Rete No War sul Venezuela: ci dissociamo dai paesi guerrafondai

 

Rete No War sul venezuela: ci dissociamo dai paesi guerrafondai

In Italia il governo, i parlamentari, i media, accodandosi agli Stati uniti e sulla base di fonti del tutto di parte, hanno prese di posizione inaccettabili rispetto al Venezuela. Matteo Renzi accusa Maduro di «distruggere libertà e benessere di un popolo che muore di violenza e di fame». Una volta di più, con la loro ingerenza, i politici e i media occidentali rischiano di rendersi responsabili di una nuova tragedia.
Gentiloni, Renzi, Trump & C.: per voi il popolo venezuelano è rappresentato dall’oligarchia di destra e dagli incendiari di esseri umani? Da oltre 100 giorni, gruppi dell’oligarchia bruciano vive persone, uccidono, distruggono beni comuni, mettono a ferro e fuoco i quartieri, usano armi, provocano scontri con la polizia, rifiutano il dialogo.
La situazione del Venezuela non è facile, anche a causa di una guerra economica evidente oltre che del retaggio di cento anni di estrattivismo. Ma come potete dire che l’opposizione – dei ricchi – vuole pace e pane?
Come potete considerare “oppositori perseguitati” due golpisti di lunga data come Ledesma e Lopez, che non hanno  mai condannato i crimini contro l’umanità compiuti dagli squadroni dell’opposizione nei mesi scorsi
Come potete parlare di “dittatura” in un paese dove si vota continuamente? Il 30 luglio, i venezuelani si sono recati in massa a eleggere un’Assemblea costituente, dopo oltre cento giorni di violenze istigate e perpetrate dall’oligarchia. Ma l’Italia ha già detto che non riconoscerà la Costituente.

Rete No War si dissocia dal governo e dai politici italiani. Come  piccolo gruppo attivo contro gli inferni provocati dai paesi dell’Asse della guerra Nato-Golfo, abbiamo un debito di riconoscenza con il Venezuela e gli altri paesi del gruppo Alba (Cuba, Bolivia, Nicaragua, Ecuador): attivi in tutte le sedi contro le guerre di aggressione e le destabilizzazioni messe in atto dall’ asse della guerra Nato-Golfo.

 
Rete No War Roma

Sorgente: Pressenza – Rete No War sul venezuela: ci dissociamo dai paesi guerrafondai

Che cosa c’è dietro la secretazione del Pentagono delle ispezioni alle atomiche in Italia?

Una notizia diffusa della giornalista Stefania Maurizi, sempre informata e rigorosa, su Repubblica online di ieri[1], sul segreto imposta dalla US Air Force e dal Joint Chiefs of Staff è indubbiamente degna di nota ed inquietante, ma il risalto che ha avuto su certi organi di stampa[2] appare a mio parere un po’ strumentale. Soprattutto a fronte del risalto enormemente minore che è stato dato – con ritardo e accompagnato da riserve – dello storico Trattato di proibizione delle armi nucleari (Tpan) stabilito il 7 luglio scorso a conclusione dei negoziati all’Onu, approvato da 122 Stati, quasi 2/3 terzi degli Stati membri dell’Onu.

Intanto, di che cosa si tratta? È (o dovrebbe essere) a tutti noto che gli Usa schierano in Italia (e in altri paesi europei, ma in numero minore) bombe termonucleari B-61 a gravità, che addirittura stanno ammodernando con lo sviluppo della testata B-61-12 con un programma del costo di $ 10 miliardi. Questo schieramento viene “giustificato” in base al nuclear-sharing (condivisione nucleare) della Nato, con l’affermazione, sia pure pretestuosa, che esso sia autorizzato dal Trattato di Non Proliferazione (Tnp) del 1970.

Sorgente: Pressenza – Che cosa c’è dietro la secretazione del Pentagono delle ispezioni alle atomiche in Italia?

Sono stati gli Stati Uniti a decidere di intodurre i vaccini obbligatori in Italia

(Foto di TorinoToday)

L’Italia sarà capofila per le strategie vaccinali a livello mondiale e guiderà nei prossimi cinque anni le campagne vaccinali nel mondo. È quanto deciso al Global Health Security Agenda (GHSA) che si è svolto alla casa bianca, Washington, 26 settembre 2014.

Sentiamo la necessità di esprime il nostro parere sul decreto Lorenzin e sull’obbligo vaccinale da questo previsto.

Ci teniamo a premettere che non siamo contro i vaccini, e che sappiamo perfettamente che in alcune condizioni socio-sanitarie, questi si rendono necessari ed hanno aiutato il progresso e lo sviluppo umano. Noi stessi abbiamo partecipato, come volontari, in paesi dei continenti africano e asiatico, e sappiamo per esperienza diretta di cosa stiamo parlando. All’epoca già grandi e vaccinati.

Tuttavia, almeno attualmente, l’Italia ed il resto d’Europa non si trovano, dal punto di vista socio-sanitario, nelle condizioni in cui versavano quei paesi.

Scriviamo questa lettera diretta a chi vorrà ascoltarci perchè siamo contro il decreto Lorenzin. Evidenziamo che il tema non è : “vaccini si vaccini no” ; ma è vaccini Come ?Quando e Quali?

Come genitori siamo preoccupati delle conseguenze sulla salute dei nostri figli, e come cittadini crediamo che un trattamento sanitario obbligatorio sia una misura non giustificata e lesiva dei diritti alla persona.

Nessuno, infatti, può obbligare ad assumere un farmaco contro la propria volontà.

I vaccini sono farmaci, e come tali hanno pro e contro,  controindicazioni e avvertenze, e finché esista qualche tipo di rischio non si può obbligare un genitore a vaccinare il proprio figlio, quando per di più non è previsto alcun tipo di analisi pre-vaccinale.

Il decreto Lorenzin, approvato  dal Consiglio dei Ministri il 19 maggio scorso, porta da 4 a 12 il numero delle vaccinazioni obbligatorie per i bambini dai zero ai sei anni.

Rende obbligatorie 12 vaccinazioni: antidifterica, antitetanica, antipoliomielitica e antiepatite virale B (già obbligatorie), anti-pertosse, anti-meningococco B e C, anti-morbillo, anti-rosolia, anti-parotite, anti-varicella e il vaccino contro l’Haemophilus influenzae. Il tutto, secondo il calendario vaccinale, nei primi 15 mesi di vita.

Se il bambino non avrà tutte le vaccinazioni richieste non potrà essere iscritto all’asilo nido o alla scuola dell’infanzia. A questa limitazione, per chi non farà vaccinare i bambini si aggiunge anche una sanzione di 7.500 euro.

L’Italia sarà capofila per le strategie vaccinali a livello mondiale e guiderà nei prossimi cinque anni le campagne vaccinali nel mondo. È quanto deciso al Global Health Security Agenda (GHSA) che si è svolto alla casa Bianca, Washington, 29 settembre 2014.

Questo invece che onorarci ci preoccupa , nessun paese ha mai fatto sulla popolazione quello che è previsto oggi sui nostri figli. Chi ci garantisce che questi Signori sappiamo quali saranno gli effetti sulla massa visto che non ci sono dati perché fin ora nessuno prima degli Italiani lo ha sperimentato sulla propria pelle?

Ci pare evidente che una legge di questo tipo mina in profondità la Libertà di Cura ed il Diritto all’Istruzione ed è lesiva dei diritti umani.

Molti giuristi in Italia l’hanno già definita anticostituzionale.Ma nonostante tutto Il Presidente della Repubblica in data 7 giugno 2017 ha firmato il decreto.

Osserviamo un vuoto formativo, informativo e culturale che però non può essere riempito da una coercizione, da un obbligo, misura violenta e poco adatta a creare coscienza su un argomento così delicato.

Non capiamo la motivazione di tutti i vaccini in elenco e la tempistica del calendario vaccinale.

Il Ministero della Salute, che non ha informato i cittadini delle motivazioni evidentemente emergenziali di una campagna vaccinatoria così imponente, ci dovrebbe adesso illustrare i motivi per cui dovremmo sottoporre a vaccinazione un bimbo di tre mesi, ad esempio per:

– il tetano: è una malattia infettiva ma non contagiosa, e per la quale non è valida neanche la scusa dell’immunità di gregge: un bimbo a tre mesi non si arrampica sui reticolati, si presuppone non sappia camminare aspettiamo almeno che sia in grado di farlo.

http://www.epicentro.iss.it/problemi/tetano/tetano.asp

– la rosolia: la maggior parte delle popolazione non sa nemmeno di averla avuta. Riportiamo di seguito un link del portale epidemiologia dell’Istituto Superiore di Sanità dove si dice chiaramente che: […] “In un numero elevato di casi, i sintomi della rosolia possono passare inosservati”. […] Di solito benigna per i bambini, diventa pericolosa durante la gravidanza perché può portare gravi conseguenze al feto”.

http://www.epicentro.iss.it/problemi/rosolia/rosolia.asp

– l’epatite B: la sua trasmissione è parenterale, ed è quindi quasi impossibile che un bimbo di tre mesi possa venirne a contatto. La vaccinazione potrebbe essere prevista solo in alcuni casi.

http://www.epicentro.iss.it/problemi/rosolia/epatite.asp

-il meningocco B , vaccino è sottoposto dall’AIFA a monitoraggio addizionale, siamo sicuri che vada bene per una vaccinazione di massa?

http://www.agenziafarmaco.gov.it/content/medicinali-sottoposti-monitoraggio-addizionale

http://www.assis.it/il-vaccino-antimeningococco-b/

 
Siamo contro questo decreto che dal punto di vista giuridico fa acqua da tutte le parti, ed è inutile riportare qui tutti gli articoli che verranno violati. Ricordiamo solo in questa sede che, ragionando con il buon senso, va da sè che non si può far firmare ad un genitore il consenso informato e allo stesso tempo obbligare ad un trattamento sanitario: o l’una o l’altra cosa!

Senza entrare però troppo nei meriti scientifici, nelle questioni mediche e nei tecnicismi giuridici, semplicemente come cittadini di questa società civile, come genitori e come Persone, portiamo avanti la nostra lotta nonviolenta nella prospettiva futura del bene comune e reclamiamo il diritto ad avere:

Vaccini puliti, liberi dai metalli pesanti. Che la ricerca vada verso una migliore qualità! Il mercurio è stato già eliminato nel 2016 adesso tocca all’alluminio e tutti gli altri inquinanti!

Anamesi accurata e analisi pre e post-vaccinali. La Medicina sta andando sempre di più verso una visione ad personam: anacronistico è pensare ed agire in termini di “massa”.

Una farmacovigilanza attiva al servizio della popolazione.

Una maggiore chiarezza da parte dei medici e degli operatori sanitari sui rischi e sugli effetti collaterali dei vaccini. Un impegno in tal senso dei pediatri di base.Si è generato un clima di caccia alle streghe con la radizione del Dott. Miedico e del Dott. Gava: chi non è d’accordo è fuori dall’ordine? Questo è antidemocratico !

Criteri meno stringenti che tengono conto dei casi singoli e delle criticità personali, se ad esempio una famiglia non ha necessità di mandare il bimbo al nido o alla materna nel primo anno di vita non capiamo il motivo dell’obbligo.

Libertà di cura: in un paese democratico e anti fascista, è nostro dovere persuadere il governo ad andare in questa direzione.

Nessuna speculazione economica sulla salute pubblica. Scienza e Legge libere da padroni e interessi economici: perchè solo così avanzerà il superamento del dolore nella società umana.

Infine ma non meno importante siamo contro questo decreto perché:

 Consideriamo l’essere umano come valore massimo al di sopra del denaro, dello Stato, della religione, dei modelli e dei sistemi sociali. 

Diamo impulso alla libertà di pensiero. 

Propugnamo l’uguaglianza di diritti e l’uguaglianza di opportunità per tutti gli esseri umani. 

Riconosciamo e incoraggiamo la diversità di costumi e di culture. 

Ci opponiamo ad ogni discriminazione.


Consacriamo la giusta resistenza ad ogni forma di violenza fisica, economica, razziale, religiosa, sessuale, psicologica e morale.

Date voce alla nostra voce

Alessandra Rinaldi, Saverio Ragonesi, Federica Fratini, Romina Savio, Stefano Santini

thanks to: Pressenza

 

Il “disarmo” nucleare di Gentiloni

Nonostante l’impegno preso con il TNP, l’Italia ha messo a disposizione degli Stati uniti il proprio territorio per l’installazione di armi nucleari.

La scena della folla presa dal panico in piazza San Carlo a Torino, con drammatiche conseguenze, è emblematica della nostra situazione. La psicosi da attentato terroristico, diffusa ad arte dall’apparato politico-mediatico in base a un fenomeno reale (di cui si nascondono però le vere cause e finalità), ha fatto scattare in modo caotico l’istinto primordiale di sopravvivenza. Esso viene invece addormentato col black-out politico-mediatico, quando dovrebbe scattare in modo razionale di fronte a ciò che mette in pericolo la sopravvivenza dell’intera umanità: la corsa agli armamenti nucleari.

Di conseguenza la stragrande maggioranza degli italiani ignora che sta per svolgersi alle Nazioni Unite, dal 15 giugno al 7 luglio, la seconda fase dei negoziati per un trattato che proibisca le armi nucleari. La bozza della Convenzione sulle armi nucleari, redatta dopo la prima fase negoziale in marzo, stabilisce che ciascuno Stato parte si impegna a non produrre né possedere armi nucleari, né a trasferirle o riceverle direttamente o indirettamente.

L’apertura dei negoziati è stata decisa da una risoluzione dell’Assemblea generale votata nel dicembre 2016 da 113 paesi, con 35 contrari e 13 astenuti.

Gli Stati uniti e le altre due potenze nucleari della Nato (Francia e Gran Bretagna), gli altri paesi dell’Alleanza e i suoi principali partner – Israele (unica potenza nucleare in Medioriente), Giappone, Australia, Ucraina – hanno votato contro.

Hanno così espresso parere contrario anche le altre potenze nucleari: Russia e Cina (astenutasi), India, Pakistan e Nord Corea.

Tra i paesi che hanno votato contro, sulla scia degli Stati uniti, c’è l’Italia. Il governo Gentiloni ha dichiarato, il 2 febbraio, che «la convocazione di una Conferenza delle Nazioni Unite per negoziare uno strumento giuridicamente vincolante sulla proibizione delle armi nucleari, costituisce un elemento fortemente divisivo che rischia di compromettere i nostri sforzi a favore del disarmo nucleare».

L’Italia, sostiene il governo, sta seguendo «un percorso graduale, realistico e concreto in grado di condurre a un processo di disarmo nucleare irreversibile, trasparente e verificabile», basato sulla «piena applicazione del Trattato di non-proliferazione, pilastro del disarmo».

In che modo l’Italia applica il Tnp, ratificato nel 1975, lo dimostrano i fatti. Nonostante che esso impegni gli Stati militarmente non-nucleari a «non ricevere da chicchessia armi nucleari, né il controllo su tali armi, direttamente o indirettamente», l’Italia ha messo a disposizione degli Stati uniti il proprio territorio per l’installazione di armi nucleari (almeno 50 bombe B-61 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre), al cui uso vengono addestrati anche piloti italiani.

Dal 2020 sarà schierata in Italia la B61-12: una nuova arma da first strike nucleare, con la capacità di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando. Una volta iniziato nel 2020 (ma non è escluso anche prima) lo schieramento in Europa della B61-12, l’Italia, formalmente paese non-nucleare, verrà trasformata in prima linea di un ancora più pericoloso confronto nucleare tra Usa/Nato e Russia.

Che fare? Si deve imporre che l’Italia contribuisca al varo del Trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari e lo sottoscriva e, allo stesso tempo, pretendere che gli Stati uniti, in base al vigente Trattato di non-proliferazione, rimuovano qualsiasi arma nucleare dal nostro territorio e rinuncino a installarvi le nuove bombe B61-12.

Per quasi tutto il «mondo politico», l’argomento è tabù. Se manca la coscienza politica, non resta che ricorrere all’istinto primordiale di sopravvivenza.

Articolo pubblicato su Il Manifesto del 6 giugno 2017

Sorgente: Pressenza – Il “disarmo” nucleare di Gentiloni

Sanzioni alla Russia: Perdite Impreviste

È stato stimato un danno economico che nell’anno 2015 ammontava a 17,6 miliardi di euro, con la perdita dei 400.000 posti di lavoro

di Oleg Gromov
All’inizio dell’anno il quotidiano austriaco «Der Standard» ha pubblicato i risultati della ricerca dell’istituto austriaco WIFO sulle perdite economiche dei paesi Ue che nel 2014 hanno introdotto le sanzioni contro la Russia. Il committente della suddetta ricerca era il Ministero delle Finanze Austriaco. Nonostante il minuzioso lavoro degli esperti i risultati della ricerca sono passati inosservati dai mass-media Europei.  È stato stimato un danno economico che nell’anno 2015 ammontava a 17,6 miliardi di euro, con la perdita dei 400.000 posti di lavoro.

 

«Der Standard» riporta che gli economisti di WIFO per la prima volta sono riusciti a separare le sanzioni dagli altri fattori, come ad esempio la diminuzione del prezzo del petrolio. L’articolo riporta i dati dei diversi paesi, in base ai quali risulta che più di tutti ha sofferto l’economia tedesca: le perdite del PIL ammontano a sei miliardi di euro, vale a dire 97 mila posti di lavoro. In base alle dimensioni del danno provocato dalle sanzioni al primo posto si colloca  Germania e la seguono cosi in ordine: Francia, Polonia, Italia e Repubblica Ceca. Ad esempio in Austria, paese che ha svolto la ricerca, le esportazioni in Russia per l’anno 2015 sono diminuite quasi del 40%, a confronto con l’anno precedente perdendo circa 550 milioni di euro e 7 mila posti di lavoro.

 

Gli esperti che hanno svolto la ricerca, si sono basati sui dati del 2015.  A seguito delle estensioni delle misure restrittive introdotte da UE, le relazioni economiche continuano drasticamente a diminuire.  I ricercatori di WIFO hanno previsto che i paesi UE avranno una perdita economica mensile di 3 miliardi di euro, vale a dire 45 mila posti di lavoro. Le preoccupazioni degli esperti non sono stati presi in considerazione dai leader di UE, a dicembre dello scorso anno l’applicazione delle sanzioni è stata prolungata fino al 31 luglio 2017.

 

Una ricerca simile è stata svolta anche in Francia e i suoi risultati sono impressionanti.  Gli esperti del centro analitico francese (CEPII) hanno valutato le perdite dei paesi che si trovano all’ovest del conflitto diplomatico con la Russia, prendendo in considerazione il periodo che va da dicembre del 2013 fino al mese di giugno 2015, e i numeri parlano chiaro, la perdita economica subita è di 60,2 miliardi di dollari, 82,2% dei quali non è legata ai prodotti agroalimentari, sull’import dei quali la Russia ha introdotto l’embargo perdendo così  10,7 miliardi di dollari e sulla vendita dei altri prodotti  49,5 miliardi di dollari. Ciò significa che una gran parte di esse è dovuta non all’embargo russo ma alle sanzioni introdotti dall’Occidente. L’analisi dei dati forniti dalle aziende francesi ha messo in evidenza che grazie alle sanzioni la probabilità dell’esportazione dei loro prodotti in Russia si è ridotta notevolmente. A CEPII ipotizzano che questo è legato all’aumento dei costi logistici e ai problemi con i finanziamenti delle operazioni economiche: grazie alle sanzioni il commercio con la Russia per le aziende occidentali è diventato più costoso.

 

Secondo i calcoli del centro di ricerca francese nel campo dell’economia internazionale 37 paesi hanno perso i profitti   per sostenere l’embargo commerciale contro la Russia per un totale costo totale di 60,2 miliardi di dollari. La Germania ha perso più di 832 milioni $ al mese,  qualcosa come il 27% di tutte le perdite, in termini di costi ha sofferto più degli altri paesi membri.

Altri grandi attori geopolitici hanno subito perdite minori: USA – 0,4%, Francia – 5,6%, Gran Bretagna – 4,1%.

La Germania dopo l’introduzione delle sanzioni contro la Russia annualmente perde più di 1 % del PIL. Questo dato è stato fornito dall’eurodeputato tedesco Marcus Pretzell durante una sua intervista, nella quale egli considerava una tale politica inaccettabile, perché va a danneggiare i propri interessi, a suo parere la revoca delle sanzioni contro la Russia doveva essere fatta già “ieri”. Il parlamentare tedesco ha sottolineato che la maggior parte dei vincoli economici e finanziari hanno colpito l’industria automobilistica tedesca, dal momento che proprio la Russia era il suo maggior esportatore.

 

Anche i leader politici tedeschi sono consapevoli che è inopportuno continuare questa guerra economica contro la Russia; come ad esempio il premier della Baviera Horst Seehofer, dal momento dell’introduzione delle sanzioni ha regolarmente visitato Mosca, dove ha avuto numerosi incontri con i leader russi per difendere gli interessi del business bavarese. Il capo della Sassonia Stanislav Tillich si schiera per “porre fine alle sanzioni economiche nei rapporti con la Russia” e spera che “il dialogo con la Russia si ripristina, e le questioni politiche dove ci sono le divergenze vengono ben presto chiariti”.

 

Anche se le ricerche svolte e i pensieri alternativi dei politici europei non hanno causato alcuna reazione dei mass-media nazionali.

 

La guerra sanzionatoria contro la Russia viene ancora considerata da alcuni paesi europei come necessaria. In questo contesto è esemplare la risposta data dai rappresentanti del Ministero dell’Economia e del Lavoro tedesco al giornalista di Deutsche Welle riguardante i risultati delle ricerche dell’istituto austriaco: “Noi non abbiamo rilevato questi dati, e le ricerche degli altri paesi non  possiamo commentare… noi non abbiamo effettuato questo tipo di studi … Non possiamo di sicuro valutare la qualità delle ricerche che riportano questi numeri che debbano essere trattati con molta cautela”.

 

Lo scorso novembre 5 esperti che si occupano delle questioni economiche tedesche hanno presentato alla cancelliera A. Merkel una relazione di cinquecento pagine sulla situazione economica con le proposte dell’abbassamento dei rischi in base alle prognosi di sviluppo per l’anno 2017. “Zeit der Veränderung” – il tempo dei cambiamenti è il nome dato alla relazione.  Tuttavia non c’è stato alcun cambiamento significativo nei rapporti con uno dei partner economici né tantomeno si prevede la regolamentazione dei rapporti con la Mosca.  Il direttore del centro di ricerca Professore Christoph Schmidt ha aggiunto, che gli esperti non hanno effettuato alcun rilevamento dei dati in prospettiva di cancellazione delle sanzioni, dato che essi “non possono produrre alcun cambiamento notevole all’economia né tanto meno modificare l’assetto generale”.

 

In questi tre anni, dopo aver perso migliaia di posti di lavoro e 6 miliardi di euro delle potenziali entrate, privarsi di un mercato di 140 miliardi per i tedeschi è una cosa da niente? Una dichiarazione del genere da parte degli illustri economisti può essere dovuta solo ai due fattori –  o non sono abbastanza preparati per il posto che occupano, oppure sono interessati a non rendere noti i dati reali prodotti dalle politiche sanzionatorie tedesche.

 

Notizia del: 03/06/2017

Sorgente: Sanzioni alla Russia: Perdite Impreviste – World Affairs – L’Antidiplomatico

Parchi italiani: la nuova legge che fa paura a chi ama il verde

 

legge parchi

Legge sui parchi e le aree protette: una proposta di riforma alla precedente legge ancora in vigore (394/91) è stata approvata in Senato. Ma le modifiche introdotte, dalla gestione dei parchi e della fauna, alle norme sulle Aree Protette, sembrano impoverire molto il testo attualmente in vigore. Le proposte di modifica sono passate ora alla Camera, presso la quale si è svolta un’audizione per chiedere sostanziali modifiche al provvedimento.

Il testo era arrivato in aula il 21 ottobre, presentato dal senatore Massimo Caleo, e assegnato alla 13ª Commissione permanente (Territorio, ambiente, beni ambientali) in sede referente il 19 settembre 2013. Nonostante le proteste di associazioni ambientaliste, docenti ed esperti provenienti dal mondo della cultura, Palazzo Madama ha dato l’ok.

Federparchi fondamentalmente approva la riforma. Pur avendo infatti proposto alcune modifiche, giudica il testo un

lavoro indubbiamente migliorativo rispetto al passato, intorno al quale è importante trovare la più ampia convergenza.

Anche dal fronte agricolo plausi al testo. “La Cia-Agricoltori italiani  è sostanzialmente soddisfatta per l’approvazione al Senato del provvedimento sulle nuove disposizioni in materia di aree protette – ci ha scritto Dino Scanavino, Presidente della Confederazione Italiana Agricoltori – Infatti il testo votato riconosce finalmente il ruolo dell’agricoltura di qualità nell’economia dei Parchi, che è stata in questi 20 anni, di fatto, il principale alleato degli enti di gestione per garantire la tutela delle produzioni tipiche locali e un presidio di legalità”.

“La rappresentanza che verrà garantita all’interno dei nuovi consigli dei Parchi è un riconoscimento importante della funzione e dell’importanza che rivestono le aziende agricole sul territorio – ha continuato Scanavino – Ora auspichiamo in un iter veloce alla Camera per arrivare in tempi rapidi all’approvazione definitiva, con alcuni piccoli aggiustamenti utili nell’articolato, in particolare sulla questione “fauna selvatica” e sullo “snellimento burocratico”.

Perché però le associazioni ambientaliste sono insorte nuovamente considerando a voce quasi unanime il testo un pericoloso passo indietro rispetto alla legge attualmente in vigore?

Ecco i principali punti contestati.

Gestione e risorse

Il Presidente e il Direttore dei parchi potranno essere nominati senza competenze specifiche per la gestione, la conservazione e la valorizzazione dei beni naturali e ambientali, denuncia il WWF. Tra l’altro le Riserve Naturali dello Stato, anche quando sono comprese all’interno dei Parchi Nazionali, restano in capo al Ministero delle Politiche agricole, con un’evidente contraddizione gestionale, in quanto il Presidente dei parchi è una carica eletta dal Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare.

Contestato inoltre il sistema gestionale complessivo. “Legambiente chiede l’abolizione dell’Albo dei Direttori dei Parchi – ci ha detto Rossella Muroni, Presidente di Legambiente, che abbiamo raggiunto al telefono – e l’apertura dei parchi a nuove generazioni, alla componente femminile, all’ingresso di nuove professionalità. I Parchi devono essere i luoghi dell’innovazione e di nuove soggettività che si mettono alla prova”.

“Nel nuovo DDL sui parchi manca quell’equilibrio necessario tra una dimensione nazionale dei parchi con l’altrettanto necessaria partecipazione delle comunità locali – ha continuato la MuroniCi vuole equilibrio, perché i parchi rispondono all’esigenza di difesa della natura che è innanzitutto dello Stato italiano. Questo vuol dire che naturalmente le comunità locali devono essere coinvolte a partire dai sindaci, dagli agricoltori, ma ci vuole una visione generale. Inoltre i parchi devono essere in grado di fare rete e devono avere certezze sul futuro”.

Preoccupa inoltre il silenzio sul potenziamento della sorveglianza e delle dotazioni organiche dei Parchi, considerate drammaticamente insufficienti.

“Il vero punto debole sono le riserve regionali, figlie di un dio minore, insieme alle Aree Marine Protette – ha sottolineato ancora la Presidente di Legambiente – Legambiente chiede un investimento certo pluriennale, perché Parchi Nazionali, Parchi Regionali e Aree Marine Protette costituiscono un ecosistema, un capitale naturale, che rappresenta non solo una ricchezza fondamentale in termini di biodiversità, ma anche la chiave di accesso a un futuro economico di sviluppo territoriale e di difesa del territorio (penso per esempio al rischio idrogeologico)”.

Mezzi motorizzati ed eliski nella Aree Protette

Ancora nessun divieto esplicito dell’uso dei sentieri da parte dei mezzi motorizzati e di pratica dell’eliski, sci fuoripista e del freeride che usano l’elicottero per la risalita e che rappresenta un’attività pericolosa per la fauna selvatica (su questo punto particolare accento è stato dato dal Club Alpino Italiano). Per le Aree Marine Protette, inoltre, non è previsto nessun ruolo di gestione per lo Stato.

“Nel tentativo di rendere più snella la Legge sulle Aree Naturali Protette, il Senato ha, di fatto, indebolito la portata ‘nazionale’ dei Parchi – ha detto alla Camera Donatella Bianchi, presidente del WWF Italia – accentuando l’influenza di interessi locali e logiche estranee alla corretta gestione del comune patrimonio naturale del Paese”.

parchi audizione1

Controllo della fauna

Gli abbattimenti potranno essere condotti anche da cacciatori previa frequentazione di corsi.

“Le “operazioni di controllo” della fauna, trattandosi di aree protette, dovrebbero essere ragionevolmente effettuate soltanto dal personale pubblico di sorveglianza e di polizia ambientale” ha tuonato Annamaria Procacci, Consigliere Nazionale Ente Nazionale Protezione Animali.

Inoltre dagli interventi non sono esclusi gli animali particolarmente protetti dalla legge nazionale di tutela della fauna. E non viene nemmeno considerato il disturbo venatorio che sarebbe causato su tutte le specie dall’uso delle armi, comprese quelle non oggetto di intervento cruento, nonostante l’Unione Europea ponga proprio il disturbo della caccia come uno dei fattori di più forte impatto sulla fauna.

parchi audizione2

Caccia nelle aree limitrofe

La riforma, in alcune parti, consente l’accesso dei cacciatori all’interno dei parchi e nelle aree contigue, le zone “cuscinetto” tra il parco e il territorio esterno. Attualmente possono cacciarvi solo i cacciatori residenti nell’area protetta, ma se passasse la riforma potrebbero farlo tutti gli iscritti agli Ambiti Territoriali di Caccia (ATC) in cui ricadono le aree contigue.

E, date le enormi estensioni degli ATC, vi sarebbero ricompresi i cacciatori di Comuni anche molto lontani dalle aree protette, persino provenienti da altre regioni. Inoltre gli animali che si riproducono all’interno delle aree protette diventerebbero facili prede dei cacciatori immediatamente a ridosso dei confini, dove è attualmente proibito cacciare.

“Si tratta di una proposta inaccettabile che abbiamo chiesto di rimuovere dal Progetto di Legge – ha commentato Massimo Vitturi, responsabile LAV area Animali SelvaticiAbbiamo inoltre richiesto che i Parchi diventino delle aree con specificità d’avanguardia, all’interno delle quali applicare il controllo, assolutamente non cruento,  della fertilità degli animali che vengono indicati come responsabili dei danni all’agricoltura”.

Finanziamento e apertura di nuovi parchi

Gli Enti Parco potranno essere finanziati da titolari di attività economiche all’interno delle aree naturali protette e nelle aree contigue con delle royalties. “É inaccettabile l’inserimento delle royalties, che esporrebbero, ovviamente, le zone più pregiate del nostro Paese a tante forme di sfruttamento a fini di bilancio, riducendo i beni naturali a una merce, come pure la fauna selvatica”, scrive l’Ente Nazionale Protezione Animali.

Inoltre potrebbe essere costituito un nuovo parco interregionale sul Delta del Po, decisione fortemente contestata in quanto la legge 394/91 escludeva esplicitamente la possibilità di due parchi nazionali e prevedeva, dopo il 31 dicembre 1993, l’istituzione di un Parco Nazionale.

“Noi chiediamo di non farlo – tuona Rossella Muroni – perché, per l’ennesima volta, si crea un’eccezione alla regola, mentre i parchi hanno bisogno di regole certe e di futuro”.

Roberta De Carolis

Sorgente: Parchi italiani: la nuova legge che fa paura a chi ama il verde

Libia, Alfano annuncia aiuti umanitari. Haftar rifiuta: ‘Prima via le vostre truppe’

“Rifiutiamo qualsiasi aiuto italiano a meno che l’Italia ritiri le sue truppe dalla Libia“. Lo ha dichiarato Khalifa al Obaidi, portavoce dell’esercito nazionale libico, guidato dal generale Khalifa Haftar, fedele al parlamento di Tobruk. Domenica scorsa, 15 gennaio, il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, nel corso di un’intervista in tv aveva annunciato che l’Italia avrebbe inviato aiuti umanitari “medicinali […]

Sorgente: Libia, Alfano annuncia aiuti umanitari. Haftar rifiuta: ‘Prima via le vostre truppe’ – Il Fatto Quotidiano

La Coop e il Conad vendono datteri sporchi di sangue.

Con l’arrivo delle feste natalizie Coop e Conad hanno ripreso la vendita di datteri sporchi di sangue. Datteri provenienti dalle colonie israeliane illegali presenti in Cisgiordania, su terre rubate ai legittimi proprietari palestinesi, che sfruttano le risorse naturali e la manodopera palestinese, anche minorile.

Nonostante in passato Coop e Conad avessero deciso di non supportare l’apartheid israeliano sospendendo gli approvvigionamenti di merci prodotte nei territori occupati ma etichettate come prodotti di Israele, oggi apprendiamo da alcune nostre fonti che nei suddetti supermercati è possibile trovare ancora datteri illegali.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

In particolare presso la Unicoop Tirreno sono in vendita datteri medjoul di marca King Solomon e Jordan River distribuiti in Italia con marchio Fatina dalla Murano S.p.a. di Pomigliano d’Arco in provincia di Napoli, ma confezionati in Israele da Hadiklaim Date Growers LTD.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Hadiklaim è uno dei principali esportatori di datteri israeliani, prodotti in varie colonie illegali della Valle del Giordano, del Mar Morto e delle Alture del Golan.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

L’importatore e distributore per l’Italia, la Murano S.p.a., ha aggiunto sulla scatola un adesivo con la dicitura ARDOC denominazione di origine controllata, che dovrebbe indicare la produzione dei datteri nella valle Arava a sud del mar Morto, in territorio israeliano. Ma non esiste alcuna D.O.C. denominazione di origine controllata di prodotti israeliani. Il termine è solo un modo per trarre in inganno l’acquirente visto che è utilizzato soltanto in Italia. Inoltre sull’etichetta è indicata la sede dell’impacchettamento ma non è possibile risalire a quella di coltivazione.

Dal 2015 è obbligatorio indicare sull’etichetta la provenienza dalle colonie israeliane dei prodotti agricoli. Decisione ribadita dall’Unione Europea nel 2016. Hadiklaim vende in Europa datteri confezionati in territorio israeliano per cercare di aggirare la normativa, la quale però prevede che gli stati membri applichino sanzioni efficaci, proporzionali e dissuasive per chi non indica l’esatta origine del prodotto.

Come mai la Unicoop Tirreno vende datteri che potrebbero provenire dalle colonie israeliane illegali e che tra l’altro violano la normativa UE sulla tracciabilità dei prodotti agricoli?

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Ma non si comporta meglio Conad. Nei supermercati Conad aderenti alla PAC 2000A è possibile trovare in vendita datteri di qualità medjoul di provenienza israeliana con codice a barre italiano.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Al Conad si possono trovare datteri ramati naturali distribuiti da Life S.r.l. di Sommariva Perno in provincia di Cuneo. Questi datteri di qualità medjoul sono importati da Israele senza indicare dove sono stati coltivati e nemmeno riportare quale azienda li ha esportati verso l’Italia, ma il codice a barre italiano che inizia per 800, li identifica come prodotto italiano.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Addirittura la Noberasco S.p.a. di Albenga in provincia di Savona distribuisce presso Conad datteroni premium selection ovvero datteri di qualità medjoul che non solo riportano un codice a barre italiano ma che non indicano nemmeno il paese di importazione. Come se i datteri venissero coltivati in Italia. In realtà si tratta di datteri made in Israel come si evince dal loro sito internet.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Siccome Israele non fa distinzioni tra territorio israeliano e colonie israeliane illegali, come fa un acquirente del Conad a capire se questi datteri rispettano la normativa europea sulla tracciabilità dei prodotti agricoli provenienti dalle colonie israeliane illegali? Perchè la PAC 2000A vende datteri che potrebbero essere coltivati sulle terre che i coloni ebrei hanno rubato ai palestinesi?

Non sarebbe meglio evitare di proporre ai propri clienti prodotti così controversi visto che già in passato sia Coop che Conad si sono dimostrati contrari alla vendita di merci provenienti dalle colonie israeliane illegali?

Oppure se suddette catene di supermercati volessero a tutti i costi vendere datteri di qualità medjoul non sarebbe meglio importarli da aziende palestinesi certificate che non violano nessuna legge internazionale come quelle associate alla Ong PARC (Palestinian Agricultural Relief Committee)?

In attesa di qualche risposta inviamo i nostri più calorosi auguri di Buon Natale a tutti gli amici di Unicoop Tirreno e PAC 2000A. Che i datteri israeliani vi possano andare di traverso.

L’attacco mediatico contro il Venezuela raggiunge il livello più basso di sempre con le ‘culle di cartone’

Di nuovo all’attacco meschino, mediocre, basso e moralmente piccolo come solo le corporazioni neo-liberali da cui sono stipendiati sanno fare.

Protagonisti, come sempre, Omero Cia(i) su Repubblica e, chiaramente, il Fatto Quotidiano. Ma questo è noto, più triste che a questo gioco si presti anche Dacia Maraini su il Corriere della Sera.

Entrambi, ma non sono i soli nel triste panorama dell’informazione italiana, riportano la “notizia” dei bambini nati nei cartoni nell’ospedale di Barcelona in Venezuela e fanno girare questa foto per testimoniare la crisi umanitaria in corso nel paese e come dice apertamente e senza vergogna Cia(i) per chiedere un intervento esterno. Uno di quelli che piace tanto al giornalista italiano, ma molto meno alle popolazioni di Somalia, ex Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia e Siria. Ma questa è un’altra storia.

La foto è stata diffusa da tal Manuel Ferreira Guzman, avvocato dell’opposizione protagonista del colpo di stato contro Chavez del 2002 e del tentativo di colpo di stato del febbraio del 2014 noto come Guarimbas su Twitter e Facebook. Foto riprese da tutti i giornali spagnoli e italiani noti per le mire neo-coloniali sul petrolio venezuelano. Meglio di tutti, come spesso accade, fa il Fatto Quotidiano che addirittura trasforma il Guzman in un medico! Chiaramente così la ‘notizia’ assume più importanza. Siamo ai livelli della bufala più divertente dell’ultimo periodo, quella “dell’ultimo pediatra di Aleppo”.

Sulla foto molto probabilmente si scoprirà a breve che è un falso, come è stato per quest’altra su cui la propaganda neo-liberale ha basato i suoi attacchi, per poi scoprire che era stata scattata in un supermercato degli Stati Uniti.

Nessuno di questi giornali riporterà mai le parole più importanti sulla vicenda, quelle del direttore dell’ospedale in questione. José G. Zurbarán A. che attraverso Twitter ha definito la diffusione delle immagini del bebè come di un “attacco mediatico vergognoso” e le foto pubblicate dagli addetti del reparto maternità dell’ospedale che hanno diffuso le immagini del reparto natalità. Sulla vicenda è stata aperta un’inchiesta interna per conoscere l’origine di questa foto.

Aquí mostramos las imágenes de nuestro hospital @ivsslasgarzas #IvssAnzoátegui Servicio de Neonatología pic.twitter.com/6KKdFDLxal

— IVSS (@ivssoficial) 21 settembre 2016

.@ivssoficial Ratificamos el profesionalismo y dedicación d nuestra #GenteIvss en la atencion del binomio #MadreHijo pic.twitter.com/6R7cFDcswL

— Hosp Guzmán Lander (@ivsslasgarzas) 21 settembre 2016

.@ivssoficial Se determina la presencia de 7 incubadoras en sala contigua de donde tomaron foto tendenciosa #Verdad pic.twitter.com/mHZecjDWSp

— Hosp Guzmán Lander (@ivsslasgarzas) 21 settembre 2016

Y al #Mundo decimos que es #Falso q en el @ivsslasgarzas nuestros niñ@s son atendidos en cajas de cartón @c_rotondaro

— José G. Zurbarán A. (@ZurbaranTrauma) 21 settembre 2016

Ma perché questi giornali italiani invece di occuparsi della sanità venezuelana non si occupano con la stessa ferocia degli 11 milioni di italiani che decidono di non curarsi perché non possono o delle condizioni della sanità greca dove semplicemente una sanità non esiste più? Dopo i colpi di stato contro Paraguay, Honduras e Brasile, il Venezuela è il perno dell’integrazione sovrana regionale dell’America Latina. L’ultimo bastione. Per questo l’attacco è così feroce e lo sarà sempre di più.

P.S Scorrete l’account twitter ufficiale dell’ospedale in questione, guardate le foto dei reparti e poi fatevi un’opinione

Notizia del: 24/09/2016

Sorgente: L’attacco mediatico contro il Venezuela raggiunge il livello pi basso di sempre con le ‘culle di cartone’ – World Affairs – L’Antidiplomatico

Essere un “paese non allineato” oggi: cosa significa? Che vantaggi offre? Dal recente vertice del Movimento, la risposta.

L’Italia potrebbe diventare, anch’essa, un “paese non allineato”? E cosa comporterebbe questa scelta? La Dichiarazione Finale del 17° vertice del Movimento dei Paesi Non Allineati, tenutosi sull’Isola di Margarita (Venezuela) il 17 e il 18 settembre 2016, traccia una politica estera – basata sulla cooperazione anziché sulle contrapposizioni tra schieramenti – che anche l’Italia avrebbe ogni interesse ad adottare.

22 settembre 2016 – Patrick Boylan
Fonte: Ufficio Stampa, Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia – 20 settembre 2016
Se l’Italia si trova coinvolta in sempre più guerre, non è soltanto perché fa parte della NATO e quindi ha il “dovere” (se non legale, “morale”) di sostenere le azioni militari che l’alleato USA intraprende ovunque nel mondo… per interessi suoi. 

E’ anche perché si trova intrappolata in reti commerciali “atlantiche” e invischiata in accordi diplomatici “atlantici”, che limitano gran parte della sua indipendenza ed autonomia d’azione. In pratica, si trova vincolata dalla logica degli schieramenti. 

Ma una via di uscita c’è.

Sul piano militare, esistono molteplici percorsi per uscire dalla NATO. Uno è stato tracciato nel convegno della Rete NoWar-Roma di due anni fa, illustrato in questo documento.

In quanto alle reti commerciali “atlantiche”, per non trovarsi irrimediabilmente intrappolata, l’Italia può, da una parte, respingere il TTIP e gli accordi simili (vedi qui e qui) e, dall’altra parte, creare sempre più partenariati con i paesi dell’Alba, con i cosiddetti BRICS e con le zone economiche africane come il Tripartite Free Trade Area e la Communauté Économique des États de l’Afrique Centrale.

Infine, per attenuare (o anche spezzare) i soffocanti vincoli diplomatici “atlantici”, l’Italia ha l’opzione di entrare, a titolo parziale o pieno, nella grande comunità delle nazioni non allineate, le quali hanno tenuto il loro 17° vertice lo scorso 17 e 18 settembre sull’Isola di Margarita nella Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Ma cosa comporterebbe essere “non allineati” oggi? E che tipo di politica estera sarebbe possibile adottare se l’Italia facesse parte del Movimento dei Paesi Non Allineati?

Per avere un’idea precisa, PeaceLink offre ai suoi lettori, grazie alla cortesia dell’Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia, la traduzione, in lingua italiana, della Dichiarazione Finale del 17° vertice. Essa traccia una politica estera basata sulla cooperazione anziché sulle contrapposizioni tra schieramenti, che anche l’Italia avrebbe ogni interesse ad adottare.

 

Allegati

Sorgente: Essere un “paese non allineato” oggi: cosa significa? Che vantaggi offre? Dal recente vertice del Movimento, la risposta.

Terremoto, dopo l’emergenza l’abbandono. Lo vuole l’UE

Mentre scrivo queste note, ho negli occhi i volti dei sopravvissuti all’ennesima strage da terremoto, in un paese notoriamente sottoposto a tragedie simili e che, per indolenza ma più spesso per scelte politiche precise, non risolve alla radice problemi facilmente affrontabili.

A tutti loro va primo pensiero, la vicinanza, la solidarietà concreta, che in queste ore vede impegnati molti di noi.

Tornando indietro con la memoria, ricordo i tanti volontari che accorsero a sostenere le popolazioni colpite dal sisma prima in Friuli nel 1976, poi in Irpinia nel 1980. In quelle terre devastate incontrammo la stessa disperazione, le stesse facce, le tante case distrutte.

Diversi furono i modi di affrontare il dramma delle migliaia di persone diseredate dal sisma.

La Protezione Civile vide la sua nascita proprio dopo il terremoto dell’80, per regolare / impedire quel vero e proprio moto di popolo che si determinò nel paese per sostenere le popolazioni friulane ed irpine. Tra i volontari moltissimi militanti politici e sindacali, studenti e lavoratori, impegnati nei soccorsi e contro i tanti speculatori locali, per difendere i quali volarono centinaia di allontanamenti forzati e fogli di via, inflitti da solerti e conniventi forze dell’ordine locali.

In quegli anni vigevano norme e leggi che imponevano allo Stato di intervenire con fondi pubblici, a garanzia della ricostruzione e della vita di chi era colpito da calamità naturali.

Norme e leggi che, messe nelle mani di personaggi come Giuseppe Zamberletti e Ciriaco De Mita, si trasformavano in fonti di speculazione, sciacallaggio dall’alto, guadagni miliardari. Il primo, Commissario straordinario per il terremoto friulano, implicato nello storno di risorse per i terremotati a favore di boss democristiani milanesi e del Nord. Il secondo, arricchitosi con i fondi per la ricostruzione versati nell’Istituto di credito di famiglia, la Banca Popolare dell’Irpinia.

Grazie ai recenti governi turbo – liberisti le vecchie leggi, sulle quali inciampavano troppo spesso i boss del pentapartito che governavano durante la prima Repubblica, sono state progressivamente cancellate.

Durante il breve e devastante esecutivo Monti sono state riscritte le regole della Protezione Civile. Nel 2012 la Gazzetta Ufficiale ha pubblicato il decreto legge n. 59 e la successiva Legge n. 100 che corregge e integra in forma più sibillina la precedente, decretando la fine sostanziale dell’intervento pubblico in caso di calamità naturali, in termini di risarcimenti, aprendo la strada alle assicurazioni private. I successivi esecutivi Letta e Renzi hanno lasciato intatte queste leggi, peggiorandole attraverso la privatizzazione della CRI e l’attacco sistematico alle condizioni di lavoro dei Vigili del Fuoco.

Oggi dobbiamo stare concretamente al fianco dei superstiti al devastante terremoto che ha colpito il centro Italia. Ma se vogliamo evitare che il genuino e salutare moto di solidarietà si spenga con il passare del tempo, relegando queste come altre centinaia di migliaia di vittime di terremoti e calamità “naturali” nel cono di silenzio e d’ombra che rischia di lasciarli di nuovo da soli, occorre chiedere con forza l’abolizione delle Leggi 59 e 100 del 2012.

Lo Stato centrale deve tornare a intervenire in caso di calamità naturali di ogni genere, accollandosi tutti gli oneri di una ricostruzione completa delle zone devastate e del risarcimento per le vittime e i familiari. Le risorse ci sono, basta stornarle dai finanziamenti a pioggia per le banche e per le spese militari.

Questa è la migliore risposta alla retorica del contafrottole di Rignano, che in queste ore si batte ipocritamente il petto raccontando l’ennesima bugia: “I terremotati non saranno lasciati soli”.

Il testo integrale del DL 15 maggio 2012, n.59

http://www.gazzettaufficiale.it/gunewsletter/dettaglio.jsp?service=1&datagu=2012-05-16&task=dettaglio&numgu=113&redaz=012G0081&tmstp=1337242292515

Articolo di approfondimento de Il Sole 24 ORE sull’argomento

http://www.diritto24.ilsole24ore.com/guidaAlDiritto/civile/civile/primiPiani/2012/05/protezione-civile-con-la-riforma-lo-stato-non-risarcira-piu-per-le-calamita-naturali.html

Il testo integrale della legge 100/2012

http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/view_prov.wp?contentId=LEG34883

Sorgente: Terremoto, dopo l’emergenza l’abbandono. Lo vuole l’UE | Contropiano

Occupazione. Un anno di droga, nessuna ripresa

I nuovi dati dell’Inps sui contratti di lavoro confermano che nel 2016 facciamo costantemente peggio del 2014.

La distanza con il 2015 è enorme non solo nei contratti a tempo indeterminato (al netto delle cessazioni), ma anche nelle trasformazioni che ci dicevano essere un’evidenza della volontà di stabilizzare i lavoratori grazie al JobsAct.

Il mercato nel 2015 è stato evidentemente drogato. nessuna scusa.

Corrono i voucher: nei primi sei mesi del 2016 ne sono stati venduti 69,899,824 (+ 40% rispetto allo stesso periodo del 2015).

Amen.

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da Facebook

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Le lobby controllano la politica #SorosLeaks

Per scoprire come si diventa uno degli uomini più ricchi del mondo basta leggere il curriculum di George Soros. Nel 1992 una sua operazione finanziaria porta alla svalutazione della lira e della sterlina. Quel giochetto costa lacrime e sangue agli italiani: arrivano le tasse, il prelievo forzoso e le riforme delle pensioni di Amato e Ciampi. Oggi George Soros non ha cambiato pelle. Lo dimostrano migliaia di file della sua Fondazione diffusi e pubblicati da alcuni hacker. Leggendo bene questi documenti si scopre il tentativo di influenzare e manipolare nuovamente la democrazia: ci sono scritti nero su bianco i finanziamenti ad associazioni e ONG durante le elezioni europee del 2014, gli interessi geopolitici delle multinazionali in Ucraina e i “suggerimenti” su come affrontare la crisi dei migranti, c’è disegnata l’architrave dell’euro e i piani per svendere i diritti sociali dei cittadini (vedi Jobs Act).

Il finanziere americano studia il potere per poterlo influenzare ed ecco che vengono schedati con fotografia e numero di telefono dell’ufficio circa 200 europarlamentari, molti dei quali sono italiani. Nell’elenco ci sono Brando Benifei, Sergio Cofferati, Andrea Cozzolino, Isabella De Monte, Elena Gentile, Roberto Gualtieri, Cecile Kyenge, Luigi Morgano, Alessia Mosca, Antonio Panzeri, Gianni Pittella, Elly Schlein, Daniele Viotti e Barbara Spinelli. Sono tutti del Pd, tranne quest’ultima eletta nella Lista Tsipras. Questi politici come hanno risposto alle telefonate dei lobbisti? Non è possibile saperlo…

La democrazia deve essere trasparente. Lobby e affaristi devono sparire dal Parlamento europeo e invece ci sono deputati che, per loro stessa ammissione, sono sul libro paga delle multinazionali o sono loro stessi il volto dell’industria, così come dimostrato dal dossier “Whose representatives?” commissionato da tre ONG europee. Ecco la bussola che muove l’attuale classe politica europea: soldi, affari, piaceri alle lobby.

Il Movimento 5 Stelle dipende solo dal contributo dei cittadini. Ecco perché ogni manifestazione, ogni campagna elettorale, ogni sogno targato 5 stelle si può realizzare solo con una donazione da parte di tutti i cittadini liberi e onesti.

Ecco la notizia ripresa da alcuni siti di informazione:

https://www.rt.com/usa/355919-soros-hacked-files-released/

“Più di 2.500 file relativi alle organizzazioni gestite dal miliardario George Soros sono stati diffusi da alcuni hacker. Le rivelazioni, pubblicate sabato dal sito DC, comprendono centinaia di documenti interni provenienti da più divisioni dei gruppi di Soros, prevalentemente dalla Open Society Foundations. (…) Questi documenti rivelano piani di lavoro, strategie, priorità e altre attività di Soros e includono rapporti sulle elezioni europee del 2014, i flussi migratori e l’asilo in Europa. (fonte: RT.com)

http://www.breizh-info.com/2016/08/16/48051/sorosleaks-milliers-de-fichiers-de-fondation-open-society-soros-devoiles

“Raccolti dal sito Soros DC Leaks, i file contengono una serie di informazioni che mostrano l’influenza che cerca di manifestare il miliardario pro-globalizzazione (e pro-immigrazione) in tutto il mondo. (…) 100.000 dollari sono stati assegnati all’associazione “United for Intercultural Action” per l’insieme dei Paesi dell’Unione europea. L’obiettivo? Contrastare i partiti populisti in Europa alle elezioni europee. In collaborazione con la “Rete europea contro il razzismo e la speranza non l’odio”, questa associazione condurrà una campagna di comunicazione particolarmente focalizzata su Francia, Grecia, Ungheria, Italia e Paesi Bassi. (…) In tutta Europa, centinaia di ONG “indipendenti” lavorano con Open Society di Soros, alla pari di Istituzioni come l’Unione Europea. Uno dei progetti della Fondazione è chiaramente indicato: “fare accettare agli europei l’insediamento dei migranti e far sparire progressivamente i confini.” (fonte. breizh.info)

http://observer.com/2016/08/dc-leak-exposes-top-clinton-donor-george-soros-manipulating-elections/

“Uno dei più grandi donatori di Hillary Clinton, il miliardario George Soros, è stato scoperto tramite un massiccio attacco informatico nel tentativo di manipolare le elezioni in Europa attraverso le sue organizzazioni non governative. (…) I preoccupanti legami tra Soros e Clinton si estendono al suo mandato di Segretario di Stato. Una e-mail pubblicata da Wikileaks ha rivelato che, nel 2011, Soros ordinò a Clinton di intervenire nella politica albanese – consiglio poi messo in pratica. Soros ha usufruito direttamente dell’appoggio di Clinton per l’accordo di libero scambio con Panama nel 2011: molte holding di Soros sono state coinvolte nel recente scandalo in quel Paese. Questo accordo ha aperto il Paese a miliardari e milionari pronti a sfruttarlo come paradiso fiscale”. (fonte: Observer.com)

Sorgente: Il blog delle stelle – Le lobby controllano la politica #SorosLeaks

Partita Israele-Italia: Riempiamo i social di bandiere palestinesi

di BDS Italia

 

Il 5 settembre, ad Haifa, l’Italia gioca contro Israele nelle qualificazioni per i mondiali di calcio 2018.

Questa partita non dovrebbe svolgersi, perché, secondo le regole del Fair Play, la Fifa dovrebbe sospendere la Federazione israeliana del calcio.

Oltre a praticare il colonialismo e l’apartheid contro l’intera popolazione palestinese, Israele ha ucciso e ferito giocatori palestinesi, ma anche ragazzi mentre giocavano a pallone, ha distrutto stadi e centri sportivi, ha impedito il movimento, arrestato calciatori palestinesi e ha fatto incursione nella sede della FederCalcio Palestinese. Quest’estate Israele ha bloccato l’arrivo delle bandiere e delle divise per la squadra palestinese alle Olimpiadi di Rio de Janeiro. Inoltre, la Federazione israeliana di calcio comprende ben sei squadre con sedi nelle colonie costruite in violazione del diritto internazionale su terre rubate ai palestinesi.

Come è successo nel 1964, quando la Fifa sospese il Sudafrica a causa delle sue politiche di Apartheid, decisione mantenuta fino alla fine del regime di Apartheid, oggi chiediamo alla FIFA di sospendere la Federazione di calcio di Israele fino a quando non rispetterà i diritti dei palestinesi e il diritto internazionale.

Seguiamo l’eccellente esempio di centinaia di fan del Celtic, che hanno rifiutato il divieto di portare bandiere palestinesi alla partita con l’israeliana Hapoel, riempendo lo stadio. Anche in Francia, alla partita tra St Etienne e Beitar Jerusalem sventalavano tante bandiere palestinesi.

Il 5 settembre, a partire dalle ore 20.45 durante la partita Italia-Israele, manifestiamo la nostra solidarietà alla Palestina.

Tifiamo per i diritti dei palestinesi!
Mostriamo il cartellino rosso all’apartheid israeliana!

Unisciti subito al Thunderclap per un tweet/post collettivo durante la partita.
– Durante la partita, riempiamo i social media di bandiere palestinesi. Scarica immagini qua oppure dai spazio alla tua creatività.
Utilizza gli hashtag #IsrIta e #WorldCup. Segui @bdsitalia per altri hashtag.
– Firma la petizione alla FIFA, già sottoscritta da oltre 150.000 persone per chiedere la sospensione di Israele.
– Partecipa al Crowdfunding dei tifosi del Celtic, che in pochi giorni ha raccolto oltre 150.000 sterline per Medical Aid for Palestinians e il centro Lajee del campo profughi Aida.

Libia. Cade l’ipocrisia: soldati italiani combattono a Misurata

Libia soldati italiani con stemma

 

Prima tre soldati delle forze speciali francesi uccisi, poi l’ammissione del Times che truppe britanniche agiscono sul terreno. Infine, e non poteva essere diversamente, la conferma che anche truppe speciali italiane stanno combattendo in Libia. Nel giro di un mese – una volta che i bombardieri Usa hanno cominciato a lanciare bombe e missili su Sirte (curiosità: lo avevano fatto anche trenta anni fa uccidendo una bambina figlia adottiva di Gheddafi), tutto il castello di silenzio, riservatezza e realpolitik, è stato incrinato da quanto emerge dal territorio libico. Ufficialmente francesi, inglesi, italiani e statunitensi non sono in Libia.  Meglio ci sono,  ma nel caso dei soldati italiani non ci sono come truppe operative ma con lo status di agenti dell’intelligence. Il governo italiano ha infatti ammesso per la prima volta ufficialmente che militari delle forze speciali sono stati dislocati in guerra in Iraq e adesso anche in Libia. I militari italiani sono impegnati a nei combattimenti contro i miliziani dell’Isis a Misurata dopo essere transitati – come i francesi – per la base militare di Benina posta sotto il controllo del gen. Haftar.

 

La notizia, diffusa in Italia da La Repubblica,  trova conferma in un documento trasmesso al Comitato di controllo sui servizi segreti (Copasir), e classificato come “segreto”. Oggi su Sky abbiamo assistito in diretta al patetico tentativo dell’inviato del Corriere della Sera, Lorenzo Cremonesi, di smentire che in Libia siano operativi dei soldati italiani. Un ultimo atto di giornalismo embedded smentito ripetutamente durante tutta la giornata da numerosi altre fonti. Nel documento, redatto dal Cofs (Comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali), viene specificato che si tratta di operazioni effettuate in applicazione della normativa – l’art. 7 bis – approvata lo scorso novembre dal Parlamento, un marchingegno che ha consentito al Presidente del Consiglio di autorizzare missioni all’estero di militari dei corpi speciali ponendoli però sotto la catena di comando dei servizi segreti con tutte le garanzie connesse, inclusa l’immunità.

10 agosto 2016 – 

thanks to: Contropiano.org

No alle bombe nucleari in Italia

a cura di Pax Christi

“Settant’anni fa, il 6 e il 9 agosto del 1945, avvennero i tremendi bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki. A distanza di tanto tempo, questo tragico evento suscita ancora orrore e repulsione. Esso è diventato il simbolo dello smisurato potere distruttivo dell’uomo quando fa un uso distorto dei progressi della scienza e della tecnica, e costituisce un monito perenne all’umanità, affinché ripudi per sempre la guerra e bandisca le armi nucleari e ogni arma di distruzione di massa”.
Papa Francesco, 9 agosto 2015
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No alle bombe nucleari in Italia
APPELLO DEL CONVEGNO «IL RUOLO DELLA NATO NELLA GUERRA MONDIALE A PEZZI», promosso da Pax Christi, “Mosaico di pace”, Comunità Le Piagge, Unione suore domenicane S. Tommaso d’Aquino, Comitato No Guerra No Nato, S. Niccolò, PRATO, 11 GIUGNO 2016
Sono in fase di sviluppo negli Stati Uniti – documenta la U.S. Air Force – le bombe nucleari B61-12, destinate a sostituire le attuali B61 installate dagli Usa in Italia e altri paesi europei.
La B61-12 – documenta la Federazione degli scienziati americani (Fas) – non è solo una versione ammodernata della B61, ma una nuova arma nucleare: ha una testata nucleare a quattro opzioni di potenza selezionabili, con una potenza media pari a quella di quattro bombe di Hiroshima; un sistema di guida che permette di sganciarla a distanza dall’obiettivo; la capacità di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando in un attacco nucleare di sorpresa.
Le B61-12, che gli Usa si preparano a installare in Italia, sono armi che abbassano la soglia nucleare, ossia rendono più probabile il lancio di un attacco nucleare dal nostro paese e lo espongono quindi a una rappresaglia nucleare.
Secondo le stime della Fas, gli Usa mantengono oggi 70 bombe nucleari B61 in Italia (50 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre), 50 in Turchia, 20 rispettivamente in Germania, Belgio e Olanda, per un totale di 180. Nessuno sa però con esattezza quante effettivamente siano le B-61, destinate ad essere sostituite dalle B61-12.
Foto satellitari – pubblicate dalla Fas – mostrano che, per l’installazione delle B61-12, sono già state effettuate modifiche nelle basi di Aviano e Ghedi-Torre.
L’Italia, che fa parte del Gruppo di pianificazione nucleare della Nato, mette a disposizione non solo il suo territorio per l’installazione di armi nucleari, ma – dimostra la Fas – anche piloti che vengono addestrati all’attacco nucleare con cacciabombardieri italiani sotto comando Usa.
L’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari, firmato nel 1969 e ratificato nel 1975, che all’Art. 2 stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente».
Chiediamo che l’Italia cessi di violare il Trattato di non-proliferazione e, attenendosi a quanto esso stabilisce, chieda agli Stati uniti di rimuovere immediatamente qualsiasi arma nucleare dal territorio italiano e rinunciare a installarvi le nuove bombe B61-12 e altre armi nucleari.
Liberare il nostro territorio nazionale dalle armi nucleari, che non servono alla nostra sicurezza ma ci espongono a rischi crescenti, è il modo concreto attraverso cui possiamo contribuire a disinnescare l’escalation nucleare e a realizzare la completa eliminazione delle armi nucleari che minacciano la sopravvivenza dell’umanità.
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BOZZA DI MOZIONE DA PROPORRE AI PARLAMENTARI
Considerato che – secondo i dati forniti dalla Federazione degli Scienziati Americani (FAS) – gli Usa mantengono oggi 70 bombe nucleari B61 in Italia (50 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre), 50 in Turchia, 20 rispettivamente in Germania, Belgio e Olanda, per un totale di 180.
Considerato che – come documenta la stessa U.S. Air Force – sono in fase di sviluppo negli Stati Uniti le bombe nucleari B61-12, destinate a sostituire le attuali B61 installate dagli Usa in Europa.
Considerato che – come documenta la FAS – la B61-12 non è solo una versione ammodernata della B61, ma una nuova arma nucleare, con un sistema di guida che permette di sganciarla a distanza dall’obiettivo, con una testata nucleare a quattro opzioni di potenza selezionabili, con capacità di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando in un attacco nucleare di sorpresa.
Considerato che foto satellitari, pubblicate dalla FAS, mostrano le modifiche già effettuate nelle basi di Aviano e Ghedi-Torre per installarvi le B61-12.
Considerato che l’Italia mette a disposizione non solo il suo territorio per l’installazione di armi nucleari, ma anche piloti che – dimostra la FAS – vengono addestrati all’uso di armi nucleari con aerei italiani.
Considerato che l’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari, firmato nel 1969 e ratificato nel 1975, il quale all’Art. 2 stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente».
I proponenti chiedono al Governo di rispettare il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari e, attenendosi a quanto esso stabilisce, far sì che gli Stati Uniti rimuovano immediatamente qualsiasi arma nucleare dal territorio italiano e rinuncino a installarvi le nuove bombe B61-12 e altre armi nucleari.

Sorgente: www.ildialogo.org No alle bombe nucleari in Italia,a cura di Pax Christi

Basta armi italiane a regimi repressivi e in conflitti: il Parlamento assuma proprie responsabilità

Bombe e accordi militari italiani continuano a favorire regimi autoritari e conflitti, mentre la trasparenza è sempre più compromessa. Una situazione inaccettabile: Rete Disarmo fa appello al Parlamento affinché ritorni ad occuparsi dell’export militare italiano per una rigorosa applicazione della legge 185/90.

Ancora bombe per i conflitti, ancora accordi militari con regimi autoritari che vanno ad infiammare le regioni di maggior tensione del pianeta. E’ questa la situazione relativa all’export militare italiano che anche le ultime notizie ci dipingono. E che, ancora una volta, danno ragione a chi come la Rete Italiana per il Disarmo esprime preoccupazione per il continuo deterioramento di trasparenza e controllo sulle vendite di armi. In pieno spregio della legge 185/90.

Nello scorso marzo quasi 5 milioni di euro di bombe sono state inviate dalla provincia di Cagliari all’Arabia Saudita nonostante la risoluzione votata con ampia maggioranza dal Parlamento europeo lo scorso febbraio abbia chiesto alla Vicepresidente della Commissione ed Alto Rappresentante della Politica Estera, Federica Mogherini, di “avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita, tenuto conto delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale da parte di tale paese nello Yemen”.

“Dai dati forniti del registri del commercio estero dell’Istat – commenta Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio OPAL di Brescia – risulta che lo scorso marzo è ripreso l’invio di munizionamento pesante dall’Italia all’Arabia Saudita: si tratti di quasi 123 quintali (Kg. 12.2835) di bombe per un valore di oltre 4,6 milioni di euro (€4.679.875) spedite dalla provincia di Cagliari. Simili spedizioni di bombe aeree prodotte nello stabilimento di Domusnovas in Sardegna dalla RWM Italia, azienda tedesca del gruppo Rheinmetall, sono state effettuate tra ottobre e dicembre dell’anno scorso ed erano state rese note da alcuni parlamentari sardi. Ma stavolta tutto è avvenuto nel massimo riserbo e non si può escludere un appoggio da parte del Ministero della Difesa”.

La risoluzione della scorsa primavera dell’Europarlamento nell’esprimere “grave preoccupazione per gli attacchi aerei da parte della coalizione a guida saudita e il blocco navale da essa imposto allo Yemen, che hanno causato la morte di migliaia di persone” evidenzia che queste azioni “hanno ulteriormente destabilizzato il paese, stanno distruggendo le sue infrastrutture fisiche, hanno creato un’instabilità che è stata sfruttata dalle organizzazioni terroristiche ed estremiste, quali l’ISIS/Daesh e l’AQAP, e hanno aggravato una situazione umanitaria già critica”. La risoluzione evidenzia inoltre che “alcuni Stati membri dell’UE hanno continuato ad autorizzare il trasferimento di armi e articoli correlati verso l’Arabia Saudita dopo l’inizio della guerra” e afferma chiaramente che “tali trasferimenti violano la posizione comune 2008/944/PESC sul controllo delle esportazioni di armi, che esclude esplicitamente il rilascio di licenze relative ad armi da parte degli Stati membri laddove vi sia il rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate per commettere gravi violazioni del diritto umanitario internazionale e per compromettere la pace, la sicurezza e la stabilità regionali”.

“A questa risoluzione – commenta Francesco Vignarca, coordinatore della Rete italiana per il Disarmo – non è però seguita l’azione da parte dei governi. Per poter rendere effettiva la raccomandazione del Parlamento Europeo occorre infatti che uno dei Paesi membri assuma la responsabilità della sua implementazione ed attuazione. Auspichiamo e ci auguriamo che sia proprio il Governo italiano a farsi promotore di questo percorso, di conseguenza sospendendo l’invio di bombe e sistemi militari all’Arabia Saudita e a tutti i paesi che da 15 mesi stanno bombardano lo Yemen”.

Non va dimenticato che l’Italia è, tra i paesi dell’UE, uno dei maggiori fornitori di sistemi militari alle monarchie del Golfo. Lo scorso 16 giugno ad esempio è stato perfezionato con il Qatar, con presenza della Ministra della Difesa Pinotti e dagli amministratori delegati di Fincantieri e di MBDA (azienda missilistica di cui anche Finmeccanica-Leonardo fa parte), un contratto per la fornitura di mezzi navali e sistemi d’arma per circa 5 miliardi di euro. Accordo siglato con il ministro per gli Affari della Difesa Khalid bin Muhammad Al-Attiyah che poche ore dopo si è recato in visita alle truppe del suo Paese attive nel conflitto sanguinoso in Yemen. Guerra che sta seminando morte soprattutto tra i civili, in palese violazione dei principi di base della nostra legislazione sull’export di armamenti.

Tutto questo sta avvenendo proprio nei giorni della barbara uccisione della deputata laburista britannica Jo Cox, che molti politici anche italiani hanno pianto dimenticando però le sue parole sul conflitto yemenita: “Si dovrebbe usare tutta la nostra influenza (…) per rimettere la coalizione saudita dove dovrebbero stare, nella “list of shame” (lista della vergogna). (…) è tempo di smettere con le titubanze e lavorare con la comunità internazionale al fine di avviare un’inchiesta indipendente sulle presunte violazioni del diritto internazionale umanitario da parte di tutti gli attori del conflitto. Infine, il governo dovrebbe immediatamente sospendere la vendita di armi a qualsiasi delle parti che possa utilizzarle violando il diritto internazionale”.

La Relazione del governo sull’export di armi: un documento inutile per il controllo

La “Relazione sulle esportazioni di armamenti” inviata alle Camere dalla Presidenza del Consiglio lo scorso 18 aprile riporta cifre impressionanti sull’incremento delle licenze all’esportazione: nel 2015 i valori sono più che triplicati ed hanno raggiunto la cifra record dal dopoguerra di oltre 8,2 miliardi di euro (erano stati meno di 2,9 miliardi di euro nel 2014). Oltre ai “programmi di cooperazione intergovernativa” sono fortemente cresciute anche le “normali” autorizzazioni all’esportazione di sistemi militari che nel 2015 sono state di quasi 4,7 miliardi di euro (€4.699.362.476).

Non è migliorata invece la trasparenza e la Relazione che da due anni viene inviata alle Camere permette di conoscere solo i valori generali delle operazioni autorizzate ad ogni singolo paese e le generiche tipologie di armamento esportati. Ma non permette di conoscere nel dettaglio gli specifici sistemi di armi esportate: in questo modo il controllo parlamentare e delle nostre associazioni sull’attività del governo è reso praticamente impossibile.

Rete Italiana per il Disarmo chiede perciò a tutti i gruppi parlamentari di attivarsi al più presto nelle commissioni competenti per compiere un ampio ed attento esame della Relazione governativa e sulle operazioni autorizzate dal governo in materia di esportazione di sistemi d’armamento oltre che sugli accordi militari recentemente stipulati. La Rete Italiana per il Disarmo sta inoltre per inviare una lettera al Governo per chiedere un incontro durante il quale chiederemo risposte concrete riguardo alle proposte già avanzate lo scorso settembre al sottosegretario agli Esteri, sen. Benedetto Della Vedova.

I miliardi di guadagni dell’industria bellica nazionale non giustificano in alcun modo l’invio di armamenti a Paesi coinvolti in conflitti armati che, tra l’altro, favoriscono l’avanzamento di formazioni terroristiche e contribuiscono all’instabilità di ampie regioni con le conseguenti fughe di popolazioni che spesso sbarcano sulle nostre coste per chiedere rifugio e assistenza.

La Rete Italiana per il Disarmo sarà inoltre insieme a Fondazione Culturale Responsabilità Etica e alla Campagna Sbilanciamoci tra i co-promotori di “Le armi italiane nel mondo: destinazioni pericolose e poca trasparenza”, un momento di approfondimento (e successivo incontro con i parlamentari) in programma il 13 e 14 luglio prossimi a Roma presso la Fondazione Lelio Basso.

Sorgente: Pressenza – Basta armi italiane a regimi repressivi e in conflitti: il Parlamento assuma proprie responsabilità

Migranti, dalle minacce agli incendi fino alla proteste violente: ecco l’Italia xenofoba contro chi accoglie i profughi

C’è un’Italia che apre le porte, mette a disposizione alberghi, chiese, intere abitazioni o stanze sfitte, e che ogni giorno si siede a tavola con migranti dalle storie sconosciute, insegna loro la lingua e li aiuta a ricostruire una vita. E poi ce n’è un’altra, quella che strepita, si oppone, riempie le bacheche facebook di lamentele che sfociano spesso nell’insulto. Parla di “sicurezza” e “invasione”, accusa chi ospita di farlo solo per il proprio interesse, e forma comitati di protesta. Talvolta minaccia, manda biglietti intimidatori anonimi, o scatena raid incendiari.

Non è una vita facile quella di chi, nell’ultimo anno, ha deciso di lavorare per l’accoglienza dei richiedenti asilo e di chi arriva sulle nostre coste. Da nord a sud, sono tanti coloro che raccontano episodi di diffidenza, intolleranza e fastidio, con cui devono convivere quotidianamente: si va dall’albergatore che si è visto recapitare lettere anonime con minacce di morte, a quello che ha perso i clienti abituali che poco gradivano la presenza di africani nella stanza accanto, fino alle diverse manifestazioni organizzate contro l’apertura di centri per immigrati. Quasi tutti piccoli casi, che non sono espressione della maggioranza e che spesso non superano i confini delle cronache locali. Ma, messi insieme, dipingono comunque l’immagine di un Paese in cui, a fatica, convivono anime opposte.

Le minacce- Spesso i primi a essere presi di mira, perché tra quelli più esposti, sono gli albergatori che fanno accordi con le prefetture per dare alloggio a gruppi di richiedenti asilo. Giulio Salvi, direttore dell’hotel Bellevue in Valtellina, ha ricevuto minacce prima in una lettera lettera anonima: “Via i migranti dall’hotel o li uccido uno a uno. Poi via facebook, dove sono apparsi diversi commenti in cui si invitava a dare fuoco all’albergo. Tra le accuse a Salvi c’era anche quella di sciacallaggio: “Incassi milioni con finti profughi”. Di certo Salvi non è l’unico ad aver ricevuto intimidazioni di questo tipo e con questi toni. Ad aprile Walter Scerbo, sindaco di Palizzi, in provincia di Reggio Calabria, si è visto recapitare un bigliettino non firmato, ma con un messaggio molto chiaro: “Se succede qualcosa con questi bastardi negri ti ammazziamo”. A scatenare le minacce xenofobe era stato il progetto di accoglienza di un gruppetto di stranieri, voluto proprio dall’amministrazione comunale.

L’incendio al Mark Hotel – L’albergo, chiuso da 10 anni, si trova a Ussita, minuscolo comune in mezzo al verde, in provincia di Macerata. A maggio, dopo che il proprietario aveva messo a disposizione le proprie stanze per accogliere i profughi, facendo fare anche dei sopralluoghi, qualcuno è entrato nella struttura forzando la porta. Ha portato con sé del gasolio e poi ha dato fuoco ai materassi, proprio quelli destinati ai migranti. “Anche qui nelle Marche c’è un clima preoccupante, fino adesso sottovalutato da tutti”, ha detto don Vinicio Albanesi, pochi minuti dopo la morte di Emmanuel, il 36enne nigeriano a Fermo. Nei mesi scorsi sono stati piazzati degli ordigni rudimentali davanti a quattro chiese della diocesi di Fermo, tutte parrocchie impegnate in progetti di solidarietà. Le indagini sono in corso, ma il religioso è convinto che le bombe siano opera della stessa mano, e che abbiano come obiettivo quello di scoraggiare le attività di aiuto agli extracomunitari.

La fuga dei turisti – Giancarlo Pari gestisce un piccolo hotel di fronte alla spiaggia di Igea Marina, a pochi chilometri da Rimini. L’anno scorso, su proposta della prefettura, aveva deciso di concedere ospitalità a tre gruppi di migranti, circa 40 persone in tutto. L’aveva fatto volentieri e la convivenza non aveva dato alcun problema. Eppure, passato l’inverno, all’inizio della stagione estiva, ha chiesto di interrompere il progetto di accoglienza. “Ci sono troppe difficoltà da parte delle persone bianche ad accettare quelle di colore – ha raccontato alle telecamere del fattoquotidiano.it – Sono stato obbligato, altrimenti avrei perso i miei clienti abituali”.

Le proteste dei comitati – A volte basta solo ipotizzare l’apertura di un centro d’accoglienza per far scattare le manifestazioni dei cittadini, raccolti in comitati. A maggio sempre nelle Marche, in provincia di Ancona, gli abitanti di Castelferretti hanno bloccato la strada con striscioni e fumogeni per opporsi al progetto, ancora tutto sulla carta, di allestire in zona un campo profughi. Anche in provincia di Parma, qualche mese prima, i cittadini avevano organizzato sit-in e fiaccolate per dire no alla sistemazione di una quindicina di profughi in una ex scuola. Nel vicentino, don Lucio Mozzo, voleva sfruttare gli spazi di una canonica chiusa da tempo per dare aiuto a una decina di profughi. Il suo progetto è stato bloccato da centinaia di fedeli che, dimenticando la carità cristiana, sono andati su tutte le furie e si sono riuniti in massa nella chiesa di Don Mozzo. Alla fine il prete è stato costretto a fare un passo indietro.

A contattare don Mozzo era stata l’associazione Papa Giovanni XXIII, impegnata ogni giorno sul fronte dell’aiuto ai migranti: “Abbiamo avuto un paio di casi di proteste in Veneto – racconta Giovanni Paolo Ramonda, responsabile generale della comunità – una parte della cittadinanza si è risentita e ha fatto resistenza. Ma non generalizzerei. Abbiamo ricevuto anche tanta solidarietà. Di sicuro noi continuiamo a portare avanti il nostro lavoro, perché crediamo nel valore dell’accoglienza. Pensiamo però che vada fatta per piccoli gruppi, 10 o 12 persone al massimo, non con grossi agglomerati. Solo così si può favorire la convivenza pacifica e il rispetto verso lo straniero“. Famosi sono poi due casi andati in scena l’estate scorsa: quello di Quinto di Treviso, dove i residenti si sono rivoltati contro la presenza in un residence di 100 profughi ottenendone lo spostamento, e quello di Roma, dove ci sono stati anche scontri tra Casapound e polizia.

L’accoglienza in casa – Nell’estate scorsa Roberto Gabellini, pensionato di Rimini, ha dato le chiavi della propria casa a un’associazione che assiste i migranti. Una villetta a due piani, con vista sulle colline, dove sono entrati 17 profughi. Apriti cielo: Gabellini, con un passato in Alleanza nazionale, è stato obbligato far fronte a una tempesta di critiche e accuse di sciacallaggio. Alcune provenienti da suoi ex-amici di partito. Qualcuno si è spinto anche oltre, arrivando alle minacce: “Vengo a incendiarti casa per sentire la puzza di negro che brucia. Per questo l’uomo, che ha anche pensato di assumere una ditta di vigilanza privata per la notte, si è rivolto alle forza dell’ordine. “I carabinieri ci hanno aiutato molto – racconta – spesso sono passati per assicurarsi fosse tutto tranquillo”. Oggi però, a un anno di distanza, le cose sono cambiate. “I ragazzi ospitati si sono guadagnati la fiducia con il loro lavoro e il loro comportamento, sempre impeccabile. E sono riusciti a superare la diffidenza dei vicini e di una parte della città. E di minacce non ne sono più arrivate”. Anche la famiglia di Maria Cristina Visioli, che fa parte della rete Refugees Welcome Italia, ha deciso di aprire (gratuitamente) le porte della propria abitazione di Bologna ai profughi. Ma qualcuno tra i vicini ha avuto da ridire. “Finché abbiamo ospitato giapponesi o americani nessuno ha detto un parola. Quando sono arrivati ragazzi africani, c’è chi si è lamentato in assemblea di condominio. Fortunatamente è stato un episodio senza conseguenze, ma è il sintomo di una certa diffidenza nei confronti delle persone di colore, che c’è anche a Bologna”.

Sorgente: Migranti, dalle minacce agli incendi fino alla proteste violente: ecco l’Italia xenofoba contro chi accoglie i profughi – Il Fatto Quotidiano

Bangladesh, nel tessile fa affari con l’Italia per 1,2 miliardi. Ong: “Salari bassi e ambienti rischiosi: lavoratori sfruttati”

Un Paese strategico per il tessile italiano, che vale quasi 1,2 miliardi all’anno per le nostre aziende. Ma al tempo stesso, un porto franco per i diritti umani, come segnalano le associazioni attive sul territorio, che raccontano le precarie condizioni in cui lavorano gli operai delle fabbriche, spesso fornitrici di marchi italiani. L’attentato di Dacca, dove sono state uccise 20 persone tra cui nove italiani e diversi imprenditori del tessile, ha riacceso le luci sul Bangladesh. Un Paese stretto tra il boom del settore dell’abbigliamento e le tragedie del lavoro: è ancora viva la ferita del Rana Plaza, lo stabilimento tessile dove nel 2013 persero la vita 1.134 dipendenti, rimasti schiacciati dal crollo della struttura. “I marchi occidentali, committenti delle fabbriche tessili bengalesi, sono corresponsabili delle condizioni di sfruttamento in cui versano i dipendenti – spiega Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti – Gli operai lavorano 12-14 ore al giorno, fanno straordinari obbligatori e salari bassissimi: uno stipendio dignitoso equivale a 337 euro, mentre il salario minimo si ferma a 54 euro. E gli ambienti sono pericolosi: chi va a lavorare in una fabbrica tessile, rischia di non tornare a casa”.

Il Paese è il secondo più grande produttore di abiti pronti del mondo dopo la Cina: nel 2015 ha esportato vestiti per un valore di oltre 25 miliardi di dollari, secondo Bangladesh manufactures and exporters association, e il settore ha dato lavoro a circa 5 milioni di persone. Dal Bangladesh, segnala Coldiretti, l’Italia ha importato nel 2015 prodotti tessili per 1,18 miliardi di euro: “Le importazioni di abiti sono aumentate del 248% (tre volte e mezzo) in valore negli ultimi dieci anni con un ulteriore incremento del 5% nel primo trimestre del 2016, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno”. Nel periodo gennaio-febbraio 2016, aggiunge l’agenzia Ice, il valore delle importazioni dal Bangladesh all’Italia ammontava a 274 milioni: quasi il 99% è rappresentato da prodotti tessili, articoli di abbigliamento e articoli di pelle. Un dato in crescita del 13% rispetto allo stesso bimestre del 2015.

Resta da capire quale sia il prezzo del successo dell’abbigliamento bengalese. Il 24 aprile 2013, la fabbrica tessile Rana Plaza è crollata su stessa, uccidendo 1.134 operai che lavoravano per diversi marchi occidentali. Nel gennaio 2014, l’Organizzazione internazionale del lavoro, agenzia delle Nazioni Unite, ha istituito il Rana Plaza donors trust fund, un fondo per risarcire le vittime della strage. I versamenti potevano essere effettuati da chiunque ed erano su base volontaria, ma il mondo dell’associazionismo ha chiesto a gran voce che partecipassero i grandi brand della moda committenti del Rana Plaza. Tra questi c’era l’italiana Benetton, che ha contribuito solo ad aprile 2015. Il brand di Treviso ha sborsato 1,1 milioni, che non corrispondono neanche a mille dollari per ogni operaio morto. Non a caso, la Campagna Abiti Puliti ha sempre chiesto che l’azienda pagasse almeno 5 milioni di dollari. Intanto, al Rana Plaza donors trust fund hanno contribuito anche H&M, Primark, Mango, Auchan.

Prima del Rana Plaza, il Bangladesh era stato teatro di altre tragedie del lavoro. Nel 2012, la fabbrica Tazreen Fashion ha preso fuoco: nell’incendio sono morte 113 persone. Tra i committenti, c’erano Walmart ed El Corte Ingles e, secondo la Campagna Abiti Puliti, anche l’italiana Piazza Italia, che da parte sua ha negato di avere mai lavorato con Tazreen. Sette anni prima, invece, era crollato lo stabilimento Spectrum, provocando il decesso di 74 operai: la fabbrica lavorava per conto di vari marchi occidentali, tra i quali Zara e Carrefour.

Ma Benetton non è l’unico marchio tessile occidentale a finire nel mirino delle associazioni per le condizioni di lavoro in Bangladesh. Nell’aprile 2016, infatti, è uscito un rapporto che accusa H&M di non rispettare gli impegni presi per rendere sicure le fabbriche dei suoi fornitori. Dopo il crollo del rana Plaza, pur non essendo tra i committenti, anche la società svedese aveva firmato l’Accordo per la prevenzione degli incendi e la sicurezza degli edifici in Bangladesh. Tuttavia, Campagna Abiti Puliti, International Labor Rights Forum e United Students Against Sweatshops hanno condotto un’analisi sulle misure correttive messe in campo dall’azienda in 32 fabbriche fornitrici di H&M: il risultato mostra come “ad oggi la maggior parte di queste siano ancora sprovviste di uscite di sicurezza adeguate”. In particolare, le associazioni ricordano un incendio divampato lo scorso febbraio nella fabbrica Matrix Sweaters Ltd, fornitrice di H&M: “Centinaia di lavoratori hanno rischiato di rimanere bloccati dentro la fabbrica in fiamme”. Da parte sua, la società spiega di seguire da vicino il piano di interventi di messa in sicurezza e di “riscontrare buoni progressi”.

Sorgente: Bangladesh, nel tessile fa affari con l’Italia per 1,2 miliardi. Ong: “Salari bassi e ambienti rischiosi: lavoratori sfruttati” – Il Fatto Quotidiano

Tesi di laurea sui No Tav, antropologa condannata

Una tesi di laurea sulle iniziative e le lotte del movimento No Tav è costata due mesi di reclusione (con la condizionale) ad una studentessa dell’università Ca’ Foscari di Venezia.
Mercoledì scorso il tribunale di Torino ha infatti dichiarato la tesista colpevole di concorso morale in alcuni dei reati contestati agli attivisti valsusini.
Con le stesse accuse era imputata anche una ricercatrice di sociologia all’università della Calabria che però è stata fortunatamente assolta.
I fatti contestati si riferiscono in particolare ad una manifestazione realizzata nell’estate del 2013 in località Saltbertrand (Torino). La manifestazione cominciò con un volantinaggio e poi gli attivisti presero di mira la sede di Itinera, una delle ditte che fornivano materiali per il cantiere/fortino dell’Alta Velocità: un camion fu bloccato, furono tracciate alcune scritte con lo spray.

Sorgente: Tesi di laurea sui No Tav, antropologa condannata | Contropiano

Giannini: l’oppressione israeliana non è parte di noi!

Il Ministro Giannini
Il Ministro Giannini

Comunicato della Campagna Stop Technion in risposta alla recente visita in Israele della Ministra Giannini, di alcuni esponenti della Conferenza dei Rettori e di alcune accademiche/i italiane/i

Mentre il movimento BDS continua a crescere, anche in campo culturale e accademico (PACBI), aumentano gli sforzi diplomatici di alto livello per contrastarlo. Questo dimostra come il movimento BDS sia ormai divenuto una delle principali minacce internazionali alle politiche di occupazione, colonialismo e apartheid di Israele, e alla normalizzazione delle relazioni con Israele, invitando a non collaborare ad attività che presentino il rapporto tra palestinesi e israeliani come simmetrico e che occultino le relazioni di potere e le violazioni israeliane del diritto internazionale e dei diritti dei palestinesi.

L’Italia sembra voler schiacciarsi completamente sulle richieste del governo Netanyahu e dunque voler assumere un ruolo di primo piano in Europa negli sforzi anti-BDS, anche in risposta alla Campagna Stop Technion, che si è dimostrata—in termini di adesioni—tra le più partecipate in Europa. Molto resta ancora da fare, ma è indicativo che il 2 giugno la Ministra dell’Educazione Giannini, alcuni membri della Conferenza dei Rettori e una delegazione di docenti italiani abbiano deciso di celebrare la Festa della Repubblica in Israele per commemorare i quindici anni dalla sigla dell’accordo di collaborazione scientifica, tecnologica e industriale tra Italia e Israele, e con il preciso intento di contrastare il crescente numero di adesioni alla Campagna Stop Technion e al BDS/PACBI.

Dopo aver incontrato il Ministro dell’Educazione israeliano di estrema destra Naftali Bennett—uno che non riconosce la legittimità della richiesta palestinese di uno stato indipendente, che si vanta di “aver ucciso molti arabi” e che in un discorso ufficiale all’Università di Tel Aviv ha descritto i palestinesi come “ladri di macchine e case” — e altri esponenti politici israeliani, Giannini ha spiegato che l’Italia è l’unico paese che ha “dichiarato ufficialmente la sua posizione [contro il boicottaggio…]”. In riferimento a Stop Technion, Giannini ha aggiunto: “Quando 300 studiosi hanno firmato una petizione per boicottare Israele, la Conferenza dei Rettori e la comunità scientifica ha reagito fortemente e chiaramente, diversamente da quello che avviene in altri paesi”.

Effettivamente Giannini e i Rettori—anche su pressioni e ingerenze dell’ambasciata israeliana negli affari accademici italiani—nei primi mesi del 2016 hanno reagito fortemente alla Campagna, tanto da violare i più basilari principi di libertà accademica e di espressione, e cercando ripetutamente, ma invano, di soffocare il dibattito sul tema. Le azioni di censura sono state molteplici (si veda qui e qui), tanto che importanti organizzazioni accademiche internazionali, tra cui la Middle East Studies Association degli Stati Uniti, hanno condannato le iniziative repressive e di censura del Ministro e di alcuni Rettori.

La Campagna Stop Technion, forte di 340 adesioni tra accademici/che, continuerà a denunciare il clima intimidatorio che Ministra, Rettori e altre componenti del mondo accademico e politico italiano stanno costruendo in risposta a al diritto fondamentale di boicottare e astenersi da rapporti con stati che, come Israele, da decenni commettono gravissime, ripetute e sistematiche violazioni di diritti umani e negano un diritto fondamentale internazionalmente riconosciuto come il diritto all’autodeterminazione. Il diritto al boicottaggio comprende anche il diritto all’astensione dall’intrattenere rapporti normali con istituzioni che, come le istituzioni accademiche israeliane, in decenni di sistematiche violazioni della libertà accademica e dei più fondamentali diritti umani dei/delle loro colleghi/e palestinesi, non hanno preso alcuna posizione ufficiale di condanna, ma anzi sono andate a saldarsi organicamente con esse, fornendo gli strumenti ideologici e tecnologici per la continuazione dell’oppressione.

Le principali organizzazioni per i diritti umani, tra cui l’International Federation of Human Rights (FIDH), Human Rights Watch e Amnesty International, hanno ribadito che il movimento BDS è un movimento che lotta per i diritti umani, condannando le intimidazioni contro gli attivisti, mentre crescono le voci, anche tra i governi europei e le organizzazioni della società civile, che difendono il diritto al boicottaggio in quanto tutelato dalle leggi sulla libertà di espressione. Continueremo, insieme ai nostri colleghi e alle nostre colleghe palestinesi, israeliane e di altre nazionalità, a riaffermare il diritto al boicottaggio e continueremo ad adoperarci perché esso continui ad essere discusso e a crescere in Italia, dentro e fuori dall’accademia.

Il 2 Giugno il Ministro Giannini, i Rettori e la delegazione di docenti recatisi a Tel Aviv hanno ribadito le loro contraddizioni interne. Hanno fatto un uso alquanto singolare del concetto di libertà accademica. Da un lato hanno (ri)promesso al governo israeliano di più estrema destra della storia di Israele di continuare la repressione della libertà accademica e la censura dei docenti italiani che a casa intendono contestare le politiche israeliane; dall’altro hanno fatto un voto di fedeltà incondizionato all’accademia israeliana e promesso di rafforzare i rapporti con un mondo che è ampiamente complice delle gravi e sistematiche violazioni dei diritti del popolo palestinese. Sì perché quando la Ministra Giannini, citando Renzi, ha affermato che “Israele è una parte di noi” e dunque non può essere boicottato, in realtà ha ribadito che a Israele non possono essere poste condizioni, ma solo fedeltà. Se Giannini e Renzi intendono dire che gli espropri di terre, le espulsioni, le violazioni delle libertà di movimento, gli omicidi quotidiani, le migliaia di morti delle ultime guerre su Gaza, il furto d’acqua, i muri, le misure di colonizzazione e apartheid e le sistematiche violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani da parte di Israele sono una parte di noi, allora noi ribadiamo il nostro “No! L’oppressione israeliana non è parte di noi!”

Campagna italiana per la revoca degli accordi con il Technion

thanks to: stoptechnionitalia

Togliete l’iPhone a Renzi: che figuraccia per l’Italia a S.Pietroburgo

Qualcuno dovrebbe avvertire lo spin doctor e il capo del cerimoniale di Renzi. Perché la figura fatta ieri dall’Italia a S.Pietroburgo è davvero magra, anzi magrissima. Perché un premier che utilizza il proprio iPhone in maniera compulsiva durante uno dei più importanti eventi economici internazionali, e di fronte a un capo di Stato che lo ha accolto come “ospite d’onore”, non si era mai visto. Eppure sul comportamento di Renzi al Forum economico di S.Pietroburgo nessun quotidiano italiano ha scritto una riga (meno male che era la stampa russa quella ad essere sotto stretta “dittatoriale”).

“Renzi crush saga”, come lo ha ribattezzato Irina Osipova su Facebook, dalla quale prende spunto questo post, ha colpito ancora. In Europa vota assieme a tutti gli altri a favore delle sanzioni alla Russia, tace sul loro rinnovo, si fa scippare il South-Stream (con Eni e Snam partner principali di Gazprom) a favore del North-Stream 2 (grazie al quale lavoreranno invece aziende tedesche e francesi), poi vola da Putin per firmare accordi per tra aziende italiane e russe, invoca al revisione delle sanzioni e si appella affinché il clima da “guerra fredda” finisca. L’ennesima figuraccia per il nostro paese. Chissà cosa sarebbe successo se al posto suo ci fosse stato Berlusconi.

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di · Pubblicato giugno 18, 2016 · Aggiornato giugno 18, 2016

thanks to: illiberale

Libya rejects foreign military intervention

The prime minister of Libya’s UN-backed unity government has ruled out a foreign military intervention in the fight against Daesh terrorists.

The Libyan prime minister has dismissed the possibility of an international military intervention purportedly aimed at boosting the anti-Daesh fight in the conflict-plagued country.

“It’s true that we need help from the international community in our fight against terrorism and it’s true that this is something we have already received,” Fayez al-Sarraj said in an interview with French weekly newspaper Le Journal du Dimanche published on Sunday.

“But we are not talking about international intervention,” Sarraj said, noting that foreign boots on Libyan soil could offend national pride and runs “contrary to our principles.”

“Rather we need satellite images, intelligence, technical help… not bombardments,” he pointed out.

Sarraj further noted that “total victory over Daesh in Sirte is close.”

“(We hope) that this war against terrorism will be able to unite Libya. But it will be long. And the international community knows that,” he said.

On Friday, Sarraj had said he was confident that forces loyal to Libya’s UN-backed unity government, known as Government of National Accord (GNA), would liberate the coastal city of Sirte, the main stronghold of Daesh terrorists in Libya.

Forces loyal to Libya’s UN-backed unity government are seen during clashes with Daesh terrorists on the western outskirts of Sirte on June 2, 2016. ©AFP

In another development on Saturday, GNA loyalists took control of Ghardabiya air base, which lies about 20 kilometers (12 miles) south of Sirte, from Daesh extremists.

Spokesman Mohamed al-Gasri described the capture as strategically significant given that it cut off Daesh supply routes and “trapped them further” within the city.

Gasri added that three fighters from the government-backed brigades lost their lives and five others sustained injuries during Saturday’s clashes.

GNA forces also announced that they had liberated the town of Abu Hadi, situated 15 kilometers (9.3 miles) southeast of Sirte, from the clutches of Daesh Takfiris.

Separately, two militia groups operating in eastern Libya have expressed their support for the UN’s unity government, which seeks to put an end to years of factional power struggles.

Forces loyal to Libya’s UN-backed unity government are seen during clashes with Daesh terrorists around 23 kilometers (14 miles) west of Sirte on June 2, 2016. ©AFP

On Saturday, the commanders of the special anti-terrorist force and a military intelligence brigade held a joint press conference with GNA Defense Minister-designate al-Mahdi al-Bargathi, and decided to throw their support behind the GNA.

Libya has had two rival governments since 2014, when politician Khalifa Ghweil and his self-proclaimed government seized control of the capital, Tripoli, with the support of militia groups, forcing the internationally-recognized government to move to the country’s remote eastern city of Tobruk.

The two governments achieved a consensus on forming a unity government, the GNA, last December after months of UN-brokered talks in Tunisia and Morocco to restore order in the country.

Sorgente: PressTV-Libya rejects foreign military intervention

Venezuela, perché non vi indignate per queste foto brutali?

Venezuela, perché non vi indignate per queste foto brutali?
di Alessandro Bianchi

Viviamo in un mondo al contrario. Chi gestisce i mezzi di comunicazione riesce a manipolare la vostra percezione al punto che quando sentite una menzogna alla terza volta fa già parte di voi, l’avete interiorizzata e siete disposti a difenderla come vostra anche nelle discussioni al bar o sui social.

Volete per un momento capire il livello di manipolazione che subite ogni giorno? Bene, vi chiediamo qualche minuto della vostra attenzione.

Guardate queste due foto:

ora questo video:

Altri pochi secondi di questo breve esercizio mentale. Prendiamo a riferimento altre due foto:

e

Le prime foto e il primo video si riferiscono all’opposizione violenta, fascista e protagonista, con finanziamenti e supporto dall’esterno (Usa), di svariati colpi di stato morbidi e pesanti in Venezuela. Per i nostri media “liberi” (quelli che leggete ogni giorno così interessati a cavalcare la guerra mediatica di Washington e Madrid contro il paese) e per le nostre trasmissione d'”informazione” si tratta di una lotta per la libertà e la democrazia. L’assalto al poliziotto in Venezuela è ricerca di democrazia. Non sapete, perché non ve lo dicono, che a Caracas da quasi due decenni si sono spezzate le catene di FMI, Banca Mondiale e Washington. Non sapete, perché non ve lo dicono, che in Venezuela ci sono oggi le maggiori risorse petrolifere del mondo e una via democratica, sovrana e indipendente non è accettata dai padroni della Terra che utilizzano tutte le tecniche illecite che conoscono, tra cui assalti violenti che i nostri media liberi trasformano in “primavere di democrazia”.

Le seconde foto rappresentano un regime, quello della Troika che ha appaltato il potere nel nostro paese, che reprime nel sangue il minimo dissenso sociale. Si tratta di due momenti di protesta contro la passerella di Renzi e il ministro Stefania Giannini presso il Cnr di Pisa dello scorso mese. Ma in Italia, come vi avevamo scritto in un articolo precedente, i titoli erano stati più o meno tutti: “Scontri tra polizia e “antagonisti”. Antagonisti, se lo meritano, e finisce tutto.

Con un titolo, con la presentazione della notizia in un certo modo cambia tutto, cambia la vostra percezione. Ma tutto questo fa parte dell’illusione di massa in cui viviamo ed è per questo che vi inducono ad indignarvi per una presunta lotta di democrazia di un paese che non conoscete, il Venezuela, e vi inducono a non interessarvi nulla delle manganellate del regime che muove le mani di Alfano e Renzi contro chi cerca di difendere dei diritti anche vostri.

La vostra indignazione, da un lato, serve gli interessi di chi si vuole riappropriare delle riserve petrolifere del mondo; la vostra non indignazione serve gli interessi di chi vuole levarvi i diritti sociali, Welfare e Costituzione. Questi interessi coincidono, sono le stesse persone, e controllano tutta la stampa libera che vi presenta le notizie ogni giorno. Domani, se di sfuggita leggerete nuovo fango sul Venezuela, pensateci. E’ il momento che spostiate il baricentro della vostra indignazione sui giusti bersagli. C’è poco tempo…. per i vostri ultimi diritti.

Anti-Austerity rallies hit Italy, Spain

Thousands take to the streets in Italy and Spain in protest at the austerity measures taken by their governments.

Thousands of Italians have taken to the streets of Rome and several other major cities to express their resentment with the austerity policies imposed by the government of Prime Minister Matteo Renzi.

During the Saturday anti-austerity rallies, the demonstrators, mostly students and activists, chanted slogans against the government and accused the premier of triggering a war on the poor people.

The riot police also scuffled with protesters and apprehended a number of them, while others burnt flares and hurled eggs at the police.

A demonstrator lights a flare during an anti-austerity protest in Turin, Italy, on May 28, 2016. (EPA)

The demonstrators also marched in front of the highly guarded German embassy in the capital and threw eggs at the building, decrying the European Union’s austerity policies.

The riot police in Rome blocked the protesters from reaching their final destination, the Ministry of Internal Affairs.

Demonstrators scuffle with Italian riot police during an anti-austerity protest march in Rome, Italy, on May 28, 2016. (EPA)

The Italian government has been under fire for its economic and educational reforms.

Anti-austerity rallies in Spain

Meanwhile, thousands of anti-austerity Spaniards from various political groups and unions attended a “march of dignity” in Madrid to protest against what they called the neo-liberal policies of the EU.

The protesters expressed their anger at a variety of issues, including the Spanish government’s economic policies. They demanded an end to austerity measures that have caused cuts in a number of sectors including health and education.

Demonstrators hold banners as they protest against the Government’s austerity measures applied due to the Spanish economic crisis that began in 2008, at Puerta del Sol, Madrid, Spain, on May 28, 2016. (AFP)

The protesters also slammed a free trade deal between the European Union and the United States, known as the Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), which according to marchers, will pose major risks for climate, environment and consumer safety, and may erode Europe’s consumer protections.

They spoke in favor of more humane rules governing asylum for refugees.

The Madrid rally is held a month ahead of a general election that follows an inconclusive vote in December as well as failed efforts to form a coalition government.

Sorgente: PressTV-Anti-Austerity rallies hit Italy, Spain

Italia: triplica l’export di armamenti, crolla la trasparenza

Esportare materiali bellici fa bene all’economia italiana; la trasparenza invece può nuocere. E’ ciò che si evince dalla “Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento” riferita all’anno 2015 inviata alle Camere lo scorso 18 aprile per conto del governo Renzi, dal Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti. Il documento in due volumi, che da oggi è disponibile sul sito del Senato, riporta cifre impressionanti sull’incremento delle licenze all’esportazione: nel 2015 i valori sono più che triplicati ed hanno raggiunto la cifra record dal dopoguerra di oltre 8,2 miliardi di euro (erano stati meno di 2,9 miliardi di euro nel 2014).

DECOLLANO GLI AFFARI

Valori di cui fanno parte i quasi 3,2 miliardi di euro relativi ai programmi di cooperazione intergovernativa che riguardano principalmente i paesi Nato e Ue: programmi che il Ministero degli esteri e della cooperazioni (MAECI) considera un tutt’uno insieme alle reali autorizzazioni all’esportazione (denominate “Esportazioni definitive”) contribuendo così a falsare le percentuali delle licenze all’esportazione per paesi e per zone geopolitiche: se non si conteggiano – come veniva fatto fino a qualche anno fa – i valori relativi ai programmi di cooperazione intergovernativa, la ripartizione nei grafici che il MAECI ha inserito nel Vol. 1 da p. 924 appare molto diversa. Per capirlo occorre leggere attentamente le cifre riportate nel Vol. 1 alla Tabella 16 (p. 833): come si nota, il principale paese destinatario delle autorizzazioni all’esportazione non è (come indurrebbe a pensare il grafico di p. 925) il Regno Unito (poco più di 130 milioni di euro), ma la Norvegia (389 milioni), seguita da Singapore (381 milioni), Stati Uniti (344 milioni) e Emirati Arabi Uniti (304 milioni). Piccoli trucchi contabili che servono a gettare un po’ di fumo negli occhi dei lettori frettolosi e inesperti e soprattutto a gonfiare le percentuali di ripartizione dei “paesi alleati” (Nato e Ue) rispetto a quelle delle zone a rischio (Medio Oriente, Asia, Africa).

Le autorizzazioni all’esportazione di sistemi militari, escluse quindi quelle per programmi intergovernativi di cooperazione, nel 2015 sono state di quasi 4,7 miliardi di euro (€4.699.362.476), valore che si avvicina alla cifra record del 2009 (4,9 miliardi, qui il grafico) alla quale aveva contribuito la torbida commessa e il via libera del Regno Unito all’esportazione di 72 Eurofighter Typhoon all’Arabia Saudita. Ma il dato più preoccupante sta in una riga della Relazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri: “l’Italia nel 2015 non ha emesso dinieghi all’export” (p. 8). In altre parole, nessun diniego e poche restrizioni pur di far cassa. Se si tiene presente che – come riporta la Relazione del MAECI (p. 21) – le aziende che hanno ricevuto le commesse più consistenti fanno parte del gruppo Finmeccanica (adesso “Leonardo“), che è controllato per il 30,2% dal Ministero del Tesoro, appare evidente l’interesse del Governo Renzi a chiudere più di un occhio sulle operazioni delle industrie del gruppo. E a non rendere troppo note nel dettaglio le operazioni che riguardano i paesi a rischio, in zone di tensione e soprattutto con i regimi autoritari che forniscono petrolio e affari all’ENI (dove ha trovato impiego l’ex viceministro agli Esteri, Lapo Pistelli, che aveva la delega per l’esportazione di armamenti).

 

CROLLA LA TRASPARENZA

Lo avevo già scritto lo scorso anno e purtroppo devo confermarlo. La Relazione che da due anni viene inviata alle Camere è ormai praticamente inutile per conoscere in dettaglio le operazioni autorizzate e svolte per esportazioni di armamenti. Tranne i valori monetari complessivi e i generici materiali militari suddivisi per paese (si veda nel Vol.1 la già citata Tabella 16, p. 883), la Relazione non dice nemmeno quest’anno quali siano i paesi destinatari dei materiali militari delle 2.775 autorizzazioni rilasciate e che sono tutte singolarmente riportate nella Tabella A1 del MAECI; ben 366 pagine di operazioni autorizzate di cui non si sa ciò che invece andrebbe saputo: il paese destinatario. Lo stesso vale per le operazioni effettuate, cioè le consegne di materiali militari (denominate “Esportazione Definitiva” e riportate nella “Tabella M” dell’Agenzia delle Dogane): 215 pagine di singole operazioni senza alcun riscontro del paese destinatario.

Mentre fino a qualche anno fa, incrociando le numerose tabelle fornite dai vari ministeri, era in qualche modo possibile ricostruire alcune delle operazioni autorizzate e svolte, oggi è praticamente impossibile. Tutto questo non solo rende gran parte della Relazione un mero esercizio burocratico e di facciata, ma soprattutto mina alla radice il controllo parlamentare e della società civile. Quella società civile che è stata la promotrice della legge n. 185 del 1990 dopo gli scandali delle esportazioni di sistemi militari degli anni ottanta, coperte in gran parte dal segreto di Stato che, in vigore dai tempi del fascismo, ha regolato per 60 anni questa materia.

A nulla sono dunque valse le reiterate richieste al governo Renzi delle associazioni della Rete italiana per il disarmo presentate, oltre che in uno specifico documento, in una conferenza stampa tenutasi alla sala stampa della Camera lo scorso luglio (il video è qui). E nemmeno le proposte presentate lo scorso settembre dalla Rete Disarmo al Sottosegretario agli Esteri, Benedetto della Vedova, intese a promuovere maggior trasparenza e controllo.

Il fatto “curioso” è che di questa mancanza di trasparenza stanno approfittando, oltre che le aziende del gruppo Finmeccanica, soprattutto le banche estere. E tra queste in modo particolare quelle banche, come Deutsche Bank e BNP Paribas, che non hanno mai emanato delle direttive per il controllo delle operazioni finanziarie sugli armamenti convenzionali e sulle armi leggere.

Nonostante tutto ciò alcune informazioni si possono ricavare dalla Relazione. E sono informazioni preoccupanti. Come le 5.000 bombe partite dalla Sardegna inviate in Arabia Saudita e utilizzate dalla Royal Saudi Air Force per bombardare lo Yemen. O gli oltre 3.600 fucili della Benelli inviati lo scorso anno alle forze di sicurezza del regime di Al Sisi e di cui l’Osservatorio OPAL di Brescia ha dato notizia. Ma migliaia di operazioni restano in una vaga nebulosa. Alla faccia della trasparenza sbandierata dal governo Renzi. A proposito: dopo la nomina del sottosegretario Vincenzo Amendola al MAECI, adesso chi ha la delega per il controllo dell’esportazione di armamenti? Guarda caso è l’unica delega che non è riportata sul sito della Farnesina.

Giorgio Beretta
giorgio.beretta@unimondo.org

thanks to: unimondo

Renzi, Carrai, Mattarella e Cia

Ora Renzi tenta di salvare la faccia e anche l’amico, riservandogli un incarico nel suo staff, con la previsione di occuparsi di Big Data e cyber security, certo, ma senza alcun potere operativo, considerato che i settori restano di esclusiva competenza dei servizi segreti e dei loro addetti.

Sorgente: Renzi cede a Mattarella e Cia: si prende Carrai senza poteri – Il Fatto Quotidiano

Missili, satelliti e fucili italiani per i torturatori d’Egitto

“Non siamo disposti ad accettare verità distorte e di comodo e se non ci sarà un cambio di marcia da parte degli inquirenti e delle autorità dell’Egitto, il governo potrà ricorrere a misure immediate e proporzionate”. Il 5 aprile 2016, intervenendo al Senato sul caso di Giulio Regeni, barbaramente torturato e ucciso al Cairo il 25 gennaio, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha promesso il massimo sforzo per far luce sui mandanti e gli esecutori dell’omicidio del nostro giovane connazionale. Dopo il rifiuto degli inquirenti egiziani di consegnare i tabulati di una decine di utenze telefoniche, il premier Renzi ha richiamato in Italia l’ambasciatore al Cairo, Maurizio Massari.

 

Per tanti analisti, il governo – stavolta – sembra voler fare sul serio. Peccato però che ad oggi non esista atto concreto che rimetta in discussione la consolidata partnership politico-militare-industriale tra Italia ed Egitto o quantomeno congeli i trasferimenti di sistemi d’arma pesanti e leggeri alle forze armate e di polizia del sanguinario regime di Al-Sisi. Al contrario, nelle stesse ore in cui il ministro Gentiloni faceva la sua minacciosa sortita in Parlamento, un’azienda leader nel settore aerospaziale controllata in parte dalla holding Finmeccanica, Thales Alenia Space, annunciava la firma di un contatto di 600 milioni di euro per la fornitura di un sistema di telecomunicazione militare satellitare al governo egiziano. L’accordo è stato raggiunto nel corso della recente visita al Cairo del presidente Francois Hollande, sicuramente uno dei più accreditati sostenitori internazionali dei dittatori d’Egitto. Oltre al satellite co-prodotto da Italia e Francia, Hollande si è impegnato a fornire ai militari egiziani cacciabombardieri e unità navali. In particolare, i cantieri francesi DCNS consegneranno nel 2017 una corvetta tipo “Gowind 2500” a cui seguiranno altre tre unità dello stesso tipo prodotte nei cantieri egiziani di Alessandria tra il 2018 e il 2019. La commessa ha un valore superiore al miliardo di euro, a cui si aggiungeranno altri 3-400 milioni per la fornitura dei sistemi da combattimento che in buona parte saranno prodotti da imprese controllate interamente o parzialmente dal colosso Finmeccanica. Le quattro corvette “Gowind” saranno armate infatti con cannoni 76/62 Super Rapido di Oto Melara (società di Finmeccanica S.p.A. con stabilimenti a Brescia e La Spezia), missili antinave MM 40 Block 3 Exocet e VL MICA di produzione MBDA (Matra BAE Dynamics Alenia), il maggior consorzio europeo nel settore missilistico, controllato per il 75% da Aibus e BAE System e per il restante 25% da Finmeccanica.

 

Alla marina militare egiziana è giunta pure una fregata multiruolo tipo FREMM  realizzata nei cantieri navali del gruppo DCNS. Anche in questo caso molti dei sistemi di combattimento parleranno italiano. La nuova fregata sarà armata con i cannoni da 76 millimetri Super Rapido di Oto Melara, con i missili antiaerei superficie/aria Aster 15 di Eurosam (un consorzio europeo formato da MBDA e Thales), con quelli da crociera Scalp Naval e antinave Exocet MM40 (di produzione MBDA) e con i siluri anti-sommergibili MU90 (prodotti dal consorzio Eurotorp, costituito dalle società Thales e DCNS e dalla Wass di Livorno del gruppo Finmeccanica). Proprio grazie alle commesse missilistiche per la fregata FREMM all’Egitto e per i cacciabombardieri Rafale che la Francia fornirà al regime del Qatar, il consorzio MBDA – Matra BAE Dynamics Alenia ha registrato nel 2015 un fatturato record di 5,2 miliardi di euro.

 

Nel 2013, un’altra importante azienda del gruppo Finmeccanica, AgustaWestland, si assicurò un contratto di 17,3 milioni di dollari per la manutenzione e l’assistenza al parco elicotteri delle forze armate egiziane. A fine 2012, sempre AgustaWestland consegnò all’Egitto due elicotteri AW139 in configurazione ricerca e soccorso (SAR) e trasporto truppe, armamenti e materiali. Il contratto, per un valore di 37,8 milioni di dollari, fu sottoscritto con U.S. Army Aviation and Missile Command (AMCOM), il comando aereo e missilistico dell’esercito Usa che trasferì poi alle autorità egiziane i due mezzi italiani attraverso il programma Foreign Military Sales (FMS). Ad AgustaWestland furono pure assegnate le attività addestrative dei piloti e del personale di terra e la fornitura delle attrezzature e dei ricambi necessari per la messa in servizio degli elicotteri. Nel dicembre 2010, anche l’azienda DRS Technologies, con sede e stabilimenti negli Stati Uniti d’America ma intermante controllata da Finmeccanica, firmò con l’esercito Usa un contratto di 65,7 milioni di dollari per consegnare alle forze armate egiziane veicoli, sistemi di sorveglianza e altre apparecchiature elettroniche.

 

“L’Italia è l’unico paese dell’Unione europea che, dalla presa del potere del generale al-Sisi, ha inviato armi utilizzabili per la repressione interna nonostante la sospensione delle licenze di esportazione verso l’Egitto decretata nell’agosto del 2013 dal Consiglio dell’Unione europea”, denunciano la Rete italiana per il disarmo e l’Osservatorio permanente armi leggere (Opal) di Brescia. “Nel 2014 l’Italia ha fornito alle forze di polizia egiziane 30.000 pistole, prodotte nel bresciano e nel 2015 di 3.661 fucili, per la maggior parte prodotti da un’azienda in provincia di Urbino. Nel 2012 il valore delle esportazioni di armi italiane all’Egitto ha raggiunto i 28 milioni di euro e ha riguardato fucili d’assalto e lanciagranate della Beretta, munizioni della Fiocchi, blindati della Iveco di Torino e apparecchiature specializzate per l’addestramento militare”.
Sempre secondo i ricercatori della Rete per il disarmo e di Opal, nel 2011 il governo italiano autorizzò l’esportazione alle forze armate egiziane di 14.730 colpi completi per carri armati a cui si aggiunsero l’anno successivo 692 colpi con spoletta più altri 673, tutti prodotti da Simmel Difesa di Colleferro, Roma. Sempre nel 2011, fu autorizzata l’esportazione di 355 componenti per la centrale di tiro Skyguard per missili Sparrow/Aspide a cui sono seguiti, nel 2012, altre 1.000 componenti per la stessa centrale di tiro prodotta dalla Rheinmetall Italia Spa di Roma. Quello stesso anno il governo italiano autorizzò pure l’esportazione di 55 veicoli blindati Lizard prodotti dalla società Iveco, attrezzature del cannone navale 76/62 Super Rapido di Oto Melara e apparecchiature elettroniche e software di Selex Elsag (oggi Selex ES), altra azienda del gruppo Finmeccanica.

Sorgente: Antonio Mazzeo Blog: Missili, satelliti e fucili italiani per i torturatori d’Egitto

l’Italia viola il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari

 

bomba

di Manlio Dinucci

Roma, 28 aprile 2016, Nena News – «Grazie, presidente Obama. L’Italia proseguirà con grande determinazione l’impegno per la sicurezza nucleare»: lo scrive su twitter il premier Renzi, dopo aver partecipato al summit di Washington su questo tema in aprile. «La proliferazione e l’uso potenziale di armi nucleari – scrive il presidente Obama nella presentazione del summit – costituiscono la maggiore minaccia alla sicurezza globale. Per questo, sette anni fa a Praga, ho preso l’impegno che gli Stati uniti cessino di diffondere armi nucleari».

Proprio mentre dichiara questo, la Federazione degli scienziati americani (Fas) fornisce altre informazioni sulle B61-12, le nuove bombe nucleari statunitensi in fase di sviluppo, destinate a sostituire le attuali B61 installate dagli Usa in Italia, Germania, Belgio, Olanda e Turchia. Sono in corso test per dotare la B61-12 di capacità anti-bunker, ossia quella di penetrare nel sottosuolo, esplodendo in profondità per distruggere i centri di comando e altre strutture sotterranee in un first strike nucleare.

Per l’uso di queste nuove bombe nucleari a guida di precisione e potenza variabile, l’Italia fornisce non solo le basi di Aviano e Ghedi-Torre, ma anche piloti che vengono addestrati all’attacco nucleare sotto comando Usa. Lo dimostra, scrive la Fas, la presenza a Ghedi del 704th Munitions Support Squadron, una delle quattro unità della U.S. Air Force dislocate nelle quattro basi europee «dove le armi nucleari Usa sono destinate al lancio da parte di aerei del paese ospite».

Lo conferma, sempre dagli Usa, il Bulletin of Atomic Scientists (una delle più autorevoli fonti sulle armi nucleari) che, il 2 marzo 2016, scrive: «Alle forze aeree italiane (con aerei Tornado PA-200) sono assegnate missioni di attacco nucleare con armi nucleari Usa, tenute sotto controllo da personale della U.S. Air Force finché il presidente degli Stati uniti non ne autorizzi l’uso».

In tal modo l’Italia, ufficialmente paese non-nucleare, viene trasformata in prima linea, e quindi in potenziale bersaglio, nel confronto nucleare tra Usa/Nato e Russia. Confronto che diverrà ancora più pericoloso con lo schieramento in Europa delle nuove bombe nucleari Usa, che abbassano la soglia nucleare: «Armi nucleari di questo tipo più precise – avvertono diversi esperti intervistati dal New York Times – aumentano la tentazione di usarle, perfino di usarle per primi».

Di fronte al crescente pericolo che ci sovrasta, non avvertito dalla stragrande maggioranza a causa del black-out politico-mediatico, non bastano generici appelli al disarmo nucleare, facile terreno di demagogia. Basti pensare che il presidente Obama, dopo aver varato un potenziamento nucleare da 1000 miliardi di dollari, dichiara di voler «realizzare la visione di un mondo senza armi nucleari».

Occorre denunciare – come fa il Comitato No Guerra No Nato – il fatto che, ospitando e preparan-dosi a usare armi nucleari, l’Italia viola il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari, ratificato nel 1975, il quale stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari, né il controllo su tali armi, direttamente o indirettamente» (Articolo 2). L’unico modo concreto che abbiamo in Italia per contribuire a disinnescare l’escalation nucleare e a realizzare la completa eliminazione delle armi nucleari, è quello di esigere che l’Italia cessi di violare il Trattato di non-proliferazione e, in base ad esso, imponga agli Stati uniti di rimuovere qualsiasi arma nucleare dal nostro territorio nazionale e non installarvi le nuove bombe B61-12. C’è qualcuno in Parlamento disposto a chiederlo senza mezzi termini?

thanks to: Nena News

Mossad base Italia: Marco Carrai

Marco Carrai, il suo amico è “una spia del Mossad”. L’inchiesta della Cia che imbarazza l’Italia

Marco Carrai, il suo amico è “una spia del Mossad”. L’inchiesta della Cia che imbarazza l’Italia

Leeden e il fedelissimo di Renzi in corsa per consulenza al coordinamento 007 si frequentano da anni. L’americano al centro di un’indagine del Pentagono. Coinvolto anche l’ambasciatore di Israele a Roma

Sono legati da anni, si sono frequentati tra Washington e Firenze, scambiandosi visite e conoscenze. Ma ora l’amicizia con Michael Ledeen può mettere in difficoltà Marco Carrai e il suo prossimo incarico: la consulenza al Dis (l’organismo di coordinamento dei Servizi segreti) per Palazzo Chigi. Perché se sino a oggi Ledeen era ritenuto vicino all’intelligence statunitense con legami con uomini della P2, adesso un’inchiesta svolta dal Pentagono fotografa nel dettaglio chi è stato e chi è davvero Ledeen, definito dalla Cia “spia di Israele” e per questo allontanato da Washington. Il Fatto è entrato in possesso dei fascicoli d’indagine ed è in grado di raccontare perché il legame di amicizia tra i due rischia di mettere in imbarazzo i Servizi segreti, il governo e le diplomazie.

I conflitti di interesse del “fratello Marco”
Non è bastato il no del Colle a fermare Renzi: il premier vuole portare nel Palazzo l’amico Carrai e così, dopo aver tentato di imporlo a capo della cyber-security, gli sta ora cucendo un abito su misura al Dis. E se per avere la licenza da 007 Carrai avrebbe dovuto spogliarsi dei suoi tanti conflitti di interesse, indossando il mantello della consulenza il problema svanisce: Carrai potrebbe portare con sé l’ingombrante bagaglio. Che non contiene solo gli incarichi pubblici come la presidenza di Aeroporti Firenze o le poltrone nei cda tra cui quella nella fondazione Open – la cassaforte del premier – con Luca Lotti e Maria Elena Boschi. Né si limita alle aziende estero­vestite in Lussemburgo e Israele come la Wadi Venture con soci che hanno legami con l’esecutivo tra cui nominati in Finmeccanica e imprenditori con appalti pubblici, come raccontato dal Fatto settimane fa. Il conflitto di interessi di Carrai si estende anche ai suoi legami, a partire da quello con Ledeen.

Le visite a Firenze pagate dalla Provincia
In Italia di lui si sa poco, nonostante Ledeen abbia superato i 70 anni. Meno ancora si conosce del suo legame con il 40enne Carrai, che definisce il premier “mio fratello”. Si sa che i due sono molto legati. Tanto che Ledeen è arrivato da Washington a Firenze nel settembre 2014 per partecipare al matrimonio dell’amico di cui Renzi era testimone. Un rapporto coltivato negli anni. E allargato all’attuale premier nel 2006 quando la Provincia di Firenze pagò un viaggio a Ledeen, da Washington al capoluogo toscano, organizzato da Carrai, all’epoca capo gabinetto di Renzi, per far conoscere a suo “fratello” l’amico statunitense. Nell’autunno 2008, sempre a spese della Provincia, Renzi assieme a Carrai fa il tragitto inverso e ricambia la visita.

In Italia Ledeen ha altri buoni amici, condivisi con l’amico aspirante 007. In particolare Noar Gilon, dal 2012 ambasciatore d’Israele a Roma. Da allora il diplomatico è apparso più volte al fianco del futuro consulente del Dis. Nella Capitale e a Firenze. Insieme hanno organizzato un convegno con Confindustria sponsorizzato anche da Aeroporti Toscani (società presieduta da Carrai). Ma soprattutto hanno pianificato la visita del premier israeliano Benjamin Netanyahu a Firenze lo scorso agosto, accogliendolo al suo arrivo a Peretola e presentandolo poi a Renzi con una cerimonia a Palazzo Vecchio.

Carrai ha interessi privati a Tel Aviv, dove sono presenti due società a lui riconducibili con soci pesanti in Israele come Jonathan Pacifici e Reuven Ulmansky, veterano della Nsa, ex Unità 8200, dell’Israel Defence Force. Legami importanti, che porterà con sé sotto il mantello di consulente del Dis.

Ledeen e Gilon si conoscono almeno dal 1996. Il loro rapporto è nato a Washington. E si è sviluppato e consolidato attraverso l’Aipac, l’American Israeli Public Affaire Committee: la lobby pro Israele negli Stati Uniti, la più potente al mondo, il cui sostegno è ritenuto fondamentale per arrivare alla Casa Bianca. Il 21 marzo sia il repubblicano Donald Trump sia la democratica Hillary Clinton sono intervenuti al convegno Aipac. Ma per quanto ritenuta determinante dalla politica è temuta dai servizi di sicurezza americani e monitorata perché in due casi sono stati individuati all’interno della lobby uomini dei servizi segreti del Mossad. E per quanto forti siano i rapporti di amicizia tra gli Stati Uniti e Israele, il Pentagono non ama intrusioni straniere nella propria intelligence. Ed è proprio nell’ultima inchiesta, che ha individuato un flusso illegale di informazioni riservate della presidenza statunitense al Mossad, che è emerso il legame tra Ledeen e Gilon.

Rete di spie di Tel Aviv scoperta dagli americani
L’indagine, svolta dall’Fbi, è stata chiamata Aipac. Lawrence Franklin, capo analista dell’allora sottosegretario alla Difesa Douglas Feith, è stato inizialmente condannato a 12 anni di carcere dal tribunale della Virginia per aver trasmesso informazioni top secret a due esponenti della lobby israeliana e a un diplomatico israeliano dell’ambasciata a Washington. Franklin ha confessato che i suoi due referenti nell’Aipac erano il direttore degli affari politici, Steven Rosen, il responsabile del desk iraniano, Keith Wiessman, e il consigliere all’ambasciata israeliana a Washington Naor Gilon. Quest’ultimo, all’inizio del processo, è rientrato a Tel Aviv prima di arrivare in Italia come ambasciatore nel 2012.

Proprio a Roma venne organizzato un incontro tra Franklin e Rhode con il faccendiere Manucher Ghorbanifar, già protagonista dello scandalo Iran-Contra. L’incontro nella capitale, ricostruisce l’inchiesta, fu organizzato da Ledeen che, secondo un report dell’Fbi, aveva un profondo legame con Franklin, almeno dal 2001: la Cia ritiene che loro due siano gli ispiratori del falso dossier sull’uranio nel Niger che venne usato dall’Amministrazione Bush per giustificare la guerra in Iraq.

L’inchiesta Aipac è stata avviata a metà anni Novanta e ripresa nel 2001, dopo l’attacco dell’11 settembre. Gli uomini dell’Fbi mettono sotto osservazione alcuni americani impegnati in lobby di Paesi del Medio Oriente, tra cui l’Aipac. A inizio 2003, durante un appostamento, gli agenti scoprono un collegamento chiave. Seguendo Steve Rosen e Keith Weissman si fermano fuori da un bistrot dove i due pranzano. A loro si aggiunge Gilon, all’epoca capo degli affari politici presso l’ambasciata israeliana a Washington e definito nel report Fbi “specialista dell’armamento nucleare iraniano”. Poi arriva Franklin, alto funzionario dell’intelligence del Pentagono.

I file “Top Secret” finiti al Mossad
Gli agenti filmano l’intero pranzo. Franklin estrae da una valigetta alcuni documenti e li appoggia sul tavolo. “Ma non vengono consegnati a nessuno”, annota l’Fbi. Lui fa il gesto di consegnarli. “Ma il suo presunto complice è troppo intelligente e si rifiuta di prenderli, chiedendo con ogni probabilità di limitarsi a informarlo sul contenuto”, testimonia un funzionario dell’intelligence, riportato da Newsweek. A casa di Franklin vengono trovati diciotto documenti top secret e riservati all’ufficio del presidente degli Stati Uniti. Franklin lavorava in uno dei centri del Pentagono che più hanno promosso la guerra all’Iraq, aggirando anche il dipartimento di Stato e la stessa Cia: il segretissimo “Office of special plans” messo in piedi dal viceministro della difesa Paul Wolfowitz e dal sottosegretario Douglas Feith. Ufficio che aveva rapporti esclusivi con Donald Rumsfeld, segretario alla Difesa e consigliere del presidente George W. Bush.

L’inchiesta prosegue per anni. Sottotraccia. Il processo inizierà solo nel 2006 e la prima condanna sarà emessa nel 2009. Durante le indagini gli agenti scoprono molte attività sospette che riguardano Iraq e Iran. E tutte le strade portano all’ufficio del Pentagono di Feith, nel quale Franklin lavora. Una conduce direttamente a un collaboratore di entrambi: Ledeen, definito dal Jerusalm Post “il guru neocon di Washington”. Fbi e Cia aggiungono altro al suo profilo. E svelano l’intero passato di Ledeen.

 A Roma per Israele da finto agente della Cia
Alla fine del 1970, Ledeen è a Washington come direttore esecutivo dell’Istituto ebraico per gli affari di Sicurezza Nazionale, un gruppo di lobby specializzato nel fare pressioni al Pentagono e al Congresso per far ottenere soldi e armi a Israele. Nei primi anni 80 viene allontanato e riesce ad avvicinarsi al Pentagono. In particolare a Noel Koch, il principale assistente del segretario alla Difesa per gli affari di sicurezza internazionale. Ledeen chiede a Koch di fargli un contratto di consulenza come esperto di terrorismo dicendosi disposto a essere pagato solo se e quando utilizzato. Koch accetta. Ma se ne pente: agli atti del procedimento è allegata una lettera inviata nel 1988 da Koch al Comitato di giustizia della Camera, l’ufficio che sovrintende al Dipartimento di giustizia e all’Fbi.

Con la missiva Koch accusa Ledeen di essere una spia di Israele e chiede al Comitato di indagare sul suo conto spiegando di aver scoperto che Ledeen gli ha mentito e tentato “con insistenze di acquisire informazioni classificate per le quali non ha legittimo diritto”. Koch inoltre specifica che in più casi Ledeen gli chiese copia di atti “altamente segreti della Cia”. In particolare documenti relativi a spie israeliane. “Qualcuno gli ha detto cosa rubare”, ha scritto Koch ricordando di aver chiesto più volte a l’Fbi di indagare su Ledeen ma che “l’alto funzionario Oliver Revell” a cui si rivolgeva “ha sempre respinto le richieste”. La lettera ha fatto avviare le indagini: Revell era amico di Ledeen, per questo respingeva le richieste di Koch.

Nonostante questi trascorsi la “spia d’Israele” riappare nei Palazzi della sicurezza americana. È Feith ad assumerlo come consulente nel suo Ufficio Piani Speciali. Un incarico che gli viene attribuito nel 2001, dopo l’11 settembre. Tra le prima cose di cui si occupa è organizzare un incontro a Roma con alcuni dissidenti iraniani e due dipendenti di Feith: Rhode, neoconservatore e tra gli architetti della guerra in Iraq, e Franklin, ritenuto una spia israeliana.

Durante il processo a suo carico, Franklin ha indicato tra i suoi referenti anche Gilon che tornò discretamente a Tel Aviv dove, dal 2009, è stato capo gabinetto del Ministro degli Esteri, poi vicedirettore per gli Affari dell’Europa occidentale presso gli Affari Esteri. Infine, da febbraio 2012, è a Roma come ambasciatore d’Israele.

Contattato dal Fatto Quotidiano per avere informazioni sul suo coinvolgimento nell’inchiesta, nonché per sapere quali siano oggi i suoi rapporti con Ledeen e Carrai, l’ambasciatore ha preferito non rispondere e ha affidato al suo braccio destro, Amit Zarouk, questa mail: “L’intera inchiesta (giornalistica, ndr) si basa su frammenti di informazione e su una distorta interpretazione di fatti non corretti. È tutto parte di una teoria del complotto che non merita alcuna seria considerazione”. I tentativi compiuti per contattare Ledeen si protraggono senza alcun esito da oltre un mese.

L’inchiesta Aipac ha creato una crisi tra Usa e Israele risolta allontanando da Washington quanti erano sospettati di avere legami con uomini dei servizi di Tel Aviv. Un’operazione di pulizia che ha poi portato il giudice della Virginia Thomas Selby Ellis a ridurre la pena a Franklin prima a otto anni per la sua collaborazione e poi a otto mesi di domiciliari e 100 ore di servizio alla comunità. Servizio, ha detto Ellis, che deve consistere nel “parlare ai giovani dell’importanza per i funzionari pubblici di rispettare la legge del proprio Stato”. Questo accade a Washington. E a Roma?

thanks to: Il Fatto Quotidiano del 23 aprile 2016

Glifosato, primo test in Italia: tracce in pasta e biscotti

Dalla pasta ai biscotti, dai corn flakes alle farine fino all’acqua che arriva nelle nostre case: il glifosato, l’erbicida sviluppato dalla Monsanto (che lo distribuisce con il nome commerciale di Roundup) sembra essere dappertutto. A poco più di una settimana dal discusso voto del Parlamento Europeo che, il 13 aprile scorso, ha chiesto alla Commissione di rinnovare l’autorizzazione all’uso del diserbante per altri 7 anni in agricolura (contro i 15 inizialmente previsti), il Test Salvagente ha illustrato i risultati delle prime analisi italiane effettuate, da laboratori accreditati, su una cinquantina di alimenti che mangiamo (e beviamo) tutti i giorni e che saranno pubblicate sul numero in edicola dal 23 aprile. Svelando quanto sia difficile per i consumatori italiani trovare prodotti senza tracce di questa sostanza.

Sorgente: Glifosato, primo test in Italia: tracce in pasta e biscotti – Repubblica.it

Tra pasta e acqua, erbicida glifosato finisce a tavola

– ROMA – Il discusso pesticida glifosato, che la Iarc (Agenzia dell’Organizzazione mondiale della Sanità) ha classificato come probabile cancerogeno e l’Efsa, authority europea per la sicurezza alimentare, invece assolve, finisce anche sulle tavole degli italiani. Analisi condotte da due laboratori, su iniziativa del mensile dei consumatori ‘Il Test-Salvagente’, hanno infatti rilevato in alcuni casi residui di glifosato, pur se inferiori ai limiti di legge, in corn flakes, fette biscottate, farine e paste. Il ‘Test-Salvagente’ ha svolto analisi anche su campioni di acque e in questo caso i risultati sono stati più allarmanti, perché su 26 campioni provenienti da diverse città italiane, in due casi l’Ampa, un derivato del glifosato dagli effetti tossici, è risultato superiore ai limiti di legge. Aidepi, Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane, replica affermando che la pasta e i prodotti da forno italiani sono sicuri. Difatti la presenza di minime tracce di glifosato riscontrata dalle analisi de ‘Il Test-Salvagente’ non rappresenta alcun rischio per la salute. Con le quantità rilevate – osserva Aidepi – non sarebbe possibile superare i limiti di sicurezza stabiliti dalle autorità sanitarie neppure mangiando 200 kg di cibo al giorno”. Sul fronte dei controlli sull’acqua – ha denunciato il mensile dei consumatori – c’è negligenza da parte delle regioni, difatti nessuna analizza la presenza di glifosato e del suo metabolita Ampa nelle acque potabili. A puntare l’indice contro le regioni, anche Vincenzo Vizioli, presidente dell’Aiab-Associazione italiana per l’agricoltura biologica e promotore del coordinamento ‘Stop Glifosato’, che comprende 38 soggetti non solo del mondo bio, ma consumatori, ambientalisti e associazionismo agricolo. “Abbiamo chiesto alle regioni di togliere il glifosato dai disciplinari di produzione a cui vengono assicurati finanziamenti europei attraverso i piani di sviluppo rurale, ma finora abbiamo trovato un muro di gomma”.
“Il buon senso vorrebbe che in primis la Ue, nella sua decisione del mese prossimo sul rinnovo dell’autorizzazione alla vendita del glifosato, si basasse sul principio di cautela che figura peraltro nel suo statuto – sottolinea Carlo Maurizio Modonesi, docente dell’Università di Parma e membro del Gruppo Pesticidi dei Medici per l’Ambiente -, perché ancora non sappiamo i veri rischi delle continue esposizioni a tracce di residui di pesticidi”.

Sorgente: Tra pasta e acqua, erbicida glifosato finisce a tavola – Cibo & Salute – ANSA.it

Former CIA Officer Could Be Extradited to Italy Over Cleric Kidnapping

A former CIA officer faces extradition to Italy over the abduction of an Egyptian cleric in Milan.

“I’ve spent years wanting to counter the charges against me. Right now, I want to know what happens, step by step, in Italy,” Sabrina De Sousa told the newspaper on Thursday.

De Sousa, a dual Portuguese and American citizen, was among 26 Americans convicted in absentia in Italy for her involvement in the kidnapping of Hassan Mustafa Osama Nasr (Abu Omar) in February 2003 in Milan. She resigned from the CIA in 2009 and moved to Portugal last spring.

Sorgente: Former CIA Officer Could Be Extradited to Italy Over Cleric Kidnapping

Nave umanitaria o portaerei? Ora il caso fa arrabbiare il Parlamento. I partiti (compreso il Pd) chiedono chiarimenti

Su Forum Difesa, comunità web di militari, ex militari ed esperti del settore, un membro ha postato il link all’articolo de ilfattoquotidiano.it con un commento: 01LHD“Li hanno beccati. Prima o poi qualcuno se ne sarebbe accorto. Questa poca trasparenza sommata alle varie indagini temo renderà il cammino della seconda parte della Legge Navale una vera scalata”. Si riferisce alla vicenda della Legge Navale da 5,4 miliardi voluta dall’ammiraglio De Giorgi, che racconta come Marina e Difesa, “gabbando” il Parlamento che aveva autorizzato l’acquisto di una nave anfibia umanitaria da 840 milioni e sei pattugliatori dual-use da 437 milioni, abbiano invece ordinato una portaerei da almeno 1,1 miliardi e 7 fregate missilistiche simil-Fremm da 560 milioni l’una.02PPA

Il forum, ricco di informazioni che trapelano da ambienti militari e industriali, è quello in cui da oltre un anno si commentava con sarcasmo la strategia comunicativa del capo di stato maggiore della Marina, che per ottenere il via libera del Parlamento al suo programma navale è ricorso alla “manfrina del dual-use” delle navi militari, cioè alla formuletta magica “inventa per far digerire la medicina all’opinione pubblica” parlando di “cose che non stanno da nessuna parte” come “navi che dovevano portare 03LHDelettricità, acqua potabile, soccorso alle popolazioni colpite da calamità naturali, che dovevano fare da ospedali galleggianti, che dovevano fare lotta all’inquinamento o ricerca e soccorso, salvare i gattini rimasti sugli alberi”. “Si maschera tutto da dual use for ever, perché un Lhd (la portaerei, ndr) diversamente come la giustifichi? Idem per le fregate lanciamissili, pure belle grosse, che per averle sono state mascherate da pattugliatori da impiegare in missioni 04PPAantinquinamento o per il soccorso di naufraghi”. Tutto condito da rendering della Marina che ritraevano sul ponte delle “navi container che fanno molto dual use… E quindi molto comodi in fase di richiesta di finanziamento a livello politico… E una volta realizzate le navi… Si fa presto a scaricarli”.

Ora che il gioco di De Giorgi è stato scoperto, le opposizioni chiedono al ministro della Difesa Roberta Pinotti di spiegare in Parlamento perché la natura, la dimensione e i costi delle nuove navi sono cambiati da quelli pattuiti inizialmente.

“Il Parlamento è stato gabbato – ammette Massimo Artini, ex Cinquestelle vicepresidente della commissione Difesa della Camera – e adesso la Pinotti, perché la responsabilità politica ultima è sua, deve darci una spiegazione. La mancanza di trasparenza c’è stata fin da subito, quando noi abbiamo chiesto dati tecnici sulle navi e non ci sono mai stai forniti. E ora scopriamo, allibiti, che le piccole navi dual-use si sono trasformate in una portaerei gigantesca e in fregate da guerra, con i costi che sono di conseguenza lievitati rispetto a quelli presentati al Parlamento. Volevano navi del genere? Perché non ce l’hanno detto subito? Ne avremmo discusso apertamente. Perché raccontarci che servivano per protezione civile e per portare corrente? Per quello basta una nave civile con un generatore!”

06Decreto“Era chiaro che sarebbe finita così!”, si infervora Luca Frusone, capogruppo Cinquestelle in commissione Difesa. “Quando discutemmo la Legge Navale chiedemmo di non approvarla finché la Difesa non ci avessero fornito i dettagli tecnici delle navi: prima di spendere tutti quei soldi volevamo sapere cosa andavamo a comprare. Alla fine la maggioranza decise di approvare a scatola chiusa, con la promessa di avere quelle informazioni, che però non sono mai arrivate. La Difesa continua a comprare aerei, navi e carri armati come caramelle, non per esigenze strategiche ma per interessi personali ed economici, trattando il Parlamento come una banda di brocchi a cui raccontare storielle o nascondere la verità e cercando in tutti i modi di aggirare il lodo Scanu”, cioè l’articolo 4 della legge 244 del 2012 sul controllo parlamentare alle spese militari. “I militari non vogliono controlli sulle loro spese”.07Dossier

Ne sa qualcosa Paolo Bolognesi, deputato Pd della commissione Difesa che dal dicembre 2013 aspetta che venga discussa la sua proposta di legge per istituire un’autorità pubblica di controllo sulle spese militari sul modello del Government Accountability Office negli Stati Uniti. “Ormai sono oltre due anni che aspetto, ma non mi stupisco perché le resistenze sono fortissime. Quando presentai la legge mi sentii dire da un generale che la mia proposta era poco patriottica. I militari farebbero di tutto per aggirare il controllo del Parlamento. Se sul programma navale la Difesa non ha rispettato il mandato parlamentare dovranno darci spiegazioni”.

09LHDSpiegazioni che, come spiega Elio Vito, Forza Italia, ex presidente della commissione Difesa della Camera (all’epoca dell’approvazione della Legge Navale), “abbiamo chiesto al Governo e ci auguriamo di avere presto dal ministro Pinotti: sarà l’occasione per fare chiarezza sullo stato di avanzamento del programma navale”.

Un chiarimento atteso anche da Francesco Saverio Garofani, attuale presidente Pd della commissione Difesa di 10LHD-CavourMontecitorio, che però si mostra fiducioso nella buona fede della Difesa. “La Legge Navale ha seguito in Parlamento tutti i passaggi previsti – spiega Garofani al fatto.it – e la commissione ha fatto il suo lavoro: abbiamo chiesto e acquisito informazioni, le abbiamo discusse e valutate e in base ad esse abbiamo espresso un parere favorevole condividendo l’importanza di questo programma. Non credo che la Difesa ci abbia tenuto nascoste le sue intenzioni e abbia proceduto 11PPAdiversamente rispetto a quanto stabilito. Comunque l’audizione richiesta al governo sarà l’occasione per ottenere informazioni aggiornate sui requisiti tecnici delle diverse unità navali e valutare quindi la coerenza con quanto autorizzato a suo tempo”.

Sorgente: Nave umanitaria o portaerei? Ora il caso fa arrabbiare il Parlamento. I partiti (compreso il Pd) chiedono chiarimenti – Il Fatto Quotidiano

Il dibattito sul boicottaggio di Israele censurato nelle università

Quest’anno la conferenza della Società per gli studi sul Medio Oriente, che si è tenuta a Catania dal 17 al 19 marzo, doveva ospitare un incontro dedicato alla campagna internazionale di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele (Bds). Ma, dopo essere stato approvato dal comitato scientifico, l’evento è stato cancellato dal programma su richiesta del rettore dell’università di Catania. Perché censurare una discussione tra accademici?
Se la forza di un movimento si misura dal numero dei suoi nemici, si potrebbe pensare che la campagna Bds stia vivendo un momento di grande successo, viste le azioni legali in Francia, e le intimidazioni nel Regno Unito e un po’ ovunque nel resto d’Europa. In alcuni stati americani, come la Florida e l’Arizona, sono state approvate leggi contro la Bds. Ora, nell’università italiana, è arrivata la censura. La ricercatrice Paola Rivetti, dell’università di Dublino, tra le coordinatrici dell’incontro, spiega: “Il nostro panel è stato accettato a tutti i livelli scientifici. Poi è stato cancellato dal programma su richiesta del rettore di Catania, che voleva ritirare il suo patrocinio alla conferenza”.
La campagna Bds è nata nel 2005  su richiesta di 171 organizzazioni non governative palestinesi, spiega l’attivista per i diritti umani Stephanie Westbrook, sul modello del boicottaggio che ha portato alla caduta del regime dell’apartheid in Sudafrica. È nata dal senso di smarrimento “davanti all’inerzia internazionale” nel trovare una soluzione politica alla crisi israelopalestinese. Un gruppo di attivisti ha scelto di fare pressioni economiche su Israele con tre richieste specifiche: mettere fine all’occupazione e alla colonizzazione israeliana, riconoscere il diritto al ritorno dei rifugiati e affermare l’uguaglianza tra cittadini israeliani e arabi.

Quando Citibank si ritirò dal Sudafrica, non ammise di averlo fatto a causa del boicottaggio

La campagna prende di mira aziende coinvolte nelle operazioni svolte nei territori che la comunità internazionale considera occupati illegalmente o aziende come la G4s, che forniva servizi alle prigioni israeliane dove sono detenuti minorenni e prigionieri politici palestinesi.
La campagna contro G4s ha ottenuto dei risultati. L’azienda ha perso il sostegno di Bill Gates, uno degli azionisti, e ha venduto le sue attività israeliane. Non ha mai dichiarato che la decisione sia stata una conseguenza diretta della Bds, “ma ricordiamo che quando Citibank si ritirò dal Sudafrica, non ammise di averlo fatto a causa del boicottaggio”, commenta Stephanie Westbrook.
Altre campagne sono state lanciate contro Caterpillar, spiega il ricercatore Enrico Bartolomei, perché i suoi bulldozer sono usati per demolire le case palestinesi e inoltre sono stati “perfezionati” per Israele, creando dei sistemi di controllo in remoto, cioè senza guidatore.
Nel caso di SodaStream, la campagna ha attaccato Scarlett Johansson perché l’attrice aveva prestato la sua immagine al marchio, nonostante fosse anche ambasciatrice dell’organizzazione umanitaria Oxfam, che si oppone con decisione alla colonizzazione illegale israeliana. La fabbrica di SodaStream si trova nella colonia di Maale Adumim, un territorio occupato da Israele dopo la guerra del 1967 e mai restituito ai palestinesi, in violazione della convenzione di Ginevra, dello statuto di Roma e delle sentenze della Corte internazionale di giustizia. Per Stephanie Westbrook, “la campagna Bds è oggi lo strumento più efficace che abbiamo all’estero per sostenere i diritti dei palestinesi”.

L’Europa e la censura sul conflitto israelopalestinese
Il ricercatore statunitense e opinionista di Al Jazeera Mark LeVine racconta la proposta discussa di recente all’università della California di condannare ogni iniziativa antisionista equiparandola all’antisemitismo, e si rammarica del fatto che l’Europa stia prendendo la via della censura, come gli Stati Uniti: “Vista dall’America, l’Europa era un modello di libertà di espressione. E ora? È inaccettabile aver vietato il dibattito di Catania. La ricerca accademica non può essere separata dalla realtà e dalla politica”.
Non si tratta di escludere i colleghi israeliani dagli incontri accademici, sottolinea LeVine. Nessuno chiede di boicottare persone o docenti israeliani, ma le loro istituzioni e i loro eventuali finanziatori. “Sono ebreo, parlo ebraico, ma voglio portare la mia solidarietà ai colleghi palestinesi. Noi che viviamo in occidente abbiamo il dovere di sostenere i nostri colleghi in difficoltà”, spiega LeVine.
“Invocare la necessaria obiettività della ricerca è anacronistico”, sostiene l’antropologa Rubah Salih della School of oriental and african studies (Soas) di Londra. Quando Hannah Arendt scrisse La banalità del male non lo fece per puro interesse accademico ma spinta dalle sue sofferenze personali. Inoltre la questione dell’obiettività scientifica è stata “risolta da tempo nelle scienze sociali”. La messa al bando della campagna Bds dall’università dice molto sul nostro mondo e sul fatto che “l’occidente ha sempre più difficoltà a gestire e comprendere le tragedie contemporanee”.
Che si sia d’accordo o meno con la campagna internazionale Bds, discuterne dovrebbe essere il punto di partenza in ambito universitario. La professoressa Laleh Khalili della Soas di Londra avverte: “Le azioni legali contro la campagna – come quelle in Francia – sono preoccupanti. È inaccettabile che lo stato si permetta di dire all’università di cosa può o non può parlare. Se non difendiamo adesso la nostra libertà di espressione, nel futuro potrebbero arrivare divieti ancora peggiori”.
thanks to: Frammenti Vocali

Yemen: Embargo Arms to Saudi Arabia

(Sanaa) – The United States, United Kingdom, France, and others should suspend all weapon sales to Saudi Arabia until it not only curtails its unlawful airstrikes in Yemen but also credibly investigates alleged violations.

Since March 26, 2015, a coalition of nine Arab countries has conducted military operations against the Houthi armed group and carried out numerous indiscriminate and disproportionate airstrikes. The airstrikes have continued despite a March 20 announcement of a new ceasefire. The coalition has consistently failed to investigate alleged unlawful attacks as the laws of war require. Saudi Arabia has been the leader of the coalition, with targeting decisions made in the Saudi Defense Ministry in Riyadh.

“For the past year, governments that arm Saudi Arabia have rejected or downplayed compelling evidence that the coalition’s airstrikes have killed hundreds of civilians in Yemen,” said Philippe Bolopion, deputy global advocacy director. “By continuing to sell weapons to a known violator that has done little to curtail its abuses, the US, UK, and France risk being complicit in unlawful civilian deaths.”
Nongovernmental organizations and the United Nations have investigated and reported on numerous unlawful coalition airstrikes. Human Rights Watch, Amnesty International, and other international and Yemeni groups have issued a joint statement calling for the cessation of sales and transfers of all weapons and military-related equipment to parties to the conflict in Yemen where “there is a substantial risk of these arms being used… to commit or facilitate serious violations of international humanitarian law or international human rights law.” Human Rights Watch has documented 36 unlawful airstrikes – some of which may amount to war crimes – that have killed at least 550 civilians, as well as 15 attacks involving internationally banned cluster munitions. The UN Panel of Experts on Yemen, established under UN Security Council Resolution 2140 (2013), in a report made public on January 26, 2016, “documented 119 coalition sorties relating to violations” of the laws of war.
Saudi Arabia has not responded to Human Rights Watch letters detailing apparent violations by the coalition and seeking clarification on the intended target of attack. Saudi Arabia has successfully lobbied the UN Human Rights Council to prevent it from creating an independent, international investigative mechanism.
In September 2014, the Houthis, a Zaidi Shia group from northern Yemen also known as Ansar Allah, took control of Yemen’s capital, Sanaa. In January 2015, they effectively ousted President Abdu Rabu Mansour Hadi and his cabinet. The Houthis, along with forces loyal to former president Ali Abdullah Saleh, then swept south, threatening to take the port city of Aden. On March 26, the Saudi-led coalition, consisting of Bahrain, Kuwait, Qatar, the United Arab Emirates, Egypt, Jordan, Morocco, and Sudan, began an aerial bombing campaign against Houthi and allied forces.
At least 3,200 civilians have been killed and 5,700 wounded since coalition military operations began, 60 percent of them in coalition airstrikes, according to the UN High Commissioner for Human Rights. The naval blockade the coalition imposed on Yemen has contributed to an immense humanitarian crisis that has left 80 percent of the population of the impoverished country in need of humanitarian protection and assistance.

The UN Panel of Experts found that, “the coalition’s targeting of civilians through air strikes, either by bombing residential neighborhoods or by treating the entire cities of Sa‘dah and Maran in northern Yemen as military targets, is a grave violation of the principles of distinction, proportionality and precaution. In certain cases, the Panel found such violations to have been conducted in a widespread and systematic manner.” Deliberate, indiscriminate, and disproportionate attacks against civilians are serious violations of the laws of war, to which all warring parties are bound.

The UN panel said that the attacks it documented included attacks on “camps for internally displaced persons and refugees; civilian gatherings, including weddings; civilian vehicles, including buses; civilian residential areas; medical facilities; schools; mosques; markets, factories and food storage warehouses; and other essential civilian infrastructure, such as the airport in Sana’a, the port in Hudaydah and domestic transit routes.”

Residents sifting through the rubble of homes destroyed in an airstrike three days prior in Yareem town. The strike killed at least 16 civilians.

The 36 unlawful airstrikes Human Rights Watch documented include attacks on schools, hospitals, and homes, with no evidence they were being used for military purposes. Human Rights Watch has collected the names of over 550 civilians killed in these 36 attacks. Amnesty International has documented an additional 26 strikes that appear to have violated the laws of war. Mwatana, one of Yemen’s leading human rights organizations, issued a report in December that documented an additional 29 unlawful airstrikes across Yemen, from March to October 2015.

In addition, Human Rights Watch and Amnesty International have documented civilian casualties from internationally banned cluster munitions used in or near cities and villages. Cluster munitions have been used in multiple locations in at least five of Yemen’s 21 governorates: Amran, Hajja, Hodaida, Saada, and Sanaa. The coalition has used at least six types of cluster munitions, three delivered by air-dropped bombs and three by ground-launched rockets. Human Rights Watch has said there should be an immediate halt to all use of cluster munitions and that coalition members should join the Convention on Cluster Munitions.

Despite the numerous credible reports of serious laws-of-war violations, the Saudi-led coalition has taken no evident actions either to minimize harm to civilians in its air operations or to investigate past incidents and hold those responsible to account. So long as no such steps are taken, governments should not supply weapons to the leading coalition member.

The UK foreign affairs minister, Phillip Hammond, and other senior UK officials have repeatedly said that coalition forces have not committed any violations of the laws of war. On February 2, 2016, an important cross-party committee of UK members of parliament sent a letter to the international development secretary, Justine Greening, calling for immediate suspension of UK arms sales to Saudi Arabia and an international independent inquiry into the coalition’s military campaign in Yemen.

On February 25, the European parliament passed a resolution calling on the European Union’s High Representative for Foreign Affairs and Security Policy Federica Mogherini “to launch an initiative aimed at imposing an EU arms embargo against Saudi Arabia.” On February 17, the Dutch parliament voted to impose the embargo and ban all arms exports to Saudi Arabia.

On January 31, the coalition announced the creation of a committee to promote the coalition’s compliance with the laws of war. However, the military spokesman for the coalition specified that the objective of the committee was not to carry out investigations into alleged violations.

Human Rights Watch has also documented serious laws of war violations by Houthi and allied forces, including indiscriminate shelling of cities, enforced disappearances, and the use of internationally banned antipersonnel landmines. Human Rights Watch supports a ban on the sale or provision of weapons to the Houthis that are likely to be used unlawfully, notably unguided “Grad-type” rockets and anti-personnel landmines.

“How many more airstrikes need to wreak havoc on civilians before countries supplying aircraft and bombs to the coalition pull the plug?” Bolopion said.

UK, US Arms Support for Saudi-led Coalition
Under international law, the US is a party to the armed conflict in Yemen. Lt. Gen. Charles Brown, commander of the US Air Force Central Command, said that the US military has deployed dedicated personnel to the Saudi joint planning and operations cell to help “coordinate activities.” US participation in specific military operations, such as providing advice on targeting decisions and aerial refueling during bombing raids, may make US forces jointly responsible for laws-of-war violations by coalition forces. As a party to the conflict, the US is itself obligated to investigate allegedly unlawful attacks in which it took part.

The UK government has said that though it has personnel in Saudi Arabia, they are not involved in carrying out strikes, or directing or conducting operations in Yemen, or selecting targets. UK Prime Minister David Cameron has stated that UK personnel are deployed to “provide advice, help and training” to the Saudi military on the laws of war.

Largest Foreign Military Sales to Saudi Arabia
In July 2015, the US Defense Department approved a number of weapons sales to Saudi Arabia, including a US$5.4 billion deal for 600 Patriot Missiles and a $500 million deal for more than a million rounds of ammunition, hand grenades, and other items, for the Saudi army. According to the US Congressional review, between May and September, the US sold $7.8 billion worth of weapons to the Saudis.

In October, the US government approved the sale to Saudi Arabia of up to four Lockheed Littoral Combat Ships for $11.25 billion. In November, the US signed an arms deal with Saudi Arabia worth $1.29 billion for more than 10,000 advanced air-to-surface munitions including laser-guided bombs, “bunker buster” bombs, and MK84 general purpose bombs; the Saudis have used all three in Yemen.

According to the London-based Campaign Against Arms Trade, the UK government approved GB£2.8 billion in military sales to Saudi Arabia between January and September 2015. The weapons include 500-pound Paveway IV bombs. The UK is negotiating a £1 billion weapons deal with the UAE.

A June 2015 Spanish government report stated that Spain had authorized eight licenses for arms exports to Saudi Arabia worth $28.9 million in the first half of the year. In February 2016, Spanish media reported that the government-owned shipbuilding company Navantia was about to sign a contract worth $3.3 billion with Saudi Arabia for the construction of five Avante 2200 type frigates for the Saudi navy.

In July 2015, Saudi Arabia reportedly signed agreements worth $12 billion with France, which included $500 million for 23 Airbus H145 helicopters. The kingdom is also expected to order 30 military patrol boats by 2016 under the agreement. Reuters reported that Saudi Arabia has also recently entered into exclusive negotiations with the French company Thales Group to buy spy satellite and telecommunications equipment worth “billions of euros.”

Coalition Violations
Human Rights Watch has documented 36 airstrikes between March 2015 and January 2016, that appear to have been unlawfully indiscriminate or disproportionate, which include a March 30, 2015 airstrike on a camp for internally displaced people that killed at least 29 civilians and a March 31, 2015 airstrike on a dairy factory outside the port city of Hodaida that killed at least 31 civilians. In Saada, a Houthi stronghold in the north, Human Rights Watch examined more than a dozen airstrikes that occurred between April and May that destroyed or damaged civilian homes, five markets, a school, and a gas station, though there was no evidence these sites were being used for military purposes. These strikes killed 59 people, mostly civilians, including at least 35 children.

On May 12, the coalition struck a civilian prison in the western town of Abs, killing 25 people. On July 24, the coalition dropped nine bombs on and around two residential compounds of the Mokha Steam Power Plant, which housed plant workers and their family members, killing at least 65 civilians. On August 30, an airstrike hit Al-Sham Water Bottling Factory in the outskirts of Abs, killing 14 workers, including three boys, who were nearing the end of their night shift.

The coalition has carried out strikes on marketplaces, leading to high civilian death tolls. On May 12, a strike on the marketplace of the eastern village of Zabid killed at least 60 civilians. On July 4, an airstrike on the marketplace of the northern village of Muthalith Ahim killed at least 65. On July 6, bombs hit two markets in the governorate of Amran, north of Sanaa, killing at least 29 civilians.

On October 26, the coalition bombed a Doctors Without Borders (MSF) hospital in the northern town of Haydan in Saada governorate six times, wounding two patients. Since then, coalition airstrikes have hit MSF facilities twice. An airstrike hit a mobile clinic on December 2, in Taizz, wounding eight, including two staff members, and killing another civilian nearby. On January 21, an airstrike hit an MSF ambulance, killing its driver and six others, and wounded dozens in Saada.

On January 10, a projectile hit an MSF-supported hospital in Saada, killing six people and wounding at least seven, most of them medical staff and patients. MSF said it could not confirm the origin of the attack, but its staff had seen planes flying over the facility at the time of the attack. MSF said on January 25, that it had yet to receive any official explanation for any of these incidents.

On May 8, 2015, Brig. Gen. Ahmad al-Assiri, the military spokesman for the coalition, declared the entire cities of Saada and Marran, another Houthi stronghold, to be military targets. In an interview with Reuters on February 1, al-Assiri spoke about Saudi civilian casualties from Houthi and pro-Saleh forces’ firing across the border. He said, “Now our rules of engagement are: you are close to the border, you are killed.” Treating an entire area as the object of military attack violates the laws-of-war prohibition on attacks that treat distinct military objectives in a city, town or area as a single military objective. Doing so unlawfully denies civilians protection from attack.

Human Rights Watch also documented the coalition’s use of at least six types of cluster munitions in at least 15 attacks in five of Yemen’s 21 governorates between March 2015 and January 2016. Cluster munitions are indiscriminate weapons and pose long-term dangers to civilians. They are prohibited by the 2008 Convention on Cluster Munitions, adopted by 118 countries, though not Saudi Arabia or Yemen.

Failure to Investigate Alleged Violations
Countries that are party to a conflict have an obligation under international law to investigate credible allegations of war crimes and hold those responsible to account. Human Rights Watch has seen no indication that the Saudi Arabia-led coalition has conducted any meaningful investigations into alleged laws-of-war violations.

On August 19, 2015, Human Rights Watch and 22 other human rights and humanitarian organizations called on the UN Human Rights Council to create an independent international commission of inquiry at its September session to investigate alleged laws-of-war violations by all parties to the conflict. The UN High Commissioner for Human Rights similarly called on UN member states to encourage the establishment of an “international independent and impartial” investigative mechanism.

Instead, on September 7, President Abdu Rabu Mansour Hadi of Yemen established a national commission to investigate violations of human rights and the laws of war. During the ensuing UN Human Rights Council session in Geneva, Saudi Arabia and other Arab countries effectively blocked an effort led by the Netherlands to create an international investigative mechanism. The national commission has taken no tangible steps to conduct investigations, nor has it revealed any working methods or plans, three people close to the commission told Human Rights Watch.

Five days after the release of UN Panel of Experts report on Yemen, on January 31, 2016, the coalition announced a new committee to assess the coalition’s rules of engagement in the war and produce recommendations for the coalition to better respect the laws of war. “The goal of the committee is not to investigate allegations,” Al-Assiri said. “Its primary goal is to confirm the precision of the procedures followed on the level of the coalition command.” As such, this proposed body does not meet the requirements for an impartial investigative mechanism that can address accountability for unlawful attacks or compensate victims of coalition violations, Human Rights Watch said.

Al-Assiri said that the Saudi military has been conducting internal investigations into attacks in which a violation might have ensued, and pointed to a single airstrike that had led to a violation: the October 26, 2015 bombing of an MSF hospital in northern Yemen. He said the strike had been the result of “human error,” but did not outline any steps taken to hold the responsible military personnel to account, or compensate the two civilians wounded in the strike.

thanks to: Human Rights Watch

I 135 motivi per votare si al referendum contro le trivelle

 

 

 

 

 

 

 

 

Eccoci qui, le 135 piattaforme marine e le 3 unita’ galleggianti di stoccaggio nel nostro Mar Adriatico, nel Mar Ionio e nel Canale di Sicilia.

Le tre unita’ galleggianti altro non sono che navi FSO o FPSO: Vega (Pozzallo, Sicilia), RospoMare (Vasto, Abruzzo) e Aquila (Brindisi, Puglia)

Sono 135, ed altrettanti motivi per dire “si al mare pulito” e no alle trivelle di Renzi, della Guidi, di Galletti e di tutti i politici pseudo-amanti del mare che del mare italiano non amano, non conoscono e non meritano niente.

Notare che i gran professori vanno dicendo che “se non lo tiriamo fuori noi, lo faranno i croati”. Bene, ecco qui, sono tutti pozzi attivi, alcuni sottocosta, altri vicino al confine delle acque croate. Trivelliamo dagli anni ’50 senza chiedere niente a nessuno.  La coerenza qui e’ un optional.

Sul referendum: si e’ un referendum svuotato del suo intento iniziale, cioe’ fermare le trivelle in mare. Il questito, da quel che riesco a capire, riguarda solo la durata temporale delle concessioni. Quindi non e’ un voto *veramente* contro le trivelle.  Dei quattro quesiti iniziali e’ rimasto solo questo, e non certo per colpa del popolo italiano, quanto dei nostri politici che hanno cercato di fare di tutto per fermare questo voto, troppo timorosi di perdere le faccia, invece che di fare la cosa giusta e cioe’ ASCOLTARE il popolo.

Resta pero’ un voto importanate anche se  simbolico: occorre votare e votare SI per mandare un segnale a Renzi e compari che siamo tanti, quale che sia il quesito.  E serve per mandare un segnale ai petrolieri che qui siamo informati, che siamo agguerriti e piu’ forti di loro, che alle loro chiacchere non crediamo, che non sono benvenuti, cosi magari prima di venire ci pensano due volte.

Si, i nostri pesudopolitici hanno fatto di tutto per farlo fallire questo referendum: un giorno a casaccio, senza l’accorpamento con il voto di Giugno, un solo quesito,  poca pubblicita’. E quindi sta a noi NON farlo fallire. Occorre andare a votare, dirlo a tutti, volerlo. Occorre che ciascuno ne parli con i propri amici, e parenti, e conoscenti, e fare lo sforzo di diventare piccoli attivisti.

Hanno paura dei nostri numeri, e ci accusano di essere “populisti”, e “poco informati” e “chiusi al dialogo”. Non e’ vero niente, hanno solo paura, perche’ loro sono pochi, siamo molti piu’ noi. E sono sicura che qualsiasi persona LIBERA da interessi di parte non potra’ che essere con noi. Sta allora a noi martellare tutti, e vincere. Dobbiamo fargli vedere che non vogliamo l’Italia al petrolio, in tutti i modi possibili, Anche con questo referendum.

Dobbiamo fare ogni giorno quel che possiamo, e il 17 Aprile e’ il voto al SI che possiamo fare, noi e i nostri amici.

thanks to: dorsogna

Tutti i 1627 buchi d’Italia producono il 7.5% del fabbisogno nazionale

Giallo: uso di petrolio
Blu: produzione interna
Produciamo un misero 7.5% di fabbisogno
in cambio di 1627 pozzi attivi
e 7222 fra attivi e dismessi in tutta la nazione.
Ne vale la pena?
Un pozzo sotto casa di tutti?
Al mare? In montagna? Nei vigneti?
Sotto casa di Matteo Renzi?
Sotto casa di Gianluca Galletti?
Sotto casa di Federica Guidi?
Sotto casa tua?
Non e’ indipendenza energetica
e’ tossicodipendenza
e’ soldi per gli speculatori
VOTA SI il 17 Aprile 2016
—-

Ecco qui la lista dei pozzi d’Italia al 4 Marzo 2016 – 867 pozzi produttivi, 732 pozzi attivi ma non attualmente eroganti, 20 pozzi non produttivi, un pozzo di monitoraggio, 7 pozzi potenzialmente utilizzabili per lo stoccaggio. Fanno un totale di 1627. 

E poi ci sono i pozzi dismessi, per un totale di 7222 pozzi sparsi per lo stivale.

I pozzi hanno nomi alquanto interessanti — c’e’ il pozzo “Vongola Mare”, il pozzo “Azalea”, il pozzo “Cozza Mare”, il pozzo “Perla”, il pozzo “Radicosa”, il pozzo “Prezioso”, il pozzo “Lavanda”.

Per non parlare di tutte le petrol-donne: Barbara, Maria a Mare, Angelina, Gioia, Giovanna, Naomi, Guendalina, Emma, Daria, Clara, Brenda, Amelia, Annabella, Annalisa, Annamaria, Arianna, Regina. Capita pure un maschio, chissa’ per sbaglio.  Agostino.

Ma cosa vuol dire tutto questo?

Secondo le statistiche, in media tutti questi buchi producono circa 100mila barili al giorno. Ne usiamo 1.3 milioni al giorno. Cioe’ i nostri bei buchi ci danno esattamente e come detto mille volte,
solo il 7.5% del fabbisogno nazionale.

E’ come se volessimo trivellare tutta l’Italia per solo fornire l’energia al Piemonte, che ha circa il 7.5% della popolazione d’Italia. Tutto il resto continueremo ad importarlo, se continuiamo con la nostra petrol-economia.

Poi ci sono i pozzi attivi ma non attualmente eroganti. Eccoli sono 732:

E poi ancora i 20 pozzi non produttivi ma attivi

Un pozzo di monitoraggio

Infine, i 7 pozzi attivi e “potenzialmente utilizzabili” per lo stoccaggio

thanks to: dorsogna

E lo Stato Italiano disse: “NO MUOS”

A Niscemi, a sud della Sicilia, la magistratura ha sequestrato l’impianto militare che sorge in violazione delle leggi dello Stato. E’ la straordinaria vittoria di un movimento che ha saputo tenere assieme la tutela della legalità e la visione della nonviolenza.
14 marzo 2016 – Alessandro Marescotti

Il Mobile User Objective System (MUOS) è un sistema di comunicazione satellitare operante su bande UHF (Ultra High Frequency) al servizio del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.  Localizzazione del MUOS

A Niscemi, a sud della Sicilia, la magistratura ha sequestrato l’impianto militare che sorge in violazione delle leggi dello Stato. E’ la straordinaria vittoria di un movimento che ha saputo tenere assieme la tutela della legalità e la visione della nonviolenza.

Già nell’agosto del 2013 le telecamere di Peacelink erano andate a Niscemi, quando la polizia forzò un blocco di manifestanti per consentire il passaggio dei mezzi nella base americana. Già allora la situazione era paradossale: veniva dato ordine di far passare dei mezzi per realizzare ciò che oggi lo Stato pone sotto accusa.

Allora i cittadini fronteggiavano lo Stato rappresentato dal Governo. Era lo Stato dell’imperio, della volontà calata dal’alto.

Oggi lo Stato si manifesta invece non nelle forme dellimperio ma in quelle della legalità: emerge un altro Stato. Quello che rappresenta il bisogno di interpretare e dare esecuzione alle leggi che stanno alla base del convivere civile e pacifico. Le basi del sistema satellitare militare MUOS gestito dagli Stati Uniti

Ed ecco l’accusa: abuso edilizio nella realizzazione di infrastrutture militari costituenti il sistema radar Usa Muos.

Ricostruiamo i fatti più recenti.

Il 7 marzo 2016 la Procura di Caltagirone ha chiuso le indagini preliminari, citando in giudizio sette persone. “Nelle stesse ore – scrive Rosy Battaglia, di Cittadini Reattivi – la Corte di Cassazione di Caltanissetta ha depositato le motivazioni della sentenza di sequestro dell’impianto con cui aveva rigettato il ricorso presentato dall’Avvocatura dello Stato, per conto del Ministero della Difesa, contro la decisione del gip di Caltagirone che, a inizio aprile 2015, accettò la richiesta della Procura di apporre i sigilli all’impianto satellitare di Niscemi”.

Il prossimo 20 maggio è attesa la prima udienza. A comparire in tribunale saranno sette persone (un dirigente della regione Sicilia e sei imprenditori) accusate di abuso edilizio e violazione delle leggi ambientali.

Secondo l’accusa sostenuta dal procuratore Giuseppe Verzera, avrebbero realizzato l’impianto “senza la prescritta autorizzazione, assunta legittimamente o in difformità da essa”. Ed avrebbero “eseguito e facevano eseguire i lavori, insistenti su beni paesagistici, all’interno della riserva orientata denominata Sughereta di Niscemi, in zona A, di inedificabilità assoluta, in un sito di interesse comunitario”.

“Il verdetto – dichiara Daniela Ciancimino, avvocato di Legambiente Sicilia – serve a tutelare sia la natura che la salute dei cittadini, che vengono riconosciuti dalla Cassazione come diritti inalienabili. Tale decisione, quindi, può considerarsi una vittoria per i comitati che sin dal primo giorno si sono opposti alla realizzazione dell’impianto. In questo modo, infatti, non solo si può salvare una riserva naturale dal valore inestimabile, ma si confermano le perplessità sollevate dagli attivisti locali, ovvero l’impossibilità di realizzare un mostro all’interno della Sughereta di Niscemi, zona di inedificabilità assoluta. La Cassazione, inoltre, evidenzia, ancora una volta, i rischi per i cittadini esposti alle onde elettromagnetiche”.

Il 20 maggio si apre una nuova pagina per la legalità e la pace.

Il movimento per la pace, che per tanto tempo ha sfidato la guerra e i suoi preparativi, oggi ha la maturità e la preparazione per farlo sul terreno non solo dei principi ma anche su quello della legalità. Tanto che persino lo Stato della legalità è adesso dalla sua parte. Contro lo Stato dell’imperio.

Note:

Per approfondimenti

Lo Stato contro lo Stato e l’illegalità del M.U.O.S.
http://www.cittadinireattivi.it/2016/03/11/il-muos-si-accende/

Per contatti http://nomuos.org/it

thanks to: PeaceLink

La ricolonizzazione della Libia

Omar el-Mukhtar

Omar el-Mukhtar

Nella commedia degli equivoci per il teatrino della politica, il primo attore Renzi ha detto che in Libia «l’Italia farà la sua parte», quindi – appena il Pentagono ha annunciato che l’Italia assumerà il «ruolo guida» – ha dichiarato: «Non è all’ordine del giorno la missione militare italiana in Libia», mentre in realtà è già iniziata con le forze speciali che il parlamento ha messo agli ordini del premier. Questi, per dare il via ufficiale, aspetta che in Libia si formi «un governo strasolido che non ci faccia rifare gli errori del passato». In attesa che nel deserto libico facciano apparire il miraggio di un «governo strasolido», diamo uno sguardo al passato.

 

Nel 1911 l’Italia occupò la Libia con un corpo di spedizione di 100mila uomini, Poco dopo lo sbarco, l’esercito italiano fucilò e impiccò 5mila libici e ne deportò migliaia. Nel 1930, per ordine di Mussolini, metà della popolazione cirenaica, circa 100mila persone, fu deportata in una quindicina di campi di concentramento, mentre l’aviazione, per schiacciare la resistenza, bombardava i villaggi con armi chimiche e la regione veniva recintata con 270 km di filo spinato. Il capo della resistenza, Omar al-Mukhtar, venne catturato e impiccato nel 1931. Fu iniziata la colonizzazione demografica della Libia, sequestrando le terre più fertili e relegando le popolazioni in terre aride. Nei primi anni Quaranta, all’Italia sconfitta subentrarono in Libia Gran Bretagna e Stati uniti. L’emiro Idris al-Senussi, messo sul trono dagli inglesi nel 1951, concesse a queste potenze l’uso di basi aeree, navali e terrestri. Wheelus Field, alle porte di Tripoli, divenne la principale base aerea e nucleare Usa nel Mediterraneo.

 

Con l’Italia re Idris concluse nel 1956 un accordo, che la scagionava dai danni arrecati alla Libia e permetteva alla comunità italiana di mantenere il suo patrimonio. I giacimenti petroliferi libici, scoperti negli anni ‘50, finirono nelle mani della britannica British Petroleum, della statunitense Esso e dell’italiana Eni. La ribellione dei nazionalisti, duramente repressa, sfociò in un colpo di stato incruento attuato nel 1969, sul modello nasseriano, dagli «ufficiali liberi» capeggiati da Muammar Gheddafi.

 

Abolita la monarchia, la Repubblica araba libica costrinse Usa e Gran Bretagna a evacuare le basi militari e nazionalizzò le proprietà straniere. Nei decenni successivi, la Libia raggiunse, secondo la Banca mondiale, «alti indicatori di sviluppo umano», con una crescita del pil del 7,5% annuo, un reddito pro capite medio-alto, l’accesso universale all’istruzione primaria e secondaria e del 46% alla terziaria. Vi trovavano lavoro oltre 2 milioni di immigrati africani. Questo Stato, che costituiva un fattore di stabilità e sviluppo in Nordafrica, aveva favorito con i suoi investimenti la nascita di organismi che avrebbero creato l’autonomia finanziaria e una moneta indipendente dell’Unione africana.

 

Usa e Francia – provano le mail di Hillary Clinton – decisero di bloccare «il piano di Gheddafi di creare una moneta africana», in alternativa al dollaro e al franco Cfa. Per questo e per impadronirsi del petrolio e del territorio libici, la Nato sotto comando Usa lanciava la campagna contro Gheddafi, a cui in Italia partecipava in prima fila l’«opposizione di sinistra». Demoliva quindi con la guerra lo Stato libico, attaccandolo anche dall’interno con forze speciali e gruppi terroristi. Il conseguente disastro sociale, che ha fatto più vittime della guerra stessa soprattutto tra i migranti, ha aperto la strada alla riconquista e spartizione della Libia. Dove rimette piede quell’Italia che, calpestando la Costituzione, ritorna al passato coloniale.

Fonte
Il Manifesto (Italia)

thanks to: Voltairenet

“Vi spiego cosa accade a Sigonella e cosa sono i droni killer”

Se vuoi capire cosa sta succedendo a Sigonella e quanto l’Italia sia implicata nei nuovi scenari di guerra devi telefonare a Messina, ad Antonio Mazzeo, tra i massimi esperti di geopolitica mediterranea, autore di saggi fondamentali sul rapporto tra gli Usa e il nostro paese, uno che le denunce sugli armamenti americani (e sui droni) presenti sul suolo italiano le fa da anni.

 

Antonio, cosa succede a Sigonella e perché improvvisamente se ne torna a parlare?

 

Succede che il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo in cui riferisce di un accordo tra Usa e Italia per dislocare, nella base di Sigonella, i cosiddetti droni killer: sono dei velivoli senza pilota dotati di sistemi missilistici e bombe a guida laser. Non sono strumenti difensivi ma hanno una funzione di attacco. E questo viola almeno un paio di articoli della Costituzione.

 

Ti riferisci al famoso articolo 11 che recita “L’Italia ripudia la guerra…?”

 

E non solo. Mi riferisco, per esempio, anche all’articolo 80. Ma vorrei aggiungere un’altra cosa a proposito del famoso accordo Italia-Usa.

 

Prego…

 

Già nel 2011, durante la guerra in Libia, i droni americani, senza alcun accordo formale, rientravano in Italia dopo le missioni. Poi, nel 2013, questi accordi sono stati formalizzati ma soltanto per un utilizzo temporaneo. Oggi, addirittura, Sigonella diventa una base operativa. E tutto questo senza alcun passaggio parlamentare e senza che l’opinione pubblica ne sia stata informata. Solo ieri, la ministra Pinotti è stata costretta a riferire in sede parlamentare sulla presenza dei droni sostenendo che si tratta di sistemi di difesa. Ma non è vero.

 

Torniamo ai droni. Cosa sono e come funzionano?

 

Ne esistono di due tipi: i Global Hawk, ospitati a Sigonella dal 2008, che hanno funzioni di intelligence, sono dotati di telerilevamento e monitorano aree enormi, individuando obiettivi e regolando missioni di attacco. Poi ci sono i cosiddetti droni killer, come i Predator o i Reaper: questi imbarcano bombe e sono teleguidati dalle basi statunitensi. L’America li ha usati in più di 500 blitz, in Afghanistan, Pakistan, Iraq, Siria, Libia, Africa sub-sahariana e Yemen facendo migliaia di vittime.  E non solo tra i combattenti o i sospetti terroristi ma anche tra i civili, nelle scuole, negli ospedali. E questo pone grossi problemi di diritto umanitario. E poi, colpire un obiettivo solo perché sospettato di essere un terrorista equivale ad una condanna a morte senza processo.

 

Quali sono le basi da cui vengono teleguidati?

 

Fino ad oggi la base di Ramstein in Germania ma è partito un bando per realizzare un altro centro a Sigonella.

 

Insomma, siamo in guerra…

 

Sì, c’è un’accelerazione dell’escalation bellica verso la Libia. E in questa accelerazione rientra la presenza di unità navali italiane a largo della Libia e l’utilizzo dei droni italiani (sono dei Predator non armati) che partono dalla base di Amendola (Foggia), penetrano nello spazio aereo libico e si spingono fino al Ciad.

 

E in questo scenario Sigonella che ruolo ha? 

 

Sigonella si appresta a diventare una centrale di controllo mondiale dei droni già nel 2017.  Ma già oggi Sigonella e Trapani Birgi sono utilizzate per le operazioni dei droni militari acquistati dlal’Aeronautica Militare e con base di controllo ad Amendola (anche per attività di controllo anti-migrazioni). La novità è che è arrivata l’autorizzazione del congresso americano e presto potranno essere armati e avere il loro battesimo di fuoco in Libia.

 

Intervista a cura di Massimo Malerba, pubblicata il 6 febbraio 2016 in Il Post Viola,

http://violapost.it/2016/02/26/vi-spiego-cosa-accade-a-sigonella-e-cosa-sono-i-droni-killer/#sthash.vnZcR7uX.dpuf

Sorgente: Antonio Mazzeo Blog: “Vi spiego cosa accade a Sigonella e cosa sono i droni killer”

Just In Case: Inside the Pentagon’s Explosive Plan B for Libya

Recognizing its own failure in Libya, the Pentagon has a new plan to address the spread of terrorist groups in the North African nation: more bombs.

Since the fall of Muammar Gaddafi in 2011, Libya has been in chaos. NATO airstrikes destabilized a government that was unpopular with the West, but otherwise secure, allowing terrorist groups like Daesh, also known as IS/Islamic State, to flourish.

Now the Pentagon has a new plan to “cripple” the terrorist group’s growing influence in Libya, and it’s not much different from the strategy that led to their rise. Presented to the White House last month, the strategy calls for “as many as 30 to 40” airstrikes across the country, which, it is promised, will allow “Western-backed” militias to overwhelm Daesh militants.

According to US officials, the plan is not being “actively” considered at this time, as the Obama administration is currently trying to install a unity government in Libya, and that effort could be hindered by renewed violence.

Earlier this week, a number of Libyan experts noted that the Pentagon’s strategies are based on faulty intelligence.

“The estimates of the number of jihadists is grossly exaggerated,” said Karim Mezran of the Atlantic Council, according to AntiWar.com.

While the Pentagon has claimed that between 5,000 and 6,500 Daesh militants are operating in Libya, the need for only 30 to 40 airstrikes suggests that even Washington suspects that the terrorist fighters number in the hundreds, not the thousands.

As the US considers a new military operation in Libya, recently uncovered secret documents show that Italy has invasion plans of its own. Published by Italian newspaper Corriere della Sera, the documents show that Italian troops are preparing to join US, French, and British special forces that have been operating inside Libya for several weeks.

Varying estimates suggest that between 3,000 and 7,000 international troops will be deployed, with nearly a third sent by Rome.

Critics have questioned Italy’s need to become embroiled in a foreign military ground war.

“And the principal question – what is that national interest Italy wants to protect?” reads an op-ed from La Repubblica. “There is danger that Italy could once again be dragged into war with only one purpose – to please its allies.”

Whichever stabilization strategy the West ultimately decides upon, the US and its allies may increasingly regret ousting Gaddafi in the first place.

thanks to: Sputniknews

Italy to Send 8 Helicopters to Iraq for Anti-Daesh Campaign

Italy will send eight helicopters to Iraq to provide combat and logistical assistance in the fight against terrorism, the Italian defense minister said.

Last month, the Italian Defense Ministry announced that it would send 130 military personnel to Iraq where they will be stationed in Erbil.

“The Italian government will send four Mongoose (A-129) helicopters and four other NH90 planes to Iraq in the coming days… The aircraft will be deployed in northern Erbil for combat, search and rescue purposes,” Roberta Pinotti said in a statement published by the portal Iraqi News on Thursday.

The US-led international coalition of over 60 countries has been fighting against Daesh, both in Syria and Iraq, since 2014.

Sorgente: Italy to Send 8 Helicopters to Iraq for Anti-Daesh Campaign

Academic boycott of Israel takes off in Italy

An image from a January 2014 jobs fair at Israel’s Technion, which featured numerous arms companies to which the university has close ties. Hundreds of Italian academics are urging a boycott of Israeli institutions, in particular Technion. (Source: Facebook)

An image from a January 2014 jobs fair at Israel’s Technion, which featured numerous arms companies to which the university has close ties. Hundreds of Italian academics are urging a boycott of Israeli institutions, in particular Technion. (Source: Facebook)

There have been major breakthroughs in Italy for the campaign to boycott Israeli academic institutions.

More than 200 academics from 50 Italian universities have signed a call for the boycott of Israeli academic institutions until Israel complies with international law.

This is the first time a significant number of Italian academics have taken a public stand in support of the Palestinian-led campaign of boycott, divestment and sanctions (BDS).

The move comes just months after Italian Prime Minister Matteo Renzi lashed out at the BDS movement as “stupid and futile” in a speech to the Israeli parliament.

The Italian scholars join more than 1,500 of their colleagues in the United Kingdom, Belgium, South Africa, Ireland and Brazil who have endorsed similar pledges in recent months.

The scholars endorsing the Italian call, which echoes the pledge signed by UK academics last October, are committing to refuse invitations from Israeli academic institutions and not to act as referees or participate in conferences funded, organized or sponsored by Israeli institutions.

Consistent with the guidelines set out by the Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel (PACBI), which targets institutions not individuals, the academics clarify that they will “continue to work and cooperate with [their] Israeli colleagues individually.”

They also reiterate the anti-racist nature of the boycott campaign.

“History teaches us”

“I signed because I consider BDS to be of utmost importance. It has demonstrated its ability to have an impact and obtain results,” Patrizia Manduchi, associate professor at the University of Cagliari, told The Electronic Intifada.

“This will be an essential tool in raising awareness among the academic community, who often simply do not know what is happening.”

A professor of history, Manduchi also stressed the importance of “studying the historical record, the origins and evolution of the conflict, which are often forgotten.” She added that “history teaches us.”

Andrea Domenici, an assistant professor in computer engineering, told The Electronic Intifada, “I believe that those who have the privilege of a university education and of working as a researcher have responsibilities toward human society, and among them is a duty not to collaborate with institutions participating in systems of oppression.”

Military ties

The call is also focused on ending ties between Italian universities and Technion, the Haifa-based Israeli technical university.

According to research done by the European Coordination of Committees and Associations for Palestine, Technion is slated to receive more than $18 million in European funding under the EU Horizon 2020 research program.

While all Israeli academic institutions play an integral role in developing and perpetuating Israeli policies that deny Palestinians their fundamental rights, Technion was chosen as a focus due to its involvement “more than any other university in the Israeli military-industrial complex.”

Technion boasts “exceptionally close ties” with the Israeli defense ministry and military as well as the country’s top weapons producers, including Israel Aerospace Industries, Rafael Advanced Defense Systems and Elbit Systems.

The boycott call notes that Elbit Systems “manufactures the drones used by the Israeli army to fire on civilians in Lebanon in 2006 and in Gaza in 2008–2009 and in 2014.”

According to a report by Defense for Children International-Palestine, Israeli forces “directly targeted children” in Gaza, where 164 children were killed by drone-fired missiles in the summer 2014 attacks.

Elbit Systems is destined to become Israel’s largest weapons producer as the only bidder in the running for the purchase of Israel Military Industries as part of a privatization plan. The acquisition would add advanced rockets, airborne bombs and precision multi-purpose tank shells to Elbit’s already deadly product range.

Groomed

Examples of Technion students being groomed for and hired by Israel’s weapons industry and military abound.

These include campus job fairs, joint academic programs, scholarships, projects and research centers and even family and recruitment days sponsored by the military and weapons companies.

Last year, Technion developed a program tailored for professionals interested in developing Israel’s defense exports industry, where, according to one of the lecturers, “the sky is the limit.”

The Italian scholars urge their colleagues to suspend “all forms of academic and cultural cooperation, collaboration or joint projects with Technion.”

Eight Italian universities currently have cooperation agreements with Technion, including in Turin, Milan, Florence, Perugia, Rome and Cagliari.

A 2005 military cooperation agreement between Italy and Israel provides for research and development of weapons systems and commits each country to “encourage their industries to search for projects and equipment with mutual interest for both Parties.”

Protesting

The academics’ pledge also urges student associations to join the campaign to suspend agreements between Technion and Italian universities.

Students have been doing just that.

Last October, students and workers at the University of Turin and Turin’s Polytechnic, which both have agreements with Technion, organized protests during a two-day event featuring Technion aimed at “exploring new areas of collaboration to strengthen the cooperation” between the universities.

On the Italian island of Sardinia, a number of student groups and associations launched a petition calling for the suspension of “all cooperation agreements” between the University of Cagliari and Israeli academic institutions, in particular Technion.

Roberto Vacca, an organizer with the student union UniCa 2.0, told The Electronic Intifada, “Today we’re relaunching our efforts for an immediate end to these cooperation agreements so that our city and our university are not complicit in the horrors perpetrated on the Palestinian people by the Israeli government and institutions.”

Progetto Palestina, a Turin student group, told The Electronic Intifada, “We’re convinced that organizing academic boycott campaigns is crucial because Israeli universities are far from independent apolitical subjects but rather are perfectly integrated and involved in the state policies that oppress Palestinians on a daily basis.”

Reversing a trend

In yet another Italian first, the Italian Society for Middle Eastern Studies will host a panel discussion in mid-March on the BDS movement and academic boycott campaigns.

Panel coordinator and independent researcher Enrico Bartolomei told The Electronic Intifada he sees this Sicily-based event, along with the academics’ pledge, as reversing a trend.

“Despite increasing support on campuses and among professional organizations worldwide for endorsement of the boycott of Israeli academic institutions, academics in Italy have remained largely silent or set up even wider collaboration with Israeli institutions closely linked to Israel’s military-industrial complex and complicit in violations of international law and Palestinian rights,” Bartolomei said.

Bartolomei notes this “marks the first time an Italian academic association will openly discuss the BDS and PACBI campaigns.”

The academics’ pledge states that Israel’s vast military-industrial complex “largely depends on the willingness of governments, companies and research centers around the world to collaborate with universities and research centers in Israel.”

Italian scholars and students are working to raise awareness – and to turn that willingness into a liability in order to convince institutions to sever their ties.

Stephanie Westbrook is a US citizen based in Rome, Italy. Her articles have been published by Common Dreams, Counterpunch, The Electronic Intifada, In These Times and Z Magazine. Twitter: @stephinrome

 

thanks to: The Electronic Intifada

168 accademici italiani chiedono il boicottaggio delle università israeliane

Un’iniziativa senza precedenti l’appello di 168 professori e ricercatori che chiedono la cessazione delle collaborazioni tra atenei italiani e quelli israeliani, a partire dal Technion di Haifa 

Il Technion di Haifa

Il Technion di Haifa

della redazione

Roma, 30 gennaio 2016, Nena News – Un’iniziativa senza precedenti in Italia, nel mondo accademico e culturale del nostro paese. Sono 168 gli accademici e le accademiche di oltre 50 università e istituti di ricerca italiani ad aver firmato l’appello che chiede il boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane.

Una campagna strettamente collegata alla chiamata della società civile palestinese del 2005 alla comunità internazionale, il Bds (Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni), e che esprime solidarietà ai colleghi palestinesi colpiti da violazioni strutturali della libertà accademica da parte delle autorità israeliane.

In particolare l’appello fa riferimento agli accordi di cooperazione siglati da numerosi atenei italiani (tra cui le università di Cagliari, Firenze, Perugia, Roma e Torino e i Politecnici di Torino e Milano) con il Technion di Haifa, accusato di “supportare e riprodurre le politiche israeliane di espropriazione e di violenza militare ai danni della popolazione palestinese”.

Il testo dell’appello:

Noi, docenti e ricercatori/trici delle Università italiane siamo profondamente turbati dalla collaborazione tra l’Istituto israeliano di tecnologia “Technion” e alcune università italiane, tra cui il Politecnico di Milano, il Politecnico di Torino, l’Università di Cagliari (medicina), l’Università di Firenze (medicina), l’Università di Perugia, l’Università di Roma “Tor Vergata” e “Roma3”, l’Università Torino.

Le università israeliane collaborano alla ricerca militare e allo sviluppo delle armi usate dall’esercito israeliano contro la popolazione palestinese, fornendo un indiscutibile sostegno all’occupazione militare e alla colonizzazione della Palestina. [1] Il Technion è coinvolto più di ogni altra università nel complesso militare-industriale israeliano. [2] L’istituto svolge una vasta gamma di ricerche in tecnologie e armi utilizzate per opprimere e attaccare i palestinesi. Ad esempio, uno dei progetti più noti ha portato allo sviluppo di funzioni di controllo remoto sul bulldozer Caterpillar “D9” usato dall’esercito israeliano per demolire le case dei palestinesi e all’implementazione di un metodo per individuare i tunnel sotterranei, sviluppato appositamente per facilitare l’assedio alla Striscia di Gaza. [3]

Il Technion sviluppa programmi congiunti di ricerca e collabora con l’esercito israeliano e con le principali aziende produttrici di armi in Israele, tra cui Elbit Systems. Tra i più grandi produttori privati di armi, Elbit Systems fabbrica i droni utilizzati dall’esercito per colpire deliberatamente i civili in Libano nel 2006, a Gaza nel 2008-2009 [4] e nel 2014 e fornisce le apparecchiature di sorveglianza per il Muro dell’apartheid. [5] Inoltre, il Technion forma i suoi studenti di ingegneria affinché lavorino con aziende che si occupano direttamente dello sviluppo di armi complesse. Per esempio, Elbit Systems ha assegnato dei fondi di circa mezzo milione di dollari in borse di studio come premio per gli studenti del Technion che portano avanti ricerche di questo tipo. [6]

Il Technion intrattiene stretti rapporti anche con la Rafael Advanced Defense Systems, uno dei maggiori produttori di armi sostenuti dal governo, che ha elaborato un sistema avanzato di protezione dei carri armati israeliani Merkava. L’istituto ha promosso anche un master in gestione aziendale mirato specificatamente ai dirigenti di Rafael, rafforzando ulteriormente il rapporto tra il mondo accademico e il complesso militare-industriale d’Israele. [7] Come altre università israeliane, il Technion premia i suoi studenti che svolgono il servizio militare obbligatorio. Solo per citare un esempio, ai militari riservisti che hanno partecipato all’operazione Piombo Fuso a Gaza nel 2008-2009 sono stati anche concessi benefici sul piano accademico in aggiunta alle agevolazioni normalmente previste per i riservisti. [8]

Il funzionamento del vasto complesso militare-industriale israeliano dipende in notevole misura anche dalla volontà dei governi, delle aziende e dei centri di ricerca di tutto il mondo di collaborare con le università e i centri di ricerca israeliani. Il rapporto attivo e durevole del Technion con l’esercito e l’industria militare israeliana lo rende direttamente complice delle violazioni del diritto internazionale che essi commettono. Di conseguenza, collaborare con il Technion significa rendersi attivamente partecipi del regime di occupazione, colonialismo e apartheid d’Israele e in questo modo essere complici del sistema di oppressione che nega ai palestinesi i loro diritti umani più fondamentali.

Chiediamo pertanto ai nostri colleghi docenti e ricercatori/trici di porre fine a ogni forma di complicità con il complesso militare-industriale israeliano e chiediamo l’interruzione di ogni forma di cooperazione accademica e culturale, di collaborazione o di progetti congiunti con il Technion.

Inoltre, rispondendo all’appello della società civile palestinese che nel 2005 ha chiesto il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) contro Israele [9] fino a che non cesseranno le sistematiche violazioni contro il popolo palestinese, dichiariamo che non accetteremo inviti a visitare istituzioni accademiche israeliane; non agiremo come arbitri in nessuno dei loro processi; non parteciperemo a conferenze finanziate, organizzate o sponsorizzate da loro, o comunque non collaboreremo con loro. Tuttavia, nel pieno rispetto delle linee guida della Campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale d’Israele (PACBI) [10], continueremo a lavorare e collaborare con i nostri colleghi israeliani singolarmente.

Considerato che intellettuali critici, spiriti liberi e donne e uomini di coscienza si sono storicamente presi la responsabilità morale di combattere l’ingiustizia, come esemplificato dalla lotta per l’abolizione dell’apartheid in Sud Africa;

considerato inoltre che un numero crescente di università [11], associazioni di o singoli accademici [12] e gruppi studenteschi [13] in tutto il mondo si sono mobilitati contro la collaborazione con università e centri di ricerca israeliani complici in violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani, e in piena continuità con le campagne internazionali per la revoca degli accordi con il Technion [14]

invitiamo tutte le persone solidali con la lotta di liberazione palestinese ad unirsi alla campagna BDS fino a quando Israele non riconoscerà il diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione e non si conformerà al diritto internazionale: 1. Ponendo termine all’occupazione e alla colonizzazione di tutte le terre arabe e smantellando il Muro; 2. Riconoscendo i diritti fondamentali dei cittadini arabo-palestinesi di Israele alla piena uguaglianza; 3. Rispettando, proteggendo e promovendo i diritti dei profughi palestinesi al ritorno nelle loro case e nelle loro proprietà come stabilito nella risoluzione 194 dell’ONU.

Nel rispetto dei principi del movimento BDS rifiutiamo ogni forma di discriminazione razziale, politica, religiosa e di genere, inclusi l’antisemitismo, l’islamofobia e ogni ideologia fondata su presunte supremazie etniche o razziali.

Ci appelliamo infine a tutte le associazioni studentesche, ai movimenti di solidarietà e a tutte le persone che credono nella giustizia affinché proseguano gli sforzi di mobilitazione sia facendo pressioni sugli organi competenti per la revoca degli accordi tra il Technion e le università e i centri di ricerca italiani, sia attraverso proteste, dibattiti e azioni volte sensibilizzare le comunità accademiche sulle implicazioni della collaborazione con il Technion e in generale con le università e gli enti di ricerca israeliani.

[1]Pianificare l’oppressione. Le complicità dell’accademia israeliana (Torino: Seb27, 2010)

[2] Industry Guide to Technion

[3] Uri Yacobi Keller, The Economy of the Occupation: A Socioeconomic Bulletin (Jerusalem: Alternative Information Center, 2009), 9.

[4] Ibid., 10.

[5]Who Profits, ElbitSystems

[6] Keller, 10-11.

[7] Structures of Oppression: Why McGill and Concordia Universities Must Sever their Links with the Technion-Israel Institute of Technology

[8] Keller, 12-13

[9] L’appello palestinese per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, 9 luglio 2015

[10] PACBI Guidelines for the International Academic Boycott of Israel

[11] University of Johannesburg ends Israeli links, March 23, 2011; La SOAS dell’Università di Londra sostiene il boicottaggio di Israele con un voto schiacciante, 28 Febbraio 2015 .

[12] Si veda: 250 accademici chiedono di escludere aziende israeliane dai programmi di ricerca europei, BDS Italia, 10.07.2012; American Studies Association, Resolution to Support the Boycott of Israeli Academic Institutions,  April 20, 2013 ; A Commitment by UK Scholars to Human Rights in Palestine, October 27, 2015; Academics and Israel, The Irish Times, Nov 4, 2015 ; More than 200 South African scholars pledge support for Israel boycott, The Jerusalem Post, 16 Dec 2015 . Recentemente, l’Associazione Antropologica Americana è diventata la più grande istituzione accademica degli Stati Uniti ad approvare il boicottaggio accademico di Israele. Per un elenco dei dipartimenti e delle associazioni accademiche che sostengono il BDS si veda: http://www.usacbi.org/academic-associations-endorsing-boycott/

Contatti:

Email: campagnastoptechnion@gmail.com

Sito Web: https://stoptechnionitalia.wordpress.com

Lista dei primi firmatari:
1. Matilde Adduci, Università di Torino
2. Vittorio Agnoletto, Università di Milano
3. Alessandra Agostino, Università di Torino
4. Stefania Arcara, Università di Catania
5. Andrea Balduzzi, Università di Genova
6.Angelo Baracca, Università di Firenze
7. Giorgio Barberis, Università del Piemonte Orientale
8. Paolo Barrucci, Università di Firenze
9. Laura Bartolini, European University Institute
10. Enrico Bartolomei, Università di Macerata
11. Riccardo Bellofiore, Università di Bergamo
12. Roberto Beneduce, Università di Torino
13. Elisabetta Benigni, Università di Torino
14. Luca Bernardini, Università di Milano
15. Chiara Bertone Università del Piemonte Orientale
16. Piero Bevilacqua, Già Università di Roma 1
17. Francesca Biancani, Università di Bologna
18. Alessandro Bianchi,Università di Bari
19. Nadia Bizzarrini, Università di Napoli “Federico II”
20. Chiara Bodini, Università di Bologna
21. Stefano Boni, Università Modena e Reggio
22. Caterina Bori, Università di Bologna
23. Simona Borioni, ENEA
24. Anna Maria Brancato, Università di Cagliari
25. Giuseppe Burgio, Università di Palermo
26. Sandro Busso, Università di Torino
27. Ilaria Camplone, Csi – Università di Bologna
28. Giovanni Capellini, Roma Tre
29. Pinuccia Caracchi, Università di Torino
30. Federico Carbognani, Università di Roma “La Sapienza”
31. Vincenzo Carbone, Università Roma Tre
32. Marta Cariello, Seconda Università di Napoli
33. Diana Carminati, già Università di Torino
34. Silvana Carotenuto, Università “Orientale” di Napoli
35. Estella Carpi, New York University (Abu Dhabi), già Università di Milano
36. Giulio Castelli, Universita’ di Firenze
37. Elisa Castelli, Università di Roma “La Sapienza”
38. Bruno Catalanotti, Università Federico II di Napoli
39. Luigi Cazzato, Università di Bari
40. Iain Michael Chambers, Università di Napoli, ‘L’Orientale”
41. Daniela Chironi, European University Institute
42. Alberto Clarizia, Università Federico II – Napoli
43. Chiara Colombero, Università di Torino
44. Carmine Conelli, Università di Napoli “L’Orientale”
45. Maria Micaela Coppola ,Università di Trento
46. Laura Corradi, Università della Calabria
47. Adriano Cozzolino, Università di Napoli “L’Orientale”
48. Mauro Cristaldi, Università di Roma “La Sapienza”
49. Mariateresa Crosta, INAF
50. Lidia Curti, Università di Napoli L’Orientale
51. Armando Cutolo, Università di Siena
52. Simone D’Alessandro, Università di Pisa
53. Maria d’Erme, Università di Roma “La Sapienza”
54. Angelo d’Orsi, Università di Torino
55. Joselle Dagnes ,Università di Torino
56. Wasim Dahmash, Università di Cagliari
57. Luigi Daniele, Università di Napoli “Federico II”
58. Giulia Daniele, Instituto Universitário de Lisboa, già Scuola Superiore Sant’Anna
59. Antonietta De Falco, Seconda università di Napoli
60. Emanuele De Franco , Università di Napoli “Federico II”
61. Fabio de Nardis, Università del Salento
62. Sara de Simone, Università degli Studi di Napoli L’Orientale
63. Roberto De Vogli, Università di Padova
64. Francesco Della Puppa, Università Ca’ Foscari di Venezia
65. Federico Della Valle, Università di Trieste
66. Mariangiola Dezani , Università di Torino
67. Laura Di Michele, Università dell’Aquila
68. Rosita Di Peri, Università di Torino
69. Andrea Domenici, Università di Pisa
70. Fiorenzo Fantaccini, Università di Firenze
71. Cristina Fasolato ,Università di Padova
72. Nina Ferrante, Università L’Orientale
73. Beatrice Ferrara, Università di Napoli “L’Orientale”
74. Alessandro Ferretti, Università di Torino
75. Antonio Fiori, Università di Bologna
76. Francesca Forti, Università di Milano
77. Giorgio Forti, Università di Milano
78. Lia Forti, Università dell’Insubria
79. Giorgio Gallo, Università di Pisa
80. Stefano Ghignone, Università di Torino
81. John Gilbert, Università di Firenze
82. Elisa Ada Giunchi, Università di Milano
83. Javier Gonzalez Diez, Università di Torino
84. Gustavo Gozzi, Università di Bologna
85. Alessandra Gribaldo, Università di Modena e Reggio Emilia
86. Caterina Francesca Guidi, European University Institute
87. Luca Guzzetti, Università di Genova
88. Joseph Halevi, Universita’ di Sydney (già Università di Roma)
89. Yashima Hisao, Università di Torino
90. Antonio Iannello, Università di Firenze
91. Celeste Ianniciello, Università “L’Orientale” di Napoli
92. Albino Imperial, Università della Valle d’Aosta
93. Teresa Isenburg, Università di Milano
94. Robert Jennings, Università di Milano
95. Paolo La Spisa, Università di Genova
96. Vincenzo Lavenia, Università di Macerata
97. Domenico Losurdo, Università di Urbino
98. Patrizia Manduchi, Università di Cagliari
99. Annalisa Marchi, Università di Cagliari
100. Loredana Mariniello, Università di Napoli “Federico II”
101. Gianluigi Mauriello, Università di Napoli Federico II
102. Nicola Melis, Università di Cagliari
103. Chantal Meloni, Università di Milano
104. Sandro Mezzadra, Università di Bologna
105. Gianna Milano, Sissa – Trieste
106. Mariagrazia Monaci, Università della Valle d’Aosta
107. Giuseppe Montalbano, LUISS Guido Carli
108. Tiziana Morosetti, University of Oxford, già Università di Bologna
109. Stefano Morosetti, Università di Roma La Sapienza
110. Pierluigi Musaro, Università di Bologna
111. Cinzia Nachira, Università del Salento
112. Mara Nerbano, Accademia di Belle Arti di Firenze
113. Elana Ochse, Università di Torino
114. Matteo Ogliari, Università di Bologna
115. Giuseppe Orlandini, Università di Napoli “L’Orientale”
116. Lia Pacelli, Università di Torino
117. Silvana Palma, Università “L’Orientale”
118. Silvia Pasqua, Università di Torino
119. Nicola Perugini, Università di Brown, già Università di Siena
120. Fulvio Pezzarossa, Università di Bologna
121. Vincenzo Pezzino, Università di Catania
122. Luigi Piccioni, Università della Calabria
123. Annalisa Piccirillo, Università di Napoli “L’Orientale”
124. Daniela Pioppi, Università di Napoli L’Orientale
125. Rossana Platone, già Università di Milano
126. Ida Porfido, Università di Bari Aldo Moro
127. Raffaele Porta, Università di Napoli “Federico II”
128. Gabriele Proglio , European University Institute
129. Michaela Quadraro, Università di Napoli “L’Orientale”
130. Gianfranco Ragona, Università di Torino
131. Paolo Ramazzotti, Università di Macerata
132. Giulia Rapa, Università di Torino
133. Carlo Alberto Redi, Università di Pavia
134. Valentina Ripa, Università di Bari Aldo Moro
135. Paola Rivetti, Dublin City University, già Università di Torino
136. Maria Letizia Ruello, Università Politecnica delle Marche
137. Roberta Russo, Università L’Orientale
138. Paola Sacchi, Università di Torino
139. Donatello Santarone, Università di Roma Tre, Dipartimento di Scienze della Formazione
140. Viola Sarnelli, Università di Aberdeen, già Università L’Orientale
141. Luca Scacchi, Università della Valle d’Aosta
142. Simone Sibilio , Università “Ca Foscari” di Venezia
143. Olga Solombrino, Università “L’Orientale” di Napoli
144. Giulio Soravia, Università di Bologna
145. Lucia Sorbera, The University of Sydney, già Università di Venezia “Ca’ Foscari”
146. Barbara Sorgoni, Università di Torino
147. Angelo Stefanini, Universita’ di Bologna
148. Simona Taliani, Università di Torino
149. Tiziana Terranova, Università di Napoli “L’Orientale”
150. Marco Tiberti, Univeristà di Firenze
151. Angela Toffanin, Università di Padova
152. Massimiliano Tomba, University of Padova
153. Vincenzo Tradardi, Università di Parma
154. Raffaele Urselli, Università di Napoli “L’Orientale”
155. Gabriele Usberti, Università di Siena
156. Francesco Vacchiano, Università di Lisbona, già Università di Torino
157. Mauro Van Aken, University of Milan-Bicocca
158. Giovanna Vertova, Università di Bergamo
159. Pier Paolo Viazzo, Università di Torino
160. Rossella Viola, Università La Sapienza di Roma
161. Marina Vitale, Università di Napoli “L’Orientale”
162. Paola Zaccaria, Università di Bari
163. Virginia Zambrano, Università di Salerno
164. Federico Zanettin, Università di Perugia
165. Marco Zannetti, Università di Salerno
166. Francesco Zanotelli, Università di Messina
167. Federico Zappino, Università di Sassari
168. Monica Zoppè, CNR IFC

 

thanks to: Nena News

Gli ambientalisti: nelle istituzioni italiane pasdaran pro trivelle

Giudizi e richieste degli ambientalisti sul conflitto istituzionale in corso

I PASDARAN DELLE TRIVELLE NELLE ISTITUZIONI CREANO UN PROBLEMA AL GOVERNO

SUBITO LA MORATORIA E IL RIGETTO DELLE PROCEDURE SINORA “SOSPESE”

I 4 peccati originali del Ministero dello Sviluppo Economico

 

Il Governo Renzi ha un problema con i pasdaran pro-trivelle del Ministero dello Sviluppo Economico che, favorendo il più clamoroso conflitto istituzionale oggi in atto (con 10 Regioni che hanno promosso 6 referendum), interpretano in maniera distorta e riduttiva il ruolo del Ministero, facendo proprie le valutazioni di Assomineraria e gli interessi dei petrolieri e non difendendo, con altrettanta forza,  gli altri settori economici consolidati strategici per il Paese (turismo e pesca).

WWF, Legambiente e Greenpeace Italia chiedono il rigetto definitivo di tutti i procedimenti ancora pendenti nell’area di interdizione delle 12 miglia dalla costa (a cominciare da Ombrina) e una moratoria di tutte le attività di trivellazione a mare e a terra. Le associazioni denunciano inoltre una grave distorsione nell’operato del Ministero dello Sviluppo Economico, che sostiene e attua politiche di retroguardia in una difesa d’ufficio dei combustibili fossili, contro le scelte energetiche imposte dagli impegni assunti dall’Italia per la salvaguardia del clima: promuovere le energie rinnovabili, il risparmio e l’efficienza energetica per mantenere il riscaldamento globale entro 1,5°C.

Lo ricordano gli ambientalisti nel giorno in cui la Corte Costituzionale ha deciso di rimandare la Camera di Consiglio sui sei referendum proposti dalle Regioni sulle norme contenute nel decreto Sviluppo del 2012 e nel decreto Sblocca Italia del 2014, segnalando 4 peccati originali a conferma della loro valutazione:

  1. Il 23 dicembre il Governo ha dovuto cambiare le norme, volute dal Ministero dello Sviluppo Economico, con le quali si stabiliva la strategicità per legge delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi da autorizzare con iter semplificati e super accelerati che emarginavano le Regioni. Con quelle norme si facevano salvi non solo gli atti abilitativi acquisiti, ma anche i soli procedimenti connessi e  conseguenti in corso sino alla fine di giugno 2010 nell’area off limits delle 12 miglia marine. Il Governo l’ha fatto per disinnescare i referendum, ma quelle norme e procedure, contestate  da almeno 3 anni dagli ambientalisti, erano evidentemente di dubbia legittimità.
  2. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha sempre fatto proprie pedissequamente le valutazioni e le richieste di Assomineraria, garantendo un regime di franchigie, royalty e agevolazioni  tra i più favorevoli al mondo (le royalty in Italia sono al massimo al 10% mentre negli altri paesi produttori di petrolio vanno dal 25% della Guinea all’80% di Norvegia e Russia) sposando anche gli studi, non verificati, prodotti dai petrolieri sullo sviluppo del settore (stimando 25.000 nuovi occupati), quando il turismo nelle aree costiere messe a rischio dalle trivelle fa registrare ogni anno 43 milioni le presenze di stranieri. Il solo settore della pesca occupa, già oggi, 25mila addetti, senza contare l’indotto e la maricoltura (pesci e molluschi).
  1. Il Ministero dello Sviluppo Economico, per la vigilanza sui grandi rischi connessi alle trivellazioni, ha preteso e ottenuto l’istituzione di un comitato interministeriale e di strutture territoriali in cui sono presenti dirigenti e funzionari dell’UNMIG (Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse del Ministero) avrebbe invece dovuto far nascere anche in Italia una’“Autorità competente” indipendente, come richiesto dalla normativa europea (Direttiva 2013/30/UE), chiaramente distinta dagli uffici Ministero, per evitare conflitti di interesse nello svolgimento dei suoi compiti, come richiesto dall’Europa;
  1. Il Ministero dello Sviluppo Economico è refrattario a qualsiasi forma di pianificazione settoriale. Con la scusa dell’abrogazione della norme sottoposte a referendum è stato fatto anche scomparire il Piano delle aree per le trivellazioni, da sottoporre a valutazione ambientale strategica, richiesto dalla normativa comunitaria.

Gli ambientalisti ritengono che, per essere Paese coerente con gli impegni assunti a livello internazionale dopo la COP 21 Parigi, l’Italia dovrebbe abbandonare le strategie pro-fossili del governo Renzi (prosecuzione diretta della Strategia Energetica Nazionale del governo Monti del 2012) e definire al più presto un Piano climatico energetico che punti sulle energie rinnovabili, sul risparmio e l’efficienza energetica, nel quadro di una più ampia Strategia di decarbonizzazione per tutti i settori, per far fede all’impegno di mantenere il riscaldamento globale entro 1,5°C.

Le Associazioni ambientaliste chiedono al Governo di uscire dalla ottusa difesa degli interessi dei petrolieri e di ricondurre quanto prima il Ministero dello Sviluppo Economico al suo ruolo istituzionale.

Sorgente: Pressenza – Gli ambientalisti: nelle istituzioni italiane pasdaran pro trivelle

In Italia bombe nucleari a potenza variabile

«Le più piccole bombe Usa alimentano la paura nucleare»: così titolava ieri in prima pagina The New York Times, riferendosi alle B61-12, le nuove bombe nucleari che gli Stati uniti stanno per installare anche in Italia al posto delle B-61 schierate ad Aviano e Ghedi-Torre. Le caratteristiche di questa nuova arma nucleare sono state descritte […]

Sorgente: Pressenza – In Italia bombe nucleari a potenza variabile

Giornata della Memoria – La verità dietro i cancelli di Auschwitz

David Cole è uno storico revisionista ebreo, e in quanto tale più difficilmente attaccabile dalla critica e agevolato nello studiare l’olocausto senza il timore di essere bollato come antisemita.

 

 

OLOCAUSTO: ASCOLTIAMO ENTRAMBE LE PARTI
di Mark Weber

HolocaustCartoon.jpg

(La vignetta tradotta:

1° commento: “Non penso siano ebrei”

2° commento: noi DOBBIAMO arrivare a 6.000.000, in OGNI caso)

Tutti noi abbiamo sentito dire che il regime nazista uccise sistematicamente circa sei milioni di ebrei durante la II Guerra Mondiale, in gran parte attraverso le camere a gas. Lo sentiamo dire in continuazione dalla televisione, dai film, dai libri e dagli articoli che compaiono su giornali e riviste. I corsi di informazione sull’Olocausto sono obbligatori in molte scuole. In tutto il paese si tengono ogni anno cerimonie di commemorazione dell’Olocausto. Ogni grande città americana possiede almeno un museo dedicato all’Olocausto. A Washington, DC, il Museo Memoriale dell’Olocausto attira centinaia di migliaia di visitatori ogni anno.

Gli studiosi contestano la storia dell’Olocausto

Ma non tutti accettano la versione ufficiale dell’Olocausto. Fra gli scettici possiamo citare il Dr. Arthur Butz della Northwestern University, Roger Garaudy e il Prof. Robert Faurisson in Francia, e lo storico britannico David Irving, autore di vari bestseller.

Questi autori revisionisti non “negano l’Olocausto”. Essi riconoscono la catastrofe subita dagli ebrei d’Europa durante la II Guerra Mondiale. Non discutono il fatto che un gran numero di ebrei sia stato crudelmente strappato alle proprie case, rinchiuso in ghetti sovraffollati o deportato verso i campi di concentramento. Riconoscono che molte centinaia di migliaia di ebrei europei sono morti o sono stati uccisi, spesso in circostanze orribili.

Ma allo stesso tempo gli storici revisionisti presentano una quantità imponente, sebbene spesso ignorata, di prove a sostegno del proprio punto di vista, secondo il quale non vi sarebbe stato alcun progetto di sterminare gli ebrei d’Europa da parte dei tedeschi, le testimonianze relative agli omicidi di massa nelle “camere a gas” sarebbero spesso fasulle e la cifra di sei milioni di morti ebrei durante la guerra sarebbe un’esagerazione.

Molte affermazioni sull’Olocausto sono state abbandonate

Dalla II Guerra Mondiale la storia dell’Olocausto è cambiata un bel po’. Molte affermazioni relative allo sterminio, che un tempo erano largamente accettate, sono state lasciate cadere nel dimenticatoio.

Dachau_gas-chamber-never-used-mai-usata.jpgAd esempio, si è affermato per anni con sicurezza che gli ebrei venivano uccisi in camere a gas a Dachau, Buchenwald e in altri campi di concentramento sul territorio tedesco.

(nella foto la targa UFFICIALE posta dentro la ex “camera a gas” di Dachau)

Questa parte del racconto dello sterminio si è rivelata così insostenibile che è stata abbandonata ormai da molti anni. Nessuno storico serio dà oggi credito all’esistenza, che un tempo si riteneva provata, di “campi di sterminio” nel Reich germanico pre-1938. Perfino il celebre “cacciatore di nazisti” Simon Wiesenthal ha dovuto riconoscere che “non ci furono campi di sterminio in territorio tedesco” (1)

I principali storici dell’Olocausto affermano oggi che un gran numero di ebrei fu gasato in soli sei campi, situati in quella che è oggi la Polonia: Auschwitz, Majdanek, Treblinka, Sobibor, Chelmno e Belzec.

Tuttavia, le prove relative alle gasazioni in questi sei campi non sono qualitativamente diverse da quelle, oggi ritenute senza fondamento, presentate a suo tempo per le presunte “gasazioni” in territorio tedesco.

Durante il grande processo di Norimberga del 1945-46 e nel decennio successivo alla fine della II Guerra Mondiale, Auschwitz (soprattutto Auschwitz-Birkenau) e Majdanek (Lublino) furono considerati i due più importanti “campi della morte”.

Auschwitz_plaque_4mil.jpgA Norimberga le vittoriose forze alleate accusarono i tedeschi di aver ucciso quattro milioni di ebrei ad Auschwitz e un altro milione e mezzo a Majdanek. Oggi nessuno storico serio accetta queste cifre assurde. (2)

Inoltre, negli anni recenti, sono state raccolte prove incontrovertibili che non si conciliano con le testimonianze di attività di sterminio di massa in questi campi. Per esempio, alcune dettagliate fotografie aeree di Auschwitz-Birkenau, scattate in diversi giorni del 1944 – all’apice delle presunte attività di sterminio – non mostrano tracce di mucchi di cadaveri, ciminiere fumanti o masse di ebrei in attesa della morte, tutte cose che sarebbero chiaramente visibili se le voci che parlano di sterminio all’interno del campo fossero vere.

La “confessione” postbellica del comandante di Auschwitz, Rudolf Höss, citata spesso come prova fondamentale nella storia dell’Olocausto, si è rivelata essere una falsa testimonianza ottenuta con la tortura. (3)(Sulla tale “confessione” si legga QUI l’analisi di Carlo Mattogno)

Altre affermazioni assurde sull’Olocausto

Per un certo periodo si è seriamente sostenuto che i tedeschi ricavavano sapone dai cadaveri degli ebrei (4) e che sterminavano metodicamente gli ebrei col vapore e l’elettricità.

A Norimberga gli ufficiali americani accusarono i tedeschi di aver ucciso gli ebrei a Treblinka non nelle camere a gas, come si afferma oggi, ma facendoli bollire fino alla morte in “camere a vapore. (5)

Boris Polevoi- Russian Jewish writer Boris Polevoi-1945-elettroesecuzione-articolo-pravda.jpg(In foto, Boris Polevoi ,giornalista propagandista ebreobolscevico della Pravda che,il 2 Febbraio 1945 ,5 giorni dopo l’occupazione russa dell’ abbandonato lager di Auschwitz, inventò, in un articolo l’elettro esecuzione nel KL di Auschwitz, evidentemente DOPO aver ascoltato i SOPRAVVISSUTI lì rimasti, che EVIDENTEMENTE non sapevano di CAMERE a GAS e della carneficina di “4.000.000” di ebrei appena conclusasi ! )

Qui sotto quello che dovrebbe essere stato il sistema di sterminio nella fantasia giudeobolscevica

 auschwitz-elettroesecuzione-maggio-1945-pravda-pavlov-ebreo.jpg

 Il 2 febbraio1945 la Pravda pubblicò un articolo del suo corrispondente Boris Poljevoi intitolato «Il complesso della morte ad Auschwitz», nel quale, tra l’altro, si legge quanto segue:

«Essi [i Tedeschi] spianarono la collina delle cosiddette “vecchie” fosse nella parte orientale, fecero saltare e distrussero le tracce del nastro trasportatore elettrico (eljektrokonvjeijera) dove erano stati uccisi centinaia di detenuti alla volta con la corrente elettrica (eljektriceskim tokom); i cadaveri venivano messi su un nastro trasportatore che si muoveva lentamente e scorreva fino a un forno a pozzo (sciachtnuju pje­), dove i cadaveri bruciavano completamente»(consulta la fonte coi riferimenti, cliccando QUI)

I giornali americani, citando il rapporto di un testimone sovietico dall’appena liberato campo di Auschwitz, raccontarono nel 1945 ai lettori che i metodici tedeschi avevano ucciso gli ebrei utilizzando una grata elettrificata su cui centinaia di persone potevano essere fulminate simultaneamente [e] poi spostate verso i forni. Esse venivano cremate quasi immediatamente, ricavando dai loro corpi fertilizzante per i vicini campi di cavoli”. (6)

Queste e molte altre bizzarrie riguardanti l’Olocausto sono state silenziosamente abbandonate col passare degli anni.

Le malattie uccisero molti detenuti

Tutti conoscono le terribili fotografie dei detenuti morti o moribondi trovati in campi di concentramento come Bergen-Belsen e Nordhausen, liberati dalle truppe americane e britanniche nelle ultime settimane della guerra in Europa. Molte persone accettano queste fotografie come prova dell’”Olocausto”.

In realtà, questi detenuti morti o moribondi furono le sfortunate vittime delle malattie e della malnutrizione provocate dal totale collasso della Germania negli ultimi mesi della guerra. Se davvero ci fosse stato un sistematico programma di sterminio, gli ebrei trovati vivi dagli alleati alla fine della guerra sarebbero stati molti di meno. (7)

Di fronte all’avanzare delle truppe sovietiche, una gran quantità di ebrei, negli ultimi mesi di guerra, venne evacuata dai campi e dai ghetti orientali verso i restanti campi della Germania occidentale. Questi campi divennero ben presto tremendamente sovraffollati, il che vanificò gli sforzi di prevenire la diffusione delle malattie. Inoltre, il collasso del sistema dei trasporti tedesco rese impossibile rifornire i campi del cibo e delle medicine necessarie.

Testimonianze inattendibili

vrba_wetzler1.jpgGli storici dell’Olocausto si affidano soprattutto ai cosiddetti “testimoni sopravvissuti” per sostenere la versione ufficiale. Ma simili “prove” sono notoriamente inattendibili e sono ben pochi i sopravvissuti che affermano di aver assistito a omicidi di massa.

Il direttore degli archivi dello Yad Vashem, il Museo israeliano dell’Olocausto, ha confermato che buona parte delle 20.000 testimonianze di sopravvissuti conservate nel museo sono “inattendibili.

Molti sopravvissuti, desiderando “sentirsi parte della storia”, hanno dato sfogo alla propria immaginazione, afferma il direttore Shmuel Krakowski. (8) (Cliccando QUI si leggerà di 2 falsari olocaustici,ebrei,per eccellenza,foto sopra!)

Il prof. Arno Mayer dell’Università di Princeton, ha scritto:

Le fonti per lo studio delle camere a gas sono, al contempo, rare e inattendibiliNon è possibile negare le molte contraddizioni, ambiguità ed errori delle fonti esistenti”. (9)

Documenti tedeschi confiscati

Haavara_in_inglese.jpg(A sin un documento originale INCONTESTABILE: il PATTO di COLLABORAZIONE tra ebrei sionisti tedeschi e III° Reich sulla EMIGRAZIONE ebraica dalla Germania,firmato il 25 Agosto 1933!)

Alla fine della II Guerra Mondiale gli alleati confiscarono un’enorme quantità di documenti tedeschi relativi alla politica della Germania verso gli ebrei durante il periodo di guerra, che viene spesso definita “soluzione finale”. Ma non è mai stato trovato un solo documento che si riferisca a un programma di sterminio. Al contrario, i documenti trovati mostrano che la “soluzione finale” era un programma di emigrazione e deportazione, non di sterminio.

Uno dei documenti più importanti è un memorandum del Ministero degli esteri tedesco, datato 21 agosto 1942. (10) “L’attuale guerra offre alla Germania l’opportunità e anche il dovere di risolvere la questione ebraica in Europa”, si legge nel documento. La politica “di promuovere l’evacuazione degli ebrei in stretta cooperazione con il Reichsführer SS [Heinrich Himmler] è ancora in vigore”. Il memorandum nota che il numero di ebrei così deportati verso Est non basta a soddisfare le locali richieste di manodopera”.

Il memorandum cita il Ministro degli Esteri von Ribbentrop, affermando che “alla fine di questa guerra tutti gli ebrei dovranno aver lasciato l’Europa. Questa è stata un’irremovibile decisione del Führer [Hitler] ed è anche l’unico modo di affrontare questo problema, poiché l’unica soluzione possibile è quella globale e generale, mentre le misure individuali non sarebbero di gran giovamento”.

Il memorandum si conclude con l’affermazione che “le deportazioni [degli ebrei dell’Est] sono un passo ulteriore sulla strada di una soluzione definitiva… La deportazione verso il Governo Generale [polacco] è una misura provvisoria. Gli ebrei saranno in seguito trasferiti verso i territori occupati dell’Est [sovietico], non appena le condizioni tecniche lo permetteranno”.

Hitler e la “soluzione finale”

[Sul “problema” (per gli olosterminazionisti in S.P.E.) dell’ORDINE (mancante!) di sterminio di Adof Hitler, si legga il CAPITOLO V dello studio “Hilberg e le conoscenze della storiografia olocausticasul Führerbefehl all’inizio degli anni Ottanta. Bilancio di due convegni storici” di Carlo Mattogno, cliccando QUI]

Non c’è nessuna prova documentale che Hitler abbia mai dato l’ordine di sterminare gli ebrei. Al contrario, i documenti evidenziano che il leader tedesco voleva che gli ebrei lasciassero l’Europa, con l’emigrazione, se possibile, o con la deportazione, se necessario.

Schlegelberger document marzo-aprile1942.JPGUn documento (foto, German Federal Archives (BA) file R.22/52) confidenziale trovato dopo la guerra nei registri del Ministero della Giustizia del Reich rivela il suo pensiero. Nella primavera 1942, il Segretario di Stato Schlegelberger annotava in un memorandum che il capo della Cancelleria di Hitler, Hans Lammers, lo aveva informato che il Führer [Hitler] gli ha detto ripetutamente [a Lammers] che vuole che la soluzione del problema ebraico venga rinviata a dopo la fine della guerra”. (11)

E il 24 luglio 1942, Hitler confermò a persone a lui vicine la propria determinazione a rimuovere dall’Europa tutti gli ebrei dopo la fine della guerra:

Gli ebrei sono interessati all’Europa per ragioni economiche, ma l’Europa deve respingerli, non fosse altro che nel proprio interesse, visto che gli ebrei sono razzialmente più forti. Dopo che la guerra sarà finita, mi atterrò rigorosamente a questo progetto… Gli ebrei dovranno andarsene ed emigrare verso il Madagascar o in qualche altro stato nazionale ebraico”. (12)

Le SS di Himmler e i campi

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(Nella foto alcuni internati del lager di Campo di concentramento di Mittelbau-Dora ,addetti alla produzione di componenti per missili V2, CliccandoQUI maggiori informazioni su tale attività)

Il 28 dicembre 1942 la direzione amministrativa dei campi SS inviò una direttiva a tutti i campi di concentramento, compreso Auschwitz, criticando con durezza l’alta incidenza della morte per malattia fra i detenuti e ordinando che

“i medici dei campi utilizzino tutti i mezzi a loro disposizione per ridurre in modo significativo il tasso di mortalità nei vari campi.

Veniva inoltre ordinato:

I dottori dei campi dovranno controllare più frequentemente che in passato la nutrizione dei prigionieri e, coordinandosi con l’amministrazione, proporre soluzioni migliorative ai comandanti di campo… I dottori di campo dovranno vigilare affinché le condizioni operative nei diversi luoghi di lavoro siano le migliori possibili.

Infine, la direttiva sottolineava che il Reichsführer SS [Himmler] ha ordinato che il tasso di mortalità venga ridotto ad ogni costo. (13)

Sei milioni

La cifra di sei milioni di morti ebrei durante la guerra, che ci viene incessantemente ripetuta, è un’esagerazione. Uno tra i principali giornali della neutrale Svizzera, il quotidiano Baseler Nachrichten, stimava nel giugno 1946 che non più di 1,5 milioni di ebrei europei potevano essere morti sotto il dominio tedesco durante la guerra. (14) In effetti, milioni di ebrei sopravvissero al dominio tedesco durante la II Guerra Mondiale, compresi molti di coloro che erano stati internati ad Auschwitz e in altri “campi di sterminio”.

“Olocaustomania” a senso unico

holokauszt.holocash.jpgBenché la II Guerra Mondiale sia finita più di 60 anni fa, non c’è stata tregua nel flusso costante di film aventi per tema l’Olocausto, di cerimonie di “commemorazione dell’Olocausto” e di corsi d’informazione sull’Olocausto.

Il rabbino capo d’Inghilterra, Immanuel Jakobovits, ha appropriatamente descritto la propaganda sull’Olocausto come una vera e propria industria, con profitti notevoli per scrittori, ricercatori, registi, costruttori di monumenti, progettisti di musei e perfino politici”. Ha anche aggiunto che diversi rabbini e teologi sono “partner di questo lucroso affare”. (16)

holocaustianità-auschwitziana-delirio-pazzia-demenza-paranoia-ebraica-ebrei-juden-jews.jpgPer molti ebrei, l’Olocausto è praticamente una nuova religione. Il rabbino Michael Goldberg parla di “culto dell’Olocausto” con “i suoi articoli di fede, i suoi riti, i suoi santuari”. (17) In questa campagna propagandistica – che lo storico ebreo-americano Alfred Lilienthal chiama “olocaustomania” – gli ebrei vengono ritratti come vittime assolutamente incolpevoli e i non ebrei come esseri moralmente retrogradi che possono trasformarsi da un momento all’altro in nazisti assassini.

Per molti ebrei, la principale lezione che deriva dall’Olocausto è che i non ebrei, in un certo senso, sono tutti da guardare con sospetto. Se un popolo così istruito ed evoluto come quello tedesco può rivoltarsi contro gli ebrei, allora nessuna nazione non ebraica può essere del tutto degna di fiducia.

Alle vittime non ebree non viene riservato lo stesso trattamento. Ad esempio, in America non vi sono memoriali, centri di studi o cerimonie annuali per le vittime del dittatore sovietico Stalin, che fece di gran lunga più vittime di Hitler, o per le decine di milioni di vittime del dittatore cinese Mao Zedong.

L’Olocausto che semina odio

La storia dell’Olocausto viene utilizzata spesso per fomentare odio e ostilità, soprattutto contro il popolo tedesco, gli europei dell’est e la Chiesa Cattolica.

Elie Wiesel Holocaust -hoaxer.jpgIl noto scrittore ebreo Elie Wiesel (nel fotomontaggio) è un ex detenuto di Auschwitz che ha ricoperto l’incarico di direttore dell’Holocaust Memorial Council americano. Nel 1986 ha ricevuto il Premio Nobel per la pace. Questo sionista fervente ha scritto nel suo libro Legends of Our Time:

Ogni ebreo, da qualche parte del proprio essere, dovrebbe riservare una zona all’odio – un odio forte, virileper ciò che il tedesco rappresenta e per ciò che continua ad esistere in ogni tedesco. (18)

(Su tale wiesel elie ,sulle sue  storie si sedicente sopravvissuto, la demolizione sistematica di un VERO ex internato ,nello studio dedicato di Carlo Mattogno,cliccare QUI)

Cui prodest?

La campagna di commemorazione dell’Olocausto è di vitale importanza per gli interessi di Israele, che deve la propria esistenza agli enormi finanziamenti annuali pagati dai contribuenti americani. Serve a giustificare il massiccio sostegno offerto dagli USA a Israele e a giustificare le altrimenti ingiustificabili politiche israeliane.

Paula E. Hyman, insegnante di storia ebraica moderna all’Università di Yale, ha osservato:

arbeit-macht-frei-palestinian-holocaust.jpgPer ciò che riguarda Israele, l’Olocausto può essere usato per mettere a tacere le critiche politiche e sopprimere il dibattito; esso rafforza il sentimento degli ebrei di essere un popolo eternamente perseguitato che può confidare unicamente in se stesso per la propria difesa. L’evocazione della sofferenza patita dagli ebrei sotto il nazismo sostituisce spesso gli argomenti razionali e serve a convincere i dubbiosi della legittimità dell’attuale politica del governo israeliano”. (19)

(nella foto un esempio della scellerata e genocida attività criminale dell’entità sionista di Palestina che si VUOLE e DEVE  giustificare e coprire)

Norman Finkelstein, professore ebreo che insegna alla DePaul University di Chicago [insegnava, purtroppo, ora è stato fatto licenziare, NdT], scrive nel suo libro L’industria dell’Olocausto che

“invocare l’Olocausto” è “un espediente per delegittimare ogni critica verso gli ebrei”. Aggiunge:

“Attribuendo agli ebrei la totale esenzione da ogni colpa, il dogma dell’Olocausto immunizza Israele e la comunità ebraica americana dalle legittime critiche… L’Organizzazione Ebraica Americana ha sfruttato l’Olocausto nazista per sviare le critiche verso Israele e le sue politiche moralmente indifendibili”.

germany-pays.gifFinkelstein parla anche dello sfacciato “ladrocinio” ai danni della Germania, della Svizzera e di altri paesi da parte di Israele e della comunità ebraica internazionale

allo scopo di estorcere miliardi di dollari (20)

Un altro motivo per cui la leggenda dell’Olocausto si è rivelata così durevole sta nel fatto che i governi delle principali potenze hanno un forte interesse a tenerla viva. Le potenze uscite vincitrici dalla II Guerra Mondiale – Stati Uniti, Russia e Inghilterra – hanno tutto da guadagnare nel dipingere lo sconfitto regime hitleriano il più negativamente possibile. Più si fa apparire quel regime come malvagio e satanico, più facilmente la causa alleata – e i mezzi che furono usati per perseguirla – potrà essere presentata come giustificata e perfino nobile.

Conclusione

$apone ebraico,$hoah must go on,6.000.000 ... $ei milioni ?,aaa-cerca$i camere a ga$,accordo trasferimento,haavara agreement,adolf hitler,ansia,paranoia,delirio,prozac,articoli di g.l. freda,articoli di mark weber,au$chwitz fotografie aeree,au$chwitz olocau$to idolatria,au$schwitz : assistenza sanitaria,bla$femia olocau$tiane$imo,disordine da stress pre traumatico (dpts),endlösung: nisko plan,führerbefehl-ordine $terminio,gianluca freda,holoca$h,holocash,truffa,indu$tria dell'olocau$to,lager au$chwitz,lager buchenwald - dora,lager dachau,lager für holocaust revisionisten,madagascar,wannsee,deportazioni all'est,martin luther memorandum,repre$$ione revisionismo,schlegelberger documento,soluzione finale - endlösung,ss-obersturmbannführer r. höss,testimoni falsi e falsari,verità politicamente scorrette,wiesel elie (il sedicente),wiesenthal simonIn molti paesi, lo scetticismo sull’Olocausto è messo a tacere o perfino espressamente vietato.(“REATO” che si vuole perseguire anche in Italia ,cliccare QUI,da parte di tale pacifici riccardo,ebreo di Roma)(nella foto : pacifici riccardo)

Negli Stati Uniti, molti insegnanti sono stati licenziati per avere espresso punti di vista eretici su questo argomento. In Canada, negli Stati Uniti e in Francia, accade spesso che energumeni aggrediscano gli scettici dell’Olocausto.

Uno di questi ultimi è stato perfino ucciso per le sue opinioni. (21)

In alcuni paesi, tra cui Francia e Germania, la “negazione dell’Olocausto” è un reato. Molte persone sono state incarcerate, pesantemente multate o costrette all’esilio per avere espresso dubbi su certi aspetti della versione ufficiale dell’Olocausto.

Nonostante le leggi contro la “negazione dell’Olocausto”, la pubblica censura, le intimidazioni, le incessanti campagne di “commemorazione dell’Olocausto” e perfino le aggressioni fisiche, un documentato scetticismo riguardo la versione ufficiale dell’Olocausto sta rapidamente espandendosi in tutto il mondo.

Questa tendenza è salutare. Ogni capitolo della storia, compreso quello del trattamento riservato agli ebrei d’Europa durante la II Guerra Mondiale, dovrebbe essere oggetto di studi critici obbiettivi. Un dibattito senza vincoli e uno scetticismo documentato sulle vicende storiche – perfino su quelle “ufficiali” – è essenziale in una società libera, aperta e matura.

 Note

1. Books & Bookmen (Londra), Aprile 1975, p. 5; “Gassings in ,” Stars and Stripes (edizione europea), 24 gennaio 1993, p. 14; “Wiesenthal Re-Confirms: ‘No Extermination Camps on German Soil’”, in The Journal of Historical Review, maggio-giugno 1993, pp. 9-11.
( http://www.ihr.org/jhr/v13/v13n3p-9_Staff.html )

2. Allied indictment at Nuremberg Tribunal. International Military Tribunal (IMT) “blue series,” Vol. 1, p. 47; Raul Hilberg, The Destruction of the European Jews (Holmes & Meier [3 voll.], 1985), p. 1219; Peter Steinfels, “Auschwitz Revisionism,” The New York Times, Nov. 12, 1989.

3. Rupert Butler, Legions of Death ( Inghilterra: 1983), pp. 235-237; R. Faurisson, “How the British Obtained the Confessions of Rudolf Höss,” in The Journal of Historical Review, Winter 1986-87
( http://www.ihr.org/jhr/v07/v07p389_Faurisson.html ).

4. Mark Weber, “Jewish Soap”, in The Journal of Historical Review, Estate 1991, pp. 217-227.
( http://www.ihr.org/jhr/v11/v11p217_Weber.html )

5. Documento di Norimberga PS-3311 (USA-293). International Military Tribunal (IMT) “blue series,” Vol. 32, pp. 153-158; IMT, Vol. 3, pp. 566-568; Vedi anche: M. Weber, Treblinka,” in The Journal of Historical Review, Estate 1992, pp. 133-158
( http://www.ihr.org/jhr/v12/v12p133_Allen.html )

6. Washington (DC) Daily News, 2 febbraio 1945, pp. 2, 35. (dispaccio della United Press da Mosca).

7. Vedi: M. Weber, “Bergen-Belsen Camp: The Suppressed Story,” in The Journal of Historical Review, maggio-giugno 1995, pp. 23-30.
( http://www.ihr.org/jhr/v15/v15n3p23_Weber.html)

8. B. Amouyal, “Doubts Over Evidence of Camp Survivors”, in The Jerusalem Post (Israele), 17 agosto 1986, p. 1.

9. Arno J. Mayer, Why Did the Heavens Not Darken? (Pantheon, 1989), pp. 362-363.

10. Documento di Norimberga NG-2586-J. Tribunale Militare di Norimberga (NMT) “green series,” Vol. 13, pp. 243-249.

11. Documento di Norimberga PS-4025. Citato in: D. Irving, Hitler’s War (Focal Point, 2002), p. 497. Facsimile alle pagine 606 e 607.
(Pubblicato anche sul sito http://www.fpp.co.uk/Himmler/Schlegelberger/DocItself0342…)

12. H. Picker, Hitlers Tischgespräche im Führerhauptquartier (Stoccarda, 1976), p. 456.

13. Documento di Norimberga PS-2171, Annex 2; A. de Cocatrix, Die Zahl der Opfer der nationalsozialistischen Verfolgung (Arolsen: International Tracing Service/ICRC, 1977), pp. 4-5; Nazi Conspiracy and Aggression (NC&A) “red series,” Vol. 4, pp. 833-834.

14. Baseler Nachrichten, 13 giugno 1946, p. 2.

15. Vedi: M. Weber, “Wilhelm Höttl and the Elusive ‘Six Million’” in The Journal of Historical Review, sett.-dic. 2001
( http://www.ihr.org/jhr/v20/v20n5p25_Weber.html)

16. H. Shapiro, “Jakobovits”, in The Jerusalem Post (Israele), 26 novembre 1987, p. 1.

17. M. Goldberg, Why Should Jews Survive? (Oxford Univ. Press, 1995), p. 41.

18. Legends of Our Time (New York: Schocken Books, 1982), Cap. 12, p. 142.

19. P. E. Hyman, “New Debate on the Holocaust”, su New York Times Magazine, 14 settembre1980, p. 79.

20. Norman G. Finkelstein, The Holocaust Industry (Verso, 2003), pp. 37, 52, 130, 149.

21. Vedi: R. Faurisson, “Jewish Militants: Fifteen Years, and More, of Terrorism in ”, in The Journal of Historical Review, Marzo-Aprile 1996, pp. 2-12
( http://www.ihr.org/jhr/v16/v16n2p-2_Faurisson.html) ;
M. Weber, The Zionist Terror Network ( http://www.ihr.org/books/ztn.html)

 N.B.Colore,foto,evidenziatura, grassetto, sottolineatura, NON sono parte del testo originale
http://olo-truffa.myblog.it/adolf-hitler/

Il ventesimo anniversario del rapporto Leuchter

INTERVISTA CON FRED LEUCHTER

Di Richard A. Widmann

Forse il più importante di tutti gli studi revisionisti, Il Rapporto Leuchter: Un rapporto tecnico sulle presunte camere a gas di esecuzione di Auschwitz, Birkenau e Majdanek, in Polonia, celebra quest’anno il ventesimo anniversario della sua pubblicazione. Sebbene la maggior parte dei revisionisti conoscano bene la gestazione di questo lavoro pionieristico, è bene fare un breve riassunto.

Nel 1988 Ernst Zündel si trovò sotto processo per aver violato in Canada una legge contro la diffusione di “false notizie”. Il “crimine” di Zündel era quello di aver pubblicato un opuscolo che contestava la versione ortodossa dell’Olocausto, Did Six Million Really Die? [Ne sono morti davvero sei milioni?], di Richard Harwood. In seguito alla raccomandazione del professor Robert Faurisson, il team di legali di Zündel cercò un esperto delle camere a gas che potesse fornire una valutazione sulle presunte camere a gas in Polonia e riferire sulla loro capacità omicida.

Bill Armontrout, il direttore del penitenziario di stato del Missouri disse che Fred Leuchter era il solo esperto degli Stati Uniti nella progettazione, nel funzionamento e nella manutenzione delle camere a gas. Dal 1979 al 1988, Leuchter lavorò con la maggior parte degli stati americani che effettuavano esecuzioni capitali. Si specializzò nella progettazione e nella fabbricazione di attrezzature di esecuzione, inclusi sistemi di elettrocuzione, di iniezione di sostanze letali, di impiccagione, e di attrezzature per camere a gas. Leuchter era la scelta giusta: era infatti il solo esperto di camere a gas negli Stati Uniti, e credeva nel genocidio nazista degli ebrei.

A Leuchter venne chiesto dal team di Zündel di andare in Polonia e di intraprendere un’ispezione e un’analisi forense delle presunte camere a gas. Il 25 Febbraio del 1988, Leuchter si recò in Polonia per esaminare le presunte camere a gas di Auschwitz, Birkenau e Majdanek. Leuchter esaminò gli edifici descritti nella letteratura specializzata come camere a gas omicide. Condusse anche un’ispezione forense, per la quale vennero presi dei campioni di mattoni e di malta, che vennero portati negli Stati Uniti per essere sottoposti ad analisi chimica.

Il risultato delle scoperte di Leuchter venne sottoposto al Tribunale canadese. Leuchter scrisse nel suo rapporto che “il sottoscritto non ha trovato prove che nessuna delle strutture normalmente ritenute camere a gas omicide siano mai state utilizzate come tali e, inoltre, ritiene che a causa della progettazione e della costruzione di tali strutture, queste non possano essere state utilizzate come camere a gas omicide”.

Il giudice, Ron Thomas, decise che Leuchter era qualificato come esperto nella progettazione, costruzione, manutenzione e funzionamento della camere a gas. A Leuchter venne permesso di fornire il suo parere sul funzionamento e l’idoneità delle dette strutture ad operare come camere a gas omicide. Il suo Rapporto, però, non venne ammesso come prova. Sebbene il Rapporto non venne accettato dalla Corte, ebbe però un effetto sbalorditivo. A causa delle sue scoperte molte persone diventarono scettiche della versione comunemente accettata dell’Olocausto.

Forse l’impatto più importante del lavoro di Leuchter fu quello che ebbe sullo storico inglese David Irving. Poco dopo aver visto il Rapporto per la prima volta, Irving scrisse: “Mi sono state mostrate queste prove per la prima volta quando sono stato chiamato come perito al processo Zündel a Toronto nell’Aprile del 1988, i rapporti di laboratorio erano sconvolgenti”. Prosegue Irving: “Nessuna traccia significativa [di composti di cianuro] venne trovata negli edifici…definiti come le famigerate camere a gas del campo. Né, come l’autore spaventosamente ferrato del rapporto mette in chiaro, la progettazione e la costruzione di questi edifici rendevano fattibile il loro utilizzo come camere a gas omicide” (Leuchter Report: Focal Point Edition p.6).

Nonostante sia stato universalmente riconosciuto quale esperto nel campo delle attrezzature di esecuzione, Leuchter ora si ritrova sotto attacco per la sua testimonianza. Si può dire che è stata la forza del Rapporto Leuchter, l’analisi scientifica irrefutabile e la credibilità del suo autore a spingere coloro che difendono la versione ortodossa dell’Olocausto ad attaccarlo nel modo maligno con cui hanno agito. Vennero fatte minacce ai funzionari delle carceri che avevano scelto di lavorare con Leuchter. Venne calunniato sui giornali e in televisione. Vennero utilizzati cavilli legali per impedirgli di lavorare. Contro di lui venne impiegata anche la repressione giudiziaria.

Non c’è dubbio che Fred Leuchter ha pagato un prezzo estremamente alto per difendere la libertà di Ernst Zündel. Fred, tuttavia, è uno di quei rari soggetti che capiscono che quando è in pericolo la libertà di una persona, è in pericolo la libertà di tutti. Fred conosce anche l’importanza della verità storica. Il suo Rapporto non era motivato dall’interesse personale. Non era ispirato dall’inimicizia contro qualcuno e non era il frutto di un’agenda nascosta, nonostante quello che i suoi detrattori vorrebbero far credere. Allora, come adesso, Fred Leuchter è un vero personaggio. Germar Rudolf l’ha definito “un pioniere”. Io direi che è un eroe.

Il 30 Giugno di quest’anno, Fred Leuchter mi ha permesso di fargli la seguente intervista:

Widmann: Signor Leuchter, il suo lavoro, il “Rapporto Leuchter” ha vent’anni. In esso lei ha espresso la sua opinione di tecnico, basata su anni di esperienza come tecnico in attrezzature di esecuzione, che “le presunte camere a gas nei siti ispezionati non potevano essere, allora come adesso, utilizzate come camere a gas di esecuzione”. Lei è ancora di quest’opinione e, in caso affermativo, perché?

Leuchter: Quella era e rimane la mia opinione di tecnico. Il tempo ha solo cementato quell’opinione. Il laboratorio della Polizia di Stato polacca, Germar Rudolf, Walter Lüftl, e molti altri hanno proseguito le mie indagini e hanno confermato le mie scoperte. Se qualcuno contestava all’epoca le mie risultanze e la mia opinione, ora non può. Io certamente non lo faccio. Non presi le mie indagini alla leggera. Ho fatto lo stesso lavoro diverse altre volte negli Stati Uniti relativamente ad attrezzature di esecuzione difettose e a condanne a morte eseguite malamente. Prendo il mio lavoro e la mia reputazione molto seriamente. Le presunte camere a gas non furono né allora né mai della camere a gas di esecuzione.

Widmann: Lei ha pagato un prezzo molto alto per il suo coinvolgimento nel revisionismo dell’Olocausto. Se lei potesse rifare tutto daccapo, rifarebbe adesso quel suo viaggio, diventato famoso, nei campi di concentramento in Polonia?

Leuchter: Non mi piace quello che mi è accaduto! Non potrei in buona coscienza prendere le distanze da Zündel, non lo,potevo allora e neppure adesso. Aveva diritto alla migliore difesa possibile e quella difesa era imperniata su di me. Inoltre, credo che chiunque abbia diritto alla libertà di parola e di pensiero. Sì, lo farei di nuovo.

Widmann: Si tiene al corrente degli studi e delle opinioni dei revisionisti? In particolare, ha letto il rapporto di Germar Rudolf, che sostanzialmente conferma la maggior parte delle conclusioni del suo rapporto? In tal caso, qual è la sua opinione del lavoro di Rudolf?

Leuchter: Sì, mi tengo al corrente. E sì, ho letto il suo rapporto. Credo che il rapporto di Germar sia un lavoro eccellente. Germar è un chimico e come tale il suo approccio alla questione è differente dal mio. Quello che ci differenzia è secondario e deriva da questioni disciplinari. Sono onorato che Germar Rudolf sia d’accordo con il mio lavoro e che lo abbia confermato!

Widmann: Qual è la sua opinione sulla legislazione anti-revisionista di gran parte dell’Europa, che ha messo fuori legge i punti di vista alternativi sull’Olocausto?

Leuchter: Credo che questa legislazione sia esiziale per il libero pensiero e per la libertà di parola e quei paesi e quei politici che la sostengono dovrebbero vergognarsi. Gli elettori di quei paesi dovrebbero vergognarsi che una tale legislazione sia stata approvata e rafforzata in loro nome e dovrebbero rimuovere i politici che ne sono responsabili. Stanno creando un Gulag nei loro stessi paesi.

Widmann: Che consiglio darebbe per quei giovani che possono trovarsi a fronteggiare una forma tremenda di ostilità contro idee e ideali che essi sentono, e sanno, essere giusti? Dovrebbero prendere posizione anche alla luce di una forte ostilità?

Leuchter: Non sono sicuro che questa sia una domanda da fare a me, a Zündel, a Faurisson, a Germar o a chiunque altro che è stato preso dalla lotta, e che è stato punito così duramente per aver detto la verità. Tutti noi, diremmo, in modo inequivocabile, “Prendete posizione, e combattete”. Più duro è il combattimento, più tosti dobbiamo essere.

Widmann: Sicuramente la sua è stata una vita interessante e qualcuno direbbe anche sorprendente. Ha pensato di scrivere le sue memorie?

Leuchter: Forse. Veda se riesce a trovare qualcuno che faccia un’offerta!

 

http://www.codoh.com/author/portraits/port2leu.htmlhttp://www.nizkor.org/hweb/people/l/leuchter-fred/ihr-v12n4.html

hitbush.jpgPrescott Sheldon Bush (bisnonno di George W. Bush), Come i suoi discendenti, fu membro della Skull & Bones, società che gli permise di entrare in contatto con le famiglie Harriman e Walker, formatesi anch’esse all’universita di Yale. L’unione con Dorothy Walker, figlia del ricco industriale George Herbert Walker, era destinata anche a generare grandi affari tra il clan dei Bush e quello dei Walker (sempre sotto l’ala protettrice degli Harriman, Rotshilds e dei Rockefeller, famiglie di origine ebrea).

Il 20 ottobre 1942, dieci mesi dopo la dichiarazione di guerra al Giappone e alla Germania da parte degli Stati Uniti, il presidente Roosevelt ordinò la confisca delle azioni della UBC in quanto accusata di finanziare Hitler e di avere ceduto quote azionarie a importanti gerarchi nazisti.

Prescott Bush era allora azionista e direttore dell’UBC. Una questione del massimo interesse, considerato che, dopo essere salito al potere nel 1933, Hitler aveva decretato l’abolizione del debito estero tedesco, contratto in larga parte in seguito al Trattato di Versailles.

Il 28 ottobre 1942, Roosevelt ordinò la confisca delle azioni di due compagnie statunitensi che contribuivano ad armare Hitler, la Holland American Trading Corporation e la Seamless Equipment Corporation, entrambe amministrate dalla banca di proprietà della famiglia Harriman, di cui era allora direttore Bush.Tanto per fare un esempio, per Hitler e Stalin sarebbe stato molto più complicato sostenere una guerra aperta se la banda Harriman-Bush-Walker non avesse allo stesso tempo armato Hitler fino ai denti e rifornito di carburante le truppe russe. Era dagli anni Venti che la famiglia Walker estraeva petrolio da Baku (Azerbaigian) per poi rivenderlo all’Armata Rossa.Prima che scoppiasse la Seconda Guerra Mondiale, e ancora durante il conflitto, una joint venture legava la Standard 0il, di proprietà della famiglia Rockefeller, alla I.G. Farben, un’imponente industria chimica tedesca. Molti degli stabilimenti comuni alla Standard Oil e alla I.G. Farben situati nelle immediate vicinanze dei campi di concentramento nazisti – tra cui Auschwitz, per esempio – sfruttavano il lavoro dei prigionieri per produrre un’ampia gamma di prodotti chimici, tra cui il Cyclon-B, gas letale molto diffuso nei lager per sterminare le stesse persone che erano costrette a produrlo.

E nonostante il bombardamento sistematico con cui rasero al suolo moltissime città tedesche durante la guerra, le truppe statunitensi agirono sempre con estrema cautela quando si trattava di colpire zone in prossimità di questi stabilimenti chimici. Nel 1945 la Germania era sotto un cumulo di macerie, ma gli stabilimenti erano tutti intatti. Quando fu eletto vicepresidente nel 1980, George Bush senior incaricò un personaggio misterioso, tale William Farish III, di amministrare e gestire tutti i suoi beni. Il sodalizio tra i Bush e i Farish si colloca molto indietro nel tempo, addirittura prima dello scoppio della seconda guerra mondiale: William Farish dirigeva negli Stati Uniti il cartello formato dalla Standard Oil of New Jersey (l’attuale Exxon) e la I.G. Farben di Hítler. Fu precisamente questo consorzio a determinare l’apertura del campo di concentramento di Auschwitz nel 1940 allo scopo di produrre gomma sintetica e nafta dal carbone. All’epoca, quando questa notizia cominciò a diffondersi agli organi di stampa, il Congresso statunitense apri un’inchiesta. Se si fosse davvero spinta fino alle ultime conseguenze, avrebbe irrimediabilmente compromesso il clan Rockefeller. Ma non avvenne nulla di tutto ciò: ci si limitò a silurare il direttore esecutivo della Standard Oil, William Farish I. In occasione di quel congresso, W. Averell Harriman si occupò personalmente di far arrivare a New York i maggiori ideologi del nazismo, prendendo accordi con la Hamburg-Amerika Line , di proprietà dei Walker e dei Bush. Tra quegli “scienziati” vi era anche il principale fautore delle teorie razziste durante il regime di Hitler, lo psichiatra Ernst Rüdin, che conduceva a Berlino studi sulle razze finanziati dalla famiglia Rockefeller.
La Shoah da ricorrenza storica è diventata negli anni “retorica e dogma”. Intorno ad essa girano molti interessi ed anche tanti soldi, senza che vi sia un vero avanzamento nella ricerca storica e, soprattutto, nella valutazione obiettiva delle nuove forme di negazione dei diritti umani e di persecuzione etnica e razziale.
La mera possibilità di esprimere liberamente un proprio punto di vista critico, anche dentro un contesto “non-negazionista”, viene impedita dal timore di essere tacciati di antisemitismo.

Col tempo si è imposta in Italia, come in altri paesi europei, una forma di tacita e diffusa autocensura.

Nei campi di concentramento é innegabile che la maggior parte dei morti furono ebrei, ma nella lista ci sono zingari polacchi, italiani e cattolici. Dunque non é lecito impossessarsi di quella tragedia per fare della propaganda. La Shoah come tale é una “invenzione ebraica”. Si potrebbe allora parlare con la stessa forza e fissare una giornata della memoria, anche per le tante vittime del comunismo, dei cattolici e cristiani perseguitati e così via. Ma loro, gli ebrei, godono di buona stampa perché hanno potenti mezzi finanziari alle spalle, un enorme potere e l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti.«La Shoah viene usata come arma di propaganda e per ottenere vantaggi spesso ingiustificati. Lo ribadisco, non é storicamente vero che nei lager siano morti solo ebrei, molti furono polacchi, ma queste verità oggi vengono quasi ignorate e si continua con questa barzelletta.

Perchè famiglie Ebree finanziarono i loro maggiori persecutori? Perchè esiste una legge che impedisce di ricostruire i fatti storici in merito all’olocausto?

A voi la sentenza. Pace alle vittime di ogni guerra, contro ogni male e ed ogni ingiustizia.

 

Israele vuole cancellare la Costituzione italiana?

Il totale asservimento dei media italiani ai governi guerrafondai di Israele, proprio in questi giorni, ha trovato una nuova conferma: i direttori di alcuni fra i più autorevoli organi di stampa, come Repubblica, Rainews e Corriere della Sera, hanno subito pressioni (presumiamo da ambienti filoisraeliani molto influenti, perché solo questi hanno la forza di fare questo) per licenziare decine di giornalisti colpevoli – citiamo direttamente dal sito di Progetto Dreyfus licenziamenti di massa nelle redazioni  – “di aver riportato, in forme totalmente stravolte, gli attentati commessi dai terroristi palestinesi in Israele”.
L’articolo di cui sopra pubblicato sul sito di Progetto Dreyfus, megafono della Comunità ebraica romana – quella stessa che lo storico Diego Siragusa ha definito come la “sezione italiana dell’estrema destra israeliana” -, è un vero e proprio attacco alla libertà di stampa, sia pure maldestramente camuffato dietro la richiesta di una più corretta informazione. Continuiamo a leggere l’articolo:‘’La disinformazione, al limite della propaganda, perpetrata da questi ultras dalla penna vicina ai terroristi palestinesi è finalmente terminata. Si è infatti interessato persino il presidente dell’ordine dei giornalisti che ha minacciato di ritirare diversi tesserini, di rispedire alcuni dei titolisti a corsi di formazione di giornalismo con particolare focus sull’etica ed escludere come estrema ratio dall’ordine alcuni degli autori più recidivi’’ 1.
Siamo di fronte ad affermazioni molto gravi e lesive dei principi che sono alle fondamenta della nostra Costituzione e in particolare di quell’articolo specifico che garantisce la piena libertà e il pluralismo dell’informazione.
In parole povere, secondo questi signori, chi fornisce un’ informazione non gradita al governo israeliano e al Likud dovrebbe essere allontanato o licenziato dai giornali per cui lavora e addirittura cacciato dall’ordine dei giornalisti. Si tratta di una minaccia ben precisa, un modo subdolo per rovinare la vita (non solo professionale) di decine se non centinaia di persone che cercano di fare al meglio il proprio lavoro. Tutto lascia dunque supporre che le redazioni di alcuni giornali verranno sfoltite a causa di licenziamenti politici, perché di questo si tratterebbe. Domanda: La “sinistra” italiana si mobiliterà in difesa di questi lavoratori forse prossimi al licenziamento (per ragioni politiche, è bene sottolinearlo) e per difendere il sacrosanto diritto alla libertà di stampa e di opinione così palesemente sotto attacco da parte dei gruppi di potere sionisti? Oppure tutto ciò passerà in sordina, dal momento che, da SEL fino al PCL, sembrano decisamente più impegnati ad occuparsi di “diritti civili, femminismo, liberalizzazione dei costumi e istanze lgbt” piuttosto che di conflitto sociale, lavoro e antimperialismo? Verranno licenziati, espulsi dall’Ordine dei Giornalisti o peggio ancora mediaticamente “linciati” dei giornalisti critici di Israele? Questioni secondarie. La “sinistra capitalista” ha ben altre urgenze e priorità….
Ma qual è l’agghiacciante tesi di Progetto Dreyfus, un sito che, fra le altre cose, trasuda islamofobia da tutti i pori (è sufficiente dargli un’occhiata per rendersene conto), sul conflitto in corso? Leggiamo: “L’unica cosa che contava per questi pseudo giornalisti era riportare il numero dei morti, alto da parte palestinese perché tanti, oltre 150, sono stati gli attentatori. Allo stesso tempo era basso, circa 25 in totale, il numero di persone barbaramente uccise con coltelli e macchine che hanno investito donne e bambini da parte israeliana”.
E chi sarebbero questi pericolosi attentatori, questi ‘’terroristi’’? Forse Afula di Asraa Abed, una donna indifesa, accerchiata dai militari israeliani, fino a che non le hanno sparato diverse pallottole. Per il giornalista di Haaretz, Gideon Levy, questo è “palesemente un assassinio. Quei poliziotti erano troppo codardi o assetati di vendetta e perciò meritano di essere processati, non encomiati” 2. Per un giornalista israeliano, certamente di Sinistra e democratico, quei soldati erano solo dei codardi che “meritano di essere processati”, mentre per i sionisti, quegli assassini sono degli ‘’eroi’’.
La Palestina è chiaramente sotto occupazione, definire ‘’terrorista’’ chi difende il proprio diritto alla libertà, all’indipendenza e a una dignitosa esistenza libera dalla dominazione neocoloniale, dovrebbe suscitare profonda indignazione. Un’ indignazione di massa che purtroppo tarda ad arrivare. E’ possibile restare in silenzio di fronte alle minacce e al terrorismo mediatico di Israele? E chi sarebbero poi i ‘’terroristi’’? Scrive ancora Levy: ‘’Ancor più macabra è l’esecuzione di Fadi Alon a Gerusalemme. Dopo che ha gettato a terra il coltello con cui aveva ferito un giovane ebreo, ha cercato di scappare dalla folla inferocita verso un poliziotto, che la gente incitava con parole volgari ad ucciderlo. Rispondendo alla richiesta della marmaglia, il poliziotto ha sparato a morte al ragazzo, senza motivo, e poi ha fatto rotolare il suo corpo in strada’’. Altri video dimostrano che una gran parte delle azioni dell’IDF (l’esercito israeliano) sono semplici atti di crudeltà, che hanno origine nel razzismo e nel particolarismo etnico e religioso ormai da tempo egemone in Israele.
Vogliamo parlare di Gaza ? Ashraf al-Qadra, membro del ministero della Salute palestinese, documenta che: ”L’occupazione persiste nell’utilizzo di armi non convenzionali contro i cittadini di Gaza, essa ne ha fatto uso in passato e continua tuttora”. 3 E continua: “Le tipologie delle ferite, curate negli ospedali della Striscia di Gaza in seguito agli attacchi israeliani, provano che l’occupazione ha usato armi incendiarie e non convenzionali, vietate a livello internazionale. Ciò si evince dai corpi delle vittime, che arrivano negli ospedali di Gaza con ustioni di grandi dimensioni e amputazioni in molte parti del corpo, oltre alle lacerazioni dei tessuti interni delle vittime. Tutto ciò dimostra che vi è un uso eccessivo della violenza contro i civili di Gaza, e che l’occupazione colpisce deliberatamente le aree popolate per aumentare il numero delle vittime tra i civili”. Il risultato è questo: oltre 43.000 persone, oggi a Gaza, vivono in condizioni di disabilità 4. E’ inutile girarci attorno: solo una persona in malafede può mettere sullo stesso piano un sasso lanciato da un ragazzo palestinese (o anche una coltellata sferrata con rabbia e disperazione), con i bombardamenti al fosforo e le bombe dirompenti dei cacciabombardieri israeliani.

Quello israeliano è un chiaro progetto di pulizia etnica, una sorta di lento e silenzioso genocidio portato avanti anche grazie all’impunità di cui gode Israele che, oltre a rappresentare una costante minaccia per i popoli arabi e/o mussulmani, sta mettendo in campo una strategia per attentare, come abbiamo appena visto, alle più elementari libertà democratiche – fra cui la libertà di stampa ed di informazione – in Europa.
Solo poche settimane fa la presentazione a Roma del libro di Alan Hart, “Sionismo, il vero nemico degli Ebrei“, è stata boicottata, come spiega nel suo blog lo storico Diego Siragusa l’Anpi siamo anche noi , traduttore e autore della prefazione, al punto tale che anche l’ANPI provinciale di Roma ha deciso di annullare l’evento. E’ lecito pensare a pressioni”, spiega Siragusa nel suo articolo, e non possiamo che condividere la sua ipotesi.
Insomma, siamo di fronte ad una vera e propria violazione del diritto che si traduce nel tentativo (ma è molto di più di un semplice tentativo) di mettere il bavaglio alla libera informazione, di zittire con le minacce i giornalisti non allineati al pensiero unico e ovviamente di orientare e condizionare la politica estera del paese (come se non fosse già del tutto prona agli interessi degli USA e di Israele). Tutto ciò dimostra peraltro, qualora ce ne fosse bisogno, quale sia il tasso di autonomia politica di questo paese .
E ancora: a chi giova l’iranofobia fomentata dai media filoisraeliani? La domanda è complessa e per questo, escludendo di rivolgerla (perché sarebbe del tutto inutile) ad un qualsiasi “funzionario mediatico” di regime, la giriamo alla giornalista Tiziana Ciavardini, colta ed esperta conoscitrice della Repubblica Islamica dell’Iran:
Dall’Islamofobia crescente in Occidente intensificatasi dopo i recenti attacchi terroristici in Francia e nei paesi mediorientali il senso di paura patologica nei confronti dell’IRAN fortunatamente sta in parte sta cambiando. La mia esperienza ultra decennale nella Repubblica Islamica dell’Iran mi ha portato ad avere una visione della cultura e della società contemporanea prettamente in contrasto con quelle che sono le notizie spesso capziose e confuse che i mass media ormai da anni stanno cercando di divulgare. Mi rivolgo in particolare a quella ‘paura dell’IRAN’ quella ‘IRANOFOBIA’ che vedeva nell’IRAN il male assoluto. Negli ultimi decenni l’Iran é stato piú volte presentato come un paese insicuro e da evitare caratterizzato da problemi politici interni che le cronache hanno inevitabilmente evidenziato creando un latente pregiudizio ancora oggi difficile da superare. Con l’elezione del Presidente Hassan Rohani l’Iran sta vivendo peró, un cauto cambiamento. Nello scenario mediorientale oggi questo Paese rappresenta l’unico Stato con una elevata stabilità politica ed istituzionale e rappresenta l’unica superpotenza regionale con una propria specifica identità. Purtroppo in Occidente siamo ancora ancorati al nostro etnocentrismo, convinti che la nostra civiltà occidentale si sia sparsa e imposta in tutto il mondo grazie alla superiorità morale del sistema democratico-parlamentare su altri sistemi politici. In realtá il sistema politico iraniano é troppo complesso e difficilmente comprensibile da un punto di vista occidentale e lo sbaglio maggiore é quello di voler attribuire regole e decisioni ad una sola persona quando non é esattamente cosí. L’Iran sta aprendo le proprie porte a nuove sorprendenti dinamiche un motivo in piú per intensificare il dialogo

La lobby sionista: vietato parlarne?

Ma c’è anche un’altra domanda a cui siamo chiamati a rispondere: esiste la lobby israeliana (sionista), cioè un centro (o vari centri) di potere impegnato(i) a difendere lo Stato di Israele e la sua politica di sostanziale e anche formale apartheid nei confronti del popolo palestinese? La risposta è semplice: sì, esiste. Cerchiamo di inquadrare il problema ripercorrendo le opinioni di importanti studiosi appartenenti alla Sinistra antimperialista italiana. Anche perché, molto spesso la sinistra confonde il “sionismo” con l’ “ebraismo”,eppure i rabbini Neturei Karta sono contrari allo Stato ebraico. . La destra, oggigiorno, è filosionista: condivide con questo sia l’imperialismo economico e politico che la sua funzione “messianica”.
Secondo lo storico marxista Mauro Manno “Non solo esiste ma è forte e, fatto grave, non ha oppositori o persone che ne denuncino la pericolosità’ 5. Il Partito Radicale (Pannella e Bonino in testa … ) così come il quotidiano La Repubblica (solo per citarne alcuni perchè l’elenco sarebbe infinitamente più lungo) sono apertamente schierati dalla parte di Israele.
Per il filosofo “post-marxista”, Costanzo Preve, nessuna persona intellettualmente onesta potrebbe negare l’esistenza della lobby filoisraeliana, “però anche solo fare un riferimento a questa realtà incontrovertibile, è immediatamente assimilato all’antisemitismo, identificato nel simbolismo comune mediatico manipolato con l’approvazione, esplicita o implicita, ai crimini sterministici di Hitler. Il tradimento degli intellettuali consiste nel non denunciare questo fatto…” 6.
Quindi, come mettere al riparo l’informazione e la libertà di stampa da questa progressiva involuzione antidemocratica? In regime capitalistico chi possiede i mezzi di produzione controlla e possiede anche i mezzi di informazione: egemonia di classe e costruzione del consenso camminano di pari passo. Israele è un paese imperialista (al vertice della catena di comando insieme a Usa e Gran Bretagna ), mentre l’Italia è un paese sub-imperialistico a sovranità limitata. I rapporti di forza fra questi stati rendono proni i governanti e i giornalisti italiani alle classi dirigenti americane e israeliane.
Lo storico Diego Siragusa ci ha spiegato molto bene come “Decisiva è, quindi, la tecnica dell’inganno. Il motto del MOSSAD, il famigerato servizio segreto israeliano, è questo “PER MEZZO DELL’INGANNO FAREMO LA GUERRA”. In modo esplicito gli israeliani confessano il loro metodo fondamentale col quale hanno costruito il loro stato e la loro potenza: la disinformazione sistematica come la quintessenza del loro progetto sionista. Possedere il controllo dell’informazione planetaria è la condizione necessaria per il successo dell’inganno” 7.Fino a quando tale inganno avrà successo? Da più di sessant’anni a questa parte a fare le spese degli appetiti di questa potenza imperialista cinica, arrogante e aggressiva sono i popoli dell’area mediorientale e in particolare quello palestinese.
La battaglia per ristabilire una verità storica e oggettiva su Israele, sui suoi crimini e sulla natura imperialista del sionismo, deve diventare quindi una priorità per chiunque sia animato da uno spirito democratico e da onestà intellettuale.

1)http://www.progettodreyfus.com/stop-alla-disinformazione-licenziamenti-di-massa-nelle-redazioni-dei-quotidiani-online/

2)http://www.bocchescucite.org/la-pena-di-morte-illegale-e-senza-processo-di-israele-e-accolta-dagli-applausi-delle-masse/

3)http://www.infopal.it/fonte-ufficiale-palestinese-israele-ha-trasformato-gaza-in-un-campo-di-sperimentazione-per-armi-vietate-a-livello-globale/

4)http://www.infopal.it/piu-di-43-600-disabili-a-gaza/

5)http://palestinanews.blogspot.it/2009/02/in-ricordo-di-mauro-manno-esiste-la.html

6)http://www.comunismoecomunita.org/?p=4115

7)http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=308%3Ala-disinformazione-e-la-formazione-del-consenso-attraverso-i-media&catid=2%3Anon-categorizzato&Itemid=101

thanks to: l’interferenza

Armi Tricolore: l’export fuori controllo

ControllArmi – Analisi da Valori di Ottobre 2015

Emanuele Isonio
Fonte: Valori – Unimondo – 15 novembre 2015

MK82, MK83, MK84. Si nasconde un mondo dietro queste tre sigle. Forse positivo per il Pil italiano e il fatturato di qualche azienda. Certamente preoccupante per la sicurezza nazionale e non annoverabile tra il made in Italy di cui andare fieri. Quelle tre sigle indicano altrettanti modelli di bombe aeree a caduta libera che dagli stabilimenti sardi della RWM Italia (azienda bresciana, appartenente al gruppo tedesco Rheinmetall) sono arrivate fino all’Arabia Saudita. E da lì sono state poi utilizzate in Yemen in una campagna mai autorizzata dall’Onu e anzi condannata dalla comunità internazionale contro l’avanzata del movimento sciita houthi. Di quelle bombe (poco più di 5mila esemplari per un totale di oltre 70 milioni di euro) è stato possibile rintracciare nei rapporti ufficiali quantità esportate e Paese destinatario (si veda il .pdf di OPAL) .

Ma accanto ad esse, esistono molte altre forniture e autorizzazioni rilasciate dal governo italiano di cui scovare notizie è diventato sempre più complesso. Anzi, impossibile. Ancora una volta un paradosso nazionale: perché l’Italia ha una legge molto avanzata in tema di trasparenza – la Legge n.185 del 1990 – che proprio quest’anno festeggia il 25esimo anniversario. Ma la prassi dei vari governi l’ha nel tempo ridotta, celando informazioni cruciali. A tutto vantaggio della lobby armiera.

UN FILO DIRETTO CON I REGIMI

Proprio in base a quella legge, presa tra l’altro come modello anche per la normativa europea, le esportazioni sono vincolate a precise regole e gli invii verso Paesi in conflitto armato o responsabili di violazioni dei diritti umani sarebbero vietati. Ma, la realtà, rivelata grazie al fondamentale contributo delle associazioni della Rete Disarmo, è di tutt’altro colore: in un quarto di secolo, l’Italia ha autorizzato esportazioni per 54 miliardi di euro e consegnato armamenti per oltre 36 miliardi. «Oltre la metà di esse – spiega Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio OPAL di Brescia, tra i massimi esperti del tema – ha riguardato Stati non appartenenti né alla Ue né alla Nato, esterni quindi alle alleanze politico-militari del nostro paese. Un dato preoccupante se si considera che la legge 185/90 impone che le esportazioni di armamenti siano conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia».

Se poi ci si concentra sull’ultimo quinquennio, lo scenario (si veda l’infografica di OPAL in .pdf) ha tinte ancor più fosche: le autorizzazioni all’export extra-Ue e Nato salgono al 62% (9 miliardi contro 5,4) e tra i primi 20 Paesi destinatari, solo sette sono “democrazie complete” secondo i criteri del Democracy Index dell’Economist: cinque sono regimi autoritari e due ibridi, destinatari rispettivamente di 4,5 e 1,03 miliardi di euro di autorizzazioni mentre i Paesi democratici si fermano a 3,5. La classifica è guidata dai regimi di Algeria e Arabia Saudita. Se non fosse per la presenza Usa, anche gli Emirati Arabi Uniti sarebbero sul podio. Non a caso, le esportazioni in Medio Oriente e Nord Africa hanno subito una crescita del 33% tra 2009 e 2014. Un flusso che non aiuta a ridurre il numero di quanti, da quei Paesi, chiedono asilo all’Europa.

LETTA VS LETTA

«La relazione che la Presidenza del Consiglio deve inviare ogni anno al Parlamento – spiega Maurizio Simoncelli, vicepresidente di Archivio Disarmo – è diventata man mano più lacunosa e di difficile lettura da almeno 15 anni. Non appare più il tipo di armi e sistemi militari venduti, né il nome delle aziende per singola vendita e sono scomparse le operazioni bancarie autorizzate».Risultato: scoprire quali tipi di aerei, elicotteri, mezzi terrestri e bombe sono state effettivamente esportate e quali siano i destinatari finali è un lavoro sempre più complesso. «Questo – spiega Beretta – costringe i parlamentari a fare decine di interrogazioni che spesso non trovano risposta».

Il punto di svolta, nel 2008, quando come sottosegretario alla Presidenza, Enrico Letta (governo Prodi II) lascia il posto allo zio Gianni (governo Berlusconi IV): con il nipote vi erano stati segnali di trasparenza, confronto periodico con le associazioni pacifiste e una relazione aggiuntiva sul commercio delle armi. Con lo zio le tabelle diventano omissive e si cancella l’elenco delle singole operazioni bancarie. «Oggi – aggiunge Beretta – è quindi praticamente impossibile conoscere dalla relazione governativa gli armamenti esportati dall’Italia».

ANDREOTTI MEGLIO DI RENZI

E in questa situazione, fa effetto sentire le associazioni pacifiste rimpiangere la trasparenza di Andreotti, quando la relazione governativa «riportava in chiara successione tutte le informazioni necessarie per esercitare effettivamente il controllo parlamentare». Di quella trasparenza non c’è traccia nella prima relazione del governo Renzi, nonostante due tomi da 1281 pagine. Il 22 settembre, i rappresentanti di Rete Disarmo hanno quindi incontrato il sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, per avanzare alcune semplici richieste. Due le principali: reintrodurre il Paese destinatario nell’elenco delle singole autorizzazioni rilasciate dalla Farnesina e, soprattutto, far ripristinare dal ministero dell’Economia l’elenco di dettaglio delle operazioni svolte dalle banche.Certo, se anche il Parlamento tornasse ad esaminare la relazione governativa non sarebbe una cattiva notizia: dopo otto anni, nel 2015 finalmente qualcosa si è mosso. Ma le commissioni competenti vi hanno dedicato però una sola seduta durata meno di un’ora.

UNA LEGGE CHE HA FATTO EPOCA

Dagli anni Settanta al 1990: ci sono voluti quasi vent’anni di pressioni della società civile perché si arrivasse a una legge sul controllo delle esportazioni di armamenti. Prima di allora, in Italia, il tema era regolato ancora, salvo poche modifiche, da un Regio decreto del luglio 1941 (firmatari Mussolini, Ciano e Grandi), che imponeva il segreto di Stato e, in epoca repubblicana, impediva ogni forma di controllo parlamentare. Momento cruciale per il cambio di passo fu, nel 1988, l’avvio della campagna “Contro i mercanti di morte” da parte di associazioni e movimenti cattolici (Acli, Mani Tese, Mlal, Missione Oggi e Pax Christi). Il 9 luglio 1990 l’approvazione definitiva della legge 185.

Una novità assoluta, nel panorama mondiale, perché affidava alle due Camere un ruolo centrale e fissava precisi vincoli al governo sulle esportazioni: stabilì che dovevano essere “conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia” e che andavano regolamentate “secondo i principi della Costituzione che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Vietato quindi l’export verso Paesi in confitto armato o sottoposti a embargo, verso governi responsabili di violazioni dei diritti umani, quando esiste un contrasto “con i fondamentali interessi della sicurezza dello Stato, della lotta contro il terrorismo” e, più in generale, “quando mancano adeguate garanzie sulla definitiva destinazioni dei materiali”. Paletti che forse scontentavano l’industria bellica ma che subordinavano le vendite all’interesse nazionale. Per questo, la 185 impone al governo specifiche procedure di rilascio delle autorizzazioni alla vendita delle armi. Al tempo stesso, l’esecutivo ogni anno deve inviare al Parlamento una dettagliata relazione con i documenti inviati dai ministeri competenti.

LE ONG: STOP ALLE ARMI ITALIANE ALLA COALIZIONE SAUDITA

Un appello al governo Renzi di rispettare la legge 185/90 interrompendo la vendita di armi italiane ai Paesi della coalizione saudita che da cinque mesi bombarda lo Yemen. «Questa nuova pagina che destabilizza il Medio Oriente è fuori da ogni legalità internazionale, e va fermata». La richiesta di Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Disarmo, fa seguito a un comunicato pubblicato a settembre da Amnesty International, Rete Italiana Disarmo e l’Osservatorio sulle Armi Leggere e le Politiche di Difesa e Sicurezza (Opal).

L’intervento militare della coalizione guidata dall’Arabia Saudita contro lo Yemen ha già prodotto danni irreparabili: più di 4mila morti e 20mila feriti (la metà civili), oltre un milione di sfollati. La popolazione yemenita – 21 milioni di persone – necessita di aiuti urgenti, vista la grave scarsità di acqua e di cibo causata dai bombardamenti indiscriminati. E la Croce Rossa Internazionale parla già esplicitamente di “catastrofe umanitaria”. Alla richiesta di 23 associazioni internazionali, si è aggiunta nei giorni scorsi anche quella dell’Alto Commissario Onu per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, che ha rinnovato l’appello per un’inchiesta indipendente e imparziale sui possibili crimini di guerra commessi dalle vari parti in conflitto.

«La vicenda in Yemen ci riguarda», spiega Vignarca. «Da anni, armi italiane raggiungono, con tutti i crismi delle autorizzazioni, aree del mondo che sarebbero vietate per legge. I Paesi della penisola araba – Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in testa – sono regimi dove il rispetto dei diritti umani è nullo. I governi sono coinvolti nella destabilizzazione dell’area mediorientale, e secondo molti analisti hanno foraggiato l’Isis, almeno fino a poco tempo fa».

QUELL’ALLEANZA IPOCRITA TRA AERONAUTICA E UNICEF ITALIA

Otto bambini uccisi ogni giorno dall’inizio del conflitto, 605 quelli feriti, quasi 400 reclutati nelle file dei combattenti, 537mila a rischio di grave malnutrizione e 10 milioni che necessitano di assistenza umanitaria: sono atroci i numeri sull’impatto del conflitto nello Yemen diffusi dall’Unicef Internazionale nel suo rapporto “Yemen: Childhood Under Threat”. Ma, nel frattempo, la sezione italiana dell’Unicef, non sembra accorgersene. E annuncia in pompa magna una “partnership per i bambini” con l’Aeronautica militare, suggellata dalla nomina come “Goodwill Ambassador” dell’astronauta Samantha Cristoforetti, in occasione del 55° anniversario della Pattuglia acrobatica nazionale, cui hanno preso parte, tra gli altri, anche i velivoli della Royal Saudi Air Force, quella che appunto sta bombardando lo Yemen. L’incongruenza con quanto le regole Onu stabiliscono per le loro agenzie (che sono tenute ad agire in maniera indipendente e imparziale) non è sfuggita alle organizzazioni pacifiste. «Come si possono denunciare gli attacchi contro bambini inermi nello Yemen e poi collaborare con le Forze armate di uno Stato, tanto più durante un evento con le pattuglie di un Paese aggressore?» domanda Piergiulio Biatta, presidente di Opal.

Sorgente: Armi Tricolore: l’export fuori controllo

Progetto per i neonati di Gaza

Cari amici, molti dei quali nel passato avevano già sostenuto il lavoro dell’Appello per i bambini di Gaza, torniamo a scrivervi per chiedere il vostro sostegno.

Quello che ci serve adesso è raccogliere almeno 8.500 euro (ad oggi già raccolti 3000) ) per coprire le spese di viaggio e permanenza di un giovane nefrologo e di un infermiere che lavorano in team presso gli Ospedali pediatrici Nasser e Rantissi nel dipartimento di dialisi infantile.
Hanno la possibilità di recarsi presso il dottor Pecoraro dell’Ospedale Santobono di Napoli per tre mesi di esperienza di lavoro, ad imparare tecniche e procedure che non hanno a Gaza e che favorirebbero assai l’assistenza dei bambini. La loro sede ospedaliera ha già accordato loro il permesso di fare questo periodo di specializzazione all’estero e conserverà il loro posto in modo che al rientro possano mettere in opera quanto appreso.

La storia: il dr Momen M.S. Zeineddin e l’infermiere Jomaa W.J. Younis attendono sin dal gennaio 2014 l’occasione per superare il confine di Gaza, ma sia per il valico di Rafah (verso l’Egitto) che per quello di Erez (verso Israele) è stato loro rifiutato il permesso di uscire fino al giugno 2014, quando hanno fatto l’ultimo tentativo. Gli attacchi su Gaza dell’estate 2014 e le loro conseguenze sono stati seguiti dal blocco completo dei passaggi. Ci segnalano che forse adesso potrebbero ottenere un visto di passaggio per Erez e che forse li lascerebbero uscire per il loro training. Naturalmente vorrebbero provarci.

Nella impotenza di questo lungo anno e mezzo in cui Gaza è stata distrutta e i valichi bloccati per professionisti in entrata ed uscita, noi dell’Appello per i bambini di Gaza, che avevamo “in mora” i fondi per il loro periodo di specializzazione, abbiamo deciso di spenderli per sostenere uno studio sugli effetti degli attacchi del 2014 sulla salute alla nascita dei bimbi di Gaza, che si poneva come una emergenza, la cui elaborazione è in corso e le cui conclusioni vi saranno rese note a tempo debito, e cosi adesso siamo all’opera per cercare altri fondi per coprire questo training.

Cercheremo infatti, a tutti i costi, di fare arrivare questi giovani professionisti, come già avevamo fatto per altri due giovani dottori pediatri prima che la situazione degenerasse.

Vi chiediamo un aiuto concreto, piccolo o meglio grande, ma soprattutto rapidamente, in modo da poter iniziare le lunghe pratiche per avere i permessi prima possibile.

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I promotori dell’iniziativa sono docenti dell’Università di Genova:
Andrea Balduzzi (DISTAV), Mario Rocca (DIFI), Marina Rui (DCCI), un’ex docente della stessa, Paola Manduca, e Franco Camandona dell’ Ospedale Galliera -Pax Christi.
Dall’inizio l‘Associazione Onlus Maniverso… ci ha affiancato idealmente ed operativamente e ci permette di ricevere e amministrare le donazioni in modo legale e trasparente.

Nel sito di Maniverso… (http://www.maniverso.org/pages.php?Id=32), o richiedendolo ad Andrea Balduzzi (balduzzi@dipteris.unige.it) è disponibile la documentazione degli interventi fatti e delle spese sostenute.
All’indirizzohttps://dl.dropboxusercontent.com/u/28304277/call%20Gaza%20ottobre%202015.pdf potrete scaricare quest’appello
All’indirizzohttps://dl.dropboxusercontent.com/u/28304277/Progetto%20neonati%20Gaza%20dic%202014.pdf trovate una sintesi delle attività svolte finora

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Le donazioni, detraibili, sono da fare all’associazione Maniverso…,

indicando in causale “Donazione progetto neonati Gaza”,

con le seguenti modalità:

• Versamento sul conto corrente postale n° 68817899 intestato a: Associazione Maniverso… Onlus;

• Con bonifico bancario sul conto corrente:

  • Banca Credito Cooperativo di Marcon – Venezia, IBAN IT74V0868902002005010024621;
  • Banca Prossima IBAN IT29 D033 5901 6001 0000 0069 894 BIC BCITITMX intestato a: Organizzazione Umanitaria Maniverso… Onlus.

• Con assegno non trasferibile intestato a Associazione Maniverso… Onlus, da inviare in busta chiusa a: Associazione Maniverso… Onlus, via Perlan, 1 30174 Mestre, allegando i vostri dati per potervi inviare una ricevuta per la donazione effettuata.

 

Ricordiamo che l’Associazione Maniverso… è una ONLUS (Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale) ai sensi del D. Lgs. 4.12.1997 n. 460, regolamente iscritta all’Anagrafe Unica delle ONLUS; di conseguenza le vostre donazioni sono fiscalmente deducibili (D.L. n° 35/2005) nel limite del 10% del reddito dichiarato e comunque nella misura massima di euro 70.000 annui.
Per beneficiare di questa possibilità le erogazioni liberali in denaro devono essere effettuate tramite banca, ufficio postale, carte di credito e prepagate, assegni bancari e circolari; ricordatevi di conservare la ricevuta, tanto postale quanto bancaria, della vostra donazione.
Per le donazioni tramite bonifico bancario o assegno, l’estratto conto ha valore di ricevuta; In caso di versamenti con assegno, vi consigliamo di conservare anche una fotocopia dello stesso.

Come giustificare attacchi terroristici verso obiettivi italiani

Il Pentagono è furioso. Grazie ad una “gola profonda”, il Corriere della Sera ha potuto rivelare in prima pagina, ieri mattina il 6 ottobre, che il Ministro della Difesa Roberta Pinotti e il suo omologo statunitense Ashton Carter avevano già deciso l’uso, per missioni di bombardamento, dei caccia italiani attualmente in Iraq per i soli compiti di ricognizione. Decisione presa, dunque, ancor prima dell’arrivo del sig. Carter in Italia ieri pomeriggio per la sua visita ufficiale di due giorni, e ancor prima che il Parlamento italiano potesse discutere l’intera questione, come imporrebbe la Costituzione.

La reazione alla notizia di Corsera e la successiva controreazione del governo sono state immediate: grida di scandalo da più parti seguite dal dietrofront del Presidente del Consiglio Matteo Renzi e dei suoi ministri. “Si tratta solo di un’ipotesi”, hanno rassicurato in coro sia Pinotti che il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni; “Sottoporremo senz’altro la questione al Parlamento prima di decidere definitivamente qualsiasi cosa.”

Quindi Carter lascerà la Capitale oggi sicuramente a mani vuote. Grazie all’anonimo “Chelsea (Bradley) Manning” italiano che svelò la tresca, il governo Renzi fallisce il tentativo di replicare il colpo di mano che il governo di Mario Monti realizzò invece nel luglio del 2012. Infatti, Monti e l’allora Ministro della Difesa Giampaolo Di Paola riuscirono ad autorizzare alla chetichella – e sempre in barba alla Costituzione italiana – l’impiego bellico dei caccia tricolore che erano stati inviati in Afghanistan in precedenza per i soli compiti di ricognizione. E i parlamentari, con poche eccezioni, scelsero di sonnecchiare.

Questa volta, qualcuno li ha svegliati.

Pertanto i caccia italiani dislocati a Baghdad rimarranno senza bombe per ora – e, più precisamente, per tutto il tempo necessario al dibattito parlamentare. “Rimanere senza bombe” non significa, naturalmente, che questi aerei non partecipino già ai combattimenti. Anzi, per dirla alla Giovanni Sarrubi, “scattando le foto degli obiettivi da bombardare, sono già un po’ come i complici di un omicidio.” Tuttavia il passaggio da ricognizione a lancio di ordigni non è poco ed è pur sempre gravido di conseguenze.

I pacifisti italiani, dunque, come tutti i cittadini, possono ora usare il margine di tempo ottenuto per alzare la loro voce e far ricordare al Parlamento che il “conflitto” in corso in Iraq è, per ammissione dello stesso governo statunitense, una guerra. Pertanto l’eventuale partecipazione italiana al conflitto non potrà, in nessun modo, essere travestita da “missione di peacekeeping” o di “addestramento delle forze armate irachene”. L’eventuale partecipazione italiana configurerebbe una vera e propria cobelligeranza e pertanto necessita di una formale approvazione parlamentare come tale.

Il parlamento italiano deve dunque decidere se vuole o meno provocare, bombardando l’Iraq, altri morti, altre devastazioni, altri flussi di profughi in Europa – il tutto, poi, non per eliminare l’autoproclamato Stato Islamico (perché ciò non è mai stato il vero obiettivo della cosiddetta Operazione Internazionale Anti-Isis, come si vedrà più avanti), ma solo per poter “contare” diplomaticamente in ipotetici futuri negoziati sulla regione. Ricordiamocelo: le bombe italiane eventualmente sganciate, seppure ai soli fini del contenimento dei jihadisti, colpiranno pur sempre aree popolate da esseri umani innocenti, da infrastrutture civili vitali e da famiglie che, poi, cercheranno per forza scampo e rifugio altrove.

“Ma questi mali sarebbero minori rispetto ai mali che l’Isis infligge alla popolazione”, risponderanno sicuramente i falchi. E, come per incanto, i mass media faranno vedere le foto di orrori dell’Isis finora inediti – nuove decapitazioni o altre distruzioni di patrimoni culturali – per convincere l’opinione pubblica italiana a non opporsi al ricorso alla guerra.

Mentre, in realtà, per sconfiggere l’Isis, non serve la guerra.

Anzi, la guerra serve solo ad aumentare le fila dell’Isis, facilitando il reclutamento di nuovi combattenti jihadisti.

Per sconfiggere l’Isis, basterebbero invece pochi provvedimenti – purché realmente applicati – come i seguenti:

  1. vietare alle industrie d’armamento di Brescia e del Veneto di esportare armi che possono finire, anche indirettamente, nelle mani dell’Isis. L’osservatorio OPAL ha documentato, ad esempio, come le esportazioni italiane di armi alla Turchia siano passate da due a sette milioni di euro, un aumento di tre volte e mezzo, da quando in Siria si sono impiantate le varie formazioni dei guerriglieri. E sono noti i collegamenti tra turchi e Isis lungo il confine siriano. L’Italia deve perciò prenderne atto e ridimensionare le sue esportazioni di armi verso la Turchia, nonché verso le altre regioni confinanti. Inoltre l’Italia deve uscire dal Gruppo di Londra (gli ex “Amici della Siria”), la combriccola che coordina la consegna delle armi nel Levante – persino a gruppi designati “terroristi” dagli USA;

  1. sanzionare i paesi che forniscono, direttamente all’Isis, non solo armi ma furgoncini, attrezzature di telecomunicazioni, divise… insomma, tutto quello di cui necessita un esercito moderno. I capofila di questi paesi sono l’Arabia Saudita e il Qatar;

  1. sanzionare i paesi che consentono all’Isis di incassare i finanziamenti sauditi e qatarioti in danaro liquido per poter pagare gli stipendi dei propri mercenari – in particolare il Kuwait, che lascia passare il denaro attraverso la sua Banca Centrale;

Già questi tre provvedimenti basterebbero per eliminare l’Isis, senza sparare un colpo o sganciare una bomba.

Ma si potrebbe fare anche di più, ad esempio:

  1. sanzionare i paesi che comprano i tesori archeologici rubati dall’Isis nonché il petrolio che l’Isis ruba agli impianti siriani ed iracheni caduti nelle sue mani e che poi vende sottocosto sul mercato nero – qui la lista dei paesi da sanzionare sarebbe lunga e comprenderebbe alcuni ben conosciuti al lettore;

  1. sanzionare i paesi che ammettono i terroristi dell’Isis, feriti o malati, nei loro ospedali per le necessarie cure, prima di rispedirli in combattimento – segnatamente, Israele;

  1. sanzionare i paesi che permettono il continuo transito sul proprio territorio, e il passaggio verso i territori controllati dall’Isis, di lunghissime carovane di Tir carichi di viveri – nella fattispecie, la Turchia. E che dire degli USA, la cui aviazione si guarda bene dal bombardare quelle carovane, perfettamente visibili, ad esempio, mentre attraversano i valichi?

Anzi, che dire degli USA, i cui esponenti di rilievo ammettono di aver creato i tagliagole dell’Isis – anzitutto per rovesciare Assad in Siria e poi per cacciare al Maliki dal potere in Iraq e frammentare il paese per meglio dominarlo. Per convincersene, basta digitare in YouTube Isis Hillary Clinton, oppure Isis General Wesley Clark oppure Isis John McCain. Perciò, l’ultimo provvedimento utile per eliminare l’Isis sarebbe quello di: 

     7.  deferire davanti alla Corte penale internazionale (CPI) dell’Aia per crimini contro l’umanità i paesi oggettivamente responsabile per la creazione e il foraggiamento dell’Isis. Prove obiettive di colpa per l’”istigazione alla guerra civile” (reato internazionale) abbondano: ad esempio, i leader sauditi e qatarioti si sono spesso vantati in pubblico del loro interventismo.

Conclusione

Il Parlamento italiano viene chiamato in questi giorni ad autorizzare o meno la cobelligeranza italiana in Iraq. E’ dunque il momento ideale, per pacifisti e per chiunque, di sollevare le domande scottanti che normalmente i mass media tenderebbero a censurare. Eccone quattro – e ce ne sono molte altre.

Riterrà il Parlamento italiano che la creazione del gruppo terrorista Isis da parte degli Stati Uniti – nonché la loro creazione del gruppo terrorista al Qaeda in Afghanistan per rovesciare l’allora governo filo-sovietico – conferisca loro d’ufficio la designazione di “Stato Terrorista”? E, in caso affermativo, quali provvedimenti vorrà il Parlamento adottare contro gli USA in conseguenza di tale designazione?

Vorrà il Parlamento italiano avere il coraggio di eliminare l’Isis alla radice, chiudendo i rubinetti dei soldi, delle armi, dei viveri, dell’assistenza e sanzionando i paesi che forniscono tutto ciò, ossia i paesi elencati qui sopra? Certo, esiste un organismo internazionale, il GCFI creatosi proprio a Roma il 19-20 marzo scorso, che dovrebbe fare questo lavoro. Il problema è che è composto in primo luogo proprio dei paesi elencati qui sopra, ossia i paesi che foraggiano l’Isis – proprio come lo è la Coalizione che pretende di “combatterlo”. Perciò, esattamente come i finti bombardamenti alleati contro l’Isis, il finto contrasto del CGFI ai finanziatori dell’Isis è servito a poco. O meglio, è servito solo per “dimostrare” l’estraneità dei paesi membri alla creazione e al foraggiamento dell’Isis, nonché per rassicurare l’opinione pubblica che qualcosa si sta facendo per eliminarlo. Siamo al sommo grado del doppiogiochismo;

Riterrà il Parlamento italiano che, dal momento che l’Isis va sradicato usando mezzi economici e politici (non militari), i caccia e i soldati tricolore, attualmente dislocati in Iraq per scopi parabellici, vadano subito richiamati a casa? L’Italia non deve continuare a fare da “complice agli omicidi” che i suoi alleati stanno commettendo nel Levante. Se l’Italia vuole avere un pretesto per stare in Iraq onde tutelare i suoi interessi petroliferi laggiù, scelga la cooperazione economica, sociale e culturale, non la guerra;

Infine, vorrà il Parlamento italiano avere il coraggio di dire al proprio elettorato che la responsabilità per gli orrori che vediamo nel Levante da quattro anni non è attribuibile in primo luogo al popolo siriano o al popolo iracheno, e nemmeno (totalmente) ai loro leader? Vorrà riconoscere che la responsabilità primaria è dell’Occidente? L’Occidente infatti, cacciato dal Medio Oriente cinque anni fa, ora cerca di tornarci:

  • destabilizzando la regione in vario modo – ultimamente con l’Isis – per avere la scusa di impiantare di nuovo le proprie basi militari (e ci sta riuscendo), e

  • frantumando l’Iraq e la Siria, geograficamente e demograficamente, in zone contrapposte, costantemente in guerra civile, aperta o strisciante. Il tutto per consentire un più facile dominio occidentale della regione (“tra due litiganti…”).

Inoltre – e va pure detto all’elettorato, per quanto scottante – la frantumazione dell’Iraq e della Siria e il loro invischiamento in guerre civili striscianti, ha un ulteriore scopo: consente allo Stato israeliano di sbarazzarsi di altre due potenze regionali in grado di tenerle testa. (Israele ha già ottenuto la distruzione della Giamahiria Libica, nemico giurato, e sta attivamente perseguendo la destabilizzazione della Repubblica dell’Iran, così da avere mano libera nell’intera regione.)

Un anno fa chi scrive ha già denunciato tutte queste nefandezze in un articolo su Peacelink intitolato “La III Guerra in Iraq è iniziata”, facendo alcune previsioni e raccomandando le misure indicate qui sopra (sanzioni, deferimenti). Purtroppo, 14 mesi dopo, le previsioni si sono rivelate esatte ma le raccomandazioni sono state totalmente ignorate. Ed ora? C’è chi vorrà riproporle mentre siamo ancora in tempo?

Ecco, dunque, quattro quesiti scottanti che i pacifisti (e non) potranno rivolgere ai propri parlamentari durante questa pausa di riflessione.

Il Parlamento ci ascolterà questa volta? Oppure sceglierà di timbrare d’ufficio la richiesta di cui il sig. Carter è stato il latore oggi: la cobelligeranza italiana in Iraq?

La cobelligeranza significherà – ed ogni parlamentare deve esserne consapevole – far partecipare l’Italia alla crudele farsa dei “bombardamenti anti Isis”. Crudele perché, ancora una volta, causerà necessariamente morti, distruzioni, sfollamenti. Farsa perché questi bombardamenti sono programmaticamente, come già detto, di puro contenimento e forse neanche quello. Infatti, non hanno eliminato nessuno dei più importanti depositi e centri di comando dell’Isis, quelli che la Russia, invece, sta distruggendo ora – e sul serio – mettendo a nudo l’Operazione Anti Isis (ma sarebbe meglio chiamarla Operazione Big Bluff) del Pentagono.

E’ questo il ruolo che l’Italia vorrà svolgere nel mondo? Comparsa in una crudele ed inutile farsa?

Ci auguriamo di no. L’Italia può fare di meglio. Questo articolo suggerisce alcuni provvedimenti anti Isis più efficaci delle bombe e che porrebbero pure fine all’intervento russo.  Ma se sembrano troppo radicali, non importa, ce ne saranno sicuramente altri: serve ora l’immaginazione al potere.

thanks to: Peacelink

Morti di Cie

Giovedì, 20 Agosto 2015

Foto: repubblica.it

“Giustamente il volto di Stefano Cucchi, scavato e tumefatto, è impresso nella mente di tutti noi, come un monito; ma chi conosce Amin Saber? Chi ha mai sentito nominare Christiana Amankwa?”. Olivia Lopez Curzi sfoglia un quaderno scritto a matita, fitto e ordinato. Elenchi, nomi, date, sottolineature e frecce. Corruga un attimo la fronte. “Sai che della morte di Moustapha Anaki si è saputo solo nove giorni dopo? E in Italia ci viveva da parecchi anni, una parte della famiglia era qui…”. Anaki, Saber, Amankwa, Ben Said, Ramsi. Nomi senza un volto, identità sfocate, cancellate dalla storia nazionale. “Eppure quelle persone ci sono state, hanno vissuto, amato, lavorato in Italia e sono morte nelle mani dello Stato; ecco perché vogliamo raccontarle”.

Sono 25 i “Morti di Cie” sulle cui vicende sta lavorando una dozzina di reporter, grafici, informatici, antropologi e politologi. “E’ un progetto nato dal basso, indipendente e autofinanziato; siamo a Roma ma ci muoviamo in tutta Italia per raccogliere documentazione negli archivi delle Procure, nelle Prefetture, da avvocati, medici e magistrati”. L’obiettivo è ricostruire le vicende di chi è morto nei Centri di Identificazione e Espulsione, ex Centri di Permanenza Temporanea, dall’apertura nel 1998 ad oggi. “Persone a cui la cronaca dedica un trafiletto, ‘morto marocchino nel Cie di Crotone’ e nulla più, tanto che in alcuni casi – spiega Lopez Curzi, fra gli autori dell’inchiesta – è stato difficile persone risalire al nome completo”.

Nessuna colpa. Nei Cie, su cui pesa un giudizio di incostituzionalità e numerose denunce per violazione dei diritti umani, si muore per diverse cause. “Amin Saber  è il primo caso in cui ci siamo imbattuti: è morto nel 1998, non sappiamo esattamente quando, e sembra sia stato vittima di un ‘proiettile vagante’ sparato dalle forze dell’ordine nel Cpt di Caltanissetta”. Poco dopo sarà il turno di sei giovani tunisini, soffocati nel Centro “Serraino Vulpitta” di Trapani. Bloccati in una stanza senza senza vie di fuga, stavano scappando dall’incendio appiccato da un altro trattenuto durante una protesta. Morti violente, di cui nessuno, raccontano i processi, è stato mai riconosciuto responsabile.

Testimoni che scompaiono. “Ricordiamoci che sono centri di espulsione, e quindi la gente da qui è rimpatriata o fatta uscire, quasi sempre senza documenti in regola, e questo fa sì che i testimoni non collaborino con la giustizia”. Una conferma ulteriore – spiega Lopez Curti – della volontà di insabbiare queste storie. Una di queste vittime si chiama Abdou Said. “E’ arrivato in Italia con il fratello nell’estate del 2011, erano due ragazzi egiziani che lavoravano in Libia, sono scappati dalla guerra… dopo due settimane nel Cie di Ponte Galeria, a Roma, Abdou ha tentato di scappare, ma è stato fermato dalle forze dell’ordine”. Tornerà nella gabbia del Cie poche ore dopo, con segni di percosse, cieco da un occhio.

Abdou e Mabrouka. ll ragazzo sembra un altro, sragiona, tanto che l’avvocato teme abbia subito danni neurologici e che dopo alcuni mesi il giudice di pace – caso rarissimo – decide di di sospendere il trattenimento. Said si trova senza nulla e senza gli psicofarmaci che riceveva nel Cie. Si ucciderà un mese dopo il rilascio, gettandosi dalla finestra di casa di un amico. Sempre a Roma, una sera del maggio 2009, Zorah, compagna di camerata di Mabrouka Mimuni, interviene su Radio Onda Rossa per raccontare le ultime ore in Italia dell’amica, prima di un rimpatrio che non ci avverrà mai. Mabrouka si impiccherà la mattina successiva e Zorah, che sarà rilasciata, morirà alcuni mesi dopo per overdose, stroncata da una dipendenza che, probabilmente, il Cie aveva accentuato.

Morti innaturali. “Spesso i referti e le note stampa parlano di arresto cardiaco, ma questo non dice nulla sulla causa del decesso, sul perché il cuore di 25 donne e uomini si sia fermato in un Cie”. Certo è che si tratta di “luoghi fuori dal tempo, in cui la vita è appesa a un filo”. Mancanza di cure mediche, somministrazione incontrollata di psicofarmaci che – come il Minias – possono creare dipendenza e avere effetti dannosi se interrotti bruscamente, si aggiugono alle violenze e contribuiscono ai frequenti atti di autolesionismo, sfociati in alcuni casi nel suicidio.

A futura memoria. “Vorremmo chiudere il lavoro – spiega Olivia Lopez Curzi – per l’inizio del 2016 e da oggi a allora collaboremo con chi si occupa di Cie e di abusi da parte dello Stato in tutta Italia”. Sperando, conclude, “che anche qualche famigliare di questi invisibili, internati solo perché privi di un pezzo di carta, condivida il nostro obiettivo, che è quello di dare dignità a episodi gravissimi della nostra storia, avvenuti nell’indifferenza delle istituzioni”. Un lavoro importante anche per un futuro prossimo, in cui la parabola discendente dei Cie, passati da 11 a 5 in pochi anni, potrebbe rivitalizzarsi.

Hotspot e nuovi Cie, la tragedia continua. Gli hotspot sarebbero centri chiusi in cui identificare chi entra in Italia via mare, grazie alla presenza di agenti di Frontex e Easo – European Asylum Support Office, per poi rimpatriare chi non ottiene l’asilo o piuttosto chi, come dichiarato dal ministro dell’Interno Alfano lo scorso giugno, “non può fare la domanda d’asilo”. Il Cie di Milo, a Trapani, potrebbe essere il primo ad assumere ufficialmente queste funzioni, raddoppiando la propria capienza. Nel frattempo la nuova giunta regionale della Liguria ha dichiarato di voler aprire un Cie sul suo territorio. La vicenda della cosiddetta detenzione amministrativa degli stranieri sembra insomma non fermarsi. Nemmeno di fronte a 25 “morti di Cie”.

Giacomo Zandonini

thanks to: unimondo

25 million birds illegally killed in Mediterranean annually

Chaffinch is the most hunted bird in the Mediterranean Sea region according to a Birdlife International report. (File photo)

Each year around 25 million birds are illegally killed in the Mediterranean Sea region, a report by a global partnership of conservation organisations says.

On Thursday, Birdlife International published a report that found many birds are shot, captured in nets or trapped after being lured with recordings of birdsong.

Different techniques to catch the birds included the use of lime sticks that glue birds to branches and cause “considerable suffering before resulting in the bird’s death,” Birdlife International said.

Egypt ranks as the number one country where the most number of birds are killed every year, followed by Italy where an estimated 5.6 million birds are killed annually.

Other countries around the Mediterranean, especially those hit hard by violence such as Syria and Libya, also have a high number of bird killings.

The birds are often killed for sport or food, the report noted.

The most targeted bird was chaffinch followed by the blackcap, the common quail and song thrush, the report added.

According to Patricia Zurita, the head of Birdlife International, some bird populations are now in decline or even disappearing.

“This review shows the gruesome extent to which birds are being killed illegally in the Mediterranean,” she added.

The organization called for greater protection for bird species, concluding that the European Union’s rules on bird protection should be better implemented.

PressTV-25mn birds killed in Mediterranean annually.

Palmyra. L’Occidente ha armato la mano degli assassini

Marinella Correggia

Palmyra. L’Occidente ha armato la mano degli assassini
(Foto di Università di Milano)

 

Ipocrisia del Pd e di tutti gli altri sostenitori di guerre

Dopo l’ennesimo indicibile orrore, l’esecuzione a Palmyra dell’82enne archeologo siriano Khaled al Asaad, per mano dei terroristi del sedicente Stato islamico, in Occidente è una corsa da parte di tutti – governi, giornalisti, politici – a fregiarsi della sua memoria.  Strumentalizzando la sua morte. Ad esempio il martire sarà commemorato alle feste del Pd, ha comunicato il premier Renzi.

Peccato che molte delle organizzazioni e persone che ora si dichiarano commosse e indignate, in testa a tutti il Pd, da anni sostengano in vario modo la guerra in Siria e nel 2011 abbiano appoggiato la guerra Nato in Libia. A questi smemorati va ricordato quanto segue:

–          Il sedicente Stato islamico (nato in Iraq dopo il 2003 grazie alla guerra di Bush) è cresciuto perché in Libia la Nato (Italia compresa) è stata la forza aerea delle milizie terroriste e razziste che hanno distrutto il paese e poi sono dilagate in Africa subsahariana e in Siria;

–          In Siria lo Stato islamico è cresciuto (espandendosi dal 2014 anche in Iraq) con l’arrivo di combattenti stranieri grazie al flusso di aiuti materiali e all’appoggio politico dei paesi della Nato e delle petro-monarchie del Golfo, uniti nel cosiddetto gruppo di “Amici della Siria” (ora “Gruppo di Londra”), a vantaggio dei vari gruppi armati di opposizione. Questo ha alimentato – anche a colpi di propaganda e menzogne – una guerra che ha ucciso la Siria. E ha boicottato la pace.

–          Eppure già dal 2012, come dimostrano documenti Usa desecretati e come tutti sapevano, l’opposizione armata era dominata da gruppi che miravano alla formazione di un califfato in Siria.

–          Gli aiuti Nato/Golfo all’opposizione armata sono aiuti a gruppi estremisti, perché sono evidenti le porte girevoli fra le diverse formazioni, che sul campo o si alleano o cedono armi e uomini ai più forti. Il cosiddetto Esercito siriano libero è un guscio vuoto.

–          L’appoggio a estremisti presenti o futuri continua: Usa e Turchia sono impegnati nel programma di addestramento e fornitura militare alla “Nuova forza siriana” (i cui adepti poi rifiutano di combattere contro l’Isis o si arrendono ad Al Nusra); Arabia saudita e Qatar continuano nell’appoggio finanziario perché la guerra vada avanti.

–          L’Italia sta zitta. Pochi giorni fa il ministro  Gentiloni ha accolto l’omologo saudita, impegnato anche a distruggere lo Yemen con la connivenza internazionale

thanks to: Pressenza

#Emergency – L’ambulatorio mobile a Milano

Progetto Italia, uno dei polibus

Anche a Milano, la nostra città natale, esistono infatti sacche di forte degrado urbano e marginalità, che si trasformano in difficoltà nell’accesso alle cure da parte di interi segmenti di popolazione. La crisi economica e il conseguente impoverimento, i tagli alla spesa pubblica sanitaria, le difficoltà linguistiche e logistiche per i migranti… sono ulteriori fattori che rendono ancora più complicato l’accesso a quello che è un diritto universale sancito anche dalla Costituzione ma che, nella pratica, è sempre più messo in discussione.

Emergency – Diario – L’ambulatorio mobile a Milano.

SOMALIA: CONTINUITÀ DELL’IMPERIALISMO ITALIANO

 

di Antonio Moscato

Questo articolo è uscito sul n. 14, nuova serie, di “Marx centouno”, novembre 1993.

Nel nostro paese la spedizione in Somalia è stata presentata spudoratamente come il coronamento di una lunga tradizione italiana di solidarietà con i popoli. In realtà, l’imperialismo italiano ha approfittato dei lunghi rapporti stabiliti in passato con questo paese per candidarsi ad un ruolo di primo piano nelle operazioni di “ricolonizzazione” dell’ Africa.1 Il ministro Andò [ministro “socialista“ della Difesa, che rispondeva con querele e richiesta di risarcimenti danni per miliardi a ogni critica. NdA] aveva già fornito la giustificazione teorica: la sfera di sicurezza del nostro paese non si limita ai paesi limitrofi, ma investe tutta l’area in cui ci sono significativi interessi economici, a partire appunto dal Corno d’Africa.

Di fatto, l’imperialismo italiano segue linee di penetrazione che sono costanti da circa un secolo: Balcani e Corno d’Africa sono gli obiettivi principali, ma anche il Vicino e Medio Oriente sono da sempre oggetto di un’attenzione continua anche se sfortunata. Ma è un dato quasi sconosciuto alla maggioranza degli italiani: nei manuali di storia per le scuole si sorvola ad esempio sul fatto che tra i principali obiettivi dell’entrata dell’Italia nella prima Guerra mondiale, oltre alla Dalmazia, c’era la partecipazione alla spartizione dell’impero ottomano, che doveva estendere la precedente conquista del Dodecaneso alla fascia di Antalya.2 D’altra parte la maggior parte degli italiani ignora la storia dei crimini compiuti dalle truppe italiane durante l’occupazione della Grecia e della Jugoslavia, per non parlare delle guerre coloniali.3 Praticamente sconosciuto il bilancio umano della lunga Guerra di Libia, che sulla maggior parte dei nostri manuali di storia si conclude nel 1911 anziché nel 1932!

Nel corso degli ultimi decenni alcuni storici hanno dedicato la loro attenzione al colonialismo italiano con studi preziosi ma che hanno circolato quasi esclusivamente tra gli specialisti, anche perché il colonialismo sembrava argomento di un passato storico ormai concluso. Tra essi vanno ricordati Rochat, Santarelli, Rainero, Valabrega, ma senza dubbio il lavoro più sistematico è stato svolto da Angelo Del Boca, autore di molti libri essenziali, tra cui i quattro volumi de Gli italiani in Africa Orientale e i due de Gli italiani in Libia, (tutti editi da Laterza), che hanno il pregio di giungere fino alle vicende dell’Italia repubblicana, cogliendo quindi meglio di altri quegli elementi di continuità – di interessi, di istituzioni e anche di uomini – che rappresentano le premesse dell’attuale ritorno in Africa.

Nel 1991 Del Boca ha curato la pubblicazione, sempre presso Laterza. di un volume collettivo su Le guerre coloniali del fascismo, a cui hanno contribuito studiosi dei paesi che erano stati vittime del colonialismo italiano, invitati per un convegno sullo stesso tema che non poté mai avere luogo per i numerosi ostacoli frapposti da varie parti: un testo prezioso per la documentazione di prima mano sui crimini compiuti dai “boni italiani”. Probabilmente sono state proprio le tante resistenze a quel convegno a spingere Del Boca verso la sua ultima opera, che in parte raccoglie – in genere rielaborandoli – scritti apparsi su riviste o concepiti come relazioni a seminari e convegni, e che è dedicata appunto alla «rimozione (conscia o inconscia) delle colpe coloniali».4 Del Boca ha scritto nell’Introduzione che quella rimozione e il «mancato dibattito sul periodo dell’espansionismo imperialista» hanno consentito «la permanenza nel paese di ampie sacche di ignoranza, di disinformazione o di puntigliosa malafede, faticosamente contrastate da una storiografia progressista, che sta compiendo, ma con troppo ritardo, una vasta opera di benefica controinformazione».5

Le conseguenze di questa distorsione dell’immagine dell’Africa coloniale si riflettono anche su quella dell’Africa indipendente, col risultato che agli italiani sfugge completamente la logica che ha portato a nuove forme distruttive di presenza nei paesi che furono sotto il loro dominio coloniale e che i governi post-fascisti tentarono sterilmente di recuperare, «dando un penoso spettacolo di incapacità e imprevidenza».

Proprio nel tentativo di contrastare direttamente queste mistificazioni il libro affronta dapprima la storia della partecipazione italiana alla spartizione dell’ Africa, ricostruendo i crimini spaventosi di quegli esploratori, come Giovanni Miani, Eugenio Ruspoli o Vittorio Bottego, presentati in genere come «eroi purissimi», a cui sono state dedicate vie e piazze o eretti «faraonici monumenti» (a Bottego a Parma, ad esempio), mentre essi non esitavano a descrivere nei loro diari le orrende stragi a cui si dedicavano i mercenari che avevano assoldato.

Bene ha fatto Del Boca a partire dalla ricostruzione di questa fase preparatoria, affidata prima ad avventurieri e poi a missionari che intrecciavano la diffusione del Verbo alla redazione di rapporti per il governo italiano, senza tacere il ruolo di quei sacerdoti che nel 1935 «si tolsero l’abito talare per indossare la divisa da ufficiali dell’esercito» partecipando alla campagna come cappellani militari. Esplorando una vastissima memorialistica, e soprattutto preziosi carteggi e diari inediti, viene ricostruita la nascita di una mentalità razzista («Alla vista di questi indigeni nasce in noi un orgoglio che prima non ci conoscevamo: quello di essere bianchi»), e la «banalità del male» coloniale fatto di piccole e grandi ruberie, di soprusi, di corruzione.

Il craxismo in Somalia

 

La parte dedicata ai rapporti tra Somalia e Italia nell’ultimo decennio è veramente sconvolgente. Del Boca aveva già ricostruito le complicità della sinistra nell’immediato dopoguerra (in particolare l’avallo dato ai tentativi di recuperare le colonie fino al 1947, e le critiche alle «debolezze» del governo negli anni successivi),6 ma quel che emerge sui rapporti con Siad Barre è ancora più penoso.

Naturalmente, al primo posto nelle responsabilità per la politica di ingerenza e di spoliazione mascherata da aiuti umanitari ci sono i funzionari democristiani (spesso ex fascisti, almeno nei primi anni) della Farnesina, ma la stessa sinistra non è esente da colpe. E non solo il Partito socialista, che ha raggiunto poi livelli insuperabili: nei primi anni di un Siad Barre (che secondo i suoi più coerenti e tenaci oppositori aveva rivelato fin dall’inizio le sue caratteristiche essenziali, e che ricorreva sistematicamente ad arresti arbitrari, uccisioni e stava già attizzando gli odi tribali), è il PCI che rappresenta la sua sponda principale, con giornalisti e quadri politici che tessono le lodi del regime, e le cooperative emiliane che stabiliscono legami economici.

Il PSI si lancia in primo piano quando il PCI, di fronte allo scontro tra Somalia ed Etiopia, sceglie quest’ultima. Il candido Pertini riceve Siad Barre al Quirinale, l’11 settembre 1978, elogiando gli «ideali di indipendenza e di democrazia» a cui Siad avrebbe «votato con infaticabile impegno la sua nobile esistenza».7 Poche ore dopo la partenza da Roma, il “nobile” Barre annunciava l’esecuzione di 17 oppositori…

La svolta verso un maggior impegno del PSI comincia tuttavia un po’ più tardi, con una lunga intervista a Siad Barre di Paolo Pillitteri, raccolta poi con altri scritti in un volumetto con prefazione di Bettino Craxi.8

Il rapporto tra socialisti e Somalia è oggi abbastanza noto: complicità con Barre fino all’ultimo, silenzio sui massacri e sugli arresti, aiuti militari ed economici alla cricca al potere. Meno noto che questi aiuti provocarono anche risentimenti nello stesso beneficato. Ad esempio, durante la visita di Craxi a Mogadiscio nel 1985, organizzata con fasto regale (colpi di cannone, archi trionfali, ghirlande agitate da bambini, inni, fanfare, campanacci, bandiere, parate militari e perfino una pioggia di petali mandati in aereo dall’Italia), ci furono anche polemiche aperte sulla qualità delle forniture.

In quei giorni, conversando con i giornalisti italiani, Siad Barre si lamentò che «le armi fornite dall’Italia alla Somalia erano ferraglia, specie i carri armati». Lo stesso Craxi era costretto a una precisazione che tendeva a ridimensionare l’assistenza militare (i giornalisti erano italiani e spesso critici), ma ammetteva di aver «dato cento carri che erano in uso al nostro esercito», di una categoria superata (l’esercito italiano li aveva sostituiti con i Leopard), ma «quasi tutti funzionanti».9

Il viaggio di Craxi non è certo un caso unico: in Somalia sono andati moltissimi esponenti politici italiani, tutti prodighi di promesse e di riconoscimenti, compreso Cossiga (che forse sentiva qualche affinità spirituale con l’ex mare-sciallo dei carabinieri divenuto uomo forte della Somalia) e che visita la Somalia, già in preda alla guerra civile, pochi mesi prima dell’assassinio del vescovo italiano Salvatore Pietro Colombo, che innescherà altri terribili eccidi.10

Aidid socio in affari di Craxi

 

I libri di Del Boca sono sempre una vera miniera di preziose notizie. Ad esempio, egli ha fornito una biografia del generale Mohamed Farah Hassan detto “Aidid” (cioè il vittorioso), assai prima che fosse attaccato volgarmente dalla stampa del nostro paese per aver espresso il suo scarso gradimento per la presenza del contingente italiano, e ovviamente prima di diventare il “nuovo Saddam”, il superbandito, il mostro.

Secondo Del Boca, Aidid ha qualche ragione per diffidare degli italiani: formato alla scuola di fanteria di Cesano, era colonnello al momento del golpe di Barre, che lo spedì ben presto in carcere per sette anni. Tirato fuori alla vigilia della sciagurata offensiva nell’Ogaden, aveva conquistato sul campo il grado di generale, che aveva consolidato successivamente studiando in un’accademia militare sovietica. Era poi stato allontanato dai comandi militari con vari incarichi onorifici: nell’ultimo periodo era stato mandato da Siad Barre come ambasciatore in India per allontanarlo dal paese. Dall’India era tornato nel giugno del 1989, prendendo la direzione delle forze che hanno rovesciato il dittatore.

La sua irritazione contro gli italiani si deve sia alla protezione accordata a Barre fino all’ultimo, sia a un episodio curioso e sintomatico: insieme al cognato Ali Hasci Dorre aveva intentato causa presso la magistratura italiana a Paolo Pillitteri (che dal 1978 al 1986 era stato presidente della Camera di commercio italo-somala), Pietro Bearzi e Bettino Craxi, accusandoli di non aver onorato un accordo che prevedeva la provvigione (o tangente) del 10% su ogni affare procurato in Somalia. Il 25 novembre 1991 la prima sezione del tribunale civile di Milano ha respinto l’istanza per «carenza probatoria», condannando i due somali troppo fiduciosi nella giustizia italiana alle spese processuali: 73.600.000 lire a Pillitteri, 72.600.000 a Craxi. I due somali rivendicavano un pagamento di circa 50 miliardi, che lascia capire l’entità degli affari passati per le mani dell’ex sindaco di Milano e del suo potente cognato.11 Non capiamo proprio da quale pulpito i giornali italiani possano rinfacciare qualcosa ad Aidid, che non inten­diamo certo nobilitare, ma il cui operato vorremmo inquadrare proprio all’interno della squallida realtà della cosiddetta “missione civilizzatrice dell’Italia”.

Le radici del conflitto attuale

 

Due libri di autori somali di diverso orientamento, Mohamed Aden Sheikh e Mohamed Yusuf Hassan, sono molto utili per ricostruire le premesse dell’attuale conflitto: quello di Mohamed Aden Sheikh chiarisce soprattutto le ragioni dell’involuzione del regime di Barre attraverso un discorso prevalentemente autobiografico dell’autore, un chirurgo laureato in Italia che è stato tra i primi collaboratori di Siad Barre, più volte ministro, e poi a lungo incarcerato dal dittatore.12

Mohamed Aden Sheikh è un moderato, partecipe del tentativo del gruppo noto come il Manifesto di assicurare una transizione graduale e pacifica anche a costo di lasciare Siad Barre alla testa della repubblica fino allo scadere del suo “mandato” (cioè fino alla fine del 1993). Tuttavia, egli spiega onestamente che quel tentativo è fallito perché il regime «è stato travolto da una rivolta popolare incontenibile, una versione mogadisciana dell’ intifada palestinese». Gli abitanti di Mogadiscio e della regione circostante erano «stufi del regime e dei suoi soprusi» e di «una crisi economica che aveva letteralmente ridotto la gente alla fame». È per questo che «lo scontro armato si è trasformato in insurrezione. Le testimonianze concordano nel dire che i protagonisti della rivolta sono stati gli adolescenti, ragazzini di 14 o 15 anni che erano riusciti ad arraffare un mitra. Questi ragazzi sono andati a migliaia incontro alla morte e hanno seminato la morte a loro volta».13 Quei ragazzi, appartenenti a molti clan diversi e in molti casi neppure più legati al clan di provenienza, hanno formato la base della forza di Aidid, che ha avuto un ruolo decisivo sia sul terreno militare che su quello politico nell’abbattimento del regime di Barre.

Il più recente libro di Mohamed Yusuf Hassan ricostruisce, invece, soprattutto la fase successiva alla caduta di Barre.14 Il ruolo di Aidid è cresciuto non solo per la sua innegabile capacità militare, ma anche perché si è opposto decisamente ai compromessi “continuisti” tentati da vari politici che hanno abbandonato Barre in extremis e di cui Ali Mahdi è divenuto il rappresentante o il fantoccio. Ali Mahdi non ha avuto nessun ruolo militare nella caduta del regime, ma è anche una figura politica di terzo piano: è un commerciante nonché proprietario di un grande albergo, che si è arricchito all’ombra di Barre e della “cooperazione” italiana; dietro di lui, ci sono gli interessi dei “proprietari di Mogadiscio”.

In un articolo sul numero 3 (maggio-giugno 1993) de «Il passaggio», Mohamed Aden Sheikh ha chiarito che colloca Aidid sullo stesso piano del rivale Ali Mahdi, considerandoli entrambi ugualmente responsabili dello sfacelo del paese, e rimprovera all’ONU e agli italiani in particolare di delegare tutto ai due. Tuttavia i fatti sembrano confermare che si tratta di un pregiudizio, dato che nei confronti dei due rivali vengono applicati due pesi e due misure. Ad esempio, i carabinieri italiani stanno recuperando e armando gli appartenenti alla feroce polizia del vecchio regime sotto la guida del generale Ahmed Gilehow, capo dei torturatori della polizia di Siad Barre, con l’appoggio del solo Ali Mahdi, mentre Aidid accusa proprio questi poliziotti di aver innescato gli scontri del 2 luglio al pastificio.

In realtà, Mohamed Farah Aidid non è un gigante, né una figura limpida: egli si rafforza soprattutto per gli attacchi che riceve dalle forze di occupazione, che hanno come interlocutori privilegiati i suoi ricchi nemici. Contrariamente a quanto si dice spesso, tuttavia, la forza di Mohamed Farah Aidid è la meno caratterizzata in senso tribale di quelle che operano in Somalia. Il libro di Mohamed Yusuf Hassan è assai dettagliato nella ricostruzione della rottura dell’accordo che aveva unito praticamente tutti i clan somali nella lotta contro Barre (con la sola eccezione dei marehan, degli ogaden e dei dulbahante a cui appartengono Barre, sua madre e il genero e che sono stati favoriti oltre misura negli ultimi anni della dittatura). Analogamente a quel che era avvenuto durante la lotta per l’indipendenza, l’appartenenza al clan era stata messa in sordina o negata nel movimento che ha abbattuto Siad Barre, in cui il ruolo di Aidid era stato essenziale.

I conflitti attuali sono stati innescati in primo luogo dall’eredità di contrapposizioni claniche lasciata dall’ultimo Barre, e poi dalle ciniche manovre di chi ha tentato di salvare il regime sacrificando il dittatore, e ha fatto leva su vecchi pregiudizi e recenti risentimenti per spezzare il fronte di lotta. Un ruolo particolare è stato assunto in tal senso dal genero di Siad Barre, Mohamed Said Hersi “Morgan”, ma anche dallo stesso Ali Mahdi. La forza di Aidid invece è basata soprattutto sui “giovani della boscaglia”, di origine clanica assai eterogenea, che hanno abbattuto il regime di Siad Barre e che odiano ovviamente il “continuismo” dei notabili appoggiati dagli occupanti italiani.

Mohamed Yusuf Hassan (che fa parte del gruppo dirigente dell’USC di Aidid, anche se mantiene un atteggiamento abbastanza critico nei suoi confronti) sottolinea poi il ruolo unitario e di opposizione alle contrapposizioni claniche rappresentato dalle organizzazioni delle donne, che teoricamente dovrebbero fornire un terzo dei membri del Consiglio nazionale di transizione deciso a marzo nell’incontro di Addis Abeba tra i capi delle quindici fazioni.

Molte donne, oltre a partecipare alla lotta contro Barre, hanno svolto in questi anni compiti preziosi per assicurare strutture sanitarie, alimentazione, assistenza agli orfani nelle regioni devastate dalla guerra civile. Tuttavia, esse sono minacciate dall’unica altra forza effettivamente interclanica che si delinea in Somalia, quella degli integralisti islamici. La forza dei Fratelli Musulmani, che pure non hanno svolto nessuna attività politica e sociale durante la guerra civile, sta aumentando nel quadro della distruzione dello Stato e di ogni principio associativo laico, presentandosi come unica alternativa al caos. Inoltre, godono di consistenti appoggi da parte dell’Iran e del Sudan. Inutile dire che un loro successo avrebbe effetti nefasti, e non solo per le donne emancipate, che rappresentano oggi il loro principale bersaglio.

Tutto questo non lo sanno i soldati italiani, che non hanno nessun elemento per capire la complessità dello scontro. Le interviste ai feriti dopo lo scontro del 2 luglio sono piene di odio contro il “mostro” Aidid, di cui è evidente che sanno solo quel poco che gli è stato presentato da ufficiali ignoranti e menzogneri. Non possiamo più sopportare le “provocazioni” dei somali, dobbiamo avere libertà di “reagire più duramente”, hanno detto. I toni sono vergognosamente razzisti, alla Rambo. Ad esempio, in un’intervista a «l’Unità», uno dei feriti, Pasquale La Rocca, si vanta apertamente di aver «cominciato a far fuoco a volontà» col fucile mitragliatore SCP 70: «Gli ho dato sotto con le raffiche… Sparavo contro ogni cosa nera che si muovesse».15

D’altra parte, ogni volta che sulla stampa italiana si fa riferimento alla morte dei 23 pakistani nello scontro del 5 giugno che ha iniziato la fase apertamente conflittuale tra Unosom e popolazione, si parla di «vile aggressione» somala, senza dire che il conflitto era stato iniziato dalle forze dell’ONU attaccando un edificio sotto il controllo di Aidid, e aveva provocato subito oltre 40 morti tra i somali, prima delle ritorsioni pakistane dei giorni successivi. Nessuno parla poi dei 200 morti provocati dai parà belgi in una sola settimana di “rastrellamenti” a Chisimaio! C’è voluto il massacro a freddo del 12 luglio da parte dei Cobra statunitensi (con la conseguente caccia al giornalista bianco da parte della popolazione esasperata) perché la stampa italiana scoprisse toni preoccupati e indignati. Rimane tuttavia il sospetto che a innescare tanta sensibilità sia stato soprattutto il contemporaneo attacco del «New York Times» al ruolo degli ufficiali italiani.

Le ragioni profonde della crisi somala

 

La crisi della Somalia non può essere spiegata solo con i crimini di Siad Barre e di chi lo ha sostenuto.

Certo, la scelta di risolvere i problemi interni del paese attaccando l’Etiopia “socialista” per “liberare” i somali dell’Ogaden (sperando di essere ricompensato dall’imperialismo statunitense e da quello italiano) ha innescato la crisi più acuta, provocando l’afflusso di oltre un milione di profughi, che hanno scardinato i già precari equilibri di un’economia debole e povera.

Certo, il sostegno militare accordato in primo luogo dall’Italia ha fatto incancrenire la crisi, rinviandone la soluzione e provocando lacerazioni e risentimenti non facilmente risanabili dopo la sua caduta.

Certo, gli interventi successivi, le pesanti ingerenze di Boutros Ghali [segretario generale dell’ONU, egiziano di religione cristiana-copta, molto legato agli Stati Uniti NdA] o dei diplomatici e militari italiani o americani, i riconoscimenti di fatto accordati ai vari signori della guerra e peggio ancora a “capi-clan” praticamente inventati (le vecchie strutture claniche, tranne per pochissimi casi, erano scomparse nei primi anni dopo l’indipendenza), per non parlare delle brusche svolte successive. con le taglie su Aidid e i bombardamenti di rappresaglia, hanno aggravato i conflitti anziché risolverli.

Tuttavia, non ci si può fermare a queste responsabilità politiche. A monte di tutto c’è il precipitare della situazione economica, aggravata certo dagli errori e dalle ruberie di Siad Barre “Bocca larga”, dei suoi familiari e dei suoi complici somali e italiani, ma che ha origini fuori della Somalia. Agli inizi degli anni Ottanta il FMI ha imposto alla Somalia, come a pressoché tutti gli altri paesi africani, una politica di feroce compressione della spesa pubblica, la distruzione della sanità e dell’istruzioe pubblica e soprattutto la privatizzazione dell’ assistenza veterinaria al bestiame dei nomadi, imponendo prezzi tali per essa da provocare la distruzione dell’allevamento tradizionale.16

Le spese per l’agricoltura si sono ridotte dell’85% rispetto agli anni Settanta, quelle per la sanità del 78% (1989 rispetto al 1975), le spese per l’educazione primaria sono passate da 82$ nel 1982 a 4$ annui nel 1989. I salari del pubblico impiego si sono ridotti a 3$ mensili, con una caduta del 90% rispetto agli anni Settanta, accelerando così la distruzione dell’amministrazione.

Al tempo stesso gli “aiuti” alimentari, quando ci sono veramente, hanno un ulteriore effetto dirompente, perché provocano la distruzione definitiva della vecchia economia agropastorale di sussistenza e facilitano la formazione di gruppi che controllano – in genere a mano armata – la distribuzione.

Non è solo la Somalia a conoscere questo destino: in realtà di “Somalie” ce ne sono tante, in Africa: secondo le stime della FAO, 235 milioni di persone, il 44% della popolazione del continente, soffrono di gravi carenze alimentari, e 170 milioni rischiano di non sopravvivere per la cronica malnutrizione.17 Il Mozambico ad esempio, altra meta privilegiata dell’Italia, ha un PIL pro capite annuo che è circa la metà di quello somalo: 80$ contro 172$!

La penuria assoluta che colpisce la maggior parte dei paesi dell’Africa a partire dalla metà degli anni Settanta per l’effetto combinato del crollo dei prezzi delle materie prime e dell’indebitamento (con la conseguente ingerenza del FMI e della BM), ha fatto a poco a poco perdere tutto quel che era stato conquistato nei confronti dei pregiudizi razziali, etnici, religiosi o culturali subito dopo l’indipendenza. Il senso della collettività e della comunità di interessi arretra brutalmente di fronte alla paura che venga a mancare il minimo indispensabile per la sopravvivenza, senza speranza alcuna di soccorso.

Lo Stato, costruito riproducendo il peggio del modello occidentale e di quello del “socialismo reale”, si disgrega quasi ovunque, e non rappresenta più, neppure in modo distorto, l’espressione della nazione e dello Stato ereditato dal colonialismo. La coscienza sociale arretra contemporaneamente a quella nazionale. Anche le reti tradizionali di redistribuzione dei redditi attraverso prebende e corruzione sono entrate in crisi per le drastiche restrizioni imposte da tutte le istituzioni finanziarie internazionali. Le basi sociali dello Stato così si indeboliscono o si estinguono e, anche quando non si arriva all’esplosione in mille pezzi che caratterizza oggi la Somalia (paradossalmente il meno artificiale degli Stati africani, perché monoetnico), si lascia spazio a un ritorno al clan o alla tribù o all’ etnia o alla religione, secondo le specificità storiche del paese. (1993)


Note

1 In realtà, la conoscenza della Somalia da parte degli uomini che vi hanno soggiornato a lungo nel periodo coloniale e poi in quello della “cooperazione” è assai relativa, e rivela un misto di ignoranza e arroganza da parvenus del colonialismo. Ad esempio i quadri coloniali inglesi studiavano seriamente il somalo (e in genere le lingue e le culture dei paesi che dominavano), mentre gli italiani non lo hanno fatto in cento anni di presenza coloniale e neocoloniale, affidandosi costantemente a “interpreti” e mediatori di cui non potevano valutare a fondo la politica.

2 Se l’Italia non è riuscita ad ottenere la fascia di Antalya che le era stata promessa nelle trattative segrete lo si deve solo alla straordinaria reazione del nazionalismo turco – sotto la guida di Kemal Ataturk – nei confronti dell’invasione greca ugualmente istigata e appoggiata dall’Inte- sa. Negli anni Trenta, d’altra parte, la pubblicistica fascista risollevava periodicamente la questione del mandato sulla Palestina, per cui l’Italia avrebbe avuto maggiori diritti dell’Inghilterra non solo in quanto potenza cattolica. ma per una presunta discendenza di Vittorio Emanuele III da un re crociato di Gerusalemme!

3 Pochissimi giovani in Italia sanno ad esempio che i conflitti tra i popoli della Jugoslavia non sono stati eterni, ma sono stati attizzati dall’occupazione italiana del “Regno di Croazia”, assegnato a un Aymone di Savoia che si guardò bene dal prenderne possesso, ed affidato in gestione al capo del gruppuscolo criminale degli Ustascia, Ante Pavelic, già da anni al soldo del fascismo italiano ed esecutore di diversi crimini per suo conto. I risentimenti che hanno innescato l’attuale guerra non risalgono a un passato remotissimo, ma agli spaventosi massacri di serbi e musulmani compiuti tra il 1941 e il 1945 dagli ustascia sotto protezione italiana (con la complicità del clero cattolico, a cui erano affidati alcuni campi di sterminio da cui si poteva uscire solo convertendosi al cattolicesimo).

4 Angelo Del Boca, L’Africa nella coscienza degli italiani, Laterza, Bari-Roma 1992 (pp. XVI-486, £.55.000). L’inizio della spedizione in Somalia ha spinto l’autore a curare una rapida riedizione della parte dedicata a quel paese, integrata con alcuni articoli di quotidiani e aggiornata fino all’inizio di “Restore Hope”, e apparsa in edizione veramente economica (14.000 lire) presso lo stesso editore (dal titolo Somalia. Una sconfitta dell’intelligenza).

5 Sul «vasta», forse, si può dissentire: ad esempio il prezzo del volume non lo rendeva certo accessibile a un pubblico veramente amplio, e lo stesso si può dire per i due preziosi volumi sulla Libia.

6 D’altra parte Del Boca sottolinea come l’ignoranza sul passato coloniale sia stata facilitata dalla delega ai funzionari del vecchio regime coloniale del compito di tracciare la storia de L’Italia in Africa e, peggio ancora, di custodirne la documentazione, impedendo l’accesso agli studiosi indipendenti.

7 Pertini fu forse ingenuo, ma non fu solo: anche “quel galantuomo di Scalfaro” si recò nel 1984 in Somalia in qualità di ministro dell’Interno per consigliare gli uomini del regime «ad organizzare la sicurezza pubblica e l’amministrazione civile». Che consigli poteva dare a una «sicurezza pubblica» che funzionava anche troppo? Proprio nei giorni in cui Luigi Scalfaro era in visita in Somalia, ad esempio, centinaia di oppositori venivano uccisi nella sola città di Hargheisa. A. Del Boca, L’Africa nella coscienza, cit., p. 304.

8 Paolo Pillitteri, Somalia ’81, Sugarco, Milano 1981.

9 A. Del Boca. L’Africa nella coscienza, cit., p. 307. La dichiarazione era stata riportata dal «Corriere della sera» del 22-9-1985.

10 Dell’uccisione del vescovo – quasi sicuramente opera dei servizi segreti – furono accusati a torto gli integralisti islamici. Alcuni dignitari religiosi e membri influenti della comunità islamica vennero arrestati con questo pretesto, e la polizia sparò sulla folla che protestava, il 14 luglio 1989, uccidendo 450 persone e ferendone 1.000.

11 Ivi, p. 335. Cfr. anche «Corriere della sera», 26-11-1991 e «l’Espresso», 1 dicembre 1991.

12 Mohamed Aden Sheikh. Arrivederci a Mogadiscio, Conversazione sulla Somalia con Pietro Petrucci, Edizioni Associale, Roma 1991.

13 Ivi, p. 167.

1414 Mohamed Yusuf Hassan, Somalia. Le radici del futuro, Il passaggio, Roma 1993.

15 «l’Unità», 5 luglio 1993. Secondo le sue stesse dichiarazioni La Rocca sa­rebbe stato ferito a un occhio da una scheggia mentre si chinava per prendere altri caricatori per continuare a sparare contro la folla. Il giornale ex comunista ha riportato questa ed altre simili dichiarazioni senza una parola di dissociazione o di commento. D’altra parte, sul piano più strettamente politico, sono sempre più esplicite le difese della logica interventista dell’imperialismo italiano da parte del PDS (ma il termine “imperialismo è ovviamente al bando da moltissimi anni).

16 Si veda di Michel Chossudovsky. Dépendence alimentaire, “ingérence humanitaire en Somalie˝, in «Le monde diplomatique», juillet 1993.

17 La parte dell’Africa nel commercio mondiale è caduta dall’8% del 1970 all’1% del 1989. Ciò si deve soprattutto al crollo dei prezzi delle materie prime (dal 1985 ad esempio il prezzo del caffè si è ridotto a un sesto. Quello del cacao a un quarto di quello precedente, provocando la rovina totale di paesi come la Costa d’Avorio, che avevano puntato sulle esportazioni di quei prodotto per finanziare ambiziosi e reclamizzatissimi piani di sviluppo). Il debito estero è così cresciuto in modo spaventoso, fino ad eguagliare, per molti paesi africani, l’intero prodotto interno lordo. Il 20% delle esportazioni servono solo a pagare gli interessi sul debito!

 

Iran denuclearizzato, Italia nuclearizzata

«Oggi è una giornata storica ed è un grande onore per noi annunciare che abbiamo raggiunto un accordo sulla soluzione nucleare iraniana, per rendere il nostro mondo più sicuro»: così ha dichiarato a Vienna Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

Quasi contemporaneamente giungeva dagli Stati uniti un altro annuncio: «La U.S. Air Force e la Nnsa (National Nuclear Security Administration) hanno completato, nel poligono di Tonopah in Nevada, il primo test in volo della bomba nucleare B61-12». Quella che tra non molto sostituirà la B61, la bomba nucleare statunitense stoccata ad Aviano e Ghedi Torre in un numero stimato in 70-90, parte di un arsenale di almeno 200 stoccate anche in Germania, Belgio, Olanda e Turchia.
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La riuscita del test «prova il continuo impegno degli Stati uniti di mantenere la B61», comunica la Nnsa. Specifica quindi che «la B61-12, dotata di una sezione di coda, sostituirà le bombe B61-3, -4, -7, -10 nell’attuale arsenale nucleare Usa». Viene dunque ufficialmente confermato che la B61 sarà trasformata da bomba a caduta libera in bomba «intelligente», che potrà essere sganciata a grande distanza dall’obiettivo. La B61-12 a guida di precisione, il cui costo è previsto in 8-12 miliardi di dollari per 400-500 bombe, si configura come un’arma polivalente, con una potenza media di 50 kiloton (circa quattro volte la bomba di Hiroshima). Essa svolgerà la funzione di più bombe, comprese quelle progettate per «decapitare» il paese nemico, distruggendo i bunker dei centri di comando e altre strutture sotterranee in un first strike nucleare.
La sostituzione della B61 con la B61-12, annuncia la Nnsa, «fornisce sicurezza ai nostri alleati». Lo dimostra il fatto che ad Aviano e Ghedi le bombe nucleari sono tenute in speciali hangar insieme ai caccia pronti per l’attacco nucleare: F-15 e F-16 statunitensi e Tornado italiani, i cui piloti vengono addestrati all’attacco nucleare. In Italia, nel 2013 e 2014, si è svolta la Steadfast Noon (Mezzogiorno risoluto), l’esercitazione Nato di guerra nucleare, a cui l’anno scorso hanno partecipato anche F-16 polacchi. In tal modo l’Italia viola il Trattato di non-proliferazione che, all’articolo 2, stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non-nucleari, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente».
L’ammodernamento delle armi nucleari Usa schierate in Europa rientra nella crescente corsa agli armamenti nucleari. Secondo la Federazione degli scienziati americani, gli Usa mantengono 1.920 testate nucleari strategiche pronte al lancio (su un totale di 7.300), in confronto alle 1.600 russe (su 8.000). Comprese quelle francesi e britanniche, le forze nucleari della Nato dispongono di circa 8.000 testate nucleari, di cui 2.370 pronte al lancio. Aggiungendo quelle cinesi, pachistane, indiane, israeliane e nordcoreane, il numero totale delle testate nucleari viene stimato in 16300, di cui 4.350 pronte al lancio. E la corsa agli armamenti nucleari prosegue con la continua modernizzazione degli arsenali.
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Per questo la lancetta dell’«Orologio dell’apocalisse», il segnatempo simbolico che sul «Bulletin of the Atomic Scientists» indica a quanti minuti siamo dalla mezzanotte della guerra nucleare, è stata spostata da 5 a mezzanotte nel 2012 a 3 a mezzanotte nel 2015, lo stesso livello del 1984 in piena guerra fredda.
Particolarmente alto il rischio che un giorno possano essere usate armi nucleari in Medio Oriente, dove l’unico paese a possederle è Israele, che a differenza dell’Iran non aderisce al Trattato di non-proliferazione. Secondo le stime, le forze armate israeliane possiedono 100-400 testate nucleari, comprese bombe H, con una potenza equivalente a quasi 4mila bombe di Hiroshima. I vettori comprendono oltre 300 caccia statunitensi F-16 e F-15, armati anche di missili israelo-statunitensi Popeye a testata nucleare, e circa 50 missili balistici Jericho II su rampe di lancio mobili. Israele possiede inoltre 4 sottomarini Dolphin, modificati per l’attacco nucleare, forniti dalla Germania, che lo scorso settembre ha consegnato il quarto dei sei previsti.
Inoltre gli Stati uniti hanno firmato accordi per la fornitura ad Arabia saudita, Bahrain ed Emirati arabi di tecnologie nucleari e materiale fissile con cui possono dotarsi di armi nucleari. L’Arabia saudita ha ufficialmente dichiarato (The Independent, 30 marzo 2015) che non esclude di costruire o acquistare armi nucleari, con l’aiuto del Pakistan di cui finanzia il 60% del programma nucleare militare.
Su questo sfondo quella di Vienna appare come una tragica sceneggiata. Mentre si puntano i riflettori sull’Iran, che non possiede armi nucleari e il cui programma nucleare civile è verificabile, si lascia in ombra la drammatica realtà della corsa agli armamenti nucleari per convincere l’opinione pubblica che, con l’accordo sul nucleare iraniano, «il nostro mondo è più sicuro».

Manlio Dinucci Μάνλιο Ντινούτσι مانليو دينوتشي

Courtesy of il manifesto
Source: http://ilmanifesto.info/o-k-per-logiva-nucleare-b61-12-andra-ad-aviano/
Publication date of original article: 14/07/2015

thanks to: Tlaxcala

Missione italiana di cardiochirurgia pediatrica diretta a Gaza

di Martina Luisi


E’ partito il team italiano di cardiochirurgia pediatrica diretto a Gaza, al fine di portare avanti il programma “Healing Hearts” di PCRF presso l’EGH di Khan Yunis.

Partecipano alla missione:
Luisi Vincenzo Stefano (cardiochirurgo capo-missione)
Del Sarto Paolo (anestesista FTGM/Ospedale del Cuore di Massa)
Tumbarello Roberto (cardiologo AOU Brotzu diu Cagliari)
Iezzi Federica (cardiochirurgo Ospedale di Ancona)
Dal Soglio Paola (perfusionista AOUI Verona)
Fichera Dario (perfusionista AO Padova)
Padalino Massimo (cardiochirurgo AO Padova)
Prendin Angela (infermiera Unità Cure Intensive AO Padova)
Vullo Carmelo (anestesista AOU Pisa)
Carollo Cristiana (anestesista AO Padova)
Pettenuzzo Tommaso (anestesista AOU Padova)
Chicu Tatiana (anestesista AOU Padova)
Con loro anche la giornalista Eleonora Pochi, che tra le altre cose si occuperà anche di sindrome da stress post traumatico, molto diffusa tra i bambini di Gaza dopo l’offensiva militare israeliana della scorsa estate.
Tra i materiali sanitari e i medicinali acquistati in Italia, anche un apparecchio molto importante: si tratta di un ventilatore respiratorio che FTGM (Fondazione Toscana Gabriele Monasterio che gestisce l’Ospedale del Cuore di Massa) ha donato all’EGH. E’ la seconda donazione materiale che enti terzi fanno a Pcrf-Italia quest’anno. Abbiamo ricevuto anche una macchina sterilizzatrice donata dalla Fondazione ARPA di Pisa che sarà trasportata via mare a cura dell’ente Porto di Carrara.
Nelle foto 1 e 2: il team in partenza
Nella foto 3: Stefano Luisi (Pcrf-Italia) assieme a Elisabetta Donnini (FTGM) e Francesco Pedrinzani (Porto di Carrara) al momento della consegna del venitlatore
Nella foto 4 che non c’è: il nostro ricordo di Paolo Arciprete. Quelli come lui non muoiono mai e presto anche Pcrf ne darà prova.
Buon proseguimento a tutti e buona missione ai nostri volontari!

Foto 1

Foto 2

Foto 3

 

thanks to: forumpalestina

Fermare la guerra e la distruzione di Siria, Iraq e Yemen

TRE ASSOCIAZIONI FIRMANO UN APPELLO CONTRO LA DISTRUZIONE DI SIRIA, IRAQ E MEDIORIENTE

L’urgenza è assoluta. L’avanzata mortale del sedicente Stato islamico e di altri gruppi fanatici in Siria e Iraq – ma anche in Yemen – può finire di uccidere il Medioriente ed è il frutto della complicità e cecità dei paesi Nato e delle petromonarchie loro alleate. Il documento che segue, firmato da tre organizzazioni di attivisti e fondato su fatti inequivocabili, intende lanciare l’allarme. Si rivolge a tutti. Tutti possono agire. Basta con l’inerzia degli ultimi anni. I popoli e i movimenti devono far pressione sui governi coinvolti in questa immane tragedia affinché si dissocino e boicottino chi l’ha provocata e ne è tuttora complice diretto o indiretto. Ma ci rivolgiamo anche ai paesi non occidentali (popoli e governi), affinché prendano in mano la situazione, isolando appunto i responsabili diretti e indiretti. (Marinella Correggia).

Dunque l’Occidente vuole che l’Isis prenda Siria, Iraq, Yemen…?  L’evidente incapacità della sedicente “coalizione internazionale anti-Isis” di fronte all’avanzata di terroristi – non solo Isis – in Siria e Iraq è forse frutto di una strategia? Il ministro Alfano ha detto in Parlamento: “Facciamo parte della grande comunità occidentale che combatte al meglio il terrorismo”. Doveva dire: “La comunità occidentale che aiuta al meglio il terrorismo”.

Perché in Iraq a Ramadi nella