Un appello da firmare per Mohammad Bakri

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APPELLO

“Io sto con Mohammad Bakri”

Il regista di Jenin Jenin è di nuovo sotto processo in Israele

per aver documentato il massacro del 2002

 

Tra i primi firmatari del mondo del cinema, hanno aderito:

Bertolucci, Martone, Maselli, Montaldo, Taviani, Giordana

e i direttori dei festival di Venezia e Berlino

 

Noi, sottoscritti, esprimiamo pieno appoggio e solidarietà a Mohammad Bakri. Chiediamo che si ponga fine alla sua persecuzione e invitiamo i mezzi di comunicazione a offrire un’informazione basata sui fatti in difesa della libertà di espressione.

Il regista e attore palestinese di cittadinanza israeliana, Mohammad Bakri, è di nuovo al centro di una campagna di diffamazione e persecuzione giudiziaria in Israele per aver raccontato in un docu-film la distruzione da parte dell’esercito israeliano del campo profughi di Jenin.

Jenin Jenin è un documentario realizzato da Bakri pochi giorni dopo la fine dell’offensiva militare israeliana contro il campo profughi di Jenin, nel nord della Cisgiordania. Documenta il punto di vista palestinese su una delle pagine più tragiche dell’operazione “Scudo difensivo”, lanciata tra marzo e aprile del 2002 dall’esercito israeliano, che ha comportato oltre 500 morti, migliaia di feriti, invasioni nelle diverse città palestinesi, blocchi stradali e coprifuoco. A Jenin vennero uccisi oltre 50 palestinesi e il campo fu raso al suolo. Come disse un soldato israeliano, grande tifoso di calcio, intervistato dal quotidiano Yediot Ahronot il 31 maggio “Gli abbiamo lasciato un enorme campo da calcio”.

Jenin Jenin è uscito a giugno del 2002 e Bakri è diventato subito oggetto di campagne diffamatorie da parte di parlamentari israeliani ed estremisti. La proiezione del film è stata vietata per due anni e il regista ha dovuto subire un processo per vilipendio e diffamazione, istruito sulla base delle denunce di alcuni militari israeliani che chiedevano centinaia di migliaia di euro di risarcimento. Nel 2006 Bakri è stato assolto, ma la sua odissea non è finita. Nel 2016 è stato denunciato di nuovo, da un capitano dell’esercito israeliano, e il 3 gennaio del 2019 dovrà affrontare una nuova udienza.

“Questo incubo è nato perché ho osato raccontare la mia storia. Una storia diversa dalla loro” ha spiegato Mohammad Bakri. La storia di Jenin deve poter essere raccontata da ogni punto di vista, senza preclusioni o censure.

Una dichiarazione di Mohammad Bakri è disponibile in video: https://youtu.be/3rposPnJjTQ

Tutti sono invitati ad aggiungere la loro firma a quelle che sono arrivate dal mondo del cinema.

Per sottoscrivere l’appello inviare una mail all’indirizzo: conbakri@gmail.com

Potete inviare e condividere anche un vostro video o foto con l’hashtag #IoStoConBakri

 

Prime adesioni:

Alberto Barbera,

Bernardo Bertolucci,

Barbora Bobulova,

Carlo Chatrian,

Davide Ferrario,

Tonino De Bernardi,

Guido De Monticelli,

Gianni Di Luigi,

Elio Germano,

Marco Tullio Giordana,

Wilma Labate,

Mario Martone,

Citto Maselli,

Valerio Mastandrea,

Antonio Medici,

Giuliano Montaldo

Moni Ovadia,

Ottavia Piccolo,

Roberto Perpignani,

Silvano Piccardo,

Isabella Ragonese,

Michele Riondino,

Gianfranco Rosi,

Giovanna Taviani,

Paolo Taviani,

Roberta Torre,

Sandro Veronesi,

Daniele Vicari

thanks to: AssopacePalestina

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La resistenza palestinese continuerà a combattere l’occupazione

La camera delle operazioni congiunte dei gruppi della Resistenza palestinese ha riaffermato l’impegno nella lotta contro l’occupazione israeliana e nel sostenere le proteste della Grande Marcia del Ritorno nella Striscia di Gaza.

resistenza-palestineseIn una dichiarazione, la camera delle operazioni congiunte dei gruppi della Resistenza palestinese ha acclamato gli sforzi dell’Egitto volti a materializzare le richieste della nazione palestinese, esprimendo la disponibilità a continuare a contrastare l’occupazione israeliana e gli atti di aggressione.

La camera ha anche espresso il sostegno al diritto alla libertà del popolo palestinese e alle proteste della Grande Marcia di Ritorno organizzate ogni settimana al confine di Gaza. Ristabilendo l’impegno per i principi di un’azione preventiva contro gli occupanti, la dichiarazione afferma che i gruppi palestinesi si oppongono a qualsiasi tentativo di far deragliare le proteste popolari.

La Grande Marcia di Ritorno, organizzata dai palestinesi nella Striscia di Gaza, è iniziata il 30 marzo, la commemorazione del Land Day, che segna gli eventi del 30 marzo 1976, quando la polizia israeliana ha sparato e ucciso sei cittadini palestinesi mentre protestavano contro l’espropriazione di terre da parte del regime sionista.

Le proteste della Grande Marcia di Ritorno chiedono il riconoscimento del diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, un diritto sancito dalla legge internazionale e la fine dell’assedio imposto alla Striscia di Gaza da Israele ed Egitto per oltre un decennio, che ha causato inaudite sofferenze ai palestinesi che vivono nell’enclave costiera. Più di 200 palestinesi sono stati uccisi dall’inizio delle proteste (30 marzo).

L’alto funzionario del Comitato Internazionale della Croce Rossa (Cicr), Robert Mardini, ha dichiarato che la stragrande maggioranza dei circa 14mila palestinesi feriti durante le manifestazioni della “Grande marcia del Ritorno” nell’enclave costiera assediata hanno subito gravi ferite, tra cui ferite multiple da arma da fuoco durante la repressione israeliana. Il funzionario Cicr ha aggiunto che gli operatori sanitari stanno lottando per far fronte alla grave emergenza.

thanks to: ilfarosulmondo

Luisa Morgantini: “L’ipocrisia internazionale e l’impunità israeliana”

“Ponti di pace” per restituire la dignità al popolo palestinese: è l’auspicio di una donna instancabile, protagonista infaticabile  in difesa dei diritti umani nel mondo. Luisa Morgantini, già vice Presidente del Parlamento europeo, sembra non conoscere limiti quando si tratta di giustizia: affermare la pace è possibile, prima di tutto è però indispensabile ”conoscere la realtà, rompere gli stereotipi”.

luisa-morgantiniLuisa Morgantini è stata eletta parlamentare europea nel 1999 e riconfermata nel 2004, ricevendo oltre 29mila preferenze. Nel 2007 è stata eletta Vicepresidente del Parlamento Europeo con l’incarico delle politiche europee per l’Africa e per i diritti umani, è stata membro della Delegazione per le relazioni con il Consiglio legislativo palestinese. Candidata al Premio Nobel per la Pace, la Morgantini ha risposto autorevolmente alla nostra intervista riguardo l’occupazione israeliana dei territori palestinesi.

“Una terra senza popolo per un popolo senza terra”: partiamo da una frase che caratterizzò l’inizio di una vicenda, quella del conflitto israelo-palestinese, destinata a ricoprire un ruolo centrale nei rapporti tra le potenze mondiali fino ai giorni d’oggi. Cosa l’ha spinta ad occuparsi così attivamente del conflitto, portando sempre con se la parola Pace?

Ed invece quella terra è stata  popolata da sempre anche da popoli e credenti di religioni diverse. Quella frase, una mistificazione che tende a cancellare l’esistenza del popolo palestinese, a cancellare la memoria  e la presenza di  chi non è di religione ebraica. Ciò che mi ha spinta ad essere attiva in questo conflitto, è l’amore (non ho paura di essere retorica) per la giustizia e per i diritti di tutti e tutte. Giustizia e diritti calpestati dalla colonizzazione dei territori palestinesi da parte di Israele. L’orrore del massacro di Sabra e Chatila nel 1982 è quello che mi ha mostrato per la prima volta il calvario del popolo palestinese, i milioni di profughi, la distruzione, nel 48, di 493 villaggi palestinesi, l’occupazione delle case palestinesi, la continua demolizione di abitazioni palestinesi per far posto a coloni, il furto delle terre e dell’acqua, la tortura e la prigione, la separazione delle famiglie, la costruzione di un muro di apartheid e di annessione coloniale.

Insomma la profonda ingiustizia e l’ipocrisia della comunità internazionale che sa, conosce le violazioni della legalità internazionale e i crimini commessi da parte Israele, ma continua solo a deplorare e non ad  agire affinché Israele non sia un paese al di sopra della legge, ma diventi un paese che rispetta i diritti degli altri, definisca i suoi confini e cessi l’occupazione militare della Cisgiordania, Gaza e delle alture del Golan.

AssoPace Palestina, un’associazione molto attiva che dal 1988 organizza viaggi in Palestina e Israele “per una pacifica coesistenza tra i due popoli”: quale il più profondo messaggio che tale realtà si propone di dare al mondo?

Che è possibile costruire ponti di pace ad azioni comuni per affermare la pace  e la giustizia. Penso a quei palestinesi e israeliani che lottano insieme per farla finita con l’occupazione militare e la violenza. Persone che hanno saputo decostruire la figura del nemico e rifiutarsi di essere nemici, guardandosi nelle rispettive realtà, riconoscendo l’asimmetria tra l’essere un popolo occupato militarmente (i palestinesi) e un popolo ed uno Stato (gli israeliani), il cui esercito occupa militarmente un altro popolo e la sua terra.

Noi andiamo in Palestina e Israele per conoscere la realtà, rompere gli stereotipi, vedere con i propri occhi che cosa significa essere cacciati dalle proprie terre e dalle proprie case, vedere la quotidianità dell’occupazione militare, incontrare bambini che vengono picchiati ed arrestati dai soldati israeliani. Quando torniamo vogliamo essere messaggeri di verità, raccontare quello che abbiamo visto, continuare le nostre  relazioni, sostenere la resistenza popolare non violenta come quella dei comitati popolari che si sono costituiti a partire dal 2002 subito dopo l’inizio della costruzione del muro di apartheid e di annessione coloniale, condannato dalla corte internazionale dell’Aja nel 2004 ma che Israele ha continuato a costruire sottraendo terra ed acqua ai palestinesi, dividendo le famiglie palestinesi. I palestinesi che incontriamo ci dicono di volere la pace, ma una pace giusta, una pace con libertà, dignità e terra.

È sul “vittimismo” che troppo spesso si giustifica l’influenza politica di un Paese su altri. Possiamo dirlo anche per l’Unione Europea? Come ha reagito questa, soprattutto negli anni in cui lei ha ricoperto una carica importante all’interno, riguardo le violazione delle risoluzioni Onu da parte di Israele?

Non c’è dubbio che la politica israeliana fa uso del vittimismo e dell’Olocausto per agire impunemente nell’oppressione del popolo palestinese. L’ olocausto è stato aberrante così come lo è qualsiasi atteggiamento antisemita. Ma nessuno può usare la persecuzione e le sofferenze subite per soggiogare e cancellare l’identità di altri. Israele è impunita e questa impunità la rende ancora più arrogante.

I governi che si sono succeduti dopo l’assassinio di Rabin da parte di un estremista ebreo, sono diventati sempre più di destra e praticato una politica di continua usurpazione di terre di ampliamento delle colonie. Oggi nel governo israeliano la fanno da padroni ortodossi e coloni. L’Unione Europea continua a deplorare e a condannare, l’ampliamento delle colonie, la condizione dei prigionieri nelle carceri, l’arresto di difensori dei diritti umani, deplorazioni continue, ma non osa fare l’unica cosa credibile e che possa fare pressione su Israele: interrompere le relazioni economiche privilegiate, non vendere o acquistare armi da Israele, che nessun prodotto delle colonie entri in Europa, applicare l’articolo 2 dell’accordo di associazione Italia-Israele che sostiene la sospensione di quell’accordo nel caso in cui il governo contraente non rispettassi i diritti umani. E’ dal 1980 che dichiara di sostenere due popoli e due stati ma ha permesso ad Israele di far si che la terra sulla quale fare lo Stato palestinese sia un territorio devastato da colonie e da strade fatte solo per i coloni, uno Stato che assomiglia ai bantustan sud africani.

Quali vantaggi, di diversa natura, ne ricava la società israeliana dall’occupazione dei territori?

Penso che a parte i vantaggi economici che derivano dallo sfruttamento delle terre palestinesi, dell’acqua, del fatto che l’occupazione militare non è un costo perché, anche qui violando la legalità internazionale che dice che un paese occupante è responsabile del benestare delle popolazione occupata, Israele è riuscito a rifilare il peso economico dell’occupazione sulla comunità internazionale che paga al posto di Israele, i vantaggi sono di un estensione dei territori, di recuperare la terra biblica israelita (a parte che anche in quel periodo vivevano anche altri popoli su quel territorio). Ma penso che invece gli svantaggi siano enormi, Israele è sempre di più una società malata, con profonde divisioni al suo interno: il razzismo verso i palestinesi ha contaminato anche i rapporti tra ebrei ortodossi, secolari, asefarditi, askenazi. Il melting pot dei primi anni dello Stato israeliano si è scomposto, oggi le divisioni sono enormi, e la comunità russa è diventata uno Stato nello Stato, così come i coloni. Chi occupa militarmente un altro popolo e pratica la violenza non può uscirne immune. Per fortuna d’Israele ci sono ancora voci di israeliani come quelle di Nurit Peled, Uri Avnery, Gideon levy, Michel Warshasky, Lea Tsemel e centiniaia e centiniaia di giovani israeliani che partecipano alle lotta insieme ai palestinesi per farla finita con il regime coloniale e di apartheid, o come quelli che rifiutano di prestare servizio militare. Sono la salvezza morale di Israele.

Vittorio Arrigoni, il giovane attivista italiano ucciso anni fa a Gaza, auspicava ad una soluzione binazionale, quindi Stato unico, per una risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Quali invece le sue prospettive, il suo auspicio per una Palestina libera e l’instaurazione della Pace?

Mah, il mio auspicio per tutti i popoli del mondo è che non vi siano frontiere. Certamente sarebbe bello se  le persone che abitano il territorio della Palestina storica (quella prima della partizione dell’Onu del ’47) potessero vivere tutti insieme in uno Stato laico e democratico. Ma forse ci vorranno mille anni per realizzarlo, vale comunque la pena enunciarlo.

Io mi augurerei che Israele cessasse l’occupazione militare dei territori del 1967, che Gerusalemme fosse una capitale condivisa per due popoli e due Stati, che ci fosse il riconoscimento da parte di Israele delle sue responsabilità di fronte ai profughi cacciati nel ’48 e nel ’67, e la possibilità del ritorno, che i coloni se ne andassero, oppure nel caso volessero rimanere dovrebbero essere cittadini palestinesi, così come ci sono più di un milione e 800mila palestinesi, cittadini israeliani (trattati con estreme discriminazioni). Quello che davvero vorrei è che i palestinesi potessero finalmente essere liberi e autodeterminati.

Emma Bonino scrisse anni fa una nota in cui spiegava perché fosse positivo fare “entrare Israele nell’Ue”: che strada pensa possa prendere adesso la politica italiana riguardo i rapporti Israele-Palestina?

Non solo Emma Bonino ma in parecchi hanno sostenuto questo. Io penso invece, visto che Israele esiste nel vicino Medio Oriente o Africa, che debba diventare un Paese normale all’interno di quell’area, che accetti il piano di pace dei paesi arabi proposto già nel 2002, che in cambio della fine dell’occupazione militare dei territori palestinesi occupati nel 1967, prevede la totale disponibilità economica e politica e il riconoscimento di Israele. In realtà i leader israeliani si riconoscono nelle aree del mondo occidentale e per avere il loro aiuto devono continuare con la propaganda dell’essere a rischio di distruzione da parte di tanti paesi nemici che li circondano. Non vedo nella diplomazia e nella politica italiana la possibilità di cambiare atteggiamento e reclamare da Israele il rispetto della legalità internazionale.

E mentre penso che sia indispensabile da parte dei movimenti, associazioni che credono nel rispetto dei diritti per tutte e tutti, continuare a lavorare per far conoscere la realtà e cercare di far cambiare politica ai nostri governi, sono anche consapevole delle nostre debolezze. Ma non abbiamo il diritto di desistere, ce lo insegnano milioni di palestinesi che ogni giorno resistono in modo non violento per non essere cancellati nella loro identità e cacciati dalla loro terra. Hanno il diritto alla libertà, giustizia e dignità.

thanks to: ilfarosulmondo

Radio militare israeliana: “Merkel annullerà viaggio in Israele se viene ..distrutto Khan al-Ahmar

Radio militare israeliana: “Merkel annullerà viaggio in Israele se viene … Roma, 3 ottobre 2018, Nena News – La cancelliera Angela Merkel…

via Radio militare israeliana: “Merkel annullerà viaggio in Israele se viene ..distrutto Khan al-Ahmar — Israele – Palestina : testimonianze in attesa

#DecretoSalvini contro l’immigrazione selvaggia

E’ fondamentale regolare l’immigrazione. In Palestina gli ebrei sono arrivati come richiedenti asilo, perchè scappavano dai pogrom dell’est Europa. Una volta sul territorio palestinese hanno cominciato ad organizzarsi, ad armarsi, hanno attaccato i Palestinesi e li hanno cacciati dal loro paese. In Italia ci sono quasi 7 milioni di immigrati. Sono troppi. E’ già un numero pericoloso. Bisogna fermarli finchè siamo in tempo altrimenti faremo la fine dei Palestinesi.

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A cura di Parallelo Palestina.

Da “La pulizia etnica della Palestina” , di Ilan Pappe, pag. 106-111.

La Consulta aveva esaminato la bozza del Piano Dalet nella seconda metà di febbraio del 1948. Secondo il diario di Ben Gurion, era domenica 29 febbraio anche se uno storico militare israeliano riporta la data del 14 febbraio81. Il Piano Dalet fu completato agli inizi di marzo. In base ai ricordi di molti generali dell’esercito di quel periodo, la storiografia israeliana in genere afferma che il marzo del 1948 fu il più difficile nella storia della guerra. Ma questa valutazione si basa solo su un aspetto del conflitto imminente: gli attacchi dell’ALA ai convogli ebraici verso i loro insediamenti isolati che agli inizi di marzo sortirono un certo effetto. Inoltre, alcuni ufficiali dell’ALA cercarono a quel tempo di resistere alle offensive ebraiche nei villaggi misti oppure facendo delle rappresaglie e terrorizzando le zone ebraiche con una serie di miniraid. Due di questi attacchi diedero al pubblico la (falsa) impressione che dopo tutto l’ALA avrebbe potuto organizzare una certa resistenza in vista di un attacco ebraico.

Infatti, nel marzo del 1948, iniziò l’ultimo tentativo militare palestinese di breve durata per proteggere la propria comunità.

Le forze ebraiche non erano ancora sufficientemente ben organizzate per poter reagire immediatamente e con successo a ogni contrattacco, e questo spiega il senso di sconforto in alcune parti della comunità ebraica. Tuttavia, la Consulta aveva sempre la situazione sotto controllo. Quando si riunirono di nuovo agli inizi di marzo, non presero nemmeno in esame il contrattacco dell’ALA né pensarono che la situazione in generale fosse particolarmente preoccupante. Invece, sotto la guida di Ben Gurion, stavano preparando un master plan finale.

Alcuni membri della Consulta proposero di continuare con la pulizia etnica come mezzo più efficace per difendere le strade che portavano agli insediamenti isolati. La più pericolosa era la strada Tel Aviv-Gerusalemme, ma Ben Gurion stava già pensando a qualcosa di più ampio. La conclusione che egli aveva tratto dal periodo tra la fine di novembre del 1947 e gli inizi di marzo del 1948 era che, malgrado tutti i tentativi giunti dall’alto, mancasse ancora un comando capace sul terreno. A suo avviso, i tre piani precedenti preparati dall’Haganà per l’occupazione della Palestina mandataria – uno del 1937, gli altri due del 1946 – dovevano essere aggiornati. Quindi ordinò una revisione dei piani, e i due più recenti assunsero il nome in codice di Piano B e Piano C.

Non sappiamo quello che disse Ben Gurion a proposito della pulizia etnica alla Consulta nel regolare incontro del mercoledì pomeriggio, il 10 marzo 1948, ma abbiamo il piano che essi misero a punto, che fu approvato dall’Alto Comando dell’Haganà e successivamente inviato come ordine militare alle truppe in Campo.

Il nome ufficiale del Piano Dalet era piano Yehoshua. Yehoshua Globerman era nato nel 1905 in Bielorussia e imprigionato negli anni Venti per attività anticomunista; fu rilasciato dopo aver trascorso tre anni in una prigione sovietica quando Massimo Gorki, amico dei suoi genitori, intervenne in suo favore.

Globerman fu comandante dell’Haganà in varie zone della Palestina e fu ucciso da sconosciuti che gli spararono in macchina nel dicembre del 1947. Era destinato a diventare uno dei comandanti in Capo dell’esercito israeliano, ma la sua morte prematura significò che il suo nome sarebbe stato associato non alle sue capacità militari ma al master plan sionista per la pulizia etnica della Palestina. Era talmente stimato dai colleghi che gli fu conferito alla memoria il grado di generale dopo la creazione dello Stato ebraico.

Pochi giorni dopo l’uccisione di Globerman, l’unità dei servizi segreti dell’Haganà preparo le bozze di un piano per i mesi seguenti. Col nome in codice di Piano D, esso conteneva sia i parametri geografici di un futuro Stato ebraico (quel 68 per cento a cui mirava Ben Gurion), ma anche il destino di un milione di palestinesi che vivevano in quella zona:

Queste operazioni potranno essere svolte in uno dei seguenti modi: o distruggendo i villaggi (incendiandoli o facendoli saltare in aria e poi mettendo delle mine nei detriti), soprattutto i centri abitati che sono difficili da controllare in modo permanente; oppure con operazioni di setacciamento e controllo con le seguenti modalità: si accerchia il villaggio e si fanno perquisizioni. Se c’è resistenza, le milizie armate dovranno essere eliminate e la popolazione espulsa al di fuori dei confini dello Stato.82 I villaggi dovevano essere completamente evacuati o perché si trovavano in luoghi strategici oppure perché poteva verificarsi una qualche forma di resistenza. Questi ordini furono dati quando fu chiaro che l’occupazione avrebbe sempre provocato una certa resistenza e che quindi nessun villaggio sarebbe stato risparmiato, o a causa della sua posizione o a causa del rifiuto all’occupazione. Questo fu il master plan per l’espulsione di tutti i villaggi nella Palestina rurale. Istruzioni simili furono date, in termini quasi identici, per le azioni che avevano come obiettivo i centri urbani palestinesi.

Gli ordini che arrivavano alle unità sul campo erano più specifici. Il paese era diviso in zone secondo il numero di brigate; per cui le quattro brigate originali dell’Haganà divennero dodici in modo da facilitare la realizzazione del piano. Ogni comandante di brigata ricevette un elenco dei villaggi o quartieri da occupare, distruggere e da cui espellere gli abitanti, con date precise.

Alcuni comandanti mostrarono un eccesso di zelo nell’eseguire gli ordini e presero di mira anche altre località. Alcuni ordini, d’altra parte, si rivelarono troppo ambiziosi e non fu possibile eseguirli nei tempi prestabiliti. Questo significò che alcuni villaggi lungo la costa che avrebbero dovuto essere occupati in maggio non furono distrutti fino a luglio. E i villaggi nella zona Wadi Ara -la vallata che collegava Hadera a Marj Ibn Amir (Emeq Izrael) e Afula (oggi Route 65) – riuscirono a sopravvivere ai ripetuti attacchi ebraici durante tutta la guerra. Ma erano l’eccezione: infatti 531 villaggi, 11 quartieri urbani e città furono distrutti e gli abitanti espulsi per ordine preciso della Consulta, emanato nel marzo del 1948. Allora erano gia stati eliminati 30 villaggi.

Pochi giorni dopo la messa a punto del Piano D, esso fu distribuito ai comandanti delle dodici brigate ora incorporate nell’Haganà.L’elenco che ogni comandante ricevette comprendeva una descrizione dettagliata dei villaggi di sua competenza e la loro sorte: occupazione, distruzione ed espulsione. I documenti israeliani rilasciati dagli archivi IDF alla fine degli anni Novanta indicano chiaramente che, contrariamente a quanto hanno affermato storici come Morris, il Piano Dalet fu inviato ai Comandanti delle brigate non come generiche linee guida da eseguire, ma come precisi ordini operativi83,

A differenza delle bozze generali inviate ai leader politici, gli elenchi dei villaggi che i comandanti militari ricevettero non davano indicazioni dettagliate riguardo l’esecuzione della distruzione o dell’espulsione. Non veniva specificato come i villaggi avrebbero potuto salvarsi, ad esempio con una resa incondizionata, che era invece contemplata nel documento generale. Appare anche un’altra differenza tra la bozza inviata ai politici e quella ricevuta dai comandanti militari: la bozza ufficiale indicava che il piano sarebbe stato attivato solo dopo la fine del Mandato; gli ufficiali in campo ricevettero l’ordine di iniziare le operazioni pochi giorni dopo la sua adozione. Questa dicotomia è tipica del rapporto che esiste in Israele tra l’esercito e i politici ancora oggi. Spesso l’esercito non dà ai politici le giuste informazioni relative alle proprie intenzioni: e quanto fecero Moshe Dayan nel 1956, Ariel Sharon nel 1982 e Shaul Mofaz nel 2000.

Ma la versione politica del Piano Dalet e le direttive militari avevano in comune l’obiettivo generale del piano. In altre parole, anche prima che gli ordini arrivassero alle truppe dispiegate, esse sapevano gia cosa avrebbero dovuto fare. Quella coraggiosa e stimata sostenitrice israeliana dei diritti civili, Shulamit Aloni, a quel tempo ufficiale dell’esercito, ricorda che ufficiali politici speciali andavano di persona a incitare le truppe demonizzando i palestinesi e invocando l’Olocausto come punto di riferimento per le operazioni future, spesso proprio il giorno successivo alla seduta di indottrinamento84.

Dopo l’approvazione della Consulta del Piano Dalet, il capo di Stato maggiore, Yigael Yadin, convocò gli ufficiali dell’intelligence dell’Haganà nella sede del servizio sanitario pubblico, Kupat Holim, in via Zamenhof a Tel Aviv (ancora oggi sede del servizio, di fronte a un noto ristorante indiano). Centinaia di ufficiali affollarono una Sala che normalmente è quella di ricevimento per i pazienti.

Yadin non li informò del Piano Dalet: gli ordini erano stati impartiti quella settimana ai Comandanti delle brigate, ma egli comunicò loro un’idea generale che non doveva lasciare dubbio alcuno sulla capacità delle loro truppe di eseguire il Piano. Gli ufficiali dell’intelligence erano anchein un certo senso politruk (“Commissari politici”), e Yadin si rese conto che doveva spiegare la discrepanza tra le dichiarazioni pubbliche della leadership sull’imminente “secondo Olocausto” e la realtà che le forze ebraiche non avrebbero incontrato resistenza nell’evacuazione pianificata di un territorio che sarebbe stato trasformato nel loro Stato ebraico. Yadin, teatrale come sempre, cercò di colpire i suoi ascoltatori: poiché a loro sarebbero stati impartiti ordini di occupare, conquistare ed espellere una popolazione, meritavano di ricevere una spiegazione sul da farsi, visto poi che si leggeva sui giornali e si sentiva dire dai politici che essi stessi erano “in pericolo di annientamento”. Yadin, alto e snello, che sarebbe diventato una figura ben conosciuta a tutti gli israeliani, informò con orgoglio il pubblico: “Oggi abbiamo tutte le armi che ci servono; sono già state imbarcate e gli inglesi se ne stanno andando via, e appena avremo queste armi la situazione sulle frontiere cambierà del tutto85.

In altre parole, mentre Yigael Yadin descrive le ultime settimane di marzo del 1948 come il periodo più duro della guerra, potremmo invece pensare che la comunità ebraica in Palestina non correva in realtà il pericolo di annientamento: stava solo affrontando alcuni ostacoli sul percorso del piano di pulizia etnica. Queste difficoltà erano la relativa mancanza di armi e l’isolamento di insediamenti ebraici all’interno dello Stato arabo. Particolarmente vulnerabili risultavano alcuni insediamenti nella Cisgiordania e quelli nelle zone nord-occidentali del Negev (Negba, Yad Mordechai, Nizanim e Gat). Questi quattro insediamenti sarebbero rimasti isolati anche dopo l’entrata dell’esercito egiziano in Palestina che li occupò per breve tempo.

Anche alcuni insediamenti nell’alta Galilea non poterono essere raggiunti o difesi facilmente poiché erano circondati da molti villaggi palestinesi che ebbero la fortuna di essere protetti da diverse centinaia di volontari dell’ALA. Lnfine, la Strada per Gerusalemme fu sottoposta a un pesante fuoco di cecchini palestine si, tanto da far si che in quel mese si diffondesse un senso di assedio nelle zone ebraiche della città.

Il mese di aprile del 1948, secondo la storiografia ufficiale israeliana, fu un momento di svolta. Secondo questa Versione, la comunità ebraica isolata e minacciata in Palestina si spostava dalla difesa all’attacco, dopo essere scampata alla sconfitta. La realtà della situazione non avrebbe potuto essere più diversa: lo squilibrio militare, politico ed economico delle due comunità era tale che non solo la maggioranza degli ebrei non correva alcun pericolo, anzi, tra gli inizi del dicembre del 1947 e la fine di marzo del 1948, il loro esercito aveva portato a termine la prima fase della pulizia etnica in Palestina, ancora prima che il master plan fosse messo in pratica. La svolta in aprile fu lo spostamento da attacchi e contrattacchi sporadici contro la popolazione civile palestinese verso la sistematica megaoperazione di pulizia etnica che sarebbe seguita.

thanks to: Infopal

Perché i palestinesi sono trattati oggi come gli ebrei nel 1940.

Perché oggi non si levano voci per denunciare i metodi altamente fascisti di Israele contro i Palestinesi?

Guillermo Saavedra, 31 agosto 2018

Quando i nazisti derubarono il popolo ebraico, confiscarono tutte le loro proprietà e ricchezze. Appropriazione ed espropriazione di opere d’arte, conti bancari, abbigliamento … Prigione, tortura, persecuzione.

Il saccheggio dei nazisti non ebbe  limiti.

Perché oggi non si levano voci per denunciare i metodi altamente fascisti di Israele contro i Palestinesi?

Questa può essere allo stesso tempo una domanda filosofica e un grido d’angoscia. La prima è una richiesta di chiarezza ed esige una risposta intellettuale. Ma se le parole sono un’espressione di angoscia, qualsiasi spiegazione razionale non solo sarebbe irrilevante,, ma anche assolutamente insensibile. Un’espressione di dolore richiede empatia e non risposte; silenzio, non parole

Nota del grande filosofo Darío Sztajnszrajber –  Sztajnszrajber fa una fantastica descrizione della sensazione di angoscia. Ma che si fa dopo aver compreso questo sentimento?

L’Ufficio Centrale di Statistiche Palestinese ha rivelato che nel 2017 Israele si è appropriato di 2.100 dunam di terra palestinese (un dunam equivale a 1.000 metri quadrati) in diverse parti della Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme.

Secondo un rapporto pubblicato alla vigilia della Giornata della Terra, che ha avuto luogo il 30 Marzo 2018 nei Territori Occupati, le terre sono state espropriate principalmente per stabilirvi controlli militari israeliani, punti di osservazione vicino a insediamenti ebraici o per annetterle  a insediamenti ebraici,

Secondo l’Ufficio Centrale di Statistica, Israele controlla attualmente più del 90% della superficie della Valle del Giordano, il che rappresenta il 29% della superficie totale della Cisgiordania. Rileva inoltre che alla fine del 2016 il numero di insediamenti, enclave selvagge e basi militari israeliane in Cisgiordania hanno  raggiunto il  numero di 425, incluse 150 colonie e 107 enclave selvagge. Il rapporto stima che ci siano 636.000 coloni in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme, il che significa che ci sono 21,4 coloni per 100 palestinesi.

Nel 2017, Israele ha demolito 433 edifici palestinesi nei Territori Occupati,  il 46% dei quali a Gerusalemme.

Il 21 novembre 2016  il relatore delle Nazioni Unite per i Territori Occupati, Michael Lynk, accusò il Parlamento israeliano di voler “rubare” la proprietà privata dei Palestinesi con l’approvazione di una legge che legalizzava gli insediamenti ebraici nei Territori.

Il 16 novembre 2017 erano stati legalizzati più di 100 insediamenti ebraici temporanei stabiliti illegalmente su terra palestinese privata in Cisgiordania, nonostante  gli ordini contrari della Corte Suprema israeliana.

Ciò era stato possibile grazie alla nuova legge dello Stato di Israele che legalizzava l’appropriazione  delle terre private palestinesi e la loro  regolarizzazione,  destinandole all’uso dei coloni ebrei.  Argomentazione vietata dal diritto internazionale.

Michael Lynk denunciò che questi insediamenti minano il diritto all’autodeterminazione dei Palestinesi, violando il loro diritto di proprietà, di  libertà di movimento e di sviluppo. Così come lo Stato di Israele continua a confinare i Palestinesi  in porzioni  di terra  sempre più piccole e non contigue tra di loro .

Ma la comunità internazionale ha paura di sfidare il governo israeliano. Sebbene l’annessione dei Territori Occupati costituisca una profonda violazione del diritto internazionale. I Palestinesi dal canto loro sono molto pacifici di fronte alla rapina organizzata.

Se Israele continua con le annessioni, la comunità internazionale dovrebbe essere pronta non solo a condannare queste azioni, ma anche ad adottare  misure appropriate per porre rimedio a queste violazioni.

La Storia ha dimostrato che il solo responsabile della situazione in Palestina è il “Sionismo”.

Il pantheon dei personaggi biblici e coranici in Palestina  nasce da credenze e tradizioni del folclore nativo locale. Sono i Palestinesi musulmani che l’hanno creato e conservato come valore sacro della Palestina.

I luoghi sacri della Palestina  situati nel sottosuolo e dedicati alla memoria dei profeti e dei santi della tradizione ebraica, cristiana e islamica, sono stati conservati dalla popolazione araba palestinese locale come santuari per il pellegrinaggio che a sua volta generava atti di culto religioso e popolare nei villaggi ove sono ubicati..

Dal 1948, sin dall’inizio della politica di pulizia etnica, della distruzione dei villaggi e dell’espulsione dei loro abitanti,  tutti questi siti sono stati sottratti al popolo palestinese. Ci sono casi specifici che stupiscono per come il Sionismo, attraverso lo stato di Israele, si sia appropriato del culto  di quelli  che mai aveva considerato come luoghi di pellegrinaggio e devozione di sacri personaggi delle religioni abramitiche.

Storia di alcuni Regni europei, in cui gli Ebrei sono stati privati dei loro beni, delle loro ricchezze ed espulsi: Regno di Francia, anno 1182, espulsione e confisca dei beni ordinati dal re Filippo Augusto; Regno d’Inghilterra, anno 1290, ordinata dal re Edoardo I, l’espulsione degli Ebrei fu la prima grande espulsione del Medioevo; Spagna dei re cattolici di Castiglia e Aragona, confisca di beni ed espulsione degli Ebrei nel 1492.

In  Francia, paese dei Lumi, il governo di Vichy consegnò  ai nazisti 75.000 Ebrei perché fossero uccisi nelle camere a gas.

Oggi i Palestinesi hanno tutto il diritto di difendere il loro territorio e non possono essere considerati dei “terroristi”,  parola molto di moda all’interno di una comunità internazionale guidata dagli Stati Uniti.

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Traduzione: Simonetta lambertini – Invictapalestina.org

Fonte:https://blogs.mediapart.fr/guillermo-saavedra/blog/310818/pourquoi-les-palestiniens-sont-traites-aujourdhui-comme-les-juifs-en-1940?utm_source=facebook

A due giorni dalla Naqba, i palestinesi della diaspora scendono in piazza

(Foto di Pressenza)

12.05.2018 Patrizia Cecconi

Oggi 12 maggio la Palestina sarà in piazza nelle maggiori città italiane.

Roma ospiterà la manifestazione nazionale ed una manifestazione analoga si terrà a Milano, entrambe avranno come focus la condanna della dichiarazione del presidente Trump tesa a rinforzare la pretesa fuorilegge di Israele di scavalcare l’ONU ed annettere illegalmente Gerusalemme est al proprio Stato.

Lo spostamento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, è infatti previsto proprio per il giorno che i palestinesi ricordano come la “naqba” cioè la catastrofe che cacciò dalle proprie case circa 700.000 arabi di Palestina e ne uccise molte centinaia. Uccisioni e cacciata furono ad opera dei miliziani del nascente Stato di Israele che appunto, nello stesso giorno, festeggia la sua nascita.

Il Coordinamento delle Comunità Palestinesi in Italia, l’API (Associazione dei Palestinesi in Italia) e l’UDAP (Unione Democratica Arabo Palestinese in Italia) hanno invitato tutti gli italiani a manifestare perché – scrivono nel loro appello – “ogni violazione della Legalità Internazionale è una minaccia grave alla Libertà di ogni Paese ed un attentato alla pacifica convivenza dei Popoli. Un mondo in cui le ragioni del Diritto sono soppiantate dall’arbitrio della forza non sarà mai pacificato.”

In realtà la dichiarazione di Trump ha calpestato la Risoluzione Onu 178/80 ed ha mostrato al mondo il suo essere protettore e “padrino” di Israele facendo perdere di fatto e de jure agli Stati Uniti la possibilità di essere arbitro nel conflitto tra lo Stato di Israele da una parte e il popolo palestinese e le istituzioni che lo rappresentano dall’altra.

Tra due giorni ricorrerà il settantesimo anniversario dell’autoproclamazione, per bocca di Ben Gurion, della nascita dello Stato di Israele al di fuori dei termini indicati dalla Risoluzione 181/47 dell’ONU e non seguendo le indicazioni della stessa, come

erroneamente molti sostengono, e da quel giorno ad oggi le condizioni del popolo palestinese sono andate regolarmente peggiorando sebbene non si sia mai verificata l’errata profezia di Ben Gurion che “i vecchi moriranno e i giovani dimenticheranno“. Questo lo prova il fatto che a 70 anni di distanza la resistenza palestinese è ancora viva e, in particolare nella Striscia di Gaza, ancora fortemente vitale come dimostra la tenuta della “Grande marcia del ritorno” la quale, nonostante 54 morti e circa 6000 feriti, va avanti dal 30 marzo e che Israele, nonostante la benevola tolleranza della maggior parte dei governi e dei media internazionali, non riesce a fermare.

L’appello si rivolge alla società civile italiana, ai sindacati, ai partiti democratici, alle associazioni e a tutte le forze democratiche e progressiste affinché si attivino collettivamente per impedire ogni forma di accordo militare tra lo Stato italiano e Israele. Gli organizzatori della manifestazione, in prima persona, chiedono al Governo italiano di adoperarsi per il riconoscimento europeo dei legittimi diritti del popolo palestinese, per mettere fine alle politiche di aggressione di Israele, utilizzando anche la pressione economica e commerciale su quello Stato e perché si rispettino le risoluzioni ONU e quindi non vengano trasferite le ambasciate a Gerusalemme. Chiedono la fine dell’assedio di Gaza, lo smantellamento delle colonie israeliane nei territori palestinesi, il diritto al ritorno dei profughi palestinesi come previsto dalla risoluzione 194 dell’Onu, la libertà di tutti i prigionieri politici nelle carceri israeliane, il rispetto della legalità internazionale e di tutte le Risoluzioni ONU che riguardano la Palestina, infine il rispetto all’autoderminazione dei popoli che porti alla costruzione di uno Stato libero, democratico e laico in Palestina con Gerusalemme est sua capitale.

Sicuramente una parte importante nella riuscita di questa manifestazione l’avrà l’eco che arriva da Gaza circa la determinazione e la partecipazione numerosa e trasversale alle fazioni politiche con cui i palestinesi della Striscia stanno portando avanti la loro lotta per rompere l’assedio e ottenere il rispetto della Risoluzione 194 che riguarda tutti i palestinesi della diaspora sia interna che esterna.

La lezione politica che sta arrivando dalla Striscia non necessariamente toccherà il cuore politico dei vertici dell’Anp e di Hamas, ma la base sembra aver capito che solo facendo fronte unito sarà forse possibile dare una svolta a questo interminabile conflitto tra lo Stato d’Israele, che ha uno degli eserciti  più importanti del mondo, e il popolo palestinese che, pur non riuscendo ancora ad avere un proprio Stato, né il rispetto dei basilari diritti umani, seguita a resistere alla violenza dell’occupante.

Israele anche ieri ha ucciso, sia nella Striscia di Gaza che nei Territori Occupati, altri giovani disarmati che non sopportano più di essere chiusi in gabbia, Anche ieri dei coloni israeliani hanno tentato di dar fuoco ad un’abitazione palestinese, hanno fatto aggredire dai propri cani un gregge nei pressi di Hebron ed hanno investito un ragazzo sulla strada ma i media occidentali  tacciono e le Istituzioni internazionali lasciano fare senza rendersi conto che quando un popolo non ha più molto da perdere, la sicurezza del suo oppressore non troverà mai misure sufficienti per essere completa.

La riuscita o meno della manifestazione di oggi sarà la cartina di tornasole per capire se il popolo italiano è sensibile alle richieste di legalità e di giustizia del popolo palestinese o se questo tema non lo interessa più e lascia i palestinesi soli nella loro legittima lotta.

 

Sorgente: A due giorni dalla Naqba, i palestinesi della diaspora scendono in piazza – Pressenza

Le parole di Abu Mazen e l’ipocrisia dei governi sul sionismo

di Sergio Cararo

Come prevedibile, dopo Usa e Israele, anche l’Unione Europea ha condannato il presidente dell’Anp Abu Mazen per il suo discorso al Consiglio Nazionale Palestinese. “Il discorso pronunciato il 30 aprile dal presidente palestinese Abu Mazen conteneva commenti inaccettabili sulle origini dell’Olocausto e sulla legittimità di Israele. Tale retorica gioverà solo a chiunque non voglia una soluzione a due Stati, che il presidente Abu Mazen ha ripetutamente sostenuto”.

Quando sentiamo che la parola d’ordine “pace in Medio Oriente, due popoli due stati” è regolarmente alla base delle dichiarazioni di leader politici europei e di chi vuole la pace, della sinistra e della destra europea, non possiamo non chiederci se c’è qualcosa che non quadra. Come mai un progetto così definito e con un consenso così unanime non ha mai fatto un passo in avanti negli ultimi venticinque anni dagli accordi di Oslo?

Prima Israele e Usa sostenevano che l’ostacolo era Arafat. Ma Abu Ammar è stato prima isolato, assediato e poi forse ucciso. Poi l’ostacolo era diventato Hamas che aveva vinto le elezioni. Poi era il contenuto delle preghiere del venerdi alla moschea di Al Aqsa a Gerusalemme o il contenuto dei libri di testo degli alunni palestinesi.
Adesso è diventato il discorso di Abu Mazen al Consiglio Nazionale Palestinese. Potrebbe andare avanti ancora per anni ma il risultato concreto prodotto vede, nei fatti, la negazione di ogni possibilità di nascita di uno Stato palestinese indipendente, con confini definiti, sovrani e riconosciuti internazionalmente.
La questione l’ha già liquidata Trump mesi fa quando ha detto che l’idea di uno Stato palestinese era ormai obsoleta e da rivedere. Ma l’ha liquidata pochi giorni fa anche il principe ereditario saudita Bin Salman quando, in visita negli Usa dove ha incontrato esponenti di rilievo dell’ebraismo statunitense, ha affermato che “i palestinesi devono accettare quello gli viene offerto, punto e basta”. Non solo, Bin Salman ha reso esplicita anche l’alleanza strategica tra Arabia Saudita e Israele affermando che il nemico dell’Arabia Saudita non è Israele ma l’Iran.
Noi dobbiamo rovesciare la logica ed anche rovesciare il tavolo dove ci vorrebbero costringere a ragionare ed agire.
Se in Medio Oriente il problema sono i rapporti di forza con Israele e la solitudine dei palestinesi traditi dai regimi arabi reazionari e filoimperialisti, il problema qui da noi – nei nostri dibattiti e nella nostra azione politica – è anche rompere il tabù del dibattito sul sionismo per affrontarlo in quanto ideologia e progetto politico coloniale perfettamente aderente alla logica colonialista nata proprio qui in Europa.
Dieci anni fa, in occasione del 60 anniversario della fondazione dello Stato di Israele, le elite dominanti in Italia hanno voluto dedicare la Fiera del Libro di Torino a Israele senza parlare della Palestina. Pensavano di poterlo fare senza problemi e con grande normalità, consumando così un vero e proprio politicidio della cultura, della identità e della storia dei palestinesi come se non esistessero, come se i popoli colonizzati fossero un dettaglio irrilevante della storia contemporanea. Ma fortunatamente glielo dieci anni fa glielo abbiamo impedito con una campagna politica efficace.
Tra pochi giorni, in occasione del 70° anniversario della fondazione dello Stato israeliano, ci proveranno nuovamente facendo partire il Giro d’Italia da Israele e proprio da “capitale a capitale”, cioè partenza da una Gerusalemme contesa e contestata come capitale di Israele e arrivo a Roma, capitale del paese organizzatore dell’evento.
Una operazione ben congegnata dagli apparati ideologici di stato israeliano e che, fortunatamente, anche in questa occasione sta incontrando proteste nel nostro paese da parte di chi vuole impedire il politicidio dei palestinesi.
Ma la grancassa suonata e amplificata sul discorso di Abu Mazen, sta rimettendo in moto anche un’altra impossibile simmetria contro cui dobbiamo batterci apertamente e cioè che chi è antisionista è anche antiebraico (non uso la categoria antisemitismo perché è sbagliata in tutti i sensi).
Partiamo da una domanda semplice semplice. Ma chi si oppone alla destra nel nostro paese e alla sua ideologia xenofoba, razzista, prevaricatrice è forse anti-italiano?
O chi lotta contro i neoconservatori statunitensi è forse antiamericano?
Ormai si arriva a negare che la politica, le ideologie, il diverso posizionamento politico, la storia, abbiano una loro logica e un loro ruolo negli sviluppo degli avvenimenti.
I sionisti italiani (che non sono necessariamente ebrei ma sono coloro che aderiscono appunto ad un progetto politico) sostengono che il sionismo sia come il Risorgimento italiano. Anche su questo occorre discutere di almeno un paio di questioni.
La prima è che va detto che non tutti gli ebrei europei fossero o siano sionisti. Nel primo Novecento c’erano infatti anche i Bundisti (che avevano l’egemonia fino agli anni Trenta essendo legati alle correnti ideologiche del movimento operaio in crescita in tutta Europa). Vogliamo dirlo che i sionisti hanno collaborato con le forze più reazionarie europee per indebolire e annientare i bundisti? Vogliamo dirlo che l’insurrezione del Ghetto di Varsavia è stata guidata dai bundisti e dai comunisti anche contro quei sionisti che collaboravano con l’occupazione nazista?
Secondo. Se il Risorgimento italiano ha portato ad una delicata (e oggi vediamo ancora quanto fragile) unità nazionale del paese, possiamo negare che quella del Tirolo e di alcuni parti della Slovenia e della Croazia è stata una annessione colonialista prima e fascista poi? Che il Risorgimento e il nazionalismo di stampo liberale hanno prodotto anche il colonialismo italiano in Africa, l’ideologia della Quarta Sponda e della Grande Proletaria che si è mossa?
Dentro la storia, le forze in campo si dividono per classi sociali, per ideologia, per interessi materiali e ambizioni politiche. L’unicità dell’ebraismo intorno al sionismo e dunque intorno al progetto di uno stato ebraico in Israele, è una menzogna smentita dalla storia e dall’attualità.
Ci sono stati nella storia e ci sono oggi migliaia di ebrei in Israele e nel mondo che non sono affatto sionisti e al contrario si battono – in quanto soggetti politici – contro il progetto sionista.
Il peso dello sterminio degli ebrei in Europa da un lato ha trasformato un orrore indiscutibile in uno standard acritico che devia e condiziona continuamente il dibattito sulla questione palestinese, dall’altro ha innescato un blocco nel dibattito e nell’analisi storica, che ha privato la sinistra di ogni supporto intellettualmente attivo, che l’ha inchiodata alla ritirata culturale e politica davanti alla spregiudicatezza degli apparati ideologici dello stato israeliano.
Avendo accettato senza reagire che gli storici, i giornalisti, gli intellettuali, i registi italiani, europei, israeliani e palestinesi venissero ostracizzati o ridotti al silenzio dagli anatemi dei gruppi sionisti, la sinistra da dove poteva attingere le idee per rinnovare una identità internazionalista adeguata alle sfide del XXI° Secolo?
Le ultime edizioni delle manifestazioni del 25 aprile a Roma o la campagna per il boicottaggio della Fiera del Libro di Torino dedicata a Israele dieci anni fa, hanno dimostrato che se c’è ed agisce concretamente una soggettività attiva, una rete di associazioni, attivisti, intellettuali con una logica internazionalista che “tiene il punto”, che non abbassa la testa e non capitola davanti agli assalti del blocco sionista in Italia, può accadere che gli intellettuali, i giornalisti, il popolo della sinistra e finanche qualche dirigente politico prenda coraggio e che i palestinesi si sentano – finalmente – meno soli nella loro lotta di liberazione.
Alcuni anni fa Gino Strada disse una cosa importante: “Oggi è come ti schieri contro guerra e non sulla pace la vera discriminante”. Per questo non dobbiamo arretrare di un millimetro dalla tesi che nessuna pace sia possibile o accettabile in Medio Oriente senza rendere giustizia al popolo palestinese.

( Fonte: Contropiano.org )

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La bufala di Abu Mazen “antisemita”. Fact-checking delle sue dichiarazioni

I mass media occidentali, zeppi di giornalisti asserviti ai poteri forti occidentali ed al loro alleato Israele, si sono scatenati su alcune dichiarazioni di Abu Mazen bollandolo come razzista antisemita.

di Vincenzo Brandi

Il più grande popolo semita della Terra è il popolo arabo del Medio Oriente. Ma perché un suo rappresentante, il palestinese Mohamed Abbas, detto Abu Mazen, dovrebbe fare dichiarazioni antisemite?
I mass media occidentali, zeppi di giornalisti asserviti ai poteri forti occidentali ed al loro alleato Israele, si sono scatenati su alcune dichiarazioni di Abu Mazen bollandolo come razzista antisemita. Ma cosa ha detto esattamente il notoriamente moderato rappresentante palestinese? Egli è certamente esacerbato dal fallimento di 20 anni di inutili trattative con Israele, la cui politica diventa sempre più spietata verso la popolazione palestinese cacciata, espropriata, assediata e sottoposta ad occupazione militare, e sempre più guerrafondaia con le continue provocazioni e gli attacchi contro Siria, Libano e Iran. Ma le dichiarazioni di Abu Mazen in realtà espongono con chiarezza fatti noti che si cerca di oscurare con un fuoco di sbarramento fatto di false accuse infamanti.

Il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese ha ricordato che Israele è una realtà coloniale creata dall’Impero Britannico. Ed infatti è noto che la Palestina, dopo la caduta dell’Impero Ottomano, fu data in custodia coloniale (o “mandato”) alla Gran Bretagna che ne profittò per far affluire nell’area un gran numero di immigrati ebrei conquistati dall’ideologia sionista che predicava il “ritorno” in Palestina. La cosa era stata concordata tra il ministro inglese Lord Balfour ed i dirigenti sionisti.

Affluirono così in Palestina, paese allora abitato quasi esclusivamente da Arabi, centinaia di migliaia di coloni ebrei sionisti. Le proteste e le rivolte palestinesi tra il 1936 ed il 1939 furono represse con migliaia di morti dall’esercito britannico spalleggiato da milizie ebraiche.

Abu Mazen ha giustamente ricordato che la maggior parte di questi coloni non avevano nulla a che fare con gli antichi Ebrei (antiche tribù semite simili agli Arabi), ma erano Askenaziti, ovvero popolazioni di origini turco-ucraine. Per chi non vuole crederci consiglio di leggere il bel libro del professore ordinario di storia dell’Università di Tel Aviv, l’israeliano ebreo Shlomo Sand: “L’Invenzione del Popolo Ebraico”. Sand ricordava che altri Ebrei moderni sono di origine berbera (i Sefarditi), o etiopica (i Falashah). Solo una minoranza è semita (quella di origine araba!).

Dopo la seconda guerra mondiale, nel 1947, sotto la spinta degli Stati Uniti, l’ONU propose una spartizione truffaldina della Palestina: il 55% del territorio doveva andare ai coloni ebrei, che allora erano meno del 30% della popolazione.

Intere zone abitate solo da Arabi venivano assegnate al progettato stato ebraico. Questo fu il segnale per le ben organizzate milizie ebraiche e per i gruppi terroristi ebraici guidati da Begin e Shamir per iniziare una feroce pulizia etnica delle popolazione arabe, che continuò nel 1948 con la cacciata di due terzi della popolazione araba, finita profuga nei paesi vicini. Il 15 maggio 1948 fu proclamato lo stato di Israele su quasi il 78% della Palestina, ben oltre i confini previsti dalla stessa ONU. Questo avvenimento è giustamente ricordato dai Palestinesi come la “Nakba”, cioè la catastrofe. Il tardivo e debole intervento di alcuni stati arabi non modificò la situazione.
Nel 1967 l’occupazione della Palestina fu completata con la guerra dei 6 giorni ed iniziò l’ulteriore colonizzazione di quel 22% di territorio rimasto ai Palestinesi, compresa Gerusalemme Est, cioè la parte araba di Gerusalemme.

I soliti giornalisti ed i sionisti fanatici, come la nota Fiammetta Nierestein, residente come colona a Gerusalemme Est, si sono accaniti in particolare contro una frase di Abu Mazen che ricordava come le passate persecuzioni contro le comunità ebraiche in Europa (ma non nei paesi arabi dove gli Ebrei potevano vivere tranquillamente!) erano legate anche a fattori non religiosi, ma sociali, come la pratica del prestito ad interesse che era praticato da alcuni rappresentanti delle comunità ebraiche, essendo vietata nel Medio Evo ai Cristiani. Sul perché delle passate persecuzioni, che nessuno nega, ci sarebbe da discutere, ma profittare di questa frase per gettare fango su un esponente sempre molto moderato e fin troppo disponibile come Abu Mazen è ridicolo.

Ci sarebbe da discutere anche sui motivi di più recenti persecuzioni, come quella operata dai Nazisti in Germania. Si può pensare che abbia giocato un motivo cinicamente demagogico come quello di gettare sugli Ebrei (che in realtà erano molto ben inseriti nella società tedesca) la colpa delle difficoltà economiche in cui versavano il proletariato e la piccola borghesia tedesca, fidando sul consenso della parte meno cosciente del proletariato e della piccola borghesia sciovinista. Questo però non giustifica la feroce occupazione e la pulizia etnica della Palestina (così ben descritta nel classico libro di un altro noto storico israeliano, Ilan Pappe) operata contro una popolazione che mai aveva perseguitato gli Ebrei.

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Occupazione. Un anno di droga, nessuna ripresa

I nuovi dati dell’Inps sui contratti di lavoro confermano che nel 2016 facciamo costantemente peggio del 2014.

La distanza con il 2015 è enorme non solo nei contratti a tempo indeterminato (al netto delle cessazioni), ma anche nelle trasformazioni che ci dicevano essere un’evidenza della volontà di stabilizzare i lavoratori grazie al JobsAct.

Il mercato nel 2015 è stato evidentemente drogato. nessuna scusa.

Corrono i voucher: nei primi sei mesi del 2016 ne sono stati venduti 69,899,824 (+ 40% rispetto allo stesso periodo del 2015).

Amen.

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