Le foto dello Yemen che gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita non vogliono che tu veda

Le foto dello Yemen che gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita non vogliono che tu veda
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L’Arabia Saudita mantiene un blocco mediatico tale che i giornalisti non possono documentare le atrocità commesse nello Yemen con la complicità statunitense.

Le immagini come quelle che accompagnano l’articolo pubblicato martedì scorso sul quotidiano statunitense ‘The New York Times’, scritto da Nicholas Kristof non appaiono sugli schermi televisivi e raramente nei quotidiani occidentali, in parte perché l’Arabia Saudita blocca con successo l’accesso di giornalisti stranieri nello Yemen.

Il giornalista Nicholas Kristof nel suo articolo pubblicato ha denunciato di aver cercato per quasi un anno di raggiungere aree devastate dagli attacchi sauditi nello Yemen senza successo perché il regime saudita lo ha impedito.

Kristof ha poi riferito che l’unico modo per accedere alle aree dello Yemen soggetto a continue attacchi aerei è attraverso voli charter organizzati dalle Nazioni Unite e gruppi umanitari, in quanto i voli commerciali sono vietati.

Tuttavia, gli aerei militari sauditi controllano questo spazio aereo e vietano qualsiasi volo dove c’è un giornalista a bordo. L’ONU “non sta assumendo rischi” e considera questo divieto di imbarcare i giornalisti molto seriamente, ha raccontato il giornalista.

“Ciò è pazzesco: l&# 39;Arabia Saudita obbliga le Nazioni Unite ad escludere i giornalisti per evitare la copertura delle atrocità saudita”, ha spiegato Kristof.

L’autore dell’articolo ha sottolineato che il governo saudita commette crimini di guerra nello Yemen con le complicità statunitensi e del Regno Unito.

I Sauditi regolarmente bombardano i civili e, peggio ancora, hanno chiuso lo spazio aereo e hanno imposto un blocco per sottomettere la popolazione yemenita. Ciò significa che i civili dello Yemen, compresi i bambini, se non muoiono nei bombardamenti, li fanno morire alla fame. Kristof ha citato il caso di Buthaina, una ragazza di 4 o 5 anni che è stata l’unica della sua famiglia che è riuscita a sopravvivere ad un attacco saudita.

Secondo Kristof gli statunitensi devono fermare tutti i trasferimenti di armi in Arabia Saudita finché non finisce il blocco e il bombardamento del regno contro lo Yemen.

Uno degli effetti devastanti di questa aggressione è la peggiore epidemia globale del colera che è scoppiata in Yemen, dove molte persone sono malnutrite. Ogni giorno 5000 yemeniti contraggono il colera.

Fonte: The New York Times
Notizia del:

Sorgente: Le foto dello Yemen che gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita non vogliono che tu veda – World Affairs – L’Antidiplomatico

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Gaza: Donne incinte ed i loro neonati contaminati da metalli pesanti legati agli attacchi israeliani

La rivista scientifica British Medical Journal  Open ha pubblicato uno studio svolto a Gaza su 502 donne in gravidanza al momento degli attacchi israeliani del 2014. Questo lavoro riporta un alto tasso di contaminazione nei capelli in metalli pesanti nelle donne esposte agli attacchi e  in proporzione nei i capelli dei loro bambini.

5 Agosto 2017, Paola Manduca, Prof. Genetics
Genoa, Italy

I metalli pesanti utilizzati durante le guerre, contengono elementi tossici, teratogeni e cancerogeni. Essi sono noti come perturbatori endocrini. Essi sono resistenti nell’ambiente, si accumulano nel corpo, ed i loro effetti sugli esseri viventi persistono ancor più se questi metalli pesanti non vengono rimossi dall’ambiente (armi, schegge, missili, rovine contaminate …). Ricercatori italiani, finlandesi e di Gaza hanno dimostrato che la contaminazione da metalli pesanti è un fattore di rischio  a lungo termine per la salute delle donne incinte e dei loro bambini.

Questi ricercatori hanno analizzato la quantità di 23 tipi di metalli nei capelli delle donne  di Gaza, che erano in stato di gravidanza durante l’estate del 2014, e in quelli dei bambini a cui hanno dato luce più tardi, e trovato che queste erano superiori al contenuto dei metalli nei capelli di donne al di fuori di zone di guerra.

Essi hanno anche studiato la trasmissione in utero metalli pesanti, così come la possibilità che l’assunzione fosse dovuta a fattori diversi ed estranei alla guerra.

Lo studio ha usato spettrometria con plasma-massa (ICP-MS) e sono stati fatti confronti con gruppi esposti agli agenti chimici domestici e agricoli.

I risultati mostrano un carico in metalli pesante significativamente più alto per le donne esposte ad attacchi militari, proporzionale ma piu basso nei loro neonati che però sono più frequentemente colpite da difetti congeniti o nati prematuramente.

E’ stata raccolta testimonianza e poi documentata con visite in loco,  la frequenza di esposizione ad attacchi militari delle donne; circa il 70% delle madri, sono state coinvolte in attacchi, il che suggerisce una alta contaminazione  di tutta la popolazione.

Gli autori raccomandano “monitoraggio, biomonitoraggio e sorveglianza nel tempo  su questo tema di ricerca di interesse pubblico” per il quale, fanno notare, “non siamo in grado di sapere se c’è anche il rischio di effetti transgenerazionali”.  Difetti congeniti sono stati osservati più frequentemente nei nati da madri esposte ad attacchi militari in Iraq e a Gaza (dopo gli attacchi nel 2008-2009).

Gli autori della ricerca sono Paola Manduca, Safwat Y Diab, R Qouta Samir Nabil Albarqouni, Raiija-Leena Punamaki, con la collaborazione di Fabrizio Minichilli, e Fabrizio Bianchi per l’analisi statistica.

Articolo integrale.

Documento completo in inglese, formato PDF.

Invictapalestina ringrazia tutti coloro che partecipando alla nostra iniziativa del 2014, ci hanno permesso di contribuire al finanziamento della ricerca con 500 euro.

thanks to: invictapalestina

A cross sectional study of the relationship between the exposure of pregnant women to military attacks in 2014 in Gaza and the load of heavy metal contaminants in the hair of mothers and newborns

PDF

  1. Paola Manduca1,
  2. Safwat Y Diab2,
  3. Samir R Qouta3,
  4. Nabil MA Albarqouni3,
  5. Raiija-Leena Punamaki4

Author affiliations

  1. DISTAV, University of Genoa, Genova, Italy
  2. Al-Quds Open University-Gaza Branch, Gaza, Gaza Strip, Palestine
  3. Islamic University of Gaza, Gaza, Palestine
  4. University of Tampere, School of Social Sciences and Humanities/Psychology, Tampere, Finland
  1. Correspondence to Prof. Paola Manduca; paolamanduca@gmail.com

Abstract

Objective Metal contamination of humans in war areas has rarely been investigated. Weaponry’s heavy metals become environmentally stable war remnants and accumulate in living things. They also pose health risks in terms of prenatal intake, with potential long term risks for reproductive and children’s health. We studied the contribution of military attacks to the load of 23 metals in the hair of Palestinian women in the Gaza Strip, who were pregnant at the time of the military attacks in 2014, and their newborns. We compared the metal load in the mothers with values for adult hair from outside the war area (RHS) as the reference. We investigated heavy metals trans-passing in utero, and assessed if the heavy metal intake could derive from sources unrelated to the war.

Design Cross sectional study.

Participants and setting Cross sectional convenience sample of 502 mothers delivering in the Gaza Strip and their newborns.

Main outcome measured Measure of the load of heavy metals in mother and newborn hair by inductively coupled plasma-mass spectrometry (ICP-MS). Comparison of metal loads with the reference RHS, between groups with different exposures to attacks and house/agriculture chemicals, and between mothers and newborns. Data for birth registry and for exposures to war and other known risk factors were obtained at interview with the mothers. Photographic documentation of damage from military attacks was obtained.

Results The whole cross sectional convenience sample had a significantly higher load of heavy metals than the reference RHS. Women exposed to military attacks had a significantly higher load of heavy metals than those not exposed; the load in newborns correlated positively with the mothers’ load. No significant difference was found between users/non-users of house/agriculture chemicals. No other known confounder was identified.

Conclusions High heavy metal loads in mothers, reflected in those of their newborns, were associated with exposure to military attacks, posing a risk of immediate and long term negative outcomes for pregnancy and child health. Surveillance, biomonitoring and further research are recommended. Implications for general and public health are discussed.

This is an Open Access article distributed in accordance with the Creative Commons Attribution Non Commercial (CC BY-NC 4.0) license, which permits others to distribute, remix, adapt, build upon this work non-commercially, and license their derivative works on different terms, provided the original work is properly cited and the use is non-commercial. See: http://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/

Strength and limitations of this study

  • The lack of ‘never exposed to war’ controls within Gaza is a limitation of the study which cannot be overcome.

  • A general limitation of this type of study is that the risks posed in the long term by the intake of multiple heavy metals are still largely unknown in humans, and in particular during pregnancy.

  • The size of the sample, while adequate to identify the correlation between levels of heavy metals with environmental exposure, is not large enough to accurately study the negative outcomes at birth (birth defects and preterm) due to their low frequency.

  • A strength of the study is the inclusion of a relatively large cross sectional convenience sample of participants, allowing for subgroups of exposure, suitable in size for statistical analysis.

  • An important point was the inclusion of analyis of newborn hair in for metal load. .

  • Verification by in loco visits the recall of exposure of women on an objective basis gives additional strength to the study.

  • Development of a questionnaire and of procedures that allowed information to be obtained on various habits and different potentially risky environmental exposures, -allowing to exclude some more likely potential confounders.

  • The analysis of microelements and metals not associated with weaponry provided an internal control for the analytic results.

Introduction

Women and children are highly vulnerable during periods of war and military attacks, as well as in the aftermath of war, because of the possibility of the long term effects of war related environmental changes on reproductive and infant health. Accumulation in human bodies of toxicants and heavy metal teratogens found in the remnants of war occurs, that, coupled with their long persistence in the environment, suggests a considerable risk for health.1–6 The effects of toxicants, teratogens and carcinogens related to heavy metals have been found in embryos at concentrations lower than in adults.7 8 During the first trimester of pregnancy, major morphogenetic events occur, and is the period of highest sensitivity of the embryo to external effectors. Apart from the mutational risks posed by some of the heavy metals, there is compelling evidence of their prevalent epigenetic mechanisms of action.8–15 Heavy metals act as endocrine disruptors,8 and their interference with gene expression causes disturbances in various metabolic and hormonal pathways.9 The epigenetic mechanisms are an essential part of the current understanding of the developmental origin of health and disease.11–15 Reports show that heavy metals accumulate in specific body compartments and can be released during pregnancy.9 12–15 However, relatively little is known about the kinetics, modalities and accumulation of heavy metals in compartments of the human body. Also, not much is known about the following phenomena: the effects of human subjects’ concurrent intake of multiple toxic metals, the kinetics of the passage of heavy metals through the placenta and the critical concentrations that affect the embryo and fetus.

In addition to the risks posed by acute exposure, persistence of heavy metals in the environment may cause people to be continually exposed which, combined with the accumulation of heavy metals in different compartments of the body, adds to the concerns about the long term negative effects on health. The long term effects of metals via epigenetic mechanisms can occur in mothers, fetuses exposed in utero and in breastfed infants and children; these effects could even be transgenerational.10–13 16 17

Military attacks are a source of heavy metal input in war zone environments, and may influence the health of the population and affect the outcomes of pregnancies.4 16 The prevalence of birth defects increased in areas heavily exposed to military attacks in Iraq,18 and in Gaza after the Israeli military operation of Cast Lead in 2008–200919 and since the implementation of air delivered weapons in attacks.20 Previous research in Gaza also showed that women’s exposure to military attacks (courtesy of the database of the United Nations’ mine action team) correlated with a higher incidence of progeny with birth defects.20 21 Hair analysis for metal load of infants born prematurely or with birth defects to mothers who experienced military attacks revealed in utero contamination of the babies. The heavy metal load in these newborns was higher than that of normal newborn babies for teratogens (mercury and selenium) in babies with birth defects and for toxicants (barium and tin) in premature babies.22 Together, the data show an association of the damage to newborn health with maternal exposure to attacks, and the trans-placental passage of wartime heavy metal remnants from exposed mothers to their progeny in utero.

Three major wars, with their complex consequences for the environment, may have been the single most influential determinant of change in the living conditions and in the demography of Gaza from 2008 to 2014. The context of the current study is the aftermath of the 2014 Israeli military operation ‘Protective edge’ in Gaza, which lasted for 55 days and had massive effects on civilian life. This operation left widespread structural destruction,23–28 with physical remnants of war, including components of weapons, shrapnel and missiles, as well as environmentally stable chemical elements and contaminated ruins, throughout the area.29 The weapons used in these attacks were documented by the United Nations and other reputable sources, and included missiles, mortars, explosive devices and bombs of various sizes, with or without penetrator heads. The content of heavy metals in each weapon differed, and each had a different range of spread, from metres to hundreds of metres or more.23–29 The Israeli government does not make available a list of weapons used, and all data are directly from United Nations’ agencies and independent witnesses on the ground. Removal of explosive war remnants and the debris of demolition began only 6–8 months after the end of hostilities and involved the creation of open air deposits and the reuse of materials from demolished structures. No transfers of debris could be conducted outside the area of the Gaza Strip.29 Thus any contamination due to the 2014 war remained in the local environment from the time of the attacks throughout the period of our study.

The aim of the study was to investigate whether there were changes in the metal load of a representative segment of the female population after military attacks, particularly with respect to heavy metal contaminants with known teratogen, toxicant and carcinogenic effects, which could pose long term risks for health because of their stability in the environment and tendency to accumulate in the human body. We investigated the extent of exposure to attacks in a cross sectional convenience sample of women who had been in their first trimester of pregnancy during the attacks in the summer of 2014 and who entered one of four major maternity hospitals in Gaza for delivery. The correlation between maternal contamination and their newborns’ was also investigated.

Methods

Participants

Participants were 502 mothers who were in their first trimester of pregnancy during the 2014 war on Gaza and who delivered between late January and March 2015 in one of four maternity wards: Al-Shifa (n=202), Al-Awda (n=100), Al-Nasser (n=100) and Al-Aqsa (n=100). All participants were residents in one of four Gaza Strip governorates. There were no exclusion criteria at enrollment; no participant data were discarded after the interviews, and all donated hair samples were analysed.

Procedures

One midwife in each hospital registered all the deliveries occurring during her work shift and obtained the participants’ written informed consent for participation in the study. The midwife collected the hair samples from mothers and newborns. The midwife also administered a face to face interview with the mothers, following a prepared questionnaire.20–22 This included the standards of European and US birth registers and was integrated previously to include the health history of the extended family (to the second degree), and questions about environmental exposure, including the mothers’ recollections of their exposures to military attacks and a variety of potentially risky habits. This questionnaire was thus an apt tool for the surveillance of changes in reproductive health, including of the inherited component of newborn congenital diseases, and it was useful for establishing correlations with major environmental changes in Gaza. The Palestinian Health Research Council and the Helsinki Committee for Ethical Approval approved the study. The Research Board in the Islamic University of Gaza, Palestine, reviewed and approved the research tools and procedures. Mothers’ recollections of their exposures to attacks were corroborated with objectively documented damage to their dwellings, if the women reported the attacks occurring while they were at home.

Measures

In the present study, the metal load in the hair of mothers and newborns was determined by inductively coupled plasma-mass spectrometry (ICP-MS) using the methodology recommended by the International Atomic Energy Agency (IAEA) for testing human exposure to environmental metals.30 We analysed women’s and newborns’ hair for the metal components of weaponry already identified in 2009 at weapons’ wound sites in the bodies of victims of attacks.6 We had also detected these metal components contaminating the hair samples of 65 of 95 children tested 1 year after the attacks of Cast lead (Manduca, unpublished data). We also found some of these metals contaminating the hair of newborns in 2011.21 22 Finally, we tested 23 metals, including known weapon components and war remnants, such as lead (Pb), barium (Ba), mercury (Hg), arsenic (As), zinc (Zn), cadmium (Cd), tin (Sn), uranium (U), tungsten (W) and aluminium (Al). As an internal control, we also measured other metals and microelements that have biological relevance but are not weapons related.

We compared the metal load of thecross sectional convenience sample of Gaza women with values for adult hair from outside the war area (RHS).31 We analysed whether the metal loads in mothers were correlated with those in newborns.

Heavy metal concentrations are expressed as ppm (parts per million). Maternal hair (4 cm) was taken nearest to the scalp at the nape of the neck, which reflected environmental exposure during the last 4–5 months of pregnancy and the eventual release of metals previously accumulated in the body. Hair from newborns reflected the accumulation of metals through life in utero.

All hair was preserved in plastic bags until the moment of analysis, according to the recommendations of the IAEA, in the Pacific Rim Laboratory, ISO/Tec 17 250 accredited (Canada). Analytical procedures were performed according to previous protocols.19 In brief, 0.2 g of washed hair was added to 2 mL of HNO3 and 2 mL of H2O2, heated to 85°C for 2 hours and added at room temperature to 6 mL of water. Samples were run in Agilent 7700. The limits of detection (ppm) were: aluminium (Al) and iron (Fe) 0.4; magnesium (Mg), copper (Cu), lead (Pb), manganese (Mn) and titanium (Ti) 0.04; barium (Ba), cobalt (Co) and chromium (Cr) 0.02; arsenic (As), cesium (Cs) and molybdenum (Mo) 0.001; cadmium (Cd) and uranium (U) 0.0001; mercury (Hg) 0.0004; nickel (Ni) 0.15; selenium (Se) 0.22; tin (Sn) and tungsten (W) 0.03; strontium (Sr) 0.01; vanadium (V) 0.002; and zinc (Zn) 0.3. Experimental values below the limits of detection for each metal were considered equal to 0 0 for the purposes of statistical analysis, which was conducted using median values. Commercial analytical standards of hair for calibration purposes were run in parallel (NCS ZC 81002b and NCS DC73347a; China National Analysis Centre for Iron and Steel).

Exposure to military attacks

The variable exposure of women to military attacks was indicated by self-reporting and verified by photographic documentation. Women responded ‘yes’ or ‘no’ to five questions: whether their own house was bombed during the 2014 war, whether the house next door was bombed during the 2014 war, whether they were inside their home at the time of the attack, whether they were displaced afterwards and whether they found spent ammunition inside their dweling. Based on these answers, they were grouped according to their ‘proximity of exposure to attacks’. The concept of proximal exposure was formulated on the realisation that attacks very often involved the spread of weapons’ parts to adjacent houses. The term ‘proximally exposed” was used to identify women whose homes or neighbouring homes were attacked. The proximally exposed group was divided into two subgroups according to their continuous habitation in the places where the attacks occurred: women who remained in or next to the house that had been bombarded or shelled, and women who moved elsewhere at some time after the attack. Creation of these subgroups reflects the concern that women with ongoing residence at the locations of the attacks might have had different exposures to war remnants than those who had moved. This concern was, ultimately, unfounded. A third group included women who had no recollection of any exposure. In October 2015, we visited the women in subgroups 1 and 2 and photographically documented the damage that had occurred during the military attacks on their dwellings.

Exposure to potential civilian sources of metal contamination

We tested whether other known potential sources of contamination by heavy metals correlated with the mothers’ distribution of metal load. Women were asked about their own use of agricultural substances (pesticides, herbicides, fungicides) and generic household chemicals of unknown composition, their consumption of three main types of medicines and of three prenatal prevention supplements, their use of three available sources of water for drinking and cooking, their frequency of eating fish and their history of smoking. For statistical analyses, a dichotomy variable was formed with 1=women reporting the use of agricultural and household chemicals and 2=non-users.

Statistical methods

The metal loads (ppm) found in the hair of mothers, reported as median values and interquartile ranges, were statistically compared. The first analysis involved the 95th percentile values of the whole cohort and of each exposure group compared with those values for the hair from adults of both sexes from areas unaffected by war (RHS, Germany, by Micro Trace Minerals, MTM; USA by Trace Minerals International, TMI).31 No equivalent reference was available for the newborns’ metal load. The second analysis compared the metal loads within the cross sectional convenience sample between groups proximally exposed and unexposed to military attacks. The third analysis compared the metal loads between users and non-users of agricultural and household chemicals.

In analysing the findings in this study, quantile regression analysis was used because it allowed for the modelling of any percentile or quartile of the outcome, represented in this study by metal distribution, including the median. Furthermore, the Shapiro–Wilk and Pearson’s χ2 normality tests showed that metal concentrations were not normally distributed, and log transformation did not lead to satisfactory results. Quantile regression analysis has the advantage of being more robust against outliers in the outcome variables than least squares regression (linear) and, as a semi-parametric tool, it avoids assumptions about the parametric distribution of the error process.

The relationships between 23 metal concentrations and exposures to military attacks were analysed by multiple quantile regression models, least absolute value models (LAV or MAD) and minimum L1 norm models.32 The quantile regression models, fit by QREG STATA COMMAND, express the quantiles and the conditional distribution as linear functions of the independent variables which, in this case, are exposure and any confounders. Spearman correlations were used to identify the associations between mothers’ and newborns’ metal concentrations. All analyses were performed using STATA v.13.

Results

In this sample, median age of the women was 26.9±5.92 years (range 16–52), and 2.5% of participants were younger than 18 years. Of the 502 women, 26.7% were carrying their first pregnancy during the war, and the majority (88.8%) worked at home. Prenatal care efforts, including consumption of iron, vitamins and folic acid, were undertaken by 89% of women. A total of 29% reported a diagnosis of anaemia while 0.5% reported a diagnosis of diabetes. The prevalence of preterm delivery was 1.5%; the prevalence of low birth weight (<2.5 kg) was 2.3%. Of the infants in the study, 4.5% were born with birth defects, and all were born alive, although one baby died in the minutes after birth.

Figure 1A shows the percentages of participants residing in each of the four governorates and whether they were displaced after the military attacks. Information about the exact locations of displacement was not available. Figure 1B shows that 32.4% of women reported weapon hits directly on their own house and 14.7% found war remnants inside the dwelling. Among women whose houses were directly hit (n=163), 63% (n=103) were inside the house during the military attack (Figure 1C). Thus a fifth (20.4%) of all women were in their own home  under the attack, and almost half (46.6%) of these found war remnants, generally shrapnel and shells, inside their houses. In addition, 11.9% of the women whose houses were not directly hit reported that weapons remnants reached the interior of their home from military attacks to neighbouring buildings, suggesting a wide radius of the spread of fragments from the blasts.

Figure 1

-C Localization of the mothers during attacks. (A) The residence of the 502 mothers. In black those residing in late 2015 in the same place as during the attacks in gray those displaced afterwards. (B) Left column, percentage of women in the 502 cross sectional convenience sample that reported that their own housing was hit directly and right column, those that found parts of ammunitions in their house. (C) Percentage of women that were inside their house under the attack .

In October 2015, 78 women of the 103 whose homes were hit while they were inside were contacted, and the damage to 49 homes was recorded (in photographs) in order to objectively document the military attacks. Figure 2A shows the number of the visited homes whose damages were photographed ; of these 63% still exhibited the damage from the attacks.  Ten houses were totally destroyed, 15 exhibited major damage and 24 displayed minor damage (Figure 2B and Figure 1 in the online supplement).

Figure 2 A-B

Reported attacks on the housing of the women in the cross sectional convenience sample (n=502). (A) Seventy eight of the 103 women who experienced a direct attack on their house while they were inside it were visited in October 2015. The damages that were still visible were documented by photography. (B) Damages observed  classified according to their impact on the structure.

Subgroups for personal exposure to military attacks were generated in order to investigate associations between the load of metals in women’s hair and their proximity to the military attacks. Figure 3 shows the distribution of the two proximally exposed and the unexposed subgroups. Of the 502 women in this study, 55.9% (n=282) belonged to the subgroup of women who were exposed to an attack and who remained in the same house, where weapon remnants were likely to be present, during the following months of their pregnancy. Subgroup 2, composed of women who were exposed to attacks and who had moved away from the bombed or shelled home, included 12.3% (n=61) of participants. Subgroups 1 and 2 compose what we named the “proximally exposed” women and were the 68.2% of the cross sectional convenience sample. Approximately one-third (31.7%, n=159) of the women belonged to subgroup 3, who reported not having been under or next door to military strikes and were therefore considered unexposed. Photographic evidence confirmed the damage to the houses of 25 women in subgroup 1 and of 24 women in subgroup 2.

 

Distribution of the cross sectional convenience sample according to different environmental exposures. (A) Division of the whole sample into subgroups was based on their reported proximal exposure or non-exposure. All women who reported that their home or the home next door was hit in an attack are in subgroup 1 (55.9% of the sample if they remained a resident in the same house until they delivered their baby, or in subgroup 2 (12.3% of the sample) if they were displaced after the attack. Subgroup 3 (31.7% of the sample reported no exposure to attacks. (B) Source of water for drinking and cooking. (C) Nearness to manufacturers and workshops. (D) Use of household and agriculture chemicals (shown in detail): users, or users of any of these chemicals or more than one.

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Figure 3 A-D

Distribution of the cross sectional convenience sample according to different environmental exposures. (A) Division of the whole sample into subgroups was based on their reported proximal exposure or non-exposure. All women who reported that their home or the home next door was hit in an attack are in subgroup 1 (55.9% of the sample if they remained a resident in the same house until they delivered their baby, or in subgroup 2 (12.3% of the sample) if they were displaced after the attack. Subgroup 3 (31.7% of the sample reported no exposure to attacks. (B) Source of water for drinking and cooking. (C) Nearness to manufacturers and workshops. (D) Use of household and agriculture chemicals (shown in detail): users, or users of any of these chemicals or more than one.

Metal load in mothers and newborns

Supplementary Table 1 (see online supplementary Table 1) shows the descriptive values of the metal load, as determined by ICP-MS, for the 23 metals investigated in the hair of mothers and newborns, both for the whole group and for subgroups of exposure to military attacks. In general, the mothers’ metal loads were higher than the newborns’. Spearman correlations of the metal load between the mothers and newborns for the whole sample (Table 1) showed significant (p<0.05) positive correlations for all metal loads, except for Cu and Sn, and a negative correlation for Ba. These data indicate trans-placental passage of toxicants Cr, Cs, Mo, Ni, Sr, Pb and V, and teratogens Hg, U and W.

Table 1

Correlation between mothers’ and newborns’ metal loads. Spearman analysis of the correlation between mothers’ and newborns’ metal loads. Values of p<0.05 are enhanced in yellow for the positive correlations for Mg, Cr, Cs, Hg Mo, Ni, Sr, U, V and W.  The correlation is negative for Ba. Values are reported in ppm

Table 2

Comparison of the metal load of the mothers in the cross sectional convenience sample and in subgroups 1, 2 and 3 with that of reference ranges of standards from areas not involved in the war. Comparison of the 95th percentile of metal load in the wholesample and in subgroups 1–3 with that of standards from areas not involved in wars. Confidence intervals are shown. Results with 95th percentiles significantly higher than the reference value are enhanced in light blue and in bold. Values are reported in ppm. Subgroups 1 and 2 are mothers ‘proximally exposed’ to attacks and subgroup 3 those that reported no exposure

The metal load comparison to a reference standard (RHS) from areas unaffected by war (Table 2) shows the comparison of the 95th percentile of the metal load for the mothers with that of RHS. In the whole sample and in each subgroup, the load of toxicants (Al, Fe, Ba, Mn, Ni, Pb, Sr and V), teratogens (Hg, U and W), carcinogens (As, Cd and Co), and of Mg and Zn was significantly higher in the hair of women in all groups of the Gazacross sectional convenience sample than in the reference group RHS. The load of Cs, Cu, Mo, SE, Sn and Ti did not significantly differ from what was found in the reference group, RHS.

Proximal exposure to military attacks and metal load

To examine whether there is an association between proximal exposure to military attacks and metal load, the median values of the subgroups were analysed by multiple quantile regression models. Results showed that both subgroups of proximally exposed women had significantly higher loads for the majority of metals than the unexposed subgroup. For the sake of clarity, Table 3 does not include the following metals which were detected at the same level in all samples as in RHS, and thus unrelated to differences in anthropogenic activities of any kind in the samples and the reference: Cs, Cu, Mo, Se, Sn and Ti. This analysis confirms that proximal exposure is associated with a higher load of contamination for most metals, with an exception for U, with the highest load in subgroup 3. Specifically, subgroups 1 and 2 together showed significantly higher metal loads than subgroup 3 for Al, Mg, Mn, Ba, As, Zn and V. Subgroups 1 and 2 showed significant differences between them: subgroup 1 was highest for Ba and V; subgroup 2 for Cr, Sr and W. Measured loads of Fe, Hg and Pb were higher in the three subgroups than in RHS but did not differ among the subgroups.

Comparison between the newborns groups for metal load showed that the newborns in subgroup 2 had a significantly higher load of contaminants for most metals, except for Hg and Zn. Yet, children in subgroup 3 had a significantly higher load for Al than newborns in subgroup 1.

Regarding exposures to environmental chemicals from civilian sources and potential confounders, the study showed high homogeneity in the women’s sample for exposure to most of the potential risk factors. For 84% of the women, it was common to use multiple sources for drinking water, and 87% of the women resided far from industrial plants (figure 3B and C). All of the women used a combination of the five food sources (UNRWA, Egyptian, Israeli and Turkish imports, and local). Less than 5% of women engaged in potentially risky habits, such as smoking, using hair dye or consuming medicines (not shown), and most of the women (90%) ate fish, a potential source of mercury, less than or equal to once per month. These putative risk factors do not seem relevant to the differences in the distribution of the metal load found between the women proximally exposed to military attacks and unexposed women.

Table 3a

Comparison between mothers of metal load between subgroups according to their ‘proximal exposure’. The metal load in mothers from different subgroups were compared with each other. Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘proximal exposure’. For ease in reading the data, the colour yellow indicates that the group in the first column of each panel has significantly higher load (p<0,05) than the one in the second column of the same panel. If vice versa, the line is enhanced in green colour. Panel A compares exposure subgroups 1 with 3; panel B compares exposure subgroups 1 with subgroups 2+3

Table 3b

Comparison between mothers of metal load between subgroups according to their ‘proximal exposure’. The metal load in mothers of different subgroups were compared with each other. Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘proximal exposure’. For ease in reading the data, the colour yellow indicates that the group in the column on the left in each panel has significantly higher load (p<0.05) than the one in the column on the right in the same panel. If vice versa, the line is enhanced in green colour. Panel C compares exposure subgroups 1+2 with 3; panel D compares exposure subgroups 1 with 2

Table 3c

Comparison between newborns of metal load between subgroups according to the mothers ‘proximal exposure’. The metal load in newborns of different subgroups were compared with each other. Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘proximal exposure’. For ease in reading the data, the colour yellow indicates that the group in the column on the left in each panel has significantly higher load (p<0.05) than the one in the column on the right in the same panel. If vice versa, the line is enhanced in green colour. Panel A compares exposure subgroups 1 with 3; panel B compares exposure subgroups 1 with 2+3

Table 3d

Comparison between newborns of metal load between subgroups according to the mothers ‘proximal exposure’. The metal load in newborns of different subgroups were compared with each other. Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘proximal exposure’. For ease in reading the data, the colour yellow indicates that the group in the column on the left in each panel has significantly higher load (p<0.05) than the one in the column on the right in the same panel. If vice versa, the line is enhanced in green colour. Panel C compares exposure subgroups 1+2 with 3; panel D compares exposure subgroups 1 with 2

Figure 3D shows that 76.3% (n=352) of women reported non-use of household and agricultural chemicals, whereas the 109 women classified as users reported using pesticides (n=82), herbicides (n=9) or other household chemicals (n=18). The chemicals were identified according to their function rather than their chemical composition and were studied only from the point of view of their potential contribution to the load of heavy metals in hair. Table 4 compares the median quantiles between user and non-user groups, showing no significant differences (p >0.3 for all analyses) among these subgroups in the load for all 23 metals. It is possible, then, to rule out the possibility that the use of these products contributed to the heavy metal contamination.

Table 4

Comparison of metal load between mothers according to their use of house–agricultural chemicals. Subgroups are not users-subgroup 1 (n=352) or users subgroup 2 (109), of any of the chemicals listed in figure 3D . Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘use of chemicals’. There was no significant difference for the load of all metal tested (p > 0,3) between the two groups

Discussion

Principal findings

The study is the first to document the number of civilian subjects in the population who were exposed in 2014 to military attacks in Gaza. The women in this cross sectional convenience sample experienced, in 32.4% of cases, a direct hit to their private dwellings and, in 63% of these cases, the attacks occurred while the women were inside their homes. The women’s recollections were supported by photographic documentation of the reported damage which verified its extent. Hits including those on neighbouring buildings (proximal exposure) were reported by almost 70% of the women.

The study examined the load of heavy metals in the hair of this cross sectional convenience sample  of women who were all pregnant during the war in Gaza in 2014. Hair samples were collected when the women delivered during the winter of 2014 and the spring of 2015. We found a positive correlation between a high load of toxicants (Ba, Al, V, Sr and Cr), a teratogen (W) and a carcinogen (As) in women’s hair and their proximity to military attacks in 2014.

We also found that there was a higher load in the entire cross sectional convenience sample of Gaza women in comparison with the hair samples from individuals in areas unaffected by war (RHS), regardless of their recent exposure to attacks. The high load was for heavy metals already detected as war remnants from previous attacks in 2009 (toxicants such as Al, Fe, Ba, Mn, Cr, Ni, Pb, Sr and V; teratogens such as U and W; and carcinogens such as As, Cd and Co).

There was, instead, no difference in the cross sectional convenience sample of Gaza women, regardless of their reported exposure to the attacks in 2014, in comparison with the metal load in the hair of adults of both sexes from the areas unaffected by war (RHS) for the concentration of microelements (Cu, Se and Mo) and a few other metals (Cs, Sn and Ti). Moreover, anthropogenic sources not arising from military attacks were excluded as confounders. These data confirm that the source of toxicant, teratogen and carcinogen contaminants was anthropogenic and associated with military attacks. We also showed that there was trans-placental passage for heavy metals from mothers to their newborns.

Limitations of the study

The lack of ‘never exposed to war’ controls within Gaza is a limitation of the study which cannot be overcome because there is no recent ‘time zero’ for anthropogenic, heavy metal weapons related contamination in Gaza since the first aerial attacks in 2004. Military attacks and restrictions on people’s movement have become a prominent structural factor in the past 10 years. All participants in this study were present and residentially stable during three military operations in 6 years (Cast lead in 2008–2009, Pillar of cinder in 2012 and Defensive edge in 2014) and were likely exposed during that time and continuously thereafter to heavy metal war remnants that were environmentally stable. Even so, as the results highlight, this study was able to identify the contribution of heavy metals from the military attacks in 2014, establishing a significantly higher metal load in the hair of the women proximally exposed to these attacks. The composite background of war related heavy metal contaminants in the entire cross sectional convenience sample reflects the local history of attacks and had no bearing on the conclusions when we compared women exposed to those not exposed in 2014.

A general limitation of this type of study is that the knowledge about the effects of in-body interactions resulting from intake of more than one heavy metal is limited. It is difficult to anticipate the extent of the long term risk for human health and, in particular, for future pregnancies or infant development. Although we reported preliminary findings about incidence of birth defects and prematurity outcomes for the whole cross sectional convenience sample, this study was not designed to identify potential correlations between negative phenotypes in the newborns and heavy metal load. The size of this sample, while adequate to identify the correlation between levels of heavy metals with environmental exposures, is not large enough to generate accurate values for the incidence of negative birth outcomes, which have relatively low frequency in the population, or to establish the association of a high load of heavy metals with those outcomes.

Strengths of the study

The use of a questionnaire specifically designed to include local issues and administered via face to face interviews with women by their midwives allowed for the evaluation of the potential impact on the load in heavy metals of women’s habits and exposures to sources of potential contamination other than military attacks. The questionnaire confirmed the rarity of other habits that could potentially lead to heavy metal exposure and to quantify as very low the geographical nearness to common anthropogenic sources of heavy metals in Gaza. The survey thus helped to verify and exclude a role for many potential confounders in the mothers’ heavy metal load. A further strength of the study was the inclusion, as an internal control, of the testing of the concentration of microelements and metals not associated with weaponry. These did not differ in concentrations from the RHS reference, for both the exposed and not exposed groups.

This is the first investigation involving a sample with a relatively large number of participants, enlisted without exclusions, and which also includes newborn babies, where the load of 23 heavy metals was measured in participants’ hair. The size of the cross sectional convenience sample allows subgroups to be used according to exposure to environmental factors, where even the subgroups were of suitable sizes for statistical analyses of the differences in median concentrations of contaminants. In addition, this is probably one of the first studies where women’s recollections, in this case regarding their exposure to military attacks, was verified objectively by photographic documentation.

Interpretation

Heavy metal contamination as a hidden legacy of military attacks in 2014

The contamination by heavy metals associated with the exposure to recent military attacks is a hidden factor that has, until now, never been fully documented, even though it constitutes a risk for the health of the population. The frequency of women’s exposure to the attacks in 2014 in a home setting was very high, about 70%, demonstrating the local’s saying that there was ‘no place to hide’ for the population of Gaza at that time. The women exposed to attacks had significantly higher loads of heavy metals than women not exposed. As only about a quarter of women were primipara, three-quarters of the women had children who were similarly exposed to the military attacks. The extent of the attacks on civilians in 2014 was thus likely to have produced heavy metal contamination in a wide sector of the population.

The fact that the highest contaminant loads was found in the women exposed to attacks were in those not exposed involved various toxicants, teratogens and carcinogens (Ba, Al, V, Sr, Cr, W and As) , could not be foreseen a priori and illustrates the complexity of the contamination. Yet, this finding is compatible with the reports by various sources25 27 about the use of many different types of ammunitions in this military operation.

We excluded some relevant sources as potential contributors to the heavy metal load detected in the cross sectional convenience sample. Chemicals used in agriculture and in the household did not impact on the metal loads when the entire sample was compared with references, or in proximally exposed women versus those not exposed. All other known factors considered are unlikely to be confounding. This is consistent with the known limited other anthropogenic sources of heavy metals in Gaza (like refineries and metal and chemical industries) and with the reduction in gasoline consumption for all uses, which was severely restricted due to the economic blockade in place since late 2012. Exposure to the 2014 attacks was the only factor that we could detect as contributing to the personal contamination of the participants by heavy metals.

Historical contamination by other war remnant heavy metals and their persistence in the environment

Besides the identification of a high load of heavy metals, which we specifically traced to exposure to the military attacks in 2014, we found that all the participants had levels significantly higher than controls from outside areas affected by war (RHS) of other war remnant heavy metals, such as U, Hg, Cd, Co, Fe, Ni, Pb, V, Mn, Cd and Co. Previous reports had shown their delivery in Gaza by weaponry; teratogens Hg and Cd and toxicants Pb and Fe were delivered by weapons in the 2008–2009 war.6 A high load of Hg was reported in newborns of mothers exposed at that time to bombing and to attacks with white phosphorus ammunitions.17–20 High loads of Al, Fe, Cd, Hg and U were detected in the hair of children tested 1 year after the 2008–2009 attacks (unpublished, Manduca).

The presence of concentrations higher than those found in the reference group (RHS) for heavy metals introduced previously by weaponry in Gaza in the entire cross sectional convenience sample of women that we have tested in 2015 confirms that these elements have persisted in the environment for years and suggests that the whole population may have been chronically intaking these metals.

Implications of chronic exposure to heavy metals and their in-body accumulation

Chronic exposure to heavy metals before the attacks in 2014 complicates the contribution of the attacks in 2014, and involves also diverse types of heavy metals. Yet, the heavy metals detected previously, as well those recently detected as deriving from the 2014 attacks, are known for their teratogenic, toxicant and carcinogenic properties. They are risk factors for non-communicable diseases and for reproductive health. On the one hand, the environmental stability of heavy metals makes it possible for their chronic intake from the environment by individuals. On the other hand, these metals, after intake into the body, are not excreted rapidly and accumulate in organs where they can continue to induce somatic epigenetic changes. If there is a threshold for their action , they can reach the critical concentrations capable of causing negative biological effects over time and can therefore affect health even at a time distant from that of intake, and pathological and phenotypic endpoints of their effects could  be delayed.

A variety of negative effects in time affecting the physiology of individuals, as well as an increase in non-communicable diseases, were reported in association with heavy metal exposure. Unfortunately, very little knowledge is available to date on the kinetics of the deposition of each heavy metal in the body and of its release from each specific organ of deposition, and these unanswered questions require further investigation. Among the various potential long term negative effects associated with heavy metal intake, we here only discuss  some of the concerns regarding reproductive health, for which some information in humans is available, as well as the role of teratogens of some of the heavy metal contaminants.

Exposure to attacks, heavy metal load and long term implications for reproductive health

We have mentioned the limits of this study in investigating the association of the metal load with phenotypes at birth. The present study is a first step in this direction. Nonetheless, the finding of an increase in birth defects and preterm births, compared with the incidence registered in 2011, is a concern.21 We can anticipate that our data on a widercross sectional convenience sample would register significant increases in birth defects and preterm births by the year 2016 (Manduca et al, submitted 2016). In other post-war settings, the association between exposure to attacks and negative reproductive outcomes was reported.18 In Gaza, by retrospective pedigree analysis,20 an increase in birth defects was reported starting in 2005, after the newest air delivered weapons were first used. Between 2006 and 2010, i.e. before and after the Cast lead operation in 2009, there was a significant increase in birth defect in infants,19 a rise which was continuing in 2011 (Manduca, unpublished). In Gaza was reported in 2011 association between the exposure to attacks and the contaminant load in newborn hair for specific teratogens, if the infant was born with a birth defect, or toxicants, if the infant was born preterm.22 There is thus some evidence of the potential negative impact on the outcomes of pregnancies due to the intake of heavy metals during wars.

There was also limited previous evidence that most of the heavy metals pass through the placental barrier, as we here documente, and accumulate in the hair during fetal life. However, the critical levels of heavy metals capable of negatively impacting on the human embryo and fetus are unknown, and little is known about the kinetics and modalities of trans-placental transfer of each individual heavy metal over time.

We have reported that newborn babies in this cross sectional convenience sample have lower heavy metal loads than mothers, but our present knowledge does not allow for a conclusion of whether this is reassuring for their future health as infants. Delayed effects were reported for in utero exposure to attacks among children as increased rates of chronic illnesses, developmental problems and growth impairments.7–10 12–16 Our data on newborn contamination are only an initial contribution to the needed research to investigate whether a high maternal load of weapons related metals and in utero exposure of the baby can predict physical, cognitive, emotional and psychological development in the infant. We are presently addressing this issue with a longitudinal assessment.

Other long term exposures to heavy metals that could harm the infant’s development may occur because of the transmission of heavy metals from the mother through breastfeeding.

A high load of some heavy metals can interfere with the mother’s future capability to bring a pregnancy to term, resulting in premature deliveries or negative effects on their next babies’ health.11 29 Mobilisation during pregnancy of metal previously accumulated in the mother’s body is likely to occur in pregnancies remote in time from their intake, and the return of stored heavy metals into the lymphatic and vascular circulation may have delayed effects on reproductive health.21 22 There is evidence that different heavy metals accumulate preferentially in different compartments of the body (eg, bone for lead, strontium and uranium; brain for mercury, cadmium and aluminium; kidney for cadmium, mercury, chrome, lead and plutonium), and that from these organs, the metals can be mobilised during subsequent pregnancies, via organ and tissue remodelling, and the development of the placenta, but the extent and details of these mobilisations are largely unknown.

Generalising the meaning of the study

The results of this study illustrate that in Gaza, a specific high load of heavy metals is associated for all the women in the cross sectional convenience sample with the exposure to military attacks in 2014, and widespread contamination for many heavy metals was associated with the use of weaponry in previous attacks. These evidences support the possibility of immediate and long term risks for health posed by weapons associated heavy metals and war remnants. They suggest that the risks posed by the war remnants are diffuse, may not be limited to reproductive health and may also affect the frequency of pathologies such as cancers, male sterility, immunity and endocrine disorders, thus interesting all sexes and ages, as the insurgence of these pathologies can be influenced by heavy metal exposure and is noticeable that they are reported by medical sources, on the rise in Gaza.8–11

The contamination documented in the cross sectional convenience sample by potential effectors of non-communicable diseases suggests new investigative lines in studying their ethology.

The relevance of the local context needs to be underlined as the it  was the first determinant that made our research possible. There are factors in the Gaza Strip that aided conducting human studies which would hardly be possible elsewhere: good medical structures, collaborative communities with stable composition and residences, and stagnating or restricted industrial production (although imposed by the siege and negative for the well-being of the people), independent documentation from international observers of timing of attacks and of kind of weapons used , and consulting help for environmental issues. The collaborative context also allowed the development of a questionnaire suitable for further surveillance of health.

To fully understand the implications for health of these findings we need future studies involving a variety of professional aptitudes. Research is needed on the fate of heavy metals in the human organism, particularly in relation to the release from the mother’s organ during remodelling in pregnancies. Additionally, researchers should explore the mechanistic aspects of the molecular action of each heavy metal, and longitudinal studies can identify and verify the endpoints of diseases over time. Currently, knowledge of all of these matters is limited. Given that the weaponry used in many of the current military operations in other countries is often manufactured by the same firms as the weaponry used in Gaza, our observations may be relevant in designing studies in other settings.

Conclusions

The long term effects on health due to contamination by remnants of war containing heavy metals needs consideration in association with other long term effects of war on populations, including the trauma of war and war related economic and structural damage.

Surveillance at birth, bio-monitoring and the study of outcomes of maternal and newborn health must be maintained as stable programmes, as they provide the most sensitive first sentinels for studies of the sequelae of anthropogenic contamination and can provide alerts about increases in damaging health conditions. They also provide solid information intrinsic to prospective data collection. Surveillance at birth is relatively easy to implement, and its outcome informs the general risks for the population and helps tailor public health interventions and preventive procedures.

Retrospective and longitudinal investigations should be undertaken to investigate the effects of heavy metal contamination on non-communicable diseases

Further research on the long term health damage caused by exposure to heavy metals is needed. Additionally, plans for family counselling, prevention and remediation should be developed. These efforts require the support of the scientific community and the involvement of an array of professionals from different disciplines. Our studies provide a background for others to be implemented in other settings where, in similar fashion as in Gaza, general health may be threatened by hidden remnants of war in the present and for the next generations.

In summary, in Gaza, contamination by heavy metals that persist in the environment and their continuing accumulation in individuals are ongoing risk factors for a variety of health outcomes in the aftermath of war.

Supplementary Material

Supplementary material 1

Supplementary Material

Supplementary Table 1

Acknowledgments

Fabrizio Minichilli, researcher, and Fabrizio Bianchi, Research Director Unit of Environmental Epidemiology, Institute of Clinical Physiology, Pisa, Italy, provided significant support in the statistical analysis.

References

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View Abstract

Footnotes

  • Contributors Contributorship statement. PM developed the questionnaire used to collect the data, directed the analytical work and elaboration of the data with statisticians, wrote the manuscript, and prepared the figures and reference list. SYD directed the organised field work in three hospitals, and the follow-up objective assessment of damages, and contributed to the definition of the work and review of the manuscript. NMAA directed the organised field work in one hospital and contributed to the definition of the work and review of the manuscript. SRQ partecipated in the planning of the study and review of the manuscript. R-LP launched the idea of the study and participated in the planning of the work and first draft and review of the manuscript. All contributed authors had access to and revised the data.

  • Competing interests None declared.

  • Patient consent Yes.

  • Ethics approval The Palestinian Health Research Council and the Helsinki C’ommittee for Ethical Approval approved the study, and the Research Board of the Islamic University of Gaza, Palestinine, reviewed and accepted the research tools and procedures. The women provided written informed consent for their own and their newborns’ participation.

  • Provenance and peer review Not commissioned; externally peer reviewed.

  • Data sharing statement Extra data can be accessed via the Dryad data repository at http://datadryad.org/with the doi:10.5061/dryad.kr846.

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Le conseguenze dell’aggressione saudita: UNICEF e OMS lanciano l’allarme sulla situazione sanitaria nello Yemen

Sempre più devastanti gli effetti dell’aggressione saudita sostenuta dagli USA contro il paese più povero del mediterraneo orientale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’UNICEF hanno lanciato l’allarme sulla grave situazione sanitaria nello Yemen, affetto da una terribile epidemia di colera.

Dalla fine di aprile, lo Yemen è immerso in una grave crisi umanitaria e sanitaria a causa della seconda epidemia di colera che colpisce il paese da meno di un anno.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, OMS, circa 570 persone sono morte di colera, mentre il numero di potenziali pazienti è aumentato a 70.000.

Il portavoce dell’OMS, Tarik Jasarevic ha dichiarato che stanno cercando di aumentare la loro risposta all’epidemia con 150 mila vaccini per via endovenosa, una trentina di nuovi centri per il trattamento della diarrea e con 67 tonnellate di materiale medico.Inoltre, ha chiesto l’aiuto internazionale per affrontare questa emergenza.

Inoltre, il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, UNICEF, ha avvertito che il colera si sta diffondendo in maniera incredibilmente veloce nello Yemen, e il dramma dei bambini sta diventando un disastro.

Secondo stime dell’OMS, milioni di yemeniti vivono in zone a rischio di trasmissione del colera, macerie e distruzione causata dai bombardamenti dell’Arabia Saudita, e il blocco totale imposto contro lo Yemen che impedisce l’arrivo di farmaci nel paese.

Fonte: Hispantv
Notizia del: 03/06/2017

Sorgente: Le conseguenze dell’aggressione saudita: UNICEF e OMS lanciano l’allarme sulla situazione sanitaria nella Yemen – World Affairs – L’Antidiplomatico

Lawyer: Israeli authorities torture Palestinian minors during detention, interrogation

RAMALLAH (Ma’an) — Teenage Palestinians in Israeli prisons and detention centers say they have been tortured, verbally abused, kicked, and slapped by Israeli interrogators during detention and interrogation, according to a lawyer from the Palestinian Committee of Prisoners’ Affairs, who recently conducted a series of visits with Palestinian teens in Israeli custody.

Hiba Masalha’s collection of testimonies comes as the latest report amid years of well documented cases of abuse and mistreatment of Palestinian children by Israeli forces.
In a statement from the committee, Masalha quoted 15-year-old Muhammad Abd al-Hafith Atiyeh from the Issawiya neighborhood of occupied East Jerusalem as he recounted the night that “large numbers of Israeli troops and intelligence officers” arrived at his family home around 3 a.m. on April 19, and inspected the house before detaining him.
Some 31 other Palestinians, the majority of them minors, were detained the same night during mass raids in Issawiya, in a detention campaign that has continued to intensify in East Jerusalem neighborhoods as Israeli police crack down on Palestinian youth for alleged criminal offenses like rock throwing.
“After Israeli soldiers handcuffed and took me outside my home,” Atiyeh said, “they violently beat me with their hands, with clubs, with their rifles, and kicked me in the head, back, and abdomen.”
Atiyeh said he was then shoved inside a military jeep between two soldiers with his head down and “whenever I moved they slapped me in the face.”
He was then taken to Israel’s Russian Compound detention center where, according to Masalha, he was forced to “kneel with his face on the ground and his hands cuffed behind his back for 10 hours.”
Another teenage boy, Muhammad Arafat Ubeidat, 16, from the Jabal al-Mukabbir neighborhood of East Jerusalem, told Masalha that he was detained from his home on May, 19 at 3 p.m., after Israeli police and soldiers ransacked his house “messing up whatever they found on the ground.”
A commander then asked Ubeidat to sign a paper in Hebrew and Arabic certifying that “nobody had beaten him or assaulted him.”
After he signed the paper, the soldiers handcuffed him behind his back and took him to a military vehicle.
The teen was then sat between two soldiers with his head facing the ground for the duration of the ride, throughout which “the soldiers beat his back with their elbows and slapped his face repeatedly.”
Like Atiyeh, Ubeida was then taken to the Russian Compound detention center where he was interrogated for six hours until midnight, his hands and feet tied to a chair.
“An interrogator kept swearing at me and slapping my face the whole time telling me to admit to charges (I didn’t commit).”
Ubeida stayed 14 days in a cell at the compound, under no charge, during which he was subjected to 17 interrogation sessions.
Some days, he said, he had three or four interrogation sessions in one day. After the 14 days, he was then moved to Israel’s Megiddo prison.
Ubeidat pointed out that prisoners suffer severely when they have court hearings, as they have to travel from Megiddo prison in the north, to central Israel’s Ramla prison, then to Jerusalem, and back.
“The wardens who escorted us treated us very badly, beating us and swearing at us for no reason,” Ubeida said, “they denied us water and bathroom breaks during the long journey back and forth.”
Masalha reported similar experiences from Muhammad Hussein Halasi, 17, from Jabal al-Mukabbir, Omar Abu al-Foul, 17, from Jabaliya refugee camp in the Gaza Strip, Jihad Salih Ghaban, 17, from Beit Lahiya in the Gaza Strip, and residents of Shufat refugee camp in occupied East Jerusalem Yazan Nidal Issa and Nidal Majid Adwein.
The youth from the Gaza Strip were detained in April and May after they attempted to cross the border fence between Israel and the besieged coastal enclave without proper documentation, in attempt to go to Israel and look for work.
Masalha’s report came two days after the Palestinian Prisoner’s Society (PPS) released a statement saying Palestinians being held in Israel’s Etzion prison were subjected to assaults, while Israeli soldiers reportedly used electric shock on a 16-year-old prisoner. Defense for Children International – Palestine (DCIP) released a report last month describing the well documented abuse of Palestinians children by Israeli forces and the harsh interrogation practices used to force their confessions, which has long been the target of criticism by the international community.According to affidavits taken by DCIP for the report documenting the recent arrests and sentencing of Palestinian minors for rock throwing, two of the teenagers “both had maintained their innocence and confessed only after they had experienced physical and psychological abuse.”The youth described being kicked and punched while handcuffed, choked, and having a door slammed in their face.
Interrogations of Palestinian children can last up to 90 days according to prisoners’ rights group Addameer, during which in addition to being beaten and threatened, cases of sexual assault, and placement in solitary confinement to elicit confessions are also often reported, while confession documents they are forced to sign are in Hebrew — a language most Palestinian children do not speak.

According to the Palestinian Committee of Prisoners’ Affairs, Israeli forces have detained 560 children from occupied East Jerusalem alone since the beginning of 2016, and 110 minors were still being held in Israeli prisons, including four girls and 10 boys in juvenile detention centers.

Sorgente: Lawyer: Israeli authorities torture Palestinian minors during detention, interrogation

Israele: bambini rubati, bambini imprigionati

bambinapalestinese

Il parlamento israeliano ha annunciato all’inizio di questa settimana di aver abbassato da 14 a 12 anni l’età minima per imprigionare i bambini responsabili di azioni “terroristiche”, una misura che secondo la Knesset si sarebbe resa necessaria a fronte dei ripetuti attacchi messi a segno di recente da giovani palestinesi. La nuova legge “permetterà alle autorità di imprigionare un minore riconosciuto colpevole di un grave crimine quale omicidio, tentato omicidio o omicidio colposo, anche se lui o lei ha meno di 14 anni”, si legge sul sito web del parlamento.

Nella nota si sottolinea che la gravità degli attacchi messi a segno negli ultimi mesi “richiede un approccio più aggressivo, anche verso i minori”. Da notare che mai si parla di bambini, nell’apparentemente neutro ed ipocrita linguaggio delle forze di occupazione israeliane. “Poco importa a quanti vengono uccisi con una pugnalata al cuore se il minore (responsabile dei fatti) ha 12 o 15 anni”, ha spiegato Anat Berko, un deputato del partito di destra sionista Likud, estensore del testo legislativo sostenuto dal ministro della Giustizia Ayelet Shaked. La nuova legge non fa che aggravare una situazione già incancrenita, con centinaia di bambini palestinesi rinchiuse nelle carceri israeliane, in molti casi senza neanche essere passati per un tribunale ma in virtù della criminale pratica della ‘detenzione amministrativa’ che lede ogni diritto dell’imputato a potersi difendere e discolpare.

L’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha criticato la legge e il trattamento riservato ai giovani palestinesi da parte delle autorità israeliane: “Piuttosto che mandarli in prigione, Israele farebbe meglio a mandarli a scuola dove potrebbero crescere con dignità e liberi, non sotto occupazione. Imprigionare minori così giovani significa negare loro la possibilità di avere un futuro migliore”.


Secondo un bilancio pubblicato nei giorni scorsi dall’agenzia France Presse da ottobre nei territori palestinesi occupati ed a Gerusalemme sono morti 218 palestinesi, 34 israeliani, due statunitensi, un eritreo ed un sudanese.

Se i bambini palestinesi sono tra le principali vittime dell’occupazione israeliana della Palestina, nel cosiddetto ‘stato ebraico’ nei giorni scorsi è tornato a galla lo scandalo dei ‘bambini rubati’. Infatti il governo Netanyahu ha riconosciuto per la prima volta durante lo scorso fine settimana che centinaia di bambini ebrei sono stati “rubati”, rapiti. “Se il governo ne era a conoscenza o meno, se fu il governo a organizzare i rapimenti o meno, probabilmente non lo sapremo mai” ha commentato il ministro Tsahi Hanegbi al quale tempo fa il primo ministro aveva ordinato di aprire una inchiesta ufficiale.

A raccontare la sua storia è stata Hattune Abudi, che nonostante i suoi 87 anni non smette di sperare di incontrare un giorno la figlia che le fu rubata appena messo piede in Israele. Era il luglio del 1951 quando Hattune, con sua marito e due figli piccoli, atterrarono all’aeroporto di Tel Aviv insieme ad un folto gruppo di immigrati pieni di speranze per il loro arrivo nella ‘terra promessa’. “Ero incinta di sei mesi, ci misero in un campo provvisorio. Ad ottobre partorì nella nostra tenda una bimba con dei bellissimi occhi azzurri. La chiamai Rivka e ricordo ancora oggi il suo odore” racconta l’anziana signora al quotidiano spagnolo El Pais. Un giorno portarono la bimba nell’ospedale del campo e improvvisamente Rivka sparì. Ai genitori dissero che era morta ma nessuno consegnò il certificato di morte ai genitori né gli mostrò il corpo. Era la vittima perfetta per un rapimento: Rivka era nata in una tenda, non esisteva alcun documento ufficiale che attestasse la sua nascita, i genitori erano profughi che non parlavano neanche la lingua ebraica.


Un altro caso è quello raccontato da Yusef, figlio di immigrati yemeniti. Sua madre partorì una bimba nel 1950, anche lei appena sbarcata in Israele. Un giorno sua figlia, che aveva tre mesi, sparì dall’ospedale dov’era ricoverata in osservazione. Alla madre dissero che era stata dimessa; quando i genitori protestarono con il personale vennero arrestati dalla polizia per ‘alterazione dell’ordine pubblico’.


All’epoca alcuni giornali parlarono di ‘febbre da adozione’ ma le inchieste ufficiali furono avviate, senza grandi risultati, solo alla fine degli anni ’60. La prima Commissione d’inchiesta fu varata nel 1967, quando le denunce da parte di immigrati erano troppo numerose ormai per essere ignorate. Si investigò su 342 casi di bambini scomparsi o dichiarati morti. La commissione sentenziò che in 316 casi i neonati erano veramente deceduti. Ma i genitori e alcuni avvocati non si diedero per vinti e ottennero nuove inchieste. Nel 1988, nel 1995 e poi ancora nel 2001 altrettante commissioni d’inchiesta arrivarono però a risultati simili e nebulosi. Solo in cinque casi si ammise che vi era la possibilità che i bambini fossero vivi ma mai si fece riferimento a eventuali rapimenti e i documenti vagliati dalle commissioni vennero secretati, si disse, per salvaguardare la privacy dei testimoni.


La maggioranza delle famiglie di immigrati ebrei alle quali vennero sottratti i figli provenivano dallo Yemen; erano i più poveri, i più marginali, non parlavano l’ebraico. L’associazione Amram parla di ben 5000 desaparecidos, tra i quali ebrei provenienti dai Balcani, altri provenienti dal Nord Africa e addirittura alcuni casi di ebrei poveri che vivevano in Palestina prima della fondazione dello Stato d’Israele.

thanks to: Marco Santopadre

Contropiano.org

I malati di Gaza pagano il prezzo del blocco di Gaza

A Palestinian pharmacist stands next shelves which empty from medicines  in hospital in Rafah southern Gaza Strip on April, 15, 2012 as Gaza Strip faces a lack of medicines. Photo by Eyad  Al Baba

A Palestinian pharmacist stands next shelves which empty from medicines in hospital in Rafah southern Gaza Strip on April, 15, 2012 as Gaza Strip faces a lack of medicines. Photo by Eyad Al Baba

EI. Huda Jalal è ancora in lutto per la morte di suo figlio, lo scorso maggio.

La 32enne ha partorito prematuramente, prima che i polmoni del bambino fossero sufficientemente formati. L’ospedale ha messo il piccolo Sami in un’incubatrice per essere pronto alla somministrazione di betametasone. Il farmaco è usato per stimolare la crescita dei polmoni nei neonati prematuri. Ma il betametasone, che non è un farmaco particolarmente costoso, come sostiene da Mahmoud Deeb Daher, capo del dipartimento di Gaza della World Health Organization, non era disponibile. Sami è spirato dopo appena un giorno nell’incubatrice.

“Capisco che non sia facile dare alla luce neonati all’ottavo mese, ma esistono farmaci e trattamenti sanitari che possono aiutare a salvare queste vite”, ha detto la donna, madre di altri due bimbi, a The Electronic Intifada.

Hamsa Abu Ajeen, medico all’ospedale di Al-Aqsa a Deir al-Balah, Striscia di Gaza, dove Jalal ha perso suo figlio, ha parlato della carenza di medicine come risultato del blocco imposto su Gaza, ormai quasi dieci anni fa. Il ministero della salute a Gaza lotta costantemente contro la mancanza di medicine e attrezzature mediche vitali. La mancanza di fondi è una diretta conseguenza dell’assedio che penalizza l’economia.

Inoltre Israele proibisce l’accesso a Gaza a tutta una serie di prodotti e materiali da costruzione per “ragioni di sicurezza” e per la possibilità di un loro uso doppio, sia civile che militare.

Ma la lista dei prodotti vietati è in molti casi vaga e generale, includendo cose come “attrezzature di comunicazione” e, mentre medicine e prodotti sanitari non sono inclusi, macchinari a raggi x e altre attrezzature radiografiche vengono importate a mala pena e spesso trattenute in Israele.

Bambini a rischio

Osservatori internazionali come l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le Nazioni Unite e personalità politiche, hanno riferito in numerose occasioni che il blocco su Gaza influenza negativamente la somministrazione di cure mediche e porta a una carenza di farmaci potenzialmente salva-vita.

Abu Ajeen ha affermato che iniezioni di betametasone dovrebbero essere somministrate a donne in condizioni di gravidanza difficoltosa e con rischio di parto prematuro, e preferibilmente prima e non dopo la nascita. Se somministrato in tempo, il betametasone può salvare molti di questi bambini; può essere iniettato anche dopo la nascita, come nel caso di Sami se la medicina fosse stata disponibile.

“Nel nostro reparto la mancanza di tali medicine e di attrezzature mediche ha eroso la nostra abilità nell’offrire cure mediche avanzate ai nostri pazienti”, ha raccontato Abu Ajeen.

Non ci sono sufficienti iniezioni per stimolare le contrazioni uterine per accelerare il parto, ha proseguito il dottore, mentre c’è un numero limitato di macchine per elettrocardiogramma funzionanti, per controllare il cuore dei neonati. Nel reparto scarseggiano anche le incubatrici e i letti, rispetto a quelle che sono le esigenze locali.

“In molti casi dobbiamo dimettere donne che hanno appena partorito per liberare i letti, persino se queste necessitano ancora di attenzioni”, ha proseguito Abu Ajeen.

In aggiunta si devono considerare le frequenti interruzioni di corrente, le autorità di Gaza non sono in grado di importare l’attrezzatura necessaria per riparare l’unica centrale elettrica della Striscia, e la scarsità di combustibile per i generatori significa che i dottori sono perennemente preoccupati che le attrezzature salva-vita e le incubatrici possano smettere di funzionare.

Carenze critiche

Secondo Munir al-Bursh, a capo del dipartimento di farmacia del ministero della Salute di Gaza, ospedali, farmacie e cliniche sono a corto di 149 farmaci, e dotati solo del 69 per cento di quanto realmente serva.

I farmaci che scarseggiano nelle farmacie ne comprendono alcuni usati per il trattamento di malattie croniche come l’emofilia, la talassemia, il cancro e le malattie del sangue, ha riferito al-Bursh. Inoltre una grave carenza di vaccini e antibiotici ha ulteriormente ostacolato la capacità dei dottori di curare i loro pazienti. In risposta un sempre maggior numero di pazienti tenta di curarsi all’estero, ma viene ostacolata dall’embargo su Gaza e dalla continua chiusura del valico di Rafah, al confine con l’Egitto, l’unico passaggio disponibile per quasi 1,9 milioni di residenti.

Ma non è solo l’embargo su Gaza che causa la carenza di farmaci. I contrasti politici tra Hamas, che amministra gli affari interni nella Striscia, e Fatah, che guida l’ANP con il supporto di Stati Uniti e Europa, giocano un ruolo importante.

Il dottor Ashraf al-Qedra, portavoce del ministero della Salute a Gaza, ha detto che non ricevono l’assegnazione di medicine concordata dal ministero della Sanità dell’ANP in Cisgiordania. Secondo il dottor al-Qedra, Gaza riceverebbe solo il 16 per cento di quello che invece dovrebbe ottenere in medicine e attrezzature mediche.

“Gaza dovrebbe avere il 40 per cento del suo fabbisogno medico sanitario soddisfatto dalla Cisgiordania. Abbiamo meno del 20 per cento. Questo significa che siamo prossimi ad una crisi sanitaria che potrebbe mettere le vite dei pazienti a rischio”, ha continuato.

La mancanza di fondi e l’esaurimento di risorse umane e materiali hanno spinto il ministro a porre fine ad alcuni dei servizi medici essenziali, ha riferito al-Qedra.

Wael Alyan ha denunciato la questione; il 43enne soffre di insufficienza renale da cinque anni e necessita di trattamenti di dialisi quattro volte a settimana. “E’ difficile adattarsi a questa nuova vita, ogni volta devo assicurarmi di arrivare in ospedale per tempo per sottopormi al trattamento”. L’uomo spera di poter ricevere delle cure fuori Gaza, ma per adesso non se ne può permettere i costi. Ha sentito le storie di pazienti abbastanza fortunati da aver ricevuto un trapianto di rene, e oggi spera che anche il suo calvario possa finire presto. “Spero di riuscire un giorno a risparmiare i soldi necessari all’operazione, per poter condurre di nuovo una vita normale”.

Cercando una soluzione

La difficoltà nel reperire farmaci ha portato alla costituzione di un team di farmacisti che oggi studiano soluzioni alternative per prolungare il ciclo vitale di alcune medicine fondamentali.

Il team ha lavorato per quattro anni e alla fine è riuscito a convalidare – si parla di farmaci da utilizzare dopo la data di scadenza indicata – 23 medicinali usati per il trattamento del cancro e della disfunzionalità renale, e per i quali gli ospedali, se dovessero trovarsi a corto, non hanno alternative.

Nahed Shaat, a capo della squadra, ha dichiarato che il gruppo ha ottenuto informazioni importanti dalla passata esperienza militare americana.

“La terribile realtà di Gaza ci ha spinto a cercare soluzioni alternative, e i tentativi effettuati dal Dipartimento della Difesa nel 1986 per convalidare 122 farmaci sono stati una guida utile nel nostro progetto”.

Naima Siam, membro del team, ha affermato che il percorso non è semplice, perché si devono seguire le rigide linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

“Ogni farmaco deve essere convalidato nei termini e nelle modalità corrette. Finora siamo stati in grado di estendere il ciclo di vita fino a tre mesi”.

La dottoressa ha stimato che con il loro lavoro hanno risparmiato al ministero della Salute circa 200 mila dollari, dando contemporaneamente accesso ai pazienti a farmaci salva-vita.

“Il benessere dei nostri pazienti è la priorità”, ha affermato la dottoressa Siam, che ha dato voce alla sua rabbia sia contro Israele che contro l’ANP in Cisgiordania, le cui politiche tengono le medicine lontano da Gaza.

“Il diritto di accesso a cure e medicine dovrebbe essere rispettato per ogni abitante di Gaza, e non essere ostaggio di questo gioco politico”.

thanks to: Traduzione di Marta Bettenzoli

Agenzia stampa Infopal

Nuovo Rapporto sul massacro di Gaza del 2014: morirono 2200 palestinesi (526 bambini e il 63% civili)

In un nuovo rapporto pubblicato il 20 luglio dall’Ong pacifista israeliana B’Tsalem viene fatta luce definitiva sul numero delle vittime complessive del massacro passato alla storia come la “Guerra di Gaza” o, da parte israeliana, “Margine Protettivo”.

Degli oltre 2200 palestinesi morti, il 63% (quasi 1400) sono civili e oltre 500 bambini (180 con età inferiore ai 6 anni). Nel presentare il rapporto dal titolo “50 giorni, 500 bambini”, la Ong ha sottolineato come fossero tutte menzogne le raccomandazioni da parte dell’esercito del regime israeliano sulla proporzionalità e sulla selezione degli obiettivi. Le cifre simboleggiano la cruda realtà di un massacro autentico.

Notizia del: 22/07/2016

Sorgente: Nuovo Rapporto sul massacro di Gaza del 2014: morirono 2200 palestinesi (526 bambini e il 63% civili) – World Affairs – L’Antidiplomatico

Palestinian Girl Becomes Reporter After Israeli Military Kills Her Friend

While most 10-year-olds go to school, play with their friends and enjoy their childhood, Janna Jihad, from Palestine is busy becoming the youngest amateur reporter in Palestine. Sputnik spoke in an exclusive interview with Janna.

A resident of Nabi Saleh, a Palestinian village north of the West Bank city of Ramallah, Janna has been a witness to the tragedies of war from a very young age.

She started covering the local events and unveiling Israeli violations in Palestine after her friend was killed by the IDF.

“I began three years ago, when I was seven years old. I participated in rallies near our house in Ramallah, precisely in the rally of ‘Nabi Salih’ (The prophet of ancient Arabia) in the village of Nabi Salih.”

“It was a rally against the establishment of the Israeli settlement in the area. Our house is the first house in the entrance of the village of Nabi Salih; the IDF always reach there. I have loved journalism since I was a kid; I began shooting the rallies and demonstrations with my mother’s cell-phone and commenting on what I film.”

Janna explained that by filming it she is showing how the IDF attack participants during demonstrations.

“With the help of my mother I managed to publish these videos on social networks, the thing was met with significant resonance and this pushed me to continue even further,” Janna explained.

Recalling what was the turning point in her life that pushed her further to pursue journalism; Janna said that it was the killing of her friend and her maternal uncle at the hands of the IDF.

“They were shot dead just in front of my eyes when I was 7 years old. This is it. It was then when I gave up fear and shyness and decided to document all violations made by the IDF wherever I went; so I make videos on my mother’s cell-phone and make comments either in Arabic or English.”

She further spoke about how her aim is to shed light on the Israeli violations that the international media doesn’t cover and let the whole world know about their practices on Palestinian lands.

Talking about why she uses English in her reports, Janna said that she was born in the US and moved back to Palestine when she was three months old. She studied in American School in Ramallah and learned English with the help of her parents.

“I found out that reports made in English reach a wider public on social networks rather than those in Arabic. Then, I’m addressing the West; for, Palestinians and Arabs know what is happening in Palestine, and about the scope of the Israeli violations. Thus, I’m regularly working on developing my English to convey my message to the world.”

Talking about her future ambitions, Janna said that she wants to be a journalist when she grows up and work for an international news agency.

“This is because media doesn’t tell the truth about the Israeli violations on the Palestinian territories. I want to correct this and show the true picture of the events. I also wish to become a football player to represent Palestine in all international forums (and football matches),” Janna concluded.

Sorgente: Palestinian Girl Becomes Reporter After Israeli Military Kills Her Friend

Napoli a Gaza: soccorso medico per i bambini palestinesi

Di Soccorso medico per i bambini palestinesi

Napoli a Gaza.
Sono appena arrivati a Gaza il team di chirurgia pediatrica, composto dai chirurghi Bruno Cigliano, Sergio D’Agostino e dall’anestesista Raffaele Aspide, assieme agli oncologi Gianpiero Cione e Luciano Keller. I due team saranno operativi presso lo Shifa Hospital, visitando i nostri piccoli pazienti, portando avanti gli interventi chirurgici ed il training del personale locale.

Sorgente: Napoli a Gaza: soccorso medico per i bambini palestinesi | Infopal

‘Babies dying in Nigeria military camp’

Amnesty International says some 150 detainees — including babies — have died “in horrendous conditions” at a military detention center for suspected Boko Haram militants in northeast Nigeria this year.

In a report released on Wednesday, the human rights monitor said that seven young children and four babies were among those who died this year at the Giwa barracks in the city of Maiduguri, many from disease, hunger, dehydration, and gunshots wounds.

Sorgente: PressTV-‘Babies dying in Nigeria military camp’

Coltan e cobalto: la tratta degli schiavi umani e animali

I crimini collegati al mercato del coltan e del cobalto, estratti dalle miniere delle Repubblica Democratica del Congo e impiegati per la costruzione delle batterie di smartphone, PC e telefoni cellulari, sono ormai di dominio pubblico.
L’estrazione di questi minerali, che va avanti da anni, ha dato vita a una guerra civile in Congo funzionale al controllo delle miniere da parte di gruppi armati direttamente assoldati dalle multinazionali del settore. L’80% del minerale esportato nel mondo proviene da questo paese.
Un report ha rivelato che il vicino esercito del Rwanda ha guadagnato 250 milioni di dollari statunitensi in meno di 18 mesi vendendo coltan, nonostante il paese non ne sia particolarmente ricco, un contrabbando in cui sarebbero implicate anche le forze armate di Uganda e Burundi.
Sempre in Congo, il gigante cinese Zheijang Huayou Cobalt Ltd (Huayou Cobalt) controlla le miniere di estrazione di cobalto, altro minerale impiegato nella produzione di batterie di smartphone e automobili, che poi rivende a tre aziende: Ningbo Shanshan e Tianjin Bamo in Cina e L&F Materials in Corea del Sud.
Queste ultime tre aziende lo lavorano e a loro volta riforniscono multinazionali ben più note al consumatore: Ahong, Apple, BYD, Daimler, Dell, HP, Huawei, Inventec, Lenovo, LG, Microsoft, Samsung, Sony, Vodafone, Volkswagen e ZTE.
Il consumatore in questo modo assume un ruolo determinante in questa catena di sfruttamento che, attraverso l’acquisto di prodotti appartenenti ai marchi indicati, finanzia direttamente i crimini provocati dal mercato di coltan e cobalto: sfruttamento del lavoro minorile e violazione dei diritti umani.
Nelle miniere del Congo sono circa 40.000 i bambini impiegati nelle estrazioni minerarie, mandati a lavorare per turni anche di 24 ore senza le dovute protezioni come mascherine e guanti. Tra settembre 2014 e dicembre 2015 sono almeno 80 i bambini ad aver perso la vita nel sud del paese, ma il numero potrebbe essere anche maggiore.cobalt
Le multinazionali del settore, per assicurarsi il controllo delle miniere e un ciclo produttivo molto sostenuto, scendono a patti con i gruppi armati locali i quali, pagati direttamente in armi, si vendono a queste aziende dando vita a regimi oppressivi contro il loro stesso popolo.

Ma la violazione dei diritti umani non è il solo crimine condotto in Congo dalle multinazionali del settore; l’area principale dalla quale viene estratto il coltan comprende anche il Parco Nazionale di Kahuzi Biega, casa dei gorilla di montagna.
Nell’area del Parco Nazionale è stata condotta un’opera di deforestazione per facilitare le operazioni estrattive e questo ha causato la riduzione delle risorse di cibo disponibili per i gorilla che hanno visto la loro popolazione dimezzarsi: di 258 esemplari che risiedevano nell’area protetta solo 130 sono ancora in vita.Coltan_diagram-1
Negli ultimi cinque anni la presenza di gorilla nell’aera dei bassipiani orientali del Congo è calata del 90% e in tutto il paese ne rimangono ormai solo 3.000, questo anche a causa dello stato di povertà patito dalle popolazioni locali dei minatori, che sono spinti a cacciare questi gorilla per poi rivenderne la carne agli eserciti ribelli che controllano le zone di estrazione mineraria.

Una catena di eventi che vede implicate una manciata di multinazionali che, grazie al sostegno ricevuto dal mercato, ovvero ai soldi spesi dal consumatore, seminano devastazione, schiavitù e morte in Congo, per produrre tecnologia macchiata del sangue di questo paese.
Pare che non vi siano alternative all’utilizzo di coltan e cobalto per la produzione degli oggetti tecnologici incriminati, sebbene un geologo dell’Università di St Andrews, il dottor Adrian Finch, recentemente ha documentato il ritrovamento di questo minerale all’interno di vulcani estinti nella remota regione del Nord Motzfeldt in Groenlandia.
Ma in realtà l’alternativa maggiormente efficace è davanti ai nostri occhi: ridurre o azzerare l’acquisto di smartphone, telefoni cellulari, PC e automobili prodotti dalle multinazionali citate e non solo.
Il mercato dell’usato è ormai molto forte anche nel settore tecnologico: PC e cellulari vengono acquistati e gettati con una rapidità allarmante, generando una domanda maggiore e giustificando così le azioni condotte dalle multinazionali.
L’equazione alla fine è sempre la stessa: il consumismo ti consuma, ma soprattutto consuma popolazioni, territori e animali che vengono schiavizzati e sfruttati nell’ombra, spesso senza che la verità possa esser svelata agli occhi del mondo.

Fonti: Il ManifestoAskanews Cellurar-news

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Earth Riot (Convivenza Pacifica)

Amnesty contro i big dell’high tech, cobalto estratto da minori

Amnesty International ha contattato 16 multinazionali che risultano clienti delle tre aziende che producono batterie utilizzando il cobalto proveniente dalla Huayou Cobalt o da altri fornitori della Repubblica Democratica del Congo: Ahong, Apple, BYD, Daimler, Dell, HP, Huawei, Inventec, Lenovo, LG, Microsoft, Samsung, Sony, Vodafone, Volkswagen e ZTE.

Sorgente: Amnesty contro i big dell’high tech, cobalto estratto da minori (20/01/2016) – Vita.it

Il Paese degli Orchi: 440 minorenni palestinesi imprigionati e torturati

palestinian-youth-prisoner-abuse-in-Israeli-prison-01Memo. Circa 440 bambini palestinesi sono al momento imprigionati nelle carceri israeliane, secondo quanto affermato il 27 aprile da Defence for Children International-Palestina.

“Le ultime statistiche che abbiamo ottenuto dal Servizio Prigionieri israeliano hanno mostrato che circa 440 minorenni sono stati processati mentre altri no, poiché sono sotto interrogatorio o il processo è pendente”, ha affermato il funzionario della difesa Bashar Jamal.

“Tra i bambini prigionieri, 116 hanno tra i 12 e i 15 anni“. Ha anche evidenziato che ci sono 12 ragazzine, delle quali 10 sono in detenzione amministrativa“.

I bambini sono sottomessi a torture e abusi fisici e verbali. “La tortura inizia quando vengono arrestati – ha affermato -, sono picchiati e buttati a terra, colpiti dai fucili”.

Tra i prigionieri, 66 sono stati messi in isolamento durante gli ultimi tre anni. Un 17enne è stato messo in cella di isolamento per 45 giorni, periodo più lungo per un minorenne. La stanza dov’era stato rinchiuso era piccola, senza letto, e doveva dormire sul pavimento, senza luce del sole.

Traduzione di F.H.L.

 

thanks to: Agenzia stampa Infopal

La più giovane prigioniera del mondo racconta la storia del suo arresto e delle torture nelle carceri israeliane

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PIC. Dima al-Wawi, 12 anni, la più giovane prigioniera del mondo, non ci poteva credere di essere finalmente libera e riunita con la propria famiglia, dopo 75 giorni di detenzione.
Lo sguardo di Dima al momento della scarcerazione era triste, pieno di orrore e d’innocenza repressa; mentre ispezionava le facce di coloro che l’hanno accolta, la sua voce era piena di desiderio di vivere e di sogni per il futuro. Desiderava uscire di casa dopo aver patito lunghi giorni dietro le sbarre.
Sicura di sé, Dima rispondeva alle domande dei giornalisti, dei corrispondenti televisivi e dei sostenitori, sia a casa sia al telefono.
La madre di Dima, Um Rashid, ha raccontato a PIC che il 9 febbraio è stato un giorno di profondo dolore: “Siamo rimasti attoniti sentendo alla radio la notizia dell’arresto di Dima, mentre la credevamo nella sua scuola vicino a casa”.
Dima ha raccontato ai reporter di PIC che l’occupazione israeliana ha impiegato diversi metodi di tortura contro di lei, come spruzzarle addosso acqua fredda durante i giorni di freddo pungente, oltre alle tecniche di minaccia e intimidazione e ai continui interrogatori.
Ha anche raccontato che, mentre entrava e usciva dalla prigione durante le udienze in tribunale, ha visto prigionieri bambini feriti che languivano in carcere.
Ha aggiunto di aver passato il tempo in prigione ricamando a punto e croce, pregando e leggendo libri.
Abu Rashid, il padre di Dima, ha detto che la sua assenza da casa è stata uno shock ed “è stata difficile per noi per via della sua giovane età; e, nonostante abbia sei sorelle e tre fratelli, Dima è la gioia della casa”.
“Ciò che ha lenito il nostro dolore sono state le campagne di solidarietà dei comitati e delle organizzazioni per i diritti umani, che hanno fatto pressione sull’occupazione israeliana, costringendola a liberarla”.
La madre ha raccontato che Dima è tornata a casa come una farfalla che rifiuti di essere contenuta dalle mura; lei vuole volare fuori dalla casa, coglie ogni occasione per uscire e respirare aria fresca, ma la sofferenza è evidente sul suo volto e lei parla, strilla e geme nel sonno, come se stesse vivendo un incubo.
L’avvocato militare Amjad Al Najjar, direttore della Società dei Prigionieri palestinesi, ha dichiarato: “Il crimine dei procedimenti giudiziari contri i bambini commesso dall’occupazione israeliana si va ad aggiungere alla serie di crimini commessi dall’esercito israeliano contro i palestinesi”.
Ha aggiunto: “Questo crimine è commesso in conformità alla legge militare israeliana – che si applica ai palestinesi che vivono sotto l’occupazione militare in Cisgiordania – che permette azioni giudiziarie contro bambini dai 12 anni in su”. Dima è stata arrestata sotto questa legge.
L’avvocato ha dichiarato che l’occupazione ha fronteggiato la pressione internazionale per il rilascio di Dima al-Wawi, perché la detenzione di bambini fra i 12 e i 16 anni è vietata dalla legge internazionale e dalla legge israeliana, mentre la legge militare israeliana l’autorizza. Questa pressione ha costretto il tribunale israeliano a rilasciare la bambina due mesi in anticipo, con una multa di 8mila shekel (2.100 dollari).

 

Traduzione di F.G.

 

 

  thanks to: Agenzia stampa Infopal

Dima e Ahmad, due bambini-simbolo della ferocia israeliana

13087578_10208259843827345_5018372213138361794_nDue bambini-simbolo della mostruosità israeliana: Dima al-Wawi, la più piccola prigioniera palestinese, tenuta per oltre due mesi in carcere e torturata; Ahmad al-Dawabshe, unico sopravvissuto al rogo della sua famiglia.

thanks to: Agenzia stampa Infopal

Outsourcing Warfare: Sierra Leone’s Ex-Child Soldiers Offered to UK Firms

Former child soldiers from Sierra Leone were outsourced to private British companies and used as guards in Iraq, a Danish filmmaker told Sputnik.

An investigation has unearthed some surprising and shocking findings that former child soldiers from Sierra Leone, had been outsourced to private British firms by the Sierra Leonean government, according to Danish filmmaker, Mads Ellesoe, who, with the help of a researcher, filmed the story for his documentary “The Child Soldier’s New Job.”

In an exclusive interview with Sputnik, the filmmaker reveals how this situation was one of the worst a person could be put through, also stating how many of these people are living in poverty today.

Thousands of children were forced to fight in Sierra Leone’s 11-year civil war, which ended in 2002. More than 50,000 people were killed in the fighting and many tens of thousands more mutilated or raped by rebels.

By 2009, with Iraq in chaos, impoverished Sierra Leone was looking for a way to engage its workforce, said Maya Mynster Christensen, a researcher at the Danish Institute Against Torture, who made repeated trips to the West African country.

“The film is about former child soldiers from Sierra Leone who were outsourced to British private security services and made to work as guards in Iraq from 2009,” documentary filmmaker Mads Ellesoe told Sputnik.

“The film briefly looks at outsourcing these former child soldiers. It assesses this outsourcing when it is done for the purposes of warfare, as well as the impact on the individuals.”

When asked if the British companies were aware of what was going on, Ellesoe said:

“I am not sure if they knew that former child soldiers were being used. We do not know this.”

Ellesoe ultimately refused to name the companies involved.

“There were several [companies] involved, but I’m sorry I will not be able to tell you specifically who they are.”

However, it was the impact that this experience had on the individuals involved that leaves a truly terrifying picture.

“Some of them are still in Iraq working, but all of them are living in terrible poverty,” the filmmaker told Sputnik.

“Well, I am no psychologist but yes, I spoke to someone who is a counselor and they told me that this is one of the worst things you could do to a person. Take them from one war zone and put them into another. It’s very bad. They would need rehabilitating, but I doubt they got it.”

Ellesoe hopes that this film will be more then just a documentary and that perhaps change can take place as a result.

“For me, I just filmed the piece and put it out into the public arena. I do hope though that something changes as a result of this and awareness is built.”

Sorgente: Outsourcing Warfare: Sierra Leone’s Ex-Child Soldiers Offered to UK Firms

HRW: la polizia israeliana commette abusi sui bambini detenuti

2015_07_mena_opt_israel_arrest_kidsHuman Right Watch. Palestina: la polizia israeliana commette abusi sui bambini detenuti. Con il raggiungimento del picco di arresti, le preoccupazioni aumentano.

Gerusalemme

Le forze di sicurezza israeliane stanno commettendo abusi sui bambini palestinesi detenuti in Cisgiordania. Il numero di bambini arrestati dalle forze israeliane è più che raddoppiato dall’ottobre del 2015.

Colloqui effettuati coi bambini che sono stati detenuti, riprese video e relazioni degli avvocati denunciano che le forze di sicurezza israeliane stanno utilizzando la forza, senza che ve ne sia la reale necessità, durante gli arresti e la detenzione dei bambini, in alcuni casi picchiandoli e trattenendoli in condizioni pericolose ed offensive della dignità.

“I bambini palestinesi vengono trattati con metodi che terrorizzerebbero e traumatizzerebbero anche un adulto”, ha affermato Sari Bashi, direttore nazionale di Israele e Palestina. “Urla, minacce e percosse usate dalla polizia non sono un buon metodo per trattare con un bambino o per ottenere da loro informazioni dettagliate”.

Avvocati e organizzazioni per i diritti umani hanno riferito a Human Rights Watch che le forze di sicurezza israeliane interrogano di solito i bambini senza la presenza di almeno un genitore, violando le leggi sia internazionali che nazionali di Israele che prevedono tutele speciali per i detenuti bambini. Fra queste tutele, vi è la richiesta che l’arresto o la detenzione di un bambino sia solo l’ultima possibilità edoccorre prendere tutte le precauzioni affinché i bambini non siano costretti a dichiararsi colpevoli. La Convenzione per i Diritti del Bambino richiede che le forze di sicurezza agiscano in modo da tutelare al meglio gli interessi del bambino, una considerazione fondamentale in tutti gli aspetti del sistema giudiziario minorile.

Nel luglio 2015, Human Rights Watch ha documentato sei casi di abusi su bambini che le forze di sicurezza israeliane avevano trattenuto a Gerusalemme Est ed in altre zone della Cisgiordania occupata. In risposta, la polizia e l’esercito israeliani hanno negato che gli abusi abbiano avuto luogo ed hanno risposto a Human Rights Watch che le loro forze avevano effettuato arresti e detenzioni in accordo con la legge.

Da allora, Human Rights Watch ha documentato tre nuovi casi di abuso fisico su bambini in custodia e metodi per gli interrogatori che violano queste norme. Gli avvocati penalisti della difesa affermano con documenti che tali abusi sono endemici. L’incapacità di rispettare le leggi internazionali e le protezioni previste dalla legge israeliana, riguardo ai bambini detenuti, è particolarmente preoccupante visto l’aumento vertiginoso del numero di bambini arrestati durante le recenti violenze.

Da ottobre, le proteste in Cisgiordania e a Gaza sono aumentate, cosi’ come la quantità di proiettili veri utilizzati dalle forze israeliane contro i dimostranti. Si sono registrati anche accoltellamenti e presunti accoltellamenti da parte di Palestinesi contro civili israeliani e forze di sicurezza, sia in Cisgiordania che in Israele. Alla data del 29 febbraio 2016, sono rimasti uccisi 172 Palestinesi e 24 Israeliani, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari. Dei 21 Palestinesi sospettati di aver commesso attacchi ed uccisi nel 2016, nove erano bambini, secondo l’ONU.

Human Rights Watch ha intervistato tre Palestinesi, di 14, 15 e 16 anni, due dei quali sono stati arrestati a Gerusalemme Est ed il terzo in Cisgiordania nella città di Hebron, ad ottobre e novembre 2015. Ognuno di loro ha riferito di esser stato sottoposto ad uso della forza eccessivo durante l’arresto o durante la detenzione, o durante entrambi. Human Rights Watch ha anche intervistato alcuni testimoni presenti durante questi tre arresti ed ha visionato il video di una telecamera di sicurezza nel quale si vedono agenti di polizia che sembra utilizzino eccessiva forza durante l’arresto di un quindicenne. Human Rights Watch ha anche intervistato avvocati penalisti della difesa che lavorano a Gerusalemme Est, ha presentato una lista di domande al ministro israeliano per la polizia per mezzo di un membro della Knesset (parlamento), ed ha presentato alcune domande anche all’ufficio dei portavoce dell’esercito israeliano e della polizia.

In due di questi tre casi, la polizia ha interrogato il bambino senza la presenza di nessun genitore o di un altro tutore; nel terzo caso, un genitore ha potuto essere presente solo quando l’interrogatorio era già iniziato. Tutti e tre i bambini hanno riferito che gli agenti di polizia li hanno colpiti e calciati dopo che si trovavano in custodia. Hanno anche raccontato di essere stati obbligati per ore a stare fuori al freddo nelle prime ore del mattino e durante la notte, con le mani legate alle sedie, in strutture della polizia.

Il video di una telecamera di sorveglianza di un negozio documenta l’arresto di uno dei bambini, Fayez B., 15 anni, e mostra almeno sette agenti di polizia in tenuta antisommossa che partecipano all’arresto, schiaffeggiando e trascinando il ragazzo che pesa 53 kg., utilizzando anche una manovra di soffocamento. “E’ stata una nottata terribile”, ha riferito Fayez a Human Rights Watch. Il padre del ragazzo è arrivato durante l’arresto e ha detto che un agente della polizia lo ha colpito al volto quando ha chiesto cosa stesse accadendo.

Secondo l’organizzazione palestinese per i diritti dei bambini DCI-Palestine e l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, che si affida alle informazioni dell’Autorità carcerarie israeliane, il numero di bambini palestinesi arrestati in Cisgiordania a partire da ottobre, quando vi è stato un aumento delle violenze, è aumentato del 150 percento rispetto ad un anno fa. Oltre alle aggressioni di bambini palestinesi contro civili e forze di sicurezza israeliane, anche i casi di bambini che lanciano pietre contro veicoli israeliani sono aumentati.

In risposta alle denunce di abusi durante l’arresto di uno dei ragazzi, Ahmed A., il distretto di Hebron delle forze di polizia israeliane ha inviato una lettera per iscritto in risposta alle domande sottoposte da Human Rights Watch. La lettera afferma che l’interrogatorio di Ahmed è stato effettuato secondo la legge, ma non affronta direttamente le accuse secondo le quali gli agenti di polizia hanno abusato fisicamente di lui. Il ministro della polizia deve ancora rispondere ad un’inchiesta parlamentare presentata a febbraio 2016, la quale chiede informazioni generali sul trattamento dei bambini palestinesi detenuti. Il capo dell’ufficio di polizia ha respinto una richiesta di incontro presentata da Human Rights Watch che sarebbe servita a dare risposte alle preoccupazioni avanzate.

Human Rights Watch non ha chiesto una risposta per i casi degli altri due bambini, al fine di proteggere loro e le loro famiglie. Vengono tenuti nascosti i cognomi dei bambini per proteggere la loro privacy.

“Il numero crescente di attacchi compiuti da bambini palestinesi è preoccupante”, ha dichiarato Bashi. “Ma le forze di sicurezza dovrebbero sottostare alla legge e trattare i bambini detenuti con l’umanità e la dignità che tutti i bambini meritano”.

Fayez B., 15 anni

Fayez è stato arrestato all’esterno di un negozio dove lavorava occasionalmente, a Gerusalemme Est, nel pomeriggio del 7 ottobre. Ha riferito a Human Rights Watch che gli agenti della polizia israeliana lo hanno avvicinato chiedendogli se avesse un coltello e che uno di loro gli ha messo una mano nella tasca mentre l’altro lo spintonava. Fayez ha dichiarato di aver spinto a sua volta l’agente e di essere entrato nel negozio dove lavorava per dare il suo telefono cellulare al proprietario, preannunciandogli che sarebbe stato arrestato.

Gli agenti della polizia lo hanno quindi seguito, ha detto, cominciando a colpirlo fino a farlo cadere a terra. Mentre era al suolo, ha continuato, gli agenti gli davano calci tra le gambe e gli sbattevano la testa per terra, poi lo hanno trascinato mettendolo in piedi e schiaffeggiandolo per poi ammanettarlo. Il proprietario del negozio, Mohammed al-Shwaiki, che era presente, ha confermato il racconto ed ha aggiunto che un agente di polizia ha colpito anche lui, al capo e ad un ginocchio.

Un video del servizio di sorveglianza del negozio, che al-Shwaiki ha consegnato ai media poco dopo l’arresto, mostra Fayez che cammina all’interno del negozio ed un agente della polizia, vestito in tenuta antisommossa, che lo afferra. Il ragazzo si divincola e cammina dietro al bancone del negozio, quindi si vede l’agente che lo spinge nuovamente a terra. Lui e l’agente restano fuori dalla vista della telecamera per 13 secondi. Dopodiché si può vedere l’agente che lo trascina rialzandolo da terra, lo schiaffeggia, e lo porta verso l’entrata del negozio. Almeno altri sei agenti di polizia, tutti con indosso caschi e giubbotti antiproiettile, si possono vedere mentre partecipano all’arresto. Anche se Fayez appare sopraffatto, uno degli agenti sembra colpire il ragazzo mentre sta in piedi, ed un altro sembra fargli una breve manovra di soffocamento. Fayez pesa 53 chili ed è alto un metro e 65.

Fayez ha poi raccontato di essere stato ammanettato e di aver camminato verso il quartiere di Abu Tor, nel quale vivono sia Palestinesi che ebrei israeliani. Ha detto che gli agenti di polizia hanno continuato a colpirlo e a dargli calci. Dopo essere entrati nel quartiere passando attraverso una porta, Fayez racconta di essere stato gettato a terra dai poliziotti. Sei o sette di loro lo hanno colpito alle gambe, alla schiena e alla testa, mentre alcuni passanti urlavano contro di lui in ebraico e imprecavano maledizioni in arabo contro sua madre e sua sorella.

Fayez ha quindi raccontato che la polizia lo ha caricato su una grande jeep assieme ad 11 agenti e si sono diretti verso la stazione di polizia di Oz. All’inizio si trovava seduto nei posti dietro, ma in seguito gli agenti lo hanno fatto mettere sul pavimento. Quindi un certo numero di poliziotti gli ha dato calci, ed uno lo ha colpito alla testa con un pugno. Un altro agente ha versato acqua sulla schiena di Fayez.

Il padre di Fayez, Fawaz B., è arrivato al negozio attorno alle 4, mentre suo figlio veniva portato via. Ha detto che quando ha chiesto agli agenti di polizia cosa stesse accadendo, uno di loro lo ha afferrato alla camicia dandogli un pugno al volto. Ha quindi detto di aver spintonato l’agente, e poi altri agenti lo hanno spinto via minacciandolo di sparargli se non se ne fosse andato.

Fawaz ha detto di aver poi seguito i poliziotti presso il quartiere di Abu Tor. Ha notato circa 25 persone presenti – uomini, donne, bambini – riuniti attorno ai poliziotti che gridavano mentre gli agenti colpivano suo figlio. Fawaz ha detto di aver urlato contro di loro per fermarli e poi li ha visti portare suo figlio all’interno della jeep. Ha poi guidato verso la stazione di Oz, ha detto, dove gli agenti gli avevano detto che avrebbero portato suo figlio, ma quando è arrivato i funzionari della polizia gli hanno detto che suo figlio si trovava in un’altra struttura di polizia, nella strada Salah al-Din. Fawaz ha raccontato che quando è arrivato li’, i funzionari gli hanno detto di recarsi in una terza struttura, conosciuta come la struttura russa. Qui gli è stato riferito che suo figlio si trovava invece presso la stazione di polizia di Oz.

“Hanno agito in questo modo per non permettermi di assistere al primo interrogatorio”, ha detto Fawaz.

Fawaz ha detto di essere ritornato nella stazione di Oz e di aver chiesto nuovamente di essere presente all’interrogatorio di suo figlio. Ha detto che lo hanno fatto aspettare ancora per un’ora, fino alle 10 di sera, quando i poliziotti gli hanno permesso di entrare nella stanza dove si stava svolgendo l’interrogatorio di suo figlio. Fawaz ha raccontato che suo figlio aveva le manette ai polsi e alle caviglie e piangeva mentre gli investigatori gli urlavano contro, accusandolo di aver tentato di accoltellare le forze di sicurezza.

“Ho notato segni sul suo volto”, ha detto Fawaz. “Era blu, ed il suo collo aveva i segni di polpastrelli… era rosso e blu. Gli bestemmiavano contro usando un brutto linguaggio. Non riuscivo a sopportarlo. Ho detto loro di non essere indecenti con lui e loro hanno urlato anche contro di me”. Fawaz ha detto che l’interrogatorio è terminato verso le 11.

Fayez ha detto che dopo il suo interrogatorio è stato portato nel cortile della stazione di polizia e messo su una sedia all’aria gelida, sempre con le manette alle mani e ai piedi, fino circa alle 2 di notte, quando è stato portato con la jeep nella struttura russa, che ha una parte destinata ai giovani detenuti. Gli agenti di polizia gli hanno detto che questa parte era già piena e lo hanno riportato verso la jeep sulla quale ha trascorso tutta la notte. Gli agenti di polizia gli hanno dato una bottiglia d’acqua ma niente cibo, ha detto. Ha inoltre dichiarato che sulla jeep, quando si addormentava, gli agenti gli versavano acqua addosso per svegliarlo.

“E’ stata una notte terribile”, ha aggiunto.

E’ stato rilasciato il giorno seguente senza nessuna accusa, dopo che era stato pubblicato on-line il video del suo arresto. Il proprietario del negozio, al-Shwaiki, ha detto che la polizia ha interrogato anche lui, dicendogli che Fayez sarebbe stato rilasciato se lui e gli altri si fossero accordati per non presentare nessuna denuncia.

Ahmed A., 16 anni

I soldati hanno arrestato Ahmed il 27 novembre alle 7 di sera circa, nel giardino di un amico, Issa Amer, vicino alla sua casa a Hebron. Ha detto che i soldati lo hanno bendato e ammanettato poi lo hanno portato presso una stazione di polizia nella colonia Kiryat Arba che si trova nelle vicinanze, dove è stato messo a sedere all’esterno per terra fino intorno alle 12.30 di notte. Ha chiesto di poter far arrivare suo padre, ma gli agenti di polizia gli hanno detto che ai loro genitori non sarebbe stato permesso di assistere all’interrogatorio. Gli è stato concesso di parlare col suo avvocato al telefono prima dell’interrogatorio che è iniziato dopo mezzanotte. Ha riferito che gli investigatori lo accusavano di possedere un coltello, accusa da lui respinta, e lo hanno poi trasferito in una struttura militare nella strada Shuhada.

Una volta arrivati, ha detto, sei o sette soldati lo hanno obbligato a rimanere a terra e hanno iniziato a colpirlo e a dargli calci.

“Sono stato colpito alla schiena e alle gambe, con calci e pugni alla testa”, ha raccontato Ahmed a Human Rights Watch. “Non so per quanto tempo è durato, ma è stato molto doloroso, ed il tempo trascorreva lentamente”.

Ha detto di aver passato la notte su una sedia nel cortile, nell’aria gelida della notte, e gli è stato dato soltanto un bicchiere d’acqua ed una fetta di formaggio giallo e duro. E’ stato trasferito presso una struttura di detenzione il giorno seguente ed è stato rilasciato sei giorni più tardi senza nessuna accusa, dopo che il test del DNA non ha dato alcuna prova del suo legame con un coltello che era stato ritrovato.

Il Distretto delle forze di polizia israeliane in Cisgiordania ha dichiarato a Human Rights Watch nella sua lettera che le forze di sicurezza hanno arrestato Ahmed perché corrispondeva alla descrizione di un sospetto che presumibilmente era in possesso di un coltello e che stava fuggendo dai militari. La lettera affermava che lo ha interrogato un giovane investigatore appositamente addestrato per questi casi, e che i poliziotti hanno notificato ai genitori il suo arresto. La polizia ha dichiarato che il ragazzo non aveva chiesto di avere i suoi genitori presenti durante l’interrogatorio e che comunque non avrebbero avuto il permesso di assistere perché lui era un sospettato di un crimine contro la “sicurezza”.

La lettera non affronta il tema delle accuse secondo le quali i poliziotti hanno picchiato e dato calci ad Ahmed ma rimandano Human Rights Watch ad una procedura per poter presentare reclami contro i “carcerieri” che presumibilmente abbiano commesso abusi, sebbene Ahmed abbia affermato di essere stato picchiato durante un fermo di polizia, prima di essere trasferito presso il centro di detenzione. La lettera non risponde neanche ad una domanda sul fatto che uno dei genitori del ragazzo abbia firmato un documento che confermi che essi avevano ricevuto la notifica del suo arresto, come afferma la Youth Law.

Suheib I., 14 anni

Un terzo ragazzo, Suheib I., 14 anni, ha riferito a Human Rights Watch che la polizia lo ha arrestato alle 4 del mattino in casa sua, nel quartiere Thowri a Gerusalemme Est, il 28 di ottobre del 2015. Sua madre ha confermato l’ora e la data. Gli agenti lo hanno sistemato sul pavimento di un automezzo della polizia. Suheib, che è alto 1.61 e pesa 50 kg., ha detto che i poliziotti lo hanno colpito alla testa e gli hanno bestemmiato contro, mentre si recavano presso la stazione di polizia di Oz. Ha detto che è stato fatto sedere su una sedia, con le mani e i piedi legati, all’esterno di un veicolo nella struttura della polizia, dalle 5 di mattina circa fino all’ora di pranzo. Le persone che lo interrogavano lo hanno quindi portato dentro ed hanno iniziato a fargli domande circa il presunto coinvolgimento nel lancio di bottiglie contro le forze di sicurezza.

I suoi genitori non erano presenti. Suheib ha detto che gli agenti gli hanno bestemmiato contro e lo hanno minacciato di cancellare la residenza dei suoi genitori a Gerusalemme Est. Ha raccontato che i poliziotti gli hanno detto di firmare documenti scritti in ebraico, cosa che ha fatto, nonostante egli non riesca a leggere questa lingua. Ha chiesto agli investigatori circa il contenuto dei documenti e gli è stato risposto che una di esse dichiarava che il ragazzo non era stato picchiato. E’ stato trattenuto in vari centri di detenzione fino al 22 di novembre, quando, in base alle trascrizioni di Human Rights Watch esaminate dal tribunale, è stato posto agli arresti domiciliari dopo che un giudice del tribunale minorile della magistratura di Gerusalemme ha raccolto una testimonianza anche da un addetto ai servizi sociali del comune secondo il quale il ragazzo in detenzione “stava soffrendo”.

I documenti del tribunale affermano che il sergente di polizia Fadi Madah ha riferito al tribunale minorile di Gerusalemme che un giudice ha emesso un mandato d’arresto per Suheib il 26 di ottobre. Non è stata data alcuna giustificazione sul motivo per il quale gli agenti di polizia abbiano eseguito il mandato alle 4 di mattina, due giorni dopo che era stato emesso. Madah ha anche confermato nella sua testimonianza che un comandante della polizia ha autorizzato che venisse negato al ragazzo il diritto di poter avere i suoi genitori presenti durante l’interrogatorio, dicendo che il crimine del quale era accusato – lancio di bottiglia contro automobili condotte da ebrei – aveva giustificato tale decisione.

Requisiti legali per gli interrogatori

L’Art. 14 della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici, che Israele ha ratificato nel 1991, richiede procedure giudiziarie che tengano in considerazione l’età dei bambini imputati. La Convenzione per i Diritti del Bambino, anche questa ratificata da Israele nel 1991, fornisce i particolari di questi requisiti e indirizza gli stati per assicurare che i bambini non siano “obbligati… a dichiararsi colpevoli”. Il comitato incaricato per l’interpretazione della convenzione ha dichiarato che ciò comprende il diritto di poter richiedere la presenza di un genitore durante gli interrogatori e di evitare procedure investigative che, data l’età dei bambini ed il loro sviluppo, potrebbero portare od obbligare il bambino a ritenersi colpevole.

Il comitato dice che il termine “obbligato” potrebbe essere interpretato in una varietà di casi e non essere limitato alla forza fisica o ad altre palesi violazioni dei diritti umani. L’età del bambino, il suo sviluppo, la durata dell’interrogatorio, la mancanza di comprensione da parte sua, la paura di conseguenze ignote o di possibilità suggerite di detenzione potrebbero portarlo ad una confessione che non è veritiera. Il comitato ha inoltre chiesto ad Israele che apra una inchiesta indipendente sui presunti casi di tortura e maltrattamenti sui bambini palestinesi, alla luce dei rapporti che le forze di sicurezza “[li] sottopongono sistematicamente a violenze fisiche e verbali”.

L’UNICEF ha relazionato che in 168 delle 208 dichiarazioni giurate fornite dai bambini palestinesi nel 2013 e nel 2014, i bambini hanno dichiarato di non essere stati informati dei loro diritti ad avere un avvocato o di restare in silenzio durante gli interrogatori. I bambini hanno riferito di essere stati “sottoposti a violenze fisiche” in 171 casi.

Sia la Youth Law applicata in Israele che le ordinanze militari applicate in Cisgiordania prevedono che la polizia notifichi ai genitori l’arresto del loro figlio e permettono al bambino di consultarsi con un avvocato prima dell’interrogatorio. La Youth Law riconosce ai bambini di poter avere la presenza di un genitore durante i loro interrogatori, eccetto nei casi di presunti “reati contro la sicurezza”. La Youth Law richiede anche che i funzionari svolgano gli interrogatori di giorno, di condurre i procedimenti in una lingua che il bambino comprende, e di tenere in considerazione il benessere del bambino nel decidere se l’arresto sia assolutamente necessario. Nonostante la Youth Law non si applichi formalmente in Cisgiordania, ad eccezione di Gerusalemme Est, l’esercito di Israele ha detto a Human Rights Watch che essa attua le disposizioni della Youth Law, compreso il diritto ad avere un genitore presente durante l’interrogatorio, per l’applicazione della legge in Cisgiordania.

Cosi’ come il numero di arresti di bambini è cresciuto a seguito dell’escalation di violenza dei mesi scorsi, allo stesso modo è cresciuto il numero di casi nei quali le norme internazionali che proteggono i bambini sono state violate, come hanno riferito organizzazioni per i diritti umani, sia israeliane che palestinesi. Mohammed Mahmoud, un avvocato dell’organizzazione per i prigionieri palestinesi Adameer, ha difeso centinaia di bambini negli ultimi mesi, la maggior parte dei quali sono stati arrestati per aver lanciato pietre contro i coloni e le forze di sicurezza. Ha dichiarato a Human Rights Watch:

Il problema principale nel sistema legale israeliano nel trattamento dei minori è quello che un agente di polizia esperto può garantire a chi svolge gli interrogatori una ordinanza che permette loro di vietare la presenzadei genitori di un bambino durante il suo interrogatorio. Questa ordinanza, per quel che vediamo, viene utilizzata contro i bambini palestinesi soltanto per i casi politici, e dà agli investigatori la possibilità di inveire, urlare, minacciare i bambini spingendoli a confessare crimini che non hanno commesso soltanto per paura.

Anche se negare il diritto alla presenza di un genitore durante l’interrogatorio dovrebbe essere una misura eccezionale, tale pratica minaccia di diventare la regola per i bambini palestinesi, per i quali azioni come il lancio di pietre vengono definite crimini contro la sicurezza. Secondo uno studio del 2015 effettuato dal Military Court Watch, una organizzazione non governativa, soltanto il 3 percento dei bambini palestinesi arrestati in Cisgiordania ha riferito che i loro genitori erano presenti durante l’interrogatorio compiuto dalle forze di sicurezza.

Nel novembre del 2015, la Knesset israeliana ha approvato una legge che autorizza pene detentive più lunghe per i bambini condannati per lancio di pietre e che permette al governo di sospendere i pagamenti degli aiuti sociali alle famiglie mentre i loro figli scontano la pena

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

thanks to: Infopal

Yemen: Embargo Arms to Saudi Arabia

(Sanaa) – The United States, United Kingdom, France, and others should suspend all weapon sales to Saudi Arabia until it not only curtails its unlawful airstrikes in Yemen but also credibly investigates alleged violations.

Since March 26, 2015, a coalition of nine Arab countries has conducted military operations against the Houthi armed group and carried out numerous indiscriminate and disproportionate airstrikes. The airstrikes have continued despite a March 20 announcement of a new ceasefire. The coalition has consistently failed to investigate alleged unlawful attacks as the laws of war require. Saudi Arabia has been the leader of the coalition, with targeting decisions made in the Saudi Defense Ministry in Riyadh.

“For the past year, governments that arm Saudi Arabia have rejected or downplayed compelling evidence that the coalition’s airstrikes have killed hundreds of civilians in Yemen,” said Philippe Bolopion, deputy global advocacy director. “By continuing to sell weapons to a known violator that has done little to curtail its abuses, the US, UK, and France risk being complicit in unlawful civilian deaths.”
Nongovernmental organizations and the United Nations have investigated and reported on numerous unlawful coalition airstrikes. Human Rights Watch, Amnesty International, and other international and Yemeni groups have issued a joint statement calling for the cessation of sales and transfers of all weapons and military-related equipment to parties to the conflict in Yemen where “there is a substantial risk of these arms being used… to commit or facilitate serious violations of international humanitarian law or international human rights law.” Human Rights Watch has documented 36 unlawful airstrikes – some of which may amount to war crimes – that have killed at least 550 civilians, as well as 15 attacks involving internationally banned cluster munitions. The UN Panel of Experts on Yemen, established under UN Security Council Resolution 2140 (2013), in a report made public on January 26, 2016, “documented 119 coalition sorties relating to violations” of the laws of war.
Saudi Arabia has not responded to Human Rights Watch letters detailing apparent violations by the coalition and seeking clarification on the intended target of attack. Saudi Arabia has successfully lobbied the UN Human Rights Council to prevent it from creating an independent, international investigative mechanism.
In September 2014, the Houthis, a Zaidi Shia group from northern Yemen also known as Ansar Allah, took control of Yemen’s capital, Sanaa. In January 2015, they effectively ousted President Abdu Rabu Mansour Hadi and his cabinet. The Houthis, along with forces loyal to former president Ali Abdullah Saleh, then swept south, threatening to take the port city of Aden. On March 26, the Saudi-led coalition, consisting of Bahrain, Kuwait, Qatar, the United Arab Emirates, Egypt, Jordan, Morocco, and Sudan, began an aerial bombing campaign against Houthi and allied forces.
At least 3,200 civilians have been killed and 5,700 wounded since coalition military operations began, 60 percent of them in coalition airstrikes, according to the UN High Commissioner for Human Rights. The naval blockade the coalition imposed on Yemen has contributed to an immense humanitarian crisis that has left 80 percent of the population of the impoverished country in need of humanitarian protection and assistance.

The UN Panel of Experts found that, “the coalition’s targeting of civilians through air strikes, either by bombing residential neighborhoods or by treating the entire cities of Sa‘dah and Maran in northern Yemen as military targets, is a grave violation of the principles of distinction, proportionality and precaution. In certain cases, the Panel found such violations to have been conducted in a widespread and systematic manner.” Deliberate, indiscriminate, and disproportionate attacks against civilians are serious violations of the laws of war, to which all warring parties are bound.

The UN panel said that the attacks it documented included attacks on “camps for internally displaced persons and refugees; civilian gatherings, including weddings; civilian vehicles, including buses; civilian residential areas; medical facilities; schools; mosques; markets, factories and food storage warehouses; and other essential civilian infrastructure, such as the airport in Sana’a, the port in Hudaydah and domestic transit routes.”

Residents sifting through the rubble of homes destroyed in an airstrike three days prior in Yareem town. The strike killed at least 16 civilians.

The 36 unlawful airstrikes Human Rights Watch documented include attacks on schools, hospitals, and homes, with no evidence they were being used for military purposes. Human Rights Watch has collected the names of over 550 civilians killed in these 36 attacks. Amnesty International has documented an additional 26 strikes that appear to have violated the laws of war. Mwatana, one of Yemen’s leading human rights organizations, issued a report in December that documented an additional 29 unlawful airstrikes across Yemen, from March to October 2015.

In addition, Human Rights Watch and Amnesty International have documented civilian casualties from internationally banned cluster munitions used in or near cities and villages. Cluster munitions have been used in multiple locations in at least five of Yemen’s 21 governorates: Amran, Hajja, Hodaida, Saada, and Sanaa. The coalition has used at least six types of cluster munitions, three delivered by air-dropped bombs and three by ground-launched rockets. Human Rights Watch has said there should be an immediate halt to all use of cluster munitions and that coalition members should join the Convention on Cluster Munitions.

Despite the numerous credible reports of serious laws-of-war violations, the Saudi-led coalition has taken no evident actions either to minimize harm to civilians in its air operations or to investigate past incidents and hold those responsible to account. So long as no such steps are taken, governments should not supply weapons to the leading coalition member.

The UK foreign affairs minister, Phillip Hammond, and other senior UK officials have repeatedly said that coalition forces have not committed any violations of the laws of war. On February 2, 2016, an important cross-party committee of UK members of parliament sent a letter to the international development secretary, Justine Greening, calling for immediate suspension of UK arms sales to Saudi Arabia and an international independent inquiry into the coalition’s military campaign in Yemen.

On February 25, the European parliament passed a resolution calling on the European Union’s High Representative for Foreign Affairs and Security Policy Federica Mogherini “to launch an initiative aimed at imposing an EU arms embargo against Saudi Arabia.” On February 17, the Dutch parliament voted to impose the embargo and ban all arms exports to Saudi Arabia.

On January 31, the coalition announced the creation of a committee to promote the coalition’s compliance with the laws of war. However, the military spokesman for the coalition specified that the objective of the committee was not to carry out investigations into alleged violations.

Human Rights Watch has also documented serious laws of war violations by Houthi and allied forces, including indiscriminate shelling of cities, enforced disappearances, and the use of internationally banned antipersonnel landmines. Human Rights Watch supports a ban on the sale or provision of weapons to the Houthis that are likely to be used unlawfully, notably unguided “Grad-type” rockets and anti-personnel landmines.

“How many more airstrikes need to wreak havoc on civilians before countries supplying aircraft and bombs to the coalition pull the plug?” Bolopion said.

UK, US Arms Support for Saudi-led Coalition
Under international law, the US is a party to the armed conflict in Yemen. Lt. Gen. Charles Brown, commander of the US Air Force Central Command, said that the US military has deployed dedicated personnel to the Saudi joint planning and operations cell to help “coordinate activities.” US participation in specific military operations, such as providing advice on targeting decisions and aerial refueling during bombing raids, may make US forces jointly responsible for laws-of-war violations by coalition forces. As a party to the conflict, the US is itself obligated to investigate allegedly unlawful attacks in which it took part.

The UK government has said that though it has personnel in Saudi Arabia, they are not involved in carrying out strikes, or directing or conducting operations in Yemen, or selecting targets. UK Prime Minister David Cameron has stated that UK personnel are deployed to “provide advice, help and training” to the Saudi military on the laws of war.

Largest Foreign Military Sales to Saudi Arabia
In July 2015, the US Defense Department approved a number of weapons sales to Saudi Arabia, including a US$5.4 billion deal for 600 Patriot Missiles and a $500 million deal for more than a million rounds of ammunition, hand grenades, and other items, for the Saudi army. According to the US Congressional review, between May and September, the US sold $7.8 billion worth of weapons to the Saudis.

In October, the US government approved the sale to Saudi Arabia of up to four Lockheed Littoral Combat Ships for $11.25 billion. In November, the US signed an arms deal with Saudi Arabia worth $1.29 billion for more than 10,000 advanced air-to-surface munitions including laser-guided bombs, “bunker buster” bombs, and MK84 general purpose bombs; the Saudis have used all three in Yemen.

According to the London-based Campaign Against Arms Trade, the UK government approved GB£2.8 billion in military sales to Saudi Arabia between January and September 2015. The weapons include 500-pound Paveway IV bombs. The UK is negotiating a £1 billion weapons deal with the UAE.

A June 2015 Spanish government report stated that Spain had authorized eight licenses for arms exports to Saudi Arabia worth $28.9 million in the first half of the year. In February 2016, Spanish media reported that the government-owned shipbuilding company Navantia was about to sign a contract worth $3.3 billion with Saudi Arabia for the construction of five Avante 2200 type frigates for the Saudi navy.

In July 2015, Saudi Arabia reportedly signed agreements worth $12 billion with France, which included $500 million for 23 Airbus H145 helicopters. The kingdom is also expected to order 30 military patrol boats by 2016 under the agreement. Reuters reported that Saudi Arabia has also recently entered into exclusive negotiations with the French company Thales Group to buy spy satellite and telecommunications equipment worth “billions of euros.”

Coalition Violations
Human Rights Watch has documented 36 airstrikes between March 2015 and January 2016, that appear to have been unlawfully indiscriminate or disproportionate, which include a March 30, 2015 airstrike on a camp for internally displaced people that killed at least 29 civilians and a March 31, 2015 airstrike on a dairy factory outside the port city of Hodaida that killed at least 31 civilians. In Saada, a Houthi stronghold in the north, Human Rights Watch examined more than a dozen airstrikes that occurred between April and May that destroyed or damaged civilian homes, five markets, a school, and a gas station, though there was no evidence these sites were being used for military purposes. These strikes killed 59 people, mostly civilians, including at least 35 children.

On May 12, the coalition struck a civilian prison in the western town of Abs, killing 25 people. On July 24, the coalition dropped nine bombs on and around two residential compounds of the Mokha Steam Power Plant, which housed plant workers and their family members, killing at least 65 civilians. On August 30, an airstrike hit Al-Sham Water Bottling Factory in the outskirts of Abs, killing 14 workers, including three boys, who were nearing the end of their night shift.

The coalition has carried out strikes on marketplaces, leading to high civilian death tolls. On May 12, a strike on the marketplace of the eastern village of Zabid killed at least 60 civilians. On July 4, an airstrike on the marketplace of the northern village of Muthalith Ahim killed at least 65. On July 6, bombs hit two markets in the governorate of Amran, north of Sanaa, killing at least 29 civilians.

On October 26, the coalition bombed a Doctors Without Borders (MSF) hospital in the northern town of Haydan in Saada governorate six times, wounding two patients. Since then, coalition airstrikes have hit MSF facilities twice. An airstrike hit a mobile clinic on December 2, in Taizz, wounding eight, including two staff members, and killing another civilian nearby. On January 21, an airstrike hit an MSF ambulance, killing its driver and six others, and wounded dozens in Saada.

On January 10, a projectile hit an MSF-supported hospital in Saada, killing six people and wounding at least seven, most of them medical staff and patients. MSF said it could not confirm the origin of the attack, but its staff had seen planes flying over the facility at the time of the attack. MSF said on January 25, that it had yet to receive any official explanation for any of these incidents.

On May 8, 2015, Brig. Gen. Ahmad al-Assiri, the military spokesman for the coalition, declared the entire cities of Saada and Marran, another Houthi stronghold, to be military targets. In an interview with Reuters on February 1, al-Assiri spoke about Saudi civilian casualties from Houthi and pro-Saleh forces’ firing across the border. He said, “Now our rules of engagement are: you are close to the border, you are killed.” Treating an entire area as the object of military attack violates the laws-of-war prohibition on attacks that treat distinct military objectives in a city, town or area as a single military objective. Doing so unlawfully denies civilians protection from attack.

Human Rights Watch also documented the coalition’s use of at least six types of cluster munitions in at least 15 attacks in five of Yemen’s 21 governorates between March 2015 and January 2016. Cluster munitions are indiscriminate weapons and pose long-term dangers to civilians. They are prohibited by the 2008 Convention on Cluster Munitions, adopted by 118 countries, though not Saudi Arabia or Yemen.

Failure to Investigate Alleged Violations
Countries that are party to a conflict have an obligation under international law to investigate credible allegations of war crimes and hold those responsible to account. Human Rights Watch has seen no indication that the Saudi Arabia-led coalition has conducted any meaningful investigations into alleged laws-of-war violations.

On August 19, 2015, Human Rights Watch and 22 other human rights and humanitarian organizations called on the UN Human Rights Council to create an independent international commission of inquiry at its September session to investigate alleged laws-of-war violations by all parties to the conflict. The UN High Commissioner for Human Rights similarly called on UN member states to encourage the establishment of an “international independent and impartial” investigative mechanism.

Instead, on September 7, President Abdu Rabu Mansour Hadi of Yemen established a national commission to investigate violations of human rights and the laws of war. During the ensuing UN Human Rights Council session in Geneva, Saudi Arabia and other Arab countries effectively blocked an effort led by the Netherlands to create an international investigative mechanism. The national commission has taken no tangible steps to conduct investigations, nor has it revealed any working methods or plans, three people close to the commission told Human Rights Watch.

Five days after the release of UN Panel of Experts report on Yemen, on January 31, 2016, the coalition announced a new committee to assess the coalition’s rules of engagement in the war and produce recommendations for the coalition to better respect the laws of war. “The goal of the committee is not to investigate allegations,” Al-Assiri said. “Its primary goal is to confirm the precision of the procedures followed on the level of the coalition command.” As such, this proposed body does not meet the requirements for an impartial investigative mechanism that can address accountability for unlawful attacks or compensate victims of coalition violations, Human Rights Watch said.

Al-Assiri said that the Saudi military has been conducting internal investigations into attacks in which a violation might have ensued, and pointed to a single airstrike that had led to a violation: the October 26, 2015 bombing of an MSF hospital in northern Yemen. He said the strike had been the result of “human error,” but did not outline any steps taken to hold the responsible military personnel to account, or compensate the two civilians wounded in the strike.

thanks to: Human Rights Watch

‘Gaza’s new generation of children only knows stress, wars and aggression’

If you keep depriving children from Gaza of everything, eventually some of them will join armed conflict and Israel will have no one to blame but themselves, Belal Dabour, a Palestinian doctor from Gaza, told RT.

Sorgente: ‘Gaza’s new generation of children only knows stress, wars and aggression’ — RT Op-Edge

Israeli ordnance leaves Gaza child dead

A Palestinian child has lost his life and another sustained serious injuries when an explosive device that had been left from Israel’s last military onslaught against the Gaza Strip went off in the besieged coastal enclave.

Palestinian medical sources, speaking on condition of anonymity, said the explosion took place in the city of Jabalia, located four kilometers (2.5 miles) north of Gaza City, on Thursday evening.

They identified the slain child as five-year-old Suhayb Saqir, adding that his brother Mus’ab, 6, was gravely injured in the blast. The injured child was later taken to the Indonesian Hospital in northern Gaza Strip for treatment.

More than 7,000 unexploded bombs were left throughout the Gaza Strip following the Israeli military attacks against the impoverished Palestinian territory in summer 2014.

A Palestinian boy walks past a building, which was damaged during Israel’s war against the Gaza Strip in the summer of 2014, during a winter storm in the city of Beit Hanoun in the northern Gaza Strip on January 24, 2016. ©AFP

A report, released by the British NGO Action on Armed Violence (AOAV) last year, showed that the use of explosive artillery by Israeli forces in the 2014 war on Gaza had increased by over 530 percent compared to the Israeli regime’s military offensive on the coastal enclave six years earlier.

It further revealed that Israeli forces increased their firing of high explosive artillery by 533 percent during the 2014 war compared to the military aggression in 2008-2009.

A Palestinian worker carries metal bars on February 20, 2016 in the eastern part of Gaza City at a scrap yard, where metal from the houses that were destroyed during Israel’s 2014 war against the Gaza Strip, is collected and stored before being reused. ©AFP

The 2014 military aggression killed nearly 2,200 Palestinians, including 577 children. Over 11,100 others – including 3,374 children, 2,088 women and 410 elderly people – were also wounded in the Israeli war.

Sorgente: PressTV-Israeli ordnance leaves Gaza child dead

Defence for Children International: Israele uccide intenzionalmente i minorenni palestinesi

Palestinian-youth-arrested-by-Israeli-soldiers-in-al-aqsa-mosque04Memo. Defence for Children International ha accusato l’esercito israeliano di uccidere intenzionalmente i bambini palestinesi nei Territori occupati palestinesi, secondo quanto ha riportato QudsNet.

L’esercito di occupazione ha ucciso oltre 180 Palestinesi dall’inizio dell’Intifada di Gerusalemme, a ottobre del 2015, compresi 49 minorenni. 17 ragazze sono tra i minorenni uccisi.

L’organizzazione ha dichiarato: “Le ripetute uccisioni e le sparatorie contro i minorenni, da parte dell’esercito israeliano, e l’impedimento al personale medico di prestare soccorso sono una forma di omicidio extra-giudiziario”.

“La mancata punizione” incoraggia i soldati israeliani a uccidere i minorenni palestinesi, in quanto nessuna reale indagine è aperta in casi in cui sono i Palestinesi ad essere uccisi.

Un dirigente del gruppo ha aggiunto che l’escalation della politica israeliana dà all’esercito luce verde per uccidere i bambini palestinesi. In passato, ai soldati israeliani era permesso di aprire il fuoco solo in situazioni pericolose, ma ora possono farlo in qualunque momento abbiano paura.

Sorgente: Defence for Children International: Israele uccide intenzionalmente i minorenni palestinesi | InfopalInfopal

I Bambini del Campo

Sheren Khalel and Abed Al Qaisi and Sheren Khalel and Abed Al Qaisi on January 22, 2016

 

Giovedì 21 Gennaio,

i bambini dai campi profughi di Aida e Beit Jibrin a Betlemme hanno parlato a Mondoweiss sulla loro vita nei campi. Volevamo capire esattamente quanto i bambini avessero capito dell’occupazione militare attorno a loro, e quanto normale ritenessero le proprie vite. Con il permesso dei loro genitori, abbiamo chiesto a cinque bambini per strada ciò che pensavano dei due campi. Tutte le risposte sono state spontanee ed improvvisate e, come si è scoperto, i ragazzi hanno capito e hanno vissuto sulla propria pelle, molte cose.

Molti tra i bambini hanno parlato di gas lacrimogeni, soldati, e di aver paura ad uscire. Tutti i bambini hanno visto familiari uccisi, arrestati, feriti e arrestati dalle forze israeliane – questa è la vita in molti campi profughi della Cisgiordania occupata. Eppure, i bambini hanno grandi speranze, raccontando a Mondoweiss che vogliono diventare medici, avvocati e ingegneri una volta cresciuti.

Fonte: http://mondoweiss.net/2016/01/video-children-of-the-camp

Traduzione: Federico Ard.

thanks to: Invicta Palestina

Hundreds of US military children sexually abused annually

Children of US service members are sexually abused hundreds of times per year, most often by enlisted male soldiers, according to a new report. The entire story is still unclear given the Pentagon’s limited insight into abuse reports and legal information.

Sorgente: Hundreds of US military children sexually abused annually – report — RT USA

Coloni e soldati israeliani aggrediscono i bambini di Hebron

Ma’an e Imemc. Un padre palestinese che vive nella Città Vecchia di Hebron ha dichiarato che la figlia di sette anni è stata ferita mentre veniva inseguita da un noto estremista israeliano, Baruch Marzel, lunedì.

Un colono israeliano, protetto dalle forze di occupazione, ha attaccato Dana al-Tamimi, di 7 anni, colpendola più volte alla testa e al volto, rompendole i denti e causandole diversi ematomi e tagli sulla testa.
I soldati israeliani hanno impedito ai paramedici di giungere sulla scena. Tuttavia, il padre di Dana è riuscito a portarla via e metterla su un’ambulanza per le cure mediche.
Raed al-Tamimi ha affermato di aver dovuto portare sua figlia all’Ospedale Governativo di Hebron “dopo che lei è caduta a terra mentre veniva inseguita da Marzel vicino alla moschea Ibrahimi”.
Al-Tamini ha dichiarato a Ma’an che le forze israeliane presenti nell’area non hanno fermato Marzel durante l’inseguimento di sua figlia e hanno aggredito suo figlio di 10 anni, Hutasem, oltre ad avere aggredito due fratelli, Nabil e Farhat Nader al-Rajabi, di 14 e 10 anni.
Al-Tamimi è uno delle migliaia di palestinesi che vivono nel centro di Hebron controllato da Israele – la più grande città nella Cisgiordania occupata – tra le centinaia di coloni israeliani che vivono illegalmente nell’area.
B’Tselem, gruppo israeliano per i diritti umani, documenta con frequenza gli attacchi dei coloni israeliani contro i residenti sotto la protezione delle forze israeliane.
Marzel è conosciuto tra i palestinesi che vivono a Hebron: essi hanno paura di questo seguace del rabbino radicale Meir Kahana e membro del movimento Kach – messo fuori legge da Israele nel 1994 attraverso le leggi antiterrorismo.
La Città Vecchia di Hebron è stata dichiarata una zona militare chiusa a novembre, bloccando l’entrata nell’area eccetto per i residenti palestinesi registrati e per i coloni israeliani.
Traduzione di F.H.L.

Sorgente: Coloni e soldati israeliani aggrediscono i bambini di Hebron | InfopalInfopal

Israele depriva 23.000 orfani del sostegno mensile

Memo. Il vice-leader del Movimento Islamico nei Territori palestinesi del 1948 (Israele), Shaikh Kamal Al-Khatib, ha affermato lunedì che 23 mila orfani sono stati privati del loro sostegno mensile a causa del divieto di ogni attività imposta al gruppo da Israele.

Sorgente: Israele depriva 23.000 orfani del sostegno mensile | InfopalInfopal

44 Palestinians Killed This Month, Including 11 Children

Sunday October 18, 2015

Three Palestinians were killed in the southern West Bank city of Hebron, another youth was killed in Jerusalem, and a fifth was killed at Qalandia checkpoint by Israeli live gunfire on Saturday. According to the Palestinian Ministry of Health, these five casualties bring the total number of Palestinians killed in October to 44.

 

  Clashes in Bethlehem on October 9th  - Photo by WAFA
Clashes in Bethlehem on October 9th – Photo by WAFA

Moreover, the ministry reported that 1300 Palestinians have been injured since October 1st during ongoing clashes in Gaza, the West Bank and Jerusalem, including 550 that were hit by Israeli live gunfire.

In addition, since the beginning of October, more than 650 Palestinians have been abducted and imprisoned by the Israeli army, according to political prisoners rights groups. An earlier report by the Ministry of Health showed that since the start of October, 5000 residents were treated for the effects of tear gas inhalation fired by Israeli troops targeting Palestinian protesters.

In Hebron Saturday morning, a right-wing Israeli paramilitary settler shot and killed a Palestinian teenager Saturday morning on Shuhada Street in the center of Hebron, in the southern part of the West Bank.

Video footage captures the immediate aftermath of the shooting, in which an Israeli paramilitary settler dressed in white holds two guns and directs the Israeli soldiers toward the body of the boy he killed. The 18-year old victim was identified as Fadel al-Qawasmi, 18. Paramedics with the Palestinian Red Crescent were denied access to the dying teen, and Israeli troops took the body away without allowing any medical personnel or family members near the body.

Just few hours later Israeli troops shot and killed a Palestinian young woman in Hebron old city, until the time of this report name was not released to media.

Also on Saturday morning, Israeli soldiers shot and killed, on Saturday, a Palestinian teen close to the Armon Hanetziv illegal colony, built on Palestinian lands in Jabal al-Mokabber neighborhood, in occupied East Jerusalem. The slain Palestinian has been identified as Mo’taz Ahmad Hajes ‘Oweisat, 16 years of age, the Wadi Hilweh Information Center in Silwan (Silwanic) has reported.

Between the week of Saturday October 10, to Friday October 16, at least 15 Palestinians were killed three in Gaza and 12 in the West Bank by Israeli troops gunfire. Meanwhile a Palestinian political prisoner died while being held by the Israeli army. Moreover a Palestinian farmer was killed after being attacked by Israeli settlers and soldiers as he was harvesting his olive trees.

The names of those killed by the army in October:

West Bank and Jerusalem:

  1. Mohannad Halabi, 19, al-Biereh – Ramallah.
  2. Fadi Alloun, 19, Jerusalem.
  3. Amjad Hatem al-Jundi, 17, Hebron.
  4. Thaer Abu Ghazala, 19, Jerusalem.
  5. Abdul-Rahma Obeidallah, 11, Bethlehem.
  6. Hotheifa Suleiman, 18, Tulkarem.
  7. Wisam Jamal, 20, Jerusalem.
  8. Mohammad al-Ja’bari, 19, Hebron.
  9. Ahmad Jamal Salah, 20, Jerusalem.
  10. Ishaq Badran, 19, Jerusalem.
  11. Mohammad Said Ali, 19, Jerusalem.
  12. Ibrahim Ahmad Mustafa Awad, 28, Hebron.
  13. Ahmad Abedullah Sharakka, 13, Al Jalazoun Refugee camp-Ramallah.
  14. Mostafa Al Khateeb, 18, Sur-Baher – Jerusalem.
  15. Hassan Khalid Manassra, 15, Jerusalem.
  16. Mohamed Nathmie Shamassnah, 22, Kutneh-Jerusalem.
  17. Baha’ Elian,22, Jabal Al Mokaber-Jerusalem.
  18. Mutaz Ibrahim Zawahra, 27, Bethlehem. Hit with a live bullet in the chest during a demonstration.
  19. Ala’ Abu Jammal, 33, Jerusalem.
  20. Bassem Bassam Sidr, 17, Hebron.
  21. Ahmad Abu Sh’aban, 23, Jerusalem.
  22. Ibraheem Dar-Yousif, 46, Al Janyia village Ramallah( Killed while harvesting olives)
  23. Fadi Al-Darbi , 30, Jenin – died in Israeli detention camp.
  24. Eyad Khalil Al Awawdah, Hebron.
  25. Ihab Hannani, 19, Nablus.
  26. Fadel al-Qawasmi, 18, Hebron.
  27. Mo’taz Ahmad ‘Oweisat, 16, Jerusalem.
  28. Bayan Abdul-Wahab al-‘Oseyli, 16, Hebron
  29. Tariq Ziad an-Natsha, 22, Hebron
  30. Omar Mohammad al-Faqeeh, 22, from Qotna village, killed 10/17 in Qalandia protest

Gaza Strip:

  1. Shadi Hussam Doula, 20.
  2. Ahmad Abdul-Rahman al-Harbawi, 20.
  3. Abed al-Wahidi, 20.
  4. Mohammad Hisham al-Roqab, 15.
  5. Adnan Mousa Abu ‘Oleyyan, 22.
  6. Ziad Nabil Sharaf, 20.
  7. Jihad al-‘Obeid, 22.
  8. Marwan Hisham Barbakh, 13.
  9. Khalil Omar Othman, 15.
  10. Nour Rasmie Hassan, 30.
  11. Rahaf Yihiya Hassan, two years old.  -killed along with her mother in an Israeli airstrike
  12. Yihya Farahat, 23.
  13. Shawqie Jaber Obed, 37.
  14. Moahmed Ehmeed, Age unknown.

Israeli casualties during the same time period:

10/13 – Yeshayahu Kirshavski, 60, bus shooting in East Jerusalem
10/13 – Haviv Haim, 78, bus shooting in East Jerusalem

thanks to: Imemc

Israeli soldier abducting a Palestinian child

This video shows several women preventing an Israeli soldier from abducting a Palestinian child in the village of Nabi Saleh in the occupied West Bank on Friday.

The footage, shot by Bilal Tamimi, shows a masked soldier assaulting a child whose arm is in a cast.

The child is clearly distressed. A man screams at the soldier “he’s a boy! he’s a boy!” but the soldier continues his attack.

A short time later, several women appear and pull the soldier off the boy, braving his blows, but preventing the abduction from taking place.

Palestinians intervene to prevent the abduction of a Palestinian boy by an Israeli soldier during a protest against Israeli colonization in the West Bank village of Nabi Saleh, 28 August. Shadi Hatem APA images

One of the women also pulls the mask off the would-be abductor, allowing the suspect to be identified.

Ma’an News Agency identifies the boy in the video – and photos of the incident that have circulated online – as 12-year-old Muhammad Basim Tamimi.

The women who intervene to rescue him from the occupation soldier are identified as his mother Nariman Tamimi, his sister Ahed Tamimi and aunt Manal Tamimi.

Villagers in Nabi Saleh hold weekly demonstrations against the violent theft of their land for nearby Israeli settlements.

They are frequently the targets of attacks and abductions by occupation soldiers.

The video has attracted widespread attention, including in Israel.

But as Phan Nguyen pointed out on Twitter, the Israeli mainstream news site Ynet seemed more worried that the occupation soldier was receiving “little sympathy”:

In recent years several villagers have been severely injured or killed, including, notoriously, Mustafa Tamimi, who died after Israeli forces shot him in the head at close range with a tear gas canister.

As of June, 160 Palestinian children aged 12-17 were in Israeli military detention, according to Defense for Children International–Palestine. Palestinian children detained by Israeli occupation forces face routine abuse and brutality amounting to torture.

thanks to: Electronic Intifada

Perchè cresce la mortalità infantile e neonatale a Gaza

Il numero dei piccoli di Gaza morti prima di un anno di età era sceso nettamente nel corso degli ultimi decenni passando da 127 su 1000 nascite nel 1960 a 20.2/1000 nel 2008. I ricercatori dell’Unrwa invece hanno registrato nell’ultima indagine del 2013 che è tornato a salire al 22.4/1000. Ed in crescita è anche la mortalità neonatale che da 12/1000 del 2008 è passata a 20.3/1000 del 2013.

gaza

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gaza, 14 agosto 2015, Nena News – I giornali israeliani riferiscono di nuovo di trattative segrete per una tregua di 8-10 anni tra Hamas e Israele che includerebbe l’apertura di una via marittima tra la Striscia di Gaza e Cipro. Magari è vero o forse è la solita storia dell’accordo “fatto” dietro le quinte ma poi privo di seguito concreto. Sono voci che si scontrano con la realtà quotidiana di Gaza che si aggrava giorno dopo giorno. L’Unrwa (Onu) che aveva già annunciato il possibile rinvio dell’apertura delle scuole per i profughi palestinesi (non solo a Gaza) a causa di deficit di 101 milioni di dollari, ha diffuso nei giorni scorsi un rapporto allarmante che è passato senza fare rumore per le redazioni di buona parte dei mezzi d’informazione: il tasso di mortalità infantile a Gaza è tornato a salire.

Il numero dei piccoli di Gaza morti prima di un anno di età era sceso nettamente nel corso degli ultimi decenni passando da 127 su 1000 nascite nel 1960 a 20.2/1000 nel 2008. I ricercatori dell’Unrwa invece hanno registrato nell’ultima indagine del 2013 che è tornato a salire al 22.4/1000. Ed in crescita è anche la mortalità neonatale che da 12/1000 del 2008 è passata a 20.3/1000 del 2013. Akihiro Seita, direttore del programma sanitario dell’agenzia dell’Onu, non si sbilancia più di tanto sulle cause di questa pericolosa inversione di tendenza. Spiega che «È difficile conoscere l’esatta causa dell’aumento». Teme che sia parte di un trend più ampio. «Ci stiamo ora occupando dell’impatto del lungo blocco sulle strutture sanitarie, il rifornimento di medicine e le attrezzature a Gaza», ha aggiunto. Un giro di parole che porta alla causa principale: il blocco di Gaza attuato dal 2007 (da quando Hamass ha preso il potere nella Striscia) da Israele e con intensità negli ultimi due anni anche dall’Egitto. Senza dimenticare che dal 2008 Gaza ha subito tre ampie offensive militari israeliane e altre “minori”. Periodi durante i quali non è possibile svolgere l’assistenza sanitaria di routine.

Della responsabilità del blocco è convinta la dottoressa Federica Iezzi, cardiochirurgo pediatra, esperta della sanità a Gaza dove, nel quadro dei programmi di intervento della Ong PCRF, ha operato dozzine di bambini palestinesi. «L’impatto a lungo termine dell’assedio a Gaza con la conseguente carenza di materiale sanitario e di farmaci è un aspetto strettamente correlato all’aumento dei tassi di mortalità neonatale e infantile», ci spiega. «Ne sono un esempio gli antibiotici – prosegue – Israele non autotizza l’ingresso di tutti gli antibiotici a Gaza. È perciò largamente usata la ciprofloxacina. Utilizzando a tappeto sempre gli stessi antibiotici, per ogni tipo di infezione, si creano resistenze. Dunque i microrganismi diventano sempre meno sensibili (agli antibiotici) facendo crescere i tassi di mortalità». Gli esempi legati al blocco sono molti, aggiunge Iezzi, come «le complicate procedure di ingresso di vaccini contro rosolia, morbillo, parotite e poliomielite che potrebbero incidere sulle campagne di vaccinazione».

Israele sostiene di non incidere in alcun modo sulla sanità a Gaza dove entrerebbe tutto ciò che è necessario all’assistenza medica della popolazione. Le ricerche però sembrano dire l’esatto contrario. Le politiche di occupazione, restrittive e punitive, non possono non avere un impatto sulla vita di milioni di persone. E altrettanto si deve dire anche delle decisioni che prendono le strutture civili collegate all’occupazione militare. I palestinesi in questi giorni, in cui il caldo estivo è più intenso, denunciano che la società idrica israeliana “Mekorot” ha tagliato le forniture nelle aree a nord di Nablus, in Cisgiordania. Non è chiaro quanti palestinesi siano stati colpiti da questo taglio, non commentato dalla Mekorot. In ogni caso nelle colonie israeliane accanto ai villaggi palestinesi l’acqua è abbondante e riempie anche le piscine. Già la scorsa settimana gli abitanti di Kufr Qaddum, Salfit, Qarawat Bani Hassan, Biddya e Sarta avevano denunciato di essere senza acqua. Secondo la Ong “Ewash” gli israeliani, compresi i coloni, hanno accesso a 300 litri di acqua al giorno mentre la media dei palestinesi in Cisgiordania è di circa 70 litri, sotto il minimo di 100 litri raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

thanks to: Nena News

NUOVE ACCUSE A ‘CASCHI BLU’, MILIZIE ANCORA ATTIVE

“Sgomento e amareggiato” per le gravi accuse rivolte da Amnesty International ad alcuni ‘caschi blu’: così Ban Ki-moon, segretario generale dell’Onu, si è definito dopo che un rapporto dell’organizzazione per i diritti umani ha attribuito a uomini della missione delle Nazioni Unite in Centrafrica (e in particolare dei contingenti ruandese e camerunense) l’uccisione di due civili disarmati e la violenza commessa su una bambina di 12 anni.

NUOVE ACCUSE A ‘CASCHI BLU’, MILIZIE ANCORA ATTIVE – Misna – Missionary International Service News Agency.

Perchè la morte del piccolo Ali non cambierà nulla

La condanna fatta dal premier Benyamin Netanyahu dell’uccisione del piccolo palestinese è lontana dalla realtà sul terreno.  Gli ultimi giorni per i coloni che vivono insediati in Cisgiordania e per i palestinesi sotto occupazione sono stati come gli altri, come se nulla fosse accaduto a Kfar Douma

foto Reuters

Perchè la morte del piccolo Ali non cambierà nulla.

Dopo Ali, due palestinesi uccisi: la violenza di Israele è strutturale

Dopo il brutale omicidio del piccolo Ali, le forze militari israeliane hanno ucciso due ragazzi a Gaza e in Cisgiordania. Il mondo finge di non vedere che la violenza nei Territori non è civile e estemporanea, ma di Stato e radicata.

Laith al-Khaldi, il giovane ucciso ieri notte ad Atara (Foto: Ma'an News)

Dopo Ali, due palestinesi uccisi: la violenza di Israele è strutturale.

WhatsApp Messages Show Israeli Soldiers Knew They Were About To Kill A Child

IOF - 620

In March 2014, Israeli soldiers were ordered to use live ammunition to ambush three Palestinian teens in the southern region of the occupied West Bank, according to an investigation by the Israeli rights group B’Tselem.
Yousef al-Shawamreh, 14, was fatally shot in the back and hip as he and two friends attempted to cross Israel’s wall inside the West Bank from their village of Deir al-Asal al-Fawqa on the morning of 19 March.
According to B’Tselem’s investigation, al-Shawamreh was shot and killed “in broad daylight, although he posed no danger.” The rights group obtained a partial copy of the investigation file and a video of the shooting from the Israeli military. The video, above, shows the soldiers methodically carrying out an ambush that resulted in the killing of a child.
Messages exchanged between the soldiers throughout the incident on the messaging service WhatsApp ”showed that at least some of the soldiers believed the three Palestinians to be minors,” B’Tselem states.

WhatsApp Messages Show Israeli Soldiers Knew They Were About To Kill A Child.

Dal 1967: 95.000 minorenni palestinesi sono stati incarcerati da Israele

Ichildarrestdopmemc. Un gruppo per i diritti umani ha sottoposto mercoledì un rapporto all’Onu sulle torture e i maltrattamenti di bambini palestinesi da parte di Israele.

Military Court Watch (MCW) ha sottoposto un rapporto al Relatore Speciale dell’ONU per le Torture e altri Trattamenti o Punizioni Crudeli, Disumani o Degradanti, allegando più di 300 pagine di prove relative al trattamento di bambini tenuti prigionieri nelle carceri militari israeliane.

Il MCW ha affermato, secondo il Days of Palestine, che le prove includono i casi di 200 minorenni detenuti nelle carceri militari israeliane nella Cisgiordania, tra gennaio 2013 e maggio 2015.

A seguito di un esame delle prove, il rapporto ha confermato una ricerca anteriore dell’UNICEF che afferma che “il maltrattamento dei bambini che entrano in contatto con il sistema di detenzione militare sembra essere diffuso, sistemico e istituzionalizzato.

“Questa scoperta si basa sulla recente prova che mostra che intimidazione, minacce, violenza verbale e fisica, e il rifiuto dei diritti fondamentali legali sono ancora comuni nel sistema”, afferma il MCW.

Basato sui dati forniti dall’Esercito israeliano e dalle Nazioni Unite, la relazione ha stimato che, da quando la legge marziale è stata imposta nella Cisgiordania, 48 anni fa, circa 95 mila minorenni palestinesi sono stati arrestati e 59 mila di questi probabilmente hanno sofferto per le violenze fisiche.

In aggiunta, il MCW ha affermato: “Basata sulle prove, la relazione ha anche fatto un collegamento tra questo abuso in scala industriale e il mantenimento delle colonie israeliane in Cisgiordania”.

“La relazione ha concluso che, al fine di permettere a 370 mila coloni israeliani di vivere in Cisgiordania, in violazione delle leggi internazionali, l’Esercito è obbligato a adottare strategie di intimidazione di massa e punizioni collettive”.

Traduzione di F.H.L.

thanks to: Infopal

Lo sfruttamento del lavoro minorile palestinese in vetrina all’Expo 2015

Nelle colonie israeliane si schiavizza il lavoro minorile palestinese. Invece di stigmatizzare Israele per le sue politiche di sfruttamento della terra, dell’acqua, di donne, uomini e bambini palestinesi, l’Italia invece offrirà una vetrina alle aziende israeliane a Expo2015.

di Stephanie Westbrook

Una doppia illegalità. Nelle colonie israeliane costruite in Cisgiordania, occupata in violazione del diritto internazionale, si sfrutta anche il lavoro minorile palestinese. È quanto è emerso dal nuovo rapporto di Human Rights Watch, la nota organizzazione internazionale impegnata per i diritti umani.

Il quindicenne Saleh, che ha lasciato la scuola alla seconda media, porta un serbatoio di 15 litri di pesticidi sulle spalle. Spruzza le piante per mezz’ora alla volta, poi riempie di nuovo il serbatoio. Ripete questo ciclo 15 volte durante la sua giornata lavorativa.

La maggior parte dei bambini intervistati afferma di lavorare con i pesticidi. Non sanno molto delle sostanze chimiche che trattano, ma degli effetti sì. Soffrono di “giramenti di testa, nausea, irritazioni agli occhi ed eruzioni cutanee”. I ragazzi che lavorano nei vigneti dove si usa il pesticida Alzodef, vietato in Europa dal 2008, si riconoscono dalle desquamazioni dell’epidermide. I bambini palestinesi lavorano 6-7 giorni alla settimana, per 8 ore al giorno, anche nelle serre a temperature che si avvicinano ai 50 gradi. Portano carichi pesanti e usano macchine pericolose. Secondo uno studio del 2014 sugli infortuni tra i minori palestinesi che lavorano, il 79% aveva subito un infortunio sul lavoro nei precedenti 12 mesi. E tutto questo per una paga di meno della metà di quella minima garantita dalla legge israeliana e senza assicurazione sanitaria e altri benefit, assicurando così maggiori guadagni alle aziende agricole delle colonie.

Il rapporto di HRW si incentra sulla Valle del Giordano, noto come il granaio della Palestina, dove le grandi estensioni di piantagioni e coltivazioni delle colonie contrastano con i campi aridi dei palestinesi, evidenziando l’iniqua distribuzione delle risorse idriche. I palestinesi che ci vivono, scesi da circa 300.000 nel 1967 agli 80.000 di oggi, hanno accesso solo al 6% dell’area. Il restante 94% è riservato ai 9.500 coloni e alle loro piantagioni, oppure chiuso in zone militari.L’87% della Valle del Giordano si trova in un’Area C che, secondo gli accordi di Oslo, è sotto il controllo totale di Israele. I palestinesi che ci vivono devono ottenere permessi dalle autorità militari israeliane per qualsiasi costruzione che siano case, stalle, strade, pozzi o cisterne, ma anche per coltivare la terra o pascolare il bestiame. I permessi approvati sono una rarità. Guadagnarsi da vivere dall’agricoltura, senza terra e senza acqua e con una serie di check-point tra i campi e i mercati, diventa impossibile. I minori sono costretti a lavorare per aiutare le famiglie e non hanno altra scelta che l’agricoltura delle colonie. In alcuni casi, i bambini finiscono addirittura per lavorare le terre che sono state confiscate alle proprie famiglie. Altri hanno raccontato di genitori malati, morti o in prigione – sono 6.000 i prigionieri politici palestinesi attualmente nelle carceri israeliane. Ai bambini tocca, quindi, provvedere per la famiglia e lasciano la scuola per farlo.

Queste condizioni sono in violazione delle convenzioni sui diritti dell’infanzia nonché della stessa legge israeliana, che si estende ai lavoratori nelle colonie e secondo la quale è vietato ai minori l’uso di sostanze chimiche, di lavorare con carichi pesanti e a temperature alte. Sarebbe anche obbligatorio per i datori di lavoro fornire assicurazioni sanitarie e remunerare i periodi di malattia. Nessuna di queste leggi invece viene applicata per i bambini palestinesi. Le ispezioni sulle condizioni di lavoro nelle colonie sono superficiali se non addirittura inesistenti. Per la forza lavoro, le aziende agricole delle colonie inoltre si servono di intermediari palestinesi, spesso ex lavoratori, anche minori, nelle colonie così da evitare una responsabilità diretta. Una bambina che ha lavorato nella colonia di Kalia dall’età di 13 a 15 anni racconta di essersi nascosta sotto i sedili del furgone dell’intermediario per non farsi vedere dai soldati o dai guardiani, anche se spesso bastava dire che aveva dimenticato i documenti a casa per passare.

Infatti, viene tollerato di aggirare problema dei permessi necessari per consentire ai palestinesi di entrare nelle colonie, perché i campi e le serre si trovano comunque al di fuori dai cancelli. I lavoratori palestinesi, bambini e adulti, non hanno contratti né buste paga. Non hanno nessuna prova di aver mai lavorato per la colonia, nessun diritto lavorativo, nessun ricorso possibile. Chi si azzarda a cercare di far valere i propri diritti finisce spesso nella lista nera con l’intera famiglia senza possibilità così di trovare un altro lavoro.

Visti gli abusi sui minori palestinesi, e le altre violazioni del diritto internazionale da parte di Israele, Human Rights Watch raccomanda di interrompere “i rapporti di affari con le colonie, compresa l’importazione dei prodotti dell’agricoltura delle colonie”. Anche tutte le principali organizzazioni agricole palestinesi, insieme al movimento per il boicottaggio di Israele, invitano a porre fine ad “ogni commercio con le aziende agricole israeliane che sono complici con il sistema di occupazione, colonizzazione e apartheid di Israele” . L’Europa è il principale mercato per i prodotti agricoli israeliani.

Nel rapporto di HRW è finito anche il ruolo della Mekorot, società idrica nazionale di Israele. La Mekorot sottrae l’acqua illegalmente dalle falde idriche sottostanti la Valle del Giordano e rifornisce il 70% del fabbisogno di acqua delle colonie della valle. L’Acea SpA ha firmato un accordo di cooperazione con la Mekorot nel dicembre del 2013.

Il Comitato No all’Accordo Acea Mekorot ha denunciato ripetutamente al Comune di Roma, azionista di maggioranza, e ad Acea le complicità di Mekorot con il regime israeliano di occupazione. Ora si aggiunge il ruolo della Mekorot nello sfruttamento del lavoro minorile palestinese. Nel comunicato del Comitato, si chiede: cosa altro ci vuole affinché si “prendano misure per assicurare che l’accordo non abbia un seguito in modo da evitare complicità con le violazioni dei diritti?” La principale società idrica dell’Olanda, la Vitens, ha già interrotto un analogo accordo con la Mekorot a causa delle violazioni del diritto internazionale.

Invece di stigmatizzare Israele per le sue politiche di sfruttamento della terra, dell’acqua, di donne, uomini e bambini palestinesi, l’Italia invece offrirà una vetrina a Israele a Expo2015. Al padiglione di Israele, che si trova in una posizione strategica, accanto a quello italiano e all’incrocio delle due principali assi del sito, si propaganderanno le menzogne delle meraviglie dell’agricoltura israeliana che ha fatto “fiorire il deserto”, in linea con l’ipocrisia del mega evento che pretende di parlare di agricoltura sostenibile mentre porta le sponsorship di McDonald’s e Coca-cola. Le verità scomode non verranno raccontate dentro i padiglioni, ma fuori sì.

Milano, infatti, si sta preparando per sei mesi di contestazione contro la speculazione e lo sfruttamento rappresentati da Expo2015 a partire dalla cinque giorni di “laboratorio sociale di resistenze e alternative”  dal 29 aprile al 3 maggio. E in tutto il mondo crescono le campagne di boicottaggio dello stato di Israele, per isolarlo a livello internazionale, come è stato fatto con il Sudafrica dell’apartheid, fino a quando non rispetterà i diritti dei palestinesi.

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Lo sfruttamento dei minori palestinesi nella Valle del Giordano

Uno degli aspetti meno dibattuti dell’occupazione israeliana della Cisgiordania è lo sfruttamento della manodopera palestinese, soprattutto di quella minorile. Un rapporto intitolato “Maturi per l’abuso: il lavoro minorile palestinese negli insediamenti agricoli israeliani in Cisgiordania”, pubblicato ieri dalla ong Human Rights Watch (HRW), rivela che le colonie, principalmente quelle della Valle del Giordano, impiegano bambini palestinesi anche di 11 anni pagandoli poco e in condizioni di lavoro definite “pericolose”.

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Il dolore della piccola Alaa sulla tomba della mamma

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13477_10205471271474779_2799420995046309130_nGaza. La piccola Alaa Abu Zeid, 8 anni, ha passato la festa della mamma sulla tomba di sua madre, uccisa dai soldati israeliani l’estate scorsa insieme al suo bimbo di 3 anni e a 9 membri della famiglia.

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Operazione Colomba: la violenza dei coloni continua a colpire i bambini palestinesi | InfopalInfopal

Operazione Colomba. Comunicato stampa. “Bambina palestinese di sei anni ferita da coloni israeliani nelle colline a sud di Hebron”

viaOperazione Colomba: la violenza dei coloni continua a colpire i bambini palestinesi | InfopalInfopal.

I bambini di Gaza

4 marzo 2015 – Tonio Dell’Olio

Non c’è pace davanti alla distruzione. Anche se non ci sono più i boati terribili delle bombe e le corse in ambulanza verso l’ospedale. Gaza resta una città martire, figlia spettrale di una violenza inaudita. In questi giorni, nella Striscia, c’è una delegazione italiana di cui fa parte anche il vescovo Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi. Ieri sera, molto tardi, ci ha inviato un messaggio: “Una giornata indimenticabile nella Striscia di Gaza. Macerie, macerie, macerie, case distrutte, anziani senza parole davanti alle loro case ridotte a zero. E poi, bambini, tanti bambini belli, ma scalzi, sporchi e affamati. Come prendere sonno, qui, a Gaza, stanotte? Ma la speranza… IMSHALLA’, SE DIO VUOLE, dicono gli arabi. E dobbiamo dirlo anche noi. Buona notte! + don Giovanni”.

thanks to: mosaicodipace

Gaza – dietro le quinte della missione italiana di cardiochirurgia pediatrica

Molto è quello che vorremmo raccontare perché molte sono le difficoltà ma anche le soddisfazioni sia del personale italiano in missione che dei colleghi palestinesi, le sofferenze dei bambini e le speranze dei loro genitori. E per questo vi riportiamo almeno qualche dato e alcune immagini dal campo legati a questa importante iniziativa. E nomi. Nomi di persone reali, che vivono oggi, che fanno oggi. Perché questo è reale grazie a tutti loro. E’ la cooperazione come la intendiamo noi.

Ogni giorno sono stati eseguiti 2 interventi e ad oggi sono 8 i bambini che sono stati operati. Sono Abdallah (1 mese di età), Sara (2 mesi), Abdul e Firas (2 anni), Eid e Saqer (4 anni), Mahmoud (7 anni) e Mahdi (8 anni). Molti di essi rappresentano casi complessi, ma fortunatamente tutti gli interventi hanno avuto esito positivo. Questi bambini stanno finalmente superando una prova importantissima nella loro vita.

I chirurghi locali si chiamano Saher e Ibrahim. A turno lavorano come assistenti ai chirurghi italiani Stefano, Enrico e Federica, così come i cardiologi Raheem e Mohammed che affiancano Vittoria. Quest’ultimo si è laureato e specializzato in cardiologia interventistica a Milano e adesso, con orgoglio e tante difficoltà legate al contesto, lavora a Gaza.

Il tecnico di circolazione extracorporea è Shady. La scorsa estate ha partecipato ad un training presso l’Ospedale del Cuore di Massa e sta affiancando il collega pressoché coetaneo Danilo dello stesso Ospedale. Danilo è anche suo amico, con lui ha passato giorni durissimi in Italia quando improvvisamente il suo paese veniva bombardato e non poteva fare ritorno perché tutte le frontiere erano chiuse.

Il tecnico di anestesia che aiuta nel lavoro in sala operatoria si chiama Sami. A sostenere il suo lavoro c’è Pier Antonio, un altro medico ormai “di casa” a Gaza.

Gli infermieri strumentisti di sala operatoria sono tutti locali (Shady, Ahmed e Ali), così come quelli della terapia intensiva (11 persone) che coprono o il turno diurno dalle 8.00 alle 14.00 o quello pomeriggio-notte dalle 14.00 alle 8.00 della mattina dopo.

C’è infine una giovane donna, la pediatra Shayma, che segue tutti i lavori con estrema serietà e dedizione.

Siamo orgogliosi di questa equipe italo-palestinese che con ogni sforzo cerchiamo di far incontrare sempre più spesso per rafforzare insieme il Sistema Sanitario Palestinese.

Per concludere ringraziamo infinitamente Federica, costretta tra la sala operatoria e i reportage per la nostra comunicazione. Sei una grande, Fede!

PCRF-Italia

http://www.pcrf.net

 

 

 

 

 

 

 thanks to: forumpalestina

Israele arresta in media due bambini al giorno

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Gerusalemme. Mercoledì, nel sobborgo gerosolimitano di Silwan, forze speciali israeliane hanno sequestrato un bambino di 8 anni.In un comunicato stampa, Majdi Abbasi del centro di informazione Wadi Hilweh ha dichiarato che Obeida Ayesh, di 8 anni, è stato arrestato nell’area di Ein al-Lawza. Alla madre del bambino è stato concesso di accompagnarlo.Non c’erano scontri in corso nella zona, ha aggiunto Abbasi.

Secondo un rapporto del 2013 del Fondo Onu per l’Infanzia, Israele è l’unico paese al mondo dove i bambini vengono sistematicamente arrestati e processati. Tale pratica è condannata in quanto “crudele, disumana e degradante”.

Israele arresta in media due bambini al giorno, secondo i dati diffusi dll’Unicef.

thanks to: Infopal

Le forze israeliane arrestano i parenti di un ragazzino sospettato di aver pugnalato due israeliani

Gerusalemme – Ma’an. Mercoledì le forze israeliane hanno arrestato il padre e i due fratelli del 16enne palestinese sospettato di aver pugnalato due israeliani nei pressi di Maale Adumim.

Hani Halabiya, portavoce di un comitato locale, ha dichiarato che le forze israeliane hanno arrestato Samir Abu Sneineh e i suoi figli Murad e Tariq dopo aver fatto irruzione nella loro casa a al-Eizariya.

Gli arresti hanno provocato degli scontri nel quartiere. Le forze israeliane hanno lanciato gas lacrimogeni e proiettili d’acciaio rivestiti di gomma, ferendo quattro palestinesi alla testa e un altro al piede.

In precedenza, il 16enne Ibrahim Salim Abu Sneineh aveva accoltellato e ferito lievemente due israeliani in un negozio di Rami Levy nella zona industriale di Mishor Adumim, nell’insediamento di Maale Adumim. Una guardia di sicurezza israeliana fuori servizio aveva sparato ad Abu Sneineh, ferendolo.

Il portavoce della polizia israeliana Micky Rosenfeld aveva scritto su Twitter che il sospettato era in “gravi condizioni”.

thanks to: Infopal

Israeli forces ‘detain 10-year-old Palestinian boy’ in Silwan

JERUSALEM (Ma’an) — Israeli forces detained a 10-year-old Palestinian boy in the Silwan neighborhood on Monday evening, a local information center said.

Majdi Abbasi of the Wadi Hilweh information center told Ma’an that Israeli forces in the Ein al-Luza area of the neighborhood detained 10-year-old Rashid Abu Sarah, took off his shirt, blindfolded him, and took him away in a military jeep.

Israeli forces also fired stun grenades in the neighborhood, Abbasi said.

He did not have further information about the boy’s arrest.

An Israeli police spokesman told Ma’an he was not familiar with the incident.

Over the past decade, Israeli forces have arrested, interrogated and prosecuted around 7,000 children between 12 and 17, mostly boys, according to a 2013 report by the UN Children’s Fund.

The rate of child arrests is equivalent to “an average of two children each day,” the UNICEF report says.

thanks to: Maan News Agency

Reports of Israeli Sexual Abuse Committed against Detained Palestinian Children

JERUSALEM, November 20, 2014 (WAFA) – At least 600 Palestinian children were arrested in Jerusalem since last June, of whom nearly 40% were exposed to sexual abuse during arrest or investigation by the Israeli authorities, Thursday revealed a report by the Palestinian Prisoner’s Club (PPC).

 

The PCC said the daily arrest campaigns constitute a collective punishment against the Palestinian residents of Jerusalem.

 

Mufeed al-Haj, an attorney with the PCC, said that other violations were reported during the apprehension of children, including, but without limitation, night and predawn raids on family homes, physical abuse, and sexual abuse.

 

Al-Haj added that under applicable laws, minors undergoing investigation should be accompanied by their parents, yet the Israeli authorities paid no respect to these laws in many cases.

Forces often ignore laws and arrest Palestinians without having arrest warrants.

 

Since last June, Israel arrested hundreds of Palestinians in Jerusalem and the West Bank, most during predawn and night raids on their family houses.

M.N./T.R.

thanks to: Wafa

Israeli Police Tortures Palestinian Minor during Interrogation

JERUSALEM, November 19, 2014 – (WAFA) – Israeli police tortured and injured a Jerusalemite Palestinian minor while being interrogated in an Israeli interrogation center in Salah Ed-Din Street in occupied East Jerualem, said WAFA correspondent.

 

 

Israeli police pushed Khader al-‘Ajlouni, 16, down a flight of stairs at the interrogation center, incapacitating him and inflicting serious injuries across his arm, foot, neck and back.

 

 

Al-‘Ajlouni was transferred to a hospital for medical treatment.

 

K.F./T.R.

thanks to: Wafa

“Il Calvario oggi si trova a Gaza”

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“Parlare della sofferenza di Gaza non è semplice: oggi il Calvario non è a Gerusalemme, è in una piazza insanguinata nella Striscia di Gaza”. Usa toni forti monsignor Luigi Ginami, della Segreteria di Stato vaticana, riferendo all’AdnKronos la sua esperienza recente di una visita in quel lembo tormentato del Medio Oriente e della Terra Santa.

Confessa l’esponente vaticano, che ha fondato la onlus ‘Amici di Santina’ per il sostegno concreto all’infanzia, a Gaza come in Kenya o nelle favelas dell’America Latina: “Ho fatto fatica a prendere in mano la penna, per fissare quanto avevo visto e ho fatto passare quindici giorni di silenzio e di meditazione, perché – spiega – davanti a quanto abbiamo visto occorre rispetto, occorre riflessione e soprattutto occorre tanta preghiera per regalare significato a quanto abbiamo potuto vivere e condividere”.

A fine ottobre, monsignor Ginami con un piccolo gruppo di fidati collaboratori ha ‘vissuto’ più che semplicemente visitato Gaza e i suoi dintorni; è andato all’ospedale di Shifa, ha incontrato le vittime sopravvissute al massacro di Safa, ha persino avuto un contatto diretto con una famiglia del braccio armato di Hamas, per osservare la realtà da ogni possibile prospettiva.

“Ma è difficile ricostruire globalmente la vita nella Striscia di Gaza: essa è fatta di un mosaico di storie dell’orrore che non si riescono a capire, se non vivendo in questa realtà che a tutti gli effetti possiamo paragonare a un inferno”, afferma monsignor Ginami.

Torna ai toni forti, l’esponente della Segreteria di Stato vaticana: “Davanti a corpi carbonizzati, al fetore della decomposizione dei cadaveri, alle orrende mutilazioni avviene un fatto fisiologico: si vomita. Io, raccontando questa realtà, vorrei far ‘vomitare’ coloro che ascoltano con cuore appassionato e pulsante, avvicinandosi a questo nuovo Monte Calvario chiamato Striscia di Gaza”.

Un posto, non fatica ad ammetterlo monsignor Ginami, dove “una domanda compulsiva entra nella mente e nel cuore: perché Dio permetti questo? Ma dove sei finito? Dove sei, Signore? Tutte queste storie interrogano anche il mio vissuto di uomo religioso. Soltanto in una prolungata preghiera e confrontando queste vicende con la storia di Gesù in croce sono riuscito a vedere in fondo a questo buio tunnel di dolore un’alba lieve di luce. Solo il Crocifisso spiega quei dolori e quelle ferite, che sono le ferite di un’umanità lacerata e crocifissa dall’odio insaziabile”.

Una storia può forse valere per tutte, anche se ciascuna racconta uno spicchio diverso di verità. E’ quella di Muhammad Al Silky, abitante palestinese di Safa, piccolo rione del quartiere di Al Shujaiya nella zona orientale di Gaza City. Ha 30 anni, ha perso la gamba destra, non muove più un braccio, ha avuto l’addome dilaniato da un’esplosione di cui porta la cicatrice che ‘disegna’ una specie di enorme ragno rosso.

Ma, soprattutto, ha perso in un attimo lungo un’eternità tutti e cinque i suoi figli di 3, 5, 7, 8 e 9 anni che un istante prima del bombardamento aereo giocavano sul terrazzo che faceva da tetto alla sua casa; ha perso il padre, il fratello con i suoi tre figli ovvero i tre nipotini: 10 morti, tutti ritratti in una foto appesa alla parete. Ai figli, aveva proprio lui raccomandato di giocare sul terrazzo per non scendere in piazza, nelle quattro ore di tregua concesse dall’aviazione israeliana, perché poteva essere comunque pericoloso. Poi, le bombe dall’alto, all’improvviso.

“Quando siamo entrati in quel che resta della sua abitazione – riferisce monsignor Ginami – Muhammad non ha voluto nulla, nessuna ‘elemosina’, ma soltanto parlarci, raccontarci la sua vicenda ripercorrendola quasi minuto per minuti fino agli ultimi tragici eventi, rivendicando il diritto di raccontare l’orrore, il terrore, la nausea di una sofferenza che spacca il cuore e il cervello prima ancora che frantumare le ossa e lacerare la carne: raccontare, in una parola, il suo inferno”.

thanks to: adnkronos

30 ragazzi nel carcere di Ofer soffrono di problemi di salute

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Hebron-Quds Press. Il Club dei prigionieri ha dichiarato che 30 su 84 adolescenti prigionieri nel carcere di Ofer soffrono di problemi di salute e necessitano di cure, specificando che la loro età va dai 14 ai 17 anni.

In un comunicato diramato giovedì 11 novembre, Il Club ha ricordato che tra questi prigionieri vi sono Amir Awad, aggredito dai cani poliziotti, scagliatigli contro dall’esercito dell’occupazione mentre veniva arrestato; Muhammad Musallama, che soffre di problemi al fegato; Adham Erekat e Muhammad Asnam, colpiti alla testa; Hussam Al-Jabari, che ha subito un’amputazione di un dito del piede.

È da notare che il numero dei minorenni detenuti nelle prigioni dell’occupazione è di 300, suddivisi in tre prigioni: Megiddo, Ofer e Hasharon.

Traduzione di Patrizia Stellato

thanks to: Infopal

Israeli forces shoot 10-year-old Palestinian in the head in Shufat

RAMALLAH (Ma’an) — A Palestinian child was severely injured after Israeli forces opened fire on a car she was traveling in with family near the Shufat refugee camp checkpoint on Friday.

The shooting comes on a day of clashes with Israeli forces across the West Bank and follows the blinding of an 11-year-old Palestinian boy the day before in clashes in the nearby East Jerusalem village of al-Issawiya.

Mayar Amran Twafic al-Natsheh, 10, was riding in her grandfather’s car with her mother, grandfather, and her sibling when a rubber-coated steel bullet smashed through the car’s window and hit her in the face.

She was taken Hadassah hospital near al-Issawiya and medical sources said she suffered a fractured skull as a result of the attack.

Mayar’s father is currently being detained by Israeli forces.

An Israeli police spokesman said he did not have any information about the incident.

The incident occurred at the Shufat refugee camp checkpoint, which is the only link between the East Jerusalem neighborhood and Jerusalem proper due to the Israeli separation’s walls path around the area, which divides it from nearby Jewish settlements as well as other Palestinian neighborhoods.

The shooting comes only a day after US Secretary of State John Kerry met with Palestinian and Israeli leaders in Jordan to ease tensions in Jerusalem, which has become the site of daily protests across the city’s Palestinian neighborhoods that Israeli forces have repressed with dozens of casualties.

The incidents have come amid rising anger and tensions in Jerusalem over an Israeli offensive on Gaza that left nearly 2,200 dead over summer as well as an arrest campaign in the city itself that left hundreds of Hamas-related individuals as well as many protesters in prison.

Although Palestinians in East Jerusalem live within territory Israel has unilaterally annexed, they lack citizenship rights and are instead classified only as “residents” whose permits can be revoked if they move away from the city for more than a few years.

Jerusalem Palestinians face discrimination in all aspects of life including housing, employment, and services, and are unable to access services in the West Bank due to the construction of Israel’s separation wall.

Palestinian officials have repeatedly placed the blame for the violence on Israeli leaders, who have occupied East Jerusalem since 1967.

“Mr. Netanyahu and his extremist government coalition continue to refuse the minimum requirements for peace, including acceptance of the two-state solution. Instead of pursuing peace, his government systematically violates international law in order to consolidate its Apartheid regime in Palestine,” top PLO official Saeb Erekat said in a statement in late October, in response to Israeli accusations that Palestinian officials were to blame for “inciting” violence.

“We regret all loss of life. At the same time we reiterate that the Israeli occupation of Palestine remains the main source of violence and instability in the region. Palestinian citizens continue to be oppressed, imprisoned, injured and killed by the occupation forces, with impunity and the full backing of the Israeli government,” he added.

Since occupying Jerusalem in 1967, Israeli authorities have pursued a deliberate policy of Judaization, which limits the distribution of building permits to Palestinian residents while constructing large numbers of housing units for Jewish Israelis.

The policy has also entailed the erection of checkpoints and other barriers to movement intended to separate Jerusalem from the West Bank and integrate it into Israel proper.

thanks to: Maan News Agency

Malala: i soldi del Nobel alle scuole di Gaza

“Senza istruzione non ci sarà mai pace”. Con queste parole la giovane pachistana ha donato 50mila dollari per la ricostruzione delle strutture scolastiche nella Striscia. Sono 24 gli istituti totalmente distrutti, decine quelli danneggiati e ancora inagibli. Per 500mila studenti palestinesi quest’anno studiare sarà davvero difficile

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della redazione

Roma, 30 ottobre 2014, Nena News – La premio Nobel per la Pace, Malala Yousafzai, studentessa pachistana di17 anni, ha deciso di donare tutti i soldi (50mila dollari) ricevuti in premio per la ricostruzione delle scuole nella Striscia di Gaza.

Gli edifici scolastici dell’enclave palestinese non sono stati risparmiati dai 52 giorni di bombardamenti israeliani contro Gaza, in cui sono morti circa 2.200 palestinesi, tra cui 505 bambini. Le scuole sono state prese di mira dall’aviazione e dall’artiglieria israeliane per ragioni di “sicurezza” e negli attacchi hanno perso la vita tanti sfollati che vi avevano trovato rifugio. Sono 24 le strutture scolastiche totalmente distrutte, come quella del martoriato centro abitato di Al-Shijaeyyah, raso al suolo dalle bombe.

“Sono onorata di annunciare che tutti i soldi ricevuti in premio andranno agli studenti e alle scuole di un posto in particolare difficoltà: Gaza”, ha detto Malala parlando a Stoccolma alle cerimonia per il ritiro del premio che condivide con Kailash Satyarthi, attivista indiano impegnato a liberare i bambini dalla schiavitù. “I bisogni sono enormi. Oltre metà della popolazione di Gaza ha meno di 18 anni. (Questi giovani) hanno il diritto di ricevere un’istruzione di qualità, la speranza e reali opportunità per costruire il loro futuro. Questi soldi serviranno a ricostruire 65 scuole danneggiate nel recente conflitto”. “Senza istruzione non ci sarà mai la pace”, ha concluso.

La giovane Malala è stata insignita del Premio Nobel per il suo impegno a favore del diritto all’istruzione delle donne e per questo nel 2012 fu vittima di un attentato che l’ha fatta conoscere in tutto il mondo. La sua donazione servirà alla riabilitazione delle scuole Unrwa. Secondo l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, 138 studenti che frequentavano i suoi istituti sono rimasti uccisi durante l’offensiva israeliana, mentre 814 sono stati feriti e 560 hanno perso uno o entrambi i genitori. Inoltre, sarà necessaria un’assistenza specifica per tutti i bambini che hanno subito danni gravi e adesso soffrono di disabilità permanenti.

Secondo i dati riportati dal sito Middle East Eye, ci sono circa 500mila studenti a Gaza e di questi circa 24.000 frequentano le 91 scuole gestite dall’Onu, mentre gli altri vanno in quelle pubbliche gestite dal governo, che sono 187. Sono stati danneggiati anche diversi istituti privati: 49 scuole, 5 college e l’Università Islamica di Gaza, oltre a 75 asili e centri diurni.

A Gaza la scuola è ricominciata a metà settembre. Le lezioni danno una parvenza di normalità ai bambini della Striscia, ma negli edifici ci sono ancora sfollati e la carenza di strutture agibili costringe gli istituti ai doppi turni e a formare classi sovraffollate. Inoltre, per la maggioranza degli studenti universitari tornare a studiare sarà un’impresa difficile anche dal punto di vista economico. In tanti hanno perso la casa, oltre ad amici e parenti, nei bombardamenti. Le bombe hanno distrutto anche il diritto allo studio.

thanks to: Nena News

Bambino di 13 anni ucciso dalle forze di occupazione israeliane. Come mai gli #ebrei odiano così tanto i bambini?

Proseguono le violazioni israeliane: ieri un 13enne è stato ucciso dal fuoco israeliano. La leadership palestinese annuncia: in Consiglio di Sicurezza entro ottobre per chiedere la fine dell’occupazione israeliana. L’ipocrisia Usa: Kerry chiede ad Abbas di posporre la risoluzione in attesa di nuovi negoziati.

di Chiara Cruciati

Gerusalemme, 17 ottobre 2014, Nena News – Alle violazioni israeliane la leadership palestinese risponde con la via diplomatica. Passando per le Nazioni Unite. Una via tentata già nel 2012 quando il presidente Abbas ottenne lo status di Stato non membro dell’Onu, ma poi interrotta dai timori palestinesi di rompere il fragile negoziato con Israele: nonostante i reiterati annunci l’Anp non ha ancora aderito alla Corte Penale Internazionale – di fronte alla quale trascinare Israele per crimini di guerra.

Eppure i crimini non mancano. Ieri un adolescente palestinese ha perso la vita a Beit Laqiya, a nord ovest di Ramallah, ucciso dalle forze militari israeliane. Si chiamava Bahaa Samir Badir e aveva 13 anni. È stato centrato al petto da distanza ravvicinata da una pallottola israeliana durante un raid dell’esercito nel suo villaggio. È morto in ospedale, a Ramallah, per emorragia.

Subito dopo la notizia, nel villaggio sono scoppiati scontri. Una portavoce dell’esercito israeliano ha detto che le forze militari “si sono trovate di fronte una sommossa illegale a Beit Laqiya mentre uscivano dal villaggio, i manifestanti hanno lanciato molotov ai soldati”. Una spiegazione che non giustifica in alcun modo l’uso del fuoco, a distanza ravvicinata e ad altezza d’uomo, contro un 13enne.

Sale ancora il numero di morti in Cisgiordania dall’inizio dell’anno: 42, un bilancio durissimo, che si aggiunge ai 2.150 morti dell’offensiva israeliana contro Gaza di quest’estate. E nella Striscia? Anche lì le violazioni dell’accordo di cessate il fuoco non mancano: ieri sera la marina israeliana ha aperto il fuoco contro una barca di pescatori gazawi, nei pressi di Deir al-Balah. Il proprietario, Jamal Abu Watfa, è caduto in mare ed è stato salvato dall’annegamento.

Dal 26 agosto, giorno della tregua tra resistenza palestinese e Stato di Israele, la marina israeliana ha colpito più volte le barche dei pescatori affermando che avevano superato il limite di pesca previsto, che secondo l’accordo è di sei miglia nautiche dalla costa. In realtà, gli Accordi di Oslo del 1993 prevedono un limite di 20 miglia nautiche, ma Tel Aviv negli anni lo ha ridefinito unilateralmente, facendo collassare il settore della pesca, uno dei principali introiti – prima dell’assedio – per la popolazione della Striscia. Oggi il 90% dei 4mila pescatori che sono rimasti a svolgere la loro attività è povero, secondo i dati della Croce Rossa, con un aumento del tasso di povertà del 40% dal 2008.

Alle violazioni israeliane la leadership palestinese tenta di rispondere passando per il Palazzo di Vetro: l’Olp ha fatto sapere che presenterà al Consiglio di Sicurezza una bozza di risoluzione per chiedere la fine dell’occupazione israeliana entro la fine di questo mese. Le pressioni non mancano: gli Stati Uniti minacciano ufficiosamente di tagliare i fondi all’Anp (700 milioni di dollari l’anno). Ma l’Olp pare voler resistere, almeno stavolta: ieri il segretario generale Yasser Abdel Rabbo ha detto che la decisione è stata presa mercoledì e non sarà messa in discussione. “Il consiglio politico dell’Olp ha deciso nel corso del meeting della notte scorsa di andare in Consiglio di Sicurezza per consegnare una risoluzione per porre fine all’occupazione israeliana dei Territori occupati entro la fine di ottobre. Il voto si terrà due settimane almeno dalla presentazione della richiesta”.

Nella risoluzione si chiede “il ritiro totale di Israele, il potere occupante, da tutti i territori palestinesi occupati nel 1967, inclusa Gerusalemme Est, il più rapidamente possibile e da concludersi non oltre il novembre 2016”. Di certo in Consiglio di Sicurezza non mancherà l’opposizione statunitense che insiste sui negoziati come unica via alla soluzione del conflitto. Una visione cieca e ipocrita: il processo di pace ha permesso a Israele, negli ultimi vent’anni, di ottenere piena impunità per l’espansione coloniale e l’occupazione delle terre palestinesi.

Eppure ieri il segretario di Stato Usa Kerry (che ha chiesto ufficiosamente ad Abbas di non presentarsi all’Onu ma di dare prima una chance al processo di pace) è tornato a parlare di negoziati, interrottisi la scorsa primavera senza alcun risultato, né concreto né teorico: “Dobbiamo trovare una via per creare due stati che possano vivere fianco a fianco, due popoli con aspirazioni da rispettare. Credo ancora che sia possibile”. Di critiche a Israele non se ne parla: né per i continui annunci di nuove colonie, né per gli omicidi di giovani palestinesi, né tantomeno per il massacro compiuto a Gaza.

Si muove qualcosa in Europa, dove su pressione delle società civili alcuni Stati sfidano Tel Aviv. Dopo il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte della Svezia e il voto favorevole del parlamento britannico alla mozione laburista che chiede al governo Cameron di fare lo stesso, oggi è il parlamento spagnolo ad annunciare un voto sulla stessa materia: il riconoscimento dello Stato palestinese.

thanks to: Nena News

Come mai gli ebrei odiano così tanto i bambini?

Gli Ebrei, i bambini e l’antisemitismo

La guerra d’Israele contro i bambini palestinesi: 21 sequestrati in due settimane

 

Cisgiordania – Pic e Quds Press. In un rapporto divulgato mercoledì dal ministro dell’Informazione palestinese viene reso noto che 21 minorenni sono stati sequestrati dalle forze di occupazione israeliane nella prima metà del mese di ottobre.

La Società per i Prigionieri palestinesi, da parte sua, ha denunciato l’attuale stato di detenzione di603827_149953528515735_1709227122_n 250 minorenni palestinesi. A91E0858B2Thousands of Palestinians, including children, suffer in Israeli jailschild-prisoner
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Australian film ‘Stone Cold Justice’ on Israel’s torture of Palestinian children

Stone Cold JusticeA film which has been produced by a group of Australian journalists has sparked an international outcry against Israel after it explicitly detailed Tel Aviv’s use of torture against Palestinian children.
The film, titled ‘Stone Cold Justice’ documents how Palestinian children, who have been arrested and detained by Israeli forces, are subjected to physical abuse, torture and forced into false confessions and pushed into gathering intelligence on Palestinian activists. Australia’s foreign minister Julie Bishop has spoken out against Israeli’s use of torture stating that “I am deeply concerned by allegations of the mistreatment of Palestinian children,” Israel’s Foreign Ministry spokesman Yigal Palmor has described the human rights abuses documented in the film as “intolerable”. But rights groups have slammed this statement, saying that the Israelis are doing nothing to change Tel Aviv’s policy to torture Palestinian children. Last year a report by the United Nations International Emergency Children’s Fund or UNICEF concluded that Palestinian children are often targeted in night arrests and raids of their homes, threatened with death and subjected to physical violence, solitary confinement and sexual assault. The film Stone Cold Justice has sparked an international outcry about Israel’s treatment of children in Israeli jails. However, rights groups have criticized Tel Aviv for not doing anything to create a policy that protects Palestinian children against arbitrary arrest and torture.

http://www.abc.net.au/4corners/stories/2014/02/10/3939266.htm

Due bambini di Hebron ricoverati in ospedale dopo un attacco dei coloni

16/9/2014

Hebron-Imemc. Due bambini palestinesi sono stati portati, sabato sera, all’ospedale governativo di Hebron, nel sud della Cisgiordania, dopo che dei coloni estremisti israeliani hanno spruzzato sul loro viso spray al peperoncino. 

Raed Abu Rmeila, un attivista locale per i diritti umani, ha detto di aver portato i due bambini all’ospedale, dopo che i coloni li avevano attaccati nel quartiere di Bani Dar, nella Città Vecchia di Hebron.

I due bambini sono Mohammad Makram Nawaj’a, di 10 anni, e ’Odai Nasser Edrees, di 12.

Ha aggiunto che i coloni hanno iniziato a organizzare tour provocatori ogni sabato sera in diverse zone della Città Vecchia di Hebron, sotto una pesante presenza militare israeliana, e spesso attaccano i Palestinesi.

Circa 800 coloni israeliani vivono nella città di Hebron, e circa 250 mila Palestinesi.

Traduzione di Edy Meroli

 

thanks to: Infopal

Lacrime, devastazione: ecco il rientro a scuola dei bambini di Gaza

17/9/2014

10365850_10153178708080760_139713264181760818_nGaza-AFP. Mentre centinaia di migliaia di bambini palestinesi ritornavano a scuola domenica scorsa, Azhar recitava una poesia per ricordare suo padre, ucciso dai bombardamenti israeliani durante il recente conflitto contro la Striscia di Gaza.

“Papà, cosa posso dirti, se ti dico che ti amo non è abbastanza”, la bambina di nove anni, che sta per cominciare il quarto anno, ha letto la poesia davanti alla classe affollata di compagni in lacrime.

“Oggi è il primo giorno di scuola, quindi anche se il mio papà è morto martire in guerra – sono felice”, ha dichiarato all’AFP con un sorriso.

Azhar, i suoi compagni e un altro mezzo milione di bambini di Gaza sono tornati a scuola con tre settimane di ritardo a causa del conflitto durato 50 giorni che ha devastato l’enclave, lasciando più di 2.140 Palestinesi uccisi.

Quest’anno il ritorno in classe, hanno affermato insegnanti e presidi, si concentrerà prima di tutto nel trattare il dramma emotivo che molti bambini stanno ancora soffrendo.

“Abbiamo ascoltato le loro esperienze durante le vacanze (estive): alcune storie ci hanno fatto ridere, altre ci hanno fatto piangere. Noi li incoraggiamo a parlarne il più possibile”, ha affermato l’insegnante di Azhar, Rima Abu Khatla.

Tamer Jundiyeh, il padre di Azhar, è stato ucciso durante un bombardamento aereo nel quartiere di Shujaiyeh, lasciando orfani lei ed altri cinque fratelli più giovani.

“Ho paura che la guerra ricominci di nuovo”, ha detto all’AFP, mentre le tornavano alla mente i missili lanciati dagli aerei israeliani che hanno colpito la sua casa ed ucciso suo padre.

La compagna di classe di Azhar, Isra, è traumatizzata mentre parla del raid israeliano che ha ucciso suo nonno e sua zia.

“I martiri ed i feriti stavano morendo davanti a noi, eravamo molto impauriti”, ha affermato la bambina di nove anni all’AFP, “mio nonno e mia zia Layla sono stati uccisi, li ho visti nella nostra casa”.

Un’altra compagna, Doa, ha perso l’uniforme scolastica dopo che la sua casa è stata distrutta e si è presentata in classe con vestiti normali.

“Abbiamo abbandonato la nostra casa quando è stata bombardata e quando siamo tornati era stata distrutta”, da dichiarato all’AFP.

24 scuole distrutte

L’agenzia delle Nazioni Unite per gli aiuti ai rifugiati Palestinesi (UNRWA), che possiede 245 scuole a Gaza, ha fornito formazione specializzata agli insegnanti, stimando che circa 373.000 bambini di Gaza avranno “bisogno di supporto psico-sociale diretto e specializzato” durante questo anno scolastico.

L’ultimo conflitto contro Israele, iniziato l’8 luglio, è stato il peggiore da quando, nel 2005, Israele si è ritirato dai territori occupati, e ha causato la morte di più di 500 bambini, secondo i dati delle Nazioni Unite.

Migliaia di strutture, incluse le scuole, sono state rase al suolo dai bombardamenti.

Samia al-Zaalane, il preside della scuola di Shujaiyeh frequentata da Azhar, ha detto che molti studenti hanno dovuto essere trasferiti nella sua scuola, dove nove delle 18 classi sono state completamente distrutte.

“Abbiamo dovuto unire le classi – invece di 35 scolari per classe, ora ne abbiamo 60”, ha dichiarato all’AFP.

Il ministro dell’educazione di Gaza ha affermato che 24 scuole sono state distrutte dai bombardamenti israeliani, assieme ad altre 190 parzialmente danneggiate nell’enclave impoverita, dove quasi il 45% della popolazione di 1,8 milioni di abitanti ha meno di 14 anni.

Il gruppo israeliano per i diritti, Gisha, ha affermato che prima della guerra a Gaza mancavano già 259 scuole, in parte a causa delle restrizioni imposte da Israele sulla consegna del materiale da costruzione.

Ed anche se l’anno scolastico sta iniziando, circa 65.000 Palestinesi stanno vivendo ancora nelle scuole dell’UNRWA dove si erano rifugiati per scappare ai bombardamenti che hanno distrutto 20.000 case, con soluzione abitative alternative molto lente ad arrivare.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

thanks to: Infopal

“Domani non ci sarà scuola, abbiamo ucciso tutti i bambini”

Israele nel deserto. Di Antonio Vigilante.

Non sempre coloro che prevalgono sono i vincitori effettivi di una guerra. Il governo israeliano potrà continuare a sterminare la popolazione civile palestinese, con il tacito assenso della comunità nazionale. Pagherà un prezzo molto elevato: un imbarbarimento del suo popolo del quale i cori da stadio di manifestanti che esultano perché “domani non ci sarà scuola, abbiamo ucciso tutti i bambini” sono già un indizio tangibile. Sarà quella demonizzazione biblica dell’altro che nella storia occidentale ha agito al di fuori dell’ebraismo, e di cui gli stessi ebrei sono stati vittime. Sarà la crisi religiosa che sempre precede e causa la crisi e la decadenza generale (civile, morale, politica) di un popolo. Che lo conduce nuovamente be-midbar, nel deserto. 

Con ogni probabilità, il passo più terribile della Bibbia – una raccolta di testi in cui non mancano i passi terribili: violenti, atroci, osceni – è quello del libro dei Numeri (in ebraico Be-Midbar, “Nel deserto”) in cui Mosè comanda di sterminare donne e bambini. Consideriamo il contesto. Il popolo del Signore è accampato nel deserto, in una località chiamata Sittim. Qui gli ebrei si mettono a “trescare con le figlie di Moab”, partecipando ai loro sacrifici religiosi ed adorando i loro déi. Il Signore si arrabbia ed ordina a Mosè di far impiccare tutti i capi del popolo, per placare la sua ira. E’ singolare che i cristiani, che lamentano (ed a ragione) le persecuzioni cui in diverse parti del mondo sono sottoposti coloro che si convertono al cristianesimo, ritengano sacro un libro in cui si parla di impiccare chi pratica la libertà religiosa – perché di questo si tratta.

Ma procediamo. Un certo Fineas, sommo sacerdote, scopre che un ebreo ha portato nella sua tenda una moabita, e non ci pensa due volte: prende una lancia e li uccide. Il Signore è talmente contento per il suo gesto – l’assassinio di due innocenti – che fa cessare la sua ira su Israele. Non prima, però, di aver massacrato 24.000 persone (Numeri, 25, 1-9). L’edizione che sto citando, quella curata da Bernardo Boschi per le Edizioni Paoline, spiega in nota che questo Fineas “testimonia la radicale ed esemplare fedeltà della sua classe allo Jahvismo nello spirito della Tradizione Sacerdotale”. Un gran brav’uomo, insomma.

La storia non finisce qui. Gli ebrei hanno tradito Dio, e la carneficina non è sufficiente. Occorre la vendetta. Di cosa siano colpevoli i poveri moabiti non è ben chiaro: usando lo stesso criterio, oggi, i seguaci di qualsiasi religione si potrebbero ritenere in diritto di muover guerra e massacrare chiunque faccia proselitismo presso di loro, a cominciare dai cristiani. Mosè manda contro i madianiti un esercito di dodicimila uomini, che massacrano tutti i maschi, incendiano le città, depredano tutto. Ma i capi dell’esercito risparmiano i bambini e le donne. Per umanità, immagino. Mosè tuttavia si arrabbia: “Avete lasciato in vita tutte le femmine? Furono esse, per suggerimento di Balaam, a stornare dal Signore i figli d’Israele nel fatto di Peor e ad attirare il flagello sulla comunità del Signore. Ora uccidete ogni maschio fra i bambini e ogni donna che si sia unita con un uomo. Tutte le ragazze che non si sono unite con un uomo le lascerete vivere per voi” (Numeri, 31, 15-17).

Tralasciamo quest’ultima notazione, anch’essa terribile (è facile immaginare la fine delle ragazze vergini), e chiediamoci: di cosa sono davvero colpevoli le donne? Cosa hanno fatto, per essere uccise? Hanno seguito la loro religione, esattamente come gli ebrei seguono la loro. Il massacro di queste donne, a battaglia vinta, è un semplice crimine di guerra. Ma soprattutto la domanda è: cosa hanno fatto i bambini? Cosa? Perché massacrarli? Non esiste nessuna ragione. Se il massacro delle donne è un crimine di guerra, il massacro dei bambini è un crimine di guerra al quadrato.

Mi è tornato in mente questo passo guardando un video raccapricciante,disponibile su Internet, nel sito di OummaTv, la televisione dei musulmani francesi. Il video riprende una manifestazione di ebrei, felici per gli attacchi contro i palestinesi. Cantano cori da stadio. A un certo punto intonano: “Il n’y aura pas d’école demain, on a tué tous les enfants”. Non ci sarà scuola domani, abbiamo ucciso tutti i bambini. 

E’, questa, la cosa più spaventosa che ho visto e sentito da gran tempo.Sono sicuro che non sono molti gli ebrei felici per il massacro dei bambini palestinesi, e tuttavia il fatto che una simile barbarie sia possibile, sia pure presso pochi esaltati, dà da pensare. Chi ha letto la Bibbia, sa che c’è un filo rosso che unisce questi cori alla storia sacra di un popolo che ha dovuto strappare con la violenza ad altri popoli la terra promessa dal suo Dio.

Prima che mi si accusi di antisemitismo (una accusa sempre pronta contro chiunque metta in discussione le politiche sioniste), aggiungo che il massacro palestinese mi ha fatto venire in mente un altro testo che appartiene alla tradizione dell’ebraismo. Si tratta di un libretto di Chaim Nachman Bialik, lo scrittore ucraino considerato il poeta nazionale di Israele. Nel 1903 avviene un terribile pogrom a Kishinev, attuale capitale della Moldavia. In due giorni vengono uccisi quarantanove ebrei, mentre cinquecento sono i feriti. Di fronte ad una tale devastazione si resta senza parole. Ma Bialik è un poeta, un grande poeta. E le parole le trova. Nella città del massacro, il poemetto scritto per raccontare, per piangere, per denunciare il pogrom, è poesia pura, vibrante, che tocca le corde più intime e commuove profondamente. Comincia con queste parole, Bialik: “Un cuore di ferro e acciaio, freddo, duro e muto, / batte in te, vieni uomo! / entra nella città del massacro, devi vedere con i tuoi occhi, / toccare con le tue mani…” (trad. R. A. Cimmino). E nel resto del poemetto il lettore in effetti vede con i suoi occhi e tocca con le sue mani l’orrore.

I versi più intensi dell’opera sono quelli nei quali Bialik descrive la Shekinah, “nera, stanca, disperata”, che piange in silenzio. Quella di Shekinah è una delle concezioni più affascinanti della teologia e della mistica ebraica. Il termine deriva dal verbo shakan, abitare: indica dunque la presenza, la dimora di Dio sulla terra. Una manifestazione di Dio che ha i caratteri del mistero e della gloria, nella tradizione. Ma con Bialik avviene un cambiamento importante. La Shekinah, la gloriosa manifestazione di Dio, ora si limita a stare accanto alle vittime. Subisce la loro stessa sofferenza, accetta su di sé il dolore degli afflitti.

Il pensiero va anche a quella pagina memorabile de La Notte in cui Elie Wiesel racconta di un bambino impiccato ad Auschwitz. “Dov’è Dio?”, chiede qualcuno. E Wiesel scrive: “E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: – Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca”.

C’è una straordinaria rivoluzione teologica in queste parole. Dio non è più nei cieli, non si manifesta più nella distanza e nella potenza, ma sta accanto a chi soffre. Chi soffre in questo caso è il popolo eletto, ma il passo verso un Dio che sta con chiunque soffra è breve. E’ una intuizione – questa di un Dio dei poveri, dei deboli, degli afflitti – che si affaccia in diverse tradizioni religiose: dal cristianesimo (e non a caso alcuni cabalisti troveranno affinità tra la Shekinah e il Cristo) allo hinduismo, con l’idea del Daridranarayana, “Dio nei poveri”, che si trova in Vivekananda in Gandhi. La considero la più alta concezione religiosa dopo quella del Dio-non Dio di Meister Eckhart.

Le parole di Bialik si potrebbero leggere, in questi giorni, come un canto che dice la tragedia delle migliaia di palestinesi massacrati dall’esercito israeliano. Un ebreo ha trovato le parole per dire l’indicibile, ed ora quelle parole non gli appartengono più, come non appartengono più al solo popolo ebraico. Rappresentano il contributo del popolo ebraico alla comune umanità: dire la tragedia, raccontare l’orrore, pensare un Dio che sta con la vittima. La concezione della Shekinah, liberata da ogni nazionalismo, può mettere gli ebrei in condizione di avvertire l’umanità offesa dalle bombe, di percepire il Divino negli occhi delle vittime. Di superare quella etnolatria, quella esaltazione violenta dell’identità nazionale che esige lo sterminio del nemico, che si esprime in quel passo del libro dei Numeri. 

In una guerra non sempre colui che ha vinto è il vincitore effettivo. Le conseguenze di una vittoria possono essere devastanti. Credo che sia questo il rischio attuale per Israele. Potrà continuare a sterminare la popolazione civile palestinese, con il tacito assenso della comunità nazionale. Ma il prezzo da pagare sarà un imbarbarimento di cui i cori di cui ho detto sono un indizio tangibile e preoccupante, insieme ad altri. A prevalere sarà il Dio degli Eserciti, violento e capriccioso, che esige lo sterminio di donne e bambini. Sarà quella demonizzazione biblica dell’altro che nella storia occidentale ha agito al di fuori dell’ebraismo, e di cui gli stessi ebrei sono stati vittime. Sarà quella crisi religiosa che sempre precede e causa la crisi e la decadenza generale (civile, morale, politica) di un popolo. Che lo conduce nuovamente be-midbar, nel deserto.

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 Fonte: Spectator Novus il blog di Antonio Vigilante . 18 Agosto.  Questo articolo è uscito come editoriale per Stato Quotidiano.

thanks to: Infopal.

1000s of Gaza children need psychological care: UN

File photo shows a Palestinian child who was injured in an Israeli attack on her home in Gaza

File photo shows a Palestinian child who was injured in an Israeli attack on her home in Gaza
Sat Aug 16, 2014 2:18 PM
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Senior UN officials say the latest Israeli offensive on the Gaza Strip has left thousands of children traumatized across the besieged Palestinian territory.

Latest figures show 400,000 Palestinian children are in immediate need of psychological help due to the “tragic impact” of the Israeli assaults.

The UN has employed hundred of psychotherapists to examine the effects of this situation on the children.

“The first time a child goes through a traumatic event like a war it is just deeply terrifying” for them, said Chris Gunness, the spokesman of the UN  Relief and Works Agency for Palestine Refugees (UNRWA), which has 200 psychotherapists working in up to 90 clinics in Gaza.

Medics say some children peppered with burns and shrapnel wounds sustained in Isra