GLI EUROPEISTI INVOCANO IL GOLPE- per salvare la Democrazia, ovvio.

Da quel che ho capito io, Mattarella non vuole i ministri che gli propone l’alleanza di governo. Dicono che continua  telefonare a Draghi per avere, diciamo, istruzioni o pareri: “Conti ti va?”.  Draghi: Per carità, e chi lo conosce. E’  incompetente. E’ un tecnico (i media ripetono: incompetente, troppo tecnico, ha falsato il suo curriculum)

NON ABBASTANZA competente.

Mattarella:  “Mi propongono Paolo Savona lo accetti? Draghi: “Di male in peggio, quello è troppo competente. E’ anche uno del sistema, quindi non possiamo attaccarlo come un barbaro invasore.  Ex direttore generale di Confindustria e ministro dell’Industria del governo Ciampi, lunghi anni a fianco di Guido Carli, che da ministro del Tesoro firmò per l’Italia il trattato di Maastricht. Sperimentato. La sa troppo lunga. Riuscirebbe a pilotare l’uscita concordata dall’euro. Sa come fare. Nelle trattative metterebbe in difficoltà Merkel e  Macron. No no, proprio no”.

TROPPO competente.

I media strombazzano:  Paolo Savona è anti-euro, non va bene.  Ci vuole un ministro non critico dell’euro, altrimenti l’Europa si sente offesa. Altri spiegano: Paolo Savona è interno al Sistema, dunque in contraddizione col populismo. Bocciato.

Mattarella mette il veto.

Il presidente Mattarella si prende tempo. Continua a ricevere messaggi dalla cosiddetta Europa: “L’Italia  rispetti gli impegni”; “Presidente, non permetta che i  barbari distruggano lo splendido lavoro che abbiamo fatto a Bruxelles”.

Centocinquanta economisti tedeschi  firmano un documento  di fuoco in cui esigono che l’Italia esca dall’euro. Cosa che dimostra lo stato di confusione mentale in cui li abbiamo sprofondati: prima, quando l’opzione di uscita dall’euro era comparsa nella bozza Lega-M5S, tutti a strillare che è uno scandalo! E obbligano a cancellare quella opzione. Poi la stessa opzione compare con la firma di 150 economisti germanici, e va bene.

E Mattarella che fa? Aspetta. Aspetta che Salvini e Di Maio gli propongano i ministri giusti. Giusti  secondo gli europeisti e i media. Si capisce che sarebbe contento se Salvini e Di Maio gli proponessero: come presidente del  consiglio, vogliamo assolutamente Gentiloni. Come ministro dell’economia, scegliamo di nostra iniziativa, Padoan. Agli Esteri, Alfano. La Fedeli all’Istruzione…

Quello sarebbe il governo giallo-verde ideale, per Mattarella. Il quale continua a far ripetere ai media che è sua prerogativa presidenziale scegliere i ministri.

C’è addirittura qualche media che sostiene: la pretesa dei vincitori alle elezioni di volersi scegliere i ministri è contraria alla Costituzione.  Corrado Augias comincia a scrivere che al punto in cui siamo, per salvare la democrazia, bisogna vietare le elezioni: è il pensiero ricorrente della cultura di sinistra. Su Il Foglio, il direttore neocon Claudio Cerasa lancia un appello disperato a Berlusconi e a Renzi: sciolgano PD e Forza Italia e  li fondino in una sola “opposizione propositiva pro Occidente, pro mercato, pro Europa” contro il governo giallo-verde votato dal popolo.

Insomma non sanno più cosa inventarsi. Hanno una gran voglia di golpe. Sperano moltissimo in un aumento dello spread. Invocano l’aiuto dei “mercati”: non vedete l’immane debito pubblico italiano?  Chiedete di più di interessi! Rovinate gli italiani che hanno votato  male!

Al che un operatore finanziario domanda: se – come credono i media – c’è una correlazione fra debito grosso  e spread, come mai il Giappone che ha un rapporto debito/Pil del 235 per cento, ha uno spread nullo, anzi “NEGATIVO rispetto ai bund tedeschi, e non è sotto la minaccia dei mercati?

Il Giappone: rapporto  debito/Pil è  al 235%, ma i “mercati” non si allarmano. Perché ha la moneta sovrana.

Cosa volete, rispondere  a questa domanda sarebbe imbarazzante: il Giappone non allarma i mercati perché non è nell’euro, ha una moneta sovrana  e una banca centrale sua, che garantisce di pagare tutti li yen che servono per servire gli interessi sul debito.

Si potrebbe dedurre che i nostri problemi di spread dipendano dalla UE  e dall’euro.  Un’idea malsana e barbara. Omofoba e antisemita.

Quindi, gli sguardi si volgono di nuovo a Mattarella. Gli danno suggerimenti. Come nota Massimo D’Antoni, professore di scienza delle finanze a Siena:  “I giornali continuano a scrivere che al Quirinale il problema sarebbe la proposta di un ministro [Paolo Savona]  che ha dei dubbi sull’euro. Non so se sia vero. Mi rifiuto di crederci, perché se così fosse sarebbe una motivazione a dir poco sconcertante”:

Già. Avremmo un presidente della repubblica che censura preventivamente le idee politiche di un economista  assolutamente rispettato,  che è stato ministro, banchiere, boiardo di Stato, persino Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica….

Mattarella come presidente che mette il veto – non motivandolo –  su un tale nome, concordato dalle forze che rappresentano la maggioranza in parlamento, “introdurrebbe un precedente pesantissimo” (D’Antoni).  Il precedente si chiama golpe. Qui, diciamolo chiaro, c’è una grande tentazione di golpe. Lo chiede il PD. Lo chiede Forza Italia. Lo chiedono i media. Ce lo chiede l’Europa.

Forse Draghi ha trovato una via d’uscita. Telefona a Mattarella: “Dì che scelgano Di Maio. Quello è un novizio, non capisce niente di finanza monetaria, non sa le lingue, riusciamo a intimidirlo nei vertici UE …e lo facciamo su”. (non cito letteralmente: Fare su, è un mio milanesismo per imbrogliare).

I media cominciano a scrivere: si torna a pensare a un politico come presidente del consiglio. Di Maio, perché no?

 

Resta da mettere qualche puntino sulle i. Il professor Conti,che prima non andava bene  perché “un  perfetto sconosciuto”, poi non va bene perché ha difeso una famiglia che voleva far curare sua figlia malata con la Stamina:  occorre precisar che un avvocato difende anche un omicida, senza essere necessariamente un promotore dell’assassinio? Ma la cosa più  incredibile è che i media e il PD continuino a dire che”ha taroccato” il curriculum.. Che ha millantato una laurea presa a New York, come un qualunque Oscar Giannino, e che l’Università di New York dice che non è mai stato iscritto. In realtà, ecco cosa Conti ha scritto nel suo curriculum:

Vuol  dire che il professore è stato ad ascoltare lezioni all’università – ciascuno può farlo, l’ingresso è libero – per   ascoltare oratorie in un bell’inglese,  migliorare la propria comprensione della lingua, impratichirsi della terminologia giuridica. Io stesso l’ho fatto ormai decenni fa alla Tulane University di New Orleans.  Certo, andare in una università straniera per migliorare la propria competenza linguistica, è un tipo di problematica che non ha mai interessato la Fedeli, con la sua terza elementare, messa dal PD a fare la ministra dell’Istruzione: e  in quel caso, Mattarella ha trovato  che le competenza della vecchia rossa bastano e avanzano. Non ha trovato nulla da ridire sulla competenza scientifica della Lorenzin, una liceale, messa alla Sanità, con potere vacinale dittatoriale. Nè ha avuto dubbi sulle competenze di Alfano, che non sa alcuna lingua, come  ministro degli Esteri. Se si obbedisce all’Europa, non c’è bisogno di essere cervelli, di sapere qualcosa, di imparare: basta eseguire gli ordini.

 

Il debito pubblico: “Il governo giallo-verde lo farà aumentare! Bisogna impedirglielo!”: così  esclamano le sinistre  che in dieci anni di governo hanno aumentato  il debito pubblico così:

 

 

(Guardate come cresce dal 2011, ossia dal “competente” Mario Monti)

Stefano Fassina, nel  PD uno dei più a sinistra ma oggi cane sciolto e spirito libero, approva Paolo Savona:

Stefano Fassina (@StefanoFassina) ha twittato alle 10:16 AM on mar, mag 22, 2018:
Paolo #Savona come ministro economia e finanze @MEF_GOV è competente e equilibrata coerenza con voto @M5S_Camera @M5S_Senato e @LegaSalvini il 4 Marzo. Savona da tempo fa analisi fondate su mercato unico e €-zona e ne rileva insostenibili effetti di svalutazione del lavoro.
(https://twitter.com/StefanoFassina/status/998840059033014277?s=03)

BERLINO:  non sapeva come rifutare i programmi  di Macron  sulla messa in comune di profitti e perdite come in una vera area monetaria.  Adesso ha colto la palla al balzo  per stoppare tutto. “Finché l’Italia non finisce di fare le sue riforme. E siccome non le fa più…”,.

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-05-21/governo-m5s-lega-timori-tedeschi-ora-stop-riforme-dell-area-euro–124559.shtml?uuid=AEKSmwrE&utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

“La Germania, da sempre contraria alla condivisione dei rischi in Eurozona, coglie la palla al balzo per dire che… non vuole la condivisione dei rischi” (Luciano Barra Caraccio)

Per i più esperti, propongo l’articolo seguente:

COSA PONE VERAMENTE IN PERICOLO L’EUROZONA. IL CONTO CHE LA GERMANIA NON PAGHERA’ MAI

https://orizzonte48.blogspot.it/2018/05/cosa-pone-veramente-in-pericolo.html

E’ la comune spoliazione dell’Italia il vero collante della “unità” franco-tedesca, che altrimenti sarebbe divergente.

“La verità sta proprio nel fatto che l’Italia “allarma” non per la sua debolezza ma per la sua forza, la cui rivendicazione farebbe crollare la grande costruzione oligarchica del capitalismo finanziario che culmina nell’euro.”

Sorgente: GLI EUROPEISTI INVOCANO IL GOLPE- per salvare la Democrazia, ovvio. – Blondet & Friends

Advertisements

Tornando a Caracas. Contro il nuovo Piano Condor e i nuovi emissari del FMI: “Vamos Nico”

di Geraldina Colotti,

Caracas, 15 maggio 2018

Tornando a Caracas a qualche mese di distanza dall’ultimo viaggio, non si può non notare la differenza in termini di cura delle strade e della raccolta dei rifiuti. Visibili anche i miglioramenti realizzati nello stato Miranda, lasciato in stato di abbandono negli anni in cui ha governato la destra nella persona di Henrique Capriles, più propenso a mostrarsi alla stampa che ai cittadini. La sindaca di Caracas, Erika Farias, storica attivista del movimento LGBT, è nota per essere “una gran lavoratrice e una amministratrice efficiente”. Il giovane governatore chavista Hector Rodriguez, stile sobrio e diretto, capace di coniugare con perizia il dato particolare al generale, sta dando priorità ai problemi economici dei quartieri popolari, al lavoro e al tessuto produttivo, sia delle comunas che della zona economica speciale con cui si spera di rilanciare gli investimenti. Da mesi gli operai sono al lavoro per riparare le voragini del manto stradale e la “polizia di prossimità” sta gradatamente cambiando il segno al problema della sicurezza.

Tornando nella capitale, colpisce però anche l’anarchia dei prezzi, che sembra sfuggire a ogni controllo. Con arroganza, il commerciante di un esercizio “elegante” può imporre un prezzo (già alto) a un prodotto e quello di fronte lo può quadruplicare senza vergogna. Quanto può durare una sistuazione simile? Ci sarà modo di rimetter mano ai meccanismi impazziti dell’economia venezuelana?

Commercianti, speculatori e classi medio-alte, ripetono la litania delle destre: “Stiamo morendo di fame” mentre sciorinano le meraviglie dei loro viaggi all’estero, come abbiamo ascoltato in aereo e in moltissime altre conversazioni, in Italia e in Venezuela. “Stiamo facendo morire di fame”, dovrebbero dire invece, ammettendo la loro criminale parte in commedia nella strategia del “caos costruttivo” con la quale il Pentagono ha infettato il corpo sociale venezuelano per rendere ingovernabili tutte le sue ferite (errori e corruzione compresi). Una strategia che si è intensificata con la vittoria di Nicolas Maduro alle elezioni del 2013, seguite alla morte di Chavez. I problemi, però, sono cominciati con l’inizio del proceso bolivariano, quando è apparso chiaro che Chavez non era il solito caudillo manipolabile, ma il risultato di un tentativo collettivo di portare a sintesi un modello di paese alternativo al capitalismo.

Se un lettore italiano ha conservato l’ormai introvabile guida Edt sul Venezuela (ultima edizione 2010) potrà rendersi conto di questo, scorrendo i luoghi comuni, i giudizi e gli “apprezzamenti” sulle politiche economiche di Chavez. All’epoca, ogni cittadino – anche quelli che prima non avevano nemmeno la possibilità di nutrirsi – poteva disporre di 3000 dollari a cambio agevolato per recarsi all’estero.

Una misura che ha dato la stura all’esercito di “raspacupo”, che svuotavano illegalmente le carte di credito per poi cambiare i dollari al mercato parallelo, speculando e dissanguando il paese. Epperò la guida considera normale assumere la “protesta dei cittadini” perché i 3000 dollari erano pochi… E si potrebbe continuare. Quali “cittadini”? Quelli che “muoiono di fame” viaggiando e speculando tra Caracas e Miami…Quelli che, in Italia e in Europa lasciano che i propri governi impongano sanzioni al popolo venezuelano, mediante un blocco economico-finanziario che ha come unico obiettivo spazzare via un governo ostinato nel declinare in concreto una parola che si vorrebbe bandire dalla storia delle classi popolari: socialismo.

Ieri il ministro della Salute venezuelano Luis Lopez ha denunciato accoratamente che la Banca Mondiale ha bloccato un pagamento di 7 milioni di dollari destinati all’acquisto di medicine e apparati medici destinati ai pazienti in dialisi, che sono 15.000. Periodicamente, si scoprono depositi clandestini di medicine accaparrate. In questi giorni sono stati inaugurati 18 centri di salute a Caracas, ma come farli funzionare se le politiche criminali degli stati capitalisti impediscono l’arrivo degli anestetici, delle medicine salvavita che le industrie farmaceutiche locali non riescono a produrre in quantità sufficiente?

L’Italia è complice. Il ministro Ernesto Villegas ha denunciato che la banca Intesa San Paolo sta bloccando l’invio di finanziamenti destinati alla partecipazione del Venezuela alla decima Biennale di Venezia, che apre il 26 di maggio. Nonostante la guerra economica, il Venezuela continua a finanziare massicciamente la cultura, a differenza di quel che si fa in Italia. In ogni fiera, in ogni iniziativa culturale, risuonano le parole di José Marti: “Essere colti per essere liberi”. A 200 anni dalla nascita di Marx, la cultura serve a capire da che parte della barricata ci si vuole situare. Serve a smascherare i meccanismi della guerra economica e i sepolcri imbiancati che la sostengono mediante l’intossicazione ideologica e mediatica.

“Darò la vita per il rinascimento economico, da costruire insieme”, ha detto il presidente Nicolas Maduro nell’atto di chiusura della campagna elettorale nel Tachira. Dal Tachira, stato di frontiera e crocevia di traffici di ogni tipo, partono gli attacchi dei paramilitari. Anche questa volta l’allerta è massima a ridosso delle elezioni del 20 maggio che Trump e i suoi vassalli cercano con ogni mezzo di impedire. Ha lanciato l’allarme anche il presidente boliviano Evo Morales. Il Venezuela sarà il nuovo Vietnam dell’America Latina? Nonostante il boicottaggio, il governo bolivariano ha invitato qui una pletora di “accompagnanti” internazionali di ogni tendenza politica. Arriveranno anche dall’Italia.

Il sistema elettorale venezuelano, altamente automatizzato e considerato a prova di frodi, ha concluso la prima fase di 14 verifiche incrociate. Contro Maduro, che si ricandida per un nuovo mandato, sostenuto dal Partito comunista e da tutto l’arco delle sinistre in Venezuela, si presenta Henry Falcon. Il suo modello di paese è quello che governa in Nordamerica, in Europa e nei paesi capitalisti dell’America Latina. I suoi consulenti sono gli economisti della scuola di Chicago, tristemente nota negli anni del Piano Condor e dei dittatori latinoamericani. I supporter dei Fondi avvoltoio, emissari del Fondo Monetario internazionale, pronto a intervenire nell’economia venezuelana. Come? Come stanno facendo Macri in Argentina e il golpista Temer in Brasile, azzerando le leggi del lavoro, le pensioni, e privatizzando nuovamente l’economia bolivariana. Per questo, in questi giorni la classe operaia moltiplica le assemblee, dentro e fuori i luoghi di lavoro, si mobilitano i 79 rappresentanti eletti dai lavoratori nell’Assemblea Nazionale Costituente. Per rieleggere come presidente l’ex operaio del metro Nicolas Maduro al grido di “Vamos, Nico”. Per chi vuole manifestare il proprio sostegno nelle reti sociali, l’hastag è #Tod@sConMaduro

Sorgente: Tornando a Caracas. Contro il nuovo Piano Condor e i nuovi emissari del FMI: “Vamos Nico” – L’Analisi – L’Antidiplomatico

Mattarella sulla scia di Napolitano. Quando l’arbitro è tra i responsabili dello stallo attuale

di Carlo Amirante*

Come costituzionalista – che come ogni cittadino ha una propria visione della storia politica del paese – non posso fare a meno di ricordare che il presidente Mattarella ha uno stretto legame con quelle leggi elettorali che hanno provocato una ricostruzione del tutto artificiale del sistema politico rappresentativo attuale, perché ha contribuito non poco a favorire la formazione di un quadro politico che solo chi è privo di ogni senso della realtà non può che giudicare negativamente.

È noto che Mattarella è stato l’autore di quel sistema elettorale semimaggioritario che ha segnato il passaggio – come si dice impropriamente, dal momento che la cosiddetta transizione è avvenuta a costituzione invariata – dalla prima alla seconda Repubblica.

Certo quel sistema elettorale non era attribuibile al solo Mattarella: ricordo purtroppo molto chiaramente l’entusiasmo di molti miei giovani colleghi per il passaggio da un sistema elettorale proporzionale ad un sistema elettorale maggioritario, sicuri che tale svolta avrebbe creato un sistema politico bipolare, favorendo finalmente la possibilità di un’alternanza tra due poli politici in grado di dare luogo a governi stabili, politicamente compatti e coerenti e quindi in grado di assicurare stabilità ed efficienza al Paese.

Appartenendo a quella minoranza di costituzionalisti che annoverava personalità dalle opinioni diverse ma autorevoli, da Gianni Ferrara a Valerio Onida, convinti che, se anche l’Assemblea costituente non aveva inserito nella nuova Costituzione l’obbligo di una legge elettorale proporzionale, una tale legge fosse la più corrispondente allo spirito della Costituzione repubblicana.

Infatti, l’intera Costituzione, a partire dal principio democratico e dalla sovranità popolare e coerente con l’articolo 49 e fondata sul principio fondamentale dell’eguaglianza e libertà del voto che la Corte costituzionale ha avuto modo di riaffermare in tutte le occasioni in cui è dovuta intervenire in materia elettorale.

In effetti il Mattarellum, anziché favorire la semplificazione del sistema partitico italiano provocò, come è noto, una moltiplicazione di partiti e partitini che ondeggiò a lungo fra i venti ed i trenta; fu favorita così, anche a causa delle conseguenze che i processi di Mani pulite determinarono sulla crisi e la riconversione dei partiti costituenti, e lo scioglimento suicida del partito comunista la formazione dei governi di coalizione. Governi con un tasso di artificialità così forte da legittimare la formazione di partiti personali, ripescando addirittura un partito neofascista, divenuto parte integrante dei governi Berlusconi.

Sul fronte opposto governi di coalizione non meno ambigui e raffazzonati, spesso mossi dal timore di perdere il proprio elettorato, si sono sempre impegnati a perseguire obiettivi politici non troppo diversi da quelli dei governi di centro destra, giustificando spesso le loro politiche impopolari con l’esigenza di rispettare le regole imposte dalle istituzioni comunitarie.

Più di recente, Mattarella, divenuto presidente della Repubblica, ha assistito, senza intervenire anche quando sarebbe stato assolutamente conforme al suo ruolo, all’avvio ed alla conclusione di una revisione costituzionale contraria già nelle procedure allo spirito e alle stesse norme della Costituzione. Infatti, non è certo il governo in carica, né tanto meno la sua maggioranza parlamentare, il protagonista dei procedimenti di revisione della Costituzione, tanto più se proposti contro il parere e le prospettive politiche dell’opposizione, usando tra l’altro tutti gli artifici consentiti dai regolamenti parlamentari per la stessa revisione costituzionale, per imporre, a tappe forzate e con procedure accelerate, una improvvida revisione della costituzione.

Non è quindi un caso che sia stata respinta con un referendum dal risultato inequivocabile dai cittadini italiani, creando così le premesse per il caos politico che stiamo soffrendo in questi frangenti.

Ma responsabilità ancora più grave del presidente Mattarella è stata quella di apporre la propria firma a leggi che davano attuazione alla revisione costituzionale in contrasto invece con la Costituzione vigente, di cui pure il Presidente della Repubblica è custode e garante .

Ma la sua responsabilità più grave resta quella di aver apposto la sua firma – senza battere ciglio – alla legge elettorale vigente, ovvero il famigerato Rosatellum.

Innanzitutto, perché come Giudice costituzionale aveva dichiarato incostituzionale il Porcellum, di cui il Rosatellum ha ereditato non pochi dubbi di costituzionalità; ed in secondo luogo, perché era evidente trattarsi di una legge elettorale voluta da alcuni partiti con la convinzione di danneggiarne altri.

Di fronte ad una situazione di grave crisi istituzionale, che, per usare un eufemismo, il Presidente, non ha fatto nulla per impedire, oggi, il suo malcelato nervosismo, quantomeno fa sorridere.

Né meno patetiche appaiono le pasticciate ed inadeguate pseudo-soluzioni, tutt’altro che neutrali, che ha proposto o sta per proporre ai partiti, contribuendo – sulla scia del suo predecessore Napolitano – alla delegittimazione del ruolo istituzionale della Presidenza della Repubblica, essendosi, già in passato, comportato come un notaio, disposto a rogare un atto o un contratto pur sapendo che i relativi contenuti sono contrari alla legge e alla Costituzione.

*Già Professore di diritto costituzionale all’Università Federico II di Napoli 

Sorgente: Mattarella sulla scia di Napolitano. Quando l’arbitro è tra i responsabili dello stallo attuale

In Siria è emersa la verità. Sotto scacco la narrativa mainstream che non può fare altro che censurare tutto

A Ghouta è emersa la verità. Sotto scacco la narrativa mainstream che non può fare altro che censurare tutto

PICCOLE NOTE

Il governo siriano, dopo la caduta del quartiere di Ghouta, ha intensificato le campagne militari contro altri bastioni della resistenza, che sembra meno agguerrita di prima.

Dopo Ghouta, i ribelli hanno accusato il colpo, almeno momentaneamente. E ciò perché il quartiere Damasceno era la punta di diamante della resistenza, il suo cervello pulsante. Anche per questo è stata così cruenta la battaglia.

Abbiamo usato i termini usuali del mainstream, che identifica le forze che si oppongono a Damasco come “ribelli” e “resistenza”.

Sotto Ghouta

L’abbiamo fatto apposta, per far vedere quanto questa identificazione, parte fondante della narrazione che vede un regime sanguinario alle prese con un’opposizione libertaria, strida con quanto sta emergendo da Ghouta.

Anzitutto gli orrori. Li documenta un filmato siriano, certo di parte, ma che rimanda immagini che non possono esser frutto di manipolazione.
Nel filmato al quale rimandiamo (cliccare qui) si vedono gli orrori di Ghouta. Le immagini inquadrano la “prigione del pentimento”, dove si vedono le celle oscure e le gabbie interrate, esposte all’aperto. O l’attrezzo che mostriamo nella foto in alto, dove i prigionieri erano legati per essere torturati.

Non solo orrori. Un altro video (cliccare qui) mostra i tunnel scavati nel sottosuolo: un labirinto a quindici metri di profondità, che si snoda per chilometri e chilometri.

Si può notare dal video come, accanto alle immagini di tunnel scavati nella roccia,  si vedono gallerie larghe, ben illuminate. Prodotti di alta ingegneria. Che necessitano di mezzi sofisticati per lo scavo e le rifiniture.

Opere fatte in poco tempo, che non possono essere ascritte ai quattro straccioni armati asserragliati nel quartiere e ai loro schiavi, i poveri civili mandati sottoterra a scavare. No. Ci vuole ben altro. Macchine pesanti, ingegneri altamente qualificati. E tanti, tanti soldi. Milioni di euro. Soldi fluiti dall’estero: dai sauditi e dall’Occidente.

Le foto che invece mettiamo in calce all’articolo le abbiamo prese dal sito www.palaestinafelix.blogspot.co.uk

Anch’esso è decisamente schierato dalla parte del governo. E può essere tacciato di partigianeria. Ma le foto sono inequivocabili. E mostrano i prodotti chimici rinvenuti nei tunnel, provenienti dal mercato occidentale…

Vi risparmiamo le immagini degli arsenali bellici scoperti nel sottosuolo: armi pesanti, bombe, missili e quanto altro, a tonnellate. C’era una emergenza alimentare, dicevano le agenzie umanitarie, chiedendo l’apertura di corridoi per portare provvigioni (peraltro trovate immagazzinate). Allora come facevano ad arrivare tutte queste armi?

Lo scacco della narrazione mainstream

Quanto sta emergendo dice altro da quanto raccontato per anni. Come raccontano altro i sopravvissuti, che sono tornati a vivere nel Ghouta, sotto il controllo del governo.

Evidentemente non lo giudicano così sanguinario, se hanno preferito restare piuttosto che andar via con i miliziani jihadisti, come potevano.

Civili di Ghouta sui quali ci si stracciava le vesti, perché bersaglio delle bombe di Assad. E dei quali oggi non importa nulla a nessuno. Nessun cronista occidentale che vada a intervistarli.

Concludiamo questo articolo con un sondaggio del Corriere della Sera di ieri.

Solo l’11% ritiene che i raid in Siria sono stati “giusti”. Solo il 20% ritiene che Assad sia “responsabile delle centinaia di migliaia di morti” (evidentemente l’80% non ci crede, ma sul punto il Corriere tace).

Il 27% degli intervistati ritiene che “non ci siano prove” che l’attacco chimico di Ghouta sia opera di Damasco, mentre ben il 39% ritiene che sia solo “un pretesto per intervenire contro Assad”.

Un sondaggio che indica la debacle della narrativa corrente. E ciò nonostante sia stata propalata da tutti i media mainstream senza eccezione. E non certo per i troll russi o le Fake news. Semplicemente la gente ha visto troppe guerre giustificate con ogni mezzo in questi anni, dall’Iraq alla Libia a quanto altro.

Ci ha creduto una volta, due magari. Tertium non datur.

Notizia del:

Sorgente: A Ghouta è emersa la verità. Sotto scacco la narrativa mainstream che non può fare altro che censurare tutto


Siria, DOUMA: chi sono le milizie di « Jaych al Islam » che occupavano la città.

Siria, DOUMA: chi sono le milizie di « Jaych al Islam » che occupavano la città.

A cura di Enrico Vigna, 23 aprile 2018

In questi giorni in tutti i media, la città di Douma è salita all’attenzione del mondo, causa l’ennesima aggressione missilistica, da parte di una coalizione a guida USA con al fianco Gran Bretagna e Francia, con Israele che in fatti di guerra non manca mai, oltre al solito coinvolgimento logistico dell’Italia, confermato dal primo ministro Gentiloni, visto che alcuni sottomarini per l’attacco sono partiti da Napoli. Il turro giustificato dal presunto e finora non accertato uso di armi chimiche da parte dell’Esercito Arabo Siriano.

Penso che però, non tutti sono a conoscenza di chi siamo andati ad aiutare in loco, chi sono le milizie islamiste che occupavano la città, quali le loro pratiche e su cosa si fonda la loro proposta di una nuova società siriana.

Gli ultimi jihadisti rimasti nella città, ora liberata, erano appartenenti alla milizia di ” Jaych al Islam ??? ??????? (Armata dell’Islam), una formazione salafita che ha nel suo programma, l’abbattimento del governo laico siriano e l’instaurazione di uno Stato Islamico governato dalle leggi della Sharia.

La sua fondazione risale al 2011 e prima di finire nella Ghouta orientale e poi asseragliarsi nella città di Douma come ultimo caposaldo, aveva operato anche nell’area di Damasco, Aleppo. Homs e nel governatorato di Rif Dimachq.

La sua prima definizione fu Liwa al Islam ( Brigata dell’Islam), poi adottò l’attuale definizione, dopo la fusione con altri gruppi islamisti radicali. I suoi membri sono stati calcolati in circa 2/3.000 uomini.

Suo leader e fondatore era stato Zahran Allouche, 44 anni, figlio del predicatore Abdallah Allouche, membro dei Fratelli Mussulmani, rifugiatosi in Arabia Saudita. Zahran era stato arrestato nel 2009, perché seguace dei Fratelli Mussulmani e poi rilasciato nel giugno 2011 durante un’amnistia del governo siriano, tre mesi dopo l’inizio del conflitto.

Per anni Zahran Allouche aveva terrorizzato gli abitanti di Damasco dichiarando che avrebbe “ripulito” la città. Ogni venerdì annunciava attacchi che avrebbe sferrato alla capitale. Nel 2013 ad Adra rapì delle famiglie alawite, utilizzò i prigionieri come scudi umani e ne portò in giro rinchiusi in gabbie, un centinaio; poi giustiziò un centinaio degli uomini, perché gli “infedeli” sapessero quale sorte li aspettava.

Ucciso dall’Esercito Arabo Siriano nel 2015, alla sua morte gli subentrò un uomo d’affari, lo sceicco Isaam Buwaydani, detto “Abu Hamam al Boueidani, che ne prese il posto. Ma secondo la giornalista ed esperta di questioni mediorientali Lina Kennouche, de L’Orient- Le Jour , al-Boueidani, è un leader senza capacità né carisma, e di fatto è il religioso Abu Abdarrahman Kaaké che ha assunto la vera leadership del gruppo.

Questa formazione ha fatto parte di vari fronti islamisti e jihadisti : nel 2012-2013 del Fronte Islamico Liberazione Siria, poi dal 2013 al 2016 al Fronte Islamico e infine in Fatah Halab fino al 2017, infatti dopo la sconfitta della battaglia di Aleppo, liberata dall’Esercito Arabo Siriano, le varie componenti jihadiste sono andate ad una resa dei conti sanguinosa tra loro, con accuse reciproche che hanno sciolto il cartello jihadista.

Ha sempre rifiutato di entrare nell’Esercito Siriano Libero, non ritenendolo sufficientemente radicale. Ha ricevuto supporto, armi e finanziamenti in particolare dall’Arabia Saudita e dal Qatar; si tratta di diversi milioni di dollari di finanziamenti in armi e addestramento militare, come documentato da The Guardian , del 7 novembre 2013.

Fortemente dipendente dall’Arabia Saudita , Jaych al Islam è anti sciita, anti alawita e molto ostile all’Iran e a Hezbollah, al suo interno vi è anche una tendenza vicina ai Fratelli Musulmani nella loro componente più estrema.

Jaych al-Islam ha finora beneficiato anche di un fiume di soldi raccolti nei circoli salafiti dei paesi del Golfo, direttamente dal padre di Zahran Allouche. Questa disponibilità di denaro ha sempre permesso a Jaych al-Islam di imporsi agli altri gruppi criminali nella regione.

Una famiglia, quella Allouche, molto implicata nei giochi di guerra destabilizzanti la Siria. Il cugino di Zahrane Allouche, Mohamed, anche lui un jihadista salafita, ed anche leader del gruppo terrorista, era a Ginevra come invitato ai colloqui di pace nella veste di delegato del suo gruppo.

Nato nel 1970, Mohamed Allouche ha studiato legge islamica nella capitale Damasco, prima di continuare a perfezionare le sue conoscenze presso la famosa Università islamica di Medina, in Arabia Saudita. Questo cugino di Zaharan Allouche, Mohammed, si rese celebre in Siria, per la violenta repressione dei costumi. Creò il Consiglio Giudiziario Unificato, che impose a tutti gli abitanti della Ghouta la versione saudita della sharia. Ed è famoso, non solo per l’odio contro le donne, ma anche per aver organizzato esecuzioni pubbliche di omosessuali, lanciandoli dai tetti delle case. Costui è ora il rappresentante di Jeych al-Islam ai negoziati di pace dell’ONU….

Di lui il quotidiano belga di Bruxelles, La libre Belgique scrisse il 14 marzo 2016: “…una personalità piuttosto chiusa, Mohamed Allouche è uscito dall’ombra a fine gennaio, quando è stato nominato capo negoziatore per la coalizione principale dell’opposizione siriana. A 45 anni, questo ribelle siriano della regione di Damasco sarà sotto i riflettori a Ginevra, dove è previsto l’inizio delle discussioni tra il governo siriano e l’opposizione…”

“…La sua uscita dall’ombra, aggiunge il quotidiano di Bruxelles, Mohamed Allouche la deve, in un certo modo, alla morte del cugino Zahrane, il leader del gruppo ribelle Jaych al Islam, ucciso lo scorso 25 dicembre (…). La sua presenza nei negoziati, non resta senza critiche. Alcuni sono perplessi che la partecipazione ai negoziati sia gestita da un membro di un gruppo armato che bombarda la capitale siriana… “. La famiglia Allouche oggi vive confortevolmente a Londra.

Anche istruttori provenienti dal Pakistan sarebbero stati usati per aiutare a formare militarmente il gruppo.

L’accademico Fabrice Balanche su challenges.fr, scrive che, dopo essere stata indicata come organizzazione terroristica dagli Stati Uniti alla fine del 2012, il Fronte al-Nusra…ha creato tatticamente nuovi piccoli gruppi con nomi falsi per continuare ad avere i finanziamenti USA. Il gruppo Jaych al-Islam è stato per esempio finanziato dagli Stati Uniti prima che fosse dimostrata la sua affiliazione con al-Qaeda“. Secondo lo scienziato accademico e politico libanese, Ziad Majed: “…L’Armata dell’Islam coopera con il Fronte al-Nusra, ramo di al-Qaeda in Siria, purché questo non cercasse di infiltrarsi nella Ghouta. Infatti in quest’area in questi anni ha sistematicamente liquidato qualsiasi altro gruppo di ribelli che potevano rivaleggiare con il suo predominio in questa regione…”.

Il 28 aprile 2016 vi furono violenti scontri nella Ghouta orientale tra Jaych al-Islam e Faylaq al-Rahman , la più grande brigata dell’Esercito Siriano Libero nella regione.

Poi Jaych al-Islam è entrata in guerra con Jaych al-Fustate, un’alleanza formata dal Fronte al-Nusra e dal Liwa Fajr al-Umma.

Dal 28 aprile al 17 maggio 2016, combattimenti sanguinosi tra loro e altri gruppi ribelli minori costarono più di 500 uccisi nella parte orientale di Ghouta; infatti Jaych al-Islam era dominante nell’est della regione, mentre altri gruppi avevano basi nella parte occidentale.

Il 25 maggio 2016, un cessate il fuoco fu raggiunto tra le varie fazioni ribelli, ma poi nuovi combattimenti mortali scoppiarono nell’aprile 2017.

Secondo Laure Stephan, giornalista ed esperto di medioriente di Le Monde, gli uomini di Jaych al-Islam “…hanno imposto la loro egemonia con un pugno di ferro feroce, non esitando a imprigionare o combattere i rivali, seppur anch’essi antigovernativi; utilizzando in città pratiche dispotiche; dai racket sul commercio e sulla gestione dei vari aspetti sociali, dell’uso dei tunnel che permettevano l’approvigionamento della città, taglieggiamento, reclutamento forzato, tortura sistematica, fucilazioni e imposizioni alla popolazione civile, alle donne, esecuzioni pubbliche …”.

Il gruppo è anche accusato di essere responsabile del rapimento e della scomparsa di una leader non violenta dell’opposizione siriana: Razan Zaitouneh.

Questa era una avvocatessa e giornalista, che dal 2001 si occupava in Siria della difesa dei diritti umani. Il 9 dicembre 2013, lei e altre tre persone: Waël Hamada, suo marito, Samira Al-Khali e Nazem Al-Hamadi, furono rapiti a Douma, dove si erano spostati dal marzo 2011. Secondo quanto denunciato da membri dei Comitati di coordinamento locali della Siria, una rete di attivisti dell’opposizione siriana, il rapimento e il loro assassinio furono compiuti dal gruppo Jaych al-Islam. Nel novembre 2015, come rappresaglia per un bombardamento governativo sulle loro postazioni, che causò decine di morti e centinaia di feriti, gli uomini di Jaych al-Islam radunarono centinaia di prigionieri, soldati siriani e civili, donne comprese, e dopo averli messi in gabbie, li dislocarono intorno, per servire da scudi umani contro gli attacchi governativi. Anche Human Rights Watch (HRW), ha denunciato, riportato da Le Figaro di Parigi, che: “… gruppi di ribelli siriani hanno usato ostaggi civili nella zona di Ghouta, come scudi umani per scoraggiare raid aerei. Non appartengono né a Daesh né a Nusra, ma all’esercito dell’Islam (“Jaich al-Islam”)…”.

Il 7 aprile 2016, un portavoce di Jaych al-Islam, Islam Allouche, ammise pubblicamente l’uso di armi chimiche “proibite” in scontri con le YPG curde, per il controllo del quartiere di Sheik Maksoud in Aleppo, costato la vita a 23 persone e il ferimento di altre 100, come riportato dal giornalista francese Bruno Rieth sul giornale “Marianne”, l’11 aprile 2016.

L’8 aprile la Croce Rossa curda accusava Jaych al-Islam di aver effettuato un attacco chimico a Sheikh Maqsud, ritenendo che, stante i sintomi, le armi contenessero in particolare del cloro .

Dopo la denuncia della CRCurda ed essendo di dominio pubblico, il gruppo per non farsi esautorare dai finanziamenti soprattutto USA, rilasciò una dichiarazione di autocritica, molto ambigua: “…il portavoce del gruppo siriano Jaych al Islam riconosce che durante “gli scontri con l’YPG per il controllo del distretto di Sheik Maksoud (…) uno dei leader di Jaysh al-Islam di Aleppo, ha utilizzato armi che non sono permesse e ciò costituisce una violazione delle regole interne del gruppo Jaysc al-Islam… il comandante è stato portato al tribunale militare interno per ricevere la punizione appropriata…”.

Come qui documentato i “nostri amici eroi” di Jaych al Islam ( nel senso dei paesi occidentali…), la sanno lunga circa l’uso di armi chimiche…

Comunque sia con la caduta della Ghouta orientale, sono stati liberati circa 200 prigionieri, unici sopravvissuti, che erano rinchiusi nelle carceri conosciute o clandestine di Jaych Al-Islam. Secondo l’OSDH, un organismo finanziato e supportato da varie Intelligence occidentali, e fortemente antigovernativo, almeno 3.500 persone, tra cui molte donne e bambini, sono state prigioniere di Jaych al-Islam. Ma altre fonti arrivano anche a cifre di oltre 6.000 prigionieri, a parte le esecuzioni compiute. In tutti questi anni il gruppo salafista ha fatto prigionieri, sia dissidenti dal suo operato o combattenti di fazioni rivali anti governative, che uomini e donne di altre fedi o leali al proprio governo e alla Siria. Una delle sue pratiche più ricorrenti erano i rapimenti, soprattutto di donne e bambini di altre fedi, ma anche di sunniti anti terroristi, fuori dai suoi territori, per poterli usare come ricatti o merce di scambio con il governo siriano. Vi è un forte timore e presentimento che, non appena l’area sarà ispezionata dalle forze dell’Esercito Arabo Siriano, saranno trovate molte fosse comuni e così capiremo dove sono finiti i prigionieri dei terroristi “moderati”, sponsorizzati dalle potenze occidentali. Una prima, è già stata trovata proprio in questi giorni, come documentato dai media, con oltre 30 corpi, ma che potrebbero diventare anche centinaia.

Il gruppo è classificato come organizzazione terrorista dalla Repubblica Araba siriana, dalla Russia, dall’Iran e dall’Egitto.

Nonostante questo, nello sforzo per trovare soluzioni negoziali e fermare la guerra in Siria, la Russia attraverso il suo ministro degli Esteri Sergei Lavrov, che guida i negoziati internazionali per la pace, ha spinto per una presenza nei negoziati a Ginevra, di due rappresentanti dei ribelli armati, di Jaysh al-Islam e Ahrar al-Sham, che erano presenti ai colloqui. Invitati “a titolo personale” e non considerati come partner nei negoziati.

In questa pagina del sito del gruppo, il 15 marzo 2018, si può leggere una preghiera contro i non-sunniti, siano mussulmani sciiti o cristiani o ebrei che si conclude così: «Uccideteli. Dio li strazia per mezzo delle vostre mani. Dio vi concederà la vittoria».

A cura di Enrico Vigna – SOS Siria/CIVG – 23 aprile 2018

Notizia del: 23/04/2018

Sorgente – Siria, DOUMA: chi sono le milizie di « Jaych al Islam » che occupavano la città. – L’Antidiplomatico

GIRO 2018: Le tappe della memoria

In Palestina le prime tre #tappe del Giro dovrebbero transitare sulle macerie dei paesi distrutti dalle forze armate sioniste e sulle tombe della popolazione palestinese sterminata.

La prima tappa non poteva non partire da #Gerusalemme. E’ un percorso a cronometro tecnicamente impegnativo. Da subito, appena presentato il Giro negli studi RAI nel novembre 2017, i sionisti hanno ottenuto l’eliminazione della dicitura “Ovest” dopo “Gerusalemme”. Evidentemente già sapevano quello che sarebbe accaduto dopo pochi giorni, ai primi di dicembre, e cioè la dichiarazione di Trump di riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele senza alcuna distinzione tra Ovest ed Est. Questo riconoscimento contrasta le molteplici Risoluzioni ONU che attribuiscono a Gerusalemme uno status internazionale e che ordinano a Israele il ritiro dai territori occupati nel 1967 (tra cui Gerusalemme est). Il riconoscimento azzera uno dei principi cardine del diritto internazionale, quello che vieta l’acquisizione di territorio con la forza. Bando a sottili disquisizioni giuridiche, da tempo tenute in alcun conto; torniamo al percorso della tappa che tocca luoghi significativi. I corridori dovrebbero transitare vicino a #KfarSha’ul, una cittadina sorta sulle macerie di #DeirYassin. Costretti dalla necessità della gara contro il tempo, essi non potrebbero soffermarsi a rendere omaggio alle centinaia di vecchi, uomini, donne e bambini massacrati il 9/4/1948. In oltre 144 case abitavano 708 persone. La pulizia etnica è stata totale e nessuno è rimasto vivo a Deir Yassin: o uccisi o espulsi. Doverosamente il percorso tocca #Talbiyya, città natale di Edward Said. Si passa poi vicino a via #Jabotinsky, una delle tante vie d’Israele dedicate a questo signore, onorato eroe nazionale benché grande estimatore di Mussolini (sì, Benito, quello delle leggi razziali) nonché fondatore dell’Irgun, organizzazione terroristica ebraica nata nel 1935 da una scissione dell’Haganah e responsabile, con la banda Stern, tra l’altro, dell’attentato all’Hotel King Daviddi Gerusalemme ove nel 1946 furono uccise 91 persone tra cui 17 ebrei. Il crimine più significativo della banda Stern (subito dopo essere stata integrata nell’esercito israeliano) è l’omicidio del conte Bernadotte del settembre 1948: la sua sgradita attività di mediatore ONU prevalse sui suoi immensi meriti nell’attività a favore dei prigionieri nei campi di concentramento nazisti: grazie a Bernadotte si salvarono circa 30.000 persone tra cui migliaia di ebrei (tra 6000 e 10.000). I corridori dovrebbero andare poi verso la porta di #Giaffa, ove sorgeva il quartiere marocchino, distrutto nel 1967, al quarto giorno della guerra cosiddetta “dei sei giorni”, per fare posto al grande slargo avanti al Muro del pianto. Il villaggio di #Lifta non è lontano dal percorso; fu parzialmente distrutto nel Gennaio 1948 e i suoi 2958 abitanti furono uccisi o espulsi. La tappa di Gerusalemme non poteva non toccare lo #YadVashem, l’Ente nazionale per la memoria della Shoah. Nel suo Giardino dei Giusti trova posto anche Gino Bartali, usato dagli organizzatori del Giro e dalla propaganda israeliana come astuto espediente per giustificare la scelta di #Israele come luogo di partenza del #101° #GiroDItalia. Nonostante la massiccia campagna mediatica qualche sospettoso ha notato che l’inserimento di #Bartali tra i #Giusti è stato piuttosto tardivo (2013) e ha insinuato il dubbio che sia stato solo funzionale alla realizzazione dell’attuale Giro. Tanti ebrei antifascisti e antisionisti hanno chiesto di togliere il nome dei loro familiari dallo Yad Vashem per non sentirsi complici dei crimini sionisti commessi anche strumentalizzando il genocidio subito. I corridori, chini sul manubrio, non avrebbero tempo e voglia di pensare a tutto questo.

#PRIMATAPPA: Gerusalemme

1 – Deir yassin

  •   Attaccata il 9 apr. 1948.
  •   N. abitanti nel ’48, 708.
  •   N. case 144, nel 1944.
  •   Pulizia Etnica: totale.
  •   Distruzione villaggio: parziale.
  •   Oggi è la cittadina Kfar Sha’ul.

Testimonianza del massacro:

Dal libro “Vittime” di Benny Morris, pag. 265:


“Avvenne
con l’approvazione dell’ Haganah e in stretta collaborazione con esso … [fornirono] il fuoco di copertura e due squadre delle Palmah con alcuni blindati parteciparono alla battaglia”. “ Intere famiglie crivellate di colpi e frammenti di granate, e sepolti sotto le macerie delle loro case, uomini, donne e bambini falciati mentre fuggivano dalle abitazioni, prigionieri passati per le armi. E dopo la battaglia gruppi di vecchi, donne bambini, trasportati su autocarri scoperti per le vie a Ovest di Gerusalemme in una sorta di “trionfo” nello stile dell’antica Roma”. “Alcuni sono stati brutalmente eliminati dai loro catturatori” “I maschi adulti sono stati portati in città su alcuni camion, fatti sfilare per le strade, riportati al punto di partenza e fucilati con mitragliatrici e fucili mitragliatori. Prima di caricarli sui camion, gli uomini dell’ IZL e della LHI hanno frugato donne, uomini e bambini e prendendo denaro e gioielli. Il trattamento riservato a costoro è stato particolarmente barbaro, con calci, pressioni con le canne dei fucili, sputi e insulti (alcuni abitanti di Givat Shaul hanno partecipato alle sevizie)”.

2 – Musrara è un quartiere dove esiste un museo chiamato Museum of the Seam. La palazzina, edificata nel 1928, appartiene alla famiglia palestinese Baramki, che tutt’oggi vive a Gerusalemme, ma è considerata assente.

3 – Talbya è il quartiere dove nacque Edward Said.

4 – Jabotensky St. Ze’ev Jabotensky fu un sionista che aveva sempre ammirato Benito Mussolini. La strada incrocia il percorso (o forse per un breve tratto lo percorre), quindi è in contrasto con gli ideali di Bartali.

5 – International Christian Embassy, un’associazione di evangelisti tra i più fanatici e fondamentalisti. Il loro sito non lascia alcun dubbio sulle loro aspirazioni. Loro sede è la villetta della famiglia Haqq, il cui nonno, fuggito dal Caucaso ai tempi della repressione dello Zar si era stabilito in Palestina e, successivamente il figlio e il nipote, tutti e due architetti, progettarono e costruito la villetta. Il figlio Hani, oggi vive come profugo ad Amman in Giordania.

6 – Il Quartiere Marocchino è stato distrutto il 10.6.1967, quattro giorni dopo l’inizio della guerra, per far spazio alla piazza del muro del pianto.

7 – Lifta è un emblema della Pulizia Etnica Vivente in quanto la maggior parte dei suoi abitanti sono tutt’ora residenti a Gerusalemme, vedono le loro case ma sono “assenti” in quanto alla loro proprietà.

  •   Attaccata il 1 gennaio 1948.
  •   N. abitanti nel ’48: 2.958.
  •   N. case nel 1931: 410
  •   Pulizia Etnica: totale.
  •   Distruzione del villaggio: parziale.
  •   Oggi è abbandonata.

#SECONDATAPPA: Haifa – Tel Aviv

I corridori, le ammiraglie e le moto dovrebbero passare sulle macerie di 18 villaggi e paesi distrutti. Subito dopo Haifa i corridori dovrebbero transitare da #AlManshiyyah per un doveroso omaggio a Ghassan Kanafani, qui nato l’8/4/1936. Poi, giunti ad #AlBirwa, dovrebbero ricordare Mahmud Darwish, qui nato il 13/3/1941. Nessuna targa ricorda la nascita di questi due grandi scrittori e poeti anche perché non c’è più alcuna casa palestinese su cui affiggerla. Al posto dei due villaggi ci sono, infatti, i quartieri di Shomrot e Bustan Ha Galil e i kibbutz Yas’ur e Ahihud. Sulle macerie di tutti gli altri villaggi attraversati ci sono o colonie o distese di boschi e campi. Così sino a #ShekhMuannas, #Jarisha e #Salama, oggi quartieri di Tel Aviv. Le case demolite lungo il percorso della seconda tappa tra marzo e luglio 1948 sono state più di 5.341. La popolazione palestinese uccisa o espulsa ammonta a oltre 29.354 persone. Nessuna possibilità per costoro, per i loro figli e per i loro nipoti di assieparsi sul bordo della strada per applaudire i corridori. I palestinesi sopravvissuti alla Nakba potrebbero avere l’occasione di vedere i luoghi della loro infanzia in televisione da Amman, da Beirut, dai campi profughi e dai luoghi nel mondo della diaspora.


#TERZATAPPA: da Be’er Sheva a Eilat

Attraverserebbe il deserto del Negev. Gaza resta lontana, non si vede e, comunque, i suoi 2 milioni di abitanti non potrebbero uscire dalla loro prigione per andare a guardare la corsa. #BeerSheva è stata occupata il 18 Ottobre 1948 ma non è noto quanti abitanti siano stati uccisi o espulsi. Nel #Negev vi sono 45 villaggi “fantasma”, cioè villaggi di cui Israele non riconosce l’esistenza. Pende su di loro un progetto di distruzione (piano Prawer) ma la resistenza lo sta impedendo (famoso il caso del villaggio di #AlArakib demolito e ricostruito 111 volte). Anche l’Alta Corte di giustizia di Israele ha sentenziato contro i beduini del Negev, sostenendo che devono lasciare il posto ad “ebrei etnicamente puri”. I corridori transiterebbero vicino a due dei villaggi e potrebbero fare una breve sosta per bere del tè, che sarebbe sicuramente loro offerto, e per solidarizzare con i nomadi palestinesi. Nella zona di #Asluj oggi c’è un grande parco dedicato a Golda Meir. Questa signora, considerata una madre della Patria, è famosa anche per alcune sue celebri frasi; vale la pena ricordarne due: “Arabi, non potremo mai perdonarvi per averci costretto ad uccidere i vostri figli” e soprattutto “Non esiste una cosa come il popolo palestinese. Non è come se noi siamo venuti e abbiamo preso il loro posto. Essi non esistono”. #Eilat si chiamava #UmRashrash ed era luogo di sosta per i pellegrini diretti alla Mecca.

1 – Be’er Sheva Caduta il 18 ottobre 1948. Nel 1945 contava 5.500 abitanti . Tre giorni dopo l’occupazione, l’esercito israeliano controllava la città e tutto il Negev.
2 – Tel Be’er Sheva (in arabo: Collina di Be’er Sabe’). A 5 km da Be’er Sheva, sito archeologico dove giacciono numerose stratificazioni di resti umani, la più antica delle quali ha 7.000 anni. Residenza di diverse civiltà attraversate da eventi bellici e naturali, è stato distrutto, abbandonato e ricostruito più volte fino agli inizi del 1900, quando gli Ottomani vi costruirono, nelle vicinanze, una stazione di polizia, una moschea nel 1905, e una ferrovia che, attraverso la linea Hijaz, raggiunge l’ Arabia Saudita.
3 – Farahin Accampamento di nomadi palestinesi
4 – Asluj Occupata l’11 giugno ’48, liberata dalle forze egiziane e rioccupata da Israele il 25 dicembre ‘48. La maggior parte del suo territorio ora è coperto dal parco dedicato a Golda Meir.
5 – Abdah Accampamento di nomadi palestinesi
6 – Um Rashrash Oggi la città di Elat. Nel ’48 vi erano solo alcuni edifici stagionali di servizio ed una postazione per i pellegrini diretti alla Mecca. Nel ’48 non vi furono scontri.


INFINE:

Questo Giro non solo coincide con il 70° anniversario della nascita dello Stato ebraico ma è anche il #101° Giro. Questo numero piace ai sionisti perchè evoca in loro l’Unità 101. Questa squadra terroristica, creata nel 1953, fu formata da una cinquantina di incursori al comando di un giovanissimo ma promettente Ariel Sharon, allora maggiore, (sì, lui, quello di Sabra e Chatila). L’Unità 101 deve la sua fama in Israele soprattutto per la strage nel villaggio di Qibiya nell’Ottobre 1953. Furono uccise 69 persone, per due terzi donne e bambini; furono minati 45 edifici, incluse scuole e moschea, e furono fatti esplodere con dentro le persone.


Milano / Presidio alla Rai di Milano del 29 novembre 2017 

Il video ANSA QUI



E’ possibile stampare i pannelli delle 3 tappe:


Scaricate da qui:

a cura di Dirar Tafeche

Sorgente: GIRO 2018: Le tappe della memoria – Parallelo Palestina

DI COLPO, L’UOMO DI DAESH IN USA MINACCIA L’ITALIA

Il tweet  (grazie all’amico Umberto che me l’ha segnalato)  è un atto d’accusa inequivocabile: “L’Italia è stato il più  grosso ostacolo  nell’Unione Europea  al far pagare Russia, Iran ed Assad per i crimini passati e presenti in Siria. L’Europa deve fare  molto di più  su questo. Mai più momenti di vergogna”.   L’autore  accusa in particolare il nostro paese di aver ricevuto il capo dei servizio di Damasco, Ali Mamlouk, “che è nella lista nera in Europa. Inoltre hanno di loro iniziativa  le sanzioni contro Iran e Russia per quello che   hanno fatto in Siria. E posso continuare”.

Effettivamente, Mamlouk è stato in segreto a Roma a gennaio, a parlare col capo dei nostri servizi, ASI. L’incontro segreto è stato poi spifferato da Le Monde due mesi dopo.

Mouaz Moustafa
@SoccerMouaz
Italy has been the biggest obstacle to holding Russia and Iran and Assad accountable for past and ongoing crimes in #Syria in the European Union. Europe should be doing much more about this #NeverAgain moment shame…

Il tweet  è firmato Mouaz Moustafa. Chi sarà  mai?, avete il diritto di  domandarvi. Vi chiarisce tutto la foto  del  2013  in cui appare.   E’ quello a destra:

“unidentified” è Moufaz Moustafa, l’agente d i collegamento fra McCain e i terroristi.

E’ quella in cui il senatore McCain si è fatto fotografare  con i caporioni di Al Qaeda in procinto di trasformarsi  i caporioni dell’ISIS (Daesh)  e della “opposizione democratica” ad Assad.  Mouaz Moustafa è quello a  destra, nella foto indicato come “non identificato”.

Insomma è l’uomo che ha fatto incontrare McCain con i capi terroristi. L’agente di collegamento tra i centri di sovversione Usa e la guerriglia anti-Assad. L’uomo che conosce tutte   le  personalità della guerriglia e della sovversione clandestina in Siria.

Siriano, nato a Damasco, abitante in USA, formalmente si dice “direttore esecutivo del SETF, Syrian Emergency Task Force, più dell  UFS (United For a Free Syria),   membro direttivo della Coalition for a Democratic Syria (CDS)”.  Ha lavorato al Congresso nello staff di due senatori,  ma è molto più che un portaborse. Infatti ha lasciato brevemente l’incarico “per lavorare con l’opposizione in Egitto” (insomma come mestatore ed agente Usa per la “primavera” che portò al potere  al Cairo i Fratelli Musulmani), e poi “per la rivoluzione della Libia”, insomma fu uno degli agenti statunitensi che hanno rovesciato Gheddafi creando  e armando i gruppi jihadisti.

Washington DC Staff

http://www.syriantaskforce.org/washington-dc-staff/embed/#?secret=HjIz4JCN64

(Vedi https://www.theislamicmonthly.com/the-man-who-took-john-mccain-into-syria/)

Moufaz  ha accompagnato McCain nei numerosi viaggi  semi-segreti che il senatore ha fatto in Siria per incontrare i terroristi armati dagli Usa e – secondo la sua portavoce – “valutare le condizioni dinamiche sul terreno”.

Il fatto è che, come ha  documentato il giornalista Alex Christoforou (The Duran), “ogni volta che McCain fa un viaggio segreto in Siria, seguono attacchi con armi chimiche” ovviamente addebitati ad Assad.

Il senatore ha fatto il primo viaggio, dove ha incontrato  il futuro  Al Baghdadli, il 27 maggio  2013. Il 21 agosto si verificò il  preteso attacco  chimico a Goutha.

Il 20 febbraio 2017 McCain è tornato in Siria del Nord passando per la Turchia, e il 4 aprile dello stesso anno ci fu il  molto reclamizzato dai Caschi Bianchi attacco al gas ad Idlib; quel  false flag che spinse Trump a lanciare la  prima volata di missili Tomahawk  nel nulla, un anno fa.

Adesso, il 9 aprile 2018, McCain ha accusato Trump di aver “imbaldanzito Assad” annunciando di voler ritirare le truppe americane dal Nord Siria, per cui è seguito  l’attacco chimico che ha indotto Trump,Macron, May ad attaccare ancora una volta con missili la Siria.

 

Dati i precedenti, quando un personaggio come Mouaz Moustafa comincia ad  alzare la voce contro l’Italia, c’è da preoccuparsi. Il nostro Paese finora è stato risparmiato dal terrorismo “islamico” stragista.

Adesso che  il successo elettorale dell’ala “sovranista” può portare ad un governo meno servile,  magari Daesh (sconfitto in Siria e Irak) si farà vivo in Italia?  C’è da chiederselo perché abbiamo avuto altre minacce  “di gravi conseguenze”  da note fonti nei giorni scorsi. Dal giornale israeliano di Torino  La Stampa,

La Casa Bianca al futuro governo: “Non togliete le sanzioni a Mosca”

Parla Volker, inviato dell’amministrazione Trump in Ucraina. “La Lega sbaglia, le misure europee vanno casomai rafforzate”
«L’Italia non può togliere le sanzioni alla Russia senza subire gravi conseguenze».

Si aggiunga il discorso appena tenuto da Macron davanti al Parlamento Europeo, dove, a nome dell’ideologia sovrannazionale  e dei suoi banchieri, ha annunciato iniziative di ostilità  contro ogni populismo e sovranismo che vede crescere. “è un dubbio sull’Europa che attraversa i nostri Paesi, sta emergendo una sorta di guerra civile europea ma non dobbiamo cedere al fascino dei sistemi illiberali e degli egoismi nazionali».   E’ chiaro che  si sta organizzando  la repressione, anzi una vera guerra,contro la volontà popolare dovunque si esprima in termini sgraditi ai poteri transnazionali. Moufaz , l’uomo di collegamento con l’ISIS, di colpo si accorge di noi. E’ meglio saperlo.

Sorgente: DI COLPO, L’UOMO DI DAESH IN USA MINACCIA L’ITALIA – Blondet & Friends

Quando l’Italia bombardava la Siria

“L’operazione bellica è stata appoggiata dalla base aeronavale Usa di Sigonella e dalla stazione Usa di Niscemi del sistema Muos di trasmissioni navali. Come mostrano i tracciati radar, i droni spia Usa RQ-4 Global Hawk, decollando da Sigonella, hanno svolto un ruolo fondamentale nell’attacco alla Siria, appoggiato con aerei-cisterna per il rifornimento in volo dei caccia. “

di Manlio Dinucci*

il manifesto, 17 aprile 2018 

Per motivare la guerra del 2003, gli Usa accusarono l’Iraq di possedere armi di distruzione di massa: il segretario di stato Colin Powell presentò all’Onu una serie di «prove» risultate poi false, come ha dovuto ammettere lui stesso nel 2016.

«Prove» analoghe vengono oggi esibite per motivare  l’attacco alla Siria effettuato da Stati uniti, Gran Bretagna e Francia. Il generale Kenneth McKenzie,  Joint Staff Director del Pentagono, ha presentato il 14 aprile una relazione, corredata da foto satellitari, sul Centro di ricerca e sviluppo Barzah a Damasco, definendolo «il cuore del programma delle armi chimiche siriane».

Il Centro, che costituiva il principale obiettivo, è stato attaccato con 76 missili da crociera (57 Tomahawk lanciati da navi e sottomarini e 19 Jassm da aerei). L’obiettivo è stato distrutto, ha annunciato il generale, «riportando indietro di anni il programma delle armi chimiche siriane».

Questa volta non c’è bisogno di aspettare tredici anni per avere conferma della falsità delle «prove». Un mese prima dell’attacco, il 13 marzo, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw) aveva ufficialmente comunicato il risultato della seconda ispezione, effettuata al Centro Barzah nel novembre 2017, e dell’analisi dei campioni prelevati ultimata nel febbraio 2018: «La squadra di ispezione non ha osservato alcuna attività in contrasto con gli obblighi derivanti dalla Convenzione sulle armi chimiche». Non a caso il Centro Barzah è stato distrutto poco prima che arrivassero per la terza volta gli ispettori della Opcw.

La Siria, Stato membro della Opcw, ha completato nel 2014 il disarmo chimico, mentre Israele, che non aderisce alla Convenzione sulle armi chimiche, non è sottoposto ad alcun controllo. Ma di questo non parla l’apparato politico-mediatico, che accusa invece la Siria di possedere e usare armi chimiche.

Il  premier Gentiloni ha dichiarato che l’Italia, pur appoggiando «l’azione circoscritta e mirata a colpire la fabbricazione di armi chimiche», non vi ha in alcun modo partecipato. In realtà, essa è stata precedentemente concordata e pianificata in sede Nato. Lo prova il fatto che, subito dopo l’attacco, è stato convocato il Consiglio Nord Atlantico, nel quale Stati uniti, Gran Bretagna e Francia hanno «aggiornato gli Alleati sull’azione militare congiunta in Siria» e gli Alleati hanno espresso ufficialmente «il loro pieno appoggio a tale azione».

Gentiloni ha inoltre dichiarato che «il supporto logistico che forniamo soprattutto agli Usa non poteva in alcun modo tradursi nel fatto che dal territorio italiano partissero azioni direttamente mirate a colpire la Siria». In realtà, l’attacco alla Siria dal Mediterraneo è stato diretto dal Comando delle forze navali Usa in Europa, con quartier generale a Napoli-Capodichino, agli ordini dell’ammiraglio James Foggo che comanda allo stesso tempo la Forza congiunta Nato con quartier generale a Lago Patria (Napoli).

L’operazione bellica è stata appoggiata dalla base aeronavale Usa di Sigonella e dalla stazione Usa di Niscemi del sistema Muos di trasmissioni navali. Come mostrano i tracciati radar, i droni spia Usa RQ-4 Global Hawk, decollando da Sigonella, hanno svolto un ruolo fondamentale nell’attacco alla Siria, appoggiato con aerei-cisterna per il rifornimento in volo dei caccia.

L’Italia condivide dunque la responsabilità di un’azione bellica che viola le più elementari norme del diritto internazionale. Non si sa ancora quali saranno le sue conseguenze, è certo però che essa alimenta le fiamme della guerra. Anche se Gentiloni assicura che «non può essere l’inizio di una escalation».

*Pubblicato su gentile concessione dell’Autore

Notizia del:

Sorgente: Manlio Dinucci – “Falsi made in Usa e bugie made in Italy”

E COSI’, GENTILONI CI HA PORTATO ALLA GUERRA. IMPUNITO.

l’aereo cisterna italiano che partecipa alla guerra.

Alle 17.33  del 10 aprile l’agenzia Al Sura ha  segnalato che  una cisterna volante italiana KC-767 è entrata in Giordania dallo spazio aereo dell’Arabia Saudita.   L’aereo, un Boeing,  farà il rifornimento in volo dei caccia occidentali  che lanceranno i missili contro la Siria.

Dunque il governo Gentiloni, scaduto e senza legittimità, ha portato l’Italia in guerra contro uno Stato che non ci ha mai  fatto nulla  di male, e contro cui non abbiamo nemmeno dichiarato guerra prima di aggredirlo.  Contro un capo di Stato, Hafez el Assad,  che il1 8 marzo 2010, il capo dello Stato – allora Giorgio Napolitano – ha decorato della Gran Croce  al merito della Repubblica, lodandolo come “esempio di laicità e difensore della libertà”.   Abituato alla menzogna senza vergogna.

Il governo scaduto ci mette anche in linea di ostilità  armata  contro la Russia, contro  la nostra nazione non ha alcun motivo di inimicizia, e contro cui abbiamo esercitato qualsiasi possibile offesa senza alcun motivo e  contro i nostri interessi,  ed anzi storica amicizia. Ci mette in guerra anche contro l’Iran, di cui – come”Europa” –     abbiamo garantito l’accordo sul nucleare, solo per rimangiarcelo appena Trump ha proclamato, su istigazione neocon, che avrebbe stracciato quel patto.

Altri hanno notato che un governo in carica per gli affari correnti, considera un affare corrente portarci in una guerra  fra potenze nucleari, senza alcun motivo fondato – se non sulla menzogna: “Dobbiamo dire chiaramente che l’uso di armi chimiche da parte del regime di Assad non può essere in alcun modo tollerato”.

Ovviamente va prima  provato, come  hanno ribattuto Salvini, Paolo Romani, Giorgia Meloni.

Il senatore Alberto Bagnai ha chiesto che il governo riferisca in aula nel suo primo intervento da eletto.

Anche Danilo Toninelli, capogruppo cinque stelle, ha chiesto anch’egli che Gentiloni riferisca in aula, ma asserendo che “a Duma si è consumata una strage terribile che segue altri attacchi chimici”.

Naturalmente le sinistre sono tutte con Trump (che hanno maledetto e schernito e  disprezzato odiati parossisticamente), ora che sta per bombardare. Loro, non hanno nessun dubbio che Assad ha tirato armi chimiche.  La senatrice capogruppo PD: “Nessuna attenuante per tale cieca violenza che ci ricorda le stragi nazifasciste della fine della seconda guerra mondiale”.  La retorica bolsa e senza argomenti, “stragi nazifasciste”…Dalla tomba di un partito morente, o dalla sua fogna, il  “reggente”, Maurizio Martina, ha avuto ancora  coraggio di  fare la sua delazione al Padrone americano: “Salvini vuole cambiare le alleanze internazionali del nostro Paese”.  Così si  fa notare dall’ambasciatore.

BOLDRINI

Boldrini pro-Trump. “Coprirsi bocca e naso contro uso gas in #Siria.Armi chimiche uccidono facendo soffocare persone nella propria saliva.A morire sono soprattutto bambini.Grazie a tutti coloro che con questo gesto simbolico dicono basta attacchi chimici.Inutile?Diffondere consapevolezza non lo è mai “

Ovviamente non poteva mancare di accodarsi all’aggressione americana di un piccolo eroico paese straziato, Laura Boldrini, schierandosi col carnefice perché lo crede più forte.

Certo nulla scuote la faccia tosta di un Gentiloni, che è stato segretario regionale del patito maoista Movimento Lavoratori per il Socialismo. Sperare che questi si vergognino, si giustifichino, men che meno si dimettano,  è vano. Né  le  procedure parlamentari hanno la capacità di punire uno che infrange tutte le norme della cosiddetta “democrazia” di cui si riempiono la bocca, e lui, loro, possono fregarsene. Se  il popolo italiano non si  rivolta,  questa violazione della leaglità e della legittimità non avrà conseguenze per il colpevole del più grave crimine politico cui assistiamo passivi.  Credono, come sempre, di cavarsela perché stanno dalla parte del più forte, del vincitore. Ma ricordiamo che stanno commettendo un (altro) crimine di guerra e contro l’umanità.  Pensano che piazzale Loreto sia capitato solo agli altri.

Ignoranza abissale, segnala l’arretramento  estremo dalla civiltà europea alla barbarie postmoderna.

Resta da segnalare l’ ambasciatrice britannica all’Onu che per attaccare ed insultare Mosca che chiedeva un’inchiesta indipendente sul presunto attacco chimico in Siria, ha ritorto: “Se la Russia viole, possiamo fare ricorso al tribunale penale internazionale contro i crimini di guerra”:  Ha voluto strafare nella sua lezioncina: “Karl Marx si  rivolterà nella tomba, a vedere cosa è diventato il suo paese, a difendere l’uso delle armi chimiche contro innocenti”.

Insomma un’esponente della diplomazia occidentale crede che Karl Marx fosse russo, fondatore della Federazione Russa, chissà.  L’abiezione  bassezza morale si unisce all’ignoranza abissale in questi attori del crimine politico del ventunesimo secolo. Nemmeno la cultura generale, hanno.  Da dove vengono, come sono selezionati,  lo  lascia capire  questa ambasciatrice.  E’ una testimonial dell’imbarbarimento e della decadenza più ridicola e mostruosa. Ecco fino a quale fondo  è degradata  la civiltà europea.

 

Sorgente: E COSI’, GENTILONI CI HA PORTATO ALLA GUERRA. IMPUNITO. – Blondet & Friends

La Commissione europea ha presentato il 28 marzo il Piano d’azione sulla mobilità militare. L’avete letta con attenzione?

di Manlio Dinucci* – il manifesto, 3 aprile 2018

La Commissione europea ha presentato il 28 marzo il Piano d’azione sulla mobilità militare. «Facilitando la mobilità militare all’interno della Ue – spiega la rappresentante esteri dell’Unione, Federica Mogherini – possiamo reagire più efficacemente quando sorgono le sfide». Anche se non lo dice, è  evidente il riferimento alla «aggressione russa».

Il Piano d’azione è stato deciso in realtà non dalla Ue, ma dal Pentagono e dalla Nato.

Nel 2015, il generale Ben Hodges, comandante delle forze terrestri Usa in Europa (U.S. Army Europe), ha richiesto l’istituzione di «un’Area Schengen militare» così che le forze Usa, per fronteggiare «l’aggressione russa»,  possano muoversi con la massima rapidità da un paese europeo all’altro, senza essere rallentate da regolamenti nazionali e procedure doganali.

Tale richiesta è stata fatta propria dalla Nato: il Consiglio Nord Atlantico, riunitosi l’8 novembre 2017 a livello di ministri della Difesa, ha chiesto ufficialmente all’Unione europea di «applicare legislazioni nazionali che facilitino il passaggio di forze militari attraverso le frontiere» e, allo stesso tempo, di «migliorare le infrastrutture civili così che siano adattate alle esigenze militari».

Il 15 febbraio 2018, il Consiglio Nord Atlantico a livello di ministri della Difesa ha annunciato la costituzione di un nuovo Comando logistico Nato per «migliorare il movimento in Europa di truppe ed equipaggiamenti essenziali alla difesa».

Poco più di un mese dopo, l’Unione europea ha presentato il Piano d’azione sulla mobilità militare, che risponde esattamente ai requisiti stabiliti dal Pentagono e dalla Nato. Esso prevede di «semplificare le formalità doganali per le operazioni militari e il trasporto di merci pericolose di tipo militare».

Si prepara così «l’Area Schengen militare», con la differenza che a circolare liberamente non sono persone ma carrarmati. Movimentare carrarmati e altri mezzi militari su strada e per ferrovia non è però lo stessa cosa che farvi circolare normali autoveicoli e treni.

Si devono perciò rimuovere «le esistenti barriere alla mobilità militare», modificando «le infrastrutture non adatte al peso o alle dimensioni dei mezzi militari, in particolare ponti e ferrovie con insufficiente capacità di carico». Ad esempio, se un ponte non è in grado di reggere il peso di una colonna di carrarmati, dovrà essere rafforzato o ricostruito.

La Commissione europea «individuerà le parti della rete trans-europea dei trasporti adatte al trasporto militare, stabilendo le necessarie modifiche». Esse dovranno essere effettuate lungo decine di migliaia di chilometri della rete stradale e ferroviaria. Ciò richiederà una enorme spesa a carico dei paesi membri, con un «possibile contributo finanziario Ue per tali opere».

Saremo comunque sempre noi cittadini europei a pagare queste «grandi opere», inutili per usi civili, con conseguenti tagli alle spese sociali e agli investimenti in opere di pubblica utilità. In Italia, dove scarseggiano i fondi per la ricostruzione delle zone terremotate, si dovranno spendere miliardi di euro per ricostruire infrastrutture adatte alla mobilità militare.

I 27 paesi della Ue, 21 dei quali appartengono alla Nato, vengono ora chiamati ad esaminare il Piano. L’Italia avrebbe quindi la possibilità di respingerlo.

Questo però significherebbe, per il prossimo governo, opporsi non solo alla Ue ma alla Nato sotto comando Usa, cominciando a sganciarsi dalla strategia che, con l’invenzione della minaccia russa, prepara la guerra, questa sì vera, contro la Russia. Sarebbe una decisione politica fondamentale per il nostro paese ma, data la sudditanza agli Usa, resta nel regno della fantapolitica.

*Pubblichiamo su gentile concessione dell’Autore

L’antidiplomatico – Liberi di svelarvi il mondo

La Nakba continua: 70 anni di Resistenza – Settimana contro l’apartheid israeliana 2018

Anche quest’anno torna in Italia e nel mondo la Settimana contro l’apartheid israeliana (Israeli Apartheid Week – IAW).

La IAW è un’iniziativa internazionale, giunta alla sua quattordicesima edizione, che ha l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle politiche di occupazione militare, colonizzazione e apartheid attuate da Israele contro i palestinesi e di promuovere le campagne del movimento BDS per fare pressione su Israele al rispetto dei diritti umani e la legalità internazionale.

Lanciata nel 2005 da un gruppo di studenti di Toronto (Canada),  nel corso degli anni si è diffusa in tutto il mondo fino a toccare oltre 200 città.

A 70 anni dalla Nakba del 1948, la pulizia etnica che ha privato i palestinesi della libertà e della terra con la fondazione dello stato di Israele, la resistenza popolare palestinese continua contro l’occupazione militare, per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza.

Nonostante gli attacchi e la propaganda di Israele contro il BDS, la IAW e il movimento BDS continuano a costruire legami e solidarietà internazionale con il popolo Palestinese, per l’affermazione della legalità internazionale.

Partecipa alle iniziative!

A Roma, BDS Italia organizza la presentazione del dossier Il Diritto di boicottare Israele – BDS: un legittimo movimento per i diritti umani, giovedì, 22 marzo, ore 16.00 presso l’Ufficio in Italia del Parlamento europeo in via IV Novembre, 149. Interverranno l’europarlamentare Eleonora Forenza, l’Avv. Fausto Gianelli dei Giuristi Democratici, e Vera Pegna, scrittrice e traduttrice.

**È necessario confermare la partecipazione: info@bdsitalia.org

Il dossier è a cura di BDS Italia con il sostegno di AssoPace Palestina, Centro Studi Sereno Regis, Pax Christi Italia, Rete Ebrei Contro l’occupazione, Servizio Civile Internazionale Italia e Un ponte per…

Il programma per IAW in tutta Italia

Bologna – dibattiti all’università, proiezioni e incontri sull’informazione

Cagliari – La XV edizione dell’Al Ard Doc Film Festival

Milano – coming soon…

Napoli –  Proiezione del documentario Roadmap to Apartheid

Pisa – incontro all’università

Roma – incontro per ricordare Rachel Corrie e presentazione del dossier sul diritto al boicottaggio

Torino – proiezioni, dibattiti all’università e concerti

Udine – mostra, proiezioni, letture

Per informazioni sulla IAW nel mondo: www.apartheidweek.org

thanks to: BDS Italia

In arrivo una legge mangia-foreste?

Il decreto legislativo sulla revisione della normativa nazionale in tema di foreste e filiere forestali – in attuazione dell’articolo 5 della legge 28 luglio 2016, n. 154 – rischia di essere approvato in questi giorni dal Consiglio dei Ministri. Mondo accademico e associazioni ambientaliste chiedono al governo di ripensarci. “Il testo del decreto legge sulle foreste che si vorrebbe approvare in Consiglio dei Ministri preoccupa perché impone una visione delle foreste come mero serbatoio da cui attingere legname e disconosce il ruolo importante che esse svolgono a livello ecologico” spiega Martina Borghi, di Greenpeace.

Greenpeace valuta positivamente alcuni aspetti del testo, come l’armonizzazione di una normativa che è materia concorrente tra Stato e Regioni e che vede nel Paese una gran quantità di definizioni discordanti di “bosco”. Ma non è tuttavia accettabile fare tabula rasa dei benefici naturalistici e ambientali dei boschi pere trasformarli in oggetto di mero sfruttamento economico. Inoltre, preoccupa la nuova definizione del diboscamento, ora denominato “trasformazione”, così come preoccupa l’idea di consentire il disboscamento quando è “compensato” con rimboschimenti, eventualmente distanti o di diverso o discutibile valore ecologico. “Approvare frettolosamente una legge così importante per le nostre foreste e per migliaia di specie animali e vegetali è un atto irresponsabile. Chiediamo al Governo Gentiloni di fare un passo indietro” conclude Borghi.

Sorgente: In arrivo una legge mangia-foreste? – Salva le Foreste

Pedalando per i diritti palestinesi: 20 città in tutto il mondo chiedono a UCI e Giro di Italia: #CambiaGiro / #RelocateTheRace

Ciclisti e sostenitori dei diritti umani dei palestinesi sono scesi in strada in 20 città in tutto il mondo sabato 10 marzo 2018 per la Giornata internazionale di azione #CambiaGiro / #RelocateTheRace.

Manifestazioni in bicicletta e azioni hanno chiesto all’Unione Ciclistica Internazionale (UCI), l’organo direttivo del ciclismo, di spostare la partenza del famoso evento ciclistico Giro d’Italia, fissata per il 4 maggio da Gerusalemme. I partecipanti hanno sottolineato la negazione da parte di Israele dei diritti dei palestinesi, compresa la libertà di movimento, e il suo uso della corsa per coprire con lo sport il suo regime di occupazione e apartheid.

La giornata di azione è cominciata in Palestina, con la partecipazione di dozzine di giovani uomini e donne palestinesi ad una corsa “Contro Giro” in Cisgiordania da Ramallah a Qalandia, una località rinchiusa dal muro dell’apartheid e dai checkpoint militari di Israele. La corsa faceva parte degli eventi della Israeli Apartheid Week (Settimana contro l’apartheid israeliana) e ha sottolineato la continua distruzione di case e fattorie palestinesi da parte di Israele.

In Svizzera, ciclisti hanno pedalato fino alla sede centrale dell’UCI a Aigle. Malgrado numerosi lettere e appelli per spostare l’inizio della corsa che citavano lo stesso codice etico dell’UCI, l’organizzazione non ha intrapreso azioni per impedire al ciclismo professionistico di essere complice nelle violazioni israeliane del diritto internazionale.

No al Giro d’Italia nell’Israele dell’#Apartheid! #RelocateTheRace #DéplacezLaCourse

Inviato da BDS Svizzera lunedì 12 marzo 2018

A Kuala Lumpur, più di 50 persone, giovani e vecchi, singoli e famiglie, studenti e ciclisti, si sono radunati sabato mattina per invitare la Federazione Ciclistica Malesiana, un membro del direttivo dell’UCI, a prendere le misure per assicurare che l’UCI sposti la corsa.

Proteste si sono tenute in più di 10 città in tutta Italia. A Roma, dozzine di ciclistisi sono radunati per una parodia di una cerimonia di premiazione vicino al Colosseo, dove sarà il traguardo finale del Giro d’Italia. Il fornitore elettrico italiano ENEL è stato “premiato” come “Migliore Sponsor dell’Apartheid Israeliana”. All’UCI è stato dato il “Premio dello struzzo” per avere tenuto la sua testa nella sabbia. Gli organizzatori del Giro, che a quanto risulta hanno ricevuto 10 milioni di euro da Israele, sono stai premiati come “Migliori approfittatori delle violazioni di diritti umani”. La squadra ciclistica israeliana è stata premiata per la “Migliore copertura ciclistica dei crimini israeliani”.

In Sicilia, attivisti hanno tenuto una assemblea pubblica a Catania per preparare le proteste al Giro d’ Italia. Le prime tappe italiane della corsa saranno sull’isola. Manifestazioni in bicicletta sono state tenute inoltre a Bologna, Milano, Napoli, Ravenna, Torino, Udine, Vicenza e Venezia.

Nei Paesi Bassi, circa 80 ciclisti hanno partecipato  a un “Giro Alternativo” a L’Aia, pedalando dal Parlamento al Palazzo della Pace e alla Corte Criminale Internazionale, rimarcando la lunga lista di crimini di guerra e violazioni dei diritti umani di Israele.

A Manchester, ciclisti del Grande Giro per la Palestina hanno pedalato fino alla Sede Centrale della Federazione Ciclistica Britannicae al Consolato italiano, gridando “Salvate la faccia! Spostate la corsa!

In Francia, ciclisti a Parigi sono andati dalla Torre Eiffel fino all’emittente francese del Giro L’Equipe. Manifestazioni in bicicletta si sono tenute anche a Saint-Étienne e a Marsiglia, dove gli attivisti hanno distribuito oltre 1500 volantini.

In Belgio, attivisti a Lovanio hanno distribuito bandierine per bici con scritto “Andate in bici per la pace e la libertà, non per l’apartheid israeliana” ad un pubblico che ha risposto in maniera incredibilmente favorevole e ha protestato contro l’uso del ciclismo per nascondere gli abusi verso i diritti umani da parte di Israele.

Israele si è lungamente ispirato al regime di apartheid in Sudafrica, usando lo sport per mascherare il suo regime decennale di occupazione militare e di apartheid.

I sostenitori dei diritti dei palestinesi in tutto il mondo sono impegnati a continuare la pressione nei confronti del ciclismo professionistico fino a che non porrà fine alla sua partnership con il governo israeliano, che permette che una delle più importanti gare di ciclismo sia sfruttata per fini politici.

Sorgente: Pedalando per i diritti palestinesi: 20 città in tutto il mondo chiedono a UCI e Giro di Italia: #CambiaGiro / #RelocateTheRace – BDS Italia – Boicotta Israele