordano che un governo può persistere se governato da infedeli, ma non se viene governato da tiranni ed ingiusti.
Tutto questo mi lascia pensare che il regime di Israele, con i connotati e l’operato odierno, sia un qualcosa di instabile ed in una fase di inesorabile declino.
Tra l’altro anche l’aumento della popolazione palestinese e la riduzione parallela di quella israeliana lascia pensare che in futuro Israele non possa condurre l’attuale politica sanguinaria.
In più bisogna anche dire che è una follia il pensiero di poter isolare all’infinito i Palestinesi. Prima o poi, come è avvenuto in Libano dal 1982 a questa parte, i palestinesi sapranno armarsi degnamente e per Israele non sarà tanto facile aggredirli.
Già nel conflitto dell’estate scorsa a Gaza abbiamo assistito ad una capacità missilistica mai vista da parte di Hamas, e naturalmente anche una coraggiosa capacità di difendere i territori della Striscia ad opera dei combattenti.
L’altro elemento da esaminare sono i cambiamenti degli equilibri geopolitici a livello mondiale. Se oggi gli Stati Uniti sono l’unica superpotenza, non è detto che tra dieci anni lo siano ancora.
L’ultimo elemento che voglio esaminare darà una risposta precisa alla sua domanda, ovvero sul futuro prossimo del Medioriente.
I Palestinesi, dopo decenni di lotta gloriosa, hanno accettato gli accordi di Oslo, ma da allora non hanno ottenuto nulla da Israele. Ciò ha poco alla volta insegnato ai palestinesi che Tel Aviv non comprende il linguaggio del negoziato e che l’unica via per indurre Israele a fare passi indietro è, purtroppo, l’uso della forza. D’altro canto la situazione in Palestina è così drammatica, Gaza ne è un esempio, che ai Palestinesi non è rimasta altra opzione se non quella di combattere.
Credo pertanto che nel futuro prossimo osserveremo una lotta armata senza precedenti dei palestinesi contro Israele.
L’ultima cosa è considerare anche il ruolo dei paesi islamici.
Senza tanti giri di parole, ci sono i paesi traditori della Palestina, vedi Arabia Saudita o Egitto, e ci sono i paesi sostenitori della Palestina, tra cui il mio, l’Iran.
 
Gaza è distrutta e sotto assedio totale israelo-egiziano. Non entra nulla e la gente vive sotto la pioggia, nonostante le promesse dei donatori arabo-internazionali di far arrivare miliardi per la ricostruzione.
Quali sono le prospettive?
 
Quando la situazione a Gaza è così drammatica che la gente sa che nel caso del proseguimento delle condizioni attuali, è condannata a morire, credo proprio che deciderà di combattere, tanto nel peggiore dei casi morirà lo stesso; ma se combatte è anche possibile che possa liberare la propria gente e regalare un futuro migliore ai propri cari. Credo che gli aiuti internazionali non arriveranno mai. L’Egitto non apre nemmeno il valico di Rafah per far passare gli aiuti altrui. L’Arabia Saudita è quasi ufficialmente un alleato di Israele; la Turchia è un membro della Nato ed ormai non riesce ad ingannare nessuno con le prese di posizione contro Israele. 
 
Perché il mondo tace di fronte alla sofferenza del popolo palestinese?
Cosa sta facendo il mondo islamico per aiutare la Palestina?
 
Il mondo islamico deve intanto ritrovarsi. L’Oci non è mai stata un’organizzazione potente ed influente. Lo stesso vale per la Lega Araba, il Consiglio per la Cooperazione del Golfo Persico e tutti gli altri gruppi formati da nazioni islamiche. Ciò è dovuto alla presenza, in tutti, di nazioni alleate degli Stati Uniti.
Senza voler dare giudizi di parte, credo che sia internazionalmente riconosciuto il fatto che intorno all’Iran si sia formato un primo timido fronte islamico che ha il suo centro proprio nel Paese, una potenza regionale e che poi ha la sua base principale in Siria, in parte in Iraq ed in Libano e forse, in futuro in nazioni come Bahrain e Yemen.
Credo che quella parte del mondo islamico che non tradisce la propria identità, stia già cercando di aiutare i palestinesi attraverso vie ufficiali e non.
Il resto del mondo islamico, a quanto pare, non è in grado di farlo semplicemente perché non ha governi che rispecchiano il volere popolare di opporsi all’ingiustizia sionista.
Per quanto riguarda il resto del mondo, pretendere che la politica internazionale o le stesse Nazioni Unite, agiscano sulla base della “giustizia”, è davvero una grande illusione.
Cuba è stata vittima per oltre mezzo secolo di sanzioni senza alcuna colpa! L’Iran è colpito da sanzioni per 35 anni senza un motivo! Ora anche la Russia verrà colpita da sanzioni.
In Vietnam sono morte centinaia di migliaia di persone ed ancora oggi non si sa perché.
Purtroppo le vicende dei nostri tempi non vanno avanti sulla base della “giustizia”, ma sulla base del potere e della ricchezza.
I palestinesi avranno sostegno solo se i loro protettori, e abbiamo detto chi sono, acquisiranno maggiore potere a livello internazionale.
 
Che relazione vede tra l’ISIS/IS è la situazione in Palestina?
 
La relazione è interessante. L’Isis, o in generale qualsiasi forma di terrorismo che possa essere bollata “terrorismo islamico”, diffama la Jihad, ovvero la guerra santa di cui parla il Corano e che è di natura difensiva e serve per difendere, come il caso della Palestina, l’esistenza e la sopravvivenza della comunità dei fedeli.
Quella dei palestinesi, è realmente una Jihad, perché si tratta di una lotta per garantire la propria sopravvivenza e viene effettuata contro una entità ingiusta ed assassina.
E poi i palestinesi hanno una ricca cultura che non è paragonabile a quella barbarie che mette in mostra l’Isis.
L’Isis è una masnada di terroristi messi insieme dai quattro angoli della terra, con grande gentilezza, dalle agenzie d’intelligence occidentali che hanno voluto usarli come strumento a proprio favore in Iraq e Siria ed in più screditare l’Islam e gli autentici movimenti rivoluzionari islamici, quello palestinese in primis.
Credo anche che però il piano ideato dai centri di spionaggio occidentali, alla fine, risulti controproducente. Siamo ormai nel mondo dell’informazione e presto tutti, ma veramente tutti, capiranno che l’Islam vero non è quello dell’Isis ma quello che nella storia passata e attuale ha prodotto cultura, scienza, tolleranza e convivenza pacifica tra i vari popoli che lo compongono.
Ed anche per quanto riguarda la lotta, la gente saprà distinguere le attività terroristiche dalla resistenza lecita dei éalestinesi.
In generale prevedo una vittoria per i Palestinesi, ed una sconfitta per Israele, a lungo andare, ma ciò non significa che la vittoria arriverà dal cielo ed automaticamente.
Non posso non pensare agli altri abitanti del Medioriente, cristiani e soprattutto ebrei. Spero che ricerchino nella convivenza con gli altri popoli la pace e la felicità.
Chi semina vento non raccoglie rami di ulivo e chi promette benessere cercando di sterminare un altro popolo a mio avviso non è credibile.
thanks to: Infopal

Israele, uno Stato inventato (a insaputa degli ebrei)

La guerra, che continua ininterrottamente da 66 anni in Palestina, ha conosciuto una nuova svolta con le operazioni israeliane “Guardiani dei nostri fratelli”, e poi “Roccia inamovibile” (stranamente tradotta dalla stampa occidentale con l’espressione “Margine protettivo”).

Chiaramente, Tel Aviv – che aveva scelto di strumentalizzare la scomparsa di tre giovani israeliani per lanciare queste operazioni e “sradicare Hamas” al fine di sfruttare il gas naturale di Gaza, secondo il piano enunciato nel 2007 dall’attuale  Ministro della Difesa [1] – è stata spiazzata dalla reazione della Resistenza. Il Jihad islamico ha risposto inviando razzi di media gittata molto difficili da intercettare, che si aggiungono a quelli lanciati da Hamas.

La violenza degli eventi che hanno già ucciso oltre 1.500 palestinesi e 62 israeliani (ma le cifre israeliane sono soggette a censura militare e sono probabilmente minimizzate) ha sollevato un’ondata di proteste in tutto il mondo. Oltre ai 15 membri del Consiglio di Sicurezza, riunitosi il 22 luglio, ha dato la parola ad altri 40 Stati che intendevano esprimere il loro sdegno per il comportamento di Tel Aviv e la sua “cultura dell’impunità”. La sessione anziché durare le solite 2 ore, si è protratta per 9 ore [2].

Simbolicamente, la Bolivia ha dichiarato Israele uno “Stato terrorista” e ha abrogato l’accordo sulla libera circolazione che lo riguardava. Ma in generale, le dichiarazioni di protesta non sono state seguite da un aiuto militare, ad eccezione di quelle dell’Iran e simbolicamente della Siria. Entrambi sostengono la popolazione palestinese attraverso il Jihad islamico, l’ala militare di Hamas (ma non la sua ala politica, membro dei Fratelli Musulmani), e tramite il FPLP-CG.

A differenza dei casi precedenti (operazioni “Piombo fuso” nel 2008 e “Colonna di nuvola” nel 2012), i due Stati che proteggono Israele presso il Consiglio (Stati Uniti e Regno Unito) hanno favorito l’elaborazione di una dichiarazione del presidente del Consiglio di Sicurezza che sottolineava gli obblighi umanitari di Israele [3]. 
In realtà, al di là della questione di fondo di un conflitto che dura dal 1948, si assiste a un consenso per condannare almeno il ricorso da parte di Israele di un uso sproporzionato della forza.

Tuttavia, questo consenso apparente maschera analisi assai diverse: alcuni autori interpretano il conflitto come una guerra di religione tra ebrei e musulmani; altri lo vedono al contrario come una guerra politica secondo uno schema coloniale classico. Che cosa dobbiamo pensarne?

Che cosa è il sionismo?

A metà del XVII secolo, i calvinisti britannici si riunirono intorno a Oliver Cromwell e rimisero in questione la fede e la gerarchia del regime. Dopo aver rovesciato la monarchia anglicana, il “Lord Protettore” pretese di consentire al popolo inglese di raggiungere la purezza morale necessaria ad attraversare una tribolazione di sette anni, dare il benvenuto al ritorno del Cristo e di vivere in pace con lui per 1000 anni (il “Millennium”). Per far ciò, secondo la sua interpretazione della Bibbia, gli ebrei dovevano essere dispersi fino agli estremi confini della terra, poi raggruppati in Palestina, dove ricostruire il tempio di Salomone. Su questa base, instaurò un regime puritano, levò nel 1656 il divieto che era stato fatto agli ebrei di stabilirsi in Inghilterra e annunciò che il suo paese s’impegnava a creare in Palestina lo Stato di Israele.

Poiché la setta di Cromwell fu a sua volta rovesciata alla fine della “Prima Guerra civile inglese”, i suoi sostenitori uccisi o esiliati, e poiché la monarchia anglicana fu restaurata, il sionismo (cioè il progetto della creazione di uno Stato per gli ebrei) fu abbandonato. Riapparve nel XVIII secolo con la “Seconda guerra civile inglese” (secondo il nome dei manuali di storia delle scuole secondarie nel Regno Unito) che il resto del mondo conosce come la “Guerra d’Indipendenza degli Stati Uniti” (1775-1783). Contrariamente alla credenza popolare, essa non fu intrapresa in nome degli ideali dell’Illuminismo che animarono pochi anni dopo la Rivoluzione francese, ma fu finanziata dal re di Francia e condotta per motivi religiosi al grido di «Il nostro re è Gesù!».

George Washington, Thomas Jefferson e Benjamin Franklin, per citarne alcuni, si sono presentati come i successori dei sostenitori esiliati di Oliver Cromwell. Gli Stati Uniti hanno dunque logicamente ripreso il suo progetto sionista.

Nel 1868, in Inghilterra, la regina Victoria nominò Primo Ministro l’ebreo Benjamin Disraeli. Questi propose di concedere una parte di democrazia ai discendenti dei sostenitori di Cromwell in modo da poter contare su tutto il popolo per estendere il potere della Corona nel mondo. Soprattutto, propose di allearsi alla diaspora ebraica per condurre una politica imperialista di cui essa sarebbe stata l’avanguardia. Nel 1878, fece iscrivere “la restaurazione di Israele” all’ordine del giorno del Congresso di Berlino sulla nuova spartizione del mondo.

È su questa base sionista che il Regno Unito ristabilì i suoi buoni rapporti con le sue ex colonie divenute nel frattempo gli Stati Uniti alla fine della ” Terza guerra civile inglese” – nota negli Stati Uniti come la “guerra civile americana” e nell’Europa continentale come la “guerra di Secessione” (1861-1865) – che vide la vittoria dei successori dei sostenitori del Cromwell, gli WASP (White Anglo-Saxon Puritans) [4]. Anche in questo caso, è del tutto sbagliato che si presenti questo conflitto come una lotta contro la schiavitù, intanto che cinque stati del nord la praticavano ancora.

Fino quasi alla fine del XIX secolo, il sionismo è solo un progetto puritano anglo-sassone al quale solo un’élite ebraica aderisce. È fortemente condannato dai rabbini che interpretano la Torah come un’allegoria e non come un piano politico.

Tra le conseguenze attuali di questi fatti storici, dobbiamo ammettere che se il sionismo mira alla creazione di uno Stato per gli ebrei, è anche il fondamento degli Stati Uniti. Pertanto, la questione se le decisioni politiche d’insieme siano prese a Washington o a Tel Aviv ha solo interesse relativo. È la stessa ideologia ad essere al potere in entrambi i paesi. Inoltre, poiché il sionismo ha permesso la riconciliazione tra Londra e Washington, il fatto di sfidarlo significa affrontare questa alleanza, la più potente del mondo.

L’adesione del popolo ebraico al sionismo anglosassone

Nella Storia ufficiale attuale, è consuetudine ignorare il periodo dal XVII al XIX secolo e presentare Theodor Herzl come il fondatore del sionismo. Tuttavia, secondo le pubblicazioni interne dell’Organizzazione Sionista Mondiale, anche questo punto è falso.

Il vero fondatore del sionismo contemporaneo non era ebreo, bensì cristiano dispenzionalista. Il reverendo William E. Blackstone era un predicatore americano per il quale i veri cristiani non avrebbero dovuto partecipare alle prove della fine del tempo. Basava l’insegnamento su coloro che sarebbero stati elevati al cielo durante la battaglia finale (il “rapimento della Chiesa”, in inglese “the rapture”). Nella sua visione, gli ebrei avrebbero combattuto questa battaglia e ne sarebbero usciti allo stesso tempo convertiti a Cristo e vittoriosi.

È la teologia del reverendo Blackstone che è servita da base per il sostegno immancabile di Washington alla creazione di Israele. E questo molto prima che l’AIPAC (la lobby pro-Israele) venisse creata e prendesse il controllo del Congresso. In realtà, il potere della lobby non risiede tanto nel suo denaro e la sua capacità di finanziare le campagne elettorali, quanto in questa ideologia ancora presente negli Stati Uniti [5].

La teologia del rapimento per quanto stupida possa sembrare è oggi molto potente negli Stati Uniti. Rappresenta un fenomeno nel mercato dei libri e nel cinema (si veda il film Left Behind, con Nicolas Cage, che uscirà ad ottobre).

Theodor Herzl era un ammiratore del magnate dei diamanti Cecil Rhodes, teorico dell’imperialismo britannico e fondatore del Sudafrica, della Rhodesia (cui diede il suo nome) e dello Zambia (ex Rhodesia del Nord). Herzl non era israelita praticante né aveva circonciso suo figlio. Ateo come molti borghesi europei del suo tempo, si batté all’inizio per assimilare gli ebrei convertendoli al cristianesimo. Tuttavia, riprendendo la teoria di Benjamin Disraeli, giunse alla conclusione che la soluzione migliore fosse quella di farli partecipare al colonialismo britannico creando uno stato ebraico, collocato nell’attuale Uganda o in Argentina. Seguì l’esempio di Rhodes nella maniera di acquistare terreni e di costruire l’Agenzia Ebraica.

Blackstone riuscì a convincere Herzl a unire le preoccupazioni dei dispenzionalisti a quelle dei colonialisti. Era sufficiente per tutto questo considerare di stabilire Israele in Palestina e di moltiplicare i riferimenti biblici. Grazie a questa idea assai semplice, giunsero a far aderire la maggioranza degli ebrei europei al loro progetto. Oggi Herzl è sepolto in Israele (sul monte Herzl) e lo Stato ha posto nella sua bara la Bibbia annotata che Blackstone gli aveva offerto.

Il sionismo non ha dunque mai avuto come obiettivo quello di «salvare il popolo ebraico dandogli una patria», bensì quello di far trionfare l’imperialismo anglosassone associandovi gli ebrei. Inoltre, non solo il sionismo non è un prodotto della cultura ebraica, ma la maggior parte dei sionisti non è mai stata ebrea, mentre la maggioranza dei sionisti ebrei non sono israeliti dal punto di vista religioso. I riferimenti biblici, onnipresenti nel discorso pubblico israeliano, rispecchiano il pensiero solo della parte credente del paese e sono destinati principalmente a convincere la popolazione statunitense.

Il patto anglosassone per la creazione di Israele in Palestina

La decisione di creare uno Stato ebraico in Palestina è stata presa congiuntamente dai governi britannico e statunitense. È stata negoziata dal primo giudice ebreo della Corte Suprema degli Stati Uniti, Louis Brandeis, sotto gli auspici del reverendo Blackstone e fu approvata sia dal presidente Woodrow Wilson sia dal primo ministro David Lloyd George, sulla scia degli accordi franco-britannici Sykes-Picot sulla spartizione del “Vicino Oriente”. Questo accordo fu progressivamente reso pubblico.

Il futuro Segretario di Stato per le Colonie, Leo Amery, ebbe l’incarico di inquadrare gli anziani del “Corpo dei mulattieri di Sion” per creare, con i due agenti britannici Ze’ev Jabotinsky e Chaim Weizmann, la “Legione ebraica” in seno all’esercito britannico.

Il ministro degli Esteri Lord Balfour inviò una lettera aperta a Lord Walter Rothschild per impegnarsi a creare un “focolare nazionale ebraico” in Palestina (2 novembre 1917). Il presidente Wilson annoverò tra i suoi obiettivi di guerra ufficiali (il 12° dei 14 punti presentati al Congresso l’8 gennaio 1918) la creazione di Israele.

Pertanto, la decisione di creare Israele non ha nulla a che fare con la distruzione degli ebrei d’Europa sopravvenuta due decenni più tardi, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Durante la Conferenza di pace di Parigi, l’emiro Faisal (figlio dello Sharif della Mecca e futuro re dell’Iraq britannico) firmò, in data 3 gennaio 1919, un accordo con l’Organizzazione Sionista, impegnandosi a sostenere la decisione anglosassone.

La creazione dello Stato di Israele, che è fatta contro la popolazione della Palestina, era quindi fatta anche con l’accordo dei monarchi arabi. Inoltre, all’epoca, lo Sharif della Mecca, Hussein bin Ali, non interpretava il Corano alla maniera di Hamas. Non pensava che “una terra musulmana non può essere governata da non-musulmani.”

La creazione giuridica dello Stato d’Israele

Nel maggio 1942, le organizzazioni sioniste tennero il loro congresso al Biltmore Hotel di New York. I partecipanti decisero di trasformare il «focolare nazionale ebraico» della Palestina in «Commonwealth ebraico» (riferendosi al Commonwealth con cui Cromwell aveva brevemente sostituito la monarchia britannica) e di autorizzare l’immigrazione di massa degli ebrei verso la Palestina. In un documento segreto, venivano precisati tre obiettivi:

«(1) lo Stato ebraico avrebbe abbracciato l’intera Palestina e probabilmente la Transgiordania;
(2) il trasferimento delle popolazioni arabe in Iraq 
(3) la presa in mano da parte degli ebrei dei settori dello sviluppo e del controllo dell’economia in tutto il Medio Oriente».

Quasi tutti i partecipanti ignoravano allora che la «soluzione finale della questione ebraica» (die Endlösung der Judenfrage) aveva appena preso inizio segretamente in Europa.

In definitiva, mentre i britannici non sapevano più come soddisfare sia gli ebrei sia gli arabi, le Nazioni Unite (che a quel tempo annoveravano appena 46 Stati membri) proposero un piano per spartire la Palestina a partire dalle indicazioni che gli fornirono i britannici. Uno Stato bi-nazionale doveva essere creato, comprendente uno Stato ebraico, uno Stato arabo e una zona soggetta a un “regime internazionale speciale” per amministrare i luoghi santi (Gerusalemme e Betlemme). Questo progetto fu adottato attraverso la risoluzione 181 dell’Assemblea Generale. [6]

Senza attendere il seguito dei negoziati, il presidente dell’Agenzia Ebraica, David Ben Gurion, proclamò unilateralmente lo Stato di Israele, subito riconosciuto dagli Stati Uniti. Gli arabi del territorio israeliano furono sottoposti alla legge marziale, i loro movimenti furono limitati, i loro passaporti confiscati. I paesi arabi di recente indipendenza intervennero. Ma senza eserciti ancora costituiti, furono rapidamente sconfitti. Durante questa guerra, Israele procedette a una pulizia etnica e costrinse almeno 700.000 arabi a fuggire.

L’ONU inviò un mediatore, il conte Folke Bernadotte, un diplomatico svedese che aveva salvato migliaia di ebrei durante la guerra. Constatò che i dati demografici trasmessi dalle autorità britanniche erano falsi e pretese la piena attuazione del piano di spartizione della Palestina. Al dunque, la risoluzione 181 implica il ritorno dei 700.000 arabi espulsi, la creazione di uno Stato arabo e l’internazionalizzazione di Gerusalemme.

L’inviato speciale delle Nazioni Unite fu assassinato, il 17 Settembre 1948, su ordine del futuro primo ministro Yitzhak Shamir.

Furibonda, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la risoluzione 194, che riafferma i principi della risoluzione 181 e, inoltre, proclama il diritto inalienabile dei palestinesi a tornare alle loro case e ad essere risarciti per il danno che avevano appena subito [7].

Tuttavia, poiché Israele aveva arrestato gli assassini di Bernadotte, e poi li processò e condannò, fu accolto in seno all’ONU con la promessa di onorare le risoluzioni. Ma erano nient’altro che bugie. Subito dopo gli assassini furono graziati e lo sparatore divenne la guardia del corpo personale del Primo Ministro David Ben Gurion.

Fin dalla sua adesione all’Onu, Israele non ha mai smesso di violare le risoluzioni che si sono accumulate all’Assemblea Generale e al Consiglio di Sicurezza. I suoi legami organici con due membri del Consiglio che dispongono del diritto di veto lo hanno collocato di fuori del diritto internazionale. È diventato uno Stato off-shore che permette agli Stati Uniti e al Regno Unito di fingere di rispettare anche loro il diritto internazionale, mentre lo violano dietro questo pseudo-Stato.

È assolutamente sbagliato ritenere che il problema posto da Israele riguardi solo il Medio Oriente. Oggi Israele agisce militarmente in tutto il mondo a copertura dell’imperialismo anglosassone. In America Latina, ci furono agenti israeliani che organizzarono la repressione durante il colpo di stato contro Hugo Chávez (2002) o il rovesciamento di Manuel Zelaya (2009). In Africa, erano ovunque presenti durante la guerra dei Grandi Laghi e hanno organizzato l’arresto di Muammar el-Gheddafi. In Asia, hanno condotto l’assalto e il massacro delle Tigri Tamil (2009), ecc. Ogni volta, Londra e Washington giurano che non c’entrano per nulla. Inoltre, Israele controlla numerose istituzioni mediatiche e finanziarie (come la Federal Reserve statunitense).

La lotta contro l’imperialismo

Fino alla dissoluzione dell’URSS, era evidente a tutti che la questione israeliana scaturisse dalla lotta contro l’imperialismo. I palestinesi erano sostenuti da tutti gli anti-imperialisti del mondo – perfino dai membri dell’Armata Rossa giapponese – che venivano a combattere al loro fianco.

Oggi, la globalizzazione della società dei consumi e la perdita di valori che ne è seguita hanno fatto perdere coscienza del carattere coloniale dello Stato ebraico. Solo arabi e musulmani si sentono coinvolti. Essi mostrano empatia per la condizione dei palestinesi, ma ignorano i crimini israeliani nel resto del mondo e non reagiscono ad altri crimini imperialisti.

Tuttavia, nel 1979, l’ayatollah Ruhollah Khomeini spiegò ai suoi fedeli iraniani che Israele era solo una bambola nelle mani degli imperialisti e che l’unico vero nemico era l’alleanza degli Stati Uniti e del Regno Unito. Per il fatto di affermare questa semplice verità, Khomeini fu caricaturizzato in Occidente e gli sciiti furono presentati come eretici in Oriente. Oggi l’Iran è l’unico paese al mondo ad inviare grandi quantità di armi e consiglieri per aiutare la Resistenza palestinese, mentre i regimi sionisti arabi se ne stanno a discutere amabilmente in videoconferenza con il presidente israeliano durante le riunioni del Consiglio di sicurezza del Golfo [8].

NOTE

[1] “La guerra del gas si estende al Levante“, di Thierry Meyssan, Al-Watan/Rete Voltaire, 21 luglio 2014.

[4] The Cousins’ Wars: Religion, Politics, Civil Warfare and the Triumph of Anglo-America, par Kevin Phillips, Basic Books (1999).

[5] Cfr. American Theocracy (2006) di Kevin Phillips, uno storico eccezionale che fu uno dei consiglieri di Richard Nixon.

[6] «Résolution 181 de l’Assemblée générale de l’Onu», Réseau Voltaire, 29 novembre 1947.

[7] “Résolution 194 de l’Assemblée générale de l’ONU“, Réseau Voltaire, 11 Dicembre 1948.

Questa “cronaca settimanale di politica estera” appare simultaneamente in versione araba sul quotidiano“Al-Watan” (Siria), in versione tedesca sulla “Neue Reinische Zeitung”, in lingua russa sulla “Komsomolskaja Pravda”, in inglese su “Information Clearing House”, in francese sul “Réseau Voltaire”.

Thierry Meyssan, 3 agosto 2014.

Traduzione per Megachip a cura di Matzu Yagi.

thanks to: Megachip

Università di Torino, Daniela Santus si è rifiutata di presiedere la seduta di laurea di due studentesse che presentavano una tesi sulla Palestina

Questa mattina abbiamo appreso dai quotidiani locali che una docente della facoltà di Lingue dell’Università di Torino, Daniela Santus, si è rifiutata di presiedere la seduta di laurea di due studentesse che presentavano una tesi sulla Palestina (qui un articolo sulla vicenda).

 
Alcuni anni fa – era il 2005 – organizzammo diverse iniziative e petizioni perché fosse impedito l’invito di rappresentanti istituzionali di Israele a iniziative o lezioni organizzate dalle facoltà di Torino. 
La nostra posizione era un chiaro rifiuto alla presenza di sionisti e oppressori promotori dell’apartheid in Palestina: per noi non esiste l’ebreo o il non ebreo – solo l’oppresso e l’oppressore – per cui critichiamo ogni governo e ogni Stato che riproduca al suo interno le forme moderne dell’oppressione sociale, le stesse che sono alla radice di un presente di precarietà e crisi che mette a repentaglio le vite di noi giovani.
Una docente, in particolare, tentò in tutti i modi di alzare il livello delle tensioni in università, invitando in ateneo alcuni membri dell’allora governo Sharon (quello che fece costruire il muro della vergogna in Cisgiordania) e richiedendo una militarizzazione di tipo cileno all’interno di Palazzo Nuovo.
E’ triste vedere come, a distanza di anni, quella stessa docente faccia sfoggio della sua intolleranza e incapacità di dialogo rifiutandosi addirittura di ascoltare la tesi di due studentesse, colpevoli evidentemente di non pensarla come lei.

Ma come, l’università non è forse il luogo della libera espressione, della circolazione di idee e del confronto intellettuale?
Forse, per qualcuno che sostiene l’oppressione di un popolo come modello democratico da esportare, probabilmente no.

 
Collettivo Universitario Autonomo – Torino

Campagna affido a distanza bambini/e di Gaza


“perché le bambine e i bambini palestinesi possano crescere liberi nella loro terra”

Salaam Ragazzi dell’Olivo-Comitato di Milano-Onlus è una associazione di volontariato, costituitasi nel 1992, che opera con attività e progetti in Palestina, finalizzati alla solidarietà a favore dell’infanzia e del popolo palestinese.

Dal 2000 ci siamo impegnati, in particolare, con il “progetto Shady di affido contestualizzato”, nel territorio del campo profughi di Jabalia e dei villaggi circostanti (nel nord della striscia di Gaza).

“Affido contestualizzato” significa inserire l’affido a distanza del singolo bambino o adolescente in un progetto che coinvolge una comunità territoriale.

Il soggetto collettivo palestinese con cui abbiamo scelto di attuare questo progetto è il Remedial Education Center di Jabalia (R.E.C.): un’associazione educativa, laica e democratica, attiva nel nord della striscia di Gaza, che si occupa di rispondere ai bisogni dei bambini/e e ragazzi/e, che presentano disagio psichico e difficoltà di apprendimento a causa delle condizioni sociali, economiche e familiari in cui sono costretti a vivere e crescere sotto il controllo e l’oppressione israeliana.

Questo tipo di progetto ci permette anche di instaurare relazioni, scambi reciproci e di sostenere una struttura dell’associazionismo palestinese, che svolge un ruolo significativo all’interno della società civile locale.

Come sapete la striscia di Gaza è una grande “prigione a cielo aperto”, da dove sono bloccati i movimenti delle persone e gli scambi commerciali, dove le incursioni militari israeliane sono continue, ma la situazione è certamente divenuta più drammatica dopo la recente aggressione israeliana “Margine Protettivo” che dall’ 8 luglio, per ben 50 giorni ha colpito e terrorizzato la popolazione di Gaza.

La brutalità e drammaticità di questa operazione militare israeliana non ha precedenti; è stata definita la più feroce offensiva subita dalla Palestina dal 1967 ad oggi dal Tribunale Russell riunitosi a Bruxelles il 24/9/14, che accusa Israele di “uso di armi proibite, civili colpiti deliberatamente, esecuzioni sommarie..”, ma dice anche “complici Onu-Ue-Usa”.

Vi ricordiamo alcuni dati:

– 2.158 morti di cui 2/3 civili e 536 bambini, 89 famiglie completamente sterminate;

– 10.244 feriti di cui 3.106 bambini;

– 1.000 minorenni disabili permanenti;

– 1.800 bambini /ragazzi rimasti orfani di almeno un genitore;

– 373.000 minori con disturbo da stress postraumatico;

– 700 tonnellate di proiettili di artiglieria pesante scagliate sulla striscia (circa due tonnellate per km quadrato)

– 17.000 case distrutte, con 475.000 persone senza casa (un quarto del totale della popolazione),

– 170 kmq di terra coltivabile spazzati via e metà del raccolto andato perduto;

– 360 industrie danneggiate, di cui 162 completamente distrutte;

– danni alla rete elettrica, idrica, fognaria, telefonica, e alle infrastrutture;

– distrutte 26 scuole, diversi ambulatori medici e moschee; distrutti 6 ospedali e altri danneggiati pesantemente.

I bambini, le famiglie, la popolazione di Gaza hanno bisogno ora più che mai di tutto il nostro sostegno per ricostruire le case e le infrastrutture, per cercare di riprendere la loro vita quotidiana, per sentirsi meno isolati nella loro condizione di permanente assedio politico, culturale e socio- economico;

Il R.E.C. ha bisogno della nostra collaborazione per i suoi progetti, finalizzati ora specialmente ad affrontare la sofferenza psichica post-traumatica dei bambini, degli orfani, ma anche delle donne e degli uomini sopravissuti, per ricostruire un tessuto sociale, che rischia di disintegrarsi, di scivolare verso dinamiche di violenza anche intrafamigliare.

Invitiamo persone singole, famiglie, associazioni, gruppi e chiunque creda in un futuro di libertà e di pace per il popolo palestinese ad impegnarsi nell’affido a distanza di un bambino/a palestinese all’interno di questo nostro progetto e a diffondere l’iniziativa.

Per maggiori informazioni su Salaam e sul progetto, vedere il sito: www.salaam-milano.org

Per aderire o avere informazioni potete scriverci all’indirizzo : comitatosalaam@gmail.com.

Il direttivo di Salaam Ragazzi dell’Olivo-

Comitato di Milano

CLICCA QUI per visionare la locandina

Salaam Ragazzi dell’Olivo – Comitato di Milano – Onlus
Salaam Children of Olive Tree – Milan Committee – Onlus
20159 Milano – Italy – via Pepe 14
E-mail: comitatosalaam@gmail.com
Sito: www.salaam-milano.org

Il parlamento spagnolo dice sì allo Stato di Palestina

Con 319 voti a favore e due contrari, passa la mozione del partito socialista, rimaneggiata dai popolari: si chiede al governo di riconoscere lo Stato palestinese nell’ambito di negoziati tra le parti.

Anche i parlamentari spagnoli dicono sì allo Stato di Palestina. Dopo la Camera dei Comuni inglese e la Svezia (primo paese della Ue a compiere tale passo), ieri in serata è giunto il voto ad ampia maggioranza dei parlamentari di Spagna

Due no, un’astensione e 319 sì: così è passata la mozione presentata dal Partito Socialista che chiede al governo – senza indicare però una data precisa – di procedere al riconoscimento. Un modo per sbloccare il processo di pace, secondo il ministro degli Esteri Josè Manuel Garcia Margallo (unico membro del governo presente alla votazione).

Il voto è arrivato in un giorno particolare, con il mondo che condannava l’attacco in una sinagoga di Gerusalemme, in cui hanno perso la vita quattro rabbini israeliani e i due palestinesi armati che hanno compiuto l’attacco.

Il parlamento di Madrid ha votato comunque, anche se nel pomeriggio un emendamento del Partito Popolare, il partito di governo, aveva stravolto il testo, condizionando il riconoscimento al negoziato tra palestinesi e israeliani. «Non è il momento giusto per cercare un riconoscimento unilaterale – avevano lamentato i popolari – La pace e la coabitazione pacifica tra due Stati sono un obiettivo, il metodo è il negoziato tra i due».

La mozione votata è simbolica e comunque non vincolante e chiede al premier Rajov «di promuovere in coordinamento con l’Unione Europea il riconoscimento dello Stato di Palestina sovrano, contiguo, democratico e indipendente».

Plausi dalla delegazione palestinese presente in aula: l’ambasciatore palestinese in Spagna Musa Amer Odeh ha definito l’emendamento non così significativo. Reazioni anche da parte israeliana: «Niente può essere ottenuto con mosse unilaterali come quello che è stato fatto dal parlamento spagnolo e che ci allontana dai negoziati con i palestinesi – ha commentato il portavoce del Ministero degli Esteri – Chiediamo alla Spagna di non compiere passi unilaterali, in particolare in un giorno scioccante come questo».

E dopo le parole dell’Alto rappresentante Ue agli Affari Esteri, Federica Mogherini, che nei giorni scorsi era tornata a parlare della necessità di implementare la soluzione a due Stati, il 28 novembre, giorno che le Nazioni Unite hanno dedicato al popolo palestinese, toccherà al parlamento francese. Ad oggi sono 134 i paesi del mondo che hanno già riconosciuto lo Stato palestinese, la grande maggioranza dei membri dell’Onu. Restano fuori i grandi paesi europei e gli Stati uniti, legati a doppio filo a Israele e da sempre incapaci di frenare le spinte colonizzatrici dell’alleato.

thanks to: Nena News

L’Italia riconosca lo Stato di Palestina

Lanciata da LiberaRete

Firma per far sentire la tua voce, dai una chance alla pace. Chiediamo al Governo ed al Parlamento italiano di riconoscere formalmente lo Stato di Palestina.

A due anni dal riconoscimento da parte delle Nazioni Unite della Palestina come membro osservatore attraverso un voto plebiscitario (i voti favorevoli sono stati 138, quelli contrari 9 e 41 paesi si sono astenuti) l’Italia non ha fatto nessun passo in questa direzione nonostante le prese di posizione di Svezia, Gran Bretagna, Irlanda, Belgio e della Spagna. Nella classe dirigente italiana al contrario permane l’ambiguità ed una sudditanza verso Israele sempre più incomprensibile di fronte alle continue violazioni della legalità internazionale da parte dello stato ebraico.

Sappiamo bene che il riconoscimento dello Stato di Palestina non è la soluzione del problema. Il popolo palestinese vuole giustizia, indipendenza e diritti, a partire da quello irrinunciabile del ritorno alle proprie case e terre. Sappiamo bene che il riconoscimento non elimina l’occupazione, i muri e le guerre. Ma nello stesso tempo sappiamo che il riconoscimento dello Stato di Palestina può essere uno straordinario strumento di pressione su Israele.

Il governo Renzi faccia la sua parte. L’Italia riconosca subito la Palestina e il Ministro degli Esteri della Commissione Europea, l’italiana Federica Mogherini, si adoperi per recuperare un protagonismo attivo del nostro Paese che non può che poggiarsi sul rispetto delle risoluzioni dell’Onu e sulla giustizia internazionale.

Per questi motivi ci uniamo alle tante realtà che in Italia ed in Europa da tempo chiedono, lavorano e lottano per questo riconoscimento.

Firma anche tu! https://www.change.org/p/l-italia-riconosca-lo-stato-di-palestina

“Sì alla resistenza armata contro Israele”

Il carismatico esponente di Fatah invita i palestinesi alla lotta armata contro lo stato ebraico mentre continua il duro scambio di accuse tra Tel Aviv e Ramallah. Un sondaggio, intanto, mostra come la maggioranza degli israeliani sostenga la ripresa dei negoziati di pace. 661 figure pubbliche israeliane esortano il parlamento danese a votare per il riconoscimento dello stato di Palestina.

Barghuthi

di Roberto Prinzi

Roma, 12 novembre 2014, Nena News – In una lettera pubblicata ieri in occasione del decimo anniversario della morte del leader palestinese Yaser Arafat, il noto esponente politico palestinese Marwan Barghouthi ha esortato la dirigenza palestinese a sostenere la “resistenza armata” contro Israele. “Scegliere la resistenza armata e globale” – scrive Barghouti – significa essere fedeli alle idee di Arafat e ai suoi principi per cui decine di migliaia di martiri sono morti. E’ doveroso riconsiderare il nostro modo di resistere per sconfiggere l’occupante [Israele, ndr]”. Barghuti è stato arrestato nel 2002 ed è stato condannato due anni dopo a cinque ergastoli per un suo presunto coinvolgimento in attacchi contro obiettivi israeliani. E’ attualmente detenuto nella prigione israeliana di Hadarim.

Figura di spicco di Fatah, compagine politica del Presidente Mahmoud Abbas, Barghuti è, secondo numerosi sondaggi, il leader più carismatico tra i palestinesi. Il suo invito ad usare le armi colpisce essendo stato per anni tra i principali sostenitori della resistenza “non violenta”. Il passaggio da lotta “pacifica” a quella “armata” operato da Barghuti è indice dello stato di profonda prostrazione e frustrazione in cui vivono i palestinesi dei Territori Occupati palestinesi e delle zone “arabe” di Israele. Un clima che è teso dallo scorso giugno, ma che è diventato incandescente nelle ultime tre settimane in seguito alle “visite” (così le definiscono le componenti della destra israeliana) degli estremisti ebrei alla Spianata delle Moschee di Gerusalemme. Stamane una moschea vicino a Ramallah è stata data alle fiamme da coloni ebrei. Secondo quanto riferisce l’Agenzia Ma’an, sui muri della struttura religiosa compaiono scritte offensive contro i palestinesi. Un crimine odioso che è stato emulato (in parte) a Shefamr, una comunità a maggioranza palestinese all’interno di Israele. Qui una molotov scagliata da ignoti ha colpito una sinagoga non provocando danni a persone e cose. Sono, intanto, proseguiti nella notte i rastrellamenti dell’esercito israeliano nei Territori Occupati che hanno portato all’arresto di sette palestinesi. Secondo l’esercito di Tel Aviv tre erano membri di Hamas e uno della Jihad Islamica. Nena News

Di Gerusalemme ha parlato ieri nuovamente il Presidente palestinese. Abbas ha accusato Tel Aviv di aver iniziato una “guerra religiosa” permettendo ai coloni e agli attivisti israeliani di destra di entrare sulla Spianata delle Moschee (terzo luogo sacro per i musulmani). “Noi chiediamo a voi [israeliani] di mantenere i coloni e gli estremisti fuori dalla moschea al-Aqsa e dai nostri siti sacri. Fate in modo che essi siano lontani da noi e noi lo saremo da loro”.

Ma perfino l’accondiscendente Abbas non piace al governo israeliano di estrema destra. Ieri il Premier israeliano Benjamin Netanyhau ha ribadito che il Presidente palestinese non è un partner che può fermare gli estremisti “arabi”. Anzi, sarebbe proprio lui ad aver istigato i palestinesi ad attaccare “obiettivi israeliani”. Il premier ha poi annunciato un durissimo giro di vite contro gli “arabi” (i cittadini palestinesi d’Israele) coinvolti in atti di terrorismo. Proposta accolta subito con favore dalla parlamentare e collega di partito (Likud) Miri Regev. L’oltranzista Regev si è spinta ancora più avanti. Secondo la vulcanica parlamentare, se gli “attacchi terroristici” dovessero continuare, Israele dovrebbe imporre una chiusura totale delle aree controllate dall’Autorità Palestinese in “Giudea e Samaria” (Cisgiordania) e non permettere ai lavoratori palestinesi di entrare in Israele fin quando costituiranno una minaccia per gli ebrei. Sul suo account di Facebook ha poi aggiunto: “solo un pugno di ferro – la demolizione delle case dei terroristi e sanzioni economiche contro i familiari dei giovani arabi in rivolta – porterà alla pace”.

Un giro di vite che sembrerebbe, però, non soddisfare l’opinione pubblica israeliana. Nel sondaggio mensile compiuto dall’Istituto di democrazia israeliana e dall’Università di Tel Aviv – i cui risultati sono stati pubblicati ieri – emerge che il 57,2% degli israeliani è favorevole a riprendere i negoziati di pace con Ramallah (precisamente il 52,5% degli israeliani ebrei a fronte dell’81,2% dei palestinesi israeliani). Soltanto il 28,5% suggerisce di cessare i rapporti diplomatici con l’Autorità Palestinese (33,1% degli ebrei israeliani, 5,7% dei palestinesi cittadini d’Israele). Favorevoli dunque al processo di pace, ma pessimisti sul suo risultato finale: solo il 30% afferma, infatti, che i negoziati tra le due parti porteranno alla pace. Altro dato da rilevare è che la maggioranza degli israeliani intervistati (57,8%) sostiene che la recente violenza palestinese è frutto di iniziative locali. Solo il 31,8% afferma che fa parte di una intifada organizzata. In pratica gli israeliani non crederebbero al teorema presentato da Netanyahu e dal ministro dell’economia Bennet secondo cui dietro le violenze dei palestinesi ci sarebbe l’Autorità Palestinese.

Stamane, intanto, 661 figure pubbliche israeliane hanno invitato il parlamento danese a riconoscere lo stato di Palestina (Copenaghen dovrebbe votare il riconoscimento nel fine settimana). Tra i promotori della lettera vi sono Alon Li’el (ex Direttore Generale del Ministero degli Esteri israeliano), il Prof. Amiram Goldblum (fondatore dell’ong Peace Now) e Naftali Raz attivista di Massad. Tra i firmatari spicca il nome di Eli Bar Navi, ex ambasciatore israeliano in Francia. La votazione dei parlamentari danesi sul riconoscimento della Palestina è stata preceduta da quelle recenti del parlamento inglese e del senato irlandese. Voti simili sono attesi anche in Francia (a dicembre) e in Spagna. Poche settimane fa la Svezia ha ufficialmente riconosciuto lo Stato di Palestina.

thanks to: Nena News

Risoluzione 3070 dell’ONU: i popoli hanno diritto a liberarsi dalla dominazione straniera anche per mezzo della lotta armata

Oltre 300 gruppi per i diritti umani alla Morgherini: Sospendere il trattato UE-Israele

Più di 300 gruppi per i diritti umani, sindacati e partiti politici di tutta Europa, compresa l’Italia, hanno fatto appello a Federica Mogherini, la nuova responsabile per la politica estera del’UE, in partenza per Israele e Palestina, di tenere Israele responsabile per il massacro di Gaza di quest’estate e sospendere l’Accordo di associazione UE-Israele, il principale trattato tra l’UE e Israele. 

Un appello per la sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele

Condanniamo fermamente l’ultimo massacro israeliano dei palestinesi nella Striscia di Gaza assediata. Più di 2.160 palestinesi sono stati uccisi, oltre 10.800 i feriti e più di 500.000 i sfollati. Le Nazioni Unite e altri enti internazionali accusano Israele di aver deliberatamente preso di mira civili e infrastrutture civili, compresi scuole e ospedali, così come di aver commesso altri crimini di guerra.

Nelle parole del Commissario generale delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi Pierre Krähenbühl, “Bambini uccisi nel sonno, questo è un affronto per tutti noi, una vergogna di proporzioni universali. Oggi il mondo si trova in disgrazia”. Eppure le violazioni israeliane del diritto internazionale non sono iniziate con questo suo più recente attacco a Gaza.

Per decenni, Israele ha negato il diritto palestinese all’autodeterminazione con la deliberata confisca con la forza di terre e risorse, il trasferimento forzato dei palestinesi dalla loro terra, la sistematica discriminazione contro palestinesi e la brutale repressione di coloro che cercano di opporsi all’occupazione e alle violazioni dei diritti umani. Subito dopo la fine del massacro di Gaza, Israele ha annunciato la confisca di altri 400 ettari di terra palestinese nella regione di Betlemme della Cisgiordania palestinese occupata al fine di espandere i suoi insediamenti illegali. Le Nazioni Unite, l’Unione europea e altri organismi hanno tutti accusato Israele di violazioni del diritto internazionale nel corso della sua occupazione dei territori palestinesi.

Attraverso l’esistenza dell’Accordo di Associazione UE-Israele e il rafforzamento delle relazioni bilaterali, l’Unione europea e i suoi Stati membri trasmettono a Israele il messaggio che non è necessario rispettare il diritto internazionale. L’UE contribuisce così al clima di impunità e di mancanza di responsabilità. Continuando a premiare Israele con un accesso preferenziale ai mercati europei e l’accesso a programmi e finanziamenti europei, nonostante i suoi persistenti violazioni del diritto internazionale, l’UE fornisce sostegno materiale alle violazioni israeliane del diritto internazionale e non rispetta i propri impegni in base alla legalità internazionale.

Come organizzazioni che rifiutano ogni forma di discriminazione, compresa l’antisemitismo e l’islamofobia, e come sostenitrici del diritto di tutte le persone a vivere in libertà e con dignità, chiediamo all’Unione europea di sospendere l’Accordo di Associazione con Israele fino a quando non è conforme al diritto internazionale e alle persone in tutta Europa ad unirsi al nostro appello.

Firmato:

1. BDS Austria, Austria

2. Internationaler Versöhnungsbund, österreichischer Zweig, Austria

3. Society for Austro-Arab Relations, Austria

4. Steirische Friedensplattform, Austria

5. Women in Black (Wien), Austria

6. Askapena, Basque Country

7. Ernai, Basque Country

8. Ikasle Abertzaleak, Basque Country

9. Internazionalistak Auzolanean, Basque Country

10. Red MEWANDO, Basque Country

11. De Algemene Centrale-ABVV/La Centrale Generale-FGTB, trade union federation, Belgium

12. CNCD 11.11.11, NGO platform, Belgium

13. Comité de Vigilance pour la Démocratie en Tunisie, NGO platform, Belgium

14. European Coordination of Committees and Associations for Palestine, NGO platform, Belgium

15. Broederlijk Delen, NGO, Belgium

16. Médecine pour le Tiers-Monde – M3M (Third World Health Aid), NGO, Belgium

17. Parti Communiste, political party, Belgium

18. PTB-PVDA, political party, Belgium

19. Agir pour la Paix, Belgium

20. Artistes Contre le Mur, Belgium

21. Association Belgo-Palestinienne, Belgium

22. Brussel Brecht Eisler Koor, Belgium

23. CADTM Belgique, Belgium

24. Checkpoint Singers, Belgium

25. CVDT, Belgium

26. ForMENA – Council for MENA Affairs, Belgium

27. FOS – Socialistische Solidariteit, Belgium

28. Gents ActiePlatform Palestina (GAPP), Belgium

29. Groupe Proche-Orient Santé, Belgium

30. HOPE – ESPOIR – HOOP, Belgium

31. Intal, Belgium

32. Käthe Kollwitz Peace Run, Belgium

33. Kif Kif, Belgium

34. La Coordination Nationale d’Action pour la Paix et la Démocratie (CNAPD) , Belgium

35. LAP – Leuvense Actiegroep Palestina, Belgium

36. LEF-FGE, Belgium

37. Links Ecologisch Forum, Belgium

38. Mouvement Citoyen Palestine, Belgium

39. Mouvement Ouvrier Chrétien, Belgium

40. OXFAM Wereldwinkel Mariakerke , Belgium

41. Oxfam Wereldwinkel Tielt, Belgium

42. Paix Juste au Proche Orient, Belgium

43. Paix Juste au Proche Orient Ittre, Belgium

44. Paix Juste au Proche Orient Mazerine, Belgium

45. Paix Juste au Proche Orient Nivelles, Belgium

46. Palestina Solidaritet, Belgium

47. Pax Christi Flanders, Belgium

48. Plateforme Watermael-Boitsfort Plaestine, Belgium

49. Service Civil International Belgique, Belgium

50. Solidarité Socialiste, Belgium

51. Solidarity with Bedouins, Belgium

52. Uilekot vzw, Belgium

53. Union des Progressistes Juifs de Belgique (UPJB), Belgium

54. ViaVelo Palestina, Belgium

55. Vrede vzw, Belgium

56. Vredesactie, Belgium

57. Vrouwen in het Zwart, Belgium

58. vzw AZIZ, Belgium

59. Friends of Palestine, Czech Republic

60. International Solidarity Movement – Czech Republic Group, Czech Republic

61. Levá perspektiva, Czech Republic

62. Not in Our Name! — Czech Initiative for a Just Peace in the Middle East, Czech Republic

63. Palestinian Club in Czech republic, Czech Republic

64. Socialist Solidarity (Socialistická Solidarita), Czech Republic

65. World Without Wars and Violence, Czech republic

66. Enhedslisten – The Red-Green Alliance, political party, Denmark

67. United Federation of Danish Workers (3F), trade union, Denmark

68. Internationalt Forum, Denmark

69. Socialistisk UngdomsFront, Denmark

70. The Left Youth of Finland, political party, Finland

71. Finnish Peace Committee – Suomen Rauhanpuolustajat, Finland

72. Finnish-Arab Friendship Society – Arabikansojen ystävyysseura ry, Finland

73. Human Rights Education Organisation Aina, Finland

74. ICAHD Finland, Finland

75. Physicians for Social Responsibility, Finland

76. Psychologists for Social Responsibility, Finland

77. Plateforme des ONG françaises pour la Palestine, NGO platform, France

78. Gauche Unitaire, political party, France

79. Parti Communiste Francais, political party, France

80. Parti de Gauche, political party, France

81. Union Syndicale Solidaires, trade union federation, France

82. Confédération Paysanne, trade union, France

83. Artisans du Monde, France

86. Artisans du Monde, France

84. Association France Palestine Solidarité, France

85. ATTAC France, France

86. BDS France, France

87. Collectif Interuniversitaire pour la Coopération avec les Universités Palestiniennes, France

88. Emmaüs International, France

89. Fédération Artisans du Monde, France

90. Fondation Frantz- Fanon , France

91. Forum France-Algérie, France

92. Initiatives pour un autre monde, France

93. L’association le collectif RPS, France

94. La Cimade, France

95. Le collectif 69 Palestine, France

96. Le Mouvement de la Paix, France

97. Mouvement contre le Racisme et pour l’Amitié entre les peuples, France

98. Mouvement pour une Alternative Non-violente, France

99. Sans, France

100. Snes-FSU, France

101. Une Autre Voix Juive, France

102. Union juive française pour la paix, France

103. IPPNW Germany, NGO, Germany

104. Pax Christi Germany, NGO, Germany

105. AK Nahost Berlin, Germany

106. Attac – AG Globalisierung und Krieg Deutschland, Germany

107. BAB – Berlin Academic Boycott of Israel, Germany

108. BDS Berlin, Germany

109. Deutsch-Palästinensische Gesellschaft e.V., Germany

110. Deutsch-Palästinensische Medizinische Geselschaft, Germany

111. Deutsch-Palästinensischer Frauenverein e.V., Germany

112. Frauen wagen Frieden, Germany

113. Frauen wagen Frieden, Germany

114. Frauen wagen Frieden Pfalz, Germany

115. Frauennetzwerk für Frieden e.V., Germany

116. ICAHD-Germany, Germany

117. Institut für Palästinakunde e.V., Germany

118. Jüdisch-Palästinensische Dialoggruppe München, Germany

119. Jüdische Stimme für gerechten Frieden in Nahost, Germany

120. Laika Verlag, Germany

121. Netzwerk EAPPI, Germany

122. Palästina Netzwerk Berlin (PNB), Germany

123. Palästina/Nahost-Intiative Heidelberg, Germany

124. Palestine Solidarity Committee Stuttgart, Germany

125. Irish Congress of Trade Unions, trade union federation, Ireland

126. Communication Workers Union, trade union, Ireland

127. Mandate Trade Union, trade union, Ireland

128. Services Industrial Professional and Technical Union (SIPTU), trade union, Ireland

129. Technical Engineering and Electrical Union – The Power Union, trade union, Ireland

130. Trócaire, NGO, Ireland

131. National University of Ireland Galway Students’ Union, student union, Ireland

132. Academics for Palestine, Ireland

133. Derry Anti War Coalition, Ireland

134. Gaza Action Ireland, Ireland

135. HOPE Foundation, Ireland

136. Ireland Palestine Solidarity Campaign, Ireland

137. Irish Anti War Movement, Ireland

138. National University of Ireland Galway Palestine Solidarity Society, Ireland

139. Sadaka – Ireland Palestine Alliance, Ireland

140. Trade Union Friends of Palestine, Ireland

141. Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, Italy

142. FIOM-Cgil –  Italy

143. USB Unione Sindacale di Base, Italy

144. Comunità Palestinese di Roma,  Italy

145. 100 Idee per la Pace, Italy

146. Arci Pinerolo, Italy

147. Arci Sud Sardegna, Italy

148. ARCI Valle Susa, Italy

149. ArciI Messina, Italy

150. Associazione Amicizia Sardegna Palestina, Italy

151. Associazione Nazionale Giuristi Democratici, Italy

152. AssoPacePalestina, Italy

153. BDS Italia, Italy

154. BDS Sardegna, Italy

155. Cagliari Social Forum, Italy

156. Circolo ARCI  » Montefortino 93″, Italy

157. Comitato « Con la Palestina nel cuore », Italy

158. Comitato Acqua Pubblica Salerno, Italy

159. Comitato Acqua Pubblica Salerno, Italy

160. Coordinamento Nord Sud del Mondo , Italy

161. Partito dei Comunisti Italiani, Italy

162. Rete Della Pace, Italy

163. Rete Italiana per il Disarmo, Italy

164. Rete No War Roma, Italy

165. Rete Radié Resch, Italy

166. Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese , Italy

167. Reti Promotrici, Italy

168. Salaam ragazzi dell’olivo Trieste, Italy

169. Sbilanciamoci, Italy

170. Scuola di Italiano Libera la Parola, Italy

171. Statunitensi contro la Guerra (Firenze) , Italy

172. Tavolo Interventi Civili di pace, Italy

173. Women in Black, Italy

174. ATTAC Luxembourg, Luxembourg

175. CPJPO-Luxembourg, Luxembourg

176. Les Amis Du Monde Diplomatique, Luxembourg

177. Socialistische Partij , political party, Netherlands

178. Netherlands Palestine Committee (NPK),  Netherlands

179. Diensten en Onderzoek Centrum Palestina (docP), Netherlands

180  Women in Black, Amsterdam, Netherlands

181.  Women-Men in Black, Groningen, Netherlands

182. Internationale Socialisten, Netherlands

183  Palestine Link, Netherlands

184. Palestina Komitee Rotterdam, Netherlands

185. Palestina Komitee Nijmegen, Netherlands

186. Stichting Palestina

187. Breed Platform Palestina (BPP), Haarlem

188. Palestijnse Gemeenschap in Nederland (PGN), Netherlands

189. Ander Europa

19O. International Committee Against Disappearances (ICAD), Netherlands

191. VIA (Netherlands branch of SCI)

192.  HOPE Foundation

193.  Grenzeloos, Netherlands

194.  Stichting Groningen-Jabalya, Netherlands

195. VD AMOK, Netherlands

196. Utrecht4Palestine, Netherlands

197.  Tiye International, Netherlands

198. Palestijnse Huis HPH, Netherlands

199.  Werkgroup Keerpunt Netherlands

200. Al-Awda, Netherlands, Netherlands

201. Stichting Palestijnse Vrouwen in Nederland, Netherlands

202. EMCEMO, Netherlands

203. Komiteé Marokkaanse Arbeiders Nederland (KMAN), Netherlands

204. Vrouwen voor Vrede, Netherlands, Netherlands

205. HTIB, Netherlands

206. DIDF, Netherlands

207. Verenigde Wereldburgers voor Internationaal Recht, Netherlands

208.  Middle-East Committee, Green Left Party, Netherlands

209.  Stichting Kifaia, Netherlands

210. PAIS Werkgroep Rotterdam Rijnmond, Netherlands

211. Humanist Peace Council (HVB), Netherlands

212. Vereniging Burgerinitiatief ‘Sloop de Muur’, Netherlands

213. Women’s International League for Peace and Freedom (WILPF), Netherlands

214. Kairos Palestina, Netherlands

215. Nederlands-Arabische Vrouwenkring

216. Transnational Institute (TNI), Netherlands

217. Stop de Bezetting, Netherlands

218. Kampania Palestyna, Poland

219. Ogólnopolski Związek Zawodowy Inicjatywa Pracownicza, Poland

220. BDS – Portugal, Portugal

221. Comité de Solidariedade com a Palestina, Portugal

222. Grupo Acção Palestina, Portugal

223. Iniciatíva za spravodlivý mier na Blízkom východe / Slovak Initiative for a Just Peace in the Middle East, Slovakia

224. Inštitút ľudských práv / Human Rights Institute, Slovakia

225. Palestínsky klub na Slovensku, Slovakia

226. Sieť proti chudobe / Slovak Anti-Poverty Network, Slovakia

227. Slovensko bez náckov, Slovakia

228. Utopia, o. z., Slovakia

229. Zjednotení za mier, Slovakia

230. Association for Nonviolent Communication, Slovenia

231. BDS Slovenija, Slovenia

232. Cultural Artistic Association Transformator, Slovenia

233. Društvo ŠKUC, Slovenia

234. Društvo UP, Slovenia

235. Društvo za človekove pravice in človeku prijazne dejavnosti Humanitas, Slovenia

236. Institute Abraham, Slovenia

237. Journalists Union, Slovenia

238. Peace Institute, Slovenia

239 Zavod Krog, Slovenia

240. Zofijini ljubimci – društvo za razvoj humanistike, Slovenia

242. Zavod Nur, Slovenia

243.Slovenska Filantropija, Slovenia

244. Equo, political party, Spain

245. Izquierda Abierta, political party, Spain

246. Izquierda Anticapitalista, political party, Spain

247. Izquierda Unida, political party, Spain

248. Podemos, political party, Spain

249. Confederación General del Trabajo (CGT), trade union, Spain

250. Sindicato Andaluz de Trabajadores, trade union, Spain

251. Sindicato único de Trabajadores Solidaridad Obrera, trade union, Spain

252. Unión Sindical Obrera (USO), trade union, Spain

253. Sindicato Cobas Canaias, trade union, Spain

254. ACSUR-Las Segovias, Spain

255. AIETI, Spain

256. Al-Quds association for solidarity with the people in arab countries, Spain

257. Antikapitalistak, Spain

258. Arquitectos sin Fronteras, Spain

259. Asociación de Inmigrantes del Sahara Occidental en Canarias- AISOC, Spain

260. Asociación Palestina BILADI, Spain

261. Asociación Paz Ahora, Spain

262. Asociación Paz con Dignidad, Spain

263. Asociación Sociocultural Café d’Espacio, Spain

264. Comité de Solidaridad con la Causa Árabe, Spain

265. Comunidad Hispano Palestina, Spain

266. Comunidad Palestina de Valencia, Spain

267. Comunidad Palestina en Canarias, Spain

268. Coordinadora 25S, Spain

269. Coordinadora ONGD Navarra, Spain

270. Coordinadora Sindical Canaria de Apoyo al Pueblo Saharaui , Spain

271. Corriente Roja, Spain

272. Dones en Rebel·lia, Spain

273. Eirene cultura para la paz., Spain

274. Fundación Madrid Paz y Solidaridad, Spain

275. General Union of Palesitnian Communities in Europe, Spain

276. Intersindical Alternativa de Catalunya, Spain

277. Intersindical Canaria, Spain

278. Los Verdes – Grupo Verde, Spain

279. Mujeres por la Paz y Acción Solidaria con Palestina, Spain

280. MUNDUBAT, Spain

281. NOVACT International Institute for Nonviolent Action, Spain

282. NUEVA CANARIAS, Spain

283. Ong Al Zaituna, Spain

284. Palestina Digital, Spain

285. Palestina Toma La Calle, Spain

286. Plataforma 2015 y más Fundación Mundubat, Spain

287. Plaza de los Pueblos 15M Madrid, Spain

288. Red Roja, Spain

289. Red Solidaria contra la Ocupación de Palestina RESCOP-BDS, Spain

290. Revolta Global-Esquerra Anticapitalista, Spain

291. Rumbo a Gaza, Spain

292. Unadikum, Spain

293. Unión de Juventudes Comunistas de España , Spain

294. SODePAZ, Spain

295. The Palestine Solidarity Association of Sweden (PGS), Sweden

296. Boycott Israel Network, UK

297. British Committee for Universities of Palestine, UK

298. Caabu – Advancing Arab-British Understanding, UK

299. ICAHD UK, UK

300. Jews for Boycotting Israeli Goods, UK

301. Jews for Justice for Palestinians, UK

302. Kairos Britain, UK

303. Lawyers for Palestinian Human Rights, UK

304. Liverpool Friends of Palestine, UK

305. Muslim Association Of Britain, UK

306. Palestine Legal Action Network, UK

307. Plymouth Palestine Solidarity Campaign, UK

308. Scottish Friends of Palestine, UK

309. Scottish Palestine Solidarity Campaign, UK

Fonte: European Coordination of Committees and Associations for Palestine (ECCP)
Traduzione di BDS Italia

Yael Dayan, scrittrice israeliana, chiede al Parlamento italiano di riconoscere la Palestina: “Così si è veri amici di Israele”

“Al Parlamento italiano mi sento di rivolgere lo stesso appello che abbiamo lanciato, con esito positivo, alla Camera dei Comuni britannica: riconoscere lo Stato di Palestina. Lo chiedo da cittadina israeliana, che ama il proprio Paese e che ha combattuto per difenderlo. Riconoscere ai palestinesi il loro diritto a vivere in uno Stato indipendente, a fianco d’Israele non è solo un atto di giustizia ma significa essere davvero amici d’Israele, perché il nostro diritto alla sicurezza non è altra cosa
dal loro diritto all’autodeterminazione”. A parlare è una delle figure più rappresentative del mondo politico e culturale israeliano: Yael Dayan, scrittrice, più volte parlamentare laburista, figlia di uno dei miti dello Stato ebraico: l’eroe della Guerra dei Sei giorni, il generale Moshe Dayan. (Vedi al link <http://www.huffingtonpost.it/2014/10/15/riconoscimento-palestina-ramallah-chiama-roma_n_5990434.html>).

Yael Dayan è una delle 363 personalità israeliane che hanno firmato l’appello rivolto al Parlamento britannico per il riconoscimento dello Stato di Palestina. “Riconoscere uno Stato palestinese sulla base dei confini del 1967 – dice Dayan in questa intervista esclusiva all’Huffington Post – è essenziale per l’esistenza d’ Israele. Questa è l’unica politica che lascia nelle mani di Israele il suo destino e la sua sicurezza. Ogni altra politica contraddice gli ideali del sionismo e il futuro del popolo di Israele”.

*Il voto del Parlamento britannico per il riconoscimento dello Stato di Palestina non è vincolante per il Governo di David Cameron, tuttavia quel voto ha scatenato l’ira del Governo israeliano. Perché?*

”Vede, per una terra, quella in cui vivo, che si nutre di simboli, quel voto ha uno straordinario valore simbolico: perché segnala l’insofferenza non solo inglese verso la politica dell’eterno rinvio e dei fatti compiuti portata avanti dal Governo guidato da Benjamin Netanyahu”.

*A cosa si riferisce in particolare?*

”Allo sviluppo degli insediamenti nei Territori occupati. Occorre dire con chiarezza che pace e colonizzazione sono tra loro inconciliabili. E che la costruzione di nuovi insediamenti o l’estensione di quelli già esistenti non hanno nulla a che vedere con la sicurezza d’Israele ma sono la concretizzazione di una idea di grandezza propria dell’ideologia nazionalista propria destra oggi al potere in Israele. Questa idea di grandezza, questa visione messianica del ruolo d’Israele e del popolo ebraico, confligge con la ricerca di quei compromessi necessari per realizzare una pace giusta, durevole. Una
pace tra pari”.

*Una pace va negoziata. Ma Netanyahu ritiene la controparte palestinese, il presidente dell’Anp Abu Mazen, inaffidabile dopo la sua apertura ad Hamas.*

“Se c’è un dirigente palestinese che ha dato prova di essere pronto al compromesso, questo è proprio Abu Mazen. Ma i falchi al Governo hanno fatto di tutto per indebolirlo, anche se questo ha significato rafforzare Hamas. Ma cosa si vuole: che i giovani palestinesi innalzino a “nuovo Saladino” il capo dell’Isis? (Abu Bakr al-Baghdadi, “califfo” dell’autoproclamato
Stato Islamico, /ndr/). Una cosa è certa: il tempo non lavora per la pace. Così come la storia insegna che quando la diplomazia abbassa la guardia, a riempire il vuoto sono le armi, sono la rabbia, la frustrazione su cui gli estremisti fanno leva per rafforzare le proprie fila. Per questo sono importanti segnali come quello lanciato da Londra. E sarebbe incoraggiante se lo stesso avvenisse a Roma, Parigi, Berlino, perché vorrebbe dire che l’Europa intende avere voce in capitolo nel negoziato israelo-palestinese, senza forzature unilaterali ma neanche avallando scelte, come quelle compiute dal Governo Netanyahu sugli insediamenti, che di fatto pregiudicando la soluzione “a due Stati”.

*Uno dei più autorevoli storici israeliani, Zeev Sternhell, ha lanciato un grido d’allarme che ha suscitato dibattito e polemiche dentro e fuori Israele: con l’occupazione dei Territori, Israele sta marciando sulla strada dell’apartheid.*

”Apartheid è una parola pesante, che porta con sé discriminazione razziale, cittadinanza di serie A e serie B. Resta il fatto che l’oppressione esercitata contro un altro popolo finisce per minare i principi stessi di democrazia che sono a fondamento del pionierismo sionista. Per questo ho sempre ritenuto che riconoscere il diritto dei palestinesi a uno Stato, i cui confini andranno negoziati al tavolo delle trattative, non è una concessione fatta al “Nemico”, bensì un regalo che Israele fa a se stesso. Perché solo così potremmo sperare in un futuro normale, da Paese che rivendica con orgoglio la sua natura democratica. Perché il rispetto di diritti universali non può valere a Tel Aviv ed essere negato a Ramallah o a Gaza”.

*Ma se il voto del Parlamento britannico facesse scuola, e altri Parlamenti si muovessero nella stessa direzione, e quelle indicazioni fossero fatte proprie dai rispettivi Governi, questo non finirebbe per irrigidire ulteriormente la posizione d’Israele?*

”Esercitare una pressione politica non significa sfidare Israele ma mettere il Governo in carica di fronte alle proprie responsabilità”.

*Israele è reduce dalla terza guerra di Gaza. Basta il cessate-il-fuoco raggiunto con Hamas per dire che si è voltato pagina?*

”Assolutamente no. Il cessate-il-fuoco è un primo passo ma sarà solo una parentesi tra una guerra e l’altra se non si avrà il coraggio di porre fine all’embargo imposto a Gaza: una punizione collettiva che non ha indebolito Hamas ma semmai ha rafforzato la sua presa sulla società palestinese. Quale visione di Israele può avere un ragazzo che cresce in una prigione a cielo aperto, isolata dal mondo, come è oggi la Striscia di Gaza? In lui crescerà solo odio e desiderio di vendetta. A questi giovani dobbiamo offrire una speranza. La fine dell’embargo dovrebbe essere accompagnata da garanzie di sicurezza per gli abitanti delle città israeliane a ridosso della Striscia e fatte oggetto dei razzi palestinesi. Per questo sarebbe importante la messa in campo di una forza d’interposizione a Gaza sul modello di quella che agisce nel Sud del Libano (Unifil). L’Italia ha avuto un ruolo di primo piano in quella occasione. Potrebbe rigiocarlo anche nella Striscia”.

( Fonte: blog di Daniele Barbieri )

Intervista ad Ahmad Sa’adat: “Cessare i negoziati, rinnovare l’unità nazionale e ricostruire la resistenza”

Nella primavera del 2002, al culmine della seconda intifada in Cisgiordania[…] le forze israeliane portarono avanti campagne di arresti ad ampio raggio in tutti i territori occupati e invasioni su larga scala di numerose città palestinesi. Ahmad Sa’adat […] [rappresenta una ] delle figure politiche palestinesi più importanti e conosciute arrestate in quella campagna, diventando nel tempo anche un leader del movimento dei prigionieri.

Ahmad Sa’adat è il segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) ed ex membro del Consiglio Legislativo Palestinese (CLP). È il funzionario di più alto rango appartenente a una fazione palestinese attualmente imprigionato dal regime israeliano di occupazione. La prigionia di Saadat non è atipica per i leader politici in Palestina, molti dei quali sono stati arrestati e detenuti, con o senza accuse, da Israele. Tuttavia, ad essere uniche erano le circostanze dell’arresto iniziale di Saadat ed i primi quattro anni della sua detenzione.

Uno degli aspetti critici degli arresti del 2002 era la collaborazione di sicurezza tra l’Autorità Palestinese (AP) e le forze di occupazione israeliane. Grazie al suo alto profilo e al livello di coinvolgimento dell’AP, l’arresto di Saadat si distingue in particolare come uno degli esempi più eloquenti di questa stretta cooperazione. […]

Giudicato da un tribunale militare israeliano nel 2006, Saadat è stato condannato come leader di un’organizzazione terroristica illegale. Nel periodo di detenzione israeliana, tra cui tre anni di isolamento, Saadat ha partecipato a numerosi scioperi della fame per migliorare le condizioni dei detenuti, e dal 2011 è stato uno dei leader più risoluti del movimento dei prigionieri. Nella politica palestinese, Saadat è diventato il simbolo di molte cose: il militante tenace (munadil), la vittima del tradimento dell’AP, il leader del partito, il prigioniero, e altro ancora. Ma Saadat è anche un fratello, un marito, un padre e ora un nonno. Come molti prigionieri, anche lui ha subito una serie di restrizioni non solo al suo lavoro politico, ma anche alla possibilità della sua famiglia di fargli visita in carcere e, come prolungamento della pena israeliana, alla loro [dei membri della famiglia, ndt] possibilità di ottenere permessi per viaggi personali e, pertanto, ai loro movimenti quotidiani. […]

In che modo la prigione ha cambiato la tua vita personale? Qual è il significato della tua vita? Come vedi e come ti tieni aggiornato sulla situazione politica? Puoi scrivere?

La mia esperienza carceraria ha forgiato ed ha temprato allo stesso tempo la mia visione politica e la mia appartenenza di partito, ma il tempo che ho trascorso in prigione è stato anche arricchito dalla mia esperienza di lotta vissuta al di fuori [della prigione, ndt]. A intermittenza, ho trascorso un totale di 24 anni in carcere, ed eccomi qui, incarcerato ancora una volta con il resto dei miei compagni. Passo il mio tempo a leggere e ad impegnarmi in attività legate alla nostra lotta di prigionieri, che comprende l’istruzione dei miei compagni e l’insegnamento di un corso di storia all’interno del programma dell’Università di Al-Aqsa. La maggior parte dei miei scritti riguarda le esigenze dell’organizzazione dei prigionieri del PFLP e le questioni di interesse nazionale. Cerco anche di sostenere i membri della dirigenza del FPLP all’esterno ogni volta che posso. Se dovessi descrivere in che modo la detenzione attuale mi ha cambiato, lo riassumerei dicendo che osservo gli eventi politici con più distacco in quanto mi è stata offerta l’opportunità di non essere immerso nei piccoli problemi quotidiani del lavoro politico e di organizzazione all’esterno. Questa prospettiva non ha fatto altro che rafforzare la mia convinzione della solidità della visione del FPLP dal punto di vista ideologico, politico o in termini pratici, comprese le sue posizioni sulle questioni urgenti ed esistenziali attualmente al centro della polemica: i negoziati, la riconciliazione [intra-palestinese] e le prospettive di uscita dalla crisi e dall’impasse attuale.

Sei stato arrestato nel 2002 e detenuto in una prigione dell’AP di Gerico sotto la supervisione di guardie americane e britanniche. Nel marzo 2006, sei stato trasferito in una prigione israeliana e condannato a trent’anni. Puoi fare un confronto tra la tua esperienze sotto “custodia internazionale” e nelle prigioni israeliane?

In breve, la detenzione sotto controllo britannico e americano ha reso evidenti le aberrazioni causate dal processo di Oslo. Sotto il cosiddetto Accordo Gaza-Gerico, sono stato messo in prigione a Gerico dall’AP, per conto degli israeliani, sotto la supervisione americana.

Per ragioni politiche, in particolare per la campagna elettorale del partito Kadima di quell’anno, il governo israeliano dichiarò nel 2006 che ero di loro competenza, svelando il vero significato del termine “al-Himaya” [1] – l’appellativo usato per descrivere l’ondata di arresti politici eseguiti dall’AP in conformità con i dettami israeliani di sicurezza. Il termine fu propinato dall’AP al pubblico per giustificare l’ondata di arresti.

In sostanza, la mia opinione è che [a Gerico], gli americani e gli inglesi si siano accordati con gli israeliani, e le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese si siano arrese, mettendoci nell’impossibilità di difenderci o di combattere per la nostra libertà. Mi duole dire che da questo assurdo episodio non è stata imparata alcuna lezione né è stata tratta alcuna conclusione e che, sotto diversi nomi, continuano ad essere svolte altre operazioni ugualmente sbagliate.

In pratica, a gestire la prigione di Gerico erano sorveglianti stranieri, e il ruolo dei funzionari palestinesi, dal ministro degli Interni al più umile poliziotto, era semplicemente quello di far rispettare le direttive e le condizioni base degli israeliani. Questo ha condotto alla nostra detenzione ma anche all’arresto di decine di altri militanti, rastrellati sia a Gerico che in altri luoghi. Essere in una prigione israeliana è un’esperienza completamente diversa: lì ci troviamo di fronte alla deliberata politica israeliana di spezzare la nostra volontà, calpestare i nostri diritti umani e fiaccare le nostre energie da militanti. Per i detenuti in generale, e per i capi del movimento dei prigionieri in particolare, la prigione diventa a tutti gli effetti un altro campo di battaglia contro l’occupazione.

Puoi descrivere il rapporto con la tua famiglia durante il periodo di detenzione, e il rapporto con il tuo nuovo nipote?

Per me come essere umano, la mia famiglia, per quanto stretta o larga la si possa intendere, è stata e rimane la parte maggiormente lesa. Hanno pagato un prezzo pesante per i miei continui arresti, pur rimanendo una delle principali fonti di sostegno per me come militante.

Mio fratello, Muhammad, è caduto nel fiore della sua giovinezza; i miei genitori, i miei fratelli e i miei figli sono tutti stati privati ​​del mio amore per loro. Fatta eccezione per mia moglie, Abla, e mio figlio maggiore, Ghassan, le cui carte di identità di Gerusalemme permettono loro di viaggiare fino al carcere senza bisogno di un permesso da parte degli israeliani, negli otto anni trascorsi dal mio ultimo arresto la mia famiglia non ha potuto farmi visita. Per quattro anni e mezzo, tre dei quali trascorsi in isolamento, perfino Abla e Ghassan non hanno potuto visitarmi, e la mia comunicazione con loro si limitava alle lettere.

In breve, ho gravemente trascurato i miei doveri nei confronti della mia famiglia. Spero che arrivi il giorno in cui potrò farmi perdonare, per quanto tardivamente. Per quanto riguarda la mia nipotina, lei ha ereditato i geni della “minaccia per la sicurezza”, così, in assenza di una parentela di primo grado [2], le è stato impedito di visitarmi – per non parlare naturalmente delle onnipresenti “ragioni di sicurezza”.

Come passi le tue giornate in prigione? E come tieni il passo con gli affari del FPLP? La prigionia ti limita in questo proposito? Fai affidamento sulla leadership esterna per guidare il partito?

Cerco di conciliare i miei impegni di partito con i miei impegni globali di nazionalista sia in carcere che all’esterno. Naturalmente, il fatto che io sia in prigione limita la mia capacità di adempiere ai miei doveri di segretario generale del FPLP: perciò faccio affidamento sullo spirito collegiale dei miei compagni nella direzione del partito e sui processi democratici che regolano l’esercizio della loro leadership. Questi due fattori hanno contribuito all’iniezione di sangue fresco nelle nostre file. I giovani rappresentavano oltre la metà dei partecipanti al nostro recente congresso.

Il FPLP ha recentemente tenuto il suo congresso nazionale [3]. Anche se i risultati e le risoluzioni non sono stati resi pubblici, è trapelata la notizia di un grande dissenso che ha offuscato l’incontro e ha portato alle dimissioni di ‘Abd al-Rahim Malluh, il vice Segretario generale, nonché di alcuni funzionari di alto rango. Abbiamo anche sentito che il congresso ha insistito sulla tua candidatura come leader del partito. Non credi che la detenzione prolungata ostacoli la tua leadership del partito e perché il FPLP non ha proposto ad altri di unirsi alla leadership?

Dato che siamo un partito democratico di sinistra, le differenze di opinione e di giudizio all’interno della leadership sono solo naturali. Non siamo l’uno la fotocopia dell’altro, il che sarebbe contro natura. Tuttavia, non è a causa delle nostre differenze che un certo numero di compagni ha lasciato la leadership del partito – e non uso la parola “dimissioni” perché sono ancora membri del PFLP. Il partito beneficerà ancora della loro presenza e partecipazione, dal momento che continueranno a dare il loro contributo grazie alla loro preziosa e variegata esperienza di militanti. Come hanno affermato in diversi media, il motivo che li ha spinti a lasciare i posti che occupavano è stato quello di aprire la strada dei vertici della dirigenza ad una serie di giovani quadri.

Qui devo ribadire la mia stima e il mio apprezzamento per questa iniziativa, che ha ulteriormente consolidato il percorso già intrapreso dai nostri leader fondatori, tra i quali George Habash, Abu Maher al-Yamani e Salah Salah. Per quanto riguarda la mia rielezione come segretario generale nonostante la mia reclusione: questa non è stata una mia scelta personale, ma la scelta dei miei compagni – i delegati al congresso ed i quadri del partito. Considero mio dovere rispettare la loro fiducia in me, e raddoppiare i miei sforzi nell’adempiere alle sfide derivanti dalle mie responsabilità.

Pensi che il Documento dei prigionieri (Documento di riconciliazione nazionale) [4] sia ancora valido? E se sì, che cosa ostacola la sua attuazione? Se il documento ha bisogno di modifiche, quali cambiamenti proponete?

Il documento dei prigionieri resta una base politicamente valida per arrivare alla riconciliazione e rinnovare l’unità nazionale. Inoltre, esso stabilisce il quadro generale della struttura organizzativa, con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) come avanguardia, fondata sul nazionalismo democratico, vale a dire, ove possibile, elezioni democratiche e partecipazione popolare.

In realtà, il documento è già stato modificato dagli accordi scaturiti da anni di colloqui bilaterali tra Fatah e Hamas. Questo comporta necessariamente la revisione e la ricostruzione delle istituzioni dell’OLP, in particolare il Consiglio Nazionale Palestinese (CNP). Inoltre, favorirà il consolidamento del documento e ci permetterà di passare dalla co-esistenza politica nell’arena di palestinese alla vera unità nazionale, sia in termini di azioni che di programmi.

A causa delle circostanze che hanno portato alla sua creazione, il testo del documento dei prigionieri presenta alcune ambiguità in alcuni punti, in particolare per quanto riguarda l’approccio ai negoziati e la strategia più efficace da adottare nel contrastare l’occupazione.

Venti anni dopo Oslo, non c’è né la pace né uno stato – solamente trattative e divisione politica. Come si supera questo stallo?

Trascorsi due decenni, gli esiti dei negoziati hanno definitivamente dimostrato che è inutile continuare il processo secondo il quadro di Oslo.

Per quanto mi riguarda, la continuazione degli inutili negoziati e l’attuale divisione nella classe politica palestinese sono indistinguibili. Il presupposto per la creazione e il consolidamento dell’unità nazionale è nell’impegno unanime verso una piattaforma politica chiara e unitaria fondata su un compromesso tra le varie forze e correnti all’interno del movimento nazionale palestinese.

Pertanto, se vogliamo superare l’attuale fase di stallo, dobbiamo smettere di puntare tutto sui negoziati e non prendervi più parte. Se queste dovessero continuare, allora come minimo il gruppo interessato deve riportare i negoziati sulla pista giusta tenendo fede ai principi e alle condizioni già definite, e cioè: la fine degli insediamenti, il ricorso alle risoluzioni delle Nazioni Unite e il rilascio dei prigionieri e dei detenuti. Questo presuppone ripartire dal successo ottenuto con la nostra adesione alle Nazioni Unite come Stato non membro al fine di elaborare un approccio globale per cui la questione palestinese viene essere risolta sulla base del diritto internazionale, come espresso nelle dichiarazioni e nelle risoluzioni delle Nazioni Unite alle quali Israele deve conformarsi; e infine, insistere nella nostra richiesta di adesione a tutte le istituzioni delle Nazioni Unite, in particolare alla Corte Internazionale di Giustizia.

Infine, dobbiamo lavorare per attuare i termini dell’accordo di riconciliazione formando subito un governo di riconciliazione nazionale e mettendo in piedi una struttura direzionale di transizione. Il compito di questa istituzione transitoria sarebbe quello di impegnarsi nella ricostruzione e nel rafforzamento dell’OLP e nell’organizzazione delle elezioni legislative e presidenziali dell’AP, nonché delle elezioni del Consiglio nazionale palestinese [CNP] entro sei mesi (anche se questo lasso di tempo può essere esteso, se necessario). L’aspetto di gran lunga più importante, però, è che la popolazione deve essere mobilitata intorno ad una piattaforma politica unitaria di resistenza nazionale in tutte le sue forme.

Dove ci porteranno i negoziati in corso secondo lei?

Chi ha seguito le posizioni del governo israeliano e statunitense capisce che le probabilità di raggiungere un accordo politico sancito dal diritto internazionale e dalle risoluzioni delle Nazioni Unite, vale a dire, in conformità con i diritti del popolo palestinese al ritorno, all’autodeterminazione e all’indipendenza nazionale, sono pari a zero.

Credo che nessun leader palestinese, non importa quanto flessibile, sia in grado di soddisfare le richieste israeliane o americane e abbandonare questi principi fondamentali. Tutt’al più, i negoziati non faranno altro che prolungare la gestione delle crisi fornendo una copertura per i progetti israeliani di insediamento coloniale sul terreno, per scongiurare il biasimo internazionale e per imporre la propria visione di un soggetto politico palestinese pari a poco più che un protettorato. Inoltre, i negoziati consentono agli Stati Uniti di disinnescare le tensioni e contenere il conflitto in Palestina, e di concentrarsi sulle questioni regionali che ritiene fondamentali, vale a dire la Siria e l’Iran.

Il movimento nazionale palestinese deve essere ricostruito. In che modo e con quali prospettive politiche?

Sono d’accordo con te che il movimento nazionale palestinese ha bisogno di essere ricostruito. Credo che il punto di partenza debba essere la riconfigurazione di tutte le fazioni, sia nazionaliste che islamiste, al fine di razionalizzare programmi e punti di discussione e rafforzare il nostro riesame del modo migliore di procedere nella lotta contro l’occupazione. Ciò include una rivalutazione dell’OLP sia come organo sia come organizzazione quadro che rappresenta tutti i palestinesi, ovunque si trovino, e qualsiasi prospettiva sociale o politica abbiano. Organizzato come un vasto fronte nazionale e democratico, questa struttura sarebbe investita della massima autorità politica per guidare la nostra lotta.

Considero le nostre prospettive politiche le seguenti: a livello strategico, dobbiamo ripristinare quegli elementi del nostro programma nazionale che sono stati smantellati dalla leadership dominante dell’OLP a favore dell’opportunismo pragmatico, e ricollegare gli obiettivi storici dell’organizzazione per quanto riguarda il conflitto con quelli attuali: in sintesi, la creazione di un unico stato democratico in tutta la Palestina storica. A livello tattico, dovremmo unirci intorno ad una piattaforma comune con la componente islamista del movimento nazionale palestinese su un terreno comune, vale a dire il diritto al ritorno, all’autodeterminazione e alla creazione di uno Stato palestinese con Gerusalemme come sua capitale.

La resistenza popolare viene propagandata come alternativa alla resistenza armata. C’è un conflitto tra le due? E, se sono metodi complementari, come possono essere combinati?

La lotta quotidiana del movimento dei prigionieri è parte della più ampia lotta palestinese. Chiunque abbia seguito l’attivismo popolare palestinese nel corso degli ultimi tre anni o giù di lì scoprirà che esso ha ruotato in larga parte attorno al sostegno alle battaglie del movimento nazionale dei prigionieri. E questa non è una novità – in ogni fase della nostra lotta nazionale i prigionieri hanno svolto un ruolo di primo piano e di incitamento all’azione. Quanto meno, agli uomini e alle donne del FPLP, sia nella base sia nella direzione, prometto di impegnarmi, insieme con i miei compagni del PFLP in carcere, per soddisfare le loro speranze ed aspettative, in particolare per quanto riguarda la mobilitazione del Fronte [FPLP], rafforzando la sua presenza, e il sostegno al movimento nazionale palestinese in generale.

Come dimostrato altrove dalle rivoluzioni popolari, abbracciare la resistenza popolare non significa favorire una forma di lotta ad un’altra. Confinare la resistenza popolare alla sola lotta nonviolenta svuota la resistenza del suo contenuto rivoluzionario. L’intifada palestinese è stata un modello per la resistenza popolare, oltre ad essere la nostra bussola mentre percorrevamo diverse ed efficaci forme di resistenza: pacifica, violenta, popolare, di fazione, economica, politica e culturale. Non solo la letteratura accademica rifiuta la logica di spezzare la resistenza in varie forme e metodi, ma la realtà delle sfide che il popolo palestinese si trova ad affrontare nella sua lotta contro l’occupazione israeliana esclude un approccio del genere: noi ci troviamo ad affrontare una forma globale di colonialismo di insediamento che si basa sulle forme più estreme di violenza convenzionalmente associate con l’occupazione, combinate con politiche di apartheid. E l’ostilità in cui si imbattono [i palestinesi] si estende a tutti i segmenti della nostra popolazione, ovunque si trovino.

È quindi necessaria la combinazione creativa e l’integrazione di tutti i metodi di lotta legittimi che ci permettono di impiegare qualsiasi tipo o metodo di resistenza in relazione alle condizioni specifiche delle diverse congiunture politiche. Al livello nazionale più ampio, abbiamo bisogno di un programma politico unitario che, in primo luogo, fornisca i mezzi per mettere in pratica la resistenza. Occorrono posizioni politiche e discorsi che siano allo stesso modo uniti intorno alla resistenza. Infine, abbiamo bisogno di un quadro nazionale generale reciprocamente concordato, che definisca le principali forme di resistenza che determineranno poi tutte le azioni di resistenza. Dobbiamo essere capaci di proporre questa o quella forma con particolare attenzione alle circostanze specifiche, e in base alle esigenze di una situazione o di un momento politico specifico, senza escludere alcuna forma di resistenza.

Gli inviti alla resistenza popolare nonviolenta e gli slogan sullo stato di diritto e sul monopolio dell’uso delle armi all’AP sono meri pretesti per giustificare l’attacco alla resistenza e rispondere ai dettami di sicurezza israeliani. Lo stato di diritto è privo di significato se posto in contrasto con il nostro diritto di resistere all’occupazione e se nega la logica di tale resistenza. E per quanto riguarda il monopolio dell’uso della forza, non ha senso se questa forza non è diretta contro il nemico.

Qual è la tua lettura delle rivolte arabe, e quali sono state le ripercussioni sulla causa palestinese?

Le rivolte arabe nascono in risposta alla necessità popolare di cambiamento democratico e rivoluzionario dei sistemi politici di ogni paese arabo. Sebbene questo sia il quadro generale di riferimento per comprendere queste rivoluzioni, le particolarità di ciascun paese variano, così come le conclusioni che si raggiungono. Penso che le rivoluzioni tunisina ed egiziana rientrino nel quadro sopra descritto. In ogni caso, questi cambiamenti rapidi e dinamici contraddistinti dall’azione collettiva di massa hanno spostato l’equilibrio interno del potere, inaugurando un periodo di transizione.

Altrove, condizioni analoghe hanno portato la gente a sollevarsi e a chiedere il cambiamento, ma in quei casi, gli Stati Uniti e i suoi agenti nella regione hanno compiuto notevoli sforzi per condizionare e intervenire a sostegno del “Progetto per il Nuovo Medio Oriente” degli Stati Uniti [5].Pertanto, occorre una certa precisione nel valutare le rivolte e nel trarre conclusioni. Bisogna distinguere attentamente tra i propositi e le richieste di cambiamento democratico e di giustizia sociale che rappresentano la legittima volontà delle popolazioni arabe di riappropriarsi della loro dignità, dei diritti e delle libertà, da un lato; e, dall’altro, le forze internazionali e regionali che sfruttano la potenza scatenata da questi movimenti popolari per i propri fini, fomentando efficacemente la contro-rivoluzione, come è avvenuto in Libia e in Siria.

In generale, tuttavia, le rivolte arabe hanno ampliato le prospettive di una transizione con potenziale a lungo termine. Hanno agitato ciò che una volta era stagnante, aprendo la strada a diversi possibili scenari, nessuno dei quali prevede un ritorno al passato, cosa che credo sia ormai impossibile. A mio avviso, qualsiasi movimento popolare che conduca i popoli arabi più vicini al raggiungimento delle loro libertà e dei loro diritti democratici pone le basi per una lotta fondata su principi veramente democratici e costituzionali, che sono i presupposti per una società democratica e civile. Tutti questi obiettivi sono d’importanza strategica sia per la causa nazionale palestinese sia per il progetto di un rinnovamento arabo.

Note:

[1] Letteralmente, “protezione”, in arabo.

[2] Solo i parenti di primo grado (genitori, fratelli, coniugi e figli) sono autorizzati a visitare i loro parenti in carcere.

[3] Eletto per un mandato di quattro anni, il congresso nazionale è il supremo organo di governo del FPLP. Formula e modifica la strategia, il programma del partito e il regolamento interno, discute e decide in merito ai rapporti del comitato ed elegge il comitato centrale (esecutivo).

[4] Il Documento di riconciliazione nazionale, largamente conosciuto come Documento dei prigionieri, è stato pubblicato l’ 11 maggio 2006. Redatto da detenuti palestinesi nelle carceri israeliane in rappresentanza di Hamas, Fatah, Jihad islamica, FPLP e FDLP, al fine di risolvere la faida tra Fatah e Hamas e unificare le fila palestinesi. È il documento alla che è stato alla base di ogni successivo tentativo di riconciliazione palestinese. http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/page/documento-dei-prigionieri

[5] Una neologismo usato dall’allora Segretario di Stato americano Condoleezza Rice in una conferenza stampa a Washington DC il 21 luglio 2006: “Quello che stiamo vedendo qui, in un certo senso, è la crescita – le doglie di un nuovo Medio Oriente e qualunque cosa facciamo, dobbiamo essere certi che stiamo portando avanti il nuovo Medio Oriente e non stiamo tornando al vecchio.” Vedi: Condoleezza Rice,” Briefing speciale sul viaggio in Medio Oriente e in Europa”, 21 Luglio 2006, trascrizione a cura di US Department of of State Archive, http://2001-2009.state.gov.

Pubblicato su Institute for Palestine Studies
Traduzione per Palestina Rossa a cura di Enrico Bartolomei (*)


(*) ricercatore e attivista della Campagna di solidarietà per la Palestina – Marche

 

thanks to: Palestina Rossa

14.10.14 Roma – Crimini di guerra a Gaza, incontro con Richard Falk

1372503951

AssoPacePalestina & Sezione Internazionale Fond. L.L.Basso

invitano

14 OTTOBRE ORE 18
FONDAZIONE BASSO
Via della dogana vecchia, 5 – Roma

incontro con Richard Falk,
membro della Giuria Tribunale Russell sulla Palestina

La guerra di Gaza (2014) e la legislazione Internazionale.
I crimini israeliani, responsabilità e risposta della Comunità Internazionale

esaminati nella sessione speciale su Gaza
il 24 settembre a Bruxelles.

Evento facebook: https://www.facebook.com/events/705184742889971/
info: lmorgantiniassopace@gmail.com
tel. 3483921465

MANIFESTAZIONE PER LA PALESTINA, UNA SCOMMESSA VINTA

Roma, Manifestazione per la pace in Palestina

Il timore che, ormai spenti i riflettori su Gaza, cessati i bombardamenti e senza un attacco in corso, la manifestazione “Terra, pace e diritti per il popolo palestinese” si risolvesse in un flop si è immediatamente dissolto di fronte al corteo colorato, combattivo e festoso di oltre diecimila persone che ieri ha invaso la capitale, con la partecipazione da tutta Italia di palestinesi e di attivisti, arrivati da Napoli (sei pullman!), Milano, Salerno, Bari, Brindisi, Abruzzo e Molise, Carrara, Viareggio, Firenze, Emilia-Romagna, Pesaro, Varese e tante altre città con la consapevolezza che la solidarietà con la Palestina non resta circoscritta alla contingenza di un momento di emergenza.

Il popolo della Palestina è sceso in piazza sfidando il silenzio tombale dei media sull’appuntamento di ieri, a testimoniare un salto di qualità e una diffusa maturità nell’impegno: la questione che tutti si sono assunti il compito di denunciare è l’occupazione sionista della Palestina, che deve finire; tutti insieme, italiani e palestinesi, hanno gridato a gran voce la parola d’ordine dello striscione d’apertura: “Fine dell’occupazione israeliana – Palestina libera”, prime fra tutte le comunità palestinesi che aprivano il corteo, poi man mano i vari spezzoni (compreso quello degli Ebrei contro l’Occupazione), ognuno con la propria caratterizzazione, ma solidali con la parola d’ordine “basta occupazione”.

Gli interventi conclusivi, dell’ambasciatrice palestinese Mai Al-Kaila e di Nabeel Khair, coordinatore delle comunità palestinesi in Italia, hanno ribadito la volontà di proseguire nella denuncia e nella lotta, e hanno espresso la grande soddisfazione di tutti per la riuscita della manifestazione.

Due considerazioni finali.
1) Si è rivelata vincente la scelta delle comunità palestinesi di assumersi integralmente la responsabilità della costruzione della manifestazione: il neonato coordinamento delle comunità palestinesi in Italia si è rimboccato le maniche e ha chiamato a confronto i palestinesi di tutta Italia, simpatizzanti di tutti gli schieramenti politici palestinesi; tutte le comunità si sono sentite investite del compito di dare il loro contributo attivo alla riuscita della manifestazione, nell’interesse comune e della Palestina. Dal confronto interno sono nati un appello e una piattaforma unitari con cui è stata lanciata la manifestazione del 27 settembre.

2) La piattaforma ha convinto la grandissima maggioranza delle realtà italiane solidali con la Palestina; dagli incontri che i promotori hanno tenuto a Roma e in tutta Italia con comitati e associazioni pro-Palestina, forze politiche, organizzazioni sindacali, è nata quella vastissima lista di adesioni (vedi http://www.forumpalestina.org/news/2014/Settembre14/27-09-14_Manifestazione-Nazionale_ADESIONI.htm) che ha dato coraggio agli organizzatori e ha conquistato loro anche una serie di preziose collaborazioni concrete. L’unità di fondo non ha impedito, a chi lo abbia voluto, di caratterizzarsi ieri in piazza con parole d’ordine più articolate, una ricchezza in più per la manifestazione.
La prima manifestazione indetta e interamente organizzata dai palestinesi in Italia è stata innegabilmente un successo. Il Coordinamento delle Comunità palestinesi in Italia ha dimostrato di saper lavorare con determinazione e intelligenza politica, e ha dato anche agli italiani un’occasione importante, che ci auguriamo possa ripetersi in futuro. Il Forum Palestina è orgoglioso di aver portato il suo contribuito.

Rassegna foto e video manifestazione del 27 settembre

http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2014/9/27/42484-in-diecimila-al-corteo-di-solidarieta-con-il-popolo/

http://www.romacapitalenews.com/movimenti-a-roma-sabato-corteo-per-la-pace-in-palestina/

http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2014/09/27/a-roma-corteo-per-la-palestina_1eddeca2-4b7f-4f37-a55b-44dba878ac27.html

http://www.youreporter.it/video-foto/roma-manifestazione-palestina

http://www.lapresse.it/foto/cronaca/roma-manifestazione-per-la-pace-in-palestina-1.584936

https://www.youtube.com/watch?v=uX894ztm3ro&list=UUb1dUDjQgfZqP4Z_LlSjNmQ (Hamid Masoumi Nejad)

Rassegna giornali:


la repubblica:

http://roma.repubblica.it/cronaca/2014/09/27/news/cortei_i_movimenti_piazza_in_marcia_per_la_pace_in_palestina-96784328/?rss

il manifesto (edizione di domenica 28 settembre):

«Terra, pace, giustizia e libertà» per il popolo palestinese

Geraldina Colotti, ROMA, 27.9.2014

Roma. Circa 10mila persone in piazza su invito delle comunità.Associazioni, partiti, centri sociali hanno manifestato in modo unitario contro l’occupazione israeliana e gli accordi bellici dell’Italia

La Palestina nel cuore di Roma. Una Roma inclusiva e solidale, ma anche visibile nei suoi contenuti forti: antifascista e avversa alle forme del dominio necoloniale. Questo il senso della bella e generosa manifestazione che, da Piazza della Repubblica a Piazza
Santi Apostoli ha riunito ieri circa 10.000 persone. Una manifestazione nazionale, indetta dal Coordinamento delle comunità palestinesi in Italia, a cui hanno partecipato partiti, associazioni e movimenti che difficilmente incrociano le proprie pratiche su un terreno comune: dall’Altra Europa per Tsipras, ai Carc, dai Comunisti italiani all’Usb, ai Cobas, ai centri sociali. Tutti hanno risposto all’invito per chiedere
«Terra, pace, giustizia, libertà per il popolo palestinese», senza nessuno sconto alla cruda realtà delle cose: l’occupazione israeliana, che dura dal 1948, e il diritto del popolo palestinese alla propria autodeterminazione. Determinante l’apporto dei Giovani palestinesi in Italia.
Il Fronte Palestina ha però scelto di partecipare con una propria piattaforma: «Tra gli obiettivi della piattaforma — hanno scritto
riferendosi al testo di convocazione — si fa accenno al diritto dei palestinesi alla Resistenza, e viene difficile capire come questo
obiettivo si concili con la collaborazione in Cisgiordania tra l’Autorità nazionale palestinese e i sionisti e i loro accordi sulla sicurezza (di Israele) frutto, il tutto, del famigerato accordo di Oslo e di quelli successivi». Con il loro spezzone «Palestina: una, multietnica, indivisibile e antisionista» hanno tenuto il centro del corteo, insieme a molte realtà giovanili e dei centri sociali, connotando il proprio
internazionalismo tra l’asse del Novecento e quello odierno.
«Il segnale che viene da questa manifestazione, per la prima volta unitaria — dice Bassam Saleh, è che sono i palestinesi a dover
decidere il proprio futuro, le nostre discussioni contano fino a un certo punto». Un orientamento condiviso, con accenti diversi,
dal Segretario nazionale di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, da Yousef Salman, della Mezzaluna rossa e anche da Luisa
Morgantini, di Assopace: «La cosa urgente — dice Morgantini — è che si metta fine a questa nakba infinita, che l’Europa si assuma le
proprie responsabilità e che vengano perseguiti i crimini contro il popolo palestinese». Della «catastrofe del ’48, che ha reso profughi oltre due terzi della popolazione» parla anche il volantino della Rete Eco, Ebrei contro l’occupazione, venuti a manifestare «solidarietà ai nostri fratelli e sorellepalestinesi». La deputata del Pd, Marietta Tidei, è invece venuta«a titolo personale», fa parte della Delegazione parlamentare all’Assemblea Osce, e promette di sollevare anche in quella sede la questione della Palestina.

Cartelli e striscioni ricordano con cifre e immagini i costi dei ripetuti massacri che hanno colpito i palestinesi: «Cartellino rosso a Israele — recita uno striscione — un paese che si macchia di crimini di guerra non può ospitare Euro 2020». «Acqua, terra e libertà», dice quello del Forum Palestina. E un altro: «Italia, basta armare Israele». Una denuncia ripetuta in molti spezzoni del corteo, che suggeriscono «il boicottaggio contro uno stato d’apartheid». Da Varese, attivisti e operai sono venuti a ricordare gli accordi di Alenia Aermacchi con Israele, e a promuovere il boicottaggio dei prodotti farmaceutici Teva.

«El pueblo unido, jamas sera vencido», cantano dal Fronte Palestina.. Una canzone opportuna data la forte presenza di associazioni di sostegno all’America latina socialista, come la Rete nazionale di sostegno alla rivoluzione bolivariana, “Caracas Chiama”: «Dalla Palestina, a Cuba, al Venezuela, la resistenza ha lo stesso nemico», dice Luciano della Rete dei comunisti. E Alessandro, della rete Noi saremo tutto, parla di «un nuovo internazionalismo», mentre sfila dietro lo striscione di “Donbass antifascista”.
Una giovanissima del collettivo Cagne sciolte denuncia che il «Pinkwashing di Israele non cancella il colonialismo», in solidarietà «ai queer palestinesi». C’è il collettivo Lucha y siesta. E c’è Erika, di Free Palestine: che è qui «anche per Nunzio, Luca, Paolo e Maurizio, i compagni antifascisti arrestati, ai quali hanno rivolto un saluto anche dal campo profughi di Aida Camp».

Roma, Manifestazione per la pace in Palestina

Roma. Palestina in piazza.

di Sergio Cararo

Tante, inaspettatamente e opportunamente tante persone sono scese in piazza a Roma a sostegno dei diritti del popolo palestinese nella manifestazione convocata dall’appello lanciato dal Coordinamento delle Comunità palestinesi in Italia.

Le preoccupazioni della vigilia, soprattutto per un corteo nazionale convocato quando l’onda emotiva dei bombardamenti e del massacro di Gaza sono stati ormai ampiamente rimossi dall’agenda politica e dall’attenzione di mass media, sono state fugate dalla partecipazione determinata e convinta di più di diecimila persone venute da tante città italiane a denunciare che l’occupazione israeliana della Palestina non è affatto cessata con la tregua che ha messo fine ai bombardamenti su Gaza.

Un bel corteo con tanta gente, tante bandiere e tanti striscioni di solidarietà con il popolo palestinese e di condanna della politica israeliana di occupazione e apartheid con inviti al boicottaggio, sanzioni e disinvestimento come azione concreta che può cambiare le cose sul campo a fronte dell’inerzia o, peggio, della complicità dei governi e della comunità internazionale con l’occupazione israeliana.

Un lungo corteo ha attraversato il centro di Roma aperto da un camion con l’amplificazione che servirà poi da palco finale in piazza SS Apostoli, un lunghissimo bandierone palestinese e lo striscione delle comunità palestinesi che si sono mobilitate da tante regioni per venire a Roma. E’ stato questo forse a fare la differenza. Questa manifestazione l’hanno voluta fortemente i palestinesi in Italia e l’hanno costruita con un processo inclusivo che ha consentito a tutti di sentire questa manifestazione come la loro. Una piattaforma a nostro avviso adeguata alla posta in gioco e agli obiettivi di questa fase del movimento di resistenza palestinese, ha fatto il resto.

Sfilano uno dietro l’altro gli striscioni delle realtà, delle reti e delle associazioni di solidarietà con il popolo palestinese, sfilano i partiti e le organizzazioni della sinistra e comunista, sfilano i sindacati di base e il colpo d’occhio rivela una diffusione significativa di questa solidarietà con la resistenza palestinese. Non vorremmo essere nei panni dell’ambasciatore israeliano o dei gruppi sionisti in Italia, che adesso dovranno giustificare agli occhi dei loro superiori il fatto che in un paese che Israele considera complice a tutti i livelli si sia potuta realizzare una manifestazione per la Palestina di queste dimensioni. E’ decisamente un brutto colpo per i sostenitori del sionismo reale in Israele e in Italia e un risultato significativo per i palestinesi. Durante il corteo lungo via Cavour, un ragazzo dal marciapiede ha provato a provocare esibendo una bandiera israeliana ma è stato allontanato. Un episodio che magari verrà amplificato oltre ogni misura dai soliti apparati ideologici israeliani, ma è stato l’unico episodio di tensione durante una manifestazione grande, tranquilla e partecipata e, tutto sommato, due sberle se le è andate a cercare e non poteva che trovarle.

Dal palco intervengono le comunità palestinesi e l’ambasciatrice. La soddisfazione per la riuscita della manifestazione è visibili dai volti sul camion palco e dalle parole. Sul palco, finalmente, solo quelli che dovevano esserci e nessuna “vetrina”.

Ci sarà il tempo per valutazioni più complete ma il segnale inviato dalla manifestazione di questo sabato a Roma è che la rimozione della questione palestinese dall’agenda politica, istituzionale ma anche dall’agenda dei movimenti non sarà più possibile, anche quando la sfera emotiva che ha spinto tanta gente in piazza in pieno agosto per Gaza sembrava essersi affievolita di fronte alle telecamere spente dei mass media e alla distrazione delle forze politiche, anche a sinistra. I palestinesi innanzitutto hanno messo un piede nella porta che si voleva chiudere e l’hanno dimostrato chiamando in piazza le tante e i tanti che ne condividono e rispettano la dignità e la resistenza, bandendo ogni equidistanza tra occupanti e occupati, tra colonialismo e autodeterminazione, tra Israele e Palestina. L’equidistanza è un aspetto della complicità con l’occupante. Le televisioni palestinesi e mediorientali hanno ripreso la manifestazione e trasmessa nei loro paesi. Il popolo palestinese ha avuto la conferma che in Italia c’è una società migliore e più solidale dei governi passati e di quello in carica.

 

thanks to: forumpalestina.org

contropiano.org

Palestina. Una manifestazione nazionale a Roma per non permettere a Israele di “fare quello che fa”

 

Ha scelto come logo il personaggio di Handala con la bandiera palestinese e piano piano sta prendendo corpo con una serie di incontri preparatori in varie città la manifestazione nazionale per la Palestina convocata dalle Comunità Palestinesi in Italia per sabato 27 settembre a Roma. L’appuntamento per la partenza del corteo è prevista per le 14.30 in piazza della Repubblica, sul suo percorso c’è una trattativa in corso con la Questura.

Nonostante più di qualcuno tema l’effetto dei “riflettori spenti” dopo le giornate di tensione e mobilitazione di questa estate durante l’ennesimo mattatoio israeliano contro i palestinesi di Gaza, sono in molti a ritenere che sarebbe un errore clamoroso abbassare l’attenzione, la tensione e la mobilitazione intorno alla resistenza palestinese contro l’occupazione israeliana. Gli inviati sono tornati a casa, i riflettori si sono spenti, di Gaza si poco parla poco, ma sarebbe sufficiente seguire con un minimo di attenzione quanto succede tutti i giorni nei territori palestinesi in Cisgiordania (arresti, uccisioni, nuovi insediamenti coloniali) per capire quale errore sarebbe quello di abbassare la guardia e – come ebbe a dire Ilan Pappe – “continuare a permettere ad Israele di fare quello che fa”.

Nata come proposta nel momento di massima emozione per quanto accadeva a Gaza, la manifestazione del 27 settembre mantiene tutta la sua validità, anche per dimostrare ai molti complici del sionismo e del colonialismo israeliano in Italia che “la nuttata non è passata” e tutto può tornare come prima. Non lo hanno accettato i palestinesi di Gaza sotto le bombe, rifiutando per ben due volte una tregua che si sarebbe rivelata del tutto inservibile a sbloccare l’assedio che dura ormai da otto anni.I ntorno alla manifestazione del 27 settembre stanno crescendo le adesioni e cominciano ad essere indicati gli appuntamenti dei pullman per andare a Roma. Per gli aggiornamenti è utile seguire il sito www.forumpalestina,org .

Le adesioni pervenute finora sono: Comitato con la Palestina nel cuore Roma, le comunità palestinesi di Roma e Lazio, Puglia, Campania, Toscana, Lombardia, Sardegna, Emilia Romagna, Abruzzo e Molise, Veneto, Associazione amici dei prigionieri palestinesi, Unione generale ingegneri e architetti palestinesi, Unione generale medici e farmacisti palestinesi, Mezza luna rossa palestinese, Associazione Amici della Mezza luna rossa Palestinese, Unione Democratica Arabo Palestinese- UDAP Italia, Fronte Palestina, Associazione Amicizia Sardegna Palestina, Partito dei comunisti italiani (Nazionale ), Rifondazione comunista (nazionale ), Rete dei Comunisti, Confederazione Cobas, Unione Sindacale di Base, Forum Palestina, Assopace Roma, Rete palermitana di solidarietà “Con la Palestina nel cuore” di Palermo, Rete romana di solidarietà con la Palestina, Piattaforma Comunista, I sindaci di Soriano nel Cimino (VT) e di Rieti, Ada Donno AWMR Italia – donne della Regione Mediterranea.

Qui di seguito il testo dell’appello di convocazione della manifestazione del 27 settembre a Roma:

Appello per una manifestazione nazionale in sostegno al popolo palestinese

L’aggressione Israeliana contro il popolo palestinese continua, dalla pulizia etnica del 1948, ai vari massacri di questi decenni, dal muro dell’apartheid, all’embargo illegale imposto alla striscia di Gaza e i sistematici omicidi mirati, per finire con il fallito tentativo di sterminio perpetuato in questi ultimi giorni sempre a Gaza causando più di 2000 morti ed oltre 10.000 ferite.

Il Coordinamento delle comunità palestinesi in Italia indice una manifestazione nazionale di solidarietà:

– per il diritto all’autodeterminazione e alla resistenza del popolo palestinese;

– per mettere fine all’occupazione militare israeliana;

– per la libertà di tutti i prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane;

– per la fine dell’embargo a Gaza e la riapertura dei valichi;

– per mettere fine alla costruzione degli insediamenti nei territori palestinesi;

– per il rispetto della legalità internazionale e l’applicazione delle risoluzione del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite;

– per uno stato democratico laico in Palestina con Gerusalemme capitale (come sancito da molte risoluzioni dell’Onu);

– l’attuazione del dritto al ritorno dei profughi palestinesi secondo la risoluzione 194 dell’Onu e la IV Convenzione di Ginevra.

Chiediamo a tutte le forze democratiche e progressiste di far sentire la loro voce contro ogni forma di accordi militari con Israele.

Chiediamo al Governo italiano e in qualità di presidente del “semestre” dell’UE di adoperarsi per il riconoscimento europeo dei legittimi diritti del popolo palestinese e mettere fine alle politiche di aggressione di Israele, utilizzando anche la pressione economica e commerciale su Israele.

Il coordinamento delle Comunità palestinesi in Italia chiede a tutte le forze politiche e sindacali e a tutti le associazioni e comitati che lavorano per la pace e la giustizia nel mondo di aderire alla nostra manifestazione inviando l’adesione al nostro indirizzo mail : comunitapalestineseitalia@hotmail.com

Coordinamento delle Comunità Palestinesi in Italia

thanks to: Sergio Cararo

LE COMUNITA’ PALESTINESI IN ITALIA LANCIANO UNA MANIFESTAZIONE NAZIONALE A ROMA PER IL 27 SETTEMBRE

Un appello è stato lanciato dalle comunità palestinesi in Italia chiedendo a tutte le forze solidali con il popolo palestinese e indignate per l’ennesimo mattatoio scatenato da Israele contro Gaza di mobilitarsi e indica una data, sabato 27 settembre, per una manifestazione nazionale a Roma.

Qui di seguito il testo dell’appello:

Terra, pace e diritti per il popolo palestinese. Fermiamo l’occupazione

Appello per una manifestazione nazionale in sostegno al popolo palestinese il 27 settembre a Roma

L’aggressione Israeliana contro il popolo palestinese continua, dalla pulizia etnica del 1948, ai vari massacri di questi decenni, dal muro dell’apartheid, all’embargo illegale imposto alla striscia di Gaza e i sistematici omicidi mirati, per finire con il fallito tentativo di sterminio perpetuato in questi ultimi giorni sempre a Gaza causando più di 2000 morti ed oltre 10.000 ferite.

Il Coordinamento delle comunità palestinesi in Italia indice una manifestazione nazionale di solidarietà:

– per il diritto all’autodeterminazione e alla resistenza del popolo palestinese;

– per mettere fine all’occupazione militare israeliana;

– per la libertà di tutti i prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane;

– per la fine dell’embargo a Gaza e la riapertura dei valichi;

– per mettere fine alla costruzione degli insediamenti nei territori palestinesi;

– per il rispetto della legalità internazionale e l’applicazione delle risoluzione del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite;

– per uno stato democratico laico in Palestina con Gerusalemme capitale (come sancito da molte risoluzioni dell’Onu);

– l’attuazione del dritto al ritorno dei profughi palestinesi secondo la risoluzione 194 dell’Onu e la IV Convenzione di Ginevra.

Chiediamo a tutte le forze democratiche e progressiste di far sentire la loro voce contro ogni forma di accordi militari con Israele.

Chiediamo al Governo italiano e in qualità di presidente del “semestre” dell’UE di adoperarsi per il riconoscimento europeo dei legittimi diritti del popolo palestinese e mettere fine alle politiche di aggressione di Israele, utilizzando anche la pressione economica e commerciale su Israele.

Il coordinamento delle Comunità palestinesi in Italia chiede a tutte le forze politiche e sindacali e a tutti le associazioni e comitati che lavorano per la pace e la giustizia nel mondo di aderire alla nostra manifestazione inviando l’adesione al nostro indirizzo mail comunitapalestineseitalia@gmail.com

Coordinamento delle Comunità Palestinesi in Italia

8 modi per sostenere la Palestina attraverso il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele

Lanciata dalla stragrande maggioranza delle organizzazioni della società civile palestinese nel 2005 e ispirata dal movimento contro l’apartheid in Sudafrica, la campagna per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) è ormai un diffuso movimento internazionale.

La campagna BDS si sta dimostrando capace di ottenere un sostegno di massa e di convincere aziende, istituzioni culturali, artisti e governi ad aderire o osservare il boicottaggio di Israele. Unisciti alla campagna per contribuire a costruire il movimento internazionale BDS contro il regime israeliano di occupazione, colonialismo e apartheid.

1. Prodotti delle società israeliane o aziende internazionali complici dell’occupazione

Cercare di boicottare ogni singola azienda complice dell’apartheid israeliana è un compito arduo che ha poche possibilità di avere un impatto concreto. Ha più senso concentrarsi su società o prodotti oggetti di campagne nazionali o internazionali. Di seguito alcuni prodotti che si trovano in Italia:

– Sodastream: Ditta israeliana che si spaccia per “ambientalista”, mentre la sua principale fabbrica di produzione è sita in una delle centinaia di colonie costruite illegalmente nei Territori palestinesi occupati. In Italia, Sodastream vende gasatori per l’acqua frizzante dal rubinetto. Inoltre, nel 2011 ha acquistato la ditta romagnola CEM Industries, ora Sodastream Professional, che fa macchine industriali per bar e ristoranti e tecnologia per le case dell’acqua comunali.

» Firma per inviare una mail alla RAI: NO alla pubbicità di Sodastream!
» Consegna la lettera agli esercenti ai bar e ristoranti
nella tua città. Proponi di esporre gli adesivi della campagna.
» Assicurati che le case dell’acqua del tuo comune non contengono tecnologia Sodastream
» Firma la petizione e consegna la lettera ai negozianti e ai rivenditori.
» Fai conoscere la campagna: Volantini, loghi, grafici e video.

Prodotti agricoli: Le imprese israeliane che esportano prodotti agricoli sono tra i principali beneficiari della distruzione dell’agricoltura palestinese; operano nelle colonie israeliane all’interno dei territori occupati ed esportano i loro prodotti fuori da esse sfruttando terre e risorse idriche palestinesi rubate, beneficiando inoltre dell’assedio di Gaza. Alcuni dei prodotti e marche che si trovano in Italia, che variano in base alla stagione, sono: agrumi, pompelmi, (Mehadrin, Jaffa), datteri medjool (Mehadrin, Haidaklaim, King Solomon, Jordan River), frutta esotica, avocado, mango, melograni (Mehadrin, Kedem, Frutital, Sigeti, McGarlet), frutta secca.

» Coinvolgi i tuoi amici e la tua famiglia nel boicottaggio
» Parla col tuo fruttivendolo, con il tuo GAS o con la direzione del supermercato.
» Fai conoscere la campagna: Volantino prodotti agricoli, Volantino datteri.

– Hewlett Packard: Multinazionali che fornisce sistemi informatici al Ministero della Difesa israeliano e tecnologie per il controllo del movimento ai checkpoint a Gaza e in Cisgiordania. L’attrezzatura HP è usata dal sistema carcerario e dall’esercito israeliano, e l’azienda ha anche investito nello sviluppo tecnologico degli insediamenti illegali, prendendo parte al progetto Smart City ad Ariel. È inoltre diffusissima anche in Italia in luoghi ed aziende pubbliche e private.

» Firma la petizione all’amministratore delegato della HP
» Invia una lettera alle direzioni aziendali che conosci

– Ahava: Ditta israeliana di cosmetici con fanghi del Mar Morto. La sua fabbrica principale, col suo lussuoso centro per i visitatori, si trova a Mitzpe Shalem, una colonia nella Cisgiordania occupata. In Italia si vende in alcune farmacie, erboristerie, profumerie e grandi magazzini come la Rinascente.

» Chiedi ai rivenditori di non commercializzare i prodotti Ahava
» Segui la campagna sul sito Stolen Beauty

– Teva: Industria farmaceutica israeliana che sta monopolizzando il mercato degli equivalenti.

» Con la ricetta del tuo medico, che non è vincolante, chiedi farmaci generici di altre ditte.
» Rifiuta anche quelli Dorom e Ratiopharm, marchi acquisiti dalla Teva.
» Spiega a chi vende la Teva perché non la si compra.

NB: Vedi la nota sul codice a barre e il boicottaggio di Israele

2. Embargo militare

Con l’ultimo massacro di civili a Gaza, aumentano gli appelli per un embargo militare ad Israele. In Italia abbiamo il dovere di impegnarci strenuamente in questo ambito, dato che il nostro paese è il primo fornitore europeo di armi ad Israele.

» Firma la petizione internazionale per un embargo militare su Israele. Le firme verranno consegnate a settembre all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani
» Promuovi una mozione che chiede l’embargo militare e la revoca dell’accordo del 2005 di Cooperazione Militare Italia-Israele presso il tuo consiglio comunale
» Chiudi il tuo conto presso Unicredit che finanza la vendita degli M-346 caccia addestratori dell’Alenia Aermacchi ad Israele.
» Impegnati nella campagna Nessun M-346 ad Israele
» Segui la campagna boicottaggio armamenti per gli aggiornamenti, in particolare sulle iniziative contro le esercitazioni militari in Sardegna con la partecipazione di Israele a settembre. 

3. Accordo Acea-Mekorot

Il 2 dicembre 2013, durante il vertice Italia-Israele, l’Acea, principale operatore italiano nel settore idrico, e la Mekorot, società idrica nazionale di Israele, hanno sottoscritto un Memorandum d’intesa. La Mekorot, oggetto di una campagna internazionale di boicottaggio, non solo sottrae illegalmente l’acqua alle falde palestinesi ma fornisce l’acqua rubata alle colonie israeliane in Cisgiordania e a Gerusalemme est occupate.

» Firma la petizione che chiede all’Acea e al Comune di Roma di annullare l’accordo con la Mekorot
» Chiede agli enti locali il cui servizio idrico è affidato a società partecipate da Acea che si attivino affinché venga ritirato l’accordo. Vedi l’esempio di Pomarance
» Fai conoscere la campagna: Volantini, video, loghi e grafici

4. Expo 2015

Expo 2015 non solo rappresenta uno scempio a 360 gradi, in termini di devastazione e speculazione, così come nell’appropriazione ipocrita di termini come “sviluppo sostenibile”, ma funzionerà anche come vetrina per le “eccellenze” israeliane in agricoltura e gestione delle risorse idriche, mentre ruba acqua e terra ai palestinesi.

» Partecipa all’assemblea nazionale il 19 ottobre a Milano
» Segui la campagna No Expo No Israele, anche sul sito noexpo.org 

5. Stop That Train

La Pizzarotti SpA di Parma sta costruendo una TAV israeliana che attraversa la Cisgiordania occupata, ed ha causato la confisca, lungo il suo percorso, di altre e ulteriori terre palestinesi.

» Fai approvare una delibera dal tuo comune per sanzionare la Pizzarotti ed escluderla dalle gare per gli appalti pubblici. Sono già 6 i consigli che lo hanno fatto, compreso uno in Val Susa
» Fai conoscere la campagna: Volantino Stop That Train

6. Boicottaggio Accademico e Culturale

Le istituzioni accademiche e culturali israeliane (la maggior parte controllate dallo Stato) hanno contribuito direttamente a mantenere, difendere o giustificare le forme di oppressione contro il popolo palestinese, oppure si sono rese complici con il loro silenzio.

» Scrivi una lettera agli artisti italiani che si esibiscono in Israele. Vedi alcuni esempi
» Organizza una campagna contro eventi culturali sponsorizzati dall’ambasciata israeliana nella tua città
» Organizza una campagna per interrompere i legami tra la tua università e Israele.
» Promuovi una risoluzione in sostegno al boicottaggio accademico presso la tua università o associazione accademica.

7. Boicottaggio sportivo

» Firma la petizione internazionale per escludere Israele dalla FIFA
» Coinvolgi calciatori, squadre o organizzazioni sportive nella campagna
» Fai conoscere la campagna: Dossier, canzoni e grafici

8. Altre azioni

» Chiedi alle reti, organizzazioni ed ai gruppi ai quali appartieni di aderire all’appello palestinese per il BDS.  Compila il modulo al link “Clicca per aderire”
» Chiedi dichiarazioni o risoluzioni a sostegno al BDS ad associazioni, sindacati o consigli comunali.
» Fai conoscere la campagna: Disegni di Carlos Latuff
» Segui BDS Italia via Facebook e Twitter

A cura di BDS Italia

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1.200 ricercatori e docenti universitari spagnoli chiedono la rottura delle relazioni accademiche con Israele

Più di un migliaio di professionisti hanno sottoscritto un manifesto rilasciato dalla campagna BDS (Boicottaggio, Divestimento and Sanzioni) accademico per la Palestina, che esige la fine di tutte le relazioni istituzionali con il mondo accademico israeliano, finchè questo non cesserà di supportare l’occupazione e l’apartheid in Palestina.

La campagna, iniziata due anni fa, chiede il sostegno dei professionisti provenienti dai settori accademici e scientifici, e anche delle associazioni collegati a questi campi, come sindacati studenteschi e dei lavoratori, centri di ricerca, associazioni professionali etc. Delle 1.400 persone che hanno sottoscritto il manifesto, 150 sono professori universitari, 850 maestri e 200 son ricercatori. Anche più di 55 associazioni collegate al campo accademico hanno firmato; tra queste sono presenti gruppi di ricerca e dipartimenti universitari.

Questa iniziativa è parte della campagna internazionale di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro Israele. Questo appello internazionale è una strategia non violenta guidata dalla società palestinese dal 2005. E sta crescendo, come efficace strategia di pressione nei confronti di Israele, in modo che rispetti i diritti umani e il diritto internazionale. L’anno scorso, il fisico Stephen Hawking, il premio Nobel per la pace Desmond Tutu, e quattro associazioni accademiche americane hanno aderito al boicottaggio. E’ importante sottolineare che questa richiesta sia a livello istituzionale e non individuale. Similmente, l’Unione Europea ha istituito de facto un boicottaggio di ogni collaborazione con centri di ricerca israeliani e Università collocate nei Territori Occupati.

La campagna continuerà la raccolta di firme e prevede di sostenere specifiche campagne che si svilupperanno in diverse università spagnole, come l’Università di Vic e l’Università di Malaga, dove lo scopo è, rispettivamente, quello di rompere i legami con Università di Haifa e la Tel Aviv University.

Il 15 Maggio, in Catalogna, gli attivisti della campagna di cui sopra hanno occupato la Segreteria delle Università e della Ricerca, chiedendo trasparenza in tutti gli accordi sottoscritti lo scorso Novembre, quando una delegazione di imprenditori, consiglieri e direttori di centri di ricerca guidati da Artur Mar se è recata in Israele per stringere legami economici e accademici con le istituzioni israeliane.

Come risultato, è stato ottenuto un incontro con il Antoni Castellà, Segretario delle Università, in cui sono state avanzate le richieste delle campagna. Castellà ha consegnato gli accordi sottoscritti duranti il viaggio in Israele. Sebbene abbia assicurato che nessuna università delle Catalogna collaborerà con università che sono coinvolte con l’Occupazione della Palestina, queste università israeliane partecipano attivamente ai progetti di ricerca militare e all’occupazione dei palestinesi. Tutto ciò è documentato nel report di Alejandro Pozo: Defensa, Seguretat i Ocupació com a Negoci. Relacions Militars, Armamentístiques i de Seguretat entre Espanya i Israel.

La campagna spagnola ha avuto un particolare eco in Catalogna, da dove sono arrivate il quaranta per cento delle firme totali: più di 550. Le università che hanno partecipato di più sono la Universitat Autònoma de Barcelona e l’Universitat de Barcelona. Ciò è particolarmente significativo in quanto la Generalitat sta chiaramente cercando di trasformare Israele in un partner prioritario, con una particolare attenzione quando si tratta di legami universitari.

Per maggiori informazioni e per contattare i membri della campagna, inviare una e-mail a: bdspbai@gmail.com

Rete di Solidarietà contro l’Occupazione della Palestina (RESCOP)

 

thanks to: jadaliyya.com

Traduzione: BDS Italia

 

 

NON ESISTE UNA GUERRA ISRAELO-PALESTINESE

La questione palestinese è di una evidenza assoluta. Ha un suo fondamento talmente incontrovertibile che non metterebbe conto di parlarne. La Palestina è una realtà assoggettata con le armi.

Lo strapotere militare di Israele, incoraggiato, foraggiato, coperto di impunità da tutti i governi occidentali, tenta di mettere i palestinesi in condizioni di resa e miseria umana, morale ed economica. Come dimostra la storia non c’è riuscito e non ci riuscirà mai. Ma è necessario sgomberare il campo dall’uso di una terminologia errata, che corrisponde oltretutto a precise posizioni politiche riguardo a ciò che accade in Palestina, e fare chiarezza. Quella in corso non è una guerra.

Wright definiva la guerra come: contatto violento, attraverso la forza armata, di entità distinte ma simili1, quindi in certa maniera un conflitto tra “pari”. Nessuno potebbe in buona fede affermare che palestinesi e israeliani possano collocarsi su uno stesso piano, né dal punto di vista delle forze, delle risorse e delle alleanze a disposizione, né per quanto riguarda lo status politico (Israele è riconosciuto come stato, la Palestina no).

La guerra presuppone, inoltre, uno scontro deliberato, dichiarato e agito da entrambi gli attori di un conflitto. Israele, pur senza aver mai dichiarato ufficialmente guerra, attacca la popolazione palestinese, e non solo nella maniera più evidente come accade periodicamente a Gaza, mentre dall’altra parte non esiste un esercito e nemmeno una milizia organizzata in grado di scontrarsi ad armi pari. È vero che il ventesimo secolo ci ha abituati a definizioni funambolesche come “guerra difensiva” o “preventiva”, ma sappiamo bene che dietro questi termini si è sempre celata un’aggressione imperialista, i cui fini sono strategici ed economici.

Al più, si potrebbe sostenere che si tratta di un conflitto coloniale, ma anche questa definizione risulterebbe riduttiva rispetto a ciò che sta avvenendo.

Quello perpetrato in Palestina è un vero e proprio genocidio2, come viene denunciato da diversi gruppi e organizzazioni.

Ma esaminiamo la definizione nel dettaglio. La “Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio” nell’articolo II definisce il genocidio come:

“uno dei seguenti atti effettuato con l’intento di distruggere, totalmente o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale:

  1. Uccidere membri del gruppo;
  2. Attentare in modo grave all’integrità fisica o mentale dei membri del gruppo;
  3. Influenzare deliberatamente le condizioni di vita del gruppo con lo scopo di portare alla sua distruzione fisica totale o parziale;
  4. Imporre misure tese a impedire le nascite all’interno del gruppo;
  5. Trasferire forzatamente bambini del gruppo in un altro gruppo.”

Nello specifico, se andiamo ad esaminare il tipo di azioni elencate dalla Convenzione ONU, si può verificare come siano state poste in atto ai danni della popolazione palestinese.

Non solo, quindi, l’uccisione diretta, che è l’aspetto più macroscopico, ma anche l’attentato grave all’integrità fisica e mentale (ad esempio con l’incarcerazione, la tortura, la menomazione attraverso l’uso di armi convenzionali e non convenzionali, ecc.); la sottomissione intenzionale della popolazione a condizioni di esistenza dirette a provocare la sua eliminazione fisica (le condizioni di vita nella striscia di Gaza sono un esempio lampante, ma lo stesso vale per la Cisgiordania e per i numerosi campi profughi, oltre alla distruzione pressoché totale dell’economia palestinese); le misure atte ad impedire le nascite nell’ambito della comunità (pensiamo alle molte partorienti fermate nei check-point, o al danneggiamento delle strutture sanitarie); il “rapimento” dei bambini (arresti continui, alto numero di minori incarcerati, anche sotto i 16 anni)3. E gli esempi potrebbero essere molto più numerosi.

Ma la questione è ancora più complessa. Quando si parla di genocidio, un elemento fondamentale è l’intenzione genocida, il desiderio di distruggere una popolazione in quanto tale (spesso assieme alla sua memoria culturale) e non solo quello di assicurarsi il controllo di territori o risorse economiche eliminando gli oppositori reali o potenziali. Nel genocidio, il massacro è un fine e non un mezzo4. Anche in questo caso, lo scopo non è solo quello di appropriarsi della terra, ma piuttosto quello di cancellare un intero popolo e la memoria stessa della sua esistenza, fino a negare che sia mai esistita un’identità palestinese in quanto tale, e questo allo scopo di validare la leggenda fondativa di uno stato ebraico come “terra promessa”, di rendere vera la definizione “una terra senza un popolo per un popolo senza terra”5.

Perchè allora nessuno stato o organismo internazionale denuncia questo crimine? La risposta è ovvia, tale denuncia spetterrebbe in primis all’ONU, la quale avrebbe anche, in tal caso, il dovere di intervenire per fermarlo6 . Ma l’ONU, che non cerca nemmeno di far rispettare ad Israele le sue numerose risoluzioni, obbedisce ai voleri del suo principale finanziatore, e cioè degli Stati Uniti, il quale continua a dichiarare che Israele ha il diritto di difendersi dagli attacchi dei palestinesi. Ancora una volta la questione viene totalmente capovolta.

Ma, soprattutto, denunciare questo crimine significherebbe implicitamente riconoscere ai palestinesi il diritto ad esistere in quanto tali (proprio come il crimine di genocidio fa riferimento alla volontà di eliminare una certa popolazione in quanto tale) e quindi all’autodeterminazione.

Luisa Costalbano


Note:

1 Wright Q., filosofo e politologo statunitense, in: A Study of War, University of Chicago Press, Chicago1965.

2 Il termine genocidio deriva dal greco (ghénos razza, stirpe) e dal latino (caedo uccidere) ed è stato coniato nel 1944 dal giurista polacco Raphael Lemkin nello scrivere “Il ruolo dell’Asse nell’Europa occupata”, intendendo con questo termine la distruzione di un gruppo nazionale o di un gruppo etnico. L’autore vide la necessità di un nuovo termine per descrivere la realtà nuova dell’Olocausto.

L’11 dicembre 1946, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite riconobbe il crimine di genocidio con la Risoluzione 96 come “Una negazione del diritto alla vita di gruppi umani, gruppi razziali, religiosi, politici o altri, che siano stati distrutti in tutto o in parte”. Il 9 dicembre 1948 fu adottata dall’ONU la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio. La Convenzione delle Nazioni Unite, a cui hanno aderito numerosi Stati, è stata criticata sotto vari aspetti, e in particolare per l’indeterminatezza della pena, lasciata alla discrezione degli Stati firmatari. Anche l’Italia ha aderito alla Convenzione, emanando a tal fine nel 1967 una legge di modifica del proprio codice penale. Per il testo della Convenzione vedere: http://www.preventgenocide.org/it/convenzione.htm

3 A tale proposito sono esemplari le recenti dichiarazioni della parlamentare israeliana Ayelet Shaked http://electronicintifada.net/blogs/ali-abunimah/israeli-lawmakers-call-genocide-palestinians-gets-thousands-facebook-likes http://www.presstv.ir/detail/2014/07/16/371556/israel-must-kill-all-palestinian-mothers/. Ricordo che la Convenzione all’articolo III stabilisce che “Saranno puniti i seguenti atti: […] l’incitamento diretto e pubblico a commettere genocidio”.

4 Alcuni autori ritengono genocidio un sinonimo di pulizia etnica e di etnocidio, mentre secondo altri si tratta di un fenomeno diverso, almeno per gradazione. Secondo Gérard Prunier, ad esempio, la pulizia etnica è lo sterminio di massa di una parte della popolazione per allontanare i sopravvissuti ed occupare il territorio, mentre nel genocidio vero e proprio non esistono vie di fuga: anche i gruppi religiosi e politici non possono salvarsi attraverso la conversione o la sottomissione.

5 Questa volontà di cancellare l’identità palestinese è ben visibile, ad esempio nella definizione degli abitanti palestinesi dei territori del ’48 (oggi Israele) come “cittadini arabi”, o nella volontà di fare di Israele uno stato confessionale (ebraico), distinguendo i cittadini su base religiosa (ebrei, musulmani, cristiani) e non etnica o nazionale.

6 “Art. VIII: Ogni Parte contraente può invitare gli organi competenti delle Nazioni Unite a prendere, ai sensi della Carta delle Nazioni Unite ogni misura che essi giudichino appropriata ai fini della prevenzione e della repressione degli atti di genocidio”

thanks to: Luisa Costalbano

PalestinaRossa

Il ruolo dei media nella formazione di una posizione politica

Guardatela bene questa prima pagina del Corriere della Sera di ieri, giovedì 10 luglio. Non è nè ingenua nè approssimativa, tantomeno ricerca una finta equidistanza. E’ una pagina apertamente schierata, ma nella maniera intelligente, pervicace, strisciante, che lascia spazio a interpretazioni mettendo a segno tutti gli obiettivi politici che si propone. Che confluiscono tutti, in buona sostanza, nell’orientamento dell’opinione pubblica volto a giustificare, in questo caso, la politica di guerra israeliana in Palestina.

Dopo giorni di guerra e più di cento palestinesi morti sia a Gaza che in Cisgiordania (gli unici morti di questa aggressione) il titolo è costruito attorno ad un controsenso fuorviante: è Israele che chiede ad Hamas di fermarsi. Automaticamente, il lettore medio, poco informato, che molte volte non va al di là del titolo e che costituisce la stragrande maggioranza dei lettori di quotidiani, sarà portato a credere come sia Hamas, cioè la Palestina, che sta attaccando Israele, e non il contrario come effettivamente sta avvenendo. Nell’occhiello sopra il titolo, poi, l’apoteosi: “Ancora razzi sulla città. Peres: basta lanci o siamo pronti all’invasione”, rafforzando il concetto inesistente che siano i palestinesi a bombardare Israele e non il contrario, e come Israele stia tentando in tutti i modi di evitare un’aggressione che, se ci sarà, sarà determinata esclusivamente dall’atteggiamento palestinese. Nel sottotitolo continua l’opera di ri-costruzione ideologica dell’evento: “A Gaza 50 morti. Gli integralisti: puntiamo alla centrale nucleare”. L’unica concessione a ciò che sta accadendo realmente in Palestina sarebbe quel riferimento ai morti di Gaza. Messa così, però, è a dir poco fuorviante. Al di là dei morti, che in questi tre giorni hanno superato quota cento, nessuno specifica che i morti sono solo palestinesi, e il lettore medio di cui sopra, quello che non ha un’idea chiara di dove sia Gaza e soprattutto da chi sia amministrata, sarà portato a credere che i morti siano di ambedue le parti, avvalorando l’ipotesi della guerra fra due Stati o due popoli e non quella dell’aggressione unilaterale, come effettivamente sta avvenendo. Per completare l’opera di revisione della realtà, il piccolo trafiletto messo a spiegazione del titolo. Ecco un passaggio significativo: “Gli attacchi sulla Striscia hanno provocato almeno 50 morti, mentre su Israele sono stati lanciati 220 razzi, anche a lunga gittata”. Anche qui l’equiparazione delle responsabilità in campo è assolutamente sviante. I “220 razzi palestinesi” non hanno provocato neanche un ferito israeliano. E questo non per la temibile difesa anti-missile dello Stato ebraico, ma per l’assoluta inutilità dei cosiddetti razzi palestinesi, che finiscono tutti nelle campagne alle periferie delle città più prossime alla striscia di Gaza. Tutto questo viene paragonato ai cinquanta morti palestinesi, in un gioco a somma zero dove l’aggredito viene scambiato per l’aggressore.

Non è da meno Repubblica, a conferma della sostanziale unità d’intenti e di visione politica fra i due giornali, artificialmente contrapposti da chi ha interesse a conservare quote di lettori inebediti dal voyeurismo anti-berlusconiano. Anche per il giornale di De Benedetti il problema sono “i razzi di Hamas”, che starebbero nientemento sfiorando delle centrali nucleari. Nessuno che ponga l’accento sui morti palestinesi, gli unici morti di questa aggressione. Anche qui è Israele, per bocca di Peres, che “chiede ai palestinesi di fermarsi”. Altrimenti, con la morte nel cuore e avendo avuto cura di ricercare tutte le possibili mediazioni, sembrano dirci i dirigenti sionisti, “saremo costretti ad invadervi”. Non volevamo, ma ci avete provocato ripetutamente, non possiamo farne a meno. L’idea generale che producono questi titoli e questa visione della storia nel “lettoremedio” è facilmente intuibile, e infatti fortemente ricercata. Poco importa che a pagina 16 poi verrà stilata una rassegna dei fatti “più equilibrata”, dove al resoconto giornalistico verrà affiancato il commento di qualche arabo per pareggiare la versione sionista: il gioco è fatto, e per la formazione dell’opinione pubblica un titolo di giornale in prima pagina è più importante di cento commentatori arabi nelle pagine interne. Questo gli editorialisti e i loro mandanti lo sanno bene, e continuano a giocare su questo fatto. Entrando ieri nella redazione del “giornale” gratuito “Metro”, la prima risposta del direttore è stata appunto questa: “ma io il giorno dopo, nella risposta ad una lettera a pagina 8, dicevo che c’erano anche i morti palestinesi da piangere, non solo quelli israeliani”. Non crediamo ci sia bisogno di aggiungere altro.

 

Chiudiamo questa breve rassegna del giornalismo filo-sionista con questa pagina, sempre del Corriere della Sera ma del giorno prima, mercoledì 9 luglio. Nell’introduzione del pezzo di Davide Frattini, ecco apparire un’altro dei metodi di svilimento della controparte palestinese volta alla costruzione di una empatia (e di una sim-patia) verso la causa israeliana. “E’ guerra tra Israele e Hamas”. Questo modo di riportare la notizia, fintamente equidistante, in realtà cela già la scelta di campo, e mira ad influenzare non tanto il lettore cosciente, ma quello appunto medio. Da una parte c’è uno Stato, magari criticabile ma formato da istituzioni credibili e riconoscibili, Israele. Dall’altra non c’è la Palestina o i palestinesi, ma Hamas. E Hamas non viene descritta come il legittimo, ancorchè criticabile, governo di una parte del territorio palestinese, ma “la fazione palestinese al potere a Gaza”. Il proseguo del pezzo è un capolavoro d’arringa politica mascherato da giornalismo: “Il sistema missilistico difensivo dello Stato ebraico ha evitato che Gerusalemme e Tel Aviv fossero raggiunte dai razzi lanciati dalla Striscia, colpita a sua volta: 19 i morti”. Dunque, i razzi palestinesi non hanno prodotto alcun morto, nè feriti, nè alcun danno a edifici, mentre l’attacco israeliano ha fatto 19 morti. A nessuno viene in mente di descrivere quei razzi palestinesi come la risposta ad un attacco, quello israeliano, che continua a mietere vittime. L’attacco è sempre e solo quello palestinese, la risposta sempre e solo quella israeliana. Avremmo mai potuto leggere questa stessa notizia messa in questo modo: “E’ guerra tra la Palestina e Likud, la fazione israeliana al potere a Tel Aviv. Colpita la Palestina con 19 morti, mentre a Tel Aviv il sistema missilistico difensivo della fazione israeliana ha evitato che Gerusalemme e Tel Aviv fossero raggiunte dai razzi lanciati dalla Palestina” ? No, sarebbe impossibile, perchè prevederebbe un giornalismo anti-sionista (e non anti-israeliano, come vorrebbero farci credere i commentatori sionisti). E questa visione del mondo, che nei fatti della Palestina è così semplice smontare, viene ripetuta per ogni altro evento di politica internazionale. Il racconto mediatico di determinati fatti avviene sempre da un punto di vista politico. Quello dei due giornali menzionati è il punto di vista sionista, imperialista, neoliberista, tanto nel racconto del conflitto arabo-israeliano quanto nella narrazione di tutti gli altri fatti di politica internazionale. E’ sempre bene tenerlo a mente.

thanks to: militant-blog

Riconciliazione palestinese: una storia di documenti

La scorsa settimana i funzionari delle fazioni palestinesi rivali hanno annunciato un accordo di riconciliazione nazionale. Non è la prima volta che viene fatto questo annuncio. Per quasi un decennio, i vari accordi che promettevano la fine della divisione tra Hamas e Fatah sono andati e venuti, lasciando deluse le speranze e provocando un’aspra apatia. Questa volta sarà diverso?

L’ improvvisa morte di Yasser Arafat l’11 novembre 2004 ha segnato l’inizio di un conflitto feroce fra due principali fazioni politiche – il movimento politico islamico conosciuto come Hamas e la vecchia guardia di Fatah, amministratrice dell’Autorità Palestinese (PA) che ha sede in Cisgiordania. La lotta per il potere nell’era post-Arafat è paragonabile alla guerra di trincea. Ogni fazione rimane inamovibile nella propria posizione, incapace di sopraffare l’altra, e irremovibile nelle numerose sfide interne ed esterne che sono periodicamente emerse.

Dopo aver vinto le elezioni democratiche nel 2006, Hamas è sopravvissuto a un tentativo di colpo di stato, a una sospensione di aiuto monetario arabo e internazionale, a molteplici invasioni militari israeliane, a un inasprimento del blocco israelo-egiziano e alla rapida ascesa e caduta dei Fratelli Musulmani egiziani, questo per citare solo alcuni eventi significativi. Eppure Hamas riesce ancora a governare la Striscia di Gaza assediata.

D’altra parte, Fatah, nelle vesti dell’Autorità Palestinese (PA), è sopravvissuto a una serie di incursioni militari israeliane, a un’esplosione di colonizzazione sionista,ad una diminuzione della legittimità e al malcontento palestinese per una serie di scandali, corruzione diffusa e capitolazioni. Eppure Fatah mantiene ancora il controllo delle terre che governa nella Cisgiordania che si riduce sempre di più.

In mezzo ai due poteri si trova il popolo palestinese – intrappolato a Gaza, e sotto occupazione nelle enclave in Cisgiordania, e i rifugiati nella regione e all’estero. Questi sono paralizzati da questa frattura, e guardano impotenti gli incessanti tentativi di unità nazionale vedendoli vacillare uno dopo l’altro.

Per capire veramente le possibilità del successo di questo ultimo accordo di unità nazionale annunciato da Hamas e dall’OLP il 24 aprile 2014, si deve intraprendere un viaggio storico che esamina l’evoluzione della lotta Hamas-PA dal punto di vista degli atti e degli accordi realizzati nel corso di questo triste decennio.

La tempistica e la localizzazione di tali accordi riflettono non solo le mutevoli dinamiche di potere politico tra le fazioni palestinesi, ma mettono anche in luce i fattori regionali in gioco.

Nel marzo 2005, 13 gruppi palestinesi, uniti da ministro degli esteri siriano Walid Mouallem,si sono riuniti al Cairo. L’incontro è avvenuto più di un mese dopo il vertice di Sharm el Sheikh che si tenne tra il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas e l’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon e che proclamò la fine della seconda intifada.

Accordo del Cairo (2005)
http://www.palestinarossa.it/sites/default/files/Cairo Accord (March 2005).pdf

I palestinesi portavano il bruciore della morte e della devastazione durante la rivolta contro l’occupazione israeliana; gli israeliani intensificarono la loro colonizzazione ed occupazione con la costruzione di un muro che serpeggiava in Cisgiordania, appropriandosi di ancora più terra e risorse idriche, oltre ad attuare una vasta gamma di atti di oppressione. Oltre all’aumento dell’oppressione israeliana, la morte di Yasser Arafat nel novembre 2004, ha creato un enorme vuoto di potere provocando scontri tra le varie fazioni palestinesi.

Al centro del conflitto interno palestinese c’è stata la crescita di appelli di Hamas verso il pubblico palestinese. Come movimento si era guadagnato una reputazione favorevole: aveva sfidato l’occupazione israeliana ed era nettamente in contrasto con gli Accordi di Oslo, comunemente visti come catastrofici per i diritti dei palestinesi. Hamas è stato anche visto come una valida alternativa a Fatah, che era stato accusato di inefficienza e corruzione di massa ai suoi livelli superiori.

Naturalmente, il movimento islamista è diventato un considerevole rivale di lunga presa di Fatah in merito alle questioni politiche palestinesi, in particolare all’interno dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), e gradualmente ha chiesto ha più voce nel processo decisionale. Tutto questo ha portato agli accordi del Cairo del 2005.

Il linguaggio degli articoli dell’Accordo del Cairo del 2005 riflette il desiderio di Hamas di aprire l’OLP alle altre fazioni, come si vede dagli articoli 4 e 5, in cui si chiedeva la riforma dell’apparato politico al fine di includere tutte le fazioni palestinesi prima delle elezioni parlamentari previste per l’estate.

In più, ha riaffermato il linguaggio della resistenza, il diritto a resistere e il diritto al ritorno, come indicato dalla franchezza del primo articolo che aderisce alle “costanti palestinesi”.

L’Accordo del Cairo del 2005 chiaramente, non ha messo fine alle tensioni, ma ha permesso un momento di tregua per le fazioni palestinesi che si sono trovate in contrasto mentre la seconda intifada volgeva al termine. L’attenzione era rivolta alle elezioni parlamentari previste, e alla costruzione di armi per la successiva battaglia.

Il documento del prigioniero (2006)
http://www.palestinarossa.it/sites/default/files/The Prisoner’s Document (June 2006).pdf

Il Documento del prigioniero, annunciato in maggio ed emendato il mese successivo, è stato scritto da cinque detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, ciascuno in rappresentanza di cinque partiti palestinesi: Hamas, Fatah, Jihad islamica, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina.

Pochi mesi prima, Hamas aveva vinto le elezioni legislative, raccogliendo 74 seggi su 132, mettendo fine a decenni di monopolio politico di Fatah. Uno dei leader politici di Hamas, Ismail Haniyeh, è stato scelto come primo ministro per formare un nuovo governo.

Poco dopo la comunicazione dei risultati delle elezioni, sono state attuate sanzioni contro il nuovo governo da parte degli Stati Uniti e dell’Unione europea. Israele ha ulteriormente limitato la mobilità nei territori occupati e trattenuto entrate fiscali che dovevano andare all’Autorità Palestinese; ha anche accelerato la costruzione di blocchi di muro dell’apartheid e di colonie. Per Israele e i suoi alleati occidentali, Hamas rappresenta un’organizzazione “terroristica” che non vuole capitolare di fronte alle esigenze e agli interessi dell’occupazione. La sua ascesa politica ha segnato un enorme ostacolo per Israele e gli interessi dell’Occidente.

Alla fine, i tentativi di unità sono crollati sotto il peso della faida tra Hamas e Fatah, in particolare per la questione su chi debba comandare le forze di sicurezza.

Poco dopo le elezioni, Hamas aveva formato la Executive Force, un gruppo paramilitare che era in opposizione militare alle Guardie Presidenziali della PA appoggiate dall’occidente. Subito sono arrivate condanne da Mahmoud Abbas sul piano costituzionale, condanne che Hamas ha ignorato.

In questo contesto, il Documento del prigioniero ha tentato di alleviare l’attrito tra le parti, anche perché le aggressioni israeliane stavano raggiungendo il loro apice.

Il Documento fa riferimento all’Accordo del Cairo del 2005 come il fondamento principale per l’unità. Come l’Accordo del Cairo, il documento del prigioniero ha chiesto la riforma e l’espansione dell’OLP, così come di altri apparati politici e di sicurezza. Ma a differenza del precedente accordo, il Documento del prigioniero ha anche chiesto un fronte militare congiunto per combattere l’occupazione.

Inoltre, il linguaggio del documento del Prigioniero ha fatto molta fatica a colmare il divario ideologico tra Hamas e Fatah riconoscendo sia il diritto di resistere che di negoziare.

Di grande interesse per gli autori del documento è stata la situazione di migliaia di prigionieri palestinesi all’interno delle carceri israeliane. Hanno chiesto il loro immediato rilascio, oltre all’accoglienza per i rifugiati palestinesi – che sono rimasti senza voce – e più rappresentanza nel processo decisionale. Queste richieste sono cadute nel vuoto.

L’Accordo della Mecca (Febbraio 2007)
http://www.palestinarossa.it/sites/default/files/Mecca Agreement (Feb. 2007).pdf

La Dichiarazione del prigioniero non è arrivata a molto, probabilmente a causa del fatto che è stata scritta da detenuti palestinesi nelle carceri israeliane che non sono in grado di influenzare le forze in Cisgiordania e Gaza.

Mentre il 2006 volgeva al termine, il dibattito sulla condivisione del potere, in particolare su chi avrebbe avuto l’autorità sulla sicurezza, si andò intensificando, allargando le divisioni tra i due gruppi politici.

A metà dicembre, Mahmoud Abbas ha chiesto elezioni anticipate, una tattica che Hamas considerò come un tentativo di invalidare i risultati elettorali. I raduni pro-Hamas scoppiati in Cisgiordania vennero repressi dalle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese. Uomini armati di Fatah fedeli a Mohammed Dahlan a Gaza cercarono, nello stesso periodo,di assassinare Ismail Haniyeh.

Intensi combattimenti scoppiarono all’interno della Striscia di Gaza tra gruppi legati ad entrambe le parti, interrotti da momenti di cessate il fuoco che crollarono con la stessa rapidità con la quale vennero iniziati.

Allo stesso tempo, l’Arabia Saudita cercava di riaffermare il suo potere regionale e la sua legittimità dopo che era stata schiacciata dal sostegno alla guerra di Israele contro il Libano nell’estate del 2006; cercava inoltre di sedare la crescente influenza finanziaria dell’Iran tra i gruppi della resistenza palestinese. I principali leader palestinesi hanno risposto ai tentativi della monarchia saudita con la richiesta di un incontro. Mahmoud Abbas e Mohammed Dahlan, in rappresentanza di Fatah, hanno incontrato Ismail Haniyeh e Khaled Meshaal per Hamas, alla Mecca il 1° febbraio e negoziato con loro per otto giorni.

Il risultato è stato una promessa di porre fine alla violenza e di istituire immediatamente un governo di unità nazionale, delineato in maggior dettaglio entro otto sotto-sezioni che è stato reso pubblico dopo che l’accordo è stato annunciato.

I ministeri sarebbero stati divisi tra Hamas e Fatah. Hamas avrebbe tenuto i seggi del primo ministro, i ministeri dell’istruzione e dell’insegnamento superiore, il diritto islamico, il lavoro, il governo locale, la gioventù e lo sport, la giustizia, le telecomunicazioni, l’economia e un posto extra come ministro di Stato. Ad Hamas doveva essere concessa anche la possibilità di nominare personalità indipendenti per il ministero degli interni, la pianificazione, e un’altra persona come ministro di Stato.

D’altra parte, Fatah teneva ancora il ramo esecutivo, la sede del vice primo ministro, e i ministeri della salute, degli affari sociali, lavori pubblici, trasporti, agricoltura, gli affari dei prigionieri, e gli affari esteri.

Resistenza e negoziati sotto forma di trattati internazionali già sottoscritti sono stati entrambi riconosciuti come mezzo legittimo per ottenere i diritti dei palestinesi, hanno ribadito alcuni precedenti documenti di riconciliazione nazionale, così come le riforme promesse in seno al Consiglio legislativo palestinese nel campo della sicurezza e in quello giudiziario. Per motivi di sicurezza – un punto molto conteso – l’accordo vagamente suggeriva la formazione di un consiglio di sicurezza nazionale che si limiterebbe a seguire le decisioni della classe politica, ritardando la decisione finale dopo la costituzione di un governo di unità nazionale.

Al 17 marzo è stato formato un governo di unità nazionale. E’ durato solo tre mesi.

L’iniziativa Yemenita (Febbraio 2008)
http://www.palestinarossa.it/sites/default/files/Yemen Initiative (Feb. 2008).pdf

Nonostante l’Accordo della Mecca e la formazione di un governo unitario, le ostilità tra Hamas e Fatah per definire chi avrebbe gestito le forze di sicurezza sono continuate.

Secondo una fuga di notizie dai Palestine Papers, Israele, gli Stati Unito e l’uinione Europea stavano lavorando con i loro alleati come l’Egitto e la Giordania per supportare l’apparato militare di Fatah con lo scopo di rovesciare Hamas a Gaza. Milioni di dollari sono stati spesi in equipaggiamento e formazione in un piano capeggiato dal coordinatore della sicurezza USA Lt. Gen. Keith Dayton. Nel frattempo, Hamas ha ingrandito la dimensione e la portata della sua Executive Force per stare al passo con icambiamenti militari di Fatah. Il risultato è stato un continuo conflitto e scontro tra le due fazioni, specialmente in Cisgiordania dato che le forze di sicurezza della PA hanno dato un giro di vite sui movimento della resistenza armata contro Israele.

La lotta interna raggiunse l’apice in un conflitto di cinque giorni, nel mese di giugno, conosciuto come la Battaglia di Gaza. Tutti gli ufficiali militari e politici di Hamas e Fatah si colpirono a vicednda occhio per occhio, mentre le lotte si diffondevano su tutta Gaza. Una volta calmate le acque, Hamas aveva guadagnato il controllo completo del territorio.

Il governo di unità nazionale venne dissolto e Abbas annunciò lo stato di emergenza, dismettendo Haniyeh dalla carica di primo ministro e sostituendolo con Salam Fayyad. In risposta, Hamas ha condannato Abbas e Fatah per avere cercato di rovesciare il governo. Una spaccatura de facto – politica e fisica – fu creata tra Gaza e la Cisgiordania.

Da quel momento in poi, entrambe le parti hanno attivamente cercato di sradicarsi e reprimersi l’una con l’altra attraverso severi provvedimenti, arresti, torture e retorica antagonistica. Scontri sono dilagati ovunque. Oltre a questi eventi, il blocco serrato di Israele su Gaza e il sostegno finanziario internazionale sfuggiva alle istituzioni governative sotto il controllo di Hamas, andando solo a Fatah.

Con questa situazione, Ali Saleh, dittatore dello Yemen, si buttò nella mischia diplomatica. Funzionari di Hamas e Fatah vennero chiamati nella capitale yemenita, Sana, e rapidamente venne siglato un altro accordo che prometteva la riconciliazione.

L’iniziativa Yemenita ha chiesto un ritorno allo status quo pre-giugno 2007, la formazione di una commissione regionale per supervisionare gli sforzi di unità nazionale palestinese e un rinnovato impegno per gli accordi del Cairo e l’Accordo della Mecca. Il documento ha ribadito ancora una volta la necessità per le istituzioni politiche palestinesi di includere tutte le fazioni.

Ma come nei precedenti tentativi, da nessuna delle due parti c’era alcuno sforzo attivo per attuare le promesse dell’iniziativa Yemenita. L’acceso dibattito è scoppiato poche ore dopo che l’iniziativa è stata annunciata, il perno della contesa era su come e quando si sarebbero verificati i negoziati tra le fazioni.

Mentre le tensioni continuavano, durante l’inverno del 2008 Israele ha scatenato un devastante assalto di tre settimane a Gaza – che Fatah ha sottilmente sostenuto – noto come Operazione Piombo Fuso. Più di 1.400 palestinesi sono stati uccisi e gran parte delle infrastrutture civili è stata annientata.

Ancora adesso Hamas ha mantenuto il controllo del territorio, mentre Fatah, con l’aiuto di Israele e il supporto straniero, ha la presa in Cisgiordania.

Gli Accordi del Cairo (Maggio 2011)
http://www.palestinarossa.it/sites/default/files/Cairo Accords (May 2011).pdf

Oltre all’Accordo della Mecca, negli Accordi del Cairo 2011 in qualche modo è stata delineata la struttura e la natura di ciò che comporterebbe un governo di unità nazionale.

L’accordo, mediato dall’intelligence egiziana, è nato durante il primo anno delle rivolte arabe. Sia Fatah che Hamas, sentivano la pressione sia nel loro interno che esternamente e sono stati probabilmente motivati ​​da un meccanismo di autoconservazione.

Fatah aveva perso un importante alleato nella persona del dittatore egiziano Hosni Mubarak, che è stato rimosso dal potere dopo 18 giorni di intense proteste in tutto l’Egitto. L’organizzazione era già vacillante e la sua legittimità è fallita completamente così come il processo di pace con Israele.

Hamas, da parte sua, non sicuro di quale posizione prendere riguardo le proteste in Siria, sulla scena politica egiziana si sentiva più forte grazie all’impennata dei suoi fratelli spirituali e ideologici, i Fratelli Musulmani. Per un istante sembrava che il blocco paralizzante su Gaza sarebbe finito, e con esso l’isolamento di Hamas.

Gli Accordi del Cairo del 2011, formalmente firmati da Abbas e Meshaal il 4 maggio, riflettono queste dinamiche in gioco. In particolare, il tono del documento è più diplomatico e conciliante e mostra un leggero cambiamento nella posizione di Hamas contro Fatah: accetta che Abbas rimanga come capo di stato, oltre ad aver accettato di lavorare nell’ambito del quadro giuridico istituito dagli accordi di Oslo, che sanciscono come l’OLP può operare nei territori palestinesi.

Eppure, come fondatore ed editore di Electronic Intifada, Ali Abunimah ha osservato nella sua analisi degli accordi, che gran parte delle convenzioni era piena di clausole vaghe ed erano state del tutto abbandonate le richieste precedenti di riformare l’OLP. Preoccupa molto il fatto che il documento stesso rappresenti una trasformazione politica di Hamas, straordinariamente evidente rispetto ai temi sollecitati dagli accordi del Cairo del 2005.

Questo accordo inoltre non fa menzione dei diritti dei palestinesi, della lotta contro l’occupazione e del diritto al ritorno.

Probabilmente, gli Accordi del Cairo del 2011 sono stati un ritorno al punto di partenza in quanto sostanzialmente non viene spiegato come i ministeri e gli altri apparati di governo dovevano essere condivisi -come era stato delineato dall’Accordo della Mecca. Le decisioni finali per i posti ministeriali, nonché l’amministrazione della sicurezza, sono stati semplicemente lasciati al “consenso” senza molta chiarezza.

La dichiarazione di Doha (Febbraio 2012)
http://www.palestinarossa.it/sites/default/files/Doha Declaration (Feb. 2012).pdf

La Dichiarazione di Doha fu scritta all’apice del potere regionale del Qatar. Durante il corso del primo anno delle rivoluzioni arabe il Qatar aveva tenuto un gioco aggressivo.

L’Emirato aveva scagliato tutto il proprio peso alle spalle della Fratellanza Mussulmana in Egitto mentre questa guadagnava con successo la tenuta dei rami esecutivo e legislativo del governo egiziano.

Doha inoltre giocò un ruolo decisivo nel rovesciamento del dittatore libico Mu’ammar Gaddafi e fu nel mezzo del progressivo supporto ai vari gruppi di opposizione in lotta con il regime siriano.

Inoltre Hamas aveva deciso il trasferimento del proprio ufficio politico da Damasco a Doha, segno che era disposto a riconsiderare le alleanze e ristrutturare la propria ideologia in un epoca nella quale il Qatar sembrava avesse la supremazia.

La Dichiarazione di Doha fu un tentativo di rinvigorire gli Accordi del Cairo del 2011 che erano in stallo a causa dei disaccordi su chi dovesse condurre il governo di transizione.

Fatah propose salam Fayyad come candidato, prontamente criticato da Hamas, e non era propenso ad offrire una scelta alternativa.

La repressione dei membri di Hamas all’interno della Cisgiordania e dei membri di Fatah in Gaza stava proseguendo e i piani per le elezioni parvero irraggiungibili a causa del fatto che elezioni democratiche sotto l’occupazione israeliana, che applicava restrizioni ai movimenti e arrestava i candidati che si opponevano, era impossibile.

La Dichiarazione di Doha non offrì nulla di fondamentalmente nuovo a parte l’impegno a liberare prigionieri di Hamas in Cisgiordania, mentre Hamas promise di contraccambiare con il permesso di tenere le elezioni nella striscia di Gaza.

Ma la Dichiarazione fu ostacolata dalla riluttanza di ciascuno a fare il primo e necessario passo. Circa quattro mesi dopo un altro Accordo fu siglato al Cairo; accordo che cercava di promuovere la Dichiarazione di Doha attraverso l’inizio del processo di registrazione degli elettori nella striscia di Gaza e preparando gradualmente le fondazioni per un governo ad interim.

L’Accordo di Gaza (aprile 2014)
http://www.palestinarossa.it/sites/default/files/The Gaza Agreement (April 2014).pdf

Sin dalla Dichiarazione di Doha, e dagli Accordi del Cairo che seguirono, le tensioni tra Hamas e Fatah diminuirono considerevolmente.

Tentativi di riconciliazione furono inoltre motivati da un altro assalto israeliano su Gaza, conosciuto come Operazione Pilastri della Difesa (Operation Pillar of Defense) nel novembre 2012 e dal successo dei funzionari della PA nell’upgrading della Palestina nel dicembre 2012.

Entrambi i partiti diminuirono le rispettive misure restrittive e permisero manifestazioni in supporto dei loro rivali all’interno dei propri territori. Discorsi sulla riconciliazione furono annunciati con il sostegno del presidente egiziano Mohammed Mursi.

Nuove sfide si sono alzate durante quest’anno, sfide che forse forzarono i partiti a prendere le questioni seriamente.

Dopo un periodo di armonia, con l’Egitto sotto il breve governo dei Fratelli Mussulmani, Hamas fu contrastato da un aggressivo apparato militare egiziano – il quale ha ottenuto potere in un colpo di stato che ha deposto la Fratellanza – che minacciava di attaccare Gaza. Il blocco rimase a tutti gli effetti e divenne ancora più rigido.

Fatah, da parte sua, ebbe a che fare con un Governo israeliano di estrema destra condotto da Benjamin Netanyahu che semplicemente non era interessato a far progredire il processo di pace. Esso ha significativamente incrementato gli insediamenti all’interno del West Bank e pubblicamente dichiarato il proprio rifiuto per l’esistenza di uno Stato palestinese libero e sovrano.

Questi e altri fattori culminarono nell’annuncio di un altro accordo di riconciliazione nazionale il 24 aprile 2014 siglato a Gaza. I colloqui cominciarono solo due giorni prima e la velocità con la quale si arrivò all’accordo è indice del senso di disperazione di entrambe le parti per riuscire ad ottenere un urgente e necessario successo.

Mentre quest’ultimo accordo riciclò le promesse di dar seguito ai precedenti, particolarmente agli accordi del Cairo del 2011, differisce dagli altri specificando la formazione di un governo tecnocratico entro cinque settimane e arrivando alle elezioni legislative ed esecutive dopo sei mesi, piuttosto che un anno come stabilito precedentemente.

Come le precedenti dichiarazioni, l’Accordo di Gaza ha rinnovato la richiesta di riforma immediata dell’OLP con l’obiettivo di includere Hamas e i suoi alleati nel processo decisionale formale, così come la rapida attuazione di altri articoli presentati all’interno degli Accordi del Cairo 2011.

Non appena gli Accordi di Gaza furono annunciati gli americani li condannarono come deludenti e non utili alla pace, mentre Israele scatenò una serie di attacchi a Gaza. Questa è una routine retorica e tattica di americani e israeliani ogni volta che la riconciliazione tra le fazioni palestinesi sembra a portata di mano.

In un certo senso, potrebbe essere un ritorno a difficoltà simili affrontate dalle fazioni palestinesi dopo le elezioni del 2006, in cui è stato dato libero sfogo a sanzioni straniere, attacchi militari, e minacce di isolamento.

Nonostante queste sfide sia Fatah che Hamas sembrano desiderosi di far avanzare gli accordi quest’anno, più probabilmente a causa di una convergenza d’interessi nel rimanere rilevanti e legittimati davanti al pubblico palestinese.

Ciò nonostante non c’è chiarimento in relazione ad affrontare le intrinseche differenze in riferimento ai negoziati, né propone contingenze di fronte al rifiuto di occidentali e israeliani alla riconciliazione palestinese, né l’accordo è chiaro su come si impegnerà per la causa palestinese – in particolare il diritto al ritorno.

Prima era una questione politica e di sicurezza che abitualmente metteva fine all’impulso della riconciliazione.

Oggi, il recente fallimento degli sforzi per la riconciliazione palestinese potrebbe dipendere da la domanda più importante: i tentativi di Hamas e Fatah di riconciliazione e formazione di un governo unificato sono obsoleti e separati dagli obiettivi principali della causa palestinese?

Yazan al-Saadi

Fonte: Al-Akhbar
Traduzione a cura di PalestinaRossa

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Cairo Accord (March 2005).pdf 83.38 KB
The Prisoner’s Document (June 2006).pdf 183.44 KB
Mecca Agreement (Feb. 2007).pdf 118.02 KB
Yemen Initiative (Feb. 2008).pdf 83.6 KB
Cairo Accords (May 2011).pdf 121.72 KB
Doha Declaration (Feb. 2012).pdf 55.06 KB
The Gaza Agreement (April 2014).pdf 149.36 KB

Il nuovo governo italiano sostiene l’apartheid in Palestina

Nonostante le norme europee entrate in vigore dal primo gennaio che vietano la collaborazione con le colonie illegali israeliane da parte di aziende, università, enti comunitari, l’Italia continua nell’illegalità.

Il nuovo governo Renzi ha appena varato il bando per la cooperazione industriale, scientifica e tecnologica 2014 in accordo con Israele “Track Scientifico 2014” e “Track Industriale” senza tenere in minima considerazione le raccomandazioni europee.

Nonostante l’Europa abbia pesantemente condannato il regime di apartheid instaurato in Palestina dagli israeliani e obbligato tutti gli stati europei al rispetto del divieto di finanziare le colonie illegali, il nuovo bando di cooperazione non riporta alcuna menzione di tale obbligo. Il governo Renzi sembra preferire sostenere i crimini contro l’umanità che gli israeliani perpetrano ormai da decenni contro il popolo palestinese.

Ricordiamo che l’apartheid è un crimine contro l’umanità e che l’Italia ha firmato e ratificato lo statuto di Roma della corte penale internazionale che lo riconosce e lo bandisce.

Viaggio in Palestina e Israele con Luisa Morgantini – Aprile 2014

Conoscere nella solidarietà: Vieni anche tu in Palestina e Israele dal  18 al 25 aprile 2014

Accompagnati da Luisa Morgantini – già Vice Presidente Parlamento Europeo

Bilin

È dal 1988 che l’Associazione per la Pace organizza viaggi di conoscenza e solidarietà in Palestina e Israele, un “andare e tornare” per ­­contribuire a tenere aperta la strada per la libertà e l’indipendenza del popolo palestinese, per una pacifica coesistenza tra i due popoli.

Anche questa volta il viaggio vuole dare voce all’altro volto della regione, alla forza e all’instancabilità di uomini e donne palestinesi, israeliani e internazionali, che resistono quotidianamente all’occupazione, rispondendo alla forza militare con la nonviolenza e battendosi per la fine dell’occupazione ed una pace equa e giusta.

 Durante il nostro soggiorno, viaggeremo attraverso i Territori Palestinesi Occupati e Israele, per villaggi, città, campi profughi. Gerusalemme, Nazareth, Jaffa, Tel Aviv, Haifa, Ramallah, Hebron, Jenin,  ­Betlemme, Nablus, Gerico e la Valle del Giordano, i villaggi di Bili’in, Nabi Saleh, At Tuwani, al Mufaqqarah,i campi profughi di Balata e Aida: luoghi pieni di fascino e storia, ma anche pervasi dal dolore e dall’ingiustizia della illegalità dell’occupazione militare israeliana.

 Incontreremo i comitati popolari, le famiglie dei prigionieri, parlamentari, rappresentanti politici e degli enti locali, associazioni per la difesa dei diritti umani, donne dei centri antiviolenza, pastori, beduini

 Al ritorno racconteremo ciò di cui saremo stati testimoni ed agiremo per riaffermare il diritto dei palestinesi e di tutte e tutti alla libertà, alla dignità e all’autodeterminazione.

 Il costo complessivo del nostro viaggio sarà di 1.200 euro (milleduecento), incluso biglietti aerei,camera d’albergo (doppia, supplemento per singola),colazione e cena,­­oltre a­­ guide e trasporti sul posto. Le partenze e i ritorni sono da Roma Fiumicino con voli Alitalia con possibilità di connessione da altri aeroporti nazionali (supplemento 50 €).

Per informazioni e prenotazioni:

viaggiassopacepalestina@gmail.com

Luisa Morgantini  348.3921465

Rossella Palaggi  333.7630116

thanks to: assopacepalestina

I movimenti licenziano i vertici di Acea (report sul presidio del 30 gennaio) del Coordinamento romano Acqua Pubblica

Questa mattina (giovedì 30 gennaio, ndr) i comitati per l’acqua pubblica di Roma e Lazio, insieme alla rete per la Palestina e a numerosi attivisti dei movimenti per il diritto all’abitare, hanno dato vita ad un presidio di centinaia di persone sotto la sede della multinazionale Acea, per contestare la gestione del bene comune acqua da parte dell’azienda.
Ogni anno infatti milioni di dividendi (64 nel 2012) finiscono nelle tasche di azionisti e dirigenti della Società, mentre il servizio peggiora a vista d’occhio e il diritto all’acqua non viene garantito.

Per questo stamattina sono state consegnate due lettere di licenziamento, firmate da decine di utenti e indirizzate all’Ad Paolo Gallo e al Presidente Cremonesi.
Il provvedimento è stato basato su una serie di “giuste cause”, che vanno dalla dubbia legittimità di molti aspetti della gestione, passando per la fornitura di acqua all’arsenico in diversi comuni e per i distacchi selvaggi effettuati anche per poche decine di euro di morosità.
Il tutto a fronte di un indebitamento dell’azienda sempre maggiore, con risorse destinate ad appalti fumosi ad aziende di cui non è dato conoscere il nome, forse per non far emergere la loro comune connessione con i soliti gruppi dell’imprenditoria romana.

Non vorremmo infatti che, come nelle recenti vicende legate alla gestione dei rifiuti, le ragioni dei comitati rimangano inascoltate per poi riemergere nei documenti giudiziari.

A queste “note” criticità si è aggiunto il vergognoso accordo tra Acea e Mekorot, azienda israeliana che si è resa responsabile di gravi violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani, sottraendo illegalmente acqua dalle falde acquifere in territorio palestinese.

Quella di stamattina è stata dunque una tappa di una lotta che continua da tempo e che non ha intenzione di fermarsi, ribadiremo quindi le nostre richieste anche al Comune di Roma, principale azionista Acea e responsabile dei servizi pubblici nei confronti dei cittadini:

– l’immediata sospensione della pratica dei distacchi per morosità incolpevole e l’apertura di un tavolo specifico su questo tema che coinvolga Comune di Roma, Prefetto, AceaAto2 Spa e movimenti.
– l’eliminazione della quota di profitto dalla bolletta
– la rescissione dell’accordo con la Mekorot (firma l’appello)
– la pubblicazione di tutte le informazioni riguardanti le aziende appaltanti dei servizi affidati ad Acea

L’iniziativa di oggi si è svolta nell’ambìto di un presidio permanente presso la Presidenza della Regione Lazio per la gestione pubblica e partecipata dell’acqua e dei beni comuni nei nostri territori, che vedrà oggi pomeriggio un incontro ufficiale tra comitati e Assessore Refrigeri, e domani pomeriggio un’assemblea pubblica sulle vertenze che animano la nostra regione.

Diritto all’acqua per tutte e tutti – Fuori i privati da Acea

Coordinamento romano Acqua Pubblica

No ai ladri d’acqua in Palestina. No all’accordo Acea-Mekorot.

Comunicati del Comitato nazionale palestinese per il boicottaggio (BNC), del PACBI e di BDS Italia

Firma per esigere che l’Acea receda dall’accordo con la Mekorot, società idrica nazionale di Israele che si è macchiata di gravi violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani. Mekorot sottrae acqua illegalmente dalle falde palestinesi, fornisce l’acqua saccheggiata alle colonie israeliane illegali e pratica l’Apartheid dell’acqua nei confronti della popolazione palestinese.

Ogni firma manda una mail all’Acea e al Comune di Roma.

firma

Segue l’appello (per le adesioni collettive: fuorimekorotdallacea@gmail.com)

No ai ladri d’acqua in Palestina. No all’accordo Acea-Mekorot
Acqua pubblica sì, ma anche limpida e libera

Il 2 dicembre 2013, durante il vertice Italia-Israele, l’Acea, principale operatore italiano nel settore idrico, e la Mekorot, società idrica nazionale di Israele, hanno sottoscritto un Memorandum d’intesa. L’accordo prevede la collaborazione nel settore delle risorse idriche con lo scambio di esperienze e competenze.

L’esperienza che la Mekorot ha maturato, però, è fatta di gravi violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani. Come documentato nel rapporto dell’organizzazione palestinese per i diritti umani, Al Haq, la Mekorot sottrae acqua illegalmente dalle falde palestinesi, provocando il prosciugamento delle risorse idriche, per poi fornire l’acqua saccheggiata alle colonie israeliane in Cisgiordania e a Gerusalemme est occupate.

Inoltre, la Mekorot, alla quale sono state “trasferite” nel 1982 dalle autorità militari israeliane tutte le infrastrutture idriche palestinesi per il prezzo simbolico di uno shekel (Euro 0,20), pratica una sistematica discriminazione nelle forniture di acqua alla popolazione palestinese, costretta a comprare la propria acqua dalla ditta israeliana a prezzi decisi da Israele. Riduce regolarmente le forniture idriche ai palestinesi, fino al 50 per cento, a favore delle colonie illegali e dell’agricoltura intensiva israeliana, creando quello che Al Haq chiama “l’apartheid dell’acqua”. Il consumo pro capite dei coloni israeliani, infatti, è dì 369 litri al giorno mentre quello dei palestinesi è di 73 litri, al di sotto della quantità minima raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità di 100 litri.

Organizzazioni internazionali, quali Human Rights Watch e Amnesty International, hanno documentato come Israele eserciti un controllo totale sulle risorse idriche palestinesi e come le politiche israeliane dell’acqua siano uno strumento di espulsione, che impediscono lo sviluppo e costringono le popolazioni palestinesi a lasciare le proprie terre. L’organizzazione israeliana Who Profits definisce la Mekorot come “il braccio esecutivo del governo israeliano” per le questioni idriche nei Territori palestinesi occupati ed afferma che “è attivamente impegnata nella conduzione e nel mantenimento” della occupazione militare della Palestina.

Per queste ragioni, la società idrica Vitens, il primo fornitore di acqua in Olanda, a seguito delle indicazioni del Governo ha recentemente interrotto un accordo di collaborazione con la Mekorot motivando la decisione con il proprio impegno verso la legalità internazionale.

Sottoscrivendo l’accordo con la Mekorot, l’Acea si rende complice di queste gravi violazioni. Contravviene anche al proprio Codice Etico, che cita la sua adesione al Global Compact dell’ONU sulla responsabilità sociale delle imprese, il quale mette al primo posto la tutela dei diritti umani. Inoltre, la collaborazione ipotizzata tra Acea e la Mekorot va nel senso di uno sfruttamento commerciale delle risorse idriche, in contrasto con la gestione pubblica di un bene universale come l’acqua.

Con il presente appello noi che abbiamo a cuore il diritto fondamentale dell’accesso all’acqua e la tutela dei diritti umani:

  • Esigiamo che l’Acea segua l’esempio della Vitens e receda immediatamente dall’accordo stipulato con la Mekorot.
  • Chiediamo al Comune di Roma, in quanto azionista di maggioranza, di intraprendere tutte le azioni necessarie perché l’Acea interrompa ogni attività di collaborazione con la Mekorot.
  • Ci appelliamo a tutti gli enti locali il cui servizio idrico è affidato a società partecipate da Acea affinché si attivino per far ritirare l’accordo.
  • Chiediamo al governo italiano di impegnarsi come ha fatto il governo olandese e scoraggiare attivamente i legami commerciali con chi viola il diritto internazionale.

Il nostro impegno non è solo per l’acqua pubblica, ma anche per un’acqua limpida e libera.

Comitato No Accordo Acea – Mekorot

Aderiscono:
Coordinamento Romano Acqua Pubblica
Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua
Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese
BDS Roma
Amici della Mezzaluna rossa Palestinese
Associazione Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze
Associazione per la Pace Nazionale
AssoPace Palestina
BDS Firenze
Cobas Acea
Cobas Lavoro Privato
Confederazione Cobas
Comitato “Con la Palestina nel cuore”, Roma
Comitato Monteverde per la Palestina, Roma
Comitato No Expo
Comitato Piazza Carlo Giuliani Onlus
Comunità di base di San Paolo, Roma
Consiglio Metropolitano, Roma
Coordinamento Campagna BDS Bologna
Forum Palestina
Gazzella Onlus
Palestina Rossa
Rete di Solidarietà con la Palestina – Milano
Rete Ebrei contro l’occupazione
Rete Radiè Resh nazionale
SCI Italia
Transform Italia
U.S. Citizens for Peace & Justice, Roma
Un ponte per…

Adesioni personali:
Prof. Angelo Baracca, Firenze
Luigi de Magistris, Sindaco di Napoli
Nicoletta Dosio, Val Susa
Elena Giuliani, Genova
Haidi Gaggio Giuliani, già Senatrice
Luisa Morgantini, già Vice Presidente, Parlamento Europeo
Paola Staccioli, Roma
Vincenzo Vita, già Senatore

Fonti:
Al Haq, Water For one People only: Discriminatory Access and ‘Water-Apartheid’ in the OPT (2013)
Who Profits, Il coinvolgimento della Mekorot nell’occupazione israeliana (2013)
Human Rights Watch, Separate and Unequal: Israel’s Discriminatory Treatment of Palestinians in the Occupied Palestinian Territories (2010)
Amnesty International, Troubled Waters: Palestinians Denied Fair Access to Water (2009)

DOMENICA 26 GENNAIO A ROMA PROIEZIONE DI “SHOOT” E SERATA A SOSTEGNO DELLA REALIZZAZIONE DELL’ASILO “VITTORIO ARRIGONI”

LEAVE THE KIDS ALONE#2_WeAreAllGaza::: DALLE ORE 19.00

ANGELO MAI ALTROVE OCCUPATO
Via delle Terme di Caracalla, 55a

Serata a sostegno di Freedom Flotilla Italia per la realizzazione di un asilo per bambini e bambine a Gaza e del progetto Gaza’s Ark

Foto, video, street art, graphic journalism, reading, musica, cena e…

Proiezione del film “SHOOT” di Samantha Comizzoli e incontro con Hakima Hasan Motlaq (fondatrice e direttrice della Fondazione Retai delle donne palestinesi di Asira) e Odai Qaddomi (fotoreporter)

Presentazione del progetto per l’asilo “Vittorio Arrigoni” a Khan Younis

A seguire:


*Fotografi Senza Frontiere_Windows From Gaza [video-promo di presentazione del progetto]
*Windows from Gaza for Contemporary Art_Shareef Sarhan_Majed Shala_Basel El Maqousi [arte in resistenza]
*Simona Ghizzoni_Afterdark [foto_proiezione]
*William Parry_AGAINST THE WALL.The art of resistence in Palestina [street art_proiezione]
*Joe Sacco_Palestina [graphic journalism_expo]
*Guy Delisle_Cronache di Gerusalemme [graphic journalism_expo]
*Maximilien Le Roy_Saltare il muro [graphic journalism_expo]
*Bluemotion [reading]
*Music For Gaza_LIVE con ospiti molto a sorpresa
*L’Osteria di Pina_We are all Gaza! [cena]

Link consigliati:
http://www.freedomflotilla.it
http://www.gazaark.org
http://www.shootthefilm.com
http://www.fotografisenzafrontiere.org
http://www.artwfg.ps

////DOCUMENTARI////

SHOOT di Samantha Comizzoli

Questo documentario nasce da immagini catturate con videocamera e telefonino durante i tre mesi di attivismo per i diritti umani che l’autrice ha svolto in Palestina con l’International Solidarity Movement.
E’ una testimonianza sulla resistenza palestinese non violenta e sui crimini perpetrati da Israele.
Il documentario dura all’incirca novanta minuti ed è arricchito da alcuni filmati del reporter palestinese Odai Qaddomi, fotografo e videoreporter nelle manifestazioni di Kuffr Qaddum.
Due protagonisti della Resistenza palestinese saranno presenti per il tour del documentario: Murad per Kuffr Qaddum e Hakima per Asira.Hakima Hasan Motlaq, 35 anni, sposata, fondatrice e direttrice della Fondazione Retai delle donne palestinesi di Asira. Murad è coordinatore del Comitato di Resistenza Popolare a Kuffr Qaddum, come lavoro è responsabile delle pubbliche relazioni e dei media al Ministero dell’istruzione nel distretto di Qalqilya.
Il titolo “Shoot” (sparo) si riferisce a ciò che ha colpito l’autrice.

Hakima Motlaq Hassan di Asira, Nablus. Co- protagonista del documentario SHOOT.
Hakima è la fondatrice e presidente del Retaj Women Center di Asira. Il centro per Donne è nel centro di Asira, un bellissimo villaggio con molte rovine storiche (romane ed ottomane). Questo luogo viene attaccato quotidianamente dai coloni e dall’esercito israeliano, ma Asira Resiste. Un ulteriore invito ad andarsene da parte di israele è arrivato anche quando hanno tolto l’acqua al villaggio. Asira dal 1992 è senz’acqua. Ma gli abitanti, Hakima e le Donne Resistono.
Al Retaj Centre si svolgono workshop, seminari, corsi e le Donne producono artigianato palestinese che Hakima porterà per il tour in Italia. Sempre presso il Retaj si svolgono corsi e workshop anche per i bambini.
Hakima è una Donna palestinese molto forte che con il suo operato Resiste all’occupazione israeliana e nel contempo affronta i problemi sociali della Palestina, è un eroe della Resistenza Palestinese, di grande onestà itellettuale ed un esempio per tutte le Donne.

Odai Qaddomi, fotoreporter di Kuffr Qaddum. Ha gentilmente fornito alcuni video per il documentario SHOOT.
Odai è un fotoreporter che svolge il suo operato a titolo di volontariato presso Kuffr Qaddum. Il villaggio di Kuffr Qaddum è sotto occupazione israeliana da 10 anni, da quando israele ha chiuso la strada principale per costruirci un insediamento illegale. Da quasi tre anni tutti i venerdì il villaggio manifesta contro a tutto questo, ma la Resistenza di Kuffr Qaddum non è solo il venerdì così come non lo è solo l’occupazione israeliana che si manifesta ogni giorno. Kuffr Qaddum è al momento il luogo dove avvengono più episodi di violenza israeliana in tutta la West Bank.
Odai Qaddomi ha un ruolo fondamentale: documenta con la videocamera cosa accade. E’ grazie ai suoi video che si sono avute le prove per vincere processi e dimostrare la violenza israeliana. I giornalisti palestinesi non vengono riconosciuti da israele, pertanto ogni volta che si presentano rischiano l’arresto e gli spari che avvengono sovente.

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FOTOGRAFI SENZA FRONTIERE_WINDOWS FROM GAZA [video-promo di presentazione del progetto]
«Nelle situazioni più disperate, che sembrano le più estreme e senza via d’uscita, sempre l’uomo più cosciente è che dietro l’angolo può esserci la sconfitta, lo scacco, eppure ci prova lo stesso, con tenacia, con la fede assoluta nell’uomo e nell’arte che l’uomo è capace di esprimere.» (Andrea Camilleri).
Basel, Majed, Shareef e Samah sono quattro artisti. Sono pittori, fotografi, performers e organizzatori di eventi e di corsi di formazione artistica che vivono a Gaza, una striscia di terra assediata e tagliata fuori dal mondo: tutt’in torno, lungo i confini territoriali e marittimi, c’è l’assedio dell’esercito israeliano che, nel segno della lotta al terrorismo, costituisce una costante minaccia militare per la popolazione civile e ne impedisce i rifornimenti; all’interno, c’è il governo di Hamas, integralista, totalitario, oltranzista e autoritario, che esercita un rigido controllo sulla vita pubblica e sul pensiero; sulle teste e negli animi dei cittadini di Gaza, regna perenne lo stato di guerra e la costante minaccia di distruzione e morte.
In questa difficile e complicata situazione, che date le contingenze assurge a simbolo assoluto dell’oppressione e della mancanza di libertà, Basel e gli altri membri del collettivo di artisti “Finestre da Gaza” cercano di portare avanti la propria esistenza d’insegnanti d’arte e di artisti, dedicandosi ogni giorno a farsi portatori di un messaggio e di una propria visione del mondo in una dimensione in cui i problemi quotidiani legati alla vita in famiglia, alle relazioni sociali e al proprio lavoro – soprattutto, al proprio lavoro di artisti — si presentano come ostacoli insormontabili.
La quotidianità di questi uomini e di queste donne è costantemente condizionata dalle privazioni e dal controllo: assenza della libertà di movimento, incostanza delle forniture energetiche, difficile reperibilità di beni di prima necessità e di materie prime per lavorare, complessità nel trovare spazi per riunirsi e lavorare, mancanza di libertà di espressione.
Basel, Majhed, Shareef e Samah sono artisti, ma sono anche gazaui, abitanti di una città che nell’immaginario di chi la osserva solo dall’esterno e attraverso la lente dei mezzi di comunicazione di massa rappresenta il posto peggiore del mondo, un vero inferno in Terra.
È nel cuore sofferente di questo inferno che, attraverso il loro affaccendarsi, Basel, Majhed, Shareef e Samah con la loro attività ci aprono una finestra su un universo vitale e prolifico fatto di artisti, sportivi, intellettuali e cittadini appassionati alla cultura e dediti al libero pensiero. Per le strade di Gaza si aggira un vero e proprio cosmo umano fatto di dedizione e impegno creativo, passione e disciplina lavorativa, ricerca e libertà di espressione. Si tratta di donne e uomini pittori, grafici, fotografi, videomakers, media-attivisti, musicisti, cantanti, rappers, teatranti, parkouristi, pugili, giocatori di basket, skaters, filosofi, scrittori, promotori di eventi, poeti. Si tratta di un’ignota parte della società civile di Gaza che, nonostante la guerra e la repressione, ha scelto di sopravvivere nella disperazione e di reagire alla tragedia con le armi pacifiche della propria forza espressiva e del proprio talento.
Per Basel, Majhed, Shareef e Samah l’arte è innanzitutto uno strumento per esprimersi e comunicare: per porsi, da un lato, in costante relazione con il prolifico mondo culturale che anima la striscia di Gaza e alimentarlo con le proprie idee e le proprie opere; dall’altro, per entrare in rapporto col mondo esterno attraverso le pagine internet dei social networks parlando con una voce propria e mostrando una propria visione del mondo. Per Basel, Majhed, Shareef e Samah l’arte è uno strumento per rompere i pregiudizi e recuperare la propria dignità di esseri umani, uno strumento per salvare il proprio equilibrio psicologico e per raccontare la vita di Gaza oltre gli stereotipi.
Laddove ciò che è umano sembra non avere più cittadinanza ed è represso e annichilito, con Basel, Majhed, Shareef e Samah l’arte diventa un formidabile strumento di sopravvivenza e allo stesso tempo di reazione, che permette, nonostante tutto, di recuperare e dare vita concretamente a ciò che è umano, «con la fede assoluta nell’uomo e nell’arte che l’uomo è capace di esprimere».

////ARTE IN RESISTENZA////

WINDOWS FROM GAZA
The space around us is limited, the ideas in us are unlimited. We came together to think about how we could break out from here and reach the outside; and how we could open small windows and breathe fresh air. In this restricted/cramped space -Gaza – we express ourselves in a cultural-bound artistic language, when we talk to others. A language, that is part of us. Gaza is rich in details, that we try to illustrate using new, descriptive colours. A group of young artists, bound to a specific, geographic area, in which ideas converge. Deeply believing in collective co-operation, they try to develop together the creative aspects in the art movement. They are looking at the most recent contemporary art, that serves them to fully express their artistic abilities and put them into form. The ideas and reflections of the group come to a synthesis, that is brought to public attention by regularly holding meetings, exhibitions and workshops, in which both local and international artists participate. Each of them has taken part in numerous international events in support of their culture, their art concept, and their effort to interplay.

Shareef Sarhan
Born in Gaza in 1976, Sharif Sarhan works as an artist, professional photographer and free-lance designer. He is a founding member of the Windows from Gaza for Contemporary Art group and an active member of the Association of Palestinian Artists . Sarhan has a diploma in arts from the University of ICS in the United States. He had participated in several art training courses and workshops. He was involved in the activities of the September Dara Academy of Jordanian Arts from 2000 to 2003 under the supervision of the German from a Syrian origin artist; Marwan Kassab Bashi. Sarhan had introduced his works in many individual and group exhibitions in Gaza in the Arts and Crafts village, the Port Gallery, and exhibited some of his works in Ramallah, Bethlehem, Jerusalem, Amman, Britain, the United States, Sharjah and Cairo.

Majed Shala
Born in 1960 in Gaza, Shala graduated with a Master of Arts from Scranton University, USA in 2001. Shala’s work has been shown in a number of solo exhibitions, including Suwar min Gaza, in Beirut, Lebanon (2004) and Gaza Hanin il Makan, at the Arts and Crafts village in Gaza (2003). Between 2000 and 2001, he attended Jordan’s Daaret Al Funun academy. His international exhibitions have included in the Middle East ,USA, South Africa, Hungary, Brazil, Amman Jordan, and Qatar. Most recently he has participated in exhibitions in Italy and Norway and also with the United Nations.

Basel El Maqousi
Born in Gaza City in 1971, Plastic artist and free lance photographer Basel is a painter, photographer and video artist. He attended in 2000, 2001 and 2003 the summer Academy of Arts of Darat al Funun-Khalid Shoman Foundation in Jordan, run by Syrian-German artist Marwan Qassab-Bashi; and completed an arts course at the Gaza City YMCA in 1995. In 2003 he was awarded the Charles Asprey Award for Palestinian artists, was short listed for the A.M. Qattan Foundation’s Artist of the Year Award, and spent one month art residency in Bangalore – India. Magoussi participated in a number of local and international solo and group exhibitions, and teaches art at the Jabalya Rehabilitation Center for deaf and dome children. General observer for the games program of the UNRWA summer camps 2007. Winner of the bronze price for the best photo from the Union of Arab photographers – Europ, Germany 2008 After and before the war against Gaza, Basel did participate in several Arab and International exhibitions. He also won the Oscar of bianli Nile culture TV in Cairo on 2009 Because of the closure imposed over the Gaza Strip, Basel could not participate in 7 international art workshops in EUROE and some Arab countries during the years 2008 – 2009. Maqousi is a founder of (Windows from Gaza For Contemporary Art)

////FOTOGRAFIA////

SIMONA GHIZZONI_AFTERDARK [proiezione]
I reached the Occupied Palestinian Territories for the first time in 2010, on assignement to document the condition of Palestinian women in the Gaza Strip.
At that time, I had the access to the Gaza Strip denied by the Israeli Government.
So, I decided to spend a couple of months in Jerusalem and the West Bank in order to research and study the Israeli-Palestinian conflict.
That was the beginning of my long-term project about the consequences of war on women’s life, Afterdark.
A few months later I got the permission to enter the Gaza Strip, where I stayed as a whole around three months., documenting the aftermath of Cast Lead Operation (ended in 2009), especially focusing on the everyday life of women in the extremely complex context of the Strip.
Women in Gaza suffer of a double pressure: the isolation from the outside world imposed by the Israeli blockade, with all the economical, physical and psychological consequences, and, on the other hand, the worsening of women’s human rights condition under Hamas government, which is pushing the society towards an effective gender separation.
The latest trip was in December and January 2012-13 right after the Operation Pillar of Defense on the Gaza Strip (14 to 21 November 2012). During the course of the operation, the IDF struck more than 1.500 sites in the Gaza Strip, including rocket launchpads and cache sites, Hamas command posts, the Hamas run interior ministry and other government buildings, as well as dozens of houses and apartment blocks. More than 180 Palestinians died in the operation, a half of them being civilians. An additional 1.200-1.300 Palestinians were heavily injured.
Civilians paid the highest toll during this 8 days operation, mainly women and children who didn’t recover yet from the traumas of Cast Lead Operation .
Through the stories of the women I met, I’m trying to understand what really happens when a military operation is declared “a success”: how the return to a normal everyday life can be possible, and which sort of “normality” can actually be restored, during a long-term conflict, such as the Israeli-Palestinian one.

////STREET ART////

WILLIAM PARRY_AGAINST THE WALL. The art of resistence in Palestina [proiezione]
This stunning book of photographs captures the graffiti and art that have transformed Israel’s wall into a living canvas of resistance and solidarity.
Featuring the work of artists Banksy, Ron English, Blu, and others, as well as Palestinian artists and activists, these photographs express outrage, compassion, and touching humor. They illustrate the wall’s toll on lives and livelihoods, showing the hardship it has brought to tens of thousands of people, preventing their access to work, education, and vital medical care.
Mixed with the images are portraits and vignettes, offering a heartfelt and inspiring account of a people determined to uphold their dignity in the face of profound injustice.

Artists Arofish | Banksy | Blu | ericailcane | Sam3 | Filippo Minelli | How&Nosm | Irish | Peter Kennard | Ron English | Vin Seven | Wisam Salsaa | and others

/////GRAPHIC JOURNALISM/////

CRONACHE DA GERUSALEMME [expo]
Agosto 2008: un volo notturno porta Guy Delisle a Gerusalemme, dove il fumettista e la sua famiglia trascorreranno un anno della propria vita per dare modo a Nadège, la compagna di Guy, di partecipare a una missione di Medici Senza Frontiere. Vivranno a Beit Hanina, un quartiere nella zona est della città che sin dalla prima passeggiata si mostrerà, in tutta la sua desolazione, decisamente diverso dalla Gerusalemme propagandata dalle guide turistiche; e si destreggeranno più o meno goffamente in una quotidianità fatta di checkpoint e frontiere – teatro di perquisizioni e infiniti quanto surreali interrogatori –, delle mille sfumature di laicità e ultraortodossia, di tensioni feroci e contrasti millenari, e della disperata speranza, della rabbia e della frustrazione del popolo palestinese, in lotta ogni giorno contro l’occupazione, devastato dall’atrocità di un attacco (la tristemente nota Operazione Piombo Fuso) di cui l’autore si trova a essere basito spettatore. Una quotidianità condizionata dunque da grandi questioni, eppure fatta, come ogni altra, di piccoli momenti, narrati con stile impeccabile e travolgente potenza espressiva dall’autore di Pyongyang, Cronache birmane e Shenzen.

GUY DELISLE (Quebec City, 1966), è un fumettista canadese e un professionista dell’animazione. Ha seguito per diverso tempo la lavorazione di prodotti animati in Francia, Germania, Canada e in Asia: la sua esperienza in Cina e in Corea del Nord è ampiamente documentata in Pyongyang e Shenzen. Per seguire invece sua moglie, amministratrice presso Medici Senza Frontiere, Delisle ha vissuto a Myanmar, descritta in Cronache Birmane, e ha vissuto un anno a Gerusalemme, esperienza da cui nasce questo libro. È comunemente ritenuto, insieme con Joe Sacco, tra i migliori rappresentanti del graphic journalism. Vive nel sud della Francia con sua moglie e i suoi figli.

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PALESTINA [expo]
Tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992 Joe Sacco ha trascorso due mesi in Israele e nei Territori Occupati, viaggiando e prendendo appunti. Ha vissuto nei campi palestinesi, condividendone la vita (o meglio, la loro sopravvivenza) in mezzo al fango, in baracche di lamiera arrugginita, tra coprifuoco e retate dell’esercito israeliano. Risultato del suo meticoloso lavoro d’inchiesta è questo volume che, combinando la tecnica del reportage di prima mano con quella della narrazione a fumetti, riesce a dare espressione a una realtà tanto complessa e coinvolgente come quella del Medio Oriente.
Ogni pagina racconta in modo approfondito chiaro i molti aspetti dell’ occupazione: le uccisioni, i ferimenti, le torture le detenzioni amministrative, le confische delle terre, la distruzione delle case. Senza la pretesa di dare giudizi, Palestina offre così al lettore una testimonianza ricca, articolata e diretta delle condizioni del popolo palestinese.

JOE SACCO (1960) è un fumettista e giornalista maltese, che vive e lavora negli Stati Uniti.
Dopo un primo periodo da fumettista satirico e da narratore di viaggi, Sacco trova la sua vera dimensione con Palestine (Palestina), una raccolta di racconti a fumetti più o meno brevi che fotografano i viaggi, gli incontri e le storie ascoltati dall’autore durante il suo soggiorno nei territori palestinesi e in Israele. Il volume gli è valso l’American Book Award nel 1996.
Negli anni successivi Sacco produce diverse altre opere di graphic journalism tra cui Safe Area Goražde (Goražde Area Protetta) con cui vince un Eisner Award e The Fixer (Neven, una storia da Sarajevo), entrambe sul conflitto serbo bosniaco. Nel 2009 pubblica Footnotes in Gaza (Gaza 1956).

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SALTARE IL MURO [expo]
Saltare il Muro racconta la vita di Mahmoud, un giovane palestinese che vive la situazione di ogni prigioniero, quella di non poter uscire fuori dalle mura che lo tengono rinchiuso all’interno della Palestina occupata. L’unico luogo in cui si sente veramente libero è la sua mente e attraverso questo artificio ripercorre la sua storia: quella di rifugiato palestinese, recluso dietro un muro di cemento e filo spinato, all’ombra delle torrette di vigilanza dell’occupazione.
I prigionieri, talvolta, ricevono delle visite. Mahmoud è sensibile al fascino delle belle straniere, ma decide di aprire la sua porta anche a Maximilien, un ragazzo venuto dalla Francia che disegna, sa vedere e ascoltare. Saltare il Muro è il risultato dell’incontro di questi due giovani ventiduenni, che insieme disegnano le immagini di una libertà per ora inaccessibile.
Maximilien e Mahmoud, distruggono simbolicamente non solo il muro in Palestina, ma tutti i muri che imprigionano gli uomini e li separano gli uni dagli altri. Uno dei migliori reportage a fumetti usciti nel 2010 in Francia

MAXIMILIEN LE ROY (1985) giovane disegnatore francese, si dedica interamente al fumetto e ai viaggi. Intrecciando le due passioni, viaggia attraverso Rwanda, India, Palestina, Europa e Vietnam utilizzando i viaggi come approfondimento e ispirazione per i suoi lavori.
Durante la guerra di Gaza coordina l’opera collettiva Gaza, un pavé dans la mer.
Nel 2008 è in Palestina dove conosce Mahmoud Abu Srournel abitante del campo profughi di Aida. Da questo incontro nasce, nel 2010, Faire le Mur (Saltare il muro), un racconto, una testimonianza della vita quotidiana di un ragazzo che vive in un territorio occupato; con la partecipazione grafica di Maya Mihindou.
Lo stesso anno realizza, con l’illustratore e scrittore Soulman, Les chemins de traverse l’incontro di due storie vere, quella di un israeliano e quella di un palestinese.

Salaam ragazzi dell’Olivo Comitato di Milano ONLUS

Progetto (“Shady”) di affido contestualizzato e sostegno alle attività del R.E.C.

“Affido contestualizzato” significa inserire l’affido a distanza del singolo bambino/a in un progetto che coinvolge una comunità territoriale. Questo tipo di progetto ci permette di sostenere oltre ad alcune specifiche famiglie più bisognose, anche una struttura socio-educativa dell’associazionismo palestinese e di instaurare relazioni, scambi, rapporti.

Il soggetto collettivo palestinese con cui dall’autunno del 2000 stiamo attuando questo progetto è il Remedial Education Center (R.E.C.): un’associazione che si occupa di rispondere ai bisogni dei bambini/e che presentano disagio psichico e difficoltà di apprendimento dovuti alle condizioni sociali, economiche e familiari in cui sono costretti a vivere e crescere, a causa dell’occupazione israeliana.

Il REC opera dal 1993 nel nord della Striscia di Gaza, una delle zone più problematiche dal punto di vista sociale e economico, e gestisce quattro centri situati nella città e nel campo profughi di Jabalia, frequentati da centinaia di bambini/e e ragazzi/e.

Il REC opera mediante l’organizzazione di attività didattiche e di recupero scolastico, sostegno psicologico ai bambini/e e alle loro famiglie, attività ricreative, educative e culturali (teatro, danza, campi estivi, gite, recupero patrimonio storico e conoscenza territoriale), per permettere ai bambini di esprimere le proprie emozioni, sviluppare le proprie capacità e alleviare la loro sofferenza psichica.

Originariamente il REC si rivolgeva alla fascia di età fra i 6 e i 12 anni. Successivamente, l’esperienza degli operatori del centro ha suggerito di coinvolgere anche i ragazzi/e in età adolescenziale, considerando la complessità e la fragilità di questa fase del percorso di crescita, specialmente in una realtà dove risulta molto difficile immaginarsi un futuro.

Viene posta molta attenzione alla formazione e aggiornamento di insegnanti ed educatori degli asili e delle scuole del territorio, per i quali il REC organizza incontri, stages e corsi di formazione a Gaza e in Italia. Analoghe iniziative vengono rivolte agli studenti universitari, in collaborazioni con le Università locali. Il REC, inoltre, svolge attività di sensibilizzazione di genitori, educatori e adulti in generale sui bisogni, i problemi e i diritti dei bambini.

Tra i progetti e le attività attuali del REC si segnalano in particolare:

  • Processo di integrazione dei bambini con disabilità psichica e fisica nelle scuole governative mediante supporto, formazione, supervisione al personale docente e affiancamento con insegnanti di sostegno del REC
  • Istituzione di una scuola sperimentale intitolata a “Salaam” , avviata nel 2006 con la scuola materna e dal 2008 anche con la scuola primaria. L’obiettivo è quello di favorire la partecipazione positiva dei bambini alla vita della comunità locale e internazionale. L’innovativa metodologia di insegnamento parte dai bisogni dei bambini, considera le differenze e sviluppa le capacità individuali, promuovendo la cultura della tolleranza, dell’uguaglianza e della pace per contribuire alla costruzione della società futura.
  • Assistenza sociale ed economica alle famiglie con interventi di emergenza per necessità alimentari e sanitarie e microcredito.
  • Attività di clowneria e animazione con iniziative nelle strade, ospedali, scuole, asili e l’utilizzo di due ludobus.

Confermando il suo fondamentale ruolo nella società palestinese, il REC organizza diverse iniziative politiche, sociali e culturali, coinvolgendo donne, giovani, scuole e altre realtà associative del territorio, in una prospettiva di sviluppo della democrazia, della pace e della difesa dei diritti, in particolare di quelli dei bambini/e e delle donne.

Durante la partecipazione a una manifestazione che chiedeva la fine dei violenti scontri intrapalestinesi, il 13/06/2007 è stato ucciso Shady Alajla, un giovane animatore del REC: Salaam ha ritenuto significativo che il progetto di affido si chiamasse da allora con il suo nome.

 

Modalità per l’affidamento a distanza

  • Gli affidatari italiani (singole persone, famiglie, associazioni, scuole, gruppi, istituzioni) si impegnano a versare un contributo mensile di 52,00 Euro per due anni: il 50% verrà consegnato alla famiglia palestinese e il restante 50% al REC.
  • Gli affidatari riceveranno una scheda con le informazioni e le foto del bambino/a e della sua famiglia e dovranno compilare una scheda simile da inviare alla famiglia palestinese.
  • Salaam auspica l’instaurarsi di una corrispondenza tra gli affidatari italiani e le famiglie palestinesi, rendendosi disponibile per le traduzioni in arabo e favorendo la comunicazione con Gaza.
  • Gli affidatari riceveranno report periodici sull’andamento del progetto

Modalità di pagamento

  • Versamento su c/c postale N° 27125202 intestato a “Salaam Ragazzi dell’Olivo Comitato di Milano – Onlus”
  • Bonifico presso Banca Popolare Etica – Sede di Milano
    IBAN IT53 T050 1801 6000 00000104771
    intestato a:
    “Salaam Ragazzi dell’Olivo Comitato di Milano – Onlus”
    Via G. Pepe 14 – 20159 Milano.

I versamenti a Salaam (tranne la quota associativa) possono essere detratti fiscalmente, secondo le normative vigenti sui contributi alle ONLUS; come giustificativi valgono le relative ricevute postali e/o bancarie.

Salaam ragazzi dell’Olivo Comitato di Milano ONLUS.

Radio Kufiah – Puntata 08 (December 12, 2013)

Radio Kufia – Puntata 08


Sommario:

– Intervista ai Giovani Palestinesi sulle mobilitazioni contro il Piano Prawer-Begin e sulle discriminazioni interne all’Entità Sionista.
– Giornale Radio

Sommario del Giornale Radio:
1) Il Fronte Popolare piange la morte di Mandela.
2) L’esercito cerca un prigioniero politico, scontri ad Al-Issawya.
3) L’occupazione assolve i colpevoli dell’omicidio di Mustafa Tamimi.
4) Bambino ucciso dall’esercito sionista a Ramallah.
5) BETLEMME – Due ragazze investite da un colono.
6) Il Fronte Popolare celebra il suo 46° anniversario.
7) GALILEA – Slogan razzisti sulle case palestinesi.
8) Approvata legge contro l’immigrazione.
9) Teoria della razza nel sistema sanitario.
10) I prigionieri in detenzione amministrativa in sciopero della fame.
11) ITALIA – Attivisti in decine di piazze per dire no a Sodastream.
12) GERMANIA – Pronta la vendita di due cacciatorpediniere.
13) ROMANIA – Il governo vieta ai suoi cittadini di lavorare nelle colonie.
14) OLANDA – La Vitens rompe la collaborazione con la Mekorot.
15) 13/12: Riprendono le proiezioni del ciclo “Palestina per principianti”.
16) 14/12: Proiezione in ricordo di Nelson Mandela a Cagliari.

(12/12/2013)

durata 01:09:11

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GR 05/12/2013 (December 5, 2013)

Giornale Radio del 5 dicembre 2013
Sommario

1) La disoccupazione giovanile sale al 43%.
2) L’occupazione emana un mandato d’arresto contro un bambino di 4 anni.
3) Leader islamista bandito da Al-Quds.
4) Cresce l’opposizione ai cosiddetti colloqui di pace.
5) Escalation di arresti lo scorso novembre.
6) Il 2013 è l’anno delle colonie.
7) In 17 provano a suicidarsi per protesta contro il governo.
8) Centinaia di europei nell’esercito sionista.
9) Giornata della rabbia contro il Piano Prawer.
10) Giovane obiettore rischia il carcere.
11) SIRIA – Morto attivista sotto tortura. Salgono a 1718 le vittime palestinesi.
12) EGITTO – Molestie e torture per le profughe palestinesi.
13) USA – Fondo pensionistico disinveste da Veolia.
14) FRANCIA – Per i giudici la campagna BDS non istiga alla discriminazione.
15) ITALIA – Se gli attivisti chiedono, Erri De Luca non risponde.
16) ITALIA – Netanyahu scappa da Torino ma si ritrova contestato a Roma.
17) 6 dicembre a Roma: Antisemitismo/Antisionismo, quando un termine stravolge una lotta.

(05/12/2013)

durata 35:20

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