Resistenza palestinese: diritti dei palestinesi non sono negoziabili

I gruppi della Resistenza palestinese hanno dichiarato che la conferenza economica sponsorizzata dagli Stati Uniti in Bahrain, dal 25 al 26 giugno 2019, è un pericoloso passo in avanti per annientare la Palestina i cui diritti non sono negoziabili. La questione della Palestina è totalmente politica e i diritti dei palestinesi non sono in vendita …

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Le case farmaceutiche israeliane testano farmaci sui prigionieri palestinesi.

La professoressa israeliana Nadera Shalhoub-Kevorkian ha rivelato ieri che le autorità di occupazione israeliane rilasciano permessi a grandi aziende farmaceutiche per effettuare test su prigionieri palestinesi e arabi, ha riferito Felesteen.ps.

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Fucilare i bambini palestinesi non è reato

Fucilare i bambini palestinesi non è reato
Li uccidono così, fucilandoli a freddo. Adulti e bambini senza distinzione, tanto sono palestinesi!

Sanno che per i loro continui crimini, anche se a volte configurabili come crimini di guerra, altre come crimini contro l’umanità non pagheranno alcun prezzo.

Chi sono questi serial killer finora impuniti? sono i soldati di Tsahal, le forze armate israeliane.

Ieri ne hanno uccisi sette di palestinesi inermi. Il più giovane non aveva ancora 12 anni, praticamente un cucciolo, il più vecchio ne aveva 26. Ma nessuna sanzione arriverà a fermare il grilletto dei killer, cecchini cui Israele ha dato mandato di colpire i palestinesi che manifestano lungo la linea dell’assedio.

Manifestano per rivendicare ciò che NON dovrebbe neanche essere chiesto, se l’ONU avesse un senso, perché è già loro dovuto.

Chiedono, anzi giustamente pretendono, il rispetto di due diritti essenziali e ritenuti tali da più Risoluzioni della Nazioni Unite, il diritto alla libertà e il diritto al ritorno nelle terre che furono costretti ad abbandonare.

Solo ieri i criminali israeliani ne hanno feriti circa 500 portando a oltre 20.000 il numero dei feriti complessivi della Grande marcia per il ritorno, e uccisi altri sette portando la strage di inermi, solo lungo il border, a quasi 200 martiri.

Numeri da guerra e non da due ore di manifestazione. Una vergogna insopportabile per uno Stato democratico, ma Israele non prova vergogna, perché Israele è uno Stato etnocratico e NON democratico. Sarebbe ora di dirlo a voce alta e di pretendere, dati alla mano, che le nostre istituzioni facciano altrettanto. La vergogna non appartiene a Israele se uccide o ferisce centinaia di “goym”, cioè di non ebrei, alias di non appartenenti al popolo eletto, a maggior ragione se questi sono “solo” dei palestinesi, ma appartiene a chi si riconosce nei valori democratici e per questo prova indignazione oltre che umano dolore.

Ma, al di là dell’indignazione che, in quanto democratici sinceri, proviamo davanti a tale efferata e non sanzionata violenza, cerchiamo di capire a cosa mira Israele. Non è sufficiente fermarsi all’osservazione sociologica di un dato incontestabile, e cioè ia sua sempre più evidente deriva verso una pratica a dir poco nazistoide, per dare una spiegazione convincente circa la strategia che determina tanta criminale violenza.

Netanyahu, all’assemblea dell’Onu di tre giorni fa, ha liquidato con disprezzo la questione palestinese, considerandola ormai risolta e si è tuffato sull’Iran e su Hezbollah. Ma Israele lo sa che sta rischiando e facendo rischiare molto grosso a tutto il Medio Oriente, e non solo?

Vorrà forse utilizzare una delle sue 137 o più bombe nucleari? Risulta difficile crederci. Allora cosa vuole Israele? e cosa vuol fare dei palestinesi, per restare nel tema che stiamo affrontando?

La violenza di cui stiamo parlando riguarda i palestinesi di Gaza, ma la Cisgiordania non è davvero risparmiata dagli abusi israeliani, al punto che perfino l’Alto rappresentante UE per gli Affari Esteri, F.

Mogherini ha preso, almeno verbalmente, posizione (v. la minacciata demolizione della scuola di gomme e del villaggio di Khan al Ahmar). Forse, rispetto a Gaza, il suo è semplicemente un gioco criminale per testare Hamas e vedere se dopo tante provocazioni risponderà, fornendogli la possibilità di dire che è stato “costretto” ad attaccare massicciamente ancora una volta la Striscia e poterla usare, come ritenuto da alcuni analisti, come laboratorio per sperimentare nuove armi.

Non abbiamo la possibilità di verificarlo e quindi lo lasciamo nella sfera del dubbio. Ma una cosa sappiamo ed è di pubblico dominio: Israele ha già più volte usato fosforo bianco e cluster bombs contro i gazawi e non ha avuto per questo alcuna sanzione.

Perché l’ONU teme Israele? forse perché le voci di lobbies ebraiche che dagli USA governano il mondo non sono semplici fantasie?
Ma anche questo non basta a capire. C’è qualcosa che va indagato più a fondo, pena il rischio di liquidare tutto in una formula che chiama la religione ebraica a sostegno dell’agire israeliano al di fuori, al di sopra e contro ogni legalità, riducendo il Diritto e le Istituzioni internazionali in cenere.

Il problema vero non sarebbe comunque nel liquidare tutto a problema religioso, quanto le sue conseguenze circa il Diritto internazionale. Un danno che va ben oltre le violenze contro i palestinesi e lo sprezzo per i loro diritti. Un danno che per una specie di legge fisica tracima dalla Palestina e coinvolge il mondo. 

Questo consentire a Israele di agire impunito in una sorta di riconoscimento del suo essere “über alles” tollerando, o fingendo di ignorare o addirittura acclamando le sue illegalità è un problema enorme eppure i media mainstream seguitano a fornire copertura mediatica a questo Stato fuorilegge derubricando perfino le fucilazioni di bambini a “risultati degli scontri”. Scontri impossibili per definizione data la struttura del border.

Mentre trascrivo i nomi degli ultimi sette martiri per non lasciarli solo come numeri dell’eccidio, mi viene in mente il sermone del pastore protestante Niemoeller, poi ripreso nei versi di Brecht, “vennero a prendere i comunisti ma io non dissi niente, non ero comuniista. Poi vennero a prendere gli ebrei ma io non dissi niente, non ero ebreo. Vennero….. …poi vennero a prendere me, ma non c’era più nessuno che potesse parlare“.

Che ci pensino i nostri colleghi dei media mainstream, almeno quelli che si definiscono democratici, ci pensino. E non solo per sostenere la causa palestinese che noi riteniamo assolutamente giusta, ma per non lasciar decomporre quel che che resta dei valori democratici di cui troppo spesso a vuoto riempiono le loro pagine.

Oggi sono stati sepolti   Mohammed Nayef ,14 anni,  Iyad Khalil  20 anni,  Mohammed Walid Haniya, di 24 anni come  Mohammed Bassam Shaksa, il piccolo Nasser Azmi Musabeh di soli 12 anni, Mohammed Ali Anshasi, 18 anni e  Mohammed Ashraf Al-Awawdeh di 26 anni. Tutti fucilati ti senza processo da uno Stato che compiendo abitualmente questi crimini non può che essere definito CANAGLIA.

thanks to: Patrizia Cecconi – Milano 29 settembre 2018

Striscia di Gaza, 7 palestinesi uccisi e 500 feriti dalle forze israeliane

Gaza-PIC. Sette palestinesi sono stati uccisi e 506 sono stati feriti, venerdì, nelle manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno in corso nella Striscia di Gaza. Il ministero della Sanità ha reso noto che 7 giovani sono stati uccisi dai soldati israeliani di stanza al confine con la Striscia di Gaza: Mohammed Nayef al-Hum (14 anni), di…

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La foto che inchioda Israele per il barbaro assassinio dell’infermiera palestinese di 21 anni Razan

di Paola Di Lullo

Ha fatto e continua a fare il giro del Web la foto della giovane infermiera Razan Ashraf al Najjar, 21 anni, assassinata da una cecchina dell’IDF, che si reca al border con le braccia alzate ed il camice bianco per prestare soccorso ai gazawi feriti.

Questa immagine, ove mai ce ne fosse bisogno, conferma quanto scritto dall’inizio della Great Return March. Israele spara per uccidere, non per difesa. Quale minaccia poteva rappresentare per i cecchini schierati al border una giovane infermiera, armata di volontà, determinazione, sorriso, garze, bende e mascherine? Per di più, con le mani alzate? Sparare ad una persona che alza le mani, quando si era già allontanata dal confine, ed in pieno petto, è omicidio, senza se e senza ma. È crimine di guerra. Senza appello, senza giustificazioni né possibili motivazioni. Israele non può invocare alcun diritto all’autodifesa, semplicemente perché Razan, e la postazione medica di cui faceva parte ed in cui si trovava quando è stata colpita, non costituivano una minaccia né incombente né remota, per i soldati israeliani.

Di quanto è accaduto venerdì, avevo scritto qui, ma oggi, corre l’obbligo di riportare, ancora, due articoli di due diverse Convenzioni Internazionali che condannano Israele senza processo.
Uno, della IV Convenzione di Ginevra del 1949, cui naturalmente Israele non ha aderito, ma che stabilisce in base al diritto umanitario internazionale, i comportamenti delle parti “belligeranti”.

Art. 18 :

Gli ospedali civili organizzati per prestare cure ai feriti, ai malati, agli infermi e alle puerpere non potranno, in nessuna circostanza, essere fatti segno ad attacchi; essi saranno, in qualsiasi tempo, rispettati e protetti dalle Parti belligeranti,
Ed ancora, un paragrafo dell’articolo 8 dello Statuto della Corte Penale Internazionale, istituita dallo Statuto di Roma, firmato nel 1998, entrato in vigore nel 2002 e modificato nel 2010, allo scopo di istituire un tribunale sovranazionale in grado di tutelare e garantire la pace nel mondo. Israele, anche in questo caso, non ha aderito.

Art. 8 –  par. 2 – b 3
Agli effetti dello Statuto, si intende per «crimini di guerra»:
dirigere deliberatamente attacchi contro personale, installazioni materiale, unità o veicoli utilizzati nell’ambito di una missione di soccorso umanitario o di mantenimento della pace in conformità della Carta delle Nazioni Unite, nella misura in cui gli stessi abbiano diritto.

Ora, il fatto che Israele non abbia aderito alle più importanti Convenzioni Internazionali, non solo non lo scagiona, ma lo rende doppiamente colpevole, sebbene i membri della Knesset pensino di potersi scrivere articoli di diritto internazionale nelle loro riunioni di gabinetto. Ed è vero che Israele, in quanto stato, non può essere portato dinanzi alla CPI, ma i singoli, politici e vertici militari, sì.

E sarebbe ora che il presidente Abbas, eletto nel gennaio del 2005, con scadenza nel 2009, unilateralmente posticipata al 2010, ma ancora in carica, per sua unilaterale decisione, prendesse adeguate misure in merito alle denunce alla CPI.

È, invece, del tutto ridicolo inviare a l’Aia il primo ministro Rami Hamdallah allo scopo di denunciare Israele per crimini di guerra. È un farsa, un’ennesima presa in giro per un popolo che si sente non solo non rappresentato, ma tradito dalla leadership palestinese.

E mentre Gaza tutta si stringe intorno alla famiglia di Razan e piange la sua perdita, Israele fa sapere di aver aperto un’indagine sull’accaduto. Troppe ne hanno viste i palestinesi per poter credere che l’indagine sarà equa e giusta e non stabilirà, come sempre è accaduto, che i soldati hanno rispettato le regole.

I commentatori più maligni continuano a dare la colpa dei 118 morti e dei 13.300 feriti dei dieci giorni della Marcia ad Hamas, che userebbe il popolo di Gaza come scudo. Prescindendo per un attimo dal fatto che la Great Return March non è stata organizzata né voluta da Hamas, ma dal Coordinating Committee of the March of Return (Comitato di Coordinamento della Marcia di Ritorno), come già scritto qui e ripetuto decine di volte, prescindendo da ciò, dicevo, e dal fatto che vi abbiano aderito gazawi di tutte le fazioni politiche, di tutte le età ed estrazioni sociali, esattamente quali sarebbero le ragioni per incolpare Hamas se Israele spara per uccidere? Supponiamo che sia vero, che Hamas abbia chiamato a raccolta i gazawi e li abbia mandati al border, a manifestare pacificamente, ebbene questo giustificherebbe la reazione israeliana?  Basta nominare Hamas per assolvere Israele? Con cosa avrebbe armato i palestinesi, Hamas? Molotov, copertoni incendiari, fionde? Vogliamo davvero paragonarle alle armi del terzo esercito meglio armato al mondo? Li avete visti sparare contro civili o soldati israeliani, i palestinesi? Quanti ne hanno ammazzati? Nessuno. Contro 118.

Questa è malafede, ossia sionismo. Che nulla ha a che vedere con l’autodifesa perennemente invocata da Israele. Autodifesa da chi? Da un popolo ridotto allo stremo, dopo 11 anni di embargo totale e tre massicci bombardamenti? Da una ragazzina che prestava soccorso volontario, senza essere remunerata, perché credeva nelle istanze del suo popolo ed offriva il suo aiuto come più le era congeniale? Una ragazza che, ho dovuto leggere, forse era imbottita di esplosivo. Certo, per farsi saltare in aria tra i suoi connazionali! Cosa non ci si inventa pur di tutelare i sionisti. Se non funziona l’autodifesa, si gioca la carta dell’olocausto, quello stesso olocausto che i discendenti degli ebrei, uccisi dai nazisti nei campi di concentramento, stanno perpetrando da 70 anni contro i palestinesi.

E che fascino esercita l’IDF! Un’altra foto che sta facendo il giro del Web, mostra Rebecca, ebrea americana di Boston che ha scelto di vivere in Israele e di servire nell’ esercito. È lei la cecchina che ha ucciso con un colpo al petto Razan. Una vigliacca, a voler essere gentile, ben nascosta ed armata, cui auguro di sognare il dolce volto di Razan ogni notte della sua schifosissima vita.

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La scomparsa dei settarismi: il racconto mancante dalle proteste di Gaza

MEMO. Di Ramzy Baroud. Le proteste al confine di Gaza devono essere interpretate nel contesto dell’occupazione israeliana, dell’assedio e del lungo ritardo nel “diritto al ritorno” dei rifugiati palestinesi. Dovrebbero però essere analizzate anche in un contesto parallelo: le faziosità e le lotte intestine all’interno della Palestina stessa. 

Il settarismo della società palestinese è un malessere profondamente radicato che ha, per decenni, ostacolato qualsiasi sforzo comune per mettere fine all’occupazione militare israeliana e all’Apartheid. 

La rivalità tra Fatah e Hamas è stata catastrofica poiché avvenuta proprio in questo periodo nel quale il progetto coloniale israeliano ed il furto di terre in Cisgiordania stanno avanzando a ritmo accelerato. 

A Gaza l’assedio continua ad essere soffocante e letale. Il blocco israeliano, ormai decennale, assieme ad un totale abbandono della regione e ad una prolungata faida tra le fazioni, sono solo serviti a portare gli abitanti di Gaza alla fame e alla disperazione politica. 

Le proteste oceaniche di Gaza, iniziate il 30 marzo e che termineranno il 15 maggio, sono la risposta popolare a questa realtà scoraggiante. Non si tratta solo di sottolineare il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi. Le proteste servono anche per riportare l’attenzione sul tema, al di là delle lotte politiche e dando voce alla gente. 

Azioni una volta imperdonabili, diventano tollerabili con il passare del tempo. Così è stato per l’occupazione israeliana che, anno dopo anno, ingoia sempre più terre palestinesi. Oggi l’occupazione è, più o meno, lo status quo. 

La leadership palestinese subisce le stesse incarcerazioni della sua gente e le differenze geografiche ed ideologiche hanno compromesso l’integrità di Fatah così come quella di Hamas, riducendole ad essere irrilevanti sia all’interno del paese che sul palcoscenico mondiale. 

Ma mai prima d’ora questa divisione interna è stata così ben fomentata, arrivando al punto di riuscire efficacemente a delegittimare tutte le richieste di diritti umani fondamentali. “I Palestinesi sono divisi, quindi devono rimanere in carcere”. 

Lo stretto legame tra il presidente USA Donald Trump ed il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, è accompagnato da una linea politica che non ha alcuna simpatia per i Palestinesi. Secondo la loro descrizione, anche la situazione delle famiglie che protestano pacificamente al confine di Gaza viene definita come uno “stato di guerra”, come recentemente dichiarato dall’esercito israeliano in un documento. 

Commentando a proposito delle numerose uccisioni e ferimenti a Gaza da parte di Israele durante una visita effettuata nella regione, il segretario di stato USA, Mike Pompeo, ha ripetuto un mantra molto familiare: “Riteniamo che gli israeliani abbiano diritto a difendersi”. 

Pertanto, i Palestinesi sono ora intrappolati – gli abitanti della Cisgiordania sono sotto l’occupazione, circondati da mura, posti di blocco e colonie ebraiche, mentre i Gazawi sono soggetti ad un duro assedio che continua ormai da una decina di anni. Eppure, nonostante questa devastante realtà, Fatah e Hamas sembrano rivolgere altrove le loro attenzioni e priorità. 

Fin dalla creazione dell’Autorità Palestinese nel 1994, a seguito della firma degli Accordi di Pace di Oslo, Fatah ha dominato lo scenario politico palestinese, marginalizzando allo stesso tempo i suoi avversari, e demolendo qualsiasi tipo di opposizione. Mentre in Cisgiordania agiva sotto l’occupazione militare di Israele, ha comunque prosperato finanziariamente dato che le sono stati versati miliardi di dollari di aiuti. 

Inoltre, l’Autorità Palestinese ha utilizzato la leva finanziaria per mantenere il controllo sui Palestinesi, aggravando quindi l’opprimente occupazione israeliana e le varie forme di controllo militare. 

Da allora, il denaro ha corrotto la causa palestinese. “Il denaro dei donatori”, miliardi di dollari ricevuti dall’Autorità Palestinese a Ramallah, ha trasformato una rivoluzione ed un progetto di liberazione nazionale in un enorme racket finanziario con molti benefattori e beneficiari. La maggior parte dei Palestinesi, tuttavia, resta povera. La disoccupazione oggi è arrivata alle stelle. 

Nel corso del suo conflitto con Hamas, Abbas non ha mai esitato a punire collettivamente i Palestinesi per ottenere vittorie politiche. Ad iniziare dall’anno scorso, egli ha intrapreso una serie di misure economiche punitive contro Gaza, tra cui i sospetti pagamenti dell’Autorità Palestinese ad Israele per le forniture elettriche a Gaza, mentre allo stesso tempo tagliava i salari a decine di migliaia di lavoratori di Gaza che avevano continuato a ricevere i loro stipendi dall’autorità della Cisgiordania. 

Questo tragico teatrino politico ha avuto luogo per oltre dieci anni senza che le parti trovassero un terreno comune per superare le loro diatribe. 

Sono stati vanificati diversi tentativi di riconciliazione, se non dalle parti stesse, da fattori esterni. L’ultimo di questi accordi era stato sottoscritto al Cairo nell’ottobre scorso. Benché all’inizio promettesse bene, l’accordo è ben presto fallito. 

Nel marzo scorso, dopo un presunto tentativo di assassinio del primo ministro dell’Autorità Palestinese, Rami Hamdallah, entrambe le fazioni si sono accusate a vicenda per la responsabilità di questo episodio. Hamas sostiene che i colpevoli dell’azione siano stati gli agenti dell’Autorità Palestinese, con il fine di distruggere l’accordo di unità, mentre Abbas prontamente ha accusato Hamas di aver tentato di uccidere il capo del suo governo. 

Hamas è alla disperata ricerca di un’ancora di salvezza per porre fine all’assedio di Gaza e l’uccisione di Hamdallah sarebbe stato soltanto un suicidio politico. La maggior parte delle infrastrutture di Gaza sono in rovina a causa delle continue guerre israeliane che hanno ucciso migliaia di Palestinesi. Lo stretto assedio sta rendendo impossibile la ricostruzione di Gaza o la riparazione delle infrastrutture colpite. 

Nonostante decine di migliaia di Palestinesi abbiano protestato lungo il confine di Gaza, sia Fatah che Hamas hanno raccontato ognuna le proprie narrazioni, cercando di utilizzare le proteste per sottolineare o far crescere la propria popolarità tra i Palestinesi. 

Frustrata dall’attenzione che le proteste hanno fornito a Hamas, Fatah ha tentato di organizzare contromisure a sostegno di Abbas in tutta la Cisgiordania. Il risultato è stato però imbarazzante, come era prevedibile, poiché solo alcuni fedelissimi di Fatah si sono ritrovati. 

Dopodiché, Abbas ha presieduto un incontro del defunto Consiglio Nazionale Palestinese (CNP) a Ramallah per propagandare i suoi presunti risultati ottenuti nella lotta nazionale palestinese. 

Il CNP è considerato l’organo legislativo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). E come l’OLP, per molti anni la sua funzione è stata accantonata a favore dell’Autorità Palestinese dominata da Fatah. Il leader dell’Autorità Palestinese ha scelto nuovi membri da aggiungere al CNP soltanto per garantire che il futuro di tutte le istituzioni politiche fosse conforme alla sua volontà. 

Sullo sfondo di una realtà così sconcertante, altre migliaia di manifestanti continuano ad aggiungersi ogni settimana al confine di Gaza. 

I Palestinesi, disillusi dalle divisioni faziose, stanno lavorando per creare un nuovo spazio politico, indipendente dai capricci delle fazioni; infatti, per loro, la vera lotta è quella contro l’occupazione israeliana, per la libertà dei Palestinesi e nessun’altra.

Traduzione per InfoPal di Aisha Tiziana Bravi

© Agenzia stampa Infopal

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Striscia di Gaza, 7° venerdì della Grande Marcia del Ritorno

Gaza-Quds Press. I cittadini palestinesi nella Striscia di Gaza hanno cominciato a radunarsi per il 7° venerdì consecutivo, confluendo al confine orientale dell’enclave costiera.Migliaia di palestinesi hanno cominciato arrivare nei cinque campi del Ritorno sparsi sul confine tra la Striscia di Gaza e i Territori occupati nel 1948 (Israele, ndr).

I giovani hanno iniziato ad affluire verso la barriera di confine, a incendiare pneumatici e ad accendere aquiloni da lanciare nel cielo.

L’esercito israeliano ha rafforzato la presenza delle sue forze vicino al confine, pronto a reprimere ogni attività di questo ultimo venerdì, prima della partenza della “Grande Marcia del Ritorno”, alla vigilia della Nakba.

Il responsabile della “Commissione nazionale per la marcia del Ritorno e per la rottura dell’assedio”, Ismail Radwan, ha affermato: “Questa giornata è in preparazione del 14 di maggio, ‘Il giorno della grande folla’”.

Parlando a Quds Press, ha spiegato che tutte le categorie del popolo palestinese parteciperanno a questo giorno nazionale nell’ambito di diversi programmi organizzati dall’”Autorità suprema nazionale per la marcia del Ritorno e per la rottura dell’assedio”.

Radwan ha sottolineato che “le marce continuano fino al raggiungimento degli obiettivi di libertà e rottura dell’assedio sul popolo palestinese nella Striscia di Gaza”.

Ha chiesto che il 14 maggio sia anche una giornata internazionale di rifiuto del trasferimento dell’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme, eterna capitale palestinese.

Il 30 marzo scorso, in occasione della “Giornata della Terra”, i palestinesi nella Striscia di Gaza hanno dato il via a un movimento di protesta chiamato “Marcia del Ritorno”, il cui culmine è previsto per l’anniversario della “Nakba”, per chiedere il “diritto al ritorno” per i profughi palestinesi e la revoca del blocco israeliano sulla Striscia di Gaza.

Dal 30 marzo, durante tali marce pacifiche, l’esercito israeliano ha ucciso 53 palestinesi e ne ha feriti oltre 8 mila.

© Agenzia stampa Infopal

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Israeli forces shoot, injure 1,100 protesters in Gaza

Israeli forces have fired live rounds at Palestinians during anti-occupation protests and clashes along the border between the besieged Gaza Strip and occupied territories.

Medical sources said at least 82 people were shot and wounded, three of them critically, and over 800 more were treated for gas inhalation and other injuries along the Gaza side of the 40-kilometer border fence.

Palestinian youths reportedly rolled burning tires to within 500 meters of the fence, using the smoke as a screen to counter Israeli sharpshooters on the other side.

“If it wasn’t for the occupation, we would have lived as free as people like in other countries,” said Ahmed, 24, at a protest site east of Gaza City. “If they don’t allow us back, at least they should give us a state.”

An Israeli soldier, seen in the background, takes aim at Palestinian protesters from across the fence during clashes along the border with the Gaza Strip east of Khan Yunis on May 4, 2018. (Photo by AFP)

Nearly 50 Palestinians have lost their lives in clashes with Israeli forces during protests along the Gaza border since March 30.

The Israeli regime has faced international criticism over its use of live fire.

The Palestinian rally, known as the “Great March of Return,” will last until May 15, which coincides with the 70th anniversary of Nakba Day (Day of Catastrophe), when Israel was created. Every year on May 15, Palestinians all over the world hold demonstrations to commemorate the day, which marks the anniversary of the forcible eviction of hundreds of thousands of Palestinians from their homeland by Israelis in 1948.

Since 1948, the Israeli regime has denied Palestinian refugees the right to return, despite UN resolutions and international law that uphold people’s right to return to their homelands.

Israel occupied the West Bank, East Jerusalem al-Quds and parts of Syria’s Golan Heights during the Six-Day War in 1967. It later annexed East Jerusalem al-Quds in a move not recognized by the international community.

Israel is required to withdraw from all the territories seized in the war under UN Security Council Resolution 242, adopted months after the Six-Day War, in November 1967, but the Tel Aviv regime has defied that piece of international law ever since.

 

Sorgente: PressTV-Israeli forces shoot, injure 1,100 protesters in Gaza

3 palestinesi uccisi questo venerdì sulla frontiera

Gaza, Wafa – Tre palestinesi sono morti a causa di gravi ferite d’arma da fuoco sostenute questo venerdì, quando le forze israeliane hanno attaccato i manifestanti palestinesi per il quinto venerdì consecutivo dall’inizio delle proteste della Grande Marcia di Ritorno, lungo i confini settentrionali ed orientali tra Gaza e Israele.

Un palestinese identificato come Abdel-Salam Baker, 29 anni, è stato ucciso dopo essere stato colpito dall’esercito israeliano, quando questo attacava i manifestanti ad est della città di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza.

Nel frattempo, il secondo palestinese è stato identificato come Mohammed al-Maqeed, 21 anni, mentre l’identità del terzo uomo rimane sconosciuta fino al momento.

Secondo il ministero della Sanità, almeno 611 palestinesi sono rimasti feriti, tra cui due casi gravi, sia da colpi d’arma da fuoco sia soffocati dall’inalazione di gas lacrimogeni.

Tra i feriti vi sono 11 medici e giornalisti.

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Medici Senza Frontiere a Gaza osserva lesioni da arma da fuoco devastanti

Dal 1° aprile, le squadre di MSF a Gaza, in Palestina, hanno prestato assistenza post-intervento a più di 500 persone ferite da colpi di arma da fuoco durante le dimostrazioni della Marcia del Ritorno. Il numero di pazienti trattati nelle nostre cliniche nelle ultime tre settimane è più del numero che abbiamo trattato durante tutto il 2014, quando l’operazione militare di Israele è stata lanciata sulla striscia di Gaza. Lo staff medico di MSF riferisce di aver ricevuto pazienti con lesioni devastanti di una gravità insolita, che sono estremamente complesse da trattare. Le ferite riportate dai pazienti lasceranno la maggior parte con gravi disabilità fisiche a lungo termine.

Le squadre mediche negli ospedali di Gaza si preparano ad affrontare un possibile nuovo afflusso di feriti questo venerdì nelle ultime dimostrazioni della Marcia del Ritorno. I chirurghi di MSF a Gaza riferiscono devastanti ferite d’arma da fuoco tra le centinaia di persone ferite durante le proteste nelle ultime settimane. La stragrande maggioranza dei pazienti – principalmente giovani uomini, ma anche donne e bambini – ha ferite insolitamente gravi agli arti inferiori. Le equipe mediche di MSF sottolineano che le lesioni includono un livello estremo di distruzione delle ossa e dei tessuti molli e ferite di grandi dimensioni che possono avere le dimensioni di un pugno.
“La metà degli oltre 500 pazienti che abbiamo ammesso nelle nostre cliniche ha ferite in cui il proiettile ha letteralmente distrutto il tessuto dopo aver polverizzato l’osso“, ha detto Marie-Elisabeth Ingres, capo missione di MSF in Palestina. “Questi pazienti avranno bisogno di operazioni chirurgiche molto complesse e molti di loro avranno disabilità per tutta la vita“.
Gestire queste lesioni è molto difficile. Oltre alla normale assistenza infermieristica, i pazienti spesso necessitano di un ulteriore intervento chirurgico e di essere sottoposti a un lungo processo di fisioterapia e riabilitazione. Molti pazienti manterranno carenze funzionali per il resto della loro vita. Alcuni pazienti potrebbero ancora aver bisogno di un’amputazione se non vengono forniti di sufficiente cura a Gaza e se non riescono a ottenere l’autorizzazione necessaria per essere trattati al di fuori della striscia.
Per far fronte a questo massiccio afflusso di pazienti, MSF ha rafforzato le sue capacità, aumentato il numero di posti letto nelle sue cliniche post-operatorie e reclutato e formato personale medico aggiuntivo. Una quarta clinica si aprirà presto nella regione di Gaza per fornire ai pazienti le cure specialistiche necessarie.
In risposta alla crisi, MSF ha anche schierato una squadra di chirurghi (compresi chirurghi vascolari, ortopedici e ricostruttivi) e di anestesisti per operare – o riattivare – i casi più gravi. Questa squadra attualmente lavora fianco a fianco con il personale medico palestinese negli ospedali pubblici Al-Shifa e Al-Aqsa.

( Fonte: facebook.com/IlPopoloCheNonEsiste )

Sorgente: 21-4-18_MSF-Gaza-Lesioni-gravi-e-devastanti