I bambini palestinesi in carcere: l’innocenza rubata da Israele

Ramallah-PIC. Khalil Mustafa è un ragazzo palestinese di 15 anni la cui innocenza non gli ha comunque risparmiato di assistere alla crudeltà dell’occupazione israeliana, dato che è stato arrestato, così come altre decine di bambini palestinesi. 

Ad est di Qalqiliya, nella parte settentrionale della Cisgiordania, le forze occupanti israeliane hanno preso d’assalto la casa della famiglia di Mustafa, che è stato rapito dal suo letto con l’accusa di aver lanciato sassi contro automobili di coloni. 

Il “lancio di pietre” è il reato più comune del quale vengono accusati i bambini in carcere, una accusa attraverso la quale l’occupazione cerca di instaurare un clima di paura e panico tra di loro, secondo gli avvocati che li seguono. 

Capi d’accusa.

A Gerusalemme occupata l’accusa di incitamento è un metodo molto frequente per colpire i bambini. Alcuni giorni fa il tribunale israeliano dell’occupazione, a Gerusalemme, ha tenuto una udienza su un nuovo fascicolo depositato dall’accusa contro il quindicenne Shadi Farah di Gerusalemme, sostenendo che il ragazzo stava incitando contro le autorità all’interno del centro di detenzione per minori di Tamra, nel quale viene tenuto dal 30 dicembre 2015. 

L’avvocato Al-Haj ha aggiunto che, durante l’udienza, l’accusa israeliana ha chiesto che il ragazzo venisse trasferito presso uno dei campi militari dell’occupazione israeliana, ma la corte ha deciso di tenerlo ancora presso il centro minori, nel quale deve scontare una condanna a due anni, senza dimenticare che il tribunale, quando ha condannato l’adolescente a due anni, non ha tenuto conto dell’intero anno già trascorso in carcere prima che fosse emesso il verdetto finale nel 2016. 

Ogni bambino ha la sua storia.

Ogni bambino prigioniero ha una storia. Il tredicenne Raed Ahmed, residente a Deir Qaddis, non ha passato tanto tempo a scrutare il giudice militare israeliano quando è stato gettato in una sovraffollata aula del tribunale militare di Ofer, ma piuttosto ha cercato di salutare suo padre che era venuto per vederlo. 

Secondo la Defense for Children International di Ginevra alcuni bambini non vengono mai sottoposti ad un processo, ma vengono trattenuti senza nessuna accusa. Durante le indagini vengono trattati come degli adulti per obbligarli a confessare cose che non hanno mai fatto. Il caso di Mohammed è uno delle centinaia di casi che spiega la situazione dei bambini palestinesi sotto l’occupazione. 

Fonti che si occupano di diritti umani confermano che i bambini prigionieri palestinesi vengono arrestati con l’accusa di aver lanciato pietre contro le forze dell’occupazione che però sono protette all’interno di torri di controllo o di veicoli blindati. 

Secondo la DCI, l’arresto e la detenzione dei minorenni palestinesi viola le leggi internazionali per i diritti dei bambini sottoscritte dalla stessa Israele. La DCI afferma inoltre che “l’utilizzo di alcuni tipi di torture e maltrattamenti fanno parte integrante del processo investigativo”. 

L’avvocato Buthania Dokmak riferisce che “le autorità dell’occupazione privano i bambini detenuti dei loro diritti fondamentali garantiti dalle convenzioni internazionali”. 

“Nonostante il fatto che le convenzioni internazionali sui diritti umani, in particolar modo la Convenzione sui Diritti del Bambino, abbiano sempre sottolineato la necessità di proteggere i bambini e la loro vita, la loro sopravvivenza ed il loro sviluppo, limitando notevolmente la loro privazione di libertà, rendendola solo una ultima possibilità e per il periodo più breve possibile, l’occupazione israeliana ha reso l’uccisione e l’arresto dei bambini la sua prima opzione”. 

Secondo il Comitato per gli Affari dei Prigionieri, il numero di detenuti palestinesi nelle carceri di Israele, fino al 28 febbraio 2018, era di circa “6.500, dei quali 62 donne, 8 ragazze minorenni, ed oltre 350 bambini maschi”.

Traduzione per InfoPal di Aisha Tiziana Bravi

© Agenzia stampa Infopal

Sorgente: I bambini palestinesi in carcere: l’innocenza rubata da Israele | Infopal

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Le forze israeliane hanno ucciso circa 2 mila minorenni palestinesi dall’inizio della 2ª Intifada

MEMO e Anadolu. Le forze d’occupazione israeliane hanno ucciso circa 2 mila minorenni palestinesi dall’inizio della 2ª Intifada (al-Aqsa), nel settembre del 2000. I dati sono stati forniti Defense of Children International.
In media, ciò significa che un minorenne palestinese è stato ucciso da un israeliano in divisa ogni tre giorni, negli ultimi 18 anni. È una statistica scioccante.
Ayed Qtish, direttore dell’ONG Palestine Branch, ha anche dichiarato ad Anadolu che gli israeliani arrestano ed imprigionano circa 700 minorenni palestinesi ogni anno, e che le forze di sicurezza dell’occupazione li hanno portato davanti a simulazioni di tribunali, maltrattandoli al fine di estrarre loro alcune “confessioni”.
L’ultimo rapporto del gruppo per i diritti umani ha affermato che le autorità d’occupazione hanno arrestato oltre 14 mila ragazzini palestinesi dall’inizio della Seconda Intifada, di cui 350 sono ancora detenuti in carcere.
Il rapporto di Defence of Children International è stato pubblicato in occasione della Giornata internazionale dei bambini palestinesi, il 5 aprile scorso.
Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Sorgente: Le forze israeliane hanno ucciso circa 2 mila minorenni palestinesi dall’inizio della 2ª Intifada | Infopal

Dati statistici sui prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane

A cura dei Giovani Palestinesi d’Italia.

Dati statistici di gennaio 2018:

 

 

 

 

 

Numero totale di prigionieri politici = 6119
Numero di detenuti amministrativi = 450 tra cui 7 deputati del PLC.
Numero di bambini detenuti = 330
Numero di detenute = 59
Prigionieri dei Territori palestinesi del 1948 = 70
Prigionieri di Gerusalemme est = 550
Prigionieri di Gaza = 320
Membri del consiglio legislativo palestinese = 11
Prigionieri prima del trattato di Oslo (1993) = 30
Prigionieri condannati al di sopra dei 20 anni = 522
Prigionieri condannati all’ergastolo = 525
Prigionieri condannati più di 25 anni = 21

Sorgente: Dati statistici sui prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane | Infopal

Insegnante palestinese dilaniato da un cane dell’esercito israeliano mentre i soldati stavano a guardare

Gideon Levy, Alex Levac

16 febbraio 2018, Haaretz

Dopo aver fatto irruzione nella casa di un insegnante a notte fonda, i soldati gli hanno aizzato contro il loro cane. Il cane lo ha azzannato e bloccato, mentre i suoi familiari assistevano inorriditi

Non è un bello spettacolo. Sua moglie ci mostra le foto sul suo telefonino: il suo braccio ferito, malconcio e sanguinante, morsicato e lacerato, deturpato in tutta la sua lunghezza. Lo stesso vale per la sua gamba. È il risultato della notte di orrore che ha trascorso, insieme a sua moglie e ai suoi bambini.

Immaginatevi: la porta d’ingresso viene sfondata in piena notte, i soldati irrompono con violenza in casa e gli scatenano contro un cane. Lui cade sul pavimento, terrorizzato, mentre il feroce animale addenta la sua carne per un quarto d’ora. Per tutto il tempo, sia lui che sua moglie e i bambini gridano in modo straziante. Poi, ferito e sanguinante, viene ammanettato e arrestato dai soldati, gli vengono negate per ore cure mediche, finché viene portato in ospedale, dove questa settimana lo abbiamo incontrato insieme alla moglie. Anche là è rimasto agli arresti, costretto a giacere incatenato al letto.

Quel semilinciaggio è stato perpetrato da soldati dell’esercito israeliano nei confronti di Mabruk Jarrar, un insegnante arabo trentanovenne del villaggio di Burkin, vicino a Jenin, nel corso della brutale caccia all’uomo seguita all’assassinio, il 9 gennaio, del rabbino Raziel Shevach della colonia di Havat Gilad. E, come se non bastasse, pochi giorni dopo quella notte di terrore i soldati sono tornati nel cuore della notte. Le donne della casa sono state costrette a svestirsi completamente, compresa l’anziana madre di Jarrar e sua sorella muta e disabile, a quanto pare per cercare denaro.

Reparto ortopedico dell’ospedale Haemek di Afula, lunedì: una piccola stanza con tre letti. In quello di mezzo c’è Jarrar, che è qui da circa due settimane. Domenica mattina l’insegnante era ancora legato al letto con catene di ferro ed i soldati impedivano alla moglie di avvicinarsi. Se ne sono andati a mezzogiorno dopo che il tribunale militare ha ordinato il rilascio incondizionato di Jarrar.

Non è chiaro perché sia stato arrestato né perché i soldati gli abbiano aizzato contro il cane.

Il suo braccio sinistro e la sua gamba sinistra sono bendati, il dolore acuto che ancora accompagna ogni movimento è chiaramente visibile sul suo viso. Sua moglie Innas, di 37 anni, è accanto a lui. Si sono sposati appena 45 giorni fa, il secondo matrimonio per entrambi. I suoi due bambini nati dal primo matrimonio – Suheib, di nove anni, e Mahmoud, di cinque – sono stati testimoni di ciò che i soldati ed il loro cane hanno fatto al padre. I bambini adesso stanno con la loro madre a Jenin, ma il loro sonno è disturbato, come ci dice Jarrar: si svegliano con gli incubi, chiamandolo e bagnando il letto per la paura.

Jarrar insegna arabo nella scuola elementare Hisham al-Kilani di Jenin. Venerdì 2 febbraio lui e sua moglie sono andati a dormire circa a mezzanotte. Nella stanza accanto stavano dormendo i suoi due figli, che trascorrono con lui i fine settimana. Intorno alle 4 del mattino la famiglia è stata svegliata da un’esplosione proveniente dalla porta d’ingresso. Parecchie finestre sono state distrutte dalla potenza dell’esplosione. Jarrar è balzato dal letto ed è corso dai bambini. Fuori dalla casa erano ferme delle jeep dell’esercito. Secondo la coppia, un grosso cane, probabilmente dell’“Oketz”, l’unità cinofila dell’esercito, è stato portato dentro la casa, seguito da almeno 20 soldati. È facile immaginare il terrore che ha assalito loro ed i bambini.

Il cane si è lanciato su Jarrar, affondando i denti nel suo fianco sinistro, gettandolo a terra e trascinandolo sul pavimento. All’inizio i soldati non hanno fatto niente. Sua moglie è corsa verso di lui con una coperta, cercando di coprire il cane e salvare suo marito. I bambini guardavano e piangevano mentre i genitori gridavano aiuto; adesso dicono che le loro grida erano molto forti. Innas non è riuscita a liberare il marito dalla presa del cane.

Ci sono voluti alcuni minuti, ricordano, prima che anche i soldati cercassero di trattenere il cane, ma l’animale non gli obbediva. Mabruk era certo che stesse per essere fatto a pezzi ed ucciso; anche Innas temeva il peggio.

I soldati hanno strappato via i vestiti di Jarrar, a quanto pare nel tentativo di liberarlo dalle fauci del cane, ed alla fine ci sono riusciti – dopo circa un quarto d’ora, secondo la sua impressione. Poi uno dei soldati lo ha colpito due volte in faccia. Lui era ferito e barcollava per lo spavento ed in quello stato i soldati gli hanno legato le mani dietro la schiena. Lo hanno portato di sotto e a quel punto è arrivato un ufficiale che ha chiesto a Jarrar il suo nome, lo ha liberato dalle manette ed ha fotografato le sue ferite. L’ufficiale, ci dice ora Jarrar, è sembrato anche lui sconvolto dalle ferite sanguinanti, dal braccio e dalla gamba dilaniati.

Dopo essere stato nuovamente ammanettato, l’insegnante è stato portato con un veicolo militare al centro di detenzione di Salem, vicino a Jenin, dove dice di essere rimasto per circa tre ore senza nessuna assistenza medica. Alla fine è stato portato all’ospedale Haemek, dove è arrivato circa alle 10,30 del mattino. A quel punto era in arresto, anche se non era chiaro per quale motivo.

Quella stessa notte sono stati arrestati anche i suoi due fratelli, Mustafa e Mubarak Jarrar. Mubarak è stato rilasciato, Mustafa resta detenuto. Hanno tutti lo stesso cognome della persona ricercata per l’assassinio del rabbino Shevach, Ahmed Jarrar, che è stato in seguito ucciso dall’esercito.

Sempre quella stessa notte è accaduto un evento simile, che ha coinvolto altre forze dell’esercito, nel villaggio di Al-Kfir, vicino a Jenin. Circa alle 4 del mattino i soldati hanno fatto irruzione nella casa di Samr e Nour Adin Awad, genitori di quattro bambini piccoli. Insieme ai soldati è stato fatto entrare in camera da letto un cane dell’unità “Oketz”, che ha azzannato e ferito entrambi i genitori.

Come ha spiegato Nour a Abd Al-Karim a-Saadi, ricercatore sul campo dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem: “Stringevo al petto mio figlio Karem di due anni, che piangeva. Ho aperto la porta, su cui i soldati stavano picchiando, ed un cane mi ha attaccata, saltandomi addosso. Karem è caduto dalle mie braccia. Poi ho visto che mio marito lo ha sollevato da terra. Ho cercato di cacciare via il cane dopo che mi ha morsicato il petto. Sono riuscita ad allontanarlo, ma poi ha afferrato coi denti la mia gamba sinistra. Con tutte le mie forze sono riuscita a scacciarlo. In quel momento i soldati guardavano il cane, ma non facevano niente. Per tutto quel tempo mio marito pregava i soldati di togliermi il cane di dosso. Un soldato ha parlato al cane in ebraico e allora esso mi ha afferrato per il braccio sinistro tenendomi stretta per alcuni minuti, finché è arrivato un soldato da fuori e lo ha allontanato. Io sanguinavo ed avevo molto male.”

La seconda irruzione dei soldati è avvenuta qualche giorno dopo, l’8 febbraio. C’erano solo donne e bambini in casa Jarrar: Innas, i due figli di suo marito ed anche sua madre e sua sorella, che vivono nello stesso edificio. Erano le 3,30 di notte. Secondo Innas, circa 20 soldati, maschi e femmine, hanno preso parte al raid. Le hanno detto che nella casa c’era del denaro di Hamas e che loro erano venuti per confiscarlo. Hanno calpestato i letti, ignorando le preghiere di Innas di fermarsi. Hanno chiesto dove fosse Mabruk – probabilmente non sapendo che era già detenuto dall’esercito in ospedale.

Poi ci sono state le perquisizioni corporali. Una donna soldato ha portato le tre donne – la moglie di Jarrar, sua madre di 75 anni e sua sorella cinquantenne disabile – in una stanza ed ha loro ordinato di spogliarsi completamente. La ricerca non ha portato a niente: niente soldi, niente Hamas. Di conseguenza i soldati hanno dato ad Innas un permesso di ingresso in Israele, per visitare suo marito ad Afula. Dice che le hanno detto che lui si trovava nel carcere di Megiddo. Vi si è recata il giorno dopo, solo per scoprire che lui non era là. Ha chiamato Abed Al-Karim a-Saadi di B’Tselem, che lei descrive come il suo gentile salvatore. Lui ha fatto qualche telefonata e ha scoperto che Mabruk era in realtà in ospedale ad Afula. Era ancora in arresto quando lei vi è arrivata e le è stato permesso solo di fargli visita per 45 minuti.

In risposta alla richiesta di una dichiarazione, il portavoce dell’esercito ha detto questa settimana ad Haaretz: “Il 3 febbraio 2018 le forze di sicurezza sono arrivate nel villaggio di Burkin, alla casa di Mabruk Jarrar, che è sospettato di attività dannose alla sicurezza in Giudea e Samaria (la Cisgiordania). Una volta giunti alla casa, i soldati lo hanno invitato ad uscire. Dopo ripetuti richiami e dato che non usciva, i soldati hanno agito secondo la procedura ed è stato inviato un cane a cercare la gente dentro casa. Il sospettato si era chiuso in una stanza al piano superiore dell’edificio insieme alle donne della sua famiglia.

Quando si è aperta la porta, il cane ha azzannato il sospettato, ferendolo. Egli ha ricevuto immediata assistenza dai medici dell’esercito fino a quando è stato trasferito all’ospedale. In seguito sono state svolte altre attività di ricerca di individui ricercati. Sottolineiamo che, contrariamente a quanto si sostiene nell’articolo, le donne della casa non sono state denudate dalle forze dell’esercito.”

Jarrar è seduto sul suo letto d’ospedale, parla con difficoltà, ogni movimento gli costa fatica. Innas viene ogni giorno da Burkin. “Come pensate che mi sentissi?”, risponde alla domanda su come si sentisse mentre il cane lo aggrediva. “Ho pensato che stavo per morire.”

Data la composizione etnica di medici, pazienti, infermieri e visitatori, questo è effettivamente un ospedale bi-nazionale ebreo-arabo – come molti degli ospedali nel nord del Paese. Ma un addetto alla manutenzione ebreo entra improvvisamente nella stanza, fremente di rabbia. “Perché state intervistando degli arabi? Perché non degli ebrei?”, chiede. L’uomo minaccia di chiamare l’ufficiale di sicurezza dell’ospedale, perché il ferito e straziato Mabruk Jarrar stava parlando con noi.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

thanks to: Zeitun

“Morte a Ahed Tamimi”: coloni israeliani vandalizzano Nabi Saleh – ‘Death to Ahed Tamimi’: Israeli settlers vandalize Nabi Saleh

“Morte a Ahed Tamimi”: coloni israeliani vandalizzano Nabi Saleh

Da quando il villaggio ha iniziato le sue proteste settimanali contro l’occupazione israeliana nel 2009, gli attacchi dei coloni residenti ad Halamish sono aumentati, con centinaia di ulivi di Nabi Saleh bruciati e distrutti dai coloni.


di Jaclynn Ashly, 4 febbraio 2018

FOTO – Graffito che dice “Morte a Ahed Tamimi” lasciato da coloni israeliani nel villaggio di Nabi Saleh (Foto: Jaclynn Ashly)

Betlemme, Cisgiordania occupata – Giovedì notte, quando i residenti di Nabi Saleh nella Cisgiordania occupata erano profondamente addormentati nelle loro case, coloni israeliani si sono aggirati furtivamente per le strade del villaggio sporcando muri con graffiti di minacce contro l’attivista adolescente incarcerata Ahed Tamimi e la sua famiglia.
Alcuni dei graffiti recitano: “Morte a Ahed Tamimi”, “Non c’è posto in questo mondo per Ahed Tamimi” e un altro chiede che la famiglia Tamimi sia “cacciata dal Paese”.

Graffito a Nabi Saleh in cui si legge “Non c’è posto per Ahed Tamimi in questo mondo”.

Bassem Tamimi, il padre di Ahed, ha detto a Mondoweiss che nessuno degli abitanti del villaggio ha visto i coloni entrare nel villaggio, ma che l’incidente è avvenuto ad un certo punto dopo l’una di notte. “I coloni hanno scritto che Ahed dovrebbe essere uccisa per spaventare gli abitanti di Nabi Saleh” ha detto.
Micky Rosenfeld, portavoce della polizia israeliana, ha detto a Mondoweiss che “le unità di polizia sono state chiamate a Nabi Saleh dopo che erano state riportate notizie di graffiti nel villaggio”. Ha aggiunto che la polizia ha aperto un’indagine sull’incidente.
Bassem ha detto a Mondoweiss che un gruppo di coloni ha dichiarato anche sui social media che avrebbero aspettato fuori dal carcere israeliano HaSharon il giorno in cui Ahed verrà rilasciata e che poi uccideranno l’adolescente.
“Ho paura per mia figlia”, ha detto Bassem. “Non solo è palestinese, ma il suo viso è diventato così riconoscibile che tutti sanno esattamente chi è e come è.”

‘Escalation ad un altro livello’

L’insediamento illegale israeliano Halamish si trova su una collina adiacente a Nabi Saleh. Dozzine di ettari delle terre del villaggio sono stati confiscati per permettere a Israele di costruire l’insediamento.
Dalla casa di Bassem, si può vedere una grande piscina sul tetto di una di queste unità abitative in stile americano che punteggiano la terra.
Questo è il luogo in cui Ahed ha dato il famoso schiaffo che ha trasformato l’adolescente in un’icona internazionale per quello che subiscono i bambini palestinesi sotto l’occupazione militare israeliana da oltre mezzo secolo.
Poco prima che Ahed affrontasse i soldati israeliani fuori di casa sua, il cugino di 15 anni era stato gravemente ferito, colpito a bruciapelo in faccia con un proiettile di gomma.

FOTO – Una vista dell’insediamento di Halamish da fuori casa di Bassem Tamimi.

Un video dell’incidente – dove si vede Ahed che schiaffeggia e colpisce due soldati israeliani – è diventato virale e gli israeliani hanno scatenato una tempesta sui social media chiedendo l’arresto di Ahed.
Ahed e sua madre Nariman sono state successivamente arrestate per l’incidente e ora affrontano numerose accuse, tra cui presunti attacchi e incitamenti. Sono detenute da quasi due mesi nella prigione israeliana di HaSharon.
Dall’incidente dello schiaffo almeno altri nove residenti del villaggio sono stati arrestati, soprattutto durante raid notturni dell’esercito israeliano. Il 3 gennaio Musab Tamimi, 17 anni, un lontano parente di Ahed, è stato ucciso dalle forze israeliane nel villaggio gemello di Nabi Saleh, Deir Nitham.
“Siamo abituati ad avere a che fare con l’esercito israeliano che attacca le nostre case e fa irruzione nel villaggio”, ha detto a Mondoweiss Manal Tamimi, parente di Ahed. “Ma c’è ora un’escalation ad un altro livello, a cui anche i coloni partecipano.”
Ha aggiunto che questo incidente ha creato una situazione “ancor più pericolosa” per il villaggio.

‘Dobbiamo stare più attenti’

Da quando il villaggio ha iniziato le sue proteste settimanali contro l’occupazione israeliana nel 2009, gli attacchi dei coloni residenti ad Halamish sono aumentati, con centinaia di ulivi di Nabi Saleh bruciati e distrutti dai coloni.
Dice Bassem che dopo un incidente in cui i coloni israeliani hanno tentato di dare fuoco alla moschea del villaggio, i residenti avevano messo a punto una strategia per impedire ai coloni di avvicinarsi al villaggio.
Avevano creato ronde di sorveglianza del villaggio, grazie alle quali residenti avrebbero percorso la periferia del villaggio e avvertito gli altri residenti dell’eventuale presenza di coloni o soldati.
Tuttavia, al momento, di solito i residenti del villaggio si informano a vicenda usando i social media o si chiamano quando avvistano coloni vicino al villaggio, suggerendo di lanciare sassi e far rotolare pneumatici in fiamme nella loro direzione nel tentativo di impedire che si avvicinino.
Il villaggio, che ospita circa 600 residenti, è abbastanza piccolo, tanto che in altre occasioni ai residenti è bastato andare sui tetti e gridare “coloni! coloni!”
Ma l’incursione dei coloni di giovedì sera ha lasciato il paese a disagio. “Nessuno sa come o quando sono entrati nel villaggio”, ha detto Manal.
“Dovremo stare molto più attenti”, ha osservato, aggiungendo che i residenti stanno prendendo in considerazione la possibilità di riprendere con le ronde di sorveglianza del villaggio dopo questo incidente.

‘Prendere la legge nelle loro mani’

Secondo il gruppo israeliano per i diritti Yesh Din, in Cisgiordania un palestinese che presenta un reclamo alla polizia contro un israeliano ha solo l’1,9% di possibilità di ottenere “un’indagine efficace e che un sospettato sia identificato, processato e condannato”.
Il gruppo ha notato che gli attacchi dei coloni coinvolgono “molti cittadini israeliani e includono atti di violenza, danni alla proprietà, acquisizione di terre palestinesi e altri reati”.
Questi attacchi fanno “parte di una strategia calcolata per espropriare i palestinesi della loro terra”, ha aggiunto il gruppo. Secondo l’Onu, nel 2017 sono stati segnalati almeno 150 attacchi di coloni in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est.
Dall’arresto di Ahed, i leader israeliani di destra hanno definito l’adolescente una “terrorista” e hanno chiesto misure estreme contro la minore.
Naftali Bennett, ministro israeliano dell’Istruzione dell’estrema destra, ha affermato che Ahed e le altre donne che sono apparse nel video dovrebbero “finire le loro vite in prigione”.
Oren Hazan, un parlamentare israeliano del partito Likud, ha detto alla BBC questa settimana: “Se fossi stato lì, sarebbe finita in ospedale. Di sicuro. Nessuno avrebbe potuto fermarmi. L’avrei presa a calci e calci in faccia, mi creda.”
Secondo Manal, questi richiami alla violenza e alla dura detenzione della famiglia Tamimi hanno incoraggiato i coloni. “Vogliono prendere la legge nelle loro mani e punire la famiglia Tamimi”, ha detto.
Tuttavia, Manal ha fatto in modo di esprimere la forza apparentemente incrollabile per cui gli abitanti di Nabi Saleh sono famosi. “Non abbiamo paura dei coloni o dell’esercito”, ha detto. “Ma faremo in modo che quello che è successo giovedì sera non accada più.”

traduzione: Simonetta Lambertini – invictapalestina.org
fonte: http://mondoweiss.net/2018/02/israeli-settlers-vandalize/


‘Death to Ahed Tamimi’: Israeli settlers vandalize Nabi Saleh

Bethlehem, occupied West Bank — On Thursday night, when residents of Nabi Saleh in the occupied West Bank were sound asleep in their homes, Israeli settlers crept through the village’s streets, vandalizing walls with graffiti threatening jailed teen activist Ahed Tamimi and her family.

Some of the graffiti reads: “Death to Ahed Tamimi,” “There’s no place in this world for Ahed Tamimi,” and another demanding that the Tamimi family be “kicked out of the country.”

Bassem Tamimi, Ahed’s father, told Mondoweiss that none of the village’s residents had seen the settlers enter the village, but that the incident occurred at some point after 1 a.m. “The settlers wrote that Ahed should be killed in order to scare the residents in Nabi Saleh,” he said.

Micky Rosenfeld, spokesperson for the Israeli police, told Mondoweiss that “police units were called into Nabi Saleh after reports of graffiti being sprayed in the village.” He added that the police had opened an investigation into the incident.

Bassem told Mondoweiss that a group of settlers also stated on social media that they would wait outside Israel’s HaSharon prison on the day Ahed gets released and then kill the teen.

“It makes me scared for my daughter,” Bassem said. “Not only is she Palestinian, but her face has become so recognizable that everyone knows exactly who she is and what she looks like.”

‘Escalating to another level ’

Israel’s illegal Halamish settlement sits on a hilltop adjacent to Nabi Saleh. Dozens of hectares of the village’s lands were confiscated in order for Israel to build the settlement.

From Bassem’s home, a large swimming pool can be seen on the roof of one of these American-esque housing units that dot the land.

This is the location where Ahed threw her now infamous slap, which transformed the teen into an international icon for the experiences of Palestinian children under Israel’s more than half-century military occupation.

Shortly before Ahed confronted the Israeli officials outside her home, her 15-year-old cousin had been severely wounded after being shot point-blank in the face with a rubber bullet.

A video of the incident — where Ahed is seen slapping and hitting two Israeli officials — went viral, and Israelis created a social media storm demanding the arrest of Ahed.

Ahed and her mother Nariman were subsequently arrested for the incident and now face numerous charges, including alleged assault and incitement. They have been held for nearly two months in Israel’s HaSharon prison.

Since the slap incident, at least nine other residents have been arrested from the village, mostly during overnight Israeli army raids. On January 3, Musab Tamimi, 17, a distant relative of Ahed, was killed by Israeli forces in Nabi Saleh’s sister village of Deir Nitham.

“We are used to dealing with the Israeli army attacking our homes and raiding the village,” Manal Tamimi, a relative of Ahed, told Mondoweiss. “But it’s escalating to another level, where even the settlers are participating now.”

She added that this incident has created an “even more dangerous” situation for the village.

‘We have to be more careful’

When the village began their weekly protests against Israel’s occupation in 2009, attacks from settlers residing in Halamish escalated, with hundreds of Nabi Saleh’s olive trees being burned and destroyed by settlers.

According to Bassem, after an incident where Israeli settlers attempted to light the village’s mosque on fire, residents developed a strategy to prevent settlers from approaching the village.

They created village watch patrols, in which residents would wander the outskirts of the village and warn other residents if settlers or soldiers were seen.

However, nowadays, village residents typically notify each other on social media or call one another when settlers are spotted near the village, prompting village residents to throw rocks and roll burning tires towards them in an effort to prevent them from approaching.

The village, home to some 600 residents, is small enough that other times residents need only to stand on their roofs and scream “settlers! Settlers!”

But the settler incursion Thursday night left the village feeling uneasy. “No one knows how or when they entered the village,” Manal said.

“We will have to be much more careful,” she noted, adding that residents are considering bringing back the village watch patrols following the incident.

‘Taking the law into their own hands’

According to Israeli rights group Yesh Din, a Palestinian in the West Bank who files a police complaint against an Israeli only has a 1.9 percent chance of it being “effectively investigated, and a suspect identified, prosecuted and convicted.”

The group has noted that settler attacks involve “many Israeli citizens and includes acts of violence, damage to property, takeover of Palestinian land, and other offenses.”

These attacks are “part of a calculated strategy for dispossessing Palestinians of their land,” the group added. According to the UN, at least 150 settler attacks were reported in 2017 in the West Bank, including East Jerusalem.

Since Ahed’s arrest, right-wing Israeli leaders have called the teenager a “terrorist” and have advocated extreme measures against the minor.

Naftali Bennett, Israel’s ultra-right education minister, said that Ahed and the other women who appeared in the video should “finish their lives in prison.”

Oren Hazan, an Israeli lawmaker from the Likud party, told the BBC this week: “If I was there, she would finish in the hospital. For sure. Nobody could stop me. I would kick, kick her face, believe me.”

According to Manal, these calls for violence and harsh imprisonment of the Tamimi family have emboldened the settlers. “They want to take the law into their own hands and punish the Tamimi family,” she said.

However, Manal made sure to express the seemingly unwavering strength that Nabi Saleh’s residents are famous for. “We are not afraid of the settlers or the army,” she said. “But we will make sure that what happened Thursday night will never happen again.”

thanks to: InvictaPalestina

Mondoweiss

Tortura in Israele

A cura di Parallelo Palestina. Tortura in Israele. Un report a cura delle ONG israeliane B’Tselem e HaMoked.

https://www.ibs.it/tortura-in-israele-libro-vari/e/9788898582433?inventoryId=62691096

Il rapporto mette in risalto le violazioni dei diritti umani che lo Stato israeliano infligge alla popolazione palestinese; crimini impuniti e – come abbiamo visto in altre circostanze – fomentati dal fondamentalismo religioso dei rabbini di estrema destra. Questo importante documento è stato pubblicato per la prima volta nel 2015 con il titolo “Autorizzato dal sistema. Abusi e torture nel centro per gli interrogatori di Shikma” e si basa sulle testimonianze di ben 116 palestinesi – tutti maschi e cinque minorenni – arrestati per sospetti reati. L’intero documento mette in risalto la netta contrapposizione fra l’atteggiamento dell’Agenzia di Sicurezza Israeliana (ISA) e le normative di diritto internazionale che puniscono severamente la tortura. Raggirando il diritto positivo, i militari israeliani si dimostrano maestri nella repressione.

Il libro Tortura in Israele è stato pubblicato per la prima volta in Italia dall’Editore Zambon da sempre attento a queste tematiche e siccome la fonte stessa della denuncia è israeliana, costituisce un’arma preziosa per sollevare il problema della violazione dei diritti umani, denunciando i crimini delle grandi potenze imperialistiche quasi mai – per colpa dei media di regime – sul banco degli imputati

Le procedure dell’arresto e le violenze durante il trasferimento

Dobbiamo subito sottolineare che dei 93 prigionieri arrestati a casa, ben 88 di questi sono stati fatti prigionieri dopo la mezzanotte. I militari israeliani danno una particolare importanza all’effetto sorpresa unitamente al distacco forzato dalla propria famiglia. Ad alcuni è stata rifiutata anche la possibilità di congedarsi dai proprio familiari. Una prassi violenta che il rapporto sottolinea: ‘’Nelle loro dichiarazioni giurate, i prigionieri hanno riferito di aver subito uno shock, di essere stati umiliati e spaventati e che le modalità di arresto a casa propria, nel cuore della notte, aveva violato la loro privacy’’ ( pag. 15 ). Le violenze durante l’arresto ed il trasferimento sono, il più delle volte, tanto brutali quanto illegali secondo le stesse leggi israeliane.

Brano tratto dalla testimonianza di Mujammad Zama’arah, 23 anni, studente di Halhul:

‘’Sulla jeep i soldati mi hanno colpito gli occhi bendati, il viso e la testa. Per una malattia genetica, ho subito un intervento chirurgico a entrambi gli occhi. Loro hanno voluto colpirmi appositamente lì. Ho visto le stelle, è stato lancinante. Mi hanno picchiato e spinto con la faccia in giù sul pavimento della jeep, con le mani legate che puntavano verso l’alto. Un soldato mi ha messo la canna del fucile tra le natiche, minacciando di sparare. Soffrivo ma non gridavo aiuto, mentre tutti attorno a me ridevano e sghignazzavano, offendevano il nome di mia madre e si approfittavano della mia debolezza’’ ( pag. 20; pag. 21 ).

La legge militare procedurale per l’’’incarcerazione di un prigioniero in un centro di detenzione’’ contiene un articolo in cui viene descritto il ‘’trattamento’’, ‘’dei prigionieri che arrivano feriti’’. Secondo questa sezione, a ogni prigioniero deve essere posta la domanda ‘’E’ stato regolare l’arresto?’’, se la risposta è negativa il prigioniero deve essere consultato ed invitato a scrivere un rapporto riguardante le irregolarità commesse. Il documento rivela che ‘’Nessuno dei detenuti coinvolti in questa relazione, ha detto di aver ricevuto la domanda se durante l’arresto gli fosse stata usata violenza e nemmeno se avesse specificatamente menzionato l’accaduto a un funzionario o a un medico ‘’. ( pag. 94 ). Possiamo concludere che il sistema repressivo israeliano si basa sulla sistematica violazione dei regolamenti nazionali ed internazionali.

Condizioni della detenzione nel centro per gli interrogatori di Shikma

I detenuti palestinesi vennero rinchiusi in piccolissime celle senza finestre in cui veniva immessa aria artificiale con un condizionatore, questo soffiava aria molto fredda anche d’inverno. Dal rapporto emerge che: ‘’Le celle erano illuminate tutto il giorno con lampadine, che emanavano una luce giallastra. In alcuni casi, la luce era anche arancione o rosa. Secondo quanto da essi riportato, era difficile dormire con quella luce che, tra l’altro, causava dolori agli occhi e mal di testa. Alcuni hanno raccontato come di notte tentassero di coprire le lampadine, cosa che peraltro era ostacolata dalle guardie carcerarie’’ ( pag. 27 ). I militari israeliani mirano a debilitare ( ed a volte anche a menomare ) il corpo dei detenuti palestinesi. Una carcerazione di massa – un quarto dei palestinesi è passato per le prigioni israeliane – ha dietro, per forza di cose, un progetto neocoloniale più complesso rispetto al colonialismo classico.

Brano tratto dalla testimonianza di Nur al-Atrash, 21 anni, impiegato di un autolavaggio di Hebron:

‘’Una cella di isolamento: è come una tomba con la luce gialla. Pompano dentro aria fredda, ci si sente impotenti. Ci sono stati momenti in cui ho iniziato a sbattere la testa contro il muro. Non sapevo che altro fare’’ ( pag. 28 ).

Le celle erano sporche, puzzavano in modo insopportabile ed erano piene di sciami d’insetti. I materassi e le coperte erano sporche, maleodoranti e pieni di polvere. Durante la detenzione, i prigionieri lamentavano mal di testa, stanchezza e febbre alta. Durante gli interrogatori 14 di loro hanno sviluppato problemi dermatologici come infezioni fungine, eruzioni cutanee e prurito. L’umiliazione è fisica e psicologica insieme; i detenuti, in questo modo, vengono resi innocui ed incapaci di reagire alle ingiustizie subite.

Brano tratto dalla testimonianza di Ibrahim Sabah, 19 anni, venditore in un mercato di Betlemme:

‘’La cella era piena di scarafaggi, molto sporca. Le coperte puzzavano. Dopo circa 10 giorni, ho avuto un’eruzione cutanea su tutto il corpo. Mi graffiavo fino a sanguinare’’ ( pag. 31 ).

Brano tratto dalla testimonianza di D.S., 24 anni, lavoratore edile del campo profughi di Al-Arrub:

‘’Mi hanno autorizzato a fare la doccia il terzo giorno dalla mia richiesta. Mi hanno dato un asciugamano ma, dato che uno straccio per strada era più pulito, ho usato i miei vestiti per asciugarmi. Le prime volte che mi è stato permesso di fare la doccia, mi hanno dato del sapone, ma dalla quarta doccia in poi, dovevo arrangiarmi con qualcosa di simile a olio. Mi sentivo sempre sporco ‘’ ( pag. 33 ).

Il cibo è immangiabile e molti detenuti arrivano a perdere anche 20 kg. Messi in isolamento, privati della possibilità di parlare con un avvocato, i detenuti sono in balia dei loro carcerieri duranti gli interrogatori.

Brano tratto dalla testimonianza di Muhammad’Awad, 26 anni, giornalista di Budrus:

‘’A volte mi afferravano per la camicia trascinandomi in avanti. Ero legato, per cui questo mi causava dolori a schiena e articolazioni, che già mi facevano male […] Mi hanno gridato molto forte nelle orecchie; mi hanno afferrato diverse volte per la camicia e mi hanno scosso. […] Un inferno che è durato sette o otto giorni’’ ( pag 50; pag. 51 ).

Osservando l’estrazione sociale dei detenuti vediamo che si tratta per lo più di di operai e studenti, comunque di estrazione popolare.  Possiamo dunque rilevare la natura classista della repressione che, al contrario, cerca nella borghesia compradora araba collaboratori e persone facili da corrompere.

Un altro aspetto che dobbiamo rilevare è la natura militaristica dello Stato israeliano, dal momento che i militari godono di una impunità che può farsi beffe del diritto. E’ quindi evidente come Israele sia una ‘’democrazia per soli ebrei’’ ( democrazia etnica ) nei territori che le Nazioni Unite gli hanno assegnato mentre impone un regime di polizia nelle regioni illegalmente occupate.

Impiego di informatori

La maggior parte dei prigionieri ha detto che nei loro interrogatori sono stati utilizzati degli informatori palestinesi che collaboravano con l’ISA e che si dichiaravano detenuti normali per spingere gli altri a rivelare informazioni oppure a confessare, o che supportavano gli agenti in altri modi durante gli interrogatori. In che modo i detenuti vengono avvicinati dagli informatori? Leggiamo: ‘’I prigionieri venivano alloggiati in una grande cella, con nove-undici altri detenuti, la maggior parte dei quali erano informatori, che sembravano essere rigorosi musulmani praticanti. Di solito, uno di loro si presentava come un ‘’incaricato dell’Organizzazione’’.

Gli informatori facevano domande al nuovo detenuto, lo invitavano a rivelare tutto per poterlo proteggere, minacciandolo che altrimenti la sua reputazione sarebbe stata danneggiata o sarebbe stato sospettato dall’Organizzazione di essere un collaboratore di Israele. Minacciavano di isolarlo se non avesse parlato, e gli promettevano di poter contattare la sua famiglia. Quando un prigioniero veniva portato via da quest’ala, era condotto direttamente nella stanza degli interrogatori, dove gli inquirenti facevano il confronto tra le loro informazioni e quelle rese agli informatori’’ ( pag. 55 ). Israele fa affidamento su una fitta rete di collaboratori, spie e vassalli locali. Arrivati a questo punto possiamo introdurre il capitolo dedicato all’Autorità Nazionale Palestinese ed alla sua collaborazione con Israele. Il tema è fondamentale.

Ricorso all’ANP per praticare la tortura prima degli interrogatori

La collaborazione fra ANP ed Israele, in materia di repressione, va avanti da molti anni. Una semplice citazione dal documento ci chiarisce gli aspetti più importanti della vicenda:‘’Dei 32 che hanno riferito della data del loro arresto da parte dell’ANP, 17 sono stati arrestati dallo Stato di Israele dopo meno di un mese dal loro rilascio da parte dell’ANP, sette, da uno a quattro mesi dopo il loro rilascio, quattro da sei mesi a un anno da tale data, e quattro sono stati arrestati dall’ISA dopo più di un anno dal rilascio da parte dell’ANP’’ (pag. 75 ).

Quattordici dei detenuti già arrestati dall’ANP hanno dichiarato di essere stati torturati durante gli interrogatori. Il rapporto ci dà una informazione interessante: ‘’Dei 14 detenuti che hanno riferito di essere stati torturati dall’ANP, 11 hanno indicato la data del loro interrogatorio. Da queste informazioni, risulta che 10 di loro sono stati tenuti sotto arresto da parte dello Stato di Israele da due a 35 giorni dopo il loro rilascio da un carcere dell’ANP. Un altro prigioniero è stato arrestato dopo 90 giorni. Undici dei detenuti torturati dall’ANP hanno detto di aver visto che gli inquirenti israeliani erano in possesso del materiali degli interrogatori dell’ANP. In 10 casi, gli inquirenti hanno espressamente indicato i dossier dell’ANP o hanno mostrato al prigioniero parte degli atti prodotti dai colleghi palestinesi’’ ( pag. 76 ). I militari israeliani – stando a queste informazioni – sono in stretto contatto con gli apparati di sicurezza dell’ANP.

Brano tratto dalla testimonianza di Muhammad Abu ‘Arqud, 21 anni, studente di Huwara:

‘’Sono stato trattenuto dal PPS per circa 66 giorni, dei quali 51 in isolamento. L’interrogatorio è stato durissimo e accompagnato da botte […]. Gli agenti [nel centro Shikma] ad Ashkelon hanno detto che mi avevano preso con una documentazione già completa sul mio caso, e che quindi sarebbe stato inutile negare. L’inquirente mi ha detto: ‘’L’hai raccontato all’ANP’’. Il dossier era del tutto simile a quello dell’ANP, c’erano anche le stesse foto’’ pag. 78 ).

L’ANP è di fatto da tempo uno strumento dell’imperialismo israeliano finalizzato a reprimere il giovane proletariato palestinese impedendogli di aderire alle organizzazioni rivoluzionarie socialiste, patriottiche o islamiche. Israele – sottolinea questa ONG progressista – ha perfezionato i metodi di tortura della CIA facendo carta straccia delle costituzioni democratiche ed antifasciste. Il sionismo non può fare a meno delle torture illegali? Pare proprio di sì e qui parliamo del rapporto proveniente da una fonte israeliana.  Israele calpesta il diritto internazionale e ricorre a prassi di ‘’sicurezza’’ ( sicurezza o repressione? ) disumane.

La legalità nello Stato sionista non esiste: non c’è Costituzione, non c’è integrazione e la società israeliana è intrisa di razzismo. Sarà per questo che i neonazisti guardano all’imperialismo di Tel Aviv? Il sionismo piace molto alle forze conservatrici ( e neofasciste ) e ne capiamo perfettamente la ragione.

Un sistema repressivo ingiusto ed autoritario

Israele è uno Stato autoritario e militarizzato. Il gruppo progressista B’Tselem ha confrontato la prassi dei militari con le sentenze della Corte Suprema israeliana: nonostante il diritto israeliano vieti tali crimini l’IDF ne esce sempre impunito. L’impunità di Israele su scala internazionale è proporzionale a quella dei suoi politici e del suo esercito a livello locale.

Il rapporto sui diritti umani dice che: ‘’I resoconti dei prigionieri fanno desumere che le condizioni vigenti nell’ala degli interrogatori di Shikma siano ben lontane dall’attenersi alle disposizioni previste, tanto meno si conformino alle condizioni prescritte per i detenuti in stato di sicurezza. Si menzionano celle strette e sovraffollate, materassi sottili e coperte fetide, negazione del diritto di fare la doccia per diversi giorni, mancanza di un cambio vestiti, di asciugamano e sapone, cibo scadente, caldo estremo e soffocante o, al contrario, aria fredda’’ ( pag. 98 ). Aggiungo anche che i palestinesi arrestati non avevano commesso nessun reato ma la loro detenzione era, semplicemente, finalizzata ad intimidirli, spingerli a mettersi da parte non aderendo a nessuna organizzazione antimperialista. In questa prospettiva si spiega la collaborazione con l’ANP e la borghesia araba.

La conclusione merita d’essere riportata e sottolineata: ‘’Il sistema degli interrogatori basato su questi metodi – sia per l’interrogatorio in sé sia per le condizioni in cui le persone arrestate sono tenute in custodia – è deciso dallo Stato di Israele e non è il frutto dell’iniziativa di un singolo inquirente o guardia carceraria. Queste azioni non sono messe in atto da cosiddette ‘’mele marce’’ né costituiscono eccezioni che devono essere portate davanti la Giustizia. Il trattamento crudele, inumano e degradante verso i detenuti palestinesi è insito nelle prassi di interrogatorio messe in atto dall’ISA, che sono imposte dall’alto e non da chi interroga in concreto ‘’ ( pag. 110 ).

Si può “de-sionistizzare” Israele? Una battaglia democratica difficile da portare a termine. Ebrei illuminati ed antimperialisti come Israel Shahak hanno sostenuto che l’unica soluzione è il sostegno incondizionato alle Resistenze anti-colonialiste. Una posizione coraggiosa e condivisibile.

thanks to: Infopal

I prigionieri politici palestinesi dopo 40 giorni di digiuno riescono a strappare un accordo alle autorità israeliane

Comunicato Stampa Coordinamento a Sostegno dei Prigionieri Politici Palestinesi in Sciopero della Fame


Ci sono voluti quaranta giorni di sciopero della fame di 1500 prigionieri che giorno dopo giorno sono diventati 1800; ci sono volute centinaia di manifestazioni in tutta la Cisgiordania e a Gaza, prese di posizioni e attestazioni di solidarietà in tutto il mondo, un fermo intervento della croce rossa internazionale, persino la pressione negli ultimi giorni degli stessi servizi di sicurezza israeliani, preoccupati per le avvisaglie di una protesta di massa contro l’occupazione, per costringere il governo israeliano a lasciare che dirigenti del Servizio Carcerario Israeliano aprissero un negoziato con Marwan Barghouti ed altri leaders della protesta. La trattativa si è svolta nella prigione di Ashkelon con la partecipazione della Croce Rossa Internazionale. è durata 20 ore e si è conclusa con un accordo firmato da Issa Karake e Qadura Fares, esponenti dell’Autorità Nazionale Palestinese e responsabili per l’assistenza ai prigionieri.
dell’accordo ha dato immediatamente notizia con una propria dichiarazione la “Campagna per la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi” dalla quale si apprende che l’accordo prevede l’aumento delle visite dei familiari, l’installazione di telefoni pubblici nelle prigioni e la possibilità di accedere con gli apparecchi televisivi installati nelle celle ad un maggior numero di canali in modo da potersi informare meglio su quanto accade fuori dei penitenziari.
Si sottolinea inoltre come la determinazione dei prigionieri abbia prevalso sulla riottosità del Governo Israeliano che <aveva annunciato che non avrebbe negoziato in alcun modo con i prigionieri palestinesi e aveva cercato di rompere lo sciopero della fame con la forza, anche attraverso aggressioni e misure punitive contro i prigionieri e il leader dello sciopero della fame, l’isolamento e la minaccia di intervenire con l’alimentazione forzata>. Sottolinea infine che si tratta di <un passo importante verso il pieno rispetto dei diritti dei prigionieri palestinesi secondo quanto previsto dalle norme internazionali>.
Si tratta infatti di un passo importante. Ma solo di un primo risultato, sia perché dovrà verificarsi l’effettiva applicazione dell’accordo, sia perché i prigionieri continuano a restare rinchiusi nelle carceri israeliane, come continua l’occupazione della cisgiordania , gaza continua ad essere assediata, ed il popolo palestinese continua ad essere privato dei propri diritti.
Per tanto anche la lotta di liberazione deve continuare .
L’accordo conseguito dimostra per altro che la lotta non violente può aver successo, tanto più se condotta con saggezza, determinazione ed unendo tutte le forze, come è avvenuto con lo sciopero della fame dei prigionieri politici, che è stato sostenuto da tutte le forze politiche palestinesi e da tutta quanta la popolazione.
Il Coordinamento, nel manifestare sollievo per la sospensione dello sciopero, auspica che una pace giusta possa estendersi presto dalla Palestina a tutto il Medio Oriente ed invita i/le militanti a proseguire nella vigilanza e nel massimo impegno .

Roma 27 Maggio 2017
c/o Un Ponte per…. Piazza Vittorio 132 00185 Roma
coordinamentoprigionieri@gmail.com

<https://www.facebook.com/Coordinamento-a-sostegno-dei-prigionieri-palestinesi-in-sciopero-della-fame-437001423327587/?ref=page_internal>

Info 339 3310021 333 8312194

thanks to: Forumpalestina

Lawyer: Israeli authorities torture Palestinian minors during detention, interrogation

RAMALLAH (Ma’an) — Teenage Palestinians in Israeli prisons and detention centers say they have been tortured, verbally abused, kicked, and slapped by Israeli interrogators during detention and interrogation, according to a lawyer from the Palestinian Committee of Prisoners’ Affairs, who recently conducted a series of visits with Palestinian teens in Israeli custody.

Hiba Masalha’s collection of testimonies comes as the latest report amid years of well documented cases of abuse and mistreatment of Palestinian children by Israeli forces.
In a statement from the committee, Masalha quoted 15-year-old Muhammad Abd al-Hafith Atiyeh from the Issawiya neighborhood of occupied East Jerusalem as he recounted the night that “large numbers of Israeli troops and intelligence officers” arrived at his family home around 3 a.m. on April 19, and inspected the house before detaining him.
Some 31 other Palestinians, the majority of them minors, were detained the same night during mass raids in Issawiya, in a detention campaign that has continued to intensify in East Jerusalem neighborhoods as Israeli police crack down on Palestinian youth for alleged criminal offenses like rock throwing.
“After Israeli soldiers handcuffed and took me outside my home,” Atiyeh said, “they violently beat me with their hands, with clubs, with their rifles, and kicked me in the head, back, and abdomen.”
Atiyeh said he was then shoved inside a military jeep between two soldiers with his head down and “whenever I moved they slapped me in the face.”
He was then taken to Israel’s Russian Compound detention center where, according to Masalha, he was forced to “kneel with his face on the ground and his hands cuffed behind his back for 10 hours.”
Another teenage boy, Muhammad Arafat Ubeidat, 16, from the Jabal al-Mukabbir neighborhood of East Jerusalem, told Masalha that he was detained from his home on May, 19 at 3 p.m., after Israeli police and soldiers ransacked his house “messing up whatever they found on the ground.”
A commander then asked Ubeidat to sign a paper in Hebrew and Arabic certifying that “nobody had beaten him or assaulted him.”
After he signed the paper, the soldiers handcuffed him behind his back and took him to a military vehicle.
The teen was then sat between two soldiers with his head facing the ground for the duration of the ride, throughout which “the soldiers beat his back with their elbows and slapped his face repeatedly.”
Like Atiyeh, Ubeida was then taken to the Russian Compound detention center where he was interrogated for six hours until midnight, his hands and feet tied to a chair.
“An interrogator kept swearing at me and slapping my face the whole time telling me to admit to charges (I didn’t commit).”
Ubeida stayed 14 days in a cell at the compound, under no charge, during which he was subjected to 17 interrogation sessions.
Some days, he said, he had three or four interrogation sessions in one day. After the 14 days, he was then moved to Israel’s Megiddo prison.
Ubeidat pointed out that prisoners suffer severely when they have court hearings, as they have to travel from Megiddo prison in the north, to central Israel’s Ramla prison, then to Jerusalem, and back.
“The wardens who escorted us treated us very badly, beating us and swearing at us for no reason,” Ubeida said, “they denied us water and bathroom breaks during the long journey back and forth.”
Masalha reported similar experiences from Muhammad Hussein Halasi, 17, from Jabal al-Mukabbir, Omar Abu al-Foul, 17, from Jabaliya refugee camp in the Gaza Strip, Jihad Salih Ghaban, 17, from Beit Lahiya in the Gaza Strip, and residents of Shufat refugee camp in occupied East Jerusalem Yazan Nidal Issa and Nidal Majid Adwein.
The youth from the Gaza Strip were detained in April and May after they attempted to cross the border fence between Israel and the besieged coastal enclave without proper documentation, in attempt to go to Israel and look for work.
Masalha’s report came two days after the Palestinian Prisoner’s Society (PPS) released a statement saying Palestinians being held in Israel’s Etzion prison were subjected to assaults, while Israeli soldiers reportedly used electric shock on a 16-year-old prisoner. Defense for Children International – Palestine (DCIP) released a report last month describing the well documented abuse of Palestinians children by Israeli forces and the harsh interrogation practices used to force their confessions, which has long been the target of criticism by the international community.According to affidavits taken by DCIP for the report documenting the recent arrests and sentencing of Palestinian minors for rock throwing, two of the teenagers “both had maintained their innocence and confessed only after they had experienced physical and psychological abuse.”The youth described being kicked and punched while handcuffed, choked, and having a door slammed in their face.
Interrogations of Palestinian children can last up to 90 days according to prisoners’ rights group Addameer, during which in addition to being beaten and threatened, cases of sexual assault, and placement in solitary confinement to elicit confessions are also often reported, while confession documents they are forced to sign are in Hebrew — a language most Palestinian children do not speak.

According to the Palestinian Committee of Prisoners’ Affairs, Israeli forces have detained 560 children from occupied East Jerusalem alone since the beginning of 2016, and 110 minors were still being held in Israeli prisons, including four girls and 10 boys in juvenile detention centers.

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La denuncia: 41 prigioniere palestinesi nel carcere di HaSharon. Violenza e umiliazioni

free-lena-07960Sono 41 le donne palestinesi detenute nella prigione israeliana di HaSharon, tra queste 12 minorenni. E’ quanto ha reso noto giovedì 4 agosto il Comitato palestinese per gli Affari dei prigionieri.

In un comunicato, il Comitato denuncia le condizioni di sofferenza psico-fisica in cui vivono le detenute, evidenziando come tale situazione sia una violazione del diritto umanitario e necessiti di un intervento urgente delle istituzioni internazionali.

Il Comitato rivolge anche un appello “a tutti i Palestinesi affinché si uniscano dietro la causa dei prigionieri”, denunciando l’escalation delle ultime settimane di attacchi e aggressioni del Servizio carcerario israeliano (IPS) contro i detenuti, in rappresaglia allo sciopero di massa dentro le prigioni.

Tra le prigioniere in sciopero della fame ci sono: Lina al-Jarbouni, Banan al-Mafarjeh, Yasmin Zaru Tamimi, Yasmin Shaaban, Hadiyeh Ereinat, Natali Shukha, Tasnim Halabi, Sundus Obeid, Jamileh Jaber, Manar Shweiki, Sajida Hasan, Marah Bakir, Nurhan Awwad, Malak Suleiman, Lama al-Bakri, Istabraq Nour, Nivine Alqam, Hanadi Rashed, Filisten Najem, Ansam Shawahneh, Maryam Sawafta, Itida Barqan, Abeer al-Tamimi, Alyaa Abbasi, Israa Jaabais, Marcel Salaymeh, Lara Tarayra, Khadijeh Faqih, Abla al-Adam, Shurouq Dwayyat, Amal Ahmad, Dunya Waked, Aisheh Jumhour, Safaa Faroun, Marlen Hreizat, Shirin Issawi, Samah Dweik, Iman Kanju, Shatella Awwad, Haniyyeh Nasser, Salsabil Shalaldeh.

Nella prigione HaSharon è detenuta la bambina Dima al-Wawi, di 12 anni, la più giovane prigioniera palestinese.

Secondo i dati forniti dal centro per i prigionieri, Addameer, circa 10 mila donne e minorenni palestinesi sono state incarcerate dalle forze israeliane negli ultimi 45 anni. Soltanto nel 2015 sono state imprigionate 106 Palestinesi – il 70 percento in più rispetto al 2013.

Lo scoppio dell’Intifada di Gerusalemme, nell’ottobre del 2015, ha portato a un’escalation di aggressioni e a arresti di massa da parte delle forze di occupazione, facendo lievitare anche il numero di ragazzine e donne imprigionate.

Secondo Addameer, tra le detenzioni eseguite da ottobre scorso ci sono 13 minorenni, alcune delle quali sono state ferite durante l’arresto. Inoltre, la maggior parte delle detenute è soggetta a maltrattamenti, torture psicologiche, violenze sessuali, percosse, insulti, minacce, ecc., da parte delle autorità carcerarie.

“Queste tecniche di tortura (psico-fisica) – denuncia Addameer – sono utilizzate non soltanto per intimidire le prigioniere, ma anche come strumento per umiliarle e indurle a firmare confessioni”.
A maggio, nelle carceri israeliane era rinchiuse 70 donne e 414 minorenni palestinesi – 104 sotto i 16 anni.
Pubblicato da InfoPal il 6 agosto 2016
(Fonte: Ma’an)

Sorgente: La denuncia: 41 prigioniere palestinesi nel carcere di HaSharon. Violenza e umiliazioni | Infopal

Il Paese degli Orchi: 440 minorenni palestinesi imprigionati e torturati

palestinian-youth-prisoner-abuse-in-Israeli-prison-01Memo. Circa 440 bambini palestinesi sono al momento imprigionati nelle carceri israeliane, secondo quanto affermato il 27 aprile da Defence for Children International-Palestina.

“Le ultime statistiche che abbiamo ottenuto dal Servizio Prigionieri israeliano hanno mostrato che circa 440 minorenni sono stati processati mentre altri no, poiché sono sotto interrogatorio o il processo è pendente”, ha affermato il funzionario della difesa Bashar Jamal.

“Tra i bambini prigionieri, 116 hanno tra i 12 e i 15 anni“. Ha anche evidenziato che ci sono 12 ragazzine, delle quali 10 sono in detenzione amministrativa“.

I bambini sono sottomessi a torture e abusi fisici e verbali. “La tortura inizia quando vengono arrestati – ha affermato -, sono picchiati e buttati a terra, colpiti dai fucili”.

Tra i prigionieri, 66 sono stati messi in isolamento durante gli ultimi tre anni. Un 17enne è stato messo in cella di isolamento per 45 giorni, periodo più lungo per un minorenne. La stanza dov’era stato rinchiuso era piccola, senza letto, e doveva dormire sul pavimento, senza luce del sole.

Traduzione di F.H.L.

 

thanks to: Agenzia stampa Infopal

La più giovane prigioniera del mondo racconta la storia del suo arresto e delle torture nelle carceri israeliane

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PIC. Dima al-Wawi, 12 anni, la più giovane prigioniera del mondo, non ci poteva credere di essere finalmente libera e riunita con la propria famiglia, dopo 75 giorni di detenzione.
Lo sguardo di Dima al momento della scarcerazione era triste, pieno di orrore e d’innocenza repressa; mentre ispezionava le facce di coloro che l’hanno accolta, la sua voce era piena di desiderio di vivere e di sogni per il futuro. Desiderava uscire di casa dopo aver patito lunghi giorni dietro le sbarre.
Sicura di sé, Dima rispondeva alle domande dei giornalisti, dei corrispondenti televisivi e dei sostenitori, sia a casa sia al telefono.
La madre di Dima, Um Rashid, ha raccontato a PIC che il 9 febbraio è stato un giorno di profondo dolore: “Siamo rimasti attoniti sentendo alla radio la notizia dell’arresto di Dima, mentre la credevamo nella sua scuola vicino a casa”.
Dima ha raccontato ai reporter di PIC che l’occupazione israeliana ha impiegato diversi metodi di tortura contro di lei, come spruzzarle addosso acqua fredda durante i giorni di freddo pungente, oltre alle tecniche di minaccia e intimidazione e ai continui interrogatori.
Ha anche raccontato che, mentre entrava e usciva dalla prigione durante le udienze in tribunale, ha visto prigionieri bambini feriti che languivano in carcere.
Ha aggiunto di aver passato il tempo in prigione ricamando a punto e croce, pregando e leggendo libri.
Abu Rashid, il padre di Dima, ha detto che la sua assenza da casa è stata uno shock ed “è stata difficile per noi per via della sua giovane età; e, nonostante abbia sei sorelle e tre fratelli, Dima è la gioia della casa”.
“Ciò che ha lenito il nostro dolore sono state le campagne di solidarietà dei comitati e delle organizzazioni per i diritti umani, che hanno fatto pressione sull’occupazione israeliana, costringendola a liberarla”.
La madre ha raccontato che Dima è tornata a casa come una farfalla che rifiuti di essere contenuta dalle mura; lei vuole volare fuori dalla casa, coglie ogni occasione per uscire e respirare aria fresca, ma la sofferenza è evidente sul suo volto e lei parla, strilla e geme nel sonno, come se stesse vivendo un incubo.
L’avvocato militare Amjad Al Najjar, direttore della Società dei Prigionieri palestinesi, ha dichiarato: “Il crimine dei procedimenti giudiziari contri i bambini commesso dall’occupazione israeliana si va ad aggiungere alla serie di crimini commessi dall’esercito israeliano contro i palestinesi”.
Ha aggiunto: “Questo crimine è commesso in conformità alla legge militare israeliana – che si applica ai palestinesi che vivono sotto l’occupazione militare in Cisgiordania – che permette azioni giudiziarie contro bambini dai 12 anni in su”. Dima è stata arrestata sotto questa legge.
L’avvocato ha dichiarato che l’occupazione ha fronteggiato la pressione internazionale per il rilascio di Dima al-Wawi, perché la detenzione di bambini fra i 12 e i 16 anni è vietata dalla legge internazionale e dalla legge israeliana, mentre la legge militare israeliana l’autorizza. Questa pressione ha costretto il tribunale israeliano a rilasciare la bambina due mesi in anticipo, con una multa di 8mila shekel (2.100 dollari).

 

Traduzione di F.G.

 

 

  thanks to: Agenzia stampa Infopal

Dossier sui prigionieri palestinesi 2015

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“Siamo contro un colonialisimo che investe tutti gli aspetti della vita e che si basa sulle forme più estreme di violenza che sono convenzionalmete associate con l’occupazionee e che si combina con una politica di apartheid. E l’ostilità che il popolo palestinese deve affrontare si estende a tutta la nostra popolazione, ovunque essa si trovi.”
Ahmad Sa’adat, Journal of Palestine Studies, Vol. 43, No. 4 (Summer 2014), p. 55.

 

«Non sono un terrorista, ma non sono neppure un pacifista. Sono semplicemente un palestinese normale, che difende la causa che ogni oppresso difende: il diritto di difendersi in assenza di ogni altro aiuto che possa venire da altre parti».
Marwan Barghuti, alla conclusione del suo processo (2004)

 

“Veniamo dalla terra, noi le offriamo il nostro amore e le nostre fatiche, lei in cambio ci nutre.
Quando moriamo, torniamo alla terra. In un certo senso, lei ci possiede. Così, la Palestina ci possiede e noi apparteniamo a lei “.
Susan Albulhawa, Ogni mattina a Jenin (2011)

 

“Quasi tutti loro (i palestinesi) sono stati condannati da tribunali militari, che hanno con i tribunali civili la stessa relazione che può avere la musica militare con il resto della musica. Tutti questi prigionieri, nel gergo israeliano, hanno ‘sangue sulle loro mani’. Ma chi, di noi israeliani, non ha sangue sulle proprie mani?”
Uri Avnery 1 , Everybody’s Son (2011)

 

ELENCO E MAPPA DELLE PRIGIONI IN ISRAELE E NELLA CISGIORDANIA
Le strutture di detenzione per i prigionieri palestinesi dei Territori Occupati (TPO) sono costituite da 4 centri per gli interrogatori, 4 centri di detenzione militare, e circa 17 prigioni. Mentre i 4 centri per gli interrogatori militari si trovano all’interno degli TPO, tutti i centri per gli interrogatori e le prigioni – ad eccezione di una prigione, Ofer – si trovano all’interno dei territori occupati nel 1948 cioè nello Stato di Israele.

 

ELENCO DELLE PRIGIONI E CENTRI DI DETENZIONE
Blocco Nord: Carmel Prison (Oren Junction), Damun Prison, Gilbo’a Prison (HaShita Junction), Hermon Prison (North Tzalmon Creek Junction), Megiddo Prison (Megiddo Junction), Shata prison (HaShita Junction), Tzalmon Prison (North Tzalmon Creek Junction).
Blocco Centrale: Ashmoret Prison (HaSharon Junction), Ayalon Prison (Ramla), Giv’on Prison (Ramla), HaSharon Prison (Hadarim Interchange), Maasiyahu Prison (Ramla), Magen Prison (Ramla), Neve Tirtza Prison (Ramla), Ofek Juvenile Prison (Even Yehuda), Rimon Prison (Even Yehuda), Dekel Prison
Blocco Sud: Eshel Prison, Ktzi’ot Prison (Ktzi’ot Junction), Nafha Prison, Ofer Prison (Atarot area), Ramon Prison, Shikma Prison (Ashkelon)

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In allegato dossier della rete romana di solidarietà con la Palestina.

Vite di palestinesi nelle carceri di Israele 2015

thanks to: Assopace Palestina

Dal 1967, 10 mila donne palestinesi imprigionate da Israele

Addameer. A partire dal 1967, circa 10.000 donne palestinesi sono state arrestate e detenute dalle forze d’occupazione.

Attualmente, sono 60 le donne palestinesi rinchiuse all’interno delle prigioni, tra cui 10 bambine e 3 in detenzione amministrativa. Alcune delle prigioniere sono in stato di gravidanza.

Tra le detenute c’è anche la parlamentare Khalida Jarrar, membro del Consiglio Legislativo Palestinese.

Nel 2015, le forze d’occupazione hanno arrestato 106 tra donne e giovani palestinesi, con un incremento del 70% rispetto alle statistiche del 2013 e del 60% rispetto al 2014.

Durante l’ottobre del 2015, un’ondata di repressione si è abbattuta sui territori occupati palestinesi: a fare da scenario, le ripetute violenze israeliane ed i frequenti incidenti presso la Moschea di Al-Aqsa, oltre al criminale atteggiamento dei coloni nei confronti della popolazione palestinese.

Le forze d’occupazione israeliane (IOF) hanno perpetrato una serie di violazioni di diritti umani contro le donne palestinesi, inclusi arresti arbitrari di massa, incursioni in abitazioni private, torture durante gli interrogatori.

Sorgente: Dal 1967, 10 mila donne palestinesi imprigionate da Israele | InfopalInfopal

Ex detenuta rivela le tragedie delle donne imprigionate nelle carceri israeliane

Gaza-PIC. Durante i periodi di maggiore freddo, ogni inverno, l’ex prigioniera Fatima Al-Zak ricorda dolorosamente le altre donne incarcerate nelle prigioni israeliane che patiscono durante la fredda stagione.Fatima ha provato quel gelo durante la sua prigionia durata più di 6 anni, che l’ha portata a soffrire di disturbi cronici.Condizioni difficiliL’ex detenuta Fatima ha raccontato al reporter dell’agenzia PIC dei suoi sei amari anni di prigionia, durante i quali ha provato le doglie e i dolori del parto, legata. E’ stata privata dei più basilari diritti umani.Ha spiegato che “la sofferenza delle prigioniere è assai difficile, specialmente se sono incinte o se hanno un bambino”.Ha aggiunto: “Quando provo freddo mi ritrovo a piangere per le condizioni degli uomini e delle donne imprigionati; ho provato su me stessa le sofferenze della prigionia in ogni dettaglio, l’agonia cresce con l’inverno, dove i detenuti non hanno nulla per tenersi al caldo”.Ha sottolineato che il freddo perenne in prigione le ha causato la neuropatia periferica, un disturbo nervoso che accresce il senso di dolore, specialmente in inverno.Fatima ha raccontato che le prigioniere non dispongono di coperte per tenersi al caldo, e viene impedito loro di avere un abbigliamento invernale, il che aumenta la sofferenza.Fatima ha anche notato che nonostante il freddo gelido delle prigioni israeliane, le donne condividono le loro coperte e i loro vestiti con le nuove detenute. Le condizioni di queste donne necessitano di interventi ad ogni livello, in quanto private di ogni basilare diritto umano.Senza vitaFatima ha proseguito a descrivere le sofferenze delle detenute: “Eravamo otto in una stanza minuscola, con un’unica piccola finestra con le sbarre; siamo state private della luce del sole, e non c’era riscaldamento; la stanza era come un frigorifero”.Le donne sono anche private di cibo sano e bevande calde.Ha aggiunto: “Il servizio di sicurezza interno (IPS) sfamava otto persone con soli due pomodori, ma le mie compagne mi offrivano la loro razione perché ero incinta, e mi serviva un’alimentazione adeguata”.Fatima ha risentito delle frequenti ispezioni dell’amministrazione penitenziaria, che entravano deliberatamente nella cella, specialmente nei momenti di maggior freddo, e questo aumentava le loro sofferenze.Dolore fisicoFatima ha raccontato che le detenute erano private delle cure mediche e che nessun ginecologo veniva a curarle, il che ha aggravato le loro condizioni di salute.Dopo la nascita non le veniva dato cibo adeguato, ma le sue compagne di cella offrivano ugualmente la loro parte in modo che potesse sfamare suo figlio, Yusuf.Fatima recitava il sacro Corano e pregava Dio per suo figlio quando era malato, perchè non c’erano pediatri né cure per i bambini, che venivano trattati dalla sorveglianza come se fossero prigionieri essi stessi.Fatima è stata rilasciata il 30 settembre 2009 insieme ad altre 20 detenute nell’accordo Shalit, all’epoca prigioniero della resistenza palestinese.

Traduzione di Marta Bettenzoli

Sorgente: Ex detenuta rivela le tragedie delle donne imprigionate nelle carceri israeliane | InfopalInfopal

Combattente agguerrita: la storia di Hana Shalabi

Memo. Di Ramzy Baroud. Durante lo sciopero della fame di 47 giorni, Hana Shalabi non ha mai dormito in maniera costante per alcune ore. Nei primi giorni ha solo sonnecchiato un po’, svegliandosi con la paura improvvisa che qualcuno volesse farle del male.
Ma dopo la prima settimana di sciopero della fame, durante la quale non ha bevuto che un po’ d’acqua, il suo corpo ha cessato di funzionare in maniera normale. Così, invece di dormire lei cadeva in uno stato di delirio, in balia di allucinazioni frenetiche in cui ricordi e paure per il futuro si fondevano in una sonata di terrori notturni.

Ho intervistato Hana di recente, in una serie di conversazioni protrattesi per ore, per cercare di capire cosa l’ha spinta a rischiare la vita per ottenere la libertà condizionale a Gaza e per presentare la sua storia al fine di comprendere il fenomeno dello sciopero della fame come forma di battaglia politica all’interno delle prigioni israeliane. Attualmente nelle prigioni israeliane sono incarcerati 7000 prigionieri palestinesi, dei quali più di 500 senza processo.

Hana è nata il 7 febbraio 1982, l’anno in cui i gruppi palestinesi vennero espulsi dal Libano e i profughi dei campi di Shabra e Chatila vennero massacrati in massa. Suo padre, Yahya, e sua madre, Badia, ebbero 10 figli. Delle 6 femmine, Hana nacque dopo Najah, Salam e Huda, e prima di Wafa e Zahira. Samir era il fratello minore, grande due anni più di Hana.
La famiglia di Hana era originaria di Haifa, bella città portuale dalla quale vennero esiliati insieme a centinaia di migliaia di altri palestinesi che oggi costituiscono buona parte della popolazione di profughi. Dopo un viaggio relativamente breve, ma difficile, la famiglia si stabilì nel villaggio di Burqin, non lontano da Safad, a nord, accanto alla città e al campo profughi di Jenin.

Burqin, disteso nella valle di Marj Ibn Amer, offrì agli Shalabi una tregua temporanea in una vita difficile. Ma quel sollievo si interruppe presto, quando Hana era ancora bambina. Aveva 8 anni, stava mangiando un panino di Za’tar e uova, quando un ragazzo dei dintorni, di nome Mohammed, si precipitò verso di lei a tutta velocità.
Egli cadde in ginocchio e le sussurrò se poteva aiutarlo: lei rimase immobile. Quando egli infine cadde, lei si accorse di un grosso buco sulla nuca del giovane: era stato colpito dall’esercito israeliano qualche istante prima. Ciò avvenne durante la prima Intifada, e il ragazzo era uno dei tanti che vennero uccisi a Burqin. Hana si unì alla rivolta raccogliendo pietre per i ragazzi che si opponevano ai soldati che invadevano il villaggio quasi quotidianamente.

Hana, ora 33enne, parla di questi ricordi con la stessa purezza di un bambino preso dall’euforia della rivoluzione, che riusciva a stento a comprendere in maniera articolata. Era arrabbiata per la morte di Mohammed, questo era tutto.
Lei crebbe arrabbiata, in una rabbia che si rifletteva in molte persone attorno a lei. Suo fratello Omar si era segretamente unito alle Pantere nere, i cui membri erano tutti figli di contadini e di operai arabi impiegati in Israele. Si riunivano in grotte di montagna, e scendevano nei villaggi armati e mascherati per dichiarare scioperi e per mobilitare la gente alla ribellione. Ma quando Omar venne ferito nel corso di uno scontro notturno con i soldati, il segreto divenne noto a tutti, anche a suo padre Yahya, che si rese conto di aver fallito nel proposito di tenere i propri figli alla larga dai guai.

La storia di Omar venne venne raccontata ripetutamente tra i fratelli, quasi tutti coinvolti nella resistenza a diverso livello. Huda, la sorella maggiore, venne arrestata con l’accusa di aver tentato di accoltellare un soldato, e subito dopo il suo fidanzato cadde vittima di un’imboscata dell’esercito israeliano e venne ucciso. Si chiamava Mohammed as-Sadi e venne ucciso nel momento in cui stava per proporre ufficialmente il matrimonio. Huda venne a sapere della sua morte alla radio.
Samir era il maschio più giovane: i soldati, che invadevano la casa degli Shalabi frequentemente, lo terrorizzavano. Un giorno egli si nascose sotto il letto mentre i soldati distruggevano qualsiasi cosa nell’appartamento, facevano a pezzi i libri scolastici e urinavano nei contenitori dell’olio di oliva. A 13 anni egli lasciò la scuola, e pochi anni dopo imbracciò un fucile e si unì alla resistenza, vivendo per lo più sulle montagne. Quando l’esercito israeliano lo uccise egli era tra 17 marchiati a morte, tutti combattenti di diversi gruppi. Venne ucciso assieme a un suo compagno nella valle in cui aveva passato gran parte della sua vita, giocando, da ragazzo, e aiutando il padre nei campi più tardi.

A Samir piacevano i cavalli, e anche Hana crebbe amando questi animali. Ma lei resistette ai continui tentativi del padre di convincerla a diventare veterinario: lei avrebbe voluto studiare diritto in Tunisia, un sogno ancora da realizzare.
Samir era il suo miglior amico, si confidavano, e proprio prima di andare incontro alla sua ultima battaglia lui le chiese che la sua bara fosse tutta ricoperta di fiori, soprattutto dei fiori rossi che crescevano spontanei intorno a Burqin. Lei mantenne la promessa.
Poi, gli israeliani la arrestarono. La tennero in un passaggio sotterraneo e la sottoposero a mesi di torture fisiche e psicologiche. Quando si resero conto che era tutto inutile, la condannarono a 6 mesi di detenzione amministrativa, in seguito rinnovata diverse volte. Dopo anni passati sotto arresto, venne infine liberata il 18 ottobre 2011 dalla prigione di Ha Sharon. La sua liberazione, e quella di centinaia di altri detenuti, faceva parte di un accordo di scambio tra Hamas e Israele, raggiunto in seguito alla liberazione di un militare israeliano catturato tempo prima dalla resistenza.

I festeggiamenti durarono mesi, e quando si placarono lei venne nuovamente arrestata e rinchiusa in carcere. Quest’ultima esperienza fu anche più umiliante, e i dettagli vennero divulgati privatamente da Hana. Nel giorno del suo secondo arresto, il 16 febbraio 2012, i suoi carcerieri furono particolarmente brutali, ma lei fu eccezionalmente determinata. Secondo il quotidiano israeliano Yediot Ahronot Hana stava complottando il rapimento di un soldato, ma Hana non ebbe la pazienza di sottoporsi a un interrogatorio. Iniziò invece uno sciopero della fame che durò 47 giorni. La sua richiesta era la libertà.
Nell’ultima fase della sua protesta, quando già si profilava la morte, lei si svegliò in un ospedale israeliano, con polsi e caviglie incatenati al letto. Si trovava a Haifa, cosa che le fece affiorare un sorriso sulle labbra. «E’ il posto da cui viene la mia famiglia», sussurrò sorridendo sempre di più. La sua dichiarazione venne comunicata alle guardie, e, in seguito, alle autorità carcerarie, che immediatamente ordinarono il suo trasferimento fuori Haifa. Hana non aveva mai visitato Haifa, e per un momento passeggero le balenò l’idea gioiosa di morire lì.

In seguito a un accordo firmato in condizioni sospette, lei terminò lo sciopero della fame in cambio della libertà, ma solo per essere deportata nella Striscia di Gaza. Secondo l’accordo avrebbe dovuto essere rimpatriata in Cisgiordania 3 anni più tardi, ma questo non avvenne mai.
Hana continua ad abbracciare la vita, anche entro i confini di una Gaza assediata e distrutta dalla guerra. «Se non mi comportassi così, gli israeliani vincerebbero. Non posso dare loro questa soddisfazione», mi ha detto. «La resistenza sta nel vivere e prosperare, nonostante il dolore».
Hana sogna sempre di poter viaggiare ed esplorare la vita oltre gli orizzonti familiari di una vita sotto assedio.

(Questo articolo è tratto da un capitolo intitolato Death Note, dal prossimo libro sulla storia del popolo palestinese.)
Il dott. Ramzy Baroud si occupa di Medio Oriente da 20 anni. Egli è un editorialista riconosciuto a livello internazionale, consulente per i media e autore di diversi libri nonché fondatore del sito PalestineChronicle.com. Tra i suoi libri ricordiamo ‘Searching Jenin’, ‘The Second Palestinian Intifada’ e il suo recente ‘My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story’. Il suo sito web è: www.ramzybaroud.net

Traduzione di Stefano Di Felice

Sorgente: Combattente agguerrita: la storia mai raccontata di Hana Shalabi | InfopalInfopal

90 studenti dell’Università di Birzeit detenuti nelle carceri israeliane

PIC. Il portavoce del blocco islamico all’università di Birzeit presso Ramallah, Mohammed Zaid, ha rivelato che il numero di studenti detenuti dalle forze di occupazione israeliane ha superato i 90.

In una dichiarazione al Quds Press, il portavoce ha spiegato che gli studenti trascorrono mesi o addirittura anni interi in prigione. Ha inoltre aggiunto che le forze di occupazione israeliane hanno recentemente arrestato 16 studenti attivisti dell’università, 12 dei quali sono membri del blocco islamico, incluso il segretario del Comitato Culturale del Consiglio degli studenti, Asmaa Abdul HakimKedah, 20 anni, che è stata arrestata sabato mattina proprio mentre si recava all’università.

Il blocco islamico all’università di Birzeit ha denunciato la pratica israeliana, sottolineando che la feroce campagna di arresti condotta dalle forze di occupazione nei confronti degli studenti avrà come unico effetto quello di“aumentare la forza, la determinazione e la costanza nel perseguire il loro dovere nazionale ed accademico”.

Soppressione del ruolo degli studenti 

Per quanto riguarda il motivo degli arresti, il portavoce ha affermato che “tutti gli arresti sono privi di accuse o giustificazioni, e molti degli studenti sono stati trasferiti in detenzione amministrativa senza interrogatorio o accusa.”

Zaid pensa che l’occupazione israeliana “stia cercando di ostacolare il lavoro del consiglio, e del movimento degli studenti all’università, il cui ruolo è stato efficace durante l’Intifada di Gerusalemme.

Ha aggiunto:“E inoltre diventato chiaro che l’occupazione vuole logorare il blocco islamico, e sospendere i suoi servizi accademici per gli studenti universitari”. Ha citato il fatto che lo stesso giorno dell’arresto del Presidente del Consiglio e dei leader del blocco, all’alba di Mercoledì scorso, c’era una festa organizzata a supporto della moschea di al-Aqsa. Tuttavia, il blocco islamico ha portato a termine l’evento, che ha fatto tanto parlare i media israeliani in merito al suo successo e alla capacità di continuare il proprio lavoro malgrado le difficili circostanze.

Zaid ha osservato che il Consiglio degli Studenti e il blocco islamico presso l’università sono stati in grado di eccellere in tutti gli ambiti; dal sindacato al servizio civile, compreso il livello di impegno nazionale.

Ha inoltre fatto notare che l’occupazione israeliana insieme all’Autorità Palestinese con i loro continui arresti che avevano come principale target gli studenti del blocco islamico, hanno causato un forte ritardo nella laurea di molti studenti per anni. Alcuni studenti, invece di passare solo 4-5 anni al college, non riuscivano a laurearsi prima dei 10 anni trascorsi tra vita universitaria e detenzione nelle carceri israeliane e in quelle dell’Autorità Palestinese.

A sua volta, l’Università di Birzeit ha condannato la feroce campagna dell’occupazione israeliana contro gli studenti. L’università ha sottolineato, in un comunicato, che l’istruzione è un diritto garantito da tutte le leggi internazionali, e che l’adesione dell’università alla campagna per il diritto allo studio consentirà di rendere pubbliche le pratiche repressive dell’occupazione israeliana, che continua a dire al mondo che è uno stato democratico.

L’università ha osservato che si rivolgerà a tutte le istituzioni accademiche e alle organizzazioni per i diritti umani di tutto il mondo, per informarli dei crimini dell’occupazione israeliana contro il diritto all’istruzione in Palestina, che si impegna con falsi pretesti. L’università ha invitato le istituzioni internazionali a mettere sotto pressione l’occupazione israeliana per la liberazione dei prigionieri palestinesi nelle sue carceri, compresi gli studenti.

L’università ha aggiunto che la perseveranza delle pratiche repressive da parte dell’occupazione israeliana contro il popolo palestinese in generale e gli studenti in particolare, non farà altro che aumentare le azioni internazionali delle campagne di boicottaggio accademico contro le istituzioni di occupazione israeliane. Essa afferma, inoltre che tali pratiche non impediranno mai all’università diBirzeit di svolgere il suo ruolo di primo piano nei confronti dell’occupazione.

Il numero di studenti detenuti nelle carceri israeliane ha raggiunto i 90, tra maschi e femmine, oltre ad un dipendente presso l’Università e a due professori.

Traduzione di Domenica Zavaglia

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Una nuova vittoria per i prigionieri in lotta!

Khader Adnan, prigioniero politico palestinese in sciopero della fame per un lungo periodo, ha ottenuto la vittoria per la seconda volta con la sua lotta e determinazione.

Nel primo mattino del 29 giugno, dopo 55 giorni di sciopero della fame per protestare contro la sua detenzione amministrativa senza né accusa né processo, la moglie di Adnan, Randa, ha annunciato che è stato raggiunto un accordo con i carcerieri israeliani per la sua liberazione che avverrà il 12 luglio.

Una nuova vittoria per i prigionieri in lotta! | Palestina Rossa.

Monsignor Capucci: “Rendo omaggio alla fermezza di tutti i prigionieri palestinesi”

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Memo. ​L’Arcivescovo melchita, Hilarion Capucci, ha inviato una lettera circolare di solidarietà ai palestinesi prigionieri nelle carceri israeliane, specialmente quelli in sciopero della fame.

Nella lettera, divulgata dal Comitato per gli Affari dei Prigionieri, Capucci ha detto: “Rendo omaggio alla fermezza di tutti i prigionieri palestinesi che difendono il diritto del loro popolo di vivere in pace, senza occupazione e sofferenza. I miei saluti a tutti i prigionieri in sciopero della fame che combattono contro i loro torturatori e oppressori della libertà, della dignità e dell’umanità”.
“Ritornerò alla mia Gerusalemme molto presto. Ritornerò in una Gerusalemme libera. A Gerusalemme, la città della coesistenza, della pace e dell’unità sociale, dove la bandiera palestinese verrà alzata contro la politica di ebraicizzazione, deportazione, arresti e colonie”.
Capucci ha invitato a sostenere i prigionieri palestinesi nella loro situazione critica e a sostenere le loro famiglie e bambini.
L’arcivescovo Hilarion Capucci è diventato vescovo della Chiesa Cattolica Romana a Gerusalemme nel 1965 ed è conosciuto per la sua opposizione all’occupazione israeliana.
Venne arrestato nel 1974 sotto l’accusa di sostenere la resistenza palestinese.
Una corte militare israeliana lo condannò a 12 anni di prigione, venne rilasciato dopo quattro e espulso dalla Palestina nel 1978.​

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