Muos: una Sicilia condannata dal Pentagono

Muos – Se i problemi morali passano in secondo piano quando c’è da vincere una guerra, allora questo è proprio il caso delle grandi potenze mondiali che, mascherando interessi bellici con principi intrisi di falsa democrazia, lavorano secondo una strategia abile ad insinuarsi nelle burocrazie degli altri Stati. Dando voce diretta alla storia, grande esempio potrebbe essere quello del compromesso con la mafia siciliana da parte della potenza americana per riuscire a varcare nel 1943, indisturbati, i confini di un’isola troppe volte colonizzata e privata delle sue bellezze: la Sicilia.

Muos

Nei discorsi dei giovani siciliani all’estero emerge una triste consapevolezza di essere tacciati per “mafiosi” nonostante siano lì per studiare, rimboccarsi le maniche e dimostrare una distanza ciclopica dalla mentalità di chi ha contribuito a ridurre il proprio paese in una terra da “corrompere”. Seguendo uno stesso filo d’Arianna, è forse poco noto come  l’accordo ombrello del 20 Ottobre 1954 tra Italia e Stati Uniti abbia contribuito a legittimare la presenza militare Usa in territorio italiano.

Diceva un proverbio: “Dai loro la mano e si prendono il braccio”. E così l’evolversi dei conflitti mondiali e le rispettive vincite e sconfitte dei paesi interessati sfociano adesso in conseguenze assai sottovalutate per anni. Risultato di quella politica marshalliana non fu altro che un nuovo protocollo d’intesa con l’allora ministro della Difesa, Ignazio La Russa, l’ex Presedente del Consiglio Berlusconi e non per ultimo l’ex Presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo, che si sarebbe fatto finanziare il suo partito (Mpa) dalla stessa azienda Gemma Spa al fine di incitare la risposta favorevole  della Regione sull’autorizzazione a costruire il famoso Muos nella zona naturale Sughereta di Niscemi, a Caltanissetta.

Il Mobile User Objective System è infatti un sistema di comunicazioni satellitari ad altissima frequenza composto da quattro satelliti e quattro stazioni di terra, che emanerà onde elettromagnetiche per un raggio di circa 145 Km. Recenti studi, oltre quelli sugli effetti sulla salute di Zucchetti e Coraddu, hanno evidenziato come tali onde siano maggiormente dannose nel raggio compreso tra i 50-60 Km, dove l’intensità si fa più forte. Proprio per questo sono nati numerosi Comitati spontanei di cittadini dei comuni di gran parte della Sicilia, per manifestare il proprio dissenso contro la realizzazione di tale strumento di guerra  soprannominato “MUOStro”.

Numerosi tecnici hanno dimostrato l’effettiva pericolosità di tale installazione e del Muos, ma nello stesso tempo sono stati valutati atti legali con i quali procedere per la revoca delle autorizzazioni. “Area di interesse strategico per la difesa nazionale” è stata definita dall’ex ministro italiano dell’Interno Cancellieri che, insieme alla maggior parte dei politici componenti del Governo nazionale, si sono resi complici di una politica di guerra aggressiva ma nello stesso tempo moderna e tecnologica del Pentagono in gran parte del Medio Oriente.

E’ noto come le grandi potenze mondiali alimentano gli estremismi, nonostante apparentemente li condannino in nome della democrazia, per poi incitarli alla violenza verso il proprio stesso popolo e giustificare successivamente le missioni di “prevenzione” al terrorismo nei Paesi d’origine.

Divenuta una regione fortemente militarizzata (vedi le condizioni non rispettate del Trattato di Parigi, 1947), la Sicilia si espone adesso ad eventuali attacchi nemici: quali sono gli strumenti del nemico da distruggere in caso di guerra se non i sistemi di comunicazione? Intanto continua la suddita complicità dell’intero governo italiano e tutti i consenzienti che di tale scempio dovranno rispondere anche di “crimine verso l’umanità”.

thanks to: ilfarosulmondo

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US military grounds all F-35 fighter jets after last month’s crash

 

F-35 Lightning II Joint Strike Fighter (JSF)

F-35 Lightning II Joint Strike Fighter (JSF)

The US military has grounded its entire fleet of F-35 joint strike fighters after the aircraft’ fuel tubes were suspected to be the cause of a crash last month in which the jet was completely destroyed.

The Defense Department made the announcement in a statement issued on Thursday.

“The US Services and international partners have temporarily suspended F-35 flight operations while the enterprise conducts a fleet-wide inspection of a fuel tube within the engine on all F-35 aircraft,” the F-35 Joint Program Office said.

“If suspect fuel tubes are installed, the part will be removed and replaced. If known good fuel tubes are already installed, then those aircraft will be returned to flight status,” it added.

The program office noted that inspections could be completed within the next two days, adding that the inspections were prompted by “initial data from the ongoing investigation of the F-35B that crashed” close to Marine Corps Air Station Beaufort in Beaufort, South Carolina, on September 28.

The expensive aircraft was completely destroyed in the crash during training. According to one official, “It’s a total loss.”

Images posted on social media show a plume of black smoke rising above what users described as the crash site.

It was an F-35 “B” variant, which is used by the Marine Corps, and it is capable of taking off from a short runway and landing vertically.

No serious injury was reported after the incident and according to the Beaufort County Sheriff’s Office, the pilot safely ejected and was being evaluated for injuries.

 “The aircraft mishap board is continuing its work and the US Marine Corps will provide additional information when it becomes available,” the F-35 Joint Program Office said in the Thursday statement.

The US military has had a series of aircraft crashes in the past year, including an emergency landing with a Marine Corps F-35B in April, at Cherry Point, North Carolina.

The program office insisted that it will “take every measure to ensure safe operations while we deliver, sustain and modernize the F-35 for the warfighter and our defense partners.”

The F-35 aircraft will become the main fighter aircraft for the Marine Corps, Air Force and Navy, according to a military official.

Although unit costs vary, the price tag of F-35s is estimated at $100 million each. Future production lots of F-35s are predicted to decrease slightly in price.

The F-35 program, which was first launched in the early 1990s, is regarded as the most expensive weapons system in US history, with its costs estimated to be around $400 billion and a goal to produce 2,500 aircraft in the coming years.

Overall program costs are expected to rise to $1.5 trillion if servicing and maintenance costs are factored in over the aircraft’s lifespan through 2070.

The plane’s state-of-the-art features – radar-dodging stealth technology, supersonic speeds, close air support capabilities, airborne agility and a massive array of sensors – enable pilots to have unparalleled access to information.

However, the program has experienced numerous delays, cost overruns and setbacks, including a mysterious engine fire in 2014 that prompted commanders to temporarily ground the planes.

thanks to: PressTV

Arriva Calipso V, nuovo pozzo ENI al largo di Falconara

Nitrati (NOx) che saranno emessi da Calipso V, dell’ENI al largo di Falconara
“Le attivita in progetto non comportano impatti significativi per l’ambiente”
Tutto questo e’ firmato dal legale rappresentante dell’ENI, Mr. Diego Portoghese
Ovviamente da San Donato Milanese e’ sempre tuttapposto!
Siamo a circa 35 km dalla costa fra Falconara ed Ancona, ad una profondita’ d’acqua di circa 75 metri. E’ qui che l’ENI (al 51%) vuole trivellare assieme alla Edison Gas (al 49%), piazzandoci il pozzo Calipso V.
Ai tempi della scuola Calipso era una ninfa che trattenne Ulisse sulla sua isola, Ogigia, in Grecia, per sette anni. I due si amarono, lei gli offri’ l’immortalita’ ma lui la rifiuto’ perche’ voleva tornare ad Itaca.
Adesso Calipso e’ un petrol-mostro, perche’ questi signori del petrolio non sanno neanche rispettare la sacralita’ della letteratura greca e devono inquinare pure la mitologia antica.
Ad ogni modo, questi galantuomini dell’ENI gia’ operano, e dal 2002, la piattaforma Calipso, collegata alla centrale di Falconara, citta’ martoriata dal petrolio.
Quello che vogliono fare con Calipso V e’ di trivellare un nuovo pozzo per l’estrazione del gas, il quinto della serie, e aggiungerlo a tutti quelli che gia’ fanno riferimento alla piattaforma Calipso. Di questi due sono gia’ produttivi, Calipso 003 DirA e Calipso 004 DirB.
Quello che vogliono fare e’ di perforare, fare test sulla natura del gas estratto, e metterlo in produzione. Il giacimento e’ a circa 1.8 chilometri dalla piattaforma, per cui non e’ ben chiaro come ci arriveranno. Il loro documento di valutazione ambientale non lo spiega chiaramente. Trivelleranno in orizzontale per 1.8 chilometri? Non si sa, ma parrebbe l’unica possibilita’.
Ovviamente non possono non sparare sulla loro presunta benevolenza: dicono che il modello di business di ENI e’ “volto alla creazione di valore” per tutti, perseguita per varie strade, fra cui “la prevenzione dei rischi di business”, “la tutela dell’ambiente e delle comunità dove l’azienda opera”, “la salvaguardia della salute e sicurezza delle persone che lavorano in Eni e con Eni e il rispetto dei diritti umani, dell’etica e della trasparenza.”
Ormai sono tanti anni che leggo sviolinate del genere, e basta andare a Gela o a Viggiano per capire che sono solo balle e che di tutela dell’ambiente o di rispetto per i residenti c’e’ solo l’inchiostro con cui cotante sciocchezze vengono scritte.
Perche’? Perche’ il vero rispetto di ambiente e di persone significherebbe chiudere Gela, Viggiano, Porto Torres, Falconara e tutte le raffinerie d’Italia, ma questo ovviamente significherebbe fine del petrol-business, e dunque e’ piu’ facile mandare alla stampa e alla propaganda parole al vento che non significano niente.
E con queste belle parole ci propinano altri pozzi, come se a Falconara non ne avessero gia’ abbastanza di sirene che annunciano pericoli dalla raffineria, scoppi, puzze e disperazione, dal mare e dalla terraferma.
Partiamo con la litania del tuttapposto, del tanto-non-c’e’-niente-di-interessante e del fa-tutto-schifo-cosi’-possiamo-trivellare.
Secondo l’ENI nell’area interessata non ci sono beni paesaggistici, culturali o archeologici vincolati, ad eccetto dell’ area archeologica sommersa “Peschiera romana della Scalaccia” a sud di Ancona.
Tuttapposto.
Ancora, nella Regione Marche non ci sono aree marine protette, anche se presto dovrebbe essere instaurata l’area marina Costa del Monte Conero a 33 chilometri e anche se ci sono vari SIC, ZPS, ZSC ed IBA lungo le coste marchigiane piu’ o meno vicine a Calipso.
ZSC IT5310006 Colle San Bartolo;
ZSC IT5320005 Costa tra Ancona e Portonovo;
ZSC IT5320006 Portonovo e falesia calcarea a mare;
ZSC IT5340001 Litorale di Porto d’Ascoli;
SIC IT5340022 Costa del Piceno – San Nicola a mare;
ZPS IT5310024 Colle San Bartolo e litorale pesarese;
ZSC e ZPS IT5310022 Fiume Metauro da Piano di Zucca alla foce;
ZPS IT5320015 Monte Conero;
ZSC IT5320005 Costa tra Ancona e Portonovo;
ZSC IT5320006 Portonovo e falesia calcarea a mare;
ZSC IT5320007 Monte Conero;
ZPS IT5320015 Monte Conero;
Ma non solo Calipso non portera’ effetti negativi, sara’ un toccasana, come lo sono gia’ tutte le piattaforme petrolifere in zona. Infatti l’ENI ci ricorda che nel mare Adriatico esiste una area di “Barbare” a 20 chilometri a nord di Calipso dove le piattaforme servono per… difendere i litorali contro la pesca a strascico illegate!
Questa mi mancava proprio! Le piattaforme che ci salvano dalla pesca illegale!
Aggiungon ancora che …  le piattaforme, “con le loro strutture intricate, ricche di anfratti, rifugi”, rappresentano “un elemento di diversificazione nell’habitat originario monotono” e costituiscono dei “meccanismi bio-ecologici” in grado di aumentare la produzione alieutica di un ecosistema.
Oddio, la vita marina senza trivellatori e’ monotona, per cui arrivano i petrolieri a renderla piu’ intricata, e piu’ interessante! A darci piu’ pesci!
Ma che si sono bevuti questi qui?
Fanno ridere e piangere assieme. Interessante che molte delle frasi scritte sono state scopiazzate di qua e di la da internet. Per esempio la frase “costituiscono dei meccanismi bio-ecologici in grado di aumentare la produzione alieutica di un ecosistema” e’ stata presa pari pari da un sito che si chiama Il Pesce, del 2003.
La fantasia non e’ petrolio, eh?
Ad ogni modo, nonostante queste piattaforme romperanno la monotonia e porteranno alla maggior “produzione alieutica” (perche’ non scrivono come trivellano?), e’ interessante notare che navigazione, ancoraggio, pesca sara’ tutto vietato in un raggio di 500 metri dalla piattaforma.
Chissa’. Dei fluidi di perforazione, dei detriti, dell’inquinamento non se ne parla. Quei pesci aumenteranno, ma nessuno si potra’ avvicinare loro.
Ci sono invece, verso costa degli allevamenti di cozze, di allevamento ittico ed acquacoltura ma, secondo l’ENI e’ tutto lontano dalle loro trivelle e dunque anche qui, tuttapposto.
Ma poi, quanto gas arrivera’ da Calipso V?
La bellezza di 280 milioni di metri cubi in totale, su un arco di sette anni.
In Italia ne consumiamo circa 700 miliardi di metricubi l’anno, per cui qui siamo a
Un altro tuttapposto viene dall’affermazione dell’ENI che Calipso V potrebbe aiutarci a “sostenere l’attuale situazione di criticità del mercato italiano del gas, caratterizzato da riduzione della produzione nazionale dovuta alla diminuzione delle riserve nazionali e crescente dipendenza di forniture dall’estero”.
Dulcis in fundo, fanno “simulazione modellistica” e trovano… indoviniamo?
Tuttapposto!!
Tutto e’ sotto i limiti di legge, e al massimo ci sara’ un po di inquinamento a causa di tre motogeneratori durante le operazioni di trivellazione che dureranno circa 65 giorni.
Non ci saranno danni alle tartarughe, alla pesca, all’ambiente, a nessuno. Tutto e’ perfetto. E anche cio’ che perfetto non dovrebbe esserlo e’ “secondario”. Ci sara’ una “verifica periodica del corretto funzionamento dell’impianto di trattamento delle acque di scarico”, “l’ispezione periodica dei serbatoi contenenti liquidi pericolosi” e “manutenzione relativa ai motori e alle tubazioni” che contribuiranno a ridurre il rischio di rilasci anche accidentali.
Ma se l’ENI e’ la regina dei disastri, per dirne una, in Norvegia, dove ogni tanto le capita di essere sgridata dall’ente per la sicurezza petrolifera per irregolarita’ nelle sue operazioni? E poi, di grazia, quali sono questi “liquidi pericolosi”? Cosa c’e’ dentro? E le acque di scarto? Dove le metteranno? Quante ne saranno prodotte?
E  poi, niente paura.
Ci sara’ una nave di appoggio permanente dotata di attrezzature e materiali antinquinamento.
Ma non era tuttapposto? Perche’ allora la nave antinquinamento?  Per di piu’ con sistemi meccanici per separare olio ed acqua che lavoreranno almeno a 35 metri cubi/ora, e con sistemi di materiale per lo “spandimento in mare.”
Ma siamo gia’ a pagina 49 di 50, per cui questi sono solo piccoli dettagli. Come detto, e’ tutto perfetto, e perche’ perdere tempo con queste cosucce, come sapere di che monnezza si tratta e quanta ne finira’ in circolazione?
E cosi arriviamo all’ultima pagine dove di tuttapposto in tuttapposto siamo arrivati alla piena “coerenza tra il progetto” e “l’attuale situazione energetica italiana”. Ovviamente le “attività previste non determinano impatti rilevanti” su niente e nessuno, e si prevede “assenza di impatti significativi”, trascurabili, lievi e completamente reversibili. E anche se l’impatto e’ basso, il disturbo non e’ significativo e tutto sara’ condotto nel massimo rispetto e tutela dell’ambiente.
Come detto, e’ perfetto!
Purtroppo che dopo 50 anni di racconti su tutta questa perfezione, i residenti di Falconara non ci credono piu’.
Non c’e’ niente di perfetto in queste trivelle, ci sono invece scarichi di materiale tossico in aria, in acqua, pericoli di scoppio, danni alla vita marina, e se vogliamo essere piu’ grandi dell’orticello marchigiano, cambiamenti climatici, dipendenza cieca dalle fonti fossili, e peggior qualita’ della vita per tutti.
Come sempre, meglio il sole, meglio il vento.
Meglio Omero e la mitologia greca.
thanks to: dorsogna

Il vero “deficit” di cui nessuno parla: i 70 milioni di euro al giorno per le spese militari!

Il vero deficit di cui nessuno parla: i 70 milioni di euro al giorno per le spese militari!

di Manlio Dinucci*, Il Manifesto 2 ottobre 2018

Mercati e Unione europea in allarme, opposizione all’attacco, richiamo del presidente della Repubblica alla Costituzione, perché l’annunciata manovra finanziaria del governo comporterebbe un deficit di circa 27 miliardi di euro.

Silenzio assoluto invece, sia nel governo che nell’opposizione, sul fatto che l’Italia spende in un anno una somma analoga a scopo militare. Quella del 2018 è di circa 25 miliardi di euro, cui si aggiungono altre voci di carattere miitare portandola a oltre 27 miliardi. Sono oltre 70 milioni di euro al giorno, in aumento poiché l’Italia si è impegnata nella Nato a portarli a circa 100 milioni al giorno.

Perché nessuno mette in discussione il crescente esborso di denaro pubblico per armi, forze armate e interventi militari? Perché vorrebbe dire mettersi contro gli Stati uniti, l’«alleato privilegiato» (ossia dominante), che ci richiede un continuo aumento della spesa militare.

Quella statunitense per l’anno fiscale 2019 (iniziato il 1° ottobre 2018) supera i 700 miliardi di dollari, cui si aggiungono altre voci di carattere militare, compresi quasi 200 miliardi per i militari a riposo. La spesa militare complessiva degli Stati uniti sale così a oltre 1.000 miliardi di dollari annui, ossia a un quarto della spesa federale.

Un crescente investimento nella guerra, che permette agli Stati uniti (secondo la motivazione ufficiale del Pentagono) di «rimanere la preminente potenza militare nel mondo, assicurare che i rapporti di potenza restino a nostro favore e far avanzare un ordine internazionale che favorisca al massimo la nostra prosperità».

La spesa militare provocherà però nel budget federale, nell’anno fiscale 2019, un deficit di quasi 1.000 miliardi. Questo farà aumentare ulteriormente il debito del governo federale Usa, salito a circa 21.

500 miliardi di dollari.

Esso viene scaricato all’interno con tagli alle spese sociali e, all’estero, stampando dollari, usati quale principale moneta delle riserve valutarie mondiali e delle quotazioni delle materie prime.

C’è però chi guadagna dalla crescente spesa militare. Sono i colossi dell’industria bellica. Tra le dieci maggiori produttrici mondiali di armamenti, sei sono statunitensi: Lockheed Martin, Boeing, Raytheon Company, Northrop Grumman, General Dynamics, L3 Technologies. Seguono la britannica BAE Systems, la franco-olandese Airbus, l’italiana Leonardo (già Finmeccanica) salita al nono posto, e la francese Thales.

Non sono solo gigantesche aziende produttrici di armamenti. Esse formano il complesso militare-industriale, strettamente integrato con istituzioni e partiti, in un esteso e profondo intreccio di interessi. Ciò crea un vero e proprio establishment delle armi, i cui profitti e poteri aumentano nella misura in cui aumentano tensioni e guerre.

La Leonardo, che ricava l’85% del suo fatturato dalla vendita di armi, è integrata nel complesso militare-industriale statunitense: fornisce prodotti e servizi non solo alle Forze armate e alle aziende del Pentagono, ma anche alle agenzie d’intelligence, mentre in Italia gestisce l’impianto di Cameri dei caccia F-35 della Lockheed Martin.

In settembre la Leonardo è stata scelta dal Pentagono, con la Boeing prima contrattista, per fornire alla US Air Force l’elicottero da attacco AW139.

In agosto, Fincantieri (controllata dalla società finanziaria del Ministero dell’Economia e delle Finanze) ha consegnato alla US Navy, con la Lockheed Martin, altre due navi da combattimento litorale.

Tutto questo va tenuto presente quando ci si chiede perché, negli organi parlamentari e istituzionali italiani, c’è uno schiacciante consenso multipartisan a non tagliare ma ad aumentare la spesa militare.

*Pubblichiamo su gentile concessione dell’Autore 

thanks to: l’Antidiplomatico

Feroci jihadisti in giro per l’Europa grazie alla cittadinanza concessa dall’Ucraina

Feroci jihadisti in giro per l'Europa grazie alla cittadinanza concessa dall'Ucraina

Tagliagole dell’ISIS con passaporti di paesi europei, liberi di aggirarsi impunemente? Ne avevamo già parlato a proposito delle centinaia di jihadisti, presentati come “Caschi bianchi”, che tra il tripudio della RAI, un mese fa, venivano trasferiti, via Israele, in Europa dal governo francese e inglese. Ora c’è di peggio: lo documenta Yurii Colombo su Il Manifesto segnalando una legge votata dalla Duma – il parlamento di Kiev – che concede la cittadinanza ucraina a “quegli stranieri o individui senza cittadinanza che prendono parte alla difesa dell’integrità dell’Ucraina”; legge imposta – nonostante le timide perplessità espresse, addirittura, da Poroshenko – da un assedio della Rada condotto, per giorni, da neonazisti ucraini.

Ma chi sarebbero questi “stranieri o individui senza cittadinanza che prendono parte alla difesa dell’integrità dell’Ucraina”. In primo luogo i membri del Battaglione internazionale Sheikh Mansur composto prevalentemente da feroci jihadisti ceceni e altri loro “correligionari” scappati dalla Siria.

I quali, d’ora in poi, forniti di regolare passaporto ucraino, saranno liberi – grazie al Trattato di Schengen – di andare dove vogliono in Europa.

E tutto questo mentre l’Unione Europea, col pieno accordo del governo italiano, intensifica le sanzioni contro il generale Ali Mamlouk , forse per dissuaderlo di incontrarsi ancora con i vertici dei servizi segreti italiani per aiutarli ad identificare cellule terroristiche provenienti dalla Siria.

Infine, la comica finale. Ce la regala stopfake.org, un sito sponsorizzato dall’Unione Europea per “contrastare la propaganda di Putin”. Il quale ha la spudoratezza di additare l’articolo di Yurii Colombo come fakenews in quanto “gli unici guerriglieri ricercati in Europa sono coloro che si recano in Donbass per combattere a fianco dei ribelli filorussi”. Grazie dell’informazione, ma lo sapevamo già.

E se non sapete perché il sito stopfake.org è stato creato, date una occhiata a questo video.

Francesco Santoianni

Notizia del:

PD: Quanti erano a Piazza del Popolo?

PD: Quanti erano a Piazza del Popolo?

pecorarossa.it

Non sono serviti a nulla i “convogli speciali con vagoni a tema con zona relax, karaoke e torneo di carte” annunciati da Repubblica, né i penosi contorcimenti de Il Corriere sui 17.100 metri quadri di Piazza del Popolo, né le foto di manifestazioni di qualche anno fa spacciate come attuali; La manifestazione del PD a Piazza del Popolo (dagli agghiaccianti contenuti politici) è stata un gigantesco flop: neanche 20.000 persone Non ci credete? Date una occhiata a questo video, effettuato mentre la manifestazione era in corso: lo pubblica Repubblica.

thanks to: Francesco Santoianni

l’Antidiplomatico

Deficit di sinistra

reincantareSe piegano la testa allora vuol dire che sono come Tsipras, se invece resistono ai ricatti come è successo con la Nota di agiornamento al Def e la resa del ministro Tria, sono invece dei pericolosi sovversivi o magari Tsipras di destra. Se di fonte alla disubbidienza europea del governo Conte è assolutamente scontata la reazione scomposta e rabbiosa degli ambienti euro finanziari e dell’asse politico che da esso dipende in via diretta, diciamo dalla Meloni alla Boldrini frequentatrici assidue del bar Quirinale, non è altrettanto scontato il giudizio negativo di quella galassia della sinistra italiana che ambirebbe a riconquistare i ceti popolari, ma che quando si passa dalle parole ai fatti sembra smarrirsi e ritrovarsi assieme al padrone a recitare la preghiera mattutina davanti alle borse. La si ritrova  a chiedersi se la disubbidienza ai diktat europei che sottraggono risorse e diritti alle classi popolari non susciti una reazione vendicativa che finirà per colpire i più poveri. Tutto questo è davvero straordinario perché è l’esatto contrario della politica: se sei costretto a ubbidire a un sistema costruito sulla disuguaglianza, illudersi che questa possa essere smussata all’interno di tale paradigma, è semplicemente un non senso, una fuga dalla razionalità e dalle responsabilità. O molto più spesso un autoinganno per giustificare un’ incombente vacuità.

Qui non si tratta di dare un giudizio positivo o negativo del governo, di valutarne la coerenza interna o di discutere se il leggero allentamento unilaterale del deficit e dunque della spesa pubblica, ( peraltro praticato in silenzio e sottobanco fin dal 2015, ma qui è la frattura ufficiale che conta) andrà a favore dei ricchi o dei ceti popolari: tutti questi elementi ovviamente contano, così come pesa il fatto che molti provvedimenti governativi appaiono ambigui e/o abborracciati. Tuttavia in questa fase tali fattori sono del tutto marginali di fronte al coraggio o alla disperazione della disubbidienza aperta e senza gli infingimenti degli anni passati ai poteri oligarchici di Bruxelles che sono la causa prima oltreché la causa efficiente  dell’impoverimento e della devastazione dei diritti. Una disubbidienza che nessuno si aspettava davvero e che è calata col rumore di un maglio su chi sperava che alla fine si trattava solo di un gioco delle parti. Capisco che una certa sinistra rosichi nel constatare di essersi lasciata sfuggire la primogenitura, di aver da tempo perso i contatti con le classi di riferimento, di sentirsi protagonista di un gioco da tavolo piuttosto che della realtà, ma invece di fare ciò che le sarebbe proprio, ovvero combattere perché l’aumento di deficit vada a favore di chi è stato trascinato nel vortice della povertà e della non rappresentanza, se la prende col deficit stesso finendo per essere sulle stesse posizioni di Junker e dell’establishment.

La cosa è ancora più grave perché le decisioni governative non sono certo la vittoria definitiva, ma solo l’inizio di una battaglia che sarà lunga, difficoltosa e richiederà scelte radicali che probabilmente gli attuali protagonisti non sono in grado di fare o di concepire, fatto salvo l’intervento di Padre Pio. Ma non si può negare un elemento significativo che va ben al di là di Di Maio e di Salvini che di certo non sono Cavour: la scelta di resistere ai diktat di Bruxelles e di diventare degli eretici  della teologia finanziaria berlinese, piuttosto che orientarsi su una resa ammantata di belle parole o di finte ribellioni come da 20 anni a questa parte, significa che il clima nel Paese  è profondamente cambiato e la calata di braghe non paga più.

A fronte di questo vediamo una sinistra che nella sua  nella sua fuzzy logic si divide nella sostanza alla ricerca di future unità di forma elettorale: il segretario di Rifondazione, Maurizio Acerbo, per esempio, ha promosso un appello contro l’adesione a Potere al popolo, cercando alleanze per le elezioni europee con De Magistris e soprattutto con  l’Altra Europa che ha ancora Tsipras fra i suoi eroi, ovvero in un possibile coacervo dove l’unica cosa certa è la contraddizione. Se davvero ci crede si vede che non ha capito proprio niente, se invece cerca una cadrega personale ha proprio capito tutto. Ma ormai parecchi spezzoni della sinistra italiana che in qualche modo avevano un senso in contrasto dialettico con una grande formazione genericamente a sinistra come furono il Pds e per breve tempo i Ds, con l’avvento del veltronismo e del renzismo, hanno cessato di esprimere una posizione politica per diventare una questione freudiana.

thanks to:  ilsimplicissimus

Fermiamo il cancro CETA

La protesta contro l’accordo di libero scambio tra Europa e Canada ha portata continentale

stop-ttip-italia.net
Il 21 settembre il CETA ha compiuto un anno dalla sua entrata in vigore provvisoria, che ha fatto cadere oltre il 90% dei dazi in vigore e, a fronte di una crescita delle poche imprese esportatrici verso il Canada in linea con quanto ottenuto negli anni precedenti senza il CETA, ha messo al lavoro la ventina di Comitati riservati che stanno lavorando ai fianchi regole e standard importanti per la nostra salute e sicurezza. Per questo in Germania, Francia e anche in Italia, a Milano e Udine, oggi sabato 29 settembre migliaia di cittadini europei torneranno a farsi vedere e sentire per chiedere lo stop definitivo a questo e a tutti  i brutti fratelli del CETA.
In un’impeto promozionale, rispetto a un trattato che non vince a livello commerciale, e non convince a livello di diritti, la commissaria europea al commercio Cecilia Malmstrom è volata dal ministro al Commercio canadese Jim Carr per lanciare insieme, come grande passo avanti, l’inserimento nel testo del CETA di un passaggio in cui le parti si impegnano “Promuovere il sostegno reciproco delle politiche commerciali e climatiche”, in riferimento al loro impegno nei confronti dell’accordo di Parigi. Peccato che, come rilevato anche da autorevoli esperti, questi impegni come quelli già presenti nel capitolo del trattato dedicato allo Sviluppo sostenibile, sono pure parole senza impegni numerici ne’ meccanismi di controllo e sanzione nel caso non venissero rispettate.
Nel frattempo, invece, come abbiamo avuto modo anche di denunciare con questo Documento consegnato al Governo italiano nella seconda riunione della Task Force istituita presso il Mise per valutare opportunità e problemi dei negoziati commerciali in corso, i Comitati istituiti dal CETA attaccano standard e regole su temi importanti come pesticidi, Ogm e glifosate.
Come si può leggere nell’appunto, infatti, il 18 gennaio 2018 il Comitato sulla Cooperazione regolatoria (RCF) costituito dal trattato ha pubblicato una Call to action in cui chiunque poteva presentare una lista di proposte su regole diverse tra Europa e Canada da avvicinare nel futuro non in parlamento ma nell’ambito del Comitato stesso .
Il 27-28 Marzo nel primo Comitato sulla sicurezza sanitaria e fitosanitaria il Canada ha chiesto all’Europa di motivare formalmente il differente trattamento del glifosato in alcuni Paesi UE  come l’Italia, in cui ne è parzialmente vietato l’uso, poi il mancato rinnovo da parte dell’UE della commercializzazione per i prodotti contenenti Picoxystrobin, un fungicida considerato altamente rischioso per animali terrestri e acquatici, oltre all’annosa questione dei MRL (livelli residui dei pesticidi) tra i livelli tollerati in Eu, nei diversi Paesi e quelli (più di larga manica) protetti dal Codex Alimentarius.

Il 26 Aprile 2018 nel primo Dialogo sull’Accesso al mercato del biotech, reso obbligatorio dal CETA, il Canada ha espresso preoccupazioni sulle presunte “lungaggini burocratiche” che non permettevano una rapida autorizzazione dei loro Ogm in Europa. E sono solo pochi tra le decine di esempi che potremmo fare nel merito dell’impatto del CETA e dei suoi brutti fratelli sulla capacità dei nostri Paesi e dell’Europa stessa di difendere, di fronte
Per questo oggi 29 settembre in Germania, Francia, Madrid e per l’Italia a Milano e Udine  si terranno oltre 100 iniziative di protesta e sensibilizzazione contro il CETA e gli altri trattati.
A Milano il Comitato Stop TTIP/Stop CETA darà vita a una “Ruota della sfiga” in diretta Facebook dalla fabbrica recuperata RiMaflow. Qui il link con tutte le informazioni sull’evento di Milano: Link Qui il link per la diretta alla pagina Fb del Comitato di Milano: Link
A Udine il Comitato Stop TTIP/StopCETA organizza una conferenza stampa insieme a Coldiretti e Banca Etica per denunciare che c’è anche un formaggio friulano tra i falsi made in Italy causati dal CETA.
Ma l’autunno caldo dei Trattati tossici è appena cominciato: la ex relatrice delle Nazioni Unite per il diritto all’acqua, la canadese Maude Barlow, premio Nobel alternativo nel 2005 e co-fondatrice della più antica organizzazione ambientalista canadese Council of Canadians sarà in Italia il 15 e 16 ottobre nostra ospite a Roma per incontrare istituzioni e associazioni e unirsi alla nostra richiesta al Governo italiano e al Parlamento Europeo di fermare al più presto il CETA.

Notizia del:

Acqua Gran Sasso: indagati vertici Infn e Strada dei Parchi

Un rubinetto di una cucina – RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

Ad un anno dall’avvio dell’inchiesta sul sistema Gran Sasso, in seguito ai presunti sversamenti di sostanze inquinanti, la Procura di Teramo ha iscritto nel registro degli indagati 10 persone tra vertici dell’Infn, Strada dei Parchi e Ruzzo Reti, tutte accusate di inquinamento ambientale. Ad essere raggiunti dall’avviso di garanzia il presidente dell’Infn Fernando Ferroni, il direttore dei Laboratori Stefano Ragazzi, il responsabile del servizio ambiente dei Laboratori Raffaele Adinolfi Falcone, il responsabile della divisione tecnica dei Laboratori Dino Franciotti, il presidente di Strada dei Parchi Lelio Scopa, l’amministratore delegato di Strada dei Parchi Cesare Ramadori, il direttore generale di Strada dei Parchi Igino Lai, il presidente della Ruzzo Reti Antonio Forlini, il responsabile dell’Unità operativa di esercizio della Ruzzo reti Ezio Napolitani e il responsabile del servizio acquedotto della Ruzzo Reti Maurizio Faragalli.

“Su questa vicenda la scienza si è comportata in maniera anti-scientifica, basandosi sull’ipse dixit, ovvero sul fatto che andava tutto bene perché nei laboratori c’erano gli scienziati. Anche gli scienziati a volte sbagliano e la scienza non si fonda sull’oscurantismo, ma sull’analisi dei fatti e sull’apertura mentale”. Così Augusto De Sanctis, del Forum H2o.

L’esponente del Forum H2o definisce “allucinante la situazione che è emersa e che coinvolge il più grande laboratorio di fisica nucleare del mondo. Parliamo di mancanza di impermeabilizzazione, degrado, abbandono – rimarca De Sanctis – e di esperimenti condotti contra legem, perché lo stoccaggio di migliaia di tonnellate di sostanze chimiche pericolose era irregolare fin dall’inizio, visto che la prima legge in materia è del 1988”. L’esponente ambientalista mette in luce anche “le carenze sull’aspetto gestionale, ad esempio sul rispetto della direttiva Seveso per la sicurezza, senza contare che dal 2011 manca il Piano di emergenza per la popolazione”.

L’inchiesta, scrivono i magistrati nel capo di imputazione, avrebbe fatto emergere un “permanente pericolo di inquinamento ambientale e, segnatamente, il pericolo di compromissione o deterioramento significativo e misurabile delle acque sotterranee del massiccio del Gran Sasso”. L’inchiesta, affidata ad un pool di magistrati composta dai pm Stefano Giovagnoni, Greta Aloisi e Davide Rosati e coordinata dal procuratore capo Antonio Guerriero, aveva riunito due differenti fascicoli, con gli accertamenti affidati agli uomini del Noe, coordinati dal maggiore Antonio Spoletini, aperti entrambi dopo alcuni episodi di presunto inquinamento dell’acqua rilevati tra il 2016 e il 2017. L’ultimo a maggio dello scorso anno, quando fu dichiarata la non potabilità, per 32 comuni del Teramano, dell’acqua proveniente dall’invaso del Gran Sasso. Una non potabilità durata appena 12 ore ma che gettò nel panico i cittadini.

L’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) conferma piena fiducia nella magistratura e massimo impegno a collaborare. Il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Marco Bussetti, ha fatto partire una richiesta urgente di chiarimenti ai vertici dell’Infn.

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#DecretoSalvini contro l’immigrazione selvaggia

E’ fondamentale regolare l’immigrazione. In Palestina gli ebrei sono arrivati come richiedenti asilo, perchè scappavano dai pogrom dell’est Europa. Una volta sul territorio palestinese hanno cominciato ad organizzarsi, ad armarsi, hanno attaccato i Palestinesi e li hanno cacciati dal loro paese. In Italia ci sono quasi 7 milioni di immigrati. Sono troppi. E’ già un numero pericoloso. Bisogna fermarli finchè siamo in tempo altrimenti faremo la fine dei Palestinesi.

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A cura di Parallelo Palestina.

Da “La pulizia etnica della Palestina” , di Ilan Pappe, pag. 106-111.

La Consulta aveva esaminato la bozza del Piano Dalet nella seconda metà di febbraio del 1948. Secondo il diario di Ben Gurion, era domenica 29 febbraio anche se uno storico militare israeliano riporta la data del 14 febbraio81. Il Piano Dalet fu completato agli inizi di marzo. In base ai ricordi di molti generali dell’esercito di quel periodo, la storiografia israeliana in genere afferma che il marzo del 1948 fu il più difficile nella storia della guerra. Ma questa valutazione si basa solo su un aspetto del conflitto imminente: gli attacchi dell’ALA ai convogli ebraici verso i loro insediamenti isolati che agli inizi di marzo sortirono un certo effetto. Inoltre, alcuni ufficiali dell’ALA cercarono a quel tempo di resistere alle offensive ebraiche nei villaggi misti oppure facendo delle rappresaglie e terrorizzando le zone ebraiche con una serie di miniraid. Due di questi attacchi diedero al pubblico la (falsa) impressione che dopo tutto l’ALA avrebbe potuto organizzare una certa resistenza in vista di un attacco ebraico.

Infatti, nel marzo del 1948, iniziò l’ultimo tentativo militare palestinese di breve durata per proteggere la propria comunità.

Le forze ebraiche non erano ancora sufficientemente ben organizzate per poter reagire immediatamente e con successo a ogni contrattacco, e questo spiega il senso di sconforto in alcune parti della comunità ebraica. Tuttavia, la Consulta aveva sempre la situazione sotto controllo. Quando si riunirono di nuovo agli inizi di marzo, non presero nemmeno in esame il contrattacco dell’ALA né pensarono che la situazione in generale fosse particolarmente preoccupante. Invece, sotto la guida di Ben Gurion, stavano preparando un master plan finale.

Alcuni membri della Consulta proposero di continuare con la pulizia etnica come mezzo più efficace per difendere le strade che portavano agli insediamenti isolati. La più pericolosa era la strada Tel Aviv-Gerusalemme, ma Ben Gurion stava già pensando a qualcosa di più ampio. La conclusione che egli aveva tratto dal periodo tra la fine di novembre del 1947 e gli inizi di marzo del 1948 era che, malgrado tutti i tentativi giunti dall’alto, mancasse ancora un comando capace sul terreno. A suo avviso, i tre piani precedenti preparati dall’Haganà per l’occupazione della Palestina mandataria – uno del 1937, gli altri due del 1946 – dovevano essere aggiornati. Quindi ordinò una revisione dei piani, e i due più recenti assunsero il nome in codice di Piano B e Piano C.

Non sappiamo quello che disse Ben Gurion a proposito della pulizia etnica alla Consulta nel regolare incontro del mercoledì pomeriggio, il 10 marzo 1948, ma abbiamo il piano che essi misero a punto, che fu approvato dall’Alto Comando dell’Haganà e successivamente inviato come ordine militare alle truppe in Campo.

Il nome ufficiale del Piano Dalet era piano Yehoshua. Yehoshua Globerman era nato nel 1905 in Bielorussia e imprigionato negli anni Venti per attività anticomunista; fu rilasciato dopo aver trascorso tre anni in una prigione sovietica quando Massimo Gorki, amico dei suoi genitori, intervenne in suo favore.

Globerman fu comandante dell’Haganà in varie zone della Palestina e fu ucciso da sconosciuti che gli spararono in macchina nel dicembre del 1947. Era destinato a diventare uno dei comandanti in Capo dell’esercito israeliano, ma la sua morte prematura significò che il suo nome sarebbe stato associato non alle sue capacità militari ma al master plan sionista per la pulizia etnica della Palestina. Era talmente stimato dai colleghi che gli fu conferito alla memoria il grado di generale dopo la creazione dello Stato ebraico.

Pochi giorni dopo l’uccisione di Globerman, l’unità dei servizi segreti dell’Haganà preparo le bozze di un piano per i mesi seguenti. Col nome in codice di Piano D, esso conteneva sia i parametri geografici di un futuro Stato ebraico (quel 68 per cento a cui mirava Ben Gurion), ma anche il destino di un milione di palestinesi che vivevano in quella zona:

Queste operazioni potranno essere svolte in uno dei seguenti modi: o distruggendo i villaggi (incendiandoli o facendoli saltare in aria e poi mettendo delle mine nei detriti), soprattutto i centri abitati che sono difficili da controllare in modo permanente; oppure con operazioni di setacciamento e controllo con le seguenti modalità: si accerchia il villaggio e si fanno perquisizioni. Se c’è resistenza, le milizie armate dovranno essere eliminate e la popolazione espulsa al di fuori dei confini dello Stato.82 I villaggi dovevano essere completamente evacuati o perché si trovavano in luoghi strategici oppure perché poteva verificarsi una qualche forma di resistenza. Questi ordini furono dati quando fu chiaro che l’occupazione avrebbe sempre provocato una certa resistenza e che quindi nessun villaggio sarebbe stato risparmiato, o a causa della sua posizione o a causa del rifiuto all’occupazione. Questo fu il master plan per l’espulsione di tutti i villaggi nella Palestina rurale. Istruzioni simili furono date, in termini quasi identici, per le azioni che avevano come obiettivo i centri urbani palestinesi.

Gli ordini che arrivavano alle unità sul campo erano più specifici. Il paese era diviso in zone secondo il numero di brigate; per cui le quattro brigate originali dell’Haganà divennero dodici in modo da facilitare la realizzazione del piano. Ogni comandante di brigata ricevette un elenco dei villaggi o quartieri da occupare, distruggere e da cui espellere gli abitanti, con date precise.

Alcuni comandanti mostrarono un eccesso di zelo nell’eseguire gli ordini e presero di mira anche altre località. Alcuni ordini, d’altra parte, si rivelarono troppo ambiziosi e non fu possibile eseguirli nei tempi prestabiliti. Questo significò che alcuni villaggi lungo la costa che avrebbero dovuto essere occupati in maggio non furono distrutti fino a luglio. E i villaggi nella zona Wadi Ara -la vallata che collegava Hadera a Marj Ibn Amir (Emeq Izrael) e Afula (oggi Route 65) – riuscirono a sopravvivere ai ripetuti attacchi ebraici durante tutta la guerra. Ma erano l’eccezione: infatti 531 villaggi, 11 quartieri urbani e città furono distrutti e gli abitanti espulsi per ordine preciso della Consulta, emanato nel marzo del 1948. Allora erano gia stati eliminati 30 villaggi.

Pochi giorni dopo la messa a punto del Piano D, esso fu distribuito ai comandanti delle dodici brigate ora incorporate nell’Haganà.L’elenco che ogni comandante ricevette comprendeva una descrizione dettagliata dei villaggi di sua competenza e la loro sorte: occupazione, distruzione ed espulsione. I documenti israeliani rilasciati dagli archivi IDF alla fine degli anni Novanta indicano chiaramente che, contrariamente a quanto hanno affermato storici come Morris, il Piano Dalet fu inviato ai Comandanti delle brigate non come generiche linee guida da eseguire, ma come precisi ordini operativi83,

A differenza delle bozze generali inviate ai leader politici, gli elenchi dei villaggi che i comandanti militari ricevettero non davano indicazioni dettagliate riguardo l’esecuzione della distruzione o dell’espulsione. Non veniva specificato come i villaggi avrebbero potuto salvarsi, ad esempio con una resa incondizionata, che era invece contemplata nel documento generale. Appare anche un’altra differenza tra la bozza inviata ai politici e quella ricevuta dai comandanti militari: la bozza ufficiale indicava che il piano sarebbe stato attivato solo dopo la fine del Mandato; gli ufficiali in campo ricevettero l’ordine di iniziare le operazioni pochi giorni dopo la sua adozione. Questa dicotomia è tipica del rapporto che esiste in Israele tra l’esercito e i politici ancora oggi. Spesso l’esercito non dà ai politici le giuste informazioni relative alle proprie intenzioni: e quanto fecero Moshe Dayan nel 1956, Ariel Sharon nel 1982 e Shaul Mofaz nel 2000.

Ma la versione politica del Piano Dalet e le direttive militari avevano in comune l’obiettivo generale del piano. In altre parole, anche prima che gli ordini arrivassero alle truppe dispiegate, esse sapevano gia cosa avrebbero dovuto fare. Quella coraggiosa e stimata sostenitrice israeliana dei diritti civili, Shulamit Aloni, a quel tempo ufficiale dell’esercito, ricorda che ufficiali politici speciali andavano di persona a incitare le truppe demonizzando i palestinesi e invocando l’Olocausto come punto di riferimento per le operazioni future, spesso proprio il giorno successivo alla seduta di indottrinamento84.

Dopo l’approvazione della Consulta del Piano Dalet, il capo di Stato maggiore, Yigael Yadin, convocò gli ufficiali dell’intelligence dell’Haganà nella sede del servizio sanitario pubblico, Kupat Holim, in via Zamenhof a Tel Aviv (ancora oggi sede del servizio, di fronte a un noto ristorante indiano). Centinaia di ufficiali affollarono una Sala che normalmente è quella di ricevimento per i pazienti.

Yadin non li informò del Piano Dalet: gli ordini erano stati impartiti quella settimana ai Comandanti delle brigate, ma egli comunicò loro un’idea generale che non doveva lasciare dubbio alcuno sulla capacità delle loro truppe di eseguire il Piano. Gli ufficiali dell’intelligence erano anchein un certo senso politruk (“Commissari politici”), e Yadin si rese conto che doveva spiegare la discrepanza tra le dichiarazioni pubbliche della leadership sull’imminente “secondo Olocausto” e la realtà che le forze ebraiche non avrebbero incontrato resistenza nell’evacuazione pianificata di un territorio che sarebbe stato trasformato nel loro Stato ebraico. Yadin, teatrale come sempre, cercò di colpire i suoi ascoltatori: poiché a loro sarebbero stati impartiti ordini di occupare, conquistare ed espellere una popolazione, meritavano di ricevere una spiegazione sul da farsi, visto poi che si leggeva sui giornali e si sentiva dire dai politici che essi stessi erano “in pericolo di annientamento”. Yadin, alto e snello, che sarebbe diventato una figura ben conosciuta a tutti gli israeliani, informò con orgoglio il pubblico: “Oggi abbiamo tutte le armi che ci servono; sono già state imbarcate e gli inglesi se ne stanno andando via, e appena avremo queste armi la situazione sulle frontiere cambierà del tutto85.

In altre parole, mentre Yigael Yadin descrive le ultime settimane di marzo del 1948 come il periodo più duro della guerra, potremmo invece pensare che la comunità ebraica in Palestina non correva in realtà il pericolo di annientamento: stava solo affrontando alcuni ostacoli sul percorso del piano di pulizia etnica. Queste difficoltà erano la relativa mancanza di armi e l’isolamento di insediamenti ebraici all’interno dello Stato arabo. Particolarmente vulnerabili risultavano alcuni insediamenti nella Cisgiordania e quelli nelle zone nord-occidentali del Negev (Negba, Yad Mordechai, Nizanim e Gat). Questi quattro insediamenti sarebbero rimasti isolati anche dopo l’entrata dell’esercito egiziano in Palestina che li occupò per breve tempo.

Anche alcuni insediamenti nell’alta Galilea non poterono essere raggiunti o difesi facilmente poiché erano circondati da molti villaggi palestinesi che ebbero la fortuna di essere protetti da diverse centinaia di volontari dell’ALA. Lnfine, la Strada per Gerusalemme fu sottoposta a un pesante fuoco di cecchini palestine si, tanto da far si che in quel mese si diffondesse un senso di assedio nelle zone ebraiche della città.

Il mese di aprile del 1948, secondo la storiografia ufficiale israeliana, fu un momento di svolta. Secondo questa Versione, la comunità ebraica isolata e minacciata in Palestina si spostava dalla difesa all’attacco, dopo essere scampata alla sconfitta. La realtà della situazione non avrebbe potuto essere più diversa: lo squilibrio militare, politico ed economico delle due comunità era tale che non solo la maggioranza degli ebrei non correva alcun pericolo, anzi, tra gli inizi del dicembre del 1947 e la fine di marzo del 1948, il loro esercito aveva portato a termine la prima fase della pulizia etnica in Palestina, ancora prima che il master plan fosse messo in pratica. La svolta in aprile fu lo spostamento da attacchi e contrattacchi sporadici contro la popolazione civile palestinese verso la sistematica megaoperazione di pulizia etnica che sarebbe seguita.

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