Un generale israeliano conferma che i cecchini hanno l’ordine di sparare ai bambini

Un generale israeliano ha confermato che quando i cecchini stazionati lungo il confine di Israele con Gaza sparano ai bambini, lo fanno deliberatamente, con ordini chiari e specifici.

In un’intervista radiofonica, il generale di brigata (di riserva) Zvika Fogel descrive come un cecchino identifichi il “piccolo corpo” di un bambino e riceva l’autorizzazione a sparare.

Le dichiarazioni di Fogel potrebbero essere utilizzate come prova della premeditazione se i leader israeliani saranno mai processati per crimini di guerra alla Corte Penale Internazionale.

Venerdì un cecchino israeliano ha ucciso il quattordicenne Muhammad Ibrahim Ayyoub.

Il ragazzo, colpito alla testa a est di Jabaliya, è il quarto minore tra gli oltre 30 palestinesi uccisi durante le manifestazioni della Grande Marcia di Ritorno iniziate a Gaza il 30 marzo.

Più di 1.600 altri palestinesi sono stati colpiti con veri proiettili che hanno causato ciò che i dottori definiscono “orribili ferite”, che probabilmente lasceranno molti di loro con disabilità permanenti.

Come hanno confermato testimoni oculari e video, quando è stato ucciso il piccolo Muhammad Ayyoub non rappresentava alcun possibile pericolo per le forze di occupazione israeliane. pesantemente armate, collocate a decine di metri dietro le recinzioni e le fortificazioni di terra dall’altra parte del confine di Gaza.

Persino il solitamente timido inviato ONU del processo di pace, Nickolay Mladenov, ha dichiarato pubblicamente che l’uccisione è stata “vergognosa”.

Mirare ai bambini

Sabato, il generale di brigata Fogel è stato intervistato da Ron Nesiel sulla rete radio nazionale israeliana Kan.

Fogel è l’ex capo di stato maggiore del “comando meridionale” dell’esercito israeliano, che comprende la Striscia di Gaza occupata.

Ahmad Tibi, un parlamentare palestinese nel parlamento israeliano, ha in un tweet attirato l’attenzione sull’intervista.

Una registrazione dell’intervista è online. L’intervista è stata tradotta per The Electronic Intifada da Dena Shunra e la trascrizione completa segue questo articolo.

Il conduttore Ron Nesiel chiede a Fogel se l’esercito israeliano non debba “ripensare all’uso dei cecchini” e suggerisce che chi impartisce gli ordini “abbia abbassato l’asticella nell’utilizzo delle pallottole vere”.

Fogel difende a spada tratta tali metodi, affermando: “A livello tattico, qualsiasi persona si avvicini alla barriera, chiunque possa rappresentare una futura minaccia al confine dello Stato di Israele e dei suoi residenti, deve pagare il prezzo della sua trasgressione. ”

E aggiunge: “Se un bambino o chiunque altro si avvicina alla recinzione per nascondervi un ordigno esplosivo o per controllare se ci siano zone senza copertura o per tagliare la recinzione in modo che qualcuno possa infiltrarsi nel territorio dello Stato di Israele per ucciderci …”

“Quindi viene punito con la morte?” interviene Nesiel.

“Viene punito con la morte”, risponde il generale. “Per quanto mi riguarda, sì, se puoi sparargli alle gambe o a un braccio solo per fermarlo – benissimo. Ma se è qualcosa di più allora sì, andiamo a vedere quale sangue è più importante, il nostro o il loro. “

Fogel descrive quindi l’accurato processo con cui gli obiettivi – compresi i bambini – vengono identificati e uccisi:

“So come vengono dati questi ordini. So come fa un cecchino a sparare. So di quante autorizzazioni ha bisogno prima di ricevere l’ordine di aprire il fuoco. Non è il capriccio di un cecchino qualsiasi che identifica il piccolo corpo di un bambino e decide che sparerà. Qualcuno gli indica molto bene l’obiettivo e gli dice esattamente perché deve sparare e perché quell’individuo rappresenti una minaccia. E purtroppo, a volte quando spari a un corpicino con l’intenzione di colpire un braccio o la spalla, finisci col colpire più in alto. “

Per dire “finisce più in alto”, Fogel usa un’espressione idiomatica ebraica che significa anche “costa anche di più”.

Con questa agghiacciante affermazione, in cui un generale parla di cecchini che prendono di mira il “piccolo corpo di un bambino”, Fogel dice inequivocabilmente che questa politica è deliberata e premeditata.

Presentando dei bambini palestinesi disarmati come pericolosi terroristi che meritano la morte, Fogel descrive i cecchini che li uccidono a sangue freddo come la parte innocente e vulnerabile che merita protezione.

“Ci sono i soldati lì, i nostri ragazzi, che sono stati mandati lì e ricevono istruzioni molto accurate su chi uccidere per proteggerci. Dobbiamo sostenerli”, dice.

Politica letale

Le dichiarazioni di Fogel non sono un’aberrazione ma rappresentano la politica israeliana.

“I funzionari israeliani hanno detto chiaramente che le norme sull’aprire il fuoco permettono di sparare per uccidere chiunque tenti di danneggiare la recinzione, e persino chi si avvicini a 300 metri”, ha affermato il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem in una recente analisi dell’illegale metodo israeliano di prendere di mira civili disarmati che non rappresentano alcuna minaccia.

“Ciononostante, tutti i funzionari statali e militari si sono fermamente rifiutati di cancellare quegli ordini illegali e continuano a promulgarli – e a giustificarli”, aggiunge B’Tselem.

B’Tselem ha invitato i singoli soldati a opporsi a questi ordini illegali.

In seguito all’inchiesta sulle uccisioni “pianificate” di manifestanti disarmati il 30 marzo, primo giorno delle manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno a Gaza, Human Rights Watch ha concluso che la repressione letale era stata “programmata ai più alti livelli del governo israeliano “.

Due settimane fa, il procuratore capo della Corte Penale Internazionale ha rilasciato un avvertimento senza precedenti ai leader israeliani, che potrebbero essere processati per le uccisioni di manifestanti palestinesi disarmati nella Striscia di Gaza.

I potenziali imputati starebbero facendo un gran regalo a qualsiasi pubblico ministero con l’aperta ammissione che uccidere in un territorio occupato persone disarmate che non rappresentano una minaccia oggettiva costituisca la loro politica e le loro intenzioni.

Resta da chiedersi se qualcosa possa finalmente infrangere lo scudo di impunità di cui Israele ha goduto per 70 anni.

(Ali Abunimah è co-fondatore di The Electronic Intifada e autore di The Battle for Justice in Palestina, recentemente pubblicato da Haymarket Books. Ha anche scritto One Country: A Bold-Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse)

Trascrizione integrale dell’intervista

Il Generale di Brigata (di riserva) Zvika Fogel intervistato sul programma Yoman Hashevua della radio israeliana Kan, il 21 aprile 2018.

Ron Nesiel: Buongiorno al Generale di Brigata (di riserva) Zvika Fogel. L’esercito israeliano non dovrebbe riconsiderare l’uso dei cecchini? C’è l’impressione che qualcuno abbia abbassato l’asticella per l’uso di pallottole vere e questo potrebbe essere il risultato?

Zvika Fogel: Ron, proviamo a considerare questo problema su tre livelli. A livello tattico, che piace a tutti, il livello locale, e anche a livello dei valori, e se credi, arriveremo anche al livello strategico. A livello tattico, qualsiasi persona si avvicini alla barriera, chiunque possa rappresentare una futura minaccia al confine dello Stato di Israele e dei suoi residenti, deve pagare il prezzo della sua trasgressione. Se un bambino o chiunque altro si avvicina alla recinzione per nascondervi un ordigno esplosivo o per controllare se ci siano zone senza copertura o per tagliare la recinzione in modo che qualcuno possa infiltrarsi nel territorio dello Stato di Israele per ucciderci …

Nesiel: Quindi viene punito con la morte?.

Fogel: Viene punito con la morte. Per quanto mi riguarda, sì, se puoi sparargli alle gambe o a un braccio solo per fermarlo – benissimo. Ma se è qualcosa di più allora sì, andiamo a vedere quale sangue è più importante, il nostro o il loro. È chiaro che se una persona del genere riuscisse ad attraversare la recinzione o a nascondervi un ordigno esplosivo …

Nesiel: Ma ci è stato detto che il fuoco è usato solo quando i soldati si confrontano con un pericolo immediato.

Fogel: Dai, passiamo al livello dei valori. Supponiamo di aver compreso il livello tattico, poiché non possiamo tollerare un attraversamento del nostro confine o una violazione del nostro confine, saliamo al livello dei valori. Io non sono Ahmad Tibi [politico israeliano arabo-musulmano leader del Movimento Arabo per il Cambiamento, un partito arabo nel parlamento israeliano, ndtr.] sono Zvika Fogel. So come vengono dati questi ordini. So come fa un cecchino a sparare. So di quante autorizzazioni ha bisogno prima di ricevere l’ordine di aprire il fuoco. Non è il capriccio di un cecchino qualsiasi che identifica il piccolo corpo di un bambino e decide che sparerà. Qualcuno gli indica molto bene l’obiettivo e gli dice esattamente perché deve sparare e perché quell’individuo rappresenti una minaccia. E purtroppo, a volte quando spari a un corpicino con l’intenzione di colpire un braccio o la spalla, finisci col colpire più in alto. Non è una bella immagine. Ma se questo è il prezzo che dobbiamo pagare per preservare la sicurezza e la qualità della vita dei residenti nello Stato di Israele, allora questo è il prezzo. Ma ora, se permetti, saliamo di livello e consideriamo il quadro generale. Ti è chiaro che al momento Hamas sta combattendo con consapevolezza. È chiaro a te e a me…

Nesiel: Non è dura per loro? Non gli stiamo fornendo abbastanza argomenti per questa battaglia?

Fogel: Glieli stiamo fornendo ma…

Nesiel: Perché non ci fanno molto bene, quelle immagini diffuse in tutto il mondo.

Fogel: Senti, Ron, siamo persino peggio di così. Non c’è niente da fare, David appare sempre migliore contro Golia. E in questo caso, noi siamo Golia. Non David. Questo mi è del tutto chiaro. Ma consideriamo la cosa al livello strategico: tu ed io e buona parte degli ascoltatori sappiamo perfettamente che questo non finirà con le dimostrazioni. È chiaro a tutti noi che Hamas non può continuare a tollerare il fatto che i suoi missili non riescano a ferirci, i suoi tunnel stanno intaccando …

Nesiel: Sì.

Fogel: E non ha un mucchio di suicidi con l’esplosivo che continuano a credere alla favola delle vergini che li aspettano lassù? Ci trascinerà in una guerra. Non voglio essere dalla parte che viene trascinata. Voglio essere dalla parte che prende l’iniziativa. Non voglio aspettare il momento in cui troverà un punto debole e mi attaccherà. Se domani mattina entrerà in una base militare o in un kibbutz e ucciderà delle persone e prenderà prigionieri di guerra o ostaggi, chiamali come vuoi, ci troveremmo in una sceneggiatura completamente nuova. Voglio che i leader di Hamas si sveglino domattina e vedano per l’ultima volta nella loro vita i volti sorridenti dell’IDF. Questo è quello che voglio far succedere. Ma siamo trascinati [in un’altra scena]. Quindi stiamo usando i cecchini perché vogliamo preservare i valori a cui siamo stati educati. Non possiamo sempre scattare una sola foto e metterla davanti al mondo intero. Ci sono i soldati lì, i nostri ragazzi, che sono stati mandati lì e ricevono istruzioni molto accurate su chi uccidere per proteggerci. Dobbiamo sostenerli.

Nesiel: Generale di Brigata (di riserva) Zvika Fogel, ex capo del comando militare meridionale, grazie per le tue parole.

Fogel: Che tu possa sentire solo buone notizie. Grazie.

thanks to: Ali Abunimah

( Fonte: Invictapalestina.org )

Forumpalestina

 

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Gaza children bearing brunt of Israeli violence: UN

Palestinian children look out from a tent near the site of clashes between Palestinian protesters and Israeli forces following a protest along the border with the occupied territories, east of Gaza City, on April 3, 2018. (Photo by AFP)

Palestinian children look out from a tent near the site of clashes between Palestinian protesters and Israeli forces following a protest along the border with the occupied territories, east of Gaza City, on April 3, 2018. (Photo by AFP)

The United Nations Children’s Fund (UNICEF) says children in the besieged Gaza Strip are the main victims of Israeli atrocities in the Palestinian sliver, amid an escalation of violence perpetrated by the Tel Aviv regime against some 1.8 million inhabitants of the coastal enclave.   

“The escalating violence in Gaza has exacerbated the suffering of children whose lives have already been unbearably difficult for several years,” said Geert Cappelaere, the regional director for the Middle East and North Africa at UNICEF, in a statement on Friday.

He added that apart from the physical injuries children sustain in Israeli attacks, they are increasingly showing symptoms of severe distress and trauma.

According to figures provided by the UN agency, over the past five weeks, five children lost their lives and hundreds more were wounded in largely peaceful protest rallies held along the border with the occupied Palestinian territories. Furthermore, at least half of the total child population in Gaza depend on humanitarian assistance, and one in four needs psychosocial care.

Cappelaere also said minors “belong in schools, homes and playgrounds” and hence, they should “never be targeted.”

Late last month, UN High Commissioner for Human Rights Zeid Ra’ad al-Hussein called on Israeli forces to curb the use of “lethal force against unarmed demonstrators” during protests, wondering “how children… can present a threat of imminent death or serious injury to heavily protected security force personnel.”

Nearly 50 Palestinians have lost their lives in clashes with Israeli forces during protests along the Gaza border since March 30. The Israeli regime has faced international criticism over its use of live fire.

The Palestinian rallies, known as the “Great March of Return,” will last until May 15, coinciding with the 70th anniversary of Nakba Day (Day of Catastrophe), when Israel was created. Every year on May 15, Palestinians all over the world hold demonstrations to commemorate the day, which marks the anniversary of the forcible eviction of hundreds of thousands of Palestinians from their homeland by Israelis in 1948.

The Gaza Strip has been under an Israeli siege since June 2007, causing a decline in living standards as well as unprecedented unemployment and poverty there.

In addition, the Israeli regime has imposed increasing power cuts and shortages in fuel in the sliver, hugely disrupting water and sanitation services. Medicines and health equipment are also in dire short supply, straining an already fragile health system.

Israel has also launched several wars on the Palestinian sliver, the last of which began in early July 2014 and ended in late August the same year. The Israeli military aggression killed nearly 2,200 Palestinians and injured over 11,100 others.

 

Sorgente: PressTV-Gaza children bearing brunt of Israeli violence: UN

I bambini palestinesi in carcere: l’innocenza rubata da Israele

Ramallah-PIC. Khalil Mustafa è un ragazzo palestinese di 15 anni la cui innocenza non gli ha comunque risparmiato di assistere alla crudeltà dell’occupazione israeliana, dato che è stato arrestato, così come altre decine di bambini palestinesi. 

Ad est di Qalqiliya, nella parte settentrionale della Cisgiordania, le forze occupanti israeliane hanno preso d’assalto la casa della famiglia di Mustafa, che è stato rapito dal suo letto con l’accusa di aver lanciato sassi contro automobili di coloni. 

Il “lancio di pietre” è il reato più comune del quale vengono accusati i bambini in carcere, una accusa attraverso la quale l’occupazione cerca di instaurare un clima di paura e panico tra di loro, secondo gli avvocati che li seguono. 

Capi d’accusa.

A Gerusalemme occupata l’accusa di incitamento è un metodo molto frequente per colpire i bambini. Alcuni giorni fa il tribunale israeliano dell’occupazione, a Gerusalemme, ha tenuto una udienza su un nuovo fascicolo depositato dall’accusa contro il quindicenne Shadi Farah di Gerusalemme, sostenendo che il ragazzo stava incitando contro le autorità all’interno del centro di detenzione per minori di Tamra, nel quale viene tenuto dal 30 dicembre 2015. 

L’avvocato Al-Haj ha aggiunto che, durante l’udienza, l’accusa israeliana ha chiesto che il ragazzo venisse trasferito presso uno dei campi militari dell’occupazione israeliana, ma la corte ha deciso di tenerlo ancora presso il centro minori, nel quale deve scontare una condanna a due anni, senza dimenticare che il tribunale, quando ha condannato l’adolescente a due anni, non ha tenuto conto dell’intero anno già trascorso in carcere prima che fosse emesso il verdetto finale nel 2016. 

Ogni bambino ha la sua storia.

Ogni bambino prigioniero ha una storia. Il tredicenne Raed Ahmed, residente a Deir Qaddis, non ha passato tanto tempo a scrutare il giudice militare israeliano quando è stato gettato in una sovraffollata aula del tribunale militare di Ofer, ma piuttosto ha cercato di salutare suo padre che era venuto per vederlo. 

Secondo la Defense for Children International di Ginevra alcuni bambini non vengono mai sottoposti ad un processo, ma vengono trattenuti senza nessuna accusa. Durante le indagini vengono trattati come degli adulti per obbligarli a confessare cose che non hanno mai fatto. Il caso di Mohammed è uno delle centinaia di casi che spiega la situazione dei bambini palestinesi sotto l’occupazione. 

Fonti che si occupano di diritti umani confermano che i bambini prigionieri palestinesi vengono arrestati con l’accusa di aver lanciato pietre contro le forze dell’occupazione che però sono protette all’interno di torri di controllo o di veicoli blindati. 

Secondo la DCI, l’arresto e la detenzione dei minorenni palestinesi viola le leggi internazionali per i diritti dei bambini sottoscritte dalla stessa Israele. La DCI afferma inoltre che “l’utilizzo di alcuni tipi di torture e maltrattamenti fanno parte integrante del processo investigativo”. 

L’avvocato Buthania Dokmak riferisce che “le autorità dell’occupazione privano i bambini detenuti dei loro diritti fondamentali garantiti dalle convenzioni internazionali”. 

“Nonostante il fatto che le convenzioni internazionali sui diritti umani, in particolar modo la Convenzione sui Diritti del Bambino, abbiano sempre sottolineato la necessità di proteggere i bambini e la loro vita, la loro sopravvivenza ed il loro sviluppo, limitando notevolmente la loro privazione di libertà, rendendola solo una ultima possibilità e per il periodo più breve possibile, l’occupazione israeliana ha reso l’uccisione e l’arresto dei bambini la sua prima opzione”. 

Secondo il Comitato per gli Affari dei Prigionieri, il numero di detenuti palestinesi nelle carceri di Israele, fino al 28 febbraio 2018, era di circa “6.500, dei quali 62 donne, 8 ragazze minorenni, ed oltre 350 bambini maschi”.

Traduzione per InfoPal di Aisha Tiziana Bravi

© Agenzia stampa Infopal

Sorgente: I bambini palestinesi in carcere: l’innocenza rubata da Israele | Infopal

In Siria è emersa la verità. Sotto scacco la narrativa mainstream che non può fare altro che censurare tutto

A Ghouta è emersa la verità. Sotto scacco la narrativa mainstream che non può fare altro che censurare tutto

PICCOLE NOTE

Il governo siriano, dopo la caduta del quartiere di Ghouta, ha intensificato le campagne militari contro altri bastioni della resistenza, che sembra meno agguerrita di prima.

Dopo Ghouta, i ribelli hanno accusato il colpo, almeno momentaneamente. E ciò perché il quartiere Damasceno era la punta di diamante della resistenza, il suo cervello pulsante. Anche per questo è stata così cruenta la battaglia.

Abbiamo usato i termini usuali del mainstream, che identifica le forze che si oppongono a Damasco come “ribelli” e “resistenza”.

Sotto Ghouta

L’abbiamo fatto apposta, per far vedere quanto questa identificazione, parte fondante della narrazione che vede un regime sanguinario alle prese con un’opposizione libertaria, strida con quanto sta emergendo da Ghouta.

Anzitutto gli orrori. Li documenta un filmato siriano, certo di parte, ma che rimanda immagini che non possono esser frutto di manipolazione.
Nel filmato al quale rimandiamo (cliccare qui) si vedono gli orrori di Ghouta. Le immagini inquadrano la “prigione del pentimento”, dove si vedono le celle oscure e le gabbie interrate, esposte all’aperto. O l’attrezzo che mostriamo nella foto in alto, dove i prigionieri erano legati per essere torturati.

Non solo orrori. Un altro video (cliccare qui) mostra i tunnel scavati nel sottosuolo: un labirinto a quindici metri di profondità, che si snoda per chilometri e chilometri.

Si può notare dal video come, accanto alle immagini di tunnel scavati nella roccia,  si vedono gallerie larghe, ben illuminate. Prodotti di alta ingegneria. Che necessitano di mezzi sofisticati per lo scavo e le rifiniture.

Opere fatte in poco tempo, che non possono essere ascritte ai quattro straccioni armati asserragliati nel quartiere e ai loro schiavi, i poveri civili mandati sottoterra a scavare. No. Ci vuole ben altro. Macchine pesanti, ingegneri altamente qualificati. E tanti, tanti soldi. Milioni di euro. Soldi fluiti dall’estero: dai sauditi e dall’Occidente.

Le foto che invece mettiamo in calce all’articolo le abbiamo prese dal sito www.palaestinafelix.blogspot.co.uk

Anch’esso è decisamente schierato dalla parte del governo. E può essere tacciato di partigianeria. Ma le foto sono inequivocabili. E mostrano i prodotti chimici rinvenuti nei tunnel, provenienti dal mercato occidentale…

Vi risparmiamo le immagini degli arsenali bellici scoperti nel sottosuolo: armi pesanti, bombe, missili e quanto altro, a tonnellate. C’era una emergenza alimentare, dicevano le agenzie umanitarie, chiedendo l’apertura di corridoi per portare provvigioni (peraltro trovate immagazzinate). Allora come facevano ad arrivare tutte queste armi?

Lo scacco della narrazione mainstream

Quanto sta emergendo dice altro da quanto raccontato per anni. Come raccontano altro i sopravvissuti, che sono tornati a vivere nel Ghouta, sotto il controllo del governo.

Evidentemente non lo giudicano così sanguinario, se hanno preferito restare piuttosto che andar via con i miliziani jihadisti, come potevano.

Civili di Ghouta sui quali ci si stracciava le vesti, perché bersaglio delle bombe di Assad. E dei quali oggi non importa nulla a nessuno. Nessun cronista occidentale che vada a intervistarli.

Concludiamo questo articolo con un sondaggio del Corriere della Sera di ieri.

Solo l’11% ritiene che i raid in Siria sono stati “giusti”. Solo il 20% ritiene che Assad sia “responsabile delle centinaia di migliaia di morti” (evidentemente l’80% non ci crede, ma sul punto il Corriere tace).

Il 27% degli intervistati ritiene che “non ci siano prove” che l’attacco chimico di Ghouta sia opera di Damasco, mentre ben il 39% ritiene che sia solo “un pretesto per intervenire contro Assad”.

Un sondaggio che indica la debacle della narrativa corrente. E ciò nonostante sia stata propalata da tutti i media mainstream senza eccezione. E non certo per i troll russi o le Fake news. Semplicemente la gente ha visto troppe guerre giustificate con ogni mezzo in questi anni, dall’Iraq alla Libia a quanto altro.

Ci ha creduto una volta, due magari. Tertium non datur.

Notizia del:

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Siria, DOUMA: chi sono le milizie di « Jaych al Islam » che occupavano la città.

Siria, DOUMA: chi sono le milizie di « Jaych al Islam » che occupavano la città.

A cura di Enrico Vigna, 23 aprile 2018

In questi giorni in tutti i media, la città di Douma è salita all’attenzione del mondo, causa l’ennesima aggressione missilistica, da parte di una coalizione a guida USA con al fianco Gran Bretagna e Francia, con Israele che in fatti di guerra non manca mai, oltre al solito coinvolgimento logistico dell’Italia, confermato dal primo ministro Gentiloni, visto che alcuni sottomarini per l’attacco sono partiti da Napoli. Il turro giustificato dal presunto e finora non accertato uso di armi chimiche da parte dell’Esercito Arabo Siriano.

Penso che però, non tutti sono a conoscenza di chi siamo andati ad aiutare in loco, chi sono le milizie islamiste che occupavano la città, quali le loro pratiche e su cosa si fonda la loro proposta di una nuova società siriana.

Gli ultimi jihadisti rimasti nella città, ora liberata, erano appartenenti alla milizia di ” Jaych al Islam ??? ??????? (Armata dell’Islam), una formazione salafita che ha nel suo programma, l’abbattimento del governo laico siriano e l’instaurazione di uno Stato Islamico governato dalle leggi della Sharia.

La sua fondazione risale al 2011 e prima di finire nella Ghouta orientale e poi asseragliarsi nella città di Douma come ultimo caposaldo, aveva operato anche nell’area di Damasco, Aleppo. Homs e nel governatorato di Rif Dimachq.

La sua prima definizione fu Liwa al Islam ( Brigata dell’Islam), poi adottò l’attuale definizione, dopo la fusione con altri gruppi islamisti radicali. I suoi membri sono stati calcolati in circa 2/3.000 uomini.

Suo leader e fondatore era stato Zahran Allouche, 44 anni, figlio del predicatore Abdallah Allouche, membro dei Fratelli Mussulmani, rifugiatosi in Arabia Saudita. Zahran era stato arrestato nel 2009, perché seguace dei Fratelli Mussulmani e poi rilasciato nel giugno 2011 durante un’amnistia del governo siriano, tre mesi dopo l’inizio del conflitto.

Per anni Zahran Allouche aveva terrorizzato gli abitanti di Damasco dichiarando che avrebbe “ripulito” la città. Ogni venerdì annunciava attacchi che avrebbe sferrato alla capitale. Nel 2013 ad Adra rapì delle famiglie alawite, utilizzò i prigionieri come scudi umani e ne portò in giro rinchiusi in gabbie, un centinaio; poi giustiziò un centinaio degli uomini, perché gli “infedeli” sapessero quale sorte li aspettava.

Ucciso dall’Esercito Arabo Siriano nel 2015, alla sua morte gli subentrò un uomo d’affari, lo sceicco Isaam Buwaydani, detto “Abu Hamam al Boueidani, che ne prese il posto. Ma secondo la giornalista ed esperta di questioni mediorientali Lina Kennouche, de L’Orient- Le Jour , al-Boueidani, è un leader senza capacità né carisma, e di fatto è il religioso Abu Abdarrahman Kaaké che ha assunto la vera leadership del gruppo.

Questa formazione ha fatto parte di vari fronti islamisti e jihadisti : nel 2012-2013 del Fronte Islamico Liberazione Siria, poi dal 2013 al 2016 al Fronte Islamico e infine in Fatah Halab fino al 2017, infatti dopo la sconfitta della battaglia di Aleppo, liberata dall’Esercito Arabo Siriano, le varie componenti jihadiste sono andate ad una resa dei conti sanguinosa tra loro, con accuse reciproche che hanno sciolto il cartello jihadista.

Ha sempre rifiutato di entrare nell’Esercito Siriano Libero, non ritenendolo sufficientemente radicale. Ha ricevuto supporto, armi e finanziamenti in particolare dall’Arabia Saudita e dal Qatar; si tratta di diversi milioni di dollari di finanziamenti in armi e addestramento militare, come documentato da The Guardian , del 7 novembre 2013.

Fortemente dipendente dall’Arabia Saudita , Jaych al Islam è anti sciita, anti alawita e molto ostile all’Iran e a Hezbollah, al suo interno vi è anche una tendenza vicina ai Fratelli Musulmani nella loro componente più estrema.

Jaych al-Islam ha finora beneficiato anche di un fiume di soldi raccolti nei circoli salafiti dei paesi del Golfo, direttamente dal padre di Zahran Allouche. Questa disponibilità di denaro ha sempre permesso a Jaych al-Islam di imporsi agli altri gruppi criminali nella regione.

Una famiglia, quella Allouche, molto implicata nei giochi di guerra destabilizzanti la Siria. Il cugino di Zahrane Allouche, Mohamed, anche lui un jihadista salafita, ed anche leader del gruppo terrorista, era a Ginevra come invitato ai colloqui di pace nella veste di delegato del suo gruppo.

Nato nel 1970, Mohamed Allouche ha studiato legge islamica nella capitale Damasco, prima di continuare a perfezionare le sue conoscenze presso la famosa Università islamica di Medina, in Arabia Saudita. Questo cugino di Zaharan Allouche, Mohammed, si rese celebre in Siria, per la violenta repressione dei costumi. Creò il Consiglio Giudiziario Unificato, che impose a tutti gli abitanti della Ghouta la versione saudita della sharia. Ed è famoso, non solo per l’odio contro le donne, ma anche per aver organizzato esecuzioni pubbliche di omosessuali, lanciandoli dai tetti delle case. Costui è ora il rappresentante di Jeych al-Islam ai negoziati di pace dell’ONU….

Di lui il quotidiano belga di Bruxelles, La libre Belgique scrisse il 14 marzo 2016: “…una personalità piuttosto chiusa, Mohamed Allouche è uscito dall’ombra a fine gennaio, quando è stato nominato capo negoziatore per la coalizione principale dell’opposizione siriana. A 45 anni, questo ribelle siriano della regione di Damasco sarà sotto i riflettori a Ginevra, dove è previsto l’inizio delle discussioni tra il governo siriano e l’opposizione…”

“…La sua uscita dall’ombra, aggiunge il quotidiano di Bruxelles, Mohamed Allouche la deve, in un certo modo, alla morte del cugino Zahrane, il leader del gruppo ribelle Jaych al Islam, ucciso lo scorso 25 dicembre (…). La sua presenza nei negoziati, non resta senza critiche. Alcuni sono perplessi che la partecipazione ai negoziati sia gestita da un membro di un gruppo armato che bombarda la capitale siriana… “. La famiglia Allouche oggi vive confortevolmente a Londra.

Anche istruttori provenienti dal Pakistan sarebbero stati usati per aiutare a formare militarmente il gruppo.

L’accademico Fabrice Balanche su challenges.fr, scrive che, dopo essere stata indicata come organizzazione terroristica dagli Stati Uniti alla fine del 2012, il Fronte al-Nusra…ha creato tatticamente nuovi piccoli gruppi con nomi falsi per continuare ad avere i finanziamenti USA. Il gruppo Jaych al-Islam è stato per esempio finanziato dagli Stati Uniti prima che fosse dimostrata la sua affiliazione con al-Qaeda“. Secondo lo scienziato accademico e politico libanese, Ziad Majed: “…L’Armata dell’Islam coopera con il Fronte al-Nusra, ramo di al-Qaeda in Siria, purché questo non cercasse di infiltrarsi nella Ghouta. Infatti in quest’area in questi anni ha sistematicamente liquidato qualsiasi altro gruppo di ribelli che potevano rivaleggiare con il suo predominio in questa regione…”.

Il 28 aprile 2016 vi furono violenti scontri nella Ghouta orientale tra Jaych al-Islam e Faylaq al-Rahman , la più grande brigata dell’Esercito Siriano Libero nella regione.

Poi Jaych al-Islam è entrata in guerra con Jaych al-Fustate, un’alleanza formata dal Fronte al-Nusra e dal Liwa Fajr al-Umma.

Dal 28 aprile al 17 maggio 2016, combattimenti sanguinosi tra loro e altri gruppi ribelli minori costarono più di 500 uccisi nella parte orientale di Ghouta; infatti Jaych al-Islam era dominante nell’est della regione, mentre altri gruppi avevano basi nella parte occidentale.

Il 25 maggio 2016, un cessate il fuoco fu raggiunto tra le varie fazioni ribelli, ma poi nuovi combattimenti mortali scoppiarono nell’aprile 2017.

Secondo Laure Stephan, giornalista ed esperto di medioriente di Le Monde, gli uomini di Jaych al-Islam “…hanno imposto la loro egemonia con un pugno di ferro feroce, non esitando a imprigionare o combattere i rivali, seppur anch’essi antigovernativi; utilizzando in città pratiche dispotiche; dai racket sul commercio e sulla gestione dei vari aspetti sociali, dell’uso dei tunnel che permettevano l’approvigionamento della città, taglieggiamento, reclutamento forzato, tortura sistematica, fucilazioni e imposizioni alla popolazione civile, alle donne, esecuzioni pubbliche …”.

Il gruppo è anche accusato di essere responsabile del rapimento e della scomparsa di una leader non violenta dell’opposizione siriana: Razan Zaitouneh.

Questa era una avvocatessa e giornalista, che dal 2001 si occupava in Siria della difesa dei diritti umani. Il 9 dicembre 2013, lei e altre tre persone: Waël Hamada, suo marito, Samira Al-Khali e Nazem Al-Hamadi, furono rapiti a Douma, dove si erano spostati dal marzo 2011. Secondo quanto denunciato da membri dei Comitati di coordinamento locali della Siria, una rete di attivisti dell’opposizione siriana, il rapimento e il loro assassinio furono compiuti dal gruppo Jaych al-Islam. Nel novembre 2015, come rappresaglia per un bombardamento governativo sulle loro postazioni, che causò decine di morti e centinaia di feriti, gli uomini di Jaych al-Islam radunarono centinaia di prigionieri, soldati siriani e civili, donne comprese, e dopo averli messi in gabbie, li dislocarono intorno, per servire da scudi umani contro gli attacchi governativi. Anche Human Rights Watch (HRW), ha denunciato, riportato da Le Figaro di Parigi, che: “… gruppi di ribelli siriani hanno usato ostaggi civili nella zona di Ghouta, come scudi umani per scoraggiare raid aerei. Non appartengono né a Daesh né a Nusra, ma all’esercito dell’Islam (“Jaich al-Islam”)…”.

Il 7 aprile 2016, un portavoce di Jaych al-Islam, Islam Allouche, ammise pubblicamente l’uso di armi chimiche “proibite” in scontri con le YPG curde, per il controllo del quartiere di Sheik Maksoud in Aleppo, costato la vita a 23 persone e il ferimento di altre 100, come riportato dal giornalista francese Bruno Rieth sul giornale “Marianne”, l’11 aprile 2016.

L’8 aprile la Croce Rossa curda accusava Jaych al-Islam di aver effettuato un attacco chimico a Sheikh Maqsud, ritenendo che, stante i sintomi, le armi contenessero in particolare del cloro .

Dopo la denuncia della CRCurda ed essendo di dominio pubblico, il gruppo per non farsi esautorare dai finanziamenti soprattutto USA, rilasciò una dichiarazione di autocritica, molto ambigua: “…il portavoce del gruppo siriano Jaych al Islam riconosce che durante “gli scontri con l’YPG per il controllo del distretto di Sheik Maksoud (…) uno dei leader di Jaysh al-Islam di Aleppo, ha utilizzato armi che non sono permesse e ciò costituisce una violazione delle regole interne del gruppo Jaysc al-Islam… il comandante è stato portato al tribunale militare interno per ricevere la punizione appropriata…”.

Come qui documentato i “nostri amici eroi” di Jaych al Islam ( nel senso dei paesi occidentali…), la sanno lunga circa l’uso di armi chimiche…

Comunque sia con la caduta della Ghouta orientale, sono stati liberati circa 200 prigionieri, unici sopravvissuti, che erano rinchiusi nelle carceri conosciute o clandestine di Jaych Al-Islam. Secondo l’OSDH, un organismo finanziato e supportato da varie Intelligence occidentali, e fortemente antigovernativo, almeno 3.500 persone, tra cui molte donne e bambini, sono state prigioniere di Jaych al-Islam. Ma altre fonti arrivano anche a cifre di oltre 6.000 prigionieri, a parte le esecuzioni compiute. In tutti questi anni il gruppo salafista ha fatto prigionieri, sia dissidenti dal suo operato o combattenti di fazioni rivali anti governative, che uomini e donne di altre fedi o leali al proprio governo e alla Siria. Una delle sue pratiche più ricorrenti erano i rapimenti, soprattutto di donne e bambini di altre fedi, ma anche di sunniti anti terroristi, fuori dai suoi territori, per poterli usare come ricatti o merce di scambio con il governo siriano. Vi è un forte timore e presentimento che, non appena l’area sarà ispezionata dalle forze dell’Esercito Arabo Siriano, saranno trovate molte fosse comuni e così capiremo dove sono finiti i prigionieri dei terroristi “moderati”, sponsorizzati dalle potenze occidentali. Una prima, è già stata trovata proprio in questi giorni, come documentato dai media, con oltre 30 corpi, ma che potrebbero diventare anche centinaia.

Il gruppo è classificato come organizzazione terrorista dalla Repubblica Araba siriana, dalla Russia, dall’Iran e dall’Egitto.

Nonostante questo, nello sforzo per trovare soluzioni negoziali e fermare la guerra in Siria, la Russia attraverso il suo ministro degli Esteri Sergei Lavrov, che guida i negoziati internazionali per la pace, ha spinto per una presenza nei negoziati a Ginevra, di due rappresentanti dei ribelli armati, di Jaysh al-Islam e Ahrar al-Sham, che erano presenti ai colloqui. Invitati “a titolo personale” e non considerati come partner nei negoziati.

In questa pagina del sito del gruppo, il 15 marzo 2018, si può leggere una preghiera contro i non-sunniti, siano mussulmani sciiti o cristiani o ebrei che si conclude così: «Uccideteli. Dio li strazia per mezzo delle vostre mani. Dio vi concederà la vittoria».

A cura di Enrico Vigna – SOS Siria/CIVG – 23 aprile 2018

Notizia del: 23/04/2018

Sorgente – Siria, DOUMA: chi sono le milizie di « Jaych al Islam » che occupavano la città. – L’Antidiplomatico

Le forze israeliane hanno ucciso circa 2 mila minorenni palestinesi dall’inizio della 2ª Intifada

MEMO e Anadolu. Le forze d’occupazione israeliane hanno ucciso circa 2 mila minorenni palestinesi dall’inizio della 2ª Intifada (al-Aqsa), nel settembre del 2000. I dati sono stati forniti Defense of Children International.
In media, ciò significa che un minorenne palestinese è stato ucciso da un israeliano in divisa ogni tre giorni, negli ultimi 18 anni. È una statistica scioccante.
Ayed Qtish, direttore dell’ONG Palestine Branch, ha anche dichiarato ad Anadolu che gli israeliani arrestano ed imprigionano circa 700 minorenni palestinesi ogni anno, e che le forze di sicurezza dell’occupazione li hanno portato davanti a simulazioni di tribunali, maltrattandoli al fine di estrarre loro alcune “confessioni”.
L’ultimo rapporto del gruppo per i diritti umani ha affermato che le autorità d’occupazione hanno arrestato oltre 14 mila ragazzini palestinesi dall’inizio della Seconda Intifada, di cui 350 sono ancora detenuti in carcere.
Il rapporto di Defence of Children International è stato pubblicato in occasione della Giornata internazionale dei bambini palestinesi, il 5 aprile scorso.
Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Sorgente: Le forze israeliane hanno ucciso circa 2 mila minorenni palestinesi dall’inizio della 2ª Intifada | Infopal

“Morte a Ahed Tamimi”: coloni israeliani vandalizzano Nabi Saleh – ‘Death to Ahed Tamimi’: Israeli settlers vandalize Nabi Saleh

“Morte a Ahed Tamimi”: coloni israeliani vandalizzano Nabi Saleh

Da quando il villaggio ha iniziato le sue proteste settimanali contro l’occupazione israeliana nel 2009, gli attacchi dei coloni residenti ad Halamish sono aumentati, con centinaia di ulivi di Nabi Saleh bruciati e distrutti dai coloni.


di Jaclynn Ashly, 4 febbraio 2018

FOTO – Graffito che dice “Morte a Ahed Tamimi” lasciato da coloni israeliani nel villaggio di Nabi Saleh (Foto: Jaclynn Ashly)

Betlemme, Cisgiordania occupata – Giovedì notte, quando i residenti di Nabi Saleh nella Cisgiordania occupata erano profondamente addormentati nelle loro case, coloni israeliani si sono aggirati furtivamente per le strade del villaggio sporcando muri con graffiti di minacce contro l’attivista adolescente incarcerata Ahed Tamimi e la sua famiglia.
Alcuni dei graffiti recitano: “Morte a Ahed Tamimi”, “Non c’è posto in questo mondo per Ahed Tamimi” e un altro chiede che la famiglia Tamimi sia “cacciata dal Paese”.

Graffito a Nabi Saleh in cui si legge “Non c’è posto per Ahed Tamimi in questo mondo”.

Bassem Tamimi, il padre di Ahed, ha detto a Mondoweiss che nessuno degli abitanti del villaggio ha visto i coloni entrare nel villaggio, ma che l’incidente è avvenuto ad un certo punto dopo l’una di notte. “I coloni hanno scritto che Ahed dovrebbe essere uccisa per spaventare gli abitanti di Nabi Saleh” ha detto.
Micky Rosenfeld, portavoce della polizia israeliana, ha detto a Mondoweiss che “le unità di polizia sono state chiamate a Nabi Saleh dopo che erano state riportate notizie di graffiti nel villaggio”. Ha aggiunto che la polizia ha aperto un’indagine sull’incidente.
Bassem ha detto a Mondoweiss che un gruppo di coloni ha dichiarato anche sui social media che avrebbero aspettato fuori dal carcere israeliano HaSharon il giorno in cui Ahed verrà rilasciata e che poi uccideranno l’adolescente.
“Ho paura per mia figlia”, ha detto Bassem. “Non solo è palestinese, ma il suo viso è diventato così riconoscibile che tutti sanno esattamente chi è e come è.”

‘Escalation ad un altro livello’

L’insediamento illegale israeliano Halamish si trova su una collina adiacente a Nabi Saleh. Dozzine di ettari delle terre del villaggio sono stati confiscati per permettere a Israele di costruire l’insediamento.
Dalla casa di Bassem, si può vedere una grande piscina sul tetto di una di queste unità abitative in stile americano che punteggiano la terra.
Questo è il luogo in cui Ahed ha dato il famoso schiaffo che ha trasformato l’adolescente in un’icona internazionale per quello che subiscono i bambini palestinesi sotto l’occupazione militare israeliana da oltre mezzo secolo.
Poco prima che Ahed affrontasse i soldati israeliani fuori di casa sua, il cugino di 15 anni era stato gravemente ferito, colpito a bruciapelo in faccia con un proiettile di gomma.

FOTO – Una vista dell’insediamento di Halamish da fuori casa di Bassem Tamimi.

Un video dell’incidente – dove si vede Ahed che schiaffeggia e colpisce due soldati israeliani – è diventato virale e gli israeliani hanno scatenato una tempesta sui social media chiedendo l’arresto di Ahed.
Ahed e sua madre Nariman sono state successivamente arrestate per l’incidente e ora affrontano numerose accuse, tra cui presunti attacchi e incitamenti. Sono detenute da quasi due mesi nella prigione israeliana di HaSharon.
Dall’incidente dello schiaffo almeno altri nove residenti del villaggio sono stati arrestati, soprattutto durante raid notturni dell’esercito israeliano. Il 3 gennaio Musab Tamimi, 17 anni, un lontano parente di Ahed, è stato ucciso dalle forze israeliane nel villaggio gemello di Nabi Saleh, Deir Nitham.
“Siamo abituati ad avere a che fare con l’esercito israeliano che attacca le nostre case e fa irruzione nel villaggio”, ha detto a Mondoweiss Manal Tamimi, parente di Ahed. “Ma c’è ora un’escalation ad un altro livello, a cui anche i coloni partecipano.”
Ha aggiunto che questo incidente ha creato una situazione “ancor più pericolosa” per il villaggio.

‘Dobbiamo stare più attenti’

Da quando il villaggio ha iniziato le sue proteste settimanali contro l’occupazione israeliana nel 2009, gli attacchi dei coloni residenti ad Halamish sono aumentati, con centinaia di ulivi di Nabi Saleh bruciati e distrutti dai coloni.
Dice Bassem che dopo un incidente in cui i coloni israeliani hanno tentato di dare fuoco alla moschea del villaggio, i residenti avevano messo a punto una strategia per impedire ai coloni di avvicinarsi al villaggio.
Avevano creato ronde di sorveglianza del villaggio, grazie alle quali residenti avrebbero percorso la periferia del villaggio e avvertito gli altri residenti dell’eventuale presenza di coloni o soldati.
Tuttavia, al momento, di solito i residenti del villaggio si informano a vicenda usando i social media o si chiamano quando avvistano coloni vicino al villaggio, suggerendo di lanciare sassi e far rotolare pneumatici in fiamme nella loro direzione nel tentativo di impedire che si avvicinino.
Il villaggio, che ospita circa 600 residenti, è abbastanza piccolo, tanto che in altre occasioni ai residenti è bastato andare sui tetti e gridare “coloni! coloni!”
Ma l’incursione dei coloni di giovedì sera ha lasciato il paese a disagio. “Nessuno sa come o quando sono entrati nel villaggio”, ha detto Manal.
“Dovremo stare molto più attenti”, ha osservato, aggiungendo che i residenti stanno prendendo in considerazione la possibilità di riprendere con le ronde di sorveglianza del villaggio dopo questo incidente.

‘Prendere la legge nelle loro mani’

Secondo il gruppo israeliano per i diritti Yesh Din, in Cisgiordania un palestinese che presenta un reclamo alla polizia contro un israeliano ha solo l’1,9% di possibilità di ottenere “un’indagine efficace e che un sospettato sia identificato, processato e condannato”.
Il gruppo ha notato che gli attacchi dei coloni coinvolgono “molti cittadini israeliani e includono atti di violenza, danni alla proprietà, acquisizione di terre palestinesi e altri reati”.
Questi attacchi fanno “parte di una strategia calcolata per espropriare i palestinesi della loro terra”, ha aggiunto il gruppo. Secondo l’Onu, nel 2017 sono stati segnalati almeno 150 attacchi di coloni in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est.
Dall’arresto di Ahed, i leader israeliani di destra hanno definito l’adolescente una “terrorista” e hanno chiesto misure estreme contro la minore.
Naftali Bennett, ministro israeliano dell’Istruzione dell’estrema destra, ha affermato che Ahed e le altre donne che sono apparse nel video dovrebbero “finire le loro vite in prigione”.
Oren Hazan, un parlamentare israeliano del partito Likud, ha detto alla BBC questa settimana: “Se fossi stato lì, sarebbe finita in ospedale. Di sicuro. Nessuno avrebbe potuto fermarmi. L’avrei presa a calci e calci in faccia, mi creda.”
Secondo Manal, questi richiami alla violenza e alla dura detenzione della famiglia Tamimi hanno incoraggiato i coloni. “Vogliono prendere la legge nelle loro mani e punire la famiglia Tamimi”, ha detto.
Tuttavia, Manal ha fatto in modo di esprimere la forza apparentemente incrollabile per cui gli abitanti di Nabi Saleh sono famosi. “Non abbiamo paura dei coloni o dell’esercito”, ha detto. “Ma faremo in modo che quello che è successo giovedì sera non accada più.”

traduzione: Simonetta Lambertini – invictapalestina.org
fonte: http://mondoweiss.net/2018/02/israeli-settlers-vandalize/


‘Death to Ahed Tamimi’: Israeli settlers vandalize Nabi Saleh

Bethlehem, occupied West Bank — On Thursday night, when residents of Nabi Saleh in the occupied West Bank were sound asleep in their homes, Israeli settlers crept through the village’s streets, vandalizing walls with graffiti threatening jailed teen activist Ahed Tamimi and her family.

Some of the graffiti reads: “Death to Ahed Tamimi,” “There’s no place in this world for Ahed Tamimi,” and another demanding that the Tamimi family be “kicked out of the country.”

Bassem Tamimi, Ahed’s father, told Mondoweiss that none of the village’s residents had seen the settlers enter the village, but that the incident occurred at some point after 1 a.m. “The settlers wrote that Ahed should be killed in order to scare the residents in Nabi Saleh,” he said.

Micky Rosenfeld, spokesperson for the Israeli police, told Mondoweiss that “police units were called into Nabi Saleh after reports of graffiti being sprayed in the village.” He added that the police had opened an investigation into the incident.

Bassem told Mondoweiss that a group of settlers also stated on social media that they would wait outside Israel’s HaSharon prison on the day Ahed gets released and then kill the teen.

“It makes me scared for my daughter,” Bassem said. “Not only is she Palestinian, but her face has become so recognizable that everyone knows exactly who she is and what she looks like.”

‘Escalating to another level ’

Israel’s illegal Halamish settlement sits on a hilltop adjacent to Nabi Saleh. Dozens of hectares of the village’s lands were confiscated in order for Israel to build the settlement.

From Bassem’s home, a large swimming pool can be seen on the roof of one of these American-esque housing units that dot the land.

This is the location where Ahed threw her now infamous slap, which transformed the teen into an international icon for the experiences of Palestinian children under Israel’s more than half-century military occupation.

Shortly before Ahed confronted the Israeli officials outside her home, her 15-year-old cousin had been severely wounded after being shot point-blank in the face with a rubber bullet.

A video of the incident — where Ahed is seen slapping and hitting two Israeli officials — went viral, and Israelis created a social media storm demanding the arrest of Ahed.

Ahed and her mother Nariman were subsequently arrested for the incident and now face numerous charges, including alleged assault and incitement. They have been held for nearly two months in Israel’s HaSharon prison.

Since the slap incident, at least nine other residents have been arrested from the village, mostly during overnight Israeli army raids. On January 3, Musab Tamimi, 17, a distant relative of Ahed, was killed by Israeli forces in Nabi Saleh’s sister village of Deir Nitham.

“We are used to dealing with the Israeli army attacking our homes and raiding the village,” Manal Tamimi, a relative of Ahed, told Mondoweiss. “But it’s escalating to another level, where even the settlers are participating now.”

She added that this incident has created an “even more dangerous” situation for the village.

‘We have to be more careful’

When the village began their weekly protests against Israel’s occupation in 2009, attacks from settlers residing in Halamish escalated, with hundreds of Nabi Saleh’s olive trees being burned and destroyed by settlers.

According to Bassem, after an incident where Israeli settlers attempted to light the village’s mosque on fire, residents developed a strategy to prevent settlers from approaching the village.

They created village watch patrols, in which residents would wander the outskirts of the village and warn other residents if settlers or soldiers were seen.

However, nowadays, village residents typically notify each other on social media or call one another when settlers are spotted near the village, prompting village residents to throw rocks and roll burning tires towards them in an effort to prevent them from approaching.

The village, home to some 600 residents, is small enough that other times residents need only to stand on their roofs and scream “settlers! Settlers!”

But the settler incursion Thursday night left the village feeling uneasy. “No one knows how or when they entered the village,” Manal said.

“We will have to be much more careful,” she noted, adding that residents are considering bringing back the village watch patrols following the incident.

‘Taking the law into their own hands’

According to Israeli rights group Yesh Din, a Palestinian in the West Bank who files a police complaint against an Israeli only has a 1.9 percent chance of it being “effectively investigated, and a suspect identified, prosecuted and convicted.”

The group has noted that settler attacks involve “many Israeli citizens and includes acts of violence, damage to property, takeover of Palestinian land, and other offenses.”

These attacks are “part of a calculated strategy for dispossessing Palestinians of their land,” the group added. According to the UN, at least 150 settler attacks were reported in 2017 in the West Bank, including East Jerusalem.

Since Ahed’s arrest, right-wing Israeli leaders have called the teenager a “terrorist” and have advocated extreme measures against the minor.

Naftali Bennett, Israel’s ultra-right education minister, said that Ahed and the other women who appeared in the video should “finish their lives in prison.”

Oren Hazan, an Israeli lawmaker from the Likud party, told the BBC this week: “If I was there, she would finish in the hospital. For sure. Nobody could stop me. I would kick, kick her face, believe me.”

According to Manal, these calls for violence and harsh imprisonment of the Tamimi family have emboldened the settlers. “They want to take the law into their own hands and punish the Tamimi family,” she said.

However, Manal made sure to express the seemingly unwavering strength that Nabi Saleh’s residents are famous for. “We are not afraid of the settlers or the army,” she said. “But we will make sure that what happened Thursday night will never happen again.”

thanks to: InvictaPalestina

Mondoweiss

I medici palestinesi gettano l’allarme sulla situazione sanitaria a Gaza.

L’Associazione dei Medici Palestinesi in Italia (PalMed Italia Onlus) riassume le drammatiche condizioni in cui si trovano le strutture sanitarie a Gaza: mancanza di energia elettrica negli ospedali, mancanza di carburante per generatori elettrici alternativi, carenza di medicinali e attrezzature a causa dell’embargo imposto alla Striscia di Gaza.

 

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Associazione dei Medici Palestinesi in Europa – filiale Italia

Lettera sull’attuale situazione sanitaria critica a Gaza

L’Associazione dei Medici Palestinesi in Europa (PalMed Europe) vorrebbe portare alla vostra attenzione il serio e rapido deterioramento del settore sanitario nella striscia di Gaza negli ultimi due mesi. In particolare noi Associazione dei Medici Palestinesi in Italia (PalMed Italia Onlus) chiediamo soprattutto a voi onorevoli del Parlamento Italiano e del Parlamento Europeo di agire con urgenza. Per questa occasione vorremmo condividere con voi questi rapporti aggiornati:

Le infrastrutture sanitarie sono state gravemente indebolite dall’embargo tutt’ora in corso a Gaza 1. La crisi di energia elettrica in corso a Gaza ha costretto gli ospedali a dover dipendere da generatori di emergenza per un massimo di 20 ore al giorno ed il personale medico è costretto a tagliare i servizi di base come le attrezzature di sterilizzazione e le apparecchiature diagnostiche. Circa 500.000 litri di carburante sono richiesti ogni mese per sostenere le terapie intensive a Gaza, purtroppo i finanziamenti copriranno solo le esigenze degli ospedali fino alla fine del mese di febbraio. Le unità neonatali sono state colpite duramente e le incubatrici, destinate ad ospitare un solo bambino prematuro, vengono utilizzate per ospitarne quattro. Tale sovraffollamento pone maggior rischio di infezioni ed inadeguato monitoraggio.

Il dott. Gerald Rockenschaub, rappresentante dell’OMS nei Territori palestinesi occupati, in Cisgiordania e a Gaza, ha lanciato un allarme contro la continua riduzione delle forniture di carburante destinate alle strutture sanitarie tra le quali gli ospedali che non saranno in grado di sostenere e offrire i servizi sanitari critici entro la fine del mese di febbraio 2018 2. L’OMS ha lavorato duramente per porre fine alla carenza di carburante appellandosi alla comunità internazionale affinché intervenisse e ponesse fine a questa disastrosa situazione di esaurimento completo delle scorte di carburante.

Medical Aid for Palestinians (MAP) ha riferito che l’ospedale di Beit Hanoon, l’ospedale per bambini AlDura e l’ospedale psichiatrico insieme ad altri 7 centri sanitari sono stati costretti a chiudere a causa dell’esaurimento di rifornimenti di carburante, ed i pazienti sono stati trasferiti in altri ospedali3. Il Ministero della Salute (MOH) a Gaza ha avvertito che questa carenza di carburante rappresenta una minaccia diretta per centinaia di pazienti, compresi 113 neonati nelle unità di terapia intensiva neonatale e 100 pazienti nelle unità di terapia intensiva. Inoltre avrà serie conseguenze su operazioni critiche tra cui 200 interventi chirurgici giornalieri e 100 tagli cesarei.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) riferisce che finora nessun donatore internazionale si sia fatto avanti per sostenere il costo del carburante per mantenere in funzione le strutture ospedaliere ⁴.

I dati statistici appaiono scioccanti riguardo la carenza di medicinali e delle forniture mediche, e la scarsità della manutenzione di attrezzature e di generatori. Facciamo appello al Governo Italiano e a tutti i Governi membri dell’UE affinché aiutino a salvare il settore sanitario a Gaza sull’orlo del collasso entro la fine di questo mese, e di offrire le donazioni finanziarie per coprire il deficit energetico di questo settore attraverso l’OMS.

Sollecitiamo inoltre il parlamento italiano e quelli dell’UE a fare pressioni politiche su Israele per facilitare e porre fine all’embargo illegale sulla striscia di Gaza, per consentire la libera circolazione dei pazienti che cercano cure al di fuori del territorio occupato, ed il passaggio di adeguate forniture mediche ai centri ospedalieri.

Quindi con questo rapido deterioramento dell’assistenza sanitaria nella striscia di Gaza, chiediamo a tutti i governi membri dell’UE di esortare gli Stati Uniti a ripristinare i propri obblighi di finanziamento verso l’UNRWA o sopperire questa carenza di finanziamenti. Ricordiamoci che 70% dei rifugiati di Gaza dipende dagli aiuti dell’UNRWA.

Aspiriamo di poter lavorare con il parlamento italiano e con il parlamento europeo per discutere di questa disastrosa situazione e poter raggiungere urgentemente una soluzione che ponga fine a tale crisi umanitaria e medica.

Cordiali saluti.

Il Direttivo PalMed Italia Onlus

Riferimenti:

  1. https://www.theguardian.com/global-development/2018/jan/03/gaza-health-system-collapse-electricity-crisis-threatens-total­blackout
  2. http://www.who.int/emergencies/response-plans/2018/occupied-palestinian-territory/en/
  3. https://www.map.org.uk/news/archive/post/787-despite-return-of-some-electricity-gazaas-medical-emergency-deepens
  4. https://www.ochaopt.org/location/gaza-strip

Associazione dei Medici Palestinesi in Italia PalMed Italia Onlus

www.palmedeurope.it Mail palmeditalia@palmedeurope.it – PEC palmeditaliaonlus@pec.it

thanks to: AssopacePalestina

Le foto dello Yemen che gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita non vogliono che tu veda

Le foto dello Yemen che gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita non vogliono che tu veda
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L’Arabia Saudita mantiene un blocco mediatico tale che i giornalisti non possono documentare le atrocità commesse nello Yemen con la complicità statunitense.

Le immagini come quelle che accompagnano l’articolo pubblicato martedì scorso sul quotidiano statunitense ‘The New York Times’, scritto da Nicholas Kristof non appaiono sugli schermi televisivi e raramente nei quotidiani occidentali, in parte perché l’Arabia Saudita blocca con successo l’accesso di giornalisti stranieri nello Yemen.

Il giornalista Nicholas Kristof nel suo articolo pubblicato ha denunciato di aver cercato per quasi un anno di raggiungere aree devastate dagli attacchi sauditi nello Yemen senza successo perché il regime saudita lo ha impedito.

Kristof ha poi riferito che l’unico modo per accedere alle aree dello Yemen soggetto a continue attacchi aerei è attraverso voli charter organizzati dalle Nazioni Unite e gruppi umanitari, in quanto i voli commerciali sono vietati.

Tuttavia, gli aerei militari sauditi controllano questo spazio aereo e vietano qualsiasi volo dove c’è un giornalista a bordo. L’ONU “non sta assumendo rischi” e considera questo divieto di imbarcare i giornalisti molto seriamente, ha raccontato il giornalista.

“Ciò è pazzesco: l&# 39;Arabia Saudita obbliga le Nazioni Unite ad escludere i giornalisti per evitare la copertura delle atrocità saudita”, ha spiegato Kristof.

L’autore dell’articolo ha sottolineato che il governo saudita commette crimini di guerra nello Yemen con le complicità statunitensi e del Regno Unito.

I Sauditi regolarmente bombardano i civili e, peggio ancora, hanno chiuso lo spazio aereo e hanno imposto un blocco per sottomettere la popolazione yemenita. Ciò significa che i civili dello Yemen, compresi i bambini, se non muoiono nei bombardamenti, li fanno morire alla fame. Kristof ha citato il caso di Buthaina, una ragazza di 4 o 5 anni che è stata l’unica della sua famiglia che è riuscita a sopravvivere ad un attacco saudita.

Secondo Kristof gli statunitensi devono fermare tutti i trasferimenti di armi in Arabia Saudita finché non finisce il blocco e il bombardamento del regno contro lo Yemen.

Uno degli effetti devastanti di questa aggressione è la peggiore epidemia globale del colera che è scoppiata in Yemen, dove molte persone sono malnutrite. Ogni giorno 5000 yemeniti contraggono il colera.

Fonte: The New York Times
Notizia del:

Sorgente: Le foto dello Yemen che gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita non vogliono che tu veda – World Affairs – L’Antidiplomatico

Gaza: Donne incinte ed i loro neonati contaminati da metalli pesanti legati agli attacchi israeliani

La rivista scientifica British Medical Journal  Open ha pubblicato uno studio svolto a Gaza su 502 donne in gravidanza al momento degli attacchi israeliani del 2014. Questo lavoro riporta un alto tasso di contaminazione nei capelli in metalli pesanti nelle donne esposte agli attacchi e  in proporzione nei i capelli dei loro bambini.

5 Agosto 2017, Paola Manduca, Prof. Genetics
Genoa, Italy

I metalli pesanti utilizzati durante le guerre, contengono elementi tossici, teratogeni e cancerogeni. Essi sono noti come perturbatori endocrini. Essi sono resistenti nell’ambiente, si accumulano nel corpo, ed i loro effetti sugli esseri viventi persistono ancor più se questi metalli pesanti non vengono rimossi dall’ambiente (armi, schegge, missili, rovine contaminate …). Ricercatori italiani, finlandesi e di Gaza hanno dimostrato che la contaminazione da metalli pesanti è un fattore di rischio  a lungo termine per la salute delle donne incinte e dei loro bambini.

Questi ricercatori hanno analizzato la quantità di 23 tipi di metalli nei capelli delle donne  di Gaza, che erano in stato di gravidanza durante l’estate del 2014, e in quelli dei bambini a cui hanno dato luce più tardi, e trovato che queste erano superiori al contenuto dei metalli nei capelli di donne al di fuori di zone di guerra.

Essi hanno anche studiato la trasmissione in utero metalli pesanti, così come la possibilità che l’assunzione fosse dovuta a fattori diversi ed estranei alla guerra.

Lo studio ha usato spettrometria con plasma-massa (ICP-MS) e sono stati fatti confronti con gruppi esposti agli agenti chimici domestici e agricoli.

I risultati mostrano un carico in metalli pesante significativamente più alto per le donne esposte ad attacchi militari, proporzionale ma piu basso nei loro neonati che però sono più frequentemente colpite da difetti congeniti o nati prematuramente.

E’ stata raccolta testimonianza e poi documentata con visite in loco,  la frequenza di esposizione ad attacchi militari delle donne; circa il 70% delle madri, sono state coinvolte in attacchi, il che suggerisce una alta contaminazione  di tutta la popolazione.

Gli autori raccomandano “monitoraggio, biomonitoraggio e sorveglianza nel tempo  su questo tema di ricerca di interesse pubblico” per il quale, fanno notare, “non siamo in grado di sapere se c’è anche il rischio di effetti transgenerazionali”.  Difetti congeniti sono stati osservati più frequentemente nei nati da madri esposte ad attacchi militari in Iraq e a Gaza (dopo gli attacchi nel 2008-2009).

Gli autori della ricerca sono Paola Manduca, Safwat Y Diab, R Qouta Samir Nabil Albarqouni, Raiija-Leena Punamaki, con la collaborazione di Fabrizio Minichilli, e Fabrizio Bianchi per l’analisi statistica.

Articolo integrale.

Documento completo in inglese, formato PDF.

Invictapalestina ringrazia tutti coloro che partecipando alla nostra iniziativa del 2014, ci hanno permesso di contribuire al finanziamento della ricerca con 500 euro.

thanks to: invictapalestina

A cross sectional study of the relationship between the exposure of pregnant women to military attacks in 2014 in Gaza and the load of heavy metal contaminants in the hair of mothers and newborns

PDF

  1. Paola Manduca1,
  2. Safwat Y Diab2,
  3. Samir R Qouta3,
  4. Nabil MA Albarqouni3,
  5. Raiija-Leena Punamaki4

Author affiliations

  1. DISTAV, University of Genoa, Genova, Italy
  2. Al-Quds Open University-Gaza Branch, Gaza, Gaza Strip, Palestine
  3. Islamic University of Gaza, Gaza, Palestine
  4. University of Tampere, School of Social Sciences and Humanities/Psychology, Tampere, Finland
  1. Correspondence to Prof. Paola Manduca; paolamanduca@gmail.com

Abstract

Objective Metal contamination of humans in war areas has rarely been investigated. Weaponry’s heavy metals become environmentally stable war remnants and accumulate in living things. They also pose health risks in terms of prenatal intake, with potential long term risks for reproductive and children’s health. We studied the contribution of military attacks to the load of 23 metals in the hair of Palestinian women in the Gaza Strip, who were pregnant at the time of the military attacks in 2014, and their newborns. We compared the metal load in the mothers with values for adult hair from outside the war area (RHS) as the reference. We investigated heavy metals trans-passing in utero, and assessed if the heavy metal intake could derive from sources unrelated to the war.

Design Cross sectional study.

Participants and setting Cross sectional convenience sample of 502 mothers delivering in the Gaza Strip and their newborns.

Main outcome measured Measure of the load of heavy metals in mother and newborn hair by inductively coupled plasma-mass spectrometry (ICP-MS). Comparison of metal loads with the reference RHS, between groups with different exposures to attacks and house/agriculture chemicals, and between mothers and newborns. Data for birth registry and for exposures to war and other known risk factors were obtained at interview with the mothers. Photographic documentation of damage from military attacks was obtained.

Results The whole cross sectional convenience sample had a significantly higher load of heavy metals than the reference RHS. Women exposed to military attacks had a significantly higher load of heavy metals than those not exposed; the load in newborns correlated positively with the mothers’ load. No significant difference was found between users/non-users of house/agriculture chemicals. No other known confounder was identified.

Conclusions High heavy metal loads in mothers, reflected in those of their newborns, were associated with exposure to military attacks, posing a risk of immediate and long term negative outcomes for pregnancy and child health. Surveillance, biomonitoring and further research are recommended. Implications for general and public health are discussed.

This is an Open Access article distributed in accordance with the Creative Commons Attribution Non Commercial (CC BY-NC 4.0) license, which permits others to distribute, remix, adapt, build upon this work non-commercially, and license their derivative works on different terms, provided the original work is properly cited and the use is non-commercial. See: http://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/

Strength and limitations of this study

  • The lack of ‘never exposed to war’ controls within Gaza is a limitation of the study which cannot be overcome.

  • A general limitation of this type of study is that the risks posed in the long term by the intake of multiple heavy metals are still largely unknown in humans, and in particular during pregnancy.

  • The size of the sample, while adequate to identify the correlation between levels of heavy metals with environmental exposure, is not large enough to accurately study the negative outcomes at birth (birth defects and preterm) due to their low frequency.

  • A strength of the study is the inclusion of a relatively large cross sectional convenience sample of participants, allowing for subgroups of exposure, suitable in size for statistical analysis.

  • An important point was the inclusion of analyis of newborn hair in for metal load. .

  • Verification by in loco visits the recall of exposure of women on an objective basis gives additional strength to the study.

  • Development of a questionnaire and of procedures that allowed information to be obtained on various habits and different potentially risky environmental exposures, -allowing to exclude some more likely potential confounders.

  • The analysis of microelements and metals not associated with weaponry provided an internal control for the analytic results.

Introduction

Women and children are highly vulnerable during periods of war and military attacks, as well as in the aftermath of war, because of the possibility of the long term effects of war related environmental changes on reproductive and infant health. Accumulation in human bodies of toxicants and heavy metal teratogens found in the remnants of war occurs, that, coupled with their long persistence in the environment, suggests a considerable risk for health.1–6 The effects of toxicants, teratogens and carcinogens related to heavy metals have been found in embryos at concentrations lower than in adults.7 8 During the first trimester of pregnancy, major morphogenetic events occur, and is the period of highest sensitivity of the embryo to external effectors. Apart from the mutational risks posed by some of the heavy metals, there is compelling evidence of their prevalent epigenetic mechanisms of action.8–15 Heavy metals act as endocrine disruptors,8 and their interference with gene expression causes disturbances in various metabolic and hormonal pathways.9 The epigenetic mechanisms are an essential part of the current understanding of the developmental origin of health and disease.11–15 Reports show that heavy metals accumulate in specific body compartments and can be released during pregnancy.9 12–15 However, relatively little is known about the kinetics, modalities and accumulation of heavy metals in compartments of the human body. Also, not much is known about the following phenomena: the effects of human subjects’ concurrent intake of multiple toxic metals, the kinetics of the passage of heavy metals through the placenta and the critical concentrations that affect the embryo and fetus.

In addition to the risks posed by acute exposure, persistence of heavy metals in the environment may cause people to be continually exposed which, combined with the accumulation of heavy metals in different compartments of the body, adds to the concerns about the long term negative effects on health. The long term effects of metals via epigenetic mechanisms can occur in mothers, fetuses exposed in utero and in breastfed infants and children; these effects could even be transgenerational.10–13 16 17

Military attacks are a source of heavy metal input in war zone environments, and may influence the health of the population and affect the outcomes of pregnancies.4 16 The prevalence of birth defects increased in areas heavily exposed to military attacks in Iraq,18 and in Gaza after the Israeli military operation of Cast Lead in 2008–200919 and since the implementation of air delivered weapons in attacks.20 Previous research in Gaza also showed that women’s exposure to military attacks (courtesy of the database of the United Nations’ mine action team) correlated with a higher incidence of progeny with birth defects.20 21 Hair analysis for metal load of infants born prematurely or with birth defects to mothers who experienced military attacks revealed in utero contamination of the babies. The heavy metal load in these newborns was higher than that of normal newborn babies for teratogens (mercury and selenium) in babies with birth defects and for toxicants (barium and tin) in premature babies.22 Together, the data show an association of the damage to newborn health with maternal exposure to attacks, and the trans-placental passage of wartime heavy metal remnants from exposed mothers to their progeny in utero.

Three major wars, with their complex consequences for the environment, may have been the single most influential determinant of change in the living conditions and in the demography of Gaza from 2008 to 2014. The context of the current study is the aftermath of the 2014 Israeli military operation ‘Protective edge’ in Gaza, which lasted for 55 days and had massive effects on civilian life. This operation left widespread structural destruction,23–28 with physical remnants of war, including components of weapons, shrapnel and missiles, as well as environmentally stable chemical elements and contaminated ruins, throughout the area.29 The weapons used in these attacks were documented by the United Nations and other reputable sources, and included missiles, mortars, explosive devices and bombs of various sizes, with or without penetrator heads. The content of heavy metals in each weapon differed, and each had a different range of spread, from metres to hundreds of metres or more.23–29 The Israeli government does not make available a list of weapons used, and all data are directly from United Nations’ agencies and independent witnesses on the ground. Removal of explosive war remnants and the debris of demolition began only 6–8 months after the end of hostilities and involved the creation of open air deposits and the reuse of materials from demolished structures. No transfers of debris could be conducted outside the area of the Gaza Strip.29 Thus any contamination due to the 2014 war remained in the local environment from the time of the attacks throughout the period of our study.

The aim of the study was to investigate whether there were changes in the metal load of a representative segment of the female population after military attacks, particularly with respect to heavy metal contaminants with known teratogen, toxicant and carcinogenic effects, which could pose long term risks for health because of their stability in the environment and tendency to accumulate in the human body. We investigated the extent of exposure to attacks in a cross sectional convenience sample of women who had been in their first trimester of pregnancy during the attacks in the summer of 2014 and who entered one of four major maternity hospitals in Gaza for delivery. The correlation between maternal contamination and their newborns’ was also investigated.

Methods

Participants

Participants were 502 mothers who were in their first trimester of pregnancy during the 2014 war on Gaza and who delivered between late January and March 2015 in one of four maternity wards: Al-Shifa (n=202), Al-Awda (n=100), Al-Nasser (n=100) and Al-Aqsa (n=100). All participants were residents in one of four Gaza Strip governorates. There were no exclusion criteria at enrollment; no participant data were discarded after the interviews, and all donated hair samples were analysed.

Procedures

One midwife in each hospital registered all the deliveries occurring during her work shift and obtained the participants’ written informed consent for participation in the study. The midwife collected the hair samples from mothers and newborns. The midwife also administered a face to face interview with the mothers, following a prepared questionnaire.20–22 This included the standards of European and US birth registers and was integrated previously to include the health history of the extended family (to the second degree), and questions about environmental exposure, including the mothers’ recollections of their exposures to military attacks and a variety of potentially risky habits. This questionnaire was thus an apt tool for the surveillance of changes in reproductive health, including of the inherited component of newborn congenital diseases, and it was useful for establishing correlations with major environmental changes in Gaza. The Palestinian Health Research Council and the Helsinki Committee for Ethical Approval approved the study. The Research Board in the Islamic University of Gaza, Palestine, reviewed and approved the research tools and procedures. Mothers’ recollections of their exposures to attacks were corroborated with objectively documented damage to their dwellings, if the women reported the attacks occurring while they were at home.

Measures

In the present study, the metal load in the hair of mothers and newborns was determined by inductively coupled plasma-mass spectrometry (ICP-MS) using the methodology recommended by the International Atomic Energy Agency (IAEA) for testing human exposure to environmental metals.30 We analysed women’s and newborns’ hair for the metal components of weaponry already identified in 2009 at weapons’ wound sites in the bodies of victims of attacks.6 We had also detected these metal components contaminating the hair samples of 65 of 95 children tested 1 year after the attacks of Cast lead (Manduca, unpublished data). We also found some of these metals contaminating the hair of newborns in 2011.21 22 Finally, we tested 23 metals, including known weapon components and war remnants, such as lead (Pb), barium (Ba), mercury (Hg), arsenic (As), zinc (Zn), cadmium (Cd), tin (Sn), uranium (U), tungsten (W) and aluminium (Al). As an internal control, we also measured other metals and microelements that have biological relevance but are not weapons related.

We compared the metal load of thecross sectional convenience sample of Gaza women with values for adult hair from outside the war area (RHS).31 We analysed whether the metal loads in mothers were correlated with those in newborns.

Heavy metal concentrations are expressed as ppm (parts per million). Maternal hair (4 cm) was taken nearest to the scalp at the nape of the neck, which reflected environmental exposure during the last 4–5 months of pregnancy and the eventual release of metals previously accumulated in the body. Hair from newborns reflected the accumulation of metals through life in utero.

All hair was preserved in plastic bags until the moment of analysis, according to the recommendations of the IAEA, in the Pacific Rim Laboratory, ISO/Tec 17 250 accredited (Canada). Analytical procedures were performed according to previous protocols.19 In brief, 0.2 g of washed hair was added to 2 mL of HNO3 and 2 mL of H2O2, heated to 85°C for 2 hours and added at room temperature to 6 mL of water. Samples were run in Agilent 7700. The limits of detection (ppm) were: aluminium (Al) and iron (Fe) 0.4; magnesium (Mg), copper (Cu), lead (Pb), manganese (Mn) and titanium (Ti) 0.04; barium (Ba), cobalt (Co) and chromium (Cr) 0.02; arsenic (As), cesium (Cs) and molybdenum (Mo) 0.001; cadmium (Cd) and uranium (U) 0.0001; mercury (Hg) 0.0004; nickel (Ni) 0.15; selenium (Se) 0.22; tin (Sn) and tungsten (W) 0.03; strontium (Sr) 0.01; vanadium (V) 0.002; and zinc (Zn) 0.3. Experimental values below the limits of detection for each metal were considered equal to 0 0 for the purposes of statistical analysis, which was conducted using median values. Commercial analytical standards of hair for calibration purposes were run in parallel (NCS ZC 81002b and NCS DC73347a; China National Analysis Centre for Iron and Steel).

Exposure to military attacks

The variable exposure of women to military attacks was indicated by self-reporting and verified by photographic documentation. Women responded ‘yes’ or ‘no’ to five questions: whether their own house was bombed during the 2014 war, whether the house next door was bombed during the 2014 war, whether they were inside their home at the time of the attack, whether they were displaced afterwards and whether they found spent ammunition inside their dweling. Based on these answers, they were grouped according to their ‘proximity of exposure to attacks’. The concept of proximal exposure was formulated on the realisation that attacks very often involved the spread of weapons’ parts to adjacent houses. The term ‘proximally exposed” was used to identify women whose homes or neighbouring homes were attacked. The proximally exposed group was divided into two subgroups according to their continuous habitation in the places where the attacks occurred: women who remained in or next to the house that had been bombarded or shelled, and women who moved elsewhere at some time after the attack. Creation of these subgroups reflects the concern that women with ongoing residence at the locations of the attacks might have had different exposures to war remnants than those who had moved. This concern was, ultimately, unfounded. A third group included women who had no recollection of any exposure. In October 2015, we visited the women in subgroups 1 and 2 and photographically documented the damage that had occurred during the military attacks on their dwellings.

Exposure to potential civilian sources of metal contamination

We tested whether other known potential sources of contamination by heavy metals correlated with the mothers’ distribution of metal load. Women were asked about their own use of agricultural substances (pesticides, herbicides, fungicides) and generic household chemicals of unknown composition, their consumption of three main types of medicines and of three prenatal prevention supplements, their use of three available sources of water for drinking and cooking, their frequency of eating fish and their history of smoking. For statistical analyses, a dichotomy variable was formed with 1=women reporting the use of agricultural and household chemicals and 2=non-users.

Statistical methods

The metal loads (ppm) found in the hair of mothers, reported as median values and interquartile ranges, were statistically compared. The first analysis involved the 95th percentile values of the whole cohort and of each exposure group compared with those values for the hair from adults of both sexes from areas unaffected by war (RHS, Germany, by Micro Trace Minerals, MTM; USA by Trace Minerals International, TMI).31 No equivalent reference was available for the newborns’ metal load. The second analysis compared the metal loads within the cross sectional convenience sample between groups proximally exposed and unexposed to military attacks. The third analysis compared the metal loads between users and non-users of agricultural and household chemicals.

In analysing the findings in this study, quantile regression analysis was used because it allowed for the modelling of any percentile or quartile of the outcome, represented in this study by metal distribution, including the median. Furthermore, the Shapiro–Wilk and Pearson’s χ2 normality tests showed that metal concentrations were not normally distributed, and log transformation did not lead to satisfactory results. Quantile regression analysis has the advantage of being more robust against outliers in the outcome variables than least squares regression (linear) and, as a semi-parametric tool, it avoids assumptions about the parametric distribution of the error process.

The relationships between 23 metal concentrations and exposures to military attacks were analysed by multiple quantile regression models, least absolute value models (LAV or MAD) and minimum L1 norm models.32 The quantile regression models, fit by QREG STATA COMMAND, express the quantiles and the conditional distribution as linear functions of the independent variables which, in this case, are exposure and any confounders. Spearman correlations were used to identify the associations between mothers’ and newborns’ metal concentrations. All analyses were performed using STATA v.13.

Results

In this sample, median age of the women was 26.9±5.92 years (range 16–52), and 2.5% of participants were younger than 18 years. Of the 502 women, 26.7% were carrying their first pregnancy during the war, and the majority (88.8%) worked at home. Prenatal care efforts, including consumption of iron, vitamins and folic acid, were undertaken by 89% of women. A total of 29% reported a diagnosis of anaemia while 0.5% reported a diagnosis of diabetes. The prevalence of preterm delivery was 1.5%; the prevalence of low birth weight (<2.5 kg) was 2.3%. Of the infants in the study, 4.5% were born with birth defects, and all were born alive, although one baby died in the minutes after birth.

Figure 1A shows the percentages of participants residing in each of the four governorates and whether they were displaced after the military attacks. Information about the exact locations of displacement was not available. Figure 1B shows that 32.4% of women reported weapon hits directly on their own house and 14.7% found war remnants inside the dwelling. Among women whose houses were directly hit (n=163), 63% (n=103) were inside the house during the military attack (Figure 1C). Thus a fifth (20.4%) of all women were in their own home  under the attack, and almost half (46.6%) of these found war remnants, generally shrapnel and shells, inside their houses. In addition, 11.9% of the women whose houses were not directly hit reported that weapons remnants reached the interior of their home from military attacks to neighbouring buildings, suggesting a wide radius of the spread of fragments from the blasts.

Figure 1

-C Localization of the mothers during attacks. (A) The residence of the 502 mothers. In black those residing in late 2015 in the same place as during the attacks in gray those displaced afterwards. (B) Left column, percentage of women in the 502 cross sectional convenience sample that reported that their own housing was hit directly and right column, those that found parts of ammunitions in their house. (C) Percentage of women that were inside their house under the attack .

In October 2015, 78 women of the 103 whose homes were hit while they were inside were contacted, and the damage to 49 homes was recorded (in photographs) in order to objectively document the military attacks. Figure 2A shows the number of the visited homes whose damages were photographed ; of these 63% still exhibited the damage from the attacks.  Ten houses were totally destroyed, 15 exhibited major damage and 24 displayed minor damage (Figure 2B and Figure 1 in the online supplement).

Figure 2 A-B

Reported attacks on the housing of the women in the cross sectional convenience sample (n=502). (A) Seventy eight of the 103 women who experienced a direct attack on their house while they were inside it were visited in October 2015. The damages that were still visible were documented by photography. (B) Damages observed  classified according to their impact on the structure.

Subgroups for personal exposure to military attacks were generated in order to investigate associations between the load of metals in women’s hair and their proximity to the military attacks. Figure 3 shows the distribution of the two proximally exposed and the unexposed subgroups. Of the 502 women in this study, 55.9% (n=282) belonged to the subgroup of women who were exposed to an attack and who remained in the same house, where weapon remnants were likely to be present, during the following months of their pregnancy. Subgroup 2, composed of women who were exposed to attacks and who had moved away from the bombed or shelled home, included 12.3% (n=61) of participants. Subgroups 1 and 2 compose what we named the “proximally exposed” women and were the 68.2% of the cross sectional convenience sample. Approximately one-third (31.7%, n=159) of the women belonged to subgroup 3, who reported not having been under or next door to military strikes and were therefore considered unexposed. Photographic evidence confirmed the damage to the houses of 25 women in subgroup 1 and of 24 women in subgroup 2.

 

Distribution of the cross sectional convenience sample according to different environmental exposures. (A) Division of the whole sample into subgroups was based on their reported proximal exposure or non-exposure. All women who reported that their home or the home next door was hit in an attack are in subgroup 1 (55.9% of the sample if they remained a resident in the same house until they delivered their baby, or in subgroup 2 (12.3% of the sample) if they were displaced after the attack. Subgroup 3 (31.7% of the sample reported no exposure to attacks. (B) Source of water for drinking and cooking. (C) Nearness to manufacturers and workshops. (D) Use of household and agriculture chemicals (shown in detail): users, or users of any of these chemicals or more than one.

” data-icon-position=”” data-hide-link-title=”0″>Figure 3 A-D

Figure 3 A-D

Distribution of the cross sectional convenience sample according to different environmental exposures. (A) Division of the whole sample into subgroups was based on their reported proximal exposure or non-exposure. All women who reported that their home or the home next door was hit in an attack are in subgroup 1 (55.9% of the sample if they remained a resident in the same house until they delivered their baby, or in subgroup 2 (12.3% of the sample) if they were displaced after the attack. Subgroup 3 (31.7% of the sample reported no exposure to attacks. (B) Source of water for drinking and cooking. (C) Nearness to manufacturers and workshops. (D) Use of household and agriculture chemicals (shown in detail): users, or users of any of these chemicals or more than one.

Metal load in mothers and newborns

Supplementary Table 1 (see online supplementary Table 1) shows the descriptive values of the metal load, as determined by ICP-MS, for the 23 metals investigated in the hair of mothers and newborns, both for the whole group and for subgroups of exposure to military attacks. In general, the mothers’ metal loads were higher than the newborns’. Spearman correlations of the metal load between the mothers and newborns for the whole sample (Table 1) showed significant (p<0.05) positive correlations for all metal loads, except for Cu and Sn, and a negative correlation for Ba. These data indicate trans-placental passage of toxicants Cr, Cs, Mo, Ni, Sr, Pb and V, and teratogens Hg, U and W.

Table 1

Correlation between mothers’ and newborns’ metal loads. Spearman analysis of the correlation between mothers’ and newborns’ metal loads. Values of p<0.05 are enhanced in yellow for the positive correlations for Mg, Cr, Cs, Hg Mo, Ni, Sr, U, V and W.  The correlation is negative for Ba. Values are reported in ppm

Table 2

Comparison of the metal load of the mothers in the cross sectional convenience sample and in subgroups 1, 2 and 3 with that of reference ranges of standards from areas not involved in the war. Comparison of the 95th percentile of metal load in the wholesample and in subgroups 1–3 with that of standards from areas not involved in wars. Confidence intervals are shown. Results with 95th percentiles significantly higher than the reference value are enhanced in light blue and in bold. Values are reported in ppm. Subgroups 1 and 2 are mothers ‘proximally exposed’ to attacks and subgroup 3 those that reported no exposure

The metal load comparison to a reference standard (RHS) from areas unaffected by war (Table 2) shows the comparison of the 95th percentile of the metal load for the mothers with that of RHS. In the whole sample and in each subgroup, the load of toxicants (Al, Fe, Ba, Mn, Ni, Pb, Sr and V), teratogens (Hg, U and W), carcinogens (As, Cd and Co), and of Mg and Zn was significantly higher in the hair of women in all groups of the Gazacross sectional convenience sample than in the reference group RHS. The load of Cs, Cu, Mo, SE, Sn and Ti did not significantly differ from what was found in the reference group, RHS.

Proximal exposure to military attacks and metal load

To examine whether there is an association between proximal exposure to military attacks and metal load, the median values of the subgroups were analysed by multiple quantile regression models. Results showed that both subgroups of proximally exposed women had significantly higher loads for the majority of metals than the unexposed subgroup. For the sake of clarity, Table 3 does not include the following metals which were detected at the same level in all samples as in RHS, and thus unrelated to differences in anthropogenic activities of any kind in the samples and the reference: Cs, Cu, Mo, Se, Sn and Ti. This analysis confirms that proximal exposure is associated with a higher load of contamination for most metals, with an exception for U, with the highest load in subgroup 3. Specifically, subgroups 1 and 2 together showed significantly higher metal loads than subgroup 3 for Al, Mg, Mn, Ba, As, Zn and V. Subgroups 1 and 2 showed significant differences between them: subgroup 1 was highest for Ba and V; subgroup 2 for Cr, Sr and W. Measured loads of Fe, Hg and Pb were higher in the three subgroups than in RHS but did not differ among the subgroups.

Comparison between the newborns groups for metal load showed that the newborns in subgroup 2 had a significantly higher load of contaminants for most metals, except for Hg and Zn. Yet, children in subgroup 3 had a significantly higher load for Al than newborns in subgroup 1.

Regarding exposures to environmental chemicals from civilian sources and potential confounders, the study showed high homogeneity in the women’s sample for exposure to most of the potential risk factors. For 84% of the women, it was common to use multiple sources for drinking water, and 87% of the women resided far from industrial plants (figure 3B and C). All of the women used a combination of the five food sources (UNRWA, Egyptian, Israeli and Turkish imports, and local). Less than 5% of women engaged in potentially risky habits, such as smoking, using hair dye or consuming medicines (not shown), and most of the women (90%) ate fish, a potential source of mercury, less than or equal to once per month. These putative risk factors do not seem relevant to the differences in the distribution of the metal load found between the women proximally exposed to military attacks and unexposed women.

Table 3a

Comparison between mothers of metal load between subgroups according to their ‘proximal exposure’. The metal load in mothers from different subgroups were compared with each other. Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘proximal exposure’. For ease in reading the data, the colour yellow indicates that the group in the first column of each panel has significantly higher load (p<0,05) than the one in the second column of the same panel. If vice versa, the line is enhanced in green colour. Panel A compares exposure subgroups 1 with 3; panel B compares exposure subgroups 1 with subgroups 2+3

Table 3b

Comparison between mothers of metal load between subgroups according to their ‘proximal exposure’. The metal load in mothers of different subgroups were compared with each other. Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘proximal exposure’. For ease in reading the data, the colour yellow indicates that the group in the column on the left in each panel has significantly higher load (p<0.05) than the one in the column on the right in the same panel. If vice versa, the line is enhanced in green colour. Panel C compares exposure subgroups 1+2 with 3; panel D compares exposure subgroups 1 with 2

Table 3c

Comparison between newborns of metal load between subgroups according to the mothers ‘proximal exposure’. The metal load in newborns of different subgroups were compared with each other. Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘proximal exposure’. For ease in reading the data, the colour yellow indicates that the group in the column on the left in each panel has significantly higher load (p<0.05) than the one in the column on the right in the same panel. If vice versa, the line is enhanced in green colour. Panel A compares exposure subgroups 1 with 3; panel B compares exposure subgroups 1 with 2+3

Table 3d

Comparison between newborns of metal load between subgroups according to the mothers ‘proximal exposure’. The metal load in newborns of different subgroups were compared with each other. Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘proximal exposure’. For ease in reading the data, the colour yellow indicates that the group in the column on the left in each panel has significantly higher load (p<0.05) than the one in the column on the right in the same panel. If vice versa, the line is enhanced in green colour. Panel C compares exposure subgroups 1+2 with 3; panel D compares exposure subgroups 1 with 2

Figure 3D shows that 76.3% (n=352) of women reported non-use of household and agricultural chemicals, whereas the 109 women classified as users reported using pesticides (n=82), herbicides (n=9) or other household chemicals (n=18). The chemicals were identified according to their function rather than their chemical composition and were studied only from the point of view of their potential contribution to the load of heavy metals in hair. Table 4 compares the median quantiles between user and non-user groups, showing no significant differences (p >0.3 for all analyses) among these subgroups in the load for all 23 metals. It is possible, then, to rule out the possibility that the use of these products contributed to the heavy metal contamination.

Table 4

Comparison of metal load between mothers according to their use of house–agricultural chemicals. Subgroups are not users-subgroup 1 (n=352) or users subgroup 2 (109), of any of the chemicals listed in figure 3D . Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘use of chemicals’. There was no significant difference for the load of all metal tested (p > 0,3) between the two groups

Discussion

Principal findings

The study is the first to document the number of civilian subjects in the population who were exposed in 2014 to military attacks in Gaza. The women in this cross sectional convenience sample experienced, in 32.4% of cases, a direct hit to their private dwellings and, in 63% of these cases, the attacks occurred while the women were inside their homes. The women’s recollections were supported by photographic documentation of the reported damage which verified its extent. Hits including those on neighbouring buildings (proximal exposure) were reported by almost 70% of the women.

The study examined the load of heavy metals in the hair of this cross sectional convenience sample  of women who were all pregnant during the war in Gaza in 2014. Hair samples were collected when the women delivered during the winter of 2014 and the spring of 2015. We found a positive correlation between a high load of toxicants (Ba, Al, V, Sr and Cr), a teratogen (W) and a carcinogen (As) in women’s hair and their proximity to military attacks in 2014.

We also found that there was a higher load in the entire cross sectional convenience sample of Gaza women in comparison with the hair samples from individuals in areas unaffected by war (RHS), regardless of their recent exposure to attacks. The high load was for heavy metals already detected as war remnants from previous attacks in 2009 (toxicants such as Al, Fe, Ba, Mn, Cr, Ni, Pb, Sr and V; teratogens such as U and W; and carcinogens such as As, Cd and Co).

There was, instead, no difference in the cross sectional convenience sample of Gaza women, regardless of their reported exposure to the attacks in 2014, in comparison with the metal load in the hair of adults of both sexes from the areas unaffected by war (RHS) for the concentration of microelements (Cu, Se and Mo) and a few other metals (Cs, Sn and Ti). Moreover, anthropogenic sources not arising from military attacks were excluded as confounders. These data confirm that the source of toxicant, teratogen and carcinogen contaminants was anthropogenic and associated with military attacks. We also showed that there was trans-placental passage for heavy metals from mothers to their newborns.

Limitations of the study

The lack of ‘never exposed to war’ controls within Gaza is a limitation of the study which cannot be overcome because there is no recent ‘time zero’ for anthropogenic, heavy metal weapons related contamination in Gaza since the first aerial attacks in 2004. Military attacks and restrictions on people’s movement have become a prominent structural factor in the past 10 years. All participants in this study were present and residentially stable during three military operations in 6 years (Cast lead in 2008–2009, Pillar of cinder in 2012 and Defensive edge in 2014) and were likely exposed during that time and continuously thereafter to heavy metal war remnants that were environmentally stable. Even so, as the results highlight, this study was able to identify the contribution of heavy metals from the military attacks in 2014, establishing a significantly higher metal load in the hair of the women proximally exposed to these attacks. The composite background of war related heavy metal contaminants in the entire cross sectional convenience sample reflects the local history of attacks and had no bearing on the conclusions when we compared women exposed to those not exposed in 2014.

A general limitation of this type of study is that the knowledge about the effects of in-body interactions resulting from intake of more than one heavy metal is limited. It is difficult to anticipate the extent of the long term risk for human health and, in particular, for future pregnancies or infant development. Although we reported preliminary findings about incidence of birth defects and prematurity outcomes for the whole cross sectional convenience sample, this study was not designed to identify potential correlations between negative phenotypes in the newborns and heavy metal load. The size of this sample, while adequate to identify the correlation between levels of heavy metals with environmental exposures, is not large enough to generate accurate values for the incidence of negative birth outcomes, which have relatively low frequency in the population, or to establish the association of a high load of heavy metals with those outcomes.

Strengths of the study

The use of a questionnaire specifically designed to include local issues and administered via face to face interviews with women by their midwives allowed for the evaluation of the potential impact on the load in heavy metals of women’s habits and exposures to sources of potential contamination other than military attacks. The questionnaire confirmed the rarity of other habits that could potentially lead to heavy metal exposure and to quantify as very low the geographical nearness to common anthropogenic sources of heavy metals in Gaza. The survey thus helped to verify and exclude a role for many potential confounders in the mothers’ heavy metal load. A further strength of the study was the inclusion, as an internal control, of the testing of the concentration of microelements and metals not associated with weaponry. These did not differ in concentrations from the RHS reference, for both the exposed and not exposed groups.

This is the first investigation involving a sample with a relatively large number of participants, enlisted without exclusions, and which also includes newborn babies, where the load of 23 heavy metals was measured in participants’ hair. The size of the cross sectional convenience sample allows subgroups to be used according to exposure to environmental factors, where even the subgroups were of suitable sizes for statistical analyses of the differences in median concentrations of contaminants. In addition, this is probably one of the first studies where women’s recollections, in this case regarding their exposure to military attacks, was verified objectively by photographic documentation.

Interpretation

Heavy metal contamination as a hidden legacy of military attacks in 2014

The contamination by heavy metals associated with the exposure to recent military attacks is a hidden factor that has, until now, never been fully documented, even though it constitutes a risk for the health of the population. The frequency of women’s exposure to the attacks in 2014 in a home setting was very high, about 70%, demonstrating the local’s saying that there was ‘no place to hide’ for the population of Gaza at that time. The women exposed to attacks had significantly higher loads of heavy metals than women not exposed. As only about a quarter of women were primipara, three-quarters of the women had children who were similarly exposed to the military attacks. The extent of the attacks on civilians in 2014 was thus likely to have produced heavy metal contamination in a wide sector of the population.

The fact that the highest contaminant loads was found in the women exposed to attacks were in those not exposed involved various toxicants, teratogens and carcinogens (Ba, Al, V, Sr, Cr, W and As) , could not be foreseen a priori and illustrates the complexity of the contamination. Yet, this finding is compatible with the reports by various sources25 27 about the use of many different types of ammunitions in this military operation.

We excluded some relevant sources as potential contributors to the heavy metal load detected in the cross sectional convenience sample. Chemicals used in agriculture and in the household did not impact on the metal loads when the entire sample was compared with references, or in proximally exposed women versus those not exposed. All other known factors considered are unlikely to be confounding. This is consistent with the known limited other anthropogenic sources of heavy metals in Gaza (like refineries and metal and chemical industries) and with the reduction in gasoline consumption for all uses, which was severely restricted due to the economic blockade in place since late 2012. Exposure to the 2014 attacks was the only factor that we could detect as contributing to the personal contamination of the participants by heavy metals.

Historical contamination by other war remnant heavy metals and their persistence in the environment

Besides the identification of a high load of heavy metals, which we specifically traced to exposure to the military attacks in 2014, we found that all the participants had levels significantly higher than controls from outside areas affected by war (RHS) of other war remnant heavy metals, such as U, Hg, Cd, Co, Fe, Ni, Pb, V, Mn, Cd and Co. Previous reports had shown their delivery in Gaza by weaponry; teratogens Hg and Cd and toxicants Pb and Fe were delivered by weapons in the 2008–2009 war.6 A high load of Hg was reported in newborns of mothers exposed at that time to bombing and to attacks with white phosphorus ammunitions.17–20 High loads of Al, Fe, Cd, Hg and U were detected in the hair of children tested 1 year after the 2008–2009 attacks (unpublished, Manduca).

The presence of concentrations higher than those found in the reference group (RHS) for heavy metals introduced previously by weaponry in Gaza in the entire cross sectional convenience sample of women that we have tested in 2015 confirms that these elements have persisted in the environment for years and suggests that the whole population may have been chronically intaking these metals.

Implications of chronic exposure to heavy metals and their in-body accumulation

Chronic exposure to heavy metals before the attacks in 2014 complicates the contribution of the attacks in 2014, and involves also diverse types of heavy metals. Yet, the heavy metals detected previously, as well those recently detected as deriving from the 2014 attacks, are known for their teratogenic, toxicant and carcinogenic properties. They are risk factors for non-communicable diseases and for reproductive health. On the one hand, the environmental stability of heavy metals makes it possible for their chronic intake from the environment by individuals. On the other hand, these metals, after intake into the body, are not excreted rapidly and accumulate in organs where they can continue to induce somatic epigenetic changes. If there is a threshold for their action , they can reach the critical concentrations capable of causing negative biological effects over time and can therefore affect health even at a time distant from that of intake, and pathological and phenotypic endpoints of their effects could  be delayed.

A variety of negative effects in time affecting the physiology of individuals, as well as an increase in non-communicable diseases, were reported in association with heavy metal exposure. Unfortunately, very little knowledge is available to date on the kinetics of the deposition of each heavy metal in the body and of its release from each specific organ of deposition, and these unanswered questions require further investigation. Among the various potential long term negative effects associated with heavy metal intake, we here only discuss  some of the concerns regarding reproductive health, for which some information in humans is available, as well as the role of teratogens of some of the heavy metal contaminants.

Exposure to attacks, heavy metal load and long term implications for reproductive health

We have mentioned the limits of this study in investigating the association of the metal load with phenotypes at birth. The present study is a first step in this direction. Nonetheless, the finding of an increase in birth defects and preterm births, compared with the incidence registered in 2011, is a concern.21 We can anticipate that our data on a widercross sectional convenience sample would register significant increases in birth defects and preterm births by the year 2016 (Manduca et al, submitted 2016). In other post-war settings, the association between exposure to attacks and negative reproductive outcomes was reported.18 In Gaza, by retrospective pedigree analysis,20 an increase in birth defects was reported starting in 2005, after the newest air delivered weapons were first used. Between 2006 and 2010, i.e. before and after the Cast lead operation in 2009, there was a significant increase in birth defect in infants,19 a rise which was continuing in 2011 (Manduca, unpublished). In Gaza was reported in 2011 association between the exposure to attacks and the contaminant load in newborn hair for specific teratogens, if the infant was born with a birth defect, or toxicants, if the infant was born preterm.22 There is thus some evidence of the potential negative impact on the outcomes of pregnancies due to the intake of heavy metals during wars.

There was also limited previous evidence that most of the heavy metals pass through the placental barrier, as we here documente, and accumulate in the hair during fetal life. However, the critical levels of heavy metals capable of negatively impacting on the human embryo and fetus are unknown, and little is known about the kinetics and modalities of trans-placental transfer of each individual heavy metal over time.

We have reported that newborn babies in this cross sectional convenience sample have lower heavy metal loads than mothers, but our present knowledge does not allow for a conclusion of whether this is reassuring for their future health as infants. Delayed effects were reported for in utero exposure to attacks among children as increased rates of chronic illnesses, developmental problems and growth impairments.7–10 12–16 Our data on newborn contamination are only an initial contribution to the needed research to investigate whether a high maternal load of weapons related metals and in utero exposure of the baby can predict physical, cognitive, emotional and psychological development in the infant. We are presently addressing this issue with a longitudinal assessment.

Other long term exposures to heavy metals that could harm the infant’s development may occur because of the transmission of heavy metals from the mother through breastfeeding.

A high load of some heavy metals can interfere with the mother’s future capability to bring a pregnancy to term, resulting in premature deliveries or negative effects on their next babies’ health.11 29 Mobilisation during pregnancy of metal previously accumulated in the mother’s body is likely to occur in pregnancies remote in time from their intake, and the return of stored heavy metals into the lymphatic and vascular circulation may have delayed effects on reproductive health.21 22 There is evidence that different heavy metals accumulate preferentially in different compartments of the body (eg, bone for lead, strontium and uranium; brain for mercury, cadmium and aluminium; kidney for cadmium, mercury, chrome, lead and plutonium), and that from these organs, the metals can be mobilised during subsequent pregnancies, via organ and tissue remodelling, and the development of the placenta, but the extent and details of these mobilisations are largely unknown.

Generalising the meaning of the study

The results of this study illustrate that in Gaza, a specific high load of heavy metals is associated for all the women in the cross sectional convenience sample with the exposure to military attacks in 2014, and widespread contamination for many heavy metals was associated with the use of weaponry in previous attacks. These evidences support the possibility of immediate and long term risks for health posed by weapons associated heavy metals and war remnants. They suggest that the risks posed by the war remnants are diffuse, may not be limited to reproductive health and may also affect the frequency of pathologies such as cancers, male sterility, immunity and endocrine disorders, thus interesting all sexes and ages, as the insurgence of these pathologies can be influenced by heavy metal exposure and is noticeable that they are reported by medical sources, on the rise in Gaza.8–11

The contamination documented in the cross sectional convenience sample by potential effectors of non-communicable diseases suggests new investigative lines in studying their ethology.

The relevance of the local context needs to be underlined as the it  was the first determinant that made our research possible. There are factors in the Gaza Strip that aided conducting human studies which would hardly be possible elsewhere: good medical structures, collaborative communities with stable composition and residences, and stagnating or restricted industrial production (although imposed by the siege and negative for the well-being of the people), independent documentation from international observers of timing of attacks and of kind of weapons used , and consulting help for environmental issues. The collaborative context also allowed the development of a questionnaire suitable for further surveillance of health.

To fully understand the implications for health of these findings we need future studies involving a variety of professional aptitudes. Research is needed on the fate of heavy metals in the human organism, particularly in relation to the release from the mother’s organ during remodelling in pregnancies. Additionally, researchers should explore the mechanistic aspects of the molecular action of each heavy metal, and longitudinal studies can identify and verify the endpoints of diseases over time. Currently, knowledge of all of these matters is limited. Given that the weaponry used in many of the current military operations in other countries is often manufactured by the same firms as the weaponry used in Gaza, our observations may be relevant in designing studies in other settings.

Conclusions

The long term effects on health due to contamination by remnants of war containing heavy metals needs consideration in association with other long term effects of war on populations, including the trauma of war and war related economic and structural damage.

Surveillance at birth, bio-monitoring and the study of outcomes of maternal and newborn health must be maintained as stable programmes, as they provide the most sensitive first sentinels for studies of the sequelae of anthropogenic contamination and can provide alerts about increases in damaging health conditions. They also provide solid information intrinsic to prospective data collection. Surveillance at birth is relatively easy to implement, and its outcome informs the general risks for the population and helps tailor public health interventions and preventive procedures.

Retrospective and longitudinal investigations should be undertaken to investigate the effects of heavy metal contamination on non-communicable diseases

Further research on the long term health damage caused by exposure to heavy metals is needed. Additionally, plans for family counselling, prevention and remediation should be developed. These efforts require the support of the scientific community and the involvement of an array of professionals from different disciplines. Our studies provide a background for others to be implemented in other settings where, in similar fashion as in Gaza, general health may be threatened by hidden remnants of war in the present and for the next generations.

In summary, in Gaza, contamination by heavy metals that persist in the environment and their continuing accumulation in individuals are ongoing risk factors for a variety of health outcomes in the aftermath of war.

Supplementary Material

Supplementary material 1

Supplementary Material

Supplementary Table 1

Acknowledgments

Fabrizio Minichilli, researcher, and Fabrizio Bianchi, Research Director Unit of Environmental Epidemiology, Institute of Clinical Physiology, Pisa, Italy, provided significant support in the statistical analysis.

References

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View Abstract

Footnotes

  • Contributors Contributorship statement. PM developed the questionnaire used to collect the data, directed the analytical work and elaboration of the data with statisticians, wrote the manuscript, and prepared the figures and reference list. SYD directed the organised field work in three hospitals, and the follow-up objective assessment of damages, and contributed to the definition of the work and review of the manuscript. NMAA directed the organised field work in one hospital and contributed to the definition of the work and review of the manuscript. SRQ partecipated in the planning of the study and review of the manuscript. R-LP launched the idea of the study and participated in the planning of the work and first draft and review of the manuscript. All contributed authors had access to and revised the data.

  • Competing interests None declared.

  • Patient consent Yes.

  • Ethics approval The Palestinian Health Research Council and the Helsinki C’ommittee for Ethical Approval approved the study, and the Research Board of the Islamic University of Gaza, Palestinine, reviewed and accepted the research tools and procedures. The women provided written informed consent for their own and their newborns’ participation.

  • Provenance and peer review Not commissioned; externally peer reviewed.

  • Data sharing statement Extra data can be accessed via the Dryad data repository at http://datadryad.org/with the doi:10.5061/dryad.kr846.

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Le conseguenze dell’aggressione saudita: UNICEF e OMS lanciano l’allarme sulla situazione sanitaria nello Yemen

Sempre più devastanti gli effetti dell’aggressione saudita sostenuta dagli USA contro il paese più povero del mediterraneo orientale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’UNICEF hanno lanciato l’allarme sulla grave situazione sanitaria nello Yemen, affetto da una terribile epidemia di colera.

Dalla fine di aprile, lo Yemen è immerso in una grave crisi umanitaria e sanitaria a causa della seconda epidemia di colera che colpisce il paese da meno di un anno.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, OMS, circa 570 persone sono morte di colera, mentre il numero di potenziali pazienti è aumentato a 70.000.

Il portavoce dell’OMS, Tarik Jasarevic ha dichiarato che stanno cercando di aumentare la loro risposta all’epidemia con 150 mila vaccini per via endovenosa, una trentina di nuovi centri per il trattamento della diarrea e con 67 tonnellate di materiale medico.Inoltre, ha chiesto l’aiuto internazionale per affrontare questa emergenza.

Inoltre, il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, UNICEF, ha avvertito che il colera si sta diffondendo in maniera incredibilmente veloce nello Yemen, e il dramma dei bambini sta diventando un disastro.

Secondo stime dell’OMS, milioni di yemeniti vivono in zone a rischio di trasmissione del colera, macerie e distruzione causata dai bombardamenti dell’Arabia Saudita, e il blocco totale imposto contro lo Yemen che impedisce l’arrivo di farmaci nel paese.

Fonte: Hispantv
Notizia del: 03/06/2017

Sorgente: Le conseguenze dell’aggressione saudita: UNICEF e OMS lanciano l’allarme sulla situazione sanitaria nella Yemen – World Affairs – L’Antidiplomatico

Lawyer: Israeli authorities torture Palestinian minors during detention, interrogation

RAMALLAH (Ma’an) — Teenage Palestinians in Israeli prisons and detention centers say they have been tortured, verbally abused, kicked, and slapped by Israeli interrogators during detention and interrogation, according to a lawyer from the Palestinian Committee of Prisoners’ Affairs, who recently conducted a series of visits with Palestinian teens in Israeli custody.

Hiba Masalha’s collection of testimonies comes as the latest report amid years of well documented cases of abuse and mistreatment of Palestinian children by Israeli forces.
In a statement from the committee, Masalha quoted 15-year-old Muhammad Abd al-Hafith Atiyeh from the Issawiya neighborhood of occupied East Jerusalem as he recounted the night that “large numbers of Israeli troops and intelligence officers” arrived at his family home around 3 a.m. on April 19, and inspected the house before detaining him.
Some 31 other Palestinians, the majority of them minors, were detained the same night during mass raids in Issawiya, in a detention campaign that has continued to intensify in East Jerusalem neighborhoods as Israeli police crack down on Palestinian youth for alleged criminal offenses like rock throwing.
“After Israeli soldiers handcuffed and took me outside my home,” Atiyeh said, “they violently beat me with their hands, with clubs, with their rifles, and kicked me in the head, back, and abdomen.”
Atiyeh said he was then shoved inside a military jeep between two soldiers with his head down and “whenever I moved they slapped me in the face.”
He was then taken to Israel’s Russian Compound detention center where, according to Masalha, he was forced to “kneel with his face on the ground and his hands cuffed behind his back for 10 hours.”
Another teenage boy, Muhammad Arafat Ubeidat, 16, from the Jabal al-Mukabbir neighborhood of East Jerusalem, told Masalha that he was detained from his home on May, 19 at 3 p.m., after Israeli police and soldiers ransacked his house “messing up whatever they found on the ground.”
A commander then asked Ubeidat to sign a paper in Hebrew and Arabic certifying that “nobody had beaten him or assaulted him.”
After he signed the paper, the soldiers handcuffed him behind his back and took him to a military vehicle.
The teen was then sat between two soldiers with his head facing the ground for the duration of the ride, throughout which “the soldiers beat his back with their elbows and slapped his face repeatedly.”
Like Atiyeh, Ubeida was then taken to the Russian Compound detention center where he was interrogated for six hours until midnight, his hands and feet tied to a chair.
“An interrogator kept swearing at me and slapping my face the whole time telling me to admit to charges (I didn’t commit).”
Ubeida stayed 14 days in a cell at the compound, under no charge, during which he was subjected to 17 interrogation sessions.
Some days, he said, he had three or four interrogation sessions in one day. After the 14 days, he was then moved to Israel’s Megiddo prison.
Ubeidat pointed out that prisoners suffer severely when they have court hearings, as they have to travel from Megiddo prison in the north, to central Israel’s Ramla prison, then to Jerusalem, and back.
“The wardens who escorted us treated us very badly, beating us and swearing at us for no reason,” Ubeida said, “they denied us water and bathroom breaks during the long journey back and forth.”
Masalha reported similar experiences from Muhammad Hussein Halasi, 17, from Jabal al-Mukabbir, Omar Abu al-Foul, 17, from Jabaliya refugee camp in the Gaza Strip, Jihad Salih Ghaban, 17, from Beit Lahiya in the Gaza Strip, and residents of Shufat refugee camp in occupied East Jerusalem Yazan Nidal Issa and Nidal Majid Adwein.
The youth from the Gaza Strip were detained in April and May after they attempted to cross the border fence between Israel and the besieged coastal enclave without proper documentation, in attempt to go to Israel and look for work.
Masalha’s report came two days after the Palestinian Prisoner’s Society (PPS) released a statement saying Palestinians being held in Israel’s Etzion prison were subjected to assaults, while Israeli soldiers reportedly used electric shock on a 16-year-old prisoner. Defense for Children International – Palestine (DCIP) released a report last month describing the well documented abuse of Palestinians children by Israeli forces and the harsh interrogation practices used to force their confessions, which has long been the target of criticism by the international community.According to affidavits taken by DCIP for the report documenting the recent arrests and sentencing of Palestinian minors for rock throwing, two of the teenagers “both had maintained their innocence and confessed only after they had experienced physical and psychological abuse.”The youth described being kicked and punched while handcuffed, choked, and having a door slammed in their face.
Interrogations of Palestinian children can last up to 90 days according to prisoners’ rights group Addameer, during which in addition to being beaten and threatened, cases of sexual assault, and placement in solitary confinement to elicit confessions are also often reported, while confession documents they are forced to sign are in Hebrew — a language most Palestinian children do not speak.

According to the Palestinian Committee of Prisoners’ Affairs, Israeli forces have detained 560 children from occupied East Jerusalem alone since the beginning of 2016, and 110 minors were still being held in Israeli prisons, including four girls and 10 boys in juvenile detention centers.

Sorgente: Lawyer: Israeli authorities torture Palestinian minors during detention, interrogation

Israele: bambini rubati, bambini imprigionati

bambinapalestinese

Il parlamento israeliano ha annunciato all’inizio di questa settimana di aver abbassato da 14 a 12 anni l’età minima per imprigionare i bambini responsabili di azioni “terroristiche”, una misura che secondo la Knesset si sarebbe resa necessaria a fronte dei ripetuti attacchi messi a segno di recente da giovani palestinesi. La nuova legge “permetterà alle autorità di imprigionare un minore riconosciuto colpevole di un grave crimine quale omicidio, tentato omicidio o omicidio colposo, anche se lui o lei ha meno di 14 anni”, si legge sul sito web del parlamento.

Nella nota si sottolinea che la gravità degli attacchi messi a segno negli ultimi mesi “richiede un approccio più aggressivo, anche verso i minori”. Da notare che mai si parla di bambini, nell’apparentemente neutro ed ipocrita linguaggio delle forze di occupazione israeliane. “Poco importa a quanti vengono uccisi con una pugnalata al cuore se il minore (responsabile dei fatti) ha 12 o 15 anni”, ha spiegato Anat Berko, un deputato del partito di destra sionista Likud, estensore del testo legislativo sostenuto dal ministro della Giustizia Ayelet Shaked. La nuova legge non fa che aggravare una situazione già incancrenita, con centinaia di bambini palestinesi rinchiuse nelle carceri israeliane, in molti casi senza neanche essere passati per un tribunale ma in virtù della criminale pratica della ‘detenzione amministrativa’ che lede ogni diritto dell’imputato a potersi difendere e discolpare.

L’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha criticato la legge e il trattamento riservato ai giovani palestinesi da parte delle autorità israeliane: “Piuttosto che mandarli in prigione, Israele farebbe meglio a mandarli a scuola dove potrebbero crescere con dignità e liberi, non sotto occupazione. Imprigionare minori così giovani significa negare loro la possibilità di avere un futuro migliore”.


Secondo un bilancio pubblicato nei giorni scorsi dall’agenzia France Presse da ottobre nei territori palestinesi occupati ed a Gerusalemme sono morti 218 palestinesi, 34 israeliani, due statunitensi, un eritreo ed un sudanese.

Se i bambini palestinesi sono tra le principali vittime dell’occupazione israeliana della Palestina, nel cosiddetto ‘stato ebraico’ nei giorni scorsi è tornato a galla lo scandalo dei ‘bambini rubati’. Infatti il governo Netanyahu ha riconosciuto per la prima volta durante lo scorso fine settimana che centinaia di bambini ebrei sono stati “rubati”, rapiti. “Se il governo ne era a conoscenza o meno, se fu il governo a organizzare i rapimenti o meno, probabilmente non lo sapremo mai” ha commentato il ministro Tsahi Hanegbi al quale tempo fa il primo ministro aveva ordinato di aprire una inchiesta ufficiale.

A raccontare la sua storia è stata Hattune Abudi, che nonostante i suoi 87 anni non smette di sperare di incontrare un giorno la figlia che le fu rubata appena messo piede in Israele. Era il luglio del 1951 quando Hattune, con sua marito e due figli piccoli, atterrarono all’aeroporto di Tel Aviv insieme ad un folto gruppo di immigrati pieni di speranze per il loro arrivo nella ‘terra promessa’. “Ero incinta di sei mesi, ci misero in un campo provvisorio. Ad ottobre partorì nella nostra tenda una bimba con dei bellissimi occhi azzurri. La chiamai Rivka e ricordo ancora oggi il suo odore” racconta l’anziana signora al quotidiano spagnolo El Pais. Un giorno portarono la bimba nell’ospedale del campo e improvvisamente Rivka sparì. Ai genitori dissero che era morta ma nessuno consegnò il certificato di morte ai genitori né gli mostrò il corpo. Era la vittima perfetta per un rapimento: Rivka era nata in una tenda, non esisteva alcun documento ufficiale che attestasse la sua nascita, i genitori erano profughi che non parlavano neanche la lingua ebraica.


Un altro caso è quello raccontato da Yusef, figlio di immigrati yemeniti. Sua madre partorì una bimba nel 1950, anche lei appena sbarcata in Israele. Un giorno sua figlia, che aveva tre mesi, sparì dall’ospedale dov’era ricoverata in osservazione. Alla madre dissero che era stata dimessa; quando i genitori protestarono con il personale vennero arrestati dalla polizia per ‘alterazione dell’ordine pubblico’.


All’epoca alcuni giornali parlarono di ‘febbre da adozione’ ma le inchieste ufficiali furono avviate, senza grandi risultati, solo alla fine degli anni ’60. La prima Commissione d’inchiesta fu varata nel 1967, quando le denunce da parte di immigrati erano troppo numerose ormai per essere ignorate. Si investigò su 342 casi di bambini scomparsi o dichiarati morti. La commissione sentenziò che in 316 casi i neonati erano veramente deceduti. Ma i genitori e alcuni avvocati non si diedero per vinti e ottennero nuove inchieste. Nel 1988, nel 1995 e poi ancora nel 2001 altrettante commissioni d’inchiesta arrivarono però a risultati simili e nebulosi. Solo in cinque casi si ammise che vi era la possibilità che i bambini fossero vivi ma mai si fece riferimento a eventuali rapimenti e i documenti vagliati dalle commissioni vennero secretati, si disse, per salvaguardare la privacy dei testimoni.


La maggioranza delle famiglie di immigrati ebrei alle quali vennero sottratti i figli provenivano dallo Yemen; erano i più poveri, i più marginali, non parlavano l’ebraico. L’associazione Amram parla di ben 5000 desaparecidos, tra i quali ebrei provenienti dai Balcani, altri provenienti dal Nord Africa e addirittura alcuni casi di ebrei poveri che vivevano in Palestina prima della fondazione dello Stato d’Israele.

thanks to: Marco Santopadre

Contropiano.org

I malati di Gaza pagano il prezzo del blocco di Gaza

A Palestinian pharmacist stands next shelves which empty from medicines  in hospital in Rafah southern Gaza Strip on April, 15, 2012 as Gaza Strip faces a lack of medicines. Photo by Eyad  Al Baba

A Palestinian pharmacist stands next shelves which empty from medicines in hospital in Rafah southern Gaza Strip on April, 15, 2012 as Gaza Strip faces a lack of medicines. Photo by Eyad Al Baba

EI. Huda Jalal è ancora in lutto per la morte di suo figlio, lo scorso maggio.

La 32enne ha partorito prematuramente, prima che i polmoni del bambino fossero sufficientemente formati. L’ospedale ha messo il piccolo Sami in un’incubatrice per essere pronto alla somministrazione di betametasone. Il farmaco è usato per stimolare la crescita dei polmoni nei neonati prematuri. Ma il betametasone, che non è un farmaco particolarmente costoso, come sostiene da Mahmoud Deeb Daher, capo del dipartimento di Gaza della World Health Organization, non era disponibile. Sami è spirato dopo appena un giorno nell’incubatrice.

“Capisco che non sia facile dare alla luce neonati all’ottavo mese, ma esistono farmaci e trattamenti sanitari che possono aiutare a salvare queste vite”, ha detto la donna, madre di altri due bimbi, a The Electronic Intifada.

Hamsa Abu Ajeen, medico all’ospedale di Al-Aqsa a Deir al-Balah, Striscia di Gaza, dove Jalal ha perso suo figlio, ha parlato della carenza di medicine come risultato del blocco imposto su Gaza, ormai quasi dieci anni fa. Il ministero della salute a Gaza lotta costantemente contro la mancanza di medicine e attrezzature mediche vitali. La mancanza di fondi è una diretta conseguenza dell’assedio che penalizza l’economia.

Inoltre Israele proibisce l’accesso a Gaza a tutta una serie di prodotti e materiali da costruzione per “ragioni di sicurezza” e per la possibilità di un loro uso doppio, sia civile che militare.

Ma la lista dei prodotti vietati è in molti casi vaga e generale, includendo cose come “attrezzature di comunicazione” e, mentre medicine e prodotti sanitari non sono inclusi, macchinari a raggi x e altre attrezzature radiografiche vengono importate a mala pena e spesso trattenute in Israele.

Bambini a rischio

Osservatori internazionali come l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le Nazioni Unite e personalità politiche, hanno riferito in numerose occasioni che il blocco su Gaza influenza negativamente la somministrazione di cure mediche e porta a una carenza di farmaci potenzialmente salva-vita.

Abu Ajeen ha affermato che iniezioni di betametasone dovrebbero essere somministrate a donne in condizioni di gravidanza difficoltosa e con rischio di parto prematuro, e preferibilmente prima e non dopo la nascita. Se somministrato in tempo, il betametasone può salvare molti di questi bambini; può essere iniettato anche dopo la nascita, come nel caso di Sami se la medicina fosse stata disponibile.

“Nel nostro reparto la mancanza di tali medicine e di attrezzature mediche ha eroso la nostra abilità nell’offrire cure mediche avanzate ai nostri pazienti”, ha raccontato Abu Ajeen.

Non ci sono sufficienti iniezioni per stimolare le contrazioni uterine per accelerare il parto, ha proseguito il dottore, mentre c’è un numero limitato di macchine per elettrocardiogramma funzionanti, per controllare il cuore dei neonati. Nel reparto scarseggiano anche le incubatrici e i letti, rispetto a quelle che sono le esigenze locali.

“In molti casi dobbiamo dimettere donne che hanno appena partorito per liberare i letti, persino se queste necessitano ancora di attenzioni”, ha proseguito Abu Ajeen.

In aggiunta si devono considerare le frequenti interruzioni di corrente, le autorità di Gaza non sono in grado di importare l’attrezzatura necessaria per riparare l’unica centrale elettrica della Striscia, e la scarsità di combustibile per i generatori significa che i dottori sono perennemente preoccupati che le attrezzature salva-vita e le incubatrici possano smettere di funzionare.

Carenze critiche

Secondo Munir al-Bursh, a capo del dipartimento di farmacia del ministero della Salute di Gaza, ospedali, farmacie e cliniche sono a corto di 149 farmaci, e dotati solo del 69 per cento di quanto realmente serva.

I farmaci che scarseggiano nelle farmacie ne comprendono alcuni usati per il trattamento di malattie croniche come l’emofilia, la talassemia, il cancro e le malattie del sangue, ha riferito al-Bursh. Inoltre una grave carenza di vaccini e antibiotici ha ulteriormente ostacolato la capacità dei dottori di curare i loro pazienti. In risposta un sempre maggior numero di pazienti tenta di curarsi all’estero, ma viene ostacolata dall’embargo su Gaza e dalla continua chiusura del valico di Rafah, al confine con l’Egitto, l’unico passaggio disponibile per quasi 1,9 milioni di residenti.

Ma non è solo l’embargo su Gaza che causa la carenza di farmaci. I contrasti politici tra Hamas, che amministra gli affari interni nella Striscia, e Fatah, che guida l’ANP con il supporto di Stati Uniti e Europa, giocano un ruolo importante.

Il dottor Ashraf al-Qedra, portavoce del ministero della Salute a Gaza, ha detto che non ricevono l’assegnazione di medicine concordata dal ministero della Sanità dell’ANP in Cisgiordania. Secondo il dottor al-Qedra, Gaza riceverebbe solo il 16 per cento di quello che invece dovrebbe ottenere in medicine e attrezzature mediche.

“Gaza dovrebbe avere il 40 per cento del suo fabbisogno medico sanitario soddisfatto dalla Cisgiordania. Abbiamo meno del 20 per cento. Questo significa che siamo prossimi ad una crisi sanitaria che potrebbe mettere le vite dei pazienti a rischio”, ha continuato.

La mancanza di fondi e l’esaurimento di risorse umane e materiali hanno spinto il ministro a porre fine ad alcuni dei servizi medici essenziali, ha riferito al-Qedra.

Wael Alyan ha denunciato la questione; il 43enne soffre di insufficienza renale da cinque anni e necessita di trattamenti di dialisi quattro volte a settimana. “E’ difficile adattarsi a questa nuova vita, ogni volta devo assicurarmi di arrivare in ospedale per tempo per sottopormi al trattamento”. L’uomo spera di poter ricevere delle cure fuori Gaza, ma per adesso non se ne può permettere i costi. Ha sentito le storie di pazienti abbastanza fortunati da aver ricevuto un trapianto di rene, e oggi spera che anche il suo calvario possa finire presto. “Spero di riuscire un giorno a risparmiare i soldi necessari all’operazione, per poter condurre di nuovo una vita normale”.

Cercando una soluzione

La difficoltà nel reperire farmaci ha portato alla costituzione di un team di farmacisti che oggi studiano soluzioni alternative per prolungare il ciclo vitale di alcune medicine fondamentali.

Il team ha lavorato per quattro anni e alla fine è riuscito a convalidare – si parla di farmaci da utilizzare dopo la data di scadenza indicata – 23 medicinali usati per il trattamento del cancro e della disfunzionalità renale, e per i quali gli ospedali, se dovessero trovarsi a corto, non hanno alternative.

Nahed Shaat, a capo della squadra, ha dichiarato che il gruppo ha ottenuto informazioni importanti dalla passata esperienza militare americana.

“La terribile realtà di Gaza ci ha spinto a cercare soluzioni alternative, e i tentativi effettuati dal Dipartimento della Difesa nel 1986 per convalidare 122 farmaci sono stati una guida utile nel nostro progetto”.

Naima Siam, membro del team, ha affermato che il percorso non è semplice, perché si devono seguire le rigide linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

“Ogni farmaco deve essere convalidato nei termini e nelle modalità corrette. Finora siamo stati in grado di estendere il ciclo di vita fino a tre mesi”.

La dottoressa ha stimato che con il loro lavoro hanno risparmiato al ministero della Salute circa 200 mila dollari, dando contemporaneamente accesso ai pazienti a farmaci salva-vita.

“Il benessere dei nostri pazienti è la priorità”, ha affermato la dottoressa Siam, che ha dato voce alla sua rabbia sia contro Israele che contro l’ANP in Cisgiordania, le cui politiche tengono le medicine lontano da Gaza.

“Il diritto di accesso a cure e medicine dovrebbe essere rispettato per ogni abitante di Gaza, e non essere ostaggio di questo gioco politico”.

thanks to: Traduzione di Marta Bettenzoli

Agenzia stampa Infopal

Nuovo Rapporto sul massacro di Gaza del 2014: morirono 2200 palestinesi (526 bambini e il 63% civili)

In un nuovo rapporto pubblicato il 20 luglio dall’Ong pacifista israeliana B’Tsalem viene fatta luce definitiva sul numero delle vittime complessive del massacro passato alla storia come la “Guerra di Gaza” o, da parte israeliana, “Margine Protettivo”.

Degli oltre 2200 palestinesi morti, il 63% (quasi 1400) sono civili e oltre 500 bambini (180 con età inferiore ai 6 anni). Nel presentare il rapporto dal titolo “50 giorni, 500 bambini”, la Ong ha sottolineato come fossero tutte menzogne le raccomandazioni da parte dell’esercito del regime israeliano sulla proporzionalità e sulla selezione degli obiettivi. Le cifre simboleggiano la cruda realtà di un massacro autentico.

Notizia del: 22/07/2016

Sorgente: Nuovo Rapporto sul massacro di Gaza del 2014: morirono 2200 palestinesi (526 bambini e il 63% civili) – World Affairs – L’Antidiplomatico

Palestinian Girl Becomes Reporter After Israeli Military Kills Her Friend

While most 10-year-olds go to school, play with their friends and enjoy their childhood, Janna Jihad, from Palestine is busy becoming the youngest amateur reporter in Palestine. Sputnik spoke in an exclusive interview with Janna.

A resident of Nabi Saleh, a Palestinian village north of the West Bank city of Ramallah, Janna has been a witness to the tragedies of war from a very young age.

She started covering the local events and unveiling Israeli violations in Palestine after her friend was killed by the IDF.

“I began three years ago, when I was seven years old. I participated in rallies near our house in Ramallah, precisely in the rally of ‘Nabi Salih’ (The prophet of ancient Arabia) in the village of Nabi Salih.”

“It was a rally against the establishment of the Israeli settlement in the area. Our house is the first house in the entrance of the village of Nabi Salih; the IDF always reach there. I have loved journalism since I was a kid; I began shooting the rallies and demonstrations with my mother’s cell-phone and commenting on what I film.”

Janna explained that by filming it she is showing how the IDF attack participants during demonstrations.

“With the help of my mother I managed to publish these videos on social networks, the thing was met with significant resonance and this pushed me to continue even further,” Janna explained.

Recalling what was the turning point in her life that pushed her further to pursue journalism; Janna said that it was the killing of her friend and her maternal uncle at the hands of the IDF.

“They were shot dead just in front of my eyes when I was 7 years old. This is it. It was then when I gave up fear and shyness and decided to document all violations made by the IDF wherever I went; so I make videos on my mother’s cell-phone and make comments either in Arabic or English.”

She further spoke about how her aim is to shed light on the Israeli violations that the international media doesn’t cover and let the whole world know about their practices on Palestinian lands.

Talking about why she uses English in her reports, Janna said that she was born in the US and moved back to Palestine when she was three months old. She studied in American School in Ramallah and learned English with the help of her parents.

“I found out that reports made in English reach a wider public on social networks rather than those in Arabic. Then, I’m addressing the West; for, Palestinians and Arabs know what is happening in Palestine, and about the scope of the Israeli violations. Thus, I’m regularly working on developing my English to convey my message to the world.”

Talking about her future ambitions, Janna said that she wants to be a journalist when she grows up and work for an international news agency.

“This is because media doesn’t tell the truth about the Israeli violations on the Palestinian territories. I want to correct this and show the true picture of the events. I also wish to become a football player to represent Palestine in all international forums (and football matches),” Janna concluded.

Sorgente: Palestinian Girl Becomes Reporter After Israeli Military Kills Her Friend

Napoli a Gaza: soccorso medico per i bambini palestinesi

Di Soccorso medico per i bambini palestinesi

Napoli a Gaza.
Sono appena arrivati a Gaza il team di chirurgia pediatrica, composto dai chirurghi Bruno Cigliano, Sergio D’Agostino e dall’anestesista Raffaele Aspide, assieme agli oncologi Gianpiero Cione e Luciano Keller. I due team saranno operativi presso lo Shifa Hospital, visitando i nostri piccoli pazienti, portando avanti gli interventi chirurgici ed il training del personale locale.

Sorgente: Napoli a Gaza: soccorso medico per i bambini palestinesi | Infopal

‘Babies dying in Nigeria military camp’

Amnesty International says some 150 detainees — including babies — have died “in horrendous conditions” at a military detention center for suspected Boko Haram militants in northeast Nigeria this year.

In a report released on Wednesday, the human rights monitor said that seven young children and four babies were among those who died this year at the Giwa barracks in the city of Maiduguri, many from disease, hunger, dehydration, and gunshots wounds.

Sorgente: PressTV-‘Babies dying in Nigeria military camp’

Coltan e cobalto: la tratta degli schiavi umani e animali

I crimini collegati al mercato del coltan e del cobalto, estratti dalle miniere delle Repubblica Democratica del Congo e impiegati per la costruzione delle batterie di smartphone, PC e telefoni cellulari, sono ormai di dominio pubblico.
L’estrazione di questi minerali, che va avanti da anni, ha dato vita a una guerra civile in Congo funzionale al controllo delle miniere da parte di gruppi armati direttamente assoldati dalle multinazionali del settore. L’80% del minerale esportato nel mondo proviene da questo paese.
Un report ha rivelato che il vicino esercito del Rwanda ha guadagnato 250 milioni di dollari statunitensi in meno di 18 mesi vendendo coltan, nonostante il paese non ne sia particolarmente ricco, un contrabbando in cui sarebbero implicate anche le forze armate di Uganda e Burundi.
Sempre in Congo, il gigante cinese Zheijang Huayou Cobalt Ltd (Huayou Cobalt) controlla le miniere di estrazione di cobalto, altro minerale impiegato nella produzione di batterie di smartphone e automobili, che poi rivende a tre aziende: Ningbo Shanshan e Tianjin Bamo in Cina e L&F Materials in Corea del Sud.
Queste ultime tre aziende lo lavorano e a loro volta riforniscono multinazionali ben più note al consumatore: Ahong, Apple, BYD, Daimler, Dell, HP, Huawei, Inventec, Lenovo, LG, Microsoft, Samsung, Sony, Vodafone, Volkswagen e ZTE.
Il consumatore in questo modo assume un ruolo determinante in questa catena di sfruttamento che, attraverso l’acquisto di prodotti appartenenti ai marchi indicati, finanzia direttamente i crimini provocati dal mercato di coltan e cobalto: sfruttamento del lavoro minorile e violazione dei diritti umani.
Nelle miniere del Congo sono circa 40.000 i bambini impiegati nelle estrazioni minerarie, mandati a lavorare per turni anche di 24 ore senza le dovute protezioni come mascherine e guanti. Tra settembre 2014 e dicembre 2015 sono almeno 80 i bambini ad aver perso la vita nel sud del paese, ma il numero potrebbe essere anche maggiore.cobalt
Le multinazionali del settore, per assicurarsi il controllo delle miniere e un ciclo produttivo molto sostenuto, scendono a patti con i gruppi armati locali i quali, pagati direttamente in armi, si vendono a queste aziende dando vita a regimi oppressivi contro il loro stesso popolo.

Ma la violazione dei diritti umani non è il solo crimine condotto in Congo dalle multinazionali del settore; l’area principale dalla quale viene estratto il coltan comprende anche il Parco Nazionale di Kahuzi Biega, casa dei gorilla di montagna.
Nell’area del Parco Nazionale è stata condotta un’opera di deforestazione per facilitare le operazioni estrattive e questo ha causato la riduzione delle risorse di cibo disponibili per i gorilla che hanno visto la loro popolazione dimezzarsi: di 258 esemplari che risiedevano nell’area protetta solo 130 sono ancora in vita.Coltan_diagram-1
Negli ultimi cinque anni la presenza di gorilla nell’aera dei bassipiani orientali del Congo è calata del 90% e in tutto il paese ne rimangono ormai solo 3.000, questo anche a causa dello stato di povertà patito dalle popolazioni locali dei minatori, che sono spinti a cacciare questi gorilla per poi rivenderne la carne agli eserciti ribelli che controllano le zone di estrazione mineraria.

Una catena di eventi che vede implicate una manciata di multinazionali che, grazie al sostegno ricevuto dal mercato, ovvero ai soldi spesi dal consumatore, seminano devastazione, schiavitù e morte in Congo, per produrre tecnologia macchiata del sangue di questo paese.
Pare che non vi siano alternative all’utilizzo di coltan e cobalto per la produzione degli oggetti tecnologici incriminati, sebbene un geologo dell’Università di St Andrews, il dottor Adrian Finch, recentemente ha documentato il ritrovamento di questo minerale all’interno di vulcani estinti nella remota regione del Nord Motzfeldt in Groenlandia.
Ma in realtà l’alternativa maggiormente efficace è davanti ai nostri occhi: ridurre o azzerare l’acquisto di smartphone, telefoni cellulari, PC e automobili prodotti dalle multinazionali citate e non solo.
Il mercato dell’usato è ormai molto forte anche nel settore tecnologico: PC e cellulari vengono acquistati e gettati con una rapidità allarmante, generando una domanda maggiore e giustificando così le azioni condotte dalle multinazionali.
L’equazione alla fine è sempre la stessa: il consumismo ti consuma, ma soprattutto consuma popolazioni, territori e animali che vengono schiavizzati e sfruttati nell’ombra, spesso senza che la verità possa esser svelata agli occhi del mondo.

Fonti: Il ManifestoAskanews Cellurar-news

thanks to:

Earth Riot (Convivenza Pacifica)