Come darsi la zappa sopra i piedi e perdere le elezioni

I deliri di Salvini in Israele

I deliri di Salvini in Israele

“Sono appena stato ai confini nord col Libano, dove i terroristi islamici di Hezbollah….”. Questo capolavoro di geopolitica è parte di uno pseudo comunicato pubblicato su Twitter dal ministro degli interni (e degli esteri?) del governo italiano.

I “terroristi” islamici di Hezbollah sono coloro che hanno evitato che l’Isis e i fratelli di Al-Qaeda prendessero possesso della Siria. Insieme all’Iran e all’intervento russo chiaramente. Ma il ruolo degli Hezbollah è stato decisivo. Sappiamo, del resto, qual è la posizione sulla Siria di Salvini e il suo sostegno all’ideologia wahabita, responsabile anche del massacro in Yemen, è in linea del resto con il suo asservimento totale al regime di Israele. Regime che Salvini ha il coraggio di definire“il baluardo di democrazia in Medio Oriente”. Su quest’ultima frase non scriviamo nulla per non offendere ulteriormente la vostra intelligenza.

Essendo la prima visita di un esponente del governo Conte nei territori occupati di Palestina, attendiamo presto prese di distanze immediate. Il silenzio assenso ai deliri di Salvini sarebbe imperdonabile.

P.s. Dopo la visita di Salvini in Israele gli Hezbollah avranno sicuramente iniziato a tremare di paura….

Notizia del:
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RAPPORTO DA TEHRAN SOTTO LE SANZIONI AMERICANE (English version available)

 di Diego Siragusa

Conoscevo la storia dell’Iran contemporaneo, almeno dal colpo di stato contro Mossadeq fino a oggi, e, soprattutto, avevo seguito con passione  la vicenda della rivoluzione popolare contro lo scià Reza Pahlevi. L’invito rivoltomi dall’Università di Tehran, per un incontro tra addetti ai lavori sul tema del DECLINO DELL’EGEMONIA USA E LE VOCI DI RESISTENZA, non mi ha trovato impreparato. I miei interlocutori conoscevano i miei lavori, libri e articoli, e, in particolare, il mio impegno accanto alla resistenza palestinese a cui l’Iran postrivoluzionario ha sempre dato il proprio sostegno.

A causa di un ritardo dell’aereo partito da Milano Malpensa, ho perso a Doha, in Qatar, la coincidenza per Tehran. Trascorro la notte in un lussuoso albergo e, alle 5 del mattino, ritorno in aeroporto per raggiungere Tehran con un altro volo. Durante il viaggio rivedo la mia relazione di circa 20 minuti sul tema che mi era stato proposto.

All’aeroporto Komeini mi aspetta una persona che, per riservatezza, chiamo Hossein. Molto gentile, mi prende la valigia, mi conduce in hotel e sarà il mio accompagnatore fisso per 5 giorni. Mi promette che, in serata, mi porterà a visitare la MILAD TOWER che domina su tutta la città.

Sapevo alcune notizie su questa torre, alta 435 metri, grazie al mio amico Fabrizio Cassinelli, giornalista dell’ANSA, autore di un pregevole libro che ho recensito nel mio blog: L’iran svelato. Fabrizio racconta la storia della fornitura degli ascensori che fu affidata a una ditta italiana per il valore di 9 milioni di euro. Purtroppo, a causa delle sanzioni imposte all’Iran dagli Stati Uniti, col consenso gregario degli stati europei, l’Italia perse questa fornitura importante. Subentrò una ditta tedesca la quale, richiamata all’obbedienza atlantica dalla signora Merkel, dovette, pur essa, soccombere. Conclusione: una ditta giapponese si aggiudicò la fornitura.

Hossein è orgoglioso della Milad Tower. “L’abbiamo costruita noi iraniani – mi dice – . Tra diversi progetti che sono stati presentati, il migliore era il nostro.”

(I vari progetti di torre)

Ha ragione ad essere orgoglioso, in effetti, il progetto realizzato è il migliore. La torre accoglie diverse sale espositive con opere d’arte e installazioni con manichini di silicone creati con notevole verosimiglianza che riproducono personaggi emeriti della storia persiana: poeti, scienziati, scrittori, atleti, uomini politici e personaggi del clero sciita.

Tehran è una città abitata da circa 8.600.000 persone. Pulita e ben ordinata. Niente scritte sui muri, niente spazzatura. La manutenzione dei viali, dei parchi e dei giardini è costante. Le grandi arterie stradali l’attraversano facilitando il traffico che, verso le ore 17, diventa piuttosto intenso. Osservo che un grande boulevard è dedicato a Nelson Mandela e all’Africa. Hossen mi informa che c’è una grande strada dedicata a Bobby Sands, il militante nordirlandese membro della Provisional Irish Republican Army, morto il 5 maggio 1981 dopo uno sciopero della fame condotto ad oltranza per protesta contro il regime carcerario cui erano sottoposti i detenuti repubblicani. Ne parla con orgoglio Hossein, come per dirmi che l’Iran è vicino ai combattenti dell’indipendenza.

Nella città, spesso in prossimità degli incroci stradali, vi sono delle nicchie col ritratto di ufficiali e soldati semplici morti da martiri durante la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, combattuta dal settembre 1980 all’agosto 1988.

Da quasi 40 anni gli Stati Uniti, e i loro più fedeli alleati, tentano di mettere l’Iran in ginocchio con le sanzioni ma ottenendo deboli risultati. I negozi della città sono pieni di merci, la motorizzazione estesa, rarissimi i mendicanti. L’hotel che mi ospita è lussuoso ed efficiente. Nei ristoranti, spesso affollati, non manca nulla. La Russia, la Cina, l’India, la Corea del Sud e altri paesi si sono sostituiti all’occidente vanificando in buona parte gli effetti delle sanzioni. In questi giorni, il presidente Trump suona le trombe del ripristino duro delle sanzioni che Obama aveva attenuato. Avverto una certa preoccupazione alla quale gli iraniani reagiscono con l’orgoglio e manifestazioni di resistenza. In ogni caso l’ONU ha redarguito le sanzioni in generale ma, soprattutto quelle che riguardano i pezzi di ricambio degli aerei e del macchinario sanitario. L’ONU mette in guardia dal rischio di mettere a repentaglio la sicurezza dell’aviazione civile e di colpire le strutture sanitarie pubbliche che usano macchine sofisticate nelle loro attività terapeutiche. Ma il presidente Trump se ne infischia e prosegue nella sua attività di demolitore di ogni forma di dialogo.

Sabato 4 novembre  

(L’ingresso dell’abitazione di Komeini)

Al mattino visita al quartiere Jamaran, famoso perché qui vi abitò l’imam Komeini. Hossein, che è molto religioso e devoto dell’imam, mi conduce dentro la casa del simbolo della rivoluzione iraniana. Komeini viveva in poco spazio, semplicemente, mangiava pochissimo e in questa modesta casa ricevette il presidenye sovietico Michail Gorbačëv. Al piano inferiore c’è un piccolo museo con molti ritratti e cimeli dell’imam. Mi colpisce la foto di Komeini assiene a mons. Hilarion Capucci, amico mio e indimenticabile combattente della causa palestinese.

(Komeini e mons. Capucci)

Subito dopo, Hossein mi porta a visitare L’EBRAT MUSEUM, un edificio costruito come prigione, progettato da ingegneri e disegnatori tedeschi nel 1932 per ordine di di Reza Shah. L’edificio fu terminato nel 1937 con una struttura per impedire qualsiasi forma di fuga. Le pareti sono insonorizzate per annullare all’esterno le urla dei prigionieri torturati. Hossen mi presenta al direttore del Museo che mi accompagna nella visita mostrandomi tutte le celle, i cimeli dei prigionieri, la squallida sala delle docce, le stanze della tortura con manichini che mostrano le varie tecniche di supplizio a cui i prigionieri furono sottoposti. In alcune salette si proiettano dei cortometraggi con interviste alle vittime sopravvissute alla detenzione e alle torture che raccontano le violenze subite. Anche i rappresentanti del clero sciita entrarono e sostarono  in questa prigione: gli ayatollah Ali Khamenei, Rafsanjani, Ali Rajaee, Beheshti, Motahari e Taleghani.

Gli aguzzini dello scià non risparmiarono nemmeno le donne. Lungo i corridoi osservo le centinaia di fotografie delle detenute, alcune coi segni in volto delle percosse. Questo era il regno della spietata polizia segreta, la famigerata SAVAK addestrata dal MOSSAD, l’altrettanto famigerato servizio segreto israeliano. Uno dei capi della SAVAK, Parviz Sabeti, fuggì in Israele con la sua famiglia all’inizio della rivoluzione e poi si trasferì negli Stati Uniti. E’ ancora vivo, si chiama Peter Sabeti e fa il costruttore edile a Orlando in Florida. Diversa fu la sorte del Direttore della SAVAK, il generale Nematollah Nassiri, che fu arrestato e giustiziato con un processo sommario assieme a 438 agenti.



Domenica 4 novembre

Al mattino è prevista una grande manifestazione per ricordare il 39esimo anniversario dell’assedio dell’ambasciata americana a Tehran e l’ostaggio dei diplomatici. Decine di pullman hanno portato i manifestanti nelle piazze. Sorprendente è il muro perimetrale della ex ambasciata: uno spazio immenso riservato a Sua Maestà gli Stati Uniti d’America che con lo scià Reza Pahlavi oggettivamente controllavano l’Iran permettendo alle corporations americane e inglesi enormi profitti con l’estrazione del petrolio che Mossadeq aveva nazionalizzato, sottraendolo alla Anglo-Iranian Oil Company, e destinando i profitti al popolo iraniano. Un caso da manuale di imperialisno fase suprema del capitalismo, per dirlo con Lenin.

(Mossadeq)

Appena nominato Primo Ministro, Mossadeq mantenne le promesse, sciolse l’Anglo-Iranian Oil Company e costituì la National Iranian Oil Company. Per ritorsione la Gran Bretagna congelò i capitali iraniani che erano in gran parte nelle sue banche, rafforzò la presenza militare nel Golfo Persico, attuò un blocco navale che impediva l’esportazione di petrolio e dispose un embargo commerciale. La questione divenne competenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Mossadeq si recò a New York per difendere il suo Paese e ottenne una vittoria diplomatica sull’Inghilterra. Proseguì il suo viaggio in America con una visita a Washington dove incontrò il Presidente Truman. Per la sua vittoria all’ONU fu proclamato “Uomo dell’anno 1951” dalla rivista “Time”.

A causa della crisi economica e delle resistenze alle sue riforme per modernizzare il Paese, Mossadeq fu abbandonato da molti suoi alleati, e, in particolare, dal clero sciita guidato dall’Ayatollah Kashani. Grandi latifondisti e religiosi, che gestivano immense proprietà, si allearono contro Mossadeq che, nell’agosto del 1953, fu destituito con un colpo di stato militare favorito da un’operazione dei servizi segreti americani e britannici, denominata “Operazione Aiace”. Il ruolo degli Stati Uniti nella crisi è considerato tra le cause della radicalizzazione della rivoluzione islamica, che raggiunse l’apice nella crisi degli ostaggi dell’Ambasciata americana.

(L’ingresso della ex ambasciata americana a Tehran)

Le strade e le piazze attorno alla ex ambasciata sono piene di gente con cartelli su cui si legge “DOWN WITH U.S.A. –  DOWN WITH ISRAEL, VICTORY TO ISLAM”, ABBASSO GLI STATI UNITI, ABBASSO ISRAELE, VITTORIA ALL’ISLAM.Vedo tantissime donne e ragazze che indossano il chador il quale, abolito dallo scià, era diventato per contrasto uno dei simboli della rivoluzione su sollecitazione del clero sciita che lo volle reintrodurre.


Sul chador occorre fare chiarezza. E’ stato utilizzato sulla stampa occidentale, anche con alcune ragionevoli motivazioni, per attaccare l’Iran e gli aspetti più retrivi della religione islamica verso le donne. Questa usanza di nascondere le donne, in Medioriente, è molto antica e ne parlò persino Plutarco nella sua opera Vite Parallele. Oggi solo le donne anziane, sia quelle delle zone urbane sia quelle delle zone agricole, e quelle che praticano la  religione in modo tradizionale, indossano il chador. La grande maggioranza, invece, preferisce il ruwsari, il foulard variamente colorato e disegnato.

(Donne col chador e col foulard)

Osservo che le donne sono presenti in modo notevole nelle attività produttive e nei servizi pubblici. Le giovani generazioni manifestano un alto grado di istruzione, hanno consuetudine con la lingua inglese e conoscono il resto del mondo tramite la televisione.
Mentre mi portava in hotel, Hossein mi ha chiesto di parlargli di Roma, poi, cambiando discorso, mi ha confessato che gli piace il calcio e lo pratica. “Quand’ero giovane – mi dice – mi piaceva Paolo Maldini.”

(Il generale Mohammad Ali Jafari)

Sul palco degli oratori si alternano vari personaggi. Il Gen. Mohammad Ali Jafari, il comandante in capo della Guardia rivoluzionaria paramilitare iraniana, ha fatto un discorso in cui ha promesso che l’Iran “può superare questa guerra economica e il fallimento del progetto di sanzioni è imminente”.

“Mr. Trump! – ha gridato – Non minacciare mai l’Iran perché i gemiti delle forze americane spaventate di Tabas si possono ancora sentire”, ha detto Jafari, riferendosi alla missione americana fallita per salvare gli ostaggi conosciuta come Operazione Artiglio dell’Aquila (Operation Eagle Claw).

Riscuote un certo successo un grande cartello che mostra il generale Qassem Soleimani mentre tiene al guinzaglio Trump e Netanyhau, i nemici mortali dell’Iran. “Generale, – recita il cartello – puoi contare su noi studenti.” Soleimani è un mito, è molto popolare, è la mente della difesa nazionale, l’uomo che dirige le operazioni in Siria. Serio, intelligente, taciturno, preparatissimo, è nel mirino dei servizi segreti avversari.

Mentre ci sono le elezioni di medio-termine, che potrebbero cambiare i rapporti di forza nel Congresso americano, Trump fa l’energumeno dichiarando: “Le sanzioni stanno arrivando”, in Iran si risponde con l’immagine di Qassem Soleimani che replica: “Mi batterò contro di te”.

Al telefono un amico mi chiede come va l’economia. Non lo so. Non ho conoscenze sufficienti. So soltanto che ho cambiato 100 euro per 16.000.000 di rial. Sì, avete letto bene: 16 milioni. Il panorama politico e la dislocazione delle classi? Non mi sono ancora occupato di questi argomenti e sbaglierei a formulare giudizi. Chi conosce l’Iran molto meglio di me mi dice che le riforme sono necessarie e vitali, che il processo di espansione della democrazia e della partecipazione non è rinviabile, che vi è una opposizione annidata tra le classi agiate e occidentalizzate che hanno come modello il liberismo occidentale e gli USA. Soprattutto non è ammissibile una repubblica confessionale, teocratica, come Israele che si è autoproclamato lo stato di soli ebrei.

Hossein si avvicina a una giornalista della TV nazionale che sta raccogliendo una serie di interviste. Non so cosa le abbia detto e come mi abbia presentato. La giovane giornalista si avvicina e mi chiede una intervista mentre il cameraman mi inquadra. La conversazione è tutta in inglese. Le domande riguardano la manifestazione, le sanzioni, il ruolo di Obama e quello di Trump, la presenza iraniana e russa in Siria come muro contro la strategia di dominio totale di Israele e dell’imperialismo americano in Medioriente. Mi pernetto di concludere l’intervista esortando gli iraniani a resistere e dichiarandomi favorevole alla loro bomba atomica utile per annullare la minaccia di Israele, già potenza nucleare.

Alle ore 19, ora locale, il telegiornale ha mandato in onda varie interviste, tra cui la mia, ma solo per circa 8 secondi.

 

Lunedì 5 Novembre

Inaspettatamente, gli amici iraniani mi fanno una sorpresa: visita agli studi televisivi di HISPANTV e PRESSTV.  HISPANTV è un canale televisivo iraniano appartenente all’IRIB (la radiotelevisione pubblica) che trasmette in lingua spagnola. Questo canale, creato il 21 dicembre 2011 per rafforzare i legami del governo iraniano con i paesi dell’America Latina, trasmette notiziari, film e programmi di carattere politico. PRESSTV è una rete televisiva in lingua inglese che trasmette informazione 24 ore su 24. Il canale è di proprietà della IRIB, l’Islamic Republic of Iran Broadcasting, ovvero la compagnia di stato dell’Iran responsabile dei media.



Mi presentano i capi redattori che mi illustrano la loro attività dichiarandomi la loro disponibilità alle collaborazioni esterne. Siccome rilascio abitualmente interviste alla radio iraniana in Italia PARSTODAY, mi sembra di aver capito che sono disponibili a ospitare miei commenti o interviste.

La giornata si conclude con un incontro serale col prof. Foad Izadi che mi ha invitato a questo incontro. E’ famoso in Iran e i suoi commenti politici alle varie televisioni, soprattutto  a RUSSIATODAY, possono essere visti tramite Youtube. Ha studiato negli Stati Uniti e mi invita per un prossimo convegno di studi. Auspica da parte mia articoli, commenti, interviste e libri sull’Iran.

Poche ore dopo, partenza per l’aeroporto Komeini e ritorno a casa. Hossein mi accompagna, paziente, mite e gentilissimo. Mi aiuta a portare la valigia sul nastro trasportatore e mi segue  fino al metal detector. “You are my brother” – mi dice salutandomi, sei mio fratello. “Sì, Hossein, anche tu sei mio fratello”.

ENGLISH VERSION

I knew the history of contemporary Iran, at least from the coup against Mossadeq until today, and, above all, I had followed with passion the story of the popular revolution against the Shah Reza Pahlevi. The invitation sent to me by the University of Tehran, for a meeting between experts on the theme of the DECLINE OF USA EGEMONY AND THE VOICES OF RESISTANCE, did not find me unprepared. My interlocutors were familiar with my work, books and articles, and, in particular, with my commitment alongside the Palestinian resistance to which post-revolutionary Iran has always given its support.

Due to a delay of the plane that left from Milan Malpensa, I lost the connection to Tehran in Doha, Qatar. I spent the night in a luxurious hotel and, at 5 am, return to the airport to reach Tehran with another flight. During the trip, I reviewed my 20-minute report on the subject that was put to me.

At Komeini Airport I have a person who, for confidentiality, I call Hossein. Very kind, he takes my suitcase, takes me to the hotel and will be my permanent companion for 5 days. He promises me that, in the evening, he will take me to visit the MILAD TOWER that dominates the whole city.

I knew some news about this tower, 435 meters high, thanks to my friend Fabrizio Cassinelli, journalist of ANSA, author of a valuable book that I reviewed in my blog: L’iran svelato. Fabrizio tells the story of the supply of lifts that was entrusted to an Italian company for the value of 9 million euros. Unfortunately, because of the sanctions imposed on Iran by the United States, with the gregarious consent of the European states, Italy lost this important supply. A German company took over and, having been called to Atlantic obedience by Mrs. Merkel, it had to succumb as well. Conclusion: A Japanese company won the supply.

Hossein is proud of the Milad Tower. “We Iranians built it,” he says. Among the different projects that were presented, the best was ours. “

He’s right to be proud, in fact, the project realised is the best. The tower hosts several exhibition rooms with works of art and installations with silicone mannequins created with remarkable verisimilitude that reproduce characters from Persian history: poets, scientists, writers, athletes, politicians and characters of the Shiite clergy.

Tehran is a city inhabited by about 8,600,000 people. Clean and tidy. No writing on the walls, no trash. The maintenance of the avenues, parks and gardens is constant. The main roads cross it, facilitating the traffic which, around 5 p.m., becomes quite intense. I note that a large boulevard is dedicated to Nelson Mandela and Africa. Hossen informs me that there is a great road dedicated to Bobby Sands, the Northern Irish militant member of the Provisional Irish Republican Army, who died on 5 May 1981 after a hunger strike conducted to the bitter end in protest against the prison regime to which Republican prisoners were subjected. Hossein speaks proudly about it, as  to tell me that Iran is close to the fighters of independence.

In the city, often near the road junctions, there are niches with portraits of officers and ordinary soldiers who died as martyrs during  the war against Iraq led by Saddam Hussein, which was fought from September 1980 to August 1988.

For almost 40 years the United States, and its most loyal allies, have been trying to bring Iran to its knees with sanctions but with weak results. The shops of the city are full of goods, the motorization extended, very rare beggars. The hotel that houses me is luxurious and efficient. Restaurants are often crowded and nothing is missing. Russia, China, India, South Korea and other countries have replaced the West and the effects of sanctions have largely disappeared. These days, President Trump is playing the trumpets of the hard restoration of the sanctions that Obama had eased. I feel some concern to which the Iranians react with pride and manifestations of resistance. In any case, the UNO has reproached the sanctions in general but, above all, those concerning spare parts for aircraft and medical equipment. The UN warns against endangering the safety of civil aviation and affecting public health facilities that use sophisticated machines in their therapeutic activities. But President Trump gives a damn and continues his activity as a demolisher of all forms of dialogue.

Saturday 4 November 

In the morning visit to the Jamaran district, famous because here lived the imam Komeini. Hossein, who is very religious and devoted to the imam, leads me into the house of the symbol of the Iranian revolution. Komeini lived in little space, he simply ate very little and in this modest house he received the Soviet president Michail Gorbačëv. On the lower floor there is a small museum with many portraits and memorabilia of the imam. I am surprised by the photo of Komeini with Msgr. Hilarion Capucci, my friend and unforgettable fighter of the Palestinian cause.

Immediately after, Hossein takes me to visit the EBRAT MUSEUM, a building built as a prison, designed by German engineers and designers in 1932 by order of Reza Shah. The building was finished in 1937 with a structure to prevent any form of escape. The walls are soundproofed to cancel out the cries of tortured prisoners. Hossein introduces me to the director of the Museum who accompanies me on my visit showing me all the cells, the relics of the prisoners, the squalid room of the showers, the rooms of torture with mannequins that show the various techniques of torture to which the prisoners were subjected. In some rooms, short films are shown with interviews with victims who survived detention and torture that tell the violence suffered. Representatives of the Shiite clergy also entered and stayed in this prison: the Ayatollah Ali Khamenei, Rafsanjani, Ali Rajaee, Beheshti, Motahari and Taleghani.

The Shah’s torturers did not spare the women either. Along the corridors I observe the hundreds of photographs of the inmates, some with signs on the faces of the beatings. This was the reign of the ruthless secret police, the infamous SAVAK trained by MOSSAD, the equally infamous Israeli secret service. One of the leaders of SAVAK, Parviz Sabeti, fled to Israel with his family at the beginning of the revolution and then moved to the United States. He’s still alive, his name is Peter Sabeti, and he’s a building contractor in Orlando, Florida. The fate of the Director of SAVAK, General Nematollah Nassiri, was different. He was arrested and executed in a summary trial together with 438 agents.

Sunday 4 November

In the morning, a large demonstration is scheduled to commemorate the 39th anniversary of the siege of the American embassy in Tehran and the hostage of the diplomats. Dozens of buses took the protesters to the squares. Surprising is the perimeter wall of the former embassy: an immense space reserved for His Majesty the United States of America which, with the Shah Reza Pahlavi, objectively controlled Iran, allowing the American and British corporations enormous profits with the extraction of the oil that Mossadeq had nationalized, taking it away from the Anglo-Iranian Oil Company, and allocating the profits to the Iranian people. A textbook case of imperialist supreme phase of capitalism, to say it with Lenin.

As soon as he was appointed Prime Minister, Mossadeq kept his promises, dissolved the Anglo-Iranian Oil Company and formed the National Iranian Oil Company. In retaliation, Britain froze Iranian funds that were largely in its banks, strengthened its military presence in the Persian Gulf, implemented a naval blockade that prevented the export of oil and ordered a trade embargo. The matter became the responsibility of the United Nations Security Council. Mossadeq travelled to New York to defend his country and won a diplomatic victory over England. He continued his trip to America with a visit to Washington where he met President Truman. For his victory at the UN he was proclaimed “Man of the Year 1951” by the magazine “Time”.

Because of the economic crisis and resistance to his reforms to modernize the country, Mossadeq was abandoned by many of his allies, and, in particular, by the Shiite clergy led by Ayatollah Kashani. Large landowners and religious, who ran huge properties, allied against Mossadeq who, in August 1953, was dismissed by a military coup favoured by an operation of the American and British secret services, called “Operation Ajax”. The role of the United States in the crisis is considered one of the causes of the radicalization of the Islamic revolution, which reached its peak in the crisis of the hostages of the American Embassy.

The streets and squares around the former embassy are full of people with signposts on which you can read “DOWN WITH U.S.A. –  DOWN WITH ISRAEL, VICTORY TO ISLAM”, DOWN WITH ISRAEL, ABBASSO ISRAELE, VITTORIA ALL’ISLAM.I see many women and girls wearing the chador which, abolished by the Shah, had become by contrast one of the symbols of the revolution at the instigation of the Shiite clergy who wanted to reintroduce it.

The chador needs to be clarified. It has been used in the western press, even with some reasonable motives, to attack Iran and the more remunerated aspects of the Islamic religion towards women. This custom of hiding women in the Middle East is very old and even Plutarch spoke about it in his work Parallel Lives. Today only elderly women, both in urban and agricultural areas, and those who practice religion in the traditional way, wear chadors. The vast majority, however, prefer the ruwsari, the scarf variously colored and drawn.

I note that women are very much involved in productive activities and public services. The younger generations have a high level of education, are familiar with the english language and know the rest of the world through television.
While he was driving me to the hotel, Hossein asked me to talk to him about Rome, then, changing the subject, he confessed to me that he likes football and plays it. “When I was young,” he says, “I liked Paolo Maldini.”

On the stage of the speakers, various characters take turns. Gen. Mohammad Ali Jafari, the commander-in-chief of the Iranian paramilitary Revolutionary Guard, made a speech in which he promised that Iran “can overcome this economic war and the failure of the sanctions project is imminent”.

“Mr. Trump! – cried – Never threaten Iran because the moans of the scared American forces of Tabas can still be heard,” said Jafari, referring to the failed American mission to rescue hostages known as Operation Eagle Claw.

A large sign showing General Qassem Soleimani holding Trump and Netanyhau, Iran’s deadly enemies, on a leash is a certain success. “General,” says the sign, “you can count on us students.” Soleimani is a myth, he is very popular, he is the mind of the national defense, the man who directs operations in Syria. Serious, intelligent, taciturn, well-prepared, he is in the sights of the opposing secret services.

While there are medium-term elections, which could change the balance of power in the U.S. Congress, Trump plays the energetic declaring: “Sanctions are coming,” in Iran people answered with the image of Qassem Soleimani who replies: “I will fight against you.”

On the phone, a friend of mine asks me how the economy is going. I don’t know. I don’t know. I don’t have enough knowledge. All I know is that I changed 100 euros for 16,000,000 rials. Yes, you read right: 16 million. The political landscape and the relocation of the classes? I have not yet dealt with these issues and would be wrong to make judgments. Those who know Iran much better than me do tell me that reforms are necessary and vital, that the process of expanding democracy and participation cannot be postponed, that there is an opposition between the wealthy and westernised classes that have Western liberalism and the USA as their models. Above all, a confessional, theocratic republic such as Israel, which has proclaimed itself the state of Jews only, is not acceptable.

Hossein approaches a national TV woman journalist who is collecting a series of interviews. I don’t know what he said to her and how he introduced me. The young woman journalist approaches me and asks me for an interview while the cameraman frames me. The conversation is all in english. The questions concern the demonstration, the sanctions, the role of Obama and that of Trump, the Iranian and Russian presence in Syria as a wall against the strategy of total domination of Israel and American imperialism in the Middle East. I would like to conclude the interview by urging the Iranians to resist and by declaring myself in favour of their atomic bomb, which is useful for cancelling the threat of Israel, which is already a nuclear power.

At 7 p.m., local time, the television broadcast various interviews, including mine, but only for about 8 seconds long.

Monday 5 November

Unexpectedly, Iranian friends surprise me: visit to the television studios of HISPANTV and PRESSTV.  HISPANTV is an Iranian television channel belonging to the IRIB (public radio and television) that broadcasts in Spanish. This channel, created on 21 December 2011 to strengthen the Iranian government’s ties with Latin American countries, broadcasts news, films and political programmes. PRESSTV is an English-language television network that broadcasts information 24 hours a day. The channel is owned by IRIB, the Islamic Republic of Iran Broadcasting, Iran‘s state media company.

They introduce me to the chief editors who explain their work to me and declare their willingness to collaborate externally. Since I usually give interviews to the Iranian radio station PARSTODAY in Italy, it seems to me that I understand that they are available to host my comments or interviews.

The day ended with an evening meeting with Prof. Foad Izadi who invited me to this meeting. He is famous in Iran and his political comments to various television stations, especially to RUSSIATODAY, can be seen through Youtube. He studied in the United States and invites me to an upcoming study conference. He hopes, on my part, production of articles, comments, interviews and books about Iran.

A few hours later, departure for the Komeini airport and return home. Hossein accompanies me, patient, gentle and kind. He helps me carry my suitcase on the conveyor belt and follows me to the metal detector. “You are my brother”, he says to me. “Yes, Hossein, you are my brother too.”

thanks to: Diego Siragusa

FB, Israele e la censura: un progetto sionista

Gentile Direttore,

Nell’arco di tre mesi, Facebook ha bloccato la mia pagina tre volte per un periodo di 30 giorni ciascuna: alla fine saranno 90 giorni di censura e di bavaglio durante i quali il cittadino Diego Siragusa non potrà esprimere le proprie opinioni e documentare i crimini dello stato razzista, terrorista e genocidario che si chiama ISRAELE. Il secondo blocco è stato motivato per aver io citato una frase dei rabbini antisionisti di NETUREI KARTA: “Non sono malvagi perché sono sionisti, sono sionisti perché sono malvagi”.

Ormai il progetto sionista è chiaro. Dopo l’accordo tra il governo israeliano e Facebook per censurare e bloccare tutte le critiche a Israele, non si contano più i casi in cui liberi cittadini che esprimono il loro sdegno per i crimini di Israele, sono bloccati e censurati dai burattinai di Facebook. I lettori potranno documentarsi sul giornale inglese THE INDEPENDENT che riporta la notizia dell’accordo tra Il governo israeliano e Facebook (https://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/israel-palestine-facebook-activist-journalist-arrests-censorship-accusations-incitement-a7377776.html).

E’ necessario, quindi, denunciare a livello di massa e portare la questione nelle sedi politiche e governative. Si tratta di una violazione palese dell’art. 21 della nostra Costituzione. Voglio rammentare che al matematico Odifreddi, dopo una critica severa a Israele, fu tolta una rubrica che egli gestiva sulle pagine del quotidiano la Repubblica, proprietà di un ebreo sionista. Sorte analoga ha avuto il filosofo Gianni Vattimo che non ha più pubblicato una sola riga sul quotidiano sionista LA STAMPA dopo i suoi giudizi severi sulla politica coloniale e criminale di Israele. Questo episodio è stato raccontato a me dallo stesso Vattimo, venuto nella mia città per presentare un mio libro sul terrorismo israeliano. Due giorni fa, sul Corriere della Sera, la sionista Donatella di Cesare ha occupato mezza pagina per attaccare e diffamare il mio amico Diego Fusaro accusandolo di essere antisemita e accusando, contestualmente il filosofo Costanzo Preve, maestro di Fusaro, di essere “negazionista”!!! Una menzogna ignobile! Preve è morto, ma il figlio Roberto, avvocato, ha annunciato una querela nei confronti dell’ebrea sionista Donatella di Cesare. Recentemente, il mio amico Paolo Di Mizio, ex giornalista di Canale 5, ha lamentato un blocco di pochi giorni per un commento su Israele. Tanti altri semplici cittadini e militanti della causa palestinese mi hanno comunicato di essere stati vittime della censura di Facebook. E’ sufficiente una segnalazione di un ebreo sionista o di un’intera comunità ebraica, a far scattare la censura o, come nel mio caso, una vera persecuzione. Libertà totale è concessa, invece, ai sionisti che non lesinano attacchi isterici, volgari e razzisti senza incorrere in sanzioni o censure. Sto raccogliendo parecchi di questi documenti per un libro che sto scrivendo.

Lo scopo finale è quello di poter condurre a compimento quel crimine che si chiama “pulizia etnica della Palestina” e sradicamento della cristianità nel silenzio del mondo e con la complicità dei paesi occidentali, di tutto il sistema dell’informazione, e non solo.

Diego Siragusa

Biella 23/10/2018

thanks to: Infopal

Il Glifosato causa il cancro, Bayer Monsanto condannata negli USA e il titolo perde l’11% in borsa.

Bayer Condannata Roundup grano tumore giardiniere

Dopo l’acquisizione di Monsanto da parte di Bayer, l’erbicida glifosato, commercializzato con il nome di Roundup, è passato nelle mani del colosso della farmaceutica tedesco. E così, oltre ai profitti, alla Bayer condannata arrivano anche le richieste di risarcimento.

Sono migliaia in tutto il mondo i giardinieri e i coltivatori che sostengono di aver contratto malattie molto gravi a causa del prodotto. Tra questi Dwayne Johnson, giardiniere californiano, che ha messo sotto accusa il prodotto, sostenendo che gli avrebbe causato un cancro alla pelle.

Dopo una prima sentenza favorevole a Johnson, arrivata in agosto, ieri il verdetto è stato confermato in appello.

Bayer condannata per l’erbicida glifosato Roundup

Come abbiamo visto qualche mese fa, DeWayn “Lee” Johnson è un giardiniere americano di 46 anni, con un cancro alla pelle in fase terminale. Secondo l’accusa, la malattia sarebbe derivata dal contatto diretto con l’erbicida glifosato. Leggi la sua storia qui: https://www.ambientebio.it/societa/allerte-alimentari/marche-di-birra-glifosato-elenco/

Quando lavorava come custode in California, per un malfunzionamento del suo innaffiatore, Johnson si è completamente inzuppato con il RoundUp. Questo avrebbe provocato lo sviluppo di un linfoma non-Hodgkin, diagnosticato nel 2014. Monsanto era stata quindi chiamata in causa: in primo grado, il tribunale di San Francisco ha stabilito un risarcimento di 289 milioni di dollari in favore del giardiniere.

Bayer ha fatto successivamente appello, sostenendo che non ci sono prove tra la malattia dell’uomo e il diserbante. La giudice d’appello, Suzanne Ramos Bolanos, ha confermato ieri la condanna, ma ha ridotto a 78,5 milioni di dollari il risarcimento.

“Dal momento che non esistono prove di una possibile spiegazione alternativa alla malattia, la giuria si è sentita libera” di stabilire che il RoundUp “è un fattore sostanziale nel causare il cancro”, ha spiegato Bolanos.

Dwayne Johnson a questo punto potrebbe non accettare la cifra. Se questo succederà, entro il 7 dicembre di quest’anno sarà avviato un nuovo processo.

bayer condannata glifosato roundup

Il legale del giardiniere: “Riduzione ingiustificata”

Il legale del giardiniere, Brent Wisner, ha commentato così la sentenza d’appello:

«Crediamo che la riduzione del risarcimento sia ingiustificata: ora valuteremo le nostre opzioni. Siamo lieti però che la corte non abbia modificato il verdetto: le prove presentate a questa giuria sono state, francamente, travolgenti».

Wisner ha aggiunto che questa sentenza sarà solo “la punta dell’iceberg” per Bayer. Sono migliaia infatti le persone che accusano l’erbicida glifosato di aver causato gravi danni alla salute.

Sono 8.700 le persone che hanno querelato Monsanto, e quindi Bayer. Tutte sostengono che il glifosato sia causa del loro cancro. Se Bayer venisse condannata per tutte queste cause in corso, con cifre simili al risarcimento di San Francisco, la società dovrebbe sborsare circa 680 miliardi di dollari di danni. Nei prossimi anni, quindi, le battaglie legali si moltiplicheranno.

Tra loro c’è anche l’italiano Fabian Tomasi, che ha raccontato la sua storia alle Iene:

D’altronde, Bayer è abituata alle denunce. Sono 24.300, per esempio, i querelanti che mettono sotto accusa Xarelto, anticoaugulante prodotto da Bayer, che provocherebbe emorragie e persino la morte. Altre 17mila cause sono state avviate contro Essure, anti-concezionale, che causerebbe depressione e isterectomia.

In tutti questi casi, come per l’erbicida glifosato, la Bayer condannata, sostiene di non avere responsabilità.

Scopri tutte le informazioni necessarie sul glifosato e su dove puoi trovarlo nei prodotti di uso quotidiano, con i nostri articoli:

La difesa dell’erbicida glifosato: “La condanna non è supportata da prove”

Secondo i legali della Bayer, la giudice Bolanos non avrebbe sufficienti prove per dimostrare che il RoundUp sia causa del cancro del signor Johnson.

La società ha infatti commentato:

«La decisione della corte di ridurre il risarcimento è un passo nella giusta direzione, ma continuiamo a ritenere che la condanna non sia supportata da prove».

Il vicepresidente della Monsanto, Scott Partridge, ha inoltre dichiarato che “la giuria ha sbagliato” e che la società avrebbe sempre dimostrato la sicurezza dell’erbicida glifosato, impiegato – ricorda Partridge – da più di 40 anni.

Crollo in Borsa per la Bayer condannata dopo la sentenza

Immediatamente dopo la nuova sentenza di condanna, Bayer ha avuto un crollo in Borsa. A Francoforte, il titolo ha perso subito l’8,5 per cento del suo valore. Il colosso farmaceutico è arrivato fino a -11%, prima di risalire, comunque in calo, in torno al -8/9 per cento.

Il verdetto, anche se riduce di molto il risarcimento, mette quindi in dubbio la posizione di Bayer sui mercati. Secondo alcuni analisti, i problemi legati all’erbicida glifosato non sono “destinati a sparire, per ora”.

Come spiega Ian Hilliker, analista finanziario di Jefferies, la cifra del risarcimento “è in ogni caso alta per Bayer. E l’incertezza sul risultato finale e sul prezzo finale da pagare peserà sui titoli di Bayer nei prossimi mesi”.

Fonte: ambientebio

thanks to: UnUniverso

Muos: una Sicilia condannata dal Pentagono

Muos – Se i problemi morali passano in secondo piano quando c’è da vincere una guerra, allora questo è proprio il caso delle grandi potenze mondiali che, mascherando interessi bellici con principi intrisi di falsa democrazia, lavorano secondo una strategia abile ad insinuarsi nelle burocrazie degli altri Stati. Dando voce diretta alla storia, grande esempio potrebbe essere quello del compromesso con la mafia siciliana da parte della potenza americana per riuscire a varcare nel 1943, indisturbati, i confini di un’isola troppe volte colonizzata e privata delle sue bellezze: la Sicilia.

Muos

Nei discorsi dei giovani siciliani all’estero emerge una triste consapevolezza di essere tacciati per “mafiosi” nonostante siano lì per studiare, rimboccarsi le maniche e dimostrare una distanza ciclopica dalla mentalità di chi ha contribuito a ridurre il proprio paese in una terra da “corrompere”. Seguendo uno stesso filo d’Arianna, è forse poco noto come  l’accordo ombrello del 20 Ottobre 1954 tra Italia e Stati Uniti abbia contribuito a legittimare la presenza militare Usa in territorio italiano.

Diceva un proverbio: “Dai loro la mano e si prendono il braccio”. E così l’evolversi dei conflitti mondiali e le rispettive vincite e sconfitte dei paesi interessati sfociano adesso in conseguenze assai sottovalutate per anni. Risultato di quella politica marshalliana non fu altro che un nuovo protocollo d’intesa con l’allora ministro della Difesa, Ignazio La Russa, l’ex Presedente del Consiglio Berlusconi e non per ultimo l’ex Presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo, che si sarebbe fatto finanziare il suo partito (Mpa) dalla stessa azienda Gemma Spa al fine di incitare la risposta favorevole  della Regione sull’autorizzazione a costruire il famoso Muos nella zona naturale Sughereta di Niscemi, a Caltanissetta.

Il Mobile User Objective System è infatti un sistema di comunicazioni satellitari ad altissima frequenza composto da quattro satelliti e quattro stazioni di terra, che emanerà onde elettromagnetiche per un raggio di circa 145 Km. Recenti studi, oltre quelli sugli effetti sulla salute di Zucchetti e Coraddu, hanno evidenziato come tali onde siano maggiormente dannose nel raggio compreso tra i 50-60 Km, dove l’intensità si fa più forte. Proprio per questo sono nati numerosi Comitati spontanei di cittadini dei comuni di gran parte della Sicilia, per manifestare il proprio dissenso contro la realizzazione di tale strumento di guerra  soprannominato “MUOStro”.

Numerosi tecnici hanno dimostrato l’effettiva pericolosità di tale installazione e del Muos, ma nello stesso tempo sono stati valutati atti legali con i quali procedere per la revoca delle autorizzazioni. “Area di interesse strategico per la difesa nazionale” è stata definita dall’ex ministro italiano dell’Interno Cancellieri che, insieme alla maggior parte dei politici componenti del Governo nazionale, si sono resi complici di una politica di guerra aggressiva ma nello stesso tempo moderna e tecnologica del Pentagono in gran parte del Medio Oriente.

E’ noto come le grandi potenze mondiali alimentano gli estremismi, nonostante apparentemente li condannino in nome della democrazia, per poi incitarli alla violenza verso il proprio stesso popolo e giustificare successivamente le missioni di “prevenzione” al terrorismo nei Paesi d’origine.

Divenuta una regione fortemente militarizzata (vedi le condizioni non rispettate del Trattato di Parigi, 1947), la Sicilia si espone adesso ad eventuali attacchi nemici: quali sono gli strumenti del nemico da distruggere in caso di guerra se non i sistemi di comunicazione? Intanto continua la suddita complicità dell’intero governo italiano e tutti i consenzienti che di tale scempio dovranno rispondere anche di “crimine verso l’umanità”.

thanks to: ilfarosulmondo

US military grounds all F-35 fighter jets after last month’s crash

 

F-35 Lightning II Joint Strike Fighter (JSF)

F-35 Lightning II Joint Strike Fighter (JSF)

The US military has grounded its entire fleet of F-35 joint strike fighters after the aircraft’ fuel tubes were suspected to be the cause of a crash last month in which the jet was completely destroyed.

The Defense Department made the announcement in a statement issued on Thursday.

“The US Services and international partners have temporarily suspended F-35 flight operations while the enterprise conducts a fleet-wide inspection of a fuel tube within the engine on all F-35 aircraft,” the F-35 Joint Program Office said.

“If suspect fuel tubes are installed, the part will be removed and replaced. If known good fuel tubes are already installed, then those aircraft will be returned to flight status,” it added.

The program office noted that inspections could be completed within the next two days, adding that the inspections were prompted by “initial data from the ongoing investigation of the F-35B that crashed” close to Marine Corps Air Station Beaufort in Beaufort, South Carolina, on September 28.

The expensive aircraft was completely destroyed in the crash during training. According to one official, “It’s a total loss.”

Images posted on social media show a plume of black smoke rising above what users described as the crash site.

It was an F-35 “B” variant, which is used by the Marine Corps, and it is capable of taking off from a short runway and landing vertically.

No serious injury was reported after the incident and according to the Beaufort County Sheriff’s Office, the pilot safely ejected and was being evaluated for injuries.

 “The aircraft mishap board is continuing its work and the US Marine Corps will provide additional information when it becomes available,” the F-35 Joint Program Office said in the Thursday statement.

The US military has had a series of aircraft crashes in the past year, including an emergency landing with a Marine Corps F-35B in April, at Cherry Point, North Carolina.

The program office insisted that it will “take every measure to ensure safe operations while we deliver, sustain and modernize the F-35 for the warfighter and our defense partners.”

The F-35 aircraft will become the main fighter aircraft for the Marine Corps, Air Force and Navy, according to a military official.

Although unit costs vary, the price tag of F-35s is estimated at $100 million each. Future production lots of F-35s are predicted to decrease slightly in price.

The F-35 program, which was first launched in the early 1990s, is regarded as the most expensive weapons system in US history, with its costs estimated to be around $400 billion and a goal to produce 2,500 aircraft in the coming years.

Overall program costs are expected to rise to $1.5 trillion if servicing and maintenance costs are factored in over the aircraft’s lifespan through 2070.

The plane’s state-of-the-art features – radar-dodging stealth technology, supersonic speeds, close air support capabilities, airborne agility and a massive array of sensors – enable pilots to have unparalleled access to information.

However, the program has experienced numerous delays, cost overruns and setbacks, including a mysterious engine fire in 2014 that prompted commanders to temporarily ground the planes.

thanks to: PressTV

Arriva Calipso V, nuovo pozzo ENI al largo di Falconara

Nitrati (NOx) che saranno emessi da Calipso V, dell’ENI al largo di Falconara
“Le attivita in progetto non comportano impatti significativi per l’ambiente”
Tutto questo e’ firmato dal legale rappresentante dell’ENI, Mr. Diego Portoghese
Ovviamente da San Donato Milanese e’ sempre tuttapposto!
Siamo a circa 35 km dalla costa fra Falconara ed Ancona, ad una profondita’ d’acqua di circa 75 metri. E’ qui che l’ENI (al 51%) vuole trivellare assieme alla Edison Gas (al 49%), piazzandoci il pozzo Calipso V.
Ai tempi della scuola Calipso era una ninfa che trattenne Ulisse sulla sua isola, Ogigia, in Grecia, per sette anni. I due si amarono, lei gli offri’ l’immortalita’ ma lui la rifiuto’ perche’ voleva tornare ad Itaca.
Adesso Calipso e’ un petrol-mostro, perche’ questi signori del petrolio non sanno neanche rispettare la sacralita’ della letteratura greca e devono inquinare pure la mitologia antica.
Ad ogni modo, questi galantuomini dell’ENI gia’ operano, e dal 2002, la piattaforma Calipso, collegata alla centrale di Falconara, citta’ martoriata dal petrolio.
Quello che vogliono fare con Calipso V e’ di trivellare un nuovo pozzo per l’estrazione del gas, il quinto della serie, e aggiungerlo a tutti quelli che gia’ fanno riferimento alla piattaforma Calipso. Di questi due sono gia’ produttivi, Calipso 003 DirA e Calipso 004 DirB.
Quello che vogliono fare e’ di perforare, fare test sulla natura del gas estratto, e metterlo in produzione. Il giacimento e’ a circa 1.8 chilometri dalla piattaforma, per cui non e’ ben chiaro come ci arriveranno. Il loro documento di valutazione ambientale non lo spiega chiaramente. Trivelleranno in orizzontale per 1.8 chilometri? Non si sa, ma parrebbe l’unica possibilita’.
Ovviamente non possono non sparare sulla loro presunta benevolenza: dicono che il modello di business di ENI e’ “volto alla creazione di valore” per tutti, perseguita per varie strade, fra cui “la prevenzione dei rischi di business”, “la tutela dell’ambiente e delle comunità dove l’azienda opera”, “la salvaguardia della salute e sicurezza delle persone che lavorano in Eni e con Eni e il rispetto dei diritti umani, dell’etica e della trasparenza.”
Ormai sono tanti anni che leggo sviolinate del genere, e basta andare a Gela o a Viggiano per capire che sono solo balle e che di tutela dell’ambiente o di rispetto per i residenti c’e’ solo l’inchiostro con cui cotante sciocchezze vengono scritte.
Perche’? Perche’ il vero rispetto di ambiente e di persone significherebbe chiudere Gela, Viggiano, Porto Torres, Falconara e tutte le raffinerie d’Italia, ma questo ovviamente significherebbe fine del petrol-business, e dunque e’ piu’ facile mandare alla stampa e alla propaganda parole al vento che non significano niente.
E con queste belle parole ci propinano altri pozzi, come se a Falconara non ne avessero gia’ abbastanza di sirene che annunciano pericoli dalla raffineria, scoppi, puzze e disperazione, dal mare e dalla terraferma.
Partiamo con la litania del tuttapposto, del tanto-non-c’e’-niente-di-interessante e del fa-tutto-schifo-cosi’-possiamo-trivellare.
Secondo l’ENI nell’area interessata non ci sono beni paesaggistici, culturali o archeologici vincolati, ad eccetto dell’ area archeologica sommersa “Peschiera romana della Scalaccia” a sud di Ancona.
Tuttapposto.
Ancora, nella Regione Marche non ci sono aree marine protette, anche se presto dovrebbe essere instaurata l’area marina Costa del Monte Conero a 33 chilometri e anche se ci sono vari SIC, ZPS, ZSC ed IBA lungo le coste marchigiane piu’ o meno vicine a Calipso.
ZSC IT5310006 Colle San Bartolo;
ZSC IT5320005 Costa tra Ancona e Portonovo;
ZSC IT5320006 Portonovo e falesia calcarea a mare;
ZSC IT5340001 Litorale di Porto d’Ascoli;
SIC IT5340022 Costa del Piceno – San Nicola a mare;
ZPS IT5310024 Colle San Bartolo e litorale pesarese;
ZSC e ZPS IT5310022 Fiume Metauro da Piano di Zucca alla foce;
ZPS IT5320015 Monte Conero;
ZSC IT5320005 Costa tra Ancona e Portonovo;
ZSC IT5320006 Portonovo e falesia calcarea a mare;
ZSC IT5320007 Monte Conero;
ZPS IT5320015 Monte Conero;
Ma non solo Calipso non portera’ effetti negativi, sara’ un toccasana, come lo sono gia’ tutte le piattaforme petrolifere in zona. Infatti l’ENI ci ricorda che nel mare Adriatico esiste una area di “Barbare” a 20 chilometri a nord di Calipso dove le piattaforme servono per… difendere i litorali contro la pesca a strascico illegate!
Questa mi mancava proprio! Le piattaforme che ci salvano dalla pesca illegale!
Aggiungon ancora che …  le piattaforme, “con le loro strutture intricate, ricche di anfratti, rifugi”, rappresentano “un elemento di diversificazione nell’habitat originario monotono” e costituiscono dei “meccanismi bio-ecologici” in grado di aumentare la produzione alieutica di un ecosistema.
Oddio, la vita marina senza trivellatori e’ monotona, per cui arrivano i petrolieri a renderla piu’ intricata, e piu’ interessante! A darci piu’ pesci!
Ma che si sono bevuti questi qui?
Fanno ridere e piangere assieme. Interessante che molte delle frasi scritte sono state scopiazzate di qua e di la da internet. Per esempio la frase “costituiscono dei meccanismi bio-ecologici in grado di aumentare la produzione alieutica di un ecosistema” e’ stata presa pari pari da un sito che si chiama Il Pesce, del 2003.
La fantasia non e’ petrolio, eh?
Ad ogni modo, nonostante queste piattaforme romperanno la monotonia e porteranno alla maggior “produzione alieutica” (perche’ non scrivono come trivellano?), e’ interessante notare che navigazione, ancoraggio, pesca sara’ tutto vietato in un raggio di 500 metri dalla piattaforma.
Chissa’. Dei fluidi di perforazione, dei detriti, dell’inquinamento non se ne parla. Quei pesci aumenteranno, ma nessuno si potra’ avvicinare loro.
Ci sono invece, verso costa degli allevamenti di cozze, di allevamento ittico ed acquacoltura ma, secondo l’ENI e’ tutto lontano dalle loro trivelle e dunque anche qui, tuttapposto.
Ma poi, quanto gas arrivera’ da Calipso V?
La bellezza di 280 milioni di metri cubi in totale, su un arco di sette anni.
In Italia ne consumiamo circa 700 miliardi di metricubi l’anno, per cui qui siamo a
Un altro tuttapposto viene dall’affermazione dell’ENI che Calipso V potrebbe aiutarci a “sostenere l’attuale situazione di criticità del mercato italiano del gas, caratterizzato da riduzione della produzione nazionale dovuta alla diminuzione delle riserve nazionali e crescente dipendenza di forniture dall’estero”.
Dulcis in fundo, fanno “simulazione modellistica” e trovano… indoviniamo?
Tuttapposto!!
Tutto e’ sotto i limiti di legge, e al massimo ci sara’ un po di inquinamento a causa di tre motogeneratori durante le operazioni di trivellazione che dureranno circa 65 giorni.
Non ci saranno danni alle tartarughe, alla pesca, all’ambiente, a nessuno. Tutto e’ perfetto. E anche cio’ che perfetto non dovrebbe esserlo e’ “secondario”. Ci sara’ una “verifica periodica del corretto funzionamento dell’impianto di trattamento delle acque di scarico”, “l’ispezione periodica dei serbatoi contenenti liquidi pericolosi” e “manutenzione relativa ai motori e alle tubazioni” che contribuiranno a ridurre il rischio di rilasci anche accidentali.
Ma se l’ENI e’ la regina dei disastri, per dirne una, in Norvegia, dove ogni tanto le capita di essere sgridata dall’ente per la sicurezza petrolifera per irregolarita’ nelle sue operazioni? E poi, di grazia, quali sono questi “liquidi pericolosi”? Cosa c’e’ dentro? E le acque di scarto? Dove le metteranno? Quante ne saranno prodotte?
E  poi, niente paura.
Ci sara’ una nave di appoggio permanente dotata di attrezzature e materiali antinquinamento.
Ma non era tuttapposto? Perche’ allora la nave antinquinamento?  Per di piu’ con sistemi meccanici per separare olio ed acqua che lavoreranno almeno a 35 metri cubi/ora, e con sistemi di materiale per lo “spandimento in mare.”
Ma siamo gia’ a pagina 49 di 50, per cui questi sono solo piccoli dettagli. Come detto, e’ tutto perfetto, e perche’ perdere tempo con queste cosucce, come sapere di che monnezza si tratta e quanta ne finira’ in circolazione?
E cosi arriviamo all’ultima pagine dove di tuttapposto in tuttapposto siamo arrivati alla piena “coerenza tra il progetto” e “l’attuale situazione energetica italiana”. Ovviamente le “attività previste non determinano impatti rilevanti” su niente e nessuno, e si prevede “assenza di impatti significativi”, trascurabili, lievi e completamente reversibili. E anche se l’impatto e’ basso, il disturbo non e’ significativo e tutto sara’ condotto nel massimo rispetto e tutela dell’ambiente.
Come detto, e’ perfetto!
Purtroppo che dopo 50 anni di racconti su tutta questa perfezione, i residenti di Falconara non ci credono piu’.
Non c’e’ niente di perfetto in queste trivelle, ci sono invece scarichi di materiale tossico in aria, in acqua, pericoli di scoppio, danni alla vita marina, e se vogliamo essere piu’ grandi dell’orticello marchigiano, cambiamenti climatici, dipendenza cieca dalle fonti fossili, e peggior qualita’ della vita per tutti.
Come sempre, meglio il sole, meglio il vento.
Meglio Omero e la mitologia greca.
thanks to: dorsogna

Il vero “deficit” di cui nessuno parla: i 70 milioni di euro al giorno per le spese militari!

Il vero deficit di cui nessuno parla: i 70 milioni di euro al giorno per le spese militari!

di Manlio Dinucci*, Il Manifesto 2 ottobre 2018

Mercati e Unione europea in allarme, opposizione all’attacco, richiamo del presidente della Repubblica alla Costituzione, perché l’annunciata manovra finanziaria del governo comporterebbe un deficit di circa 27 miliardi di euro.

Silenzio assoluto invece, sia nel governo che nell’opposizione, sul fatto che l’Italia spende in un anno una somma analoga a scopo militare. Quella del 2018 è di circa 25 miliardi di euro, cui si aggiungono altre voci di carattere miitare portandola a oltre 27 miliardi. Sono oltre 70 milioni di euro al giorno, in aumento poiché l’Italia si è impegnata nella Nato a portarli a circa 100 milioni al giorno.

Perché nessuno mette in discussione il crescente esborso di denaro pubblico per armi, forze armate e interventi militari? Perché vorrebbe dire mettersi contro gli Stati uniti, l’«alleato privilegiato» (ossia dominante), che ci richiede un continuo aumento della spesa militare.

Quella statunitense per l’anno fiscale 2019 (iniziato il 1° ottobre 2018) supera i 700 miliardi di dollari, cui si aggiungono altre voci di carattere militare, compresi quasi 200 miliardi per i militari a riposo. La spesa militare complessiva degli Stati uniti sale così a oltre 1.000 miliardi di dollari annui, ossia a un quarto della spesa federale.

Un crescente investimento nella guerra, che permette agli Stati uniti (secondo la motivazione ufficiale del Pentagono) di «rimanere la preminente potenza militare nel mondo, assicurare che i rapporti di potenza restino a nostro favore e far avanzare un ordine internazionale che favorisca al massimo la nostra prosperità».

La spesa militare provocherà però nel budget federale, nell’anno fiscale 2019, un deficit di quasi 1.000 miliardi. Questo farà aumentare ulteriormente il debito del governo federale Usa, salito a circa 21.

500 miliardi di dollari.

Esso viene scaricato all’interno con tagli alle spese sociali e, all’estero, stampando dollari, usati quale principale moneta delle riserve valutarie mondiali e delle quotazioni delle materie prime.

C’è però chi guadagna dalla crescente spesa militare. Sono i colossi dell’industria bellica. Tra le dieci maggiori produttrici mondiali di armamenti, sei sono statunitensi: Lockheed Martin, Boeing, Raytheon Company, Northrop Grumman, General Dynamics, L3 Technologies. Seguono la britannica BAE Systems, la franco-olandese Airbus, l’italiana Leonardo (già Finmeccanica) salita al nono posto, e la francese Thales.

Non sono solo gigantesche aziende produttrici di armamenti. Esse formano il complesso militare-industriale, strettamente integrato con istituzioni e partiti, in un esteso e profondo intreccio di interessi. Ciò crea un vero e proprio establishment delle armi, i cui profitti e poteri aumentano nella misura in cui aumentano tensioni e guerre.

La Leonardo, che ricava l’85% del suo fatturato dalla vendita di armi, è integrata nel complesso militare-industriale statunitense: fornisce prodotti e servizi non solo alle Forze armate e alle aziende del Pentagono, ma anche alle agenzie d’intelligence, mentre in Italia gestisce l’impianto di Cameri dei caccia F-35 della Lockheed Martin.

In settembre la Leonardo è stata scelta dal Pentagono, con la Boeing prima contrattista, per fornire alla US Air Force l’elicottero da attacco AW139.

In agosto, Fincantieri (controllata dalla società finanziaria del Ministero dell’Economia e delle Finanze) ha consegnato alla US Navy, con la Lockheed Martin, altre due navi da combattimento litorale.

Tutto questo va tenuto presente quando ci si chiede perché, negli organi parlamentari e istituzionali italiani, c’è uno schiacciante consenso multipartisan a non tagliare ma ad aumentare la spesa militare.

*Pubblichiamo su gentile concessione dell’Autore 

thanks to: l’Antidiplomatico

Feroci jihadisti in giro per l’Europa grazie alla cittadinanza concessa dall’Ucraina

Feroci jihadisti in giro per l'Europa grazie alla cittadinanza concessa dall'Ucraina

Tagliagole dell’ISIS con passaporti di paesi europei, liberi di aggirarsi impunemente? Ne avevamo già parlato a proposito delle centinaia di jihadisti, presentati come “Caschi bianchi”, che tra il tripudio della RAI, un mese fa, venivano trasferiti, via Israele, in Europa dal governo francese e inglese. Ora c’è di peggio: lo documenta Yurii Colombo su Il Manifesto segnalando una legge votata dalla Duma – il parlamento di Kiev – che concede la cittadinanza ucraina a “quegli stranieri o individui senza cittadinanza che prendono parte alla difesa dell’integrità dell’Ucraina”; legge imposta – nonostante le timide perplessità espresse, addirittura, da Poroshenko – da un assedio della Rada condotto, per giorni, da neonazisti ucraini.

Ma chi sarebbero questi “stranieri o individui senza cittadinanza che prendono parte alla difesa dell’integrità dell’Ucraina”. In primo luogo i membri del Battaglione internazionale Sheikh Mansur composto prevalentemente da feroci jihadisti ceceni e altri loro “correligionari” scappati dalla Siria.

I quali, d’ora in poi, forniti di regolare passaporto ucraino, saranno liberi – grazie al Trattato di Schengen – di andare dove vogliono in Europa.

E tutto questo mentre l’Unione Europea, col pieno accordo del governo italiano, intensifica le sanzioni contro il generale Ali Mamlouk , forse per dissuaderlo di incontrarsi ancora con i vertici dei servizi segreti italiani per aiutarli ad identificare cellule terroristiche provenienti dalla Siria.

Infine, la comica finale. Ce la regala stopfake.org, un sito sponsorizzato dall’Unione Europea per “contrastare la propaganda di Putin”. Il quale ha la spudoratezza di additare l’articolo di Yurii Colombo come fakenews in quanto “gli unici guerriglieri ricercati in Europa sono coloro che si recano in Donbass per combattere a fianco dei ribelli filorussi”. Grazie dell’informazione, ma lo sapevamo già.

E se non sapete perché il sito stopfake.org è stato creato, date una occhiata a questo video.

Francesco Santoianni

Notizia del:

PD: Quanti erano a Piazza del Popolo?

PD: Quanti erano a Piazza del Popolo?

pecorarossa.it

Non sono serviti a nulla i “convogli speciali con vagoni a tema con zona relax, karaoke e torneo di carte” annunciati da Repubblica, né i penosi contorcimenti de Il Corriere sui 17.100 metri quadri di Piazza del Popolo, né le foto di manifestazioni di qualche anno fa spacciate come attuali; La manifestazione del PD a Piazza del Popolo (dagli agghiaccianti contenuti politici) è stata un gigantesco flop: neanche 20.000 persone Non ci credete? Date una occhiata a questo video, effettuato mentre la manifestazione era in corso: lo pubblica Repubblica.

thanks to: Francesco Santoianni

l’Antidiplomatico