GAZA. Salute, un diritto negato o rimandato

Nel mese di ottobre la percentuale dei permessi israeliani per pazienti di Gaza è la più bassa in sette anni, riporta l’Oms. I più colpiti sono i pazienti oncologici che nella Striscia non trovano i medicinali adatti

di Rosa Schiano

Roma, 7 dicembre 2016, Nena News La percentuale dei permessi rilasciati da Israele a pazienti palestinesi di Gaza per l’attraverso del valico di Erez è la più bassa in sette anni, riferisce un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Delle 2.019 richieste inviate, infatti, solo il 44.08% sono state approvate:si tratta della percentuale più bassa dal mese di aprile 2009.

A 125 pazienti (6.19%) sono state negate le autorizzazioni di viaggio, tra questi vi erano cinque minori e sei persone anziane di età superiore ai 60 anni, mentre 1.004 pazienti (49.73%) non hanno ricevuto alcuna risposta, tra questi 265 minori e 116 anziani, secondo i dati dell’ufficio di collegamento palestinese.

Il 92.8% dei pazienti a cui sono state negate le autorizzazioni ad attraversare il valico – e che necessitavano di trattamenti in ortopedia, oncologia, neurochirurgia, chirurgia generale ed altre specialità – avevano appuntamenti presso ospedali a Gerusalemme est e in Cisgiordania, solo il 7.2% in ospedali in Israele.

Gli oltre 1.000 pazienti che non hanno ricevuto risposta – tra cui 265 minori – hanno perso i propri appuntamenti; la maggior parte di essi aveva bisogno di cure mediche in oncologia, ortopedia, pediatria, ematologia, oftalmologia, cardiologia, chirurgia vascolare.

Il ritardo nel rilascio dei permessi comporta il rimando di cure mediche anche urgenti. I pazienti di Gaza a volte fanno nuove richieste dopo che sono state loro negate le autorizzazioni o quando, avendo bisogno di cure nel più breve tempo possibile, non hanno ricevuto ancora risposta.

Inoltre, a coloro che inviano richieste di attraversamento del valico viene spesso chiesto dalle autorità israeliane di sottoporsi ad interrogatori della sicurezza. L’Oms riferisce che ad ottobre sono 14 i pazienti, tra cui sei donne, a cui è stato chiesto di sottoporsi ad interrogatori al valico diErez e soltanto ad uno dei pazienti è stato dato il consenso di attraversarlo.

Tra le varie specialità mediche, le richieste per trattamenti in oncologia restano le principali. Una situazione di cui soffrono soprattutto le donne colpite da cancro al seno. Difficile che siano disponibili nella Striscia farmaci essenziali, tra cui i chemioterapici, questo ha a volte comportato interruzioni dei cicli di chemioterapia, mentre la radioterapia non è disponibile, da qui la necessità per i pazienti di Gaza di trattamenti medici al di fuori della piccola enclave assediata. Nena News

Rosa Schiano è su Twitter: @rosa_schiano

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La disgregazione politica, la cultura e l’identità nazionale palestinese

 

Un lavoratore palestinese pulisce la strada davanti ad un mural di guerra nei pressi del quartier generale Al-Saraya di Hamas a Gaza city - 22 novembre 2012 (AFP/Mahmud Hams, File)

Un lavoratore palestinese pulisce la strada davanti ad un mural di guerra nei pressi del quartier generale Al-Saraya di Hamas a Gaza city – 22 novembre 2012 (AFP/Mahmud Hams, File)

Al-Shabaka

di Jamil Hilal

Al-Shabaka è un’organizzazione indipendente no-profit il cui obiettivo è di stimolare e far progredire il dibattito pubblico sui diritti umani e l’autodeterminazione dei palestinesi nel quadro delle leggi internazionali.

Il commentatore politico di Al-Shabaka Jamil Hilal è un sociologo indipendente e scrittore palestinese ed ha pubblicato molti libri e numerosi articoli sulla società palestinese, il conflitto arabo-israeliano e sui problemi del Medio Oriente.

Il campo politico palestinese, dominato dall’Organizzazione della Liberazione della Palestina (OLP) fin dalla fine degli anni ’60, è stato disintegrato da quando in base agli accordi di Oslo è stata fondata l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Qual è stato l’impatto della supremazia dell’OLP e quali sono state le ripercussioni della sua disgregazione per la classe politica palestinese? E fino a che punto la disgregazione del campo politico ha colpito quello culturale e il suo contributo all’identità nazionale palestinese? Queste sono le questioni affrontate in questo articolo.

Il predominio dell’OLP nel contesto politico palestinese è iniziato nel 1968 dopo la battaglia di Al-Karameh [città giordana in cui avvenne uno scontro tra l’esercito israeliano, quello giordano e i guerriglieri palestinesi e fu considerato una sconfitta per gli israeliani. Ndtr.], che le ha permesso di istituire un relazione centralizzata con le comunità palestinesi nella Palestina storica, in Giordania, in Siria, in Libano, nel Golfo, in Europa e nelle Americhe. Queste comunità hanno sostanzialmente accettato l’OLP come proprio unico rappresentante legittimo, nonostante le influenze esterne su di essa, compresa la sua pesante dipendenza da aiuti esterni, gli alti e bassi dei suoi rapporti con il Paese di residenza e le sue relazioni regionali ed internazionali. In conseguenza di ciò, le condizioni e caratteristiche specifiche di ogni comunità sono state ignorate, così come le prerogative nazionali, sociali e organizzative.

Dalla sua posizione dominante, l’OLP è stata anche in grado di consolidare le pratiche delle elite politiche comuni al mondo arabo e a livello internazionale, ma che non avrebbero dovuto mettere radici all’interno del popolo palestinese a causa della sua dispersione territoriale e della lotta per la liberazione. Il fatto che l’OLP sia emersa ed abbia funzionato in un contesto regionale ed internazionale ostile alla democrazia sia in teoria che in pratica ha contribuito a questo sviluppo. La regione araba è stata dominata da regimi con un’ideologia totalitaria e nazionalistica, così come da monarchie ed emirati teocratici autoritari; la democrazia era vista come un concetto occidentale estraneo e colonialista. Allo stesso tempo, l’OLP e le sue fazioni hanno formato alleanze con i paesi socialisti e del Terzo Mondo, pochi dei quali godevano della democrazia politica. La natura parassitaria delle istituzioni e delle fazioni dell’OLP e la dipendenza dall’aiuto e dal sostegno di Paesi arabi e socialisti non democratici ha rafforzato un approccio elitario e non-democratico alla politica.

Un terzo aspetto dell’egemonia dell’OLP è stato che le sue fazioni sono state sottoposte a una militarizzazione formale fin dall’inizio, in parte a causa dei conflitti armati dell’OLP con regimi arabi ostili e in parte per il fatto di essere costantemente attaccate da Israele. Questa militarizzazione formale, opposta alle tattiche belliche della guerriglia, ha aiutato a giustificare la relazione estremamente centralizzata tra la dirigenza politica e i suoi sostenitori.

Tra gli anni ’70 e i ’90 le fazioni e le istituzioni dell’OLP hanno sofferto molti duri colpi a causa dei cambiamenti della situazione regionale e internazionale. Questi hanno incluso l’espulsione dalla Giordania in seguito agli scontri armati nel 1970-71; la guerra civile scoppiata in Libano nel 1975, l’invasione israeliana nel 1982, l’espulsione dell’OLP dal Paese e i massacri di Sabra e Shatila; la guerra contro i campi palestinesi in Libano del 1985-86. La Prima Intifada (la rivolta popolare) contro Israele in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza alla fine del 1987 è stata anche il periodo nel quale l’islam politico per la prima volta ha occupato il contesto politico palestinese (1988). Il collasso dell’Unione Sovietica alla fine del 1989, la prima guerra del Golfo nel 1990-91 e il conseguente isolamento finanziario e politico dell’OLP hanno notevolmente eroso le sue alleanze e le sue fonti di finanziamento.

Le ripercussioni della disgregazione

Durante la Prima Intifada, l’elite politica palestinese non ha capito l’importanza di riorganizzare il movimento nazionale palestinese né di ricostruire le relazioni tra la dirigenza centralizzata e le varie comunità palestinesi. Inoltre l’OLP non ha trovato un modo per affrontare l’islamismo politico quando è emerso sulla scena palestinese come una filiazione della “Fratellanza musulmana” e non ha integrato Hamas nelle istituzioni politiche palestinesi. Allo stesso tempo, Hamas non si è ridefinito come un movimento nazionale. Il movimento politico palestinese, che è stato in un primo tempo indicato come un movimento nazionale o come una rivoluzione ha iniziato a essere citato come “il movimento nazionale ed islamico.”

Infatti la Prima Intifada ha portato la dirigenza politica a centralizzare ulteriormente i processi decisionali: ha firmato gli accordi di Oslo senza consultare le forze politiche e sociali all’interno o fuori dalla Palestina. Oslo ha fornito all’OLP la razionalizzazione politica, organizzativa ed ideologica per marginalizzare le istituzioni rappresentative nazionali palestinesi che esistevano, con l’argomento che stava costruendo il nucleo di uno Stato palestinese. L’ANP è stata esclusa dall’occuparsi dei palestinesi in Israele ed ha perso interesse fin da subito verso i palestinesi in Giordania. I suoi rapporti con loro, così come con i palestinesi in Libano, in Siria, nei Paesi del Golfo, in Europa e in America sono stati largamente ridotti a formalità burocratiche attraverso le sue ambasciate e gli uffici di rappresentanza in quei Paesi.

Quando la definizione dell’ANP come un’autorità con un autogoverno limitato su alcune parti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza non ha portato ad uno Stato palestinese, le elite politiche sono state private di un potenziale centro di sovranità statale; ciò ha accelerato la disgregazione del movimento nazionale. La vittoria di Hamas nelle elezioni legislative del 2006 ed il suo controllo sulla Striscia di Gaza nel 2007 hanno contribuito alla frammentazione dell’autorità di auto-governo in due entità sovrane, una rimasta su una parte della Cisgiordania e l’altra nella Striscia di Gaza. Entrambe queste autorità rimangono sottoposte all’occupazione ed al controllo di uno Stato coloniale d’insediamento che continua a colonizzare in modo aggressivo la terra e ad espellere palestinesi dai due lati della Linea Verde [il confine tra Israele e la Giordania precedente all’occupazione del 1967. Ndtr.]

La disgregazione del campo politico nazionale ha avuto una serie di ripercussioni. Le istituzioni rappresentative nazionali sono svanite e le elite politiche locali sono diventate dominanti. I dirigenti hanno derivato la loro “legittimazione” dalla loro posizione del passato nel partito o nell’organizzazione e dalla loro interazione diplomatica con Stati regionali ed istituzioni internazionali. Il discorso che è prevalso localmente ed internazionalmente ha ridotto la Palestina ai territori occupati nel 1967 e il popolo palestinese a quelli che vivono sotto l’occupazione israeliana, marginalizzando quindi i rifugiati e gli esiliati così come i palestinesi con cittadinanza israeliana. L’apparato di sicurezza in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza è cresciuto considerevolmente come dimensioni e come destinatario di risorse nel bilancio generale. La natura parassitaria delle autorità nelle due aree era legata alla dipendenza dagli aiuti esterni e dal trasferimento di fondi, e l’influenza dei capitali privati nelle loro economie si è accresciuta.

Ci sono stati anche significativi mutamenti fondamentali nella struttura sociale in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Questi mutamenti includono la comparsa di una classe media relativamente estesa che fornisce di personale le istituzioni e le agenzie dell’ANP in aree come l’educazione, la salute, la sicurezza, le finanze e la pubblica amministrazione, così come nei settori di nuovi servizi, in quelli bancari e nelle molte ONG che sono state fondate. Intanto la classe lavoratrice si è ridotta di dimensioni. Le disuguaglianze tra diversi segmenti della società sono aumentate e il tasso di disoccupazione è rimasto alto, soprattutto tra i giovani ed i neolaureati. La mentalità dell’ “impiego pubblico” si è diffusa, sostituendo la forma mentis del combattente per la libertà. Benché Fatah e Hamas si autodefiniscano come movimenti di liberazione, sono stati trasformati in strutture gerarchiche e burocratiche e mirano in buona misura alla propria sopravvivenza.

Le elite politiche ed economiche non si vergognano di ostentare i propri privilegi ed il proprio benessere nonostante continui l’occupazione coloniale repressiva. La classe media in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza sa molto bene che i propri standard e stili di vita sono legati all’esistenza di queste due autorità di auto-governo. Tuttavia la maggior parte della popolazione rimane sottoposta all’oppressione ed all’umiliazione da parte delle forze militari israeliane e dei coloni armati, e non patisce solo per la mancanza di una vita decente e di un futuro lavorativo, ma anche della mancanza di una qualunque soluzione nazionale in futuro. L’assedio draconiano di Israele ed Egitto contro Gaza rimane più che mai pesante, punteggiato di devastanti guerre israeliane, e la pulizia etnica dei palestinesi da Gerusalemme continua inesorabile, per mezzo di espulsioni, cancellazione di permessi e una vasta gamma di altre modalità.

Queste condizioni costituiscono la premessa per una situazione esplosiva nei territori occupati nel 1967. Però, poiché l’OLP, i partiti politici, il settore privato e la maggior parte delle organizzazioni della società civile non si sono mobilitati o non hanno potuto mobilitarsi contro l’occupazione, gli scontri con le forze di occupazione militare di Israele e con i coloni nell’”ondata di collera” in corso dall’ottobre 2015 sono rimasti per lo più atti individuali, con caratteristiche locali, senza una visione unitaria e una dirigenza nazionale.

La disgregazione del campo politico palestinese ha anche portato ad una crescente oppressione e discriminazione contro le comunità palestinesi in tutta la Palestina storica così come nella diaspora. I cittadini palestinesi nella parte di Palestina che è diventata Israele nel 1948 devono far fronte a una serie crescente di leggi discriminatorie. Anche i rifugiati palestinesi in e da Siria, Libano, Giordania ed altrove devono affrontare discriminazioni ed abusi. Soprattutto, lo status della causa palestinese ha conosciuto un passo indietro nel mondo arabo e a livello internazionale, una situazione esacerbata dalle guerre interne ed esterne in alcuni Paesi arabi.

Eppure la cultura fiorisce e alimenta l’identità nazionale

Oggi il popolo palestinese non ha né uno Stato sovrano né un efficace movimento di liberazione nazionale. Tuttavia c’è un considerevole rafforzamento dell’identità nazionale palestinese, dovuto in buona parte al ruolo del settore culturale nel mantenimento e nell’arricchimento della narrazione palestinese. Il ruolo della cultura per alimentare l’identità ed il patriottismo palestinesi ha una lunga storia. Dopo la creazione dello Stato di Israele nel 1948 e la sconfitta delle elite politiche dell’epoca e del movimento nazionale, la minoranza palestinese in Israele ha sostenuto l’identità nazionale attraverso un significativo fiorire culturale: poesia, narrativa, musica e cinema.

Lo scrittore e giornalista palestinese Ghassan Kanafani lo ha colto nel suo notevole libro sulla letteratura resistenziale palestinese (al-adab al-mukawim fi filistin al-muhtala 1948-1966 [Letteratura della resistenza nella Palestina occupata. Ndtr.]), pubblicato a Beirut nel 1968. Altre figure letterarie fondamentali comprendono i poeti Mahmoud Darwish e Samih Al Qasim, il sindaco di Nazareth e poeta Tawfik Zayyad e lo scrittore Emile Habibi, sia nelle sue opere, come il “Pessottimista”, che attraverso il giornale comunista Al-Ittihad, di cui è stato uno dei fondatori.

Negli anni ’50 e ’60, quando gli israeliani hanno mantenuto i cittadini palestinesi sotto governo militare, la letteratura, la cultura e le arti sono servite a rafforzare e proteggere la cultura e l’identità arabe e la narrazione nazionale palestinese. Questi lavori sono stati letti in tutto il mondo arabo e altrove, e hanno permesso ai rifugiati palestinesi e agli esiliati di conservare la propria identità attraverso i continui legami con la cultura e l’identità della propria patria.

I “palestinesi del 1948”, come sono spesso definiti nel discorso palestinese, hanno giocato anche un ruolo nell’informare gli altri palestinesi ed arabi sul modo in cui l’ideologia sionista modella la politica israeliana e sui meccanismi di controllo repressivo. Molti degli studiosi ed intellettuali palestinesi del ’48 sono approdati nei centri di ricerca palestinesi ed arabi a Beirut, a Damasco e altrove ed hanno aiutato a sviluppare questa comprensione.

Da allora, soprattutto in periodi di crisi politica, il settore culturale ha offerto ai palestinesi maggiori possibilità rispetto alla sfera politica per unirsi in attività che trascendessero i confini geopolitici con forme e generi culturali ed ogni sorta di produzione intellettuale. Letteratura, cinema, musica e arte continuano ad essere prodotti, ed in misura sempre maggiore, andando da scrittori, registi ed artisti noti in tutto il mondo fino ai giovani artisti e scrittori di oggi a Gaza, in Cisgiordania e tra i palestinesi all’estero. Tutto ciò viene diffuso in moltissimi modi, comprese le reti sociali, favorendo e rafforzando i legami tra palestinesi e tra arabi e l’interazione al di là dei confini.

La vitalità del patriottismo palestinese è radicata nella narrazione storica palestinese e si basa sulle esperienze quotidiane delle comunità che affrontano la spoliazione, l’occupazione, la discriminazione, l’espulsione e la guerra. E’ forse questa vitalità che porta i giovani palestinesi, molti dei quali nati dopo gli accordi di Oslo del 1993, ad affrontare i soldati israeliani ed i coloni in ogni parte della Palestina storica. Ciò spiega anche le grandi folle che partecipano ai cortei funebri dei giovani palestinesi uccisi dai soldati e dai coloni israeliani e nella raccolta di fondi per ricostruire le case demolite dai bulldozer israeliani come punizione collettiva delle famiglie di quanti sono stati uccisi nell’attuale rivolta giovanile.

Tuttavia evidenziare l’importanza e la vitalità del settore culturale non colma l’assenza di un valido movimento politico, costruito su solide basi democratiche. Dobbiamo imparare dalle lacune delle istituzioni originali del movimento e superarle, piuttosto che sprecare forze, tempo e risorse per recuperare un quadro politico disintegrato e decaduto. Dobbiamo anche andare oltre quei concetti e quelle pratiche che l’esperienza ci ha mostrato aver fallito, come l’altissimo livello di centralizzazione: le politiche devono essere affidate al popolo ed alla base. Dobbiamo anche salvaguardare la nostra cultura nazionale da concetti ed approcci che asserviscono le menti, paralizzano il pensiero e il libero arbitrio, promuovono l’intolleranza, santificano l’ignoranza e nutrono i miti. Dovremmo piuttosto favorire i valori di libertà, giustizia e uguaglianza.

Abbiamo bisogno di una visione totalmente nuova dell’azione politica. Una tale visione può essere intravista nel linguaggio che sta prendendo forma tra i gruppi di giovani e nei rapporti tra le forze politiche palestinesi all’interno della Linea Verde, che riflettono una profonda coscienza dell’impossibilità di convivere con il sionismo in quanto ideologia razzista e regime coloniale di insediamento che criminalizza la narrazione storica palestinese.

Al cuore di questa emergente coscienza politica si trova la necessità di coinvolgere le comunità palestinesi nel processo di discussione, stesura e adozione di politiche nazionali inclusive: si tratta sia di un loro diritto che di un loro dovere. E’ ugualmente importante riconoscere il diritto di ogni comunità a definire la propria strategia nell’affrontare gli specifici problemi che deve affrontare mentre partecipa all’autodeterminazione di tutto il popolo palestinese.

Costruire un nuovo movimento politico non sarà facile a causa dei crescenti interessi di fazione e il timore di principi e pratiche democratici. Quindi è necessario incoraggiare iniziative di base per creare leadership locali, con la più ampia partecipazione possibile da parte di individui e istituzioni della comunità, seguendo il promettente esempio dei palestinesi del ’48 nell’ organizzare l’”Alto Comitato di Monitoraggio per i cittadini arabi di Israele” per difendere i loro diritti ed interessi, e dei palestinesi della Cisgiordania e di Gaza nella Prima Intifada. Anche il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) è un esempio di successo di questo nuovo tipo di consapevolezza politica e di organizzazione, che riunisce diverse fazioni politiche, organizzazioni della società civile e sindacati dietro una visione ed una strategia unitarie.

Qualcuno potrà pensare che questa discussione è utopica o idealista, ma noi abbiamo disperatamente bisogno di ideali nell’attuale caos e faziosità distruttiva. E abbiamo una ricca storia di attivismo politico e di creatività culturale a cui attingere.

(Traduzione di Amedeo Rossi)

thanks to: Zeitun

Tra Gaza e il mondo c’è Rafah. Parte seconda: Israele ed Egitto carcerieri

La Striscia di Gaza non ha aeroporto, l’uscita via mare è preclusa; via terra i valichi verso Israele sono agibili a discrezione del governo di Tel Aviv e a Rafah – punto di uscita verso l’Egitto –  vige l’arbitrio congiunto delle autorità egiziane e israeliane con la connivenza internazionale. Prigione a cielo aperto per 1.800.000 persone.

Sorgente: Tra Gaza e il mondo c’è Rafah. Parte seconda: Israele ed Egitto carcerieri | MAKTUB

Federica Mogherini prende in giro i Palestinesi e gli Europei. L’unico modo per avere uno Stato Palestinese è cacciare gli ebrei dalla Palestina.

GAZA, November 8, 2014 – (WAFA) – European Union Foreign Policy Chief Federica Mogherini stated Saturday that Gaza can’t afford a fourth war and affirmed the EU’s commitment and support to Gaza reconstruction.

 

Mogherini made her remarks during a joint press conference with UNRWA Commissioner-General Pierre Krahenbuhl at al-Bahrain school in Tal al-Hawa in western Gaza city, an UNRWA-run school sheltering hundreds of internally-displaced people whose houses were destroyed during the 51-day aggression on Gaza.

 

Mogherini arrived Saturday in the Gaza Strip coming from Jerusalem through Erez border crossing point. She visited Sheja’eya neighborhood and met with the Palestinian families whose houses were destroyed during the recent Israeli onslaught on the coastal enclave and listened to their suffering.

 

 Noting that she visited Gaza to examine the humanitarian situation, Mogherini stated that she, as a mother, came to the Gaza Strip to directly see the humanitarian situation following the war, and that during the Cairo-based Gaza Reconstruction Conference she maintained that situation should change in the strip.

 

She added: “There is no time to wait. We should work more quickly in regard to Gaza reconstruction, a commitment that we have made. We should do everything to see children returning to their houses before they turn a year old.”

 

 She expressed her thanks for the UNRWA and noted that the EU stands ready to help the Palestinians in Gaza live in a better situation, adding: “We in Europe know that the only means to end this suffering is bringing this conflict to an end and establishing a Palestinian state living in peace with Israel.”

 

 Moughrini stressed that the EU needs an effective functioning Palestinian government in Gaza and expressed her hopes to see that possible soon, adding: “Most importantly, we call upon all parties to return to negotiations and resume the peace process.”

 

 She stressed the EU’s support for rebuilding Gaza, noting that the EU should put all its political weight to resume the political process and enable the Palestinian national consensus government to effectively operate in the strip.

 

 Regarding the EU’s recognition of the State of Palestine, Mogherini remarked that the EU has not yet reached a consensus to do so and that it is the decision of each EU state. Nevertheless she stressed: “We need a Palestinian state; that is the ultimate goal and is the position of all the European Union.”

 

 “What’s important for me is not whether other countries, be they European or not, recognize Palestine… I’d be happy if, during my mandate, the Palestinian state existed,’ she told French newspaper Le Monde, Newsweek reported.

 

 Mogherini reportedly met in Gaza city with four ministers in the Palestinian unity government. According to Office of the European Union Representative Office, she had a joint press conference with Prime Minister Rami Hamdallah at 3:30 p.m. at the Prime Minister’s Office and would meet President Mahmoud Abbas at 6:30 p.m.

K.F./T.R.

thanks to: WAFA

“Light for Gaza”: Stefano Bollani a Roma per la Palestina

Foto Sunshine4Palestine

 

L’eclettico Stefano Bollani con il suo Piano Solo e l’associazione no–profit Sunshine4Palestine insieme per una serata di raccolta fondi destinati alla realizzazione di pannelli fotovoltaici per il Charitable Hospital di Jenin

Il 3 Novembre 2014 non sarà una serata come le altre. Al Teatro Argentina di Roma si esibirà dalle 21.30 l’eclettico Stefano Bollani con il suo concerto Piano Solo. Bollani è un puzzle di musica, di simpatia, di estemporaneità che si fondono in continuazione per poi cogliere e plasmare i suoni in un continuo dialogo fra improvvisazione e canzone, pubblico e pianista.

Piano Solo è un viaggio nella sua musica interiore, nelle sue emozioni, passando dal Brasile alla canzone degli anni’40 fino ad arrivare ai bis a richiesta in cui mescola 10 brani come se fosse dj. Un viaggio incredibile, dove Bollani sembra prendere per mano ogni spettatore per portarlo accanto a sè, nella sua musica piena di sentimento e di divertimento. Destrutturando e ricostruendo ogni volta in modo diverso i brani che spesso ritroviamo nei suoi dischi.

L’improvvisazione, la genialità, il piacere non sono gli unici leit motiv della serata, patrocinata dal Comune di Roma. Ad essi si affiancherà la beneficenza perché i proventi del concerto saranno devoluti all’associazione non–profit Sunshine4Palestine (S4P), ideatrice dell’evento.

“I fondi che riusciremo a raccogliere grazie alla serata – racconta Barbara Capone, presidente di S4P – sono destinati ad ultimare il progetto al quale stiamo lavorando dal 2011, il nostro “progetto zero”, che consiste nel dotare il Charitable Hospital di Jenin, nella Striscia di Gaza, dell’energia necessaria al suo funzionamento con la costruzione di un impianto fotovoltaico sul tetto della struttura. Un impianto che convertirà sole in vite umane”.

L’impianto è suddiviso in tre moduli, che possono essere installati l’uno indipendentemente dall’altro. Grazie alle numerose donazioni pervenute negli anni passati, ad eventi culturali organizzati con la collaborazione di Radiodervish, Saro Cosentino, Nicola Alesini, Valentina Lupi, Matteo Scannicchio, Antonio Rezza, i Luf e ad un finanziamento della Fondazione Vik Utopia Onlus, il primo dei tre moduli è stato istallato nel gennaio 2014.  L’istallazione ha permesso un aumento del 181% del numero di pazienti trattati dal nosocomio.

Per coprire il fabbisogno energetico dell’ospedale, tutti e tre i moduli sono necessari, ma grazie all’istallazione e messa in opera del primo modulo, Sunshine4Palestine è riuscita a fornire sufficiente energia alla struttura per operare in situazioni di emergenza. Allo stato corrente, l’impianto permette il funzionamento di uno dei piani dell’ospedale per 16 ore al giorno, rispetto alle 4 ore precedenti. Il piano ospita il Pronto Soccorso, la clinica ginecologica, il laboratorio di analisi e la farmacia dell’ospedale. L’impianto ha resistito agli attacchi di luglio/agosto 2014 e, a seguito della distruzione della sola centrale elettrica di Gaza, è ora più che mai impellente completarne la realizzazione.

“Crediamo che con questo progetto – continua Barbara Capone – potrà essere offerta energia sostenibile per aiutare a mantenere funzionante ed affidabile un servizio sanitario pubblico, la cui attività è essenziale per lo sviluppo pacifico di quelle terre. Ringraziamo Stefano Bollani e il Teatro Argentina che hanno creduto nella nostra associazione da subito. Per noi è un onore inimmaginabile aver ricevuto questa accoglienza per un progetto che è nato partendo da un sogno, un foglio di carta ed una matita”.

INFO e PREVENDITA BIGLIETTI

Teatro Argentina

Largo di Torre Argentina, 52, 00186 Roma

06 6840 00311

http://www.teatrodiroma.net

thanks to: pressenza

Palestinian Prime Minister Says Gaza Reconstruction Possible if Israel Removes Blockade

A general view of destroyed buildings in Beit Hanoun town, in the northern Gaza Strip August 5, 2014.

A general view of destroyed buildings in Beit Hanoun town, in the northern Gaza Strip August 5, 2014.

 

MOSCOW, October 16 (RIA Novosti) – Reconstruction in the Gaza Strip will not be possible unless Israel removes its blockade against the region, the prime minister of Palestine said Thursday.

“The reconstruction of the Gaza Strip will not be possible without the removal of the Israeli blockade, which has been ongoing for seven years now,” the Jerusalem Post quoted Rami Hamdallah as saying.

Hamdallah made the comment at a Ramallah meeting with International Monetary Fund (IMF) delegates, with chief emissary to the West Bank and Gaza Christoph Duenwald heading the delegation, according to the newspaper.

At an international conference held on Sunday in Cairo, donor countries pledged $5.4 billion for the reconstruction of the Gaza Strip following the recent fifty-day war between Israel and Hamas.

According to UN estimates, over 2,100 Palestinians and 71 Israelis were killed as a result of the hostilities, with thousands of houses in Gaza being razed, before an open-ended truce between the sides was brokered by Egypt on August 26.

thanks to: RIANOVOSTI

Three Israeli soldiers commit suicide

Three Israeli soldiers who had taken part in Tel Aviv’s recent war on the Gaza Strip have taken their own lives due to psychological problems, a report says.

Israeli daily Maariv reported Monday that the soldiers, who were members of the elite Golani Brigade, “had suffered psychological problems” in connection to their participation in the 50-day war.

It added that two soldiers had committed suicide near the border with the Gaza Strip, while a third killed himself in central Israel.

The newspaper added that the Israeli military police are investigating reasons behind the suicides.

The Israeli army has not made any comment about the incident.

In 2013, eight Israeli soldiers had killed themselves, according to a source in the army’s psychological health department.

Israel unleashed attacks on Gaza in early July and later expanded its military campaign with a ground invasion into the Palestinian territory. Over 2,130 Palestinians lost their lives and some 11,000 were injured. Gaza Health officials say the victims included 578 children and nearly 260 women.

According to Israeli sources, more than 70 Israelis were also killed. Palestinian officials put this number at more than 150.

DB/HMV/HRB

Tue Sep 30, 2014

 

thanks to: Presstv

1000s of Gaza children need psychological care: UN

File photo shows a Palestinian child who was injured in an Israeli attack on her home in Gaza

File photo shows a Palestinian child who was injured in an Israeli attack on her home in Gaza
Sat Aug 16, 2014 2:18 PM
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Senior UN officials say the latest Israeli offensive on the Gaza Strip has left thousands of children traumatized across the besieged Palestinian territory.

Latest figures show 400,000 Palestinian children are in immediate need of psychological help due to the “tragic impact” of the Israeli assaults.

The UN has employed hundred of psychotherapists to examine the effects of this situation on the children.

“The first time a child goes through a traumatic event like a war it is just deeply terrifying” for them, said Chris Gunness, the spokesman of the UN  Relief and Works Agency for Palestine Refugees (UNRWA), which has 200 psychotherapists working in up to 90 clinics in Gaza.

Medics say some children peppered with burns and shrapnel wounds sustained in Israeli shelling that hit their homes in north Gaza, stare at them blankly, emotionless.

Meanwhile, an Israeli court has recently banned the broadcast of Israeli human rights NGO B’Tselem that listed the names of Palestinian children killed during Israel’s month-long offensive in the Gaza Strip.

On Wednesday, the Supreme Court rejected B’Tselem’s appeal to overturn a decision by the Israel Broadcast Authority to ban a broadcast produced by the NGO, saying it is of political nature.

The broadcast listed the names of children killed in the war in the besieged enclave.

Nearly 2000 Palestinians, including 470 children, have lost their lives and more than 10,200 have been wounded since the Israeli military unleashed fatal assaults on the Gaza Strip more than a month ago.

Human rights groups say Israeli forces are systematically killing Palestinian children and youths. The rights groups say there is a growing trend among Israeli soldiers to hit Palestinian children and youths.

JR/AB

thanks to: Presstv

Community leader, beloved grandfather shot dead by Israelis as he carried white flag

Gaza Strip

7 August 2014

Invading Israeli forces broke down the garage door of the Qdeih family home leading to the basement.

(Shadi Alqarra)Gaza

Muhammad Qdeih, 65, was shot dead while carrying a white flag to signal to Israeli soldiers that he was an unarmed civilian.

He was killed on 25 July right at the staircase of his house, where his daughter Mufida, a homemaker in her forties, stood speaking to The Electronic Intifada in the village of Khuzaa, east of Khan Younis in the southern Gaza Strip.

“They killed the man who taught me the meaning of devotion to the community and to the Palestinian cause,” Mufida said, gesturing towards the staircase. “He inspired me to take part in protests and solidarity events for prisoners.”

Down the stairs is the basement where the family and some neighbors had been hiding, seeking shelter from the Israeli onslaught.

Khuzaa was utterly devastated during Israel’s assault on Gaza which began on 7 July, and which paused for a 72-hour “humanitarian ceasefire” that was set to expire on Friday morning unless Israeli and Palestinian negotiators in Cairo were able to agree on an extension.

Inside the house, Israeli soldiers left evidence of their presence in the form of some of their gear, including a few bullets that had not been fired.

“About twenty years ago, my father used to collect vegetables and fruits and distribute them to the families of Palestinian prisoners from the area who are in Israeli jails,” Mufida said. “Though he loved Palestine, he refused to join any political faction, as he believed that Palestine is greater than any faction.”

“I was very close to my father, even though I am one of three daughters and six sons. Four of my brothers live in France and my father used to visit them there often,” Mufida said. “God have mercy on him. I cannot believe he has been taken by their criminal hands,” she said of the Israeli soldiers who killed him.

A doting grandfather to more than a dozen children, Muhammad Qdeih was a respected member of the community in the Abu Irjela neighborhood where he lived and died, about two kilometers from the fence separating Gaza from present-day Israel.

Even during the Israeli onslaught he thought about others.

“The day before he was brutally shot dead, my father asked me to help him donate two thousand euros he had received from his son Mahmoud in France,” Mufida told The Electronic Intifada. “He told me, ‘I would love to donate this money to help people around here, as the war situation is so desperate.’”

Killed carrying a white flag

Muhammad’s son Ramadan, 34, who witnessed his father’s killing, was inspecting damage Israeli tank shells had caused to the house of his uncle, also called Ramadan.

“Everybody in this neighborhood respected my father,” Ramadan said. “Many people asked him to be the chief of our tribe, but he refused, saying that he preferred to remain loved by everyone. But still, he was able to help sort out many family disputes.”

Ramadan told The Electronic Intifada what happened when Israeli forces invaded the area.

“Early on Thursday, 24 July, the Israeli air strikes and tank shelling continued unabated and about 45 people, including myself and my father, went out of the basement, as the house of my uncle Ramadan was hit by tank shells,” Ramadan recounted. “We headed for the entrance of Khuzaa town, yet the Israeli tanks were already around, so we had to go back to the basement.”

Occupying Israeli soldiers left behind equipment in the Qdeih family home.

(Shadi Alqarra)

“When night fell, we could hear the strikes getting more intense and at dawn on Friday, we heard the Israeli soldiers breaking the doors of the garage, which leads towards the basement,” Ramadan said.

“They shouted at us to come out and suddenly, a soldier stopped my father who went up first, holding a white flag. I was behind my father as the soldier ordered him to stay where he was and abruptly, the same soldier shot him in the chest, killing him instantly.”

Muhammad’s 22-year-old nephew Alaa was also there that day.

“I heard the soldier telling Ramadan that his father, my uncle, was taken by the soldiers for medical aid and that he was not dead,” Alaa said. “But a few hours later, we found my uncle laying dead in an a partially-built bathroom in the garage,” Alaa told The Electronic Intifada, while showing a photo of his uncle’s body on his mobile phone.

Killings of civilians in Khuzaa

The killing of Muhammad Qdeih was not the only such crime in Khuzaa. Human Rights Watch collected testimonies of other crimes in the village between 23 and 25 July in which Israeli soldiers “killed civilians in apparent violation of the laws of war.”

On the morning of of 23 July, Israeli forces ordered a group of approximately one hundred Palestinians in Khuzaa to leave a home in which they had gathered to take shelter. “The first member to leave the house, Shahid al-Najjar, had his hands up but an Israeli soldier shot him in the jaw, seriously injuring him,” according to the testimonies collected by Human Rights Watch.

In another incident on 25 July, Israeli forces shelled a basement where 120 civilians were sheltering, killing three.

The survivors fled and walked to Khan Younis, “carrying white flags and raising their hands when they came across Israeli soldiers. An Israeli missile strike hit one group of them, killing a man and wounding his cousin,” Human Rights Watch reported.

Israeli strikes destroyed swaths of Khuzaa village east of Khan Younis, photographed on 5 August.

(Yasser Qudih)

Israel’s assault has so far left almost 1,900 Palestinians dead — one in every thousand residents of the occupied Gaza Strip. Each one had a life and a story that ended brutally.

Three months ago, Muhammad Qdeih left Gaza to pay a visit to his son Mahmoud in France. He had traveled abroad frequently, and, according to the family, lived for a spell in Spain, where he succeeded in obtaining citizenship.

“I feel very sorry and sad for the loss of my grandfather. He was so kind and tender to us all,” Iman Abu Rjaila, Mufida’s 18-year-old daughter, said.

“A month before the war on Gaza started, my grandfather used to call me every day from France to check on me as my high school exams were underway,” Iman said.

“Why did they kill him, why did they steal him from us?” she asked.

It is a question many bereaved and heartbroken families in the devastated Gaza Strip are posing as they wait to see what the days ahead will bring.

Rami Almeghari is a journalist and university lecturer based in the Gaza Strip

thanks to: Rami Almeghari

electronicintifada

EU’s Socialists & Democrats: Situation in Gaza Unsustainable

BERNE, SWITZERLAND, August 4, 2014 (WAFA) – “The situation in Gaza is becoming unsustainable. Humanitarian conditions are deteriorating,” Monday said President of the European Union’s Socialists & Democrats Group, Gianni Pittella.

 

He remarked: “Public resentment against this conflict has reached the streets of European cities, with the risk of more riots and protests,” adding: “We demand an extraordinary meeting of the European Council to be held as soon as possible to discuss the EU strategy vis-à-vis the Gaza conflict.

 

“The European Union should take concrete measures in order to stop the war going on in this region, including the adoption of an arms embargo,” added Pittella.

 

Gianni Pittella concluded by calling for a UN resolution to establish a humanitarian corridor along the Gaza Strip.

 

“The European Union should play a proactive role in the peace process and work immediately for a United Nations resolution to establish a humanitarian corridor along the Gaza Strip in order to get aid to civilians.”

 

‘It is time to act before it is too late. Business as usual is no longer acceptable.”

M.N./T.R.

thanks to: Wafa

A GAZA SI MUORE ANCHE PER MANCANZA DI MEDICINALI

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Il “Progetto Gaza”, che da 2 anni opera a sostegno della pediatria a Gaza, sta raccogliendo fondi e coordinando invio di medicine a Gaza con UNRWA, WHO, MEDICAL AID FOR PALESTINE ed INTERPAL.
La situazione degli ospedali a Gaza è drammaticamente grave anche per mancanza di medicine sia per le emergenze (più di 700 feriti) sia per i dipartimenti di cura intensiva, dialisi, tumori e malattie croniche.
La chiusura dei tunnel tra l’Egitto e la striscia di Gaza che rappresentavano una via di entrata anche di medicine, aveva ridotto le scorte e annullato proprio la disponibilità del 30% delle medicine già prima dell’attacco. La crisi dell’economia che ne è seguita ha reso ancora più difficile ottenere medicine.
Adesso, I medici sono disperati perché non riescono a trattare le emergenze che continuano ad arrivare.
Alcuni ospedali hanno dovuto chiudere i reparti, anche in conseguenza a danni derivanti dagli attacchi e le emergenze si concentrano sugli ospedali governativi privi di scorte anche semplicemente per fili di sutura, antibiotici, analgesici, e alter medicine salvavita. Presto anche la popolazione si concentrerà sulla città ed il suo maggiore ospedale, se ci sarà una invasione di terra.

ABBIAMO BISOGNO DEL VOSTRO SOSTEGNO PERCHÉ SI POSSANO MANDARE IMMEDIATAMENTE ED IN MODO COORDINATO I PRIMI AIUTI

COME AIUTARCI:
Versamento sul conto corrente postale n° 68817899 intestato a: Associazione Maniverso... Onlus;
Con bonifico bancario sul conto corrente Banca Prossima IBAN IT29 D033 5901 6001 0000 0069 894 intestato a: Organizzazione
Umanitaria Maniverso... Onlus.
CAUSALE: EMERGENZA GAZA

Maniverso... onlus

 

EMERGENZA GAZA: Invio urgente di medicinali nella Striscia di Gaza

EMERGENZA GAZA

Il sistema sanitario di Gaza e’ al collasso.

 

DOCTNegli ospedali e nelle farmacie manca circa la meta’ dei farmaci inclusi nella lista dei farmaci essenziali stilata dall’Organizzazione Mondiale della Salute (http://www.who.int/medicines/publications/essentialmedicines/en/); mancano 470 tipi di materiali sterili e monouso, tra cui aghi, siringhe, cotone, disinfettanti, guanti e molto altro.

 

Manca il carburante per alimentare ambulanze e generatori che permettono di far funzionare i macchinari salvavita e le sale operatorie durante le almeno 12 ore al giorno in cui l’unica centrale elettrica non riesce a fornire elettricita’.

Mancano le sacche di sangue necessarie a soccorrere le centinatia e centinaia di feriti.

 

MEDICINELa Striscia di Gaza e’ isolata dal mondo. Le frontiere con Egitto e Israele sono chiuse, ospedali, ambulanze e centri di pronto soccorso sono costantemente sotto la minaccia dei bombardamenti.  Nonostante questo, il personale sanitario continua a prestare soccorso incessantemente.

 

Ad oggi, i feriti sono almeno 1600. Per aiutare la popolazione inerme, abbiamo bisogno del vostro aiuto. Ora. Subito. Stiamo raccogliendo donazioni per far entrare medicine, materiali sanitari, e altri beni di primissima necessità. Qualsiasi donazione e’ indispensabile per salvare la vita di vittime innocenti.

 

Alla iniziativa partecipano TUTTE le ONG Italiane presenti in Palestina. Tuttavia, per motivi logistici, useremo il conto di Terre des Hommes Italia come canale per la raccolta.

 

Dettagli
Via Banca:
Monte dei Paschi di Siena Ag.57 Milano
IBAN: IT53Z0103001650000001030344
Via Posta:
c/c postale 321208
Causale: Medicine Gaza

 

OPPURE è POSSIBILE DONARE ATTRAVERSO QUESTI SITI

www.igiveonline.com/campaigns/medicine-per-gaza/

http://terredeshommes.it/emergenza-gaza-appello-per-i-medicinali/

 

PER INFORMAZIONI

palestina@tdhitaly.org

Ebrei = ASSASSINI

Human misery is hard to look at. But it’s one way to understand the true cost of warfare.

Editor’s Note: This page will be updated to reflect new information.

 

Israeli air strikes have killed at least 231 Palestinians in total. More than 1,650 have been wounded in 10 days of attacks. More than 75 percent of those killed were non-combatants, according to the United Nations. Nearly a quarter of the dead were children, including four young boys killed on June 16 by an Israeli air strike while playing soccer on a Gaza beach. They were all members of the Bakr family and between the ages of nine and 11.

Those numbers don’t convey the horror of what’s happening right now in Gaza. Neither do most of the photographs you’ll find in news media. Streets and buildings have been blasted to rubble, yes. People are broken and mourning. Those things must be documented. But too often, we hide from the most graphic scenes of violence and death.

This page will do that documenting, and it will be updated as new images continue to appear. This is the cost of war.


The body of eight-year-old Jihad Shuheiber lies in a room it al-Shifa hospital, after he and two other children from the same family were killed after an Israeli air strike on a house in the Sabra neighbourhood of Gaza City, on July 17, 2014. Israeli air strikes in Gaza killed five children, medics said, hours after a temporary humanitarian ceasefire ended. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


The body of eight-year-old Jihad Shuheiber inal-Shifa hospital, after he and two other children from the same family were killed after an Israeli air strike on a house in the Sabra neighbourhood of Gaza City, on July 17, 2014. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


Palestinian medics display the bodies of three children from the Shuheiber family who were killed in an airstrike in Gaza City’s Sabra district, and four-year-old Yassin al-Humidi, who died from injuries sustained in an earlier air stike, in the morgue at al-Shifa hospital, in Gaza City, on July 17, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


The bodies of Jihad and Wassim Shuheiber, aged 8 and 7 respectively, and their 10-year-old cousin Fulla lie in the morgue at al-Shifa hospital, in Gaza City, on July 17, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinian hospital workers prepare the body of six-year-old Osama Al-Astal, who was killed in his home along with his four-year-old sister and two relatives following an Israeli air strike, ahead of his funeral in Khan Yunis in the southern Gaza Strip on July 17, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinian hospital workers prepare the body of six-year-old Osama Al-Astal, who was killed in his home along with his four-year-old sister and two relatives following an Israeli air strike, ahead of his funeral in Khan Yunis in the southern Gaza Strip on July 17, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinian hospital workers prepare the body of six-year-old Osama Al-Astal, who was killed in his home along with his four-year-old sister and two relatives following an Israeli air strike, ahead of his funeral in Khan Yunis in the southern Gaza Strip on July 17, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinian mourners and family members cry over the bodies of four members of the Astal family, who were killed following an Israeli air strike, ahead of his funeral in Khan Yunis in the southern Gaza Strip on July 17, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinian mourners and family members cry over the bodies of two of the four members of the Astal family, who were killed following an Israeli air strike, ahead of his funeral in Khan Yunis in the southern Gaza Strip on July 17, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


The body of 20-year-old Hamas fighter, Bashir Abdel Aal lies in the morgue of the al-Najar hospital in the southern Gaza Strip town of Rafah on July 17, 2014, after he was killed by tank shells minutes before a five-hour truce went into effect. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


Palestinian emergency responders push a stretcher carrying the body of Abdullah Akhras, a Palestinian man who was killed by Israeli tank shells minutes before a five-hour truce went into effect, as they arrive at the al-Najar hospital in the southern Gaza Strip town of Rafah on July 17, 2014. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


A Palestinian mourner carries the body of five-month-old girl Lama al-Satri after she was killed in an Israeli air strike the previous day, during her funeral in Rafah in the southern Gaza Strip on July 16, 2014. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


A wounded boy from the Bakr family, receives treatment at al-Shifa hospital, in Gaza City, on July 16, 2014. Four children were killed and several injured at a beach in Gaza. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


The body of one of the four Palestinian boys, all from the Bakr family, is seen at the morgue of al-Shifa hospital in Gaza City, on July 16, 2014. Four children were killed and several injured at a beach in Gaza City medics said, in Israeli shelling witnessed by AFP journalists. The strikes appeared to be the result of shelling by the Israeli navy against an area with small shacks used by fishermen. The deaths raised the overall toll in nine days of violence in Gaza to 213. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


The bodies of three out of the four Palestinian boys, all from the Bakr family, are seen at the morgue of al-Shifa hospital in Gaza City, on July 16, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


The body of two of the four Palestinian boys, all from the Bakr family, is seen at the morgue of al-Shifa hospital in Gaza City, on July 16, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


A relative of four Palestinian boys, all from the Bakr family, mourns over the body of one of the boys at the morgue of al-Shifa hospital in Gaza City, on July 16, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinian relatives of four boys killed in Israeli bombardment, all from the Bakr family, carry the dead body to the family house during the funerals in Gaza City, on July 16, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinian mourners carry the bodies of four boys, all from the Bakr family, during their funeral in Gaza City, on July 16, 2014. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


Palestinian mourners carry the bodies of four boys, all from the Bakr family, during their funeral in Gaza City, on July 16, 2014. (Photo credit should read MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


A Palestinian boy is treated by journalists at the al-Deira hotel after he was injured during an Israeli air strikes in Gaza City, on July 16, 2014. (THOMAS COEX/AFP/Getty Images)


Palestinian employees of Gaza City’s al-Deira hotel carry a wounded boy following an Israeli military strike nearby on the beach, on July 16, 2014. (THOMAS COEX/AFP/Getty Images)


Relatives of Ismail Fattuh, a 25-year-old Palestinian man who was killed in an Israeli air strike, mourn over his body during his funeral on July 16, 2014 in Gaza City. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


A wounded Palestinian child cries while receiving medical care at a hospital in Khan Yunis in the southern Gaza Strip on July 16, 2014 following an Israeli military strike. Israel urged 100,000 Gazans to flee their homes on Wednesday, but the warning was largely ignored despite an intensification of the military’s nine-day campaign after Hamas snubbed a ceasefire effort. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


A wounded Palestinian child cries while receiving medical care at a hospital in Khan Yunis in the southern Gaza Strip on July 16, 2014 following an Israeli military strike. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


A wounded Palestinian child cries while receiving medical care at a hospital in Khan Yunis in the southern Gaza Strip on July 16, 2014 following an Israeli military strike. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


A wounded man is brought to the al-Shifa hospital in Gaza City late on July 15, 2014, following an Israeli air strike. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


A wounded man is brought to the al-Shifa hospital in Gaza City late on July 15, 2014, following an Israeli air strike. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


A Palestinian mother kisses the body of four-year-old girl Sarah Sheik al-Eid after she was killed along with her father and uncle in a Israeli military strike the previous day, during their funeral in Rafah in the southern Gaza Strip on July 15, 2014. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


A Palestinian mourner carries the body of four-year-old girl Sarah Sheik al-Eid after she was killed along with her father and uncle in a Israeli military strike the previous day, during their funeral in Rafah in the southern Gaza Strip on July 15, 2014. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


Palestinian mourners surround the bodies of four-year-old Palestinian girl Sarah Sheik al-Eid and of her father and uncle, during their funeral in Rafah in the southern Gaza Strip on July 15, 2014 after they were killed in an Israeli military strike the previous day. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)

(Note: there are conflicted reports about whether Noor Abu Issa has died.)


Relatives and friends mourn over the body of Musa Moamer, a 60-year-old Palestinian man killed in an Israeli air strike along with three members of his family, during their funeral in southern Gaza city of Rafah on July 14, 2014. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


Palestinians carry the body of Adham Abed el-Al, who died the day before in an Israeli airstrike, before his funeral on July 14, 2014 in Gaza City. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Relatives and friends carry the body of Saddam Moamer, a 26-year-old Hamas fighter killed in an Israeli air strike along with his father and two other members of his family, during their funeral in southern Gaza Strip city of Rafah on July 14, 2014. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


A Palestinian man, who was wounded during Israeli strikes in Gaza City, lays on his bed at King Hussein Medical Center where he was transferred to receive medical care on July 13, 2014 in the Jordanian capital, Amman. (KHALIL MAZRAAWI/AFP/Getty Images)


The father of 3-year-old Palestinian child, Mouid al-Araj, carries his sons body during his funeral in Khan Yunis, in the southern Gaza Strip on July 13, 2014. (Said Khatib/AFP/Getty Images)


The grandfather of 3-year-old Palestinian child, Mouid al-Araj, carries his grandsons’ body during his funeral in Khan Yunis, in the southern Gaza Strip on July 13, 2014. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


Sally Sakr, 20-years-old, from the Palestinian center for people with special needs lies in a hospital bed in Gaza City on July 12, 2014, after the center housing her was targeted by an Israeli air strike in Beit Lahia, northern Gaza Strip. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)

On Saturday, an Israeli airstrike hit the home of Gaza police chief Tayseer al-Batsh. It was the bloodiest single attack yet, killing 18, most of whom were members of al-Batsh’s family. This video contains horrific footage of the attack’s aftermath. Photos and an additional video below show the funeral.

Palestinians carry a body during the funeral of 18 members of the al-Batsh family who were killed the previous night in Israeli strikes that hit their house as they were targeting Hamas police chief Tayseer al-Batsh on July 13, 2014 in Gaza City. (Thomas Coex/AFP/Getty Images)


Palestinians mourn over the body of a member of the al-Batsh family, after their house was targeted by an Israeli air strike that killed 18 family members, during their funeral on July 13, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinian mourners pray over the bodies of 18 people of the al-Batsh family, after their house was targeted by an Israeli air strike, during their funeral on July 13, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinians bury human remains during the funeral of 18 members of al-Batsh family on July 13, 2014 in Gaza City. (Thomas Coex/AFP/Getty Images)


A Palestinian man, who was wounded in an Israeli air strike, lays on a stretcher in an ambulance before being given the permission to cross into Egypt at the Rafah crossing between Egypt and the southern Gaza Strip on July 12, 2014. (Said Khatib/AFP/Getty Images)


Palestinian women check on Salwa Abu Al-Qumsan, a 52-year-old nanny working with the Palestinian center for people with special needs as she lies in a hospital bed in Gaza City on July 12, 2014, after the center housing her was targeted by an Israeli air strike in Beit Lahia, northern Gaza Strip. (Mohammed Abed/AFP/Getty Images)


The body of Suha Abu Saada, 28-years-old, lies in a morgue in Gaza city, after the Palestinian center for people with special needs housing her in Beit Lahia, northern Gaza Strip, was targeted by an Israeli air strike on July 12, 2014. (Mohammed Abed/AFP/Getty Images)


Relatives and friends of a Palestinian, who was killed in an Israeli air raid, carry his body during his funeral in Gaza City, on July 12, 2014. (Mohammed Abed/AFP/Getty Images)


Palestinian mourners carry the body of four-year-old boy Sahir Abu Namus, during his funeral in Jabalia refugee camp in the northern Gaza Strip on July 11, 2014, after he was killed following an Israeli air strike. Israel’s aerial bombardment of Gaza claimed its 103rd Palestinian life as Hamas pounded central Israel with rockets and Washington offered to help broker a truce. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinian mourners pray over the body of four-year-old boy Sahir Abu Namus, during his funeral in Jabalia refugee camp in the northern Gaza Strip on July 11, 2014, after he was killed following an Israeli air strike. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Relatives and friends carry the body of Noor al-Najdi, 10-years-old, during her funeral in Rafah, in the southern Gaza Strip, on July 11, 2014. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


Relatives and friends carry the body of Noor al-Najdi, 10-years-old, during her funeral on July 11, 2014. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


Palestinians prepare the body of Palestinian doctor Anas Abu al-Kas, 33, in the morgue of the al-Shifa hospital in Gaza City on July 11, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


The wife of Palestinian doctor Anas Abu al-Kas, 33, mourns over his body during his funeral in family home in the Jabalia refugee camp in the northern Gaza Strip on July 11, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


The wife of Palestinian doctor Anas Abu al-Kas, 33, mourns over his body during his funeral in family home in the Jabalia refugee camp in the northern Gaza Strip on July 11, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinians carry a body, a member of the Ghanam family, after being removed from under the rubble of their home following an Israeli air raid on Rafah, in the southern of Gaza strip , on July 11, 2014. Five Palestinians, including a woman and seven-year-old child, died when the house in Rafah in southern Gaza was hit, and 15 other people were wounded, Gaza emergency services spokesman Ashraf al-Qudra said. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


A Palestinian carries a body, a member of the Ghanam family, after being removed from under the rubble of their home following an Israeli air raid on Rafah, in the southern of Gaza strip , on July 11, 2014. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


Palestinian doctors look after a man before he dies from his wounds following an Israeli air strike in the southern Gaza Strip city of Khan Yunis, on July 10, 2014. (THOMAS COEX/AFP/Getty Images)


A Palestinian doctor writes a name on the shroud wrapping the body of a man who died from his wounds following an Israeli air strike in the southern Gaza Strip city of Khan Yunis, on July 10, 2014. (THOMAS COEX/AFP/Getty Images)


The body of five-year-old Palestinian boy Abdallah Abu Ghazal lies at a morgue in the northern Gaza town of Beit Lahiya on July 10, 2014 after he was killed in an Israeli air strike. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinian mourners carry the body of five-year-old boy Abdallah Abu Ghazal during his funeral in the northern Gaza town of Beit Lahiya on July 10, 2014 after he was killed in an Israeli air strike. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


The body of five-year-old Abdallah Abu Ghazal lies at a mosque during a funeral ceremony in the northern Gaza town of Beit Lahiya on July 10, 2014 after he was killed in an Israeli air strike. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


The body of Abdallah Abu Ghazal lies at a mosque during a funeral ceremony in the northern Gaza town of Beit Lahiya on July 10, 2014 after he was killed in an Israeli air strike. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinians inspect the wreckage of a car hit by an Israeli air strike, killing three people and wounding four others, early on July 10, 2014 in Gaza City. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinian rescuers collect pieces of flesh in a car hit by an Israeli air strike killing the driver in Gaza City on July 9, 2014. (HOMAS COEX/AFP/Getty Images)

This strike killed Hamid Shebab, who was working as a driver for Media24, a news agency based in Gaza. On the day of the strike, Shebab had been driving photographers and journalists from the agency to hospitals and sites hit by Israeli air strikes. The car was marked “T-V” to indicate that it was a press car. That sign did not work.

This video shows the gruesome aftermath of this particular strike.


An injured child at the al-Najar hospital in Rafah, in the southern Gaza Strip, on July 9, 2014. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


The father of Palestinian baby Ranim al-Gafur carries her body during a funeral ceremony for Ranim and her mother, Amal, on July 9, 2014 after they were both killed today in an Israeli air strike in the town of Khan Yunis in the southern Gaza Strip. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


Emergency responders carry the body of a man, found under the rubble of his house following an Israeli airstrike on Maghazi refugee camp in central Gaza Strip on July 9, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


A Palestinian man looks at the bodies of two young Palestinians at a morgue in the al-Shifa hospital in Gaza City, following an Israeli air strike on July 9, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


A dead Palestinian child, Mohammed Malaka, 2, is brought to the morgue at the al-Shifa hospital in Gaza City, follwoing an Israeli air strike on July 9, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


A Palestinian man holds the drawer of a morgue fridge, where 2-year-old Mohammed Malaka is being kept before burial, at the al-Shifa hospital in Gaza City. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Relatives and friends of the al-Kaware family carry seven bodies to the mosque during a funeral in Khan Yunis, in the Gaza Strip, on July 9, 2014. The father, a member of the Fatah movement, and his six young sons were all killed the day before in an Israeli air strike that targeted their home. (THOMAS COEX/AFP/Getty Images)


A Palestinian looks at the body of a boy killed in an Israeli air strike at a morgue in the al-Shifa hospital in Gaza City, on July 9, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


A wounded man is brought into the al-Shifa hospital in Gaza City on July 9, 2014 following an Israeli air strike. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


A Palestinian man carries his wounded daughter into the al-Shifa hospital in Gaza City on July 9, 2014 following an Israeli air strike. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


A wounded Palestinian girl is treated by medics at the al-Shifa hospital in Gaza City on July 9, 2014 following an Israeli air strike. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


A wounded Palestinian boy is treated by medics at the al-Shifa hospital in Gaza City on July 9, 2014 following an Israeli air strike. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


Wounded children are brought into the the al-Shifa hospital in Gaza City on July 9, 2014 following an Israeli air strike. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


A Palestinian man removes bloody cushions from an outdoor sitting area following an Israeli air strike in Beit Hanun, in the northern of Gaza Strip on July 9 2014. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


Palestinian relatives of Ahmed Mehdi, 14, stand next to his body at a hospital in Gaza City on July 8, 2014 after his was killed in an Israeli air strike. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


A Palestinian paramedic shows the remains of four people from the same family after their home was targeted during an Israeli air strike on July 8, 2014 in the Gaza Strip town of Khan Yunis. In the worst strike, a missile slammed into a house in the southern part of the city killing seven people, among them two teenagers, and wounding 25, emergency services spokesman Ashraf al-Qudra told AFP. Witnesses said an Israeli drone fired a warning flare, prompting relatives and neighbors to gather at the house as a human shield. But shortly afterwards, an F-16 warplane fired a missile that leveled the building. (THOMAS COEX/AFP/Getty Images)


Palestinian men look at the body of killed Hamas fighter Rashad Yassin, 28, in the morgue of the al-Aqsa hospital in Deir al-Balah, in the central Gaza Strip on July 8, 2014. Five Palestinians were killed as Israeli warplanes pounded Gaza at the start of a new campaign to stamp out rocket fire by Hamas militants on southern Israel. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinians remove the body of a man from a vehicle targeted in an Israeli airstrike on Gaza City on July 8, 2014. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


Fire fighters extinguish a vehicle targeted in an Israeli airstrike on Gaza City on July 8, 2014. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


Palestinians look at the bodies of two fighters in the mourgue of al-Aqsa hospital in Deir al Balah center Gaza Strip on July 06, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinian mourners gather in a mosque as they pray over the bodies of five Hamas fighters during their funeral in Rafah, in the southern Gaza Strip, on July 7, 2014. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)

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globalpost

No, Israel Does Not Have the Right to Self-Defense In International Law Against Occupied Palestinian Territory

by Noura Erakat

[Smoke over Gaza following an Israeli airstrike. Image by Scott Bobb. From Wikimedia Commons.] [Smoke over Gaza following an Israeli airstrike. Image by Scott Bobb. From Wikimedia Commons.]

[In view of Israel’s assertions that its current attacks on the Gaza Strip are an exercise in legitimate self-defense, Jadaliyya re-posts an analysis of this claim by Co-Editor Noura Erakat initially published in 2012.]

On the fourth day of Israel’s most recent onslaught against Gaza’s Palestinian population, President Barack Obama declared, “No country on Earth would tolerate missiles raining down on its citizens from outside its borders.” In an echo of Israeli officials, he sought to frame Israel’s aerial missile strikes against the 360-square kilometer Strip as the just use of armed force against a foreign country. Israel’s ability to frame its assault against territory it occupies as a right of self-defense turns international law on its head.

A state cannot simultaneously exercise control over territory it occupies and militarily attack that territory on the claim that it is “foreign” and poses an exogenous national security threat. In doing precisely that, Israel is asserting rights that may be consistent with colonial domination but simply do not exist under international law.

Admittedly, the enforceability of international law largely depends on voluntary state consent and compliance. Absent the political will to make state behavior comport with the law, violations are the norm rather than the exception. Nevertheless, examining what international law says with regard to an occupant’s right to use force is worthwhile in light of Israel’s deliberate attempts since 1967 to reinterpret and transform the laws applicable to occupied territory. These efforts have expanded significantly since the eruption of the Palestinian uprising in 2000, and if successful, Israel’s reinterpretation would cast the law as an instrument that protects colonial authority at the expense of the rights of civilian non-combatants.

Israel Has A Duty To Protect Palestinians Living Under Occupation 

Military occupation is a recognized status under international law and since 1967, the international community has designated the West Bank and the Gaza Strip as militarily occupied. As long as the occupation continues, Israel has the right to protect itself and its citizens from attacks by Palestinians who reside in the occupied territories. However, Israel also has a duty to maintain law and order, also known as “normal life,” within territory it occupies. This obligation includes not only ensuring but prioritizing the security and well-being of the occupied population. That responsibility and those duties are enumerated in Occupation Law.

Occupation Law is part of the laws of armed conflict; it contemplates military occupation as an outcome of war and enumerates the duties of an occupying power until the peace is restored and the occupation ends. To fulfill its duties, the occupying power is afforded the right to use police powers, or the force permissible for law enforcement purposes. As put by the U.S. Military Tribunal during the Hostages Trial (The United States of America vs. Wilhelm List, et al.)

International Law places the responsibility upon the commanding general of preserving order, punishing crime, and protecting lives and property within the occupied territory. His power in accomplishing these ends is as great as his responsibility.

The extent and breadth of force constitutes the distinction between the right to self-defense and the right to police. Police authority is restricted to the least amount of force necessary to restore order and subdue violence. In such a context, the use of lethal force is legitimate only as a measure of last resort. Even where military force is considered necessary to maintain law and order, such force is circumscribed by concern for the civilian non-combatant population. The law of self-defense, invoked by states against other states, however, affords a broader spectrum of military force. Both are legitimate pursuant to the law of armed conflict and therefore distinguished from the peacetime legal regime regulated by human rights law.


When It Is Just to Begin to Fight 

The laws of armed conflict are found primarily in the Hague Regulations of 1907, the Four Geneva Conventions of 1949, and their Additional Protocols I and II of 1977. This body of law is based on a crude balance between humanitarian concerns on the one hand and military advantage and necessity on the other. The post-World War II Nuremberg trials defined military exigency as permission to expend “any amount and kind of force to compel the complete submission of the enemy…” so long as the destruction of life and property is not done for revenge or a lust to kill. Thus, the permissible use of force during war, while expansive, is not unlimited.

In international law, self-defense is the legal justification for a state to initiate the use of armed force and to declare war. This is referred to as jus ad bellum—meaning “when it is just to begin to fight.” The right to fight in self-defense is distinguished from jus in bello, the principles and laws regulating the means and methods of warfare itself. Jus ad bellum aims to limit the initiation of the use of armed force in accordance with United Nations Charter Article 2(4); its sole justification, found in Article 51, is in response to an armed attack (or an imminent threat of one in accordance with customary law on the matter). The only other lawful way to begin a war, according to Article 51, is with Security Council sanction, an option reserved—in principle, at least—for the defense or restoration of international peace and security.

Once armed conflict is initiated, and irrespective of the reason or legitimacy of such conflict, the jus in bello legal framework is triggered. Therefore, where an occupation already is in place, the right to initiate militarized force in response to an armed attack, as opposed to police force to restore order, is not a remedy available to the occupying state. The beginning of a military occupation marks the triumph of one belligerent over another. In the case of Israel, its occupation of the West Bank, the Gaza Strip, the Golan Heights, and the Sinai in 1967 marked a military victory against Arab belligerents.

Occupation Law prohibits an occupying power from initiating armed force against its occupied territory. By mere virtue of the existence of military occupation, an armed attack, including one consistent with the UN Charter, has already occurred and been concluded. Therefore the right of self-defense in international law is, by definition since 1967, not available to Israel with respect to its dealings with real or perceived threats emanating from the West Bank and Gaza Strip population. To achieve its security goals, Israel can resort to no more than the police powers, or the exceptional use of militarized force, vested in it by IHL. This is not to say that Israel cannot defend itself—but those defensive measures can neither take the form of warfare nor be justified as self-defense in international law. As explained by Ian Scobbie:

To equate the two is simply to confuse the legal with the linguistic denotation of the term ”defense.“ Just as ”negligence,“ in law, does not mean ”carelessness” but, rather, refers to an elaborate doctrinal structure, so ”self-defense” refers to a complex doctrine that has a much more restricted scope than ordinary notions of ”defense.“

To argue that Israel is employing legitimate “self-defense” when it militarily attacks Gaza affords the occupying power the right to use both police and military force in occupied territory. An occupying power cannot justify military force as self-defense in territory for which it is responsible as the occupant. The problem is that Israel has never regulated its own behavior in the West Bank and Gaza as in accordance with Occupation Law.

Israel’s Attempts To Change International Law 

Since the beginning of its occupation in 1967, Israel has rebuffed the applicability of international humanitarian law to the Occupied Palestinian Territory (OPT). Despite imposing military rule over the West Bank and Gaza, Israel denied the applicability of the Fourth Geneva Convention relative to the Protection of Civilian Persons in Time of War (the cornerstone of Occupation Law). Israel argued because the territories neither constituted a sovereign state nor were sovereign territories of the displaced states at the time of conquest, that it simply administered the territories and did not occupy them within the meaning of international law. The UN Security Council, the International Court of Justice, the UN General Assembly, as well as the Israeli High Court of Justice have roundly rejected the Israeli government’s position. Significantly, the HCJ recognizes the entirety of the Hague Regulations and provisions of the 1949 Geneva Conventions that pertain to military occupation as customary international law.

Israel’s refusal to recognize the occupied status of the territory, bolstered by the US’ resilient and intransigent opposition to international accountability within the UN Security Council, has resulted in the condition that exists today: prolonged military occupation. Whereas the remedy to occupation is its cessation, such recourse will not suffice to remedy prolonged military occupation. By virtue of its decades of military rule, Israel has characterized all Palestinians as a security threat and Jewish nationals as their potential victims, thereby justifying the differential, and violent, treatment of Palestinians. In its 2012 session, the UN Committee on the Elimination of Racial Discrimination described current conditions following decades of occupation and attendant repression as tantamount to Apartheid.

In complete disregard for international law, and its institutional findings, Israel continues to treat the Occupied Territory as colonial possessions. Since the beginning of the second Palestinian intifada in 2000, Israel has advanced the notion that it is engaged in an international armed conflict short of war in the West Bank and the Gaza Strip.  Accordingly, it argues that it can 1) invoke self-defense, pursuant to Article 51 of the United Nations Charter, and 2) use force beyond that permissible during law enforcement, even where an occupation exists.

The Gaza Strip Is Not the World Trade Center

To justify its use of force in the OPT as consistent with the right of self-defense, Israel has cited UN Security Council Resolution 1368 (2001)and UN Security Council Resolution 1373 (2001).  These two resolutions were passed in direct response to the Al-Qaeda attacks on the United States on 11 September 2001. They affirm that those terrorist acts amount to threats to international peace and security and therefore trigger Article 51 of the UN Charter permitting the use of force in self-defense. Israel has therefore deliberately characterized all acts of Palestinian violence – including those directed exclusively at legitimate military targets – as terrorist acts. Secondly it frames those acts as amounting to armed attacks that trigger the right of self-defense under Article 51 irrespective of the West Bank and Gaza’s status as Occupied Territory.

The Israeli Government stated its position clearly in the 2006 HCJ case challenging the legality of the policy of targeted killing (Public Committee against Torture in Israel et al v. Government of Israel). The State argued that, notwithstanding existing legal debate, “there can be no doubt that the assault of terrorism against Israel fits the definition of an armed attack,” effectively permitting Israel to use military force against those entities.  Therefore, Israeli officials claim that the laws of war can apply to “both occupied territory and to territory which is not occupied, as long as armed conflict is taking place on it” and that the permissible use of force is not limited to law enforcement operations.  The HCJ has affirmed this argument in at least three of its decisions: Public Committee Against Torture in Israel et al v. Government of Israel, Hamdan v. Southern Military Commander, and Physicians for Human Rights v. The IDF Commander in Gaza. These rulings sanction the government’s position that it is engaged in an international armed conflict and, therefore, that its use of force is not restricted by the laws of occupation. The Israeli judiciary effectively authorizes the State to use police force to control the lives of Palestinians (e.g., through ongoing arrests, prosecutions, checkpoints) and military force to pummel their resistance to occupation.

The International Court of Justice (ICJ) dealt with these questions in its assessment of the permissible use of force in the Occupied West Bank in its 2004 Advisory Opinion, Legal Consequences on the Construction of a Wall in the Occupied Palestinian Territory. The ICJ reasoned that Article 51 contemplates an armed attack by one state against another state and “Israel does not claim that the attacks against it are imputable to a foreign state.” Moreover, the ICJ held that because the threat to Israel “originates within, and not outside” the Occupied West Bank,

the situation is thus different from that contemplated by Security Council resolutions 1368 (2001) and 1373 (2001), and therefore Israel could not in any event invoke those resolutions in support of its claim to be exercising a right of self-defense. Consequently, the Court concludes that Article 51 of the Charter has no relevance in this case.

Despite the ICJ’s decision, Israel continues to insist that it is exercising its legal right to self-defense in its execution of military operations in the West Bank and the Gaza Strip. Since 2005, Israel slightly changed its position towards the Gaza Strip. The government insists that as a result of its unilateral disengagement in 2005, its occupation has come to an end. In 2007, the government declared the Gaza Strip a “hostile entity” and waged war upon the territory over which it continues to exercise effective control as an Occupying Power.  Lisa Hajjar expounds on these issues here.

In effect, Israel is distorting/reinterpreting international law to justify its use of militarized force in order to protect its colonial authority. Although it rebuffs the de jure application of Occupation Law, Israel exercises effective control over the West Bank and Gaza and therefore has recourse to police powers. It uses those police powers to continue its colonial expansion and apartheid rule and then in defiance of international law cites its right to self-defense in international law to wage war against the population, which it has a duty to protect. The invocation of law to protect its colonial presence makes the Palestinian civilian population doubly vulnerable. Specifically in the case of Gaza,

It forces the people of the Gaza Strip to face one of the most powerful militaries in the world without the benefit either of its own military, or of any realistic means to acquire the means to defend itself.

More broadly, Israel is slowly pushing the boundaries of existing law in an explicit attempt to reshape it. This is an affront to the international humanitarian legal order, which is intended to protect civilians in times of war by minimizing their suffering. Israel’s attempts have proven successful in the realm of public relations, as evidenced by President Obama’s uncritical support of Israel’s recent onslaughts of Gaza as an exercise in the right of self-defense. Since international law lacks a hierarchal enforcement authority, its meaning and scope is highly contingent on the prerogative of states, especially the most powerful ones. The implications of this shift are therefore palpable and dangerous.

Failure to uphold the law would allow states to behave according to their own whim in furtherance of their national interest, even in cases where that is detrimental to civilian non-combatants and to the international legal order. For better or worse, the onus to resist this shift and to preserve protection for civilians rests upon the shoulders of citizens, organizations, and mass movements who can influence their governments enforce international law. There is no alternative to political mobilization to shape state behavior.

thanks to: Noura Erakat

Jadaliyya

Salaam ragazzi dell’Olivo Comitato di Milano ONLUS

Progetto (“Shady”) di affido contestualizzato e sostegno alle attività del R.E.C.

“Affido contestualizzato” significa inserire l’affido a distanza del singolo bambino/a in un progetto che coinvolge una comunità territoriale. Questo tipo di progetto ci permette di sostenere oltre ad alcune specifiche famiglie più bisognose, anche una struttura socio-educativa dell’associazionismo palestinese e di instaurare relazioni, scambi, rapporti.

Il soggetto collettivo palestinese con cui dall’autunno del 2000 stiamo attuando questo progetto è il Remedial Education Center (R.E.C.): un’associazione che si occupa di rispondere ai bisogni dei bambini/e che presentano disagio psichico e difficoltà di apprendimento dovuti alle condizioni sociali, economiche e familiari in cui sono costretti a vivere e crescere, a causa dell’occupazione israeliana.

Il REC opera dal 1993 nel nord della Striscia di Gaza, una delle zone più problematiche dal punto di vista sociale e economico, e gestisce quattro centri situati nella città e nel campo profughi di Jabalia, frequentati da centinaia di bambini/e e ragazzi/e.

Il REC opera mediante l’organizzazione di attività didattiche e di recupero scolastico, sostegno psicologico ai bambini/e e alle loro famiglie, attività ricreative, educative e culturali (teatro, danza, campi estivi, gite, recupero patrimonio storico e conoscenza territoriale), per permettere ai bambini di esprimere le proprie emozioni, sviluppare le proprie capacità e alleviare la loro sofferenza psichica.

Originariamente il REC si rivolgeva alla fascia di età fra i 6 e i 12 anni. Successivamente, l’esperienza degli operatori del centro ha suggerito di coinvolgere anche i ragazzi/e in età adolescenziale, considerando la complessità e la fragilità di questa fase del percorso di crescita, specialmente in una realtà dove risulta molto difficile immaginarsi un futuro.

Viene posta molta attenzione alla formazione e aggiornamento di insegnanti ed educatori degli asili e delle scuole del territorio, per i quali il REC organizza incontri, stages e corsi di formazione a Gaza e in Italia. Analoghe iniziative vengono rivolte agli studenti universitari, in collaborazioni con le Università locali. Il REC, inoltre, svolge attività di sensibilizzazione di genitori, educatori e adulti in generale sui bisogni, i problemi e i diritti dei bambini.

Tra i progetti e le attività attuali del REC si segnalano in particolare:

  • Processo di integrazione dei bambini con disabilità psichica e fisica nelle scuole governative mediante supporto, formazione, supervisione al personale docente e affiancamento con insegnanti di sostegno del REC
  • Istituzione di una scuola sperimentale intitolata a “Salaam” , avviata nel 2006 con la scuola materna e dal 2008 anche con la scuola primaria. L’obiettivo è quello di favorire la partecipazione positiva dei bambini alla vita della comunità locale e internazionale. L’innovativa metodologia di insegnamento parte dai bisogni dei bambini, considera le differenze e sviluppa le capacità individuali, promuovendo la cultura della tolleranza, dell’uguaglianza e della pace per contribuire alla costruzione della società futura.
  • Assistenza sociale ed economica alle famiglie con interventi di emergenza per necessità alimentari e sanitarie e microcredito.
  • Attività di clowneria e animazione con iniziative nelle strade, ospedali, scuole, asili e l’utilizzo di due ludobus.

Confermando il suo fondamentale ruolo nella società palestinese, il REC organizza diverse iniziative politiche, sociali e culturali, coinvolgendo donne, giovani, scuole e altre realtà associative del territorio, in una prospettiva di sviluppo della democrazia, della pace e della difesa dei diritti, in particolare di quelli dei bambini/e e delle donne.

Durante la partecipazione a una manifestazione che chiedeva la fine dei violenti scontri intrapalestinesi, il 13/06/2007 è stato ucciso Shady Alajla, un giovane animatore del REC: Salaam ha ritenuto significativo che il progetto di affido si chiamasse da allora con il suo nome.

 

Modalità per l’affidamento a distanza

  • Gli affidatari italiani (singole persone, famiglie, associazioni, scuole, gruppi, istituzioni) si impegnano a versare un contributo mensile di 52,00 Euro per due anni: il 50% verrà consegnato alla famiglia palestinese e il restante 50% al REC.
  • Gli affidatari riceveranno una scheda con le informazioni e le foto del bambino/a e della sua famiglia e dovranno compilare una scheda simile da inviare alla famiglia palestinese.
  • Salaam auspica l’instaurarsi di una corrispondenza tra gli affidatari italiani e le famiglie palestinesi, rendendosi disponibile per le traduzioni in arabo e favorendo la comunicazione con Gaza.
  • Gli affidatari riceveranno report periodici sull’andamento del progetto

Modalità di pagamento

  • Versamento su c/c postale N° 27125202 intestato a “Salaam Ragazzi dell’Olivo Comitato di Milano – Onlus”
  • Bonifico presso Banca Popolare Etica – Sede di Milano
    IBAN IT53 T050 1801 6000 00000104771
    intestato a:
    “Salaam Ragazzi dell’Olivo Comitato di Milano – Onlus”
    Via G. Pepe 14 – 20159 Milano.

I versamenti a Salaam (tranne la quota associativa) possono essere detratti fiscalmente, secondo le normative vigenti sui contributi alle ONLUS; come giustificativi valgono le relative ricevute postali e/o bancarie.

Salaam ragazzi dell’Olivo Comitato di Milano ONLUS.

Dutch PM: No idea why Israel won’t let scanner be used for exports to West Bank

Israel’s refusal to allow Gaza to use a scanner machine donated by Netherlands donated to screen exports from the Gaza Strip to the West Bank will be on the agenda at a meeting Sunday night between Prime Minister Benjamin Netanyahu and Dutch Prime Minister Mark Rutte.

Rutte had been scheduled to attend a festive dedication of the X-ray machine at the Kerem Shalom crossing during his visit. Speaking before Israeli and Palestinian peace activists on Sunday, the Dutch prime minister expressed grave disappointment at Usrael’s refusal to let the X-ray machine be used. “I don’t understand this decision,” Rutte said.

Dan Yakobson, a member of the Palestinian-Israeli Peace NGO Forum who attended the meeting with Rutte, said the Dutch premier had sounded surprised and even mortified by the way the issue of the scanner had been handled.

He said that under the circumstances, Rutte had wondered at the security concern: “After all, the X-ray machine was donated by the Netherlands and placed at the Kerem Shalom crossing precisely because of Israeli security concerns,” Yakobson quoted Rutte as saying. “I have no idea what is behind this decision, and I will ask Netanyahu about it during our meeting this evening.”

Yakobson said the Dutch prime minister asked the peace activists if they thought Netanyahu had changed his mind on the Palestinian issue and if he genuinely wanted to make peace. They didn’t know, the participants told him, according to Yakobson. However, they said, the fact that Israel accepted the European Union stipulation that no Horizon 2020 research funding would go to Israeli research enterprises connected with territories beyond the 1967 borders shows that the government favors ties with Europe over the settlements.

“We told him that the conduct regarding the scientific cooperation agreement showed that with internal Israeli assertiveness and enough international assertiveness, things can move,” Yakobson said. “We recommended stepping up international involvement on the Israeli-Palestinian matter and even considering the model the world powers used in the deal with Iran in Geneva and applying it to negotiations between Israel and the Palestinians.”

Haaretz.Com.

Gaza, disabili per sempre

Le foto sono di Rosa Schiano

Le foto sono di Rosa Schiano

 

di Rosa Schiano

Gaza, 26 giugno 2013, Nena News – Nel corso delle frequenti operazioni militari condotte dall’esercito israeliano sulla Striscia di Gaza molti civili palestinesi feriti hanno riportato amputazioni totali o parziali degli arti, e gli stessi palestinesi con disabilità non sono stati immuni ai crimini di guerra.

Secondo “L’ultimo Rapporto sull’Aggressione israeliana contro i cittadini della Striscia di Gaza iniziata il 14 novembre 2012”, redatto il 26 novembre 2012 dal Ministero della Salute dell’Autorità nazionale Palestinese e dal Palestinian Health Information Center (PHIC), il numero totale delle vittime è 1573, di cui 174 persone uccise (151 maschi e 23 femmine) e 1399 feriti (994 maschi e 410 femmine).

Secondo il report, la percentuale di disabilità nei feriti è del 7.5 % (106 feriti). Le disabilità includono amputazioni (8) ,paraplegia (3), fratture (30), ustioni (3), gravi ferite addominali (12), trauma cranici (22), gravi ferite al torace (5), gravi ferite multiple (18), gravi ferite vascolari (3), traumi da schiacciamento (2).

I numeri di questo report, redatto a soli 5 giorni dalla fine dell’offensiva, saranno destinati ad aumentare nei giorni successivi, quando si sono verificati decessi di feriti in gravi condizioni ed ulteriori disabilità. Inoltre, il Palestinian Centre for Human Rights riporta che dall’inizio del 2012, tre palestinesi con disabilità sono stati uccisi dall’esercito israeliano. A rendere difficile la condizione dei disabili palestinesi è innanzitutto l’assedio illegale che Israele ha imposto sulla Striscia di Gaza, e che entra ora nel settimo anno, e che costituisce anche una violazione del diritto alla salute.

Come riportato dal Palestinian Center for Human Rights, vi è una costante mancanza di medicinali e di attrezzature mediche, mancanza che si è fatta particolarmente sentire durante i mesi di marzo, giugno e novembre 2012, ovvero in occasione delle escalation delle operazioni militari israeliane sulla Striscia di Gaza. Oltre alla mancanza di medicinali, è diminuito nel 2012 il numero di pazienti che hanno ottenuto il permesso per attraversare il valico di Erez per accedere agli ospedali in Israele, Gerusalemmme e la Cisgiordania.

L’ultimo report del Pchr sugli effetti dell’assedio infatti dichiara che sono 8596 i pazienti che hanno attraversato il valico di Erez nel 2012, mentre prima dell’imposizione dell’assedio, i pazienti a cui era permesso attraversare il valico erano circa 20,000. Israele continua ora a negare ai pazienti il diritto a ricevere cure negli ospedali in Cisgiordania, compreso in Gerusalemme, ed in Israele. Le autorità israeliane hanno negato l’accesso all’assistenza sanitaria a migliaia di pazienti, con differenti scuse, tra cui ragioni di sicurezza, attese per un altro appuntamento, o per una risposta israeliana dopo essere stati interrogati. I pazienti inoltre sono spesso ricattati dalla sicurezza interna israeliana che cerca di forzare I palestinesi a collaborare fornendo informazioni. Le autorità israeliane hanno iniziato anche a negare l’attraversamento del valico ad una nuova categoria di pazienti, sotto il pretesto che il loro caso non richiede un intervento salvavita ma costituisce un “lusso”. L’ultima categoria include pazienti che hanno perso vista ed arti.

Il dottor Ayman Al Halaby, Direttore dell’ Unità di Fisioterapia e Riabilitazione che agisce in cooperazione con il Ministero della Salute di Gaza, ha riferito che durante l’offensiva militare Pilastro di Difesa, sono stati forniti servizi sanitari di due tipi, servizi ambulatoriali per pazienti esterni e servizi per pazienti interni. Il Dottor Al Halaby ha sottolineato lo stato di emergenza che si è verificato durante l’offensiva Pilastro di Difesa, che ha costretto i medici a cambiare il programma di riabilitazione e non ha permesso ad alcuni pazienti di portarlo a termine. E’ stato possibile un coordinamento con Ong internazionali e locali capaci di muoversi in auto e d in grado di fornire materiali ed attrezzature. Una parte dei pazienti sono stati trasferiti all’ospedale riabilitativo Wafa. Il dottor Al Halaby ha aggiunto che uno dei punti principali su cui si sta lavorando è la raccolta di dati di pazienti da cui ci si aspetta possano soffrire di disabilità.

Al Halaby ha poi sottolineato la scarsa qualità delle attrezzature, in particolare di sedie per disabili. “L’assedio colpisce in maniera negativa il nostro settore. Non ci sono fondi per acquistare apparecchi acustici, macchine o veicoli per disabili. La maggior parte della nostra attrezzatura dipende dalle donazioni che vengono dall’esterno. Succede, infatti, che, dopo l’arrivo di una donazione di attrezzature, bisogna cercare il paziente che ha bisogno di questi supporti, e non il contrario”, ha aggiunto Al Halaby, che ha infine sottolineato le difficoltà di fornire ai pazienti una riabilitazione completa.

Ci sono in Gaza diverse associazioni che si occupano di disabili e che cercano di fornire loro supporto. Alcune associazioni ricevono fondi dall’estero attraverso progetti specifici per l’acquisto di attrezzature, medicine, dispositivi medici per disabili, e laddove possibile, riescono a coprire i costi del trasporto di eventuali feriti all’esterno. In altri casi tali supporti arrivano tramite convogli organizzati da associazioni internazionali. Ci sono però casi di pazienti che non riescono a sostenere le spese per ricevere un’adeguata fisioterapia, a causa delle enormi difficoltà economiche in cui si trova la maggior parte della popolazione di Gaza dovute alla mancanza di lavoro. Un’ eccezione nella Striscia di Gaza è rappresentata dall’ Artificial Limbs & Polio Center (ALPC), connesso alla Municipalità di Gaza, in grado di fornire servizi protesici ed ortopedici a molti pazienti, grazie al contributo del Comitato Internazionale della Croce Rossa Internazionale (ICRC) che fornisce supporti tecnici quali i materiali e le componenti necessarie per costruire e produrre protesi ed ortesi, e che forma il proprio staff all’estero.

Gli amputati ricevono inoltre una specifica fisioterapia per essere allenati e rieducati a camminare. Il progetto di fisioterapia post chirurgica, insieme al Ministero della Salute e all’Unita’ di riabialitazione fisica mira a ridurre il rischio di disabilità a seguito di interventi chirurgici ed è attualmente implementato negli ospedali Shifa, Nasser ed European. Purtroppo, ironia della sorte, la Croce Rossa Internazionale acquista tutti i materiali per il centro in Israele, che quindi guadagna dai bombardamenti sulla popolazione di Gaza.

I feriti amputati durante l’operazione Pilastro di Difesa sono stati generalmente tutti trasferiti in ospedali in Egitto o Turchia, a seconda della gravità dei loro casi, per poi terminare la fisioterapia in Gaza. La situazione di emergenza che si era verificata durante quei giorni infatti non permetteva ricoveri di lunga durata a causa del sovraffollamento degli ospedali e dell’incessante arrivo di feriti minuto dopo minuto.

Oltre alle difficoltà per l’ottenimento di un impiego, questi disabili affrontano difficoltà di movimento anche per accedere alle proprie abitazioni, in quanto spesso gli edifici antichi sono privi di ascensori e in altri casi a seconda delle fasce orarie manca la corrente perché possano funzionare.

Le foto sono di Rosa Schiano

 

Di seguito alcuni casi dei feriti divenuti disabili durante l’operazione militare “Pilastro di Difesa”, iniziata il 14 novembre 2012 e terminata il 21 novembre 2012.

“C’è determinazione”: il caso di Khader Hader Al-Zahar
Khader Hader Al-Zahar, 25 anni, è uno dei cameramen feriti durante l’offensiva militare israeliana di novembre 2012. Durante la notte del 18 novembre 2012, verso le 2, gli aerei militari israeliani hanno lanciato 4 missili sull’ufficio della televisione al-Quds, all’undicesimo piano dell’edificio Shawa and Hussari in Gaza City. I missili sono entrati dal soffitto dell’edificio e sono esplosi all’interno. Sette fra giornalisti e tirocinanti sono rimasti feriti. Khader al-Zahar ha perso la gamba destra nell’attacco ed è rimasto ferito da frammenti di esplosivo su tutto il corpo.

Khader era andato a casa soltanto una volta in quei giorni. Era, come molti giornalisti e cameramen palestinesi in continuo movimento per riportare ciò che stava accadendo. Si trovava insieme ad i suoi colleghi all’interno dell’ufficio. “Quando Israele ha bombardato l’edificio ho pensato fosse un sogno, che non fosse reale”, ha detto Khader. Dopo il primo missile lanciato sull’edificio, tutti sono scappati, tranne Khader, che era rimasto ferito alle gambe. I quattro missili sono stati lanciati sull’edificio con un intervallo di tempo di 3-4 minuti. Dopo il primo missile, che l’aveva ferito alle gambe, Khader era inconscio. Uno dei suoi colleghi è tornato sul posto per trascinarlo all’esterno, ma ha potuto farlo solo per una breve distanza, perché poi un secondo missile ha colpito il palazzo. Successivamente la stessa persona l’ha poi trascinato sulle scale, pensando fosse morto perché era inconscio, poi il terzo missile. Il ragazzo è scappato nuovamente per poi tornare e trascinarlo all’ottavo piano, quando il quarto missile si è abbattuto sull’edificio. Nel frattempo Khader aveva ripreso i sensi.

Si era reso conto che non poteva muoversi. Un’ambulanza l’ha trasferito inconscio all’ospedale Shifa dove è stato ricoverato nel Reparto di Terapia Intensiva dalle 3.30 alle 10.00 del mattino. Durante l’intervento chirurgico la sua gamba è stata amputata. Successivamente i dottori dello Shifa hanno avviato la procedure per il trasferimento di Khader in Egitto. Alle 14.00 del giorno successive Khader ha lasciato Gaza ed è arrivato al Cairo alle 11.30 di sera, dove è stato ricoverato nell’ospedale El Zaytoun per 3 mesi. Durante il primo mese ha ricevuto 12 operazioni alla gamba destra. La parte posteriore della gamba infatti era distrutta, per questo era stata amputata.

Khader è rimasto anche ferito da frammenti di esplosivo, che tuttora sono presenti all’interno del corpo e che gli provocano dolore quando il tempo è freddo. Khader è tornato a Gaza il 13 febbraio 2013, in condizioni stabili. E’ rimasto a Gaza tre mesi, per poi tornare in Egitto, dove i dottori gli hanno fornito una protesi ed ha effettuato fisioterapia. Khader è rientrato a Gaza il 15 giugno 2013. Ogni sei mesi dovrà tornare obbligatoriamente in Egitto per un controllo medico. Il Doha Centre for Media Freedom ha coperto tutte le spese mediche ed i suoi trasferimenti.

Khader tornerà a lavoro tra una settimana. Probabilmente occuperà un ruolo diverso all’interno della televione Al Quds, si dedicherà di monitor ed editing. La sua determinazione a voler continuare il suo lavoro e la sua capacità di resistenza sono state alte. Khader vive con i suoi genitori, ha 4 sorelle e 2 fratelli. Suo padre aveva una fattoria, Khader era solito andare ad aiutarlo, ora non può camminare per lunghe distanze, o stare in piedi per molto tempo. “Molte cose sono cambiate” – ha detto Khader – ma Fi aziima, c’è determinazione”.

“La vita dei disabili è molto difficile”. Il caso di Mohammed Awad
Durante il sesto giorno di offensiva, il 20 novembre 2012, verso le 09.15 del mattino, un aereo militare israeliano ha lanciato un missile su un gruppo di cacciatori di uccelli nel terreno di Hamada in Beit Lahia, nel Nord della Striscia di Gaza, uccidendo Yahia Mohammed Awad, 17 anni, e ferendo suo padre Mohammed Awad, 43 anni.

“La guerra è iniziata durante la stagione della caccia. Ogni giorno andavo a cacciare nel Nord della Striscia di Gaza, dove c’erano anche alcuni figli di beduini. Yahia, mio figlio maggiore, mi chiedeva con insistenza di venire, ma ho sempre rifiutato. Quel giorno ho accettato. Un nuovo tipo di uccelli richiedeva l’uso di reti supportate da due alte stecche. Improvvisamente un missile ci ha colpiti”, ha detto Mohammed.

Privo di sensi, Mohammed è stato trasportato all’ospedale Al Awda, dove è stato operato e la gamba destra è stata amputata. Successivamente è stato trasportato all’ospedale Kamal Odwan dove è stato ricoverato nel Reparto di Terapia Intensiva. Il mattino successivo è stato trasportato in Egitto, ad Arish, dove è stato ricoverato 10 giorni, 3 dei quali in Terapia Intensiva. “Quando mi sono svegliato ho chiesto di mio figlio, mi hanno detto che era rimasto ferito, non che fosse morto. Quando ho chiamato mia moglie, lei non mi ha detto che Yahia era morto. Quando mia sorella è venuta in Egitto mi ha detto la verità”.

Successivamente Mohammed è stato trasferito all’ospedale Al Haram di Giza, dove è rimasto ricoverato 37 giorni. Qui non è stato sottoposto ad interventi né gli è stata fornita una protesi. Mohammed non ha chiesto nemmeno di poter avere una protesi perché consapevole dei costi elevati che essa richiede. Ha effettuato una fisioterapia nel centro ALPC di Gaza per rafforzare il muscolo della gamba così che in futuro possa usare una protesi. Forse la Unrwa potrebbe coprire parte delle spese insieme alla ICRC. E’ attualemente in attesa di una risposta.

Mohammed attualmente per muoversi usa un deambulatore. Esce solo per andare al centro di fisioterapia. Vive al quinto piano di un edificio senza ascensore. “Mi sento imbarazzato se devo camminare in strada ed incontro degli operai o dei lavoratori, perché ora ho bisogno di aiuto per muovermi, per lavorare. Ho bisogno di aiuto anche se sono in casa. La vita dei disabili è molto difficile, nessuno può capirlo. Se prima eri una persona attiva e dopo diventi disabile, ti senti inutile, senti di essere un ostacolo anche per la tua stessa famiglia. Non posso immaginare me stesso fra 10-15 anni in questa stessa situazione”.

Mohammed ha due figli maschi e due femmine, mentre il terzo figlio maschio è morto durante l’attacco. “Yahia era uno studente, mi aveva solo chiesto di potermi accompagnare”, ha detto Mohammed. Mohammed riceve uno stipendio dall’Autorità Palestinese, che però non è sufficiente a coprire tutte le spese che lui e la sua famiglia devono affrontare.

Il bombardamento inaspettato. Il caso di Abdel Malek Jawad Oqail
Abdel ha 26 anni. Il 17 novembre 2012, verso le 8 del mattino, stava camminando sulla corsia di Al Amal, in Khan Younis, per dirigersi verso la casa di suo fratello. Un caccia F-16 ha improvvisamente bombardato un’abitazione precedentemente evacuata. Abdel stava camminando accanto all’abitazione quando è avvenuto il bombardamento ed è rimasto ferito. Non ha perso i sensi, ha cercato di rialzarsi ma si è reso conto che non poteva camminare. Un’ambulanza è arrivata sul posto dopo circa 15 minuti e l’ha trasportato al Nasser Hospital.

Il giorno seguente Abdel è stato trasportato in Egitto, nell’ospedale Nasser del Cairo, dove la sua gamba destra è stata amputata e dove è stato operato al braccio sinistro in quanto fratturato. I dottori hanno posto un fissaggio esterno e successivamente un fissaggio interno al braccio che sarà rimosso dopo un anno. Abdel ha passato 7 giorni al Cairo, per poi tornare a Gaza. E’ rimasto ferito anche da frammenti di esplosivo sotto il polmone, ma tali frammenti, che gli causano dolore, non possono essere rimossi a causa della pericolosità dell’intervento.

Abdel è rimasto 5 mesi a Gaza e nel mese di aprile 2013 è stato trasportato in Turchia, attraverso l’associazione Assalama. In Turchia i dottori gli hanno fornito una protesi ed hanno operato il suo braccio sinistro, aggiungendo una parte di fissaggio interno. Dopo circa 2 mesi in Turchia, Abdel è tornato a Gaza una settimana fa.

Abdel non lavora. Si è laureato in scienze della formazione e potrebbe insegnare in una scuola elementare, ma non vi sono posti disponibili in questo momento. Ha fatto richiesta di lavoro a diverse scuole prima dell’offensiva militare e sta ancora aspettando risposta. Abdel vive in un campo di rifugiati ad Ovest di Khan Younis. La madre di Abdel trema, si è ammalata di diabete a causa del troppo stress. La sua famiglia è originaria del villaggio di Beit Darras, sottoposto nel 1948 ad un sanguinoso massacro da parte delle truppe israeliane contro gli abitanti del villaggio, che l’hanno circondato e bombardato.

A Gaza, in alcuni casi i civili possono rimanere feriti non da diretti bombardamenti ma da missili o oggetti inesplosi rimasti sulle strade delle città. Di seguito il caso di un bambino divenuto disabile circa 15 giorni prima dello scoppio dell’offensiva militare di novembre 2012.

Il caso di Feras Mohammed M. Al Tahrawi
Era il 29 ottobre 2012. “Stavamo tornando da scuola quando l’incidente è avvenuto. Un missile non esploso. Ho iniziato a giocare con questo oggetto di metallo come con un giocattolo, è esploso immediatamente”. L’esplosione ha causato a Feras la cecità ad entrambi gli occhi, la perdita di quattro dita della mano sinistra, ed alcuni frammenti di esplosivo l’hanno colpito alla testa. Feras è stato trasportato all’ospedale Shifa, dove è stato ricoverato per 15 giorni nel reparto di Terapia Intensiva. Successivamente è stato trasferito all’ospedale Saint Joseph di Gerusalemme, dove è rimasto per più di 40 giorni. Lì non è stato sottoposto a nessun intervento chirurgico, ma ha effettuato solo delle analisi del sangue e radiografie.

La madre di Feras racconta che non è stato facile raggiungere Gerusalemme. Al primo tentativo, le autorità israeliane le avevano detto che non c’era nessuna possibilità di raggiungere Gerusalemme attraverso il confine di Erez. La famiglia di Feras ha inviato la richiesta attraverso l’ospedale Shifa, ma l’intelligence israeliana ha chiamato suo padre comunicando: “Non accetteremo Feras qui”. Il padre di Feras, disperato, aveva risposto che se non avessero accettato suo figlio, l’avrebbe portato in altri Paesi, in Giordania per esempio, e che non avrebbe permesso che l’umiliassero.

Successivamente l’ospedale Shifa è riuscito ad ottenere il coordinamento e Feras ha potuto attraversare il valico di Erez dopo 4-5 giorni insieme ad una sua zia. L’Autorità Palestinese ha coperto le spese del viaggio. Quando è rientrato a Gaza Feras era in condizioni molto gravi. È stato trasferito nuovamente all’ospedale Shifa e da lì all’ospedale Wafa. Qui ha effettuato un periodo di fisioterapia. Successivamente Feras è stato trasportato in Egitto, nell’ospedale Al Qahera Al Fatimia del Cairo, dove ha subito un intervento chirurgico all’occhio perché vi era una possibilità di recuperarlo. Ha passato in ospedale 3 mesi. L’operazione è riuscita ed attualmente Feras può vedere attraverso il suo occhio destro, anche se la vista è offuscata. Ogni 3 mesi Feras dovrebbe tornare in Egitto per un controllo alla vista.

Forse con il tempo la sua vista potrebbe migliorare. La madre di Feras spera che suo figlio possa in futuro ricevere un’intervento chirurgico anche all’occhio sinistro. Le cure in Egitto sono state e saranno a carico della sua famiglia. Uno dei dottori ha consigliato a Feras di non praticare sport né esercizi per almeno due anni.

Feras non può andare a scuola. Ogni il suo viso esprime smorfie di dolore, Feras soffre ogni giorno di dolori alla testa, ed ha un raffreddore causato dall’operazione all’occhio. Feras ha frammenti di esplosivo nella testa ed alcuni anche all’interno del corpo. Il dottore ha detto che necessiterebbe di un intervento chirurgico, ma che è molto rischioso. Il dolore alla testa è causato dalla pressione dei frammenti. Quando il dolore si presenta, è talmente forte che Feras potrebbe cadere a terra, non ha l’equilibrio per restare in piedi.

Per quanto riguarda la mano sinistra, quando era ricoverato all’ospedale Shifa i dottori avevano concentrato l’attenzione solo sugli occhi. Successivamente, una delegazione francese di dottori è arrivata in ospedale ed ha eseguito un intervento chirurgico alla sua mano. Feras ha perso quattro dita.

“Mi sento sempre annoiato, soffro per mia disabilità perché non posso vedere i miei amici, non posso giocare, non posso andare a scuola, ed a causa del dolore improvviso ho bisogno di un letto”, ha detto Feras. Sua madre ha aggiunto che Feras è diventato molto nervoso anche con i suoi fratelli e sorelle. Feras sognava di diventare un dottore, e questo è ancora oggi il suo sogno. La madre spera che Feras possa avere una mano alternativa, lo aiuterebbe molto. Fares è all’ultimo anno necessario di scuola prima di poter accedere al liceo. Ha bisogno di corsi privati per poter continuare la formazione, ma sono molto costosi. “Gli insegnanti non gli hanno reso nemmeno visita, e questo lo ha amareggiato molto”, ha detto sua madre. Feras frequentava una scuola dell’Unrwa, la Al Falah school, nel quartiere di Tuffah. Sua madre ha chiesto al direttore della scuola assistenti sociali o una persona che possa andare a casa per aiutare Feras, ma la richiesta è stata rifiutata. Il direttore della scuola si è limitato a dire che non avrebbero cacciato Feras dalla scuola a causa delle assenze, ed ha rifiutato di inviare insegnanti. Nena News

thanks to: Rosa Schiano

“It’s as if we are living on another planet” “É come vivere su un altro pianeta”

Dr Kamalian Sha’ath, President of the Islamic University of Gaza, is one of many dedicated academics providing higher education in the Gaza Strip. The Islamic University was one of the sources for the report ‘ Academia Undermined: Israeli Restrictions on Foreign National Academics in Palestinian Higher Education Institutions Field Research by Ruhan Nagra’ published by the ‘Right to Enter’ organisation. This report highlights that the closure on Gaza is not only on raw materials and freedom of movement but also an academic blockade, and that the prospects of academic enlightenment are under equal threat in the West Bank. The report focuses on one university in Gaza; the Islam University, as well as three in the West Bank; Birzeit, Bethlehem and al-Quds. The report states that the closure is designed to cripple the prospects of university education. Dr Kamalian was more than happy to highlight the struggle he and his colleagues have been engaged in, in an effort to further academia in the Gaza Strip.

 Since the State of Israel tightened its closure of the Gaza Strip in 2007, prospects for exchange with academic institutions outside Gaza have been severely restricted. Israel currently limits the ability of international academics to take up lecturing and research positions in the Gaza Strip and the West Bank through a number of different approaches, from denying entry for ‘security reasons’ to issuing visas that only permit the holder to stay for a matter of weeks. The resulting isolation of Palestinian academics has a detrimental effect on higher education institutions in the Gaza Strip, and prospects for good quality higher education are steadily worn away. There are few opportunities for students to obtain a Masters degree, and only one post-doctorate programme is available.

Dr Kamalian provides an insight into how universities are attempting to overcome the obstacles posed by the Israeli-imposed closure: “When we opened the university in 1978, the Israeli occupation forces were still inside the Gaza Strip. The Strip was divided into three parts, with movement between them restricted, causing us tremendous difficulties in teaching the students. For the first few years, we taught them in makeshift tents. Anytime we tried to build educational facilities, the Israeli military would destroy what we had built. I remember once UNESCO wanted to come and visit the university; out of a team of many, only one was allowed to enter Gaza. The rest were prevented for so-called ‘security reasons’. We have come very far since then, and I am proud of the work people here have done, but the struggle is not over yet.”

Israel also imposes confusing guidelines for what constitutes a ‘foreign academic’. “You have many Palestinians who are considered ‘foreign’ so are therefore not allowed back to their homeland to teach. For example, my brother was studying in Egypt during the 1967  War. Because he was not in the country at the time of the war, when he tried to return to Palestine he was prevented from doing so and, since then, he has been categorised as a ‘foreigner’ by the Israelis. It is ridiculous to think that the Israelis can say who is a Palestinian and who is not. We carry Palestinian ID cards that are given to us by the Israelis!”

“Palestine has a wealth of educated Palestinians who were born abroad. For example, we have few thousand doctors in Germany alone. Many have attempted to come home to take up research positions, or even to volunteer in the surgery departments of hospitals, and most have been denied. Palestinian academics who live abroad have a strong desire to return home and bring their knowledge and experience with them.”

By restricting freedom of movement between borders, Israel is, in turn, crippling academic institutions in the Gaza Strip and the West Bank. “If mobility is needed for anything, it is needed for education,” Dr Kamalain says. “Universities are like people. They need interaction. They need to socialise to achieve their full potential. Without this, they are nothing. Because of the closure, we lack what many others take for granted – interaction with different schools of thought. It’s as if we are on another planet! We only have one PhD programme available, studies of the Hadith. Though we pride ourselves on the language abilities of our students, we need someone with a post-doctorate who can teach English well. The same goes for a variety of subjects.”

“We have found ways to get around this” Dr Kamalain says, chuckling. “Each course has two video conferences per term with universities around the world and these have proved to be highly effective. However, the closure still causes us incredible inconvenience. For example, in order to meet with my colleagues in Najah University in the West Bank, where I used to teach, we all had to go to Italy to hold a conference. It’s crazy to think that, instead of me being allowed to drive around 90 minutes to Nablus [where Najah National University is located], everyone had to fly to Italy!”

The Islamic University of Gaza has a total of 21,000 students, demonstrating the high demand for university education. When asked what most affects the students’ opportunities to learn, Dr Kamalian replied that both the closure and regular Israeli offensives on the Gaza Strip have a negative impact. “However, the closure affects us most. We and our students share a strong desire for some form of ‘internationalisation’. In academia, it is essential to encounter multiple schools of thought, so that we can improve ourselves and our education techniques.”

University education in the Gaza Strip and the West Bank is greatly impacted during military escalations: “All universities were closed by Israel for the entire duration of the First Intifada. For four years, we had to hold classes in mosques, in homes, wherever we could find the space. During the last two offensives on Gaza, Israel has systematically targeted the civilian infrastructure of the entire region – roads, schools, hospitals, and even our university. Our entire Science Department was destroyed in an air strike in 2008. Research and equipment, which it had taken us 30 years to accumulate, were destroyed in a matter of minutes. To this day, one of the buildings is still under construction. Other universities in Gaza had to take in the students that were affected by this.”

“Universities in both the West Bank and the Gaza Strip are suffering, though in Gaza more so because we are completely cut off. International academics are put off by various factors; even if they somehow manage to obtain entry, they are not allowed to come and go as they please. And the possibility of an unprovoked attack by Israel is also a terrifying thought for many who have not grown up in a conflict zone.”

As unemployment levels in the Gaza Strip are at 40%, job prospects for university graduates are also very limited. “Information Technology is by far the industry our students have had most success in after university. However, there is no denying that unemployment is a serious issue that needs to be addressed fast.” When asked what the future holds for universities in Gaza if the situation does not change, Dr Kamalain smiles: “Life will continue. The struggle will continue. We hope that Israel will soon bow to international pressure and lift the closure, so that life may return to normal. If not, we will have to continue as we have always done.”

Under international law, article 26 of the Universal Declaration of Human Rights and article 13 of the International Covenant on Economic, Social and Cultural Rights (ICESCR) recognise the right of everyone to education. According to article 13.1 of the ICESCR, this right is directed towards “the full development of the human personality and the sense of its dignity”, and enables all persons to participate effectively in society. The Committee on Economic, Social and Cultural Rights (CESCR) has made it clear according to a meeting chaired on 8 December 1999 that education is seen both as a human right and as “an indispensable means of realizing other human rights”, and so this is one of the longest and most important articles of the Covenant.

Article 12 of the 1966 International Covenant on Civil and Political Rights also guarantees that “everyone shall be free to leave any country, including his own, and no one shall be arbitrarily deprived of the right to enter his own country.” This includes the right to travel for educational purposes, be it as a student or academic. Moreover, according to the United Nations Human Rights Committee [General Comment No. 27], “The right of a person to enter his or her own country recognizes the special relationship of a person to that country”. Also according to the International Court of Justice, persons who have a genuine and effective link to a country, such as habitual residence, cultural identity, and family ties cannot simply be banned from returning to that country.

The destruction of the medical, engineering and science block of the Islamic University in 2008 constitutes a violation of Article 53 of the Fourth Geneva Convention. Under this statute, the destruction of private property is prohibited unless rendered absolutely necessary by military operations.  Furthermore, according to the second paragraph of Article 8 (b)(i) “intentionally directing attacks against civilian objects, that is, objects which are not military objectives” constitute war crimes.

Finally, the Israeli-imposed closure of the Gaza Strip amounts to a form of collective punishment, which is a violation of article 33 of the Fourth Geneva Convention. As it inflicts great suffering on the civilian population of Gaza, it also amounts to a war crime, for which the Israeli political and military leadership bear individual criminal responsibility.

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Gaza – Pchr. Il dottor Kamalian Sha’ath, presidente dell’Università Islamica di Gaza, è uno dei molti accademici impegnati a fornire istruzione superiore nella Striscia di Gaza. L’Università Islamica è stata una delle fonti per il report pubblicato dall’associazione Right to Enter, firmato da Ruhan Nagra e intitolato “Mondo accademico indebolito: le restrizioni israeliane all’ingresso di docenti stranieri nei Territori palestinesi occupati”.

Questo rapporto evidenzia come il blocco di Gaza non riguarda solo i materiali grezzi e la libertà di movimento delle persone, ma costituisce anche un blocco accademico, e che le prospettive di sviluppo accademico sono egualmente minacciate anche in Cisgiordania. Il rapporto si concentra su un’università di Gaza, l’Università Islamica, e su tre università della Cisgiordania: Birzeit, Bethlehem e al-Quds. In esso si afferma che il blocco è programmato per minare le prospettive dell’istruzione universitaria. Il dottor Kamalian si è dimostrato felice di poter parlare della battaglia in cui, assieme ai suoi colleghi, si sta impegnando allo scopo di migliorare la situazione accademica nella Striscia di Gaza.

Da quando Israele ha inasprito il blocco della Striscia di Gaza, nel 2007, le prospettive di scambio accademico con università straniere sono state pesantemente penalizzate. Israele attualmente, con una serie di motivazioni diverse, limita le possibilità, ai docenti internazionali, di intraprendere lettorati e ricerca nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Si va dalle “ragioni di sicurezza” all’emissione di visti che permettono un accesso di poche settimane soltanto, il cui risultato è l’isolamento degli accademici palestinesi e, indirettamente, l’impoverimento delle prospettive di un’istruzione superiore di qualità. Gli studenti hanno poche possibilità di conseguire un master, ed è disponibile un solo programma di post dottorato.

Il dottor Kamalian ci illustra come le università stiano tentando di arginare gli effetti degli ostacoli derivanti dal blocco imposto da Israele: “Quando aprimmo l’università, nel 1978, le forze di occupazione israeliane si trovavano ancora all’interno della Striscia di Gaza. La Striscia era divisa in 3 parti, attraverso le quali la libertà di movimento era limitata, con conseguenti difficoltà nell’insegnamento. Durante i primi anni insegnavamo sotto tende improvvisate, in quanto, ogni qual volta si tentava di costruire strutture per l’istruzione, Israele le distruggeva. Ricordo che una volta l’Unesco volle venire a visitare l’università, ma della numerosa delegazione solo a un membro fu permesso l’accesso a Gaza. Gli altri furono bloccati per “ragioni di sicurezza”. Da allora abbiamo fatto molta strada, e sono molto orgoglioso di tutto il lavoro che le persone qui hanno svolto, ma la lotta non è ancora terminata”.

Israele, inoltre, impone linee guida confuse riguardo la definizione di “docente straniero”. “Ci sono molti palestinesi considerati stranieri, e, pertanto, non ammessi a rientrare nella loro patria per  insegnare. Ad esempio, mio fratello durante la guerra del 1967 stava studiando in Egitto. Non essendo in Palestina al momento del conflitto, quando poi volle ritornare a casa non gli fu permesso, e da allora è stato definito, da Israele, ‘straniero’. E’ ridicolo pensare che Israele possa stabilire chi è palestinese e chi no. Le nostre carte d’identità ci vengono rilasciate da Israele!”

La Palestina ha un gran numero di palestinesi istruiti nati all’estero. Ad esempio, solo in Germania abbiamo alcune migliaia di medici. In molti hanno tentato di tornare qui a fare ricerca, o a prestare volontariato nei reparti chirurgici degli ospedali, ma alla maggior parte è stato vietato l’ingresso. Hanno un gran desiderio di tornare a casa a portare la loro conoscenza e la loro esperienza”.

Limitando il movimento tra i confini, Israele penalizza le istituzioni accademiche nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. “Le università sono come le persone”, continua il dottor Kamalian: “Hanno bisogno di interagire, di socializzare e di raggiungere le loro potenzialità. Senza ciò, non sono nulla. A causa del blocco ci manca ciò che molti altri danno per scontato, l’interazione con diverse scuole di pensiero. E’ come vivere su un altro pianeta! Abbiamo un solo programma di dottorato, sullo studio degli Hadith. Seppur orgogliosi delle capacità linguistiche dei nostri studenti, avremmo bisogno di qualcuno con un post dottorato che sappia insegnare bene l’inglese. E lo stesso vale per diverse altre materie”.

“Abbiamo trovato una nostra soluzione”, dice il dottor Kamalian con una risatina. “Ciascun corso ha due video-conferenze per trimestre con università straniere, e ciò si è rivelato molto efficace. Ma il blocco continua a causare incredibili difficoltà. Ad esempio, per potermi incontrare con i miei ex colleghi dell’università Najah, in Cisgiordania, dobbiamo tutti viaggiare in Italia per poter tenere conferenze. Questo è pazzesco se si pensa che mi basterebbero 90 minuti per arrivare a Nablus (luogo in cui l’si trova l’università di Najah). E invece, tutti in Italia!”

L’università islamica di Gaza conta 21 mila studenti, il che dimostra la grande richiesta di istruzione universitaria. Alla domanda riguardo il maggior ostacolo alle opportunità di studio degli studenti, il dottor Kamalian risponde che sia il blocco di Gaza che le offensive israeliane hanno un grande impatto negativo. “Ma ciò che più ci penalizza è il blocco. I miei studenti ed io condividiamo un forte desiderio di ‘internazionalizzazione’. Nel mondo accademico è fondamentale incontrare scuole di pensiero differenti, per migliorarsi e per migliorare le tecniche didattiche”.

L’istruzione universitaria nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania è poi fortemente penalizzata durante le intensificazioni militari. “Tutte le università sono state fatte chiudere da Israele durante l’intera durata della Prima intifada. Per 4 anni abbiamo tenuto i corsi nelle moschee, nelle case, ovunque si trovassero gli spazi. Nel corso delle ultime due offensive su Gaza, Israele ha ripetutamente colpito le infrastrutture civili dell’intera regione – strade, scuole, ospedali, e anche la nostra università. La nostra Facoltà di Scienze è andata completamente distrutta in un attacco aereo nel 2008: in pochi minuti sono andate distrutte ricerche svolte nel corso di 30 anni di studi, così come l’attrezzatura di facoltà. Oggi, uno dei due edifici è ancora in fase di costruzione, e gli studenti continuano ad essere ospitati presso altre università di Gaza”.

“Le università ne risentono sia in Cisgiordania che a Gaza, ma a Gaza maggiormente, in quanto siamo completamente tagliati fuori. Inoltre, i docenti internazionali sono scoraggiati da diversi fattori: dal visto limitato ma anche da un possibile e non provocato attacco israeliano, che può terrorizzare chi non è cresciuto in una zona di guerra”.

Poiché il livello di disoccupazione nella Striscia di Gaza raggiunge il 40%, le prospettive di lavoro di un laureato sono anche molto scarse. “L’informatica è il settore in cui i nostri studenti hanno ottenuto migliori risultati dopo la laurea. Ma la disoccupazione è una questione seria che va affrontata al più presto”.

Con un sorriso, il dottor Kamalian aggiunge: “La vita continua. La lotta continuerà. Speriamo che Israele ceda presto alle pressioni internazionali ed elimini il blocco, in modo che la vita qui possa tornare alla normalità. Se ciò non accadrà, continueremo come abbiamo sempre fatto”.

In base al diritto internazionale, l’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti umani e l’articolo 13 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (Icescr) riconoscono il diritto di ognuno a un’istruzione. Secondo l’articolo 13.1 dell’Icescr tale diritto è finalizzato al “pieno sviluppo della personalità umana e alla sua dignità”, e a permettere una partecipazione sociale attiva. Il Comitato sui diritti economici, sociali e culturali (Cescr) ha stabilito in un incontro tenutosi l’8 dicembre 1999 che l’istruzione è sia un diritto umano che “uno strumento indispensabile per comprendere altri diritti umani”.

L’articolo 12 del Patto internazionale sui diritti politici e civili, del 1966, garantisce poi che “ognuno dev’essere libero di poter lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e che nessuno debba essere arbitrariamente privato del diritto di entrare nel proprio Paese”. Ciò comprende il diritto di viaggiare per motivi di studio, sia come studente che come docente. Inoltre, secondo il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti umani (Commento generale n.27), “il diritto di una persona ad entrare nel proprio Paese riconosce il rapporto speciale della persona con quel determinato Paese”. Inoltre, secondo il Tribunale di giustizia internazionale, a coloro che hanno un reale ed effettivo rapporto con un Paese, come la residenza abituale, l’identità culturale e i vincoli familiari, non può essere negato il ritorno.

La distruzione dell’edificio delle facoltà di medicina, ingegneria e scienze dell’Università islamica, avvenuta nel 2008, costituisce una violazione dell’articolo 53 della Quarta convenzione di Ginevra, che stabilisce che la distruzione di una proprietà privata è vietata, a meno che le operazioni militari non la rendano assolutamente necessaria. Inoltre, in base al secondo paragrafo dell’articolo 8 (b)(i) “l’attacco intenzionale contro obiettivi civili, ovverosia contro obiettivi non militari” costituisce crimine di guerra.

Infine, il blocco di Gaza imposto da Israele rappresenta una forma di punizione collettiva, che viola l’articolo 33 della Quarta convenzione di Ginevra. Infliggere grandi sofferenze sulla popolazione di Gaza, costituisce anche crimine di guerra, per il quale la leadership politica e quella militare israeliane sono criminalmente e individualmente responsabili.

Traduzione per InfoPal a cura di Stefano Di Felice

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“Israeli-imposed restrictions punish the people of Gaza”

Israel’s policy of hindering economic development in the Gaza Strip through control of commercial border crossings into the region has come to crisis point recently. Gaza is not only suffering a closure against construction materials and fuel but in the last few months has also been a victim of a chronic cooking gas shortage. The deterioration and breakdown of cooking gas supply in Gaza is compounding an already severe shortage of energy facilitates in the form of gas, electricity and fuel. The problem has manifested itself into a situation in which piles of empty gas cylinders are currently being left at gas stations waiting to be refilled.

 

Israel exercises complete economic control over the border between it and the Gaza Strip. Through its control over the passage of commercial goods, Israel has a tremendous impact on life in the Gaza Strip, a small and densely populated area which relies on trade with the outside world for obtaining basic products and maintaining a productive economy.

 

Previously, four commercial crossings operated on the border: Karni Crossing, through which all commercial trucks exited and most trucks entered; Sufa Crossing, through which all humanitarian goods and construction materials were transported; and Nahal Oz, through which fuel and cooking gas were imported. Karni and Sufah crossings were phased out by Israel before the start of 2010.  In January 2010 Israeli authorities informed the Palestinian side that the Nahal Oz border crossing, on the northeast of the Gaza Strip, would be permanently closed as a result of “security issues”. This closure had an incomprehensibly detrimental effect on the transport of cooking gas and other fuels into Gaza.

 

Mr Mahmoud Ahmad Shawa, Chairman of the Petroleum and Gas Owners Association of the Gaza Strip outlines the problems caused by the closure of this crossing: “before the closure of the Nahal Oz crossing the Gaza Strip did not have any issues regarding a cooking gas shortage. The import of cooking gas was not considered a part of the economic blockage programme instigated by Israel as part of the forced economic closure of the Gaza Strip. Restrictions only began to be implemented with the closure of the Nahal Oz crossing point by Israel in 2010, a closure which was part of an Israeli implemented cessation of 5 border crossings to Israel.”

 

Mr Shawa continues, “the Nahal Oz crossing was solely dedicated to the importation of fuel and gas and as such had infrastructure qualified enough to transport these materials. With the closure of the crossing in 2010, all movement of the fuel and gas was moved to the Karm Abu Salem crossing.” With the Israeli instigated closure of all other economic border crossings to the Gaza Strip, the Karm Abu Salem crossing now caters for the import of all commercial materials entering Gaza, namely building and construction materials, fuel, humanitarian aid and cooking gas. The infrastructure available at the Karm Abu Salem crossing is not sufficient to cater for the required cooking gas supply for the people of Gaza. There is only one pipe available to transfer all cooking gas from Israel to the Gaza Strip. This unsatisfactory infrastructure limits the capabilities and quantities of cooking gas being imported.”

 

Another detrimental factor which affects supply is that of Karm Abu Salem’s opening times. Mr Shawa further illustrates the problem: “The sole pipeline at Karm Abu Salem is only open from 7:30 until 15:00, five days a week. This timetable also does not take into consideration the large number of Jewish holidays on which the crossing is closed nor the fact that the border is also susceptible to intermittent closure at the whim of Israeli officials. The reasoning for these closures is often cited as “security reasons” by Israeli officials. Other times, closure of the pipeline is blatantly cited by Israel as a punitive measure against the population of Gaza .” We note at PCHR that these actions by Israeli officials clearly constitute collective punishment on the people of the Gaza Strip. As a result of these restrictive factors, Mr Shawa states that currently, “only 130 tonnes of cooking gas is being supplied to Gaza on a daily basis. This constitutes approximately merely 65% of the daily requirement of cooking gas needed by the population of Gaza, namely 200 tonnes. ” 

 

Movement of people and goods also takes place between Egypt and the Gaza Strip through underground tunnels. With the initial restrictions imposed on the import of cooking gas in January 2010 by the closure of the Nahal Oz border crossing and in an attempt to bypass the illegal economic constraints, commercial trade of the product was attempted via this route. This method of transportation was not dependable or safe. Mr Shawa asserts that “the tunnels have not been able to provide a viable method of obtaining cooking gas from Egypt. Some traders attempted to transfer gas via gas cylinders through the tunnels. This method only provided 3 or 4 tonnes of gas to Gaza daily, a mere fraction of the 200 tonnes required. Also, transporting gas from Egypt was also incredibly dangerous. As a result of gas leakages many people were killed in the tunnels while transporting the cylinders. These two factors have dictated that this method is not utilised as a method of transporting gas anymore.”

 

The Israeli monopoly on the supply of cooking gas to the Gaza Strip and the West Bank means that they can also dictate pricing. The Palestinian Authority subsidises the current price of cooking gas but even with these subsidies “people in the Gaza Strip pay 52 shekels per gas cylinder and persons in the West Bank pay 56 shekels per cylinder. These prices are very expensive for the average citizen of Palestine. Couple the high price with the fact that the gas is such a rare commodity and not even readily available and we have reached the current crisis point.”

 

For families and private homes in the Gaza Strip, cooking gas is seen as a basic human need. An average family will use one gas cylinder every 20 – 24 days however due to the current cooking gas restrictions families have to wait for an average of 2 -3 months to get a gas cylinder refilled. This means that for approximately two out of every three months families are without cooking gas. The cooking gas shortage affects many sectors of society and industry in the Gaza Strip. Not only are private homes and businesses unable to function but also factories, the agricultural sector, poultry farmers, bakeries, fishermen are all directly affected. The tourist trade in Gaza, namely hotels and restaurants, also depend mainly on cooking gas to function.

 

Meetings have taken place between members of the Petroleum and Gas Owners Association of the Gaza Strip and the Israeli authorities in which the association has condemned the fuel and gas closure and attempted to come to an agreement on the easing of restrictions. Specifically, a solution has been forwarded to lengthen the daily opening times of the pipe by a mere two hours, an action which would see a dramatic improvement in cooking gas availability. Israel has refused to agree to even implement this simple solution. They have not provided reasons for their lack of action.

 

Former Prime Minister of the Government of the West Bank, Dr Salam Fayyad, has also met with delegates from the association to discuss the chronic cooking gas shortage in the Gaza Strip. The Prime Minister was informed that if another pipe was not constructed as soon as possible, the region would suffer a serious fuel crisis. As a result of the meeting, Dr Fayyad promised another supply pipe would be constructed, with the Palestinian Authority agreeing to pay all necessary construction expenses. While Israel also agreed on the erection of a second pipe, as of June 2013, they have yet to implement their plans or begin construction on the project. No reasons have been given for the lack of progress.

 

There are also regular discussions with associations and consulates from the US, Europe and Israel in an attempt to find a solution to the crisis however nothing has ever come of these talks. Mr Shawa explains that “they hear our problem, empathise with our situation and state that they will attempt to exert pressure on Israeli authorities to lift the closure on cooking gas but ultimately nothing is ever done.”

 

The enforcing of illegal cooking gas restrictions by Israel over the the population of Gaza must come to an end. Mr Shawa states that, “technically, Israel could solve the problem within 24 hours. All that needs to be done is to lengthen the daily time allowance in which gas is imported into the region. Mr Shawa cannot see an end to the restrictions and resulting crisis, “this problem is solely a political issue. As a result, I see it persisting for a long time.” The current restrictions implemented by the Israeli forces are purely to put pressure on and paralyse normal people to surrender and accept Israeli political solutions. “The issue affects peoples’ lives. The gas crisis will increase in coming days. When added with the diesel and fuel crisis the situation is very dangerous. They deny all rights to the general population of Gaza. When Israeli is imposing these restrictions, it is not only Hamas who is punished; it is also the people of Gaza.”

 

The Israeli-imposed closure of the Gaza Strip amounts to a form of collective punishment, which is a violation of article 33 of the Fourth Geneva Convention. As it inflicts great suffering on the civilian population of Gaza, it also amounts to a war crime, for which the Israeli political and military leadership bear individual criminal responsibility.

Palestinian Center for Human Rights.

UNADIKUM INTERNATIONAL BRIGADES

Nel 1936, quando il fascista Franco impugnò le armi contro la giovane repubblica spagnola, i governi dei paesi vicini rifiutarono nettamente di muoversi. Gli abitanti di questi paesi risposero in questo modo: “Noi tutti, combatteremo!”. Fu così che diedero vita alle International Brigates, una delle pagine più illuminanti dello spirito di solidarietà. Di fronte al vergognoso abbandono della difesa dei diritti dei Palestinesi da parte della maggior parte dei governi del mondo, lo stesso spirito di solidarietà ci spinge a chiamare ancora una volta le persone ad agire. Noi non ricorreremo alle armi, ma abbiamo un’arma molto efficace: fare da spalla alla popolazione palestinese, nei luoghi in cui vivono e quando fanno il loro lavoro, sfidando le forze d’occupazione israeliane, rivendicare la forza della solidarietà di fronte alla brutalità delle armi, e riportare tutto questo al mondo. E’ per questo motivo che ancora una volta ci diamo il nome di “International Brigades”.

Il nostro strumento: Unadikum Osservatorio dei Diritti Umani

Questo progetto creerà un Osservatorio permanente dei Diritti Umani, come servizio civile volto alla pace internazionale e all’incremento di attivisti non violenti. Il nostro impegno più importante, e prioritario, sarà la nostra presenza “sul campo” con quei palestinesi che direttamente si confrontano con le forze d’occupazione, il che significa essenzialmente: i contadini i cui campi sono tagliati da un muro separatorio e l’afferente “no-go zone”, ed i pescatori importunati da anni dalla marina militare israeliana.

I nostri principali obiettivi sono i seguenti:

  • Monitoraggio delle violazioni dei Diritti Umani nei confronti dei pescatori e dei contadini.
  • Studio ed Analisi all’interno dei campi di rifugiati, realizzando reports che alimentino l’inizio di una consapevolezza che contribuisca ad avviare campagne di sensibilizzazione e di pressione politica chiedendo il diritto al ritorno.
  • Assistenza ai prigionieri politici palestinesi nelle carceri d’Israele, sostegno alle loro famiglie e campagne per il loro rilascio e per il rispetto dei loro diritti fondamentali.
  • Supporto agli sfollati dai coloni sionisti, e lotta contro gli insediamenti illegali.

Tre Brigade sono già venute a Gaza durante la primavera del 2013, dimostrando la loro efficienza. La nostra intenzione, ora, è quella di organizzare una rotazione permanente di volontari a Gaza, come primo passo, fino ad estenderci poi verso la West Bank.

 

Call ai volontari per Gaza

Iniziando dal 25 Agosto, le rotazioni si effettueranno ogni 10 giorni. Non appena si forma un gruppo di almeno 8 o 10 persone, questa brigada entrerà a Gaza in una delle date indicate di seguito. I volontari possono restare 10 giorni, oppure ogni multiplo di 10 –  ciò significa che eventuali permanenze più lunghe sono ben accolte. L’unico vincolo è che la partenza da Gaza avverrà nelle date definite. Quest’organizzazione si occuperà di curare tutti gli aspetti del viaggio attraverso accordi collettivi dal Cairo fino al confine, e dunque fino a Gaza, e di ritorno al Cairo. I volontari devono essere, nondimeno, pronti ad ogni emergenza lungo il confine. Per entrare a Gaza dal confine egiziano di Raffah, le persone hanno bisogno di un permesso da parte dell’autorità egiziana. Il processo sarà dunque il seguente: a seguito dell’accettazione della loro domanda di adesione alle brigate, i volontari riceveranno un invito, più una lettera che dovranno inviare all’Ambasciata egiziana del loro Paese, che rilascerà loro un’autorizzazione a lasciare l’Egitto attraverso Rafah. Nota che questo processo richiede almeno un mese: il volontario deve inviare l’application per le brigades almeno un mese prima di aver pianificato la data d’arrivo.

Calendario di rotazione delle brigate per il 2013: 

Arrivo al Cairo Partenza dal Cairo
Domenica, 25 Agosto Mercoledì, 4 Settembre 1
Martedì, 3 Settembre Venerdì, 13 Settembre 2
Venerdì, 13 Settembre Lunedì, 23 Settembre 3
Lunedì, 23 Settembre Giovedì, 3 Ottobre 4
Venerdì, 4 Ottobre Lunedì, 14 Ottobre 5
Lunedì, 14 Ottobre Giovedì, 24 Ottobre 6
Venerdì, 25 Ottobre Lunedì, 4 Novembre 7
Lunedì, 4 Novembre Giovedì, 14 Novembre 8
Venerdì, 15 Novembre Lunedì, 25 Novembre 9
Lunedì, 25 Novembre Giovedì, 5 Dicembre 10
Giovedì, 5 Dicembre Domenica, 15 Dicembre 11
Domenica, 15 Dicembre Mercoledì, 25 Dicembre 12
Giovedì, 26 Dicembre Domenica, 5 Gennaio 2014 13

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Israel Must End Gaza Blockade, says UN Official

NEW YORK, June 15, 2013 (WAFA) – A United Nations independent expert Friday called on Israel to end its blockade of the Gaza Strip, six years after it was tightened following the Hamas takeover in June 2007.

“The people of Gaza have endured the unendurable and suffered what is insufferable for six years,” said the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Occupied Palestinian Territory, Richard Falk. “Israel’s collective punishment of the civilian population in Gaza must end today,” he said.

“Six years of Israel’s calculated strangulation of the Gaza Strip has stunted the economy and has kept most Gazans in a state of perpetual poverty and aid dependency,” the UN expert added.

Citing statistics released by the Israeli Ministry of Defense, Falk said that in 2012, the total number of truckloads of exports leaving Gaza was 254, compared to 9,787 in 2005 before the tightening of the blockade.

In addition, the UN expert said the productive capacity of Gaza has dwindled since 2007, with 80 per cent of factories in Gaza now closed or operating at half capacity or less due to the loss of export markets and prohibitively high operating costs as a result of the blockade.

“Thirty-four percent of Gaza’s workforce is unemployed including up to half the youth population, 44% of Gazans are food insecure and 80% are aid recipients,” he said, highlighting also the lack of access to potable water, fuel and electricity.

He added that while a small proportion of Gazans can afford to obtain supplies through the tunnel economy, “tunnels alone cannot meet the daily needs of the population in Gaza.”

“It’s clear that the Israeli authorities set out six years ago to devitalize the Gazan population and economy,” the Special Rapporteur said, referring to a study undertaken by the Israeli Ministry of Defense in early 2008 detailing the minimum number of calories Palestinians in Gaza need to consume on a daily basis to avoid malnutrition.

M.S.

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Gaza’s Ark: vestiamoci di libertà

Il nuovo progetto di Freedom Flotilla Coalition è in fase avanzata. Si tratta di Gaza’s Ark, la barca che tenterà di rompere il blocco navale israeliano sulla Striscia di Gaza, partendo dall’interno.

La barca è stata già acquistata: http://www.gazaark.org
Intervista a DAvid Heap http://www.youtube.com

Adesso, si tratta di ripararla e farla partire con il carico di prodotti che verranno commercializzati, all’estero, grazie a tutte quelle Aziende che hanno accettato di correre il rischio di non veder arrivare le merci.

Noi vogliamo dare il nostro contributo, mettendo in vendita magliette e borse shopper, come abbiamo fatto per altre missioni.

Ogni maglietta unisex costa 15,10 euro se bianca e 17,10 euro se colorata (rossa o nera) (le taglie sono su http://www.textileurope.com)

Le borse shopper costano 12. 10 euro ognuna (colori disponibili http://www.textileurope.com)

Specifica prezzi:
(8 euro magliette bianche più 2,10 euro di spedizione più 5 euro per Gaza Ark
10 euro magliette nere più 2,10 euro spese di spedizione più 5 euro per Gaza Ark
la borsa 5 euro più 2,10 euro spedizione e 5 euro Gaza Ark).

5 euro di queste cifre andranno a Gaza’s Ark.

Nel caso ci pervenissero richieste da Paesi esteri, il prezzo potrebbe variare, a seconda delle tariffe di Poste Italiane. Per avere il numero di Postepay, su cui pagare i prodotti, rivolgersi a: Luisa Orengo

N.B. Nelle note di pagamento, indicate quantità di maglie e/o borse, taglia e colore.

Forza, marinai, vestiamoci di libertà!
Grazie a tutti. :)

Info:
sito in Italiano di Gaza’s Ark http://www.gazaark.org/it
pagina fb di Gaza’s Ark https://www.facebook.com/GazaArk
pagina fb di Arca di Gaza Italia https://www.facebook.com/arcadigaza

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Where Should the Birds Fly

Poster for Where Should The Birds Fly

Where Should The Birds Fly? is the first film about Gaza made by Palestinians living the reality of Israel’s siege and blockade of this tiny enclave.   It is the story of two young women, survivors of Israel’s Operation Cast Lead. Mona Samouni, now 12 years old and the filmmaker, Fida Qishta, now 27, represent the spirit and future of Palestinians. The film is a visual documentation of the Goldstone Report. But it is so much more.  It reveals the strength and hope, the humanity and humor that flourishes among the people of Gaza. Few films document so powerfully and personally the impact of modern warfare and sanctions on a civilian population.

The film itself breaks the blockade.  Filmmakers in Gaza have never had the opportunity to make a full length, professional documentary of their reality.  Fida Qishta, born and raised in Rafah, Gaza, began her filmmaking career as a wedding videographer, and soon moved on to working with international human rights observers in Gaza, documenting day to day life under siege.  Her commentary on the siege was published in The International Herald Tribune.  Her video reports of Operation Cast Lead were published widely including in the UK newspaper The Guardian and in their weekly news magazine, The Observer.  

Fida founded The Life-Maker’s Centre, Rafah, Gaza. She was the manager and a teacher at this free facility for 300  children affected by war. The center continues to provide a safe place to play and offers counseling and English language tutoring.

 

Where Should The Birds Fly?

Farming in Khuza’a. Gaza Strip.

Jun 2, 2013

Farmers are working in Gaza buffer zone under threat of Israeli soldiers, tanks, bullets, etc. This video shows the difficulty of daily life for farmers in Khuza’a, south of Gaza Strip.

 

thanks to: perkidian

Video: Reality of life for fishermen in Gaza – 6 miles of sea

6th June 2013 | Gaza, Occupied Palestine

Zakaria Baker, head of the committee for fishermen in Union of Agricultural Work Committees (UAWC) explains the reality for fishermen in Gaza, following Israel re-extending the permitted sailing area for Palestinians from three to six nautical miles. Despite this ‘allowance’, Palestinian fishermen have recently been attacked and their boats confiscated by the Israeli military when they were well inside the previously allowed three nautical miles.

 

thanks to: Gal·la

Le camere a gas degli ebrei – The jewish gas chambers

Published Thursday 23/05/2013 (updated) 25/05/2013 20:33

GAZA CITY (Ma’an) – Anesthesiologists in Gaza hospitals confirmed Wednesday that a nitrous oxide canister, bought from Israel, contained carbon monoxide and was used mistakenly.

Gaza minister of health Mufeed Mukhallalati says medics at al-Shifa Hospital had an “unprecedented case which almost killed several patients at the hospital’s main operation room.”

He added that anesthesiologists noticed that the patients’ reaction to the anesthetic gas was very dangerous. Four patients suffered severe cardiac arrest but medics managed to save the patients’ lives.

“We decided to stop all surgeries Wednesday” as a precaution, he said.

The minister added that a special committee was appointed to probe the case. Initial findings show that gas in the canister used for anesthetization was carbon monoxide instead of nitrous oxide. Carbon Monoxide is toxic to humans.

“In Gaza, we are not allowed to produce nitrous dioxide or import it except via Israel, so we are investigating how the anesthetic gas was replaced with carbon monoxide,” al-Mukhallalati said. He highlighted that his ministry notified the Red Cross and the World Health Organization about the incident.

thanks to:

Israeli Pillar of Cloud War Crimes

by Stephen Lendman

May 23, 2013

 

On May 8, B’Tselem published a report titled “Human Rights Violations During Operation Pillar of Defense: 14 – 21 November 2012.”
Israel’s Operation Pillar of Cloud (aka Cloud Column/Pillar of Defense) was naked, premeditated aggression. Previous articles discussed it.
“And the Lord went before them by day in a pillar of cloud to lead them the way, and by night in a pillar of fire; to give them the light; to go by day and night:” Exodus 13.21.
Israel apparently believes Almighty God sanctifies cold-blooded murder. World community inaction lets Israel get away with crimes of war, against humanity and genocide.
Naked aggression is called self-defense. Palestinian self-defense is called terrorism. Claiming either doesn’t wash. Israel does it repeatedly. Slaughtered civilians bear testimony to imperial crimes.
On November 14, Israel murdered Hamas military commander Ahmed Jabari. A missile struck his car. He was well-known and respected. Many considered him Hamas’ most important military and political leader.
Hours before his assassination, he concluded a truce agreement draft. It included ways to establish ceasefires in case of future flare-ups. He was working with Egypt to establish permanent truce.
Israel killed him to prevent it. Peace and stability are deplored. Conflict and violence are prioritized. Victims are blamed for Israeli crimes.
Intensified attacks followed Jabari’s assassination. Targets included civilian men, women, children, the elderly and infirm. They were sitting ducks in besieged Gaza. No place was safe.
Israel, not Hamas, initiated conflict. Hamas, not Israel, responded defensively. Gazan casualties were largely civilians. Many were women and children.
Occupation harshness terrorizes Palestinians. Besieged Gazans suffer most. Israeli attacks are strategically timed. Media scoundrels don’t explain.
Around 170 Palestinians died. Over 1,000 were injured. Nearly half were women and children. At least 963 houses were damaged or destroyed.
They included 10 health centers, 35 schools, 2 universities, 15 NGO offices, 30 mosques, 14 media offices, 92 industrial and commercial facilities, 1 UNWRA food distribution center, 8 government buildings, 14 police/security stations, 5 banks, 34 vehicles, 3 youth clubs, 3 cemeteries, and 2 bridges.
B’Tselem said:
“Four times as many uninvolved Palestinian civilians were killed in the final four days of the operation as during the first four days.”
Harm caused civilians “challenges the common perception in the Israeli public and media that the operation was ‘surgical’ and caused practically no fatalities among uninvolved Palestinian civilians.”
Rockets fired from Gaza killed four Israeli civilians. Mortar shells killed two Israeli soldiers.
Israel flagrantly violated international law. It does so repeatedly. Its officials wrongfully blamed Palestinian resistance fighters for responding in self-defense.
Months ago, B’Tselem requested information on specific instances of lawless Israeli conduct. “No substantial information was provided….”
Whitewash is official policy. Israel gets away with murder. Victims are wrongfully blamed. The pattern repeats. Premeditated war crimes follow.
International law is clear. It’s inviolable. Israel violates it with impunity. World leaders ignore repeated breaches.
Collective punishment is official policy. Besieged Gazans suffer most. B’Tselem addressed eight days of conflict. Nothing more was investigated.
Pillar of Cloud was planned months in advance. Joint US/Israeli military exercises preceded it. They were the largest joint war games in Israeli history. They were strategically timed.
On October 21, 2012, they began. They continued for about three weeks. They overlapped US elections. They concluded about 24 hours before Pillar of Cloud.
Washington and Israel partner directly or indirectly in all regional wars. They do so in lesser ones. The Pentagon maintains command and control operations in Israel.
Pillar of Cloud was a joint US/Israeli operation. Media scoundrels don’t explain. B’Tselem’s investigation didn’t address it. It’s an “Israeli Information Center for Human Rights in the Occupied Territories.”
It doesn’t examine geopolitical issues. It understands international law. It knows Israel is a serial violator. Much of what it reports explains.
Pillar of Cloud caused enormous suffering. The fallout continues. Ceasefire terms left much to be desired. Fundamental injustices weren’t resolved.
Conflict ending memorandum of understanding terms and language left disturbing wiggle room. Hindsight showed how much.
Israel agreed to cease air, land, and sea hostilities, as well as stop targeted killings. Palestinian resistance groups agreed to halt rocket and other attacks.
Modestly eased blockade restrictions were too insignificant to matter. Gaza’s siege continues. Free movement’s denied. Israeli attacks continue. Palestinian casualties follow. Civilians by far suffer most.
Israeli agreements aren’t worth the paper they’re written on. Oslo left major issues unresolved. Over 19 years later, they still are. They’re too vital to ignore. They never should have been put off in the first place.
They included borders, Palestinian sovereignty, the right of return, settlements, and East Jerusalem as Palestine’s capital among others.
Expect nothing to change until Israel and Washington are held fully accountable. They’re imperial partners. They’re responsible for decades of crimes of war, against humanity and genocide.
Both nations are warrior states. Peace and stability are deplored. Conflicts persist. Ending them remains nowhere in sight. Palestine’s liberating struggle continues.
A Final Comment
On May 9, Maan News reported that Israel “found no incidents warranting criminal investigations into the conduct of its soldiers during” Operation Pillar of Cloud.
B’Tselem and other human rights groups accused Israel of war crimes.
IDF officials claimed civilian deaths “were as a result of unintended damage connected to an attack against military targets, or alternatively were as a result of operational errors, where civilians were mistakenly identified as terrorist operatives.”
Clear evidence proves otherwise. IDF officials lied. Whitewash is official policy. War criminals remain unpunished. Justice is long overdue.
Stephen Lendman lives in Chicago. He can be reached at lendmanstephen@sbcglobal.net. 
His new book is titled “Banker Occupation: Waging Financial War on Humanity.”
thanks to: uruknet.info

Striscia di Gaza, continuano gli assalti israeliani

Pal.info e InfoPal. Venerdì 24 maggio, le forze di occupazione israeliane hanno assaltato le aree a est di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, per la terza volta in 24 ore.

Il corrispondente di Pal.info ha riferito che soldati israeliani, a bordo di sei veicoli blindati, compresi bulldozer, sono entrati per 200 metri a est della città di Qarara, a nord-est di Khan Younis, e hanno spianato terreni agricoli, mentre sparavano alla cieca.

A Beit Lahiya, nel nord della Striscia, l’artiglieria israeliana ha bombardato terreni agricoli.

Le continue violazioni israeliane alla tregua stipulata a novembre del 2012 con le fazioni della resistenza palestinese hanno già provocato cinque morti tra i palestinesi, decine di feriti e distruzione, ma i media internazionali, grazie alla vasta e capillare opera di disinformazione della Israeli Lobby, riportano, nelle rare occasioni in cui si occupano di Palestina, ben altre versioni dei fatti.

Queste violazioni rappresentano, di prassi, una provocazione israeliana per provocare la reazione della resistenza palestinese e per scatenare una guerra unilaterale.

thanks to:

Gaza, essere donna ai tempi dell’assedio israeliano

di Rossana Zena

Betlemme, 13 maggio 2013, Nena News – Jamila Abu ‘Ashibe e’ una ragazza palestinese di 25 anni che vive a Gaza. Jamila – o come la chiamano i suoi colleghi, “la donna di ferro” – è la prima donna gazawi a lavorare in una fabbrica di cemento. Tutti i giorni, Jamila, riempe e carica sacchi di cemento, da 50 chili l’uno, su camion destinati alle imprese edilizie di tutta Gaza. Non è certo il primo duro lavoro che la giovane ragazza svolge: da quando aveva 16 anni lavora nel settore dell’edilizia, costruendo mattoni, guidando camion e gru.

Jamila – che in arabo significa “bella” – si è ritrovata in una cava di cemento, impegnata in un lavoro maschile e pesante perchè è l’unica persona della sua famiglia in grado di lavorare: sia il padre che la madre sono invalidi e deve sfamare gli 8 figli di 4 fratelli uccisi durante durante i vari attacchi militari israeliani contro Gaza.

In un intervista all’agenzia stampa palestinese Ma’an News, Jamila ha dichiarato: “All’inizio mi vergognavo ad essere l’unica donna in mezzo ad un gruppo di lavoratori uomini, ma la necessità è virtù, e ho preferito fare questo lavoro anziche andare a mendicare per le strade che è sicuramente più vergognoso. Anche i miei colleghi all’inizio erano stupiti ed imbarazzati a lavorare con una ragazza, ma poi, quando hanno saputo quali condizioni di vita mi hanno portato ad una simile scelta, hanno accettato la situazione senza problemi“.

Perchè non un altro mestiere? L’originale scelta di Jamila è stata dettata da due ragioni: primo, l’incapacità di svolgere lavori tradizionalmente femminili come cucire e cucinare; secondo, e più importante, la differenza di guadagno. Perchè nel campo dell’edilizia il salario è indubbiamente più ingente e, dovendo sfamare 10 persone, ha pensato che fosse la possibilità più pesante ma anche più redditizia per la sua famiglia.

Il suo datore di lavoro, Abu Fu’ad, la descrive come una ragazza forte e astuta, che rifiuta qualsiasi tipo di favoritismo o aiuto da parte dei suoi colleghi, aggiungendo un elemento che non va dato per scontato in un mercato del lavoro, quello palestinese, ancora estremamente maschilista: Jamila guadagna quanto i colleghi maschi.

E come accade in tanti Paesi europei e come le donne italiane sanno bene, la giornata di lavoro di Jamila non finisce quando termina il turno alla fabbrica di cemento. Continua a casa, dove la giovane deve prendersi cura della sua famiglia e accudire le pecore e le capre che tengono in giardino.

Nella Striscia il tasso di disoccupazione si attesta intorno al 41%. Gran parte degli occupati lavora nel settore pubblico, che tenta così di coprire il gap della mancanza di impieghi. Gli ultimi bombardamenti, durante l’operazione israeliana “Colonna di Difesa”, hanno ulteriormente danneggiato infrastrutture e aziende, mai completamente ricostruite dopo “Piombo Fuso”. Uniche fonti di sostentamento – in un’enclave dalla quale non si può uscire e nella quale importazioni ed esportazioni sono controllate e gestite unilateralmente da Israele – sono i tunnel illegali con l’Egitto da un parte, la pesca e l’agricoltura dall’altra, resi quotidianamente una sfida dalle durissime restrizioni imposte dal governo israeliano.

“L’assedio israeliano contro Gaza non rende la vita facile a nessuno, non siamo l’unica famiglia in una situazione simile. E’ difficile soprattutto se sei donna e se sei sola – dice Jamila – Non mi sono mai arresa e ho sempre cercato un lavoro onesto che mi permettesse di continuare a vivere in maniera dignitosa. Nonostante tutto”.

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Birth Defects in Gaza: Prevalence, Types, Familiarity and Correlation with Environmental Factors

Naim A., Al Dalies H., El Balawi M., Salem E., Al Meziny K., Al Shawwa R., Minutolo R., Manduca P. Birth Defects in Gaza: Prevalence, Types, Familiarity and Correlation with Environmental Factors. International Journal of Environmental Research and Public Health. 2012; 9(5):1732-1747.    Supplementary File: ZIP-Document(ZIP, 1082 KB)

Occupied Lives: No child should have to go through this

Occupied Lives: No child should have to go through this

On Sunday, 07 October 2012, at approximately 5.30pm, Israel’s forces launched 2 missiles targeting 2 men on a motorbike as they were passing by Taha Hussain Elementary School in the Al-Brazil neighborhood of Rafah, in the southern Gaza Strip.  Subsequently, 1 of the targeted men died of shrapnel wounds, while the other had one of his legs amputated, according to medical sources.  8 civilian bystanders, including 4 children and 1 woman, were also wounded in the attack.  Israel’s forces often use airstrikes for extra judicial execution of suspected members of armed groups in densely-populated areas of the Gaza Strip.  Israel refers to these as ‘targeted killings’. However, on many occasions such attacks also injure and kill civilians who are in the vicinity of the target.  Sabrin Al-Maqousi (23), and her 2 children, Bisan (1 month) and Nassim (2), were wounded in the attack.  Her cousin, Jehad Al-Qatrous (27), was also wounded in the same attack.

Sabrin lives in Jabalia but she was with her children, visiting her family in Rafah, when the attack happened.  She recalls: “My son Nassim was sitting at the entrance of the house when the missiles were launched.  I rushed to bring him inside and found that he had already been injured by shrapnel.  He just kept saying, “There is some blood on me, there is some blood on me.”  Some people came and put him in a car to take him to hospital.  I was trying to calm my other baby down when I noticed that she was also bleeding from her head.  Both of the children were then rushed to the hospital.  It was only after they left, that I felt a sharp pain in my leg.  I had also been hit by shrapnel, and was bleeding.  My cousin, who lives next door, was also injured, and we were both rushed to hospital in an ambulance.”

The casualties were first taken to Abu-Yousif Al-Najjar hospital in Rafah.  The hospital was overcrowded, so they were all transferred to the European hospital, where they received treatment for their injuries: “They removed the shrapnel from our bodies, and the baby and I were discharged after about 5 hours.  However, Nassim was admitted because his wounds were more serious.  My cousin had shrapnel lodged in his legs.  One piece of shrapnel was removed, but the doctor said that the other one requires surgery.  He also temporarily lost his sense of hearing because one of his ears had been injured.”

Sabrin fears for the safety and security of her children and her entire family.  She is both distressed and worried about future attacks and the consequences for her family and loved ones: “When I came back home, I kept crying.  I woke up several times that night, fearing that something else was going to happen.  I was both angry and sad about what had happened to my family.  We had just come to visit my family and have some fun with them, but we ended up wounded.  My children are not even old enough to understand what happened to them.  Nassim is only aware that he was hurt by Israel’s forces and nothing else beyond that.  He cannot walk around as he used to before, and he is scared.  I am also really scared by what happened and how sudden it was.  What if it had been worse?  Our entire lives would have been changed by it.”

Since the attack, Sabrin says that her constant hope has been for peace and to feel safe once more: “When I saw my children wounded and being taken away, I became psychologically affected.  It was almost as if I wasn’t there.  You only expect such things to happen on TV, but not to you and your family.  I witnessed Operation Cast Lead and I have seen attacks on the tunnels in Rafah, but none of those things scared me as much as seeing my own children hurt.  It is completely unacceptable for children to be wounded in this manner.  I really hope for a change to the situation in Gaza.  Nobody should have to go through this and especially no child should have to go through this.”

The direct targeting of a civilian object constitutes a war crime, as codified in Article 8(2) (b) (ii) of the Rome Statute of the International Criminal Court.  Similarly, under Article 53 of the Fourth Geneva Convention, the destruction of private property is prohibited unless rendered absolutely necessary by military operations.  Intentionally launching an indiscriminate attack constitutes a war crime as defined in Article 8 (2) (b) of the Rome Statute of the ICC.  Furthermore, according to the principle of proportionality, which is codified in Article 51 (5) (b) of Additional Protocol 1 to the Geneva Conventions, an attack that may be expected to cause incidental loss of civilian life, injury to civilians, damage to civilian objects or a combination thereof is considered excessive in relation to the concrete and direct military advantage anticipated.

Vite sotto occupazione: “Non dovrebbe succedere a nessun bambino”

Il 7 ottobre 2012, attorno alle 17,30, le forze israeliane hanno lanciato due missili contro due uomini in motocicletta, mentre stavano passando davanti alla scuola elementare “Taha Hussain”, nel quartiere al-Brazil, a Rafah, nella Striscia di Gaza meridionale. Uno dei due uomini è morto per le ferite causate dalle schegge; all’altro, invece, secondo fonti mediche, è stata amputata una gamba. Otto passanti, civili, dei quali 4 bambini e una donna, sono rimasti feriti nell’attacco. Le forze israeliane utilizzano spesso, nella sovrappopolata Striscia di Gaza, gli attacchi aerei come forma di esecuzione extragiudiziale di persone sospettate di appartenere a gruppi armati. Israele li chiama “assassinii mirati”, ma molto spesso in tali attacchi vengono feriti o uccisi anche civili che si trovano in zona. Sabrin al-Maqousi, 23 anni, e i suoi due bambini, Bisan di un mese, e Nassim di 2 anni, hanno riportato ferite nell’attacco. Anche il cugino di Sabrin, Jehad al-Qatrous, 27 anni, è stato ferito.

Sabrin vive a Jabalia, ma si trovava a Rafah in visita alla sua famiglia, con i suoi due bambini, al momento del raid. “Mio figlio Nassim”, ricorda, “era seduto all’ingresso di casa quando i missili sono stati lanciati. Mi sono precipitata a prenderlo per portarlo dentro, ma era già stato ferito da schegge. Continuava a dire di avere del sangue addosso. Alcune persone si sono offerte di portarlo all’ospedale in macchina. Nel frattempo, cercando di calmare la piccola Bisan, mi sono accorta che la sua testa sanguinava, così entrambi i miei figli sono stati portati di corsa all’ospedale. Solo dopo la loro partenza per l’ospedale mi sono resa conto di un dolore acuto alla gamba: ero stata colpita da una scheggia anch’io, e stavo sanguinando. Pure mio cugino, che abita accanto alla casa della mia famiglia, era stato ferito, così siamo andati di corsa all’ospedale anche noi, in ambulanza”.

Dapprima i feriti sono stati portati all’ospedale Abu Yusif an-Najjar, a Rafah, che però era sovraffollato. Quindi sono stati portati all’Ospedale Europeo, dove sono stati medicati. “Ci hanno estratto le schegge, e la bimba ed io siamo state dimesse cinque ore più tardi. Nassim è stato invece ricoverato, le sue ferite erano più gravi. A mio cugino è stata estratta una scheggia da una gamba, ma il dottore ha detto che ce n’è un’altra che richiede un intervento chirurgico. Jehad ha anche perso temporaneamente l’udito, essendo stato ferito anche a un orecchio”.

Sabrin teme per la sicurezza e la salute dei suoi figli e della propria famiglia. È angosciata e preoccupata per le conseguenze di eventuali attacchi futuri: “Tornata a casa dall’ospedale ho cominciato a piangere. Mi sono svegliata spesso, quella notte, temendo che potesse succedere qualcos’altro. Ero arrabbiata e triste per quel che ci era accaduto: eravamo appena arrivati a far visita alla mia famiglia, ci stavamo divertendo insieme, e, improvvisamente, siamo stati feriti. I miei bambini non sono nemmeno grandi abbastanza per capire ciò che è loro successo. Nassim sa solo di essere stato ferito dalle Forze israeliane, nient’altro. Non può più andarsene in giro liberamente come prima, ed è spaventato. Anch’io sono spaventata per ciò che è successo, e per come tutto si è svolto così all’improvviso. E se fosse andata a finire peggio? La nostra vita avrebbe potuto cambiare”.

Dal momento dell’attacco, Sabrin dice che la sua speranza costante è sempre stata la pace, e spera di riuscire a sentirsi di nuovo al sicuro. “Quando ho visto i miei bambini venir portati via feriti, sono rimasta psicologicamente colpita. È stato quasi come se io non fossi stata lì. Ti immagini che certe cose possano succedere solo in televisione, e che non capiteranno mai a te e alla tua famiglia. Ho assistito all’operazione Piombo Fuso, e ho visto gli attacchi ai tunnel di Rafah, ma nessuno di quei fatti mi ha spaventata come il vedere i miei bimbi feriti. È del tutto inaccettabile che dei bambini possano venire feriti in questo modo. Spero davvero che la situazione a Gaza possa cambiare. A nessuno dovrebbero capitare cose del genere, soprattutto non a dei bambini”.

Colpire direttamente un obiettivo civile è considerato crimine di guerra dall’articolo 8 (2) (b) (ii) dello Statuto di Roma del Tribunale criminale internazionale. In modo analogo, la distruzione di proprietà privata è proibita dall’articolo 53 della Quarta convenzione di Ginevra, a meno che essa non sia assolutamente necessaria per consentire le operazioni militari. Lanciare un attacco indiscriminato e intenzionale costituisce crimine di guerra, come definito dall’articolo 8 (2) (b) dello Statuto di Roma del Tribunale criminale internazionale. Inoltre, secondo il principio della proporzionalità, codificato nell’articolo 51 (5) (b) del Protocollo aggiuntivo numero 1 alla Convenzione di Ginevra, un attacco che possa prevedibilmente causare perdite accidentali di vite umane, ferimento di civili o danni a obiettivi civili, o una combinazione di essi, è considerato eccessivo relativamente al concreto e diretto vantaggio militare anticipato.

thanks to:

il traduttore Stefano Di Felice

Salam Fayyad, the World Bank and the Oslo game

Most Palestinian analysts maintain that the Oslo agreements are to blame for the collapse of the Palestinian economy.

Triggered by gas-price increases, tens of thousands of Palestinian taxi, truck and bus drivers in the West Bank observed a one-day strike, effectively shutting down cities. This, as Al Jazeera reported, was the culmination of several days of protests where thousands of Palestinians, frustrated by the economic crisis in the West Bank, took to the streets. After these protesters forced the closure of government offices, Prime Minister Salam Fayyad decided to decrease fuel prices and cut the salaries of top Palestinian Authority officials in an effort to appease his angry constituents.

Prime Minister Fayyad, a former IMF executive, undoubtedly knows that both his previous decision to increase gas prices as well as his recent decision to decrease them will have no real effect on the looming economic crisis. Report after report has documented the Palestinian economy’s complete dependence on foreign aid, while underscoring the severe poverty and chronic food insecurity plaguing the population. These reports all suggest that Israel’s occupation is to blame for the unfolding economic debacle, raising the crucial question of why the Palestinians” wrath was directed at Fayyad rather than at Israel.

The clue to this enigma can be found in the missing chapter of a World Bank report published barely a week after the protests subsided. Warning that the fiscal crisis in the West Bank and Gaza Strip is deepening, the World Bank blamed the Israeli government for maintaining a tight grip over 60 per cent of the West Bank, denying Palestinians access to the majority of arable land in the area as well as limiting their access to water and other natural resources.

Remarkably, the economists who wrote the report highlight the impact of severe Israeli restrictions to Palestinian land but say nothing about economic policy. They seem to suggest that if only the Oslo process had been allowed to go forward, then the Palestinian economy would not be so badly off. Therefore they fail to mention the detrimental effect of the Paris Protocols, the Palestinian-Israeli Interim Agreement of April 1994 that spells out Oslo’s economic arrangements.

Interestingly, the three foundational documents that Fayyad has published since he began his tenure as Prime Minister – Palestinian Reform and Development Plan from 2008; Ending the Occupation and Establishing a State from 2009; and Homestretch to Freedom from 2010 – also fail to discuss the stifling effect the Paris Protocols have had on Palestinian economy. 

Spanning 35 pages – as opposed to NAFTA’s more than 1,000 pages – this economic agreement reproduces Palestinian subjugation to Israel, while undercutting the very possibility of Palestinian sovereignty. The agreement’s major problem, as Israeli economists Arie Arnon and Jimmy Weinblatt pointed out over a decade ago, is that it establishes a customs union with Israel based on Israeli trade regulations, allows Israel to maintain control of all labour flows, and prohibits the Palestinians from introducing their own currency, thus barring their ability to influence interest rates, inflation, etc.

Why, we need to ask ourselves, does Prime Minister Fayyad wish to “improve” the Paris Protocols, and why doesn’t the World Bank even mention the agreement, needless to say the severe limitations that it imposes on the Palestinian Authority’s ability to choose their own economic regime and adopt trade policies according to their perceived interests?

The answer has to do with a shared and ongoing investment in Oslo.

Prime Minister Fayyad, the World Bank and indeed most western leaders perceive the current economic crisis in the Palestinian territories as resulting from the collapse of the 1993 Oslo process. They would like to bring Oslo back on track, develop and expand it. By contrast, most Palestinian analysts currently maintain that the Oslo agreements are to blame for the collapse of the Palestinian economy.

The protesters know that the West Bank’s fragmentation, the Palestinians’ inability to control their own borders and the lack of access to huge swaths of land (which are highlighted in the reports), are intricately tied to the untenable customs union and the absence of a Palestinian currency. These restrictions are all part and parcel of the Oslo Accords and not an aberration from them.

Hence, it would be rash to think that the Palestinian protesters are blaming Prime Minister Fayyad for the economic crisis, since every West Bank resident knows all too well that the crisis is the result of the occupation. It consequently seems reasonable to assume that they are blaming Fayyad for continuing to play the Oslo game.

Palestinians have no sovereignty in the Occupied Territories, and yet they have a president, a prime minister and an array of ministers who for years now have postured as part of a legitimate government in an independent country. The only way to end the occupation is by forsaking Oslo; to force the Palestinian Authority to stop playing this futile game and to deal head on with its disastrous repercussions.

thanks to: Neve Gordon, the author of Israel’s Occupation that can be reached through his website.
Aljazeera.

Occupied Lives: He just wanted a better life

Mohamed Abu Muelieq (17)

Mohamed Abu Muelieq (17) was killed by Israeli forces on Tuesday, 19 June 2012 near Mossadar village, which is on the border between the Gaza Strip and Israel.  Mohamed, and his friends Youssef Altelbani (19) and Mahmoud Alodat (18), were trying to cross over the border fence to search for jobs in Israel when they were attacked.  Of the 3 boys, only 1, Mahmoud Alodat survived the attack.  He sustained shrapnel injuries to his right leg and was forced to lie in the border area until the shelling stopped.  He then crawled to one of the nearby houses, which took him approximately one hour, before he was rushed to the hospital.

 

Mohamed’s father, Bassam Abu Muelieq (45), recounts the events surrounding his son’s death: “On the day of his death, I had an argument with Mohamed and he left the house saying that he was going to visit a friend.  A few minutes later, one of my son’s friends came and told me that Mohamed and 2 of his friends were on their way to try and jump the border fence.”

Bassam’s house is just 800 meters from the fence: “I rushed outside the house and looked towards the border.  I saw the IDF firing and shelling.  There were drones all over the border area and it had completely transformed into a military zone.  There was continuous firing and shelling.  I helplessly stood outside the house and watched.  I knew that if I tried to go there, I would be killed.  As I watched, I kept hoping to myself that my son would just be injured, not killed.”

Bassam had to wait until the following day to hear what happened to his son.  At 10:00, he received word that ICRC vehicles were looking for bodies near the border: “I could not recognize my son when I viewed the body.  His face was completely deformed and I could just see bones.  I only knew it was him when I saw the sandals the two of us shared on his feet.  I was devastated.  Later on, I found out that when the firing began, the boys were shouting and surrendering hoping to be spared, but they were shot and shelled to the ground.  This area was well lit with flood lights, and the soldiers must have seen that these boys were unarmed.  They have cameras for that; they surely must have seen that they were harmless.”

Bassam is unemployed and relies on casual labor employment to get money for his family.  He attributes his son’s decision to try and jump over the fence to this abject poverty: “The conditions we live in are very bad.  I used to work in Israel, but here in Gaza, I have no employment.  My son had to drop out of school to try and look for work.  He just wanted a better life.  He constantly talked about building a house and starting a family, and maybe buying a motorbike and some new clothes.  He sometimes made 20 shekels a week working on other people’s farms and construction sites, but that wasn’t enough.  He had heard that the conditions in Israel were better, and he thought that it would be easier for him to get a job there.  He had hoped that by jumping the fence, he would leave all this poverty behind and have a better life.”

Mohamed’s death has deeply affected Bassam and his family: “Mohamed was very talkative.  Now the house is quiet and everyone is in shock.  His younger brother and sister miss him very much.  Even if they compensate me for my son’s death, it does not change the fact that he is gone.  It does not change how quiet my wife has become, thinking about him all the time. What can you even do with such money?  Our children are now the ones paying the price for the bad economic conditions in Gaza.  All we want is peace and a chance to improve the economy and the future of the children of Gaza.” 

Bassam Abu Muelieq, a Gazan man whose son was killed by Israel’s forces when he tried to seek a better life outside of the occupied territory.

In the month of June 2012, 16 children were injured and 2 were killed, including Mohamed, during Israel’s various attacks on the Gaza Strip.  The targeting and killing of a child, a protected civilian, is a war crime, as codified in Articles 8(2)(a)(i) and 8(2)(b)(i) of the Rome Statute of the International Criminal Court.

Italian version

Vite occupate: desiderava soltanto una vita migliore

Mohammed Abu Muelieq, 17 anni, è stato assassinato dalle forze d’occupazione israeliane il 19 giugno scorso, nei pressi del villaggio di Mossadar, sulla frontiera tra Striscia di Gaza e Israele.

Mohammed stava tentando, insieme ai suoi amici Yousef Altelbani, 19 anni e Mahmoud Alodat, 18 anni, di attraversare la barriera sulla frontiera per andare a cercare un lavoro in Israele, quando sono stati aggrediti.

Dei tre ragazzi, solo uno è sopravvissuto all’attacco ed è Mahmoud Alodat, ferito dalle schegge alla gamba destra. Mahmoud rimase a terra fino a quando i bombardamenti non si arrestarono. Poi, per circa un’ora era riuscito a raggiungere le case nel vicinato, strisciandosi per terra. Da lì fu portato in ospedale.

Il padre di Mohammed, Bassam Abu Muelieq, 45 anni, ripercorre l’episodio che ha portato alla morte del figlio: “Il giorno della sua morte, avevo avuto una discussione con Mohammed, lui uscì da casa dicendo che andava a trovare un amico. Pochi minuti più tardi l’altro mio figlio arrivò a casa dicendomi che Mohammed stava per attraversare la frontiera insieme a due altri”.

La casa di Bassam si trova ad appena 800 metri di distanza dalla barriera in questione: “Sono corso fuori casa per guardare in direzione della frontiera. Ho visto le forze d’occupazione israeliane intente a bombardare, nel cielo c’erano droni ovunque. Tutta l’area era stata trasformata in zona militare. Erano una sparatoria e un bombardamento continui. Rimasi fuori casa a guardare privo di speranze. Sapevo che se solo avessi provato ad avvicinarmi sarei stato freddato. Mentre guardavo, la speranza era che mio figlio potesse essere stato ferito e non assassinato”.

Ma Bassam avrebbe dovuto aspettare il giorno seguente per apprendere cosa era accaduto al figlio. Intorno alle ore 10, ora locale, venne a sapere che i mezzi del Comitato Internazionale della Croce Rossa (Icrc) erano alla ricerca di alcuni corpi sulla frontiera. Dice Bassam: “Quando ho visto il suo corpo senza vita, non riuscivo a riconoscerlo. Il volto era completamente deforme, vedevo solo il cranio. Potevo riconoscerlo soltanto dai sandali che solitamente indossavamo entrambi. Ero distrutto. Più tardi seppi che quando gli israeliani avevano inziato a sparare, i ragazzi avevano urlato e si erano arresi nella speranza di mettersi in salvo. Invece, furono presi di mira e caddero sotto i bombardamenti. L’area in questione è ben illuminata dai riflettori e i militari d’occupazione israeliani avranno visto che i ragazzi erano disarmati. Gli israeliani dispongono di telecamere, di certo avranno visto che erano inermi”.

Bassam è disoccupato e sopravvive grazie a lavoretti occasionali. Per l’uomo, la scelta fatta dal figlio di tentare di oltrepassare la frontiera, è derivata dall’estrema povertà della sua famiglia. “Le nostre condizioni di vita sono pessime. Una volta lavoravo in Israele, ma qui a Gaza non ho nessun lavoro. Mio figlio è stato costretto a lasciare la scuola per cercare un lavoro. Mohammed desiderava solo una vita migliore. Diceva sempre che avrebbe voluto costruire una casa e farsi una famiglia, magari anche comprare una motocicletta e abiti nuovi. Sentiva che le condizioni in Israele erano migliori e pensava che sarebbe stato più semplice trovare un lavoro lì. Ha pensato che, attraversando la frontiera, si sarebbe lasciato alle spalle la povertà e avrebbe potuto vivere una vita migliore”.

Bassam e la sua famiglia hanno risentito profondamente della morte di Mohammed. Dice ancora il padre: “Mohammed era un ragazzo molto loquace. Ora la casa è caduta nel silenzio e tutti siamo scioccati. Il fratello minore e la sorella sentono molto la sua mancanza. Anche se la presenza di entrambi compensa in parte il vuoto lasciato da Mohammed, resta il fatto che ho perso un figlio. Pensiamo a lui ogni istante. Pur disponendo di denaro, cosa si può fare davvero a Gaza? I nostri ragazzi stanno pagando il prezzo della disastrosa condizione economica di Gaza. Tutti qui vogliamo la pace e tutti desideriamo la possibilità di migliorare economia e futuro delle giovani generazioni della Striscia di Gaza.

Giugno 2012: 16 minori sono stati assassinati da Israele, due feriti. Mohammed fa parte del dato. Mirare e assassinare minori o persone civili sotto protezione, costituisce un crimine di guerra, come dispongono gli artt. 8(2)(a)(i) e 8(2)(b)(i) dello Statuto di Roma adottato dalla Corte Penale Internazionale.

Articolo 8 – Crimini di guerra
2. Agli effetti dello Statuto, si intende per «crimini di guerra»:
a) Gravi violazioni della Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949, vale a dire uno qualsiasi dei seguenti atti posti in essere contro persone o beni protetti dalle norme delle Convenzioni di Ginevra:
i) omicidio volontario.
b) Altre gravi violazioni delle leggi e degli usi applicabili, all’interno del quadro consolidato del diritto internazionale, nei conflitti armati internazionali, vale a dire uno qualsiasi dei seguenti atti:
i) dirigere intenzionalmente attacchi contro popolazioni civili in quanto tali o contro civili che non partecipino direttamente alle ostilità.

 Thanks to: PCHR
                    Infopal

A Balance of Fear: Asymmetric Threats and Tit-for-Tat Strategies in Gaza

This article talk about the use of ultra-short-range rockets from the Gaza Strip by Palestinian militant factions as part of the Israeli-Palestinian conflict and as a tool of the internal Palestinian political rivalries.


Copyright © 2011, by University of California Press Journals
Terms and Conditions

A Balance of Fear: Asymmetric Threats and Tit-for-Tat Strategies in Gaza
Author(s): Margret Johannsen
Source: Journal of Palestine Studies, Vol. 41, No. 1 (Autumn 2011), pp. 45-56
Published by: University of California Press on behalf of the Institute for Palestine Studies

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