Rapporto ONU sull’apartheid israeliano

Rapporto Onu: Pratiche israeliane nei confronti del popolo palestinese e questione dell’Apartheid di Richard Falk e Virginia Tilley Dal 10 al 17 marzo 2019 sarà in Italia e in Slovenia (Torino, Lubiana, Trieste, Bologna, Roma) per una serie di incontri la Prof. Virginia Tilley, co-autrice, insieme al giurista Richard Falk, del rapporto commissionato dall’ONU

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Le case farmaceutiche israeliane testano farmaci sui prigionieri palestinesi.

La professoressa israeliana Nadera Shalhoub-Kevorkian ha rivelato ieri che le autorità di occupazione israeliane rilasciano permessi a grandi aziende farmaceutiche per effettuare test su prigionieri palestinesi e arabi, ha riferito Felesteen.ps.

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Gli Stati Uniti e le potenze straniere sostengono gruppi terroristici, dice Rouhani nell’incontro con Erdogan

Il presidente iraniano Hassan Rouhani (S) e il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan stringono la mano ai margini di un summit siriano nella città turistica russa di Sochi il 14 febbraio 2019. (Foto IRNA)14 febbraio 2019

Il Presidente iraniano Hassan Rouhani si è scagliato contro gli Stati occidentali, in particolare gli Stati Uniti…

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L’UNICEF condanna l’esercito israeliano per l’omicidio di bambini palestinesi

IMEMC. L’UNICEF è “profondamente rattristato” per la morte di due ragazzini di 13 e 17 anni, uccisi venerdì dall’esercito israeliano di occupazione, vicino alla barriera di confine nella Striscia di Gaza sotto assedio. “Le circostanze esatte della loro morte sono sotto indagine”, ha spiegato sabato l’UNICEF in una dichiarazione. “Dall’inizio dell’anno sono 4 i bambini…

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Rapporto: Diplomazia cristiana palestinese nella lotta contro i sionisti cristiani

Il governo palestinese si sta rivolgendo alla propria comunità cristiana e persino ai suoi evangelici per lottare contro i corrotti sionisti cristiani. Negli ultimi mesi i funzionari del ministero degli Esteri palestinese si sono trovati in una situazione di incertezza. Nonostante il forte sostegno alla causa palestinese nel mondo, una manciata di piccoli paesi latinoamericani…

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Tutti i programmi elettorali israeliani promettono l’assorbimento di un milione di nuovi coloni.

di Madeeha Araj/ NBPRS/PNNNN Il National Bureau for Defending Land and Resisting Settlements ha detto, nel suo rapporto settimanale, che, secondo i dati pubblicati dall’Israeli Central Bureau of Statistics, il governo del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha stabilito, durante l’ultimo decennio, 7 nuovi insediamenti nella Cisgiordania occupata, tra cui sei “città di insediamento” e…

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Controllare il messaggio, controllare il mondo: Dal Vietnam al Venezuela

Scott Patrick 12 febbraio 2019 Nel 2019, un colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti sta avendo luogo in America Latina contro il…

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I falsi ebrei

La mitologia del moderno Israele

La mitologia del moderno Israele
(Foto di Leopoldo Salmaso)

di Tariq Ali 1

Questo articolo è la trascrizione da una conferenza tenuta presso la Rothko Chapel

 

“…

Al fine di creare un mito per giustificare l’esistenza dello stato di Israele, i leader sionisti avevano due argomenti:
– uno, che queste erano terre bibliche storicamente appartenenti al popolo ebraico;
– e in secondo luogo, queste terre erano concentrate in quella che oggi è la Palestina.

Quindi l’occupazione della Palestina e la creazione di Israele in questo particolare territorio era assolutamente essenziale.

Ora, sapete, molti di noi hanno confutato la loro tesi, e anche loro confutano lenostre, ma… non è questo il punto.

Quello che interessa qui è che uno storico ebreo molto illustre, o dovrei dire uno storico israeliano, perché lui preferisce essere definito storico israeliano, Shlomo Sand dell’Università di Tel Aviv, ha scritto un libro molto interessante che ha scatenato una tempesta. Il suo libro, che è stato scritto inizialmente in ebraico, è diventato un best-seller in Israele, ha travolto il paese come un uragano. Ci volle un po’ di tempo prima che venisse pubblicato in Occidente, ma alla fine lo fu, prima in Francia e poi in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Ha suscitato un grande dibattito ed è stato molto interessante il fatto che Shlomo Sand ha essenzialmente decostruito tutti i miti del sionismo, con molta calma. Ha detto: “Guardate, non dovremmo usare questi miti per giustificare l’esistenza di Israele”.

Israele è qui per restare. Penso che tutti i cittadini di Israele, siano essi ebrei o palestinesi, arabi, cristiani, musulmani, dovrebbero avere gli stessi diritti. E dovremmo bloccare la legge per cui, se sei ebreo, puoi tornare in questa terra. È pazzesco, ha detto, perché dovremmo farlo ancora? Ma per far valere questo argomento egli ha fatto davvero molto lavoro storico e antropologico, e ha sostenuto che, dopo la distruzione del tempio nel 70 d.C., contrariamente alla mitologia non ci sono state espulsioni di ebrei dalla regione. (Shlomo) ha giustamente sottolineato che i romani non avevano l’abitudine di espellere le popolazioni dalle terre che avevano conquistato, perché erano molto intelligenti e avevano bisogno di coltivatori e persone che lavoravano in quelle terre, perché le legioni romane non lo facevano.

E lui (Shlomo) ha detto che non solo non c’erano espulsioni, ma, allo stesso tempo, c’erano sltre comunità ebraiche che contavano 4 milioni di persone, cioè un numero enorme per quei tempi, in Persia, Egitto, Asia Minore e altrove, che erano e sono rimaste fuori (dalla Palestina).

Egli ha anche sostenuto che l’idea che la fede ebraica, dopo la separazione da essa del movimento riformatore conosciuto come cristianesimo, non credesse nel proselitismo è del tutto falsa: ne fecero di proselitismo, molte persone si convertirono; alcuni si convertirono spontaneamente, mentre gli ebrei askenazisti in particolare nacquero dalle conversioni di massa ai margini del Mar Caspio, tra il VII e il X secolo, fra i Kazari, che finalmente adottarono l’ebraismo e si convertirono all’ebraismo in massa (per decreto regale -NdT), e questi sono gli ebrei ashkenazisti che popolarono l’Europa, e i ghetti d’Europa, e che soffrirono sotto l’Olocausto e tutto il resto.

Queste sono le persone che discendono dai Kazari. Loro in particolare, come dice Shlomo, costituivano la maggior parte del movimento sionista, non avevano assolutamente alcun legame con le terre arabe. Poi lui si è spinto oltre e ha detto: se la Palestina non è l’unica patria ancestrale degli ebrei, che cosa è successo a tutti gli ebrei in questi paesi? E qui trova una spiegazione devastante: dice che in larga maggioranza si sono convertiti all’Islam. Si sono convertiti all’Islam, la maggior parte di loro, non tutti, come molti altri popoli di quella regione all’epoca.

E dice che i palestinesi che abbiamo espulso e oppresso sono i diretti discendenti degli ebrei che un tempo vivevano, vivevano realmente in questa terra. È un libro notevole, e ha creato un enorme dibattito, e il dibattito, dice, non è in Israele. Ed è interessante questo: la maggior parte degli storici israeliani accettano che questa ricostruzione storica è accurata, ma dicono che la loro risposta alla scienza è: “beh, sai, ogni nazione crea la propria mitologia, quindi qual è il grande problema?”. Anche questo è vero, tra l’altro, ma questa mitologia è molto potente, e molto efficace perché questa mitologia è stata diffusa e opera ancora.

Voglio dire, a nessuno importerebbe la mitologia se tutto fosse stato sistemato e se fosse stato raggiunto un accordo, ma poiché non lo è stato, diventa una forza dirompente. E lo stesso Shlomo Sand non è affatto una figura radicale. Dice: “io non sono un sionista hardcore ma credo in Israele, però penso che tutti i cittadini dovrebbero avere gli stessi diritti e non si può dire ai palestinesi: “non tornate in terre che vi sono state portate via”, e intanto continuare a dire agli ebrei, ovunque si trovino in qualsiasi parte del mondo: “potete tornare quando volete”. E ha detto che è per questo che lui ha scritto il libro: per lottare per l’uguaglianza. E i grandi attacchi al libro sono arrivati dalla diaspora. Voglio dire che il New York Times ne ha fatto una grande, grande recensione, il che ha creato un’enorme controversia. E in Francia e in Gran Bretagna non ci sono state polemiche, nel complesso si è accettato che ciò che lui sosteneva fosse vero. Intendo dire che tutti gli storici che hanno recensito il libro hanno detto che è accurato, sapete, non si può estrometterlo dalla storia, perché noi accettiamo le sue tesi. Ma la diaspora era arrabbiata anche solo per il fatto che fossero state esposte, così Sand rispose in modo molto acuto: “Beh, se siete così ansiosi di dire che ho torto e che quello che sto facendo danneggia Israele, perché non mettete i vostri soldi dove avete messo la bocca, e lasciate la diaspora e venite a stabilirvi in Israele?

Ha detto: “Se siete così appassionati per Israele, perché non venite a vivere qui? Noi viviamo qui e sappiamo come viviamo”. E ha detto ancora: “non viviamo bene, né noi né i non ebrei di quella parte del mondo, ed è per questo che ho scritto il mio libro”.

Ora, Shlomo è un tipo molto coraggioso, tra l’altro non è l’unico: molti storici israeliani hanno scritto libri di questo tipo, ma hanno avuto qualche impatto sui governanti del mondo o sui governanti di Israele?

E qui penso che la risposta sia no.

Una delle cose interessanti che Shlomo Sand cita nel suo libro è una dichiarazione di David ben Gurion, uno dei padri fondatori di Israele, nel 1918, dove ben Gurion scrive: “Sapete, la gente chiede cosa è successo agli ebrei che vivevano in questa regione. Erano fedeli alla terra e per rimanere in questa terra, dice, la maggior parte degli ebrei sono diventati musulmani”. Così lui lo sapeva, e loro lo sapevano, i capi di Israele, che questa mitologia che si stava creando sulla base delle citazioni dell’Antico Testamento era in gran parte mitologia, non basata su alcuna realtà storica.

Ecco quindi un esempio di abuso della storia, un abuso che scatena un dibattito enorme e molto creativo, ma naturalmente i soli dibattiti e i libri, anche se forti e potenti come quello scritto da questo storico israeliano, non influenzano le menti dei politici o dei governanti perché alla fine non governano sulla base dei miti. I miti servono per tenere le persone in riga, essi governano per altri motivi: per mantenersi al potere, per mantenere il controllo della società così com’è, e questo non vale solo per Israele, si applica alla maggior parte dei governanti delle diverse parti del mondo, del mondo di oggi.

…“.

 

1 Tariq Ali è uno scrittore, giornalista, storico, regista, attivista politico e intellettuale pubblico. E’ membro del comitato editoriale della New Left Review e di Sin Permiso, e contribuisce a The Guardian, CounterPunch e alla London Review of Books. Insegna Filosofia Politica ed Economica all’Exeter College, Oxford.

È autore di diversi libri, tra cui ‘Pakistan: regime militare o potere al popolo (1970); ‘Il Pakistan può sopravvivere? Morte di uno Stato’ (1983); ‘Scontro di fondamentalismi: crociate, jihad e modernità’ (2002); ‘Bush a Babilonia’ (2003); ‘Conversazioni con Edward Said’ (2005); ‘Pirati dei Caraibi: Asse della speranza’ (2006); ‘Un banchiere per tutte le stagioni’ (2007); ‘Il duello’ (2008); ‘La sindrome di Obama’ (2010); e ‘Il centro estremo: Un avvertimento’ (2015).

 

Traduzione dall’inglese di Leopoldo Salmaso


The Mythology of Modern Israel

The Mythology of Modern Israel
(Image by Flickr, modified)

by Tariq Ali1

This article is a transcription extracted from a conference at Rothko Chapel.

 

“…
In order to create a myth to justify the existence of the state (Israel), the Zionist leaders of Israel had two arguments:
– one, that these were biblical lands historically belonging to the Jewish people;
– and secondly, these lands were concentrated in what is now Palestine.

Therefore the occupation of Palestine and the creation of Israel in this particular territory was absolutely essential.

Now, you know, many of us argued against, and they would say they argue too, but… we don’t matter.
What is interesting now is that a very distinguished Jewish historian, or I should say an Israeli historian because that is: he prefers being referred to as an Israeli historian, Shlomo Sand at the University of Tel Aviv, wrote a very interesting book which created a storm. And his book, which was written initially in Hebrew, became a best-seller in Israel, just took the country by storm. It took some time before it was published in the West but it finally was, first in France and then in Britain and the United States. It created a big debate and what was very interesting was that Shlomo Sand essentially deconstructed all the myths of Zionism, quite calmly, and he said: “look, we shouldn’t use these myths to justify the existence of Israel”.
Israel is here to stay. I think all the citizens of Israel, whether they’re Jews or Palestinians, Arabs, Christians, Muslims, should have the same rights. And we should stop the right that, if you’re a Jew, you can come back to this land. It’s crazy, he said, why should we do this anymore? But in order to put this argument forward he really did a lot of historical and anthropological work, and he argued that, after the destruction of the temple in AD 70, contrary to mythology there were no expulsions of Jews from the region. He pointed out correctly that the Romans were not in the habit of expelling populations from lands that they conquered, because they were very intelligent and they needed cultivators and people working the areas, because the Roman legions didn’t do that.

And he (Shlomo) said not only were there no expulsions but, at the same time, there were Jewish communities numbering 4 million people, which is a huge amount for those times, in Persia, Egypt, Asia Minor and elsewhere, who stayed out.

And he then argued that the notion that the Jewish faith, after the separation of the reform movement known as Christianity from it, didn’t believe in proselytization is totally false: they did (proselitism), many people were converted; some converted themselves, and the Ashkenazi Jews in particular grew out of the mass conversions on the edge of the Caspian Sea, between the seventh and tenth centuries, off the khazars, who finally adopted Hebrew and converted to Judaism wholesale, and these are the Ashkenazi Jews who peopled Europe, and the ghettos of Europe, and who suffered under the Holocaust and all that.

These are those people descending from the khazars so he (Shlomo) said they in particular, who formed the bulk of the Zionist movement, had absolutely no connection with the Arab lands at all. Then he went even further so he said: if Palestine is not the unique ancestral homeland of the Jews, what happened to all the Jews in these countries? And here he comes up with a devastating explanation: he says by and large in their majority they converted to Islam, they converted to Islam, most of them not all of them, as many other people did in that region at the time.

And he says that the Palestinians whom we have been expelling and oppressing are the direct descendants of the Jews who used to live, actually live in this land. It’s a remarkable book, and it has created a huge debate, and the debate, he says, is not in Israel. And it’s interesting this: most Israeli historians accept that this is accurate, but they say their response to science is to say: well, you know, every nation creates its own mythology so what’s the big deal? But you know this is also true, by the way, but this mythology is very potent, and very powerful because this thing that is unleashed is still going on.

I mean, no one would mind the mythology if everything had been settled and some agreement had been reached, but because it hasn’t, it becomes a very disruptive force. And Shlomo Sand himself is by no means a radical figure. He says: I’m not a hardcore Zionist but I believe in Israel, except that I think all citizens should have equal rights and you can’t say to the Palestinians: “don’t come back to lands that were taken away from you”, as long as you keep saying to Jews, wherever they may be in whichever part of the world: “you can come back whenever you want”. And he said that’s why he wrote the book: to fight for equality. And the big attacks on the book have come from the Diaspora. I mean the New York Times ran a big, big review of it, which created a huge controversy. And in France and in Britain there was no controversy at all, by and large it was accepted that what he argued was true. I mean all the historians who reviewed the book said it’s accurate, you know, you can’t sort of catch him out of history, because we accept this. But the Diaspora was angry that this had even been said, to which Sand replied very very sharply: “well, if you’re so keen to say that I’m wrong and what I’m doing is harming Israel, why don’t you put your money where your mouth is, and leave the diaspora and come and settle in Israel?”.

He said: “if you’re that keen on the country, why don’t you come and live here, we live here and we know how we live”. And he said that: “how we live is not good, either for us or for the non-jews in that part of the world, and that is why I’ve written my book”.

Now, he’s a very courageous guy, by the way he’s not the only one: many Israeli historians have written books of this sort but do they have any impact on the rulers of the world or the rulers of Israel?
And here I think the answer is no.

And one of the interesting thing Shlomo Sand quotes in his book is a statement from David ben Gurion, one of the founding fathers of Israel, in 1918, where ben Gurion writes: “you know, people ask what happened to the Jews who lived in this region. They were loyal to the land and in order to stay in this land, he says, most of the Jews became Muslims”. So he knew it, and they knew it, the leaders of Israel, that this mythology that was being created on the basis of quotations from the Old Testament was largely mythology, not based on any historical reality at all.

So here you have an example of history being abused, but at the same time the abuse triggering off a huge and very creative debate, but of course debates alone and books, even as strong and powerful as the one written by this Israeli historian, do not sway the minds of politicians or rulers because ultimately they do not rule on the basis of the myths. The myths are to keep people in line, they rule for other reasons: to keep themselves in power, to keep control of the society as it is, and this doesn’t just apply to Israel, it applies to most of the rulers of different parts of the world, of the world today.
…”

Tariq Ali is a BritishPakistani writer, journalist, historian, filmmaker, political activist, and public intellectual. He is a member of the editorial committee of the New Left Review and Sin Permiso, and contributes to The Guardian, CounterPunch, and theLondon Review of Books. He reads PPE at Exeter College, Oxford.
He is the author of several books, including Pakistan: Military Rule or People’s Power (1970), Can Pakistan Survive? The Death of a State (1983), Clash of Fundamentalisms: Crusades, Jihads and Modernity (2002), Bush in Babylon (2003), Conversations with Edward Said (2005), Pirates Of The Caribbean: Axis Of Hope (2006), A Banker for All Seasons (2007), The Duel (2008), The Obama Syndrome (2010) and The Extreme Centre: A Warning (2015).


La mitología de Israel moderno

La mitología de Israel moderno
(Imagen de Flickr, modificado)

Por Tariq Ali[1]

Este artículo es una transcripción extraída de una conferencia en la Capilla Rothko.

“…

Para crear un mito que justificara la existencia del Estado (Israel), los líderes sionistas de Israel tenían dos argumentos:

– uno, que estas eran tierras bíblicas que pertenecían históricamente al pueblo judío;

– y, en segundo lugar, estas tierras estaban concentradas en lo que ahora es Palestina.

Por lo tanto, la ocupación de Palestina y la creación de Israel en este territorio en particular eran absolutamente esenciales.

Ahora, ustedes saben, muchos de nosotros discutimos en contra, y ellos dirían que ellos también lo hacen, pero… no nos importa.

Lo que es interesante ahora es que un historiador judío muy distinguido, o debería decir un historiador israelí, porque eso es: prefiere que se le llame historiador israelí, Shlomo Sand, de la Universidad de Tel Aviv, escribió un libro muy interesante que creó una tormenta. Y su libro, que fue escrito inicialmente en hebreo, se convirtió en un best-seller en Israel, simplemente tomó el país por asalto. Pasó algún tiempo antes de que se publicara en Occidente, pero finalmente lo fue, primero en Francia y luego en Gran Bretaña y los Estados Unidos. Creó un gran debate y lo que fue muy interesante fue que Shlomo Sand esencialmente deconstruyó todos los mitos del sionismo, con bastante calma, y dijo: “Mira, no deberíamos usar estos mitos para justificar la existencia de Israel”.

Israel está aquí para quedarse. Creo que todos los ciudadanos de Israel, ya sean judíos o palestinos, árabes, cristianos, musulmanes, deberían tener los mismos derechos. Y debemos detener el derecho de que, si eres judío, puedes volver a esta tierra. Es una locura, dijo, ¿por qué deberíamos seguir haciendo esto? Pero para poder presentar este argumento, él realmente hizo mucho trabajo histórico y antropológico, y argumentó que, después de la destrucción del templo en el año 70 d.C., contrariamente a la mitología, no hubo expulsiones de judíos de la región. Señaló correctamente que los romanos no tenían la costumbre de expulsar a las poblaciones de las tierras que conquistaron, porque eran muy inteligentes y necesitaban cultivadores y gente que trabajara en las zonas, porque las legiones romanas no lo hacían.

Y él (Shlomo) dijo que no sólo no hubo expulsiones, sino que, al mismo tiempo, hubo comunidades judías de 4 millones de personas, lo cual es una cantidad enorme para aquellos tiempos, en Persia, Egipto, Asia Menor y otros lugares, que se quedaron fuera.

Y luego argumentó que la idea de que la fe judía, después de la separación del movimiento de reforma conocido como cristianismo, no creía en el proselitismo es totalmente falsa: ellos lo hicieron (proselitismo), muchas personas se convirtieron; algunos se convirtieron a sí mismos, y los judíos ashkenazis en particular surgieron de las conversiones masivas al borde del Mar Caspio, entre los siglos VII y X, de los khazars, que finalmente adoptaron el hebreo y se convirtieron al judaísmo al por mayor, y estos son los judíos ashkenazis que poblaron Europa y los guetos de Europa, y que sufrieron a causa del Holocausto y de todo eso.

Estas son las personas que descienden de los kázaros, así que él (Shlomo) dijo que ellos en particular, que formaban el grueso del movimiento sionista, no tenían absolutamente ninguna conexión con las tierras árabes en absoluto. Luego fue aún más lejos y dijo: si Palestina no es la única patria ancestral de los judíos, ¿qué pasó con todos los judíos de estos países? Y aquí viene con una explicación devastadora: dice que en su mayoría se convirtieron al islam, se convirtieron al islam, la mayoría de ellos, no todos, como muchas otras personas lo hicieron en esa región en ese momento.

Y dice que los palestinos a los que hemos estado expulsando y oprimiendo son los descendientes directos de los judíos que solían vivir, en realidad, viven en esta tierra. Es un libro notable, y ha creado un gran debate, y el debate, dice, no está en Israel. Y es interesante esto: la mayoría de los historiadores israelíes aceptan que esto es correcto, pero dicen que su respuesta a la ciencia es la siguiente: bueno, ya sabes, cada nación crea su propia mitología, así que, ¿cuál es el gran problema? Pero ustedes saben que esto también es cierto, de hecho, pero esta mitología es muy potente, y muy poderosa porque esta cosa que se desata todavía está en marcha.

Quiero decir, a nadie le importaría la mitología si todo se hubiera resuelto y se hubiera llegado a algún acuerdo, pero como no se ha logrado, se convierte en una fuerza muy perturbadora. Y el propio Shlomo Sand no es en absoluto una figura radical. Dice: No soy un sionista duro, pero creo en Israel, excepto que creo que todos los ciudadanos deben tener los mismos derechos y no se puede decir a los palestinos: “No vuelvas a las tierras que te fueron arrebatadas”, mientras sigas diciéndole a los judíos, dondequiera que estén en cualquier parte del mundo: “puedes volver cuando quieras”. Y dijo que por eso escribió el libro: para luchar por la igualdad. Y los grandes ataques al libro han venido de la diáspora. Quiero decir que el New York Times hizo una gran, gran revisión de la misma, lo que creó una gran controversia. Y en Francia y en Gran Bretaña no hubo ninguna controversia en absoluto, en general se aceptó que lo que él argumentaba era cierto. Quiero decir que todos los historiadores que revisaron el libro dijeron que es exacto, ya sabes, no puedes sacarlo de la historia, porque aceptamos esto. Pero la diáspora se enfadó porque esto ya se había dicho, a lo que Sand respondió de forma muy contundente: “Bueno, si estás tan ansioso por decir que estoy equivocado y que lo que estoy haciendo es dañar a Israel, ¿por qué no pones tu dinero donde está tu boca, dejas la diáspora y vienes a instalarte en Israel?”.

Él dijo: “Si te gusta tanto el campo, ¿por qué no vienes a vivir aquí?, nosotros vivimos aquí y sabemos cómo vivimos”. Y él dijo que: “La forma en que vivimos no es buena, ni para nosotros ni para los no judíos de esa parte del mundo, y por eso he escrito mi libro”.

Ahora bien, es un tipo muy valiente, por cierto, no es el único: muchos historiadores israelíes han escrito libros de este tipo, pero ¿tienen algún impacto en los gobernantes del mundo o en los gobernantes de Israel?

Y aquí creo que la respuesta es no.

Y una de las cosas interesantes que Shlomo Sand cita en su libro es una declaración de David ben Gurion, uno de los padres fundadores de Israel, en 1918, donde Ben Gurion escribe: “Sabes, la gente pregunta qué pasó con los judíos que vivían en esta región. Eran leales a la tierra y para permanecer en ella, dice, la mayoría de los judíos se convirtieron en musulmanes”. Así que él lo sabía, y ellos lo sabían, los líderes de Israel, que esta mitología que se estaba creando sobre la base de citas del Antiguo Testamento era en gran parte mitología, no se basaba en ninguna realidad histórica en absoluto.

Así que aquí tenemos un ejemplo de cómo se abusa de la historia, pero al mismo tiempo el abuso desencadena un debate enorme y muy creativo, pero, por supuesto, los debates por sí solos y los libros, incluso los tan fuertes y poderosos como el escrito por este historiador israelí, no influencian las mentes de los políticos o gobernantes porque, en última instancia, no gobiernan sobre la base de los mitos. Los mitos son mantener a la gente en línea, ellos gobiernan por otras razones: para mantenerse en el poder, para mantener el control de la sociedad tal como es, y esto no sólo se aplica a Israel, se aplica a la mayoría de los gobernantes de diferentes partes del mundo, del mundo de hoy.

…”

[1] Tariq Ali es un escritor, periodista, historiador, cineasta, activista político e intelectual británico paquistaní. Es miembro del comité editorial de New Left Review y Sin Permiso, y contribuye con The Guardian, CounterPunch y London Review of Books. Es profesor de EPP en el Exeter College de Oxford.

Es autor de varios libros, entre ellos, Pakistán: Military Rule or People’s Power (1970), Can Pakistan Survive? The Death of a State (1983), Clash of Fundamentalisms: Crusades, Jihads and Modernity (2002), Bush in Babylon (2003), Conversations with Edward Said (2005), Pirates Of The Caribbean: Axis Of Hope (2006), A Banker for All Seasons (2007), The Duel (2008), The Obama Syndrome (2010) y The Extreme Centre: A Warning (2015).

thanks to: Redazione italiana di Pressenza

L’Espresso: L’umiliazione come prassi dell’occupazione

L’ESPRESSO di oggi, 18/11/2018, a pag.22

All’aeroporto Ben Gurion a Tel Aviv vengo detenuto per quattro ore, scalzo, al freddo di una stanza spoglia con indosso soltanto una maglietta. Mi hanno sequestrato bagaglio, passaporto, cellulare e computer. Setacciano i file, la mia vita, mi lasciano al freddo ad aspettare. Nel borsone ho, ancora impacchettata, la kufia che Ehab Besseiso, il ministro della cultura palestinese, mi ha regalato, insieme a Handala, il bambino che si stringe le mani dietro la schiena, simbolo della resistenza della gente dei territori occupati, e a una grande chiave di latta, altro simbolo: ogni palestinese possiede ancora le chiavi della casa che è stato costretto a sgomberare in fretta e furia sotto l’occupazione, pensando che un giorno ci sarebbe tornato. E invece. «Se voglio ti tengo qui per sempre», mi dice l’ufficiale di frontiera israeliano con in mano il mio iPhone, puntando il dito su una foto scattata da me a Hebron, coloni che per strada spintonano due ragazzini palestinesi, e su un’altra che mi ritrae con il ministro.

“E tu splendi” in tutto il mondo arabo.

Sono in Palestina per accompagnare l’uscita del mio ultimo romanzo, E tu splendi, in tutti i paesi del mondo arabo. Con Al-Mutawassit, il mio editore, decidiamo che debba essere il “luogo più silenzioso del pianeta” a ospitare il mio incontro con la stampa araba, il festival letterario di Ramallah. Io però nel paese ci sono entrato, al massimo adesso rischio di non uscirne.
La scrittrice palestinese Susan Abulhawa, in Palestina invece non riesce a entrarci, come molti dei palestinesi costretti all’esilio. Il 1. di novembre 2018, al Ben Gurion la Abulhawa è incarcerata per due giorni, atterrata per partecipare a un festival letterario a Gerusalemme, prima di essere respinta negli Usa, dove vive. «Noi palestinesi siamo gli unici che non possono entrare in Palestina», scrive poi su Facebook. «Sono gli israeliani che dovrebbero andarsene, non io. Io sono figlia di questa terra, qui c’è la casa della mia famiglia».

Naturalmente si riferisce alla Nakba del 1948. La “catastrofe”, la creazione dello Stato d’Israele e la conseguente occupazione militare della Palestina. Il conflitto più lungo dell’era contemporanea.
La Palestina ti sfida a essere disposto a guardare l’ingiustizia della legge dell’uomo. L’esercizio più difficile. Un paese annientato tra le guerre tra i leader del mondo e le illusioni di pace. «Qui la situazione è tremendamente semplice. Non c’è niente di complesso. C’è un paese occupato e un popolo che occupa», mi dice un ragazzo americano, volontario dell’International Solidarity Movement.
La Palestina è un buco nero, è il buco nero del mondo. È lo scarto, ciò che resta dopo che i leader della terra hanno consumato le loro lotte di potere. La Palestina è l’osceno. Armi chimiche, fosforo bianco. Ogni arma proibita dagli accordi internazionali può essere utilizzata dagli israeliani contro i palestinesi. Più di centomila morti in settant’anni. Nessuno vede, nessuno parla. Se parli di ciò che accade in Palestina le parole vengono annerite. Scompaiono. Dai media, dal discorso pubblico. Conosce, l’uomo, ingiustizia più grande di questa: tutti sanno, e tutti fanno finta di non sapere?

Mi trovo a Ramallah, e so che per capire davvero gli equilibri – e i continui sfondamenti – che reggono il Medio Oriente (e su più vasta scala la dialettica tra Usa e monarchie del Golfo da un lato, e Russia, Iran e la Siria di Assad dall’altro) l’unica cosa che si può fare è sprofondare dentro quel buco nero. Non c’è oggi luogo sulla terra in cui la separazione tra parole e fatti, tra dialettica pubblico-diplomatica e realtà, sia più grande.
“Due Stati; “soluzione diplomatica” sono formule a cui in Palestina nessuno crede più. Di sicuro dal 14 maggio, giorno di duri scontri a Gaza e di più di 60 vittime, il giorno in cui Trump ha spostato l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, di fatto chiudendo per sempre anche solo l’idea di un dialogo, e serrando le fila, apertamente e attraverso il genero e braccio destro Kushner, all’asse anti-Iran composta da Usa-Israele e dalle monarchie del Golfo.
Questo è la Palestina oggi: lo scarto di una strategia anti-Iran. «La verità è che ci hanno chiuso in prigione nella nostra terra», mi dice Khalid Mansour, un funzionario del ministero della Cultura. Oltre al festival di Ramallah, per me sono previsti incontri nelle università di Nablus, Hebron e Betlemme, e ci spostiamo a bordo di un fuoristrada. «Hanno preso tutto. Per entrare in quello che ci resta del nostro paese dobbiamo chiedere loro il permesso. Sempre che quel giorno abbiano voglia di aprire i check-point». Non è solo l’intifada dei coltelli mai cessata – l’ultima spiaggia della resistenza-, è il continuo stato di violenza a cui tutti sono ormai assuefatti.

A un altro check-point, quello di Kalandia, fisso negli occhi un soldato-ragazzino che stringe un mitragliere più grande di lui, in piedi davanti a una grande stella di David. Dallo specchietto retrovisore, l’autista della nostra jeep se ne accorge, e sibila “no” tra i denti. Il soldato assesta due potenti pugni sul vetro posteriore della vettura, la macchina si ferma. Il finestrino del lato del passeggero si abbassa, il giovanissimo militare infila la canna del fucile fino a una spanna dal viso di chi guida. Io non respiro, l’autista arabo invece gli sbraita contro, nella lingua dell’occupazione, in ebraico. Urla che avrebbe potuto spaccare il vetro, picchiando così forte. Il ragazzino si sfila gli occhiali da sole. Poi infila dentro la testa e ci scruta, noi zitti. Fissa me. Tre, quattro secondi. Non riesco ad abbassare lo sguardo, non sono abituato a una violenza così esibita, mi viene da resisterle. Gli viene detto, in ebraico, che sono uno scrittore italiano. Lui scrolla la testa. Poi fa segno che possiamo andare, in fretta. Quando siamo lontani, parte un applauso spontaneo all’autista. «Non si fissano. Mai», mi dicono. «I militari se vogliono sparano. Più sono giovani, più sparano. Ammazzano. Tengono coltelli pronti, in caso di uccisione. Estraggono il corpo dall’auto, gli affiancano un coltello e scattano due foto. Non gli accadrà mai niente».

Non è solo la violenza, è anche la continua vessazione. Sono gli ulivi millenari sradicati a ogni nuova confisca di terreno e insediamento di una nuova colonia, è l’acqua dei palestinesi razionata per colmare le piscine delle ville dei coloni. È una coppia di anziani malati ritratta in una foto diventata famosa tra i palestinesi, in carrozzina e bombole d’ossigeno davanti alle macerie della loro abitazione rasa al suolo dalle truppe d’invasione: smarriti, alla fine della loro vita non sanno dove andare. Sono gli arresti arbitrari (700 mila persone imprigionate negli ultimi trent’anni), senza capo d’imputazione né giudizio, rinnovabili ogni tre mesi, che possono estendersi anche per vent’anni.
Il ministro della Cultura mi porta a vedere il film-documentario palestinese di Raed Andoni, Gost Hunting. Conosco uno degli attori principali, Mohammed Khattab, lui stesso, come il regista, recluso per 17 anni, senza un motivo, un’imputazione. «Lo fanno per disgregarci socialmente», mi dice. «Se separi un padre dai suoi figli per diciassette anni stai rompendo una famiglia, e interrompendo la catena della memoria, cercando di portare quei ragazzi a scappare, a spopolare la Palestina». E invece, come Handala, devono resistere, mani intrecciate dietro la schiena.

Tanto più dopo il 6 novembre scorso, quando Netanyahu ha approvato un disegno di legge per cui i giudici delle corti militari potranno sancire la pena capitale ai detenuti palestinesi anche senza la maggioranza del consiglio, in maniera arbitraria. Si potrà ammazzare in prigione.
Il giorno dopo dovremmo andare all’università di Betlemme, ma a Ramallah è tutto sospeso. Impossibile uscire dalla città. C’è una grande manifestazione contro un nuovo insediamento. Ci sono scontri. Forse c’è un morto, si dice. Forse c’è un ragazzo morto.

La mattina seguente siamo a Hebron, dove c’è un insediamento di coloni nel centro della città. Faccio la mia conferenza all’università, i ragazzi sono interessati e curiosi, una decina di ragazze si presenta con copie pirata di Non dirmi che hai paura, che ha raggiunto un numero incredibile di lettori, soprattutto ragazzi, in tutti i paesi arabi. Nel centro della città di Hebron, una fitta rete metallica protegge i palestinesi dagli oggetti e dagli escrementi che i coloni lanciano loro addosso.
Mentre camminiamo, alcuni coloni aggrediscono due ragazzini palestinesi che hanno l’unica colpa di passare di lì, sotto lo sguardo di militari israeliani di origine etiope (sono moltissimi gli etiopi che sentono la chiamata di Zion, in cambio di un posto sicuro e stipendiato dai coloni). Io scatto la foto che l’ufficiale all’aeroporto troverà, e che mi costerà il fermo.
«Due giorni fa», mi spiega Khalid Mansour, «un colono ha investito in auto un ragazzo di diciassette anni che andava a scuola. È da due giorni quindi che i palestinesi lanciano pietre ai militari israeliani. E questa è solo la solita rappresaglia dei coloni».

«Il mio paese non è una valigia», dice un celebre verso del più famoso poeta palestinese, Mahmoud Darwish, nato prima della Nakba del 1948. «La mia casa invece è una valigia», mi dice Ghayath Almadhoun, poeta palestinese quarantenne – amico, prima di parole, poi di persona. Nato in un campo profughi di Damasco, Ghayath è ora cittadino svedese, ma la sua famiglia è stata espulsa due volte. Ghayath mi guarda, e sorride. Mi legge una sua poesia, che si chiama “Israele“. «Senza Israele, mio padre non sarebbe stato espulso dalla Palestina / Non sarebbe scappato in Siria / Non avrebbe mai incontrato mia madre / E io non sarei qui, ora / E tu non saresti la mia amante».
Sull’aereo, una volta liberato dalla polizia di frontiera, ci penso. È vero, è tutto terribilmente semplice. «Noi palestinesi paghiamo le colpe dell’orrore europeo della Shoah», mi ha detto Ghayath. «Toccherebbe all’Europa cercare di mediare, per aiutare la Palestina a ritrovare una dignità». Già, l’Europa. Quale Europa?, penso.

Giuseppe Catozzella, :«Nell’abisso Palestina»

 

thanks to: Invicta Palestina

https://frammentivocalimo.blogspot.com/2018/11/giuseppe-catozzella-nellabisso-palestina.html

Un appello da firmare per Mohammad Bakri

https://i2.wp.com/www.infopal.it/wp-content/uploads/2018/10/IMG-20181023-WA0035.jpg

APPELLO

“Io sto con Mohammad Bakri”

Il regista di Jenin Jenin è di nuovo sotto processo in Israele

per aver documentato il massacro del 2002

 

Tra i primi firmatari del mondo del cinema, hanno aderito:

Bertolucci, Martone, Maselli, Montaldo, Taviani, Giordana

e i direttori dei festival di Venezia e Berlino

 

Noi, sottoscritti, esprimiamo pieno appoggio e solidarietà a Mohammad Bakri. Chiediamo che si ponga fine alla sua persecuzione e invitiamo i mezzi di comunicazione a offrire un’informazione basata sui fatti in difesa della libertà di espressione.

Il regista e attore palestinese di cittadinanza israeliana, Mohammad Bakri, è di nuovo al centro di una campagna di diffamazione e persecuzione giudiziaria in Israele per aver raccontato in un docu-film la distruzione da parte dell’esercito israeliano del campo profughi di Jenin.

Jenin Jenin è un documentario realizzato da Bakri pochi giorni dopo la fine dell’offensiva militare israeliana contro il campo profughi di Jenin, nel nord della Cisgiordania. Documenta il punto di vista palestinese su una delle pagine più tragiche dell’operazione “Scudo difensivo”, lanciata tra marzo e aprile del 2002 dall’esercito israeliano, che ha comportato oltre 500 morti, migliaia di feriti, invasioni nelle diverse città palestinesi, blocchi stradali e coprifuoco. A Jenin vennero uccisi oltre 50 palestinesi e il campo fu raso al suolo. Come disse un soldato israeliano, grande tifoso di calcio, intervistato dal quotidiano Yediot Ahronot il 31 maggio “Gli abbiamo lasciato un enorme campo da calcio”.

Jenin Jenin è uscito a giugno del 2002 e Bakri è diventato subito oggetto di campagne diffamatorie da parte di parlamentari israeliani ed estremisti. La proiezione del film è stata vietata per due anni e il regista ha dovuto subire un processo per vilipendio e diffamazione, istruito sulla base delle denunce di alcuni militari israeliani che chiedevano centinaia di migliaia di euro di risarcimento. Nel 2006 Bakri è stato assolto, ma la sua odissea non è finita. Nel 2016 è stato denunciato di nuovo, da un capitano dell’esercito israeliano, e il 3 gennaio del 2019 dovrà affrontare una nuova udienza.

“Questo incubo è nato perché ho osato raccontare la mia storia. Una storia diversa dalla loro” ha spiegato Mohammad Bakri. La storia di Jenin deve poter essere raccontata da ogni punto di vista, senza preclusioni o censure.

Una dichiarazione di Mohammad Bakri è disponibile in video: https://youtu.be/3rposPnJjTQ

Tutti sono invitati ad aggiungere la loro firma a quelle che sono arrivate dal mondo del cinema.

Per sottoscrivere l’appello inviare una mail all’indirizzo: conbakri@gmail.com

Potete inviare e condividere anche un vostro video o foto con l’hashtag #IoStoConBakri

 

Prime adesioni:

Alberto Barbera,

Bernardo Bertolucci,

Barbora Bobulova,

Carlo Chatrian,

Davide Ferrario,

Tonino De Bernardi,

Guido De Monticelli,

Gianni Di Luigi,

Elio Germano,

Marco Tullio Giordana,

Wilma Labate,

Mario Martone,

Citto Maselli,

Valerio Mastandrea,

Antonio Medici,

Giuliano Montaldo

Moni Ovadia,

Ottavia Piccolo,

Roberto Perpignani,

Silvano Piccardo,

Isabella Ragonese,

Michele Riondino,

Gianfranco Rosi,

Giovanna Taviani,

Paolo Taviani,

Roberta Torre,

Sandro Veronesi,

Daniele Vicari

thanks to: AssopacePalestina