80+ INGOs demand accountability for Israel’s unlawful killing of demonstrators in Gaza strip

PNN/

AIDA, a network of more than 80 INGOs operating in the occupied Palestinian territory (oPt), on Tuesday condemned Israel’s unlawful killing of demonstrators at the border of the Gaza Strip on 14 May 2018. So far, 61 Palestinians have been killed, including one medic and eight children, and over 2,700 others have been injured, the majority by live ammunition fired at protesters by Israeli security forces, according to the Ministry of Health in Gaza. The casualties occurred in the context of protests near the fence with Israel.

“Israel’s continued use of lethal and excessive live-ammunition against protestors is not only deplorable, but also in sharp contravention of international law,” said William Bell, Head of Middle East Policy and Advocacy, Christian Aid.

Monday’s demonstration is a culmination of a sequence of protests organized since 30 March 2018 to mark 70 years since the expulsion of more than 750,000 Palestinians from their homes in 1948. More than 70 % of Gaza’s population are refugees, living under dire circumstances in the besieged Strip.

“The Gaza Strip is on the verge of a humanitarian disaster as a result of 11 years of blockade, which has crippled Gaza’s economy and increased aid dependency, with some 84 % dependent on humanitarian assistance, and an unemployment rate which stands at a staggering 45 %. Gaza is an open air prison for 2 million women, men, boys and girls, living under air, sea and land blockade. People are losing hope that the untenable situation they find themselves in will ever be resolved”, said Chris Eijkemans, Country Director for Oxfam in the occupied Palestinian territory and Israel.

Since 30 March, more than 100 Palestinians have been killed, and another 12,271 injured, including hundreds of children. In addition, medical personnel and facilities have also come under fire, resulting in the injury of 211 medical staff and damage sustained to 25 ambulances, according to WHO. Hospitals are at the brink of collapse, unable to deal with the vast number of injured as a result of a decade-long blockade and insufficient electricity and medical supplies and equipment. Due to the near impossibility of obtaining a medical referral for surgery outside of the Gaza Strip, 21 Palestinians injured during demonstrations have so far had limb amputations since 30 March.

According to international law, lethal fire may only be used in circumstances where threat to life is imminent. Israeli forces are obliged to exercise restraint and refrain from excessive use of force, and respect Palestinians’ right to life, health and freedom of assembly. Targeting medical personnel is a breach of IHL and is considered a War Crime under the Rome Statute. Preventing injured persons from accessing treatment is a violation of their right to health, and amounts to collective punishment.

AIDA called on third states to condemn Israel’s unlawful killings and to step up their pressure on Israel to immediately halt its practice of using live ammunition against unarmed demonstrators, which runs contrary to Israel’s obligations under international law, and to lift its unlawful blockade of the Gaza Strip. Echoing the words of UN Secretary General, Antonio Guterres, AIDA urges third states to demand independent and credible investigations into the incidents, and for those responsible to be held to account.

Sorgente: 80+ INGOs demand accountability for Israel’s unlawful killing of demonstrators in Gaza strip – PNN

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Names and faces of this weeks martyrs

Gaza killings: Names and faces of those killed by Israeli forces this week Eight-month-old Laila is youngest Palestinian killed in Gaza on Monday, the deadliest day since 2014 war * * * * List of names and ages … 1. Laila Anwar Al-Ghandoor, 8 months old 2. Ezz el-din Musa Mohamed Alsamaak, 14 years old […]

via NAMES AND FACES OF THIS WEEK’S MARTYRS — Desertpeace

Natalie Portman, scioccata da uccisioni a Gaza, non ritira il Nobel ebraico

di Michele Giorgio

Gerusalemme, 21 aprile 2018, Nena News – Natalie Portman ha rovinato al governo Netanyahu i festeggiamenti per il 70esimo anniversario della proclamazione ‎di Israele. L’attrice, regista e produttrice cinematografica israelo-statunitense, ha fatto sapere ‎che non verrà a Gerusalemme a ritirare il Genesis Prize, il Nobel ebraico.

A spingerla a fare un ‎passo indietro sono stati, ha fatto sapere, ‎«gli ultimi eventi per lei estremamente dolorosi e che ‎non si sente a suo agio a partecipare ad eventi pubblici in Israele‎». Portman non cita la ‎Striscia di Gaza ma è stato chiaro a tutti che la sua decisione è una reazione alle decine di ‎palestinesi uccisi nelle ultime settimane dal fuoco dei tiratori scelti dell’esercito israeliano ‎dispiegati lungo le linee di demarcazione con Gaza per contrastare la “Marcia del Ritorno”. ‎

L’ira della destra al governo in Israele è scattata immediata. La ministra della cultura Miri ‎Regev ha accusato la Portman di essersi schierata con il Bds, la campagna di boicottaggio di ‎Israele a causa delle sue politiche nei confronti dei palestinesi. ‎«Nathalie, un’attrice ebrea che è ‎nata in Israele, si è unita a coloro che vedono il meraviglioso successo della rinascita d’Israele ‎come “una storia di tenebra e tenebra”‎», ha ironizzato Regev, parafrasando il titolo del libro ‎‎”Una storia d’amore e di tenebra di Amos Oz”, dal quale Portman ha tratto un film da lei ‎diretto.

Il deputato del Likud, Oren Hazan, uno degli esponenti di punta dell’estremismo di ‎destra, ha invocato la revoca della nazionalità israeliana all’attrice. «Portman è un’ebrea ‎israeliana che da una parte usa cinicamente le sue origini per far progredire la sua carriera e ‎dall’altra si vanta di aver evitato di essere arruolata nell’Idf (l’esercito)‎», ha commentato ‎Hazan. Per Rachel Azaria, del partito Kalanu, la decisione dell’attrice Usa sarebbe il riflesso di ‎un cambio di atteggiamento degli americani ebrei nei confronti di Israele‏.‏

‎ Portman aveva detto di voler devolvere i due milioni del Genesis Prize ad associazioni ‎delle donne e, stando a quanto riferito ieri sera dal quotidiano Haaretz, non restituirà la ‎somma.

Sorgente: Natalie Portman, scioccata da uccisioni a Gaza, non ritira il Nobel ebraico

“Mi vergogno di essere israeliano”. Sospeso conduttore radiofonico per aver criticato la mattanza di Gaza

Mi vergogno di essere israeliano. Sospeso conduttore radiofonico per aver criticato la mattanza di Gaza

Il principale annunciatore radiofonico della radio dell’esercito israeliano, Kobi Meidan, è stato sospeso dal suo incarico dopo aver affermato di essersi vergognato di essere israeliano e per aver criticato duramente il massacro di 17 palestinesi nella Striscia di Gaza durante la lunga marcia del ritorno, protesta svoltasi nell’ambito della Giornata della Terra della Palestina.

“Oggi mi vergogno di essere un israeliano”, ha scritto Kobi Meidan, principale conduttore della Radio militare di Israele sul suo social account Facebook.

https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fpermalink.php%3Fstory_fbid%3D10156328514168308%26id%3D632273307&width=500

Secondo il quotidiano israeliano ‘Haaretz‘, dopo questo commento, il capo della radio israeliana, Shimon Elkabetz, ha annunciato che Meidan non dovrebbe più lavorare lì, anche se non è ancora chiaro se la sua sospensione sia temporanea o permanente.

Il commento di Kobi Meidan ha provocato, inoltre, la reazione del ministro degli affari militari di Israele, Avigdor Lieberman.

“Questo ho detto alla radio israeliana che gli avrebbe procurato “imbarazzato per avere un tale annunciatore su una stazione radio militare”. “Se (Meidan) si vergogna, lui stesso deve trarre conclusioni e lasciare la stazione”, ha aggiunto Lieberman.

Poco tempo dopo che il capo dell’opposizione, il laburista Avi Gabay, si è schierato a difesa di Meidan tramite il suo account Twitter, notando che “Lieberman è un ministro della difesa e non può assegnare agli annunciatori radiofonici dell’esercito”.

“Sono molto orgoglioso di essere un israeliano, ma sono totalmente contrario a licenziare le persone per motivi di libertà di espressione”, ha scritto.

Fonte: Haaretz
Notizia del:

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Israele ha ricevuto poche critiche per le morti palestinesi

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Di Patrick Cockburn

8 aprile  2018

Questo venerdì migliaia di dimostranti sono ritornati al confine e hanno dato fuoco a grossi mucchi di pneumatici per produrre una cortina fumogena nera che speravano li avrebbe nascosti ai cecchini israeliani. Il ministro della sanità di Gaza ha detto che sono state uccise 5 persone e che 1070 sono state ferite , comprese 293 uccise da munizioni vere.

I dimostranti sanno che cosa aspettarsi. Un video girato il primo giorno della manifestazione mostra un dimostrante che viene colpito alla schiena da un cecchino israeliano mentre si allontana dalla recinzione che separa Gaza da Israele. In un altro

filmato, dei Palestinesi vengono uccisi o feriti mentre pregano, camminano senza nulla in mano verso la recinzione del confine, o semplicemente reggono una bandiera palestinese. Tutti quelli che arrivano a una distanza di circa 275 m., sono etichettati come “istigatori” dall’esercito israeliano, i cui soldati hanno l’ordine di sparare contro di loro.

Nulla è stato  compiuto senza controllo: ogni cosa è stata precisa e misurata, e sappiamo dove è caduta ogni pallottola,” si dichiarava in un tweet delle forze armate israeliane il giorno dopo gli scontri del 30 marzo, all’inizio dei 45 giorni di quella che i palestinesi chiamano la “Grande Marcia del Ritorno” alle case che avevano a Israele 70 anni fa. Il tweet è stato cancellato subito dopo forse perché era venuto fuori il filmato di un dimostrante che veniva colpito alle spalle.

La  portata completa delle  vittime nel  primo giorno delle proteste, una settimana fa, è  impressionante : 16 persone uccise e 1415 ferite, delle quali 758 sono state colpite da munizioni vere, secondo i funzionari della sanità di Gaza. Queste cifre sono contestate da Israele che dice che i feriti ammontavano soltanto a poche dozzine. L’Osservatorio per i Diritti Umani ha però parlato con i medici dell’Ospedale Shifa a Gaza City che ha detto che avevano curato 294 dimostranti feriti, soprattutto “con ferite agli arti inferiori causate da munizioni vere.

Immaginate per un momento che non fossero due milioni di Palestinesi a Gaza che per lo più sono profughi del 1948, ma i 6 milioni di profughi siriani in Turchia, Libano e Giordania che avessero organizzato una marcia per tornare nelle loro case che avevano perduto in Siria fin dal 2011. Supponete che, mentre si avvicinavano al confine siriano venissero colpiti dal fuoco dell’esercito siriano e che centinaia di loro venissero uccisi o feriti. La Siria avrebbe certamente dichiarato che i dimostranti erano armati e pericolosi, anche se questo sarebbe stato contradetto dall’assenza di vittime tra i militari siriani.

Il grido di protesta internazionale contro il sanguinario regime siriano lanciato da Washington, Londra, Parigi e Berlino  sarebbe risuonato in tutto il mondo. Boris Johnson avrebbe denunciato Assad per essere un macellaio e Nikki Haley, l’ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU avrebbe tenuto in mano foto dei morti e dei moribondi di fronte al Consiglio di Sicurezza.

Naturalmente, Israele avrebbe negato furiosamente che ci fosse qualsiasi parallelo tra le due situazioni. Il portavoce del suo governo, David Keyes, ha rimproverato la CNN per avere usato la parola “protesta” , quando “ciò che è realmente accaduto è che Hamas ha progettato un evento con il quale volevano che migliaia di persone sciamassero a Israele, schiacciassero Israele e commettessero azioni terroristiche, In effetti, abbiamo catturato delle immagini di persone che sparavano, che piazzavano bombe, che sparavano razzi.”

In realtà non è mai venuta fuori nessuna fotografia di questi dimostranti presumibilmente bene armati. Quattro giorni dopo, però, l’Osservatorio per i Diritti Umani ha pubblicato un rapporto intitolato: illegali uccisioni a Gaza, illegali e calcolate. Funzionari israeliani –  Luce verde all’Uccisione di Dimostranti Disarmati, in cui si diceva che “non poteva trovare alcuna prova che qualche dimostrante usava armi da fuoco”. Aggiungeva che era venuto fuori che il filmato pubblicato dall’esercito israeliano che mostrava due uomini che sparavano a soldati israeliani non era stato girato durante la protesta.

I ministri israeliani sono imperturbabili di fronte al fatto che vengano screditate le affermazioni che i dimostranti costituiscono una minaccia militare per Israele. Il ministro della Difesa, Avigdor Lieberman ha detto che i soldati israeliani avevano tenuto lontani gli agenti del ramo militare di Hamas abilmente e risolutamente… Hanno il mio appoggio completo.” La politica del ‘fuoco a volontà’ sta continuano come prima e il risultato è che l’organizzazione israeliana per i diritti umani, B’Tselem, ha lanciato una campagna che si chiama “Mi spiace,  comandante, non posso sparare” che incoraggia i soldati a rifiutarsi di sparare a civili disarmati per il motivo che è un’azione illegale.

Perché l’aumento delle proteste israeliane arriva adesso e perché Israele reagisce così violentemente? Non c’è nulla di nuovo nelle dimostrazioni palestinesi per la perdita della loro terra e per la reazione militare aggressiva di Israele. Ci possono, però, essere motivi particolari per cui uno scontro accade adesso, come per esempio, la rabbia dei palestinesi per la decisione presa in dicembre dal Presidente Trump, di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e per lo spostamento dell’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme. Questo ha pubblicizzato l’appoggio incondizionato di Washington alla posizione israeliana  e il

disprezzo degli Stati Uniti per i Palestinesi e per qualsiasi residua speranza che questi potrebbero dover ottenere almeno qualche concessione con l’aiuto degli Stati Uniti.

La stampa israeliana ha riferito che il forte appoggio da parte dell’amministrazione Trump è stato un ulteriore motivo per cui il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu pensa che una cattiva pubblicità per le sparatorie a Gaza non danneggeranno la posizione di Israele negli Stati Uniti. In passato, controversie sui massacri di Palestinesi o di Libanesi compiuti di Israele, ha talvolta provocato una reazione negativa degli Stati Uniti che ha limitato l’uso della forza da parte di Israele.

Finora Israele affrontato poche critiche da media internazionali che non sono interessati alla storia di Gaza, oppure sono contenti di essere d’accordo con l’interpretazione degli eventi che fa Israele. Il vocabolario usato dagli organi di stampa è spesso rivelatore: per esempio, il sito web della BBC il 31 marzo aveva un titolo che diceva: “Confine tra Gaza e Israele: scontri provocano la morte di 16 Palestinesi e il ferimento di centinaia”. La parola “scontri” implica il combattimento tra due gruppi in grado di combattersi, anche se, come dice l’Osservatorio per i Diritti Umani, i dimostranti non pongono alcuna minaccia a una macchina militare israeliana che ha un potere assoluto – un argomento rafforzato dal fatto che tutti i morti e i feriti sono palestinesi.

Probabilmente gli Israeliani stanno valutando male l’impatto dell’uso eccessivo della forza sull’opinione: nell’età dell’ wifi e di internet, le immagini esplicite delle vittime di violenze vengono trasmesse immediatamente al mondo, spesso con un effetto devastante. Come in Siria e in Iraq, il prezzo politico dell’assedio o del blocco di zone urbane come Gaza o la Ghouta Orientale sta aumentando perché è impossibile che impedire che le informazioni sulle sofferenze di coloro intrappolati dentro queste enclave diventino pubbliche, anche se questo potrebbe non avere alcun impatto sul corso degli eventi.

Contrariamente alle dichiarazioni di Keyes, ‘idea di una dimostrazione di massa contro la recinzione   sembra essere emersa per la prima volta sui media sociali a Gazam ed è soltanto in seguito adottata da Hamas. E’ l’unica strategia che probabilmente mostra dei risultati per i Palestinesi perché non hanno alcuna opzione militare, né alleati potenti, e la loro leadership è moribonda e corrotta. Hanno però i numeri: un recente rapporto al parlamento israeliano dice che ci sono grosso modo 6,5 milioni arabi palestinesi che e un uguale numero di cittadini ebrei in Israele e in Cisgiordania, senza contare quelli a Gerusalemme Est e a Gaza. Di solito Israele ha avuto maggiore difficoltà a trattare con movimenti di massa come quelli non violenti per i diritti civili tra i Palestinesi, rispetto a quella avuta a combattere le insorgenze armate.

Keyes sostiene che le dimostrazioni sono organizzate da Hamas, ma, anche in questo caso, si sbaglia su un punto importante, perché i testimoni sul posto dicono che l’impulso per le proteste arriva da gruppi non politici e da individui. Esprimono la frustrazione con i leader palestinesi falliti, divisi ed egoisti, sia di Hamas che di Fatah. L’aspetto più pericoloso della situazione nei termini del suo potenziale di violenza, potrebbe essere che nessuno è realmente responsabile.

Nella foto: | Gaza: i dimostranti  palestinesi bruciano centinaia di pneumatici,

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/israel-has-faced-little-criticism-over-palestinian-deaths/

Originale: The Independent

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

Stefano Cucchi, “Lo pestarono: omicidio preterintenzionale per tre carabinieri” Procura di Roma chiude inchiesta bis

Arrestato, pestato a sangue dagli stessi carabinieri che lo fermarono e quindi deceduto in un letto d’ospedale. Otto anni dopo ecco che la procura di Roma contesta a tre militari l’omicidio preterintenzionale di Stefano Cucchi. Il procuratore capitolino Giuseppe Pignatone e il sostituto Giovanni Musarò hanno infatti chiuso l’inchiesta bis sulla morte del geometra romano, avvenuta in un reparto protetto dell’ospedale Pertini, il 22 ottobre 2009, sette giorni dopo il suo arresto nel parco degli Acquedotti.

I carabinieri che lo arrestarono – e cioè Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco – sono ora ritenuti responsabili del pestaggio del giovane geometra. Ai tre  è contestata anche l’accusa di abuso di autorità, per aver sottoposto Cucchi “a misure di rigore non consentite dalla legge” con “l’aggravante di aver commesso il fatto per futili motivi, riconducibili alla resistenza di Cucchi al momento del foto-segnalamento“.

Le accuse di falso e calunnia nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria processati nella prima inchiesta, sono invece contestate a vario titolo a Tedesco, a Vincenzo Nicolardi e al maresciallo Roberto Mandolini, comandante della stazione Appia, dove fu portato Cucchi dopo il suo arresto il 15 ottobre del 2009.

Cucchi – come si legge nell’avviso di chiusura delle indagini, atto che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio – fu colpito a “schiaffi, pugni e calci“. Le botte, per l’accusa, provocarono “una rovinosa caduta con impatto al suolo in regione sacrale”, provocando sul giovane “lesioni personali che sarebbero state guaribili in almeno 180 giorni e in parte con esiti permanenti, ma che nel caso in specie, unitamente alla condotta omissiva dei sanitari che avevano in cura Cucchi presso la struttura protetta dell’ospedale Sandro Pertini, ne determinavano la morte“.

“Le lesioni procurate a Stefano Cucchi – si legge sempre nel provvedimento dei pm –  il quale fra le altre cose, durante la degenza presso l’ospedale Sandro Pertini subiva un notevole calo ponderale anche perché non si alimentava correttamente a causa e in ragione del trauma subito, ne cagionavano la morte”. “In particolare – scrivono i pm – la frattura scomposta” della vertebra “s4 e la conseguente lesione delle radici posteriori del nervo sacrale determinavano l’insorgenza di una vescica neurogenica, atonica, con conseguente difficoltà nell’urinare, con successiva abnorme acuta distensione vescicale per l’elevata ritenzione urinaria non correttamente drenata dal catetere”. Una quadro clinico che “accentuava la bradicardia giunzionale con conseguente aritmia mortale“.

Tedesco, Nicolardi e  Mandolini, invece, sono accusati di avere “affermato il falso in merito a quanto accaduto nella notte tra il 15 e il 16 del 2009 in occasione dell’arresto” di Cucchi. In particolare “implicitamente accusavano, sapendoli innocenti, tre agenti della penitenziaria, dei delitti di lesioni personali pluriaggravate e abuso di autorità”. Gli agenti della Penitenziaria erano accusati per un pestaggio che si “ipotizzava perpetrato – scrive il pm – ai danni di Cucchi nella mattina del 16 ottobre del 2009, nella qualità di agenti preposti alla gestione del servizio delle camere di sicurezza del tribunale adibite alla custodia temporanea degli arrestati in flagranza di reato in attesa dell’udienza di convalida”.

Il pm Musarò ha dunque ritenuto infondata l’ipotesi della morte per epilessia di Cucchi, emersa dalla perizia d’ufficio disposta dal giudice in sede di incidente probatorio. L’attacco epilettico del quale è stato vittima il giovane nei giorni di detenzione dopo il suo arresto, infatti, non figura tra le cause che ne hanno causato il decesso. Da qui il cambio di imputazione: i carabinieri ai quali viene ora contestato l’omicidio, infatti, sono stati a lungo indagati per lesioni personali aggravate, mentre i militari accusati di calunnia erano sospettati solo di falsa testimonianza. Uno di questi – il maresciallo Mandoliniera stato di recente promosso nonostante l’indagine in corso.

Inchiesta che adesso arriva a una svolta. Fino ad ora ben quattro giudizi avevano portato soltanto ad assoluzioni: confermate due volte in appello quelle per i sanitari dell’ospedale Pertini, diventate definitive, invece, quelle per gli agenti penitenziari che lavoravano nelle celle del tribunale di Roma.

“I carabinieri sono accusati di omicidio, calunnia e falso. Voglio dire a tutti che bisogna resistere, resistere, resistere. Ed avere fiducia nella giustizia”, commenta Ilaria Cucchi, sorella del giovane assassinato.  “Non lo so come sarà la strada che ci aspetta d’ora in avanti, sicuramente si parlerà finalmente della verità, ovvero di omicidio“, aggiunge la donna, che poi ringrazia l’avvocato Fabio Anselmo. “Ci sono voluti sette anni ma ce l’abbiamo fatta – dice invece il legale – Sono emozionato, felice. Credo sia un messaggio importante per tutti: quando si sa di essere dalla parte del giusto, bisogna resistere, resistere, resistere e la verità prima o poi viene fuori”. “La Procura ha esercitato una sua prerogativa e ha formulato il capo di imputazione che ritiene sussistente. Noi riteniamo, di contro, che tale contestazione non potrà essere provata nel giudizio in quanto gli elementi di fatto su cui fonda non sono riscontrabili in atti e, tanto meno, nella perizia disposta dal Gip con incidente probatorio”. dice l’avvocato Eugenio Pini, legale di uno dei carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale. “L’attacco all’Arma è sotto gli occhi di tutti, nonostante le innumerevoli perizie stabiliscano con assoluta certezza che non ci sono state lesioni di alcun tipo che ne abbiano potuto procurare la morte (vedasi perizia disposta dal Gip), vengono cambiati i capi d’imputazione per non incorrere nella prescrizione e mandano a processo dei Carabinieri innocenti, dei padri di famiglia, dei Servitori dello Stato, solo per infangarli“, dice invece Mandolini, uno dei carabinieri indagati per falso e calunnia.

Sorgente: Stefano Cucchi, “Lo pestarono: omicidio preterintenzionale per tre carabinieri” Procura di Roma chiude inchiesta bis – Il Fatto Quotidiano

2015, l’anno del massacro

Lo riferisce l’associazione Global Witness: il 2015 è l’anno record degli omicidi di attivisti: 185 omicidi in 16 paesi diversi, in gran parte legati al furto di terre ai danni dei popoli nativi o delle comunità locali. In alcuni casi gli omicidi non si fermano all’obiettivo, ma l’intera famiglia dell’attivista viene sterminata, allo scippo di scoraggiare altri possibili voci. E’ il caso di Michelle Campos, attivista nell’isola di Mindanao, nelle Filippine. La sua famiglia è stata sterminata una notte nel settembre scorso perché Michelle si opponeva allo sfruttamento minerario. Nelle sole Filippine sono stati uccisi 25 attivisti soltanto lo scorso anno.

Sorgente: 2015, l’anno del massacro – Salva le Foreste

Hebron: ong denuncia esecuzione di una giovane palestinese

Sarah Hajuj, la palestinese di 27 anni che, secondo la ricostruzione della polizia israeliana, cercò di accoltellare lo scorso primo luglio degli agenti di frontiera ad un check point nei pressi della Tomba dei Patriarchi ad Hebron, in Cisgiordania, è stata in realtà oggetto di “una esecuzione extragiudiziale da parte della stessa polizia”, nonostante “non costituisse una minaccia” per gli agenti.
Ad affermarlo è l’ong israeliana B’Tselem che afferma di fondare la sua tesi su proprie “indagini e su un video ripreso da un passante palestinese”.

Sorgente: Hebron: ong denuncia esecuzione di una giovane palestinese | Contropiano