Pope Francis criticizes Western interference in Middle East, Africa

Pope Francis has criticized Western powers for attempting to export democracy to countries in the Middle East and Africa without paying attention to local political cultures. The pontiff was speaking to the French Catholic newspaper, La Croix.

Faced with current Islamist terrorism, we should question the way a model of democracy that was too Western was exported to countries where there was a strong power, as in Iraq, or Libya, where there was a tribal structure,” the pontiff .

We cannot advance without taking these cultures into account. As a Libyan said some time ago: ‘We used to have one Gaddafi, now we have 50 of them!’” he added, pointing to how Western interference influenced the states he mentioned.

Libya’s former leader Muammar Gaddafi was killed back in 2011, during an uprising that resulted in the Libyan Civil War, with NATO’s military intervention bringing about the government’s downfall.

he pontiff has often discussed Western policies, or “cultural colonialism” as he put it, criticizing these policies for attempting to impose Western values in exchange for financial aid.

As to the roots of these Western policies, the pontiff claims they barely stem from Christian values, as Europe has always been multicultural – and therefore multi-religious.

We must talk about the roots in plural because there are so many of them. When I hear about the Christian roots of Europe, I sometimes fear the tone, which can be triumphalist or vengeful. This then becomes colonialism.

Europe, yes, has Christian roots, but in a spirit of service and washing of feet. The duty of Christianity for Europe is the service. And not colonization.

Speaking of the increasing number of migrants from Middle Eastern countries flooding Europe, Pope Francis said EU countries should treat immigrants better, touting the election of the new Muslim mayor of London as a successful step to take immigrants out of their cultural and social “ghetto.”

Sorgente: Pope Francis criticizes Western interference in Middle East, Africa — RT News

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Giovedì santo: Lavanda Papa Francesco per 12 profughi

“Tutti noi, insieme, musulmani, indi, cattolici, copti, evangelici, fratelli, figli dello stesso Dio, che vogliamo vivere in pace, integrati: un gesto. Tre giorni fa un gesto di guerra, di distruzione, in una città dell’Europa, da gente che non vuole vivere in pace, ma dietro quel gesto” “ci sono i fabbricatori, i trafficanti delle armi che vogliono il sangue non la pace, la guerra, non la fratellanza”. Il Papa ha spiegato così la lavanda dei piedi che stava per compiere nel CARA di Castelnuovo di Porto. “Due gesti, – ha riflettuto – Gesù lava i piedi e Giuda vende Gesù per denaro, noi tutti insieme diverse religioni, di diverse culture ma figli dello stesso padre, fratelli, e quelli che comprano le armi per distruggere”. Papa Francesco ha voluto imprimere il sigillo della unità dei credenti per la pace, e della fratellanza contro l’odio, le guerre e il traffico di armi, al rito della lavanda dei piedi che ha compiuto al CARA, acronimo per Centro di accoglienza per richiedenti asilo, cioè dove i profughi vengono ospitati in attesa che vengano espletate le procedure per accogliere o meno la loro domanda di protezione internazionale. Bergoglio ha lavato i piedi a 11 profughi e una operatrice del CARA, in tutto cinque cattolici, quattro musulmani, un indù e tre cristiani copti.

Il CARA, – dove papa Francesco è arrivato nel pomeriggio a bordo di una Golf blu, accolto da mons. Rino Fisichella e dai dirigenti, ha stretto tante mani e autografato a pennarello, con il suo ‘Franciscus’ in calligrafia minuta uno striscione che gli dava il benvenuto, in italiano e in altre 10 lingue – ospita 892 persone da 25 diversi Paesi, di cui 15 Paesi africani, 9 asiatici, uno europeo extra Ue. 849 sono uomini, 36 donne, 7 minori. L’ottanta per cento degli ospiti sono giovani con una età compresa tra i 19 e i 26 anni, ma c’è anche una famiglia irachena che comprende quattro generazioni, dalla bisnonna in giù. Nella forte omelia, tenuta interamente a braccio, il Papa – che nella visita è stato accompagnato da tre migranti che gli hanno fatto da interprete, l’afgano Ibrahim, il maliano Boro e l’eritreo Segen – ha accennato alle storie che ognuno degli ospiti del CARA ha alle spalle. Ci sono tutte le rotte della disperazione nelle vite dei profughi cui ha lavato i piedi: c’è Mohamed, arrivato al CARA da meno di due mesi, nato in Siria, da dove è scappato varcando il confine con la Libia, è approdato a Lampedusa. Ha appena compiuto 22 anni ed è musulmano. Dalla Libia sono approdati al CARA anche Sira, 37 anni, del Mali, e Lucia, Dbra e Luchia, tre cristiane copte partite dall’Eritrea. Khurram, invece è partita dal Pakistan e attraverso Iran, Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria e Austria è arrivata a Caltanissetta.

Uomini e donne di diverse religioni, accomunati da queste rotte del dolore e dallo stesso desiderio di vita e di futuro, quei profughi che sono priorità del pontificato dal primo viaggio, a Lampedusa nel luglio 2013, e per i quali, ancora per tutto il mese di marzo parallelamente ai tre vertici europei e alla cronaca internazionale, non ha smesso di spendere interventi e appelli. “E’ bello vivere insieme come fratelli, con culture e religioni differenti, ma siamo tutti fratelli, questo ha un nome, pace e amore”, ha detto ancora il Papa dopo aver ascoltato alcuni canti in tigrigno, e prima di stingere la mano, uno per uno, a tutti gli 892 ospiti del CARA. I migranti hanno donato al Pontefice un quadro raffigurante Gesù, mentre Francesco, già questa mattina, ha fatto consegnare loro 200 uova di cioccolato, una scacchiera e palloni da calcio e palline da baseball autografate da campioni. Noi pastori “con il popolo scartato”, aveva incitato al mattino, nella messa del crisma celebrata con cardinali e vescovi e incentrata sulla “dinamica della misericordia” che è la “dinamica del samaritano”. A questa umanità scartata Bergoglio ha cercato oggi di restituire dignità e di sostenerne la speranza, in un incontro che resterà tra i più significativi del giubileo che il Papa ha intitolato alla misericordia. (giovanna.chirri@ansa.it)

thanks to: Ansa

Papa Francesco chiede di proteggere i popoli indigeni e le loro terre

Nella sua enciclica, Papa Francesco ha riconosciuto il ruolo fondamentale dei popoli indigeni nella conservazione delle loro terre.

Nella sua enciclica, Papa Francesco ha riconosciuto il ruolo fondamentale dei popoli indigeni nella conservazione delle loro terre. © Fiona Watson/Survival 2010

Nella sua enciclica sui cambiamenti climatici – che negli ultimi giorni ha ricevuto moltissima attenzione mediatica – Papa Francesco ha riconosciuto il ruolo dei popoli indigeni nella conservazione, e il forte legame che questi hanno con la loro terra.

Nel documento ‘Sulla cura della casa comune’ Papa Francesco scrive infatti che “è indispensabile prestare speciale attenzione alle comunità aborigene con le loro tradizioni culturali. Non sono una semplice minoranza tra le altre, ma piuttosto devono diventare i principali interlocutori, soprattutto nel momento in cui si procede con grandi progetti che interessano i loro spazi.”

“Per loro, infatti, la terra non è un bene economico, ma un dono di Dio e degli antenati che in essa riposano, uno spazio sacro con il quale hanno il bisogno di interagire per alimentare la loro identità e i loro valori.”

“Quando rimangono nei loro territori, sono quelli che meglio se ne prendono cura. Tuttavia, in diverse parti del mondo, sono oggetto di pressioni affinché abbandonino le loro terre e le lascino libere per progetti estrattivi, agricoli o di allevamento che non prestano attenzione al degrado della natura e della cultura.”

Il Papa ha inoltre sottolineato che i popoli indigeni dovrebbero essere ascoltati quando si vogliono risolvere problemi ambientali: “…l’ecologia richiede anche la cura delle ricchezze culturali dell’umanità nel loro significato più ampio. In modo più diretto, chiede di prestare attenzione alle culture locali nel momento in cui si analizzano questioni legate all’ambiente, facendo dialogare il linguaggio tecnico-scientifico con il linguaggio popolare.”

Infine, nella sua enciclica il Papa ha criticato il fallimento dei governi nel proteggere i territori indigeni e nel consultare questi popoli sui progetti che li riguardano. E ha chiesto a “individui e gruppi locali” di agire per costringere i governi a renderne conto.

thanks to: Survival

Viva l’aborto e chi lo benedica

I “missionari della misericordia”, sacerdoti che il Papa invierà nelle diocesi durante il prossimo Giubileo, potranno assolvere anche il peccato del procurato aborto. Lo ha detto mons. Rino Fisichella, capo del dicastero vaticano della Nuova Evangelizzazione e coordinatore degli aventi dell’Anno Santo straordinario.

“Certo, tra le facoltà di perdono che saranno date ai missionari della misericordia ci sarà anche l’aborto”, ha detto all’ANSA l’arcivescovo Fisichella. A quali condizioni? “A tutte le condizioni – ha spiegato -. L’aborto è un peccato riservato come tale, perché il vescovo può già concedere di sua iniziativa la facoltà di perdono nelle diocesi, la concede normalmente al canonico penitenziere, e a volte la allarga anche agli altri sacerdoti. In questo caso il Papa la dà anche ai missionari”. Alla domanda se questo sia un fatto nuovo, mons. Fisichella ha sottolineato che “è nuova la fisionomia dei missionari, e quindi diventa nuovo ciò che viene dato loro per esplicitare il loro mandato. Ma rimane l’esigenza di manifestare il perdono”. Il capo dicastero vaticano ha anche evidenziato che la facoltà di perdono riguarderà in confessione non solo la madre che ha compiuto l’aborto ma anche i medici, gli operatori sanitari e le altre persone che hanno collaborato a procurarlo.

thanks to: Ansa

Ricordiamo a tutti gli smemorati che in Italia esiste una legge che tutela l’aborto. E che l’istigazione a violare la legge italiana è un reato punibile con pene severe.

“Offro la mia casa in Vaticano per ospitare questo incontro di preghiera”

Papa Francesco ai Presidenti d’Israele e dello Stato di Palestina: “Offro la mia casa in Vaticano per ospitare questo incontro di preghiera

Parole del Papa:
In questo Luogo, dove è nato il Principe della pace, desidero rivolgere un invito a Lei, Signor Presidente Mahmoud Abbas, e al Signor Presidente Shimon Peres, ad elevare insieme con me un’intensa preghiera invocando da Dio il dono della pace. Offro la mia casa in Vaticano per ospitare questo incontro di preghiera.
Tutti desideriamo la pace; tante persone la costruiscono ogni giorno con piccoli gesti; molti soffrono e sopportano pazientemente la fatica di tanti tentativi per costruirla. E tutti –specialmente coloro che sono posti al servizio dei propri popoli – abbiamo il dovere di farci strumenti e costruttori di pace, prima di tutto nella preghiera.
Costruire la pace è difficile, ma vivere senza pace è un tormento. Tutti gli uomini e le donne di questa Terra e del mondo intero ci chiedono di portare davanti a Dio la loro ardente aspirazione alla pace.
Inglese.
In this, the birthplace of the Prince of Peace, I wish to invite you, President Mahmoud Abbas, together with President Shimon Peres, to join me in heartfelt prayer to God for the gift of peace. I offer my home in the Vatican as a place for this encounter of prayer.
All of us want peace. Many people build it day by day through small gestures and acts; many of them are suffering, yet patiently persevere in their efforts to be peacemakers. All of us – especially those placed at the service of their respective peoples – have the duty to become instruments and artisans of peace, especially by our prayers.
Building peace is difficult, but living without peace is a constant torment. The men and women of these lands, and of the entire world, all of them, ask us to bring before God their fervent hopes for peace.

thanks to: il sismografo

Papa noi abbiamo bisogno che qualcuno parli di giustizia. Betlemme assomiglia al ghetto di Varsavia.

Pope we need some1 to speak about justice. Bethlehem look like Warsaw ghetto.”

Papa noi abbiamo bisogno che qualcuno parli di giustizia. Betlemme assomiglia al ghetto di Varsavia.

 

I profughi di Dheisheh a papa Francesco: “Vogliamo essere liberi”

NenaNews I profughi di Dheisheh a papa Francesco: “Vogliamo essere liberi” » NenaNews.

Il pontefice , dopo la messa a Betlemme, incontrerà a Dheisheh i bambini palestinesi di tre campi profughi. Un gesto importante ma i rifugiati chiedono che non resti solo simbolico. I palestinesi vogliono la realizzazione dei loro diritti.

dheisheh

“Papa Francesco, non dimentichi i cristiani palestinesi”

Tra Gerusalemme e Betlemme sorge la verde collina di Cremisan, che colora Beit Jala (città in cui vivono 15 mila abitanti palestinesi, di cui il 60% di religione cristiana). Da oltre un secolo i salesiani di Don Bosco vivono nel monastero di Cremisan, e si dedicano all’educazione ed all’istruzione della gioventù. Palestinesi e salesiani traggono sostentamento dalla produzione di vino e olio grazie ai secolari vigneti e ulivi palestinesi, che ricoprono l’intera vallata. Il 24 aprile il verdetto di una commissione israeliana ha dato “via libera alla costruzione del Muro di Separazione, che lascerà il monastero dei salesiani in Cisgiordania ma annetterà le terre coltivate allo Stato di Israele”. In occasione della visita che Shimon Peres farà domani 30 aprile 2013 a Papa Francesco, la Rete romana di solidarietà con il popolo palestinese ha inviato la seguente lettera al Pontefice, che noi pubblichiamo volentieri.

A Papa Francesco, Città del Vaticano

Ci rivolgiamo a lei, Papa Francesco, nel suo ruolo di Capo dello Stato della Città del Vaticano, essendo a questo titolo che lei riceverà il 30 di questo mese il Capo dello Stato di Israele, Shimon Peres.

Apprendiamo dalla stampa che nell’incontro saranno discussi  “alcuni punti molto spinosi in campo fiscale e giurisdizionale” di ”un delicato negoziato” in corso da quasi 15 anni, che  riguarda anche la  “restituzione alla Custodia francescana del Cenacolo”.

A quanto è dato di sapere, nell’agenda del colloquio  mancherebbe un   argomento che ai suoi occhi non può non apparire ancor più delicato   spinoso ed importante: la sofferenza causata direttamente e volutamente  a milioni di persone dallo Stato di  cui lei si prepara a ricevere il capo. Ci riferiamo come è  evidente   al  popolo palestinese, che Israele  tiene     nella West Bank sotto una pesante  occupazione e nella Striscia di Gaza sotto un ferreo assedio.

Che ciò avvenga in aperta e sistematica violazione del diritto internazionale ed in spregio alla  Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo è noto a tutti ed è ampiamente  documentato, anche se l’Occidente finge di ignorarlo.

L’occupazione è stata dichiarata illegittima da ben 87 Risoluzioni dell’ ONU,  la prima delle quali è la 242 del ’67, che imporrebbero a Israele di ritirarsi dai territori occupati; altrettanto illegali ai sensi della IV Convenzione di Ginevra del 1949 sono i 140  insediamenti costruiti   su terreni arbitrariamente espropriati  ai legittimi proprietari palestinesi, nei quali abitano e lavorano   650.000 coloni israeliani; la costruzione del muro che taglia i territori palestinesi è stata condannata dalla Corte Europea di Giustizia il 9 luglio  2004 e  dall’Assemblea Generale dell’ONU il 2 agosto 2004, ma il muro è ancora lì. Non meno illegittimo è il programma di costruzione in Gerusalemme Est di 15.000 appartamenti riservati a cittadini ebrei.

Dal 1967  ad oggi  oltre 800.000 palestinesi, di cui 15.000 donne, sono stati imprigionati e dal 2000 oltre 8.000 bambini. Ciò in applicazione per lo più di Ordinanze Militari che regolamentano minutamente la vita della popolazione occupata. I processi si svolgono presso tribunali militari e non offrono  alcuna garanzia  per gli imputati.

Al primo febbraio di quest’anno, secondo la denuncia di Addameer, erano ben 4.812 i prigionieri palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane, di cui 219 minori, 31 dei quali sotto i 16 anni. Nell’intera filiera repressiva, dall’arresto alla detenzione, come è stato constatato da   osservatori dell’Onu e denunciato  dall’Assemblea Mondiale dei Medici e da Amnesty International,   sono  diffusamente praticate varie forme di tortura dalle quali non scampano neppure   donne  e minori.

Cos’altro dunque deve compiere lo Stato di Israele perché la sua politica venga fermamente  condannata dal consesso internazionale e lo si obblighi al rispetto della legalità?

Ci auguriamo fortemente, Papa Francesco,  che nell’agenda del colloquio con Shimon Peres lei voglia fare  inserire  il tema della strisciante ed asimmetrica guerra che Israele conduce contro i palestinesi e  che  su questa tragedia lei voglia assumere una ferma posizione in difesa di un popolo oppresso. Accolga se non   il nostro appello – siamo poca cosa, lo sappiamo –   quello che lei certamente conoscerà  che fu lanciato nel dicembre del  2009 con il titolo  Kairòs Palestina –  Un Momento di Verità    dai  più autorevoli esponenti dei  cristiani palestinesi che non hanno denunciato le crescenti difficoltà della loro presenza in Palestina ma il martirio del popolo palestinese e l’appello dei numerosi prigionieri politici palestinesi che  per rivendicare il rispetto del diritto e della propria dignità sono da mesi in sciopero della fame. Qualcuno di essi ormai è in fin di vita.

Restiamo in fiduciosa attesa.

La Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese

Roma 24 aprile 2013

thanks to:  ASSOPACE PALESTINA